mercoledì 1 settembre 2010

Agi 30.8.10
Austerità: Ventura, posizione Lombardi diversa da Berlinguer
AGI Roma, 30 ago. - La posizione di Riccardo Lombardi non puo' essere assimilata, come fa Eugenio Scalfari il fondatore di Repubblica, a quella di Enrico Berlinguer, ne' tano meno a quella del ministro dell'economia, Giulio Tremonti. L'idea di Lombardi di una societa' piu' ricca perche' diversamente ricca non ha nulla a che vedere con i sacrifici alle classi povere della societa' e tanto meno con la concezione cristiana della vita a cui si rifanno Trentonti e Comunione e Liberazione. Lo afferma l'economista dell'Universita' di Firenze, Facolta' di Scienze Politiche, Andrea Ventura, riferendosi a quanto scritto e sostenuto da Scalfari "nel Pci a favore d'una politica di austerita' si schiero' Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama, negli altri partiti Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di governo e la sinistra di opposizione. Il richiamo di Tremonti e' stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne vide le conseguenze sulla societa' italiana". Tanto Lombardi quanto Giolitti tra l'altro parlavano non di 'austerita'', semmai di 'sobrieta''. E ancora nel 1977 cosi' l'Ingegnere 'acomunista' si esprimeva con un intervento sul Manifesto. "Essa (l'austerita') deve essere determinata, collocata nel contesto delle crescenti tensioni politiche che accompagneranno il governo delle sinistre ed esplicitata nel senso che essa corrisponda ad una riduzione delle 'attuali' soddisfazioni, ma non una riduzione in generale delle soddisfazioni. Rispetto ai ceti medi e' inevitabile, e deve essere gia' dichiarata, una riduzione delle attuali soddisfazioni (redditi, doppia casa etc), ma ci deve essere una soddisfazione compensativa che nasce dalla tensione e dalla partecipazione al mutamento sociale e politico". Il superamento del modello capitalistico mediante 'le riforme di struttura' fu il l'idea forte di Lombardi che sollecitava un programma comune delle sinistre. "C'e' una forte e marcata differenza tra la concezione religiosa che rimanda alla rinuncia di una vita veramente vissuta e l'aspirazione di Lombardi ad una societa' non povera ma ricca, perche' diversamente ricca: proposta questa - spiega Ventura - che sollecita, apre una ricerca sull'identita' umana oltre ma non senza il benessere economico e quindi il soddisfacimento dei bisogni fondamentali a partire dal lavoro e da un salario dignitoso". Insomma, due concezioni ed obiettivi politici diversi. "Il primo - conclude Ventura - e' pienamente compatibile con la logica del capitalismo e la massimizzazione dei profitti, il secondo, quello di Lombardi, no". Tant'e' che tra gli elementi di 'rottura' per avviare le riforme di strutture, Lombardi inseriva accanto alla riduzione dell'orario di lavoro, all'autogestione, "la ristrutturazione dell'industria dalla produzione di beni a forte profitto a quella di beni a forte utilita' e che pertanto siano durevoli…. cioe' che durino a lungo".Pat

l’Unità 1.9.10
Ai margini dell’Europa
Se si uccide la scuola pubblica
Sofia Toselli presidente nazionale del CIDI

Si riapre un nuovo anno scolastico all’insegna dell’incertezza e del disorientamento. La scuola superiore in particolare è nel caos più totale. Tagli di organico, di materie, di ore di lezione. Persino nelle classi già avviate si cambia in corsa. Mentre l’assenza di un organico funzionale, classi più numerose, la mancanza di risorse, il ritorno ad un lavoro individualista e autoritario, l’introduzione di indicazioni nazionali povere culturalmente con obiettivi di apprendimento impraticabili, disegnano uno scenario particolarmente pesante: aumenteranno disagio, demotivazione, dispersione; si allontaneranno gli obiettivi di Lisbona; non miglioreranno gli esiti delle prove Ocse-Pisa. Oggi ci troviamo di fronte a un processo di ridefinizione del ruolo della scuola pubblica, espropriata della sua funzione costituzionale: quella di creare inclusione, di rimuovere i condizionamenti sociali, gli ostacoli all’uguaglianza. Anzi, le disuguaglianze di partenza sono diventate il criterio con cui viene ripensato il nuovo modello scolastico. Sembrerebbe che, attraverso la scuola, si stiano creando le condizioni perché i più deboli siano messi ai margini della società in modo definitivo e irreversibile.
Altro che scuola del merito e della qualità. Non sfugge infatti a chi si occupa seriamente di insegnamento-apprendimento che i fattori presupposto di una scuola di qualità siano: l’intenzionalità democratica, e dunque parliamo di una scuola che agisce per includere e non per selezionare, con tutti gli strumenti e i percorsi possibili per garantire a ogni allievo cittadinanza piena; l’interazione di tipo cooperativo, che si esprime attraverso un rapporto di collaborazione tra adulti (team docente) e classe, per stimolare l’interesse reciproco e la collaborazione, per valorizzare le diversità, per costruire il rispetto delle regole e la solidarietà; la scelta di contenuti significativi per produrre conoscenza e indurre processi mentali e comportamenti maturi (cioè un grado di cultura e di consapevolezza di sé e del mondo che faccia di ogni singolo ragazzo un cittadino dotato di criticità e responsabilità). Non meno importanti sono le condizioni materiali in cui l’azione educativa si esercita.
In primis, il rapporto numerico tra allievi e docenti, il tempo scuola, l’organizzazione scolastica, i laboratori, il materiale didattico, ecc. La scuola che oggi si sta imponendo a colpi di decreti va in senso contrario al merito e alla qualità: una scuola classista, che ripropone selezione, esclusione, canalizzazione precoce.
Per questa strada siamo destinati a diventare fanalino di coda dell’Europa e del mondo, con grave danno per la cultura, l’economia la democrazia dell’intero Paese.

l’Unità 1.9.10
La protesta dei precari è iniziata a Palermo e si è trasferita a Roma. Uno di loro è finito in ospedale
Ma altri si stanno aggiungendo in tutta Italia. Il sostegno dei parlamentari di opposizione
L’ultima spiaggia dei prof: lo sciopero della fame
A Benevento come a Salerno. A Pordenone come a Milano. Il digiuno monta tra i precari della scuola. La protesta si sta diffondando come un contagio in tutta Italia. La riforma Gelmini ha messo in ginocchio la Scuola.
di Mariagrazia Gerina

Sono saliti sui tetti. Sono scesi in piazza, con studenti e genitori. Si sono incatenati. Adesso, la nuova frontiera della scuola, alle prese con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, è lo sciopero della fame. I primi a varcarla sono stati tre insegnanti palermitani. Ma la protesta a colpi di digiuno si sta diffondendo come un contagio in tutta Italia tra i precari della scuola che
si preparano a un anno di disoccupazione annunciata. A Benevento, dove gli insegnanti hanno occupato un asilo abbandonato. E due di loro, Daniela Basile e Monica Sateriale, sono già al settimo giorno di sciopero della fame. A Pordenone. A Salerno, dove i precari, insegnanti e non, stanno organizzando i pullman per andare a contestare oggi il ministro in visita ad Ariano Irpino. Il 14 settembre, proveranno a riconsegnare in massa al presidente della Repubblica, in visita a Salerno, le loro tessere elettorali, in segno di protesta. «Non ci importa di votare se lo stato non si accorge di noi». E poi lo sciopero della fame: «A staffetta per coinvolgere tutti». Come a Milano, dove i precari di vari coordinamenti si sono dati appuntamento davanti al Provveditorato per questa mattina. Ce ne sono già cinque pronti a iniziare il digiuno. Un tam tam che si moltiplica proprio nel giorno in cui uno dei pionieri palermitani, Giacomo Russo, 31 anni, al suo quattordicesimo giorno di digiuno, ieri, ha mostrato i primi segni di cedimento. Un calo di pressione, che lo ha colto durante il presidio, che va avanti ad oltranza davanti a Montecitorio.
RIDATECI IL LAVORO E LA SCUOLA
Mentre al Santo Spirito cercano di reidratarlo con le flebo, lo spreco e la rabbia che sta montando in tutta Italia, li racconta Caterina Altamore, 37 anni, palermitana anche lei, al quinto giorno di digiuno e di presidio davanti a Montecitorio: «Ho studiato, credo nel mio lavoro e nella scuola pubblica, quattordici anni fa, quando ho ricevuto il mio primo incarico, in una scuola elementare del Capo,
quartiere difficile di Palermo, mi sono detta “finalmente faccio la maestra” e poi “vedrai, fatica qualche anno ti assumeranno”, ecco, adesso, 14 anni dopo, lo Stato non mi può dire “non mi servi più”», Caterina non è una che si arrende, Il lavoro non c’è, Ma lei si aggrappa a quello che resta. Lo scorso anno ha fatto le valigie e se ne è andata a prendere supplenza a Brescia, lasciando a Palermo, il marito e i tre figli. E farà così anche quest’anno. Destinazione, Palazzolo sull’Oglio. «In Sicilia mi offrivano solo con il salvaprecari di stare a casa a fare la casalinga in attesa di una chiamata che non verrà, ma io non voglio l’elemosina, voglio la scuola per cui abbiamo lottato, non quella che è costretta a rinunciare a tutto, al tempo pieno, alle ore di insegnamento e anche alla carta igienica. In Sicilia come a Brescia». Montecitorio è deserta. Solo i parlamentari di opposizione fanno la spola tra il presidio e l’ospedale dove è ricoverato Giacomo, che, nel pomeriggio si fa dimettere per tornare a protestare: «Nessuno vuole passare per protagonista ma se ci mettiamo tutti insieme il paese reale siamo noi». Arriva Ignazio Marino. Arrivano Francesca Puglisi e Vincenzo Vita. Iparlamentari del Pd sono pronti a iniziare lo sciopero della fame a staffetta. Anche Di Pietro porta il sostegno dell’Idv. Come gli altri firma la pergamena dei precari. Contiene l’impegno a battersi per due cose. La restituzione di 8 miliardi di tagli decisi con la legge 133. E l’assunzione dei precari già in graduatoria. «Siamo di fronte al più grande licenziamento di massa della storia italiana, la scuola sarà al primo posto del nostro porta a porta», dà voce alla protesta Bersani dalla Festa del Pd. I precari della scuola sono arrivati anche lì. Solo la Gelmini non si accorge di loro. È lei che Giacomo e Caterina chiedono di incontrare in un confronto pubblico sulla riforma e sulla scuola. «Basta autoritarismo. il ministro li ascolti», rilancia il loro appello anche la Cgil: «Il governo non può mostrare solo disprezzo e disinteresse».

il Fatto 1.9.10
I precari della scuola all’opposizione: unitevi per noi
di Caterina Perniconi

“Se non siete uniti non ci aiutate”. Una richiesta disperata all’opposizione è quella partita ieri dai precari che protestano davanti a Montecitorio con lo sciopero della fame. “Avete firmato tutti il documento a nostro favore, dai Comunisti italiani all’Udc, allora si può sapere come mai sulle cose importanti, su cui siete tutti d’accordo, non vi mettete insieme? A noi servite tutti, la maggiore opposizione possibile”. Seduto davanti a loro c’è il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. Cerca di spiegare che lui si opporrà con tutti i mezzi ai tagli indiscriminati alla scuola fatti dal governo Berlusconi. Ma a loro non basta. Chiedono di più: “Se non si realizza un fronte comune, non otterremo risultati”. Gli scioperi della fame contro i tagli che quest’anno lasceranno a casa circa 20 mila docenti e personale tecnico-amministrativo continuano in tutta Italia. Ieri Giacomo Russo, uno dei precari palermitani che animano il presidio romano è stato ricoverato all’ospedale Santo Spirito di Roma a causa del grave stato di disidratazione riscontrato dal medico in visita alla tenda. “Ho trovato Giacomo Russo gravemente disidratato – ha dichiarato il deputato del Pd Ignazio Marino dopo una visita in ospedale – ma fortemente motivato a non desistere. É inaccettabile che questo governo volti la testa dall’altra parte di fronte a chi ha nelle sue mani la formazione dei nostri figli e chiede solo lavoro e dignità”.
NIENTE CIBO anche per cinque precari lombardi che protestano contro il taglio di 3 mila cattedre, di cui 1.200 a Milano. Stessa situazione a Benevento, dove la figlia di una precaria della scuola, che sta proseguendo lo sciopero della fame da sei giorni, ha preso carta e penna per raccontare la sua disperazione: “Mia madre – scrive Gaia Russo – sta rischiando per voi, perchè toccherà anche agli altri impieghi di lavoro, e i tagli non ci saranno solo sulla scuola. Una lettera di una ragazzina non credo farà molto notizia, ma per me conta, perchè io lascio mia madre a dormire in una tenda ogni notte, e mi sento impotente. Vedo la sua fiamma ancora viva dentro di se, leggo la sua determinazione negli occhi, ma la stanchezza sta prendendo il comando e nessuno si interessa di lei, viene trattata come una criminale”. Perché ci sono figlie e figlie. Quella di Mariastella Gelmini, nata il 10 aprile scorso “immagino che avrà una lavagna interattiva multimediale. Il grembiule. L’e-book. Un maestro unico preparatissimo” dice la mamma ministro. Parlando probabilmente di una scuola privata costosissima. Perché negli istituti italiani mancano i soldi anche per la carta igienica, figuriamoci per l’e-book.
“NON SI PUÒ rischiare la vita per questo governo – ha dichiarato la responsabile Scuola del Pd, Francesca Puglisi – siamo disponibili a iniziare uno sciopero a staffetta con i nostri parlamentari e amministratori a sostegno della battaglia dei precari per una scuola pubblica di qualità. Chiediamo che il governo ritiri i tagli della legge 133 e assuma gli insegnanti che servono per coprire le cattedre vacanti, per dare le risposte di sostegno ai bambini con disabilità e per garantire il tempo pieno. I precari della scuola scioperano non solo per difendere il proprio posto di lavoro, ma per salvare la scuola che è un baluardo per la difesa della democrazia nel nostro Paese”.

Corriere della Sera 1.9.10
Il potere di chi vota
di Giovanni Sartori

Che la legge elettorale in vigore sia una «porcata» è stato detto proprio dal suo estensore, il ministro Calderoli. È lui che mi ha dato l’idea di battezzarlo Porcellum. Ed è una porcata nel senso che è una legge elettorale truffaldina: tale perché assegna un premio di maggioranza alla maggiore minoranza . Per esempio, se Berlusconi conseguisse alle prossime elezioni il 30 per cento del voti, e se nessun altro partito o coalizione arrivasse a tanto (al 30 per cento), Berlusconi otterrebbe alla Camera il 55 per cento dei seggi.
Ora, un premio di maggioranza è lecito se rafforza chi consegue la maggioranza assoluta dei voti (il 50 o più per cento); ma non se trasforma una minoranza elettorale in una maggioranza di governo. Su questo punto credo che anche i fautori del sistema maggioritario «secco » ( all’ inglese ) siano d’accordo. Eppure anche quel sistema trasforma spesso e volentieri, per esempio, un 40 per cento dei voti in una maggioranza di seggi in Parlamento. In questo caso non c’è, beninteso , un pr e mio di maggioranza; ma è il meccanismo del «primo che piglia tutto» dei sistemi uninominali che opera, di fatto, come un premio. Questa stortura viene invece eliminata dal sistema maggioritario a doppio turno. Non riesco pertanto a capire come mai i nostri fautori del maggioritario si ostinino a sostenere il sistema inglese invece del maggioritario a doppio turno del sistema francese. Il primo è distorcente, il secondo non lo è. E allora?
Le radici di questa ostinata anglofilia risiedono, credo, nell’errata persuasione che solo il maggioritario secco porti alla creazione di un sistema bipartitico. Ma questa persuasione è sicuramente sbagliata e ampiamente smentita dai fatti.
Già negli anni Sessanta correggevo le «leggi» di Duverger sull’influenza dei sistemi elettorali asserendo, sul punto, che i sistemi maggioritari a un turno «proteggono un sistema bipartitico che c’è, ma non trasformano in bi partitico un sistema multipartitico». La nostra esperienza con il Mattarell um, la l egge elettorale per tre quarti maggioritaria che ha preceduto il Porcellum, ha abbondantemente confermato la mia tesi. Con il sistema proporzionale della prima Repubblica i partiti rilevanti sono stati 5-6; con il successivo Mattarellum si sono triplicati. Perché?
La ragione di questa frantumazione l’ho spiegata (invano) non so quante volte. È che nei collegi uninominali i partitini acquistano un potere di ricatto che altrimenti non hanno. Sanno di non poter vincere, ma nei collegi «insicuri» dove lo scarto tra i maggiori partiti è piccolo, sanno che il loro voto è decisivo. Nasce così il sistema delle « desistenze » : ionon mi presento, mettiamo, in dieci collegi e tu, in contraccambio, mi assicuri un collegio ogni dieci. La frantumazione del nostro sistema partitico nasce così.
Sì, ripudiare il Porcellum è essenziale e doveroso. Ma tornare al maggioritario secco è tornare a una esperienza fallimentare. Ecco perché non posso firmare l’appello promosso dal professor Pietro Ichino. Ma sarei prontissimo a sottoscrivere un suo appello per un sistema elettorale maggioritario a doppio turno.

Corriere della Sera 1.9.10
Bersani: «Creare una maggioranza per cambiare legge elettorale»
«Il Pd non è diviso. L’Udc? Puт avere un posto al governo»
di Alessandro Trocino

TORINO — «Oh ragazzi, rimettiamoci a combattere che sennò quelli riprendono a chiamarci il partito delle banche e le cose non girano. Siamo un grande partito popolare». Pier Luigi Bersani sprona la platea di Torino. Nella sala piena ci sono un migliaio di persone e alcuni dirigenti, tra i quali Piero Fassino, Filippo Penati e Luciano Violante. Il segretario vuole uscire dalle secche di un dibattito, quello sulla legge elettorale, che rischia di riprodurre l’eterno dualismo Veltroni-D’Alema. Nessuna divisione, rassicura: «Sono chiacchiere. Mi si dia una maggioranza disposta a cambiare questa legge, che poi la legge nuova si fa». Calderoli lo esclude: «Mica le ha azzeccate tutte — replica —, ha fatto una legge e poi l’ha chiamata porcata». Quanto al processo breve, il grimaldello su cui puntano i democratici per far cadere il governo, Bersani non sembra ottimista: chiede «coerenza» ai finiani e spiega che «per Berlusconi rimuovere la norma transitoria» (quella che estende la legge ai processi in corso) «sarà sempre più difficile».
Nella sala Bobbio, il segretario del Pd si confronta con John Podesta, già collaboratore di Bill Clinton, e con Felipe González, premier spagnolo per 14 anni. Compagnia che piace molto a Bersani: «Ogni tanto mi chiedono della collocazione internazionale del Pd: eccola qui, precisa».
Ma la politica interna incombe. Corradino Mineo chiede della Lega, avanti nei sondaggi: «Sta vicino al vecchio zio per portargli via l’eredità. E non vuole neanche badanti. Ma i leghisti non possono dire Roma ladrona e stare con quei quattro ladroni di Roma». Quanto a essere popolare, Bersani non accetta lezioni da nessuno: «Io lo so quanto deve costare uno spiedino per non rimetterci. Che lo chiedano a Berlusconi i leghisti, quanto deve costare». In sala, Penati dice la sua sulla legge elettorale: «Io sono per l’uninominale, ma ci vuole un po’ di realpolitik. Va bene anche il proporzionale, se mantiene il bipolarismo». E i finiani? «È inutile aver fatto il Vietnam se poi votano il processo breve».
Finito il dibattito, in sala irrompe un gruppo di insegnanti precari. Bersani concede palco e microfono. I precari ricordano che sono state lasciate a casa 78 mila persone, «tre volte Mirafiori», e chiedono che il Pd si impegni a cancellare la legge Gelmini. Bersani giura solennemente e ribadisce quanto detto durante il dibattito: «Quello della scuola è stato il più grande licenziamento di massa della storia». Non va meglio neanche negli altri settori del mondo del lavoro: «Ci sono dati di disoccupazione da Maghreb».
Non resta che sognare un nuovo governo. E in quel caso, annuncia Bersani in un’intervista al sussidiar i o . net , « èassol ut a mente plausibile che l’Udc abbia un posto ravvicinato anche in sede di governo».

Corriere della Sera 1.9.10
Uninominale, i radicali creano un’associazione
Arrivano nuove adesioni traversali per il ripristino dei collegi
di L. Fu.

ROMA — I radicali annunciano la creazione di un’associazione a sostegno dell’appello per l’uninominale pubblicato dal Corriere e presentano il sito ( www.uninominale.it) dove raccogliere le sottoscrizioni per il ripristino dei collegi. «È nostra convinzione — affermano Emma Bonino , Marco Cappato Mario Staderini e Elisabetta Zamparutti — c he uno deglio biettivi diogni riforma elettorale sia quello di restituire ai cittadini elettori la libertà di scegliere il proprio rappresentante nelle assemblee legislative a ogni livello». Ecco perché, aggiungono, «il sistema uninominale maggioritario che consente di collegare una persona in modo diretto e preciso a una determinata e circoscritta area geografica è lo strumento più adatto per responsabilizzare i rappresentanti istituzionali alla tutela dell’ambiente del quale dovrebbero essere espressione».
La nota dei radicali entra nel dibattuto attorno alle ipotesi di nuovi sistemi di voto. E le idee in proposito sono le più disparate. Se da un lato invoca il ritorno all’uninominale l’appello pubblicato dal Corriere — giungono nuove adesioni bipartisan: l’economista Fiorella Kostoris, Innocenzo Cipolletta, i senatori Fistarol, Menardi, Tomaselli, e deputati nazionali Barbareschi, Mogherini, Melandri, il parlamentare europeo Tatarella e il governatore della Basilicata De Filippo (Pd) — dall’altro c’è chi prende in considerazione altri meccanismi.
Francesco Rutelli, che guida Alleanza per l’Italia, sostiene che «tutto è meglio del Porcellum». Quella in vigore, a suo giudizio, «è una legge con un premio di maggioranza che crea coalizioni incoerenti». Rutelli, contrario a riesumare il vecchio Mattarellum, auspica invece «un sistema con pochi partiti, al massimo cinque o sei, omogenei e coerenti tra di loro: noi abbiamo presentato una proposta precisa per il modello tedesco con collegi uninominali». Il dipietrista Massimo Donadi non precisa quale sia la sua preferenza ma osserva che «Pdl e Lega difendono la casta. La loro difesa a oltranza della legge porcata ha l’obiettivo di conservare il potere di nomina dei parlamentari nelle mani delle segreterie dei partiti. Così è più facile far entrare in Parlamento corrotti e corruttori, inquisiti e condannati, affaristi delle cricche e amici degli amici». Insomma, per lui «questa legge truffa va cambiata e va restituito il potere di scelta ai cittadini. In Parlamento devono sedere gli eletti, non più i nominati».
In questo contesto un altro esponente dell’Alleanza per l’Italia, Pino Pisicchio, avanza una proposta del tutto differente. «Prima ancora della riforma elettorale o in parallelo ad essa — spiega il vicepresidente della Giunta per le elezioni della Camera — perché non si costruisce, insieme, maggioranza e opposizione, una riforma delle leggi sulle incompatibilità parlamentari, togliendo ogni margine di ambiguità e di interpretazione all’attuale normativa? In fondo si tratterebbe soltanto di restituire al legislatore il suo ruolo pieno e libero, come vuole la Costituzione».

Corriere della Sera 1.9.10
Anatema da Teheran: Carla Bruni deve morire
Dopo gli insulti per l’appello a favore di Sakineh. Protesta francese: inaccettabile
di A. Ni.

PARIGI — La Francia reagisce, il governo iraniano abbozza, ma l'ultraconservatore quotidiano Kayhan insiste. Carla Bruni, scriveva di nuovo ieri il giornale iraniano, non solo è la «prostituta italiana» che ha rovinato il matrimonio del presidente francese Nicolas Sarkozy, ma «vista la sua promiscuità sessuale, meriterebbe pure la condanna a morte per lapidazione».
Pagina due. Il titolo è: «L'attacco al nostro giornale della depravata moglie di Sarkozy». Nel testo si dà conto di «voci vicine all'Eliseo» o di «amici della cantante», voci che avrebbero riferito della «furia» di Carla Bruni contro il quotidiano
Keyhan. La linea editoriale però non si sposta: la Première Dame, per il suo spericolato passato sentimentale, è immorale come la donna iraniana condannata alla lapidazione Sakineh Ashtiani che proprio Carla Bruni ha tentato di difendere con una lettera aperta.
Ieri alla redazione di Kayhan rispondeva solo il redattore di guardia: «Mi spiace, tutti i giornalisti sono in vacanza, domani è il 21 di Ramadan, l'anniversario del martirio dell'Imam Alì, festa nazionale, torniamo al lavoro venerdì pomeriggio». Per tre giorni, quindi, non ci saranno altri insulti. Forse il tempo giusto per lasciar sbollire gli animi ed evitare una crisi più seria tra Francia e Repubblica islamica d'Iran.
L'Eliseo ha inviato per vie diplomatiche a Teheran una protesta ufficiale per i toni usati dal giornale. «Consideriamo inaccettabili le ingiurie rivolte da Kayhan e da altri siti iraniani a diverse personalità francesi tra cui Carla Bruni-Sarkozy». Il ministero degli Esteri di Teheran ha accolto la protesta e ha «invitato i media a fare attenzione al linguaggio adoperato dal momento che la Repubblica islamica non approva l'insulto contro i responsabili di altri Paesi». Ma intanto il messaggio alla Francia e al resto dell’Occidente è arrivato forte e chiaro: nessuno metta il naso nel dibattito iraniano pro o contro la lapidazione. Sarkozy che aveva dichiarato la donna «sotto la protezione francese» è avvisato. Il caso di Sakhine Ashtiani, condannata a morire a colpi di sassi per aver, secondo l'accusa, «aiutato un suo amante ad uccidere suo marito», deve rimanere cosa interna.
La lapidazione è un argomento che fa da spartiacque nel l a politi caira ni a na. Nel 2002 i riformisti del presidente Khatami ottennero l'approvazione di una moratoria. Nel 2007, invece, il presidente Ahmadinejad si pronuncia a favore della ripresa delle esecuzioni con «pietre né troppo grandi da uccidere subito, né troppo piccole da non far male». Ora, assieme agli arresti, ai licenziamenti, alle impiccagioni degli oppositori, alla chiusura dei giornali riformisti, alla tortura sistematica anche il ritorno della lapidazione serve a marcare la vittoria dei conservatori. Dall'estero non si intromettano.

Corriere della Sera 1.9.10
Shirin Ebadi: «Non è il mio Iran Offese contrarie alla nostra cultura»
di Andrea Nicastro

PARIGI — «Non è Iran questo. Non è il mio Paese, il mio popolo. Gli insulti, le parolacce, le offese contro una donna, per di più straniera, non fanno parte della nostra cultura». Shirin Ebadi è abituata alle offese da parte del regime iraniano, eppure è scioccata, offesa. Parla al telefono dal suo interminabile esilio, con la traduzione dell'amica Ella Mohammadi.
Ebadi, nonostante il Premio Nobel per la pace del 2003, lei ha ricevuto un'enorme quantità di insulti sia da esponenti del governo sia da giornalisti iraniani. Come si reagisce?
«Non bisogna dargli peso. L'ho imparato sulla mia pelle, non bisogna lasciarsi ferire e spero che anche Carla Bruni riesca a reagire così. Il linguaggio impiegato dai governanti in Iran e dai giornali che sostengono il regime rappresenta solo loro stessi. Sono un corpo estraneo alla vera cultura degli iraniani. E, certo, anche ai nostri valori morali». Cosa direbbe a Carla Bruni? «Che mi dispiace, che a tutte le donne iraniane dispiace per come è stata apostrofata. Ma che non deve dare alcun peso a quelle parole. Deve ignorare il fango e continuare nella battaglia che ha intrapreso. Gli iraniani hanno bisogno che il mondo continui a guardare cosa succede loro. Non dobbiamo lasciar cadere nel silenzio prepotenze, illegalità e soprusi. L'Iran ha bisogno dell'aiuto di tutti».
Pensa che quest'attacco a forza di parolacce sia una strategia ordinata dal governo?
«Non saprei. Di certo il regime ha spesso adoperato un linguaggio offensivo e provocatorio per intimidire i suoi avversari, incutere paura».
Lei è stata l'avvocato di tanti prigionieri politici, non è più tornata in Iran dall'11 giugno dell'anno scorso. Perché?
«Dopo le elezioni truffa del presidente Mahmud Ahmadinejad, sono stata a lungo incerta se rientrare o meno, ma poi i miei amici e colleghi mi hanno convinta che piuttosto che in una prigione sarei stata più utile all'estero. A divulgare informazioni e a sensibilizzare il mondo su quel che succede nel mio Paese». In Iran c'è ancora chi porta avanti il suo lavoro? «Certo. Amici e colleghi coraggiosi. Vengono arrestati con accuse inventate e rilasciati. Tanti stanno soffrendo, ma continuano a scrivere, denunciare». Dove vive ora Shirin Ebadi? «Negli aeroporti. Mi sposto, partecipo ad incontri, dibattiti conferenze. Faccio anch'io quello che posso».

Repubblica 1.9.10
Sul corpo delle donne
L´appello sottoscritto anche da Carla Bruni per salvare Sakineh dalla lapidazione viene letta come una pressione del presidente francese ma il regime non sopporta ingerenze
di Renzo Guolo

Il nocciolo duro del regime iraniano sferra un durissimo attacco alla Francia. Nel mirino vi è Carla Bruni, che, nel firmare l´appello contro la condanna alla lapidazione di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, ha garantito l´impegno del presidente francese Nicolas Sarkozy di fare pressione su Teheran.
Si preme su Teheran perché alla donna, accusata di adulterio e complicità nell´omicidio del marito, sia risparmiata la vita. Una pressione che il gruppo dirigente che guida la Repubblica Islamica non tollera. Perché non riconosce all´Occidente, il diritto morale all´«interferenza» in tema di applicazione della shari´a. Perché la questione della lapidazione e, in genere dell´applicazione delle pene corporali, in particolare nei confronti delle donne, divide il potere in turbante ed elmetto dalle correnti riformiste, le stesse che ieri sostenevano l´ex-presidente Khatami e oggi l´Onda verde di Moussavi e hanno sempre respinto quelle pratiche come sintomo di progressiva talebanizzazione del regime e causa di isolamento dell´Iran. Perché la mobilitazione per Sakineh, che rinvia al tema più vasto dei diritti umani in Iran, è sostenuta da un paese come la Francia che ha adottato una linea molto ferma nella «crisi del nucleare».
L´attivo ruolo della moglie del presidente francese, notoriamente assai influente all´Eliseo, e la vasta eco mediatica sollevata dal suo schierarsi pubblicamente per salvare Sakineh, non poteva che infastidire gli intransigenti custodi dell´ortodossia di regime. Non è casuale che, per ora, agli strali dei duri e puri del regime siano sfuggiti altri noti firmatari dell´appello: tra questi Salman Rushdie che pure, nel 1989, fu oggetto di una fatwa di Khomeini, formalmente mai abrogata, che lo condannava a morte per apostasia in quanto autore dei Versi Satanici; o il premio Nobel per la pace iraniano Shrin Ebadi, certo non tenera con il regime. Ma la figura, e le parole, della Bruni non potevano passare inosservate. Da qui i pesantissimi attacchi contro la premiére dame definita da Kayhan, quotidiano legato all´ala più intollerante dei conservatori religiosi vicini alla Guida Khamenei, prima una «prostituta», giudizio in cui viene accomunata a Isabelle Adjiani, anch´essa «rea» di avere sottoscritto; poi «meritevole di morte» per aver condiviso gli stessi stili di vita «illeciti» di Sakineh.
Le decise reazioni di Parigi e le tensioni che si sono create a livello diplomatico, hanno indotto il governo iraniano a prendere formalmente le distanze da Kayhan , affermando non solo che i media devono essere più prudenti ma che Teheran «non approva gli insulti contro i leader degli altri paesi», formulazione che rivela come il bersaglio grosso sia Nicolas Sarkozy. Una precisazione che non sgombera il campo dal sospetto che si tratti di un gioco delle parti , sia pure in un contesto in cui la dialettica tra fazioni , anche tra quelle alleate e dominanti, è una realtà. Kayhan, infatti, non è un giornale qualsiasi; la sua linea è sottoposta alla supervisione della Guida Suprema; l´autore dell´agghiacciante fondo in cui si afferma che la Bruni meriterebbe di morire, è il suo direttore.

il Fatto 1.9.10
Messina, Milano:La sanità diventa mercato
Le analogie tra la rissa in sala parto e gli orrori della clinica Santa Rita
Interventi più complessi, degenze più lunghe: tutto pur di spillare soldi ai pazienti
di Gianni Barbacetto

Messina: due medici si picchiano in sala parto, mentre la partoriente e il neonato subiscono gravi danni alla salute. Milano: il primario di chirurgia toracica della Clinica Santa Rita, Pier Paolo Brega Massone, è in attesa della sentenza per le lesioni volontarie gravissime procurate a 83 pazienti. Che cosa accomuna due casi che sembrano diversi in tutto? A Messina, profondo Sud, la vicenda coinvolge due medici che operano in un ospedale pubblico, il Policlinico. A Milano, capitale del Nord, lo scandalo della “clinica degli orrori” scoppia in una struttura privata. Eppure entrambi i fatti sono innescati dal sistema dell’assistenza sanitaria in Italia, sono resi possibili da come è congegnata quella commistione di pubblico e privato che diventa di fatto “criminogena”, come dice un esperto del settore, Giuseppe Santagati: nel senso che “produce reati e, nei casi più gravi, danni ai pazienti e addirittura la morte”. Lo sanno bene i famigliari di chi è stato ricoverato alla Santa Rita di Milano. Appena arriverà la sentenza per lesioni e truffa, partirà un secondo processo, in cui al dottor Brega Massone sarà contestato l’omicidio volontario per quattro pazienti morti per le conseguenze di interventi chirurgici giudicati non necessari. Qual era la molla che spingeva Brega Massone a operare pazienti che non ne avevano bisogno? Il Drg. Quale il motivo per cui si sono azzuffati i due medici di Messina? Il Drg, più la competizione a coltivare dentro il sistema sanitario pubblico i “clienti” paganti, acquisiti privatamente. Drg significa “Diagnosis related group”. È un elenco di circa 500 casi per catalogare e classificare i pazienti dimessi da un ospedale. A ogni caso corrisponde una cifra, pagata dal sistema sanitario nazionale alla struttura che ha seguito il paziente.
PIÙ DRG, più soldi. Ma il vero affare, spiega Tiziana Siciliano, la magistrata che con Grazia Pradella ha sostenuto l’accusa nel processo Santa Rita, consiste nel cambiare il Drg con un Drg simile, ma meglio pagato: da parto semplice a parto cesareo, da asportazione delle tonsille a tonsille con setticemia, da appendicite ad appendicite con complicazioni... Alla San Pio X di Milano, gli interventi per asportare le emorroidi (pagati 1.000 euro) diventavano operazioni per malattie intestinali gravi (pagate 12 mila euro).
Alla San Raffaele-Villo Turro, i ricoveri per la cura del sonno, che di solito durano due notti (rimborso: 200 euro), si trasformavano tutti in ricoveri di tre notti (dopo la seconda notte, il rimborso scatta a 2 mila euro).
C’è una deriva alberghiera nel sistema sanitario italiano: per incassare di più, le strutture sanitarie preferiscono un ricovero quando basterebbe un day hospital; e un giorno in più di degenza, anche quando il paziente aspetta a letto senza alcun intervento. In alcuni casi, ospedali e cliniche costano più dell’hotel Gallia.
I PRIMARI, poi, sono pagati a percentuale (di solito il 10 per cento sul Drg), dunque hanno un oggettivo interesse a moltiplicare gli interventi, anche senza bisogno. Con un gonfiamento della spesa sanitaria nazionale che non va però a vantaggio dei malati, ma anzi ne aumenta i rischi. I pericoli maggiori, nel sistema italiano, non vengono infatti dalla mancanza di interventi, ma dalla tendenza a somministrarne più del bisogno. “Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato”, commenta Santagati. “È una gara a offrire le cure più costose, non importa se utili o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità, non la salute del paziente”. Se poi si aggiunge il cortocircuito tra pubblico e privato, il gioco è fatto. Il medico che ha “clienti” che pagano profumatamente le visite nel suo studio privato, ha tutto l’interesse a dirottarlo, per gli interventi più costosi e complessi, nell’ospedale pubblico. Magari cercando di eseguire personalmente l’operazione, anche a costo di sovvertire turi con il collega già pronto in sala operatoria.
PER DISINNESCARE i pericoli di questo sistema sono necessari, oltre a un’etica individuale dei medici che, a dar retta alle cronache, è evidentemente in ribasso, anche e soprattutto un efficace sistema di controlli. È questo che manca. Le Regioni tendono a non accorgersi dei paradossi statistici che si dovrebbero vedere a occhio nudo: è mai possibile, per esempio, che il 2,3 per cento di tutte le ernie inguinali con complicazioni capitino in una sola clinica, la San Carlo di Milano? Di solito i rapporti, politici ed economici, tra amministratori regionali e ras delle cliniche sono più forti di ogni capacità di controllo. Le sanzioni, poi, non arrivano mai. Ci sarebbe un metodo rapido ed efficace: chi sbaglia (o ruba) perde l’accreditamento con il sistema sanitario. Non capita quasi mai, né a Messina né a Milano.

Corriere della Sera 1.9.10
Battere la fame con le democrazie
di Amartya Sen

Alternanza di governo e media liberi sono la vera garanzia

Il peso di una carestia è a carico solo della popolazione colpita, e non dalla compagine di governo. La classe dirigente non muore mai di fame. Tuttavia, laddove il governo risponda al popolo e siano presenti un sistema di libera informazione e una critica pubblica non soggetta a censura, anche il governo troverà buone ragioni per impegnarsi al meglio a sconfiggere le carestie.
A fronte di un sistema politico democratico ben funzionante e di un sistema mediatico libero e privo di censura, nonché di partiti di opposizione desiderosi di far gravare sul governo l’incapacità di prevenire la fame, il governo stesso avverte una enorme pressione, che lo induce ad adottare misure rapide ed efficaci ogni qualvolta si delinei la minaccia di una carestia. Poiché le carestie sono facili da prevenire laddove si compiano sforzi concreti per arrestarle (come ho già avuto modo di affermare), la prevenzione si rivela in linea generale una strada percorribile. Non desta pertanto sorpresa che, tra tutte le terribili carestie che hanno lacerato il mondo, nessuna si sia mai verificata in un Paese indipendente dotato di una democrazia funzionante, con partiti di opposizione operanti in libertà e una stampa non soggetta a censura.
Le democrazie caratterizzate da un sistema mediatico libero ed energico e da regolari elezioni multipartitiche si dimostrano di fatto efficienti nel prevenire il verificarsi delle carestie. Ciò merita d’essere considerato se si analizza l’efficacia con cui il dibattito pubblico contemporaneo può farsi carico dei problemi delle generazioni future. Ma perché?
Per fare un confronto, si pensi che la percentuale di persone colpite dalle carestie non supera mai il dieci per cento della popolazione totale e risulta altresì solitamente inferiore al cinque. Una frazione così esigua difficilmente risulterà in grado di indurre la maggioranza a votare le misure direttamente necessarie a sradicare la minaccia della fame. Sono dunque il dibattito e l’impegno pubblico a diffondere l’ampiezza di vedute di coloro che, pur nutrendo interessi non necessariamente minacciati dalle carestie, ritengono ragionevole tentare di prevenirle – e mandano a casa i governi pertinaci. Pertanto, anche se coloro che hanno attualmente diritto al voto non ci saranno forse più quando le generazioni future si troveranno ad affrontare la gravità dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale, il dibattito pubblico democratico può rendere efficace il voto di oggi nel tutelare gli interessi delle generazioni future; allo stesso modo, una democrazia maggioritaria di oggi, in cui sia radicato con forza il dibattito pubblico, può salvare la vita a una minoranza di persone (quali le vittime potenziali di una carestia) che, di per sé, non può spostare il voto in un sistema maggioritario. Le democrazie che si contraddistinguono per libertà del dibattito pubblico e assenza di censura governativa forniscono gli strumenti con cui perseguire giustizia sociale in numerosissimi ambiti. E rendere giustizia ai cittadini di domani costituisce già una parte assai rilevante dell’impegno democratico. Un dibattito pubblico aperto è un mezzo idoneo a gestire le nostre responsabilità verso le generazioni future.
Le nostre responsabilità in materia di sviluppo sostenibile racchiudono dunque il ruolo svolto dai cittadini di oggi nel dibattito inerente una situazione mondiale che si estende oltre le vite individuali. Di sicuro, molti aspetti legati al collasso ambientale esprimono effetti immediati. A quanti respirano l’aria di Pechino, Città del Messico o Nuova Delhi non occorre ricordare che alcuni degli effetti derivanti dal degrado ambientale pregiudicano nell’immediato la qualità delle loro vite. E a prescindere dal fatto che ci si occupi della condizione della popolazione di oggi o di quella di domani, non si possono ignorare la responsabilità civica e la partecipazione alla vita politica.
Attualmente disponiamo di una letteratura piuttosto vasta sul ruolo che i singoli cittadini svolgono nella salvaguardia dell’ambiente, incentrata nella fattispecie su azioni che trovano motivazione in un senso di obbligo civico e di etica sociale. Andrew Dobson si spinge a sostenere quanto da lui definito col termine di «cittadinanza ecologica», che prescrive l’attribuzione all’ecologia di una priorità. Non sono del tutto certo che smembrare una cittadinanza integrata in specifici ruoli settoriali costituisca il modo migliore per interpretare la cittadinanza e la democrazia. Tuttavia, Dobson enfatizza con giusta ragione la portata delle responsabilità civiche nell’affrontare le sfide ecologiche. Egli analizza ed evidenzia in primo luogo ciò che i cittadini possono fare se spinti da motivazioni sociali e riflessioni ponderate, anziché da puri incentivi finanziari (agendo in qualità di «attori razionali mossi da egoismi personali»).
Concentrare l’attenzione sul senso della responsabilità ecologica dei cittadini è tipico di una nuova tendenza che si colloca a metà strada fra teoria e pratica. La politica britannica, ad esempio, fu bersaglio di critiche sul finire del 2000 quando, in risposta a picchetti e proteste, il governo fece marcia indietro rispetto alla proposta di aumento delle imposte sulla benzina, senza compiere alcun tentativo serio di rendere la questione ambientale materia di dibattito pubblico.
Come afferma Barry Holden nel suo avvincente Democracy and Global Warming, «Democrazia e riscaldamento globale», «questo non significa necessariamente che la questione ambientale avrebbe vinto la battaglia», ma «suggerisce che avrebbe avuto una possibilità, se almeno fosse stata sollevata». La crescente delusione che si va registrando è associata non solo alla debolezza – o all’assenza – di iniziative concrete, capaci di coinvolgere i cittadini nelle politiche ambientali, ma anche al palese scetticismo delle amministrazioni pubbliche circa la possibilità di appellarsi con successo al senso di responsabilità sociale dei cittadini.