mercoledì 24 novembre 2010

Corriere della Sera 23.11.10
E la Bonino «ritira» i radicali «Non ci sono trattative»
di M. Gu

La finiana Polidori: centristi nel governo

ROMA — «La trattativa tra radicali e Pdl è inesistente». Emma Bonino gela le speranze del centrodestra di incassare, il 14 dicembre, la fiducia dei sei deputati radicali eletti con il Pd. I loro voti «non sono all’asta» ribadisce la vicepresidente del Senato e condanna la «banalizzazione» dell’apertura al dialogo con il Pdl da parte di Marco Pannella.
Il «colpaccio» che avrebbe risolto gli affanni parlamentari del premier è sfumato e ai cacciatori di teste tocca rimettersi all’opera, in vista del voto di fiducia del 14 dicembre. Bersagli privilegiati, l’Mpa e i finiani dialoganti. Catia Polidori, per dire dell’onorevole del Fli più corteggiata dal Pdl, spera che alla sfiducia non si arrivi mai: «Il centrodestra può diventare veramente invincibile se include Casini e i moderati e rilancia l’azione di governo con un Berlusconi bis». La responsabile del settore Attività produttive di Fli si augura che «tutti rinuncino a un pezzetto di gloria personale per il bene dell’Italia». Cautamente aperturista la posizione dell’Mpa. Un nuovo governo guidato dal premier è la soluzione migliore, ritiene Aurelio Misiti, convinto che un esecutivo con l’Udc e con un programma che accolga le istanze del Sud durerebbe tutta la legislatura. «Visti i drammatici conti dell’Italia è meglio andare avanti con questo governo» ragiona Misiti, «più volte avvicinato» da emissari del centrodestra. Ma a Berlusconi una maggioranza di misura non può bastare. E la caccia ai peones inquieti, dietro le quinte, continua. Maurizio Grassano è conteso. Francesco Pionati dell’Adc dice che l’onorevole «ha già firmato», mentre Italo Tanoni — avvistato mentre conversava fitto con Casini — non dispera di convincere il collega a restare con i liberal democratici. L’impressione, al centro, è che nessuno voglia andare a votare. Come dice Saverio Romano, leader degli ex udc che hanno fondato il Pid, «Casini sta provando a tenere buoni i suoi, perché rischia di perdere pezzi».

AGI 20.11.10
LAICITA’: BONINO, TORNARE IN PIAZZA PER LIBERTA' DI SCELTA


(AGI) ‑ Roma, 20 nov. - “La laicità è uno straordinario metodo di governo dei temi eticamente sensibili, i diritti civili, che sono in realtà giganteschi problemi sociali, e vanno sempre protetti, senza soste o tentennamenti. E oggi non mi sembra affatto anacronistico un invito a tornare in piazza per la libertà di scelta, l’autodeterminazione, la difesa della libertà e della identità degli individui. La migliore difesa, ho sempre pensato, è l’attacco”. Con questo appello a una grande mobilitazione di massa, in nome della laicità, Emma Bonino, vicepresidente del Senato, ha concluso questa mattina al Teatro Eliseo la manifestazione “Per un’Italia più laica”, promossa dal Pd di Roma, da Iniziativariformista e dal settimanale Left. Il punto di partenza del dibattito, al quale hanno preso parte, tra gli altri, Giovanna Melandri, Massimo Teodori e Massimo Fagioli, il disegno di legge Tarzia, presentato ai consiglio regionale del Lazio, che intende affidare la gestione dei consultori ad associazioni di famiglie, sottraendoli di fatto al servizio pubblico, in nome della tutela della vita fino dal concepimento. “La laicità e la libertà sono e devono ricominciare ad essere il nostro strumento di attivazione di massa; sono temi che coinvolgono milioni di persone”, ha affermato la Bonino, rivolta al pubblico, a prevalenza femminile, che qremiva il teatro. In tempi “di vizi privati e pubblici divieti”, ha aggiunto, la sinistra dovrebbe mostrare maggiore coerenza o adottare “comportamenti politici netti, chiari, comprensibili, che vadano oltre i bofonchiamenti e le cose dette a metà, mezze sì e mezze no”.
“Servono idee più chiare alla sinistra”, ha detto subito dopo lo psichiatra Massimo Fagioli, “oltre a una maggiore nettezza di comportamento. A sinistra non vogliono accettare che la vita umana inizia alla nascita con il pensiero, così come la fine della vita non è quando il cuore cessa di battere. Il diritto all’eutanasia? Sono d’accordo, se fatto con l’assistenza del medico e dello psichiatra, se necessario, per stabilire che non si tratti di una depressione”.
“La Legge 40, quella sul testamento biologico, la proposta Tarzia sui consultori, sono anticostituzionali e hanno tutte un fondo persecutorio”, ha detto Giovanna Melandri: "si sta smantellando lo stato sociale e la legge di sistema porterà un segno pesante, in questa direzione. Berlusconi è l'espressione di una cultura che pensa che tutto si può comprare, anche le donne che vanno al consultorio. Invece no, la libertà e l'autodeterminazione sono diritti intangibili, non sono in vendita. L’Italia - ha concluso la parlamentare del Pd ‑ è sotto sopra, bisogna ripartire con battaglie di libertà e autodeterminazione, facendo fronte comune contro questo familismo moralistico e clericale". Massimo Teodorì ("sono un laico archeologico”, si è autodefinito), storico esponente radicale, ha tracciato la storia degli ultimi 45 anni di battaglie in favore dei diritti civili, a partire da quella sul divorzio, iniziata nel 1965, sostenendo “che la questione laica è provocata dall’incalzante offensiva neoclericale e neotradizionalista”. Maurizio Turco, radicale eletto nel Pd alla Camera, ha ricordato che gli attacchi alle libertà civili, in nome della difesa della famiglia, giungano senza tenere conto della realtà, per cui “a Roma, ad esempio, secondo le più recenti statistiche, il 40% delle famiglie è monoparentale, fatto cioè di persone singole”. “Mai come in questo momento ‑ ha concluso Ilaria Bonaccorsi, direttore editoriale di Left ‑ la laicità è sinonimo di libertà. Una laicità netta, rigorosa, rispettosa. Bisogna creare un anello di congiunzione tra intellettuali e ricerca e ricerca scientifica, tra scienza e sviluppo sociale, prassi politica Questo è quanto Left sta tentando di fare”.
l’Unità 24.11.10
A differenza del Comune di Firenze e della Regione Toscana, lo Stato non si è costituito parte civile
«Nessuno ci ha avvertiti» è stata la difesa. «Ma se sta nella Gazzetta Ufficiale...»
Lo Stato si è dimenticato la bomba agli Uffizi
Gli avvocati dello Stato sono stati i grandi assenti, ieri in aula a Firenze, nella prima udienza del nuovo processo sulle stragi del l’93. La battuta del procuratore capo Giuseppe Quattrocchi: «Forse sono in ritardo... ».
di Maria Vittoria Giannotti

Lo Stato si è dimenticato delle vittime delle stragi di mafia. A differenza del Comune di Firenze e della Regione Toscana, lo Stato non si è costituito parte civile nel processo per le stragi di mafia del ’93 i Georgofili, ma anche Milano e Roma che si è aperto ieri mattina a Firenze. Sono le dieci quando la voce del boss Francesco Tagliavia rompe il silenzio dell’aula bunker di Santa Verdiana. In realtà il capo della famiglia palermitana di Corso dei Mille si trova a centinaia di chilometri di distanza, nel carcere di Viterbo, dove sta già scontando due ergastoli: seguirà le udienze che lo vedono imputato in videoconferenza.
Ma i grandi assenti in aula, ieri mattina, erano gli avvocati dello Stato. E la loro mancanza non è di quelle che passano inosservate. Il primo a sottolinearla, con ironia velata di amarezza, è il procuratore capo della Repubblica di Firenze, Giuseppe Quattrocchi. «Non so se l’avvocatura dello Stato è in ritardo» commenta, nella prima pausa dell’udienza. La replica dei diretti interessati arriva subito dopo. «Non ci siamo costituiti parte civile perché non ne siamo venuti a conoscenza spiegano dalla sede fiorentina dell’avvocatura Non c’è stato notificato nulla per iscritto né verbalmente, ma solo per pubblici annunci». «La notifica è stata fatta per pubblici proclami. Sta nella Gazzetta Ufficiale. Così si fa» ribatte Quattrocchi. Del processo, per inciso, hanno dato notizia non solo tre quotidiani nazionali, ma anche lo stesso sito internet del Ministero della Giustizia.
LE REAZIONI
Le polemiche non si fanno attendere. «Da non credere» scrive a caldo su Facebook il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Protesta l’opposizione Veltroni parla di scelta «gravissima», Di Pietro definisce la dimenticanza come «inquietante», «una vergogna» stigmatizza Lumia ma voci di sgomento si levano anche dalla maggioranza. «È vergognoso e indegno» tuona Carolina Lussana, vicepresidente dei deputati della Lega Nord. «Non credo che questo Governo possa consentire che lo Stato e cioè i cittadini italiani non siano parte civile al processo. Mi auguro che si possa trovare una soluzione che ripari quanto sin qui si è verificato» augura Carlo Vizzini, senatore del Pdl, presidente della Commissione Affari Istituzionali. Auspicio che pare destinato a cadere nel vuoto, dal momento che il processo, celebrato con rito abbreviato, è ormai aperto. Oltre alle istituzioni locali, ieri mattina, a costituirsi parte civile, anche una trentina dei familiari delle vittime. La più piccola, Caterina Nencioni, aveva solo 50 giorni quando il Fiorino carico di 250 chili di tritolo esplose sotto la sua abitazione, nel piazzale degli Uffizi.
Per le stragi di Cosa Nostra, ci sono già 17 ergastoli per boss del calibro di Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i Graviano, ma anche Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. Ma mella lista degli esecutori mancherebbe ancora un nome: secondo i magistrati fiorentini, che hanno raccolto le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, è quello di Francesco Tagliavia, 56 anni, due ergastoli da scontare, per l’omicidio, tra gli altri, del giudice Borsellino.

l’Unità 24.11.10
Intervista a Enrico Rossi, presidente della Toscana
«Li prendiamo noi. Contro Lega e premier per la dignità dell’Italia»
La Toscana accoglierà 150 tonnellate di rifuti «La Lombardia ha detto no? Sono sotto lo schiaffo di Bossi. Noi invece conosciamo la Costituzione»
di Vladimiro Frulletti

Napoli non deve affogare nei propri rifiuti. Noi siamo disposti a dare una mano. ma il governo deve fare il decreto, come chiede il Presidente Napolitano, dichiarare lo stato d’emergenza e chiedere a tutte le Regioni d’aiutare la Campania». Il presidente della Toscana Enrico Rossi oggi assieme ai colleghi delle altre Regioni sarà dal ministro Fitto e confermerà la disponibilità a accogliere una parte dell’immondizia che sommerge Napoli. Perché ha dato questa disponibilità? «Perché di fronte alle reazioni leghiste e di stampo leghista ci vuole qualcuno che affermi che la Costituzione e la legge si rispettano, sempre». E che c’entra coi rifiuti di Napoli? «C’entra, c’entra. La Costituzione non stabilisce che l’Italia è “una e indivisibile”? E allora dobbiamo comportarci in maniera conseguente. I problemi degli altri sono anche i miei. E poi c’è la legge che sui rifiuti dice che di fronte a una emergenza nazionale tutte le Regioni sono chiamate a dare il proprio contributo. Io sono per rispettare la Costituzione e la legge». Formigoni però ha detto di no. «Va dietro alle spinte della Lega». Però lei che da una mano a Berlusconi... «Io do una mano ai cittadini di Napoli e della Campania. Rivendico il diritto a difendere la solidarietà nazionale e la dignità del Paese: il grande comunicatore in un mese e mezzo è riuscito a far vergognare tutta l’Italia. Il 29 ottobre ci ha raccontato che tutto si sarebbe risolto in 3 giorni. Ha preso in giro i napoletani e tutti gli italiani. La comunicazione non risolve i problemi, al massimo serve a nasconderli. E ora c’è da risolverli».
Cosa chiede al al governo?
«Chiarezza e responsabilità. Devono fare il decreto, come chiede lo stesso Capo dello Stato, devono riconoscere che c’è un’emergenza nazionale e chiedere a tutte le Regioni di dare il proprio contributo».
E se c’è chi si rifiuta?
«Devono imporsi, l’Italia è Una».
Prodi ha fatto ironicamente i complimenti a Berlusconi. Anche lo scandalo immondizia costò al centrosinistra la sconfitta del 2008. Perché ora Berlusconi non dovrebbe pagare politicamente?
«Non voglio salvare Berlusconi dal suo fallimento pressoché totale. Ovvio che deve pagarla politicamente, ma non possiamo farla pagare ai cittadini di Napoli. Non devono pagarla i bambini che vanno all’asilo in mezzo ai sacchetti dell’immondizia. Io a questa logica egoista, direi leghista, non ci sto. Siamo una Nazione: il Veneto dopo l’alluvione è stato aiutato? E allora perché la Campania no?».
A essere cattivi si potrebbe far notare che Bassolino del Pd fu massacrato, Caldoro del Pdl invece... «Caldoro mi ha ringraziato: la posizione della Toscana è stata utile a far sbloccare altre Regioni. È bello battere sempre il populismo berlusconiano e l’egoismo leghista».
Il centrodestra toscano la critica. Non teme un assalto sotto casa, come successe all’allora presidente della Sardegna, Renato Soru, quando accolse i rifiuti campani?
«No. Per noi aiutare gli altri non è una novità. anche perché i controlli sui materiali e sulle modalità saranno ferrei. Lo stesso Caldoro mi ha detto che il problema sono 700 tonnellate al giorno per poco tempo. Se si distribuiscono fra varie regioni la Toscana è in grado di accogliere la propria parte (150 tonnellate, ndr) senza alterare i propri equilibri».

l’Unità 24.11.10
Proposto patto con «vincolo» che però Casini già respinge: «Mai insieme a quei due...»
Vendola e Di Pietro: così mortificata l’alleanza. D’Alema: c’è già nuova maggioranza su legge elettorale
Bersani: alleati con Sel e Idv ma no a paletti contro l’Udc
Bersani rilancia le alleanze allargate. Casini: «No, con Vendola e Di Pietro». Il segretario Pd: «Basta tatticismi». D’Alema: «Un governo di transizione anche con il Pdl ma senza Berlusconi».
di M. Ze.

«Noi non abbiamo mica paura di votare, se andiamo a votare vinciamo», dice Pier Luigi Bersani di prima mattina a «Radio anch’io». È il Paese che non può permetterselo: prima c’è bisogno di una nuova legge elettorale e di alcune riforme urgenti, come quella sul fisco. Per questo secondo il segretario Pd è il governo di transizione, «una fase non lunga», l’unica via d’uscita dalla crisi politica ed economica, Da qui l’interlocuzione con Fli e Udc, quanto ai nomi sui «papabili» alla guida del governo a tempo, «non mancano, ce ne sono di autorevoli», ma spetta al Capo dello Stato questa partita.
LE ALLEANZE
Altra storia l’alternativa di governo: per quella, «ragioniamo con le forze di centrosinistra con una vocazione di governo» sia dentro sia fuori dal Parlamento, a patto che a loro volta interloquiscano con quelle di centro, cioè l’Udc. Un’alleanza da Vendola a Casini con i quali tuttavia ieri non è mancato un botta e risposta. Al leader di Sel che in un’intervista ha chiesto le primarie subito, il segretario risponde che è «prematuro» parlar-
ne, meglio sarebbe conoscere prima la data del voto e la coalizione, mentre al leader Udc che l’altro giorno ha aperto uno spiraglio alla maggioranza, per poi frenare ieri, Bersani suggerisce di non giocare di tatticismi, «perché non credo che portino lontano».
Casini non manca di replicare e restringe i confini di un possibile dialogo: «Il Pd non può continuare a far finta di non capire che non può esistere un’alleanza da Vendola a Casini. Dicono che io faccio tatticismi, ma piuttosto il Pd scelga che cosa vuol fare perché non può far finta di voler mettere assieme Di Pietro, Vendola e Casini: sono inconciliabili. E dar vita ad un’alleanza del genere vorrebbe dire una buffonata». Inconciliabile con l’Udc, d’altro canto, anche la Lega di Bossi, motivo per cui anche con la maggioranza si misurano le distanze. Secondo gli osservatori di Montecitorio Casini resta fermo alla politica dei due forni.
Dai microfoni de La 7 interviene anche Vendola: «Basta con il gioco dei quattro cantoni. forse bisogna separarsi da questo teatro e accorgersi che l’Italia è in subbuglio, Non riesco a capire il tema delle alleanze, è una costruzione artificiale fatta nel Palazzo. È quello che sto cercando dire al Pd: io non voglio porre né subire veti». Di Pietro, dal canto suo,
in questo gioco di veti incrociati malgrado tutto, invita il Pd a mollare Casini. Il Pd tirato per la giacca dal centro e da sinistra? «Penso che sia un destino doloroso di chi è un po’ più grosso di essere strattonato da una parte e dall'altra», minimizza massimo D’Alema, intervistato da Repubblica Tv. «Casini da una parte e Vendola dall'altra si conquistano uno spazio cercando di mettere alle strette, di incalzare, di imporre dei diktat non mi farei spaventare», dice il presidente del Copasir che invece rilancia un appello «a tutte le forze politiche per affrontare il problema del Paese» e fare una nuova legge elettorale. «Questo si può fare anche con il Pdl, ma non con Silvio Berlusconi che dovrebbe comunque andarsene. Il Pdl deve scegliere se è un vero partito oppure un gruppo di sudditi». Secondo il presidente del Copasir i numeri per una nuova legge elettorale ci sono, potrebbe avere «una maggioranza di consensi molto ampia», una «leggina molto limitata» che introduca «il voto di preferenza doppio, un uomo e una donna, e una soglia ragguardevole per il premio di maggioranza».
Silvio Berlusconi a farsi da parte non ci pensa affatto: uscire di scena vorrebbe dire perdere l’immunità, un lusso che non può permettersi. Tanto che l’11 dicembre, giorno della manifestazione Pd vuole lanciare i gazebo per raccogliere le firme in suo sostegno. «La sfida gli risponde Bersaninelle piazze e nel parlamento è la stessa: Berlusconi tenta di resistere anche se il governo ha clamorosamente fallito nell'affrontare i problemi del paese».

Idv: ok la proposta Bersani Pd-Idv-SeL, dialogo con Udc
«Finalmente una proposta chiara», commenta l’Idv Nello Formisano a proposito del percorso tracciato da Pier Luigi Bersani e basato sull'accordo tra Pd, Idv e Sel. «Un nucleo forte concorda l’Idv che dovrebbe magari arricchirsi con l’Udc».
su l'Unità di oggi

Repubblica 24.11.10
Bersani
"Poco carisma? Ma non mi va di dire balle"

ROMA - «Il carisma è una cosa misteriosa». Intervistato da Oggi il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani parla di carisma e ammette: «Certo, posso cambiare, posso cercare di migliorare, ma la mia idea è che al dunque contano solo la sincerità e l´autenticità». E comunque, aggiunge, «io balle non ne ho mai raccontate e nessuno mi convincerà a iniziare adesso». Per Bersani «la politica è anche questo: uno si trascina i suoi difetti, basta che la gente li capisca. Un po´ come succede in famiglia, mica siamo perfetti!». Per il leader democratico quello che conta è «guardare ai fatti». Certo, aggiunge, «so che bisogna far sognare, ma i sogni devono avere gambe per camminare. Vorrei che la gente vedesse dai miei gesti concreti - e non dalle chiacchiere - di che pasta sono fatto».

Corriere della Sera 24.11.10
D’Alema litiga con Vendola Pd: sì a Casini

ROMA — «Con Vendola e Di Pietro siamo pronti a fare un’alleanza, a patto di poter discutere anche con Casini per un patto di governo». Pier Luigi Bersani spiega la sua politica delle alleanze al settimanale Oggi. Lo schema è chiaro: «Un’alleanza tra le forze che si dichiarano di centrosinistra, con il vincolo che sia un’alleanza di governo». Bersani spiega di non voler «rifare l’Unione» e include l’Udc nel patto. Mentre per una fase di transizione, «c’entra ancora Casini, ma anche Fini». Schema che cozza contro le dichiarazioni di Casini: «Noi e Vendola siamo inconciliabili». Quanto alla leadership, D’Alema critica il leader di Sel: «Le primarie non possono essere il modo per lanciare le smanie di autopromozione di Vendola». Replica dell’interessato: «Se D’Alema pensa alle consuete alchimie di Palazzo, ci consegneremo alla sconfitta. E io voglio vincere».

Sandro Bondi preferisce la gauche targata Nichi
Il ministro Sandro Bondi tira la volata a Sinistra e Libertà: «Come dimostra la vicenda di Milano, il nostro vero interlocutore assicura è la sinistra di Vendola che, al contrario del Pd, almeno è viva, non è un sepolcro imbiancato».
su l'Unità di oggi

l’Unità 24.11.10
Slitta l’incontro con i radicali
«Sento che c’è ancora molta confusione in giro. Sento dire che c'è un incontro con Bersani. Non c'è nessun incontro». Il leader dei Radicali Italiani, Marco Pannella, telefona smentisce che sia previsto per ieri un incontro con il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. «Ieri mi è stato comunicato che Bersani oggi è impegnato alla Camera e non può disimpegnarsi racconta Pannella -. Mi propone di vederci mercoledì prossimo, primo dicembre». Il leader Radicale spiega che il colloquio con Bersani è nata «quando hanno temuto» che i Radicali potessero aprire un dialogo con Berlusconi. «Mi hanno cercato in fretta per evitare che io passassi allo schieramento opposto. Poi è stato chiaro che su questo non esisteva nessun pericolo, perché lo schieramento».

l’Unità 24.11.10
Occupata la metà degli atenei d’Italia, le contestazioni si allargano anche ai licei
Oggi «Assedieremo il Parlamento». Ma alla Camera si cerca il compromesso sul ddl Gelmini
È rivolta nelle università Prof e studenti sui tetti Torino, stazione bloccata
Contro la riforma Gelmini dilaga la protesta nelle università italiana e si allarga anche ai licei. A Torino gli studenti bloccano i binari della stazione. A Romna cinque facoltà occupate. La protesta sale sui tetti.
di Gioia Salvatori

«Sai perché ho deciso di dormire sul tetto? Perché devono rendersi conto che questo ddl getta nel baratro l'università italiana». Non ha dubbi, Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell'UdU e studente di economia ad Ancona. Insieme ad altri venti studenti e ricercatori provenienti dall'ateneo di Tor Vergata, dalle università del Sannio, di Siena, di Benevento, Catania e Napoli giunti a Roma per la protesta, stanotte ha dormito sul tetto della facoltà di architettura della Sapienza, in via Fontanella Borghese. Pieno centro romano, a un passo dal palazzo di Montecitorio che gli studenti oggi assediano con un sit-in in dalle 9.30 in poi, in coincidenza con la discussione del ddl Gelmini. Ne chiedono il ritiro, dicono che i fondi stanziati (800 milioni per il 2011) non sono altro che un contentino; sfidano il governo «Governo precario, generazione precaria: vediamo chi cade».
Non solo Roma: ieri erano 20  le facoltà occupate in tutta Italia e i ricercatori sono saliti sul tetto di Palazzo Nuovo a Torino, sede del polo umanistico, e sui tetti del campus di Salerno. E ci hanno dormito. «Ci resteremo a oltranza, finché sarà necessario, fino al ritiro del ddl», dice Luca Spadon dall'Università di Torino dove ieri gli studenti hanno anche occupato per mezz'ora i binari della stazione Porta Nuova.
La protesta continua da nord a sud anche negli istituti superiori (a Roma quattro le occupazioni), ma sono i ricercatori oggi i più arrabbiati: «Ci condannano ad essere precari a vita», dicono. «Cosa fa un ricercatore se dopo 8 anni di contratti a tempo determinato (3+2+3 ndr) perde il concorso per ordinario? Siamo contrari alla figura del ricercatore T.D. : scatenerà una guerra tra poveri e poverissimi, cioè quelli che non possono avere nemmeno un contratto a tempo», spiega Alessandro Arienzo della Flc Cgil Napoli. E nell'ultima categoria, quella di coloro che non possono avere nemmeno un tempo determinato, rientra una marea di tartassati: ad esempio coloro che sono borsisti da più di sei anni.
La mobilitazione infiammerà fino a domani in tutta Italia. Proprio a Napoli, oggi alle 12, va in scena un flash mob davanti al rettorato: è la rappresentazione del «delitto allo studio», con Tremonti nei panni del mandante e la Gelmini in quelli del maggiordomo assassino. Proprio in Campania, una delle regioni in cui lavoravano quasi un terzo dei precari della scuola restati senza posto, ora è stato deliberato un taglio del 20 % dei fondi regionali per il diritto allo studio e da novembre gli universitari non potranno più usufruire degli abbonamenti a costo agevolato ai mezzi pubblici: finiti ifondi, ne gode solo chi s'è accaparrato prima lo sconto. Pezzetti di un puzzle fatto di mille disagi, mille piccole carenze nel funzionamento ordinario degli atenei e tante grandi paure. Una delle principali è che i privati entrino, come consente la riforma, nei Cda degli atenei: «Se questo passerà in parlamento noi protesteremo a oltranza per chiedere ai rettori di non modificare gli statuti e tenere, così, i privati fuori dall'Università», annuncia Luca Spadon.
QUATTROCENTO EMENDAMENTI
Intanto l'iter parlamentare del ddl procede: ieri sono stati votati due dei 25 articoli. Oggi continua il dibattito alla Camera: gli emendamenti da esaminare sono 400, la maggior parte dell'opposizione. La maggioranza punta a chiudere domani. Con l'appoggio di Futuro e Libertà che, dopo aver sposato la causa dei ricercatori, ieri ha fatto un passo indietro e annunciato voto favorevole o al massimo astensione. Voteranno contro le opposizioni: «Siamo sul tetto coi ricercatori», ha detto ieri Francesca Puglisi, responsabile università del Pd. La Gelmini ha replicato alle proteste minimizzando: «Niente di nuovo». Agli studenti che da mesi chiedono di essere ricevuti ancora nessuna risposta.


l’Unità 24.11.10
Donne, violenze e silenzi di governo
Una battaglia da riprendere
di Roberta Agostini e Federica Mariotti

Sono passati più di 30 anni da quando per la prima volta una telecamera entrò in un’aula giudiziaria nella quale si svolgeva un processo per stupro. Era il 1978, il documentario venne poi trasmesso in televisione e ci mostra che sul banco degli imputati siede soprattutto la donna che, spiegano gli avvocati, con il suo comportamento avrebbe istigato i violentatori.
Da allora molte cose sono cambiate. Ci sono volute le battaglie delle donne, nelle istituzioni e fuori, a cambiare ciò che un tempo era dato per scontato, nominare la violenza e la prevaricazione, fino ad approvare, nel 1996, la legge che trasforma la violenza da delitto contro la morale a delitto contro la persone.
Oggi però non possiamo ancora dire che le donne abbiano vinto. L’Istat ci consegna una radiografia impressionante del problema: 14 milioni di donne vittime di violenza, 7 milioni di stupri e abusi, di queste un milione e 400 ragazze, nel solo 2006 un milione e 150.000. Chi sono gli autori di queste violenze? Nella maggior parte dei casi mariti, parenti, amici, anche se spesso a fare notizia sono le violenze per strada che si caricano di una valenza simbolica: il degrado, gli stranieri, l’immigrazione.
Dobbiamo ancora fare grandi passi avanti verso città più sicure, pene certe e processi rapidi. Ma in primo luogo riconoscere che la violenza non è semplicemente un’eccezione, una devianza accidentale. È qualcosa di più: è la manifestazione estrema e inaccettabile di una cultura di sopraffazione, di una discriminazione profonda delle donne, di una incapacità di accettare la loro libertà e autonomia. Dobbiamo interrogare gli uomini perché il problema della violenza riguarda loro per primi. A poco serve militarizzare il territorio se non costruiamo il giusto sistema di relazioni, attraverso una operazione di prevenzione a partire dalle scuole e nelle famiglie, attivando l’intera comunità, dando risposte sul piano sociale. Dagli anni ’80, da quando le associazioni diedero vita ai primi centri antiviolenza, sono stati gli enti locali ad essere in prima linea. Di fronte ad un fenomeno così drammaticamente evidente, questo governo non ha messo in campo nessuna strategia, neppure di sostegno ai numerosi centri che oggi sono a rischio chiusura. Noi continuiamo a credere e con questo impegno abbiamo lavorato nella precedente esperienza di governo e nelle istituzioni locali e nazionali che per battere un fenomeno vasto e drammatico come la violenza sia necessario un piano d’azione che preveda risorse certe, un osservatorio, strategie di prevenzione, sostegno alla rete dei centri. Vogliamo che il 25 novembre possa rappresentare l’occasione perché il Pd, insieme alle realtà sociali e civili, rilanci con forza il suo impegno su una battaglia che riguarda i diritti, la libertà, la cultura e le relazioni umane e civili del nostro Paese.

10 milioni 485 mila. Sono le donne che raccontano di essere state vittime nell’arco della vita di molestie o ricatti a sfondo sessuale sul lavoro.
4 milioni. Negli ultimi tre anni circa 4 milioni di donne tra i 14 e i 65 anni ha subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro.
6 milioni e 743 mila. Secondo l’Istat 6 milioni e 743mila donne sono state vittime di violenza fisica o sessuale. L’indagine è del 2007. Deve essere aggiornata.

l’Unità 24.11.10
Quei numeri che il governo preferisce non conoscere
Nel 2006 l’Istat stimò che quasi 7 milioni di donne erano state vittime di violenza o molestia «Mancano dati ufficiali aggiornati». E l’osservatorio nazionale, previsto, non è mai stato varato
di Ma. Ge.

C’è un numero impietoso come una autopsia. Centoquindici. Le donne uccise dall’inizio del 2010. Meglio: le donne uccise in quanto tali dagli uomini, spesso ex mariti o ex fidanzati. Le vittime erano 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009. Quel numero continua a crescere. Ed è solo la parte che tragicamente emerge di una violenza ben più vasta. Quanto? L’Istat nel 2007 stimava che circa 6 milioni 743 mila donne tra i 16 e 70 anni erano state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
Un numero spaventoso. E una indagine preziosissima, la prima interamente dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne, condotta dall’Istituto nazionale di statistica, su impulso del ministero delle Pari Opportunità, sentendo venticinquemila donne. «Peccato che da allora non sia più stata aggiornata», osserva Emanuela Moroli, di Differenza Donna. «L’assenza di dati ufficiali è parte e spia del problema», spiega. Ci sono i dati raccolti dai Centri anti-violenza: 49.158 colloqui, 13.587 donne accolte. «Ma anche questa è solo la punta dell’iceberg», insiste la presidente di Differenza Donna. Come i dati diffusi a macchia di leopardo dagli osservatori sulla violenza seminati per l’Italia. Ci vorrebbero quelli dell’osservatorio nazionale. Ma «previsto nel piano nazionale anti-violenza, non è mai stato varato». Ci sono i dati diffusi dal ministero dell’Interno: «Ma quelli riguardano solo le donne che sporgono denuncia e non misurano realmente la portata di un fenomeno ben più vasto, mentre l’Istat le donne le ha intervistate nelle loro case e anche chi non si era mai sognata di denunciare poteva parlare».
L’ultima indagine multiscopo condotta dall’Istat sulla sicurezza (settembre 2010) esclude «la stima della violenza contro le donne che, richiedendo una metodologia particolare, viene rilevata con indagini ad hoc». E tuttavia racconta la paura che attraversa il modo femminile: le donne si sentono molto più insicure degli uomini, il 41,2% non si fida ad uscire da sola quando è buio, paura condivisa solo dall’8% degli uomini. Il 37% delle donne si sente in generale insicura (contro 20% degli uomini) e la paura è ancora più diffusa tra le giovanissime (47,2%), mentre tra le giovani donne campane raggiunge il 60,3%.
Quanto alle molesti sessuali, una donna su due tra i 14 e i 65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) racconta di aver subito nell’arco della vita ricatti sessuali su lavoro o molestie che vanno dal pedinamento alle telefonate oscene. Mentre quasi 4 milioni di donne tra i 14 e i 65 anni ha subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro negli ultimi tre anni.

Repubblica 24.11.10
Il tennis dei clandestini
di Filippo Ceccarelli

Palle da tennis, comunicazione volante e dignità umana. Su quanto accade nei cosiddetti Cie, centri di identificazione ed espulsione, esiste ormai una vasta pubblicistica da cui s´intuisce che lì dentro, in buona sostanza, sono sospese le garanzie democratiche e che i corpi degli immigrati valgono assai meno di quelli che hanno la fortuna di vivere al di là delle mura. Com´è abbastanza ovvio, purtroppo, è molto difficile entrare in contatto con chi sta dentro, né gli extracomunitari ivi reclusi possono facilmente comunicare all´esterno. Così, a mezza strada fra la più virtuosa necessità e la più necessitata delle virtù, fuori e dentro il Cie di Torino è invalso il metodo della palla da tennis. Da fuori la tirano, quelli dei centri sociali; e una volta dentro, dopo averla scucita, gli immigrati ci infilano un bigliettino e la rilanciano fuori. I foglietti danno conto di cose molto semplici e perciò anche strazianti. Chi ringrazia per la vicinanza, chi chiede medicinali, chi prega di avvisare amici, parenti, consolato. È tutto molto diverso, ma la memoria va lo stesso ai bigliettini che gli italiani riuscivano a buttare dai treni piombati che oltre 60 anni fa li portarono nei campi in Germania.

Corriere della Sera 24.11.10
Immigrati senza luoghi comuni
di Alessandra Coppola

Miti sfatati e opportunità nel saggio di Francesco Daveri

Non solo immigrati. Alla fine si parla di «noi», degli italiani, del sentirsi estranei in un Paese di furbi, della necessità di ridiscutere le regole della convivenza, cogliendo l’occasione della presenza degli «altri». Il titolo Stranieri in casa nostra (Università Bocconi Editore, pagine 172, 20) va letto allora in più e sensi e tiene dentro, per richiesta esplicita dell’autore, Francesco Daveri, ordinario di Politica economica a Parma e docente all’Mba della Bocconi, più questioni.
Il dato di partenza è la presenza in Italia di 5 milioni di stranieri (ultime stime Caritas), l’8 per cento della popolazione. Ma da qui Daveri muove per strade tutt’altro che scontate, impegnandosi a sfatare luoghi comuni e a schivare i buonismi. Se non è vero che «gli immigrati ci rubano il welfare», anzi beneficiano dei servizi sociali meno di quanto vi contribuiscano, non è nemmeno dimostrabile che «ci pagheranno la pensione», in quanto giovani lavoratori in un Paese che invecchia: molti di loro torneranno a casa e si porteranno dietro i contributi accumulati.
Il linguaggio è fantasioso, prende in prestito dal giornalismo, si rivolge a lettori non necessariamente universitari. Daveri conia «lo straniero moplen», come una vecchia pubblicità di un derivato della plastica: «È comodo, e resistente, e non deforma le tasche», l’immigrato ammesso a patto che abbia già un lavoro. Critica l’approccio delle «sanatorie come ciliegie», una tira l’altra, si va avanti ad affrontare emergenze continue senza interventi strutturali. Smentisce anche chi sostiene che «gli immigrati ci rubano il lavoro», ricordando che invece «fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare, prendono uno stipendio con cui fanno fatica a vivere e non fanno carriera». Si sofferma sull’equazione immigrazione-criminalità, argomenta e conclude: non esiste nesso scientifico. Di più: «Il reato di clandestinità è inutile e costoso» per le tasche degli italiani.
Non saranno delinquenti, ma neanche la crème dei migranti in viaggio per i Continenti, però, sostiene Daveri (uno dei passaggi più originali del libro, e più aperto alla discussione): «Il successo dell’Italia nell’attrarre i poveri del mondo non è certo un sintomo del fatto che gli italiani stiano vincendo la Champions League dell’immigrazione». E ancora: «Gli immigrati che arrivano da contesti nei quali l’illegalità è dilagante, arrivati in Italia, si trovano a volte a casa loro, ma per la ragione sbagliata... Questo ci segnala che c’è qualcosa nelle nostre regole, nelle nostre istituzioni, nel nostro modo di stare insieme che attira proprio questo tipo di persone e non altre». Si arriva così al punto che ci riguarda: «Una possibile reazione alla sensazione che l’immigrazione sia eccessiva è quella di rendere il nostro Paese più attraente e accogliente». «Meno stranieri a casa nostra», l’ultimo capitolo, significa alla fine in sostanza: più regole condivise. E soprattutto rispettate, a cominciare dagli italiani.

l’Unità 24.11.10
Il governo innalza un «muro del silenzio» davanti alle interrogazioni dei parlamentari del Pd
Un Paese ad alta densità di strutture militari americane e atlantiche. La mappa dei siti
Basi e depositi di bombe Italia «ripostiglio nucleare»
L’Italia rischia di trasformarsi nel «ripostiglio nucleare» della Nato in Europa. Fonti a Bruxelles confermano quanto rivelato da l’Unità. Alle interrogazioni parlamentari il Governo «risponde» con il silenzio...
di Umberto De Giovannangeli

Le interrogazioni parlamentari non incrinano il «Muro del silenzio» innalzato dal Governo italiano attorno ad una questione scottante. Esplosiva. L’Italia come «magazzino nucleare» della Nato. Le interrogazioni presentate sia alla Camera che al Senato da parlamentari del Pd partono dalla denuncia de l’Unità: un recente rapporto sulle armi nucleari non strategiche ha rivelato che la Nato ha intenzione di concentrare le sue armi nucleari in pochi siti e tra questi viene indicata la base di Aviano. I parlamentari Democratici hanno chiesto al Governo di riferire in Aula. La risposta del titolare della Difesa, Ignazio La Russa, tarda a manifestarsi. «Sono allarmato poiché nella riunione dei ministri della Difesa del 14 ottobre è stata approvata una direttiva Nato secondo cui l’Alleanza atlantica manterrà un arsenale nucleare in Europa e sembra che la maggior parte delle armi atomiche venga stoccata in Italia», rimarca Ignazio Marino firmatario insieme ad altri 32 senatori della interrogazione parlamentare. Il silenzio di La Russa è tanto più inquietante alla luce di quanto accertato da l’Unità: la disponibilità italiana è sul tavolo, «non è stata ancora ufficializzata ma c’è», conferma una fonte autorevole a Bruxelles. Così come viene confermato quanto anticipato da l’Unità: nella discussione sullo spostamento in Italia di altre armi atomiche è entrato il mantenimento da parte dell’Italia dell’attuale Comando interforze Nato che ha sede a Napoli.
LA RIUNIONE DI LISBONA
Sia pure in via ufficiosa, della questione si è parlato nella riunione di capi di Stato e di Governo dei Paesi membri della Nato svoltasi il 19 novembre scorso a Lisbona. In quella sede, rivela la fonte a l’Unità, l’Italia non ha fatto sua la richiesta avanzata da altri Paesi Germania, Olanda, Lussemburgo, Norvegia e Belgio perché il tema della ridislocazione delle armi nucleari in Europa fosse affrontata in via ufficiale dal vertice. Secondo stime al ribasso citate nel rapporto U.S. non-strategic nucelar weapons in Europe: a fundamental Nato debate si parlerebbe di 70-90 testate in Italia, ad Aviano e a Ghedi-Torre: si tratterebbe di bombe B-61 con una potenza che va da 45 a 170 kiloton ((13 volte maggiore della bomba di Hiroshima). Settanta-novanta testate. Un numero impressionante che sembra destinato a salire. A salire nonostante la mozione firmata da tutti gruppi parlamentari il 3 giugno 2010 alla Camera con la quale si impegnava il Governo «ad approfondire con gli alleati, nel quadro del nuovo concetto strategico della Nato di prossima approvazione, il ruolo delle armi nucleari sub-strategiche, e a sostenere l'opportunità di addivenire tramite passi misurati, concreti e comunque concertati tra gli alleati ad una loro progressiva ulteriore riduzione, nella prospettiva della loro eliminazione». «Al Presidente Berlusconi e ai Ministri Frattini e La Russa. Vi chiediamo urgentemente di opporvi al piano della Nato di trasferire le armi nucleari americane attualmente in Europa in Italia, e d'intraprendere i passi necessari per il graduale smantellamento degli armamenti nucleari nei siti di Aviano e Ghedi»: è il testo di una petizione urgente da inviare al governo italiano ideata da Avaaz.org, la comunità virtuale nata nel 2007 con la missione di «organizzare i cittadini di tutte le nazioni per chiudere la distanza fra il mondo che abbiamo e il mondo che la maggior parte delle persone ovunque vorrebbero».
UN PAESE MILITARIZZATO
Il rischio, sempre più immanente, di essere il «magazzino nucleare» europeo della Nato ridà spessore politico e stringente attualità al dibattito sulla presenza in Italia di basi e centri militari Usa e Nato. Stando a un «censimento» fatto dalla rivista Carta, risulta che le installazioni statunitensi in Italia siano 113, dislocate praticamente su tutto il territorio nazionale. Il censimento è del 2003, e d’allora ad oggi, a quanto risulta a l’Unità le istallazioni sarebbero salite a 119. Un rapporto del Pentagono permette di radiografare nei dettagli la presenza militare Usa in Italia: 2010 sono gli edifici posseduti dalle forze armate statunitensi nel nostro Paese; 115 gli edifici affittati dagli americani; 1.784.00 0mq2 la superficie totale degli edifici posseduti e in affitto; 15.550 i militari Usa presenti in Italia;4.600 sono i civili Usa che lavorano nelle basi.


Corriere della Sera 24.11.10
La pillola del giorno prima «Può fermare il virus Hiv»
«Rischi ridotti del 70%». I dubbi degli esperti
Lo studio internazionale che ne prova l’efficacia è stato pubblicato nell’ultimo numero del New England Journal of Medicine, rivista seria, molto accreditata nella comunità scientifica.
di Margherita De Bac

ROMA — Manovra d’accerchiamento contro l’Aids. La via della prevenzione, oltre che con vaccini e rapporti sessuali protetti, potrebbe essere percorsa utilizzando la pillola del giorno prima. Un farmaco in sperimentazione, per l’uomo, che ha dimostrato di ridurre il rischio di infezione del 70%, se preso quotidianamente.

«Un passo avanti nella lotta contro la malattia», secondo Stefano Vella, direttore del dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di sanità (Iss), il quale però esclude che nel caso la pillola confermi la sua validità possa essere utilizzata in modo generalizzato. «La strada maestra resta sempre quella del vaccino», rende noto l’Istituto. La virologa Barbara Ensoli ha recentemente annunciato di essere pronta a partire con la seconda fase di sperimentazione sull’uomo. Direzione lungo cui si muove anche il governo italiano, con lauti finanziamenti.
La nuova molecola della pillola è la combinazione di due sostanze già note (emtricitabina e tenofovir) che «disturbano» il virus dell’Hiv fermandolo mentre cerca di moltiplicarsi nelle cellule del sistema immunitario. Il farmaco, denominato Truvada, è stato provato su un campione di uomini omosessuali e ha ridotto del 44% il tasso di infezione. Presa ogni giorno la pillola ha abbassato il rischio di contagio fino al 70%. Undici i centri di ricerca coinvolti dal luglio 2007 a dicembre 2009 in sei Paesi (Sudafrica, Thailandia, Perù, Brasile, Stati Uniti).
Restano però delle perplessità tra gli esperti. Gianni Rezza, epidemiologo dell’Iss, teme che la disponibilità di uno strumento di prevenzione come questo coincida con un abbassamento di attenzione specie nelle categorie più esposte all’Aids, innanzitutto gli omosessuali: «Sarebbe come autorizzare l’uomo ad avere rapporti sessuali liberi e ripetuti. Sarebbe come dargli la patente. Non è questa una strategia efficace per combattere una malattia considerata una vera e propria emergenza. E non si potrebbe mai ipotizzare una prescrizione indiscriminata, per tutti. Perderemmo di vista il primo obiettivo. Educare i giovani, convincerli a non abbassare la guardia, gestire con giudizio i loro comportamenti sessuali».
La pillola inoltre non protegge completamente e lascia esposti ad un rischio: chi dovesse infettarsi avrebbe lo svantaggio di non rispondere alle terapie. «Sempre meglio il preservativo», conclude Rezza, ricordando che costituisce uno scudo almeno nove volte su dieci. Anche le associazioni dei pazienti non salutano con entusiasmo la novità descritta nello studio del New England.
Per Rosaria Iardino, presidente del Network persone sieropositive «le conseguenze potrebbero essere fatali. Il pericolo è che la pillola venga usata in modo errato. E tutte le campagne di sensibilizzazione portate avanti negli anni verrebbero vanificate».

Corriere della Sera 24.11.10
La fortuna terrena indizio della Grazia
E Weber scoprì il capitalista ascetico seguace di Calvino
di Danilo Taino

È in una delle sue crisi, frequenti ma finora mai mortali. È accusato dei grandi mali del mondo ma continua a strappare alla povertà milioni di persone. In molte regioni del pianeta, soprattutto in Asia, sta prendendo forme nuove. È forse una buona idea, dunque, tornare a pensare al capitalismo, alle sue caratteristiche, a quel che è ea come è nato. Oltre un secolo dopo la sua pubblicazione (iniziata nel 1904), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo — l’opera di Max Weber che fu un punto di svolta nella sociologia e nella scienza politica — ha la capacità unica di chiarire le idee, di fissare punti essenziali nel rumore confuso di analisi, interpretazioni, previsioni, dichiarazioni di morte e di rinascita che riguardano l’organizzazione economica prevalente oggi.
Nel pensiero di Weber, il capitalismo non è la speculazione ma l’opposto. «La sete di lucro, l’aspirazione a guadagnare denaro più che sia possibile — scrive — non ha di per se stessa nulla in comune col capitalismo. Questa aspirazione si trova presso camerieri, medici, cocchieri, artisti, cocottes, impiegati corruttibili, soldati, banditi, presso i crociati, i frequentatori di bische, i mendicanti». Il desiderio di ricchezza c’è e c’è sempre stato. Ciò che cambia con il capitalismo è che la ricerca del profitto e dell’accumulazione non sono più speculazione e avventura, ma disciplina e scienza. La caratteristica fondante del capitalismo, quella che lo definisce, che lo rende diverso da tutte le forme economiche precedenti e che è tipica dell’Occidente per Weber è — come la spiegò il sociologo francese Raymond Aron — «l’impresa che lavora per l’accumulazione indefinita del capitale e che funziona secondo una razionalità burocratica». È l’incontro della ricerca del profitto con l’organizzazione razionale finalizzata non al breve termine, ma alla perpetuazione dell’accumulazione.
È questa razionalizzazione, non l’assalto alle risorse, la caratteristica del capitalismo di Max Weber, indifferente — qui sta una grande rottura con Marx — alla proprietà dei mezzi di produzione. Studiando i numeri e le statistiche storiche, le caratteristiche dell’etica religiosa soprattutto protestante (calvinista in particolare), confrontando il tutto con le organizzazioni socio-economiche di civiltà come quelle cinese, indiana, islamica, con il giudaismo primitivo, Weber stabilisce che questo incontro tra ricerca del profitto e razionalità è apparso una sola volta nella storia e solo in Occidente. E individua le corrispondenze tra lo spirito del protestantesimo e lo spirito del capitalismo.
La concezione calvinista del Dio onnipotente e misterioso che traccia il destino di tutti impedisce la nascita dei misticismi che hanno frenato lo sviluppo di altre civiltà. L’incertezza sui piani di Dio mette l’individuo in uno stato di angoscia tale da fargli cercare sulla terra la prova del destino di salvezza che spera gli abbia riservato il Signore. Il fatto che ognuno sia solo davanti a Dio è uno stato esistenziale formidabile per la crescita dell’individualismo. Se l’etica protestante impone di stare lontani dai beni terreni, dai lussi, e addirittura spinge a forme di vita ascetica, vorrà dire che il frutto del lavoro individuale non andrà sprecato ma in gran parte lasciato al lavoro stesso, reinvestito. Insomma, impresa individuale, risparmio, accumulazione: le base capitalistiche dello sviluppo dei mezzi di produzione.
Weber non ritiene che le sue teorie rovescino il materialismo storico marxista, che sostituiscano all’idea che l’economia produca e spieghi la religione la convinzione che la religione produca e spieghi l’economia. Nell’origine del capitalismo non vede causalità esclusive. «Tutte e due sono ugualmente possibili — scrive — ma con tutte e due si serve ugualmente poco alla verità storica se pretendono di essere non una preparazione ma una conclusione».
Non sempre, oggi, il capitalismo sembra quello spiegato da Weber. L’etica protestante non pare trionfare, a Wall Street come a Pechino vincono altre religioni. Ma proprio queste trasformazioni sono la caratteristica del passaggio storico che attraversiamo. Verso quale capitalismo siamo diretti? Senza Max Weber non riusciremo a capirlo.


Repubblica 24.11.10
L’osceno normalizzato
di Barbara Spinelli

Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l´ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell´Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s´è fatto banale e scuote poco gli animi.
Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi – futuro Premier – aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent´anni, almeno fino al ´92.
Dell´Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell´incontro a Milano della primavera ´74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest´ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d´un «uomo di garanzia».
La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell´87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s´aggiunga il «regalo» a Riina (5 milioni) per «aggiustare la situazione delle antenne televisive» in Sicilia. Fu Dell´Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l´allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe «finito sotto i ponti o in galera per mafia» (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell´Utri, in un´intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera».
C´è dell´osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell´Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: «Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale».
Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l´influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L´1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell´economia: «Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d´indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un´afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni».
In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell´illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l´atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: «Se non vi adeguate ve li scateno contro». Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l´ordigno infine non funzionerà: l´atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il «ciarpame senza pudore» del Cavaliere, e le «guerre per bande» orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all´astio che suscita per il solo fatto che impersona un´Italia che ama molto le persone oneste, l´antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.
Questa normalizzazione dell´osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l´apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C´è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l´assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre ´92 - condividendo le opinioni del ministro dell´Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all´ombra di un patto.
Il patto non è obbligatoriamente formale. L´universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch´essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell´osceno. Osceno è l´accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per «concorso esterno in associazione mafiosa». Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.
Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s´intesero con la Mafia per liberare l´Italia. L´accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l´effetto di rendere «antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d´influenza». Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa «di sinistra», ma di ben più essenziale: l´era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con «vocazione maggioritaria», ma l´essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l´anima, ma l´Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il ´45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre ´44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: «È un mostro col capo d´idra. Non crediate d´averlo ucciso».

il Riformista 24.11.10
Dopo quindici anni l’italiano pensa che l’ignoranza è forza
«Ci si vergogna solo del proprio paese. E io mi vergogno»
La situazione della scuola e del sapere. Le responsabilità di Internet e della televisione: «Penso che sia una porcheria, e quella italiana una porcheria assoluta, un avvelenamento della mente aggravata dal monopolio scandaloso tra reti pubbliche e private». Il premier? «Non nomino questa persona»
Andrea di Consoli intervista Carlo Ginzburg
qui
http://www.scribd.com/doc/43845282

il Riformista 24.11.10
Nuova biografia su Goebbels
Il “Papi” di Hitler «Gli scandali sessuali non sono pericolosi»
di Antonello Guerrera
qui
http://www.scribd.com/doc/43845282

l’Unità 24.11.10
«Eros e Priapo» Quando Gadda racconta di Mussolini sembra parlare di Berlusconi
Tutto è Reality Ma chi usa il falso per trasformarlo in vero maschera l’impotenza
Strategia feticista e onnipotenza Ecco come B. esercita il potere
Pubblichiamo ampi stralci del testo «Il corpo del capo come feticcio» della psicologa Lella Ravasi Bellocchio, tratto dalla «Rivista di psicologia analitica» (numero luglio-agosto 2010), titolo «Psiche e politica».
di Lella Ravasi Bellocchio

«La collettività subisce l’incanto non più del maestro, nel seno delle arti e mestieri, ma d’un istrione millantatore.
Cerebello non ha: dacché impriapito la persona tutta, unica sua cura e ineluttabile conato è questo: ch’ei percepisce raggiunge, “plasma”, tiene, subiuga la sua folla in qualità e come in carne di femina: e plauditrice grandissima».
Parole antiche e nuove, immagini a cui dare corpo, le parole di Gadda di Eros e Priapo. Che hanno come riferimento Mussolini e il ventennio fascista. Come si può lavorare attorno a un tema iniziato con Psicologia delle masse e analisi dell’io a prescindere dal contesto in cui e la massa e l’io sono ancora affondati in un brodo archetipico sempre in cottura, pronto a scodellare nuove minestre velenose?
Di patologia narcisistica si tratta, va bene. Di perversione feticista anche, centrata sul fallo, «la persona impriapita». Di delirio di onnipotenza e di autoriferimento, in cui e di cui campa l’istrione millantatore, con la fissazione della «folla-femmina», e siamo d’accordo, ma come mai quello che racconta mi apre scenari illuminanti oggi?
Seguo Gadda in alcuni brandelli di questo suo testo, acuminati e ferocemente intelligenti, nei capitoli che più mi interessano circa la patologia narcisistica dell’uso del potere, e la strategia feticista che il capo usa per esercitare il potere, mettendo in campo il falso per il vero. (Feticcio viene dal latino facticius, artificiale, fiorisce nei riti vudù, e vuol dire falso, così il feticcio-falsovero nei riti). Oggi l’impianto sistematico delle bugie, il governo del padrone che allarga a dismisura la sua personale visione povera e sporcacciona, amplificata dal mezzo televisivo, sostituisce le adunate. Non servono più. Bastano i reality che trascinano via dalla realtà e che soggiogano senza «cerebello» e «impriapiscono» la persona tutta. Basta la visione del corpo del capo come feticcio e dei suoi fedeli «illuminati» che occupano «militarmente» l’inconscio collettivo, tramite un conscio collettivo ramificato in tutte le aree del potere. Gadda scrive che il narcisismo disconnette, porta a dissociazione, in un autoerotismo
istrionesco che ha abolito «gli ormoni frenanti» o la competenza del dolore. Questo è molto visibile negli stadi infantili, in cui la monelleria, la birichinata, ecc. sono sentite come prodezza dal bimbo, e talora dai suoi genitori compiacenti e stoltamente «orgogliosi» di lui. La stessa emissione dell’orina e delle feci è motivo di una certa fierezza....Nella psiche statica del narcissico, ferma a una fase infantile (4-5 anni) come un treno bloccato al disco rosso, te tu vi discerni la irremovibile massa e la impenetrata pelle dello ippopotamo egolatra, un cosmo sciocco, ottuso e pesante inesorabilmente centrogravitante: secondo la qual gravità centripeta tutto ch’è in lui gli è bene, onore e fulgore e bellezza; tutto ch’è fuor di lui gli è miseria e stupidità, o tenebre: cioè addirittura non esiste. Tu gli rivolgi l’appassionata implorazione dell’amicizia e della fratellanza e lui è seduto sul trono ed emana: «Difatti, io...».
Nel campo psicoanalitico si descrivono gli studi attorno alla perversione feticista in cui la scissione dell’Io, tra riconoscimento della realtà e soddisfacimento del desiderio, pone il feticismo nell’ambiguo territorio tra nevrosi e psicosi. Louise Kaplan parla della «strategia feticista il cui principio è quello di trasformare qualcosa di strano e intangibile in qualcosa di familiare e tangibile». Usando cioè un meccanismo difensivo nei confronti dell’irriducibile alterità e incontrollabilità dell’altro, «la strategia feticista trasforma qualcuno o qualcosa, con la sua essenza immateriale, in qualcuno o qualcosa di reale, materiale e tangibile in modo da renderlo controllabile».
Torno a Gadda: «Per lui non il legno della croce, ma il cesso di lapislazzuli o il bidet di onice... Sul palco, sul podio, la maschera dello ultraistrione e del mimo, la falsa drammaticità de’ ragli in scena, i tacchi tripli da far eccellere la su’ naneria: e nient’altro. Ne consegue la esibizione fisica; dico la esibizione del corpo, del proprio e tronfio, e di quello delle “giovani generazioni”, la cui moltiplicata bellezza è veduta ed esibita come propria...».
Non ci si crede quasi, il testo è questo, precise parole contenute in Eros e Priapo. La carica istrionica, le vanterie sessuali, le fissazioni erotiche gioco troppo facile interpretarle perfino il bidet di onice, la malinconia del sesso di questo ipertrofico Io-fallo, la voce, l’immagine. Da quanto tempo? E per quanto ancora?
Ma se questo archetipo si incarna nella nostra psiche collettiva, e infatti molti sogni lo rivelano, ne portano traccia, oltre a patirne la presenza, a portarsene addosso sempre comunque una sorta di contaminazione, quanto e come tentare la strada di una «cognizione del dolore»? Credo che ciascuno con i propri mezzi debba mettere in moto una resistenza alla violenza della stupidità, della volgarità senza limite che corrompe, al dilagare di comportamenti la cui origine risiede nella fissazione e nel riferimento alla strategia feticista.
Quando Gadda parla di Mussolini e noi di Berlusconi c’è una inquietante continuità, un drammatico esempio in questo ritorno di un rimosso mai elaborato, un pezzo di storia collettiva che non se ne è mai andato dall’Anima Mundi di questo nostro paese. Solo si era tenuto un po’ sottotono all’apparenza, ma l’opera corruttrice non ha mai smesso di esercitare, fino a quando si è trovato un nuovo interprete perfetto per l’abito smesso. Tanto che queste parole oggi non sono certo invecchiate, sono solo tornate.
Quando vediamo, sgomenti, i documentari d’epoca con Mussolini e ci chiediamo come è stato possibile, ai nostri occhi compare il corpo come feticcio in azione: eretto come fallo o manganello, con la nereggiante folla-vagina sotto di lui che la «tiene e subiuga in qualità e come in carne di femina». Fotogrammi che ritornano,
che non hanno mai lasciato il campo, quelli che stanno ora sotto i nostri occhi, mentre il rimosso è in azione. Scrive la Kaplan: «Il feticismo estingue ogni scintilla di creatività che potrebbe dar fuoco alla minaccia della ribellione».
L’appiattimento, l’omologazione, il conformismo sono l’altra faccia dell’erotia, per dirla con Gadda. Compare nell’inconscio traccia dell’eterna passività masochista che si nutre di proiezioni: il capo come feticcio diventa appunto il luogo in cui dilaga l’Ombra, a cui tutto è consentito, nella regressione infantile autoerotica (del bambino che fa la cacca sul tavolo con attorno la famiglia plaudente). L’enfasi sulla libertà è un inganno colossale: la libertà come viene svenduta oggi toglie senso all’etica e istiga alla sopraffazione del più forte contro il più debole, annulla la «compassione», costringe alla guerra.
La strategia feticista basata sulla continua falsificazione ha nel corpo del capo come feticcio la sua icona, se ne serve per estinguere la scintilla di creatività pericolosa. La minaccia di ribellione che potrebbe derivarne mostrerebbe non solo che «il re è nudo» ma che si è appropriato della nostra vitalità creativa, contaminando la vita di tutti.
Chi è animato come Berlusconi da una strategia feticista sa bene come usare il falso per trasformarlo in vero.
L’uso perverso che fa del potere assomiglia sempre più al feticcio del suo proprio corpo, al suo parlare di sé in terza persona (anche qui ci occorre un riferimento psichiatrico) con le sue ciniche e volgari battute, la sua cinica e volgare pratica di vita. Tutto in lui è reality non realtà. Cioè il falso per il vero, e il «pensiero magico» a sostegno dell’onnipotenza narcisistica che maschera l’impotenza e l’angoscia di morte.
Ma un’Italia civile che si ribella continua a manifestarsi sempre più scossa dall’emergere del rimosso. Mi fermo qui. Continuo, dentro di me, a riflettere, a trovare semi di luce per continuare, per accompagnare nell’inconscio, per non perdere il contatto con una realtà folle incarnata nella follia individuale e collettiva.

Repubblica 24.11.10
La difesa del regista Panahi, incarcerato dopo i cortei anti-regime "Sono vittima di un´ingiustizia ma continuo ad amare il mio Paese"
"Non uccidete le mie idee faccio film per il vero Iran"
di Jafar Panahi

Pubblichiamo le parti più significative della difesa di Jafar Panahi, il regista iraniano arrestato per aver partecipato alle proteste contro il regime.

Negli ultimi giorni ho rivisto i miei film preferiti, ma alcuni, tra i più belli della storia del cinema, non ho avuto modo di vederli. La sera del 1° marzo sono penetrate in casa mia, mentre io e il collega Rasoulof eravamo intenti a girare quello che doveva essere un film socialmente impegnato, persone che si sono identificate come agenti dei Servizi di intelligence e che hanno arrestato me, Rasoulof e altri membri della troupe senza mandato. Hanno confiscato la mia collezione di film e non me l´hanno più restituita. Di questi film ha parlato soltanto il procuratore incaricato che mi ha chiesto: «Che cosa sono questi film osceni che colleziona?».
Ho imparato a fare cinema ispirandomi a questi film straordinari, che il procuratore giudicava osceni. Mi risulta difficile capire come possano essere definiti osceni quei film e come sia possibile definire un reato l´attività per la quale sono stato arrestato. Mi state processando per aver girato un film che all´epoca del mio arresto era completo solo al trenta per cento. Avrete sentito dire che la dichiarazione di fede dell´islam, «Non c´è dio all´infuori di Allah», può trasformarsi in blasfemia se uno recita la prima parte e omette la seconda. E allora come potete stabilire se sia stato commesso un reato visionando il 30 per cento di girato per un film che ancora non è stato montato?
Non comprendo l´accusa di oscenità rivolta ai classici della storia del cinema e non comprendo di quale reato mi si accusa. Se queste accuse sono vere, non siamo solo noi a essere processati in questa sala, ma tutto il cinema iraniano artistico, umanistico e socialmente impegnato, un cinema che cerca di andare oltre il bene e il male, un cinema che non giudica e non si arrende al potere o al denaro, ma cerca di offrire con sincerità un´immagine realistica della società.
Una delle accuse contro di me è quella di voler incoraggiare con questo film manifestazioni e proteste. Durante tutta la mia carriera ho ripetuto più volte che sono un cineasta impegnato socialmente, non politicamente. A me interessano principalmente le problematiche sociali, e i miei film sono drammi sociali, non dichiarazioni politiche.
Sono stato accusato di aver preso parte a manifestazioni. Nessun regista iraniano ha ricevuto l´autorizzazione a usare la sua telecamera per riprendere gli eventi, ma non si può proibire a un artista di osservare! Sono stato accusato di realizzare un film senza autorizzazione. È necessario che faccia notare che il Parlamento non ha mai promulgato nessuna legge che imponga di avere un´autorizzazione per girare un film?
Sono stato accusato di aver firmato una dichiarazione. È vero, ho firmato una lettera aperta, sottoscritta da 37 illustri cineasti che esprimono inquietudine per la piega degli eventi nel nostro Paese. Invece di dare ascolto alle preoccupazioni, ci hanno accusati di tradimento. Ma questi cineasti sono gli stessi che in passato hanno espresso preoccupazione per ingiustizie commesse in ogni parte del mondo. Come ci si può aspettare che rimangano indifferenti alla sorte del loro stesso Paese?
La storia dimostra che la mente di un artista è la mente analitica della sua società. Imparando la cultura e la storia del suo Paese, osservando gli eventi che si svolgono intorno a lui, egli vede, analizza e presenta alla società, attraverso la sua arte, tematiche di attualità.
Come si può accusare qualcuno di un crimine solo per quello che gli passa per la mente? L´assassinio delle idee e la sterilizzazione degli artisti di una società produce solo un risultato, quello di uccidere le radici dell´arte e della creatività. Arrestare me e i miei colleghi mentre giravamo un film ancora incompiuto non è nient´altro che un´aggressione da parte del potere a tutti gli artisti di questa terra. Questo è il messaggio che manda, chiarissimo quanto triste,: «Se non la pensate come noi, ve ne pentirete».
Vorrei ricordare alla corte un altro elemento paradossale della mia incarcerazione: lo spazio riservato nel Museo del cinema ai premi ricevuti da Jafar Panahi nei festival cinematografici è molto più ampio di quello della sua cella. Detto questo, nonostante tutte le ingiustizie commesse nei miei confronti, io, Jafar Panahi, dichiaro ancora che sono un iraniano, che resto nel mio Paese e che amo lavorare qui. Amo il mio Paese e ho pagato un prezzo per questo amore, e sono disposto a pagarlo ancora se necessario. Come dimostrano i miei film, dichiaro di credere nel diritto dell´"altro" a essere differente, dichiaro di credere nella comprensione e nel rispetto reciproci, e nella tolleranza, quella tolleranza che impedisce di giudicare e di odiare.
(traduzione di Fabio Galimberti)

Repubblica 24.11.10
Odissea nello spazio geometrico
Atomi, quadri e pianeti se la fantasia matematica ci spiega l´universo
Il saggio di Odifreddi spiega, tra Euclide e Dalí, come si sono sviluppati e diffusi i concetti della disciplina
Il volume contiene molte illustrazioni per mostrare come si legano arte e scienza
Non ci sono solo numeri ma anche emozioni e sentimenti
di Paolo Zellini

L´immaginazione del matematico si può paragonare per certi versi al viaggio che Ulisse fu costretto a compiere per tornare a Itaca dopo la distruzione di Troia. Il paragone, che sembrerebbe ispirato a un gusto spericolato della metafora, fa invece parte di una importante riflessione di Proclo, il grande filosofo neoplatonico del V secolo autore di un celebre Commento al I Libro degli «Elementi» di Euclide. Proclo provò infatti a spiegare, con argomenti tutt´altro che obsoleti, il significato dell´invenzione geometrica, di quella produzione così varia, per non dire sterminata, di forme e di figure con cui siamo soliti organizzare lo spazio che ci circonda. Per Proclo la ragione del geometra possiede sì i concetti, ma non è capace di vederli se non proiettandosi all´esterno, dispiegandoli nell´immaginazione, in varie composizioni e scomposizioni di figure, e solo dopo aver considerato la moltitudine di forme e raffigurazioni le rivolge di nuovo verso l´unità di una conoscenza intellettiva. Lo studio della geometria sarebbe allora, scrive ancora il filosofo neoplatonico, un dono di Ermes il quale, prendendo le mosse dalla ninfa Calipso, sapeva risvegliare con la sua verga gli uomini dal sonno e ricondurre l´opera dell´immaginazione a una conoscenza più completa e affrancata dagli impulsi dispersivi della fantasia: un ritorno all´intelletto simile a quello di Ulisse a Itaca.
Il nuovo libro di Piergiorgio Odifreddi, C´è spazio per tutti, appena pubblicato per Mondadori (pagg. 266, euro 22), ha ora il merito di descrivere in forma sintetica, brillante e mai dispersiva, questa incredibile varietà di figure e di immagini che la fantasia matematica è in grado di produrre; da una parte quindi un percorso variegato, quasi un "giro smarrito", nella molteplicità variegata e proteiforme delle immagini, dall´altra le ragioni che consentono di astrarre, di dimostrare, di studiare l´equivalenza di diverse figure, di definire e calcolare rapporti e proporzioni, di costruire figure simili, ossia di collegare con l´intelletto la pluralità delle forme e di costruire infine quella scienza geometrica che è l´imponente e incredibile invenzione del genio greco. Si tratta forse del primo capitolo di un più vasto "racconto della geometria", un progetto che si limita per ora alle conoscenze più antiche, dall´India e dall´Egitto fino ai grandi matematici dell´epoca ellenistica, come Euclide, Archimede o Apollonio.
Come dimostra Odifreddi, che offre pure al lettore un attraente corredo iconografico, la grande varietà di figure create dalla fantasia matematica trova riscontro in ogni aspetto del mondo reale. Siamo letteralmente circondati dalla geometria e spesso non ce ne accorgiamo neppure. Immagini geometriche più o meno regolari si trovano nelle arti, come la pittura e l´architettura, sia antiche che moderne. Ma spesso è la stessa natura a offrircene esempi mirabili, alcuni direttamente osservabili, per esempio nei radiolari o nei cristalli, altri collegabili ai modelli più o meno attendibili con cui l´uomo ne descrive i fenomeni, come il tetraedro, nei cui vertici sembrano disporsi gli atomi del metano o del fosforo bianco, oppure il sistema di solidi regolari incastrati l´uno nell´altro con cui Keplero si era immaginato il sistema solare.
Lo spazio allora non è solo oggetto di uno studio scientifico, ma è pure un nostro concetto del reale, un ambito di esperienza concreta che coinvolge perfino, come aveva già osservato Leonardo Sinisgalli, sentimenti ed emozioni. Odifreddi considera quasi esclusivamente, in questa prima parte del suo "racconto", lo spazio euclideo, ma sposta pure incidentalmente e opportunamente l´attenzione del lettore su altri tipi di spazio, quelli non-euclidei dovuti agli studi più avanzati, nel XIX secolo, di Gauss, Bolyai, Riemann e Lobacevskij. Lo spazio euclideo è omogeneo, illimitato, isotropo, continuo e, come si dice, "a curvatura zero", caratteristiche che non sempre si trovano nella nostra percezione della realtà, e neppure nell´esperienza artistica, come si vede in certi quadri stranianti e allucinati di Vincent van Gogh.
La geometria elementare di Euclide poggia sul celebre postulato delle parallele che, nella formulazione di Proclo, afferma che per un punto fuori di una retta passa una sola parallela alla retta. La premessa di altre geometrie, che si sono dimostrate più idonee alla descrizione dell´universo fisico, è di non assumere a priori quel postulato come vero o come falso. Un´idea di John Wallis, enunciata nel 1663, era di stabilire un´equivalenza tra il postulato delle parallele e il principio in base al quale per ogni figura ne esiste una simile di grandezza arbitraria. Un´idea di estremo interesse, che ci proietta sia indietro che in avanti nella storia. In avanti, perché è facile dimostrare che certi concetti basilari dell´analisi e del moderno calcolo scientifico poggiano sui modi di ingrandire una figura mantenendone invariata la forma. Dalle tecniche di ingrandimento di un quadrato dipendono infatti l´idea analitica di "incremento", i metodi di linearizzazione e il calcolo iterativo, basato sull´applicazione ripetuta, passo per passo, di uno stesso operatore a stime numeriche sempre più vicine alla soluzione cercata. Ma l´idea di Wallis ci sposta pure all´indietro, perché tra le prime applicazioni di costruzione con riga e compasso, a partire circa dal VII secolo a.C., figurano le costruzioni di altari vedici in diverse scale di grandezza, una geometria che potrebbe avvalorare la congettura su un´origine rituale della matematica.
Lo scetticismo di Odifreddi in materia di credenze religiose, dimostrato qua e là in questo libro come in altri, non deve ingannare troppo: il suo, azzardo l´ipotesi, è un interesse ex contrario, che comporta il rifiuto di immagini tanto sfolgoranti quanto potenzialmente idolatriche. Ma sempre un interesse è: meglio riferibile, forse, a quelle tradizioni di teologia negativa in cui il dio è rivestito delle sue sembianze più vili, come nelle immagini irridenti e demistificanti delle Commedie di Aristofane o nelle figure deformi dell´arte mitologica di Paul Klee.

Repubblica 24.11.10
Da Van Gogh a Monet la magia impressionista
Successo per la mostra del genio olandese a Roma: 170 mila visitatori nei primi 45 giorni
di Raffaella De Santis

«Ho fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire, ciò che non riesco a dire a parole». Era questa l´idea che Vincent Van Gogh aveva dell´arte: un impasto di colori dai quali trasparissero i tormenti della sua anima. E sarà proprio la biografia artistica ed esistenziale di Van Gogh, quell´intreccio di arte e vita dal quale il pittore olandese non sapeva prescindere, a inaugurare oggi il primo di una collana di dieci volumi che Repubblica dedica all´Età dell´Impressionismo.
Sulla scia del successo della mostra in corso al Vittoriano a Roma (170 mila visitatori nei primi 45 giorni di apertura), il libro illustrato Van Gogh. Tra impressionismo e avanguardia (pagg. 312, in edicola oggi a richiesta con La Repubblica al prezzo di 14,90 euro più il prezzo del giornale) racconta il pittore attraverso i suoi quadri e le tele degli artisti suoi modelli: gli esordi, il trasferimento a Parigi, la scoperta dell´opera di Anquetin, Signac, Bernard, Seraut, Toulouse-Lautrec, la fuga nella luce accecante della Provenza, nella casa gialla di Arles dove lo raggiungerà Gauguin. Ogni tappa è legata a un dipinto. Dalle facce scure dei contadini Mangiatori di patate all´esplosione dei papaveri incendiati e dei girasoli gialli, alle cascine immerse nei campi di grano dorato.
Dopo Van Gogh, seguiranno altri nove volumi: la pittura en plein air di Claude Monet (primo dicembre), Paul Gauguin e la scuola di Pont-Aven (8 dicembre), Pierre-Auguste Renoir e la sensualità della pittura (15 dicembre), Edouard Manet e le origini dell´impressionismo (22 dicembre), la rivoluzione di Paul Cézanne (29 dicembre). E poi, da gennaio: Toulouse-Lautrec, Degas, Rodin, fino a Fattori e ai macchiaioli. Si tratta di volumi illustrati di grande formato (23x28) con testi d´autore e immagini. Ogni dipinto è spiegato e raccontato con ricchezza di particolari e messo a confronto con le opere che lo hanno ispirato. Il risultato è la ricostruzione del quadro complessivo dell´impressionismo attraverso i grandi maestri, ma anche le correnti e i protagonisti secondari.
Ogni volume ricostruisce l´intreccio tra le esperienze di questi artisti nelle loro influenze reciproche. I rapporti burrascosi tra Van Gogh e Gauguin, raccontati nel libro in uscita oggi, finirono con un gesto autolesionista: Van Gogh si tagliò il lobo dell´orecchio sinistro. Di quel gesto rimane il famoso Autoritratto con l´orecchio bendato e pipa. Il quadro doveva servire a rassicurare l´amico. Finirà invece in modo tragico. Van Gogh, dopo essere stato dimesso dalla clinica di Saint-Rémy, dove era stato ricoverato a causa delle sue crisi nervose, si ucciderà sparandosi un colpo di pistola. Era il 1890, aveva 37 anni. Poco prima aveva dipinto il Campo di grano con corvi per esprimere alla sua maniera, cioè con i colori, la sua «estrema solitudine».

Repubblica 24.11.10
Centocinquant’anni fa nasceva il rivoluzionario movimento
di Fabrizio D’Amico

Perché mai, a distanza di centocinquant´anni dal suo sorgere e dal suo breve percorso, l´impressionismo e tutti i suoi maestri (anche quelli ascritti un po´ abusivamente al gruppo: come Manet, che in realtà non volle mai farne parte; o come Van Gogh, che s´unì al movimento a cose fatte, quando le ragioni di coesione dei primi interpreti venivano a mancare) ‘tirano´ ancora tanto, così da essere soggetto obbligato delle mostre più clamorose, perle dei musei più visitati, ‘top prices´delle aste ovunque nel mondo, argomento dei libri d´arte più letti?
C´è qualcosa di misterioso in questa larghissima fedeltà serbata all´impressionismo da un mondo che ha fatto della novità ad ogni costo, e della parallela negazione del valore della memoria, la barra del suo procedere verso il domani. A svelarlo, quel mistero, concorrono due considerazioni opposte. Da una parte l´impressionismo è certamente il primo ‘luogo´ della pittura moderna ove precipitano assieme la grazia, la gioia degli occhi e del cuore, e un sentire legato all´istante, persino alla volubilità di un attimo che presto passerà, ma che è contemporaneamente sgorgato da una scaturigine profonda, personale e autentica. Quante volte abbiamo percepito unite indissolubilmente, in un campo di papaveri di Monet o di Renoir giovani, la bellezza di un paesaggio, lo scorrere di un soffio di vento su quel prato, la luce che lo bagna un breve istante e, in unità con questi doni di verità fatti allo sguardo, il senso profondo di una persona avvolta, circonfusa da quella natura?
Tutto ciò da un canto; dall´altro, stanno le ragioni più incancellabili per le quali l´impressionismo occupa fermamente uno spalto dell´arte moderna. Per la prima volta accade in quegli anni della metà dell´Ottocento che la pittura rinunci a farsi una finestra aperta sul mondo: rinuncia dunque a mimare l´esistente, a incanalarlo lungo una prospettiva correttamente digradante dal primo piano al fondo, a descriverlo nelle minuzie di una verosimiglianza che disegno e chiaroscuro avevano assicurato alla pittura dei secoli andati. Tutto si ribalta sul primissimo piano, e lì la pittura, libera finalmente dall´obbligo della mimesi, si fa autonoma e, bruciando le scorie che l´avevano subordinata alla verità del mondo, fonda una propria realtà.

Repubblica 24.11.10
Cervello
A New York una rassegna ricostruisce i meccanismi della mente Un percorso suggestivo con installazioni, 3D e video interattivi
Tra neuroni e sinapsi il viaggio nel pensiero diventa una mostra
Un´esperienza didattico-sensoriale nella più complessa struttura biologica conosciuta
di Anna Lombardi

NEW YORK E se stanotte l´antica magia egizia che dava tanti grattacapi a Ben Stiller tornasse ad animare il Museo di Storia Naturale di New York? Come se la caverebbe il divo di Una notte al museo alle prese con un tunnel di neuroni scoppiettanti, un ologramma dell´intelligenza emotiva e un omuncolo gigante tutto bocca e mani, a rappresentare i sensi con cui il cervello più si rapporta alla realtà?
Brain: The inside story è la nuova mostra appena inaugurata in quello straordinario spazio nel cuore di Manhattan, un labirinto di 25 edifici che racchiudono 32 milioni di reperti, dal meteorite Ahnighito allo scheletro del Tyrannosaurus Rex. Una mostra concepita interamente qui, con la collaborazione di partner italiani, cinesi e spagnoli: anche grazie agli studi condotti nei laboratori nascosti dietro a queste sale, stipati in lunghi corridoi come fossero la nervatura di un organismo, e uniti da immensi ascensori che viaggiano orizzontalmente. Nel dipartimento di paleontologia, ad esempio, il professor John Maisey ha individuato in un fossile ittico la più antica traccia di cervello conosciuta, che ha potuto ricostruire nella sua struttura elementare grazie al 3D. E poco più in là, nel dipartimento di zoologia degli invertebrati, Mark Siddall è il detentore dei segreti di una collezione di proto-cervelli che parte dalla spugna per arrivare «a quello più affascinante». L´uomo? «Macché: il polpo gigante».
«Abbiamo cercato di creare qualcosa di diverso» racconta Ellen Futter, presidente del Museo, «un´esperienza didattico sensoriale che non solo trasporti il pubblico nella più complessa e affascinate struttura biologica conosciuta, ma aiuti a comprendere attraverso quale straordinario percorso gli scienziati sono arrivati a decifrarne i meccanismi». Storia, fisiologia, quei numeri strabilianti: come i 100 miliardi di neuroni che ci portiamo in testa, capaci singolarmente - e in un solo secondo - di lanciare migliaia di segnali.
Così, questa grande mostra aperta fino al 15 agosto - che Codice. Idee per la cultura, porterà a Milano nel 2013 - svela in un colpo e in un ambiente solo tutti i meccanismi di percezione, emozione, costruzione del pensiero: anche attraverso giochi multimediali che sfidano le nostre capacità conoscitive. Invitando, ad esempio, a distinguere affidandosi al solo udito il suono della pioggia da quello di uno sfrigolante bacon in padella: per scoprire che il cervello non è infallibile, tanto più quando i sensi sono coinvolti. Non è nemmeno una singola entità ma un insieme di strutture interconnesse, ciascuna con "responsabilità" e "poteri". Alcune sviluppate di recente, altre così antiche da essere state rintracciate in lucertole vecchie milioni di anni.
Troppo complicato? Per sintetizzare i concetti, la mostra si affida perfino all´arte: come la selva di cavi "accesa" da fuochi artificiali costruita dallo spagnolo Daniel Canogar che svela il funzionamento delle sinapsi. «Ogni singola informazione che approda al nostro cervello determina cambiamenti, nuove combinazioni di idee» assicura la vera mente della mostra, quel Rob DeSalle che nel 1992 isolò l´allora più vecchio frammento conosciuto di DNA, «perciò è inevitabile: chiunque verrà qui in visita cambierà, anche senza volerlo, il suo approccio al concetto di "pensiero" per sempre».

il Fatto 24.11.10
Renato Guttuso
La (presunta) conversione di un comunista
Retroscena sulle ultime ore del pittore
di Costanzo Costantini

Son cominciate con un largo anticipo le manifestazioni in onore di Renato Guttuso per il centenario della nascita, che ricorrerà il 26 dicembre 2011. L’11 settembre scorso si è aperta a Parma, nella sede della Fondazione Magnani Rocca, a cura di Stefano Roffi sotto il titolo “Passione e realtà”, una mostra che annovera, in sintesi, le opere principali del pittore siciliano e ricorda le tappe principali della sua esistenza, quale artista impegnato nella sfera sociale e politica. E si torna a parlare del “caso Guttuso”, ossia della sua supposta conversione in punto di morte, lui comunista dal 1940 e senatore del Pci per due legislature, alla fede cattolica, episodio che aveva suscitato all’epoca polemiche clamorose.
NEL 1986 Renato Guttuso si ammala di cancro ai polmoni e nella notte fra il 17 e il 18 gennaio del 1987 muore. Il primo ad avere la notizia è Fiorenzo Angelini, il monsignore romano che gli era amico e particolarmente vicino negli ultimi tempi. Angelini è anche il primo ad accorrere a Palazzo del Grillo, nella camera ardente allestita al secondo piano della fastosa residenza, dove Guttuso e la moglie Mimise Dotti abitavano dal 1964. Angelini è ancora il primo a parlare, la mattina del 18 gennaio, della “conversione” di Guttuso, che sarebbe avvenuta tramite lui e il suo amico intimo Giulio Andreotti, del quale il prelato romano è confessore. Anch’io mi reco a Palazzo del Grillo la mattina del 18 gennaio. Salgo nella camera ardente. La salma giace in un cassa di legno chiaro foderata di velluto amaranto; l’abito scuro è ravvivato da uno di quei gilet scarlatti che Guttuso indossava con frequenza. Quando scendo, verso le 12, noto sulla piazza antistante il Palazzo monsignore Angelini. Lo avvicino. Parla con un giornalista della televisione. Gli dice: “Qualche tempo prima di andarsene, Guttuso mi ha chiesto di pregare insieme. Si è segnato. È morto pregando la Madonna e invocando il volto santo di Gesù”. Gli dico che sono un giornalista e dice anche a me che è morto pregando la Madonna e invocando il volto santo di Gesù. Gli chiedo: “Allora si è convertito?”. Risponde: “Non è corretto parlare di conversione all’ultimo momento. Guttuso non aveva mai fatto professione di ateismo, era stato sempre un credente, anche se non praticante. Negli ultimi tempi c’era stata in lui una crescente riaccensione della fede, di quella fede che aveva sempre avuto. Non c’era bisogno di forzarlo”. Gli chiedo: “Lei era presso il capezzale quando è morto?”. “Mi sono allontanato verso mezzanotte”. “A che ora è morto?”. “Dopo mezzanotte”. Non sa a che ora esattamente è morto e quindi l’ha lasciato senza la sua preziosa assistenza spirituale mentre spirava (era morto all’una meno quindici minuti del 18 gennaio).
NEI GIORNI successivi monsignor Angelini ripete più o meno le stesse cose e, pur dicendo che non bisogna “strumentalizzare le cose dell’anima”, scatena, con l’attiva partecipazione di Giulio Andreotti, un frenetico lancio pubblicitario della “conversione”. La sua immagine appare alla televisione e campeggia sulla stampa come quella di una superstar del cinema. I cronisti ne ricostruivano con enfasi la biografia e la carriera. Ma, benché usi tutti i mezzi possibili, non riesce a convincere quasi nessuno, neppure il figlio adottivo del pittore, Fabio Carapezza, mentre Giulio Andreotti se ne mostra più che convinto, più convinto dello stesso Angelini. Difficile stabilire quale di questi due “cavalieri dello spirito” dica, nel corso di questo insolito battage, le cose più menzognere o più grossolane. Nell’omelia che pronuncia nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva – il funerale laico di questo “pittore dimezzato” era avvenuto poco prima in Piazza del Pantheon, oratore Alberto Moravia – Angelini dice che Guttuso non aveva mai voluto dipingere, per “sublime umiltà”, il volto di Cristo e che negli ultimi tempi stava dipingendo una nuova Crocifissione, dopo quella del 1941-42 (il cardinale Celso Costantini, presidente della Commissione Pontificia per l’Arte Sacra ed esperto di arte cinese, l’aveva definita “un baccanale orgiastico di figure e di colori, assolutamente blasfemo”). Due menzogne: il volto di Gesù lo aveva dipinto nel 1970 in una gouache intitolata Ecce homo, nella quale per il Nazareno aveva tenuto presente il volto di Terence Stamp, l’attore inglese, dall’attitudine ieratica, che si era fatto crescere la barba per interpretare il ruolo di San Paolo in La via di Damasco, il film di Zurlini poi andato a monte; negli ultimi tempi Guttuso non stava dipingendo una nuova Crocifissione, ma stava rifacendo, su richiesta di Marta Marzotto, una Maria Maddalena da Matthias Grunewald che si era deteriorata a causa di un incendio.
L’ULTIMO QUADRO di Guttuso è il Gineceo, per il quale si era ispirato ai versi di T.S. Eliot che dicono: “Nella stanza le donne vanno e vengono/ parlando di Michelangelo”. È un atelier nel quale si aggirano otto donne, una delle quali è Marta Marzotto e le altre variazioni della sua figura. Per studiare il movimento dei corpi nudi Guttuso aveva fatto invitare nello studio alcune donne prese dalla strada, ma si erano rifiutate di ballare nude e di posare perché non era il loro mestiere. Mi aveva detto mentre dipingeva quel quadro, nel nuovo studio al terzo piano di Palazzo del Grillo: “Le figure sono di un terzo più grandi del reale. Gli artisti del primo Rinascimento, come Masaccio, Piero della Francesca, facevano le figure più piccole del vero. Raffaello ritraeva quasi sempre al vero. È Michelangelo che ingrandisce le figure”. Contro il divieto assoluto dei suoi medici curanti, il pittore fumava ancora , sebbene il fumo gli provocasse violenti accessi di tosse, costringendolo ad interrompere il lavoro. Dopo la morte della moglie, avvenuta il 26 settembre del 1986, non dipinge più. Questo il Guttuso degli ultimi mesi prima della morte. Non era immaginabile che un sacerdote potesse mentire così, per di più in chiesa. Ma monsignor Angelini, fosse o meno in buona fede, non nutriva un amore esclusivo per la verità. Nato a Roma nel 1916, nel 1940 viene ordinato sacerdote, nel 1956 è vescovo, nel 1991 cardinale (Giovanni XXIII ne aveva depennato il nome fra i candidati alla porpora cardinalizia). Ministro della Sanità Vaticana dal 1985 al 1996, disponeva di un potere immenso, tanto è vero che era stato definito “Sua Sanità”. Renzo Vespignani lo chiamava “L’abbacchiaro”, per le pantagrueliche mangiate di abbacchio al forno con cui manteneva la linea quando veniva invitato – o si autoinvitavanella casa del pittore romano a Bracciano. Un altro artista lo chiamava “il corvo dello spirito”, per averlo visto aggirarsi intorno al capezzale di Giuseppe Capogrossi, il pittore scomparso nel 1972. Nel 1960 il suo nome era tra i compilatori della lista delle personalità da arrestare nel caso che Tambroni avesse realizzato il colpo di Stato. Chi volesse sapere qualcosa di più di lui, può leggere Vaticano Spa., il libro di Gianluigi Nuzzi pubblicato da Chiarelettere.
DAL CANTO SUO il Limax maximus – come è stato definito da qualcuno Giulio Andreotti, in quanto, alla stregua dell’onninvadente lumacone, suole lasciare tracce dei suoi passaggi -, dopo aver sentenziato, in un articolo su Epoca dal perentorio titolo “Guttuso convertito”, che “sarebbe rozzo e ingiusto voler contrapporre la militanza comunista di Renato alla sua recuperata adesione alla religione cattolica”, s’improvvisa critico d’arte, trasformando il Guttuso autore di alcune opere di carattere sacro, alle quali lo stesso pittore, ad eccezione della su citata Crocifissione, non attribuiva che scarso valore, in una sorta del Beato Angelico. Per fortuna non mancavano coloro che irridevano il leader democristiano per il suo presenzialismo ubiquitario e per la sicurezza con cui parlava della “conversione” dell’autore del Gineceo..
Scriveva un giornale satirico della capitale: “Che Guttuso fosse comunista e religioso, comunista e cristiano, comunista e credente, è una tesi che si può condividere. Si può anche credere che al momento della morte abbia pregato la Madonna e invocato il volto santo di Gesù. Ma che si sia riavvicinato a Dio tramite monsignor Angelini e Giulio Andreotti è cosa assolutamente non credibile”.

Avvenire 24.11.10
Torna la mistica e va oltre le visioni
Estasi e rapimenti sono ormai oggetto di studio anche della cultura «alta»; che tenta di dare statuto razionale all’esperienza di comunicazione «affettiva» tra uomo e divinità: passando per Husserl ed Edith Stein
di Alessandro Ghisalberti


Ma se concentrarsi su elementi emozionali resta solo una ricerca dello straordinario, pure la contemplazione strettamente filosofica risulta inefficace perché l’ascesi intellettuale non crea il godimento di Dio


Mistica, un termine oggi molto ricorrente in qual­siasi produzione culturale, a partire da quella alta, che si e­sprime in ricerche e pubblicazioni volte a indagare percorsi di ap­profondimento di temi caratteristi­ci della religiosità, di testi ricono­sciuti come fondativi nella storia della mistica cristiana maschile e femminile, di fenomeni di estasi, visioni e rapimenti, che in generale attraversano molte tradizioni reli­giose, oltre che pratiche filosofiche, letterarie, psicologiche. Si tratta di interrogarsi sulla possibilità di tro­vare una fondazione rigorosa del­l’esperienza mistica, un suo speci­fico statuto concettuale e un lin­guaggio criticamente omologato.
Gli orientamenti in proposito re­stano ancora oggi diversificati, con autori che ritengono di riconoscere la solidità epistemologica della mi­stica, facendo ricorso alla fenome­nologia che consente di evidenzia­re la natura intenzionale, cosciente e libera, dell’esperienza mistica, e con altri autori che invece ritengo­no prevalentemente soggettivo il linguaggio usato dai mistici per narrare le loro esperienze. A questo fine, è molto importante una pre­messa chiarificatrice: qui si inten­de sviluppare un discorso collo­candosi all’interno della mistica e­braico- cristiana, la quale differisce da tutte le altre linee di mistica pre­senti in altre tradizioni religiose, occidentali e orientali, come pure differisce dalle plurime e diversifi­cate correnti della mistica olistica, filosofica, teosofica, erotica. L’espe­rienza mistica sviluppata all’inter­no della tradizione ebraico-cristia­na è un essere presi da Altro, quin­di è fare esperienza di una passi­vità che conduce all’unione con l’Altro, il quale prende l’iniziativa.
Tale passività non significa tuttavia l’annullamento del soggetto. La mistica non è mai il semplice frut­to di una tecnica o di una prepara­zione ascetica da parte dell’uomo, e non si esprime soltanto nel senti­re, ma ha al suo centro la parola di Dio rivelata. L’iniziativa assoluta­mente non anticipabile e libera di Dio consiste nel fatto che Dio si ri­vela e l’unione con lui è collocabile solo in una relazione cui si accede affidandosi alla sua parola rivelata.
Se questo è già presente nell’Anti­co Testamento, lo è in misura mag­giore nel Nuovo, dove – secondo Giovanni – la Parola si fa carne: l’i­niziativa di Dio è l’evento storico della sua autocomunicazione in Gesù Cristo. Su queste basi la mi­stica cristiana, quindi, non è la semplice intuizione di una realtà divina di cui tutti facciamo parte, ma è l’accoglienza interpretante del senso della vita e della morte di Gesù. Da qui nasce il sentire di es­sere stati presi dall’iniziativa di Dio e il senso di fiducia attestativa della sua verità, che entra nell’esistenza, nella carne, nel respiro. Non c’è u­nione senza relazione, e non c’è re­lazione senza il darsi di Dio come parola, come storia. In linea gene­rale, sono due le modalità di misti­ca nella fede cristiana, egualmente presenti nella storia del cristianesi­mo: la mistica autentica in senso proprio, che potremmo chiamare mistica unitiva, in cui Dio si comu­nica in modo sperimentale diretto nella forma dell’estasi, e l’uomo lo conosce senza mediazioni concet­tuali e ne fruisce amorosamente; e una mistica da intendere in un senso più lato, una mistica affetti­va, come contemplazione frutto di orazione, in cui Dio non si dona di­rettamente e l’uomo non «vede», ma «crede» la deità come tale e di ciò esulta e cresce in lui il desiderio di vedere Dio. Siamo sempre all’in­terno di un cammino che presup­pone la fede: ogni altra mistica, che si concentri su elementi puramen­te emozionali e funzionali, resta fuori dalla vera mistica, risultando piuttosto una ricerca dello straor­dinario come securizzazione della tragicità della vita. Anche una mi­stica strettamente filosofica, pur essendo portatrice di un autentico desiderio di vedere Dio, risulta i­nefficace per il raggiungimento pieno dell’obiettivo, perché nessu­na ascesi intellettuale può produr­re la visione di Dio. Alla ricerca alla ricerca di un «fondamento» forte dell’esperienza mistica cristiana­mente intesa, l’aiuto maggiore vie­ne dalla corrente filosofica della fe­nomenologia, al cui interno è risul­tata esemplare la ricerca di Edith Stein, allieva di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomeno­logica. Alla fenomenologia infatti si deve la possibilità di accreditare sul piano filosofico l’esperienza mistica, dal momento che l’aper­tura trascendentale della coscienza dà spazio all’intenzionalità della stessa, che riconosce l’Altro, colui che assume l’iniziativa dell’unione, e risponde all’appello dell’Altro: occorre che l’unione sia intenzio­nale e reciproca. Ma è possibile an­che la proposta di una fondazione antropologica della mistica, volta a presentare all’uomo contempora­neo l’esperienza mistica come nor­male nella sua eccezionalità: nor­male, perché è possibile per ogni uomo che dalla religiosità naturale transiti per grazia alla vita di fede; eccezionale perché, sebbene per il fedele il fine di diritto sia la visione beatifica di Dio, l’esperienza misti­ca è doppiamente dono gratuito che si aggiunge al dono della fede.
Un percorso che ben converge con la fondazione teologica e cristolo­gica della mistica. Il richiamo alle tradizioni forti della mistica del passato (Meister Eckhart , la Theo­logia deutsch , san Giovanni della Croce), così come la riflessione sui complessi e variegati linguaggi del­la mistica nella modernità e nella filosofia contemporanea (Heideg­ger e Wittgenstein), può consentire una vasta messe di confronti critici e avvincenti analisi circa un territo­rio da sempre coinvolgente per il cristiano, in cui il sapienziale si co­niuga con l’esperienziale, e in cui soprattutto accade di fare espe­rienza della immensa gioia che dà l’essere presi da un Altro perché l’Altro prende l’iniziativa.