Repubblica 26.8.10
Sfida ai confini dell' universo ecco il cacciatore di antimateria
di Elena Dusi
GINEVRA - Il "cacciatore di antimateria" per ora è un gigantesco scatolone imballato, che solo per un pelo riesce a entrare nella pancia di un C-5 Super Galaxy, uno degli aerei da trasporto più grandi al mondo. Presto però questo strumento scientifico da 7,5 tonnellate di peso e oltre 1,5 miliardi di dollari di costo, costruito in 16 anni superando ogni difficoltà, non avrà più bisogno di gru per essere sollevato. Ams, l' Alpha Magnetic Spectrometer, concepito da 600 scienziati di 16 paesi, si librerà nello spazio in assenza di gravità, ancorato alla Stazione Spaziale Internazionale (Ssi). Oggi all' alba il C-5 dell' aeronautica militare Usa decolla dal Cern di Ginevra verso la base Nasa di Cape Canaveral per il suo ultimo viaggio su questo pianeta. A febbraio dell' anno prossimo il volo conclusivo della flotta Shuttle, prima del pensionamento, porterà lo strumento in cielo. Gli astronauti, fra cui l' italiano Roberto Vittori, fisseranno Ams alla Stazione Spaziale Internazionale e da lì, a 350 km di altezza, il suo occhio magnetico scruterà le galassie fino al 2028. Tra le radiazioni che viaggiano nel cosmo, lo spettrometro cercherà frammenti di materia "strana": tasselli dell' universo che sfuggono alla nostra comprensione e sulla cui natura nemmeno gli scienziati si sbilanciano troppo. «Ams - spiega Roberto Battiston dell' Istituto nazionale di fisica nucleare e dell' università di Perugia, vice-responsabile dell' esperimento - è nato per cercare l' antimateria. In realtà il suo compito è cercare "altra materia". Particelle di cui a fatica sappiamo prevedere le caratteristiche». I calcoli sulla dinamica dell' universo sono chiari: nello spazio esiste molta più materia di quella che vediamo. La parte nota (fatta degli atomi che studiamo sui libri) non supererebbe il 5% di tutto il cosmo. Il resto sarebbe composto da materia oscura (25%) ed energia oscura (70%).I magneti di Ams, che costituiscono il cuore dello strumento, sono pronti a catturare nuove particelle gettando luce su quel 95% che costituisce il lato buio dell' universo. Al progetto di ricerca l' Italia partecipa con l' Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), l' Asi e una fetta di 35 milioni di finanziamento. Scoprire galassie lontane fatte di antimateria (una sorta di mondo capovolto in cui gli elettroni hanno carica positiva e i protoni negativa) potrebbe essere la scoperta più affascinante di Ams. «Ci basterebbe trovare solo unoo due nuclei di anti-elio - spiega Battiston- per arrivare direttamente al momento del Big Bang. Questi nuclei infatti possono essersi formati solo nell' esplosione primordiale». Già nel 2009 uno strumento dell' Infn chiamato Pamela aveva identificato le prime tracce di antimateria nello spazio. Ma trovare antimateria o materia oscura non è uno scherzo. Dal momento in cui il progetto di Ams è partito, nel 1994, ha dovuto superare mille difficoltà. L' ultima ieri, all' aeroporto di Ginevra. Lo strumento era troppo alto per entrare nella pancia del C-5. Per tutta la mattinata gli uomini di Nasa e Us Air Force hanno combattuto con il loro carico, eliminando vari strati di imballaggi. Nel 2003 il progetto era stato praticamente dato per morto: lo spettrometro era pronto, ma l' esplosione dello Shuttle Columbia spinse la Nasa a cancellare il volo per portarlo in orbita. Il responsabile di Ams, l' ostinatissimo Nobel Samuel Ting, è riuscito in extremis a trovare l' ultimo passaggio per il cielo sul volo di pensionamento dello Shuttle. La Nasa ha addirittura cambiato programma, rimandando il decollo, per consentire a Ting di sostituire all' ultimo momento il cuore scientifico di Ams: al posto di un potentissimo magnete superconduttore raffreddato quasi alla zero assoluto con elio liquido (destinato a consumarsi in pochi anni, e un po' troppo propenso a esplodere per essere tenuto vicino alla Stazione e al suo equipaggio) è stato montato un magnete normale, meno potente ma capace di durare quanto la Ssi. «La Nasa - ha spiegato Ting - aveva interesse ad aspettarci. Ams sarà il cuore del programma scientifico della Stazione, che è costata 100 miliardi di dollari ma è stata criticata per non aver dato risultati di astrofisica».
Corriere della Sera 3.9.10
L’universo di Hawking «Si è autogenerato senza l’intervento di Dio»
«Il grande disegno» esce a pochi giorni dalla visita del Papa a Londra
La controversa tesi nell’ultimo libro. Cacciari: illogico
di Dario Fertilio
In principio era il caos, sostiene Stephen Hawking. E di Dio, nessuna traccia. Parole grosse che, trattandosi di uno dei massimi astrofisici viventi, fanno boom. Tanto più che proprio lui, uno degli scienziati più famosi al mondo, condannato all’immobilità e privo della parola per un’atrofia muscolare progressiva, teorico delle stringhe e dei buchi neri, in un suo libro precedente ( Breve storia del tempo, pubblicato in Italia dalla Bur Rizzoli) aveva lasciato invece una porta socchiusa ai creazionisti, sostenendo che la presenza di Dio non sarebbe incompatibile, in sé, con un approccio scientifico all’universo.
Ma questa voltano : The Grand Design, «Il grande disegno», scritto con il fisico americano Leonard Mlodinow, in 200 pagine serrate e anche immaginifiche si spinge abbastanza lontano da ipotizzare la presenza di altri universi abitati, per poi giungere all’apodittica conclusione che il Big Bang sarebbe una «inevitabile conseguenza delle leggi della fisica», e che l’intervento di una mano creatrice sarebbe decisamente da escludere. Più precisamente, alla domanda che Hawking si pone da sé, «l’universo ha avuto bisogno di un creatore?», la risposta è chiara e incontrovertibile: no. E perché no? «Perché c’è una legge che si chiama gravità, e l’Universo può e continuerà a crearsi da sé, dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui qualcosa esiste piuttosto che il nulla, per cui l’Universo esiste, e noi stessi esistiamo». Punto. Per il grande Stephen Hawking, in pensione da un anno e già sulla cattedra occupata da Newton, la questione è chiusa.
In Gran Bretagna le sue conclusioni finiscono ovviamente in prima pagina — cominciando dal «Times» — tanto più che l’uscita del libro (giovedì prossimo) cade appena una settimana prima della visita di papa Ratzinger al di là della Manica.
Subito reazioni positive da Richard Dawkins, il biologo dichiaratamente ateo, che saluta l ’ est ensione al - l’universo delle teorie darwiniane sugli esseri viventi. Altrove, però, e cominciando dall’Italia, prevalgono invece, in varie gradazioni: perplessità, scetticismo, imbarazzo.
Il filosofo della scienza Giulio Giorello, ad esempio, ammette che l’idea di una creazione dal vuoto, «per effetto di una fluttuazione casuale rapidissima e molto energetica», è materia dibattuta dai cosmologi quantisti, anzi «l’ipotesi di una creazione senza creatore la si può ritrovare persino tra le pieghe della filosofia indiana». Una cosa però, sottolinea, è «fare a meno di Dio come creatore agente dall’esterno, un’altra parlarne come forza intrinseca alla natura, sulle orme di Giordano Bruno e Spinoza». Inoltre, a suo giudizio, «il bisogno di Dio non è basato sulla cosmologia, e la grazia è una scintilla nel buio. D’altra parte la scienz a prescindetot a l mente da Dio».
Più netto, e quasi sprezzante verso Hawking, un altro filosofo, Massimo Cacciari: «Nulla è più assurdo e antiscientifico di pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali. È una contraddizione logica, quella di Hawking, che ha qualcosa di comico e non va nemmeno presa in considerazione. Meglio avrebbe fatto a leggersi la "Dialettica trascendentale" di Kant».
Più articolati, ma di fatto consonanti, i pareri del mondo scientifico. Tommaso Maccacaro, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica, analizza i punti principali della teoria di Hawking ( presenza di altri sistemi solari simili al nostro, di altri possibili universi, l’idea che si possa raggiungere un equilibrio fra la teoria quantistica del mondo subatomico e quella della gravità) e conclude: «Nessuno di questi punti può servire come base per una discussione su Dio, perché le cose sono totalmente disgiunte. Mi sembrano affermazioni talmente irrazionali da far sì che qualsiasi teologo ne possa fare un solo boccone». E il biologo evoluzionista Telmo Pievani: «Sulla teoria fisica delle stringhe, invocata da Hawking non c’è affatto consenso. Se invece parliamo di evoluzionismo, certo, il processo della vitavnon sembra procedere secondo un progetto. Ma da qui a dimostrare che un’entità sovrannaturale non esiste ce ne corre. E se anche riuscissimo a conoscere i pensieri di Dio, questo non proverebbe che Lui non esiste».
Corriere della Sera 3.9.10
Giovanni Reale
«Sbaglia perché applica categorie finite all’infinito»
Il filosofo cattolico Giovanni Reale non riesce a nascondere un sorriso di fronte alle argomentazioni di Stephen Hawking sull’assenza di un Dio creatore nell’universo, anzi sul fatto che «l’universo possa avere avuto bisogno di lui». «È un errore tipico di certi scienziati — dichiara — giudicare l’universo infinito secondo categorie finite, senza rendersi conto della enorme sproporzione che ne deriva».
Ma è soprattutto l à dove Hawking si spinge più lontano, sostenendo che l’enorme varietà del «multiverso» proverebbe l’inesistenza di Dio, a suscitare in lui un’illuminazione (o, se si preferisce, una fantasia metafisica sull’aldilà). «Dunque — afferma Reale — Stephen Hawking insiste molto sulla presenza di altri sistemi solari simili al nostro, con altri soli e pianeti, e aggiunge che da quando, nel 1992, è stato scoperto il primo pianeta effettivamente orbitante attorno alla sua stella, sarebbe stato inferto un colpo alla teorie creazioniste. E poi, secondo lui, la quasi certezza di altri universi altrettanto complessi del nostro e di altre possibili forme di vita in spazi imprecisati dimostrerebbero che Dio non c’è, perché altrimenti avrebbe sprecato tempo, spazio e materia di nessun valore per le creature umane terrestri. A lui rispondo: a me piace pensare che gli altri universi, e chissà quali altri sistemi celesti, possano essere stati creati per ospitarci tutti, quando verrà il giorno della resurrezione. E perché no? Potrebbero essere quelli i luoghi che ci sono stati riservati, in un nuovo Eden.
Repubblica 3.9.10
Hawking: vi spiego perché non è stato Dio a creare l´universo
La teoria nel nuovo libro dello scienziato "Il Big Bang deriva solo dalle leggi della fisica"
Molte reazioni dei teologi, dopo questo annuncio, alla vigilia della visita del Papa
di Enrico Franceschini
L´universo ha bisogno di un Creatore? "No". La perentoria risposta arriva dal professor Stephen Hawking, l´astrofisico più famoso del mondo, considerato da molti l´erede di Newton, del quale ha per così dire ereditato la prestigiosa cattedra all´università di Cambridge. In un nuovo libro che esce in questi giorni, l´autore del best-seller internazionale Dal Big Bang ai buchi neri sostiene, sulla base di nuove teorie, che «l´universo può essersi creato da sé, può essersi creato dal niente» e dunque «non è stato Dio a crearlo».
La sua affermazione occupava ieri tutta la prima pagina del Times di Londra, come una sfida, l´ennesima, della scienza alla religione. «Così come Darwin ha smentito l´esistenza di Dio con la sua teoria sull´evoluzione biologica della nostra specie», commenta Richard Dawkins, biologo difensore dell´ateismo, «adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica». Nel suo libro più famoso, l´astrofisico aveva cercato di spiegare che cosa accadeva "prima" del Big Bang, ossia prima che nascesse il tempo, lasciando il quesito irrisolto. Il capitolo conclusivo conteneva un ragionamento che alcuni interpretarono come l´idea che Dio non fosse incompatibile con una comprensione scientifica dell´universo: scoprire cosa c´era prima Big Bang, arrivare a una "completa teoria" dell´universo – scriveva Hawking – «sarebbe il più grande trionfo della ragione umana, perché a quel punto conosceremmo la mente di Dio».
Ma nella sua nuova opera, intitolata The Grand Design (Il grande disegno o progetto) e scritta insieme al fisico americano Leonard Mlodinow, lo scienziato offre la risposta: anziché essere un evento improbabile, spiegabile soltanto con un intervento divino, il Big Bang fu «una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica». Scrive Hawking: «Poiché esiste una legge come la gravità, l´universo può essersi e si è creato da solo, dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui c´è qualcosa invece del nulla, il motivo per cui esiste l´universo, per cui esistiamo noi». Nel libro, lo studioso predice inoltre che la fisica è vicina a formulare "una teoria del tutto", una serie di equazioni che possono interamente spiegare le proprietà della natura, la scoperta considerata il Santo Graal della fisica dai tempi di Einstein.
E´ tuttavia la sua asserzione che Dio non ha creato l´universo, e dunque non esiste, a suscitare eco e polemiche. «Se uno ha fede», osserva il professor George Ellis, docente di teologia alla University of Cape Town, «continuerà a credere che sia stato Dio a creare la Terra, l´Universo o perlomeno ad accendere la luce, a innescare il meccanismo che ha messo tutto in moto, prima del Big Bang o del presunto nulla che lo ha preceduto». Ma il campo dell´ateismo accoglie la pubblicazione del libro di Hawking come una vittoria della ragione e della scienza, da celebrare a due settimane dalla visita in Inghilterra di papa Benedetto XVI, che non sarà per niente d´accordo con Hawking.
Nel nuovo libro, l´astrofisico rivela che il riferimento alla "mente di Dio" nel suo precedente volume sul Big Bang era stato male interpretato. Hawking non ha mai creduto che scienza e religione fossero conciliabili. «C´è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull´autorità, e la scienza, che è basata su osservazione e ragionamento», conclude. «E la scienza vincerà perché funziona».
Corriere della Sera 3.9.10
Le fedi, follia dell’Occidente
di Emanuele Severino
L’ultimo libro di Emanuele Severino affronta i grandi antagonismi su cui si fonda la civiltà
La loro opposizione è apparente, non risolvono i problemi del mondo
Ormai sulla terra ogni conoscenza è diventata una fede; anche ogni conoscenza che guida la volontà, e che guida pertanto anche la volontà di pace; una fede: più o meno complessa, coerente, potente, consapevole di sé, ma pur sempre una fede. Anche la scienza moderna è fede.
Tuttavia il senso di ciò che viene chiamato «fede» si mostra solo in relazione al senso della «non-fede», cioè al senso portato alla luce dalla filosofia, in Grecia. La filosofia si rivolge a ciò che si mostra in modo così pieno e ineludibile da non poter esser negato – da «non poter essere altrimenti», dice Aristotele. «Dio» è il contenuto centrale di ciò che si mostra all’interno dell’epistéme della verità.
Tutto ciò che non si mostra nell’epistéme della verità può essere altrimenti, è controvertibile, lo si afferma perché si vuole che ad esso competa ciò che di esso si afferma. Tutto il resto è, appunto, fede, mito. In quanto sapere ipotetico, anche la scienza è fede e mito. La volontà stessa, in quanto tale, è fede: innanzitutto è fede di ottenere ciò che essa vuole.
Ormai sulla terra ogni volontà – anche la volontà di pace – è guidata dalle contrapposte
forme della fede e del mito. L’epistéme della verità è tramontata. Dato il modo in cui ha compiuto il suo primo passo, il suo tramonto è inevitabile.
Il grande problema da affrontare è che volere la «pace» facendosi guidare dalla fede significa volere la «pace» collocandosi nella dimensione della guerra. Ogni fede vuole che il mondo abbia un senso piuttosto che un altro e quindi ogni fede si trova essenzialmente in
( contrasto con le altre forme di fede, che invece vogliono che il mondo abbia un senso diverso. Dialogando tra loro, o le fedi rinunciano a se stesse in favore di una fede prevaricante, oppure non effettuano questa rinuncia, ma allora è inevitabile che alla fine si scontrino non solo sul piano del dialogo, ma anche su quello dell’agire effettivo dei popoli e che alla fine prevalga la fede più potente.
Relativamente alla «ragione», cristianesimo e islam sono in apparenza molto divergenti; ma al di là delle apparenze e delle loro intenzioni esplicite essi sono sostanzialmente solidali (anche se la cristianità si è allontanata ben di più dell’islam reale, storico, dalla brutalità del mondo arcaico). Ma non è forse del tutto esplicita la sentenza di Gesù, su quel che si deve a Cesare e a Dio? Non è forse, questa sentenza, la prova più evidente dell’autonomia che la Chiesa riconosce a Cesare, cioè allo Stato, e, da ultimo, alla «ragione»? Indubbiamente, Gesù conduce la coscienza religiosa in una dimensione dove l’islam si rifiuta di entrare. Per l’islam è quel che è di Dio, ossia è la legge di Dio, ad avere il diritto di configurare la struttura e le leggi dello Stato e della «ragione»: date a Cesare quel che è di Dio; rendete Dio padrone di Cesare.
Ma chiediamoci ancora una volta: quando Gesù afferma di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, pensa forse che a Cesare si possa dare qualcosa che sia con
tro Dio? Certamente no! La Chiesa cattolica infatti rifiuta quella «libertà senza verità» (cioè senza verità cristiana) che caratterizza la democrazia semplicemente procedurale del nostro tempo. Ma allora Gesù e la Chiesa pensa
no che Cesare debba essere cristiano e cioè che le leggi dello Stato debbano essere cristiane. E poiché non possono esistere leggi dello Stato la violazione delle quali non implichi una sanzione, ne viene che la violazione delle leggi cristiane dello Stato richiede una sanzione terrena, ossia già qui sulla terra, prima ancora che nell’aldilà. La teoria, sostanzialmente comune ad Avicenna e a Tommaso, che una filosofia che smentisca la fede è una falsa filosofia è la traduzione, sul più ampio piano della ragione, del modo in cui, per Gesù, ci si deve porre in rapporto a Cesare e a Dio. Infatti, se a Cesare non si deve dare quel che è contro Dio, allora, quando Cesare è contro Dio, esso è un Cesare falso, uno Stato che è in contrasto col vero Stato: è un Cesare falso, così come una filosofia che sia in contrasto con la «Rivelazione» è una falsa filosofia. Anche alla filosofia si deve dare quel che è della filosofia e alla fede quel che è della fede – purché alla filosofia non si dia quel che è contro la fede (o che è indifferente alla fede). Anche la filosofia, e in generale la ragione, come lo Stato, deve essere filosofia cristiana, o islamica; ragione cristiana, o islamica. Cristianesimo e islam non sono dunque semplicemente due forme diverse e contrastanti di civiltà (non danno luogo a uno «scontro di civiltà»), ma affondano le loro radici nello stesso terreno, cioè appartengono entrambi al grande passato dell’Occidente, cioè della
stessa civiltà. Cristianesimo e islam sono certamente in contrasto; ma questo loro contrasto è la superficie di un contrasto radicalmente più profondo, dove cristianesimo e islam
stanno dalla stessa parte, si trovano a combattere il comune nemico mortale, cioè l’Europa moderna, sebbene, a un livello ancora più profondo, un’«intima mano» unisca l’Europa moderna al cristianesimo e all’islam.
l’Unità 3.9.10
L’affondo di Bersani
«Il berlusconismo ci porta alla fogna»
di Vladimiro Frulletti
Il segretario dei democratici invita a dar vita a una alleanza per una «nuova riscossa italiana». S’abbraccia con il sindaco “rottamatore” di Firenze Renzi ma spiega «Sì alle critiche, ma anche affetto per la ditta».
Con Berlusconi la politica è stata degradata a fogna. Il segretario del Pd non usa perifrasi. «Al di là delle denunce di un governo che si denuncia da solo, in questo agosto terrificante abbiamo visto come il secondo tempo del Berlusconismo possa far regredire la politica alla fogna» dice davanti alla folla di amministratori e dirigenti democratici accorsi a Firenze da mezza Tocana per vedere da vicino la nuova sede del partito va giù duro. Incassa applausi. Il clima è decisamente già da campagna elettorale. E infatti il leader Pd non fa previsioni sulla data in cui Berlusconi cadrà («non so dirvi giorno, mese e anno»), ma è certo che cadrà. «la crisi è ineluttabile» dice. «Non abbiamo paura delle elezioni ribadisce ma se arriviamo al voto anticipato si sappia che c’è un padre e una madre: berlusconi e il suo fallimento». Insomma c’è da tenersi pronti. Il che dovrebbe spingere tutti i democratici a convogliare le proprie energie (positive) sul Pd. «Assieme alle critiche ci vuole anche l’affetto per la ditta» spiega Bersani rivolto al sindaco di Firenze Matteo Renzi e alla sua proposta di “rottamazione” dei vertici del partito. «La gente deve stimarci, ma se non ci stimiamo fra di noi ...» aggiunge Bersani.
Con Renzi poi ci sarà anche l’abbraccio davanti alla targa che ricorda il segretario Ds di Firenze Meme Auzzi (scomparso all’improvviso 4 anni fa) che fece partire la realizzazione della nuova sede. Un gesto applaudito dalle persone. Che tuttavia non fa retrocedere di un centimetro il sindaco. Renzi infatti non solo ribadisce tutte le sue critiche, spiegando che non si sente un Maradona «ma un Bruscolotti» (il terzino del Napoli degli anni ‘80) e che voler bene alla ditta Pd significa salvarla «dal fallimento». Ma annuncia che porterà le sue tesi (ad esempio non ricandidare i parlamentari con tre mandati come stabilisce lo Statuto Pd) all’Assemblea nazionale e che le metterà ai voti. Del resto per Renzi se il “berlusconismo” è finito, e per lui è finito, anche chi fin qui gli ha fatto opposizione deve passare la mano. Posizioni che non incontrano i favori (ma è un eufemismo) dei molti amministratori e dirigenti del Pd toscano presenti all’inaugurazione. Sicuramente non quelli nè del presidente della Regione Enrico Rossi nè del segretario regionale del Pd toscano Andrea Manciulli. «Bersani spiega il governatore è il naturale candidato premier. È stato eletto segretario pochi mesi fa da milioni di persone». L’invito di Manciulli e Rossi è di abbandonare le discussioni per dedicarsi ai problemi delle persone. «Dobbiamo fare squadra dice Manciulli che sta con Bersani -. Evitiamo di litigare negli spogliatoi per chi deve indossare la fascia da capitano. C’è da vincere la partita».
E il capitano-Bersani un’idea di come il Pd possa vincere la partita ce l’ha. E parte proprio dalla nuova sede dei democratici toscani, «la sala macchine» come la definisce, dove lavorano «tanti volontari della politica». Come quelli che incontrerà poi nel pomeriggio alla festa del Pd di Firenze e dopo cena a quella di Livorno. E quindi non un fine, ma un mezzo per tradurre in «i nostri ideali in cose visibili e utili per tutti». Del resto nel panorama italiano fatto dei partiti personali il Pd è l’unico, dice Bersani, dove il futuro va al di là del segretario del momento. «Un’idea di partito che è idea di societàspiega il segretario Pd . Come in Europa, dove ci sono leader pro-tempore di grandi collettivi e non i “ghe pensi mi” delle derive plebiscitarie». Quindi il passaggio successivo è quasi obbligato: costruire le condizioni politiche, e cioè «strutture, alleanze, proposte». In questo senso bersani rigetta le critiche sulla sua proposta di nuovo Ulivo come ammucchiata anti-berlusconiana. «Non è la vecchia Unione» spiega Bersani. I Mastella e i pecoraro Scanio non ci sono più e Rifondazione non è interessata a un accordo di governo, ma «a una battaglia democratica». «Il Nuovo Ulivo invece dice è un patto impegnativo fra forze che hanno un identico programma di governo». L’obiettivo è dar vita a «una nuova riscossa italiana». Quella che chiedono i giovani che non solo sono senza lavoro, ma ormai non lo cercano neppure più. I precari della scuola licenziati da Tremonti-Gelmini. Le stesse aziende abbandonate da un governo che da mesi lascia vuota la carica di ministro dello sviluppo economico. E non a caso Bersani apprezza molto il richiamo rivolto dal presidente Napolitano (molto applaudito delle persone) al governo. In più c’è anche il pericolo che il berlusconismo ( per Bersani è ancora forte e ha consenso) pur di salvarsi produca «un ulteriore imbarbarimento della politica italiana» e la perdita di «pezzi di democrazia» senza che gli italiani se ne accorgano. «È già successo» ammonisce il leader Pd che annuncia «opposizione drastica» contro il processo breve, una «specie di amnistia pro Berlusconi». Ma per il premier non sarà facile ottenerla, avverte Bersani, perché non abbiamo ancora la Costituzione di Arcore».
l’Unità 3.9.10
Sciopero della fame continuo
Precari, protesta a mani nude
di Mariagrazia Gerina
Presidiano da giorni piazza Montecitorio. Le storie, i racconti, le facce e i curricula dei precari della scuola costretti a una protesta estrema dalla riforma-scure. E in tanti accusano il colpo.
Non è che sono venuti apposta per lei. Loro piazza Montecitorio, la presidiano da giorni. Anzi, in realtà come in un gioco di porte girevoli non si sono nemmeno incrociati. Di qua, il ministro, Maristella Gelmini, che entra ed esce da Palazzo Chigi, grattando il fondo del barile. Di là loro, i precari, in presidio permanente davanti alla Camera dei deputati, ancora deserta. Quelli che secondo il ministro si fanno strumentalizzare dai partiti d’opposizione. Sospettati addirittura di essere solo «militanti politici». Come se fosse un insulto, poi.
L’avranno insospettita gli slogan, forse. «Non il posto a ogni costo, ma la scuola al primo posto». «L’Italia ha precarizza». Gli striscioni contro i tagli alla scuola pubblica. Avrebbe almeno potuto farseli spiegare. Verificare di persona. Forse non l’ha fatto perché sa già chi è che in questo momento ha in mano la «patacca».
In caso di dubbi, Caterina Altamore, maestra elementare, al settimo giorno di sciopero della fame, si è messa un cartello al collo un cartello: «Vera precaria». L’ambulanza la porta via. Oggi il calo di pressione è toccato a lei. L’altro giorno a Giacomo. Il confronto, ovviamente, il ministro non l’ha concesso. «C’era d’aspettarselo, nessuno che ha un barlume di ragione può sostenere che tagliando risorse si migliora la scuola», spiega il palermitano che sedici giorni fa ha iniziato lo sciopero della fame. Ormai un simbolo della protesta che si sta diffondendo in tutta Italia ancor prima che la scuola cominci. Prossimo appuntamento, l’8 settembre. Davanti a Montecitorio. Per dare il «benvenuto» ai parlamentari alla ripresa dei lavori della Camera. E alla vigilia di un anno scolastico, che si preannuncia tesissimo.
Il gioco del ministro è fin troppo facile da scoprire. «Diecimila assunzioni sono irrisorie a fronte di 67mila posti a tempo indeterminato già tagliati e 130mila cattedre tutt’ora vacanti... In due anni 67mila docenti e 35mila Ata hanno perso il posto e non c’è bisogno di attendere per sapere che non ce l’avranno quest’anno, basta guardare i numeri dei convocati...». Seduti sotto al sole attorno a un computerino portatile i sediziosi precari che in questi giorni si sono aggiunti alla protesta di Caterina e Giacomo, in sciopero della fame, buttano giù di getto un comunicato di risposta. «Troppo facile accusarci di essere militanti politici... così si aggira il problema per cui chiediamo un confronto con il ministro: la qualità della scuola, la ricaduta dei tagli decisi dal governo».
Sanno di cosa parlano. «Domani a Roma ci sono le convocazioni per la mia classe di concorso, insegno da otto anni, sono trentesima in graduatoria, ma non so se otterrò l’incarico, tra gli assunti a tempo indeterminato ci sono 22 perdenti posto e 2 di loro sono ancora senza incarico», spiega lo stato d’animo Ilaria Persi, 35 anni, laurea in letteratura Latina, con il massimo dei voti, specializzazione in greco. «Come lei, io la scuola l’ho scelta, perché mi sentivo utile a insegnare», la interrompe Carlo Serravalli, 34 anni, massimo dei voti anche lui. Un falso precario. Nel senso che, appena specializzato, ha avuto la prima cattedra. Per tre anni di fila. «Mi sentivo quasi come un assunto, Fioroni aveva annunciato 150mila assunzioni, io ero tra quelli». Adesso anche lui non sa che fine farà.
l’Unità 3.9.10
La scuola alla deriva
Un ministro senza vergogna
di Francesca Puglisi
Responsabile Pd della scuola
Il libro dei sogni del ministro Gelmini contrasta con la drammatica realtà della scuola e dei problemi che si riverseranno sulle famiglie: l’anno scolastico parte con 50.000 classi senza insegnanti, 16.000 scuole senza presidi, 8 miliardi di euro in meno in tre anni e 170.000 lavoratori della scuola pubblica lasciati per strada dopo anni di lavoro. Il resto sono solo chiacchiere e numeri che non hanno alcun riscontro nella realtà. I nostri ragazzi toccheranno con mano i problemi della scuola, vivendo in aule sovraffollate, sopportando interminabili ore di lezione frontale, con la matematica somministrata come una purga e la fisica o l’informatica studiata sui libri e non nei laboratori, grazie al taglio degli insegnanti tecnico pratici. La Gelmini pensa di raggiungere l’obiettivo imposto dall’Europa 2020 di dimezzare la dispersione scolastica, legando gli studenti ai banchi con le pesanti catene dell’ordine e disciplina e non accendendo in loro la passione per la scoperta e la conoscenza, unendo il sapere al saper fare.
Le bugie del Ministro saranno smascherate dai genitori che scopriranno quanto preziosi erano i bidelli tagliati che non lasciavano in stato di abbandono i bambini della primaria mentre andavano in bagno o che dovranno accettare che il figlio con disabilità non ha più diritti uguali di apprendimento perché avrà pochissime ore di sostegno. Di fronte alle dichiarazioni in libertà della maggioranza, la decenza impone di ricordare che il Governo di centrosinistra aveva fatto diventare legge l'assunzione in ruolo di 150.000 precari della scuola.
Gelmini, cancellando le cattedre, sta invece licenziando un numero di lavoratori equivalente a due Alitalia all'anno, ma in questo strano Paese, neppure lo sciopero della fame di giovani madri di famiglia licenziate dallo Stato riesce a dare uno scossone alle coscienze addormentate. Le altre balle del Ministro riguardano il Tempo Pieno. Dà numeri in percentuale di incremento, chiamando tempo pieno un tempo lungo parcheggiato: cos'altro possono essere 8 ore al giorno trascorse con un maestro unico senza compresenze? Con una popolazione scolastica in crescita e genitori che continuano a bocciare il maestro unico, cresce il numero di famiglie che lo hanno chiesto senza ottenerlo. I dati sono poi drammatici per la scuola dell'infanzia: migliaia di bambini non vedranno una scuola fino all’età di 6 anni. Fortunati i piccoli della Regione Toscana che andranno ad occupare le 96 sezioni di scuola dell'Infanzia a cui lo Stato ha negato gli insegnanti. Non rimarranno a casa perchè Enrico Rossi ha deciso di aprire le porte di quelle scuole, investendo 4 milioni di euro e dimostrando che, in tempo di crisi, Governare in un altro modo si può.
il Fatto 3.9.10
Il diritto all’istruzione e la Costituzione
Genitori-cittadini, è l’ora della sveglia
Classi come nuovi ghetti e il più grande licenziamento del settore: ecco l’esito della “riforma”
di Marina Boscaino
Dico a voi, genitori, nonni, zii, ragazzi. Cittadini. Lo so, la lettera è “vetero”, come ci hanno fatto credere di idee, principi, valori su cui vorrei riflettere. Svenduti dall’aggressività neoliberista e dal macabro progetto culturale di chi ci governa: come la lettera, roba d’altri tempi. Comodo per plasmare menti e coscienze al pensiero unico: sbarazzare il campo da ogni ostacolo. E far pensare che alcune radici della Repubblica puzzino
di stantio. La Costituzione, ad esempio. Che va invece tutelata da retorico buonismo, inerzia e manipolazione, rivendicando, con orgoglio e passione, il mandato attribuito a noi insegnanti dalla Carta: formare cittadini consapevoli. È sempre più difficile, da questo non-luogo a cui hanno ridotto la scuola. Fuori dai cancelli, i ragazzi si trovano in un mondo che li sollecita esattamente nella direzione opposta: il re per una notte, il tronista, il famoso, lo spiato che ammicca alla telecamera. Maschere (tragiche) dell'ossessione collettiva, prese in prestito dalla videocrazia per sostanziare la realtà.
La scuola è di tutti, ci hanno insegnato. Scuola, sanità e giustizia: ce l’hanno ripetuto. Allora perché in prima pagina solo a colpi di precari in mutande sui tetti o in sciopero della fame? Perché non bastano la disillusione, la sfiducia nelle istituzioni e nel futuro di tanti quarantenni ai quali un ministro si può permettere di dire: solidarietà, ma voi pagate per tutti? Pagate il conto al sistema che vi ha creato e sfruttato per anni. Io, intanto, appoggio Marchionne. E dismetto qualsiasi responsabilità rispetto all’illegittimità delle procedure che stiamo assumendo e alla crisi sociale innescata dal più grande licenziamento di massa della storia della scuola. Parole in libertà, suggestive e mediaticamente efficaci, per solleticare il bisogno di certezze di chi si è smarrito. O non si è mai trovato. Alle quali non corrisponde in nessun modo alcuna realtà. Parla rivolgendosi a voi, audience, che fate share. A molti di noi non si rivolge più, se non per bacchettarci, darci dei fannulloni, degli incompetenti, degli assenteisti; minacciarci, se “facciamo politica”: TremonBrunetta-pilotata, come la giovane Ambra da Boncompagni. Non produce pensiero originale, questo ministro della Repubblica. I suoi slogan sono sintesi market oriented di ciò che hanno deciso altrove. Lei ha il compito di metterci la faccia.
E lo fa in maniera impudica, perché inconsapevole: millantando potenziamenti di materie in una scuola superiore in cui si taglia tutto, dagli orari alla carta igienica; di legalità, mentre viola norme democratiche per portare a casa la “riforma” (il taglio di 8 miliardi) che il ministro dell'Economia le ha commissionato; di diritti, costringendo bambini e ragazzi in scuole non bonificate da Eternit, in cui vengono stipate aule a dispetto di qualsiasi norma di sicurezza, in cui viene calpestata, elusa, umiliata la legge per il sostegno alla diversabilità, che tutta l’Europa ci invidia. Ma di cui incultura politica e insensibilità sociale sviliscono la portata. Vi parla di uguaglianza, restaurando una scuola di classe, che divarichi destini e immobilizzi origini sociali. Creando ghetti sempre più segregati, per i figli di un dio minore: di colore, di religione, di nascita differenti dai futuri quadri, immaginati in un triste progetto di società; non troppo colti, purché provvisti di potere d’acquisto, consumatori acritici, prodotto della dismissione della grande idea di una scuola inclusiva ed emancipante che ha animato le intenzioni dei costituenti.
D’accordo, potrebbe non toccare ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai nostri alunni: noi saremo abbastanza forti da tutelarli. Ma ai miei Lorenzo e Margherita, che iniziano rispettivamente la scuola secondaria di II e di I grado proprio nell’anno 0 della “riforma epocale” e a tutti i miei alunni, anche i meno sensibili, non mi stancherò di cercare di far capire che la democrazia si basa sulla difesa dei diritti collettivi e dell’interesse generale. E che il privilegio di una buona partenza non esenta dal dovere della partecipazione e dalla testimonianza dell’indignazione. Perché silenzio è uguale a morte.
il Fatto 3.9.10
Forse c’è un’altra strada
di Michele Boldrin
La nuova sceneggiata è servita. Da un lato i precari della scuola che fanno lo sciopero della fame e un sindacato che vuole solo mantenere lo status quo. Dall’altra un ministro che si vanta dei propri tagli senza capire (i suoi consiglieri non gliel’hanno evidentemente spiegato) che il problema è come è organizzata e gestita la scuola italiana. In mezzo i media che, anziché documentare le colpe d’una parte e dell’altra (e la necessità di una svolta), alimentano la polemica. Ulteriore fotografia, se ce ne fosse bisogno, di una classe dirigente uniformemente inetta.
È chiaro a chiunque non abbia fette di salame ideologico sugli occhi che l’ennesima apertura caotica dell’anno scolastico è il frutto di scelte miopi e accomodanti di questo governo e di molti che l'hanno preceduto. Oltre che di politiche sindacali improntate al più bieco corporativismo e alla massimizzazione della spesa, invece che alla sua efficienza e produttività. Così come è chiaro (fuorché alla Gelmini e a Tremonti) che la soluzione non consiste in miopi tagli orizzontali, ed è chiaro (fuorché ai sindacati) anche che non è spendere di più e impedire i cambiamenti nell'organizzazione del lavoro.
Eppure, se l’obiettivo fosse far funzionare meglio la scuola italiana, il problema si potrebbe risolvere. Ecco gli ingredienti in ordine sparso. Decentralizzare per davvero le decisioni di assunzione e impiego del personale lasciando completa autonomia contrattuale ai provveditorati. Trasformare ogni scuola in una cooperativa d’insegnanti a cui lo Stato dà in concessione a tempo indeterminato (a un prezzo che copra l’ammortamento) le strutture fisiche. Chi assumere (e a che condizioni), chi promuovere, premiare o licenziare, lo decide la cooperativa. O, al massimo, il provveditore. E che il migliore, se vuole, venda i propri servizi a un prezzo (regolato) maggiore. Gli insegnanti di qualità costano, come i luminari della medicina.
E i soldi? Buoni scuola uguali per tutti gli studenti, finanziati con le imposte e spendibili nella scuola di propria scelta. Ciò che conta è il finanziamento pubblico dell’istruzione, fattore di progresso economico e uguaglianza sociale, non la sua gestione diretta. Che, come l’esperienza dimostra, porta spesso a inefficienze e assurdità. E i programmi? E la qualità dell’insegnamento? Ci pensa il ministero. Programmi minimi e uniformi a livello nazionale, con aggiunte volontarie locali e qualità dell’insegnamento testata con esami nazionali (basta con regioni dove le lodi si regalano). A questo si dovrebbe dedicare il ministero che, con questa riforma federalista, si svuoterebbe di migliaia di inutili funzionari, liberando risorse per chi l’insegnamento lo produce davvero. Ossia gli insegnanti capaci e volenterosi, in collaborazione con alunni e famiglie.
*Washington University in Saint Louis
Repubblica 3.9.10
I call center delle cattedre
di Chiara Saraceno
La scuola non può continuare a funzionare facendo conto largamente su insegnanti precari, il cui contratto è rinnovato annualmente (quando va bene), senza nessuna garanzia non solo per la continuità del rapporto di lavoro ma anche per la continuità didattica.
E per la possibilità di sviluppare progetti formativi di medio-lungo periodo. Se le cifre presentate ieri dal ministro Gelmini – 200.000 precari a fronte di 700.000 con cattedra di ruolo – sono giuste, segnalano un sistema organizzativo che affida il proprio funzionamento per quasi un terzo a rapporti di lavoro, ma anche e soprattutto formativi, senza continuità. È peggiore di quanto avviene nell´industria e si avvicina alla situazione dei call center. Salvo che ciò che produce la scuola non sono automobili o lavatrici, e neppure servizi di informazione. E gli studenti non sono pezzi da assemblare su una catena di montaggio, o clienti cui dare qualche informazione preconfezionata o da smistare ad un altro numero. Se gli studenti italiani rendono meno in media della maggioranza dei loro coetanei degli altri Paesi, forse è anche per questo: sono più esposti ad un turnover sistematico di docenti, a loro volta poco incentivati ad investire nel conoscere meglio i propri studenti, nel trovare formule di insegnamento efficaci. Perché un anno sono in un posto, l´anno dopo, se va bene, in un altro. Ha ragione quindi la ministra a dire che la situazione non è più tollerabile. Ma ha torto sia nelle cause che individua per questo rapporto abnorme tra precari e regolari, sia nella soluzione che ha trovato, ovvero mandarli a casa con un´operazione di licenziamento (di fatto, anche se formalmente si chiama mancato rinnovo) di proporzioni enormi, che coinvolge, tra l´altro, soprattutto donne.
Se la massa degli insegnanti precari è cresciuta a dismisura, non è innanzitutto, come invece sostiene Gelmini, perché si è fatto un uso clientelare e assistenziale delle supplenze. Piuttosto, analogamente a quanto avviene nell´industria, i vari governi che si sono succeduti hanno trovato comodo, anche con la complicità dei sindacati, utilizzare le supplenze come tappabuchi organizzativi, anziché procedere ad una seria programmazione del reclutamento e della mobilità degli insegnanti. Per cominciare a sciogliere questi nodi occorre innanzitutto distinguere i due aspetti della questione: quello dell´organizzazione scolastica e in particolare della offerta formativa, e quello dei lavoratori che dopo anni di precariato di colpo si trovano senza lavoro.
A sentire le parole della Ministra, sembra che la riduzione del numero degli insegnanti avrà l´effetto miracoloso di rafforzare la qualità dell´insegnamento. Se è vero che la situazione precedente era lontana dall´essere soddisfacente, non è chiaro tuttavia come la riduzione tout court degli insegnanti possa di per sé produrre effetti positivi. Insieme alla razionalizzazione delle risorse e alla riduzione degli sprechi, occorre procedere a una verifica sistematica dei problemi formativi e delle loro cause. Ad esempio, i risultati del test INVALSI confermano la necessità di un fortissimo investimento nei servizi educativi il più precocemente possibile e per un tempo scuola di qualità ampio, per contrastare handicap sociali e ambientali. Invece le regioni meridionali sono quelle in cui ci sono meno nidi di infanzia, in cui le scuole materne sono spesso ancora a tempo parziale e il tempo pieno alle elementari è pochissimo diffuso. Analogamente, i più alti tassi di fallimento scolastico negli istituti tecnico-professionali (frequentati di norma dai figli delle classi sociali più modeste) rispetto ai licei dovrebbero indurre non solo a un rimaneggiamento delle materie, come è avvenuto con la riforma delle superiori, ma ad una politica di sostegno ai processi di apprendimento.
Tutto ciò non risolverebbe automaticamente la questione dei precari che rischiano di perdere il loro posto di lavoro, anche se in parte ne conterrebbe il numero, avviando un percorso di regolarizzazione che li faccia uscire, appunto, dalla precarietà. Tuttavia, se non tutti possono essere assorbiti, il ministero, lo Stato, non può lavarsene le mani come se non fosse un problema da esso stesso creato. L´accesso a un incarico annuale non è un diritto. È, dovrebbe essere, un diritto, un sostegno al reddito decente e l´accesso a opportunità di ricollocamento.
È vero che ci sono problemi di bilancio. Altri Paesi tuttavia, pur con performance scolastiche migliori, hanno tagliato su molte cose, ma hanno aumentato le risorse per la scuola, intendendole come investimento nel futuro. Da noi invece si taglieranno un po´ di stipendi per pagare la carta igienica.
l’Unità 3.9.10
In manicomio con Celestini
(...credendo di non essere matti)
«La pecora nera» non è un film di denuncia, ma una benedizione poetica tra Pasolini, Brecht e Basaglia «Criminali non sono i manicomi, ma l’idea stessa che qualcuno possa decidere della libertà di un altro»
di Alberto Crespi
Nel contesto di questi primi giorni di Mostra, La pecora nera è una benedizione: finalmente un bel film, dopo incredibili schifezze come il film d’apertura (Black Swan di Aronofsky) o ambigui monumenti alla correttezza politica (Miral di Schnabel, ne parliamo in altra pagina). Ma non ci sembra il modo giusto di parlarne: Ascanio Celestini, grande teatrante/affabulatore al primo film, non ha il compito di salvare Venezia da se stessa. Il suo film ha una lunga storia che prescinde dal Lido. Che sia in competizione è un incidente di percorso.
Prima di diventare un film, La pecora nera è stato uno spettacolo teatrale in forma di monologo ed un romanzo (editi in cofanetto da Einaudi). Apparentemente è la storia di un caso clinico. Un ragazzino nato «nei favolosi anni 60» (la frase è un tormentone che in teatro ricorreva spesso, nel film meno) cresce in una condizione di disagio, con una nonna affettuosa e ingombrante, un padre e dei fratelli violenti, una madre rinchiusa in manicomio. Dopo aver assistito all’omicidio di una prostituta, uccisa dai fratelli, il piccolo Nicola viene anch’egli ricoverato e sottoposto a elettroshock. Come suol dirsi, chi entra in manicomio sano diventa matto per forza. Anni dopo – nel 2005, nei giorni della morte di Papa Wojtyla – Nicola ha sviluppato una forma di schizofrenia che lo spinge a sdoppiare il sé «normale» con un alter ego folle. La trama non prevede scioglimenti: il manicomio è diventato un habitat, uno stile di vita. Non a caso il film si apre con la famosa barzelletta, che la voce di Celestini racconta fuori campo, dei due matti che tentano di fuggire dal manicomio dai 100 cancelli, i due matti ne scavalcano 99 e, all’ultimo, si stufano e tornano indietro.
Abbiamo «sciolto» in una trama temi e situazioni che Celestini a teatro snoda in un monologo avvincente e inquietante, e che al cinema – con l’aiuto degli sceneggiatori Ugo Chiti e Wilma Labate – si evolve in una serie di tableaux vivants, di bozzetti autosufficienti. C’è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico, e c’è molto Pasolini nell’occhio cinematografico che Celestini si inventa per questo suo primo film (non casuale, anzi, decisivo l’apporto del direttore della fotografia Daniele Ciprì, già partner di Franco Maresco in Cinico Tv). Ma l’apparente limpidezza del film nasconde una complessità che darà vita a polemiche e fraintendimenti. È facilissimo leggerlo come un film sulla pazzia, sulla 180, su Basaglia, e trovarlo poco realistico, poco «di denuncia». La verità è che Celestini usa il manicomio per parlare d’altro, e nessuno è in grado di spiegarlo meglio di lui: «Non volevo fare un film, né uno spettacolo, di denuncia. Per questo non è ambientato nel ’78, all’epoca della legge 180, e non parla di Basaglia anche se parte da Basaglia. Anni prima della legge, egli scrisse del manicomio paragonandolo ad altre istituzioni come la scuola, il carcere, la famiglia, la caserma. Ecco, io non credo che il manicomio o il carcere siano istituzioni criminali perché vi avvengono abusi o violenze: credo che sia criminale l’idea stessa di istituire simili istituzioni, perché è criminale che qualcuno decida della libertà di un altro. Se ci si limita al manicomio, allora ogni dibattito viene chiuso dalla risposta che diede una paziente di Perugia intervistata sulla legge 180. Disse: ma perché ci avete chiuso i manicomi, stavamo così bene, mangiavamo cacavamo e pisciavamo come matti. Il manicomio riduce un adulto alla dimensione di un bambino col pannolino. Ed è ovvio che qualcuno ci stia bene, e non voglia crescere».
La pecora nera è la storia di un’Italia non cresciuta, rinchiusa nel mito dei «favolosi anni Sessanta». È un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti.
l’Unità 3.9.10
Maya Sansa «Sono catene anche gli psicofarmaci»
di Gabriella Gallozzi
Momento d’oro per l’attrice amata da molti cineasti italiani da D’Amelio a Celestini. E per Miller ha fatto l’«indiana»...
Con i nomi «pesanti» del nostro cinema ha già lavorato. Bellocchio, Mazzacurati, Giordana, Diritti. L’ultimo, Gianni Amelio, che le ha fatto indossare i panni della mamma di Camus ne Il primo uomo, di prossima uscita. E, ancora, un esordiente nel cinema, ma già di «peso»” non solo in teatro come Ascanio Celestini. Maya Sansa è qui al Lido, infatti, tra gli interpreti di La pecora nera, primo dei quattro italiani in corsa per il Leone d’oro. Per lei il ruolo di Marinella, la ragazzina che Nicola-Ascanio ha amato fin dalla scuola e che ritrova, da adulto, in quell’altro luogo di follia che è il supermercato. Marinella è lì, sempre bella e gentile, ma sconfitta anche lei dalla vita che l’ha portata a fare la promoter per una marca di caffè. «Quando Ascanio mi ha proposto la parte – dice l’attrice – non mi sono posta tante domande. Anche perché il disagio mentale lo conosco attraverso alcune persone molto care. E per la mia esperienza sono convinta che tutt’ora – anche in Francia – la psichiatria faccia un uso sconsiderato di psicofarmaci». Un modo per «annullare, per zittire l’individuo. Basaglia o non Basaglia quello che si fa di fronte al disturbo mentale è rinchiudere in clinica e poi imbottire di psicofarmaci. In questo modo la violenza è continua».
Maya Sansa si dice certa che «la società dovrebbe aiutare a convivere e non a segregare. Chi sono i sani o i malati? La differenza è tra chi si è integrato e chi no nella società. Quante persone dall’apparenza sana posso essere pericolose e cattive?» In questo senso ritiene La pecora nera un film politico? «Mah, tutto è politico».
E lei che vive a Parigi da sei anni la “politica” italiana continua a seguirla. «L’Italia di Berlusconi è vista dai francesi più o meno come la Francia di Sarko. Anche se nella stessa destra francese c’è chi detesta Berlusconi». Le mancate politiche culturali italiane, poi. Si dice contro i tagli alla cultura, «perché i finanziamenti pubblici sono necessari. Forse la riflessione che va fatta è su chi decide dei finanziamenti. Come vengono dati e a chi, perché non si punta mai sul coraggio, la qualità. E invece si copia il modello americano, col pacchetto tutto pronto. Quando hai un bravo regista non puoi imporgli l’attore. Invece questa è la norma».
Maya Sansa, però, confessa di essere in un momento felice per il suo lavoro. Anzi ha da poco interpretato il «ruolo dei suoi sogni». Ha indossato gli abiti di una nativa americana nell’ultimo film di Claude Miller, Guardate come danza. Una storia contemporanea in cui, dice sorridendo, «ho fatto l’indiana, quello che tutti sognano fin da bambini». E un rammarico? «Non aver potuto accompagnare nelle tante proiezioni ed iniziative L’uomo che verrà, di Giorgio Diritti, per motivi di lavoro». Il film sulla strage di Marzabotto che, vale la pena ricordare, lo scorso festival di Venezia non ha voluto in concorso.