sabato 14 gennaio 2012

il Fatto 14.1.12
Non staremo a guardare
di Paolo Flores d’Arcais


Quanto potrà durare la convivenza tra il governo “salva Italia” e la maggioranza parlamentare “salva camorra”? Qualche mese, ha stabilito lo sciagurato patto intercorso tra Bossi e Berlusconi: si vota tra maggio e giugno, io ti offro l’impunità per il tuo amico onorevole frequentatore dei “casalesi” e tu mi contraccambi non dando tempo a Maroni di organizzarsi per prendermi la Lega, questo in soldoni (è il caso di dirlo) il mercimonio tra i due Le Pen alla matriciana che da quasi un ventennio infestano il paese. En passant, un grazie di cuore agli altrettanto onorevoli deputati del partito di Pannella.
Che il governo Napolitano-Monti-Passera sia davvero il governo “salva Italia” è ovviamente tutto da dimostrare. Qui lo assumiamo per presupposto, e quando ci sarà da lottare contro le iniquità annunciate non staremo certo a guardare. Che la maggioranza parlamentare sia “salva camorra” è invece ormai conclamato, e anzi orgogliosamente, visto il carosello di applausi e felicitazioni che hanno salutato l’Impunito, prontamente invitato da Vespa come tronista del suo show di regime.
Quali siano le ragioni del vergognoso voto lo ha del resto confessato candidamente uno di loro: altrimenti quelli (sarebbero i magistrati!) ci vengono a prendere uno per uno! E perché mai? Solo chi ha commesso crimini parla così. Evidentemente i parlamentari “salva camorra” sanno quante illegalità hanno perpetrato, a cominciare dal loro boss Berlusconi. Noi possiamo solo immaginarlo, e puntualmente fantasia e satira si dimostrano inferiori alla realtà.
Dunque con ogni probabilità tra maggio e giugno si vota, poiché i patti scellerati sono quelli maggiormente rispettati, proprio da gente della risma dei due B, che le promesse agli elettori le valuta meno di certa carta. Le forze democratiche vogliono arrivarci di nuovo impreparate, e consentire così che si realizzi ciò che oggi sembra solo raccapricciante fantascienza, il ritorno al governo dei due, con le straripanti pulsioni fasciste a quel punto senza argini?
Perché si voterà con il sistema “Porcata”, inutile farsi illusioni. Con il quale i voti fuori dalle due coalizioni maggiori contano solo per partecipare alle spoglie della sconfitta. Dunque è necessario che nella coalizione repubblicano-costituzionale una parte cruciale la giochino una o più liste autonome di società civile, legate alle tematiche e alle passioni di dieci anni di lotte. E nessuna sirena centrista. Sarà bene lavorarci subito, discuterne fin da ora e operativamente su giornali e web, perché molto presto potrebbe già diventare troppo tardi.

il Fatto 14.1.12
La giustizia presa a sberle
di Gian Carlo Caselli


In Italia la Camera, per “salvare” dall’arresto un suo componente, prende a sberle la magistratura farfugliando di “fumus persecutionis” e altre amenità pur di rendere meno indigeste strategie che riducono la politica a baratto. In Italia la Camera, per “salvare” dall’arresto un suo componente, prende a sberle la magistratura farfugliando di “fumus persecutionis” e altre amenità pur di rendere meno indigeste strategie e alleanze che riducono la politica a mortificante baratto. Nello stesso tempo, a Londra, lord Phillips di Worth Matraves, presidente della Suprema Corte, ha stabilito che nella sua aula chiunque sarà libero di abbandonare gli antichi paramenti. Basta quindi con parrucche e forse anche con toghe e bavaglini di pizzo. La modernità contro una tradizione che risale al Seicento. Con la motivazione (così Andrea Malaguti su La Stampa) che “il processo va reso accessibile a chiunque”; – deve essere “un confronto tra uomini, non tra raffinati aristocratici scelti per rappresentare una plebaglia muta”.
NON PORTANO parrucche i deputati italiani che a maggioranza hanno “salvato” l’onorevole Cosentino e prima ancora avevano disinvoltamente approvato, tra l’altro, leggi “ad personam” finalizzate a sottrarre il processo al giudice naturale (legge Cirami), oppure ad allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione di un dibattimento (lodo Schifani). Ecco allora che anche senza una parrucca in testa si può essere “parrucconi”, cioè personaggi arroccati intorno ai propri privilegi, incapaci di corrispondere adeguatamente alla pretesa di equità e giustizia che i cittadini esprimono appellandosi al principio di legalità, della legge eguale per tutti. Finendo così per considerare i cittadini, invece che sovrani (la sovranità appartiene al popolo), appunto una “plebaglia muta”: da liquidare con stanchi ritornelli sui teoremi dei magistrati, sul loro accanimento persecutorio contro il politico di turno e via salmodiando all’infinito. Una politica, questa, che sembra amare il masochismo, perché non fa che gonfiare il discredito e la sfiducia che già dilagano nei suoi confronti. Si potrebbe persino essere tentati di chiedere ai parlamentari italiani di indossare proprio le bianche parrucche (rigorosamente di crine di cavallo) che in Inghilterra si vogliono abolire: per coerenza, vista l’atmosfera un po’ irreale e molto, molto vecchia (precostituzionale?) in cui certe decisioni della maggioranza della Camera vanno a incastonarsi. E chissà mai che le parrucche – per assurdo – non contribuiscano al recupero di alcuni valori.
PERCHÉ oggi è certamente roba da medioevo, ma storicamente quest’abbigliamento – a volte proprio con la sua ridondanza – ha avuto una funzione precisa: ricordare e riaffermare il noto paradosso del costituzionalista inglese, secondo cui l’esercito e la flotta dell’Inghilterra hanno una sola funzione, rendere possibile che il giudice emani le sue sentenze. Perché la legalità è il cemento della convivenza civile, è il freno a egoismi e onnipotenze, è il prevalere delle regole condivise. E con una parrucca in testa, forse, diventerebbe più difficile indulgere all’idea – terribilmente italiana – di una giustizia “à la carte” valida per gli altri ma mai per sé.

il Fatto 14.1.12
Il network che salva i casalesi
di Nando Dalla Chiesa


Ma è stato “solo” un istinto di casta quello che ha portato il Parlamento a sottrarre Nicola Cosentino alle leggi della Repubblica? A salvarne uno per completare il suicidio collettivo? Dietro, in realtà, c’è dell’altro. Ma è stato “solo” un istinto di casta quello che ha portato il Parlamento a sottrarre Nicola Cosentino alle leggi della Repubblica? A salvarne uno per completare il suicidio collettivo? Chi conosce un po’ storia e personaggi del Parlamento italiano sa quanto questo istinto sia potente. L’idea che domani possa capitare a me o a te, a qualcuno dei nostri. L’idea che la nostra dignità costituzionale ci ponga al di sopra delle leggi. L’idea che tutto questo si possa chiamare “garantismo”. Lo stesso a cui non per nulla si è appellata la Lega del cappio e di Roma ladrona. Ma dietro il caso Cosentino c’è altro. C’è la storia di lealtà e solidarietà che si radicano nelle fibre più intime del potere. Fibre invisibili, inconfessate. E forse, per iniziare a capire, conviene tornare a quella riunione segreta venuta a galla nel luglio del 2010 e che proiettò sull’Italia l’immagine di qualcosa di simile a una nuova P2; una P3, come si disse. In quella riunione a Roma si erano trovati in otto. Ripassiamo i nomi. C’era Denis Verdini, vero coordinatore del Pdl, referente della cricca dei costruttori. C’era Marcello Dell’Utri, ispiratore del progetto di Forza Italia e poi condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa.
C’ERA FLAVIO Carboni, uomo P2, con la sgradevolezza di essere stato condannato in primo grado (ma poi assolto) per l’omicidio del “banchiere di Dio” Roberto Calvi. C’era il governo, nella persona del magistrato e sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. C’era un altro esponente del ministero della Giustizia, nella persona di Arcibaldo Miller, capo degli ispettori ministeriali. Poi Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione e già presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Infine c’erano due signori campani sconosciuti alla quasi totalità dei cittadini italiani. Uno era Pasquale Lombardi, l’altro Arcangelo Martino. Il primo autonominatosi giudice tributario, in quanto membro di commissioni tributarie, ed ex sindaco di un paese irpino. Il secondo “imprenditore” e piuttosto anonimo ex assessore socialista. Che cosa accomunava i due? Essere stati tra gli sponsor più intransigenti della candidatura di Cosentino a presidente della Regione Campania. Bene. Che ci facevano insieme persone tanto diverse? Note e sconosciute, interne ed esterne alle istituzioni? Secondo quanto sostengono i carabinieri, si stavano occupando di due cose: a) pilotare nel verso giusto la sentenza della Corte costituzionale sul lodo Alfano; b) salvare la Mondadori dal suo spaventoso debito verso l’erario. Insomma, stavano lavorando per “Cesare”, come lo chiamavano, che sempre secondo i carabinieri era Silvio Berlusconi. Uno scenario inquietante: magistrati misti a personaggi che, direttamente o indirettamente, evocano comunque all’osservatore l’ombra, nell’ordine, della Cricca, di Cosa Nostra, della P2 e dei Casalesi. Tutti insieme per concordare come influenzare l’organo supremo della giurisdizione repubblicana. Ecco, i due sponsor di Cosentino fanno parte di quel ristrettissimo nucleo di persone che in quel momento (nemmeno due anni fa) rappresenta il potere politico vero, un gradino sotto Cesare. Ne spartiscono e ne custodiscono i segreti. È a queste stanze che bisogna andare per capire le ragioni del suicidio di una classe politica. Al network micidiale di poteri che opera a Roma all’ombra dei Palazzi istituzionali, con i quali ha frequentazioni continue (Lombardi era un vero accalappiatore di alti magistrati e consorti in convegni “scientifici” da officiare in località di lusso).
DI QUA gli ambienti più contigui alla sfera illegale del Paese. Di là una pletora di magistrati distaccati ai ministeri, consiglieri di Stato, magistrati Tar, che amministrano i poteri di governo assai più dei sottosegretari e di quasi tutti i ministri, unica eccezione quelli che possono incidere sulle loro carriere. Questi due mondi si incrociano di frequente, non tutti con tutti, si capisce. Non sempre per progettare o commettere reati, a volte solo, “innocentemente”, per sistemare un figlio o trovare una casa. Ma garantendo sempre la possibilità di passare facilmente da un estremo all’altro del network. Per capirsi: i Casalesi avranno anche dato un impulso formidabile alla fase della cosiddetta camorra-impresa, disseminando i loro capitali in attività economiche di ogni tipo in tutto il paese, da quelle immobiliari a quelle commerciali, e mescolandosi con ogni tipo di potere, accumulando un grande potere di ricatto. Ma è a quel network che bisogna andare. È quel luogo inafferrabile – abitato non dalle “multinazionali” ma da persone spesso mediocri e sconosciute – che unendosi allo spirito di casta ha rovesciato i pronostici salvando Cosentino. E ci ha consegnato questa terribile immagine dello Stato: carabinieri, polizia e magistrati (quelli regolarmente accusati dai colleghi del network di volere “far carriera”) che arrestano uno dopo l’altro tutti, ma proprio tutti, i capi dei Casalesi; e il Parlamento che mette in salvo il loro referente politico.

l’Unità 14.1.12
La furia dei militanti si sfoga al microfono
Continuano le proteste su Radio Padania e Radio Radicale dopo il voto che ha salvato dal carcere il coordinatore Pdl
di Natalia Lombardo


Radio Radicale è allenata alle libere maratone di liberi commenti senza rete alcuna che filtrasse i viscerali improperi degli ascoltatori indignati. La famosa «Radio parolaccia» che fu anche censurata dalle autorità di garanzia. Dopo il voto contrario all’arresto di Cosentino, l’etere si sta addensando per le telefonate di chi si non manda giù la fede garantista della Rosa nel pugno estesa al presunto camorrista. Anzi, sul profilo Facebook della radio la suddetta rosa si ritrova conficcata su un aggraziato lascito intestinale con la definizione «Radical shit». «A radicali...sti, fateve meno canne!», è uno dei commenti monotematici. E Mirko avvisa: «Troppo fumus fa male al cervello! Iconizzatevi che siete ridicoli...». Qualcuno crea un nuovo marchio: «Fumus padano». Realistico Pino: «Con questo voto vi siete persi l’occasione di mandare in onda le registrazioni del processo Cosentino».
Toni più torvi a Radio Padania, se non fosse che è ben più controllata e censoria. Tra le note del «Boss dei laghè», Davide Van der Sfroos, le telefonate sono accolte con una «buona Padania a tutti»; c’è chi rivede il vecchio neologismo sui «trinariciuti comunisti» (che non guasta mai per l’ottica “padanica”) trasformati da una signora in «trinariciuti capitalisti» in tempo di governo tecnico. Ma tra i vari «vergogna...» per il salvataggio del «terrone», i conti in Tanzania e la truffa delle CrediEuronord, entra in azione il conduttore sintonizzato sull’onda corta di Arcore: «Lei ce l’ha le prove?», della colpevolezza di Cosentino. «Be’, no...», risponde la povera donna, e allora... clik, «se si tratta solo di teoremi no, eh?!», conclude il conduttore che si dichiara «razzista». Il forum di Radio Padania Libera, infatti, è spento. Problemi tecnici, è la spiegazione, e sul sito si avvisa: mai esistito un profilo fb della radio. Della Lega esiste, così la rabbia si spande sul social network, dove Luterino Blissettoni moltiplica l’autore collettivo in un pattern di «mafiosi di m... Mafiosi di m...» all’infinito. Altro che Alberto da Giussano, per Gabriele «siete dei camorristi campani». Gli escrementi tirano, così la comparazione di Egidio: «Lega-Pdl=Montagna di m...». Argomenta meglio Silvio Brigante, che urla in due righe: «Anche le foglie degli alberi di Caserta sapevano che Cosentino era un affiliato dei casalesi...». Messaggi livorosi e il leit motiv razzista sbandierato sulla pagina fb della Lega che anche i più volenterosi non riescono a far togliere nonostante le denunce alla polizia postale: «Lega Nord Padania. Immigrati clandestini: Torturali! È legittima difesa».

l’Unità 14.1.12
Cgil, Cisl e Uil hanno definito il documento comune da portare al confronto con il governo
Elsa Fornero ha incontrato ieri Rete imprese Italia che chiede maggiore flessibilità
I sindacati per l’intesa «Ma l’articolo 18 resti fuori dal tavolo»
Raggiunta l’intesa tra i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil: «Noi siamo pronti, vediamo se anche il governo è pronto». L’assenza di eventuali modifiche all’articolo 18 è precondizione al confronto
di L.V.


MILANO Le premesse per un vero confronto sul mercato del lavoro ci sono tutte. Nella riunione conclusiva di ieri mattina, i segretari generali di
Cgil, Cisl e Uil hanno definito nei dettagli la piattaforma unitaria anticipata ieri sulle pagine di questo giornale con cui intendono presentarsi all’incontro con il governo sulla riforma del mercato del lavoro.
LA PIATTAFORMA DEI SINDACATI
Adesso la parola spetta al ministro Elsa Fornero e al premier Mario Monti che davanti a interlocutori uniti e desiderosi di entrare nel merito delle questioni con proprie proposte concrete dovranno dimostrare la reale volontà dell’esecutivo di pro-
cedere a modifiche legislative con il consenso delle parti sociali.
Il primo banco di prova, manco a dirlo, sarà l’assenza dai temi della discussione di qualsiasi modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che le tre confederazioni sindacali continuano a porre come precondizione necessaria al dialogo. A cominciare dallo stralcio della bozza sul decreto liberalizzazioni che innalzerebbe da 15 a 50 dipendenti la soglia per la sua applicazione nelle imprese in caso di fusioni. «Il tema dell’articolo 18 non è tra i problemi veri da affrontare al tavolo» hanno avvisato i leader sindacali. E se l’esecutivo ne farà «un totem» ideologico, una questione di principio, allora i rapporti con i sindacati «rischiano il black out».
«Abbiamo opinioni identiche » ha spiegato il leader Cisl, Raffaele Bonanni, al termine del vertice di ieri, a cui martedì prossimo seguirà la riunione unitaria delle segreterie confederali dalla quale scaturirà un documento comune su crescita, mercato del lavoro, ammortizzatori sociali e pensioni da presentare a Palazzo Chigi. «Noi siamo pronti, adesso vediamo se lo è la politica».
Anche il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, si è augurato da parte dell’esecutivo un percorso coerente con le intenzioni dichiarate, perché «non vorremmo scoprire che alla fine l’unica cosa fatta sarà il disastro sulle pensioni». Gli auspici sono tutti per «una discussione trasparente, con il coinvolgimento di tutti», anche in tempi rapidissimi, ma soprattutto «in totale trasparenza, senza usare la tecnica delle indiscrezioni e dei documenti anonimi, che poi vengono più o meno smentiti a seconda delle convenienze».
Suona ancor più chiaro l’avvertimento della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso: «Speriamo che il governo non voglia far fallire la trattativa prima di cominciare» e, a tal fine, «che la bozza che sta circolando in questi giorni, contenente anche un riferimento all’articolo 18, non sia confermata». Una trattativa, comunque, che Corso d’Italia non vuole preventivamente limitata nel merito: «Non vogliamo discutere solo del mercato del lavoro, ma anche di crescita e sviluppo», temi su cui il fronte sindacale si presenterà con «un’agenda condivisa».
GLI INCONTRI DEL MINISTRO
Intanto, non si fermano gli incontri preventivi del ministro del Welfare, Elsa Fornero, con le diverse parti sociali in vista della fase decisionale del confronto. Ieri è stata la volta dell’Associazione banche italiane, delle associazioni imprenditoriali di Rete imprese Italia, e delle Acli.
Al termine di un faccia a faccia durato un’ora e mezza, il primo ufficiale con il nuovo esecutivo, il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, ha presentato al ministro l’esperienza del comparto bancario e assicurativo nel mercato del lavoro: «Il nostro settore ha infatti sperimentato, prima di altri, le soluzioni esaminate nell’ambito della riforma che il ministero si appresta a studiare».
Soddisfatto anche il presidente di Rete imprese Italia, Marco Venturi, secondo cui il confronto sulla riforma del mercato del lavoro «può e deve andare a buon fine, perché l’Italia in questa situazione di difficoltà ha bisogno di mettere tutti i tasselli a posto». In particolare, «abbiamo posto al centro i problemi del lavoro legati alle Pmi, ci vogliono quelle condizioni di flessibilità e opportunità per avere più occupazione nel Paese». Al proposito, anche la modifica circolata in questi giorni all’articolo 18 «può essere un’opportunità per favorire l’aggregazione, la capacità concorrenziale e la crescita dimensionale, quindi noi la giudichiamo positivamente».
Nei prossimi giorni, invece, il ministro Fornero proseguirà le consultazioni sulla riforma del mercato del lavoro con il mondo delle cooperative. Per lunedì pomeriggio sono stati infatti convocati i rappresentanti dell’Alleanza nazionale delle cooperative (che associa Confcooperative, Legacoop e Agci).

l’Unità 14.1.12
Cento giornali a rischio Appello a Monti in difesa del pluralismo


La Federazione della Stampa chiede al premier di intervenire subito
sul Fondo dell’editoria per evitare la chiusura di oltre un centinaio di testate
Pubblichiamo il testo dell’appello al presidente del Consiglio, Mario Monti, che oggi sarà pubblicato da oltre cento giornali in crisi per i tagli al Fondo per l’editoria

Ci troviamo costretti ad appellarci a Lei per segnalare la drammatica necessità di risposte urgenti per l’emergenza di un settore dell’editoria rappresentativa del pluralismo dell’informazione, un bene prezioso di cui si ha percezione solo quando viene a mancare.
Alla data di oggi, infatti, queste aziende non sono in grado di programmare la propria attività, rischiano di dover a fine mese sospendere le pubblicazioni e anzi alcune hanno già chiuso i battenti. Si tratta dei giornali gestiti in cooperative espressioni di idee, di filoni culturali politici, voci di minoranze linguistiche, di comunità italiane all’estero, no profit per i quali esiste il sostegno previsto dalla legge per le testate non meramente commerciali, ma per le quali oggi non ci sono garanzie sulle risorse disponibili effettivamente per il 2012. C’è inoltre un’urgenza nell’urgenza: la definizione delle pratiche ancora in istruttoria per la liquidazione dei contributi relativi all’esercizio 2010 che riguarda una trentina di piccole imprese.
In assenza di atti certi su questi due punti sta diventando pressoché impossibile andare avanti, mancando persino gli elementi per l’accesso documentario al credito bancario. Nell’ancora breve, ma intensa, attività del Suo Governo, non è mancata occasione per prendere atto della domanda di garanzie per il pluralismo dell’informazione, anche nella fase di transizione verso il nuovo quadro di interventi previsto a partire dal 2014. Siamo decisamente impegnati a sostenere una riforma. Col Sottosegretario in carica fino a pochi giorni fa, Professor Carlo Malinconico, era stato avviato un percorso di valutazione delle possibili linee di iniziative. È indispensabile riprendere questo dossier al più presto.
Il nostro è un vero Sos che riguarda sia le procedure amministrative in corso, da sbloccare, sia la dotazione definitiva per l’editoria durante il 2012.
Il Governo ha già preso atto dell’insufficienza dello stanziamento risultante da precedenti manovre sulla spesa pubblica e ha, perciò, condiviso una norma, approvata dal Parlamento, che include l’editoria tra i soggetti beneficiari del cosiddetto “Fondo Letta” della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’integrazione di questa somma con un prelievo (cifra ancora indeterminata). Ritenevamo e riteniamo che il provvedimento sulle “Proroghe”, divenuto frattanto “proroghe”, possa e debba contenere le misure opportune per stabilire l’impegno finanziario dello Stato durante il 2012. Siamo dell’avviso che sia indispensabile la destinazione da tale Fondo di una somma non inferiore a 100 milioni di euro, al fine di assicurare alle testate del pluralismo dell’informazione non meramente commerciale le condizioni minime di sopravvivenza, nelle more di un riordino del sistema di interventi per il quale ci sentiamo solidamente impegnati.
Si tratterebbe di operare in una linea di equità, analogamente a quanto già fatto dal governo per Radio Radicale, verso l’indispensabile costruzione di un nuovo e più chiaro modello di intervento.
Condividiamo nettamente l’idea che i contributi debbano sempre più essere misurati sulla base dell’impiego dei giornalisti e dell’effettiva diffusione delle testate e che sia davvero “impensabile eliminare completamente i contributi che sono il lievito di quella informazione pluralistica che è vitale per il Paese”, come Ella ha recentemente dichiarato in sintonia con una risposta che il Capo dello Stato diede tre mesi fa a un appello dei direttori dei giornali.
Grati per l’attenzione d’intesa con Fnsi, Sindacati dei lavoratori, Associazioni di Cooperative del settore (come Mediacoop, Fisc e Federcultura/Confcooperative), giornali di idee, no profit, degli italiani all’estero, delle minoranze linguistiche Articolo21, e Comitato per la Libertà dell’informazione vogliamo aver fiducia che una puntuale e tempestiva risposta eviti la chiusura di molte delle nostre testate e la perdita di migliaia di posti di lavoro tra giornalisti e lavoratori del nostro sistema e dell’indotto. Se i nostri cento giornali dovessero chiudere nessuna riforma dell’editoria avrebbe, ovviamente, più senso.

Corriere della Sera 14.1.12
Schmitt, l'elogio dell'applauso
La «teoria dell'acclamazione» nazista contro la democrazia borghese
di Giuseppe Bedeschi


A Norimberga Carl Schmitt venne processato per il suo passato nazista: infatti, benché fosse caduto in disgrazia nel 1936 (a causa di un duro attacco sferratogli dalla rivista delle SS che gli rinfacciava la sua collaborazione con von Papen nel 1932), egli era stato una delle personalità culturali più prestigiose che avevano aderito al regime hitleriano. Era stato presidente dell'associazione dei giuristi nazionalsocialisti; aveva avallato con la sua autorità imprese efferate, come la «notte dei lunghi coltelli» del 30 giugno 1934 («l'azione del Führer — affermò allora — è stata un atto di autentica giurisdizione. Essa non sottostà alla giustizia, ma è essa stessa giustizia suprema»). Dal tribunale di Norimberga Schmitt venne prosciolto, ma fu dichiarato «persona non grata» nell'ambito delle istituzioni accademiche.
E tuttavia, benché messo al bando per il suo passato nazista, Schmitt continuò a esercitare un fascino notevole su personalità eminenti della cultura europea. Basti pensare a Raymond Aron — che stava certo agli antipodi, sia sul piano dottrinale sia su quello politico, del pensatore tedesco — il quale in una pagina delle sue Memorie (1983) ricordò di averlo conosciuto personalmente, di avere intrattenuto con lui rapporti epistolari, e poi ne diede questa ammirata caratterizzazione: «All'epoca della repubblica di Weimar Carl Schmitt era stato un giurista di eccezionale talento, riconosciuto da tutti. Appartiene tuttora alla grande scuola dei sapienti tedeschi, che vanno oltre la propria specializzazione, abbracciano tutti i problemi della società e della politica e possono definirsi filosofi, come, a suo modo, lo fu Max Weber». Aron aggiunse che «uomo di alta cultura, Schmitt non poteva essere un hitleriano e non lo fu mai». Affermazione certo azzardata, questa di Aron, eppure in un certo senso vera, in quanto il filosofo tedesco aveva maturato il proprio pensiero molto prima che il nazionalsocialismo conquistasse il potere in Germania. Ma è altrettanto vero che la sua adesione al partito di Hitler, lungi dall'essere opportunistica (come alcuni hanno sostenuto), era pienamente coerente coi motivi più profondi della sua riflessione.
Tale riflessione era maturata nella repubblica di Weimar, travagliata dalle discordie dei partiti, dall'aspro contrasto degli interessi, dalle spinte centrifughe, dalle minacce rivoluzionarie e «golpiste» (nel 1919 ci fu un tentativo di rivoluzione comunista, represso nel sangue; nel 1920 il Putsch di destra di Kapp, nel 1923 il fallito tentativo di colpo di Stato di Hitler). A questa situazione di sfacelo, tremendamente aggravata dalla crisi economica, che minacciava l'esistenza della nazione tedesca, Schmitt opponeva il suo concetto di popolo inteso come comunità coesa e organica (Gemeinschaft), che deve unificare completamente gli individui, e che è la base della «vera» democrazia. La quale non può essere confusa con la democrazia liberale, e con quella sua espressione caratteristica che è il parlamentarismo. Il liberalismo infatti si fonda, secondo Schmitt, sull'individuo isolato, sul privato egoista, dedito solo ai propri interessi. Ciò si vede anche, egli dice, nella procedura elettorale introdotta dal liberalismo, in cui il singolo esprime il proprio voto in una cabina, in una situazione di segretezza e di completo isolamento: sicché, proprio nel momento in cui si chiede al privato di diventare cittadino e di esercitare, col voto, una funzione pubblica, lo si relega nel suo ruolo di privato, di «borghese». (Questa critica ha avuto molta fortuna a sinistra: essa ritorna, nella sostanza, nella Critique de la raison dialectique di Sartre). Il risultato di tutto ciò è una maggioranza «puramente aritmetica», cioè nulla di coerente e nulla di stabile. La vera democrazia, per Schmitt, è tutt'altro. Essa deve essere espressione autentica della volontà del popolo, la quale si manifesta nel modo più alto attraverso l'«acclamazione». «La forma naturale dell'immediata espressione del volere di un popolo — egli dice — è la voce che consente o che rifiuta della folla riunita, l'acclamazione». Attraverso il proprio «grido» (Zuruf) il popolo approva o disapprova, acclama un Führer, si identifica con lui. Grazie a questa investitura popolare del Führer, il regime nazionalsocialista era una vera democrazia, in quanto poggiava sulla sostanza del popolo tedesco, sulla unità della sua stirpe.
Un altro importante filone della riflessione filosofica di Schmitt è stato quello della «teologia politica»: un'espressione con la quale il filosofo tedesco intendeva dire che per un verso i concetti politici derivano da quelli teologici, e per un altro verso presentano una analogia strutturale con essi. «Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l'onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. Solo con la consapevolezza di questa situazione di analogia si può comprendere lo sviluppo subito dalle idee della filosofia dello Stato negli ultimi secoli». A questa idea schmittiana di «secolarizzazione» sono state mosse molte critiche. Hans Blumenberg ha obiettato che essa delegittima la modernità, e quindi non è in grado di capire lo sforzo di autofondazione che è proprio della politica moderna.
Esce ora in edizione italiana, presso Laterza, un libro che raccoglie tutta la discussione fra Blumenberg e Schmitt (L'enigma della modernità. Epistolario 1971-1978 e altri materiali, pagine 227, 20): una discussione profonda, in cui due grandi personalità, con una storia filosofica e politica completamente diversa l'una dall'altra, si misurano, con tolleranza e al tempo stesso con tormentata passione, sul futuro spirituale dell'Europa e, più in generale, del mondo moderno.

La Stampa 14.1.12
Nel Niger di Al Qaeda la tratta delle donne è il business dei tuareg
Gheddafi pagava bene i clandestini come “merce” per invadere l’Europa Ora Tripoli li ricaccia indietro. Ma i viaggi nel deserto del Sahel continuano
di Domenico Quirico

inviato a Agadez, Niger

Dieci km per un secchio d’acqua La scarsità di pozzi è uno dei problemi più gravi del Niger, settimo nella classifica dei Paesi più poveri del mondo. L’approvvigionamento di acqua è compito delle donne
Crocevia Agadez Preghiera del venerdì: i fedeli sono così tanti che neppure la Grande Moschea li contiene tutti. Città un tempo fiorente, ora in crisi per la guerriglia tuareg, Agadez è uno snodo del traffico legale e illegale
3.000 chilometri È la fascia del Sahel, il deserto che va dall’Oceano Atlantico al Corno d’Africa attraversando gli Stati dell’Africa Centro Settentrionale
I nomadi guerrieri Dopo la decolonizzazione le terre abitate dai tuareg sono passate sotto Stati diversi: di qui la lotta armata per l’indipendenza e l’autodeterminazione politica e culturale

1,7 milioni. È la stima dei tuareg che vivono in Niger, lo Stato dove sono più numerosi In tutto il Nord Africa sono circa 5 milioni"
1.594 morti. Secondo «Fortress Europe», questo è il numero minimo di vittime del passaggio clandestino verso Nord negli ultimi dieci anni"
11 ostaggi europei. Nelle mani di Al Qaeda ci sono attualmente cinque francesi, tre spagnoli, un olandese, uno svedese e la cooperante italiana Rossella Urru, rapita in Algeria il 23 ottobre In Niger il sequestro è diventato un’industria con un suo tariffario Al Qaeda «compra» gli ostaggi dai sequestratori: i più cari sono i francesi, il popolo più odiato

Alassan è un tuareg. Vede nel deserto cose che a me sfuggono, un filo di polvere nell’orizzonte che trema per la calura, pick-up che si muovono nella solitudine in cui i nostri occhi le hanno perdute, la luna che si leva quando il sole è ancora alto e chiaro. Alassan è musulmano, certo, crede in Allah, ma senza impegnarsi; il suo vero Dio è il vento, Adhou, che si leva ogni giorno preciso a metà mattinata e agita le tende con un rumore di vele di nave e niente lo ferma.
Alassan si farà seppellire nel sudario tessuto a maglie larghe perché la sab- Abia vi penetri e lo avvolga in un abbraccio. Ma non vive più nell’immensità delle sabbie, seguendo le vaghe tracce che lasciano a forza di secoli i rari passaggi degli uomini e delle bestie, o nella serie di tavole ciclopiche dell’Air, le sue colate di lava nera. Le «amministrazioni» hanno cambiato la vita di questi eterni raminghi: con le frontiere che hanno incatenato il deserto, e poi le siccità spaventose, nel 1963 e poi nel 1973 e ancora ogni dieci anni, come una maledizione, che fa piangere per la sete, asciuga pozzi millenari, uccide il bestiame e li ricaccia verso il Niger, le terre dei neri, che li considerano parassiti e terroristi e sperano che il deserto, un giorno li inghiotta.
Alassan vive ad Agadez, «la città» per i tuareg, sotto il minareto di sabbia, irto di travi, vecchio di cinquecento anni. Ma gli resta una malinconia lontana, un rimpianto di essere venuto, una tentazione di fuggire: «La città è un recinto». Anche il deserto non gli piace più, ne diffida, gli fa paura. Le piste a Nord verso Tamanrasset e a Est verso il Fezzan libico e l’immenso Ténéré, il deserto dei deserti, dove le dune sono alte tre metri e ti puoi perdere come in un labirinto, ma sono sempre state attraversate da traffici, il sale, l’oro, e poi ribelli, missionari di fedi spesso feroci.
Il secondo Jihad
Oggi però il deserto sta diventando sporco, losco, inquieto. Ci passano commerci sudici, droga, armi, uomini e donne resi schiavi della miseria e del bisogno; e poi scivolano tra le pietre e la sabbia marabutti di fanatismi nuovi di zecca e implacabili ben più di quelli che propagandava Telli, il marabuttostregone che teneva al collo, amuleto potentissimo, la mano secca del fratello che lui stesso aveva ucciso.
Il Sahel, i suoi silenzi inauditi, è la retrovia delle rivoluzioni arabe che sfrigolano laggiù, sul mare, e sembrano ritirate nel fondo di inapprezzabili lontananze. Invece in questa fascia di sabbia e di roccia che va dalla Mauretania al Ciad, tremila chilometri al di là di ogni proporzione umana, sino a spaventose vertigini, al Qaeda prepara il nuovo terreno di lotta, il secondo Jihad. Un altro Afghanistan, stavolta non remoto e inutile tra le montagne dell’Asia centrale; ma a un passo dall’Europa, nelle sabbie gonfie di petrolio, di uranio, d’oro.
Non ce ne siamo accorti. Queste sono terre già vietate a noi occidentali, non possiamo più venire qui, gli unici che puoi incontrare sono impegnati nella lotta al terrorismo o sono scortati dai militari. Il sequestro è diventato una industria: con le tariffe. «Tu sei italiano, vali poco – sogghignano soppesandoti con degnazione in un bar di Agadez -. Sono i francesi che rendono molto, al Qaeda li odia e li paga più degli americani». Ad Agadez arrivavano, un tempo, due aerei di turisti la settimana da Parigi per cercare nel deserto una specie di ebbrezza e di brivido della solitudine. Poi, dal 2007, quando divampò l’ultima rivolta dei tuareg e poi con l’irruzione di «Aqmi», al Qaeda del Maghreb, (la chiamano «l’insicurezza» con pudore) più nessuno.
All’hotel, nel palazzo che fu costruito in una settimana per accogliere il Garibaldi dei nomadi, Kaossen, venuto a cacciare i francesi mentre l’Europa distratta si suicidava nella Grande guerra, sono l’unico cliente, nel bar il cartello che suggerisce di «non mettere i piedi sui tavoli» predica nel vuoto. Anche le case, i negozi, come fossero morte di una millenaria vecchiaia, come il palazzo di fango secco dove vive il sultano, antico come la città, che ci riceve con gli occhi cisposi. E i suoi dignitari, grassi, accorati, rimpiangono i tempi i cui si riempivano le tasche favorendo le «udienze».
Le reti del terrorismo-mafia
Al Qaeda, maestra di trasformismi, si è insinuata nella vita del deserto, ne fa parte, si mescola ai suoi traffici, si confonde, eccita le rabbie dei tuareg vittime del colonialismo «interno» dei neri, propone jihad che attraggono genti che vogliono ascoltare. Qui il modello di Bin Laden, una Rete mondiale del terrore, è già dimenticato. Lavora e funziona e prospera un terrorismo-mafia, abilissimo ad allearsi a quelle che già esistono, a usarle per poi convertirle, con intelligenza carnivora, da uomini che vivono dell’uomo. Gli emiri delle «katibe» sahariane sono briganti che gridano la loro fede in dio e intanto reclutano non dei devoti alla guerra santa ma dei complici. E questi complici li cercano tra i tuareg.
Per leggere questa mutazione bisogna eludere i controlli militari, salire sulle montagne dell’Air, attendere nella polvere infinita delle piste. E qui, sotto un gigantesco vano di pietra, mentre sulle nostre teste i graniti a strapiombo e minacciosi si intingono ancora di sole, incontriamo «Papà», con i suoi camion. È «un agente di viaggio», ma nei cassoni di questi immensi Mercedes non trasporta terra o derrate, vi getta dentro uomini, porta i loro corpi stremati, le loro inutili speranze.
La via della droga
«Papà» ha vissuto vent’anni in Libia e ricorda i tempi di Bengasi con occhi lucidi di nostalgia. Un giorno la brusca polizia di Gheddafi arrivò, per arrestarlo. Delle ragioni lui parla malvolentieri: «Sai, quello era un Paese strano, un giorno ti salutavano e quello dopo ti mettevano le manette... ». In realtà «Papà» era a capo di una efficiente via della droga, faceva baiocchi e viaggiava con due auto gonfie di guardie del corpo. Lo condannarono a morte, quei despoti bizzosi, lui e altri 44 nigeriani del traffico. C’era scritta la pena sulla sentenza, non la data della condanna: così al mattino arrivano per portare uno dei condannati all’esecuzione e non sapevi quando sarebbe stato il tuo turno.
Soci in affari
«Papà» era l’ultimo, quando la rivolta contro il Colonnello aprì le porte della prigione, potè tornare ad Agadez. Portare i clandestini dell’Africa nera verso la Libia e l’Europa, prima lo faceva quando tornava in vacanza, per arrotondare. Ora è il suo lavoro, li preleva in Nigeria, Ghana, Senegal, Gambia e li trasferisce in Libia, ottanta per ogni camion, più di due terzi sono donne. «Papà» ha dei soci, sono i poliziotti del Niger e si fanno pagar cari.
Quando i camion arrivano ad Agadez, che è l’ultima tappa, versa diecimila franchi CFA a persona e altri duemila quando superano la barriera di uscita. Vuole portarci assolutamente a vedere le case in cui li nasconde in città, con l’orgoglio dell’industriale che mostra la fabbrica che lavora e fa buoni affari.
Entriamo, il volto nascosto dal turbante dei tuareg, l’ordine di non parlare: io sono un arabo interessato a controllare la merce.
Nei tuguri dell’attesa
In un fetore incredibile, dentro buie stanze di fango secco spuntano grandi occhi terrorizzati di ragazze ammucchiate come bestie, tutto il dolore sembra inabissarsi in quegli occhi, nel loro velluto nero e profondo. Fuori nel cortile, dove troneggia una immensa antenna, tra mucchi di rifiuti e rachitici cani famelici, una sudicia «madama» mescola in un pentolone una orrenda brodaglia per sfamare «le candidate all’esodo». I pochi clandestini maschi, unti e lerci, sono in strada, venditori di pubblicazioni oscene rubano loro gli ultimi soldi: «Non lo sanno ma i Libia i neri non valgono niente, sono spazzatura... ».
«Papà» ricorda con gioia i tempi della guerra in Libia: allora arrivavano gli emissari di Gheddafi, pagavano loro per prendere i clandestini, e li caricavano sui pick up per portarli via. Ne volevano migliaia, sempre di più, perché il Colonnello aveva promesso di seppellire di neri l’Europa: «Così prendevamo i soldi da due parti, dai libici e dai clandestini». Ma la fine della guerra ha portato nuovi problemi: il nuovo regime blocca le partenze, ricaccia indietro i clandestini. «Non lo riveliamo a questi forsennati, in fondo vogliono andare ad ogni costo – si sfoga incagnato -. Tornano a Agadez e vogliono essere rimborsati. Non li faccio incontrare con gli altri che salgono da Sud e così non scoprono la verità. Sono buono io, i soldi non li restituisco, ma pago loro il biglietto con il bus per tornare a casa, sono bravo, no? ».
L’ignobile inganno
Quelli che tornano: in Libia i trafficanti che li caricavano per portarli sulla costa, ora nel deserto della Sirte li fanno scendere, senza acqua, senza cibo, dietro una duna. «Camminate, dall’altra parte c’ è un villaggio dove vi attendono altri camion». E partono. Dietro la duna non c’è nulla.
Quello di «Papà» è un «businéss» di poveri, troppe le mazzette da pagare ai poliziotti, a ogni controllo, a ogni frontiera. Al Qaeda si tiene ai margini. Il «businéss», con cui è diventata ricca, è la droga.
(1. segue)

La Stampa TuttoLibri 14.1.12
Verrà la morte, nessuno si illuda
Un viaggio nel tempo con il filosofo Curi, da Prometeo a Kafka, da Eschilo a Rilke, da Euridice a Machado
di Augusto Romano


Mito Le strategie che l’uomo ha elaborato via via per sottrarsi al timore della sparizione
Umberto Curi VIA DI QUA Bollati Boringhieri pp. 236, 16,50
«Il calice del mistero», di Odilon Redon (1890)

Non siamo più abituati a parlare della morte. La società attuale l’ha resa indecente. Pensare che F. Kafka scrisse: «Uno dei primi segni che cominciamo a capire è che non ci vergogniamo più di dover morire». Invece oggi moribondi e morti sono tenuti nascosti. Giovinezza, salute, bellezza, seduzione vengono esaltati come valori assoluti, ma nessuno pensa che la morte e il suo alleato, il tempo, li ha in suo potere e lentamente li consuma. Il punto è che la cultura corrente ha operato una netta divaricazione tra morte e vita, considerandoli come termini opposti e inconciliabili, non diversamente da come tradizionalmente si dice del bene e del male. Cosicché sembra davvero che pochi si rendano conto di ciò che pure è sotto gli occhi di tutti: che vita e morte sono stretti in un unico plesso e che, senza la morte, la vita stessa sarebbe inconcepibile.
In questo libro denso e affascinante ma di grande chiarezza il filosofo Umberto Curi esplora l’universo mitico (fra i mitografi porremo anche filosofi e poeti) per illustrare le strategie che sin dall’antichità l'uomo ha elaborato per sottrarsi al timore della morte, mostrando come esse siano destinate all'insuccesso. Il mito di Prometeo è quello che meglio ci persuade dell’esito tragico di ogni progetto negazionista. Acclamato come promotore dello sviluppo della civiltà, in realtà il senso dell’azione prometeica è svelato da lui stesso quando, nella tragedia di Eschilo, afferma: «Ho posto in loro [negli uomini, nda] cieche speranze». Le cieche speranze riguardano il progresso generato dalla tecnica che, inducendo gli uomini a distrarsi volgendo altrove lo sguardo, promette a «queste larve di sogni» che noi siamo di dimenticare la morte. Prometeo sarà punito per il suo progetto eversore dell’ordine del cosmo, e soltanto dopo una lunga sofferenza imparerà ad amare la morte, che pone fine alle umane sciagure.
Spostarsi da un atteggiamento dissociativo a uno comprensivo significa accedere al modo simbolico, cioè a quel dispositivo psichico che permette di tenere insieme gli opposti. Così è dell’unità di morte e vita. La produzione di simboli potrebbe essere definita come il risultato, o la prefigurazione, di una ambivalenza vissuta e accettata, e il simbolo stesso come l'immagine di una pienezza non placata. Il simbolo non dà ricette, non prescrive, non significa niente se non la propria scandalosa paradossalità, e così istituisce una tensione in cui trovano posto la sua capacità di stimolare interpretazioniinesauribili e profonde emozioni, e il suo additare un'oscura verità non altrimenti dicibile. I sogni dei moribondi sono popolati di figure che nella loro irriducibile ambiguità sono fortemente simboliche. Immaginate la vecchia con la falce che improvvisamente si trasforma in una fanciulla misteriosa, con gli occhi colore del cielo, che procede danzando. I poeti non si stupirebbero. Rilke, che più di ogni altro ha messo in evidenza il legame organico di morte e vita («… potremmo mai essere noi, senza i morti? »), popola i suoi versi di serene figure di donne conquistate dalla morte. Euridice, che segue a malincuore Orfeo nell’impossibile ritorno alla luce. Non vi è in lei più alcun attaccamento alla vita: «il suo essere morta la riempiva come una pienezza», come un grembo che prepari la nascita. Euridice finalmente sa osserva Curi - «che la morte può donare una pienezza che neppure la vita è in grado di conferire».
Machado cantava: «…Nulla giammai sapremo / da arcano mar veniamo, a ignoto mare andremo…». Noi non sapremo mai se la morte è una fine o un transito. E naturalmente gli spiriti forti diranno che ogni elaborazione mitica non è altro che una fantasia di compensazione. Cosa importa? Il mito è qui con noi, e continua a commuoverci, senza per questo annullare la nostra umana sofferenza. Ha scritto Kafka: «Tutte queste similitudini dicono soltanto che l'Inconcepibile è inconcepibile». E' però anche vero che talvolta «la retorica persuade la necessità». Attraverso gli innumerevoli discorsi, i sogni, le metafore, i miti, i versi dei poeti noi ci prendiamo cura pazientemente, senza eroiche (o vili) illusioni, della nostra morte, ci familiarizziamo (mai abbastanza) con questa sconosciuta che continuamente ci viene incontro.

La Stampa TuttoLibri 14.1.12
Bonino, lo zibaldone della politica
di Jacopo Iacoboni


Libro-intervista Amicizie, battaglie referendarie l’orrida cucina di Pannella e le galanterie di Cossiga
Emma Bonino, Giovanna Casadio  I DOVERI DELLA LIBERTÀ Laterza, pp. 157, 12

Sarà magari scorretto ma è troppo forte, irresistibile, la tentazione di leggere queste pagine di Emma Bonino anche come un grande zibaldone, trentacinque anni di politica italiana; e osservati da un punto di vista non esattamente marginale. Sì, perché il libro di Emma Bonino (I doveri della libertà, a cura di Giovanna Casadio, per Laterza), tutto è tranne che il convenzionale libro-intervista di un politico, e dentro vi si ritrovano non Berlusconi D’Alema e Veltroni (tantomeno Papa e Cosentino), ma Pasolini, Sciascia, Pertini, Cossiga, ovviamente Pannella...
Naturalmente ci sono le mille battaglie dei radicali, i referendum, l’aborto (e il ricordo doloroso di un episodio autobiografico che però fu quello che la introdusse alla politica), il divorzio, lo stato di diritto negato, i casi Coscioni e Welby, il ruolo e il corpo delle donne; ed è nella consueta onestà stile-Bonino che si sostiene una tesi non proprio diffusissima, nella sinistra italiana (i radicali lo sono, sissignore): «Chi attribuisce la deformazione della nostra democrazia a un Silvio Berlusconi artefice di tutti i mali, innocentizza tutti gli altri. Anzi, fa un’analisi in definitiva autoassolutoria. Berlusconi è il risultato di ciò che va sotto il nome di Mani Pulite»; un insieme di passaggi che fanno parte, dice Bonino, della «fine dello stato di diritto».
E tuttavia è questo carattere di Zibaldone che rende poi alcune di queste pagine così gustose, imperdibili per i cultori del genere. La sfilata di idee incarnate in personaggi, vita, biopolitica, avrebbe detto Foucault.
C’è Pannella, al quale il libro è dedicato (il legame tra i due non s’è mai rotto, nonostante mille battaglie e anche diverbi), e il racconto della loro conoscenza, «ricordo la prima volta a casa di Marco, quando ci offrì pasta cotta nell’acqua dove aveva gettato anche due panetti di burro; da allora preferisco evitare la sua cucina». C’è Sciascia, collega all’Europarlamento nel ‘79, «che andavo a prendere quando arrivava all’alba con il treno alla stazione di Strasburgo, e che era talmente riservato da non accettare neanche un abbraccio». C’è Pasolini, e il testamento che scrisse per i radicali nel ‘75, molto meno ricordato degli scritti sui comunisti, ma i radicali sono sempre stati un cugino povero, anche nelle ricostruzioni iconografiche, nella sinistra all’italiana. C’è lo Stato incarnato da Cossiga (con o senza cappa), che quando Emma tiene alla Camera il suo primo discorso («ero emozionatissima»), alla fine che fa? Manda un biglietto da masculo, «lei oggi è proprio elegante»... «Mi sentii umiliata: parlava una donna, e dunque poco importava cosa avesse detto». C’è la lunga lotta contro un’Italia ancora assai bacchettona - quando Emma si presenta il primo giorno alla Camera in jeans e zoccoli, Ingrao la rimbrotta, ma lei ora dice «non volevo dissacrare, non avevo capito dove mi trovassi»; e Pertini, bonario, le manda la foto con dedica di lei in zoccoli, «al monello del Parlamento»...
È tutto andato, naturalmente, Adele Faccio e la Aglietta, Spadaccia e Cicciomessere, persino certa autoindulgenza per alleanze opportunistiche con Berlusconi (nel 1994), o tentativi (subito abortiti) di dialogo col diavolo, come nel 2000. Restano i radicali. Sciascia lo disse a Emma, «siete come una candela. Quando tutte le lampade sono accese, non solo non si vede ma è anche inutile. Però al primo cortocircuito la candela sarà indispensabile», e oggi in effetti è come se fossimo un po’ tutti al buio.
Emma Bonino sarà oggi, alle 16, al Circolo dei lettori (Via Bogino 9, Torino). Intervengono Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Mario Calabresi, direttore «La Stampa», Luciana Littizzetto, Giovanna Casadio, Antonella Parigi

Repubblica 14.1.12
L’utopia frugale
La sfida di Latouche "Così si può costruire una società solidale"
di Marino Niola


Il teorico della decrescita felice ha appena pubblicato un nuovo saggio. Dove spiega come siano possibili modelli di vita alternativi
"Stiamo finendo le risorse naturali e dobbiamo porci il problema. Le vecchie teorie non servono più: occorre ripensare a tutto il sistema"
"Non sono per l´austerità: vorrei riuscire a sottrarre l´ecologia a chi la sta trasformando in una serie di tesi conservatrici"

«Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l´unica via all´abbondanza è la frugalità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e infelicità». È la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all´Università di Paris-Sud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice. Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale "Pensare diversa-mente. Per un´ecologia della civiltà planetaria" organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell´Università Federico II. Il tour italiano dell´economista eretico coincide con l´uscita del suo nuovo libro Per un´abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un´accesa requisitoria contro l´illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.
Cos´è l´abbondanza frugale? Detta così sembra un ossimoro.
«Parlo di "abbondanza" nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell´età della pietra. Sahlins dimostra che l´unica società dell´abbondanza della storia umana è stata quella del paleolitico, perché allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessità con solo due o tre ore di attività al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme».
Vuol dire che non è il consumo a fare l´abbondanza?
«In realtà proprio perché è una società dei consumi la nostra non può essere una società di abbondanza. Per consumare si deve creare un´insoddisfazione permanente. E la pubblicità serve proprio a renderci scontenti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. La sua mission è farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una società felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l´austerità ma per la solidarietà, questo è il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere».
Perché definisce Joseph Stiglitz un´anima bella?
«Stiglitz è rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni ´30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l´Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma già negli anni ´70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un´età dell´oro che non ritornerà più».
È il caso anche dell´Italia?
"Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riuscì a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. È stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono".
I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?
«Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l´agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploderà».
Lei definisce la società occidentale la più eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?
«Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L´esempio della Grecia è emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perché è il mercato finanziario a scegliere per lui. Più che autonoma, la nostra è una società individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti».
Qual è il ruolo del dono e della convivialità nella società della decrescita?
«L´alternativa al paradigma della società dei consumi, basata sulla crescita illimitata, è una società conviviale, che non sia più sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che è alla base di ogni società. Come ha dimostrato l´antropologo Marcel Mauss, all´origine della vita in comune c´è lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialità usando come collante la gratuità, l´antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell´economia della felicità, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell´economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi».
Il capitalismo è l´ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?
«Non so se sia proprio l´ultimo pugile, perché non si sa mai in cosa è capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l´eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo è che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva "o socialismo o barbarie" oggi direi "o barbarie o decrescita". Serve un progetto eco-socialista. È tempo che gli uomini di buona volontà si facciano obiettori di crescita».
Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l´orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?
«Che ha una bella faccia tosta. Prima si è sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia è stata vanificata dalla tragedia dell´11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che è semplicemente la fine del modello liberal capitalista».
A chi dice che l´abbondanza frugale è un´utopia lei risponde che è un´utopia concreta. Non è una contraddizione in termini?
«No, perché per me l´utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma è il sogno di una realtà possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una società solidale. Sta a noi volerlo».

Repubblica 14.1.12
Lacan, la battaglia legale vinta dagli eredi
di Anais Ginori


Parigi – Nel mondo francese della psicoanalisi non si parla d´altro. Il pensiero di Jacques Lacan, a trent´anni dalla sua scomparsa, è ancora violentemente conteso tra amici, parenti, discepoli e dissidenti - come già accadeva quando il fondatore della Scuola freudiana di Parigi era in vita. La storica e analista Elisabeth Roudinesco, autrice della biografia Lacan envers et contre tout e la casa editrice Le Seuil hanno appena subito una condanna per diffamazione in una querelle che oppone da mesi opposte fazioni. La colpa dell´autrice è di aver sostenuto che Lacan è stato "sepolto senza cerimonia e nell´intimità", mentre avrebbe chiesto un funerale cattolico. A intentare la causa è stata la figlia dello psicoanalista, Judith, col celebre marito Jacques-Alain Miller, designato a suo tempo curatore testamentario, sentendosi accusati di aver "tradito le volontà di un morto". Il tribunale di Parigi ha dato ragione alla famiglia Lacan riconoscendo l´affermazione lesiva per gli eredi e non sufficientemente comprovata. Roudinesco e l´editore, che hanno già annunciato di voler fare appello, sono stati condannati a versare un euro simbolico di indennizzo e a pagare seimila euro di spese legali. Durante il dibattimento era presente anche l´altra figlia dello psicoanalista, Sybille, schierata però con la Roudinesco. Che ha dichiarato: "C´è sempre un po´ di disaccordo tra la famiglia e i biografi, ma quando anche la famiglia è divisa allora diventa tutto più complicato". Si direbbe un gioco sofisticato di interpretazioni in perfetto stile lacaniano.