l’Unità 8.7.10
Intervista a Massimo Cialente
«Picchiati senza ragione. Il percorso era concordato»
di Jolanda Bufalini
Il sindaco de L’Aquila «In testa alla manifestazione vecchi e famiglie Non chiediamo privilegi. Schifani è rimasto stupito dai nostri problemi»
È la fine di una giornata campale: in testa al corteo, le botte, i posti blocco. Poi l’incontro con il presidente del Senato e quello con i capigruppo di maggioranza e opposizione. Intanto c’è stato l’impegno in piazza del segretario del Pd Bersani: «Per noi L’Aquila è la priorità». Il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sdrammatizza, prendendo in giro l’onorevole Giovanni Lolli, che si è preso una manganellata mentre il corteo era bloccato sotto palazzo Grazioli , e prende in giro anche se stesso: «Mia moglie al telefono ha detto che me ne hanno date poche». Intanto però aspetta notizie. La capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, ieri mattina, ha richiesto un incontro sulla vicenda delle tasse che i terremotati dovrebbero, ricominciare a pagare in toto dal 1 ̊ gennaio. «Berlusconi dovrebbe parlarne con Tremonti ma Tremonti non si trova». Dal vertice Pdl a palazzo Grazioli, mentre da sotto arrivava il rumore della protesta, la risposta è stata «valuteremo». A sera, in extremis, palazzo Chigi annuncia che le tasse saranno diluite in dieci anni. Sindaco, si è fatto male? Oggi si è trovato anche di fronte ai manganelli. «No, io sono un po’ acciaccato ma niente di grave, mi dispiace per i ragazzi che si sono presi le manganellate. Eravamo in testa al corteo davanti al posto di blocco. Per mediare, calmare gli animi. Poi c’è stata una carica e le manganellate. Mi dispiace anche per Giovanni Lolli (deputato aquilano del Pd, ndr) che sotto a palazzo Grazioli si è preso una manganellata sulla spalla. Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere». Siete arrivati in cinquemila con i pullman. «È il popolo aquilano, gente di tutte le età, c’erano tutti, dagli industriali al sindacato di polizia, professori di scuola e presidi di facoltà, professionisti , istituzioni e sindaci dei paesi colpiti dal sisma, tanti ragazzi , donne e anziani».
Però c’erano i posti di blocco e ci sono state le manganellate. «Io avevo scritto e ho le carte: il percorso da piazza Venezia a Montecitorio passando da piazza di Pietra. Ho i documenti e avevo specificato che ci sarebbero statti vecchi e famiglie, tanto che avevo chiesto ad Alemanno, che lo ha concesso, di far fermare i pullman il più vicino possibile, a piazza Santi Apostoli. Se Marroni le vuole, glie le faccio vedere».
E invece?
«Invece ci hanno menato. Il presidente del consiglio aveva detto che non avrebbe mandato a L’Aquila più nessuno della Protezione civile perché qualche mente fragile avrebbe potuto usare la violenza. Ora sono io che mi trovo a dire agli aquilani di fare attenzione, che a Roma c’è qualche mente fragile che picchia i terremotati».
Come è andato l’incontro con il presidente del Senato, Schifani?
«Mi è sembrato colpito quando gli abbiamo spiegato di questa spada di Damocle che ci pende sulla testa: con il pagamento del 100 per cento di tasse, tributi e arretrati un operaio con una busta paga di mille euro si trova a pagare 240 euro al mese». Cosa avete ottenuto?
«C’è la proposta di Anna Finocchiaro, di diluire in 10 anni , anziché nei 60 mesi attuali, il 40 per cento del dovuto».
I Tg usano il condizionale ma sembra che la proposta sia stata accolta. «Ah, bene. Se la proposta passasse non sarebbe la soluzione a tutti i problemi enormi che abbiamo di fronte per la ricostruzione ma sarebbe una boccata di ossigeno. Una cosa grazie alla quale la notte puoi prendere sonno. Se passa quella proposta, almeno vuol dire che le botte che abbiamo preso sono servite a qualcosa». È una soluzione analoga a quella dell’Umbria, con il 60 per cento di sconto sulle tasse?
«L’Umbria ha iniziato a pagare 12 anni dopo, noi un anno e otto mesi dopo. Ma è meglio di niente. Alessandria, dopo l’alluvione ha avuto il 90 per cento di sconto e anche Foggia, alcuni mesi fa, noi non stiamo certo chiedendo dei privilegi. Il mio calcolo è che sia necessario trovare una copertura di 180 milioni di euro».
l’Unità 8.7.10
Gazzarra fascista fra i banchi del Pdl Botte all’Idv Barbato
I protagonisti: De Angelis, Saltamartini Rampelli... ieri estrema destra oggi parlamentari
Si discute del ddl Meloni e sui soldi per le «comunità giovanili» che in molti sospettano, finirebbero nelle casse dei gruppi amici del ministro della Gioventù
di Mariagrazia Gerina
A sera l’aggredito, ancora incredulo, invoca le immagini del circuito interno per capire da chi è partito il pugno che in piena aula di Montecitorio gli ha fatto mezzo-nero l’occhio. «Trauma contusivo della regione zigomatica e all'occhio destro» e una «cefalea post-traumatica»: 15 giorni di prognosi, recita il certificato medico del deputato Idv Franco Barbato. La squadra di ex An che l’ha circondato minacciosa è tale da lasciare incerti sia l’aggredito che i numerosi deputati-testimoni. «Invoco la moviola, non ero in area di rigore», alza le mani Marcello De Angelis. Non che da bravo rugbista, e da ex militante di Terza posizione, non fosse anche lui nella mischia. «Nessun corpo a corpo», assicura da par suo Fabio Rampelli, ex nuotatore e ala dura del Msi romano, a cui tocca smentire con una nota i sospetti che si affollano su di lui. I testimoni però narrano di un deputato dalla corporatura imponente. Molti non ne ricordano il nome. Qualcuno giura che si tratterebbe di Carlo Nola, deputato ex An di Pavia. Che, in effetti, dice di essere dispiaciuto. Ma di pugni -spiega- non ne ha sferrati. Il suo assicura era «solo un gesto simbolico».
E pensare che tutto era partito da una donna, scatenando persino, nel parapiglia, una questione di genere: chi interviene a fermare una onorevole donna la sottosegretaria alle Pari Opportunità, Barbara Saltamartini, classe 1972, romana, cresciuta nelle fila del Fronte della Gioventù -, partita dai banchi del governo (insieme a due colleghe) contro il malcapitato deputato dell’Idv, reo di aver appena concluso un intervento sgradito alla comunità militante in cui la stessa sottosegretaria è cresciuta?
L’argomento che surriscalda gli animi è il ddl sulle non meglio precisate nuove «comunità giovanili», da foraggiare con un fondo ad hoc di 12 milioni di euro: voluto dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni, anche lei cresciuta nel Fronte, e appena impallinato dalla sua stessa maggioranza. Un modo per mettere le mani nel «barile del porco salato», accusa Martino. E per dare soldi a «gruppettari che occupano fabbricati», attacca Mussolini, che pure denuncia di essere stata aggredita dai deputati di An. Il ministro si è appena convinta a battere in ritirata quando l’Idv Barbato prende la parola. «Lei vuole finanziare la sua corrente, la quella di Alemanno e del suo assessore regionale Lollobrigida, che è anche suo parente», tuona il deputato. E le sue parole sono benzina sul fuoco per Barbara Saltamartini. Trattandosi di una donna, i commessi uomini, da regolamento, non possono nemmeno sfiorarla. Mentre le commesse non fanno in tempo a intervenire che alla volta di Barbato sono già partiti i maschi. «La politica non c’entra lì era questione di famiglia, Barbara Saltamartini ha iniziato a fare politica con me quando avevo 15 anni», spiega De Angelis, che quasi veniva alle mani con il capogruppo Fabrizio Cicchitto, costretto a chiedere scusa per il comportamento dei deputati del Pdl: «Era venuto verso di me per rimbrottarmi, ma io gli ho spiegato animatamente che non c’entravo niente».
l’Unità 8.7.10
Vergogna libica. Tripoli accontenta Maroni
Gli eritrei spostati dal lager ai lavori forzati
Il ministro libico della sicurezza annuncia «la liberazione» dei migranti detenuti L’allarme dal carcere: «Non vogliamo restare, rischiamo la deportazione» Il ministro leghista: «Il caso non ci riguarda». Frattini: mediazione frutto nostro
di Umberto De Giovannangeli
Il bluff: l’annuncio spacciato per un successo della mediazione italiana
La realtà: i 250 migranti resteranno sotto stretta osservazione
Dal lager ai campi di lavoro. Dalle torture al ricatto: siete sempre sotto osservazione, alla prossima vi rispediremo in Eritrea. Per le autorità libiche quei 250 eritrei da otto giorni segregati nei centri di detenzione di Mistratah e Brak, cominciavano a essere un problema: le denunce di Ong, associazioni umanitarie, organi di informazione avevano cominciato a smuovere anche i governi più recalcitranti: primo fra tutti, quello italiano. D’altro canto, quei 250 esseri umani, picchiati, sottoposti ad ogni vessazione, cominciavano a far porre seri interrogativi su quell’Accordo di cooperazione Italia-Libia che nel nome degli affari aveva sepolto ogni riferimento al rispetto dei diritti umani.
Qualcosa andava fatto, più per salvare la faccia dei contraenti l’Accordo che per dare un futuro ai 250 deportati. Nel pomeriggio di ieri, l’annuncio da Tripoli: È stato raggiunto l’«accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro» per i circa 250 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak nei pressi di Sebah, nel sud della Libia. A dichiararlo è il ministro della Pubblica Sicurezza libico, generale Younis Al Obeidi, secondo quanto riferito da fonti locali dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom). Tale accordo, firmato con il ministero del Lavoro libico, consentirà agli eritrei rinchiusi a Brak, di uscire in cambio di «lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia». Da Tripoli a Roma: una conferma del raggiungimento dell’accordo viene dalla sottosegretaria agli Esteri, Stefania Craxi che lascia uno spiragli aperto alla possibilità che qualcuno dei 250 possa essere reinsediato in Italia. Poco prima, sulla vicenda era tornato il titolare del Viminale: «Il governo italiano ribadisce Maroni non ha alcuna responsabilità» nella vicenda dei 250 eritrei detenuti in Libia. «Se si chiede all’Italia di svolgere una missione umanitaria in Libia per questi eritrei sottolinea Maroni il ministro degli Esteri Frattini valuterà, ma noto che da parte dell’Europa e dell’Onu non ci sia stato alcun interessamento e questo è singolare ed incredibile: penso che le istituzioni europee debbano interessarsi e non solo chiedere a noi di farlo».
Pratica archiviata. A Maroni non importa niente che alcuni tra i rifugiati eritrei «sono stati respinti dall’Italia nel 2009 e altri rimpatriati in Libia su richiesta italiana nel corso di quest’anno», come ricorda il presidente del Comitato italiano per i rifugiati Savino Pezzotta che rilancia la proposta di «trasferire i rifugiati in Italia per un loro reinsediamento». «Alcuni tra quelli sottoposti a maltrattamenti da parte delle autorità libiche aggiunge Bjarte Vandvik, segretario generale del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli sono stati respinti in Libia dall’Italia un anno fa. I rifugiati stanno subendo le conseguenze della violazione degli obblighi legislativi dell’Italia e del silenzio assenso degli Stati membri dell’Ue». «Abbiamo lavorato in silenzio, senza proclami, purtroppo nell’assenza totale e assoluta dell’Europa. Abbiamo chiesto un compromesso, una mediazione e il risultato è arrivato. Siamo soddisfatti», dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini ai microfoni del Tg3. «Nessun altro Paese europeo si è mosso» per la vicenda dei rifugiati eritrei, sottolinea il titolare della Farnesina, «noi ci siamo attivati subito e abbiamo ottenuto un risultato». E poi, l’aggiunta, miseramente ironica: «È molto curioso che persone che si dicono torturate e imprigionate avessero telefoni satellitari con cui parlare a mezzo mondo... ». La chiosa finale è degna del passaggio precedente: «È molto facile dire a me piacerebbe Cipro, volevamo andare a Cipro e ci hanno fermato». «Chi lo dimostra?», domanda il ministro aggiungendo che «fino a prova contraria questo non è provato». CNR media ha raggiunto telefonicamente uno dei rifugiati eritrei nel campo di prigionia di Brak poco dopo la notizia della loro «liberazione» da parte del governo libico. Abbiamo saputo stamattina (ieri, ndr) della nostra liberazione dice il prigioniero che si fa chiamare Daniel non vogliamo restare a lavorare in Libia perché questo Paese non ci riconosce lo status di rifugiati politici e in qualsiasi momento potremmo essere deportati in Eritrea». E aggiunge: «Oltre cento di noi volevano raggiungere l’Italia e sono stati respinti dalle autorità italiane. Questo è bene che gli italiani lo sappiano. Non è vero quello che dice il vostro ministro (Maroni, ndr). Noi chiediamo lo status di rifugiati politici. Più della metà di noi durante lo scorso anno ha cercato di venire in Italia ma è stata respinta dalla Guardia costiera senza che neanche ci venissero chiesti i documenti. Poi abbiamo cominciato a girare di prigione in prigione e, alla fine, siamo arrivati a Brak . Da quando siamo stati respinti dalle autorità italiane abbiamo affrontato torture e percosse in ogni prigione dove siamo stati rinchiusi fino ad arrivare qui, nel deserto, in una condizione disumana». E questa la spacciano per «liberazione».
l’Unità 8.7.10
Intervista a Cristopher Hein
«Il caso non è chiuso. Sono rifugiati devono venire in Italia»
Il direttore del Cir: «Non c’è nessuna garanzia per i 250. Possono essere arrestati di nuovo A rischio sono anche i loro familiari in Eritrea»
di U.D.G.
A differenza del ministro Maroni, per noi la “pratica” è tutt’altro che chiusa. Ben venga che siano rilasciati, ma questo deve avvenire senza alcuna informazione sui loro dati personali all’ambasciata eritrea. Resta comunque molto importante conoscere i dettagli di questo accordo». A parlare è Cristopher Hein, direttore del Consiglio Italiano dei Rifugiati (Cir).
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, canta vittoria: quello dei 250 eritrei deportati nel lager di Brak, è un caso felicemente chiuso. È davvero così?
«Se c’è un modo perché queste persone possano uscire liberamente dal Centro di detenzione di Brak, sarebbe un’ottima notizia. Tuttavia, non a qualunque costo. Noi non conosciamo i dettagli di questo accordo. A cominciare dalla questione dell’identificazione, e quindi del coinvolgimento dell’Ambasciata eritrea in Libia. Noi sappiamo che veniva e forse viene tutt’ora utilizzato un modulo dove la persona deve formalmente ammettere di aver commesso il reato di espatrio illegale dall’Eritrea e chiedere scusa allo Stato eritreo. Questo ci preoccupa assai...».
Perché?
«Perché sappiamo da tanti documenti e testimonianze dirette, che i familiari rimasti in Eritrea dei 250 reclusi a Brak, saranno oggetto di rappresaglie: come minimo saranno costretti a pagare l’equivalente di circa 3mila euro, e se non lo fanno rischiano la reclusione a tempo indefinito. Tremila euro sono una cifra enorme per la maggior parte delle famiglie in Eritrea. C’è poi una seconda preoccupazione...». Quale?
«Quali tutele avranno queste persone in Libia? Quale garanzie ci saranno che non verranno di nuovo arrestati tra qualche settimana, quando sarà venuta meno l’attenzione sulla loro situazione? Vogliamo ricordare che quei 250 cittadini eritrei non sono migranti economici bensì rifugiati, e come tali non hanno fin qui la possibilità di essere riconosciuti in Libia». Resta la vostra richiesta al governo italiano del loro reinsediamento? «Sì, questa richiesta resta assolutamente in piedi, perché è l’unica, vera soluzione. Ben venga che siano rilasciati, ma questo deve avvenire senza alcuna informazione sui loro dati personali all’ambasciata eritrea. Per questo è molto importante conoscere i dettagli di questo accordo».
Per il ministro Maroni, la «pratica» se mai è stata aperta, si è comunque chiusa. E per il Cir? «Per noi assolutamente no. La questione resta aperta».
l’Unità 8.7.10
Pedofilia. Dopo il sequestro di due cd-rom sul mostro di Marcinelle Interrogato per 10 ore il cardinale Danneels
La Chiesa belga in rivolta: «Nessun legame con Dutroux»
di Marco Mongiello
La Chiesa belga al contrattacco dopo la diffusione della notizia che tra il materiale sequestrato all’arcivescovado ci sarebbero state le foto dei cadaveri delle vittime del mostro di Marcinelle: nessun legame con Dutroux.
La chiesa belga non ha nessun legame con il caso Dutroux, il mostro di Marcinelle arrestato nel 1996 dopo aver rapito e violentato sei ragazzine, uccidendone quattro.
Ieri la conferenza episcopale del Paese ha reagito con una nota indignata alla notizia, divulgata dal quotidiano fiammingo Het Laatste Nieuws, secondo cui tra il materiale sequestrato all’arcivescovado lo scorso 24 giugno ci sarebbero anche le foto dei cadaveri mutilati di Julie e Melissa, le due piccole vittime del pedofilo.
In realtà, ha spiegato il comunicato, si tratta di due cd-rom contenti il materiale del processo Dutroux, già in possesso di giornalisti, politici e altre personalità del Belgio e inviati alla chiesa da una fonte nota ma non rivelata. La stampa locale ha comunque ricostruito che la fonte sarebbe il mensile satirico britannico The Sprout, che nel 2004 avrebbe inviato una copia dei cd-rom all’arcivescovado di Bruxelles per ottenere un com-
mento su una teoria infondata che legherebbe le gerarchie ecclesiastiche al caso del mostro di Marcinelle.
La chiesa belga, dopo essere stata per una giornata al centro delle polemiche e dei sospetti più atroci, ieri è passata al contrattacco puntando il dito contro l’uso strumentale delle rivelazioni alla stampa.
«Sarebbe veramente disdicevole si legge nella nota se un’informazione, che è sotto il segreto professionale e sotto quello dell’istruttoria, fosse stata volontariamente comunicata alla stampa da una persona coinvolta nell’inchiesta allo scopo di creare sensazionalismi». Una decisione che «non contribuirebbe alla serenità dell’inchiesta», hanno aggiunto i vescovi del Belgio, ribadendo la loro disponibilità a «collaborare con la giustizia», ma di voler rispondere «agli inquirenti piuttosto che agli articoli di stampa».
LA POLEMICA
L’avvocato dell’arcivescovado, Fernand Keuleneer, ha inoltre inviato una lettera alla Giustizia chiedendo se le informazioni comparse ieri sul giornale fiammingo provengono «da persone incaricate dell’inchiesta», il «perché sono state rese pubbliche» e «come» i documenti siano finiti negli archivi ecclesiastici.
Anche se smentito il caso ha comunque ripiombato il Belgio negli incubi del passato, riaprendo vecchie ferite e creando un legame tra gli eventi di quindici anni fa e l’attuale scandalo pedofilia della chiesa cattolica.
«Per 24 ore si è creduto che tra i due casi ci fosse una relazione e questo deve essere stato molto doloroso per i genitori delle vittime», ha commentato all’Unità Dirk Depover, direttore della comunicazione dell’associazione antipedofilia «Child Focus», creata nel 1998 dal padre di una delle vittime di Dutroux, la piccola Julie Lejeune. Anche se, ha aggiunto Depover, è «proprio con il caso Dutroux che in Belgio sono cambiate molte cose riguardo alla pedofilia, sono state aggiornate le leggi e si è creata una nuova sensibilità».
Non è un caso che proprio qui sia stata lanciata l’inchiesta per pedofilia più vasta e più severa contro la chiesa che ha fatto infuriare il Vaticano.
Martedì la polizia giudiziaria di Bruxelles ha interrogato per oltre 10 ore l’ex primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels. Dal momento che l’ecclesiastico ha 77 anni all’interrogatorio ha partecipato anche un medico legale, ha riferito ieri il portavoce della procura di Bruxelles, Jos Colpin, smentendo le voci secondo cui l’ex capo della chiesa belga si sarebbe sentito male. Gli inquirenti hanno anche fatto sapere che per il momento il cardinale non è iscritto nel registro degli indagati, ma potrebbe essere riascoltato dai magistrati «alla fine della fase istruttoria». L’inchiesta però non è che all’inizio, ha fatto capire il portavoce. Dopo il sequestro del materiale dell’arcivescovado e dei 475 dossier contenenti le denunce delle vittime alla commissione della conferenza episcopale sugli abusi, ha spiegato Colpin, «ci vorrebbero delle settimane o addirittura mesi per analizzare l’insieme dei documenti».
l’Unità 8.7.10
Intervista alla cantautrice irlandese
Parla Sinéad O’Connor
«Il Papa? Un insulto alla nostra intelligenza»
di Giulia Gentile
BOLOGNA. Dimenticatevi la giovanissima anima inquieta degli anni Ottanta, capelli rasati e volto scavato da un’adolescenza turbolenta segnata dagli abusi, in famiglia e in un collegio di suore. La Sinéad O’Connor che stasera salirà sul palco dell’Arena del mare, a Genova, è una prosperosa quarantatreenne mamma di quattro figli, in testa un cespuglio castano che incornicia il viso florido. Una donna che lotta ogni giorno coraggiosamente contro i suoi demoni, e che oggi non fa mistero di mettere al primo posto «la famiglia, i miei bambini. Quando sei troppo coinvolto nel “music business” è facile perdere di vista le cose importanti della vita. Invece tutto ciò che faccio è scrivere canzoni e cantarle, come altra gente esprime in modo diverso la propria arte».
La sua però è da sempre un’arte di denuncia. Ad iniziare dallo scandalo dei preti pedofili. Nel 1992 strappò l’immagine di Giovanni Paolo II davanti alle telecamere del Saturday Night Live, farebbe lo stesso con la foto di Benedetto XVI? «Resto convinta del fatto che il Papa sia un insulto alla nostra intelligenza. Io credo nei precetti del cristianesimo e nel potere dello Spirito santo, ma non mi pare che chi dovrebbe guidare la Chiesa faccia lo stesso. Se solo avessi convissuto per anni anche solo con il sospetto che qualcuno, nella mia comunità spirituale, compiva degli abusi, non ci avrei dormito la notte. Invece, per decenni nessuno ha detto nulla e gli abusi nelle parrocchie e nei collegi sono proseguiti nell’omertà più totale. Per questo Benedetto XVI dovrebbe dimettersi, o essere messo alla porta: non ha mai collaborato con la commissione d’inchiesta su quanto accadde ad esempio negli istituti religiosi irlandesi. E invece è ancora lì, come i responsabili delle violenze sui minori. Mentre il popolo d’Irlanda è stato oltraggiato dalla noncuranza del Vaticano».
Nel ‘92, il veicolo per lanciare la sua personalissima lotta per «salvare Dio dalla religione» fu l’aggressiva «War» di Bob Marley. Qual è il suo rapporto con lo spiritualissimo reggae del cantante jamaicano? «Quella canzone mi permise di combattere apertamente contro le ingiustizie che mi balzavano agli occhi, di usare la mia arte e la mia popolarità come strumento di denuncia. Alcuni musicisti di grande popolarità fanno canzoni che non esprimono nulla. Ma come si può ignorare i problemi che sono sotto gli occhi di tutti? Al di là di questo, però, ascolto qualunque tipo di musica, dal reggae al pop (ho quattro bambini!) fino alla musica irlandese. In certi momenti amo anche il silenzio».
Dopo l’incredibile boom economico degli anni Novanta, più di altri Paesi europei l’Irlanda oggi è vittima di una violenta recessione economica. «Vivo ancora a Dublino. E sotto i miei occhi, ogni giorno c’è gente che perde la casa, famiglie vittime di un vero e proprio crack costrette a lasciare il Paese in cerca di lavoro. Ma in realtà anche durante gli anni del boom c’erano grossi problemi, guai che ora si sono aggravati come l’abuso di sostanze stupefacenti. Ma l’intero mondo è un disastro, e per questo io continuo a lottare. Per la paura di non essere più in grado, un giorno, di avere un tetto, cibo e vestiti per la mia famiglia». Nel 1989 annunciò pubblicamente il suo supporto all’Irish repubblican army (IRA). Com’è cambiato il suo approccio alla politica? E che ne pensa delle scuse pubbliche del nuovo primo ministro britannico Cameron per i 14 morti nella «Bloody sunday» del 1972?
«Di recente una commissione d’inchiesta ha stabilito cosa accadde, e che le persone assassinate erano innocenti che intendevano solo manifestare pacificamente. E questo è l’importante, per l’opinione pubblica mondiale e prima di tutto per i famigliari delle vittime e la gente della città dove avvenne la strage, Derry».
Parlando ancora di musica, a quando il prossimo lavoro? «Sto registrando un nuovo album che dovrebbe uscire nei primi mesi del 2011. Un misto di tutti i generi musicali che ho composto dal primo disco The lion and the cobra. In certi momenti ho paura che non piacerà a nessuno. Ma poi vado avanti, e continuo a lottare con la mia voce».
«Se li conosci li eviti» /1
Avvenire 8.7.10
In Brasile primo ok per lo Statuto del nascituro
di Piero Pirovano
Il nascituro è, tra gli esserei umani, il più debole dei deboli, il più povero dei poveri e proprio per questo necessita di una particolare protezione. È un dato di fatto, che la beata Madre Teresa di Calcutta non si stancava di ricordare.
In Italia c’è la proposta, giacente in Parlamento, di riconoscere il nascituro come soggetto di diritto attribuendogli la capacità giuridica sin dal concepimento, ma una simile proposta non rientra nel pacchetto di riforme di cui si parla.
In Brasile invece lo «Statuto del nascituro» è attualmente oggetto di discussione in seno alla Commissione Finanza e Tributi della Camera dei deputati (relatore il deputato José Guimarães), dopo essere stato approvato, alle ore 14.00 del 19 maggio scorso, dalla Commissione per la Sicurezza sociale e la famiglia.
Il documento approvato è composto da 13 articoli con i quali si intende espressamente «proteggere i nascituri », come è scritto nello stesso art. 1. Relatore è stata Solange Almeida, deputato federale al primo mandato (dal suo sito – www.solangealmeida. com – può essere scaricato il documento in portoghese).
Con l’art. 2 si definisce con chiarezza chi è il nascituro: «è l’essere umano concepito, ma non ancora nato».
Quindi con lo Statuto (art. 3) «Si riconosce dal concepimento la dignità e natura umane del nascituro, dando allo stesso piena tutela/protezione giuridica».
Quali i doveri della famiglia, della società e dello Stato? L’art. 4 è quanto mai esplicito: «garantire al nascituri, con priorità assoluta, il diritto alla vita, alla salute, allo sviluppo, al cibo, alla dignità, al rispetto, alla libertà e alla famiglia, oltre a proteggerlo da ogni forma di negligenza, discriminazione, sfruttamento, violenza, crudeltà e oppressione.
L’art. 5 quindi ribadisce: «Nessun nascituro sarà sottoposto ad alcuna forma di negligenza, discriminazione, sfruttamento, violenza, crudeltà e oppressione, essendo punito come previsto dalla legge, ogni attentato, per azione o omissione, ai loro diritti».
Segue una norma per l’interpretazione della legge (art. 6), se legge sarà: «si terrà conto delle finalità sociali a cui è destinata, le esigenze del bene comune, i diritti e doveri individuali e collettivi, e la condizione peculiare del nascituro come persona in fase di sviluppo ». «Il nascituro – recita l’art. 7 – deve essere il destinatario di politiche sociali che consentano il suo sviluppo sano e armonioso e la sua nascita, in condizioni dignitose d’esistenza ». Il diritto alla vita inizia davvero ad essere al centro della politica! L’assistenza sanitaria sarà assicurata ai nascituri (art. 8) dal Sus. il Sistema unico per la salute.
Con l’art. 9 viene introdotto nello Statuto un primo divieto: «È vietato allo Stato e ai privati di discriminare il nascituro, privandolo di qualsiasi diritto, per motivi di sesso, età, etnia, origine, di disabilità fisica o mentale».
Pertanto «il nascituro avrà a sua disposizione le risorse terapeutiche e profilattiche disponibili e proporzionate per prevenire, curare o minimizzare invalidità o patologie (art.10).
L’articolo 11 è dedicato alla questione della diagnosi prenatale e al suo scopo: «La diagnosi prenatale deve rispettare e garantire lo sviluppo, la salute e l’integrità del nascituro » e deve essere preceduta dal consenso informato della madre.
Con questo stesso articolo (§ 2) Si vieta «l’uso di metodi per la diagnosi prenatale che causino alla madre o al nascituro, rischi sproporzionati o inutili ». Infine lo Statuto, con due articoli, affronta il caso delle gravidanze conseguenza di stupri.
L’articolo 12 è al riguardo esplicito: «È vietato allo Stato o alle persone di provocare danni ai nascituri in virtù di atti commessi dai loro genitori».
Con l’art. 13 si sancisce che «il nascituro concepito a causa di uno stupro avrà assicurati il diritto all’assistenza prenatale, con accompagnamento psicologico della madre, e il diritto di essere adottato, se la madre lo desidera.
Qualora poi la madre, vittima di stupro, non dovesse avere i mezzi sufficenti per allevare ed educare il bambino, sarà lo Stato a sostenere tutti i costi finché non sia identificato e responsabilizzato il genitore oppure finché il bambino sia adottato
«Se li conosci li eviti» /2 Parola di Papa!
Avvenire 8.7.10
L’udienza del mercoledì
«La libertà è vera se viene riconciliata con la verità»
Su Duns Scoto la catechesi settimanale di Benedetto XVI «I teologi conservino l'umiltà e la semplicità dei piccoli»
Cari fratelli e sorelle, questa mattina - dopo alcune catechesi su diversi grandi teologi - voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: «l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque». Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis ,
«Dottore sottile» Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Opus Oxoniense (Oxford), Reportatio Cambrigensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.
Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il successore di Pietro e, così, con la Chiesa universale. Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens, oggi si direbbe professore ordinario. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.
A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e il venerabile papa Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 marzo 1993, definendolo «cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione». In questa espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia.
Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell’Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l’umanità non avesse peccato. Egli afferma nella «Reportata Parisiensa»: «Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che - anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo - in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera' (in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero, forse un po’ sorprendente, nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente, ma è l’idea originale di Dio di unire finalmente tutto il creato con se stesso nella persona e nella carne del Figlio.
Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione dell’amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del Suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). E questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il sacramento della presenza reale di Gesù e come il sacramento dell’unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3).
Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente «cristocentrica», ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il papa Paolo VI, anch’io oggi vorrei gridare al mondo: «[Cristo] è il rivelatore del Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita... Io non finirei più di parlare di Lui» ( Omelia, 29 novembre 1970). N on solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis . Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo, a prima vista, poteva apparire compromessa da una simile affermazione, come se Maria non avesse avuto bisogno di Cristo e della sua redenzione. Perciò i teologi si opponevano a questa tesi. Duns Scoto, allora, per far capire questa preservazione dal peccato originale, sviluppò un argomento che verrà poi adottato anche dal beato papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. E questo argomento è quello della «Redenzione preventiva», secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. Quindi Maria è totalmente redenta da Cristo, ma già prima della concezione. I Francescani, suoi confratelli, accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.
A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Così la fede sia nell’Immacolata Concezione, sia nell’Assunzione corporale della Vergine era già presente nel popolo di Dio, mentre la teologia non aveva ancora trovato la chiave per interpretarla nella totalità della dottrina della fede. Quindi il popolo di Dio precede i teologi e tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei , cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare la realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. In questo senso, il popolo di Dio è «magistero che precede», e che poi deve essere approfondito e intellettualmente accolto dalla teologia. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente della fede e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! L’avevo ricordato qualche mese fa dicendo: «Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura… ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo... L’essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia 'non scientifica', ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura» ( Omelia. S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009).
Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l’intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà, iniziando una impostazione di tendenza volontaristica, che si sviluppò in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d’Aquino, che segue sant’Agostino, la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà, ma il frutto della collaborazione della volontà e dell’intelletto. Un’idea della libertà innata e assoluta collocata nella volontà che precede l’intelletto, sia in Dio che nell’uomo, rischia, infatti, di condurre all’idea di un Dio che non sarebbe legato neppure alla verità e al bene. Il desiderio di salvare l’assoluta trascendenza e diversità di Dio con un’accentuazione così radicale e impenetrabile della sua volontà non tiene conto che il Dio che si è rivelato in Cristo è il Dio «logos», che ha agito e agisce pieno di amore verso di noi. Certamente, come afferma Duns Scoto nella linea della teologia francescana, l’amore supera la conoscenza ed è capace di percepire sempre di più del pensiero, ma è sempre l’amore del Dio «logos» (cfr Benedetto XVI, Discorso a Regensburg, Insegnamenti di Benedetto XVI, II [2006], p. 261). Anche nell’uomo l’idea di libertà assoluta, collocata nella volontà, dimenticando il nesso con la verità, ignora che la stessa libertà deve essere liberata dei limiti che le vengono dal peccato.
Parlando ai seminaristi romani - l’anno scorso - ricordavo che «la libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna» ( Discorso al Pontificio seminario romano maggiore, 20 febbraio 2009). Però, proprio la storia moderna, oltre alla nostra esperienza quotidiana, ci insegna che la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità. Se è sganciata dalla verità, la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana, fonte di prevaricazione dei più forti e dei violenti, e causa di sofferenze e di lutti. La libertà, come tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato, cresce e si perfeziona, afferma Duns Scoto, quando l’uomo si apre a Dio, valorizzando quella disposizione all’ascolto della Sua voce, che egli chiama potentia oboedientialis : quando noi ci mettiamo in ascolto della Rivelazione divina, della Parola di Dio, per accoglierla, allora siamo raggiunti da un messaggio che riempie di luce e di speranza la nostra vita e siamo veramente liberi.
Cari fratelli e sorelle, il beato Duns Scoto ci insegna che nella nostra vita l’essenziale è credere che Dio ci è vicino e ci ama in Cristo Gesù, e coltivare, quindi, un profondo amore a Lui e alla sua Chiesa. Di questo amore noi siamo i testimoni su questa terra. Maria Santissima ci aiuti a ricevere questo infinito amore di Dio di cui godremo pienamente in eterno nel Cielo, quando finalmente la nostra anima sarà unita per sempre a Dio, nella comunione dei santi.
Soggetto della riflessione del «Doctor subtilis» ha spiegato il Papa furono «il ruolo di Cristo nella storia della salvezza» e «il ruolo di Maria» per cui parlò di «redenzione preventiva»
l’Unità 8.7.10
Giornali, tv, radio e Internet in silenzio contro il bavaglio
di Roberto Monteforte
Domani i giornali non saranno in edicola, black out anche per l’informazione radiotelevisiva e per i siti internet. Sarà la «fragorosa» giornata del silenzio indetta dalla Fnsi contro la legge «bavaglio». Siddi: sciopero necessario
Domani sarà la giornata del silenzio contro la «legge bavaglio», il ddl Alfano sulle intercettazioni. Oggi scioperano i giornalisti della carta stampata. Domani sarà il turno di quelli di radio, televisioni, dei siti on line, degli uffici stampa. L’obiettivo è quello di rendere il più possibile «fragorosa» e «partecipata» la «giornata del silenzio» indetta dalla Fnsi con l’adesione convinta dell’Ordine dei giornalisti, contro la legge che «rischia di mettere a tacere tutto il sistema dell’informazione italiano» e contro i tagli della «manovra» di Tremonti all’editoria: un altro pesante «bavaglio» alla libertà di informazione. Oggi incroceranno le braccia anche i poligrafici aderenti alla Cgil e domani per la prima volta sciopererà anche il popolo della «rete»: i siti web non saranno aggiornati. Non sarà in edicola neanche il Manifesto, che è una cooperativa editoriale.
«Una scelta obbligata e senza alternative in mancanza di fatti nuovi che avrebbero potuto far cadere le ragioni della protesta» ha spiegato ieri il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, rispondendo anche a chi ha ipotizzato strumenti di lotta diversi ha ricordato che lo sciopero è stato proclamato dopo diversi momenti di mobilitazione. «Lo sciopero è un mezzo e non un fine che per noi resta quello di far arretrare una legge sbagliata». La protesta per difendere il diritto dei cittadini ad essere informati, ha assicurato, andrà avanti sino alla denuncia alla Corte europea per i diritti dell’uomo. «Sappiamo che alcuni giornali, per condizioni ideologiche o questioni di militanza, non aderiranno allo sciopero. Noi ci appelliamo perchè questa è una battaglia di tutti. Quanto più una protesta è fragorosa più il risultato è forte». In più ha ricordato a chi chiedeva maggiore «fantasia» e forme di protesta alternative, che la proclamazione di uno sciopero che coinvolge il servizio pubblico può essere disdetto solo in presenza di fatti nuovi che «non ci sono stati». Vi è stato il tentativo di cercare d’intesa con gli editori altre forme di protesta, ma non è stato possibile realizzarle per tempo. Per la Fnsi lo sciopero resta lo strumento di lotta unificante e più efficace della categoria, segno della sua «autonomia» in un’azione di «resistenza civile» che ha come obiettivo non un semplice aggiustamento della legge, ma lo stralcio dell'informazione dal ddl sulle intercettazioni.
Repubblica 8.7.10
La richiesta di convocare l’assemblea del partito "estinto" nel 2007 per dare vita al Pd
Bianco e il fantasma-Margherita "Un guaio se gli ex ds ci imitano"
Ho comunque il dovere di dire che i disagi tra i democratici sono forti. E che non si affrontano mettendoci il coperchio
di G. C.
ROMA - «Forse non convocherò l´Assemblea della Margherita per parlare di politica, perché sto riscontrando più "no" che "sì", però non è mettendoci il coperchio che si affrontano i tanti disagi nel Pd». Enzo Bianco, leader dei "liberal" democratici, è anche il presidente dell´Assemblea nazionale della Margherita, il partito che con i Ds ha dato vita tre anni fa ai Democratici ma che solo nel 2011 si scioglierà giuridicamente e del tutto.
Quindi, presidente Bianco, tanto rumore per nulla?
«Ho ricevuto oltre ottanta richieste di convocare l´Assemblea nazionale della Margherita, non possono essere ignorate».
Ma se anche gli ex Ds decidessero di far risorgere il loro partito, cosa accadrebbe?
«Sarebbe certo un problema serio... Non dobbiamo far rivivere i partiti del passato, però personalmente ho il dovere di verificare se convocare l´Assemblea è opportuno o meno. Ho registrato che alcuni autorevoli ex Dl - Marini, Franceschini, Bindi, Letta - sono contrari. Sentirò anche altri e rifletterò ancora qualche giorno: non farò nulla che possa apparire come un atto ostile al Pd, lungi da me. Se saranno sempre più i "no" che i "sì", riporrò questa richiesta nel cassetto. Ma...».
Ma?
«Ho il dovere di dire che, se anche la convocazione dell´Assemblea della Margherita non si facesse, ho registrato molto disagio, un termine che usa pure Gentiloni, persona acuta e accorta. Del resto l´avevo già detto a Bersani in direzione: il Pd manca di colpo d´ala. La nostra sfida è un partito di centrosinistra in cui convivono le posizioni tradizionali della sinistra e quelle più moderate sia cattoliche che liberali. Invece nel Pd ciascuno tira fuori il suo vessillo. Ci si appassiona al dibattito sull´uso della parola "compagno" e i popolari ritrovano l´anima discutendo dell´espulsione dei massoni».
Anche sulla collocazione internazionale del partito è tornato il tormentone polemico.
«Invece di lavorare a un´Internazionale democratica, c´è qualcuno che ha in mente di fare aderire il Pd al Pse. Su questo punto, riconvocare la Margherita sarebbe d´obbligo, secondo quanto stabilimmo prima di scioglierci. Anche come presidente dei liberal del partito devo segnalare una sofferenza: quando Fassino parla del Pd come erede della tradizione di De Gasperi e dell´eurocomunismo di Berlinguer, mi domando come mai dimentica Luigi Einaudi e cancella Ugo La Malfa».
Repubblica 8.7.10
Le correnti
In un partito, che non è un´azienda o una caserma, sono segno di vitalità. Ma possono degenerare trasformarsi in bande spudoratamente intente alla lottizzazione e diffondere l’antipolitica qualunquista
Il difficile equilibrio tra disciplina e pluralismo
La differenza è democrazia
di Carlo Galli
È, quella delle correnti, una metafora. Sta ad indicare che come nel grande spazio liscio del mare, così anche in un partito vi sono fiumi, privi di rive ma non di identità (quella napoletana di Gava era la "corrente del Golfo"). Indica insomma, quella figura retorica, il rapporto fra unità e differenza, fra il Tutto e la Parte, fra unità e divisione. Un rapporto che – insieme a quelle di comando/obbedienza, di amico/nemico, di interno/esterno – è una dimensione costitutiva della politica. E che riguarda anche lo Stato; il quale infatti, rispetto ai partiti, sta in una relazione analoga a quella che c´è fra un partito e le sue correnti: è un Intero, ovvero è il prevalere delle logiche dell´unità, poiché le divisioni non rescindono le radici del Tutto (tranne che non nascano guerre civili, o secessioni: in questi casi l´Uno muore, o meglio si moltiplica in diverse unità separate). Eppure, l´Uno non è tanto compatto da non essere attraversato da differenze organizzate, che pretendono di essere riconosciute come interne all´unità, ma distinte.
Gli Stati e i partiti totalitari, che fanno dell´unità un dogma, non tollerano "differenze"; quanto più alto è l´obiettivo della politica – riscrivere i destini del mondo, ovvero rifare l´uomo, attraverso la lotta di classe o il conflitto razziale – tanto più le correnti interne sono viste come tradimenti, come oggettivi indebolimenti dell´azione contro il nemico esterno. E vengono bollate come "cricche", frazionismi, scissionismi, gruppi antipartito, congiure; e spazzate via con sanguinose epurazioni – a volte vengono addirittura inventate, per regolare i conti con i concorrenti politici –. La storia del Novecento è costellata di queste dinamiche: feroci nei totalitarismi, vivaci nelle democrazie in cui la politica si incivilisce ma – a destra, al centro, a sinistra – conserva la tensione fra Parte e Tutto.
Ma perché è inevitabile che si formino "parti"? Perché, anzi, il formarsi delle correnti è segno che un partito è davvero politico e non un´azienda o una caserma, in cui non vi sono "correnti" ma "cordate" di carrieristi? Perché altrimenti il mare sarebbe una morta palude; ovvero, perché la politica ha a che fare con la pluralità del mondo; e quindi come lo Stato deve articolarsi in partiti per essere democratico, così all´interno di uno stesso partito, se questo non è una proprietà privata, non possono non manifestarsi differenze di opinione e di accenti; non possono non operare interessi materiali distinti; non possono non esistere personalità – diverse per stili, carattere, ambizioni – che a loro volta si circondano di persone che trovano utile essere "targate" come appartenenti a una corrente, e in quanto tali partecipare alla spartizione e alla distribuzione delle spoglie.
Inevitabili, e anzi segno di vitalità politica, le correnti possono degenerare, trasformarsi in bande, spudoratamente intente alla lottizzazione, all´affarismo, al saccheggio, alla pugnalata alla schiena, e compromettere quindi l´unità, l´efficienza, la riconoscibilità di un partito, o di uno Stato. Lo abbiamo visto, lo vediamo, e ne patiamo le conseguenze, anche col progressivo diffondersi di un´antipolitica qualunquistica. Ma non c´è formula che possa determinare una volta per tutte il giusto rapporto fra disciplina e pluralismo, fra Tutto e Parte, fra Unità e Differenze. La politica è un´arte più che una scienza, ed esige più sensibilità e prudenza che calcolo proprio perché ha a che fare con quella complessità della vita di cui anche le differenze – le correnti – fanno parte, nel bene e nel male.
il Riformista 8.7.10
Che senso ha parlare della Margherita?
di Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità
Mi piacerebbe capire che cosa sta accadendo nel Pd. Ogni tanto c’è un bagliore di fuoco. Prima sulla parola “compagni” poi sul socialismo europeo. Ora all’ordine del giorno c’è la convocazione dell’assemblea della Margherita. Quel partito non c’è più ma la sua assemblea esiste. È un nuovo mistero glorioso. Tuttavia non vedo lo scandalo. Se quelli che stavano assieme poco tempo fa decidono di rivedersi non c’è niente di male. Accade anche fra vecchio compagni di scuola. Generalmente è un sintomo di nostalgia e di vecchiaia. Si sa che le rimpatriate sono la cosa più triste che si possa organizzare. Non mi sfugge evidentemente il significato politico di questa convocazione. Il guaio è che nel Pd non si capisce più qual è il tema in discussione. Sui principali dossier aperti dalla situazione politica non vedo traccia di dibattito. Si sente dire, però, che gli ex popolari vivono un momento di malessere e soprattutto che il disagio investe i cattolici democratici. Non è roba da poco. Visto da fuori il Pd sembra un partito imbranato. È di moda dire che non fa opposizione, ma non è vero. È vero però che non morde e che la sua immagine è ancora troppo debole. Di questo bisognerebbe discutere. Invece quelli della Margherita ci propongono di interrogarci sul loro disincanto. Spesso si ha l’impressione che mentre la politica vera spinge da un lato, il dibattito nei partiti va per suo conto. Le nomenclature si combattono in modo incomprensibile. Ma ci volete spiegare che sta succedendo?
l’Unità 8.7.10
L’anniversario
I morti di Reggio Emilia Una lezione per la sinistra
Un convegno a cinquant’anni dalla strage. La battaglia di allora suggerisce l’agenda sindacale e politica di oggi: difesa della democrazia e dei lavoratori
di Stefano Morselli
Ed il nemico attuale è ancora e sempre uguale...». Il Teatro Ariosto ha davanti a sé la piazza in cui, il 7 luglio 1960, polizia e carabinieri uccisero Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Emilio Reverberi, Afro Tondelli e ferirono un’altra ventina di lavoratori. Dentro il teatro cinquant’anni dopo una strage che segnò la storia d’Italia la Cgil propone, più che una commemorazione, un’agenda sindacale e politica per le battaglie di oggi.
In sala non c’è Fausto Amodei, autore della canzone dedicata ai morti di Reggio Emilia, ma il senso delle parole dei relatori richiama quei versi. «Continuano a confrontarsi due Italie scandisce Marco Revelli, storico e sociologo -. Dietro Tambroni, c’era un blocco sociale e culturale che non aveva mai accettato la Resistenza e la Costituzione, che cercava di fermare il rinnovamento del Paese. Quel blocco, sconfitto nel 1960, ha continuato a manifestarsi in tutte le pagine oscure del nostro recente passato. E continua adesso, con il tentativo di demolire le istituzioni democratiche e i valori costituzionali, a partire dai diritti dei lavoratori».
La difesa del lavoro, dunque, diventa tutt’uno con la difesa della Costituzione. «L’articolo uno osserva Aldo Tortorella, ex partigiano, dirigente del Pci, oggi senza partito che parla del lavoro è il vero bersaglio del filo nero tra i tempi di Tambroni e i nostri». Alfredo Reichlin, altro padre nobile della sinistra, insiste in videoconferenza su questo tema: «Ogni colpo al lavoro non è solo un colpo ai sindacati: è un colpo alla democrazia. La modernizzazione ha riaperto in modo drammatico una nuova questione sociale. La civile convivenza tra le classi sociali è minacciata dalla precarizzazione e da fenomeni di semischiavitù».
Mirto Bassoli, segretario della Camera del Lavoro, ricorda i fronti dello scontro sui diritti: legge sull’arbi trato, modifica dell’articolo 41 della Costituzione, statuto dei lavoratori. E poi Pomigliano, la pretesa di imporre deroghe alle leggi, ai contratti, perfino all’articolo 40 della Costituzione sul diritto di sciopero. «Il Paese non è libero dice Bassoli se non è libero il lavoro». Da questo principio, la Cgil non intende arretrare: lo ripetono al microfono Loredana, Iman, Giovanni, Giorgia, giovani delegati delle Rsu. Hanno anche qualcosa da dire ai partiti della sinistra: «Ci state lasciando soli, non ci sentiamo rappresentati».
Tasto dolente al quale non si sottrae Reichlin. Lui ha sostenuto la nascita del Pd, ma ammette: «La sinistra non sta occupando questo campo di azione. Senza una nuova rappresentanza sociale, non può esistere una nuova sinistra politica». Autocritica, seppure su diverso versante, anche da Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale stampa: «Sul lavoro l’informazione non ha fatto il suo dovere». Intanto, c’è un’altra emergenza, la legge bavaglio: «La contrasteremo in tutte le sedi. E siamo pronti alla disobbedienza civile e professionale».
Lotta senza quartiere la promette anche Carla Cantone, dirigente nazionale della Cgil: «Chi vuole distruggere la Costituzione non è un semplice avversario politico. È un nemico della libertà e della democrazia. Lo combatteremo con la stessa decisione dei giovani di quel luglio 1960».
l’Unità 8.7.10
Il ministro Alfano presenta una «riformicchia» in manovra. I cancellieri diventano magistrati
Colpo di mano sul processo civile. Giustizia solo per ricchi
Alfano presenta una mini-riforma del processo civile, che depotenzia i giudici. Protestano le opposizioni: è incostituzionale. Aumentano i balzelli per i ricorsi in appello e in cassazione. Giustizia per l’élite.
di Bianca Di Giovanni
Nelle ultime concitate ore di esame della manovra in commissione al Senato arriva anche una mini-riforma del processo civile. Tanto per trasformare il disordine in caos completo. Mentre il governo litiga e tenta di placare le proteste dei cittadini, allungando i tempi dei lavori parlamentari (la manovra arriverà in Aula solo martedì e la fiducia sarà votata giovedì), il ministro Angelino Alfano in persona si presenta in commissione Bilancio per annunciare la sua «riformicchia». Il testo prevede tra l’altro che gli ausiliari potranno decidere le sorti dei processi civili, e che i cancellieri potranno raccogliere le prove. Due funzioni oggi affidate ai giudici. In sostanza si indebolisce il processo, si attenuano le garanzie per i cittadini. Nel frattempo altri balzelli si impongono ai cittadini che chiedono giustizia: sale a 500 euro il contributo per i ricorsi in Cassazione, mentre aumenta del 50% il contributo unificato per le impugnazioni davanti a tribunale e corte d’appello. Come dire: la giustizia è roba da ricchi.
REAZIONI
Le disposizioni di Alfano sul processo civile hanno provocato la decisa protesta dei senatori, che hanno chiesto la sospensione dell’esame e la convocazione della Commissione Giustizia, titolata ad esaminare la materia. «Non si vede come una riforma del processo civile possa essere fatta all’interno della manovra dichiara Felice Casson Quanto al merito, le misure mi paiono molto gravi. Senza contare che anche i cancellieri mancano, quindi non si vede come si possa accelerare la giustizia civile dando più compiti a loro. Sul processo civile è stata presentata una proposta di legge, in quella sede andrà valutata la riforma». Andrea Orlando e Cinzia Capano del Pd accusano il fatto che «l’emendamento nega il diritto ad un processo giusto innanzi ad un giudice predeterminato per legge in tutti i processi civili. Con queste misure si premiano di fatto i giudici pigri. Inoltre, destinando a magistrati in pensione il ruolo di ausiliari, si danneggiano i giovani». «L'emendamento presentato dal Governo alla manovra sul processo civile è davvero una vergogna perchè, così facendo, il vero obiettivo che si vuole raggiungere è quello di privatizzare la giustizia civile», commenta il deputato Pd Lanfranco Tenaglia.
Le misure mettono in fibrillazione anche la maggioranza. Tant’è che in commissione Giustizia si era pronti a votare unanimemente un invito al ritiro. Ma il centrodestra ha interrotto i lavori ed ha deciso di contattare Alfano. Al rientro, la posizione dei senatori di maggioranza era radicalmente cambiata: hanno stilato e votato un parere favorevoli a certe condizioni. Le opposizioni si sono mantenute sulle loro posizioni iniziali. invito al ritiro. Dunque, l’emendamento resta e oggi sarà esaminato dalla commissione Bilancio. «È stato un fulmine a ciel sereno commenta la senatrice Silvia Della Monica Non capiamo perché Alfano si ostini a insistere».
Una valanga di altri emendamenti si è abbattuta ieri sul decreto, mentre Giulio Tremonti si è vantato in conferenza stampa di essere riuscito a riformare le pensioni con un emendamento senza provocare proteste. Chissà in che mondo vive. Arrivano le modifiche fiscali chieste dalla Confindustria, viene cancellata la disposizione sulle tredicesime, si finanzia un fondo per la sicurezza con uno stanziamento di 80 milioni per ciascuno dei due anni. Restano i pesanti tagli al pubblico impiego: anche gli 007 vengono colpiti, con un piano di snellimento che prevede 570 prepensionamenti. Nella conferenza dei capigruppo la maggioranza e il relatore assicurano che la fiducia sarà chiesta sul testo della commissione: nessuna novità dell’ultim’ora nel maxiemendamento. Più volte presentato, ma alla fine ritirato, anche un emendamento che prevedeva un taglio agli stipendi Rai.
l’Unità 8.7.10
Macché veleno Cleopatra fu vittima di Ottaviano
di Benedetto Marzullo
Un recente scoop (la Repubblica, 28 giugno, p. 37) proclama che «Non fu l’aspide, Cleopatra morì bevendo cicuta». Due studiosi, ovviamente americani, lo assicurano: un antichista, col debito sostegno di un tossicologo. Induttivamente, essi escludono che la regina ricorresse al veleno, consapevole che il tossico, tuttavia sperimentato a quel tempo (nel bene e nel male), «avrebbe procurato una...morte, ma solo dopo sofferenze atroci, salvo complicazioni, un salvataggio inatteso. Ripiegò quindi su una pozione di oppio e cicuta (!), addirittura lasciò istruzioni di (per) costruire la leggenda del morso del serpente, per restare nel ricordo della eternità». Espedienti di sorprendente vacuità: ingiuriosi per una regina, per una donna, dotata di senno, in verità di autentico senso della storia, di leggendario talento. «Menzogna gigante (in italiano gigantesca), ma via che cosa non si perdona a una donna bellissima e geniale», conclude tollerante l’articolista. La parola «genialità» non basta per fare storia, tanto meno per accreditarla, farisaicamente.
Che Cleopatra sia morta è indiscutibile, fantasioso però che provvedesse personalmente ad imbastire un copione da operetta, attuandone regia ed interpretazione. Della sua esistenza avventurosa, femminilmente chisciottesca (sembra il prototipo della drag queen), poteva dirsi soddisfatta: avrebbe continuato imperturbata ad esibirla (e a goderne), salvo eventi imprevedibili. Culmine delle sue aspirazioni era un impero planetario, miraggio della intera dinastia, ostinatamente perseguito dal suo capostipite Alessandro, meritamente designato Magno, stroncato anche lui dalla morte (naturale?) a poco più di trent’anni, in congiunture in apparenza non diverse dalla straordinaria Cleopatra: essi tentano una impresa ecumenica, fantasmagorica per l’Occidente, destinata a travolgerli. La dimensione, straordinaria, ma femminile di Cleopatra, risulterà delirante: della vicenda si impadronirà il cinema, i ristretti confini drammaturgici vengono forzati dalla ingorda filmografia, a riattivare se non esacerbare la commozione provvederanno sopravvenuti: spesso incauti studiosi, avventurieri massmediatici.
Non resta che rinunciare ad affabulatorie divagazioni, ritornare alle fonti, per quanto trasmesse da testimoni postumi, talvolta perplessi, superficiali. Plutarco (il maggiore, un secolo più tardi) di continuo avverte della aleatoria tradizione. Tra romanzeschi dettagli, riferisce che la regina, dopo una estrema visita dello sfortunato Antonio, rimpiange tra le innumerevoli sofferenze la stragrande brevità del tempo vissuto lontana (?) da lui, provvede ad una energica toilette: si abbandona tuttavia ad un banchetto «sontuoso» (Plutarco non saprebbe usare più acconcia sommarietà). Solo interrotto all’arrivo di un pastore, che le consegna il cesto dei fatidici fichi (abbondano, del resto, in Egitto), licenzia tutti, salvo le rituali due ancelle, scrive un biglietto ad Ottaviano. Che arriva, fulmineamente. Intuisce la tragedia, spalanca le porte, la catastrofe è compiuta: Cleopatra giace morta, su un letto ovviamente d’oro, regalmente addobbata.
Delle figliole, una era spirata ai suoi piedi, l’altra semisvenuta, il capo rovesciato, cercava di acconciarle il diadema sulla testa. Qualcuno potrebbe dirle, irritato: «Stai facendo bene, ragazza?» E lei: «Anzi benissimo, come si addice a chi discende da tanta dinastia». Non disse altro, crollò ai piedi del letto. Il duetto appare dovuto all’ingegno di Plutarco, farisaico pennaiolo.
Le vittime della sceneggiata sono indissolubilmente tre, un impreveduto eccidio: unico il mandante, identici gli esecutori, due involontari testimoni. Ad ordinarlo è indubitabilmente il giovane Ottaviano, definitivamente sbarra le porte dell’Oriente, lo riunisce con l’Occidente. Verrà consacrato col risonante nome di Augusto (27 a. C.), il primo degli imperatori romani: a dispetto di Cleopatra, della sua stravolgente bellezza.
l’Unità 8.7.10
Cartoline dal Sudafrica
I carcerati che tifano per i loro carcerieri
di Marco Bucciantini
Il ragazzino nero gioca sul prato del lungomare di Città del Capo. Ha la maglia arancione di Sneijder, e para i comodi tiri del
padre, Ralph Bakkies, un signore di 46 anni con la fronte spaziosa e poca barba sul mento e sulle guance. Quella fu la maglia anche di Hendrik Verwoerd, per dirne uno: non giocava nella squadra di Cruyff, ma fu leader nel National Party che segregò Ralph, i suoi genitori, la sua famiglia di 23 persone. Però Ralph e suo figlio tifano Olanda. Martedì sera lo stadio era ammantato di arancione. Molti erano venuti da Amsterdam, altri sono gli olandesi di centesima generazione, gli afrikaner, e prima ancora boeri (significa “contadini”, perché vennero 4 secoli fa a coltivare la terra e allevare bestiame per sfamare i naviganti della Compagnia delle Indie Orientali che doppiavano il Capo di Buona Speranza denutriti e malati). Ma la gran parte del tifo era dei neri sudafricani di questa penisola che fu selvaggia e respingente, fino all’arrivo dell’esploratore Jan van Riebeeck, partito da Rotterdam con tre navi, lunghi riccioli neri e baffi a manubrio: fondò Città del Capo.
I giornali di ieri scrivevano: “L’Olanda vince nella sua città madre”. Non c’era sudditanza, nel titolo. Se la storia si fa a spanne, e spesso a scuola si studia così, gli ex carcerati stanno forsennatamente tifando per i carcerieri, sindrome studiata dalla psicanalisi. Ma la storia è un’altra: “L’apartheid è finito”, fa Sibabalwe, tassista di colore che fino a 15 anni fa lavorava l’orto di casa, e la sua strada finiva lì. “Gli inglesi, sono stati gli inglesi”, ripete, e distingue fra coloni e invasori. I britannici incarognirono la vicenda, massacrando i boeri e separando quelle che sembrarono loro troppe etnie per vivere in pace: queste terre deserte furono “imbastardite”, olandesi e inglesi le popolarono dei loro schiavi di continenti diversi. Nel 1948 gli afrikaner ereditarono questo abbozzo di segregazione e ne fecero ignobile politica di governo. Ma i neri di Città del Capo sono in pace e prendono la storia per la coda: gli olandesi hanno denunciato l’apartheid, e fu uno loro discendente, Frederick Willem de Klerk, a scarcerare Mandela e chiudere così il secolo breve.
Poco più in là, verso l’aeroporto, i neri delle township non sanno nemmeno com’è finita la partita perché chi ha fame non può essere in pace.