Il Fatto 8.6.10
“Israele deve parlare con Hamas e bloccare gli insediamenti”
Il “dopo Flottiglia” visto dallo scrittore Abraham Yehoshua
di Stefano Caselli e Davide Valentini
“Che cosa posso dire? Provengo da un paese complesso, con problemi e tensioni enormi”. Abraham Yehoshua, ospite del Festival “Collisioni” di Novello (Cn) vorrebbe parlare soltanto di letteratura, ma il massacro della Freedom Flottiglia è ancora sulle pagine di tutti i giornali del mondo. E poi le ultime notizie. Come l’annuncio della Mezzaluna Rossa iraniana che vorrebbe inviare due navi a Gaza con aiuti umanitari, una minaccia che per ora Israele minimizza (parlando di “provocazione”) ma che il ministro degli Esteri Frattini prende sul serio, tanto da dire che si tratta di un “chiaro segno dell’intenzione dell’Iran di assumere il controllo della Striscia”. E anche l’uccisione di quattro sub palestinesi, presunto commando terrorista, al largo di Gaza. Uno sguardo malinconico all’orizzonte delle Langhe e la letteratura, per un attimo, passa in secondo piano.
Yehoshua, lei pochi anni fa disse di Israele: ‘I nostri cuori stanno diventando di pietra’.
Oggi, dopo il blitz contro la Freedom Flottiglia, com’è il cuore degli Israeliani? Non lo so, ma la situazione si fa sempre più complessa anche se, come sempre, non tutto è bianco o nero. Uccidere a casaccio sulla nave è stato completamente stupido. Mandare i soldati all’assalto in quel modo è stato un folle errore militare. Ma io imputo a Israele soprattutto di non essere stato capace di dialogare con Abu Mazen nel West Bank. Lì si può fare qualcosa, perché la situazione è calma, le forze di sicurezza dei Palestinesi hanno la situazione sotto controllo, non ci sono attacchi terroristici. Dobbiamo andare avanti sulla via dei due Stati, con Abu Mazen. E se le richieste dei palestinesi sono talvolta inaccettabili, Israele deve comunque bloccare immediatamente gli insediamenti e trovare una soluzione per i coloni. Il governo, in questo momento, non sta facendo nulla.
Al di là del dramma delle vittime, tutto il mondo parla di clamoroso autogol politico. Ci saranno ricadute internazionali?
Certo, ovviamente è stato un errore deplorabile; delle persone sono state uccise. Sono necessarie indagini accurate, bisogna capire chi e perché ha sbagliato. Il ministro della difesa e il comandante della marina devono spiegare tutto. Ce lo chiede la gente. Quello che dobbiamo fare, ora, è consentire che nel porto di Gaza attracchino le navi sotto il controllo di ispettori internazionali che verifichino i carichi per impedire l’introduzione di armi pesanti.
Poco fa parlava di Abu Mazen. Ma a Gaza governa Hamas. È davvero impossibile trovare un dialogo? Bisogna parlare con Hamas. Non con chi si ostina a non riconoscere il diritto di Israele ad esistere, semmai con quelle frange che chiedono un ritorno ai confini del 1967. Tuttavia penso che la soluzione migliore sia ritrovare un’intesa concreta tra Hamas e Fatah: sono lo stesso popolo, noi non possiamo parlare con due entità diverse,
magariinconflitto.AbuMazen, in questi giorni, ha detto una cosa molto intelligente: “La questione di una condanna internazionale di Israele non è necessaria, ciò di cui abbiamo bisogno è una riconciliazione con Hamas per giungere ad una voce palestinese unitaria”. Pensa che il governo israeliano sia davvero rappresentativo del suo popolo?
Perché forse Berlusconi rappresenta tutto il popolo italiano? Certo, rappresenta una parte del Paese. La gente per strada, se interrogata sulla soluzione dei due Stati, è d’accordo; è l’ideologia ufficiale della destra. Ma se chiedi “è possibile, ci credi?” dicono di no. Questo è il problema, stiamo perdendo fiducia. Ci sono sempre più antiarabi e razzisti. L’unica soluzione che vedo è finirla con gli insediamenti, con gli edifici a Gerusalemme Est e trovare un accordo con i palestinesi sulla base dei confini del 1967. Ancora una volta la questione è: si può criticare Israele senza essere chiamati antisemiti?
Una cosa è l’antisemitismo, un’altra è la critica. Però, mi chiedo: quante manifestazioni
ci sono state contro la Russia per le atrocità in Cecenia, quante contro Belgrado per il Kosovo? Penso che in Europa ci sia un eccesso di critica nei confronti di Israele, anche se non penso sia legittimo parlare di antisemitismo. Ma l’energia antisemita rischia di spostarsi verso l’anti-israelismo. E questo accade soprattutto a sinistra e mi dispiace, perché anche io sono di sinistra.
Sulla facciata del Ministero della Verità in 1984 di Orwell, c’è una scritta: “La guerra è pace”. È questa la situazione nella quale ci troviamo ora?
Bisogna fare molta attenzione: non siamo in guerra, nel senso che non è la Seconda guerra mondiale. C’è naturalmente una contesa in atto tra Est e Ovest, ma le nazioni europee non sono più aggressive. L’idea che esista l’Unione europea è qualcosa di magnifico. Una delle mie soluzioni al conflitto israelo-palestinese, per esempio, è che l’Europa proponga a Israele e Palestina, in caso di pace, l’ingresso nel mercato comune. Penso che l’Unione europea debba essere tenuta ben salda anche per questo.
Repubblica 8.6.10
Stato vegetativo, critiche bipartisan
Dubbi anche nel governo. Ma Roccella insiste: "Nelle diagnosi il 40% di errori"
Presentato il rapporto degli esperti del ministero dopo il caso Eluana
Protestano le associazioni: si pensa all´etica ma si tagliano i fondi all´assistenza
di Alberto Custodero
ROMA - «Concentrarsi sulle questioni etiche sposta l´attenzione dal vero problema che riguarda i pazienti in stato vegetativo: la carenza assistenziale». Il documento redatto dal ministero della Salute dopo il caso Englaro - che denuncia oltre il 40 % di errori di diagnosi - suscita le proteste delle associazioni dei malati. E solleva polemiche bipartisan nel mondo politico. È Rita Formisano, fondatrice dell´associazione Arco e primario dell´unità post coma dell´Irccs Santa Lucia, a denunciare «la grande ipocrisia» sorta dopo il caso Englaro». «Da una parte - sostiene Formisano - il gruppo di lavoro presieduto dal sottosegretario Eugenia Roccella stabilisce che non si deve più parlare di persone in stato vegetativo, ma di pazienti in "gravissima disabilità". E definisce i protocolli per le loro cure. Dall´altra, le Regioni tagliano i fondi ai centri di eccellenza che li hanno in carico da anni e abbandonano a se stesse, psicologicamente, economicamente e socialmente le loro famiglie». È il caso, ad esempio, dell´Irccs Santa Lucia, centro di riferimento per le neuroscienze che, complice la crisi e il disavanzo regionale, rischia di dover licenziare il personale e di non erogare più le prestazioni a causa di un credito non pagato dalla Regione Lazio di 50 milioni. «Se sono in difficoltà finanziarie centri di eccellenza - ha aggiunto Formisano - figuriamoci come tutto il percorso sia in condizioni di criticità».
Sul fronte politico, non tutti, nella maggioranza, condividono la conclusione del documento-Roccella («Non si può escludere la presenza di coscienza in pazienti in stato vegetativo»). Ne prende le distanze la deputata del Pdl Melania Rizzoli, medico e componente della commissione parlamentare Errori sanitari. «Non sono d´accordo - sostiene l´onorevole Rizzoli - che ci sia "coscienza" in questi malati. Sono persone "create" da noi medici che, grazie al progresso tecnologico, ormai siamo in grado di rianimare i morti. Una volta riportati in "vita" questi pazienti, tuttavia, non siamo in grado di restituire loro la coscienza, ma non possiamo certo sopprimerli. L´errore, dunque, se così si può dire, sta a monte: non tutti dovrebbero essere rianimati. Una scelta medica difficilissima. Allora per me, anziché fare una legge per regolare l´eutanasia, bisognerebbe farne una per regolare la rianimazione».
La bocciatura del documento arriva dall´opposizione. «Roccella sbaglia dal punto di vista medico-scientifico perché i medici per primi indicano le incertezze nella definizione di stato vegetativo. E anche dal punto di vista politico». Livia Turco, l´ex ministro della Salute del Pd è durissima. I Democratici danno l´altolà alla proposta del governo che cancella per sempre la possibilità di "sospendere l´alimentazione" in casi come quello di Eluana Englaro. E anche se la sensibilità di alcuni cattolici del Pd - Beppe Fioroni, Andrea Sarubbi - è più ricca di distinguo, la presa di posizione della Roccella è considerata una chiusura che renderà ancora più aspro il muro contro muro in Parlamento sul testamento biologico. Turco sbotta: «Sarà stata imbeccata dal Vaticano. Il Pdl in commissione Affari sociali ha avuto un atteggiamento grottesco. E comunque questo irrigidimento provocherà più problemi al centrodestra che a noi».
E anche se non dà sponda alla Roccella, Fioroni, leader ex Ppi, rivendica libertà di coscienza all´interno del partito. Lui del caso Eluana pensa che non andassero sospese alimentazione e idratazione artificiale. Per Sarubbi, cattolico del Pd, «con le chiusure ideologiche non si dialoga, è caricaturale fare i cani da guardia dei valori cattolici».
Repubblica 8.6.10
Tempo pieno alle elementari, è caos "Non c´è posto per 150mila bambini"
Tagli alle prime classi, rivolta dei genitori. Proteste in tutta Italia
La scure del ministro Tremonti chiuderà le porte a migliaia di famiglie
di Salvo Intravaja
ROMA - Oltre 150 mila bambini di prima elementare restano fuori dal tempo pieno e fioccano le proteste dei genitori. Ma il ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, spiazza tutti. «Aumenta il tempo pieno nella scuola italiana: nel prossimo anno scolastico saranno attivate 782 classi a tempo pieno in più, per un totale di 37.275 classi. E per il secondo anno consecutivo aumentano gli alunni che potranno usufruire di questo quadro orario». In effetti, come sostiene la ministra, le classi a tempo pieno cresceranno, ma le prime (quelle condizionano le scelte anche per gli anni successivi) in moltissime realtà sono in netto calo.
Così le proteste non si placano, perché dopo il boom dell´anno scorso (1.505 prime classi a tempo lungo in più dell´anno precedente) quest´anno la scure del ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, si è abbattuta sulle prime classi, chiudendo le porte a migliaia di famiglie. A Milano, per due giorni, insegnanti e famiglie hanno dato vita alla "protesta festosa anti-Gelmini": saranno almeno 3 mila i piccoli fuori dal tempo lungo. A Roma, le famiglie deluse saranno 4 mila. Nella Capitale, la protesta è partita dalle scuole che si sono viste tagliare le prime a tempo pieno: 4, anziché 6 al Principe di Piemonte e alla Leonardo da Vinci. Mentre una delegazione di genitori del circolo Iqbal Masih nei giorni scorsi si è incatenata davanti ai locali dell´Ufficio scolastico provinciale (l´ex provveditorato). A Firenze il comune pensa a un servizio di "custodia" post-scuola per i bambini a cui sarà negato il tempo prolungato, ma occorrono 300 mila euro. E a Bologna, i genitori hanno impacchettato le scuole con volantini e manifesti facendo partire la campagna "Tutti devono sapere" e il 10 giugno torneranno a protestare. Lo slogan è: "La scuola non è finita".
Dopo la comunicazione degli organici relativi al prossimo anno, la protesta si è allargata in quasi tutte le città italiane: Torino, Napoli, Bari, Palermo. Con l´occupazione simbolica degli uffici scolastici provinciali e degli uffici scolastici regionali ad opera della Flc Cgil, supportata da genitori e insegnanti. Ma, se il tempo pieno aumenta, come afferma la Gelmini, allora, perché i genitori protestano? A spiegarlo è Giuseppe Adernò, preside dell´istituto comprensivo Parini di Catania che ieri, dopo avere invitato la ministra a presiedere l´evento, ha sorteggiato i posti a tempo pieno. «Nel corrente anno scolastico - spiega Adernò - all´Istituto Parini sono state attivate due classi a tempo pieno, servizio molto apprezzato dai genitori dei 50 bambini frequentanti. Per il prossimo anno le richieste sono aumentate a 77. Pertanto - prosegue - sono state richieste tre prime classi a tempo pieno». Ma sugli organici della scuola elementare incombe come un macigno il taglio di 8.709 cattedre. «In prima battuta - prosegue Adernò - non sono state autorizzate prime a tempo pieno nel mio istituto e solo dopo tante richieste ne è "arrivata" soltanto una».
In provincia di Milano ne salteranno 154, tra Roma e provincia 97 e a Palermo trovare una prima a tempo pieno sarà una specie di lotteria: appena 9 classi in tutto. E coloro che non avranno il tempo pieno a settembre, non lo otterranno neppure nelle classi successive. Il calo delle prime a tempo pieno è solo la punta dell´iceberg di un servizio richiesto in massa soprattutto dai genitori che lavorano, ma che il governo lesina. Per comprenderlo basta confrontare due dati. Gli alunni della scuola materna (ora dell´Infanzia) che fruiscono del tempo lungo (Tempo normale) sono 90 su 100, ma quando si accede all´elementare la percentuale precipita al 27%. Il calcolo è abbastanza semplice e dice che circa 150 mila bambini ogni anno restano fuori dal tempo pieno. Ecco spiegate proteste e sorteggi.
Repubblica 8.6.10
Libro risponde ai dubbi sull’identità del grande drammaturgo
Shakespeare mistero risolto
L’ossessione per l’autore ha riguardato anche Omero: per alcuni era una donna
di Nadia Fusini
È o non è William Shakespeare di Stratford l´autore di quel corpus di opere che va sotto tale nome? Shakespeare è un vero nome, o un nome finto, uno pseudonimo? Della contestata attribuzione si occupa lo studioso James Shapiro in Contested Will (Faber, pp.367, £20), libro che potrebbe mettere fine all´ansia, perché chi legga sino alla fine non potrà avere dubbi: Shakespeare è Shakespeare, non è Francis Bacon, né Edward de Vere, conte di Oxford, né Christopher Marlowe, né la regina Elisabetta… Perché sì è detto di tutto, e alle ipotesi più stravaganti sono abboccati non solo dei creduloni – un nome per tutti, Sigmund Freud. Ma si aggiunga alla lista Mark Twain, Henry James… Con pazienza e senza disprezzo Shapiro ci accompagna nelle contorte peregrinazioni alla ricerca del "vero" Shakespeare, che nasce da una diffidenza, da un pregiudizio: nella sostanza, non si riesce a credere che un provinciale, un uomo qualunque possa essere stato capace di tanto. Troppo sembra conoscere l´autore di Amleto, di Lear, di Otello, troppo profondo è il suo pensiero, troppo vasto il suo intelletto, troppo raffinata la sua lingua: non può essere un uomo qualunque, di una qualunque città di provincia. Il quale, in più, alla fine abbandona baracca e burattini e vi torna, e compra case, stemmi, e pensa solo ai soldi, per soldi litiga, come se l´unica cosa che conti siano i possessi materiali. Vi pare una mentalità da grande scrittore, questa? (si può osservare che non sarebbe certo il primo Shakespeare a scrivere per soldi; anzi da che mondo è mondo pare che il denaro sia la grande molla dell´ispirazione.) Ma per certi idealisti che avevano assunto Shakespeare a Bibbia laica, non poteva essere così.
Delia Bacon, un´americana stravagante, forse anche perché si chiamava come si chiamava, decise che l´autore del corpus shakespeariano era Francis Bacon e venne in Inghilterra a cercare prove dentro la tomba del poeta, ed era pronta a scavare, se non le fosse stato impedito, convinta com´era che nella bara avrebbe trovato le prove. Un altro, che si chiamava Looney, nomen omen anche in questo caso (perché loony sfuma nell´idea di lunatico, eccentrico, fuori di testa) invece è convinto che sia il conte di Oxford, e non importa che il conte muoia ben prima che Shakespeare smetta di scrivere. Altri ancora ricorrono a sedute spiritiche, per farsi dire la verità proprio da lui, da Shakespeare.
All´inizio della quête, che Shapiro descrive con brio e pazienza, c´è un peccato originale. Risale al 1790, quando Edmond Malone lavora a una nuova edizione dei drammi shakespeariani, che vuole in ordine cronologico, e tale ordine crede di poter costruire in base ai rimandi personali, biografici, che cerca nei testi, quasi che si potesse scrivere solo di cose che si conoscono perché le abbiamo vissute. È il grande abbaglio che acceca Freud (secondo il quale Shakespeare non poteva scrivere l´Amleto se non dopo la morte del padre), e prima ancora giustifica chi dirà: come faceva Shakespeare a sapere tutto dell´arte della falconeria, se non era un aristocratico? Come faceva a sapere tutto di una nave, se non aveva mai navigato?
Il punto è che con l´epoca moderna, si cominciò a dubitare di tutto: ad esempio, chi aveva scritto l´Iliade? Chi l´Odissea? Lo stesso autore? Impossibile, decretò Samuel Butler: si capisce subito che l´Odissea l´ha scritta una donna, che sa come si tendono i panni al sole, si piegano le lenzuola e come si tesse al telaio. E difatti, è una principessa siciliana, di Trapani, l´autrice. Mentre è certamente un uomo che sa tutto della guerra ad aver scritto l´Iliade. E se per quello chi aveva scritto la Bibbia? Era davvero credibile che fossero dei pescatori ignoranti? Non erano analfabeti i discepoli?
Qui il libro si fa non solo interessante, ma cogente, dimostrando come il concetto di autorità e autorialità e identità e proprietà si stringano in nodo intrinseco e problematico, tanto da produrre nuove interpretazioni, succubi tutte dello Zeitgeist; dalle quali si evince che non la verità, ma il mito domina e guida la vicenda. E il mito trionfa proprio allontanando dalla cosa vera, evocando false ombre, sembianti. Basterebbe leggere, Shakespeare è lì; se non gli si vuol credere, se non si vuol credere alle testimonianze di chi l´ha incontrato, ai contemporanei che della sua esitenza testimoniano, è senz´altro perché un certo fanatismo occulteggiante è la strada che da che mondo è mondo prende la fantasia. Mentre per conoscere Shakespeare ci vuole intelligenza e immaginazione.
Repubblica 8.6.10
Lo scrittore francese e il libro, ora tradotto nel nostro Paese, da cui fu tratto il film di Beineix
Djian: "La mia Betty blue finalmente in Italia"
"Ho sempre detto che quando sto male mi serve di più andare in libreria piuttosto che dal medico: la letteratura è un´ottima terapia per molte cose"
di Daria Galateria
Filippe Djian ha ascoltato, adolescente, Kerouac. Un amico gli aveva prestato il nastro; il "poeta jazz" leggeva Mexico City Blues, un pianoforte di sottofondo – Djian fu affascinato da quella letteratura trasformata in mantra. Ancora oggi, si considera un erede della Beat Generation; in giacca di cuoio, ha praticato forti amicizie, molti viaggi e qualche eccesso da "Generazione perduta" – fumo, alcol, notti bianche, ragazze, sognando l´America; e continua a traslocare, oramai con moglie e figli, da Biarritz a un´isola, da Boston a Firenze, da Losanna a Parigi, dove è nato giusto sessant´anni fa; ora è a Bordeaux. E è così che i suoi romanzi magnifici sembrano romanzi americani.
Sono storie che filano a velocità siderale; ogni frase un mondo di sentimenti rovesciato in una formula inaudita e corta, tutta azione e oggetti, e lanciata con naturalezza verso accadimenti atroci («quel pugno se l´è portato alla bocca, come a dargli un bacio, e l´attimo dopo l´ha fatto passare attraverso il vetro della finestra»). Quando la rivelazione per il lettore è troppo crudele, Djian lascia uno spazio bianco, come il salto di un battito; subito il corso rock degli affetti riparte, senza il tempo di cicatrizzare. Ma "la tenerezza è una roba impossibile da smerciare"; così sono storie noir all´apparenza.
Dal 1986, Djian è in testa alle classifiche: è stata Béatrice Dalle, smagliante faccia della giovinezza e della follia, la Betty Blue del film di Jean-Jacques Beineix, a far conoscere 37°2 al mattino, che esce ora in Italia (pagg. 376, euro14) da Voland, dove sempre Daniele Petruccioli ha già tradotto Gli imperdonabili, splendido testo sul lutto impossibile.
Philippe Djian è a Roma, per Massenzio Letterature, stasera. Lei è l´unico scrittore francese a scrivere romanzi americani, gli dico. «Non so se è un complimento» – ride Djian – «il problema è essere contemporaneo alla propria lingua. Non so come va in Italia, ma in Francia il 95% degli scrittori scrive come se si fosse ancora nel XIX secolo. Il francese è una lingua bellissima, ma bisogna aggiornarla, se no muore, proprio perché è una cosa vivente. Occorre un nuovo modo di guardare le cose. Il regista giapponese Ozu ha preso la camera e la ha messa a livello del suolo; di colpo le cose che filmava hanno preso un´aria diversa. Erano cose semplici, una coppia, persone sedute a tavola – ma cambiando l´asse cambiava la rappresentazione del mondo. Le storie non sono importanti; certo non bisogna tradire un certo misto di grottesco, orrori e bellezza che è il moderno. Però Céline diceva: se volete delle storie, basta aprire un giornale. Mentre lo scrittore assomiglia al cineasta che si chiede: cosa inquadro? E con quali luci?».
Il ritmo dei romanzi di Djian è un prestissimo. La musica per lui deve essere molto importante. «Appartengo a una generazione che ha conosciuto tutto attraverso la musica», conferma. «Anche l´embrione di coscienza politica che si poteva avere all´epoca era Bob Dylan che cantava It´s a hard rain´s a-gonna fall, erano poeti e cantanti che ci conducevano alla scoperta della bellezza e forse della storia. Era chiaro per me, la letteratura come la musica è un´onda, qualcosa che si sente col corpo più che con lo spirito. Sono un musicista mancato» – aggiunge – «e solo perché sono sordo da un orecchio». Quale musica sente di preferenza? «In questo momento molte cose sperimentali italiane degli anni Settanta. E anche del field recording, registrato nella strada o nella natura. E il milanese Giuseppe Ielasi, con la sua musica minimale. Per le canzoni ho passato l´età. Ma amo gli Animal Collective, The Residents».
Djian ha fatto musica con Stephan Eicher; ha rapporti con la pittura (il recente La fin du monde, quasi un rap trascritto sulla tela da Horst Haack), col cinema e perfino con la tv. Gli domando se pensa che la serialità abbia qualcosa da insegnare a un romanziere. «Serie come Six Feet Under propongono un format interessantissimo. Non c´è più un centro, ci sono molti centri, nelle storie. Non si deve più descrivere ogni personaggio; si entra in azione subito. Nella competizione tra segno e immagine, mi sono divertito a fare una serie, Doggy Bag, finita in tv… Ma resto legato al segno, alla lingua». La fiducia di Djian nel ruolo della letteratura oggi è piuttosto straordinaria. «Una volta ho detto: quando non mi sentivo bene non andavo dal medico, andavo dal libraio. La frase è piaciuta tantissimo, ne hanno fatto una affiche. Ma era vero, semplicemente. Quando ero a disagio andavo a comperarmi magari Cendrars, il poeta, e poi cercavo come lui di imbarcarmi in un cargo verso la Colombia; l´ho fatto. Ho bisogno di una letteratura che mi sia utile. C´è un´espressione in Francia – Proust non mi aiuta a attraversare la strada. Carver e compagni erano capaci di prendere il mondo in cui vivevano e metterlo in una frase; era una frase-mondo. Diceva Hemingway che il vero scrittore, quando descrive la punta emersa di un iceberg, fa sentire la massa enorme che c´è sotto».
André Téchiné, il regista della Deneuve, sta finendo Terminus des anges, tratto da Gli Imperdonabili. C´è Carole Bouquet, e un´imbronciata Mélanie Thierry; l´adolescente difficile è Lorenzo Balducci. E´ contento del film?, – chiedo a Djian. «Ah, certo. I fratelli Larrieu hanno comperato il mio ultimo lavoro, Incidences. Ma in questo momento sono preso dalla sceneggiatura di un altro mio romanzo, Impuretés. Lo dirigerà Julie Granier, quasi sconosciuta. Ma bisogna andare a cercare i Godard di domani, e cercarli oggi».