l’Unità 7.7.10
Eritrei detenuti in Libia
Il Consiglio d’Europa chiede conto all’Italia
Frattini non risponde ma, assieme a Maroni, manda una lettera al “Foglio”: «Mediazione in corso con Tripoli». Che, intanto, picchia i prigionieri feriti
di Umberto De Giovannangeli
Non è più il silenzio dell’imbarazzo. È molto di più. E di più grave: è il silenzio dei complici. Il silenzio del governo italiano nei confronti dei disperati appelli che giungono dal carcere di Brak, nel sud della Libia, dove sono segregati oltre 200 eritrei. Picchiati, torturati, senza cibo, acqua, assistenza medica. «Abbiamo bisogno di ottenere lo status di rifugiati, perché stiamo morendo nel deserto». È la richiesta di aiuto lanciata da uno dei segregati raggiunto da CNRmedia. «Siamo a Brak, vicino al confine con il Niger. Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano, ci torturano. La tortura è frequente, tutto è frequente..». «Alcuni di noi prosegue il racconto erano stati arrestati perché già abitavano in Libia, altri sono stati presi nelle città, altri ancora sono stati respinti dall’Italia lo scorso anno. Anche se avrebbero avuto il diritto di essere accolti come rifugiati sono stati respinti...».
Respinti dall’Italia. Abbandonati al loro destino. Un destino di sofferenza, forse di morte. «Tra di noi racconta uno dei segregati ci sono anche 18 donne e bambini. Ad alcune persone sono state spezzate le braccia, gambe, hanno le teste rotte. Le torture sono state molto pesanti...». Testimonianze drammatiche. Come quella raccolta da don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani: «I feriti (diciotto) che hanno chiesto di essere curati denuncia Zerai per tutta risposta sono stati picchiati selvaggiamente... E mentre venivano malmenati, le guardie gridavano loro: è quello che meritate per esservi ribellati alle nostre leggi...».
Aiuto richiesto, aiuto negato. «Siamo qui senza speranza dice a CNRmedia uno dei disperati di Brak senza alcun tipo di aiuto... Nessuno può venirci a vedere, nessuno viene a proteggerci... Abbiamo il diritto di essere riconosciuti come rifugiati, abbiamo bisogno di aiuto da parte della comunità internazionale proprio qui e ora. Perché stiamo morendo nel deserto.... Incalza Amnesty International: a seguito dell’Accordo di amicizia, partenariato e cooperazione concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Secondo i dati del governo italiano rileva Amnesty tra maggio e settembre 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia. Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone «riconsegnate» alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza e diversi minori.
L’Italia sotto osservazione. Con due lettere inviate lo scorso 2 luglio al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al ministro degli Interni, Roberto Maroni il cui testo è stato reso noto solo ieri il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha chiesto al governo italiano di «collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Secondo i numerosi rapporti ricevuti dal Commissario Hammarberg prima del trasferimento dei 250 eritrei da un campo di detenzione all’altro, «il gruppo sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti da parte della polizia libica, e molte delle persone detenute sarebbero rimaste gravemente ferite». Sempre in base ai rapporti ricevuti scrive Hammarberg nella lettera tra i migranti, che rischierebbero ora l’espulsione verso l’Eritrea o il Sudan, vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, e il gruppo includerebbe anche persone che sono state ricondotte in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. «Data la recente decisione delle autorità libiche di porre fine alle attività dell’Unhcr nel Paese, è divenuto estremamente difficile avere conferme sull’accuratezza di questi rapporti», scrive il commissario che, vista la «serietà delle accuse», domanda all’Italia di collaborare al fine di «chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». La risposta arriva... via Il Foglio. «In queste ore scrivono Frattini e Maroni in una lettera al quotidiano di Giuliano Ferrara è in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all’identificazione dei cittadini eritrei, i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status, e poter loro offrire un’occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio».
Da Mosca, Frattini fa sapere che Tripoli « ha già dato segnali di importante disponibilità» per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia». «Il contributo dell’Italia non è mai mancato e non mancherà afferma il titolare della Farnesina ma lo faremo nei modi che portano al risultato e non in quelli che servono a far pubblicità a qualcuno, senza ottenere il risultato». «Il risultato insiste si ottiene guardando cosa sta accadendo, chiedendo la collaborazione delle autorità libiche, perché la Libia è uno Stato sovrano e noi rifiutiamo l’approccio colonialista che alcuni sembrerebbero indicare». Controreplica: «L’Italia ricorda Hammarberg ha il dovere di vigilare sul rispetto dei diritti umani e di evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in Paese dove rischiano di essere torturati o maltrattati».
l’Unità 7.7.10
Fotografia di una speranza
di Igiaba Scego
Il dramma dei 245 rifugiati trasferiti dal centro di detenzione di Misurata al centro di Sebha non mi fa dormire. Penso a quanti stanno marcendo (letteralmente!) nei lager libici finanziati dall’Italia. Gente del mio Corno D’Africa, ragazzi e ragazze che hanno l’età di mia nipote Ambra. Ora mia nipote ha concluso la sua maturità, è felice, pensa alle vacanze. Ma se fosse nata a Mogadiscio come sua madre e sua nonna ora cosa ne sarebbe di lei? Forse si troverebbe a Sebha. L’occidente delega alla Libia il lavoro sporco e vende sottobanco armi al Corno D’Africa. Le coste poi sono state sommerse dai rifiuti tossici. Le dittature e le guerre del Corno sono anche il frutto di queste cattive politiche occidentali. Da una parte all’Occidente piace ballare il waka waka di Shakira, dall’altra chiude gli occhi davanti a violazioni dei diritti umani. Stavo pensando a questo quando mi è arrivata la mail di Speranza Casillo con il link alle foto che aveva scattato il primo Luglio al consolato somalo (http://www.flickr. com/photos/speranzacasillo). Mi sono commossa. Al consolato la diaspora somala di Roma ha voluto commemorare i 50 anni dell’indipendenza. Non era una festa (per un somalo c’è poco da festeggiare) ma uno stare insieme. Speranza ha colto con le sue fotografie l’anelito dei somali di voler ritornare a quel giorno del 1960. Donne bellissime, signori dal viso intenso. Ma è il volto dei ragazzi a smuovere l’anima. Ragazzi che hanno preso i barconi per Lampedusa prima dei respingimenti, ragazzi che hanno assaggiato la durezza delle carceri libiche. Ragazzi che nonostante tutto riescono ancora a sorridere. Quando gli ospiti importanti se ne sono andati i ragazzi hanno preso possesso del consolato. Hanno ballato fino allo sfinimento. È stato un giorno lieto. Per molti il primo dopo tanto tempo.
Repubblica 7.7.10
"Malati, senza cibo e torturati qui in Libia siamo sepolti vivi"
L’appello di uno dei rifugiati: "Tirateci fuori dall´inferno"
"È scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti"
di Daniele Mastrogiacomo
ROMA - «Possiamo parlare pochi minuti. E´ molto pericoloso. La polizia può arrivare da un momento all´altro. Ci controllano in continuazione. Per loro controllo significa picchiarci a sangue, con i bastoni, scariche elettriche. Ci danno cibo avariato e acqua piena di fango. Siamo in pericolo, temiamo di non farcela: molti sono ammalati, è scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti. Ormai abbiamo smesso anche di gridare. Siamo davvero allo stremo. Non abbiamo alternativa: restare sepolti qui sotto o finire di nuovo in Eritrea. In ogni caso, morire».
La voce del rifugiato arriva a tratti. E´ quasi un sussurro. Arriva dal cuore della Libia, dal centro di detenzione di Braq, 75 chilometri da Sebha, regione desertica centromeridionale. Lo chiameremo Mohammed, ma è un nome di fantasia. Svelare la propria identità è troppo pericoloso. Questione di vita e di morte. Basta poco per sparire, magari sotto metri di sabbia del deserto. Abbiamo ottenuto il numero di uno dei due cellulari. La linea si prende con difficoltà. Ma alla fine, dopo alcuni tentativi e sms rassicuranti, ci risponde la voce di un uomo. Una voce «da dentro». Una testimonianza diretta del dramma che stanno vivendo oltre 200 eritrei e somali, immigrati e rifugiati. Una storia assurda ma emblematica di come la politica dei respingimenti possa produrre delle ingiustizie: violazioni dei diritti internazionali dei rifugiati sanciti dalle Nazioni unite e sottoscritte anche dall´Italia. L´Italia degli accordi con la Libia.
«Adesso siamo in 205», ci racconta Mohammed. «Divisi in une stanze: 101 in una e 104 in un´altra. Tutti uomini. Dormiamo in piedi. Non riusciamo neanche a muoverci. Ci sono molti feriti e chi non resiste perde i sensi ma è sorretto dagli altri corpi. Se qualcuno crolla è spacciato: finire per terra significa restare soffocati. Veniamo dalla Somalia e dall´Eritrea. Come tanti altri volevamo andare in Italia, in Europa e poi magari in Canada. Molti tra noi erano già arrivati nel vostro Paese. Ma poi siamo stati trasferiti in Libia, nonostante avessimo tutti i requisiti per ottenere l´asilo politico. Respinti e basta, senza alcuna verifica. Siamo rimasti in Libia per un anno e sei mesi. Ci hanno rinchiusi nel Centro di accoglienza di Misurata: un centro molto bello, tenuto bene, dove era possibile anche uscire. Le donne per fare la spesa, i bambini per giocare e studiare, gli uomini per andare a lavorare nei cantieri edili. Poi è cambiato tutto, di colpo. Forse perché è stato chiuso l´ufficio dell´Unhcr. Niente più visite, niente più controlli medici, niente assistenza. Niente più uscite. Il centro è diventato una vera prigione. La vita, per i pochi che riuscivano a lavorare all´esterno, è diventata ancora più dura. Vessazioni, insulti, diritti inesistenti. Hanno smesso anche di pagarci sui cantieri. La sera del 29 giugno è scoppiata una rivolta. Ci hanno messo davanti un foglio nel quale accettavamo di rientrare in Eritrea. Sappiamo leggere: c´era scritto esattamente così. Non avevamo alternative: l´Eritrea per noi significa torture e carcere. Molti hanno tentato una fuga, in trenta ci sono riusciti. Gli altri, dopo una battaglia durata fino all´alba con la polizia e i gruppi speciali, sono stati picchiati selvaggiamente, infilati in alcuni container e trasferiti in mezzo al deserto. Solo gli uomini, le donne sono rimaste a Misurata. Il viaggio è avvenuto di giorno e può immaginare in quali condizioni. Molti sono svenuti durante il trasferimento. Mancava l´aria, non c´è stato il tempo di prendere dell´acqua potabile. Nelle brevi soste - prosegue il rifugiato - colpivamo disperati sulle pareti infuocate del container. Le guardie aprivano e picchiavano con bastoni e mazze di ferro. C´erano molti feriti, avevano bisogno di cure. Altri stavano male, cominciavano i sintomi della dissenteria. Il viaggio è durato tutto il giorno. Ci hanno detto che è stata una punizione. Quando siamo arrivati a Braq faceva buio. Altri colpi, altre bastonate. Sembravamo un branco di animali. Sporchi, laceri, bruciati dal calore impossibile, ammassati gli uni sugli altri. Ci hanno chiuso in queste due stanze e ci hanno messo davanti lo stesso foglio nel quale accettavamo di essere rimpatriati in Eritrea. Abbiamo protestato, noi siamo dei rifugiati politici. Lo siamo da oltre due anni. La risposta è stato un altro pestaggio. Qualcuno, da Misurata, ha dato l´allarme. Abbiamo nascosto un paio di cellulari. Riusciamo ad usarli a fatica».
«Vogliamo avere fiducia - conclude Mohammed - vogliamo aggrapparci a tutto, vogliamo vivere. Siamo dei sepolti vivi, senza medicine, con delle condizioni igieniche terribili, tra la sporcizia, gli escrementi, poco cibo e pochissima acqua. L´Italia deve reagire, deve premere sul governo libico. Siamo gente che è fuggita con le famiglie, i bambini, le nostre donne da un paese che ci ha condannato. Chiediamo un po´ di luce in questo tunnel buio e disumano. Chiediamo solo di poter vivere. Devo chiudere, arrivano i poliziotti. Spero di sentirla di nuovo, spero di superare anche questa notte».
il Fatto 7.7.10
Nella gabbia di Ponte Galeria, dove gli immigrati “scompaiono”
Nel Cie alle porte di Roma l’identificazione è spesso impossibile
di Lorenzo Di Pietro
“Sembra una grande simulazione di sicurezza”. É la prima impressione di Leoluca Orlando, con noi a visitare il Cie – Centro di Identificazione ed Espulsione – di Ponte Galeria. “Si è costruito un sistema che consente di tenere per 6 mesi delle persone dentro dei veri e propri carceri, con la scusa delle identificazioni, pur avendo riscontrato che se un immigrato non viene identificato nei primi 15 giorni, o nel primo mese, non verrà identificato nei restanti 5 mesi”. Una detenzione “lunga ed estenuante”, osserva, “in contrasto con diritti universalmente riconosciuti”. Gli ex Cpt ospitano gli immigrati non in regola al fine di procedere, appunto, all'identificazione e al successivo rimpatrio. Nella delegazione presente ieri in visita anche il deputato Fabio Evangelisti, il garante dei detenuti della Regione Lazio Angiolo Marroni, l'avvocato Gianpiero Vincenzo Ahmad, esperto di diritti umani e membro dell'assemblea generale della moschea di Roma, la giornalista Livia Parisi e la mediatrice culturale Carmela Menzella. A guidare la visita all'interno della struttura il vice prefetto, inviato dal ministero, un funzionario di polizia e il Direttore di Auxilium, la cooperativa che ha sottratto alla Croce Rossa l'appalto per la gestione delle mense, dell'infermeria, dell'assistenza psicologica e degli altri servizi. Il centro che ospita oggi 90 uomini e 93 donne, Più o meno la metà della capienza massima del centro. Circa 42 euro al giorno, il costo per singolo “ospite”, ma sarebbe meglio dire detenuto, per un costo annuo pari a circa 3 milioni di euro. Senza calcolare come costo principale quello delle forze dell'ordine quotidianamente impiegate. Tante, a giudicare dal via-vai di camionette, pullman e mezzi. Soldi spesi bene? Secondo il vice prefetto, circa il 60% degli ospiti viene rimpatriato. “Una percentuale che potrebbe essere maggiore”, sostiene, “se ci fosse la collaborazione dei consolati e delle ambasciate”, che invece, pare, non collaborano ai riconoscimenti. La quasi totalità degli ospiti, precisano i funzionari, ha già avuto precedenti penali. Tutto si presenta pulito e ordinato: la visita era stata ampiamente annunciata. Diversamente, è impossibile entrare per chi non è parlamentare. Si inizia con l'infermeria. Quattro signore straniere in camice e una detenuta cinese incinta cercano di comunicare usando un vocabolario. Non si capiscono. La donna dice di non conosce i caratteri latini. Nel breve frangente del nostro passaggio, la Menzella si offre: “io parlo cinese” e tenta di tradurre, ma la invitano a seguire la delegazione, “motivi di sicurezza”. La sezione maschile è un grande spazio separato da sbarre ovunque, che dividono piccoli spazi rettangolari: ciascuno è una cella. Gli ospiti capiscono che c'è qualcuno e vogliono parlare. Un ragazzo marocchino si rivolge a Orlando raccontando la sua storia. Ha una moglie e un figlio in Italia, dice, vorrebbe poter uscire per recuperare il suo stipendio e tornare al suo Paese. Lavorava in nero come panettiere. Tra gli ospiti ce n'è uno molto speciale. Khalid Ibrahim Mahmoud. Che ha scontato 26 anni di carcere per essere stato a capo del “Abu Nidal”, il commando che nel 1985 apri il fuoco all'imbarco della compagnia aerea israeliana El Al, uccidendo 13 persone. Passò alla storia come “strage di Fiumicino”. In 26 anni di carcere non era stato identificato. Ora è al Cie. Ma se queste persone sono già state in carcere, dove hanno scontato una pena, come mai per l'identificazione vengono chiuse nuovamente in una struttura che è, a tutti gli effetti, carceraria? È quanto si chiede Evangelisti: “È l'ennesima furbata del governo Berlusconi, fare della propaganda sulla pelle di cittadini che hanno soltanto la colpa di non avere documenti irregolari. Qui si scopre però anche un'altra realtà – continua strutture servono, più che per i clandestini, per gli ex detenuti” come afferma lo stesso vice prefetto.
Quando stiamo per andare si crea un assembramento: tutti vogliono parlare e raccontare la loro storia, ma restano dietro le sbarre, tra le quali infilano le braccia quasi a cercare di afferrarci. E ci chiamano. Ma si procede, seguendo i funzionari. La mensa sembra ben organizzata, i pasti sono confezionati. “Ogni 15 giorni un responsabile parla con i rappresentanti dei vari gruppi etnici per equilibrare la scelta dei cibi”, ci viene fatto sapere. La moschea invece, è una stanza con un po' di tappeti stesi a terra. Usciamo mentre dall'altoparlante si sente intonare il richiamo alla preghiera delle 12.
La giornalista Livia Parisi ha scattato qualche fotografia, ma se ne sono accorti. Le intimano di cancellarle: deve farlo. Restano le immagini dei cancelli, fotografate all'uscita. E una giovane nigeriana, che esce dopo due mesi di detenzione, si guarda intorno per capire dov'è. E se ne va.
l’Unità 7.7.10
Il fascismo? Sdoganato dalla sinistra!
di Bruno Gravagnuolo
Fa bene Pierluigi Battista sul Corriere di Lunedì scorso in Particelle elementari, a invitare la destra a non fare più del vittimismo sulle «chiusure» culturali antifasciste in materia di storia memorialistica, letteratura etc., visto che ormai «Mussolini è entrato nell’empireo dello Strega», con la vittoria di Antonio Pennacchi. Invito però un po’ pleonastico. Perché ormai, a parte Gasparri, e sopite le ultime fiammate di Pansa, non è che la destra intigni più di tanto a fare del vittimismo e basta. Ci sono Fini con la Fondazione Fare futuro, Marcello Veneziani, Buttafuoco, Il Secolo, più svariati Think Tank di destra e liberal-conservatori, a fare la loro parte senza tanta acrimonia risentita, su torti e rimozioni subite. Quanto a Berlusconi, s’è inventato da tempo la Nuova Repubblica Presidenziale, che va al di là della «pur giusta Resistenza» e del «pur giusto antifascismo di ieri», avendo egli di mira un’altra Costituzione...Insomma la destra non se ne sta con le mani in mano a pestare l’acqua nel mortaio. E le sue guerre le conduce senza più prendere di petto l’antifascismo. Alla Pansa , alla Pera o alla Gasparri (sennò va a sbattere...). Ecco perché è pleonastico l’invito di Battista e un po’ tardivo. Così come banali ci paiono altresì certe battute contro l’eterna «sinistra culturale», al solito per Battista fatta di «arcigni sacerdoti ortodossi». Che nei decenni trascorsi avrebbero «allestito argini» e «con meticolosa prudenza». Contro la memoria del fascismo, i suoi tratti di «epopea popolare», i nessi con l’identità e la storia nazionale e quant’altro. Argini che sempre a detta di Battista oggi «smottano», come la vittoria del Pennacchi sulla Pianura Pontina e dintorni dimostrerebbero. Ma quali argini! La verità è un’altra. È stata proprio la sinistra culturale a sdoganare certe cose. La cultura europea di destra: Schmitt e lo Heidegger politico, Gentile, Evola, Eliade, etc. E il fascismo stesso come «biografia della nazione»: dall’urbanistica, ai Littoriali, al consenso, all’immaginario, al «lungo viaggio», al fascismo di sinistra. De Felice (per Einaudi) viene dalla lezione gramsciana e togliattiana. E anche il cinema fascista fu sdoganato dalla critica di sinistra, a cominciare da Alessandrini e dal celebrato Blasetti fascista, che girò Terra madre, guarda caso storia di un borghese di città che riscopre le «radici», divenendo imprenditore agrario della bonifica pontina. Ben prima di Pavone sul 1943-45, ci fu tutto un lavorìo «revisionista». Da sinistra, mica da destra! Inclusi film, memoriali, romanzi e storie di vita. Il fascismo? Lo ha sdoganato la cultura antifascista. Altro che censure e arcigni sacerdoti!
il Fatto 7.7.10
Indietro tutta
Scudo totale per il capo dello Stato, retromarcia Pd
L’irritazione del Quirinale, partito in confusione
di Wanda Marra
Retromarcia. Il Pd ieri, dopo il pezzo del Fatto quotidiano, ha ritirato l’emendamento-scandalo al Lodo Alfano con il quale avrebbe regalato al presidente della Repubblica uno scudo totale rispetto ai reati penali, presentato dal senatore e costituzionalista Stefano Ceccanti. Una scelta brusca (ci sono volute meno di 24 ore) per uscire dall’ennesimo pasticcio che avrebbe provocato incalcolabili reazioni a catena. A raccontarlo sono gli stessi membri della presidenza dei Democratici di Palazzo Madama (la presidente Finocchiaro, il vicepresidente vicario Luigi Zanda e i vicepresidenti Felice Casson e Nicola La-torre), che, una volta venuti a conoscenza dell’emendamento, si sono incontrati, hanno parlato con Ceccanti e l’hanno invitato a ritirarlo. Motivazione ufficiale: non era un testo della Presidenza che addirittura “non ne sapeva nulla”, come spiega lo stesso Zanda. Perché Ceccanti “non lo aveva concordato con il gruppo”. Dichiarano esplicitamente dallo staff della Finocchiaro, senza nascondere l’irritazione, di essere venuti a conoscenza di questo testo solo dopo la lettura del Fatto. E che la marcia indietro è stata immediata: anche perché, oltre al merito, questa modifica andava contro la strategia decisa dal Pd, che al Lodo Alfano ha deciso di presentare solo emendamenti soppressivi, visto che lo considera inemendabile.
Da non sottovalutare, poi, l’imbarazzo a cui si sarebbe esposto il Quirinale. Viene da chiedersi, infatti, perché il Capo dello Stato dovrebbe aver bisogno di uno scudo come questo. Tant’è vero che fonti interne al Pd raccontano di un Napolitano “preoccupato” dal possibile effetto boomerang della proposta. Preoccupazione ancora più comprensibile, visto che in qualche modo un emendamento del genere l’avrebbe finito per equiparare Berlusconi. Dal canto suo, il Colle si dichiara estraneo sia alla presentazione dell’emendamento, sia al suo ritiro. Tanto più che trattandosi di legge costituzionale non è richiesta neanche la firma del capo dello Stato. Una smentita categorica. Ma che comunque lascia qualche ombra a rileggere quanto scritto dal costituzionalista Michele Ainis (consigliere del Quirinale) sulla Stampa del 2 luglio, a proposito del Lodo Alfa-no: “Il vero errore sta nel voto a maggioranza semplice con cui le Camere decideranno l’autorizzazione a procedere verso il capo dello Stato”, che sarebbe “un improprio voto di fiducia” o “un’arma di ricatto”.
Intanto, lui, Ceccanti, costretto in prima persona alla marcia indietro senza possibilità di appello, si difende e ribadisce le sue ragioni. Diceva il suo emendamento: “Al di fuori dei casi previsti dall’articolo 90 della Costituzione (alto tradimento e attentato alla Costituzione, ndr), il presidente della Repubblica durante il suo mandato non può essere perseguito per violazioni alla legge pena-le”. Secondo Ceccanti questo era l’unico modo per evitare che il Quirinale potesse essere messo sotto processo dalla maggioranza parlamentare, magari a lui avversa. Perché l’articolo 1 del Lodo Alfano permetterebbe al Parlamento di dare il via libera, in seduta con-giunta, ad eventuali inchieste della magistratura sul presidente della Repubblica. Ceccanti insiste sul concetto di “riduzione del danno” alla base del suo comportamento e ribadisce la sua posizione. Ma poi spiega che ha dovuto chinare la testa per evitare “strumentalizzazioni mediatiche”. Tutta colpa del Fatto, verrebbe da dire. Che “concepisce l’opposizione in maniera lefebvriana”, risponde lo stesso costituzionalista. E anche se nessuno ci sta a parlare esplicitamente di “processo” a Ceccanti, quel che è certo è che le ferme e autonome convinzioni del senatore hanno provocato una brutta mattinata ai suoi colleghi di partito. “Era inopportuno insistere spiega Latorre era un pasticcio. Ed era un modo di fare un favore a Berlusconi, che non aspetta altro”. D’altra parte, gli stessi firmatari non hanno esitato a fare un passo indietro. “Ho detto io stesso a Ceccanti di ritirare il suo testo spiega Casson quando mi sono reso conto delle gravi controindicazioni che conteneva, prefigurando un foro privilegiato per il Capo dello Stato”. E ammettendo così che, seppur avesse firmato il testo, non sapeva bene cosa ci fosse dentro. A dimostrare lo sbandamento del Pd anche le dichiarazioni di Donatella Ferranti, capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera, che si scaglia contro l’estensione voluta dal Pdl nel lodo Alfano affinché lo scudo valga anche per i “fatti antecedenti all'assunzione della funzione”. Un po’ quello che voleva Ceccanti per il Capo dello Stato.
Repubblica 7.7.10
Richiesta accompagnata da 87 firme: dobbiamo discutere del nostro disagio politico dentro il Pd
"Sì all´assemblea", risorge la Margherita accuse tra i democratici: voglia di fantasmi
Marini boccia l´iniziativa, ma cresce il timore che il terzo polo peschi nel partito
di Giovanna Casadio
ROMA - Chi non muore si rivede. E la Margherita, che fu di Rutelli, potrebbe riunirsi di nuovo con l´intenzione, tutta politica, di "processare" il Pd e con il rischio, concreto, di una scissione. Il pallino sta nelle mani di Enzo Bianco, presidente dei "margheriti" che si sciolsero nel 2007, come i Ds, per fondare appunto i Democratici. Bianco ha ricevuto ben 87 richieste, tra mail e telefonate, per «parlare di politica» in quell´assemblea che ha ancora i poteri del congresso del partito fino al giugno 2011, quando lo scioglimento sarà formale. Spiega che si muoverà con i piedi di piombo, perché nell´opposizione non c´è bisogno di divisioni né di salti all´indietro. Ma valuterà: «Potrei convocarla, sì. Vedremo quando e mi consulterò comunque con Marini, Bindi, Franceschini, Letta, Soro... mentre Parisi sta insistendo e anche Fioroni e Gentiloni sono favorevoli». Anche per l´area liberal, di cui Bianco è esponente, qualche problema nel Pd di Bersani c´è.
Parisi, il super-ulivista, preme per un chiarimento: «Indietro non si torna, non si sveglia la Margherita dal suo sonno giusto e profondo, ma l´assemblea sarebbe utile per valutare se il Pd risponde alle aspettative». Secondo coloro che si iscrivono tra gli insoddisfatti non corrisponde più alla sfida originaria. Ad esempio, Beppe Fioroni, ex Ppi, che invita a «non sottovalutare» le richieste di convocazione dell´Assemblea della Margherita, soprattutto quando vengono dai territori. «C´è certamente un malessere, però non sarei d´accordo ad affrontarlo in questi termini, anche se il Pd non suscita più le speranze iniziali», dice Ermete Realacci. Gentiloni invece precisa la sua posizione: «L´Assemblea va convocata su bilancio, patrimonio e sulla collocazione internazionale del Pd, perché noi deliberammo che non saremmo mai entrati in Europa nel Pse. Su altre questioni politiche sarebbe un errore, come se risorgesse Lazzaro».
Va detto che Rutelli - leader della Margherita, co-fondatore del Pd che ha abbandonato dando per fallito il progetto, ora fautore di un "terzo polo" e capo dell´Api (Alleanza per l´Italia) - ha molto interesse a un´Assemblea politica. Bocciata invece da Franco Marini, storico leader Ppi: «Chi si riunisce? I fantasmi? La Margherita non c´è più». Sulle barricate Rosy Bindi («Basta guardare indietro»), Dario Franceschini («È un partito che non esiste più»), Marina Sereni («Un errore riesumare il passato»). Dagli ex ds arrivano gli inviti a non fare e dire «sciocchezze» (Ugo Sposetti), però anche la comprensione del veltroniano Walter Verini («Risposta sbagliata ma il disagio nel Pd c´è»). «Il maldipancia è così esteso che si riesumano i morti», osserva Luigi Lusi che ha in mano la cassa della Margherita. La paura democratica è che le sirene del "terzo polo" peschino anche qui.
Repubblica 7.7.10
L´inutile aumento dei prof di religione
risponde Corrado Augias
Gentile dott. Augias, i docenti di religione, retribuiti dallo Stato ma giudicati idonei dal vescovo, sono aumentati. Vale la pena ricordare qualche altro elemento che caratterizza la posizione di questi docenti: è vietato accorpare gli studenti di più classi, cosa prevista invece per gli insegnamenti curricolari, minimi gli obblighi didattici, scatti biennali di stipendio aboliti per tutti gli altri insegnanti e sostituiti da scaglioni di cui la recente finanziaria prevede il congelamento. Da quest'anno è stato persino riconosciuto il credito scolastico, preludio ad una probabile introduzione del voto numerico che costituirebbe una grave discriminazione ai danni di chi non si avvale e di chi non può svolgere attività alternativa perché i soldi non ci sono. Da docente di storia devo inoltre constatare, negli studenti che si avvalgono dell'insegnamento della religione cattolica, l'enorme ignoranza delle nozioni di storia del cristianesimo e delle nozioni teologiche di base. Una sinistra laica e moderna avrebbe potuto impegnare il mondo della scuola e della cultura su questo deplorevole stato delle cose.
Maria Francesca Gulotta, liceo artistico di Brera (Milano) fgulot@libero.it
La posizione dei prof di religione è (al di là del possibile valore dei singoli) assurda e incostituzionale. L'art. 33 della Carta detta: «l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento». Nel caso della 'religione' non è così. Idoneità ed eventuale revoca sono nelle mani dei vescovi. Il prof. Remo Cacitti (Storia del Cristianesimo, Statale Milano) mi faceva osservare che l'insegnamento della religione è stato dismesso dallo Stato e appaltato alla chiesa cattolica in tutte le scuole di ogni ordine e grado, ad eccezione dell'università. In questo modo: «la catechesi confessionale si è sostituita all'insegnamento pubblico, poiché la prima deve conformarsi a un sistema teologico, il dogma, l'altro è, come sancito nella carta fondamentale, libero». Cacitti faceva questo esempio: «di fronte alle attestazioni evangeliche secondo cui Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle (Mc 6,3 par), il prof di religione può, in buona e formata coscienza, farsi persuaso che si tratti di veri e propri fratelli e sorelle, ma non potrà mai insegnarlo, pena la revoca dall'insegnamento per difformità dalla dottrina cattolica». La conseguenza, come osserva anche la prof Gulotta, è la profonda ignoranza degli italiani in materia religiosa, la superficialità di conoscenze limitate a pochi eventi leggendari vagamente edificanti. Mentre dall'università escono giovani molto preparati che non potranno utilizzare le loro conoscenze «poiché nessun laureato in queste discipline può andare liberamente a insegnare ciò per cui è stato formato».