l’Unità 10.6.10
Nuove ragioni per resistere
di Concita De Gregorio
Siccome diamo per scontato che il premier e i suoi consiglieri conoscano le date fondamentali della nostra storia (e diamo anche per scontato che il premier sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali), siamo obbligati a considerare non casuale la coincidenza tra il forsennato attacco alla Costituzione della Repubblica e il 70 ̊ anniversario della mussoliniana dichiarazione di guerra.
Anniversario a parte, le analogie sono tante. L’assoluta mancanza di rispetto per la Storia, la faciloneria nel liquidarne l’insegnamento. Il fastidio per le regole e l’illusione che un’ idea dissennata diventi sensata solo perché sostenuta da una maggioranza urlante. Il disprezzo per le giovani generazioni e per la loro formazione.
Grazie alla nostra Costituzione, che la guerra ripudia, non si possono più mandare i giovani al macello. Ma si possono distruggere le basi della loro formazione civile dileggiando la carta fondamentale. Che, come Silvio Berlusconi dovrebbe sapere, fu scritta facendo tesoro di quanto era accaduto dopo quel 10 giugno del 1940, perché non si ripetesse mai più.
Conosciamo troppo bene la dinamica servile che s’innesca in queste circostanze. Ci sarà chi dirà che il discorso di ieri del premier è stato “frainteso”. Ci sarà qualcuno dei suoi lautamente stipendiati intepreti autentici che irriderà il nostro disgusto. Lo sappiamo bene. Ma è un motivo in più per andare avanti. Togliere significato alle parole o, peggio, con-
ferire al leader una speciale immunità semantica (in aggiunta a quella giudiziaria) è un altro modo per fiaccare e avvilire una democrazia. Perché la democrazia si fonda sul confronto delle idee e sul rispetto. Altra categoria che il nostro premier ignora come dimostra l’incredibile notizia emersa ieri: fin dal 25 maggio il consiglio dei ministri aveva deciso di porre la fiducia sulla legge-bavaglio. È ora chiaro con qualche convinzione la maggioranza abbia in queste settimane dialogato con le opposizioni.
Ieri abbiamo dato notizia del boom di iscrizioni di giovanissimi all’Associazione nazionale partigiani. Prendono tutti la tessera da antifascista. L'aggettivo che il nostro premier non ha mai voluto pronunciare, ed è sempre più chiaro perché. Ecco un modo per rispondere e per cominciare a costruire un paese migliore. Con pacatezza, lucidità e coraggio cominciamo a pensarci tutti come moderni partigiani. La Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio nel presente.
l’Unità 10.6.10
La Costituzione
Architrave della democrazia
di Marcella Ciarnelli
L'originale della Carta è custodito nell'archivio di Palazzo Sant'Andrea, di fronte al Quirinale, che quell'archivio ha voluto. A pochi passi c'è la sede della Consulta. Rassicura che i massimi garanti della Costituzione pur con funzioni diverse, l'abbiano così vicina, quasi ad accudirla. A difenderne la concezione e il testo che scaturì dal dibattito e il confronto di forze diverse. L'origine e il futuro. Le radici e la prospettiva. Con una capacità di accoglimento delle istanze e allo stesso tempo di anticipazione che ancora lascia sorpresi davanti all'incapacità di dialogo e di confronto che sembra caratterizzare l'attuale epoca politica nonostante sia evidente che per superare la crisi, lo ha ribadito ancora ieri il presidente Napolitano, sia più che mai necessaria “una comune progettualità sorretta da una coerente visione dell'interesse generale”. E, innanzitutto delle giovani generazioni. Un attacco non nuovo quello del premier. Già nel 2003, giusto per citare un episodio, si esibì, sempre davanti ad una platea di imprenditori, in una show smodato come quello di ieri sull'articolo 41. A quello per tutti gli altri che a suo parere lo imprigionano e lo condizionano. Ad un testo tutto che a seconda dei giorni definisce “cattocomunista” ma anche di “ispirazione sovietica”. Quindi “un inferno” per lui che per le regole non ha alcun rispetto. Ma altri vigilano. Parlano per il Capo dello Stato e per tutti i garanti della Carta le parole dette in tante occasione. In particolare nel sessantesimo. “La nostra come ogni altra Costituzione democratica è legge fondamentale, architrave dell'ordinamento giuridico e dell'assetto istituzionale. E in quanto tale essa va applicata e rispettata”. Il punto fermo è di Giorgio Napolitano nell'intervento alla Biennale della democrazia, Torino, aprile 2009.
l’Unità 10.6.10
Un problema europeo
Jean-Froncois Juillard Segretario Generale Reporters sans Frontières
I senatori italiani sono oggi l’ultimo baluardo democratico contro il progetto di legge sul divieto di pubblicazione delle intercettazioni telefoniche o delle informazioni relative a indagini in corso. Il testo prevede sanzioni penali ed economiche, multe che possono raggiungere più di 450mila euro per gli editori di giornali o per media audiovisivi che dovessero diffondere documenti o registrazioni audio e video realizzati nel corso di una indagine giudiziaria.
Se il testo fosse ratificato oggi, i senatori impedirebbero de facto qualunque indagine giornalistica nel campo giudiziario. Prigioni o multe sproporzionate, le pene in cui possono incorrere i contravventori rappresentano in effetti una vera censura, un ostacolo economico e penale inammissibile alla libertà di informare su uno degli aspetti principali di una società democratica.
Nessuno mette in discussione il principio dell’indipendenza dei magistrati italiani, unici titolari del compito di pronunciarsi sui dossier giudiziari. Ma la storia ci ha dimostrato che la stampa ha spesso, e molto largamente, contribuito con le sue inchieste a far progredire dei casi, se non addirittura impedito che essi cadessero nell’oblio o nell’impunità. E se è vero ed evidente che l’Italia non può essere ridotta ai suoi problemi di corruzione o alle attività mafiose, è anche certo che questi temi non possono essere “legalmente” seppelliti da un testo che legittima
il blackout mediatico. I giornalisti italiani possono sin da ora contare sulla solidarietà di Reporters sans frontières per pubblicare simbolicamente sul nostro sito i dati che dovessero cadere sotto il colpo di questa censura.
Una decina di giornalisti italiani vivono sempre sotto protezione della polizia per aver indagato su questi temi giudiziari e per averli pubblicamente denunciati. Questo unico fatto avrebbe dovuto convincere da molto tempo i parlamentari ad abbandonare questo progetto. Non mescoliamo d’altra parte i ruoli. I giornalisti non sono responsabili né del contenuto di queste intercettazioni né degli scandali che esse permettono di mettere in evidenza. La loro pubblicazione in extenso nei media non costituisce diffamazione ma è di interesse pubblico e costituisce, d’altra parte, uno dei principali vettori che permettono di rinforzare le indagini pubblicate. Allo stato, il progetto di legge metterebbe i giornalisti in una posizione schizofrenica, stretti tra l’esigenza di fornire la documentazione indispensabile per chiarire ciò che scrivono e la proibizione legale di fornirle ai propri lettori.
Noi facciamo appello a ogni senatore perchè non si renda complice di una legge liberticida e totalmente incompatibile con gli standard democratici europei che le assemblee parlamentari devono incarnare e garantire. La posta in gioco di questa legge supera d’altra parte l’ambito nazionale.
Se l’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, dovesse approvare questo testo di legge, il segnale inviato ai paesi extra europei sarebbe catastrofico e incoraggerebbe un buon numero di dittature a “ispirarsi” opportunamente a questo testo per limitare la capacità investigativa della stampa locale. Secondaria agli occhi di alcuni, questa dimensione del problema non può, non deve, essere trascurata.
(traduzione di Marina Fortuna)
Repubblica 10.6.10
La sovranità privata
di Carlo Galli
«Fare leggi rispettando questa Costituzione è un inferno». Certamente, alle molte e anche contrastanti definizioni di "Costituzione" mancava ancora questa: ma c´è da sperare che d´ora in poi i manuali di diritto costituzionale tengano conto anche della Costituzione come inferno, ultima delle esternazioni di Berlusconi in questi giorni.
D´accordo. Si tratta del solito espediente grazie al quale una sostanziale vittoria (il provvedimento sulle intercettazioni) viene fatta passare, in perfetto stile democristiano, per un compromesso di cui non si è soddisfatti: a ciò Berlusconi è spinto anche dal timore di esser poi travolto nella sconfitta nel caso che dal Quirinale venga uno stop alla legge. La prova di forza della "blindatura" – e a maggior ragione il pugno sul tavolo del voto di fiducia – è venata da debolezza, come ha scritto ieri Ezio Mauro. Al tempo stesso si tratta di una mossa diversiva, per aprire una polemica che distolga l´opinione pubblica sia dalla legge-bavaglio sia dalla manovra economica, due provvedimenti fortemente impopolari. E per incolpare qualcuno o qualcosa – la Costituzione, chi l´ha voluta in passato, chi la difende ora – come responsabile delle debolezze e delle contraddizioni dell´azione di governo, che vanno imputate invece alle divisioni nella maggioranza e all´uso distorto delle istituzioni, che non sono state pensate per essere utilizzate come ora avviene.
Il discorso pubblico che proviene da Berlusconi – esplicitamente post-costituzionale, e ormai anti-costituzionale – è infatti consapevolmente centrato sul trasferimento nel campo politico delle logiche imprenditoriali del "comando efficace", libero da ogni contropotere costituito, anche da quello delle norme e delle procedure. La funzione pubblica è quindi concepita come qualcosa di discrezionale, che dipende dalla volontà del Capo: non a caso egli afferma che la Protezione Civile dovrebbe astenersi dal suo dovere, in Abruzzo; e che la Rai non dovrebbe vedersi rinnovare il contratto di concessione, se non si piega ai suoi voleri.
Questo prevalere del Privato sul Pubblico viene definito da Berlusconi "sovranità": quel Privato ha infatti vinto le elezioni, e ha quindi ricevuto un presunto mandato dal popolo sovrano a governare senza limiti né controlli. A questa aberrante conclusione egli giunge poiché concepisce la sovranità come la titolarità e l´esercizio di una volontà monolitica e irresistibile (in un certo senso, come facevano i giacobini, che concentravano nelle loro mani la sovranità del popolo). È questo modo di pensare che gli fa dire che i pm e la Corte Costituzionale, esercitando le loro funzioni giurisdizionali, attentano alla sovranità; che cioè lo colloca al di fuori della dimensione costituzionalistica che la nostra democrazia si è consapevolmente data nel secondo dopoguerra. Infatti, la nostra Costituzione (non senza suscitare a suo tempo qualche perplessità, anche a sinistra) ha impiantato sul corpo della sovranità popolare l´elemento – che proviene dalla civiltà politica e giuridica del costituzionalismo inglese e americano – del controllo di legalità, da parte della magistratura, sulle azioni dei membri del ceto politico in generale, e del controllo di legittimità, a opera della Corte Costituzionale, sugli atti del Legislativo (e sui decreti dell´Esecutivo). Nessuno, nemmeno la sovranità popolare, è onnipotente: la politica si manifesta attraverso il diritto che limita, con la legge, ogni potere; e garantisce così i diritti di tutti.
Se Berlusconi afferma che agire secondo la Costituzione è un inferno, evidentemente pensa che il paradiso sia il potere senza limiti: il potere privato di un padrone (in greco, despòtes), reso onnipotente dall´investitura popolare. Insomma, la sua idea di sovranità è privata e al tempo stesso assoluta: è, tecnicamente, un´autocrazia plebiscitaria. La quale oggi si manifesta con chiarezza programmatica, ma forse anche epigrammatica: come annuncio di linee d´azione "riformistiche" per l´avvenire (secondo le parole di commento di Bossi, e secondo le proposte recentissime di Tremonti sull´articolo 41), ma anche come commento conclusivo di un ciclo politico, reso "infernale" proprio dalla sopravvivenza ostinata della Costituzione.
In ogni caso, questo "discorso" – che, certamente, cela la concreta finalità di coprire specifiche persone rispetto a specifiche responsabilità in specifiche inchieste giudiziarie: una finalità parziale alla quale si sacrificano beni collettivi come l´efficacia delle indagini e la libertà dei cittadini – fa passare come ovvia la tesi che la politica consista in un comando senza controlli, purché efficace. Ed è questa tesi a distaccare gli italiani dalle radici del loro passato democratico e costituzionale (recente, ma anche ormai remoto: o almeno così pare), e a generare, proprio col suo apparente tono iperpolitico, uno specifico atteggiamento antipolitico, cioè quell´analfabetismo civile che afferma qualunquisticamente che solo i fatti contano, e che le regole sono soltanto pastoie che frenano l´agire dei governanti. Una tesi, quella espressa da Berlusconi, che ha almeno il merito della chiarezza; e che individua un fronte di conflitto politico dal quale sarà difficile sottrarsi, anche per chi lo volesse: il fronte che vede da una parte chi lotta apertamente contro la forma e la sostanza della Costituzione, e dall´altra chi la difende, consapevole che in questa difesa – si spera non rassegnata, né di maniera – consiste ormai la sostanza della nostra democrazia.
l’Unità 10.6.10
Se anche la sinistra mette i vecchi contro i giovani
Gira in Italia un pericoloso luogo comune che contrappone i figli ai padri: una trovata demagogica che non affronta né risolve i problemi. Come dimostra la questione dei “fuori ruolo” nelle Università
di Michele Ciliberto
Il vero problema
La questione generazionale esiste ma è in primo luogo una questione economica e sociale che attiene ai nuovi rapporti tra capitale e lavoro: un’analisi che oggi è del tutto assente
Come ci ha spiegato a suo tempo Flaubert il mondo è retto dai “luoghi comuni”, i quali nascono dalla realtà concreta, di cui sono, al tempo stesso, una interpretazione. Oggi, uno dei “luoghi comuni” più diffusi è costituito dai “giovani”. Ne parlano i giornali, le televisioni, esponenti del governo e dell’opposizione: tutti lamentano la situazione disgraziata in cui si trovano i “giovani” e sottolineano la necessità di prendere provvedimenti adeguati, e urgenti, per cercare di rimediare a questa situazione. È una “notte” in cui si celano populismo e demagogia, i quali servono a tutto, fuorché a porre in modi concreti e realistici il problema.
I “giovani”: intanto, quali giovani? Di chi stiamo parlando quando parliamo dei giovani? Certo, esiste una dimensione generazionale, quella serie complessa di elementi che fanno di una “generazione” una “generazione”. Ma nel suo ambito è necessario fare le indispensabili distinzioni: in Italia, i “giovani” del nord e quelli del sud; quelli provenienti da famiglie agiate e quelli che nascono in famiglie povere; i figli dei “nativi” e quelli degli “immigrati”: tutte differenze che dovrebbero essere elementari e che, invece, vengono dissolte in una melassa che serve solo a mantenere intatti gli equilibri dati e i privilegi attuali.
La specificità della “questione generazionale” non può, e non deve, essere cancellata; ma è sempre, e in primo luogo, una questione di carattere economico, una questione sociale. Senza interrogarsi sui problemi, e le forme, oggi del dominio sociale, sulle modalità che ha oggi assunto il rapporto tra “capitale” e “lavoro” e uso provocatoriamente una coppia tipicamente marxiana non si intendono i modi nuovi in cui si pone oggi la “questione generazionale”, le ragioni per le quali una intera “generazione” sta decadendo, con costi inauditi sia sul piano sociale che su quello personale, individuale, esistenziale.
Sarebbe il momento di avviare una seria analisi dei motivi strutturali che stanno alla base di questa crisi così acuta. Invece alle analisi concrete si sostituiscono i lamenti demagogici e alla critica di ordine sociale si sovrappone, artificiosamente, un conflitto di ordine generazionale. Piuttosto che individuare le ragioni reali di questa situazione si spingono i “giovani” contro i “vecchi”, secondo un modulo tipico delle ideologie conservatrici e reazionarie: come se “vecchi” e “giovani” fossero due categorie politiche ed economiche in grado di farci comprendere, affrontare e superare la “crisi” attuale.
Colpisce ad esempio – soprattutto per la parte politica da cui proviene il documento sulla Università approvato dall’ultima Assemblea del Partito Democratico; colpisce anzitutto per il linguaggio volutamente utilizzato, incentrato sull’apologia della “discontinuità”, della “innovazione”, della “rivoluzione”; un lessico, verrebbe da dire, di tipo futurista e , come tale, velleitario, inconcludente. La “rivoluzione” è una cosa seria, basata su analisi concrete, specifiche, documentate. Niente di tutto questo nel documento approvato quasi all’unanimità dall’Assemblea: serie, ma ovvie parole sull’autonomia dell’Università, sulla necessità di un saldo rapporto tra Stato e Regioni, sull’aumento dell’efficienza e delle risorse, sulla istituzione dell’Agenzia per la ricerca e l’innovazione, su una programmazione strategica per definire il futuro dell’Università, sulla valorizzazione del dottorato di ricerca... Intendiamoci: alcune proposte sono nuove (la tenure track); ma il clou del Documento è nello “shock generazionale” (così è scritto): cioè nel mandare forzosamente in pensione tutti i professori ora in servizio a 65 anni – cioè i “vecchi” per fare spazio ai “giovani” .
Forse è una proposta fatta per colpire e fare parlare del Pd e della sua “politica”: non per nulla il quindicinale CampusPro ha avviato un mini sondaggio per vedere il consenso che essa riscuote nell’Università, trasformandolo se favorevole in un’arma per licenziare i professori universitari troppo “vecchi”: una nuova forma della democrazia plebiscitaria oggi di moda in Italia.
Non è questa la strada da seguire: su queste colonne ho preso posizione contro il “fuori ruolo” dei professori che è stato opportunamente eliminato; nè ho alcun complesso di Erode. Anzi. Vorrei però ricordare che, come diceva Labriola, è la “tradizione” che ci tiene nella storia, e che questo vale anche e soprattutto per l’ Università. Con gli shock generazionali si va poco lontano, mentre si può facilmente precipitare nella barbarie. Con una perdita secca per tutti: tanto i “vecchi” quanto i “giovani”.
l’Unità 10.6.10
Intervista a Zeev Sternhell
«Sono pessimista sulla pace. Netanyahu non la vuole»
Lo storico israeliano: «Non c’è alcuna possibilità che il governo controllato dalla destra e dai coloni faccia progressi. Occorre il pressing di Usa e Ue»
di Umberto De Giovannangeli
L’ultima volta che l'avevamo incontrato nella sua casa a Gerusalemme, era pochi giorni dopo un evento che aveva scioccato Israele: una bomba piazzata all'ingresso della sua abitazione. Un attentato compiuto da chi non perdona a Zeev Sternhell le sue posizioni contro la deriva oltranzista della destra israeliana e la colonizzazione dei Territori palestinesi. «Come vede – dice sorridendo prendendo posto nel suo studio-biblioteca – non sono riusciti a zittirmi».
Fuori dal portone d'ingresso staziona una macchina della polizia: il segno tangibile di una ferita – di un pericolonon rimarginata. Sternhell guarda con preoccupazione al presente e non si fa illusioni sull'immediato futuro: «Non c'è alcuna possibilità – osserva che l'attuale governo israeliano, controllato dalla destra e fortemente influenzato dai coloni, compia un qualsiasi serio progresso».
Professor Sternhell, come esce Israele dalle vicende degli ultimi giorni? Questa crisi sembra lasciare un segno profondo sia politico che diplomatico ...
«Mi scusi, non vorrei né essere rude e ne sviare la domanda, ma continuare ad occuparsi della Freedom Flotilla o di qualunque altro evento – per grave che sia – significa continuare a fare il gioco di chi i problemi del conflitto israelo palestinese, in realtà, non li vuole risolvere. Si cura il sintomo e non l'origine del male, si spegne la fiamma facendo finta di non accorgersi del focolaio dell'incendio che è proprio qui, davanti a noi. Finché non verrà rimosso il vero problema – con la fine dell' occupazione e la restituzione dei Territori – non c'è alcuna possibilità che il conflitto giunga a termine. Invece, in tutti questi anni, si è deciso di puntare i riflettori su questo o l'altro evento facendo di tutto per non occuparsi del nucleo della questione. E in questo lungo lasso di tempo – oltre 40 anni – le cose non sono rimaste statiche. Quello che anni fa era realistico, oggi non lo è più. Per interi quartieri e piccole città che oggi sono una realtà, si dovrà pensare a soluzioni alternative, molto più complicate e dolorose anche se non impossibili. C'è veramente qualcuno che pensa che insediamenti trasformati in città come Maale Adumim, Ariel, Efrat, Ofra, Kiriat Arba possano essere evacuate delle centinaia di migliaia di loro abitanti? Oppure di abbattere e restituire quartieri di Gerusalemme come Ghilo, Pisgat Zeev, Har Homa? No, è chiaro che si dovrà procedere a scambi di territori. Ma dove sono oggi i leader – dalle due parti – in grado di prendere queste decisioni difficili e dolorose? E dove sono soprattutto i popoli, che dovrebbero spingere e spalleggiare i propri capi nel procedere sulla strada della pace? Personalmente, da parte israeliana, non identifico né la possibilità né la volontà di avviarsi su questa strada. La settimana scorsa c'è stata una "flottiglia della pace" la prossima settimana ne arriveranno forse altre o ci saranno altri eventi che occuperanno i media. Ideale per chi non vuole confrontarsi veramente con il problema e risolverlo». Comunque, è stato deciso, nonostante tutto, di non bloccare il processo di pace ...
«Si, ma non c'è alcuna possibilità che l'attuale governo israeliano, controllato dalla destra e fortemente influenzato dai coloni, compia un qualsiasi serio progresso. Per avere una pur remota possibilità di successo dei negoziati la spinta deve venire da fuori. Il modello dei colloqui diretti senza intermediari, oggi, fra israeliani e palestinesi, è inapplicabile, non può assolutamente funzionare. È per questo che il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, li reclama così tanto; sa bene che è il modo più certo per perpetuare l'occupazione e dare ancora tempo all'ampliamento degli insediamenti nei Territori occupati. Invece, ciò che dovrebbe essere fatto è organizzare un massiccio coinvolgimento americano e europeo in cui vengano esercitate tutte le possibili pressioni sulle parti. Magari facendo una distinzione netta fra il sostegno a Israele come Stato legittimo e il sostegno al governo d'Israele, che non è cosa ovvia e vincolante per nessuno – neppure per il mondo ebraico. Questo triangolo – Usa, Europa e mondo ebraico, deve sostenere il diritto irrinunciabile all'esistenza d'Israele, ma deve al contempo spingerla e costringerla a fare tutto il necessario e il possibile per giungere ad una soluzione del conflitto».
E sul piano interno, c'è una possibilità che la crisi faccia da scossone? «E in che modo potrebbe farlo? Con il governo di coalizione di oggi, controllato dalla destra e in cui i laburisti fungono da foglia di fico? Forse potrebbe succedere qualcosa se ci fosse un governo di unità nazionale centro sinistra moderata e destra moderata – vale a dire Laburisti, Kadima e la parte moderata del Likud. Un governo che dovrebbe formarsi sulla base di una piattaforma che stabilisca come suo scopo di vita la soluzione del conflitto. Ma anche qui non sono sicuro che la lotta più cruenta non avverrà per le poltrone ministeriali».
Professor Sternhell, in un suo libro di successo, Lei ha rivisitato criticamente i “miti” che hanno caratterizzato la nascita d'Israele, soffermandosi sul sionismo. Un mito infranto dalla realtà? «Non sarei così drastico. Guardi, pur tenendo conto di tutte le ingiustizie inflitte agli arabi-palestinesi il sionismo salvò più di mezzo milione di ebrei che, se non avessero abbandonato l' Europa, non sarebbero sopravvissuti. Il sionismo però, a mio avviso, si fonda sui diritti naturali dei popoli all' autodeterminazione e all'autogoverno. Ne consegue che questi diritti sono anche propri dei palestinesi. Perciò il sionismo ha diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole precludere ai palestinesi l'esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto. I diritti nazionali sono una estensione dei diritti individuali e per questo sono universali: i diritti degli israeliani non sono differenti da quelli dei palestinesi. Per questa ragione gli insediamenti devono fermarsi e l'unica soluzione logica sia per gli ebrei sia per gli arabi resta quella di due Stati per due popoli, con una ridefinizione concordata dei confini che tenga conto di una realtà diversa da quella del 1967. L' ipotesi di un unico Stato non solo porta all' eliminazione dello Stato ebraico ma apre la strada a conflitti sanguinosi per generazioni. Due Paesi, fianco a fianco, fondati su uguali diritti per entrambi i popoli, questa è la strada giusta e necessaria: ogni altra scelta condurrebbe o al colonialismo o alla eliminazione di Israele in uno Stato binazionale». Il Labour di oggi può riattivare ciò che di progressivo c'era nel sionismo?
«Direi proprio di no. Stiamo parlando di un partito che sembra voler mascherare la sua impotenza con un usurato esercizio del potere ministeriale; un partito “annebbiato” dal nazionalismo e in preda a un vuoto ideologico e progettuale che va dal sociale all' economia e naturalmente al processo di pace. E questo vuoto rende ancor più fragile non solo la ricerca di un'alternativa alle destre ma la stesse basi democratiche d'Israele».
l’Unità 10.6.10
Obama riceve Abu Mazen: «Nella Striscia di Gaza situazione insostenibile»
Il blocco israeliano strangola la Striscia di Gaza. La situazione è insostenibile dice il presidente degli Stati Uniti incontrando a Washington il capo dell’Anp, Abu Mazen. Ancora possibili progressi sulla strada della pace.
di Virginia Lori
Il presidente americano Barack Obama ha ricevuto ieri alla Casa Bianca il presidente palestinese Abu Mazen dichiarando «insostenibile» la situazione esistente a Gaza e offrendo aiuti per 400 milioni di dollari ai palestinesi. Obama ha espresso il suo sostegno per la richiesta dell'Onu di una inchiesta «credibile e trasparente» e «in linea con gli standard internazionali» sui fatti relativi al blitz israeliano contro una flottiglia filo-palestinese diretta a Gaza.
IL BLITZ IN MARE
«Tutti quanti, in Israele e in Turchia, in Palestina e sicuramente qui negli Stati Uniti, desiderano conoscere i fatti di questa tragedia: cosa l'ha causata e cosa si può fare per prevenirla in futuro», ha detto il presidente Usa parlando nello Studio Ovale con accanto Abu Mazen. «Penso che sia nell'interesse di Israele fare in modo che ognuno sappia esattamente cosa è successo», ha detto Obama che ha voloto sottolineare che è ancora possibile «trasformare in una opportunità per la pace» la «tragedia» della sanguinosa operazione e che è ancora possibile realizzare «progressi significativi» sulla strada della pace nel corso del 2010. Al colloquio ha partecipato anche l'inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell. I tentativi della amministrazione Obama di sbloccare la situazione di stallo nel processo di pace sono deragliati dopo il sanguinoso raid israeliano contro la flottiglia filo-palestinese che ha avuto l'effetto di isolare Tel Aviv nella difesa delle sue azioni. L'incidente aveva fatto saltare un incontro alla Casa Bianca tra Obama e Benyamin Netanyahu, in programma la scorsa settimana, perchè il premier israeliano (già arrivato in Nord America) era dovuto tornare rapidamente in patria. L'incontro è stato riprogrammato per la fine di giugno. Il presidente palestinese Abu Mazen, che aveva incontrato Obama l'ultima volta nel settembre scorso, ha chiesto agli israeliani di «por fine all'assedio» del popolo palestinese. Obama ha affermato che la situazione a Gaza è diventata insostenibile e che «mentre è fondamentale considerare le necessità di sicurezza di Israele, devono anche essere salvaguardate le necessità dei palestinesi». «È evidente che non è possibile permettere che vi siano missili che da Gaza colpiscono il territorio israeliano ha detto Obama ma deve essere possibile avere un meccanismo che consenta di bloccare il traffico di armi verso Gaza senza dover bloccare tutti i rifornimenti ai palestinesi che vivono nell'area». Obama ha annunciato uno stanziamento di 400 milioni di dollari per dare assistenza ai palestinesi che vivono a Gaza e nella Cisgiordania da utilizzare nel campo della costruzione di abitazioni, nel settore scolastico nello sviluppo delle attività economiche.
«È importante sottolineare il nostro impegno al miglioramento delle condizioni di vita quotidiane della gente palestinese», ha affermato l'inquilino della Casa Bianca elogiando Abu Mazen per il suo «eccellente lavoro» nel migliorare la situazione del popolo palestinese. Abu Mazen ha detto di non avere pre-condizioni al passaggio dalla fase dei colloqui indiretti a quella dei colloqui diretti tra le due parti.
Repubblica 10.6.10
Ricordando Neda
di Timothy Garton Ash
Non dimentichiamo l´Iran. Ricordiamoci di Neda. Se questo fine settimana a Teheran scenderanno in strada dimostranti in verde a commemorare il primo anniversario dell´elezione rubata da Mahmoud Ahmadinejad, senza dubbio saranno vittime della brutalità dei delinquenti della milizia basij, della polizia segreta e dei guardiani della rivoluzione.
Carcere, tortura, violenza sessuale sugli uomini e esecuzioni sono queste le offerte che gli scagnozzi della Repubblica Islamica portano in onore di Allah, il compassionevole, il misericordioso.
Di fronte alla violenza della repressione il movimento verde si è molto indebolito, ma non è sparito. L´Iran non sarà mai più come prima delle elezioni del 12 giugno 2009. Nella grande manifestazione svoltasi tre giorni dopo quella data, una delle maggiori che la storia riporti, tutto è cambiato, cambiato profondamente. Nella repressione che è seguita è nata una terribile bellezza. Il processo storico richiederà forse anni, ma un giorno, col deteriorarsi dell´economia e il diffondersi dello scontento a più ampie fette della società, il movimento tornerà in forze, seppur magari in forma diversa. Alla fine in Iran si erigeranno statue di Neda e monumenti ai martiri di questa lotta per la libertà, come oggi esistono monumenti ai martiri della guerra Iran-Iraq.
Non dovremmo dimenticare mai neppure che si tratta di un movimento nato spontaneamente in seno ad una società musulmana, con l´obiettivo di trasformare in qualcosa di diverso il regime islamista che è al potere da più lunga data e che resta tuttora il più forte.
Se volete avere un´idea dell´agonia e estasi dell´Iran nell´anno passato vi consiglio di leggere Death to the Dictator! (Morte al dittatore) di Afsaneh Moqadam. È la storia dell´elezione scippata e del tentativo di rivoluzione verde, narrata attraverso le vicissitudini di un giovane, Mohsen, preso dall´entusiasmo della protesta, ma poi detenuto, torturato e ripetutamente violentato dai suoi carcerieri. (Mohsen è troppo umiliato per ammetterlo, ma le orribili conseguenze fisiche vengono dettagliatamente illustrate alla madre da un medico, assieme alle adeguate terapie). La narrazione dei più ampi eventi politici si dipana vivida e ben documentata attorno a questo centrale elemento biografico. Quello che emerge chiaramente è il ruolo vitale delle donne, di cui ha scritto anche il premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi. La madre di Mohsen ha partecipato ella stessa alla protesta, in forma autonoma dagli uomini della famiglia, e si capisce che per lei si è trattato di una doppia emancipazione. "Afsaneh Moqadam" è uno pseudonimo, e alcuni fatti e nomi sono stati modificati per proteggere gli interessati, ma ho parlato con l´autore e non ho dubbi che questo straziante racconto sia basato su una storia vera.
Poi guardate su YouTube il film americano For Neda, la storia di Neda Agha-Sultan, la giovane uccisa in una delle prime dimostrazioni di massa. Il film è un po´ troppo sdolcinato per i miei gusti, ma vale assolutamente la pena di vederlo, contiene alcuni servizi giornalistici coraggiosi, opera di Saeed Kamali Deghan, tornato in Iran per filmare interviste ai familiari di Neda. Nonostante gli sforzi del regime per bloccarlo risulta che il film sia già stato visto online da molti in Iran. Infine date un´occhiata all´ultimo rapporto di Amnesty International sull´Iran, un catalogo di arresti, torture e numerose esecuzioni.
Intanto gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ed altre potenze occidentali ieri sono riusciti a far approvare dal Consiglio di sicurezza dell´Onu un nuovo pacchetto di sanzioni. Benché ammorbidite su richiesta di Russia e Cina esse aumentano la pressione sul regime e su alcuni dei leader e delle imprese dei guardiani della rivoluzione. Ma le sanzioni riguardano solo il nucleare, non i diritti umani.
Due sono gli interrogativi: qual è il modo migliore per impedire che l´Iran si procuri l´atomica? E in che modo le possibili strategie sul nucleare vanno ad interagire con la tormentata politica interna del paese? Dubito fortemente che delle sanzioni accettabili da parte cinese saranno mai abbastanza rigide da impedire all´Iran di fare il salto al nucleare. Però peggioreranno la situazione economica del paese e quindi potenzialmente faranno crescere lo scontento sociale che alimenta l´opposizione.
C´è chi sostiene che l´Occidente avrebbe dovuto reagire più positivamente alla recente proposta avanzata da Turchia e Brasile di portare fuori dal paese una grossa quantità dell´uranio iraniano a basso arricchimento. (Seccati, Turchia e Brasile hanno votato contro l´ultimo pacchetto di sanzioni). Non credo che questa iniziativa avrebbe impedito all´Iran di procedere in segreto verso l´armamento nucleare e molti oppositori del regime non avrebbero accolto con entusiasmo una simile disponibilità a stringere le mani insanguinate dei loro oppressori. Bombardare l´Iran, come richiesto dalle teste calde negli Usa e in Israele produrrebbe senza dubbio un´ondata di solidarietà patriottica con il regime. All´estremo opposto, sono sempre più numerosi gli esperti di politica estera a Washington che oggi affermano in privato (qualcuno anche in pubblico) che dobbiamo imparare a convivere con un Iran nucleare – e a "contenerlo". Ma il rischio di dare avvio ad una corsa agli armamenti tra sciiti e sunniti in Medio Oriente è molto serio, e un simile "successo" rafforzerebbe anche il regime di Ahmadinejad in patria. Quattro alternative e nessuna valida.
Resta la speranza di avere in Iran un governo più responsabile. Di certo i leader del movimento verde non hanno sul nucleare una posizione molto diversa dal regime, come noi auspicheremmo. Ma un governo più benvoluto e legittimo, che riprenda i rapporti con il resto del mondo, creerebbe dinamiche assai diverse e diverse connessioni sul tema del nucleare.
Come e quando si verificherà questo cambiamento politico interno è un interrogativo di carattere morale e pratico cui devono rispondere gli iraniani stessi. L´esperienza di altri paesi indica che dipenderà dall´abilità del movimento di formulare obiettivi più chiari e più strategici, conservare una disciplina non violenta ed essere creativo nell´individuare nuove tattiche di protesta; fare appello ad altri gruppi sociali colpiti dal declino dell´economia (operai, dipendenti pubblici, piccoli commercianti); e sfruttare le crescenti divisioni interne al regime.
L´Iran sarà liberato per mano degli iraniani, non per mano nostra. Ma c´è qualcosa che possiamo fare dall´esterno. In primo luogo non nuocere. In una versione politica del giuramento di Ippocrate, dobbiamo riflettere su ogni iniziativa che assumiamo sul nucleare per esser certi che non vada a scapito del movimento interno che lotta per il cambiamento. Secondo, tenere aperte le vie di comunicazione e di informazione, così che gli iraniani all´interno e all´esterno del paese possano raccontarsi cosa sta accadendo. I programmi in lingua persiana della Bbc non devono finire sotto la scure dei tagli alla spesa pubblica britannica. Bisogna raddoppiare gli sforzi finalizzati a tecnologie in grado di aggirare la censura in modo che tutti gli iraniani abbiano accesso online a film come For Neda nonché al giornalismo dei cittadini. Terzo, i nostri leader dovrebbero dire a più chiare lettere che la nostra politica è anche una risposta alla brutale repressione interna all´Iran. Che ci preoccupiamo dei diritti degli iraniani, non solo della nostra sicurezza.
Infine, ma non da ultimo, dobbiamo sempre tenere a mente gli avvenimenti dell´ultimo anno e aiutare gli iraniani a fare lo stesso. Quello che vogliono tutti i tiranni è che la loro gente e il mondo esterno dimentichino. Lo scrittore ceco Milan Kundera ha detto che «la lotta dell´uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l´oblio». La lotta dell´uomo e della donna, di Mohsen e di sua madre.
www. timothygartonash. com
Traduzione di Emilia Benghi
Repubblica 10.6.10
Olanda, avanza la destra xenofoba Il partito di Wilders raddoppia i seggi. In testa laburisti e liberali, crolla il premier Difficile la formazione del governo: l´incarico dovrebbe andare al liberale Rutte
di Anais Ginori
L´AJA - Geert Wilders arriva di buonora al seggio, in un sobborgo dell´Aja. Circondato da sei guardie del corpo, è il primo politico a depositare il suo voto in una giornata che si annuncia grigia e piovosa. Per tutti ma non per lui, perché il leader della destra xenofoba già immagina che chiunque vinca le elezioni sarà costretto a chiamarlo. «Spero di poter entrare nel nuovo governo», dice al telefono quando ormai è sera e i risultati danno un testa a testa tra liberali conservatori e socialdemocratici, ciascuno con 31 deputati nel nuovo parlamento. L´Olanda chiude i seggi senza poter proclamare un vincitore. Secondo i primi exit poll, emergono due premier in pectore esattamente alla pari e agli antipodi. Il candidato dell´austerity e della chiusura all´immigrazione, l´ex manager Mark Rutte. E quello della tolleranza, il sindaco laburista di Amsterdam, ebreo aperto all´Islam, Job Cohen. Dietro a loro, il Pvv di Wilders è diventato il terzo partito, passando da 9 a 22 deputati. Nei risultati parziali di ieri sera i cristiano-democratici del premier uscente, Jan Peter Balkenende, sono crollati da 41 a 21 deputati.
Si apre così una nuova fase di incertezza, dopo la crisi di governo del febbraio scorso che ha provocato le elezioni anticipate. Nelle prossime ore, la regina Beatrice avvierà le consultazioni per formare un governo. Rutte appare ancora come il favorito, perché il suo partito ha realizzato una folgorante ascesa. Nel sistema olandese, proporzionale e senza premi di maggioranza, bisognerà comunque faticare per trovare una maggioranza: servono almeno 76 su 150 deputati.
«Il nostro obiettivo è costituire un governo che porti l´Olanda fuori dalla crisi», ha spiegato Rutte, 43 anni. Gli esperti parlano già di un possibile "governo viola", alleanza tra Vvd e laburisti, come durante gli anni Novanta. Ma un accordo tra le due prime forze politiche sembra oggi più difficile. Troppe le differenze di approccio per risolvere la crisi. I social-democratici vorrebbero combinare il rigore finanziario con il rilancio dell´economia. «Volete fare un elettroshock all´economia, ma così rischiate di paralizzare tutto», ha detto Cohen, alla guida dei laburisti da soli tre mesi. Per Rutte l´importante è invece «riportare ordine negli affari», dal titolo del suo programma economico che prevede di ridurre a zero il deficit pubblico entro il 2015 (oggi è al 6,3%, tra i più bassi d´Europa), dimezzando tra l´altro il numero dei ministri e innalzando l´età pensionabile dagli attuali 65 a 67 anni.
Per trovare una maggioranza, il Vvd potrebbe anche allearsi con cristiano-democratici, verdi e liberali di sinistra D66 che hanno conquistato rispettivamente 11 e 10 deputati. Ma Rutte non ha mai escluso di poter chiamare a sé il Pvv di Wilders. «Mi vedrei bene al posto di vice-premier» ha azzardato ieri il biondo platinato, che da anni vive sotto scorta per le minacce dei fondamentalisti. Wilders aveva vinto a marzo le elezioni municipali all´Aja e ad Almere, ma non è poi riuscito ad entrare nelle giunte locali. Prima di formare il suo partito nel 2006, era un deputato liberale conservatore. Conosce bene Rutte con il quale ha avuto contrasti pesanti. Ma da ieri sera, improvvisamente, i due hanno riscoperto la stima reciproca.
Repubblica 10.6.10
"La Franzoni non ricorda di aver ucciso il figlio"
Delitto di Cogne, i periti: pensare a ciò che ha fatto potrebbe portarla a togliersi la vita
di Sarah Martinenghi
La tesi supportata dai risultati di un test sulla sua memoria, messo a punto negli Usa
Il piccolo Samuele fu ucciso nel lettone matrimoniale il 30 gennaio 2002
TORINO - E´ a suo modo "sincera" la mamma di Cogne quando dice, giura e spergiura, di non essere lei l´assassina di suo figlio. Non mente sapendo di mentire, perché Annamaria Franzoni davvero non ricorda di aver ucciso il piccolo Samuele nel suo lettone matrimoniale il 30 gennaio 2002. La famosa amnesia, la "rimozione" di aver commesso un omicidio terribile, sarebbe davvero reale, anche se si tratterebbe di una sorta di paravento di una mente fragile: Annamaria sarebbe infatti schiava di un meccanismo psicologico che però le garantisce così di sopravvivere. Perché ricordare quello che ha fatto la porterebbe a correre un rischio troppo alto, quello di morire, togliendosi la vita. «Ma appena lo ricorderà saranno guai». Ne è convinto lo psichiatra Ugo Fornari, consulente dell´accusa, che aveva effettuato una perizia per la procura e che ieri ha testimoniato al processo "Cogne bis" in cui la Franzoni è imputata di calunnia dal pm Giuseppe Ferrando nei confronti del suo ex vicino di casa, Ulisse Guichardaz. E a supportare il fatto che Annamaria conserva una memoria di se stessa "da innocente" sono stati anche i risultati di un test scientifico sui suoi ricordi, messo a punto anni fa negli Stati Uniti, e applicato su di lei in carcere dai due periti della difesa, Giuseppe Sartori, docente all´università di Padova, esperto in neuroscienze cognitive e neurologia clinica, e Pietro Pietrini, che si occupa all´università di Pisa dello studio delle basi cerebrali delle funzioni mentali.
Secondo Ugo Fornari, Annamaria (difesa dall´avvocato Paola Savio) ha ricordato la realtà dei fatti, ovvero di essere stata lei a uccidere Samuele, solo fino al mese di febbraio 2002, quando disse al marito, in una sorta di proiezione, che a commettere l´omicidio poteva essere stata la vicina di casa Daniela Ferrod: «Per me quella telefonata è la sua unica confessione: lei in quel momento spezza in due la sua persona: prende la parte cattiva e la colloca in Daniela. La Ferrod è l´Annamaria cattiva che culmina nell´uccisione». Ma la denuncia nei confronti di Guichardaz è successiva, siamo nel 2004, quando lei avrebbe ormai rimosso il ricordo: l´amnesia potrebbe risultare fondamentale nel processo "Cogne bis" per stabilire se si sia resa conto di incolpare un innocente. Per Fornari all´epoca della denuncia, era già alla ricerca di "un capro espiatorio", proprio per non suicidarsi. La donna in carcere a Bologna è in stato di vigilanza altissima, senza oggetti pericolosi e in una cella sempre aperta. Anche per la difesa, Annamaria «è genuinamente convinta della bontà della propria ricostruzione dei fatti», in particolare sulla base dello "Iat" (Implicit association test) che riuscirebbe a dimostrare se un ricordo è reale o fittizio: la donna è stata posizionata davanti a un computer, durante cinque sedute, davanti a lei comparivano frasi reali o meno (ad esempio «ora sono seduta» oppure "sono in aereo") alternate ad altre estratte dagli atti processuali sulla responsabilità nell´omicidio, sull´aver indossato gli zoccoli, essersi rimessa il pigiama, aver lasciato la porta aperta o chiusa, e sulla presenza dell´altro figlio in casa al momento del fatto. Doveva rispondere con il dito sinistro se "vero", con quello destro se "falso". Sulla base della velocità di reazione, elaborata da un algoritmo matematico, gli esperti avrebbero appurato che "tutti i suoi ricordi sarebbero reali", che la versione da lei sempre fornita di essere innocente sarebbe "scientificamente" quella, e l´unica, che lei effettivamente si ricorda: un film ormai impresso nella sua memoria.
Il Piccolo 10.6.10
Bonino: "Il premier? Prodotto avariato del disfacimento istituzionale italiano"
di Roberta Giani
Silvio Berlusconi «non gradisce nessun contrappeso», né il Quirinale, né l’opposizione, né la stampa, e nemmeno la Costituzione. Rappresenta un pericolo perché, nel suo «crescendo di populismo, incultura e insofferenza», sta accelerando il disfacimento istituzionale dell’Italia. Ma il Cavaliere, di quel disfacimento, non è la causa: e "solo" un «prodotto avariato». Emma Bonino, la paladina di tante, tantissime battaglie radicali in nome della legalità e del diritto, condanna l’ultima sortita del premier. Come condanna la legge bavaglio sulle intercettazioni. Ma, al contempo, la vicepresidente del Senato avverte: la Carta viene calpestata tutti i giorni, ormai da anni, e non solo da un premier che si sente "all’inferno".
Vicepresidente Bonino, Berlusconi dichiara che è un inferno governare tenendo conto della Costituzione. Come valuta questa uscita?
Tutte le volte che si trova in difficoltà - e ormai capita molto molto spesso - il presidente cerca colpi ad effetto spesso con risultati per lo meno controproducenti.
Quali?
Indimenticabile, tra le altre, l’offerta del ministero dello Sviluppo economico alla presidente Marcegaglia in piena assemblea di Confindustria accolta da gelo ed imbarazzo. Altro evergreen per uscire dalle difficoltà: il complotto magari internazionale. Oppure: la denuncia di regole, di leggi ed oggi persino della Costituzione che gli rendono la vita "un inferno" nel senso che gli impedirebbero di governare, in un crescendo senza fine.
Un crescendo davvero senza fine?
Un crescendo davvero infelice in un misto di populismo, incultura istituzionale, e insofferenza ai contropoteri e ai limiti che appunto sono l’essenza di un sistema democratico.
Il leader del Pd Pierluigi Bersani afferma che Berlusconi, se la Costituzione su cui ha giurato non gli piace, deve andarsene a casa. Esagera?
Trae le conseguenze di una dichiarazione assolutamente sopra le righe e fuori posto. Cui non crede, spero, neppure Berlusconi. Ma forse domani qualcuno dirà che il presidente «è stato frainteso».
Quando il premier dice che l’Italia è governata dai giudici e aggiunge che lui non ha potere, lei che pensa?
Penso che una maggioranza così schiacciante sia alla Camera che al Senato gli avrebbe permesso di governare nell’interesse del Paese, anzi in qualche modo glielo impone: perché, appunto, con il potere viene la responsabilità. Le leggi sono passate come lettere alla posta quando si è trattato di difendere i suoi interessi personali. Non metto in dubbio che si possano modificare alcuni meccanismi per quanto riguarda un certa fluidità nel governare da parte dell’esecutivo ma quello a cui stiamo assistendo, per esempio sul disegno di legge sulle intercettazioni, io non ho scrupoli a definirlo una maniera "demenziale" di legiferare. La verità è che Berlusconi non gradisce contrappesi, siano essi opposizione, Quirinale, Consulta, stampa...
Ma la legge sulle intercettazioni, nella sua ultima versione, è più accettabile? O rimane un "bavaglio"?
No, non è accettabile e le resistenze interne alla stessa maggioranza stanno a dimostrare che le contraddizioni erano forti. Per questo il governo ha imposto il voto di fiducia: per "controllare" la sua maggioranza, non per altro.
L’attacco alla Costituzione è l’ennesimo attacco al sistema di pesi e contrappesi italiani. Un sistema già compromesso?
Che il sistema sia compromesso da decenni noi radicali lo diciamo inascoltati da tempo. I danni arrecati
alla democrazia e allo stato di diritto da parte del sistema partitocratico non nascono con Berlusconi. Anzi, Berlusconi non è la causa di quello che noi abbiamo chiamato "la peste italiana" ma contestualmente uno dei tanti prodotti avariati e un acceleratore del disfacimento istituzionale.
Ma le libertà di questo Paese oggi sono in pericolo piu di ieri?
Come dicevo prima, c’è un filo conduttore che parte da lontano. Se non fermiamo la deriva, però, il rischio è che ogni giorno che passa lo spazio di libertà si comprima ulteriormente: persino la registrazione dei processi che Radio Radicale fa da anni sembra essere divenuta insopportabile al presidente del Consiglio. Per cui, di fatto, il ddl sulle intercettazioni - che non ha nulla a che vedere con i processi che sono "pubblici" per costituzione - le rende praticamente impossibili.
Si dibatte molto su Costituzione materiale e formale. Quella formale, a suo avviso, è già stravolta? E gli italiani ne sono consapevoli?
La Costituzione viene calpestata tutti i giorni, ma non solo da Berlusconi. Credo che gli italiani ne siano
consapevoli ma temo che in fondo la cosa interessi poco. Stiamo attraversando una lunga fase di ripiegamento o assuefazione dove la mancanza di regole sembra far comodo a moltissimi.
Europa 10.6.10
Luigi Einaudi è uno dei punti di riferimento imprescindibili dei Radicali di Marco Pannella
Il liberismo di Einaudi può parlare anche al Pd
di Pier Paolo Segneri
Luigi Einaudi è uno dei punti di riferimento imprescindibili dei Radicali di Marco Pannella. Speriamo che lo possa diventare presto anche per tutto il Partito democratico e non solo per la cosiddetta area liberal. Sarebbe un segnale positivo, di visione politica, di cultura politica da parte dell’attuale classe dirigente del Pd. Purtroppo, però, la filosofia e il metodo liberale, finora, non hanno avuto diritto di cittadinanza dentro l’amalgama tra gli ex-popolari e gli ex-diessini. Le idee liberali sono rimaste marginali all’interno del Pd e, invece, avrebbero dovuto rappresentare l’essenza e il cuore pulsante di un soggetto politico che volesse essere degno del nome che orgogliosamente e giustamente porta. Certo, abbiamo avuto l’eccezione della candidatura di Emma Bonino che, non a caso, durante la campagna elettorale per le regionali, ha più volte fatto cenno al suo essere liberista, "nel senso einaudiano". Ma nessuno l’ha seguita su quel terreno di libertà. Qualcuno è rimasto indifferente, altri hanno storto la bocca, la maggior parte ha scelto il silenzio.
Un giorno o l’altro, però, bisognerà pur spiegare che il vocabolo "liberista", come ci hanno insegnato Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, non è un’offesa, non è una parolaccia e non ha alcuna accezione negativa. Parliamoci chiaramente: anche su questo fronte, il Pd si è fatto schiacciare sulle posizioni della sinistra massimalista e post-comunista, che ha saputo imporre all’opinione pubblica e ai "democratici" una tale distorsione della parola "liberista". Nel liberismo di Einaudi, è ora che qualcuno lo scriva, sono già insiti tutti quei correttivi sociali necessari alla realizzazione della libertà economica dell’uomo e dell’individuo. Lo stesso Einaudi ha sempre ripetuto che il liberismo vive di regole e di rispetto delle regole, cioè l’esatto contrario di quanto si è soliti credere a causa delle continue distorsioni che vengono fatte a discapito del concetto einaudiano di libertà economica, quindi di quella responsabilità che connota ogni liberale e di cui il liberismo vive. Le distorsioni e le manipolazioni, insomma, sono usate a danno della parola "liberista" così da reiterare, nel tempo e nel dibattito politico, un’idea sbagliata del termine, così da falsarne il significato e impedire che nella società possa affermarsi quel principio di libertà e di responsabilità espresso e promosso dal liberismo. Einaudi, a tal proposito, ricordava spesso che «la scienza economica è subordinata alla legge morale»: questo è il liberismo. Il liberismo, dunque, è l’esatto opposto della corruzione, del malaffare e delle speculazioni oggi dominanti. Il liberismo è tutta un’altra cosa rispetto alle ingiustizie sociali che gli vengono artificiosamente attribuite e non ha niente a che vedere con la falsa cornice costruita intorno al vocabolo. Infatti, alcuni mistificatori hanno dovuto aggettivare il liberismo definendolo "selvaggio" oppure ribattezzandolo "neo-liberismo" o "ultra-liberismo". Ma il problema, ora, è capire se il Pd ha la forza di essere consequenziale con il lascito politico di Einaudi e se riuscirà a porre al centro del dibattito sulla "crisi" anche l’attualità e l’urgenza del progetto degli Stati Uniti d’Europa. Partendo proprio da come lo aveva descritto Einaudi già subito dopo la prima guerra mondiale e al cui modello si ispirarono anche Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per scrivere il Manifesto di Ventotene. Diciamola tutta: il problema non è scegliere fra il ritorno all’indipendenza delle nazioni o se costruire l’Unione europea come soggetto politico, non è scegliere tra la sovranità degli stati nazionali e l’Europa politica che ancora non c’è, ma decidere se vogliamo esistere uniti e federati o se vogliamo condannarci a scomparire.
La scelta è, come direbbe Pannella, tra «la patria europea e l’Europa delle patrie». Quindi, tra il dare vita al federalismo europeo o il perire sotto i nazionalismi, i secessionismi, i razzismi, i fanatismi ideologici e religiosi, gli integralismi di ogni genere, le miserie umane ed altre probabili guerre. Infatti, il progetto politico per gli Stati Uniti d’Europa, di cui parlava Luigi Einaudi, si compone di due aspetti, tesi ad impedire ingestibili catastrofi e distruzioni di popoli: mi riferisco alla federazione europea, che è uno strumento, e all’approccio politico liberale, che è la base su cui il progetto degli Stati Uniti d’Europa necessariamente deve poggiare. Mi riferisco al metodo liberale, alla forma liberaldemocratica, all’abito liberale che dobbiamo dare all’Europa e di cui il federalismo europeo è un imprescindibile accessorio. Insomma, il federalismo europeo sognato e descritto da Spinelli e Rossi, essendo basato su una piattaforma liberale, è l’opposto di un dogma, casomai è un mezzo o uno strumento e, in quanto tale, si batte «contro il mito dello stato sovrano» rifiutando il pericoloso «dogma della sovranità».
Il federalismo europeo è una macchina. L’orizzonte liberale è, invece, la strada su cui la macchina del federalismo europeo può camminare, anzi: senza la strada liberale, è ovvio che la macchina non può procedere.
il Fatto 10.6.10
Nichi Vendola
“Io alle primarie sfido il Pd”
Il leader di Sinistra e Libertà riparte dalle fabbriche
“Berlusconi vince perché offre un grande racconto epico, mentre il mito della concretezza amministrativa non è una visione del mondo”
di Luca Telese
Nichi Vendola scenderà in campo per le primarie del centrosinistra. Non lo dice ancora in maniera esplicita. Ma non si tira nemmeno indietro con le circonlocuzioni ipotetiche della vecchia politica: “Sono disponibile a partecipare al cantiere della nuova sinistra”, ti risponde se glielo chiedi. Oppure: “I processi di rinnovamento matureranno da sé”. Oppure: “Mi piacerebbe contribuire a fare la differenza fra un rito di sepoltura e uno di battesimo della nuova coalizione”. Senza troppo clamore, il presidente della Puglia ha ripreso a battere l’Italia. A metà luglio il grande esordio, con la convention delle sue “Fabbriche di Nichi”, a Bari. Domani, a Roma, il primo passo nella nuova stagione politica, un comizio annunciato da un’imponente affissione: nei manifesti c’è una giraffa presa al collo dalla Finanziaria.
Vendola, che c’entra la giraffa?
Perché sopravvive nella Savana senza uccidere. Vede lontano, si nutre dove gli altri non arrivano... eh eh.
Quante volte si grida contro “la macelleria sociale”...
Non lo so. Ma mai come questa volta lo slogan è appropriato. Sta finendo l’Europa che è nata nel 1945, un’intera epoca.
Quale?
Quella dei diritti umani e delle garanzie sociali. L’Europa del patto Capitale-lavoro. In una parola il welfare.
Colpa della crisi, dicono.
Le ultime statistiche parlano di 80 milioni di poveri, nel Vecchio continente, 20 milioni di bambini. L’avremmo creduto possibile solo un anno fa?.
Ripeto, di chi è la colpa?
Di chi presenta questa crisi come uno tsunami, una catastrofe naturale senza responsabilità: eppure per anni si è permesso tutto, qualsiasi gioco di finanziarizzazione.
E in Italia?
Siamo il paese che ha detassato più di tutti i reati finanziari!
Ma perché la sinistra non guadagna consensi?
I suoi leader non spiegano perché Berlusconi vince.
E secondo lei perché?
Perché lui continua ad offrire un grande racconto. Anche nella decadenza, per ora, è più epico di quello dell’opposizione.
Qual è il racconto del centrosinistra oggi?
È tutto qui, il problema. Da un lato il crepuscolo degli Dei, dall’altro una promessa di concretezza amministrativa. Ma questa non è una visione del mondo! È un respiro corto che non porta da nessuna parte.
E Tremonti?
Il più abile gattopardo che conosca Perché nel 1994 è stato eletto nel Ppi? Non occorre andare così lontano. Negli ultimi tre anni ne ricordo almeno tre...
Di Tremonti?
(Ride). Bè, il primo, ormai archiviato, è l’uomo dell’ottimismo, della finanza creativa...
E il secondo?
Quello liberista e no global, antimercatista spinto! Poi l’ex antagonista delle banche, il Che Guevara dei risparmiatori. Troppi ruoli per un attore.
La crisi impone scelte.
Per la prima volta, invece che allontanarsi dagli affreschi sociali ottocenteschi dai Miserabili e Oliver Twist, torna lo spettro della povertà. Ma la politica non ha il coraggio di parlarne, né a destra né a sinistra. Solo la Caritas lo fa. Dobbiamo farlo, subito.
C’è la crisi greca.
Dove è nata la democrazia si sperimentano sospensione di diritti e autoritarismo.
Ci sono i conti da far quadrare, dicono.
Quando il Fondo monetario commissariava i Paesi latinoamericani storcevamo il naso. Se impone la macelleria in Europa si dice: è ineluttabile.
E non lo è?
Non capisco perché diamo carta bianca alla stessa tecnocrazia che ha legittimato la finanziarizzazione delle risorse e occultato le rapine degli speculatori.
Governano l’economia del mondo?
Senza avere nessun mandato democratico, però. Papandreou è stato commissariato. Zapatero si è autocommissariato. Tremonti, invece – eh, eh – ha commissariato Berlusconi...
Non è il contrario?
Davvero? Sta di fatto che il premier oggi è la più grande forma di opposizione al suo ministro: il premier di lotta e di governo.
Che però continua a decidere tutto.
La sua reazione alla stretta è non nascondere più i suoi sentimenti eversivi. Ormai parla come un caudillo.
Cosa va cambiato a sinistra?
Non capiscono che l’opposizione tattica non porta da nessuna parte? C’è sempre un Enricoletta che prova a moderare ciò che è già moderatissimo...
Cosa manca?
Ad esempio: il coraggio di ripartire dal lavoro. Possiamo assistere alle guerre fra poveri senza dir nulla? La sinistra è diventata una retorica della cittadinanza. È rimasta a proclamare i suoi valori mentre la società smottava altrove. Mi pare che combattano con le baionette del ‘15-‘18 la guerra del ‘45.
Serve il coraggio di proporre idee alternative...
Possiamo accettare il taglio dei fondi ai disabili, se poi si spendono 20 miliardi per i cacciabombardieri senza dir nulla?. Bisogna difendersi, dicono.
E allora facciamo un esercito europeo e risparmiamo
Attento, la attaccheranno da sinistra...
Ma si taglierebbero i costi.
Altro esempio?
Possiamo accettare senza dire una sola parola la rateizzazione delle liquidazioni? Al sud, e non solo, il tfr è simbolo di un rituale di solidarietà fra generazioni.
In che senso?
Con quei soldi i padri comprano casa ai figli. Si produce un effetto-cascata. Vogliono colpire i dipendenti, finiscono per affondare l’edilizia!.
Bersani e Letta dicono: niente primarie.
Invece servono. Se si pensa di salvarsi eludendo i problemi o serrando ranghi non si va da nessuna parte.
Si rischia di indebolirsi con una nuova conta, dicono.
Al contrario: ci si riaprirebbe alla società. Bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Perché?
Le primarie sono come il gesto del bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare: è il rumore della vita.
Ci vuole l’orecchio di un leader, però. Il suo?
Io sono il leader di Sinistra e libertà. E delle fabbriche. Se posso aiutare lo faccio.