l’Unità 30.3.12
Camusso: il Parlamento ha il dovere morale di ascoltare i lavoratori
di Giuseppe Vespo
La controriforma del mercato del lavoro non passerà. Susanna Camusso lancia la sfida al governo Monti dal palco della Camera del Lavoro di Milano, per l’occasione talmente affollata da costringere la segreteria milanese della Cgil a montare degli amplificatori fuori dall’edificio.
La sindacalista è alle prese con un tour per l’Italia per spiegare le ragioni della mobilitazione: pensioni, esodati che sono i temi al centro della manifestazione unitaria del 13 aprile ma soprattutto difesa dell’articolo 18 e dei diritti dei lavoratori. «La gente ha capito di cosa stiamo parlando dice Camusso dal palco milanese e se il Paese lo vorrà, la controriforma del lavoro non passerà». Ma per riuscire nell’impresa c’è bisogno di tutti, anche di «Confindustria e delle associazioni», che hanno chiesto delle modifiche alla norma.
Il sindacato ha organizzato la sua campagna suddividendo le 16 ore di sciopero indetto in due blocchi: le prime otto ore sono destinate agli scioperi, alle assemblee e alle diverse iniziative nei vari luoghi di lavoro; le altre otto ore saranno spese in blocco nello sciopero generale che arriverà quando il disegno di legge sul Lavoro approderà alle fasi finali della discussione parlamentare. «Continueremo il 25 aprile e il Primo maggio e in tutti gli appuntamenti che abbiamo davanti e continueremo quando il dibattito sarà in Parlamento». La data dello sciopero generale sarà decisa «quando capiremo che è il momento in cui bisogna dare la risposta generale».
Perché la guerra sul lavoro si vince sul terreno del consenso: sull’articolo 18 «il governo ha deciso uno strappo, ha immaginato che il consenso fosse tale da consentire questa operazione, ma non ha funzionato». Un concetto che la sindacalista ribadisce anche su twitter, sicura com’è che «sui licenziamenti facili» Monti «non ha convinto nessuno», perché «la riforma cambia brutalmente diritti in essere». La strategia di Corso d’Italia è chiara: conquistare lavoratori e società civile per puntare alle Camere, che hanno «il dovere morale, non il dovere tecnico, di guardare a cosa pensa il Paese e a cosa pensano i lavoratori». Concetti che mettono in allarme il Pdl, che vuole portare a casa il pacchetto del governo così com’è, escludendo qualsiasi passo indietro.
È presto per dire come andrà a finire ma la Cgil sente di avere «il passo di chi resiste e continua a farlo e non quello di chi ha preoccupazioni o qualche paura. Non siamo sicuri di vincere, ma siamo sicuri della nostra battaglia. Noi non basiamo le nostre ragioni sui sondaggi che sono mutevoli ma sulla conoscenza della realtà e dei suoi problemi».
Parole che la segretaria di Corso Italia ripeterà nei prossimi giorni alle riunioni con i delegati di Bologna, Parma, Cremona e Pavia. Intanto da Milano rilancia la lotta su pensionati e esodati, entrambi pesantemente colpiti dal pacchetto governativo «Salva Italia». In particolare i secondi, oggi si trovano senza pensione e senza stipendio: per Camusso è «scandaloso» che neanche l’Inps «sia in grado di quantificare il problema», ovvero il numero di queste persone.
La Stampa 30.3.12
Fallita l’offensiva diplomatica del premier col Pd
Bersani rifiuta “scambi” tra lavoro e Rai
di Fabio Martini
Il professor Monti entra nella hall del Grand Hyatt, scorge il drappello dei giornalisti in attesa, allunga il passo, a quel punto dal crocchio gli chiedono se sia possibile «una domanda», ma lui tira dritto: «No, grazie». E’ la conferma di una ritrovata riservatezza da parte del Professore, un riserbo che il suo staff nelle ore precedenti aveva anticipato e spiegato: una volta letti i giornali, Monti non ha gradito l’enfasi con la quale i mezzi di informazione hanno riportato, decontestualizzandole, le sue riflessioni di due giorni fa sul fatto che il governo sembra godere di maggiori consensi rispetto ai partiti, almeno secondo quanto segnalano i sondaggi. In realtà, nei primi tre giorni del suo importante viaggio in Estremo Oriente, il presidente del Consiglio ha completamente ribaltato la sindrome da accerchiamento che coglie i leader italiani all’estero, costretti quasi sempre a rintuzzare polemiche che si accendono in patria in conseguenza della loro assenza. Invece Monti, lunedì da Seoul e poi mercoledì da Tokyo, ha preso di mira il «quartier generale», con esternazioni a tutto campo sul difficile rapporto governopartiti, sortite che si potrebbero sintetizzare in un concetto: io il consenso non lo cerco, ma ce l’ho, voi partiti l’avete perso.
Ma le robuste reazioni di Pier Luigi Bersani, qualche editoriale critico e il timore di essere travisato hanno consigliato a Monti di restare per un giorno in silenzio. Ma non con le mani in mano. Per via telefonica il presidente del Consiglio ha cercato di riannodare i fili lasciati prima di partire, domenica pomeriggio. E proprio in quelle ore Monti aveva consumato un'offensiva sul Pd, assai significativa per le ragioni dell'insuccesso. Preso atto che il veto di un partito decisivo della maggioranza come il Pd sull’articolo 18 non è valicabile come quello espresso dalla Cgil, il presidente del Consiglio aveva informalmente fatto sapere al Pd di essere pronto a mettere in campo una iniziativa importante sul rinnovo dei vertici Rai. Naturalmente Monti si è ben guardato da alludere a «scambi» la Rai in cambio dell’articolo 18 -, ma se Bersani fosse andato a «vedere», un’ipotesi di quel tipo avrebbe potuto prendere corpo. Ma il segretario del Pd, per via informale, ha fatto sapere a palazzo Chigi che il suo partito, pur pronto a «dialogare», ritiene che le questioni affrontate dal ddl lavoro in qualche modo siano a sé stanti e non scambiabili né con quelle dalla Rai, né con quelle della giustizia, pur molto importanti.
Questa mattina Mario Monti partirà per la tappa più importante del suo viaggio in Asia: oggi e domani sarà a Pechino dove incontrerà il primo ministro Wejn Jiabao, mentre lunedì parteciperà al «Boao Forum», una sorta di Davos asiatica. Ieri ultima giornata della visita di due giorni in Giappone, nel corso della quale, oltre al primo ministro Noda, ha incontrato anche alcuni dei personaggi più influenti della finanza e dell’economia giapponese, ai quali Monti ha cercato di proporre la «nuova» Italia come area di remunerativi investimenti. Un Paese, il Giappone, in recessione da anni, afflitto da un debito pubblico formidabile (il 250%), talmente appesantito dalla tragedia di Fukushima che non era mancata nei giorni scorsi la richiesta a Monti, se ne avesse trovato il tempo, di visitare una delle attrazioni turistiche del Paese. Dopo qualche ripensamento (Kyoto è stata scartata perché nel consolato è stato recentemente reintegrato Mario Vattani, protagonista di episodi molto controversi), ieri Monti ha visitato l’antica capitale di Kamamura. E comunque anche in Giappone (come già negli Usa, in Germania, in Francia, in Inghilterra) il passaggio di Monti è stato salutato dai giornali più autorevoli con grandi applausi: «Il governo di Monti, nato dalla crisi, sta diventando sempre più autorevole, oltre ogni aspettativa», ha scritto ieri il giornale economico Nikkei.
La Stampa 30.3.12
Lusi, scontro nella ex Margherita
Dal Pd duro attacco ai vertici del partito ormai sciolto. Il prodiano Monaco: “Si facciano da parte”
di Grazia Longo
Tensioni L’appropriazione indebita dei fondi dell’ex Margherita oltre alle probabili conseguenze penali per l’ex tesoriere Luigi Lusi sta creando forti tensioni tra gli ex alleati di Francesco Rutelli
I problemi dell’ex Margherita corrono su un doppio binario. Giudiziario e politico. L’inchiesta della procura, per appropriazione indebita di 20 milioni di euro dai rimborsi elettorali, vede l’indagato, l’ex tesoriere Luigi Lusi, scaricare le sue responsabilità sul partito che però replica smentendo e annunciando querele.
Ma s’intravedono guai anche all’orizzonte politico. Tanto più che le critiche piovono anche dagli ex compagni di viaggio del Partito democratico. Come Franco Monaco, della direzione nazionale, che invita i leader dell’ex Margherita «a chiedere scusa agli italiani e farsi da parte. Come può, chi aveva responsabilità di vertice, restare in politica e candidarsi a quale che sia carica pubblica dopo quanto accaduto? Chi mai potrebbe fidarsi?». Perché, secondo il Pd Monaco, al di là di eventuali reati «c’è il fronte delle responsabilità politiche da accertare senza indugio: quelle di chi ha omesso la vigilanza».
Non è tanto tenero neppure il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ex Margherita attualmente Pd: «Lusi ha chiaramente responsabilità penali, perché ha rubato ed è reo confesso. Ma i vertici della Margherita hanno sbagliato a non controllare. E questa è una grave colpa politica». Secondo Renzi è indispensabile controllare chi gestisce il denaro pubblico: «Se un dirigente del Comune di Firenze ha in mano i soldi dei cittadini fiorentini, io lo marco stretto». Un modo per dimostrarsi trasparenti, secondo Renzi, è pubblicare su Internet tutti i dati sui fondi dell’Ex Margherita e di tutti i partiti. Invito che non spaventa minimamente l’avvocato della Margherita Titta Madia. «Sarà fatto sicuramente perché non c’è niente da nascondere. I consulenti incaricati da Rutelli di ripercorre tutte le tappe delle spese stanno lavorando alacremente, ma devono attendere ovviamente l’attività giudiziaria in corso. Non appena la Guardia di Finanza avrà terminato i controlli sugli assegni e sui bonifici emessi da Lusi, sarà tutto pubblicato nella Rete».
Si dovrà attendere l’estate. Entro quel termine è prevista la chiusura delle indagini. Ieri è stato interrogato Emanuele Lusi, nipote dell’ex tesoriere della Margherita: ha confermato di avere ricevuto dallo zio un prestito di 360 mila euro, ma di aver ignorato che il denaro provenisse dalle casse del partito. Davanti all’aggiunto Alberto Caperna e al pm Stefano Pesci, Emanuele Lusi, marito di Micol D’Andrea, intestataria dell’usufrutto, per gli inquirenti fittizio, della villa di Ariccia (motivo per cui risulta indagata), ha precisato che la somma serviva in parte (120 mila euro) per l’acquisto di un appartamento in via Salaria (valore 900 mila euro) e la parte rimanente per la prima tranche dell’usufrutto della villa di Ariccia. Il senatore Lusi aveva spiegato agli inquirenti che la donna era ignara di ciò che c’era dietro l’operazione. Il nipote ha poi confermato anche la paga mensile di 250 euro, dai fondi della Margherita, «per il sito politico personale di mio zio».
Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Giampiero Bocci respingono tutte le accuse di Lusi e sottolineano che il caso è stato chiuso «con il sigillo della Procura: Lusi non ha potuto che mettere a verbale la propria incapacità di indicare il nome di un solo dirigente che fosse a conoscenza delle sue attività predatorie». Solidali con loro, il vicesegretario del Pd Enrico Letta e l’ex ministro Paolo Gentiloni. Rutelli annuncia che alla prossima Assemblea Federale, ci sarà la liquidazione del partito e l’attribuzione delle risorse residue. Chissà se per rispondere ai cosiddetti «autoconvocati» della Margherita che hanno chiesto l’Assemblea per fare trasparenza sui bilanci e che minacciano un esposto in procura.
La Stampa 30.3.12
“Diffamazione” Rutelli porta l’Unità in tribunale
di R. I.
«Non è mai esistito un “accordo” per la destinazione delle risorse della Margherita». Si legge in una nota di Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Gianpiero Bocci. «La legittima e doverosa destinazione di risorse si precisa nei 10 anni di vita della Margherita non è mai stata effettuata sulla base di una ripartizione per aree e correnti».
I fondi «destinati al personale, alle attività politiche, alle elezioni, ai servizi, ad Europa sono stati disposti direttamente dal Tesoriere, come da Statuto e da sua precisa responsabilità. L’individuazione di quote percentuali, come riportate da alcuni giornali, è priva di fondamento».
«Il quotidiano l’Unità, in particolare, sarà immediato oggetto di azione giudiziaria, per aver pubblicato addirittura un’indicazione economica di un’inesistente spartizione, mai verificatasi. La Magistratura dispone da ormai settimane di tutti i documenti contabili del partito, per cui ogni illegalità, da chiunque compiuta, potrà essere sanzionata; i nostri consulenti stanno predisponendo bilanci puntuali e rigorosi per l’approvazione dell’Assemblea Federale».
l’Unità 30.3.12
I doveri dell’Unità e il rischio della cronaca
di Claudio Sardo
Il caso di Luigi Lusi è sconvolgente. Innanzitutto per le ammissioni che lui stesso ha fatto. Soldi pubblici dirottati verso destinazioni privatissime: roba che sul piano del degrado etico sopravanza persino l’epilogo della Prima Repubblica. Ma il caso Lusi è sconvolgente anche perché getta discredito sul centrosinistra di cui ha fatto parte, perché infanga l’idea stessa di politica in un passaggio così tormentato per il Paese e le sue istituzioni, perché insinua nei confronti di chi gli è stato vicino dubbi e sospetti insopportabili.
Lo scandalo ci impone comunque di affrontare questioni politiche (e anche professionali) non meno importanti di quelle giudiziarie. La questione politica più rilevante riguarda indubbiamente l’onore e la dignità della Margherita. Un’esperienza politica breve, ma decisiva per la nascita del Partito democratico e per il suo orizzonte riformista. Non c’è dubbio che questa vicenda stia ora offrendo il destro per colpire, attraverso accuse generiche e insinuazioni rivolte ai dirigenti della Margherita, l’intero Pd. Non è certo la sola offensiva che i democratici devono fronteggiare. Ma è
molto insidiosa: perché, come ha scritto Pierluigi Castagnetti su l’Unità, delegittimare le ragioni fondative vuol dire snaturare il progetto del Pd, sfigurarne il profilo.
Questa consapevolezza tuttavia non può indurre nessuno ad abbassare la guardia, né consente alibi. La magistratura deve fare il suo lavoro fino in fondo. E speriamo che giunga a provvedimenti rapidi e severi. La politica, per parte sua, deve applicare verso se stessa criteri rigorosi, più di quanto non farà la giustizia ordinaria. Anche per noi giornalisti c’è un dovere supplementare di rigore e di serietà. L’Unità ha sempre dimostrato la propria libertà e la propria etica professionale nell’affrontare casi giudiziari che hanno riguardato uomini del centrosinistra.
Per questo ci amareggia l’annuncio di una querela della Margherita contro di noi. Ci rendiamo conto che il solo riferire le dichiarazioni di Lusi possa prestarsi a insinuazioni e attacchi strumentali contro i dirigenti della Margherita: e questo non è mai stata intenzione di questo giornale. Ieri ci è stato contestato di «aver pubblicato addirittura un’indicazione economica di un’inesistente spartizione, mai verificatasi». Il nostro obiettivo è sempre stato soltanto quella di offrire informazioni ai lettori: il lavoro di cronaca comporta dei rischi e il rischio di sbagliare è per noi il più pesante. È vero che quando trattiamo vicende che riguardano il centrosinistra siamo portati a rischiare di più: ma questa è la prova della nostra buona fede. Anche quando commettiamo errori. In ogni modo penso che si possa riconoscere che la responsabilità di eventuali diffamazioni o calunnie nei confronti dei dirigenti della Margherita siano da attribuire a chi al magistrato ha dichiarato la spartizione. L’Unità resta ciò che i lettori conoscono: non poteva e non potrà rinunciare in futuro al lavoro di cronaca e ai suoi rischi.
C’è infine un’ultima questione che riguarda tutti. Le tensioni che provoca il caso Lusi e l’immoralità di sospetti generici, lanciati da una persona che invece ha ammesso ruberie, hanno fondamento in un grave errore politico. Che per fortuna è stato riparato sul piano legislativo. Le norme sui rimborsi elettorali non devono consentire erogazioni pubbliche a favore di partiti che hanno concluso la loro attività. Quell’errore non va mai più ripetuto e, se alla nascita del Pd i partiti fondatori avessero avuto il coraggio di concordare la messa in comune delle attività e anche definire la copertura dei debiti pregressi, oggi probabilmente la storia sarebbe diversa.
l’Unità 30.3.12
Diritto d’autore web: censure dall’Agcom
Ill mondo del web è già in rivolta, o per lo meno in allarme: in vista regole censorie per chi scarica dalla rete, con l’intento di tutelare il diritto d’autore. Ieri, infatti, sul sito de La Stampa è comparsa quella che dovrebbe essere una «bozza» del regolamento che l’Agcom, l’Authority per le Comunicazioni, starebbe per varare, come aveva annunciato il presidente, Corrado Calabrò in Senato.
Si parla di infatti di un regolamento del governo ma affidato all’Agcom (senza una legge ad hoc) che in pratica rende possibile «staccare la spina», o meglio il collegamento internet, a chi viola le regole sul copyright, magari scaricando un film o un disco. Il comma 2 della «bozza» pubblicata sul sito, prevede che «in caso di violazione dei conseguenti ordini e delle diffide emanati dall’Autorità», oltre alle sanzioni pecuniarie (sempre previste dall’Agcom), l’Authority stessa «possa disporre, in casi di particolare gravità ovvero se le violazioni dovesse-
ro ripetersi, la completa disabilitazione dell’accesso al servizio telematico oppure, nel caso in cui sia tecnicamente possibile, ai soli contenuti resi accessibili in violazione delle norme sul diritto d’autore».
Insomma, «una norma apparentemente interpretativa in realtà è una norma censoria, una “Hadopi” italiana. Speriamo che il governo ci ripensi», commenta Vincenzo Vita, che, insieme a Luigi Vimercati, spera non siavera«la“bozzadileggina”chedovrebbe autorizzare l’Agcom ad occuparsi del diritto d’autore su internet». Perché, spiegano i due senatori, deve essere il Parlamento a legiferare su una materia così controversa, e rimasta alla legge del 1941 sul diritto d’autore. Tra l’altro, proseguono, «appare una norma pericolosa che può dar adito ad un taglio fortemente censorio del futuro regolamento sul diritto d’autore. Un impianto che va oltre lo stesso prudente orientamento fin qui manifestato dal presidente Calabrò». N.L.
il Riformista 30.3.12
Non ce l’abbiamo fatta
di Emanuele Macaluso
In queste ultime settimane abbiamo reso noto ai nostri lettori le difficoltà che incontravamo per continuare a pubblicare il Riformista. Oggi con grande amarezza vi diciamo che tutti i tentativi fatti per salvare il salvabile, non hanno avuto esito positivo. L’assemblea dei soci, quindi, ha deciso di affidare a un liquidatore l’amministrazione della cooperativa e di sospendere la pubblicazione del giornale. Dico sospendere perché, a norma di legge, se c’è un editore che mostra con i fatti di essere in grado di riprendere la pubblicazione,la liquidazione può essere revocata. A chi nei giorni scorsi si è fatto avanti gli amministratori della cooperativa hanno mostrato carte e conti, che sono in perfetto ordine e alla luce del sole, e la disponibilità a sostituire soci e direttore. Ad oggi nessuno ancora ha deciso di fare il passo decisivo, spero che ci sia chi lo faccia in questi giorni in cui opera solo il liquidatore.
Tuttavia, comunque vadano le cose, da oggi non sarò più il direttore di questo giornale. Avevamo accettato l’offerta dei vecchi editori (sempre incombenti) di provare a resuscitare il giornale già chiuso, entro un anno, solo se si realizzavano tutti gli impegni contrattuali e se il contributo pubblico non fosse stato decurtato. Non è stato così. L’anno che ormai è alle nostre spalle è stato denso di avvenimenti politici e sociali che abbiamo commentato quotidianamente con un nostro punto di vista. E l’abbiamo fatto con ragionamenti pacati anche in momenti in cui lo scontro politico e mediatico era furibondo tra berlusconiani e antiberlusconiani.
Abbiamo scelto una linea, il riformismo socialista ed europeista, come punto di riferimento essenziale alle forze conservatrici in Italia e in Europa. Abbiamo sollecitato l’unità del movimento sindacale come condizione ineludibile per fronteggiare i marosi della crisi che investe l’Europa e particolarmente il nostro paese, per non fare pagare il conto solo al mondo del lavoro. L’abbiamo fatto ponendo con forza l’esigenza di un’opera – anche da parte del sindacato – che metta al centro l’interesse generale e salvezza del paese. Questo anche per evitare che lo scontro sociale si verifichi nelle condizioni in cui l’abbiamo visto in Grecia e ora in Portogallo e Spagna. Abbiamo messo al centro del nostro impegno la battaglia per i diritti civili e un garantismo alternativo a quello peloso di chi, con il suo agire e le sue leggi, ha mortificato la giustizia. Le pagine del giornale sui temi internazionali e della cultura hanno dato un esempio di informazione puntale e di scelte in sintonia con tutte le forze che si battono per la pace, contro ogni razzismo ed egemonismo per la libertà della cultura in Italia e in ogni parte del mondo.
Avevamo messo in orbita anche un domenicale, curato da Paolo Franchi, Ragioni, per dare più senso alla nostra battaglia politico culturale. Come è noto in passato ho diretto un grande quotidiano e riviste della sinistra e ho collaborato a tanti giornali, ho conosciuto il mondo dell’informazione sin dalla rinascita della stampa libera in Italia. Il Riformista è un piccolo ma significativo quotidiano con redattori giovani e di qualità che spero possano continuare a scrivere e lavorare in questo giornale; e un personale “tecnico” di eccezionale professionalità e disponibilità.
Sono particolarmente grato a Marcello Del Bosco che, con professionalità e abnegazione, ha condiviso con me la direzione del giornale. Ringrazio chi ha collaborato scrivendo sul Riformista. Ricorderò tutti con affetto. Mi dispiace che in un momento difficile per il giornale, e amarissimo per me, ci sia stato qualcuno che in redazione con il suo agire scorretto mi ha costretto a chiudere in modo brusco il mio impegno che ho profuso con disinteresse e passione. Infine, voglio ribadire che non ce l’abbiamo fatta, anche per ragioni politico-editoriali, per nostre, soprattutto mie, deficienze. Non ce l’abbiamo fatta, come ho detto in altre occasioni, anche perché chi poteva darci una mano, soprattutto il movimento cooperativo con la pubblicità che concede a destra e a manca, ma anche il sindacato, non ce l’ha data.
E’ un segno dei tempi. Ma non mi arrendo. E con me Gianni Cervetti che ha condiviso questa avventura. In un modo o in un altro, per quel che mi riguarda personalmente, finché avrò forze fisiche, continuerò la mia battaglia.
Grazie a tanti lettori e amici che in questi giorni mi hanno mostrato solidarietà e stima.
il Riformista 30.3.12
Comunicato dell’assemblea dei redattori
Prendiamo atto con profondo rammarico e completo dissenso della decisione votata a stretta maggioranza dall’Assemblea dei soci di procedere alla liquidazione immediata della cooperativa che edita questo giornale e alla immediata sospensione delle pubblicazioni. Rendiamo noto che tre giornalisti su sette membri hanno votato contro.
L’assemblea di redazione giudica inaccettabile e gravissimo l’atto di liquidazione che, di fatto, rende difficile l’interessamento di possibili acquirenti. Chiediamo ai vertici di Fnsi, di Stampa romana, dell’ordine dei giornalisti, al mondo politico, alle forze sociali, agli intellettuali che hanno scritto sul nostro giornale e a tutti i nostri lettori di tenere ancora accese le luci e l’attenzione sulle sorti di questo quotidiano.
Nei suoi dieci anni di vita il Riformista è stato una voce libera, indipendente, coraggiosa, plurale, sempre appassionata, che ha ospitato idee di ogni schieramento, di tutte le aree culturali. La sua fine rappresenta un impoverimento del dibattito pubblico del nostro paese. E la sua fine, per come è avvenuta, rappresenta una ferita per l’intera redazione.
Ai giornalisti, che avevano accettato sacrifici firmando lo stato di crisi tre mesi fa e accettando i contratti di solidarietà, è stato negato dai vertici del giornale il confronto, l’ascolto, un tavolo sindacale, la reale volontà di cercare insieme una via d’uscita. E, soprattutto, è stata negata la verità sui conti e sugli accordi con la precedente gestione, che sarebbero la motivazione vera della chiusura.
Con maggiore chiarezza, ci sarebbe stata una fine meno ingloriosa di questa.
L’ASSEMBLEA DI REDAZIONE DEL RIFORMISTA
Repubblica 30.3.12
"Anche l’Italia responsabile della morte dei migranti"
Naufragio durante la guerra in Libia, il Consiglio d´Europa accusa Guardia costiera e Nato
"Le richieste di soccorso furono ignorate da pescherecci e da navi militari"
di Giampaolo Cadalanu
Se i comandanti avessero seguito la legge del mare, se l´Italia avesse fatto il suo dovere, se la Nato non avesse ignorato gli appelli, i 63 migranti morti sulla barca alla deriva nel Mediterraneo nella primavera scorsa si sarebbero salvati. È una prima condanna, sia pure solo politica, il primo risultato dell´indagine aperta dal Consiglio d´Europa e curata dalla parlamentare olandese Tineke Strik. «Queste persone non dovevano morire», dice il documento intitolato Vite perse nel Mediterraneo: chi è responsabile. E la Tineke punta il dito prima di tutto sul nostro Paese, perché è stata la Guardia Costiera italiana a ricevere la prima richiesta d´aiuto, inoltrata il 27 marzo 2011 dal sacerdote eritreo Mussie Zerai, a sua volta contattato dai migranti disperati nel gommone alla deriva. Va aggiunto che a Bruxelles in quei giorni alla guida del comitato militare della Nato era l´ammiraglio Giampaolo Di Paola, oggi ministro della Difesa del governo Monti: la relazione della Strik non lo sottolinea, ma è evidente che l´ammiraglio non poteva non sapere quello che stava succedendo al largo delle coste libiche.
Dopo nove mesi di inchiesta, il giudizio è severo: «Se i diversi attori fossero intervenuti, si sarebbe potuto mettere in salvo i migranti in molte occasioni. Molto si deve ancora fare per evitare che persone muoiano nel disperato tentativo di raggiungere l´Europa». È vero che le acque del Mediterraneo non sono pietose: l´anno scorso sono morte almeno 1500 persone nel tentativo di raggiungere l´Europa. Ma stavolta, sottolinea la relazione della Strik, il caso è diverso, perché «appare che le richieste di soccorso siano state ignorate da pescherecci, navi militari e da un elicottero militare». Il contatto con quest´ultimo, secondo le testimonianze dei nove sopravvissuti raccolte nella bella inchiesta della Radiotelevisione svizzera Rsi, è stato quasi una beffa: il velivolo militare ha girato a lungo sulla barca, si è allontanato, è tornato solo per lanciare qualche pacchetto di biscotti e poche bottiglie d´acqua.
La condanna a morte per i 63 disperati è dovuta a una serie di "errori": non solo l´Italia e Malta non hanno dato seguito all´allarme lanciato dal Guardacoste, ma anche «la Nato non ha risposto alla richiesta di soccorso, anche se c´erano navi dell´Alleanza vicino alla zona da dove era stata lanciata la richiesta». In particolare, secondo quanto la Strik è riuscita a ricostruire, c´era una nave spagnola, la "Méndez Núñez", ad appena 11 miglia, (dato discusso dalla marina di Madrid), mentre l´italiana "Comandante Borsini" era a 37 miglia. Non è chiaro a quale nave appartenga l´elicottero che ha portato i pochi rifornimenti: entrambe hanno a bordo un velivolo, ma in nessun caso riporta sulla fiancata la dizione "Army", come raccontato dai superstiti. Le testimonianze dei sopravvissuti vengono considerate «credibili» dalla relatrice dell´inchiesta, anche quando parlano di un´altra nave militare, descritta come «molto grande», che si era avvicinata molto al gommone il decimo giorno, ma senza fornire nessuna assistenza. I marinai si erano limitati a osservare con i binocoli e fotografare i migranti.
Di chi sia stata la decisione ultima che ha condannato 63 esseri umani a morire di sete, di fame, o fra le onde, la Strik non lo dice. Il rapporto parla di «fallimento collettivo di Nato, Onu e dei singoli Stati nel pianificare gli effetti le operazioni militari in Libia e nel prepararsi per un atteso esodo via mare». Ma la storia non finisce qui: il documento della Strik sarà al centro del dibattito all´assemblea del Consiglio d´Europa, il 24 aprile prossimo. Con la speranza che le conclusioni non siano: colpa di tutti, quindi di nessuno.
La Stampa 30.3.12
Con Mélenchon la gauche radicale riempie le piazze
Francia, il candidato comunista la vera sorpresa
di Alberto Mattioli
Ognuno ha la sua Marine Le Pen. Quella di François Hollande si chiama Jean-Luc Mélenchon. Se madame Le Pen fa sanguinare Nicolas Sarkozy sulla destra, Mélenchon salassa il candidato socialista sulla sinistra. E, con il suo Front de Gauche, rischia davvero di diventare l’unica novità di una campagna elettorale finora più barbosa di una domenica pomeriggio a Rovigo. Che barba che noia? Non quando entra in scena il bollente Jean-Luc a proporre uno dei suoi «Mélenshow»: a parte tutto, è la dimostrazione che se la vecchia cara oratoria da comizio non si sente troppo bene, non è però nemmeno morta.
Le ultime novità sul fronte dei sondaggi sono due. La prima è che Sarkò avrebbe raggiunto o forse addirittura superato Hollande. L’altra è appunto l’ascesa di Mélenchon, il signore in rosso ormai terza forza delle Presidenziali, che ora oscilla tra il 13 e il 14%. Ovviamente, il terzo uomo è al settimo cielo. Martedì ha riunito a Lilla 15 mila persone e i suoi già teorizzano che «si può battere Sarkozy senza dover portare il lutto di una politica di gauche». Hollande vive il solito dilemma di ogni sinistra ragionevole: o moderarsi scoprendosi a sinistra o radicalizzarsi perdendo per strada i moderati. Per il momento se l’è cavata proponendo un’aliquota del 75% per chi guadagna più di un milione di euro. Se non altro, Mélenchon ha già assicurato che al ballottaggio voterà Hollande, perché la priorità «è battere la destra»: però è chiaro che alzerà il prezzo dell’appoggio.
Questo Mélenchon ha 61 anni ed è un curioso personaggio. Nasce trotzkista, poi per trent’anni è socialista (e massone), sempre alla sinistra del partito ma disciplinato e infatti premiato: senatore, deputato europeo e anche ministro della Formazione professionale nel gabinetto di Lionel Jospin. Ma nel 2008 di botto se ne va dal Ps malato di moderatismo e di euroausterità e inventa il suo Parti de gauche, ispirato fin dal nome alla Linke tedesca. Lancia un’Opa politica sugli sparsi resti del Partito comunista, li riunisce nel Front de gauche e parte all’assalto dell’Eliseo. Certo, alla sua sinistra restano i due trotziski non pentiti, Nathalie Arthaud e Philippe Poutou (non si capisce bene in cosa si differenzino, se non che lei è ansiogena e lui simpaticissimo), però non dovrebbero superare l’1%, quindi non disturbano. E i Verdi hanno una candidata, l’ex giudice Eva Joly, che sono i primi a considerare impresentabile.
Insomma, a sinistra c’è spazio. Lo si è visto domenica 18 in piazza della Bastiglia, per un superMélenshow davanti a 120 mila persone (dice lui) o 40 mila (dicono i giornali): in ogni caso, tante. E qui, come in una macchina del tempo, si è rivista la sinistra storica, l’eterna gauche francese sempre sconfitta e sempre di ritorno, quella della Rivoluzione, della Comune, del Front Populaire e della vittoria di Mitterrand. In un tripudio di bandiere rosse, berretti frigi e cori dell’Internazionale, Mélenchon ha debuttato così, più tribuno o più trombone decidetelo voi: «Genio della Bastiglia che domini questa piazza, eccoci di ritorno, noi popolo delle rivoluzioni e delle ribellioni. Noi siamo la bandiera rossa!».
E avanti con la Sesta Repubblica. E forza con la denuncia dei trattati europei e della tirannia del rigore. E vai con l’«insurrezione cittadina», «l’humain d’abord», «la pianificazione ecologica», programmi che non vogliono dire nulla ma accarezzano l’orecchio sinistro dell’elettorato. Mélenchon è un comunista che ha letto Hessel, un indignato in servizio permanente effettivo, un radicale del radicalismo. Forse non sa bene quel che dice, ma lo dice benissimo. «Se ci impedirete di sognare, noi vi impediremo di dormire», urla citando gli indignados spagnoli.
Le sue battute mordono. Hollande si sta ancora leccando le ferite, dopo essere stato liquidato così: «Capitano di pedalò». Ma il capolavoro di Mélenchon è stato il dibattito tivù con la sua bestia nera, madame Le Pen. Lei si è rifiutata di parlargli se lui non si fosse scusato di averla definita «una mezza demente». E gli ha squadernato davanti il giornale come se fosse al caffé. Lui, sornione: «Madame, non si offenda: le resta sempre l’altra metà».
Repubblica 30.3.12
"Lavoro a vita, pensione a 60 anni, tasse ai ricchi" Così seduce le folle. E mette in difficoltà Hollande
Mélenchon il rosso il terzo uomo della corsa all´Eliseo
Leader del Fronte di sinistra, stando ad alcuni sondaggi ha superato Marine Le Pen
di Giampiero Martinotti
La battuta pronta, la formula accattivante, l´aggressività che paralizza l´interlocutore, il disprezzo del sans-culottes per chi ha il potere, l´arte di bucare lo schermo e la furbizia del politico navigato: c´è tutto questo in Jean-Luc Mélenchon, candidato anti-sistema che solleva l´entusiasmo delle folle, mette in difficoltà François Hollande e viene vezzeggiato da Nicolas Sarkozy. Da una quindicina di giorni è il nuovo protagonista della campagna elettorale: può sperare di piazzarsi al terzo posto e può influenzare, nel bene e nel male, la sorte del candidato socialista. Mélenchon, che ha sempre detto di voler evitare la rielezione di Sarkozy, può portare al socialista il voto protestatario di chi rifiuta l´establishment. Ma può anche essere il suo tallone d´Achille, come spera il presidente uscente, lo spauracchio che allontana da Hollande l´elettorato centrista.
Da quando ha superato nei sondaggi la soglia del 10 per cento e riunito alla Bastiglia centomila persone, Mélenchon è diventato il «terzo uomo» della campagna, superando secondo alcuni sondaggi la leader del Fronte nazionale Marine Le Pen. Ha il dono della parola, sa maneggiare la lingua con sottigliezza, a volte come un fioretto e a volte come una clava. In questo assomiglia a Jean-Marie Le Pen, altro personaggio "fuori dal coro" che sapeva sedurre le folle. Come lui sa trovare le immagini che colpiscono la fantasia. E a farne le spese è spesso il candidato socialista, definito una prima volta come «capitano di pedalò» e poi bollato politicamente come «Hollandreu», cioè clone dell´ex premier greco.
Il leader del Fronte di sinistra, che raccoglie il suo Partito di sinistra e il Pcf, sa parlare a quella fetta dell´elettorato francese renitente a qualsiasi riformismo. «Che se ne vadano tutti», è il suo slogan preferito. «Dovrete pagare, signore e signori ricchi», è la formula che manda in visibilio la folla dei suoi sostenitori, eredi di quella sinistra radicale orfana degli Anni Settanta. Quando disegna i contorni della sua riforma istituzionale è spavaldo come un Masaniello e istrionico come un divo: «Sarete stupiti, se sono eletto. Convocherò una Costituente che creerà una repubblica parlamentare. E una volta adottato il nuovo regime, tiro nella Senna la chiave dell´Eliseo e me ne torno a casa». Trotzkista da giovane, aveva scelto come pseudonimo Santerre, il nome della guardia che portò Luigi XVI sul patibolo.
Poi fu folgorato da François Mitterrand. Contrario al rigore imposto dal presidente nel 1983, è stato per anni leader della sinistra socialista, senza tuttavia rifiutare un posto nel governo del riformista Jospin nel 2000. Leader del "no" alla Costituzione europea, ha lasciato il Ps nel 2008 per vestire i panni di un moderno sans-culottes.
Per lui non ci sono dubbi: il capitalismo va superato, per non dire eliminato. Il suo programma è radicale: 100 miliardi di tasse supplementari per ricchi e imprese, tassazione al 100 per cento di tutti i redditi superiori a 360 mila euro, salario minimo a 1700 euro, pensione a 60 anni e posto di lavoro garantito a vita: «Tra il debole e il forte, la legge protegge e la libertà opprime». Un programma ripetuto a sazietà su radio e tv, che utilizza volentieri, pur considerando i giornalisti dei lacchè: «Il primo media del popolo è il popolo stesso».
Per il resto, la République e la massoneria sono le sue stelle polari, la duplice fede di chi non ha «mai smesso di credere alla possibilità di costruire un paradiso, qui e adesso».
La Stampa 30.3.12
Gramsci sulla via del “comunismo liberale”
Perché è plausibile l’ipotesi di un Quaderno mancante
Franco Lo Piparo replica ad Angelo D’Orsi
qui
http://www.scribd.com/doc/87356184/La-Stampa-30-3-12-Lo-Piparo-su-Gramsci
La Stampa 30.3.12
Milioni di terre nell’Universo
di Giovanni Bignami
Lo diciamo da un po’ di tempo: i pianeti sono la norma e non l'eccezione intorno alle stelle. Oggi i nostri telescopi europei in Cile danno una conferma e una nuova dimensione alla planetologia galattica: sono le stelle più comuni di tutte, le nane rosse, ad avere pianeti, anche pianeti «rocciosi», fatti come la Terra.
Le nane rosse, cioè il 70-80% dei cento miliardi di stelle della nostra galassia, sono un po' più fredde del nostro Sole, che è una nana gialla. Ma questo significa solo che la «zona abitabile», cioè la distanza dalla stella dove potrebbe esistere la vita, è un po' più vicina alla stella che non nel caso del nostro sistema solare. Su un pianeta posto nella zona abitabile, l'acqua può essere liquida per miliardi di anni se la stella è stabile. E sulla Terra la vita, l'unico esempio che conosciamo, si è sviluppata proprio perché l'acqua è liquida da miliardi di anni. Insomma, ci devono essere miliardi di nuove terre, in giro per la nostra galassia, e molte potrebbero avere avuto le condizioni giuste per lo sviluppo della vita. Difficile, sempre più difficile pensare di essere soli… ma attenzione: non pensiamo subito ad omini verdi o ad E.T. Da sempre, e anche oggi, la forma di vita più comune sulla Terra è quella di organismi monocellulari o poco più: organismi complessi o addirittura «intelligenti» sono presenti sul nostro pianeta da una frazione di tempo piccola rispetto ai quattro miliardi di anni della vita sulla Terra. Lo stesso, quasi certamente, succede su un'altra terra intorno alla sua stellina qualunque. La probabilità di trovare un pianeta con E.T., o anche solo con un brontosauro o un ominide, è, ahimè, piccolissima.
Ma partiamo dall'inizio: dobbiamo continuare a trovare molti pianeti simili alla Terra e possibilmente vicini a noi, per poterli studiare bene. La scoperta fatta con i telescopi europei in Cile è entusiasmante proprio perché dice che a poche decine di anni luce da noi, cioè dietro casa, ce ne possono essere molti, quasi certamente intorno a stelle che abbiamo catalogato ma che non abbiamo mai preso sul serio. Solo che, per scoprire e per studiare queste nuove terre, ci vogliono strumenti fatti apposta, molto sensibili, e bisogna esplorare molta superficie celeste. Dal Cile, per esempio, si vede solo l'emisfero Sud. Ma per fortuna c'è il Telescopio Nazionale Galileo, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, che guarda l'altra metà del cielo: posto su una montagna delle Isole Canarie, copre l'emisfero Nord. E, proprio al Tng, Inaf ha appena inaugurato uno strumento, Harps-N, fatto in Italia e che cercherà pianeti, vicini e lontani. E' capace di fare perfino quello che non sanno fare i telescopi spaziali e Nature, la rivista scientifica più prestigiosa del mondo, gli ha dedicato un pezzo, anche se non ha ancora visto nient'altro che il suo primo fotone. Forse proprio uno strumento italiano vedrà la casa dei nostri vicini galattici. Di sicuro, lavorerà su quello che ci resta da scoprire, che per fortuna sembra non finire mai.
Repubblica 30.3.12
Le conseguenze dell’amore, così il cuore droga il cervello
Diane Ackerman ha sperimentato gli effetti positivi nella cura del compagno dopo l´ictus
di Angelo Aquaro
Annulla tristezza, ansia e paure, accendendo in noi scintille di vita: quel che già "sentivamo" ora è verità scientifica Ecco come la neurobiologia interpersonale, e una studiosa americana decisa a guarire il marito, lo hanno dimostrato
È la rivincita di Cole Porter e Frank Sinatra. Ricordate quel vecchio successo di Broadway? "Neppure la cocaina mi dà il piacere che mi dai tu". Giustissimo: "I Get A Kick Out Of You". La scienza ci ha messo qualche decina di anni ma alla fine la verità che abbiamo sempre sospettato è saltata fuori: l´amore è come una droga. Nella duplice accezione appunto di dipendenza e medicina. Sì, il doping del cuore è l´ultima frontiera della neuropsichiatria. Anzi, per la precisione di una nuovissima disciplina chiamata neurobiologia interpersonale. E che per la prima volta nella storia è riuscita a dimostrare che cuore & cervello non solo si parlano: è il primo a dettare legge sul secondo. Con buona pace dei freddi sostenitori del primato della mente. Che l´amore facesse bene è una verità antica come il mondo che gli ultimi studi stanno finalmente corroborando. Il più curioso è saltato fuori qualche giorno fa.
Una ricerca dell´Università della California ha dimostrato che anche i moscerini, nel loro piccolo, si attaccano alla bottiglia: nel senso che quelli che non fanno l´amore vanno a caccia della frutta più alcolica perché lì si nasconde un enzima che dà appagamento e che l´atto sessuale produce in abbondanza. È la prova certamente più inebriante del legame tra sesso e cervello. Ma l´appagamento non è necessariamente sessuale: cioè non si determina soltanto nell´atto. Non lo diceva già Dante che a volte basta «quella dolcezza al core?"
Gli esperimenti che Diane Ackerman ha raccolto sul New York Times sono impressionanti davvero. Anche perché la studiosa non si è limitata allo studio degli altri: ma ha esposto la propria esperienza personale: «Il corpo ricorda, il cervello ricicla e ri-programma. Ho testimoniato io stessa questo effetto benefico nel processo di guarigione di mio marito». Il suo compagno scrittore aveva sofferto un ictus che gli aveva bloccato quell´emisfero destro che sovrintende al linguaggio. Ma l´amore della moglie-studiosa ha fatto letteralmente il miracolo. «Ho cominciato a sperimentare nuovi modi di comunicare: attraverso gesti, emozioni facciali, giochi, empatia: e una tonnellata di affetto». A poco a poco, il cervello del marito ha cominciato a rimettersi in moto rispondendo alle sollecitazioni: com´è stato possibile?
La più grande scoperta della neurobiologia interpersonale è che il cervello non smette mai di modificarsi. Da Sofocle a Sigmund Freud e dintorni, concetti come il complesso di Edipo, si sa, sono diventati d´impiego popolare. Ma finora neuropsichiatri e psicanalisti cercavano appunto quel momento fondativo che ci avrebbe cambiati per sempre: cercando magari di modificarlo, con terapie o sublimazioni. L´alchimia neurale, sostiene invece la nuova scuola guidata da Dan Siegel dell´Università di Pasadena, continua per tutta la vita: soprattutto mentre forgiamo amicizie e scegliamo i nostri amori. «Il corpo», spiega ancora la Ackerman «ricorda quell´unicità sentita con mamma: e cerca il proprio equivalente adulto». Quell´unicità è la «sincronia tra la mente del bambino e la madre» che la scansione elettronica del cervello oggi ha permesso di fotografare. E che è la stessa sincronia registrata proprio tra gli innamorati.
Una verità che risulta evidente anche grazie al suo contrario. Naomi Einseberger dell´Università di California ha dimostrato che le aree del cervello che registrano il dolore fisico sono le stesse che si accendono quando l´amata o l´amato ci ha mollati. Anche qui, però, senza ridursi come i moscerini e attaccarci alla bottiglia, ci basterebbe ritrovare il tocco dell´amore. Gli esperimenti di James Coan, Università della Virginia, non lasciano dubbi. Questo crudele neuroscienziato ha sottoposto a piccoli elettroshock le caviglie di un gruppo di donne innamorate: quando alle signore veniva magnanimamente accordato di tenere l´amato per mano, beh, i neuroni diciamo così del dolore si illuminavano di meno. E gli esperimenti simili condotti alla Stony Brook University hanno dimostrato, per esempio, che il cervello si illumina di fronte all´immagine dell´amata così come si accende nei consumatori di cocaina.
Eccolo qui, ecco il colpo che ci accende, ecco il famoso "kick": che toccherà a noi, a questo punto, saper far durare un po´ di più che il tempo di una canzone.
Repubblica 30.3.12
Il nuovo libro di Vito Mancuso
La teologia della libertà
Perché la fede deve dialogare con il pensiero eretico
di Roberto Esposito
Il nuovo libro di Vito Mancuso sulla necessità del confronto all´interno della Chiesa
Un´idea non misurata alla prova dell´azione concreta, si ripiega su se stessa e poi si spegne
L´autore si impegna in un corpo a corpo con l´antagonista moderno del cristianesimo, vale a dire Nietzsche
C´è qualcosa, nell´ultimo libro di Vito Mancuso � edito da Fazi col titolo Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana � che va anche al di là delle sue tesi originali ed ardite. Si tratta di una forza emotiva, di un´energia viva, che coinvolge il lettore in una sfida cui risulta difficile sottrarsi. La posta in gioco è alta e decisiva per una tradizione, come la nostra, radicata nel dialogo critico con il cristianesimo. E ciò anche a prescindere dal punto di vista � religioso, laico o perfino ateo, dell´interlocutore. Nessuna di queste posizioni assume senso, d´altra parte, fuori dal rapporto, affermativo o negativo, con la questione di Dio. Più precisamente, con la relazione tra Cristo e la verità. Ma, perché essa diventi davvero la nostra questione � perché in essa ne vada della vita e della morte di ciascuno di noi, credenti o meno � bisogna che venga formulata nella sua modalità più radicale, a rischio di spezzare il guscio protettivo in cui tutti noi, cristiani e laici, custodiamo le nostre certezze. È questo l´obiettivo che da tempo Mancuso ha assegnato alla propria ricerca teologica, congiungendo il più inteso impegno spirituale alla massima libertà teoretica, secondo l´esigente richiesta di Giacomo (2, 12) «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà». L´elemento su cui va concentrata l´attenzione, in questa teologia della libertà, è proprio il nesso costitutivo tra parola ed azione. Un pensiero, non misurato alla prova dell´azione concreta, si ripiega su se stesso e si spegne. Ma anche un´azione che perda il rapporto con il pensiero è destinata a smarrire il proprio senso. È appunto quanto accade oggi alla Chiesa cattolica che, certo presente nella società dal punto di vista delle opere, appare sempre più incerta ed esitante su quello dei principî. Perché? � si chiede Mancuso. Cosa, quale peso gravoso, sembra trattenere la Chiesa di Roma sempre al di qua di se stessa, chiudendola alla comprensione del mondo che la circonda e così sottraendola alla propria missione evangelica? La risposta, netta fino all´asprezza, dell´autore è che si tratta del timore di confrontarsi con quella parte di sé, del suo passato ma anche del suo presente, che la trascina in basso, portandola a preferire alla parola di Cristo quella dei suoi persecutori � a rinnegarlo e a rinchiuderlo in una cella come fa il Grande Inquisitore di Dostoevskij.
Del resto la figura sinistra che compare ne I Fratelli Karamazov non è un´invenzione fantastica dello scrittore russo, se quel concentrato di superstizione e di orrore, istituito da Paolo III con il nome famigerato di Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione, solo nel 1965, alla conclusione del Concilio vaticano II, è potuto diventare l´odierna Congregazione della Dottrina della Fede. Ebbene, se il Cristianesimo non trova il coraggio di tornare su questa vergognosa macchina del sangue, che ha mortificato, tormentato, stritolato, letteralmente mandandola in cenere, l´intelligenza o la vita di un numero impressionante di uomini straordinari, come Hus e Serveto, Bruno e Galileo, se non fa questo passo decisivo nel proprio passato delirio di cui il papato stesso si è fatto per secoli garante, non sarà capace di ritrovare quella forza necessaria a riformarsi nel profondo. Non è solo questione di riparare torti, ormai irreparabili, rispetto a coloro che furono dichiarati eretici, ma di porre l´eresia al centro stesso della fede � come la linea di fuoco nei confronti della quale solamente il cristianesimo può ancora sperimentare la propria ispirazione e profondità. Solo se incorpora quella esigenza assoluta di verità � «La verità è avanti tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose», affermava Giordano Bruno �, scelta dagli eretici come propria ultima testimonianza, la fede potrà confrontarsi senza complessi con un mondo che sembra metterla ai margini anche per la sua mancanza di onestà intellettuale. Ma per conquistare questa estrema libertà interiore nella, e anche contro, la dottrina ufficiale, per abbattere quel generale dispositivo dell´obbedienza elevato da grandi e piccoli inquisitori, è necessaria una svolta senza compromessi nella stessa concezione della verità, di cui la Chiesa si ritiene depositaria al punto di aver voluto a lungo convertire ad essa, anche con la forza, coloro che la negavano. Da un lato essa va pensata non contro, ma attraverso la contraddizione che porta dentro, secondo la traduzione che una volta il cardinale Martini dette del motto Pro veritate adversa diligere � «essere contenti della contraddizione»; dall´altro va rimessa a contatto diretto con la vita, dal momento che «il pensiero, quando è vero, è pensiero della vita, e in ciò e perciò è pensiero di Dio» (Karl Barth). Non è la verità che può verificare la vita, ma la vita che verifica, di volta in volta, la verità. La quale non va pensata come un insieme di dottrine statiche e bloccate su se stesse, ma come un farsi dinamico che risponde alle domande della contemporaneità. Qui Mancuso si impegna in un vero corpo a corpo con il più grande antagonista moderno del cristianesimo, vale a dire quel Nietzsche che appunto alla vita riconduceva la realtà del pensiero. Ma con la differenza decisiva che mentre egli individuava nella potenza il significato stesso della vita, Mancuso, in conformità con il messaggio di Cristo, lo pone nel bene. Nulla come un passo di Simone Weil, vera fonte di ispirazione dell´autore, ne illumina il senso, allorché ella scrive che su questa terra non c´è altra forza che la forza, ma che anche la forza suprema deve sottostare a un limite cui la tradizione ha dato il nome impersonale di giustizia.
Sul carattere "impersonale" della giustizia può farsi una riflessione, che segnala, se non un punto cieco, un passaggio mancato, o almeno incompleto, del discorso di Mancuso. Si tratta del lessico personalista che egli � peraltro in buona compagnia (si veda in proposito il libro di Roberta De Monticelli La novità di ognuno. Persona e libertà, Garzanti) � adopera nella sua intera opera, senza accorgersi che è stato proprio attraverso di esso che, dai primi secoli cristiani, è stata elaborata quella teologia politica che pure contesta. Del resto nella sua originale ricerca filosofica sul significato dell´anima, richiamando l´intelletto attivo di cui parla Aristotele, Mancuso perviene a sfiorare la più eretica teoria di Averroé � altra vittima dell´intransigenza religiosa, in quel caso islamica � di un´intelligenza separata e impersonale. Solo in questo modo il bene può essere inteso come pura relazione che riguarda tutti, anziché come prerogativa di un singolo individuo. Nel punto forse più ispirato del suo libro, Mancuso scrive che la formulazione «In principio era il logos» può essere intesa non solo come «In principio era l´azione» (Goethe), ma anche come «In principio era la relazione» � l´essere in comune non ancora diviso, e discriminato, tra i vari soggetti personali. Del resto questa era anche la tesi di quel Sigieri di Brabante, citato dall´autore perché trucidato per le sue posizioni averroiste e posto invece nel Paradiso da Dante. D´altra parte perché fu condannato Bruno, se non per aver negato il concetto di persona, sia nell´uomo che in Dio, a favore del principio impersonale della vita infinita? Non c´è modo migliore di congedarsi da un libro, alto e forte, come quello di Mancuso che citando la sua autrice preferita: «Ciò che è sacro, ben lungi dall´essere la persona, è ciò che, in un essere umano, è impersonale (�) Ognuno di quelli che sono penetrati nella sfera dell´impersonale vi incontra una responsabilità verso tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro, non la persona, ma tutto ciò che la persona racchiude di fragili possibilità di passaggio nell´impersonale» (Simone Weil, La persona e il sacro).