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Terra 7.6.09

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l’Unità 7.6.09
Parlar male di Berlusconi
La strage di notizie è già in atto se si pensa ai molti giornali che non hanno pubblicato le immagini indecenti del premier alla parata
di Furio Colombo
Perché non possiamo non dirci antiberlusconiani, qualunque sia il risultato elettorale (che speriamo largamente democratico, nel senso politico, nel senso di antifascista, nel senso che Marco Pannella ha ridato alla abusata parola)? La ragione si esprime in pochi punti.
1. L’ideologia, ovvero il patrimonio di idee e di visioni che Berlusconi ha trovato abbandonati sul terreno quando è “ sceso in campo”, non c’entra. Questo non è un governo di destra. Non c’è il decoro e il senso delle istituzioni della Destra di Gianfranco Fini, né la concitazione aggressiva e xenofoba della Lega Nord che - in tante diverse incarnazioni - avvelena il clima morale e politico di mezza Europa. Berlusconi non è né Fini né Bossi. È solo se stesso. Un signore ricco, furbo, non intelligente ma svelto, svincolato dal peso della buona reputazione e ricoperto dal manto - tutto teatrale però efficace - del successo populista. Non c’è nulla prima di Berlusconi, nulla che gli assomigli. Non ci sarà nulla dopo di lui (certo non il devoto Bondi). Abbiamo a che fare con un caso unico in Europa e raro nella storia. Non è raro il leader squilibrato. È rara una così vasta sottomissione delle cosiddette classi dirigenti.
2. È vero (cito ancora Marco Pannella) che malgoverno e malaffare hanno a lungo lavorato insieme in Italia ben prima dell’uomo di Arcore. Ma sono confortato dal grido di allarme del leader radicale che, invece di scusarsi per l’antiberlusconismo dichiara, col consueto coraggio, che c’è un vero e imminente pericolo di fascismo e che la persecuzione delle persone segue, non precede, la strage di notizie. Questa strage è già in atto se pensate ai molti grandi giornali che non hanno osato pubblicare le immagini di comportamento indecente del premier alla parata del 2 giugno. Più ancora, se si ricorda a che punto estremo di manifestazione e di denuncia i nonviolenti Pannella e Bonino sono dovuti arrivare per rompere il silenzio.
3. Chiunque può avere, per un periodo, un ministro inutile come Brunetta; un capo dell’Economia impegnato a scrutare un altro orizzonte, non quello vero, come Tremonti; un finto ministro dell’Istruzione come la Gelmini (memorabile l’invenzione del 6 rosso) di cui si ricorderanno solo il tailleur alla Mary Poppins, gli occhiali e i tagli poderosi alla scuola pubblica. Ma nessuno ha avuto e continua ad avere per quindici anni un uomo troppo ricco, non nel pieno controllo del suo comportamento pubblico (la vivacità eccessiva certe volte lo aiuta, certe volte lo sputtana) e preoccupato solo di se stesso, immagine, donne (nei limiti e con la pena dell’età), e finti progetti, uno o due al giorno, annunciati e poi buttati, in un delirio di applausi che - ci siano o non ci siano gli oppositori - ad un certo punto cesserà di colpo.
4. Berlusconi siede sul groviglio dell’immondizia, del terremoto, della crisi economica senza governare. Tutte le sue leggi sono ritorsioni, punizioni, vendette, volute e votate per interesse aziendale o personale o tributo a un partito feudatario, come il disumano e incivile «pacchetto sicurezza», vero best seller di condanne nel mondo civile laico e religioso. In particolare non si registra una legge o misura o azione o strategia anticrisi che non sia una esortazione all’ottimismo e al consumo. La parola d’ordine del non-governo Berlusconi è «lavorare di più», ammonimento diretto non si sa a chi, date le cifre continuamente in crescita della disoccupazione. Lo dice mentre lo affianca la neoministro del Turismo Brambilla, di cui non si sa nulla, eccetto il colore vistoso dei capelli, e che non può far nulla in un Paese che affoga nell’immondizia e nel cemento. Infatti, nel frattempo, incombe sulla Toscana l’immensa colata di cemento detta «Spaccamaremma», l’inutile autostrada destinata a isolare la regione italiana più celebre al mondo dal suo mare (la colata di asfalto e cemento corre lungo le spiagge). E incombe su tutto il Paese il «piano casa». È un singolare condono preventivo che autorizza ciascuno al peggio, senza autorizzazioni, senza controlli, senza regole. Ma questo è il cuore del discorso. Berlusconi, da solo, siede sul Paese. Come se non bastasse lancia una frase squilibrata al giorno. L’ultima è “troppi negri a Milano”, nell’anno, nel giorno, nell’ora dello straordinario discorso al Cairo di Barack Obama, primo Presidente afro-americano degli Stati Uniti. Sua moglie - che deve averci pensato molto - ci dice che non sta bene. Alcuni italiani lo ammirano perché è ricco e sono sicuri che non usa aerei di Stato per ballerine di flamenco e chitarristi personali. Altri - come Pannella - vedono e dicono chiaro il pericolo. In Italia manca l’ossigeno delle notizie vere. Il piede sul tubo è quello di Berlusconi.
l’Unità 7.6.09
Fiestas e foto «pikante»
Così lo vedono all’estero
di Federica Fantozzi
I giornali esteri non li legge nessuno, nemmeno le popolazioni di quei Paesi». È la frase un tantino generica ma chiara con cui Berlusconi ha liquidato l’eco mondiale del Papi-gate. Che però non accenna a spegnersi: inconsapevoli della propria scarsa diffusione, giornali e siti di tutto il mondo, da Time al Bangkok Post, dalla Voz de Galizia a Wales Online, affrontano l’argomento. E persino su Al Jazeera online appaiono, sia pure molto piccole, le foto dei topless a Villa Certosa acquistate dal Paìs.
Malvisto dagli altri. Sotto questo titolo Internazionale raccoglie un grappolo di feroci articoli, con commento di Marc Lazar: «L’affermazione di Berlusconi può essere considerata il trionfo dei difetti dell’Italia e degli italiani: la scarsa coscienza civile, la mancanza di tradizione democratica, la prevalenza degli interessi particolari sui collettivi». The Independent vaglia le ipotesi su Noemi «figlia, amante o elemento decorativo alle feste... sogno proibito di un 72enne con problemi alla prostata» e teme che la festa del G8 potrà essere rovinata: «Berlusconi sta scoprendo a sue spese che non può manovrare la stampa estera come quella italiana». Il Times denuncia «un pagliaccio sciovinista... che frequenta donne con 50 anni meno di lui», un «anziano casanova» che «umilia la moglie». Citando la gaffe di Frattini che «ha infelicemente cercato di aiutarlo facendo notare che in Italia l’età del consenso scatta a 14 anni».
La tedesca Faz ironizza: non solo principe rinascimentale ma Giove che scese dall’Olimpo per incontrare «quell’ochetta di Leda» facendo infuriare Giunone. Bagnasco invita a occuparsi della propria coscienza? «Ma così non scopriremo mai se è successo qualcosa». Per la spagnola Vanguardia il Cavaliere è «un marpione che porta in giro il suo corpo plurioperato» con «la coscienza rifatta col botulino come la sua faccia».
Sultani e flamenco. Le Monde spiega come «la vita privata di Silvio ha occultato la campagna elettorale... Ama comportarsi come un sultano facendo venire nella sua villa ogni tipo di persone utili al suo divertimento». The Guardian dà risalto alla presenza dell’ex premier ceco Topolanek nudo che «ha trasformato uno scandalo italiano in uno internazionale». A corredo, la foto di due anziani milanesi che si passano la copia del Paìs ridendo. E «Foto in topless a casa Berlusconi» è il titolo del Times of India come del sito malese The Star.
«No spice thank you». Niente rapporti piccanti, siamo anglosassoni. Il settimanale Usa Time sbertuccia la vicenda di «nudità e seminudità da piscina» dove le immagini di per sé non sono scandalose, «si potrebbero vedere in infinite ville lungo il Mediterraneo», ma «il contesto è tutto». Tra soap opera pubblica e gossip bollente: «Gli italiani - come noi - non possono smettere di guardare». E l’occhio di un veterano dei paparazzi ad alto rischio, Zappadu, ha immortalato ospiti di rango in mezzo a «un contingente di ragazze». Così, mentre Topolanek grida al fotomontaggio, il quotidiano ceco Hospodarske Noviny scrive che «si è trovato a fare da alibi a un donnaiolo». El Mundo online titola: «Italia in piena polemica per le foto delle fiestas di Berlusconi». «Fotos pikante» strilla la Bild. Sul Mirror la smorfia del premier: «Giura di dimettersi se ha mentito». The Australian: «Silvio dice: foto nude ma innocenti».
l’Unità 7.6.09
La bioetica e il diritto
di Luigi Manconi, Andrea Boraschi
Lunghe e faticose battaglie hanno affermato, nella nostra cultura, l’idea di “maternità consapevole”. Lontani come siamo dal veder tradotta quella istanza in forme mediche e di welfare consolidate e diffuse, che garantiscano pienamente la donna, oggi vediamo che i confini della bioetica chiamano in causa anche il diritto maschile a una scelta genitoriale cosciente.
Il Tribunale di Vigevano ha respinto la richiesta di una donna di accedere alla procreazione medicalmente assistita per avere un figlio dal marito, ricoverato in coma alla fondazione Maugeri di Pavia. La richiesta era stata sollecitata dal padre dell’uomo, in qualità di tutore; ed è stata rigettata in virtù del fatto che, dalle testimonianze raccolte, non è stato possibile - a parere dei giudici – ricostruire la chiara volontà dell’uomo di diventare padre.
Una seconda questione la solleva Chiara Lalli, con grande lucidità, nel suo blog. Ha a che vedere con la legge 40 e con i recenti pronunciamenti della Corte Costituzionale nel merito di alcuni passaggi di quella normativa. In particolare, la caduta dell’obbligo a «un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre», rende possibile crioconservare quegli embrioni che non vengono usati al primo tentativo; o tutti quelli prodotti se, per qualche ragione, il medico ritenesse opportuno rimandare l’impianto. Ovviamente nelle procedure di fecondazione assistita è contemplato il consenso informato e la possibilità, per entrambi gli aspiranti genitori, di revocare la loro volontà; ma, qui sta la bizzarria, ciò è possibile solo fino alla fecondazione dell’ovulo (e non, come in pressoché tutte le altre legislazioni, fino all’impianto dell’embrione). Lalli ci propone l’ipotesi di una coppia – Anna e Mario - che si rivolge a un centro per la fecondazione producendo 7 embrioni; 2 vengono utilizzati per un primo e inutile tentativo, gli altri 5 conservati per un secondo intervento che si rende necessario procrastinare. Nel lasso di tempo che separa quel primo tentativo da quello a venire i due interrompono la loro relazione; ma stante la legge italiana Anna ha diritto all’impianto degli embrioni, anche contro il volere di Mario che non può più ritirare il suo consenso. E ciò in direzione perfettamente contraria a quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo riguardo a una controversia simile: una donna inglese si era rivolta a quella Corte invocando l’articolo 2 della Convenzione per la protezione dei diritti umani, domandando che si estendesse la tutela del “diritto alla vita” agli embrioni di cui chiedeva l’impianto contro il volere dell’uomo. I giudici respinsero la sua richiesta.
Scrivere a: info@italiarazzismo.it
Corriere della Sera 7.6.09
L’abbandono delle Biblioteche nazionali
4,5 milioni di euro annui per la gestione complessiva di roma e Firenze
100 milioni annui per la gestione di Parigi
A Roma e Firenze 14 milioni di volumi, come a Parigi Ma l’Italia stanzia venti volte meno per la gestione
di Paolo Di Stefano
Deposito legale Gli editori devono inviare alle due Centrali copia della produzione: 60 mila novità l’anno
Prestito Servizio solo al mattino, mentre in Francia sale aperte fino a sera E si pensa di superare l’eredità ottocentesca scegliendo un’unica sede
Le cifre, nella loro brutalità, dicono già molto. E confrontando, a titolo di esempio, gli stanziamenti dello Stato italiano per le due Biblioteche nazionali centrali, di Roma e Firenze, con quelli francesi per la famosa Bibliothèque Nationale (BnF) di Parigi, si rimane interdetti. Il rapporto è di circa uno a venti: per la sola gestione, 4.5 milioni all’anno da noi contro i cento milioni francesi. Eppure, quanto a dotazioni, i due istituti italiani nel loro complesso equivalgono a quello parigino. Siamo attorno ai 12-14 milioni di «unità bibliografiche ». Ma è sulla questione del personale che si sono concentrate le più recenti polemiche italiane dovute alla minacciata (e in parte già realizzata) chiusura di alcuni servizi al pubblico delle nostre due maggiori biblioteche: meno di 500 impiegati tra Roma e Firenze, 2600 a Parigi. Un rapporto di 1 a 5.
Per capirci qualcosa nel dedalo delle biblioteche italiane è necessario un breve excursus storico. Che Paolo Traniello, docente di Biblioteconomia a Roma 3 e autore di numerosi saggi sull’argomento, ha ben chiaro: «Con l’Unità le varie biblioteche esistenti furono assorbite nell’amministrazione statale e oggi la situazione è rimasta quella ottocentesca». Bisogna distinguere due grandi gruppi: le biblioteche pubbliche dello Stato e le biblioteche gestite dagli enti locali, che sono diverse migliaia e la cui consistenza varia, dalla Sormani di Milano alle minuscole realtà rionali, in netta crescita. Le statali, che fanno riferimento al ministero dei Beni culturali, sono 36, tra cui istituti di grandissimo pregio (dalla Braidense alla Marciana, all’Angelica): «Nove — ricorda Traniello — portano ancora sulla carta la definizione di nazionali, perché svolgevano funzione nazionale nei rispettivi stati preunitari e diverse sono le biblioteche universitarie, che si trovano negli antichi atenei, da Pavia a Padova a Pisa».
Sono due, invece, le Nazionali a tutti gli effetti, ovvero le Nazionali centrali, quella di Firenze, che nacque nel 1861, e quella di Roma, fondata nel 1875. Che cosa significa «a tutti gli effetti»? Significa che hanno compiti che le altre non hanno: conservare l’intero patrimonio bibliografico italiano (i libri e i periodici, oltre al ricchissimo tesoro dei fondi antichi), acquisire e catalogare le nuove pubblicazioni (un flusso di 50-60 mila novità librarie e circa 300 mila numeri di testate all’anno), informare il pubblico attraverso bollettini completi. Per le nuove acquisizioni vige in Italia il diritto di deposito legale, per cui l’editore è tenuto a inviare alle due Centrali copia delle sue produzioni. Insomma, le Biblioteche nazionali rappresentano, come ovunque nel mondo, la cultura del Paese, la custodiscono e la tramandano alle generazioni future. «Il numero abnorme di biblioteche statali — precisa Traniello — è un gravame notevole sulle spalle dell’amministrazione, specie per il personale, che assorbe la gran parte degli stanziamenti ».
Nasce da qui il recente casus belli. Se da una parte le entrate per la gestione sono state decimate, è anche vero che da un decennio circa gli impiegati dei due istituti sono progressivamente diminuiti (quasi dimezzati), e i direttori faticano a mantenere gli stessi orari di servizio al pubblico. Così, dopo Roma, anche Firenze ha deciso che da luglio chiuderà la distribuzione pomeridiana, a differenza di quel che accade a Parigi, dove il servizio funziona fino alle otto di sera, domenica compresa. Due giganti moribondi e abbandonati. L’ultima preoccupazione dei politici, in questo momento. Anche se le due Nazionali ospitano quotidianamente studenti, ricercatori, studiosi: sui 700 mila in totale.
Forse sarebbe una passo avanti se l’anomalia italiana della doppia Nazionale fosse rivista: in fondo negli altri Paesi ne basta una. Ida Antonia Fontana dirige la sede di Firenze: «È difficile razionalizzare un sistema così stratificato. Anche in Germania ci sono una sede centrale a Francoforte, una distaccata a Lipsia e una sezione audiovisiva a Berlino. Caduto il Muro, i vari Stati dell’Est misero a disposizione enormi finanziamenti per costruire bellissime biblioteche nazionali: in Croazia, in Estonia… Erano la dimostrazione fisica dell’indipendenza». E da noi? «Si potrebbe dire che Roma, dove confluirono i fondi dei conventi e dei monasteri soppressi, è la biblioteca della cultura religiosa, mentre Firenze è la cultura civile. Come si fa a riunirle?».
La direttrice Fontana risale piuttosto a una «scellerata» legge del ’79 per mettere a fuoco i problemi attuali: «Si riempirono di organici i cosiddetti giacimenti culturali, facendo pervenire giovani in esubero, e da allora non sono più state fatte assunzioni». Il risultato è che il personale è invecchiato, e negli ultimi tredici anni sono andati via 150 impiegati senza essere sostituiti: «La loro esperienza e i loro saperi sono andati perduti e non sono stati trasmessi a nessuno, gli ultimi lavoratori hanno sui sessant’anni… Così si è creata una cesura incolmabile nel passaggio di competenze e si sono prodotti problemi quotidiani urgenti per mancanza di persone che possano fare anche i lavori pesanti richiesti da una struttura come la nostra, nei cui magazzini arrivano tra i 70 e i cento pacchi al giorno». Il risultato è un arretrato preoccupante nella catalogazione: 150 mila volumi e la metà delle 15 mila testate in arrivo continuo.
C’è poi il capitolo informatico: le schede digitali da compilare, un sistema SBN che offre informazioni online su un catalogo unico nazionale, il «Tesaurus» da implementare ogni sei mesi, la consapevolezza che le schede elettroniche sono più deperibili della carta. Resta il sospetto che si possa verificare uno spreco di energie se Roma e Firenze catalogano gli stessi volumi: «Già adesso le due biblioteche interagiscono — osserva Fontana — e presto andranno ad agire come polo unico, in modo che la catalogazione nostra serva a Roma e viceversa. In futuro Roma dovrebbe lavorare soprattutto sulla fruizione e noi sulla catalogazione ». Anche Traniello ritiene inutile un’eventuale riduzione a una sola Nazionale ma dice: «Potrebbero trasformarsi in una sola struttura pur mantenendo le due sedi: la cosa più importante è che le altre biblioteche vengano trasferite agli enti locali e le universitarie alle rispettive università, in modo da sgravare il ministero. È la formula adottata con successo in Spagna, dove la gestione di trenta biblioteche è passata alle comunità autonome ».
Sulla enorme sproporzione finanziaria rispetto agli altri paesi insiste Osvaldo Avallone, da sei anni direttore della Biblioteca nazionale di Roma. Avallone lamenta la riduzione del personale da 400 a 280 unità: «Andando avanti così fra dieci anni non ci sarà più nessuno e la trasmissione di saperi si perderà del tutto». Se dovesse parlare con il ministro competente? «Chiederei il ripristino delle risorse che c’erano nel 2001, in modo da recuperare la piena funzionalità della Biblioteca. Come funzionario posso solo dire che a differenza dell’Alitalia noi rappresentiamo la vera identità nazionale, la memoria storica, le radici, il presente e il futuro». Si ricade sulle colpe della politica. Con un’avvertenza: «La tradizione di insensibilità per le biblioteche è una costante di tutti i governi, senza eccezioni».
Corriere della Sera 7.6.09
La filologa Maria Luisa Meneghetti
«All’estero più rispetto del pubblico La British Library, a misura d’uomo»
Per uno studioso la Biblioteca Nazionale è una seconda casa. Per un filologo, poi... Maria Luisa Meneghetti, che insegna appunto Filologia romanza all’Università di Milano e che è stata di recente visiting professor alla Sorbona, lo sa bene. Ha frequentato le biblioteche di mezzo mondo abbastanza per fare un paragone affidabile con quelle italiane. Primo punto, la questione degli orari d’apertura, fino a tarda sera all’estero (spesso compresi sabato e domenica), fino al tardo pomeriggio in Italia. Secondo, il numero di posti a disposizione: «Da noi, bisogna cercare di arrivare in anticipo al mattino per assicurarsi un tavolo, a Parigi lo puoi persino prenotare il giorno prima». Terzo punto, le attese e la quantità di libri di libera consultazione. La nuova Bibliothèque Nationale de France, intitolata a Mitterrand, ha numerosi corridoi 250 metri per 30 con scaffalature in cui i libri sono raggiungibili dai lettori senza bisogno di compilare schede e dunque senza attese snervanti. «È l’idea di servizio che manca in Italia. Un esempio? La Nazionale di Parigi, che nella vecchia sede sta facendo dei lavori di rinnovamento, ogni settimana manda agli studiosi un bollettino per informarli sui codici antichi che non sono immediatamente disponibili».
Ma a questo proposito non siamo solo noi ad avere evidenti magagne. La vicinanza con l’Italia deve aver contagiato anche la Santa Sede, se è vero che la Biblioteca Vaticana, che per un filologo romanzo è anche più che una seconda casa, è chiusa dal luglio 2007 per lavori di ristrutturazione e chissà quando riaprirà. «Come dicevo, la vecchia sede della Nazionale di Parigi, in rue Richelieu — ricorda Maria Luisa Meneghetti — sta facendo lavori simili, ma senza chiudere un solo giorno». Per non parlare delle biblioteche inglesi e di quelle americane: «La nuova British Library è una struttura anche fisicamente molto gradevole, concepita a dimensione umana. Negli Stati Uniti persino a Urbana, nell’Illinois, c’è una biblioteca straordinaria, moderna, aggiornata, ricchissima, con una cura, un’attenzione, un rispetto del pubblico che noi possiamo solo sognarci».
Corriere della Sera 7.6.09
La curatrice Antonella Agnoli
«Templi pensati solo per studio e ricerca. Meglio aprirli alla voglia di incontrarsi»
«Le piazze del sapere» sono le biblioteche pubbliche. Ed è anche il titolo di un libro di Antonella Agnoli, appena uscito per Laterza. L’autrice ha progettato e avviato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, di cui è stata direttore scientifico fino al marzo 2008. Un esempio all’avanguardia. E da più di un anno collabora al restyling dei cosiddetti «Idea Store » di Londra (nuove strutture per giovani tra biblioteca e svago) e a numerosi altri progetti in Italia. Si parte da un concetto molto semplice: la biblioteca pubblica, a lungo ignorata dagli amministratori pur offrendo i suoi servizi a tante medie, piccole e minuscole realtà comunali e rionali, «può diventare un luogo aperto a gruppi e associazioni, un centro di riflessione e condivisione dei saperi» per sottrarre lo spazio urbano alle sirene del consumo e del commercio. Insomma, la biblioteca intesa come crocevia sociale oltre che culturale, «luogo di coesione». Il fruitore vi troverà non il manoscritto antico, come nelle biblioteche nazionali, ma «Il Codice da Vinci» e l’ultima novità di narrativa.
«È un’idea che non piace a tutti, — dice Agnoli — perché in Italia pesa ancora il concetto di biblioteca come luogo di conservazione pensato esclusivamente per lo studio, la lettura, le ricerche. Alcuni bibliotecari sostengono persino che Internet non dovrebbe neanche esserci in biblioteca, mentre secondo me il computer può attirare non lettori e creare nuove forme di accesso e di relazione». Intanto però, in Italia, nonostante i soliti apocalittici, non mancano le esperienze interessanti, specie nel Centro e nel Nord: oltre a Pesaro, la biblioteca Salaborsa di Bologna, la Civica di Vimercate, la Panizzi di Reggio Emilia, quella nuovissima di Paderno Dugnano (Milano), quelle di Cologno Monzese, di Trento, di Modena eccetera. Gli esempi migliori vengono dal Nord Europa. Antonella Agnoli ricorda i casi di Helsinki, Rotterdam, Amsterdam ma potrebbe continuare. Strutture architettoniche nuove e confortevoli, dove quel che conta è «la panchina o la poltrona giusta» per assecondare gli stati d’animo e la voglia di incontrarsi. E non certo solo negli orari d’ufficio e nei giorni feriali.
Corriere della Sera 7.6.09
Alain Touraine «Gli americani non hanno avuto conflitti religiosi»
«Gli Usa e la Francia laici in modo diverso»
PARIGI — Stati Uniti e Francia hanno fatto la storia della democrazia e dei diritti dell’uomo. Ma in fatto di libertà e pratica religiosa le concezioni sono diverse, come emerso dagli interventi di Barack Obama e Nicolas Sarkozy. Obama: «Chi vuole portare il velo può farlo». Sarkozy: «I funzionari pubblici non devono avere segni visibili di appartenenza religiosa».
In pratica, il divieto francese riguarda soltanto lo spazio pubblico, ma le implicazioni di ordine sociale e politico sono più ampie. «Le differenze sono fondamentali e per certi aspetti paradossali », spiega Alain Touraine, professore di sociologia a Parigi, ex membro della commissione Stasi, il gruppo di saggi che contribuì alla legge sulla laicità francese, un testo che proibisce l’ostentazione di simboli religiosi in luoghi pubblici e garantisce la «neutralità » dello Stato repubblicano.
In che senso Usa e Francia sono diversi su questo terreno?
«Le differenze nascono dalla Storia dei due Paesi. La dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti gettò le basi per un ordinamento laico della società americana e per una rigorosa separazione delle autorità civili da quelle religiose. In sintesi, i legami sociali e personali sono prevalenti, nel rispetto di tutte le origini etniche e culturali. Questa separazione si è affermata più tardi in Francia, è stata rafforzata dalla Rivoluzione, è diventata la strada per emancipare la formazione delle classi dirigenti dall’influenza della Chiesa. Come si ricorderà gli ordini vennero aboliti e molti religiosi vennero espulsi. Per il posto della religione nella società si creò una situazione non molto diversa da quella prodottasi in seguito nei regimi comunisti. La legge del 1905 fu un compromesso che mise fine a un clima di guerra civile che durava da 150 anni. Quella più recente, quasi un secolo dopo, è stata dettata dalla necessità di ribadire i fondamenti dello Stato repubblicano da una deriva 'comunitaristica' (cioè di appartenenza alle varie comunità chiuse), accentuata dalla situazione complicata delle banlieue. Occorreva riaffermare la neutralità della sfera pubblica. Anche in difesa delle donne, spesso obbligate a seguire le tradizioni religiose del gruppo di appartenenza. Non va dimenticato che la Francia è stata contraria anche all’introduzione del concetto di radici cristiane nella costituzione europea».
Negli Usa invece...
«È il paradosso della storia. I legami fra politica ed etica sono divenuti sempre più importanti e rafforzano gli ideali della società americana. Sul dollaro c’è scritto 'in God we trust'. Il presidente giura sulla Bibbia, Bush andò in guerra pensando che Dio fosse dalla parte degli Stati Uniti. E Obama oggi dice cose che un presidente francese non potrebbe mai dire. Tuttavia, il legame fra politica e religione è di natura sociologica. La dichiarazione di Obama riflette una storia che non è fatta di conflitti religiosi. Ciò che unisce gli americani è l’adesione ai diritti sanciti dalla Costituzione e l’integrazione nel mercato del lavoro. Tutto il resto — religione, origine etnica, lingua, cultura, nazionalità, tradizioni — viene dopo. Per questo si affermano sia il diritto individuale, sia il diritto delle comunità ».
Differenze fondamentali, dunque.
«Fino a un certo punto. La Francia, l’Europa in generale, gli Stati Uniti sono società occidentalizzate e sempre più laiche. In Europa il tema della separazione dello Stato dalla Chiesa affonda nei secoli. D’altra parte, per effetto delle immigrazioni, la questione delle tradizioni religiose ritorna d’attualità ed è di difficile soluzione. C’è poi un paradosso francese: affermiamo la laicità, ma il comunitarismo si rafforza per altre vie, economiche e sociali. Nelle periferie, i gruppi etnici tendono ad affermare la propria identità religiosa e culturale».
Corriere della Sera 7.6.09
I suoi scritti postumi su Lévinas
Benny Lévy, l’anti-nichilista
di Bernard-Henry Lévy
Un Socrate ebreo che mette a nudo la propria parola
Come parlare di Dio dopo Nietzsche? Come parlarne, due secoli dopo la Critica kantiana, filosoficamente? Logos o Talmud? Linguaggio greco o ebraico? E se la pratica della filosofia fosse, prima di tutto, un’arte del palinsesto? Cosa pensare, in tal caso, della scrittura sepolta che i filosofi degni di questo nome instancabilmente correggono? Cos’è un debito? Perché la gratitudine, nell’ordine del pensiero, vale più della fedeltà? Cosa deve Lévinas a Sartre? E Sartre a Lévinas? Come mai toccò a un certo Pierre Victor, che ancora non era ridiventato Benny Lévy, farsi agente di collegamento fra i due?
Cos’è un maestro? Cosa ispira di più, in un pensiero, il concatenamento delle sue ragioni o il suo soffio? Se la risposta è, come sembra, il soffio, come non concludere che le grandi dottrine sono sempre letteralmente ansimanti? Che la lettura è, anche, respirazione? Che una buona lettura è dunque o una questione di soffio o, al contrario, di asfissia? Che si ha torto, nella storia delle opere, di tenere a mente soltanto ciò che è compiuto, i testi riusciti, le piste seguite fino in fondo e che sfociano in concetti ben formati? Infatti, sono almeno altrettanto interessanti, ricchi di senso e di posterità, gli abbozzi, gli appunti abbandonati, gli umili tremolii dei testi, le strozzature, gli scarti che il pensiero allontana da sé per avanzare.
Che ne è del volto: il visibile dei tratti o una traccia che svanisce? Cosa voleva dire, Lévinas, quando confidava a Derrida: me ne infischio dell’etica, m’interessa soltanto la santità? E quando confidava a uno dei suoi discepoli: tutta la filosofia del mondo può riassumersi nella sola e unica proposizione della Repubblica, quella in cui Platone stabilisce che il Bene è al di là dell’Essere? Sono queste, fra molte altre, alcune delle domande che attraversano Lévinas: Dieu et la philosophie (Verdier), un libro postumo di Benny Lévy che — come altri testi che seguiranno e che la vedova Léo Lévy sta sistemando con una precisione nella pietà che suscita ammirazione — è nato dal seminario che tenne a Gerusalemme negli ultimi anni della sua troppo breve vita.
La stampa quasi non ne parla, ed è un peccato. Poiché le 470 pagine del libro non sono soltanto la migliore introduzione al luminoso pensiero di colui — Lévinas — che fu il nostro maestro comune, ma anche un’opera di filosofia vivente firmata Benny Lévy, un nome di cui ancora non si è misurato il peso specifico che ha avuto nel secolo. Parlo naturalmente del XX secolo. Il secolo di ferro e di sangue, l’età delle tenebre che ha visto spegnersi, di volta in volta e insieme, i lumi della Ragione, la fede nella Filosofia e la fiducia in una Storia che dovrebbe dare senso alle nostre vite.
Quella di Benny Lévy è un’opera rara, essenzialmente orale, dove un Socrate ebreo mette a nudo la propria vivida parola strofinandola con quella della compagnia di discepoli che lo scortarono nella sua ultima avventura. E dove nell’ardore di questa interlocuzione, lungo le ventitré sedute di una purificazione dell’intelligenza e dello spirito, nell’ardore di una scalata verso l’essenziale e verso l’Unico, il cui solo veicolo era l’«accanimento nelle parole », affila, arrota, martella la lama delle proprie risposte a quello che non chiamava nichilismo, ma gli assomigliava singolarmente.
Superare il nichilismo? Scongiurarne l’impasse? Liberarsene? Tentare di comprendere quali siano i mezzi (teorici, pratici) di cui disponiamo quando decidiamo di non rassegnarci ai pensieri deboli, pietosamente moralizzanti, minimi, che pretendono di portare un rimedio alla devastazione? I miei lettori cominciano a saperlo: ai miei occhi, questo è più che mai l’unico compito che sia valido per il pensiero. Ebbene, oggi li informo che avranno difficoltà a trovare, nel mezzo di questo cammino, nella foresta oscura che è l’ignoranza contemporanea e dove, come dice il Poeta, la retta via sembra perduta, miglior guida e miglior conforto dei libri occultati di Benny Lévy.
(Traduzione di Daniela Maggioni)
il Riformista 7.6.09
La Pietà sfregiata
L'arrivo di Satana in un presagio
Sacri indizi. Fu Paolo VI a dire che il fumo del Demonio era entrato nelle fessure del tempio di Dio. Un segno lo insospettì. Altri fatti lo convinsero. Questo e molto altro in una biografia del «Papa amletico» in uscita per Mondadori.
di Paolo Rodari
29 giugno 1972. Omelia nella festa dei santi Pietro e Paolo: «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C'è il dubbio, l'incertezza, la problematica, l'inquietudine, l'insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida della Chiesa… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza… Crediamo in qualche cosa di preternaturale (il Diavolo) venuto nel mondo proprio a turbare, per soffocare, i frutti del Concilio Ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell'inno di gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé».
15 novembre 1972. Udienza generale: «Uno dei bisogni maggiori della Chiesa è la difesa da quel male che chiamiamo Demonio. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa… Esce dal quadro dell'insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente… È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero e con proditoria astuzia agisce ancora: è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana». 3 febbraio 1977. Udienza generale: «Non è meraviglia se la Scrittura acerbamente ci ammonisce che "tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno"».
Siamo agli sgoccioli del pontificato di Paolo VI. Papa Giovanni Battista Montini ripete, quasi ossessivamente, un solo concetto: la Chiesa è sotto l'attacco di Satana, il tentatore, un essere oscuro realmente esistente. Parole, quelle di Montini, ricordate in uno degli ultimi capitoli d'una biografia in uscita per Mondadori (Le Scie) e firmata dal vaticanista del Giornale Andrea Tornielli: Paolo VI. L'audacia di un papa (pp.728, euro 28). Una biografia basata su documenti inediti scovati in archivi ancora non esplorati. Una biografia che in uno dei suoi punti più avvincenti, proprio di Satana tratta. O meglio, del perché il successore del popolarissimo Giovanni XXIII e insieme predecessore del grande Giovanni Paolo II, Paolo VI appunto - «Paolo mesto», «Papa amletico», come lo ribattezzarono - si trovò a parlare più volte del Diavolo, avvertendone la presenza nel marasma post conciliare.
Perché questo continuo riferirsi a Satana? Tutto iniziò il 21 maggio 1972. Un episodio grave: un geologo australiano di origini ungheresi, instabile di mente, Laszlo Toth, dopo aver eluso la sorveglianza si arrampica sulla Pietà di Michelangelo e la sfigura con quindici colpi. La Pietà subisce danni seri ma non irreparabili. Montini, tuttavia, è sconvolto. Percepisce l'attentato come un segno, un presagio. Fu da quel mese di maggio che cominciò a parlare della presenza di Satana nella Chiesa.
Ne parlò anche in colloqui privati. Utili per capire come, al di là dell'episodio della Pietà, quando parlava del demonio Montini pensasse a fatti precisi, a circostanze concrete che la sua Chiesa stava attraversando nel difficilissimo periodo dell'immediato post Concilio.
Anzitutto la crisi dei preti: in molti abbandonavano l'abito: «Satana agisce - disse al vescovo Bernardo Citterio -. Non è possibile arrivare a tanta malvagità senza l'influsso di una forza prenaturale che insidia l'uomo e lo rovina».
Quindi il problema degli abusi liturgici: «Parlando di Satana - rivelò il cardinale Virgilio Noè - Montini pensava a tutti quei preti che della santa messa facevano paglia in nome della creatività»: persone «possedute da vanagloria e dalla superbia del Maligno».
Fu alla fine del 1975 che Paolo VI prese una decisione clamorosa. Rimosse - senza promuoverlo - uno dei protagonisti della riforma liturgica del post Concilio: l'arcivescovo Annibale Bugnini, spostato dalla curia romana direttamente in Iran, come pro nunzio. Allontanato senza preavviso. Bugnini si convinse che venne spostato a motivo di una vera e propria congiura imbastita su documenti che riportavano una sua presunta appartenenza massonica. Era un momento particolare per la curia romana: lotte sotterranee, combattute a suon di dossier, si sprecavano. Ma, a conti fatti, Bugnini non comprese il vero motivo dell'allontanamento: non tanto il contenuto del dossier, quanto, come disse l'allora segretario di Stato Jean-Marie Villot, il fatto «che nella riforma liturgica alcune cose vennero nascoste al Papa».
Erano anni difficili. Il Satana di Montini sembrava davvero presente un po' ovunque: preti in aperto contrasto con la Chiesa e il Papa. Una riforma liturgica che lo stesso Paolo VI non riuscì a gestire come probabilmente avrebbe voluto. Il referendum abrogativo della legge sul divorzio che lacerò il mondo cattolico: Montini si accorse d'incanto della massiccia secolarizzazione in atto. La rottura con l'arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre. La sospensione a divinis dell'abate di San Paolo fuori le Mura, Giovanni Franzoni. Le accuse al Papa d'aver avuto una relazione con l'attore teatrale Paolo Carlini mosse dallo scrittore omosessuale francese Roger Peyrefitte. E poi le voci intorno alle possibili dimissioni proprio del Pontefice. Lo stesso Paolo VI, nel 1976, «meditò seriamente di dimettersi», scrive Tornielli. Non lo fece. E chissà se se ne penti quando, poco dopo, nel 1978, a pochi mesi dalla morte, dovette attraversare uno dei casi più devastanti nella storia della Repubblica italiana: il rapimento e la morte di Aldo Moro: «Tra i brigatisti coinvolti nel rapimento - spiega Tornielli - c'era il figlio di un dipendente del Vaticano dal Papa ben conosciuto, del quale aveva celebrato il matrimonio».
Come se non bastasse, un altro pesante macigno sul cuore. In Italia si sta per arrivare all'approvazione della legge sull'aborto. Montini è particolarmente colpito dalle voci di dissenso sull'argomento che si sollevano all'interno della Chiesa: articoli in favore di un ammorbidimento della dottrina cattolica antiabortista vengono pubblicati dalla rivista dei gesuiti francesi Études, mentre in Italia è il gruppo di padre Ernesto Balducci ad affermare che non si può imporre alla donna di generare contro la sua volontà.
Dopo l'introduzione del divorzio in Italia, una scossa che aveva dimostrato come il paese fosse cambiato, la messa in discussione del valore inviolabile della vita nascente amareggia profondamente il Pontefice, le cui condizioni di salute si vanno visibilmente deteriorando. Per Montini è l'inizio della fine. Apparentemente sembra la vittoria del Demonio, di quel Demonio il cui fumo era già precedentemente entrato nel tempio di Dio, attraverso una qualche fessura.
l’Unità 7.6.09
Fare Mondi
Mummie e visioni a Venezia, ecco una Biennale bifronte
di Renato Barilli
Confesso che ero partito col proposito di elevare l’ennesima denuncia contro la supremazia oggi accordata ai cosiddetti ««curators», a detrimento degli storici e critici dell’arte, nel condurre le grandi rassegne internazionali: figure preoccupate più che altro di rispettare un albo di Gotha di presenze già acquisite, e assai poco di prendere per mano i visitatori nel tentativo di fargli comprendere che cosa sta succedendo nell’arte. E Daniel Birnbaum, il direttore della 53ma Biennale di Venezia, da questo punto di vista è un super-curatore, svedese di origine ma con solida entratura nella New York della rivista principe, Art forum, che a sua volta è alla testa di una sorta di aesthetical correctness da difendere coi denti.
Criptico o ovvio il titolo che Birnbaum ha dato globalmente alla sua Biennale, quel «fare mondi», che appunto è ovvio se visto dalla parte degli artisti, cui spetta per diritto di proporre ciascuno un proprio mondo, mentre l’organizzatore delle rassegne dovrebbe andare a scoprire i mondi altrui, e soprattutto illustrarli a chi sta dall’altra parte. Dei due contenitori classici che spettano da tempo al direttore delle Biennali, uno, il Padiglione centrale dei Giardini, risponde in pieno a questa qualifica, sotto la regia di Birnbaum si presenta davvero come un’arca di valori stabiliti, non tutti esaltanti.
A cominciare da John Baldessari, il quasi ottantenne artista statunitense a cui è stato dato il Leon d’oro alla carriera, ma è figura di serie B, ben altri sarebbero i campioni statunitensi da riconoscere, e infatti il premiato se l’è cavata trasformando la facciata del Padiglione in una specie di cartolina turistica di specie Pop, senza l’aiuto di quelle scritte concettuali che in genere rendono più vivace il suo lavoro.
Invece ben dato l’alto Leon d’oro alla carriera, a Yoko Ono, inesausta sperimentatrice che si è lasciata sempre trasportare dal movimento detto per antonomasia Fluxus. Poi vengono tanti altri cadaveri nell’armadio, magari anche giusti, ma della cui evocazione non si avvertiva un bisogno particolare: Oyvind Fahlström, magnifico antagonista europeo ai fastigi della Pop statunitense, il nostro Gino De Domenicis, già peraltro ricordato in tante altre Biennali, e qui fatto oggetto di un omaggio abborracciato, tanto da indurre la proprietaria dell’opera, Lia Rumma, a chiederne il ritiro. E non sapeva, Birnbaum che il gruppo giapponese Gutai aveva avuto di recente a Milano una giusta ripresentazione? E c’era bisogno di rinnovare le glorie un po’ polverose di Palermo, o di Matta-Clark, o del duo Gilbert & George, o di Wolfgang Tillmans?
Fa poi tenerezza il ricordo rivolto a Cadere, morto precocemente, che era stato quasi una mascotte, un piccolo evento segnaletico, grazie alle sue mazze multicolori con cui scorazzava nelle varie mostre ufficiali. Qui ora le incontriamo quasi in ogni sala, quasi a costituire una guida ottica, una sigla di riconoscimento.
Insomma, citazioni, omaggi d’obbligo, senza alcun tentativo di andare a vedere se da quegli esempi siano partiti filoni di ricerca ancora attuali e utili. In mezzo, ci stanno anche le novità, in qualche caso assai stimolanti, si vedano, nel vestibolo le ragnatele, o i soffioni giganteschi dell’argentino Tomas Saracino, o il bel teatro delle ombre del tedesco Hans-Peter Feldmann. Ma che ci fanno queste visioni solleticanti nel regno delle mummie, delle vecchie glorie spente e inanimate?
Però, devo ammetterlo, se ci si sposta all’Arsenale, tutto cambia, sarà merito della magia del posto, degli antri misteriosi a un tempo ma massimamente fungibili delle Corderie, il più bel luogo espositivo del mondo, certo è che qui compare lo spettacolo, aperto da quel magnifico istrione che è Michelangelo Pistoletto, i cui specchi non sono una citazione mortuaria del suo passato, in quanto li rivisita, li va a infrangere a colpi di mazza, ricavandone belle ragnatele di casualità. E al suo seguito ci sono davvero i giovani, convenuti da tutte le parti del pianeta.
In un maxivideo il messicano Héctor Zamora fa scorre nel cielo di Venezia uno sciame di dirigibili, come tanti UFO allarmanti; l’indiana Sheela Gowda intreccia un passato atavico e tribale con una speranza di futuro industriale, ovvero dei veri capelli sottratti a tante povere donne vanno a fasciare i parafanghi di automobili, pegno di uno sviluppo futuro del paese. Dal medesimo motivo delle auto il tedesco Thoma Bayrle trae suggestive carte da parato, con un testa-coda, per cui l’irreprensibile design supertecnico diviene una preziosa filigrana decorativa. La russa Anya Zhould fa uscir fuori dalle pareti dei tondini metallici distorti, inquieti, quasi a uncinare lo spazio. Le africane Moshekwa Langa e Pascale Marthine Thayou accumulano i loro mercatini, pletorici, pittoreschi, invadenti, ma tanto efficaci.
E finalmente ci sono anche ottime presenze italiane, le immagini video di Grazia Toderi, come sempre misteriche, cosmiche, o invece gli indecifrabili innesti grafici, tra l’organico e l’inorganico, di Simone Berti.
Repubblica 7.7.09
Václav Havel: "Io, rivoluzionario riluttante"
di Nicola Lombardozzi
Vent´anni fa, sulla scia del crollo del Muro e dei regimi comunisti europei, Praga conobbe la sua "Rivoluzione di velluto", senza spargimento di sangue. L´uomo che ne fu al centro, lo scrittore Václav Havel, che poi ricoprì per tre volte la carica di presidente, rievoca per noi i giorni cruciali in cui una folla disarmata scrisse la Storia
Io non aspiravo a cariche politiche Mi sono sentito come in teatro quando sei un attor giovane e si scopre che non ci sono più gli interpreti principali. E allora che fa l´attor giovane? Sale sul palcoscenico e dà il meglio di sé
PRAGA. Birra gelata alle dieci del mattino. L´ideale per ripensare al passato, tirare qualche bilancio, scacciare qualche rimpianto. Václav Havel sorseggia piano, ritorna a una mattina di novembre di vent´anni fa. Faceva freddo. La Letna, la collina sulla Moldava di fronte al vecchio ghetto ebraico, era piena come nessuno l´aveva mai vista, «nemmeno nelle adunate di partito del Primo maggio». Dicono fossero in trecentomila, «ma a noi interessava di più contare gli altri, i soldati, la polizia, quelle truppe speciali che ci avevano già ucciso un sogno ventun anni prima. Anche allora avrebbero potuto scatenare la violenza, chiudere la pratica con qualche carica, magari nel sangue. E poi spiegare tutto al mondo attraverso i giornali e la tv di regime così abili nel manipolare la verità, la storia stessa. Certo, la gente era tanta e l´entusiasmo cresceva. Mai visti tanti giovani. Studenti, apprendisti operai, forse anche militari in licenza. Disarmati però, e lo gridavamo forte: Máme holé ruce! Abbiamo le mani nude. Urlavamo contro i comunisti, contro il governo del segretario generale Gustáv Husák, che sicuramente ci stava osservando lassù dal Castello. E quelle finestre che sembravano chiuse facevano paura. Era appena crollato il Muro a Berlino, erano successe cose epocali in Polonia, in Ungheria, ma dal Castello poteva ancora partire un ordine e la nostra speranza sarebbe stata spazzata via. Insomma lo spettro del ´68 era ancora lì sopra di noi».
L´ordine non arrivò. L´entusiasmo della folla cresceva, gli agenti antisommossa rimanevano al loro posto indifferenti. Qualcuno sembrava perfino lanciare sguardi di solidarietà a quei coetanei che si sbracciavano dalla parte opposta della barricata. «Forse era solo suggestione, vedevamo le cose come volevamo che fossero. Ma fu lì che ci rendemmo conto che era fatta. Improvvisamente, senza un comando, senza un perché, il nostro slogan cambiò: Soudruzi, koncime! È finita compagni! È finita. Venne fuori spontaneo, dal cuore e non fu più mai smentito. Il traguardo era raggiunto, e questa volta non saremmo più tornati indietro».
Il resto è l´epopea della Rivoluzione di velluto, il corteo di fiaccole e cori che si sposta nella sera a piazza Venceslao - quella del sacrificio di Jan Palach - la folla che invoca Hável. Lo scrittore dissidente, scarcerato qualche giorno prima, che prende la parola tra applausi e urla di gioia. Cita Palach, Dubcek, e poi gli amici arrestati con lui e prima di lui. La gente piange di gioia, canta e balla fino all´alba per le stesse strade dove i tank di Mosca avevano cancellato nel sangue la Primavera del ´68. E la voce della folla comincia a lanciare un altro messaggio ma questa volta senza rabbia, con toni gioiosi da festa allo stadio: Hável na Hrad! Havel al Castello. È di fatto l´acclamazione popolare alla presidenza della Repubblica, che arriverà ufficialmente solo qualche settimana dopo.
Ma l´autocelebrazione non fa parte del personaggio. Hável se ne accorge, interrompe il racconto, riacquista l´aria da intellettuale timido e un po´ svagato che è il suo marchio di fabbrica nelle apparizioni pubbliche. «Che dovevo fare? Io non aspiravo, non ho mai aspirato, a cariche politiche, non ho fondato partiti né tantomeno creato ideologie. Mi sono sentito come in teatro quando sei un attor giovane e si scopre che non ci sono più gli interpreti principali. In quel momento cadeva un blocco di potere, finiva un´epoca. Sulla scena servivano politici democratici. E dove li trovavi i politici democratici nella Cecoslovacchia del 1989? Insomma era la classica situazione storica in cui i grandi cambiamenti politici possono essere fatti solo dai non politici. E allora che fa l´attor giovane? Sale sul palcoscenico e dà il meglio di sé».
Su quella notte di gloria e di lacrime di commozione i retroscena si sprecano. Husák, si disse, aveva chiesto il parere di Gorbaciov prima di lanciare l´ordine tanto temuto di sedare la rivolta. Il Cremlino aveva risposto in maniera molto diversa che nel ´68, invitando i compagni cèchi a non mettersi contro il popolo e a trattare un´uscita di scena più indolore possibile. Hável riconosce il ruolo importante di Gorbaciov, ma non gli riesce proprio di considerarlo l´artefice del crollo sovietico. «Non voglio sminuire il suo ruolo. La glasnost e la perestrojka hanno avviato un processo che ha distrutto l´impero sovietico, questo è certo. Ma non credo che le mire di Gorbaciov si spingessero a tanto. Mi è sembrato come un cuoco che vuol fare uscire un po´ di vapore da una pentola a pressione. Ha sollevato di un tantino il coperchio, ma questo gli è sfuggito di mano ed è volato via. Insomma, voleva solo dare un po´ di respiro ai popoli oppressi, ma questi sono andati avanti da soli e molto al di là delle sue previsioni. Se non lo avesse fatto lui, prima o poi lo avrebbe fatto qualcun altro. In ogni caso è stato bravo a non cedere mai alla tentazione di usare le maniere forti. Ha evitato spargimenti di sangue e di questo dobbiamo essergli grati».
Adesso Václav Havel, dopo tre mandati da presidente (prima della Cecoslovacchia, poi della Repubblica Ceca dopo la scissione consensuale con Bratislava), non è del tutto soddisfatto di come sono andate le cose. Lui nega, minimizza com´è nel suo stile, ma c´è uno spot che si vede molto in questi giorni per le tv e per i cinema cechi che la dice lunga. Pubblicizza le manifestazioni per il ventennale della Rivoluzione e lo interpreta lui stesso vestito da medico, anzi da ostetrico. Porta in una nursery una nidiata di neonati dormienti. Li sveglia con un battito delle mani e dice: «Siete nati vent´anni fa. Adesso datevi da fare, tocca a voi».
Forse i giovani del 2009 non le sembrano all´altezza di quelli dell´89? «No, semmai è un invito a prendere l´iniziativa, anche politica. Non credo che tra le generazioni ci siano differenze genetiche. Ognuna ha più o meno la stessa percentuale di intelligenza, di idiozia, di cultura, di senso di responsabilità. Ma questi giovani, che non hanno vissuto il nostro passato, sono più leggeri di noi, non devono sopportare quel peso che ci imponeva il regime comunista, quella totale mancanza di fiducia in noi stessi che ci paralizzava, quell´assurdo ma profondo complesso di inferiorità nei confronti dell´Occidente».
E a questi giovani lei vorrebbe chiedere di più? «Li vorrei più impegnati. Proprio l´altro giorno ho tenuto una conferenza davanti a milleduecento studenti universitari. Tante domande, tanto interesse, ma quando ho chiesto: chi di voi vuole fare politica attiva?, hanno alzato la mano appena in tre. D´altra parte è un momento così in tutto il mondo. I nostri giovani, dei paesi ex comunisti intendo, danno per scontate quelle che sono state conquiste epocali. Siamo nella Ue, nella Nato, abbiamo una democrazia parlamentare, libera stampa e libera opinione, alla frontiera non ci viene nemmeno chiesto di rallentare… A loro sembra tutto ovvio, ma non è stato così facile. Però non sono pessimista, sento che i valori morali ci sono, che l´impegno prima o poi verrà, che la nuova generazione riuscirà a soppiantare la nostra. Io mi ripeto sempre che solo le nuove leve possono fare cambiamenti importanti, nel bene o nel male. E mi ripasso mentalmente questa tabella: 1918, Cecoslovacchia indipendente; 1938, Patto di Monaco e sottomissione al nazismo; 1948, golpe comunista; 1968, la nostra Primavera finita nel sangue; 1989, la Rivoluzione di velluto. Insomma la cadenza è sempre quella di una generazione».
E che cambiamenti si aspetta? «Vorrei meno miopia, meno tecnocraticismo. I politici della vecchia guardia pensano solo al prossimo turno elettorale. Occorre tornare a guardare più lontano, a scadenze di almeno cinquant´anni e questo solo i giovani possono farlo». E intanto, mentre si pensa al futuro, il passato, ogni tanto, ritorna: gli ex comunisti vincono spesso le elezioni nei Paesi dell´ex Patto di Varsavia, anche a Praga i partiti che hanno reclutato figure quasi dimenticate di comunisti di un tempo, volano nei sondaggi. Hável non sembra preoccupato, gli pare una reazione quasi inevitabile: «La libertà è faticosa. Molta gente, sotto il regime, si era abituata all´idea che lo Stato pensasse a tutto e ti seguisse dalla culla alla tomba. Orribile sì, ma dava un senso di falsa sicurezza che ad ogni difficoltà ti scopri a rimpiangere. A chi non ha voglia o coraggio di prendere iniziative i comunisti offrono una ricetta facile facile e, riconosco, molto tentatrice: di te si occuperà lo Stato, non hai bisogno di preoccuparti e nemmeno di pensare. Quando ero Presidente mi rinfacciavano i senzatetto nelle periferie. C´è povertà, mi dicevano. Ma non era vero. Lo sviluppo economico era assai migliore di prima. La verità è che i senzatetto non si erano mai visti prima per il semplice motivo che lavorare era obbligatorio. Chi si rifiutava, andava in galera. Sono stato in carcere e ne ho conosciute di persone di quel tipo».
Troppo facile Presidente, non vorrà dire che non si sono compiuti errori in questi vent´anni di libertà? «Ma certo che se ne sono fatti. Ci siamo trovati, e altri Paesi molto più di noi, davanti a turbolenze che non ci saremmo mai aspettati e che abbiamo gestito con difficoltà. E poi la storia non è finita, come aveva predetto qualcuno, con la caduta del Muro. Adesso ci sono nuovi pericoli che prima non pensavamo nemmeno esistessero: i terrorismi, il disastro climatico, le diseguaglianze sociali. Per questo io aspetto una nuova leva di politici che si prepari a ragionare in grande». Sembra l´identikit di Obama. La sua elezione ha portato molto entusiasmo e non solo in America. In fondo un presidente nero alla Casa Bianca era impensabile più o meno come vent´anni fa un dissidente carcerato insediato nel castello di Praga. Sorride, finisce la sua birra. «Sì, il paragone regge. Ma nessuno può fare miracoli. Ho incontrato da poco Obama: mi è sembrato simpatico, intelligente e soprattutto capace di ascoltare. Cosa che i politici non fanno quasi mai. Ma con affetto gli ho detto di guardarsi dall´eccessivo entusiasmo dei suoi sostenitori. Ho visto che in Europa in molti lo considerano come un nuovo Mosè… In politica, quando ci si aspetta troppo, si passa bruscamente all´avversione e addirittura all´odio se qualcosa non va per il verso giusto. Mi sono preso la soddisfazione di dare un consiglio al fenomeno del momento, ma credo che lo avesse già capito da solo».