l’Unità 1.7.10
La Germania e le scelte di fine vita
La bioetica e il resto dell’Europa
di Maurizio Mori
Ormai l’idea che alla fine della vita gli interessati debbano scegliere sulla propria sorte è un fiume in piena che travolgerà le resistenze dei più accaniti vitalisti. A metà febbraio è stata l’Inghilterra a cambiare le regole sul morire, e lo ha fatto con un semplice atto amministrativo: il direttore generali delle indagini penali si è limitato a dire che la nuova normativa senza aprire all’eutanasia (attiva) mette al centro di eventuali indagini la motivazione della persona sospettata invece che le modalità della morte. In altre parole, si vuole evitare che la morte di chicchessia sia indotta per malvagità o per qualche motivo oscuro (“darker motive”) contro la volontà dell’interessato, più che il semplice fatto che sia “indotta” o no. Anche se da noi, in Italia, la notizia non ebbe grande rilievo, la realtà è che in Inghilterra il suicidio assistito volontario non è più reato.
Ora è la volta della Germania, visto che il 25 giugno la Corte federale di giustizia ha assolto i protagonisti della sospensione di nutrizione e idratazione artificiali di una donna che aveva espresso la volontà di non esservi sottoposta. In pratica il riconoscimento pieno del diritto di sospendere qualsiasi trattamento, nutrizione inclusa. Non si tratta affatto di eutanasia, ossia di atto teso a provocare la morte, né si è nella situazione di limbo dell’Inghilterra in cui ci si limita a controllare l’assenza di motivi oscuri. Ma se si considera che la Germania sul tema del fine vita ha un nervo scoperto, la sentenza è un importante passo in avanti che opera chiarezza. Si colloca in linea con quanto stabilito anche dalla nostra magistratura nei casi Welby ed Englaro.
In sé, quindi, nulla di straordinario. Solo un chiarimento dovuto che, come affermato dal ministro della Giustizia, «crea certezza legale», anche perché le volontà anticipate costituiscono una garanzia per pazienti e medici. Eppure, Avvenire ha presentato la notizia con sdegno: «Berlino “apre” all’eutanasia» quasi fosse una sbandata improvvisa e imprevista. Da una parte fa tenerezza l’impegno e l’insistenza posti dai cattolici nel cercare di far credere che il “male” abiti solo all’estero da cui arrivano le notizie choc. Dall’altra fa rabbia sentire il sottosegretario signora Roccella ripetere che la legge liberticida sul fine vita in discussione in Parlamento è necessaria e urgente perché la nostra magistratura non è stata prudente e perché si moltiplicano i registri comunali dei testamenti biologici. Credono davvero Roccella e i suoi amici cattolici che una legge basti a isolare il Paese dal resto dell’Europa come è stato al tempo della controriforma?
Maurizio Mori è presidente della Consulta di Bioetica onlus e docente all’Università di Torino.
l’Unità 1.7.10
Preti pedofili negli Usa Primo processo al Vaticano
I vertici vaticani possono essere processati per gli abusi sessuali commessi dai preti negli Usa. Così ha stabilito la Corte Suprema. E subito in California il difensore di una vittima dei preti pedofili denuncia la Santa Sede.
di Gabriel Bertinetto
Il Vaticano può essere processato. La Corte Suprema americana lunedì scorso ha detto sì alla richiesta di un avvocato di Minneapolis, che assiste le vittime di abusi sessuali commessi da preti pedofili. La sentenza riguarda una causa in particolare, intentata da un ex-chierichetto dell’Oregon, molestato negli anni sessanta dal sacerdote irlandese Andrew Ronan. Ma è chiaro che il precedente fissato dal massimo organo di giustizia statunitense potrebbe innescare una reazione a catena.
DURO COLPO
Per la Santa Sede il colpo è duro. I suoi legali avevano chiesto che fosse riconosciuta ai rappresentanti del Vaticano all’estero l’immunità che, secondo la legge degli Usa, sarebbe prerogativa degli Stati sovrani. La Corte Suprema si è rifiutata di applicare questa sorta di privilegio extraterritoriale e ha concesso il nullaosta a procedere. Vuol dire, afferma il presidente
del Tribunale Vaticano, Giuseppe Della Torre, che ci considerano una «corporation, una multinazionale». Ma ogni Chiesa nazionale «ha una sua propria autonomia -afferma Della Torre, secondo il quale «è contradditorio considerare da un lato la Chiesa una corporation, dall’altro intrattenere con la Santa Sede relazioni diplomatiche».
Imbarazzo oltre Tevere. Piena soddisfazione a Los Angeles, dove l’avvocato Jeff Anderson, incassato il successo nella causa dell’Oregon, passa all’attacco e denuncia il Vaticano per un’altra dolorosa storia di violenze sessuali. Protagonista padre Jim, alias Titian Miani, un salesiano di 83 anni, che nel corso della sua attività pastorale, «ha fatto almeno 13 vittime, e malgrado ciò ha continuato a svolgere il suo servizio».
ABUSI INSABBIATI
Anderson accusa i vertici della Santa Sede, i superiori dell’ordine salesiano, e i vescovi responsabili di una scuola a Bellflower, in California, di avere insabbiato il caso. Padre Jim fu arrestato nel 2003 per un caso di pedofilia poi caduto in prescrizione, ma aveva alle spalle altre tre denunce riguardanti fatti avvenuti negli anni quaranta, quando era un seminarista. Sono i ripetuti abusi subiti da un ragazzo di 13 anni, prima durante un ritiro spirituale in Italia, poi in un collegio a Edmonton in Canada, e poi nella diocesi di Stockton, in California, allora diretta dal cardinale Roger Mahoney.
L’avvocato sostiene che «il Vaticano era stato avvertito, ma il Papa e la congregazione per la dottrina della fede non rimossero» il religioso. Anzi a Bellflower fu incaricato dei rapporti con gli studenti senza che né gli allievi né le famiglie fossero avvertiti» delle sue malefatte. In quella scuola abusò di quattro minorenni fra cui un ragazzo di 15 anni e le sue due sorelline.
«Per molti anni -incalza Andersongli ordini religiosi con base a Roma hanno trasferito con impunità all’estero i sacerdoti pedofili per evitare di fare i conti con la giustizia».
La Chiesa rischia di essere condannata a pagare pesanti risarcimenti. Proprio ieri un giudice del Delaware ha aperto alle vittime di preti pedofili un fondo di investimento da 120 milioni di dollari amministrato dalla diocesi di Wilmington in bancarotta. A Boston l'arcidiocesi ha messo in vendita beni ecclesiastici tra cui il palazzo dell'Arcivescovo per pagare gli indennizzi. Nel 2008 la Società salesiana di Los Angeles accettò di pagare 19 milioni e mezzo di dollari per chiudere 17 vertenze.
Ma l’avvocato Anderson sostiene che per il momento, più ancora dei soldi che può ottenere a vantaggio dei suoi assistiti, gli interessa che escano dagli archivi vaticani i nomi dei preti pedofili ancora segreti.
il Fatto 1.7.10
Le magliette a strisce salvarono la Carta
I ragazzi di Genova e il bastone di Tambroni
di Annibale Paloscia
Sono passati 50 anni da quel 30 giugno 1960 quando i “ragazzi in maglietta a strisce” insorsero a Genova salvando la Costituzione e la democrazia. Oggi il libro di Annibale Paloscia, “Al tempo di Tambroni” (Mursia editore) ripercorre una delle pagine più drammatiche del Dopoguerra. Lo stralcio che pubblichiamo è tratto dal capitolo XXV.
Quella mattina sono le donne genovesi a fare la prima mossa. Arrivano in migliaia al sacrario dei caduti della Resistenza portando mazzi di fiori. “Tonnellate di fiori” scrive con enfasi un cronista. Alle 12 comincia lo sciopero generale. Si sospende il lavoro nelle fabbriche, negli uffici, al porto. Alle 15:30 si forma il corteo in piazza della Nunziata. La folla riempie la lunga via XX Settembre. Secondo la polizia i manifestanti sono trentamila. I cronisti li valutano tra cinquantamila e centomila. La marcia si conclude in piazza della Vittoria, dove la folla ascolta in silenzio il discorso del segretario della Camera del Lavoro Bruno Pigna. Un folto gruppo di ragazzi con le magliette a strisce si ferma in piazza De Ferrari e occupa lo spazio intorno alla grande vasca di bronzo eretta nel 1934 per celebrare le guerre coloniali italiane. Vicino alla fontana era schierato da ore un reparto di polizia col compito di sorvegliare gli accessi alla zona recintata con i cavalli di Frisia. All’improvviso la mischia, gli scontri, il fuggi-fuggi, gli inseguimenti. Vengono date diverse versioni. La questura di Genova sostiene che i poliziotti hanno reagito a un’aggressione. Giordano Bruschi, partigiano e capo del sindacato dei marittimi, smentisce l’aggressione contro la polizia. “Al massimo un lancio di monetine”.
L’impiego dell’idrante sicuramente è l’errore iniziale della forza pubblica. La polizia che, per proteggere il congresso missino, aveva imprigionato il centro di Genova con reticolati e mezzi blindati, avrebbe dovuto tollerare i fischi e gli slogan di quei ragazzi stanchi di tutti i divieti. Al primo errore ne segue uno più grave: quello di lanciare i poliziotti all’inseguimento dei ragazzi per completare la punizione a colpi di manganello. [...] Lì intorno c’è il gran labirinto dei caruggi, che offre ai manifestanti il terreno adatto per respingere le cariche e fare assalti di sorpresa. Nei vicoli le magliette a strisce ricevono solidarietà e il loro numero si moltiplica. Arrivano anche rinforzi di portuali che, venendo dal luogo di lavoro, si sono portati gli uncini usati per agganciare le balle.
Le cariche alla cieca e i lanci di lacrimogeni coinvolgono migliaia di persone di ritorno dalla manifestazione, con la conseguenza che tutto il centro diventa area di scontri. I reparti che presidiavano piazza De Ferrari sono ormai frammentati, sotto una pioggia di pietre, gambe di tavolini, materiale edilizio di ogni tipo. I celerini lottano corpo a corpo, ma quando i loro avversari diventano cinquemila sono costretti a fuggire. Nei vicoli sono bombardati di oggetti lanciati dai tetti e dalle finestre. Non hanno mascherine di protezione contro i loro stessi fumogeni. Alcune jeep sono incendiate, un capitano della celere viene gettato nella vasca di piazza De Ferrari. [...] Alle 18:30 succede un episodio che fa infuriare gli ufficiali del secondo reparto Celere di Padova, temuto per la brutalità. Mentre gli uomini di questo reparto sono bombardati con sassi e tegole, un reparto dei carabinieri, che segue la situazione senza muoversi dalla sua posizione, viene applaudito dalle “magliette a strisce”. Alcuni carabinieri si lasciano prendere sottobraccio dai ragazzi usciti dai caruggi, si parla, si scherza. L’ispettore del corpo degli agenti di PS scrive al capo della polizia: “Vedemmo con sbalordimento prima e con indignazione poi, alcuni carabinieri avanzare sulla piazza, in mezzo ai dimostranti, come in una parata”. L’ufficiale denuncia “l’arcinoto atteggiamento dei carabinieri”. Avverte che se perdurasse, “le nostre valorose, pazienti ed educate guardie, nell’espletamento dei loro duri istantanei interventi, potrebbero coinvolgere, contro volontà, i carabinieri nello stesso trattamento riservato ai facinorosi”.
La maggior parte dei manifestanti scesi in piazza durante lo sciopero generale erano lavoratori e impiegati, uomini e donne, che da settimane, appena usciti dalle fabbriche e dagli uffici, andavano alle riunioni in cui si decidevano le iniziative contro il congresso missino. Per questa massa di cittadini, che non si aspettavano le violenze, né erano preparati a difendersi, fu più difficile evitare le manganellate, gli idranti e i lacrimogeni. [...] Dopo tre ore e mezzo di scontri, verso le 19:30, il presidente dell’Anpi Gimelli sale su una camionetta della polizia, gira per i quartieri, e con un megafono lancia appelli a cessare gli scontri. Poco dopo si torna a camminare nelle strade di Genova senza caroselli di jeep, senza idranti e lacrimogeni, senza ragazzi che tirano pietre. Centonove agenti ricorrono a cure in ospedale. In serata la Camera del Lavoro proclama un nuovo sciopero generale di 24 ore nella provincia per il 2 luglio, in concomitanza con l’apertura del congresso missino. Nel comunicato si dà la colpa degli incidenti alla polizia per il “brutale intervento a manifestazione sciolta”. A Roma si convoca subito il Senato. Il ministro dell’Interno Spataro rovescia sui comunisti tutta la responsabilità dei disordini di Genova. Il senatore Gaetano Barbareschi, segretario della Federazione socialista genovese, gli risponde: “Lei ci spaventa per la mancanza assoluta di conoscenza dei fatti”. Ricorda che la protesta contro il congresso missino unisce tutti i partiti antifascisti “compresa una parte notevole della Democrazia cristiana”. Denuncia la irresponsabilità del governo “perché non si convoca il congresso del Movimento sociale a dieci metri di distanza dal sacrario dei caduti partigiani”.
Repubblica 1.7.10
Compagni
Dall’utopia al tabù tutti sono diventati ex
di Nello Ajello
È stato un termine che indicava appartenenza e militanza. Adesso invece il suo utilizzo è un casus belli che provoca polemiche e imbarazzi Stare seduto lì in quell´aula con i suoi compagni, e i suoi capi, non era inutile. Anche lì serviva Era un compagno proletario, anche lui pensionato, che però non aveva né casa né famiglia Mi hanno consegnato qui un biglietto: "Compagno non commentare le tue poesie"
«Compagno». Ecco una parola che non sopporta sinonimi. Ha attraversato l´intera utopia del marxismo. È risuonata per decenni nei raduni della sinistra. È passata dalle labbra di Amadeo Bordiga e di Antonio Gramsci a quelle di Ignazio Silone. Ha animato i comizi di Nenni e di Saragat. La scandirono per una vita Togliatti, Secchia o Di Vittorio. Da quel vocabolo – «compagni» – Vittorini e Calvino soffrirono a distaccarsi, mentre Marco Pannella lo adottava in un senso tutto suo. E oggi quel termine è più che altro un pro-memoria: il solo, forse, che ci dica qualcosa su ciò che s´era convenuto di chiamare le «masse».
Fra entusiasmi, anatemi, trionfi, rovesci.
«Su fratelli, su compagni, – su, venite in fitta schiera», esortava un tempo l´Inno dei lavoratori, firmato da Filippo Turati. E oggi? Oggi la schiera non troppo fitta dei militanti della sinistra ha deciso di resuscitarla, quella parola, come stiamo per raccontare. Ma è una resurrezione necessariamente breve, su uno sfondo che non potrebbe essere più diverso da quello che aveva quando dirsi «compagno» rappresentava un segno di riconoscimento e sottolineava l´appartenenza a una genealogia di cui si onoravano senza tregua i supremi modelli. «Come ebbe ad affermare il compagno Lenin», «lo ha bene spiegato il compagno Stalin»: ecco una coppia di frasi che, nella scuola del partito comunista alle Frattocchie, era adottata per reprimere i dubbi.
Una sfida interessante potrebbe essere quella di trovare, nella pubblicistica comunista, l´espressione «ex-compagno». Deve esservi comparsa di rado. Nei partiti comunisti si entrava e basta. Le loro porte erano sorvegliate dai Capi. Su chi le varcava in uscita, gravava una patente d´indegnità: non più il «compagno» ma il «rinnegato». Quando lo scrittore Elio Vittorini, primi anni Cinquanta, manifestò il proprio disagio a condividere il «credo» comunista, Togliatti si disse stupito. «Era venuto con noi», scrisse su Rinascita «perché credeva che fossimo liberali, invece siamo comunisti. Perché non farselo spiegare prima?». Dal partito liberale (era sottinteso) ci si può allontanare con reciproci saluti. Da noi, no: o sei un compagno o non sei niente.
Dal caso Silone (1930) alla radiazione degli aderenti al Manifesto (1969), la casa dove abitano i compagni non contemplerà restauri. Solo più tardi, a quel venerando sostantivo potrà seguire qualche aggiunta: «compagni di strada» (come a dire, catecumeni a metà) o, più avanti ancora, «compagni che sbagliano». È già l´alba del terrorismo, la fine d´un sogno.
Ma passiamo all´oggi, tanto meno drammatico ma a suo modo agitato. Nel tornare in discussione due settimane fa, la parola «compagno» ha assunto qui in Italia le sembianze d´un casus belli.
A pronunziarla sabato 19 giugno, durante un raduno al Palalottomatica dell´Eur, è stato un bravo attore. Si chiama Fabrizio Gifuni. Di recente ha incarnato De Gasperi in tv. È figlio di quel mandarino della Repubblica, a nome Gaetano, che fu il gran consigliere di Scalfaro e poi di Ciampi sul Colle.
«Compagne e compagni, è tanto che volevo dirlo», ha esordito Fabrizio. Gli premeva denunziare il trattamento punitivo che il governo riserva alla cultura. E a quel suo incipit hanno fatto subito seguito i commenti, i plausi, i dinieghi. Essi non riguardano naturalmente la cultura, ma quel vocabolo risuscitato: «compagni».
Un´occasione per sfogarsi? Una scusa per abbandonarsi al prediletto masochismo? È difficile interpretare umori così istintivi. A riempire i giornali e il web di reazioni a catena è stata una fetta cospicua dei progressisti nostrani. Si va da quei cinque giovani «democratici» romani che hanno rifiutato la definizione di «compagni», scrivendo a Bersani di essere nati in contemporanea con il Pd (li hanno subito definiti i «nativi») all´opposta opinione di quella loro coetanea che, impegnata nell´attività di partito, confessa all´Unità: «Non ho il tempo di offendermi se qualcuno mi chiama compagna». E il Pd sembra dividersi intorno alla parola. Il senatore Stefano Ceccanti vorrebbe abolirla. Alludendo ai «nativi», il deputato europeo Leonardo Domenici, sbotta: «Anche i giovani possono dire delle cretinate». Debora Serracchiani propone una ricetta complicata: «Occorre trovare nuovi serbatoi simbolici». E al vertice del partito? Rosi Bindi si schiera con Gifuni.
Enrico Letta trova «stridente» quel suo appello. Beppe Fioroni incalza: «Compagni? Parola da archiviare». Degno di archiviazione, secondo Bersani, è l´intero argomento: «Basta finire sui giornali con polemiche inutili».
Un concerto di voci. Un caso assai «partecipato». In tema di partecipazione, circolava nella Parigi del ‘68 un aforisma sotto forma di coniugazione. Suonava così: «Je participe, tu participes, il participe, nous participons, vous participez, ils profitent». Trasportata la canzoncina qui e ora, è facile scoprire a chi possa alludere il verbo conclusivo. Basta registrare l´annoiata benevolenza con cui qualche giornale contrario alla sinistra ha commentato il caso del giugno 2010. «Chiamatevi compagni, vi resta solo questo», titolava Libero. Ma poi scriveva, dubbioso: «Hanno forse ragione quei ragazzini agnostici» (i «nativi», s´intuisce) a rifiutare la parola «compagno», «ultimo resto ingombrante e osceno di una chiesa che fu».
Un´altra volta, figlioli, state più attenti.
Repubblica 1.7.10
I funerali di Berlinguer
di Guido Crainz
Forse l´ultimo momento in cui ci si chiamò così furono i funerali di Enrico Berlinguer, nel 1984 L´ultima occasione in cui la "gente comunista" occupò pienamente la scena, nel dolore e nell´orgoglio Alla fine degli anni ´ 70 il declino di una comunità Il popolo degli orfani
Quando iniziò ad appannarsi la «forza propulsiva» della parola? Il passaggio dall´ultima fase espansiva al declino è in realtà molto breve. Negli «anni ´68» il suo fascino dilaga ben oltre le fila tradizionali del movimento operaio ma l´inversione di tendenza non tarda molto: la crisi è evidente ben prima del 1989, e si avverte già nel declinare degli anni settanta. Nella stagione del terrorismo gli assassinii dei «compagni che sbagliano» recano il primo colpo mortale ed evocano al tempo stesso crimini del passato ancor più tragici ed enormi, compiuti in nome dell´idea. Incrinano certezze e rimozioni. «Un compagno non può averlo fatto», diceva la canzone dedicata a Pino Pinelli all´indomani della strage di Piazza Fontana: allora era profondamente vero ma pochi anni dopo i compagni lo avrebbero realmente fatto. Ancor peggio stavano facendo i compagni del Vietnam: il paese che era stato centrale per il tumultuoso volgersi a sinistra di una generazione diventava l´immagine e la rivelazione devastante di una menzogna storica. E il dissenso dell´Est iniziava, sia pur con molta fatica, a trovare interlocutori meno insensibili che in passato.
«Non abbiamo più niente, compagni, siamo orfani», scriveva Lotta continua il 31 dicembre del 1977. Di lì a poco rimarrà solo l´essere orfani, e la parola era ormai accerchiata anche su altri versanti. Lo slogan più diffuso e più limpido degli «anni ‘68» era stato «operai e studenti uniti nella lotta»: per il «movimento del 1977» gli operai sono diventati i "garantiti", quasi una comunità di privilegiati. Per la prima volta un movimento di sinistra vedeva nella classe operaia non il punto di riferimento di una vasta comunità di compagni ma un disvalore. E gli operai stessi, lo registravano allora le inchieste di Giulio Girardi, sentivano appannarsi quel senso di comunanza. Nel 1980 la «marcia dei quarantamila» della Fiat, con la sua capacità di rappresentare umori che andavano ben al di là dei "capi" e degli impiegati, verrà solo a chiudere duramente il cerchio.
In quello stesso anno dall´interno del Psi di Bettino Craxi prendevano forte impulso anche altri processi che a quella parola avrebbero irrimediabilmente attentato. Non solo e non tanto per il crescente prender le distanze dai simboli e dai riti del primo socialismo quanto per il progressivo privilegiare i ceti emergenti rispetto a quelli sofferenti e, più ancora, per quella vera e propria "mutazione genetica" del partito che verrà ampiamente alla luce molto prima di Mani pulite.
Anche altri processi travolgono però l´idea stessa di un´appartenenza collettiva. Già nel 1978, nel momento più cupo degli «anni di piombo», il trionfo de La febbre del sabato sera annuncia il "riflusso" che avrebbe caratterizzato gli anni ottanta. «Non so più a chi non credere», dice un personaggio di Altan, ed erano davvero molte le identità, le speranze e le idee che rifluivano. Forse l´ultimo grande momento in cui ci si chiamò compagni senza ombre o reticenze furono i funerali di Enrico Belinguer, nel 1984: l´ultima occasione in cui il "popolo comunista" e, più in generale, il popolo di sinistra occupò pienamente la scena, nel dolore e nell´orgoglio. Profondamente diverso, certo, da quello che aveva invaso Roma alla morte di Palmiro Togliatti, eppure ancora reale: ancora una folla di compagni. A ben vedere, le immagini e le interviste raccolte allora da una nutrita schiera di registi ci riconsegnano, ben prima del 1989, un mondo in via di scomparsa. Ci aiutano, anche, a riflettere su di esso e sulla nostra storia.
Repubblica 1.7.10
Quell´Arte di classe
di Filippo Ceccarelli
«Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione» scriveva Antonio Gramsci. Ebbene, di questa rivoluzione romantica o di questo romanticismo rivoluzionario, il tributo più ardente e insistito alla parola «compagni», l´energia più estesa e vibrante si deve a Majakovskij.
È specialmente nella sua poesia che l´appellativo o l´interiezione acquista potenza letteraria e tonante: «Compagni! Sulle barricate!/ Barricate di cuori e di anime». Altro che materialismo storico: «Siamo uguali. Compagni d´una massa operaia./ Proletari di corpo e di spirito». Nella sua Lettera aperta agli operai, Majakovskij conquista l´attenzione ben al di là delle circostanze della storia: «Compagni, il duplice incendio della guerra e della rivoluzione ha devastato la nostra anima e le nostre città». Nel suo appello agli artisti e agli intellettuali l´evocazione risuona ultimativa: «Compagni, date un´arte nuova,/ tale che tragga la repubblica dal fango».
Fino all´estremo della sua vita, fino all´ultimo biglietto, scritto prima di farsi saltare le cervella: «Mamme, sorelle, compagni, perdonatemi». E ancora, come rivolgendosi a un´entità personale, tragica illusione da poeta: «Compagno governo, la mia famiglia è Lili Brik».
Ecco. A cercare «compagni» come fonte d´ispirazione artistica, si rischia oggi di rimanere con un nobile pugno di cenere tra le mani. Libri, film, quadri: così inattuali, così stranianti, così ambigui, a volte. Spunta dallo scaffale, reparto terrorismo, Compagna luna (Feltrinelli, 1998): l´ha scritto in prigione Barbara Balzerani, la più spietata brigatista. Ma è un volume lontano mille miglia, una vertigine di anni e di senso, da Il compagno di Pavese, romanzo vivo di riscatto (1947). Eppure, quando Pavese prese a interessarsi al mito, gli intellettuali comunisti la presero così male da fargli appuntare nei suoi diari: «Pavese non è un buon compagno. Discorsi d´intrighi dappertutto. Losche mene, che sarebbero poi i discorsi di quelli che ti stanno più a cuore».
I buoni compagni. O i compagni buoni – che non era proprio la stessa cosa, ma in fondo sì. Comunque quelli che tra la nascita e la morte, solo attraverso quell´appellativo, diedero dignità alla loro condizione attraverso la lotta. Quelli, per dire, che già due secoli orsono affrontavano lo sguardo del pubblico nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. O quelli immortalati da Monicelli nel 1963 in un film, I compagni appunto, reso ancora più epico dalla straordinaria fotografia di Peppino Rotunno. Quelle scarne figure, infine, sagome d´acrilico rosso con chiavi inglesi e cartelli, che dopo il Sessantotto Mario Schifano volle intitolare Compagni, compagni – e che una truce leggenda anti-gruppettara voleva foderassero a mo´ di boiserie le pareti della sala da pranzo della casa romana dell´Avvocato Agnelli.
Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo cantava nel frattempo Ricky Gianco. Eppure c´è una bellissima definizione che con i dovuti aggiornamenti sembra resistere all´usura del tempo. La ricordava giorni fa sul Manifesto Alessandro Portelli e forse ancora vale perché, più che da un ideologo, viene dal più grande studioso di antropologia culturale, Ernesto De Martino, che così spiegò la passione dei suoi studi: «Io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un "compagno", come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo».