l’Unità 10.7.10
Bersani: «Quadro allucinante Il governo riferisca in Aula»
di A. C.
Opposizioni indignate per l’affaire di Flavio Carboni, arrestato con l’accusa di aver fatto pressioni sulla Corte Costituzionale per il lodo Alfano. «Dall’inchiesta emerge un quadro allucinante», ha detto Pierluigi Bersani. «I magistrati vadano fino in fondo, e il governo per favore venga in Parlamento a dirci qualcosa su questa vicenda». «Viene il dubbio ha aggiunto il leader Pdche nella fase del “ghe pensi mi”, sotto l’imperatore si muovano vassalli e valvassini che cercano di far andare le cose in un certo modo. Quindi c’è anche un problema di trasparenza». Bersani ha anche parlato della salute del governo: «Non reggeranno tre anni. Siamo al secondo tempo del berlusconismo, ma potrebbe essere un periodo pericoloso. Non so quanto durerà, noi dobbiamo essere pronti e presenti». Rincara la dose il responsabile Giustizia Pd Andrea Orlando: «Il governo deve chiarire al più presto e in sede istituzionale fino a che punto questa cricca eversiva ha condizionato la dinamica politica di questa stagione».
E ancora: «Il governo smentisca la notizia secondo cui alcuni esponenti dell’esecutivo e del Pdl avrebbero partecipato a riunioni per condizionare organi costituzionali»: solo in questo caso le persone coinvolte potrebbero continuare a esercitare la loro funzione». Il riferimento di Orlando è al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e al coordinatore Pdl Denis Verdini. Il sottosegretario ha ammesso di aver partecipato a una riunione con Pasquale Lombardi, uno degli arrestati, ma esclude «nella maniera più assoluta che durante la mia presenza alla riunione si sia parlato di possibili interventi presso la Corte Costituzionale».
Di Pietro parla di «tentativo chiaro di condizionare l’attività della magistratura», di «attentato allo stato di diritto». «Il puzzle sta per essere completato e porta la firma del Piano di Rinascita della P2». «Il ministro Alfano venga urgentemente a riferire in Parlamento», dice Leoluca Orlando. «Dall’ordinanza del gip De Donato emerge un quadro inquietante ed eversivo. Verdini, Caliendo, Cosentino, Dell’Utri e Cappellacci si devono dimettere». Dura anche l’Udc: «Quadro torbido e preoccupante, emerge un sistema di potere che punterebbe a intimidire e assoggettare parti dello Stato», dice Gianpiero D’Alia. «Se ne occupi la Commissione Antimafia».Opposizioni unite per chiedere chiarezza sull’affaire Carboni. Bersani: «Quandro allucinante, il governo riferisca in Parlamento». Orlando (Idv): «Caliendo e Verdini si dimettano». D’Alia (Udc): se ne occupi l’Antimafia.
l’Unità 10.7.10
«400 i migranti nei nostri centri». L’allarme di Napolitano: si faccia luce sui rifugiati
Il giurista Paleologo: lavori forzati in campi segregati. Quale destino per chi non accettasse?
Tripoli ammette: sono 245 gli eritrei consegnati dall’Italia
La Libia ammette: 400 rifugiati nel Paese, 245 quelli rispediti indietro dall’Italia. 245: lo stesso numero degli eritrei segregati per 8 giorni nel carcere di Brak. Napolitano: fare piena luce sulla vicenda...
I respingimenti collettivi: «Sono vietati da tutte le convenzioni internazionali»
Thomas Hammarberg: «Sui migranti violenze della polizia libica molti feriti seriamente»
di Umberto De Giovannangeli
Tripoli dà i numeri. E mette nei guai l’Italia. In Libia, rileva una nota del ministero degli Esteri della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista libico (ore 21:03 di giovedì scorso) citata dall’agenzia ufficiale Jana e ripresa dalla Reuters, ci sono 400 rifugiati in totale, 245 dei quali sono stati respinti da pattuglie italiane e consegnati a Tripoli. Duecentoquarantacinque: un numero che ricorre in queste drammatiche giornate. Altro che liberazione. Altro che «caso chiuso». A sottolinearlo, in una lettera inviata dal presidente del Cir (Centro Italiano Rifugiati),Savino Pezzo, è il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. «Nella lettera riferisce Christopher Hein direttore del Cir afferma anche che la vicenda continuerà a essere seguita “con la dovuta urgenza” nell’auspicio che possano essere rapidamente chiarite le ragioni che hanno determinato la richiesta di aiuto dei rifugiati eritrei e che sia fatta luce sulle condizioni della loro permanenza presso i campi profughi della Libia».
CARCERE E LAVORI FORZATI
Rischiano i lavori forzati i 245 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak, nei pressi di Sebah. Non sono solo associazioni umanitarie a paventarlo. A denunciarlo è anche il giurista Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo. «L’accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro» annunciato dal ministro della Pubblica Sicurezza libico, il generale Younis Al Obedi, che prevede «lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia» nasconde, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici. Il documento si intitola «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi) in riferimento alla scritta che campeggiava all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Paleologo denuncia che «una parte soltanto dei detenuti di Sebah ha accettato» e che questa condizione «non permetterà loro alcuna libertà di circolazione, come spetterebbe a qualunque titolare del diritto di asilo, e li consegnerà ad una rigida catena gerarchica che esigerà da loro un vero e proprio lavoro forzato». Paleologo si chiede ancora: «Che fine faranno poi coloro che non accetteranno l'imposizione di questa ulteriore deportazione? Quali mezzi di persuasione verranno impiegati?». Nel documento si sottolinea che: «Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati».
Il giurista palermitano sostiene che diverse testimonianze raccolte smentiscono le dichiarazioni del ministro dell'Interno Roberto Maroni, il quale ha negato il coinvolgimento del governo italiano nella vicenda dei profughi eritrei trattenuti in Libia perché non sarebbe dimostrato che si tratti delle stesse persone respinte in mare dall'Italia. «La Corte Europea dei diritti dell'Uomo potrebbe emettere una sentenza di condanna per i respingimenti collettivi verso la Libia, vietati da tutte le convenzioni internazionali», ricorda Paleologo, che entra nel merito degli accordi bilaterali tra l'Italia e altri 30 Paesi. «Il governo italiano non vuole ammettere che gli altri accordi bilaterali sono solo accordi di riammissione, ma non prevedono il respingimento collettivo in acque internazionali, come nel caso degli accordi con la Libia scrive il giurista Lo stesso accordo tra Spagna e Marocco, troppo spesso richiamato a sproposito, ha consentito il respingimento di natanti fermati in acque marocchine, e non in acque internazionali, ed in ogni caso il Marocco, a differenza della Libia, aderisce alla Convenzione di Ginevra e consente, sia pure con gravi limiti le attività dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati». Viene ricordato un episodio di grave violazione dei diritti umani. «Nei giorni scorsi centinaia di nigerini presenti in Libia sono stati deportati in Niger, come riferisce la stessa agenzia di stampa ufficiale Jana, senza che a nessuno di essi fosse consentito chiedere asilo in Libia o far valere la protezione internazionale", scrive ancora Paleologo.
ALTRO CHE «CASO CHIUSO».
La richiesta al governo italiano, rilanciata dalle associazioni umanitarie e da un fronte parlamentare «bipartisan» ha un nome: reinsediamento. A chiederlo sono anche molti dei 245 eritrei «liberati». «Non lasciateci in balia dei libici», è il loro appello.
Il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg afferma in una nota ufficiale di avere informazioni circa il fatto che i migranti sarebbero stati sottoposti a violenze dalla polizia libica, e che diversi di loro sarebbero rimasti feriti in modo serio. «Ci sono circa 400 migranti illegali dell'Eritrea detenuti in centri in Libia e vengono trattati come ospiti temporanei», puntualizza un comunicato del ministero degli Esteri libico citato dall' agenzia ufficiale Jana. «Le autorità libiche hanno aperto i centri di detenzione agli organismi umanitari e ai rappresentanti diplomatici perché testimonino le condizioni e il trattamento dei migranti», sostiene l'agenzia. «È una cosa che di per sé smentisce le accuse di maltrattamento».
l’Unità 10.7.10
Le iniziative
Italiani e eritrei, sit-in solidale al Parlamento e all’ambasciata
Giovedì davanti all’ambasciata libica e in piazza Montecitorio, oggi a Bologna e Firenze. La vicenda dei profughi eritrei ha scosso l’anima solidale dell’Italia. «Non lasciamoli morire, libertà per i profughi eritrei imprigionati in Libia» è lo slogan del sit-in del Pd davanti al Parlamento; con loro anche Livia Turco. «Non è possibile rimanere indifferenti di fronte a persone che fuggono da regimi dittatoriali ha detto il responsabile Immigrazione giovani del Pd, Khalid Chaouki Soprattutto di fronte ad un accordo con la Libia che ci rende pienamente responsabili di quello che lì avviene». «Coraggio fratelli, noi siamo con voi, lotteremo fino a quando il governo italiano non vi farà venire qui come rifugiati politici» è il messaggio di alcuni rifugiati eritrei ai 250 ristretti in Libia. «Asmerom, Mahari, Mahtios e Tzegga sono quattro rifugiati che vivono a Roma da anni. «Tutti noi eritrei dicono fuggiamo dal nostro Paese perché lì non è possibile una vita normale: c'è la dittatura, ci sono le persecuzioni, da 16 anni a 60 anni la vita non è più tua ma del dittatore. E il governo italiano ci butta verso il mare e fa affari con i dittatori eritrei».
l’Unità 10.7.10
Reato di immigrazione clandestina, la partita è ancora aperta
La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni delle sentenze con le quali ha affrontato la questione della legittimità dell’aggravante di clandestinità (249/2010) e del reato di immigrazione clandestina (250/2010). In relazione all’aggravante di clandestinità, la Consulta ha affermato senza mezzi termini che i diritti inviolabili spettano «ai singoli, non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani» e, pertanto, «la condizione giuridica dello straniero non deve essere considerata come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi, specie nell’ambito del diritto penale ». Pertanto, l’aggravante di clandestinità è stata considerata incostituzionale, per violazione dell’art. 3 e dell’art. 25 della Costituzione, perché la sua unica giustificazione sarebbe «una presunzione generale ed assoluta di maggiore pericolosità dell’immigrato irregolare, che si riflette sul trattamento sanzionatorio di qualunque violazione della legge penale da lui posta in essere». Più chiaro di così. Il reato di immigrazione clandestina, invece, ha superato l’esame della Corte. Ma, nel leggere la sentenza, sembra che la Consulta abbia lasciato dei margini per ulteriori esami, laddove le ordinanze di rinvio investano profili che, fino ad esso, sembrano non essere stati sollevati. La Consulta, infatti, ha sottolineato come, sebbene la classificazione dell’immigrazione irregolare come reato rientri «nella discrezionalità del legislatore», tale discrezionalità potrebbe «formare oggetto di sindacato, sul piano della legittimità costituzionale, solo ove si traduca in scelte manifestamente irragionevoli e arbitrarie». Insomma, la partita resta ancora aperta. Provvidenzialmente.
l’Unità 10.7.10
Faccetta nera
Eritrea-Etiopia atroci conquiste degli italiani
Non c’è nulla di più resistente del mito degli italiani brava gente. Ma gli storici e i documenti fotografici raccontano torture, repressione feroce e offese violente alle donne
di Iolanda Bufalini
Turismo sessuale di guerra potremmo titolare questa sezione della mostra che si è chiusa ieri all’Accademia britannica di Roma. Sono immagini atroci, anche quando i volti sorridono e la messa in posa ammicca alla presunta «disponibilità delle donne native». Le etiopi, le eritree che subirono l’occupazione italiana dal 1935 al 1941.
Sono immagini che fanno parte di una sezione più ampia della mostra «Margini d’Italia» organizzata da David Forgacs, storico britannico, che per curarla e raccogliere i materiali ha soggiornato sei mesi ad Addis Abeba, oltre che in Italia.
In Etiopia Forgacs ha incontrato i vecchi patrioti che comabatterono contro gli italiani, filmato i loro racconti e riprodotto le fotografie che ancora i combattenti conservano. Si tratta di immagini molto rare, perché i combattenti africani non avevano macchine fotografiche e la gran parte della documentazione fu scattata quando, nel 1941 , arrivarono gli inglesi. Per questo è particolarmente importante il ritratto di Jagema Kelo con un fucile russo, fatto quando Jagema Kelo, figlio di un signore locale, capo di una banda ad ovest di Addis Abeba, che aveva solo quindici anni, aderì alla resistenza e prese il comando di un’unità. «Gli storici italiani, da Angelo Del Boca a Luigi Gorla, a Nicola Labanca hanno raccontato la verità. Ma il mito di ‘italiani brava gente’ è duro a morire. Anche gli italiani che ho incontrato in Etiopia, i discendenti di quelli che erano rimasti nel corno d’Africa, sono convinti che quello italiano fu un colonialismo pacifico, finalizzato a dare un po’ di terra ai contadini. Ma non è vero, fu una guerra violentissima, anche perché la resitenza era forte. Una situazione analoga a quella dell’Afghanistan oggi, con le truppe di occupazione che controllavano le città ma non le campagne. Dopo l’attentato a Graziani, la repressione fu feroce, con migliaia di morti». Ci sono le fotografie, in parte scattate dagli stessi militari italiani, degli impiccati e delle teste mozzate ed esposte appese a un cappio per terrorizzare. C’è l’immagine di un combattente torturato che giace in terra. C’è
la copertina della “Difesa della razza” che, in modo inquietante, raffigura un gladio che separa l’effige di un romano da quelle di un ebreo e di un africano.
Due delle immagini che pubblichiamo fanno parte della raccolta di Luigi Goglia, ora nel Laboratorio di Ricerca e Documentazione Storica Iconografica dell'Università di Roma Tre. «Nel porto di Massaua sul Mar Rosso quattro marinai italiani tengono ferma una giovane eritrea mentre il loro compagno, un marconista della marina, Mario Fiore, scatta una foto-ricordo. La ragazza ha la testa abbassata ma è costretta dalle mani che la afferrano a stare in piedi e a mostrare i seni all’obiettivo. Uno dei marinai tiene in mano la camicia strappata alla ragazzina. Ci sono anche due uomini eritrei, uno dei quali sorride, stanno a guardare». Il disagio che proviamo a guardarla 75 anni dopo, spiega Forgacs, è perché «siamo costretti a vedere la scena dalla posizione del fotografo. Riceviamo in pieno i sorrisi dei suoi compagni che ci invitano a partecipare al loro divertimento. Mentre vorremmo identificarci con la sofferenza e il pudore violato della giovane».
L’immagine con la donna a seno nudo sulla città costruita dagli italiani combina l’uso del corpo femminile con la “promozione del prodotto”, come le tecniche pubblicitarie fanno fino ai nostri giorni: «In questa singolare fantasia sostiene David Forgacs il paesaggio e la donna sono allo stesso tempo pronti ad essere presi dal colonizzatore bianco». L’idea della disponibilità delle «native» si diffondeva in Italia attraverso le canzoni, come “faccetta nera” e attraverso le cartoline e le fotografie dei militari con ragazzine nude. Ma «Alcuni testimoni italiani contemporanei ammisero che molte immagini della ‘donna nativa’ erano false. Molte delle foto-ricordo scattate dagli italiani erano di prostitute di città».
Alla mostra si è affiancato un convegno di due giorni, con sedute plenarie e seminari. Fra gli altri abbiamo ascoltato l’intervento di Nicola Labanca che ha presentato i testi del “diritto coloniale” in cui si stabiliscono le norme di segregazione nei confronti dei «sudditi» africani distinti dai «cittadini». Il pane per questi, ad esempio, doveva esserre «abburrato all’80 per cento, al 20 per cento quello dei sudditi». I salari degli italiani più alti, a questi ultimi, però, era vietato fare i cencialioli o i saltimbanchi, «per difendere la dignità della razza».
il Fatto 10.7.10
Morte in Libia, vergogna Frattini
Il ministro degli Esteri di un governo collaborazionista con il regime di Gheddafi: indifferenza e disumanità
di Furio Colombo
La sera di mercoledì 7 luglio il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini è stato intervistato per il Tg3 (ore 19) da Elisabetta Margonari. Tema: 245 eritrei imprigionati e torturati dai libici. È una breve e terribile conversazione, in cui il capo della diplomazia di questa Repubblica ci fa sapere il grado di indifferente e irritata disumanità in cui è stata spinta l’Italia. Troverete il testo qui accanto. In queste righe riporto e commento i punti più impressionanti. La giornalista chiede se è possibile che gli eritrei dello spaventoso campo di Braq, che rischiano di morire stipati in celle sotterranee nel deserto, possano davvero essere liberati e lavorare, in Libia come annunciato dalla Farnesina. Frattini: “Siamo convinti che la rapidità con cui siamo arrivati a questo accordo dimostri la nostra buona fede, sicuramente quella dei libici”. Frattini sembra non ricordare che, con pompa e colore (e Berlusconi che bacia le mani a Gheddafi e le Frecce tricolori che saettano in onore di Gheddafi nel cielo di Tripoli) è stato firmato un trattato con la Libia, ratificato da tutto il Parlamento italiano, tranne una tenace opposizione dei deputati radicali, a cui – assieme a pochi altri – mi sono unito.
QUEL TRATTATO stabilisce che la Libia, in cambio del versamento da parte dell’Italia di 20 (venti) miliardi di dollari, provveda a bloccare qualunque tentativo di migrazione, dal deserto o dal mare, verso l’Italia. Infatti, dopo che le grida di aiuto e la denuncia di orrori dal campo di Braq avevano raggiunto l’Europa, né la Libia, né l’Italia hanno mosso un dito. Due lettere del commissario europeo per i diritti umani Hammarberg sono rimaste senza risposta. Ma Tg3 per primo, l’Unità e altri giornali (tra cui Il Fatto) hanno forzato il blocco del silenzio. Poi sarebbe stato raggiunto l’accordo, di cui non si vede e non si può verificare nulla. Una lettera del deputato radicale Mecacci, con dure e precise domande, è rimasta senza risposta. Ma ecco la voce, il pensiero, il senso di Frattini per gli esseri umani. Giornalista: “Queste persone che denunciano torture sono state respinte mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Non ci riguarda?”. Frattini: “Bisogna vedere se dicono la verità (…). E poi è molto curioso che persone che si dicono torturate avessero telefoni satellitari con cui parlare con mezzo mondo”.
NOTARE la sprezzante espressione, “parlare con mezzo mondo”, come di petulanti vicini di ombrellone che disturbano con i loro telefonini. Notare l’avvertimento del ministro degli Esteri italiano ai carcerieri libici: “Attenti a perquisire bene i prigionieri. Non lasciate in giro telefonini”. Di sangue, torture e morte il ministro italiano, che ha coinvolto l’Italia in quell’impresa criminale, non vuol sentire parlare. “Chi lo dimostra? Qui niente è provato”. Neanche Via Tasso era provata. E chi ci proverà che gli eritrei, prigionieri di Italia e Libia, sopravviveranno?
il Fatto 10.7.10
Eritrea, prigione a cielo aperto in guerra da vent’anni
di Gianni Perrelli
Asmara. Attraversano di notte con i miseri fagotti la mai definita frontiera con l’Etiopia o i valichi desertici che sfociano in Sudan. Migliaia di profughi rischiano ogni anno la vita per fuggire dall’Eritrea, che secondo Human Rights Watch è diventata una gigantesca prigione a cielo aperto. Proseguono a tentoni, taglieggiati dagli sciacalli delle migrazioni clandestine, verso il miraggio dell’Europa. Rimanendo quasi sempre incastrati (come i protagonisti delle recenti, drammatiche cronache) nei lager-trappola della Libia. Ma le fughe proseguono ininterrottamente. Per chi ha coraggio, la percezione dell’altissimo rischio è com-pensata dalla forza della disperazione. Meglio giocarsi la vita ai dadi che languire in un gigantesco lager dove non si vota mai, finché non si è vecchi è impossibile procurarsi un passaporto, la libertà di parola è duramente repressa e se non si ricevono rimesse dall’estero si vive di stenti con le razioni di cibo fornite dallo Stato. L’Eritrea (quasi sette milioni di abitanti, nove etnie, per oltre la metà musulmani sunniti, per un terzo cristiani ortodossi) è oggi uno dei paesi più isolati del pianeta insieme con la Corea del Nord, la Birmania e il Turkmenistan. Retta con il pugno di ferro dal presidente autocrate Isaias Afewerki, 65 anni, leader del Pfdj (Fronte popolare per la democrazia e giustizia) che ha deviato l’originale ispirazione stalinista verso una miscela di socialismo, islamismo e nazionalismo sfrenato . Stremata da un’economia asfittica appena alleviata dagli aiuti degli organismi internazionali, ma su cui si sono abbattute le sanzioni degli Stati Uniti per l’appoggio in Somalia alle Corti islamiche alleate di al Qaeda.
Dall’anno dell’indipendenza dall’Etiopia (1993), l’Eritrea è stata quasi sempre in guerra. Con lo Yemen per la sovranità di alcune piccole isole, con il Sudan e Gibuti sempre per questioni territoriali, in Somalia tramite l’appoggio all’ala più radicale dei combattenti islamici. All’interno, contro gruppi di guerriglieri nemici di Afewerki. Ma il conflitto dal quale il paese non si è mai del tutto ripreso è stato quello (1998-2000) con l’Etiopia che provocò 70 mila morti. Dopo la pace firmata ad Algeri è rimasto irrisolto il problema dei confini monitorati fino al 2008 da contingenti dell’Onu. Oggi la frontiera è ufficialmente chiusa. Con le truppe che si fronteggiano guardandosi in cagnesco. Asmara non ha relazioni diplomatiche con l’Etiopia. Ad Addis Abeba ha inviato sì un ambasciatore ma presso la sede dell’Unione Africana. Afewerki si ostina a evitare qualsiasi contatto con Meles Zenawi, il premier etiope, a cui era molto legato ai tempi (anni Ottanta) della comune lotta di liberazione contro il dittatore Menghistu Hailé Mariam oggi in esilio nello Zimbabwe. Il clima di mobilitazione militare permanente ha prodotto la leva obbligatoria per chi ha meno di 50 anni. In pratica, quando la patria chiama (e chiama spesso) ogni eritreo deve imbracciare il fucile. E nel bilancio dello Stato le spese per gli armamenti sono una delle prime voci. Ad Asmara, che ospitando piccoli flussi di turismo internazionale conserva una sua dimensione cosmopolita, si avverte meno il senso di prostrazione. Sì, non possono passare inosservate le lunghe code davanti ai negozi di Stato. Si percepisce la carenza di cibo e di carburante, aggravata dal carovita: un chilo di zucchero non razionato costa al mercato nero un terzo del salario medio mensile. Ma la capitale, dal punto di vista architettonico un gioiello dell’art deco, ha un suo volto disteso. La gente è cordiale, neanche nella penuria rinuncia al rito del caffè macchiato e alla convivialità di tradizione italiana. E’ nelle desolate campagne, dove il visitatore straniero può accedere solo con uno speciale permesso, che balzano più all’occhio le difficoltà di un paese dove il reddito pro capite è di soli 300 dollari l’anno (meno di un dollaro al mese).
Afewerki, nella sua paranoia isolazionista , nutre una vera e propria idiosincrasia per le interferenze dall’estero. Ha messo al bando quasi tutte le Ong occidentali ed espelle dal paese qualsiasi straniero risulti sospetto di voler mettere il naso nelle faccende di Stato. Ancor più pesante è la mano con il dissenso interno. Le carceri sono piene di oppositori. Sono stati epurati perfino una mezza dozzina di capi della lotta di liberazione che avevano preso le distanze dagli eccessi di repressione. I giornali e le tv sono da anni imbavagliati: il regime li ha statalizzati tutti e nessun organo di stampa può registrare neanche un minimo accenno di critica. Eppure Afewerki, rampollo di una famiglia elitaria di religione cristiano ortodossa ed ex studente di scienze naturali, dopo la presa del potere sembrava intenzionato a dar vita a uno Stato basato sulla giustizia sociale e sull’egualitarismo. Diede impulso fino alla guerra con l’Etiopia a un vasto piano di infrastrutture e introdusse alcuni diritti costituzionali . L’involuzione autoritaria, secondo molti politologi, deriva da un complesso dell’assedio che lo spinge a intravedere complotti ovunque. Mentre la vocazione militare, applicata in nome del patriottismo e della sicurezza nazionale, è anche un modo per nascondere gli immani problemi del paese nell’emergenza bellica. Nelle rare interviste l’autocrate si è difeso dalle accuse dicendo di essere vittima di una propaganda negativa, tendente a mettere in cattiva luce l’Eritrea. I profughi, secondo Afewerki, non fuggirebbero per ragioni politiche ma per cercare altrove migliori opportunità economiche. In Somalia lui non fiancheggia le Corti Islamiche, pensa semplicemente che una soluzione per quel tormentato paese possa venire solo dando rappresentanza a tutte le fazioni in guerra. E pur riconoscendo che l’Eritrea per ragioni contingenti attraversa serie difficoltà economiche, non manca di sottolineare che sanità e scuola sono gratuite, e in più non esistono né criminalità né corruzione. A differenza di tanti altri satrapi africani, Afewerki ci tiene a ostentare una vita molto frugale. Gira (apparentemente) senza scorta, manda i figli alla scuola pubblica, va da solo a comprarsi i vestiti e le scarpe. Osteggiato dagli Usa, ha buone relazioni con Israele da quando (negli anni Novanta) andò a curarsi a Tel Aviv. Ma recentemente ha stretto legami con l’Iran. Un’ambiguità di difficile interpretazione. Che cela probabilmente la necessità di rompere un isolamento letale per l’economia nazionale.
il Fatto 10.7.10
Botte in piazza Polizia fuori controllo
Le manganellate a Roma agli aquilani e sugli operai a Milano. Che succede?
di Paola Zanca
Giù la testa. Se protesti, son dolori. Dev'esserci qualcosa che non va se giovedì sera, un servizio di un tg nazionale – il Tg3 delle 19 – cominciava così: “Ma cosa sta succedendo alle forze dell'ordine? Perché tutta questa brutalità? È un eccesso di zelo o c'è una direttiva?”. Succede che nel giro di due giorni sotto i nostri occhi sono sfilate immagini surreali: prima i terremotati de L'Aquila, poi gli operai della Mangiarotti Nuclear. Rivendicano casa e lavoro, finiscono feriti in tre a Roma, in cinque a Milano. Le spiegazioni delle forze dell’ordine non convincono: nel caso degli aquilani, dicono sia colpa degli infiltrati dell'area antagonista romana e abruzzese, mentre contro gli operai milanesi sostengono ci siano state solo “azioni di contenimento”. Contenere cosa, non si sa.
Le forze dell’ordine e i feriti di questi giorni
Forse solo chi alza la testa: che l'aria che tira sia quella del “manganello facile”, è un dubbio che monta anche tra chi nella polizia ci lavora. “L'autoritarismo è il male del Paese e di questo governo”, dice Gianni Ciotti, che a Roma è segretario provinciale della Silp-Cgil. Gli episodi di Roma e Milano Ciotti li definisce “inconcepibili”.Ma un senso ce l'hanno eccome: nessuno crede che il clima si sia inasprito, che qualcuno abbia detto che è il momento di alzare le mani: “Direttive del genere non esistono e non possono esistere – spiega Ciotti – Ma è il sistema di tolleranza che è diverso”. A una manifestazione di terremotati, o alle proteste di lavoratori che rischiano di perdere il posto, ricorda Ciotti, “si sarebbe trattato fino all'inverosimile”. Cosa è cambiato? “Non siamo in un clima di tranquillità culturale, oggi chi dissente è un nemico. Chiunque manifesti è trattato come un diverso e può essere che anche l'agente delle forze dell'ordine lo percepisca come uno che rompe l'equilibrio. Oggi chi scende in piazza è uno che è fuori dalle regole: ma anche all'interno della polizia deve passare il messaggio che chi protesta ha gli stessi diritti di chi non protesta. Noi lo dobbiamo aiutare a manifestare, lo dobbiamo difendere” .E gli infiltrati? “Vorrei capire una cosa una volta per tutte: alla fine chi è stato ferito, un infiltrato o un cittadino inerme? Questa storia degli infiltrati continua a mostrare un po' di pecche – insiste Ciotti – Possibile che non si riesca mai a prenderne uno?”. Nemmeno dei famigerati black block si seppe più nulla. “È lì che bisognava fare chiarezza e stabilire qual era il modello di ordine pubblico vincente – dice Ciotti – Ma la politica non ha avuto forza di farlo. Ancora oggi – prosegue – vorrei qualcuno, non dico della maggioranza, ma almeno dell'opposizione che dicesse chiaramente se prende le distanze o meno dai poliziotti violenti di Genova”.
Per il Sap il modello vincente è il G8 di Firenze
Il modello vincente, “quasi da incorniciare” per Massimo Montebove, portavoce del Sindacato autonomo di Polizia fu quello di Firenze, al Social Forum del 2002, un anno dopo Genova: nessun contatto con i manifestanti, reparti “agili”, al massimo di 30 persone, servizio d’ordine interno al corteo, uso di lacrimogeni solo in casi di assoluta gravità e divieto assoluto di usare armi. Il Sap è convinto che a Roma il modello non abbia funzionato, sia perché c'erano “esponenti dell'area antagonista romana e abruzzese”, sia perché ci sono stati “tentativi di forzatura del percorso: non si può arrivare davanti a Palazzo Chigi, lo hanno impedito anche a noi quando abbiamo manifestato”. Ancora adesso sono “incazzati con il governo che ci sta trattando malissimo” e ammettono che quello che è successo a Milano è un “brutto episodio” che “la sera quando siamo senza divisa e discutiamo tra di noi, non ci lascia indifferenti”. “Le cose vanno migliorate, è evidente – conclude Montebove – Si sta tentando di incrementare la formazione psicologica degli agenti: da un lato per aumentare la professionalità, dall'altro perché ci sono stati episodi, penso al caso Aldrovandi, che hanno fatto capire che certi atteggiamenti vanno evitati”. Mentre vanno a lezioni di calma, le forze dell’ordine preparano “eclatanti iniziative di protesta”contro il governo e i minacciati tagli alle tredicesime. Chissà se a loro, alzare la testa, è ancora concesso.
il Fatto 10.7.10
Alleanza anti-bavaglio
Una giornata di sciopero per giornali, radio, tv e web Federazione della Stampa: “Il fronte è cresciuto”
di Stefano Caselli
Lo sciopero forse più controverso della storia del giornalismo italiano è andato in scena con successo, nonostante rimanga in piedi – insoluto – l’interrogativo-ossimoro di fondo, ossia l’efficacia di una “Giornata del Silenzio” proclamata “per fare rumore”. Nessun giornale in edicola (compreso Il Manifesto) tranne, com’era ovvio e prevedibile, Il Giornale, Libero, Il Tempo, Il Foglio e (seppur spaccato al suo interno) Il Riformista e il settimanale Gli Altri di Piero Sansonetti. Siti Web non aggiornati per 24 ore, finestre informative ridotte come previsto dalla legge sulla Rai (cui, come di consueto, si sono adeguate Mediaset, La7 e Sky), silenzio dalle agenzie (tranne l’AdnKronos): “Siamo molto soddisfatti – dichiara Roberto Natale, presidente della Fnsi – per il modo complessivo in cui lo sciopero è riuscito. Tra radio e televisione l’adesione è stata altissima, con punte del 99% a SkyTg24. La novità più importante però – prosegue – è che si è ristretta ulteriormente l’area dei giornali in edicola. Allo sciopero infatti, a differenza di quanto accaduto in passato, hanno aderito anche i quotidiani del gruppo Riffeser Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione”.
Anche molti periodici in edicola tra ieri e oggi hanno deciso di aderire alla protesta, rivolgendosi ai lettori con un comunicato firmato da 16 comitati di redazione, tra cui Mondadori, Rcs e Rizzoli.
Il Consiglio dell’ordine dei giornalisti appoggia “incondizionatamente” la protesta della Fnsi “contro il disegno di legge che pone intollerabili limiti al diritto di cronaca” e contemporaneamente “nella malaugurata ipotesi in cui il ddl venisse approvato nell’attuale formulazione” dà mandato al comitato esecutivo a “ricorrere a ogni possibile azione legale per difendere il diritto dei cittadini a essere informati”. Il dibattito sull’opportunità di ridursi al silenzio ha agitato nei giorni scorsi le redazioni di molti giornali, il Fatto Quotidiano compreso: “È uno sciopero di cui condividiamo fino in fondo le ragioni – ribadisce il blog di Marco Travaglio sul nostro sito – ma non le forme. Non ha alcun senso protestare contro il bavaglio imbavagliandoci per un intero giorno, facilitando il compito agli imbavagliatori che – oltre al danno la beffa – usciranno con i loro giornali-trombetta”. L’invito alla Fnsi, proveniente da più parti, di studiare forme alternative di protesta è stato respinto perché, spiega il presidente della Fnsi Franco Siddi “non è emerso alcun fatto nuovo”, ma il fattore determinante, probabilmente, è stato lo scarso tempo a disposizione per riformulare decisioni prese un mese fa.
Niente edicola nemmeno per Avvenire, il giornale dei Vescovi italiani, pur con molte perplessità del direttore: “Fatico a protestare per norme che non mi piacciono e che spero vengano giustamente ricalibrate, ma – scrive Marco Tarquinio – ritengo che la stretta di legge sia anche il pesante frutto di un modo sbagliato e guardone di fare giornalismo”. Parole sante per il successore di Dino Boffo, massacrato a mezzo stampa poco meno di un anno fa. Ma il ddl intercettazioni contro il tiro a segno che ha colpito l’ex direttore del quotidiano della Cei non sarebbe più efficace di quanto già previsto, dal momento che, come ha scritto Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, “esistono già leggi che puniscono gli abusi, anche per quanto attiene gli aspetti deontologici” e il caso-Boffo (un dipendente degli uffici giudiziari di Napoli è indagato per accesso abusivo a sistema informatico e il direttore de Il Giornale Vittorio Feltri è stato sospeso per sei mesi dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) ne è la dimostrazione.
l’Unità 10.7.10
Germania: non è reato scegliere embrioni sani Lo ha deciso la Cassazione
Due settimane fa la sentenza sull’eutanasia passiva che tanto scalpore ha suscitato. Ed ora la Corte di Cassazione tedesca torna a stupire con un nuovo pronunciamento destinato ad innescare polemiche.
di Gherardo Ugolini
La diagnosi preimpianto, ovvero l’analisi degli embrioni in provetta prima che vengano impiantati nell’utero, per verificare la presenza o meno di malattie genetiche, non costituisce un reato, neanche se il medico decidesse, sulla scorta dei risultati del test, di utilizzare solamente gli embrioni sani scartando quelli malati. Tale diagnosi consente di ridurre il numero degli aborti di bambini con gravi handicap o malformazioni, hanno spiegato i giudici del tribunale di Lipsia.
Il pronunciamento della Cassazione non significa affatto la possibilità di selezionare in misura illimitata gli embrioni in base alle caratteristiche genetiche. Opzioni come quella relativa al colore degli occhi o dei capelli, come anche per determinare il sesso, rimangono pur sempre vietate. Nessuna coppia in Germania avrà ora la possibilità di programmare un «bambino su misura». Tuttavia la sentenza incide profondamente nell’ordinamento in vigore, visto che una legge del 1991 vieta espressamente di distruggere gli embrioni. Ora sarà il Bundestag a dover intervenire per approvare una nuova legge possibilmente in armonia con la deliberazione dei giudici. La Germania si allinea così a Paesi quali Francia e Spagna in cui la procedura della diagnosi preimpianto è consentita pur con determinati limiti. In Italia invece la legge sulla procreazione assistita vieta radicalmente esami di questo tipo.
UN MEDICO APRE IL CASO
A rivolgersi al tribunale era stato un ginecologo di Berlino il quale si era avvalso della diagnostica preimpianto per tre coppie di genitori con malattie ereditarie sottoponendo gli embrioni a test genetici per poi impiantare solo quelli sani distruggendo quelli recanti anomalie. Incerto sulla correttezza giuridica del suo operato, il medico si era autodenunciato alla giustizia sollecitando un pronunciamento. Un tribunale della capitale tedesca in prima istanza lo aveva assolto, ma la Procura di Berlino aveva presentato ricorso. Ora è arrivata l’assoluzione definitiva della Cassazione.
Come era facile prevedere l’opinione pubblica ha reagito in modo differenziato. Da un lato c’è la presa di posizione dell’Ordine dei medici che si dice lieto del fatto che siano stati posti dei paletti giuridici espliciti e univoci sul tema scottante della selezione degli embrioni. Dall’altro la Conferenza episcopale ha ribadito il punto di vista cattolico per cui «l’uccisione degli embrioni non può essere tollerata in nessun caso, anche di quelli che dopo un esame sui danni genetici non devono più essere reinseriti nell’utero». Per i vescovi della Germania «ammettere la diagnostica preimpianto presuppone che all’embrione non venga riconosciuto alcuno stato equivalente a quello della persona nata». Anche le forze politiche sono spaccate sul tema: diversi leader della Cdu come per esempio la vice-capogruppo parlamentare Ingrid Fischbach, hanno contestato aspramente la sentenza sostenendo che «così si apre la strada ad una selezione tra forme di vita degne e indegne». Socialdemocratici, Verdi e Liberali sono invece propensi a varare rapidamente una legge quadro che accolga il giudizio della Cassazione.
Repubblica 10.7.10
Una mostra a Bucarest per ristabilire la verità storica sul personaggio
"Basta con i vampiri" la Romania dice addio al mito di Dracula
"È stata tutta una leggenda per presentare l’Europa orientale come una terra di primitivi"
di Valeria Fraschetti
Basta con falsi miti e leggende esageratamente truculente: per la Romania è arrivata l´ora di raccontare la verità storica sulla vita del principe valacco Vlad III, che nel 1897 ispirò allo scrittore Bram Stoker il personaggio di «Dracula». L´operazione di demistificazione ha preso ufficialmente il via ieri al Museo nazionale dell´arte di Bucarest, con l´inaugurazione della mostra di libri, manoscritti e ritratti intitolata «Dracula - voivoda e vampiro».
L´iniziativa, ha spiegato la curatrice Margot Rauch, è basata su «ricerche storiche che mostrano che le leggende sul Vlad Dracula erano tese a presentare l´Europa orientale come una terra di primitivi». Beninteso: non è che i visitatori troveranno testimonianze sulla vita di un santo. Vlad III non fu certo uomo magnanimo, bensì un autoritario governatore del Quattrocento che lottò strenuamente contro l´avanzata ottomana, famoso per non avere alcuna pena per i nemici. Non a caso, in onore della sua preferita tecnica di punizione, era più comunemente noto come Vlad Tepes, «L´Impalatore». E, difatti, tra le opere che per la prima volta da ieri sono esposte a Bucarest, c´è anche un´incisione che lo ritrae mentre consuma la sua colazione di fronte a un gruppo di prigionieri impalati, accanto a svariate teste sgozzate.
Ma gli organizzatori sostengono che Vlad III, che ereditò il titolo di Dracula dal padre, membro dell´Ordine dei Dragoni (drakul, in romeno), era «senza dubbio crudele, ma non meno di altri principi». Solo che lui fu «vittima della propaganda maligna dei suoi pari occidentali, specie gli ungheresi». Soprattutto, a peggiorare l´immagine del principe della Valacchia ha contribuito Bram Stoker: è unicamente al romanziere, dicono a Bucarest, che il principe deve la sua reputazione di vampiro.
A dispetto di questa convinzione, però, una parte importante della mostra è consacrata proprio al vampirismo, di cui si ritiene che diversi casi avvennero nel diciottesimo secolo in Europa sud-orientale. Fino al 10 ottobre saranno così esposti anche trattati sul fenomeno del vampirismo, dissertazioni sulla «masticazione della morte» e sull´attività (o l´ozio?) dei vampiri durante il giorno, risalenti al 1730-35.
La mostra tenterà anche di demistificare Dracula, ma di certo è in buona parte grazie alle vampiresche leggende sull´«Impalatore» se il 5,6 per cento del Prodotto interno lordo romeno è rappresentato dal turismo. Senza le fantasie di Stoker, la cittadina di Bran, nel cui castello è ambientato il romanzo, oggi sarebbe un sonnolente paesino e non un vivace centro turistico che pullula di negozietti di souvenir e libri che raccontano le atrocità di un governante che, in realtà, da lì forse mai neanche passò.