Repubblica 7.1.09
Quest’anno al via le celebrazioni per il bicentenario
Darwin, il plagio inventato. La storia del "caso" Wallace
di Piergiorgio Odifreddi
Chi tra i due fu il primo a formulare la famosa teoria sull´origine della specie? Una falsa domanda perché in realtà si trattò solo di un´"impressionante coincidenza"
I loro lavori furono presentati assieme Il naturalista gallese parlò d´un "caso fortunato"
I due scienziati svolsero, nello stesso periodo di tempo, studi paralleli
È appena iniziato l´anno darwiniano, che celebra il bicentenario della nascita di Charles Darwin e il cento cinquantenario della pubblicazione del suo capolavoro L´origine delle specie. E ancora prima dell´inizio delle feste sono cominciati i fuochi di fila dei guastafeste, che probabilmente dureranno per tutto il 2009: ad esempio, come ha riportato Repubblica il 29 dicembre, di quelli che si sono appena inventati un possibile "plagio" di Darwin ai danni di Alfred Russell Wallace.
Si tratta, ovviamente, di una di quelle bufale che tanto piacciono a coloro dei quali canta la statua del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart: «Non si pasce del cibo celeste [della scienza], chi si pasce del cibo mortale [dei pettegolezzi]». È ben noto, infatti, che Wallace arrivò indipendentemente alla formulazione della teoria dell´evoluzione, ma accettò di buon grado la priorità di Darwin e si accontentò sempre dell´onore della condivisione: fu addirittura lui stesso a coniare il termine Darwinismo, in un omonimo libro del 1889. D´altra parte, sarebbe comunque riduttivo descrivere Wallace come L´uomo che gettò nel panico Darwin, come fa il titolo della peraltro completa e affascinante antologia di suoi scritti curata da Federico Focher (Bollati Boringhieri, 2006). Quelle stesse pagine mostrano infatti che c´è molto di più nella vita e nelle opere di Wallace, oltre alla (ri) scoperta della teoria dell´evoluzione, e vale la pena di vedere cosa.
I due eventi cruciali della sua formazione furono l´incontro con Henry Bates e la lettura di Malthus. Agli inizi solo il primo ebbe però un effetto immediato: i due amici, ispirati fra l´altro dalla lettura del Viaggio di un naturalista antorno al mondo di Darwin, progettarono infatti una spedizione in Amazzonia da finanziare con la raccolta di esemplari rari di insetti e farfalle da vendere ai collezionisti, e partirono il 20 aprile 1848 da Liverpool per approdare un mese dopo a Belèm. Dopo qualche mese di coabitazione, i due si separarono. Bates si dedicò al Rio delle Amazzoni, rimanendovi undici anni. Wallace si dedicò invece al Rio Negro, e tornò dopo quattro anni: senza esemplari, però, perché la nave fece naufragio e lui perse tutto eccetto i ricordi, che pubblicò nel 1853 nel Racconto di viaggio sulle Amazzoni e il Rio Negro.
Benché nei dieci giorni alla deriva e nei settanta del viaggio di ritorno egli si fosse ripromesso di non reimbarcarsi mai più, due anni dopo era di nuovo in partenza: questa volta per l´arcipelago malese, dove rimase otto anni, e fu lì che egli trovò gradualmente il bandolo della matassa di quel problema dell´origine delle specie che già prima di partire per l´Amazzonia aveva identificato, in una lettera a Bates, come uno degli scopi del suo primo viaggio.
Il primo passo fu compiuto nell´articolo del 1855 Sulla legge che ha regolato l´introduzione di nuove specie, nel quale è enunciata la cosiddetta legge di Sarawak (dal nome della provincia in cui Wallace era ospite del "raja bianco" James Brooke, che ispirò il personaggio omonimo del ciclo di Sandokan di Emilio Salgari): «ogni specie ha avuto un´origine coincidente, sia nello spazio che nel tempo, con una specie preesistente strettamente affine», e dunque «la successione naturale delle affinità rappresenta anche l´ordine secondo il quale le varie specie sono venute alla luce».
In particolare, secondo la metafora dell´albero della vita che sarebbe stata usata anche da Darwin, «si è creata una complicata ramificazione delle linee di affinità, tanto intricata quanto i rametti di una quercia nodosa o il sistema vascolare del corpo umano».
La chiarezza delle idee di Wallace e la persuasività delle sue argomentazioni fecero vacillare la posizione fissista del grande geologo Charles Lyell, ma non furono sufficienti a spingere Darwin a rivelargli di aver già trovato la soluzione dell´enigma: ancora nel gennaio del 1858 Wallace scriveva infatti a Bates che «la grande opera che Darwin sta preparando, e per la quale raccoglie materiale da vent´anni, potrebbe risparmiarmi la fatica di aggiungere altro sulla mia ipotesi, oppure potrebbe mettermi nei guai arrivando a un´altra conclusione».
Un mese dopo, nel febbraio del 1858, Wallace risolse il problema da solo, in un momento di illuminazione venutogli durante un attacco di febbre, brividi e vampate di calore che lo costrinse a letto per ore. Impossibilitato a far altro che pensare, gli tornò alla memoria il Saggio sul principio di popolazione di Malthus che aveva letto circa vent´anni prima, e intuì che le stesse cause che limitano la crescita della popolazione umana agiscono in continuazione anche nel mondo animale. Si domandò perché alcuni muoiono mentre altri vivono, e la risposta fu ovviamente che, nel complesso, sopravvivono i meglio adattati. Quella stessa sera, appena calata la febbre, Wallace scrisse il famoso articolo Sulla tendenza delle varietà a divergere indefinitamente dal tipo originale. Due giorni dopo lo spedì a Darwin, che lo ricevette il 18 giugno 1858 e vi trovò esposta una teoria identica alla sua.
Darwin inviò l´articolo di Wallace a Lyell, parlando di una «coincidenza impressionante» col suo lavoro, di cui «non si sarebbe potuto fare un riassunto migliore». Fortunatamente per lui, nel settembre 1857 egli aveva scritto una lunga lettera al botanico Asa Gray esponendogli i punti salienti delle sue ricerche, e Lyell propose di pubblicarla insieme all´articolo di Wallace: i due lavori furono presentati alla Società Linnea il 1 luglio 1858, il giorno stesso in cui Darwin seppelliva il figlio Charles morto di scarlattina a diciotto mesi.
Lungi dal gridare al "plagio", Wallace accettò di buon grado la situazione e riconobbe che in fondo solo «un caso fortunato» gli aveva permesso di condividere ufficialmente con Darwin un´idea alla quale essi avevano dedicato, rispettivamente, «una settimana contro vent´anni». E tornò al suo interesse principale, che era la biogeografia, pubblicando nell´estate del 1859 l´articolo Zoogeografia dell´arcipelago malese, in cui individuava il confine che separa le regioni zoologiche australiana e indiana, nonostante la loro sostanziale identità climatica e geologica. In seguito estenderà la sua attenzione all´intero globo, in ricerche compendiate nella sua opera principale, La distribuzione geografica degli animali del 1876.
A offuscare la sua fama scientifica rimane però un articolo del 1869 su I limiti della selezione naturale applicata all´uomo, in cui Wallace sosteneva che «un´intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell´uomo in una ben precisa direzione e per uno scopo speciale, esattamente come l´uomo governa lo sviluppo di molte forme animali e vegetali». Darwin ne fu inorridito, e gli scrisse: «Se non me lo aveste detto, avrei pensato che quelle frasi le avesse aggiunte qualcun altro», chiosando: «Spero che non abbiate del tutto assassinato la vostra e mia creatura».
In realtà Wallace fece anche di peggio, prendendo apertamente posizione a favore dello spiritismo e dei fenomeni paranormali, e scrivendo nel 1885 un pamphlet in cui accusava la vaccinazione di essere «inutile e dannosa». Nonostante le sue sbandate irrazionaliste, non arrivò comunque mai al punto di apprezzare la religione, e rimase sempre un sostenitore del socialismo ideale e della nazionalizzazione della terra, dedicando all´impegno sociale una parte apprezzabile della sua lunga, avventurosa e intensa vita.
Repubblica 7.1.09
Islam tra scienza e magia
Una lezione antica del mondo mussulmano
di Nadia Fusini
Ci fu un tempo in cui tra Oriente e Occidente il rapporto era di scambio creativo come dimostra il grande classico "Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri" di Zakariyya al-Qazwini
L´autore sembra rivolgersi al lettore con un´intima confidenza: non deve essere uno specialista, ma curioso e pronto alla sorpresa
Fin da subito di un´immensa popolarità, divenne uno dei testi più celebri della letteratura araba e tra i più letti dagli eruditi d´Oriente
Un´enciclopedia della natura del Duecento che descrive i fenomeni senza eliminarne l´eccentricità e con una specie di rapimento estatico
Sapreste rispondere alla domanda: l´amore è figlio della conoscenza, o la conoscenza dell´amore? Leonardo dice che è vera la prima ipotesi, qualora si intenda una conoscenza concreta. Alla stessa domanda al-Qazwini risponderebbe che no, la conoscenza è figlia dell´amore. Anzi, aristotelicamente, della meraviglia. La quale meraviglia ha molto a che fare con l´amore, e con il sentimento della gratitudine. E´ un sentimento che trasuda dallo studio del creato del grande studioso persiano del Duecento Zakariyya Ibn Muhammad al-Qazwini, intitolato per l´appunto Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri (a cura di Syrinx von Hees, traduzione di Francesca Bellino, Mondadori, pagg. xxxv+322, euro 17,00).
Già dal titolo si intende che sarà una particolarissima opera scientifica, dove la scienza più che una fredda disciplina preoccupata del rigore dei suoi statuti, è interpretata come una disposizione alla catalogazione, alla descrizione dei fenomeni. Al-Qazwini, più che uno scienziato, più che un filosofo, è un enciclopedista, e soprattutto uno scrittore e descrive il mondo creato con rapimento estatico, mai togliendo ai fenomeni quel che la scienza, la nostra idea di scienza, tenderà a far passare in secondo piano, addirittura eliminare, e cioè, la singolarità, l´eccentricità. Chi fa scienza da un certo punto in poi, intendo dal punto di vista temporale, dovrà rispondere alla struttura generale, più che all´esperienza singola. Dovrà descrivere leggi.
Ma c´è un momento, meraviglioso davvero, di cui questo libro scritto nel Medioevo islamico è un esempio, e che dura più o meno fino al Cinquecento, dove la scienza e la magia si toccano.
Vengono in mente altrettanto meravigliose opere che circolano ancora nel Rinascimento inglese, come il De proprietatibus rerum del francescano Bartolomeus Anglicus, scritto intorno alla prima metà del secolo XIII, o il Liber de natura rerum, del belga Tommaso di Cantimpré scritto anch´esso negli stessi anni.
Non sorprende che questa enciclopedia della natura dell´erudito Zakariyya godette fin da subito di una immensa popolarità, fino a diventare, come conferma la dotta curatrice del volume Syrinx von Hees, uno dei testi più celebri della letteratura araba: fu tradotto in varie lingue e si impose come uno dei libri più letti dagli eruditi d´Oriente fino al XIX secolo. La valorosa traduttrice, Francesca Bellino, da parte sua ci rammenta che nonostante l´importanza e l´ampia circolazione nel mondo islamico, l´opera non è stata mai tradotta integralmente in nessuna lingua occidentale. Anche questa sua traduzione riguarda circa la metà delle meraviglie e delle stranezze catalogate e descritte nell´originale. Ma tanto basta per incantare il lettore. Il quale, a distanza di secoli e di terre e mari, si sente interpellato direttamente dall´autore con una confidenza intima, semplice.
Affìdati a me, gli consiglia Zakariyya, e ti racconterò le meraviglie del creato e non devi essere uno specialista, devi essere curioso e pronto alla sorpresa. Per te, lettore, continua, io ho raccolto quel che era sparpagliato e ho rilegato in un libro quel che era disperso. Un libro! C´è forse qualcosa di più meraviglioso di un libro? - un libro che fa da specchio al libro della Natura, che è il libro di Dio? Nel nome di Dio, Clemente e Misericordioso il servo Zakariyya si mette all´opera. Scrive. Perché i libri danno senso alla vita.
E racconta come fu che lui personalmente cominciò a leggere i libri. Non aveva neppure vent´anni, quando la sua città, Qazwin, collocata a nord-ovest di Teheran, ai piedi delle montagne che s´affacciano sulla riva meridionale del Mar Caspio, fu conquistata dall´esercito mongolo. Insieme ad altri dotti persiani Zakariyya emigrò e si stabilì a Mosul, e lì trascorse gran parte della sua esistenza. Nella nuova città si trovò bene, ma la nostalgia era grande, e la solitudine tanta. E prese a leggere i libri: «la migliore compagnia». E a osservare il mondo intorno a lui. Ma sempre attraverso gli occhi di un libro, il Corano, che insegna tra le altre cose anche a guardare. Perché spiega Zakariyya, il significato di guardare non è tanto quello di scrutare con gli occhi, bisogna avere cuore. Esseri che hanno cuori con i quali non comprendono, insegna il Profeta, hanno occhi con i quali non vedono, hanno orecchi con i quali non sentono... Il vero significato di guardare è di leggere in ogni cosa la presenza divina. In altro modo, noi potremmo dire: riconoscere a ogni cosa il significato profondo. La realtà.
Questo non è facile, riconosce lo studioso; l´uomo ignorante e negligente non lo sa fare, mentre è esercizio che riguarda l´uomo intelligente e saggio. E´ a lui che rivolge il suo libro, con innocente pedanteria affermando: «non ho inventato nulla, ho scritto tutto così come l´ho ricevuto». La tradizione è concetto importante, qui; religioso. Per lo più Zakariyya poggia su Aristotele, sul Corano, su Tolomeo, su Avicenna e altri enciclopedisti più o meno contemporanei.
Poi passa a spiegare i due termini centrali del suo trattato: "meraviglia" e "stranezze". Con "meraviglia" intende lo stupore che prende chi guardi qualcosa di cui ignora il come e il che cosa. Fa l´esempio di un´arnia. Uno che non l´abbia mai vista si stupirà senz´altro della sua perfezione architettonica: chi ha potuto e saputo creare quegli esagoni equilateri, che neanche un ingegnoso ingegnere con tanto di riga e compasso potrebbe eguagliare? E da dove viene la cera che sigilla le piccole celle una identica all´altra? e il miele che farà da scorta per l´inverno? e come fanno le api a sapere che è arrivato l´inverno?
Le domande incalzano la mente intelligente, che rimane sbigottita; l´animo perspicace, che sorpreso rende lode a Dio.
Ecco il significato di "meraviglia". Per quanto riguarda la "stranezza", "strano" è ogni fatto che capita di rado, diverso da quanto si vede di solito. Come i miracoli dei profeti. E gli atti dei santi pii. Tra i fatti strani si contano i fenomeni celesti, le stelle cadenti, le comete, la nascita di animali, come ad esempio un uomo con il corpo di donna da metà in giù, e da metà in su due corpi diversi con quattro mani e due teste e due facce.
Ora, la disposizione alla meraviglia, allo stupore, alla stranezza, che è atteggiamento proprio del giovane, di chi manca di esperienza, è naturale che con l´età si perda. Ma almeno in parte dovremmo conservare quel modo di restare aperti alla realtà. Alla sua bellezza.
Perché di questo si tratta, in fondo: non si muove atomo nei cieli e sulla terra che non provi la magnificenza, la maestà di Dio. Noi potremmo dire: della Realtà. Della Natura. Due termini che, certo, acquisiscono una particolare forza se si sostengono a uno sfondo metafisico, religioso. Ma anche se spogliata del fondale religioso, anche a chi legga oggi con occhi abituati all´indigenza, la realtà che al-Qazwini descrive apparirà magnifica. Anche chi non vi sappia rintracciare l´arte divina, coglierà la bellezza delle forme. La complessità strabiliante.
Il fine didattico dell´enciclopedia è chiaro, e a tal scopo al-Qazwini seleziona un sapere specialistico, derivato da autorità della materia, e lo organizza in modo chiaro, elegante, fedele. Altrettanto chiaro è l´insegnamento: ovvero, grazie alla legge religiosa, ogni cosa trova il suo posto. Il suo senso.
Di tale insegnamento un lettore di oggi, crocefisso alla croce della sua modernità, per forza ironica, che ne farà? Lo terrà a mente e dell´ordine e del senso cui rimanda ne godrà come di una rivelazione estetica. E rifletterà su come, più o meno sempre, la contemplazione trasformi l´oggetto del suo atto in un affascinante agalma: immagine bella, simbolo, feticcio, idolo, trappola che sia. Segno della presenza, o assenza - è la stessa cosa - dell´Altro.
Corriere della Sera 7.1.09
Escono dall'editore Steidl le note quotidiane con cui il Nobel commentò nel 1990 gli eventi che portarono alla fine della Ddr
Il rimpianto di Grass per le due Germanie
Nel diario duri attacchi a chi accelerò l'unificazione
di Danilo Taino
BERLINO — Due locuste appariranno sulla copertina del diario che Günter Grass manderà nelle librerie tedesche il prossimo 29 gennaio. Le ha disegnate egli stesso e sono la citazione figurata di una frase famosa dell'attuale capo del Partito socialdemocratico, Franz Müntefering. Certi capitalisti, certi investitori — diceva il politico — sono come locuste che assalgono un Paese e lo riducono a nulla. I capitalisti, gli investitori occidentali, soprattutto tedeschi, sono coloro che si sono mangiati la ex Germania dell'Est dopo l'unificazione del 3 ottobre 1990 — dice Grass. Due colpi di matita, forse populisti ma geniali, per portare all'attualità la cronaca di un anno lontano, il 1990, nel quale le due Germanie decisero di diventare una sola.
Grass — che non aveva ancora vinto il premio Nobel (gli sarà assegnato nel 1999), ma era già l'intellettuale più ascoltato e ammirato della Germania — sapeva che quello sarebbe stato un anno importantissimo. E, come buona parte dei socialdemocratici, pensava che una fusione affrettata tra le due parti del Paese sarebbe stata un disastro. Tenne così un diario nel quale annotò i fatti, commentò le alternative, fissò le sue opinioni. E nel quale dette giudizi, soprattutto su Helmut Kohl, allora cancelliere, che come una locomotiva a pieno vapore correva verso la Germania unita. Ora, quelle pagine saranno pubblicate dalla casa editrice Steidl con il titolo Unterwegs von Deutschland nach Deutschland («Per strada dalla Germania alla Germania»): un'edizione con 20 disegni dell'autore, a 20 euro, e una con una settantina di tavole illustrate, a 38 euro. L'anno in cui si celebra il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino si apre insomma con Grass che stabilisce il terreno del dibattito.
Sul tema dell'unificazione, il grande intellettuale si era già espresso in mille modi. Soprattutto, nel 1995 aveva pubblicato È una lunga storia (Einaudi), romanzo nel quale sosteneva che nel 1990 si era di fatto verificata l'occupazione della Germania Est da parte della Germania Ovest: non militare ma economica, effettuata dal mondo del business con l'imposizione del mercato e delle privatizzazioni a un Paese che non era preparato. Reazioni dure alla pubblicazione, scandalo: il settimanale Spiegel
pubblicò una copertina nella quale un critico letterario stracciava il romanzo. Le copie vendute furono molte, 350 mila, ma l'impatto politico relativo: erano ancora anni di entusiasmo, a Est come a Ovest, per la riunificazione. Oggi, probabilmente, la forza politica delle argomentazioni di Grass sarà più forte: non solo perché un terzo dei tedeschi (e quasi metà nelle regioni orientali) ha nostalgia dei vecchi tempi; soprattutto perché il capitalismo, che negli anni Novanta era trionfante, nella crisi è debole anche sul piano politico e culturale.
Dei contenuti del diario non si sa ancora molto. Il 30 gennaio 1990, Grass si domanda se sarà possibile fare fronte alla «presunta convinzione popolare» che la riunificazione debba avvenire al più presto possibile. «Almeno certi politici — scrive quel giorno — dovrebbero sapere che se anche una riunificazione rapida fosse possibile, essa sarebbe pagata con sfiducia e con una larga breccia» tra le due parti della Germania. In marzo, mentre è a Cottbus, nel-l'Est, riflette sulle conseguenze negative dell'unione monetaria tedesca, sulla base della quale Kohl garantì ai marchi orientali un tasso di cambio uno a uno con quelli occidentali. Grass prevede che i cittadini dell'Est consumeranno i loro nuovi marchi per comprare merci occidentali, con il risultato di distruggere la debole economia della Repubblica democratica. «Al contrario — aggiunge — sarà impossibile vendere i beni prodotti qui e molte imprese chiuderanno, comprese alcune che, con altri metodi, si sarebbero potute salvare».
In via di principio, Grass non era contrario alla riunificazione. Sosteneva però che le due metà del Paese erano troppo diverse per essere messe assieme in pochi mesi. Dopo Hitler, la Repubblica di Bonn aveva avuto il piano Marshall e la democrazia. La Ddr Stalin e la Stasi. «Ho sempre creduto nella possibilità dell'unificazione — disse in quegli anni —. Ma ho sempre detto che dovevamo andare piano e con cautela. Helmut Kohl, però, era interessato solo a vincere le elezioni del 1990». In questo modo «abbiamo distrutto l'economia della Germania dell'Est». A suo parere, quel drammatico 1990 — in cui Kohl conquistò applausi in tutto il mondo oltre che la conferma alla cancelleria — fu in realtà la «colonizzazione» dell'Ovest sull'Est. Come fece il romanzo del 1995, il diario in uscita a fine mese vuole raccontare gli «inizi criminali» di questa conquista.
Senza dubbio, la Germania del 2009 è più pronta che in passato ad ascoltare la versione di Grass. Quasi vent'anni dopo, i Länder del-l'Est sono ancora di gran lunga i più poveri: ci sono casi di eccellenza e innovazione, per esempio a Dresda, ma la disoccupazione è più alta che a Ovest, buona parte delle campagne è desolata, i giovani (soprattutto le ragazze) scappano, i partiti storici sembrano assenti, spesso a vantaggio dei neonazisti. E, tra i tedeschi, il libero mercato in questi giorni ha una pessima reputazione. Se Grass mette insieme i vecchi tempi delle due Germanie con le locuste, può diventare esplosivo.
Corriere della Sera 7.1.09
Crudeltà. Torna aggiornato lo studio sui supplizi di Franco Di Bella. Con una postfazione del figlio Antonio
Così l'Inquisizione torturava eretici e streghe
di Armando Torno
La Storia della tortura di Franco Di Bella usciva nel 1961 da Sugar. Scritta con verve giornalistica, l'opera era ricca di informazioni e colmava una lacuna. In quell'anno, anche se Giovanni XXIII promulgava l'enciclica Mater et magistra, le torture continuavano, tra l'altro in Algeria e in Congo. Qui Patrice Lumumba era ucciso per ordine di Ciombé, mentre le cronache illustravano quella lontana guerra civile anche con atti di cannibalismo. Il libro proponeva un inventario di quanto la storia occidentale aveva lasciato, dalle ordalie alle pratiche dell'Inquisizione, dai supplizi per le streghe alla gogna, dai ceppi al cavalletto. Con un intento: archiviare definitivamente queste vergogne.
È trascorso quasi mezzo secolo dalla pubblicazione e la tortura è viva. Anzi, rischia a volte di essere più raffinata che in passato. Guantánamo, il Guatemala o le zone di guerra o taluni paradisi della povertà la richiamano subito alla mente; resta una pratica che molti osservatori segnalano ancora in Cina. Abbiamo dei sospetti quando Cuba nega l'accesso alla Croce rossa internazionale e ad altre organizzazioni umanitarie alle sue prigioni. Per questi e per numerosi altri motivi la riproposta aggiornata del saggio di Di Bella (Editrice Odoya, pp. 336, e 20) è un contributo ai sentimenti civili. Vediamo quel che è stato fatto. Innanzitutto si sono ristampati i primi otto capitoli del saggio, con le antiche crudeltà, note e combattute già da Verri e Beccaria. Gli ultimi due, invece, dedicati rispettivamente al periodo che va dai Lumi alla camera a gas e a quanto è avvenuto nel Novecento (che non è poco), sono stati aggiornati con un testo posto tra parentesi quadre. Infine c'è una postfazione del figlio dell'autore, Antonio Di Bella (con lui ha collaborato John Manisco), che riprende e integra il discorso sulle torture contemporanee.
Il libro evidenzia quel che è stato commesso in nome degli ideali, della giustizia e di Dio da uomini ad altri uomini; soprattutto ricorda che i torturatori erano crudeli ma attenti al bilancio, giacché quasi sempre le spese della nefasta pratica erano a carico del supposto colpevole. Tra gli esempi, Di Bella offre una buona descrizione del caso Damiens che fu squartato vivo nel 1757 per aver procurato una scalfittura a Luigi XV; non mancano le sottigliezze del boia che doveva tormentare (magari strappando con tenaglie infuocate parti di membra...) ma non uccidere subito il condannato, affinché la plebe potesse deliziarsi a lungo. La Monaca di Monza conobbe i sibilli che bloccavano l'afflusso di sangue alle dita e procuravano dolori lancinanti; Galileo fu sottoposto a «rigoroso esame», ovvero a tortura eccetera eccetera. La crudeltà ha avuto sempre una fantasia in più. E Di Bella ne illustra la triste storia.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 6 gennaio 2009
Liberazione 6.1.08
Noi da "Liberazione" vorremmo un punto di vista comunista
Caro Piero, i lavoratori, i pensionati, gli studenti comunisti comprano "Liberazione" per trovarvi le notizie dell'Italia e del mondo commentate dal punto di vista comunista, cioè per trovarvi la controinformazione assolutamente necessaria, laddove la disinformazione di massa è praticata da tutti i giornali e da tutte le televisioni in mano ai padroni. "Liberazione" la compriamo tutti i giorni, assai pochi in verità, perché riteniamo che essa sia uno strumento indispensabile per un'educazione dei giovani orientata alla diffusione ed affermazione degi ideali socialisti. Non mi sembra che l'inserto domenicale "Queer" assolva a questi compiti; in genere vi leggiamo sproloqui incomprensibili ai più, spesse volte scemenze irritanti; a volte, però, "Queer" diventa chiara e comprensibilissima, come negli ultimi due numeri, totalmente dedicati alla propaganda anticomunista. L'anticomunismo è l'attività principale degli altri giornali: che bisogno c'è di accodarsi? Continuare su questa strada significa costringere i comunisti a non comprare più il loro giornale. Piero, smettetela, finché siente ancora in tempo!
Nando Spera Avezzano (Aq)
Caro Nando, dietro il muro di Berlino non c'era il comunismo che noi abbiamo sempre sognato. C'era una schifezza.
P. S.
Liberazione 6.1.08
"Liberazione", muoia Sanson con tutti i filistei?
Uno strano destino quello di Rifondazione Comunista e del suo giornale. Nati come una eresia contro le chiese del conformismo politico e del pensiero unico sono oggi devastati dal teppismo dei sacerdotii delle chiese che volevavano criticare. I primi quelli del luogo comune che dietro al realismo, alla necessità delle "masse critiche", del progetto politico "di grande respiro" (ci mancherebbe!) propongono l'omologazione alla modernità, i secondi quelli dell'ortodossia che senza la parola comunismo non riescono ad addormentarsi. Così dopo la performance di Cristiano, segretario toscano, ecco Petrini con le sue considerazioni sul ricordo che Delbono ha fatto di Pinter accompagnate dalle puntuali repliche di Sansonetti e amplificate da un can can mediatico che offende il lavoro quotidiano di tante compagne e compagni e che invece resta oscuro ed oscurato. Ora siccome anche la stupidità ha un limite viene da chiedersi: che sia proprio Sansonetti (l'assonanza con Sansone induce al sospetto) a favorire quelle lettere perché crolli il tempio e con esso muoiano tutti i filistei?
Giuliano Brandoni
capogruppo Prc alla Regione Marche
Liberazione 6.1.08
Pinter e la contraddizione di "Liberazione"
Cara "Liberazione", curiosamente il "Corriere della sera" del 5 gennaio riprende in prima pagina, con grande risalto, la mia lettera a "Liberazione" su Pinter. E curiosamente, accanto all'articolo, compare un fondo di Paolo Franchi che rilancia la proposta di Sansonetti di qualche tempo fa di un quotidiano unico della sinistra. Il "Corriere", per parte sua, fa il suo mestiere. Siamo abituati a questa modalità: anziché informare i propri lettori sulle iniziative del Prc e sulle sue battaglie politiche, il giornale si concentra pretestuosamente e in modo caricaturale sulle nostre discussioni interne. Ma tant'è: c'è da aspettarselo appunto. Stupisce invece - o forse non stupisce affatto - che sia proprio Sansonetti a prestarsi a questo gioco, richiamando, sempre sul "Corriere", un «clima di intimidazione da anni 50» del «gruppo dirigente del partito». Mi piacerebbe sapere cosa c'entra l'intimidazione con una lettera che diceva una cosa molto tranquilla. La seguente: proprio perché Pinter è uno scrittore importante e interessante, non si capisce perché lo si debba utilizzare a fini strumentali, per dire, cioè, che il comunismo non sarebbe altro che "attaccamento al potere". Sono particolarmente affezionato alla libertà di espressione degli artisti. Mi occupo professionalmente proprio di teatro e ho scritto diverse cose al riguardo, fra cui un libro dedicato al mio amatissimo Carmelo Bene, che in quanto ad anarchismo non scherzava affatto. Il punto non è questo. Il punto, come mi pare molto chiaro, è in una linea editoriale del nostro giornale che sfrutta qualsiasi pretesto per portare avanti una battaglia politica contro il comunismo, contro le sue ragioni teoriche e contro la sua storia. Che questo lo si faccia con metodi in fin dei conti "stalinisti", scartando cioè puntualmente il merito di ciò che si discute, pazienza: ciascun lettore lo potrà giudicare da sé. Che questo lo si faccia in modo sistematico dalle colonne di un "giornale comunista" è una contraddizione logica che meriterebbe una riflessione più approfondita.
Armando Petrini
segretario regionale Prc Piemonte
Liberazione 6.1.08
Riflessioni sul partito e Liberazione
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale
di Dario Danti
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale. Marco e Michele, con questi gesti, ci pongono questioni gigantesche, che sono anche etiche. Le sento mie, non solo perché con loro sono cresciuto, ma perché segnano, con dolore, differenti cesure politiche e umane da una comunità politica. Una comunità politica che non riconosco più.
Stavolta lo spettro che si aggira non è il comunismo, ma uno zombie politico: la rifondazione di Paolo Ferrero. Rispetto la sua proposta - ad oggi quella del pane a un euro una tantum e dei dentisti-rossi a prezzo calmierato - ma non la condivido. Come non condivido la critica astratta a una certa "sinistra salottiera" che fa il paio con l'occupazione concreta di qualsiasi spazio mediatico a costo di sostenere faccia a faccia con Francesco Storace e Roberto Fiore. Come non condivido le parole della sua politica: "stronzo" e "porcherie", come ama ribadire in una sua recente intervista a Repubblica , sono un lessico sguaiato e sgangherato che introietta la brutalità dell'espressione a una dimensione, ormai ostaggio del leghismo padano. Al di là del lessico è bene, comunque, non parlare a sproposito. Perché dire che "i consiglieri fuoriusciti dal Prc" sostengono le "porcherie" del Pd perché non votano la commissione d'inchiesta su Fiat-Fondiaria al Comune di Firenze, significa sostenere che il gruppo del Prc in Regione Toscana sostiene le "porcherie" del Pd poiché anche in quella sede, e il partito lì è in maggioranza, la commissione è stata bocciata. Si dovrebbe sapere che grazie alla mozione del gruppo della Sinistra si è bloccato il piano strutturale di Firenze.
Cose che succedono in Toscana. Essere ipocriti è la cosa peggiore, altro che essere comunisti. Che dire di chi con zelo si era apprestato a voler recidere rapporti di lavoro fra gruppo consiliare regionale e dipendenti "vendoliani" e poi è stata fermata? Oppure della politica della casa, che oscilla, a seconda degli orientamenti congressuali, fra sostegno alla buona legge del nostro assessore e critiche disparate seguendo le paturnie delle varie mozioni e sottogruppi?
Il trasformismo e i dirigenti per tutte le stagioni sono due pratiche ormai di moda nel Prc. Così hanno fatto in molti: da adoratori e veneratori di Fausto Bertinotti hanno finito per condividere gli accostamenti del segretario toscano fra l'ex-leader del Prc e i naziskin. Eppure è stata proprio la tanto vituperata Liberazione a dare spazio a queste posizioni pseudopolitiche.
Ho scritto per tanti anni su Liberazione , l'ho letta, amata e criticata, anche duramente. La Liberazione di Piero, Simonetta, Anubi, Angela è bella proprio per questo: è un giornale libero, che ha fatto della libertà la sua stella (cometa e polare). Libertà, ci spiegava un "cantattore" del secolo scorso, fa tutt'uno con partecipazione. E allora perché non ascoltare la proposta del direttore e dei giornalisti, ovvero fare di chi lavora a Liberazione gli attori del suo rilancio? E perché chi la legge non potrebbe diventare protagonista, magari attraverso un azionariato popolare? Perché la prima scelta deve essere quella di un editore privato?
C'è chi con tanta facilità dà lezioni di coerenza. L'ha fatto ieri per il nostro giornale sostenendo che deve riportare (coerentemente) la linea del partito; l'ha fatto l'altro ieri quando si è scagliata per prima contro l'eventuale doppio incarico a Nichi Vendola, qualora fosse diventato segretario nazionale del Prc, mantenendo anche la carica di governatore della Puglia. Vedi, cara Roberta Fantozzi, chi dà lezioni di coerenza dovrebbe agire di conseguenza (e in anticipo) e non mantenere da quasi quattro anni il doppio incarico fra segreteria nazionale e consiglio regionale della Toscana. Almeno così si era concordato quando ero segretario della federazione di Pisa in solenni riunioni. Si possono lanciare tutti gli strali che si vuole, ma quando si colleziona la medaglia d'oro di consigliere più assenteista del 2008 e, negli anni precedenti, quelle d'argento e di bronzo, bisognerebbe contare fino a cento prima di parlare e scrivere. Alla faccia delle tante prediche sul ripartire dal basso, anzi "in basso a sinistra". Anche questo è diventata Rifondazione, ma quella Rifondazione ora non c'è più.
Liberazione prima pagina 2.6.07
A Roma una bella giornata discutendo di Politica con Bertinotti
Un aula stracolma di giovani per interrogare il presidente della Camera
La cultura non è solo di sinistra...»
di Rina Gagliardi
A volte, la politica, quella con la P maiuscola, riserva qualche sorpresa. Quel grande salone dell’Auditorium di Roma - lo stesso che una settimana fa rigurgitava di padroni e padroncini “orgogliosi” di esserlo e di avere un capo come lo scudisciatore Montez. – ieri mattina si è incredibilmente riempito di giovani, di studenti, di professionisti – e cittadini curiosi. Una folla tutt’affatto diversa da quella confindustriale, venuta per confrontarsi e discutere con un interlocutore speciale come il presidente della Camera – sì, proprio quel Fausto Bertinotti contro il quale proprio quella sala aveva scatenato il suo eccitato dissenso. Quasi una legge del contrappasso. O un risarcimento. O una “vendetta” della ragione critica che, almeno per qualche ora, si è ripresa il suo legittimo posto.
Giacchè quel che colpiva, di primo acchito, era la quantità di persone che avevano voglia di dedicare una mattinata intera a discutere di alcuni grandi temi del nostro tempo: il socialismo, la persistenza delle religioni, il rapporto tra politica e “genere umano”, la violenza e la nonviolenza, i fondamenti dell’idea stessa di trasformazione – della società, del capitalismo, ma anche della mente e del cuore di cui ogni “irriducibile” persona è fatta. Ma non era certo soltanto una questione numerica. C’era emozione, in quella sala, e un fervore dell’accoglienza, se così possiamo dire, del tutto sconosciuta alle ritualità della politica. C’era un’attenzione straordinaria – non volava una mosca, non c’erano il solito viavai per i corridoi o il consueto chiacchiericcio di fondo, ma, semplicemente, ascolto e concentrazione. I giovani si alzavano per porre i loro quesiti epocali, per dire sulla razionalità e l’irrazionalità della politica, ben preparati su fogli e quaderni, e parlavano con tono pacato, composto, garbato – emozionato. Bertinotti rispondeva, spaziando “in alto” e “in basso” (“c’è anche la pancia, oltre al cuore e alla mente”), sempre cercando di interloquire con un punto di vista certo originale e spesso diverso dal suo, e mai, quasi mai, eludendo le difficoltà. E poi? E poi, via via, la discussione andava in un crescendo comunicativo, in una liason al tempo stesso affettiva e curiosa, e costruiva pezzi di “ricerca umana”, anzi di “analisi collettiva”. Superando alcune tentazioni ricorrenti – come l’idea che la scienza o la tecnica sono, al fondo, un po’ neutrali. O come la radicata convinzione che la destra è sinonimo di irrazionalità, stupidità, non umanità. E rimanendo sempre “disinteressata”, nel senso nobile del termine. Se dio vuole, questo incontro non doveva decidere nulla, non doveva licenziare documenti o mozioni, non doveva neppure, e soprattutto, occuparsi del Piddì o della sorte prossima del governo Prodi. Infatti, i giornalisti presenti erano un po’ a disagio: dove stava la notizia? Poco dopo, a incontro concluso, il presidente della Camera non ha potuto non soddisfare quella fame insaziabile e divorante, che alla fine rischierà di divorare l’ultimo boccone di politica. Ma intanto, là dentro, si era vissuto un incontro vero, una bella mattinata di Politica.
Repubblica 6.1.09
Vita impossibile. Senza scampo
In questi luoghi le condizioni di vita sono sempre state terribili: una densità incredibile di popolazione, igiene inesistente, una miseria estrema
Gli abitanti della Striscia non hanno scampo: non possono scappare perché le strade sono interrotte e i confini presidiati. Devono solo raccomandarsi al loro dio
Nella Striscia infernale la catastrofe del Medio Oriente
di Sandro Viola
Occupato da Israele nel 1967, poi abitato dai profughi, sede dell´Olp e di Hamas, questo luogo conteso sembra essere il frutto avvelenato di un conflitto che appare senza fine
Guardavo alla televisione, sere fa, un documentario sulla "battaglia d´Inghilterra", come furono chiamati i bombardamenti aerei tedeschi su Londra durante la Seconda guerra mondiale. Erano immagini non tanto diverse da quelle dei bombardamenti israeliani su Gaza, che avevo visto poco prima nel telegiornale. Edifici sventrati, strade sconvolte, gente in lacrime. Ma conoscendo tanto Londra quanto Gaza city, una differenza, una differenza sostanziale e decisiva tra le due situazioni, mi appariva chiarissima. A Londra, una buona parte dei londinesi poté sfuggire ai bombardamenti. I bambini venivano evacuati in luoghi sicuri dell´Oxfordshire e del Sussex, gli adulti potevano, alla chiusura degli uffici, andare a dormire in case amiche sparse nella campagna attorno alla capitale, e quelli che invece restavano a Londra trascorrevano la notte - quando si susseguivano regolari le ondate degli Stukas tedeschi - al riparo nei sotterranei della metropolitana. Una coperta, un thermos col tè, il pacchetto di sigarette. E il coraggio inglese.
Ma i palestinesi di Gaza non possono mettersi in salvo, perché dalla Striscia di Gaza non è possibile uscire. I due confini, a nord con Israele e a sud con l´Egitto, sono sbarrati. L´unica strada che corre da un capo all´altro della Striscia è ovunque crivellata dalle enormi buche delle esplosioni, ormai impraticabile. I bambini non possono quindi essere trasferiti in luoghi sicuri (per esempio a ridosso della frontiera egiziana, dove gli aerei evitano di bombardare), mentre gli adulti non hanno una ferrovia sotterranea o cantine con mura robuste dove rifugiarsi. Questo sinché si trattava soltanto d´attacchi aerei: ma dal pomeriggio di sabato scorso, con i carri armati che avanzano sulle strade di Gaza city, sui fianchi dei campi profughi, lungo la riva del mare, le possibilità di sottrarsi alle bombe, alle cannonate e alla fucileria si sono ancora ridotte.
In senso letterale, non figurato, Gaza è dunque una trappola. E se uno si trova dentro la trappola mentre dal cielo piovono i missili dell´aviazione d´Israele e da terra sparano i mitra dei "commandos", quel tale non ha vie d´uscita. Né lui, né la moglie, né i figli. Devono restare, tremanti, raccomandandosi al loro dio che il prossimo missile non esploda troppo vicino. E non basta. La notte, con temperature che s´avvicinano allo zero, devono dormire con le finestre aperte perché lo spostamento d´aria delle esplosioni provocherebbe a finestre chiuse una micidiale mitraglia di vetri infranti: ferite, emorragie che nessun medico, negli ospedali dove arrivano di continuo corpi ben più straziati, si attarderebbe a curare.
Era molto meglio, la vita a Gaza, prima che nella mattina di sabato 27 dicembre cominciassero i raid dell´aviazione israeliana? Meglio sì, in quanto i suoi abitanti non rischiavano ogni giorno di morire durante una qualsiasi delle novecento azioni di bombardamento aereo che si sono susseguite in questi giorni. Ma per il resto no, non era tanto meglio. Adesso in inverno il puzzo delle fogne a cielo aperto non è terribile come col gran caldo dell´estate, ma dai canali di scolo lungo le strade di Gaza city, di Khan Yunis, di Rafah, sale anche in inverno un tanfo asfissiante. Fogne a cielo aperto, rottami, roghi di immondizie, macerie (macerie di bombardamenti non solo israeliani ma anche della guerra tra palestinesi, Hamas contro Fatah, dell´estate 2007), caterve d´altre immondizie ancora da bruciare.
E come mangiavano, prima dei bombardamenti, gli abitanti di Gaza? Novecentomila almeno del milione e quattrocentomila abitanti della Striscia, si nutrivano essenzialmente con la farina e il riso distribuiti dall´Unwra, la branca dell´Onu che assiste i rifugiati. L´Unwra è perciò molto attiva a Gaza, essendo Gaza un universo di rifugiati. Vale a dire i palestinesi fuggiti nel �48 dalle terre man mano occupate da Israele nella sua guerra d´indipendenza, e restati sino ad oggi per la massima parte - con i loro altissimi tassi di natalità - nei campi profughi della Striscia. Nel campo di Jabalya, per esempio, uno dei più grandi, con una storia importante nel conflitto israelo-palestinese perché fu qui che s´avviò nel 1987 la prima Intifada, le sassate dei ragazzi palestinesi contro i carri armati d´Israele.
Quattro o cinque anni fa, l´ultima volta che misi piede a Jabalya, tutto era restato come nelle mie prime visite al campo. 75 mila persone ammassate in uno spazio che nel mondo civile ne conterrebbe a malapena 6-7 mila, i viottoli di terra battuta disseminati di rifiuti, immondi fogli di plastica che volteggiavano ad ogni soffio di vento, il puzzo delle immondizie, nugoli di mosche sul carretto del venditore di panini al sesamo. E in mezzo gli uffici dell´Unwra, i sacchi di farina e di riso, gli scatoloni dei medicinali.
Soprattutto di questo vivevano sino all´estate del 2005, quando gli israeliani ancora occupavano Gaza, gli abitanti di Jabalya. Di aiuti umanitari. Solo che allora i camion dell´Unwra entravano regolarmente dai valichi tra Israele e la Striscia, mentre dal gennaio 2006, quando Hamas vinse le elezioni, camion con farina e riso ne sono arrivati sempre meno, e negli ultimi mesi (nonostante durasse una fragile tregua tra Hamas e Israele) a Gaza ne sono entrati pochissimi. E con una disoccupazione che sfiora il 40 per cento, il che significa una miseria diffusa, si può immaginare come abbia pesato sugli abitanti il diradarsi degli aiuti Onu.
Questa storia dei valichi chiusi ai camion con le derrate alimentari e i medicinali, ha poi un altro risvolto. Gli ottomila coloni ebrei che s´erano installati nella Striscia dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967, avevano messo su una prospera industria agricola: serre per le primizie, frutteti, coltivazione di ortaggi. Ma da quando Ariel Sharon decise d´evacuare Gaza nel 2005, ed estirparne le colonie ebraiche, quell´industria è andata in malora. Colpa dei palestinesi all´inizio, che avevano distrutto molte serre in quanto simboli dell´occupazione. Ma poi, quando anche i palestinesi erano riusciti a riprendere le coltivazioni, i loro prodotti - destinati al mercato israeliano - restavano a marcire sotto il sole dinanzi ai valichi chiusi.
E visto che abbiamo parlato del 2005, qualche parola va detta sulla decisione di uscire da Gaza presa quell´anno da Sharon. La decisione fu unilaterale, non concordata con l´Autorità palestinese e col suo presidente Abu Mazen. Sharon non riconosceva infatti ad Abu Mazen alcun ruolo politico, e dunque non volle trattare la consegna di Gaza da parte del governo israeliano ai rappresentanti legittimamente eletti dai palestinesi. E quell´arroganza partorì i disastri che hanno portato alla guerra di questi giorni. Il moderato Abu Mazen venne indebolito, pressoché squalificato, dal rifiuto di Sharon di riconoscerlo come un interlocutore in un passaggio cruciale come l´uscita di Israele da Gaza. Hamas ne uscì rafforzata (infatti cinque mesi dopo vinse le elezioni parlamentari), e il blocco dei valichi, con le conseguenze che ebbe sulle condizioni di vita della popolazione, convinse i palestinesi di Gaza che la sola linea da tenere con Israele era l´oltranzismo dei fondamentalisti. Poi Hamas cacciò dalla striscia gli uomini di Abu Mazen, Gaza diventò l´Hamastan, un ridotto islamista alle frontiere d´Israele, e il lancio di razzi sul Negev s´intensificò. Le condizioni dell´attuale catastrofe erano ormai create.
Corriere della Sera 6.1.09
Tullia Zevi: «Due popoli destinati a convivere la guerra rischia di annientarli»
di Gian Guido Vecchi
ROMA — In Israele, professoressa, c'è chi dice: fermiamoci.
«Quanti sono i morti?».
Pare più di cinquecento...
«Mi pare che possano abbondantemente bastare. Di lacrime ne abbiamo versate troppe. Non c'è "noi" o "loro". Sempre vite umane sono. Abbiamo tutti un sangue rosso che scorre nelle vene». Tullia Zevi, grande anima dell'ebraismo europeo, per sedici anni presidente delle comunità italiane, sospira: «Vede, io sono pacifista per pessimismo».
Per pessimismo?
«La guerra è in sé nefasta. Se non sei pacifista finisci per essere a favore di qualche intervento, "giusto" o "ingiusto" che sia. Ma la guerra è una crudele risolutrice di problemi. E sempre i suoi esiti sono distruttivi».
Ma che si può fare, se c'è Hamas?
«Le armi della logica valgono più del fragore delle armi. Qui ci sono due popoli, c'è chi sostiene "condannati" ma io preferisco dire "destinati" a coesistere. E vogliono la stessa cosa: prima ci sarà l'avvento della pace e meno vite umane andranno sprecate. Sa qual è l'alternativa?
Quale?
«Che uno dei due rischi di eliminare l'altro.
Esiste anche il tragico e forse ineluttabile pericolo che si annientino a vicenda. Due culture antiche che devono congiungere gli sforzi verso una convivenza possibile e necessaria. L'ora è gravida di minacce, ma bisogna continuare a sperare contro lo scetticismo. E aiutarli».
E come?
«Il dramma è che manca un mediatore vero. Ci vorrebbe un colpo d'ala della Ue.
Mi appello alle forze dialoganti delle due parti e anche alle diaspore perché collaborino a una iniziativa che metta uno di fronte all'altro. In tv ho visto immagini tragiche e allarmanti. E l'odio nutre l'odio».
Corriere della Sera 6.1.09
Scuola Giovedì il voto. Il ministro Vito: accolte anche proposte del centrosinistra. L'opposizione: un atto grave che impedisce il dialogo
Università, il governo accelera: fiducia sul decreto Gelmini
di Mariolina Iossa
ROMA — Fiducia domani pomeriggio, voto finale giovedì alle ore 13. Chiede la fiducia il governo, e non è certo una sorpresa, sul decreto che riguarda l'Università e che scade il 9 gennaio. Il decreto aveva già ricevuto il via libera dal Senato lo scorso 12 dicembre. Ancora una volta il governo pone la fiducia (è la nona volta) per evitare rischi e far presto.
«La scadenza è troppo vicina — ha spiegato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito — e in commissione si è già sviluppato un esame compiuto del testo». Inoltre, conclude Vito «il Senato aveva già apportato rilevanti modifiche accogliendo anche proposte dell'opposizione ». «È un provvedimento assolutamente utile e necessario — l'ha definito il ministro Mariastella Gelmini —. Un passo in avanti verso la meritocrazia, perché distingue le università virtuose dalle altre, agevola il ricambio generazionale assumendo giovani ricercatori e assicura più trasparenza nei concorsi».
Insorge l'opposizione. Il ministro ombra dell'Istruzione Maria Pia Garavaglia denuncia questa «strategia dell'inganno dell'opinione pubblica» e aggiunge che «il ricorso alla fiducia rappresenta un atto grave con il quale il governo pone un ostacolo enorme a ogni possibile opzione di dialogo ». Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura giudica «offensivo che il ministro Vito dichiari che c'è sostanziale condivisione tra maggioranza e opposizione sul decreto. In realtà al Senato sono stati accolti solo pochi emendamenti formali. Abbiamo perciò chiesto di illustrare comunque in aula i nostri emendamenti perché fosse chiara la nostra posizione. Questo è un decreto peggiorativo che rischia di non raggiungere nessuno dei risultati che si prefigge».
Ma quali sono le novità del decreto Gelmini sull'università? Eccole: le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori ordinari saranno composte da quattro professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. In attesa di un riordino organico, le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso di ricercatore saranno composte da un professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da due professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando.
Le università sprecone (spesa per il personale oltre il 90 per cento dello stanziamento statale) non potranno fare nuove assunzioni. Per favorire l'assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turnover (20 per cento nelle altre amministrazioni) sale al 50 per cento. Il 60 per cento delle assunzioni dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. Gli atenei migliori, quelli con offerta formativa efficienza e qualità della ricerca più alte, avranno più fondi e tutti gli aventi diritto (180 mila circa) avranno la borsa di studio, per questo sono stati stanziati 135 milioni di euro.
Repubblica lettere 6.1.09
Israele, il Dio biblico e l'editoriale di Scalfari
di Stefano Romano Di Segni
Gentile Direttore, può immaginare lei che piacere ho provato nel leggere l'editoriale in prima pagina del Suo giornale di ieri, 4 gennaio, e apprendere dalla penna del suo fondatore oggi teologo Eugenio Scalfari che: «Quanto a Israele, il Dio biblico non è tanto quello di Abramo e di Salomone quanto il Dio degli eserciti di Saul e di David, il Dio vendicatore e vendicativo. «E' rassicurante riconoscere in lui l'incrollabile coerenza di chi, all'inizio della sua sfolgorante carriera, scrisse su «Roma Fascista» del 24 settembre 1942: «Gli imperi quali noi li concepiamo sono basati sul cardine di razza escludendo perciò l'estensione della cittadinanza da parte dello Stato Nucleo alle altre genti».
Mi lasci solo aggiungere che è raro incontrare in un Opinion Leader maturo e flessibile, che ha scritto di tutto e del suo contrario, tanta lucidità e determinazione nel voler riaffermare le sue convinzioni evidentemente più profonde.
Il dottor Di Segni insulta invece di contestare gli argomenti con altri argomenti.
Repubblica 6.1.09
Cresce la tensione dopo le parole del sindaco di Roma e di Frati sugli inviti alla Sapienza
"Criminale è chi smantella l´Università" l´Onda contro Alemanno e il rettore
di Carlo Picozza
ROMA - «Criminale è il disegno di quanti, come il sindaco e il rettore, vogliono smantellare l´università». Non si fa aspettare la risposta dell´Onda alle parole del sindaco Gianni Alemanno («La Sapienza è ostaggio di 300 piccoli criminali») e alle «interpretazioni» che ne dà il rettore Luigi Frati. L´affermazione di Alemanno («Criminali; gente di cui dobbiamo liberarci») è benzina sul fuoco delle polemiche per l´incontro (saltato) con l´ex br Valerio Morucci e l´annuncio a Repubblica del nuovo invito consegnato dal rettore al Papa (dopo quello, contestato, per la prolusione di Benedetto XVI all´apertura dello scorso anno accademico).
«La demonizzazione del movimento», per Francesco Raparelli, dottorando in Filosofia, «mira a nascondere le insidie della privatizzazione degli atenei, dei tagli a ricerca e personale, dell´abbassamento dei saperi. Si punta alla normalizzazione, complice Frati che vuole usare questa come merce di scambio con il governo per qualche briciola in più». «Il rettore», aggiunge Luca Cafagna (Scienze politiche), «vorrebbe ridurre l´esperienza di democrazia dell´Onda all´azione di una minoranza e, guarda caso, parla di libertà di parola quando nessuno, nell´università chiusa per ferie, può parlare». «Ogni giorno Frati fa un gioco diverso», ancora Raparelli, «ora fa le veci dell´alleato Alemanno tentando di minimizzarne le affermazioni, aggiustandone il tiro pro domo sua e addita come bersaglio del sindaco i senzatetto che hanno occupato la vecchia sede dell´ospedale dei tumori, un edificio che gli sta a cuore». «I due vogliono depistare dall´operazione di smantellamento dell´università», dice Alioscia Castronovo, laureando di Lettere. «Criminale è questo disegno non quello di quanti vi si oppongono». Anche i docenti reagiscono alle parole di Alemanno. Il presidente dell´ateneo della Scienza, Fabrizio Martinelli, sente «puzza di "pulizia culturale"». E Fabrizio Vestroni, preside di Ingegneria, esorta: «Più equilibrio. E dialogo».
Repubblica 6.1.09
Morto esule nel '63 in Urss, era stato in carcere 15 anni
Ankara pronta a riabilitare Nazim Hikmet
di Marco Ansaldo
Quando, alcuni anni fa, Orhan Pamuk accettò di fare per sole 24 ore il direttore del quotidiano turco Radikal, pubblicò tra lo sconcerto dei nazionalisti un articolo che apriva la sezione Cultura intitolandolo "Possono sputarti in faccia quanto vogliono". Il pezzo riguardava il più grande poeta nazionale, Nazim Hikmet, perseguitato per le sue idee di sinistra e considerato un traditore, al punto da doversi rifugiare in Russia, dove morì esule nel 1963. I suoi lavori furono proibiti per molti anni. L´immagine scelta dal premio Nobel a corredo della pagina ricordava un numero del quotidiano Cumhuriyet, quando nel 1951 scrisse a proposito di Hikmet: «Fai moltiplicare la sua foto così che il paese possa sputare fino a saziarsi».
Ieri il governo di Ankara ha fatto sapere di essere pronto a riabilitare il suo poeta più celebre del XX secolo, ridandogli la cittadinanza. Primo a usare i versi liberi, tradotto in 50 lingue, vincitore del premio internazionale della Pace nel 1955, Hikmet non nascose mai le sue simpatie marxiste. Pubblicò lavori sui massacri degli armeni, e scontò 15 anni di prigione, da cui uscì solo grazie a un´amnistia, perdendo però la cittadinanza a favore di quella polacca. Morì a 61 anni, per un attacco di cuore. Le sue spoglie si trovano ancora a Mosca.
Soprannominato «il gigante dagli occhi blu», Hikmet è ora oggetto di una vera e propria riscoperta. Non solo dell´opera, ben conosciuta anche in Italia. Ma della sua figura. Due anni fa, un film con un bravissimo attore turco che lo impersonava, Yetkin Dikinciler, ha avuto un grande successo in Turchia.
Rileggendo adesso il servizio su Hikmet nel giornale firmato da Pamuk, si nota ancora: «Quel comportamento riassume la condizione degli scrittori e degli artisti agli occhi dello Stato e della stampa». Ieri il vice premier turco Cemil Cicek ha detto, spiegando la misura presa dal governo: «I delitti che all´epoca portarono a togliere la nazionalità a Hikmet non sono oggi più considerati dei crimini». Che le cose stiano iniziando a cambiare, o che più probabilmente le autorità di Ankara vogliano dare un segnale positivo alle tante pressioni internazionali a favore degli intellettuali in Turchia, è comunque una buona notizia.
Liberazione 6.1.09
Le origini del mutualismo e un nuovo obiettivo della militanza
La "campagna del pane"
e l'iniziativa sociale di Rifondazione
di Fosco Giannini
La "campagna del pane" ha caratterizzato, più di altre, l'iniziativa sociale del Prc in questa fase. Dai primi responsi giunti dai territori tale iniziativa ha avuto un buon successo e ha permesso al Partito di iniziare , faticosamente, a riannodare alcuni di quei legami sociali brutalmente recisi dagli errori politicisti ed istituzionalisti commessi precedentemente da Rifondazione Comunista e sfociati nella Caporetto del 13 e 14 aprile 2008.
E' importante analizzare la campagna del pane poiché essa ha messo in evidenza alcune, non trascurabili, contraddizioni: da una parte vi è stata una buona - e non scontata - risposta militante, nei Circoli e nelle Federazioni. Il Partito è sceso in piazza e si è impegnato; si è convinto della bontà dell'iniziativa. D'altra parte vi è stata una risposta negativa ( con punte di sprezzo) da parte della minoranza. Oltre ciò, si percepisce una "terra di mezzo" - non si sa quanto vasta - segnata da una sorta di scetticismo o silenziosa attesa.
Chi scrive, per evitare equivoci, si dichiara d'accordo con l'iniziativa e anche con le diverse forme di lavoro sociale che essa evoca.
Ma le contraddizioni interne che il lancio della campagna ha provocato meritano un supplemento di indagine e di riflessione.
Partiamo dall'essenza delle cose: il segretario nazionale, Paolo Ferrero, e il nuovo gruppo dirigente tentano - attraverso la campagna del pane - di introdurre un'innovazione politica, culturale e organizzativa nel Partito ( nel senso che essa aggiunge un pezzo di lavoro inedito all'impegno militante).
Ferrero chiama questo nuovo pezzo di lavoro militante "mutualismo".
D'accordo: tuttavia, proprio alla luce delle contrarietà e dei silenzi provocati nel Partito credo che di questa innovazione dobbiamo parlare.
Prima questione: non dobbiamo ripetere gli errori commessi - a mio avviso - da Bertinotti. L'ex segretario lanciava "innovazioni" spesso prive del minimo sostegno politico e teorico necessario, sino al punto che esse si trasformavano - per la loro fragilità culturale - in atti liquidatori , e non rifondativi, della cultura e della prassi comuniste.
Il mutualismo che ci propone Ferrero, dunque, che cosa deve essere ? Che cosa non deve essere? La imposterei così, la questione, senza pregiudizi o reticenze nella discussione, ma con spirito aperto e costruttivo.
Quali sono le origini del mutualismo?
Sembra che tra i primi ad usare il termine "mutualismo"(mutualisme) sia stato, nel 1822, Charles Fourier ; è sicuro che fu una organizzazione di lavoratori di Lione - verso il 1830 - ad autodefinirsi mutualista ed è nella storia del pensiero filosofico ed economico il fatto che la categoria di mutualismo sia stato il cuore dell'analisi complessiva di Pierre - Joseph Proudhon.
Fourier, Proudhon, Josiah Warren, in buona parte Saint - Simon, del tutto Robert Owen : è lungo quest'asse di socialisti-utopisti, di umanisti non materialisti e pre-marxisti che prende corpo la concezione del mutualismo.
Essa è molto chiara in Proudhon: il mutualismo è il progetto di collaborazione, in senso solidale, tra produttori associati, non è certo il superamento dei rapporti capitalistici di produzione. Il problema centrale del capitalismo non è - per Warren e Proudhon - lo sfruttamento oggettivo sul lavoro tramite l'estrazione di plus valore, ma è "la violazione del principio del costo", violazione attraverso la quale il capitale accresce arbitrariamente tutti i prezzi delle merci. Proudhon (significativamente rilanciato - in una fase anticomunista acuta del centro sinistra storico italiano - da Bettino Craxi) è famoso per aver affermato che "la proprietà è un furto", anche se meno conosciuta, ma intimamente coerente al suo sistema di pensiero, è la sua affermazione secondo la quale " la proprietà è libertà" e che " la proprietà degli strumenti di lavoro è essenziale per la libertà".
Peraltro, saranno proprio Marx ed Engels (già ne "Il Manifesto del Partito Comunista") a fare i conti con il socialismo utopistico e con la concezione del mutualismo.
Si legge ne "Il Manifesto" : "I sistemi di Saint- Simon, di Fourier, di Owen, emergono nella prima e non sviluppata fase della lotta tra proletariato e borghesia…I fondatori di quei sistemi colgono la contrapposizione fra le classi…ma non colgono affatto l'autonomo ruolo storico del proletariato… Al posto dell'attività sociale deve subentrare la loro propria inventiva personale, al posto delle condizioni storiche dell'emancipazione del proletariato devono subentrare condizioni immaginarie, al posto della graduale organizzazione del proletariato in classe deve subentrare una organizzazione della società da loro stessi escogitata".
E sarà ancora Marx, nella "Miseria della Filosofia", a rispondere al Proudhon che asseriva che "è il tasso del salario a determinare il prezzo delle merci". Scrive Marx che vi è il diritto alla sciocchezza e Proudhon ignora che è stato lo stesso Ricardo a confutare una volta per tutte questo errore tradizionale.
I socialisti utopisti avevano escogitato un loro mutualismo e Marx l'aveva ridicolizzato.
Dunque, è chiaro che la proposta del mutualismo non può di certo riferirsi alla riproposizione delle concezioni di Fourier, Proudhon e Owen. Ma questo, mi pare d'aver capito, è lo stesso Ferrero ad asserirlo.
Che cosa può essere, dunque, il mutualismo proposto dal segretario del Prc?
Non deve essere e non è una riassunzione - nè per i tempi brevi né per i tempi lunghi - del senso ultimo della Società dell'Armonia senza più conflitti di Fourier o di un rilancio di quelle forme di cooperazione e associazionismo che si propagarono nella metà dell'ottocento e poi degenerarono in organizzazioni neo capitaliste volte, come le altre, al massimo profitto.
Per comprendere il mutualismo possibile potrebbero esserci utili le riflessioni di Lorenzo Guadagnucci (" Il nuovo mutualismo", Feltrinelli, 2007).
Guadagnucci ci ricorda, in quel suo lavoro, come le forme di autorganizzazione sociale crebbero e si diffusero, nella prima metà del XIX secolo, come tentativo di ricostruzione di quei legami sociali che il capitalismo degli "spiriti animali" del tempo aveva violentemente lacerato. E come oggi, di fronte al nuovo e lungo ciclo iperliberista segnato da un vasto disagio sociale e dalla distruzione generale del welfare, nuove forme mutualistiche, di spontaneo mutuo soccorso, si stiano diffondendo ed auto organizzando (molte, ed in espansione carsica, sono ad esempio, le nuove forme del credito democratico e svincolato dall'usura delle banche).
Ed è importante l'analisi di Guadagnucci poiché, da una parte, ci invita - anche noi comunisti - a non avere un rapporto aristocratico con tali forme di autorganizzazione sociale e, d'altra parte, a non dimenticare la degenerazione affaristica di quelle forme sociali spontanee che alla fine dell'ottocento si istituzionalizzarono entrando infine nel mercato come soggettività capitalistiche a tutto tondo, senza più nessun retaggio etico o solidale.
Questioni che riprende anche Giulio Marcon nel suo libro "Le utopie del ben fare", quando ricorda il pericolo di degenerazione del no profit e del terzo settore.
Che cosa deve dunque essere la proposta di Ferrero del mutualismo?
Prendendo nettamente le distanze da ogni forma mutualistica sbagliata e ambigua (da Proudhon all'odierno terzo settore) il nostro mutualismo dovrebbe essere essenzialmente un nuovo terreno di lavoro, un nuovo obiettivo della militanza, una nuova forma di penetrazione nel corpo sociale e di organizzazione del consenso. Oltreché l'anticipazione di una nuova etica: quella comunista e solidale.
Dobbiamo, cioè, con la massima concretezza possibile, stare a fianco della grande sofferenza sociale, offrire alle persone in carne ed ossa colpite quotidianamente dal capitale il nostro aiuto solidale; nelle periferie delle metropoli, nei paesi, nei quartieri, nei condomini, a fianco dei lavoratori divenuti esuberi, delle famiglie povere, degli immigrati, di quegli anziani e di quei malati ( penso all'Alzhaimer) con pensioni che non permettono né istituti né badanti a tempo pieno. E' troppo cristiano, tutto ciò, per noi comunisti? E' lavoro da crocerossine? No: ricordo che gli Oratori delle parrocchie, con la loro capillare rete di relazioni sociali, sono tra le più formidabili macchine di organizzazione del consenso conosciute e noi, senza "media" e senza fondi, abbiamo un'unica possibilità : il radicamento in ogni piega sociale (certo: innanzitutto nei luoghi della produzione e del conflitto vivo tra capitale e lavoro, presenza organizzata senza la quale ogni altra forma di militanza, compreso il mutualismo, perde senso).
Ma il mutualismo può essere un tassello importante - nella sua forma sociale di Soccorso Rosso - del nostro radicamento.
E mi affido alle memorie di Ho Chi Min: i comunisti vietnamiti - durante la lotta di Liberazione - facevano le iniezioni, gratuitamente, ai contadini poveri e malati. Ho Chi Min era nascosto tra i contadini e lavorava con essi in incognito. Un giorno un contadino gli disse : "Ma chi sono questi comunisti?". E Ho Chi Min gli rispose : "Non lo so. Ma se vengono qui a farci le iniezioni e ce le fanno gratuitamente saranno sicuramente brave persone".
Il mutualismo così concepito (solidarietà concreta, di classe) può attenuare il nostro conflitto con il capitale?
Mi pare una sciocchezza solo il pensarlo. Molte altre cose ci hanno portato lontani dalla lotta: il tentativo di trasformare il nostro Partito - comunista - in qualcos'altro da sé e la crescita di un grande amore per le poltrone.
Se il mutualismo - assieme al nostro imprescindibile protagonismo nei luoghi di lavoro - ci aiuterà a rafforzare i nostri deboli rapporti di massa ci aiuterà anche ad innalzare la nostra capacità di organizzare il conflitto sociale. In senso anticapitalista.
Corriere della Sera 6.1.09
Dispute Due saggi sulla caduta dell'impero con tesi opposte. Si riapre il dibattito cominciato da Gibbon
Fine di Roma: crollo o evoluzione?
Bryan Ward-Perkins: sparì la civiltà. Peter Wells: no, la cultura continuò
di Antonio Carioti
La caduta dell'impero romano d'Occidente (476 d.C.) ha sempre affascinato gli storici. Nel Settecento l'inglese Edward Gibbon le dedicò un'indagine minuziosa, sostenendo che il cristianesimo era stato il fattore principale del crollo. Ma il dibattito sulle cause del tramonto di Roma non si è mai interrotto, tanto che anni fa lo studioso tedesco Alexander Demandt stilò un elenco di 210 ragioni (dalla crisi di legittimità al surriscaldamento delle terme frequentate dalla classe dirigente) indicate di volta in volta dagli storici per spiegare il traumatico evento. Nella fervida discussione sui motivi, tra gli antichisti di vecchio stampo c'era però un consenso generale sulla gravità del disastro: «Uno stacco si verificò, senza dubbio, violento come un urto di continenti », scriveva Santo Mazzarino, uno dei maggiori studiosi di storia romana, nel saggio del 1959 La fine del mondo antico,
ora riedito da Bollati Boringhieri (pp. 217, € 14).
Poi però nel 1971 lo storico irlandese Peter Brown mise al bando le idee di decadenza e crollo, affermando che c'era stata piuttosto una grande trasformazione, cominciata sotto il tardo impero e proseguita dopo le invasioni barbariche, senza rotture brusche, in un clima di sostanziale continuità. Una tesi che si è fatta strada fino a diventare quasi egemone al giorno d'oggi. Per esempio lo studioso canadese Walter Goffart ha criticato il concetto stesso di «invasioni barbariche»: a suo avviso furono i romani a consentire lo stanziamento dei popoli nordici entro i confini dell'impero, anche se poi quell'esperimento d'inclusione andò «un po' fuori controllo».
Espressione di questa corrente storiografica è il libro dell'americano Peter S. Wells Barbarians to Angels, appena tradotto da Lindau con il più prudente titolo Barbari (pp. 241, € 19). Qui i famigerati «secoli bui» — dal V fino all'VIII, che segnò con Carlo Magno la «rinascita carolingia» — sono presentati come «un'epoca tutt'altro che senza luce», anzi «ricca di una brillante attività culturale». All'opposto Bryan Ward-Perkins, docente a Oxford, nel polemico saggio La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, pp. 293, € 19,50) vuole dimostrare che «gli effetti a lungo termine del crollo dell'impero furono drammatici», se non altro perché «l'arte, la filosofia e le buone fognature sparirono tutte dall'Occidente».
Eppure le due opere svolgono le rispettive argomentazioni partendo da una premessa comune. Wells osserva che per ricostruire la fine dell'impero non ci si può basare sui testi antichi giunti fino a noi, perché gli autori latini dell'epoca (come san Girolamo o Gregorio di Tours) avevano una visione romanocentrica, quindi catastrofista, smentita dalle acquisizioni dell'archeologia moderna. Ma Ward-Perkins accetta la sfida, nel senso che anch'egli si basa in prevalenza sui reperti archeologici, dai quali però ricava conclusioni assai diverse.
Per esempio entrambi gli autori constatano la scomparsa, una volta caduto l'impero, dei grandi edifici di pietra con tetti in tegole. Ma se per Ward-Perkins questa è la prova di un rovinoso declino dell'edilizia abitativa, Wells ribatte che si trattò semmai di un mutamento nel modo di realizzare le costruzioni, con l'utilizzo di materiali deperibili come il legno, che non implicò affatto lo spopolamento delle città e il collasso dell'economia. I vasti e spessi strati di terriccio scuro che si trovano nei siti urbani, fitti di resti «certamente databili dopo il periodo imperiale», dimostrano a suo parere che quei luoghi rimasero densamente abitati e pulsanti di attività anche in epoca post romana.
Inoltre Wells sottolinea che nelle tombe dei re barbari come il franco Childerico, vissuto nel V secolo, si trovano armi e gioielli di gran pregio, che solo una civiltà raffinata poteva offrire. Ward-Perkins replica però che non bisogna guardare a simili «oggetti d'élite, prodotti o importati per i più alti livelli della società»: l'attenzione va rivolta agli «articoli di buona qualità e a basso prezzo». Per esempio il vasellame, abbondantissimo sotto l'impero e poi quasi sparito, tanto che i ritrovamenti passano da «montagne di ceramica romana» a «qualche scatola di cocci», per giunta «privi di ogni finezza funzionale o estetica», dell'epoca barbarica.
Altri fenomeni riscontrati negli scavi sembrano confortare Ward-Perkins. Uno è la scomparsa degli spiccioli: le monetine di rame non vengono più coniate in Occidente a partire dal VI secolo, con l'unica eccezione delle aree dominate dai bizantini, dal che si deduce una drastica riduzione degli scambi economici. Altrettanto significativo è il venir meno della scrittura nella vita quotidiana. I graffiti di età romana spesso si riferiscono a piccole transazioni commerciali o a episodi banali: tipico il caso del cliente di un postribolo che manifesta per iscritto il suo gradimento per la prestazione ricevuta. Caduto l'impero, i testi scritti si fanno molto più rari e riguardano tutti «documenti formali, destinati a durare». Un chiaro sintomo che l'alfabetizzazione era diventata appannaggio di una ristretta élite.
Tutto ciò induce Ward-Perkins a parlare di regresso culturale e «disintegrazione economica », con annessa «una brusca caduta della produzione alimentare». E qui il contrasto tra i due autori si fa stridente, perché Wells esalta invece «lo sviluppo di una nuova tecnologia agricola — basata sull'adozione dell'aratro pesante a ruota — capace d'incrementare in modo esponenziale l'efficienza nella produzione di cibo, come mai era stato possibile ottenere ai tempi di Roma».
A volte ci si stupisce di quanto sia arduo scrivere una storia condivisa del secolo scorso, ma in fondo le difficoltà sono anche maggiori quando si tratta di avvenimenti trascorsi da un millennio e mezzo.
Noi da "Liberazione" vorremmo un punto di vista comunista
Caro Piero, i lavoratori, i pensionati, gli studenti comunisti comprano "Liberazione" per trovarvi le notizie dell'Italia e del mondo commentate dal punto di vista comunista, cioè per trovarvi la controinformazione assolutamente necessaria, laddove la disinformazione di massa è praticata da tutti i giornali e da tutte le televisioni in mano ai padroni. "Liberazione" la compriamo tutti i giorni, assai pochi in verità, perché riteniamo che essa sia uno strumento indispensabile per un'educazione dei giovani orientata alla diffusione ed affermazione degi ideali socialisti. Non mi sembra che l'inserto domenicale "Queer" assolva a questi compiti; in genere vi leggiamo sproloqui incomprensibili ai più, spesse volte scemenze irritanti; a volte, però, "Queer" diventa chiara e comprensibilissima, come negli ultimi due numeri, totalmente dedicati alla propaganda anticomunista. L'anticomunismo è l'attività principale degli altri giornali: che bisogno c'è di accodarsi? Continuare su questa strada significa costringere i comunisti a non comprare più il loro giornale. Piero, smettetela, finché siente ancora in tempo!
Nando Spera Avezzano (Aq)
Caro Nando, dietro il muro di Berlino non c'era il comunismo che noi abbiamo sempre sognato. C'era una schifezza.
P. S.
Liberazione 6.1.08
"Liberazione", muoia Sanson con tutti i filistei?
Uno strano destino quello di Rifondazione Comunista e del suo giornale. Nati come una eresia contro le chiese del conformismo politico e del pensiero unico sono oggi devastati dal teppismo dei sacerdotii delle chiese che volevavano criticare. I primi quelli del luogo comune che dietro al realismo, alla necessità delle "masse critiche", del progetto politico "di grande respiro" (ci mancherebbe!) propongono l'omologazione alla modernità, i secondi quelli dell'ortodossia che senza la parola comunismo non riescono ad addormentarsi. Così dopo la performance di Cristiano, segretario toscano, ecco Petrini con le sue considerazioni sul ricordo che Delbono ha fatto di Pinter accompagnate dalle puntuali repliche di Sansonetti e amplificate da un can can mediatico che offende il lavoro quotidiano di tante compagne e compagni e che invece resta oscuro ed oscurato. Ora siccome anche la stupidità ha un limite viene da chiedersi: che sia proprio Sansonetti (l'assonanza con Sansone induce al sospetto) a favorire quelle lettere perché crolli il tempio e con esso muoiano tutti i filistei?
Giuliano Brandoni
capogruppo Prc alla Regione Marche
Liberazione 6.1.08
Pinter e la contraddizione di "Liberazione"
Cara "Liberazione", curiosamente il "Corriere della sera" del 5 gennaio riprende in prima pagina, con grande risalto, la mia lettera a "Liberazione" su Pinter. E curiosamente, accanto all'articolo, compare un fondo di Paolo Franchi che rilancia la proposta di Sansonetti di qualche tempo fa di un quotidiano unico della sinistra. Il "Corriere", per parte sua, fa il suo mestiere. Siamo abituati a questa modalità: anziché informare i propri lettori sulle iniziative del Prc e sulle sue battaglie politiche, il giornale si concentra pretestuosamente e in modo caricaturale sulle nostre discussioni interne. Ma tant'è: c'è da aspettarselo appunto. Stupisce invece - o forse non stupisce affatto - che sia proprio Sansonetti a prestarsi a questo gioco, richiamando, sempre sul "Corriere", un «clima di intimidazione da anni 50» del «gruppo dirigente del partito». Mi piacerebbe sapere cosa c'entra l'intimidazione con una lettera che diceva una cosa molto tranquilla. La seguente: proprio perché Pinter è uno scrittore importante e interessante, non si capisce perché lo si debba utilizzare a fini strumentali, per dire, cioè, che il comunismo non sarebbe altro che "attaccamento al potere". Sono particolarmente affezionato alla libertà di espressione degli artisti. Mi occupo professionalmente proprio di teatro e ho scritto diverse cose al riguardo, fra cui un libro dedicato al mio amatissimo Carmelo Bene, che in quanto ad anarchismo non scherzava affatto. Il punto non è questo. Il punto, come mi pare molto chiaro, è in una linea editoriale del nostro giornale che sfrutta qualsiasi pretesto per portare avanti una battaglia politica contro il comunismo, contro le sue ragioni teoriche e contro la sua storia. Che questo lo si faccia con metodi in fin dei conti "stalinisti", scartando cioè puntualmente il merito di ciò che si discute, pazienza: ciascun lettore lo potrà giudicare da sé. Che questo lo si faccia in modo sistematico dalle colonne di un "giornale comunista" è una contraddizione logica che meriterebbe una riflessione più approfondita.
Armando Petrini
segretario regionale Prc Piemonte
Liberazione 6.1.08
Riflessioni sul partito e Liberazione
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale
di Dario Danti
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale. Marco e Michele, con questi gesti, ci pongono questioni gigantesche, che sono anche etiche. Le sento mie, non solo perché con loro sono cresciuto, ma perché segnano, con dolore, differenti cesure politiche e umane da una comunità politica. Una comunità politica che non riconosco più.
Stavolta lo spettro che si aggira non è il comunismo, ma uno zombie politico: la rifondazione di Paolo Ferrero. Rispetto la sua proposta - ad oggi quella del pane a un euro una tantum e dei dentisti-rossi a prezzo calmierato - ma non la condivido. Come non condivido la critica astratta a una certa "sinistra salottiera" che fa il paio con l'occupazione concreta di qualsiasi spazio mediatico a costo di sostenere faccia a faccia con Francesco Storace e Roberto Fiore. Come non condivido le parole della sua politica: "stronzo" e "porcherie", come ama ribadire in una sua recente intervista a Repubblica , sono un lessico sguaiato e sgangherato che introietta la brutalità dell'espressione a una dimensione, ormai ostaggio del leghismo padano. Al di là del lessico è bene, comunque, non parlare a sproposito. Perché dire che "i consiglieri fuoriusciti dal Prc" sostengono le "porcherie" del Pd perché non votano la commissione d'inchiesta su Fiat-Fondiaria al Comune di Firenze, significa sostenere che il gruppo del Prc in Regione Toscana sostiene le "porcherie" del Pd poiché anche in quella sede, e il partito lì è in maggioranza, la commissione è stata bocciata. Si dovrebbe sapere che grazie alla mozione del gruppo della Sinistra si è bloccato il piano strutturale di Firenze.
Cose che succedono in Toscana. Essere ipocriti è la cosa peggiore, altro che essere comunisti. Che dire di chi con zelo si era apprestato a voler recidere rapporti di lavoro fra gruppo consiliare regionale e dipendenti "vendoliani" e poi è stata fermata? Oppure della politica della casa, che oscilla, a seconda degli orientamenti congressuali, fra sostegno alla buona legge del nostro assessore e critiche disparate seguendo le paturnie delle varie mozioni e sottogruppi?
Il trasformismo e i dirigenti per tutte le stagioni sono due pratiche ormai di moda nel Prc. Così hanno fatto in molti: da adoratori e veneratori di Fausto Bertinotti hanno finito per condividere gli accostamenti del segretario toscano fra l'ex-leader del Prc e i naziskin. Eppure è stata proprio la tanto vituperata Liberazione a dare spazio a queste posizioni pseudopolitiche.
Ho scritto per tanti anni su Liberazione , l'ho letta, amata e criticata, anche duramente. La Liberazione di Piero, Simonetta, Anubi, Angela è bella proprio per questo: è un giornale libero, che ha fatto della libertà la sua stella (cometa e polare). Libertà, ci spiegava un "cantattore" del secolo scorso, fa tutt'uno con partecipazione. E allora perché non ascoltare la proposta del direttore e dei giornalisti, ovvero fare di chi lavora a Liberazione gli attori del suo rilancio? E perché chi la legge non potrebbe diventare protagonista, magari attraverso un azionariato popolare? Perché la prima scelta deve essere quella di un editore privato?
C'è chi con tanta facilità dà lezioni di coerenza. L'ha fatto ieri per il nostro giornale sostenendo che deve riportare (coerentemente) la linea del partito; l'ha fatto l'altro ieri quando si è scagliata per prima contro l'eventuale doppio incarico a Nichi Vendola, qualora fosse diventato segretario nazionale del Prc, mantenendo anche la carica di governatore della Puglia. Vedi, cara Roberta Fantozzi, chi dà lezioni di coerenza dovrebbe agire di conseguenza (e in anticipo) e non mantenere da quasi quattro anni il doppio incarico fra segreteria nazionale e consiglio regionale della Toscana. Almeno così si era concordato quando ero segretario della federazione di Pisa in solenni riunioni. Si possono lanciare tutti gli strali che si vuole, ma quando si colleziona la medaglia d'oro di consigliere più assenteista del 2008 e, negli anni precedenti, quelle d'argento e di bronzo, bisognerebbe contare fino a cento prima di parlare e scrivere. Alla faccia delle tante prediche sul ripartire dal basso, anzi "in basso a sinistra". Anche questo è diventata Rifondazione, ma quella Rifondazione ora non c'è più.
Liberazione prima pagina 2.6.07
A Roma una bella giornata discutendo di Politica con Bertinotti
Un aula stracolma di giovani per interrogare il presidente della Camera
La cultura non è solo di sinistra...»
di Rina Gagliardi
A volte, la politica, quella con la P maiuscola, riserva qualche sorpresa. Quel grande salone dell’Auditorium di Roma - lo stesso che una settimana fa rigurgitava di padroni e padroncini “orgogliosi” di esserlo e di avere un capo come lo scudisciatore Montez. – ieri mattina si è incredibilmente riempito di giovani, di studenti, di professionisti – e cittadini curiosi. Una folla tutt’affatto diversa da quella confindustriale, venuta per confrontarsi e discutere con un interlocutore speciale come il presidente della Camera – sì, proprio quel Fausto Bertinotti contro il quale proprio quella sala aveva scatenato il suo eccitato dissenso. Quasi una legge del contrappasso. O un risarcimento. O una “vendetta” della ragione critica che, almeno per qualche ora, si è ripresa il suo legittimo posto.
Giacchè quel che colpiva, di primo acchito, era la quantità di persone che avevano voglia di dedicare una mattinata intera a discutere di alcuni grandi temi del nostro tempo: il socialismo, la persistenza delle religioni, il rapporto tra politica e “genere umano”, la violenza e la nonviolenza, i fondamenti dell’idea stessa di trasformazione – della società, del capitalismo, ma anche della mente e del cuore di cui ogni “irriducibile” persona è fatta. Ma non era certo soltanto una questione numerica. C’era emozione, in quella sala, e un fervore dell’accoglienza, se così possiamo dire, del tutto sconosciuta alle ritualità della politica. C’era un’attenzione straordinaria – non volava una mosca, non c’erano il solito viavai per i corridoi o il consueto chiacchiericcio di fondo, ma, semplicemente, ascolto e concentrazione. I giovani si alzavano per porre i loro quesiti epocali, per dire sulla razionalità e l’irrazionalità della politica, ben preparati su fogli e quaderni, e parlavano con tono pacato, composto, garbato – emozionato. Bertinotti rispondeva, spaziando “in alto” e “in basso” (“c’è anche la pancia, oltre al cuore e alla mente”), sempre cercando di interloquire con un punto di vista certo originale e spesso diverso dal suo, e mai, quasi mai, eludendo le difficoltà. E poi? E poi, via via, la discussione andava in un crescendo comunicativo, in una liason al tempo stesso affettiva e curiosa, e costruiva pezzi di “ricerca umana”, anzi di “analisi collettiva”. Superando alcune tentazioni ricorrenti – come l’idea che la scienza o la tecnica sono, al fondo, un po’ neutrali. O come la radicata convinzione che la destra è sinonimo di irrazionalità, stupidità, non umanità. E rimanendo sempre “disinteressata”, nel senso nobile del termine. Se dio vuole, questo incontro non doveva decidere nulla, non doveva licenziare documenti o mozioni, non doveva neppure, e soprattutto, occuparsi del Piddì o della sorte prossima del governo Prodi. Infatti, i giornalisti presenti erano un po’ a disagio: dove stava la notizia? Poco dopo, a incontro concluso, il presidente della Camera non ha potuto non soddisfare quella fame insaziabile e divorante, che alla fine rischierà di divorare l’ultimo boccone di politica. Ma intanto, là dentro, si era vissuto un incontro vero, una bella mattinata di Politica.
Repubblica 6.1.09
Vita impossibile. Senza scampo
In questi luoghi le condizioni di vita sono sempre state terribili: una densità incredibile di popolazione, igiene inesistente, una miseria estrema
Gli abitanti della Striscia non hanno scampo: non possono scappare perché le strade sono interrotte e i confini presidiati. Devono solo raccomandarsi al loro dio
Nella Striscia infernale la catastrofe del Medio Oriente
di Sandro Viola
Occupato da Israele nel 1967, poi abitato dai profughi, sede dell´Olp e di Hamas, questo luogo conteso sembra essere il frutto avvelenato di un conflitto che appare senza fine
Guardavo alla televisione, sere fa, un documentario sulla "battaglia d´Inghilterra", come furono chiamati i bombardamenti aerei tedeschi su Londra durante la Seconda guerra mondiale. Erano immagini non tanto diverse da quelle dei bombardamenti israeliani su Gaza, che avevo visto poco prima nel telegiornale. Edifici sventrati, strade sconvolte, gente in lacrime. Ma conoscendo tanto Londra quanto Gaza city, una differenza, una differenza sostanziale e decisiva tra le due situazioni, mi appariva chiarissima. A Londra, una buona parte dei londinesi poté sfuggire ai bombardamenti. I bambini venivano evacuati in luoghi sicuri dell´Oxfordshire e del Sussex, gli adulti potevano, alla chiusura degli uffici, andare a dormire in case amiche sparse nella campagna attorno alla capitale, e quelli che invece restavano a Londra trascorrevano la notte - quando si susseguivano regolari le ondate degli Stukas tedeschi - al riparo nei sotterranei della metropolitana. Una coperta, un thermos col tè, il pacchetto di sigarette. E il coraggio inglese.
Ma i palestinesi di Gaza non possono mettersi in salvo, perché dalla Striscia di Gaza non è possibile uscire. I due confini, a nord con Israele e a sud con l´Egitto, sono sbarrati. L´unica strada che corre da un capo all´altro della Striscia è ovunque crivellata dalle enormi buche delle esplosioni, ormai impraticabile. I bambini non possono quindi essere trasferiti in luoghi sicuri (per esempio a ridosso della frontiera egiziana, dove gli aerei evitano di bombardare), mentre gli adulti non hanno una ferrovia sotterranea o cantine con mura robuste dove rifugiarsi. Questo sinché si trattava soltanto d´attacchi aerei: ma dal pomeriggio di sabato scorso, con i carri armati che avanzano sulle strade di Gaza city, sui fianchi dei campi profughi, lungo la riva del mare, le possibilità di sottrarsi alle bombe, alle cannonate e alla fucileria si sono ancora ridotte.
In senso letterale, non figurato, Gaza è dunque una trappola. E se uno si trova dentro la trappola mentre dal cielo piovono i missili dell´aviazione d´Israele e da terra sparano i mitra dei "commandos", quel tale non ha vie d´uscita. Né lui, né la moglie, né i figli. Devono restare, tremanti, raccomandandosi al loro dio che il prossimo missile non esploda troppo vicino. E non basta. La notte, con temperature che s´avvicinano allo zero, devono dormire con le finestre aperte perché lo spostamento d´aria delle esplosioni provocherebbe a finestre chiuse una micidiale mitraglia di vetri infranti: ferite, emorragie che nessun medico, negli ospedali dove arrivano di continuo corpi ben più straziati, si attarderebbe a curare.
Era molto meglio, la vita a Gaza, prima che nella mattina di sabato 27 dicembre cominciassero i raid dell´aviazione israeliana? Meglio sì, in quanto i suoi abitanti non rischiavano ogni giorno di morire durante una qualsiasi delle novecento azioni di bombardamento aereo che si sono susseguite in questi giorni. Ma per il resto no, non era tanto meglio. Adesso in inverno il puzzo delle fogne a cielo aperto non è terribile come col gran caldo dell´estate, ma dai canali di scolo lungo le strade di Gaza city, di Khan Yunis, di Rafah, sale anche in inverno un tanfo asfissiante. Fogne a cielo aperto, rottami, roghi di immondizie, macerie (macerie di bombardamenti non solo israeliani ma anche della guerra tra palestinesi, Hamas contro Fatah, dell´estate 2007), caterve d´altre immondizie ancora da bruciare.
E come mangiavano, prima dei bombardamenti, gli abitanti di Gaza? Novecentomila almeno del milione e quattrocentomila abitanti della Striscia, si nutrivano essenzialmente con la farina e il riso distribuiti dall´Unwra, la branca dell´Onu che assiste i rifugiati. L´Unwra è perciò molto attiva a Gaza, essendo Gaza un universo di rifugiati. Vale a dire i palestinesi fuggiti nel �48 dalle terre man mano occupate da Israele nella sua guerra d´indipendenza, e restati sino ad oggi per la massima parte - con i loro altissimi tassi di natalità - nei campi profughi della Striscia. Nel campo di Jabalya, per esempio, uno dei più grandi, con una storia importante nel conflitto israelo-palestinese perché fu qui che s´avviò nel 1987 la prima Intifada, le sassate dei ragazzi palestinesi contro i carri armati d´Israele.
Quattro o cinque anni fa, l´ultima volta che misi piede a Jabalya, tutto era restato come nelle mie prime visite al campo. 75 mila persone ammassate in uno spazio che nel mondo civile ne conterrebbe a malapena 6-7 mila, i viottoli di terra battuta disseminati di rifiuti, immondi fogli di plastica che volteggiavano ad ogni soffio di vento, il puzzo delle immondizie, nugoli di mosche sul carretto del venditore di panini al sesamo. E in mezzo gli uffici dell´Unwra, i sacchi di farina e di riso, gli scatoloni dei medicinali.
Soprattutto di questo vivevano sino all´estate del 2005, quando gli israeliani ancora occupavano Gaza, gli abitanti di Jabalya. Di aiuti umanitari. Solo che allora i camion dell´Unwra entravano regolarmente dai valichi tra Israele e la Striscia, mentre dal gennaio 2006, quando Hamas vinse le elezioni, camion con farina e riso ne sono arrivati sempre meno, e negli ultimi mesi (nonostante durasse una fragile tregua tra Hamas e Israele) a Gaza ne sono entrati pochissimi. E con una disoccupazione che sfiora il 40 per cento, il che significa una miseria diffusa, si può immaginare come abbia pesato sugli abitanti il diradarsi degli aiuti Onu.
Questa storia dei valichi chiusi ai camion con le derrate alimentari e i medicinali, ha poi un altro risvolto. Gli ottomila coloni ebrei che s´erano installati nella Striscia dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967, avevano messo su una prospera industria agricola: serre per le primizie, frutteti, coltivazione di ortaggi. Ma da quando Ariel Sharon decise d´evacuare Gaza nel 2005, ed estirparne le colonie ebraiche, quell´industria è andata in malora. Colpa dei palestinesi all´inizio, che avevano distrutto molte serre in quanto simboli dell´occupazione. Ma poi, quando anche i palestinesi erano riusciti a riprendere le coltivazioni, i loro prodotti - destinati al mercato israeliano - restavano a marcire sotto il sole dinanzi ai valichi chiusi.
E visto che abbiamo parlato del 2005, qualche parola va detta sulla decisione di uscire da Gaza presa quell´anno da Sharon. La decisione fu unilaterale, non concordata con l´Autorità palestinese e col suo presidente Abu Mazen. Sharon non riconosceva infatti ad Abu Mazen alcun ruolo politico, e dunque non volle trattare la consegna di Gaza da parte del governo israeliano ai rappresentanti legittimamente eletti dai palestinesi. E quell´arroganza partorì i disastri che hanno portato alla guerra di questi giorni. Il moderato Abu Mazen venne indebolito, pressoché squalificato, dal rifiuto di Sharon di riconoscerlo come un interlocutore in un passaggio cruciale come l´uscita di Israele da Gaza. Hamas ne uscì rafforzata (infatti cinque mesi dopo vinse le elezioni parlamentari), e il blocco dei valichi, con le conseguenze che ebbe sulle condizioni di vita della popolazione, convinse i palestinesi di Gaza che la sola linea da tenere con Israele era l´oltranzismo dei fondamentalisti. Poi Hamas cacciò dalla striscia gli uomini di Abu Mazen, Gaza diventò l´Hamastan, un ridotto islamista alle frontiere d´Israele, e il lancio di razzi sul Negev s´intensificò. Le condizioni dell´attuale catastrofe erano ormai create.
Corriere della Sera 6.1.09
Tullia Zevi: «Due popoli destinati a convivere la guerra rischia di annientarli»
di Gian Guido Vecchi
ROMA — In Israele, professoressa, c'è chi dice: fermiamoci.
«Quanti sono i morti?».
Pare più di cinquecento...
«Mi pare che possano abbondantemente bastare. Di lacrime ne abbiamo versate troppe. Non c'è "noi" o "loro". Sempre vite umane sono. Abbiamo tutti un sangue rosso che scorre nelle vene». Tullia Zevi, grande anima dell'ebraismo europeo, per sedici anni presidente delle comunità italiane, sospira: «Vede, io sono pacifista per pessimismo».
Per pessimismo?
«La guerra è in sé nefasta. Se non sei pacifista finisci per essere a favore di qualche intervento, "giusto" o "ingiusto" che sia. Ma la guerra è una crudele risolutrice di problemi. E sempre i suoi esiti sono distruttivi».
Ma che si può fare, se c'è Hamas?
«Le armi della logica valgono più del fragore delle armi. Qui ci sono due popoli, c'è chi sostiene "condannati" ma io preferisco dire "destinati" a coesistere. E vogliono la stessa cosa: prima ci sarà l'avvento della pace e meno vite umane andranno sprecate. Sa qual è l'alternativa?
Quale?
«Che uno dei due rischi di eliminare l'altro.
Esiste anche il tragico e forse ineluttabile pericolo che si annientino a vicenda. Due culture antiche che devono congiungere gli sforzi verso una convivenza possibile e necessaria. L'ora è gravida di minacce, ma bisogna continuare a sperare contro lo scetticismo. E aiutarli».
E come?
«Il dramma è che manca un mediatore vero. Ci vorrebbe un colpo d'ala della Ue.
Mi appello alle forze dialoganti delle due parti e anche alle diaspore perché collaborino a una iniziativa che metta uno di fronte all'altro. In tv ho visto immagini tragiche e allarmanti. E l'odio nutre l'odio».
Corriere della Sera 6.1.09
Scuola Giovedì il voto. Il ministro Vito: accolte anche proposte del centrosinistra. L'opposizione: un atto grave che impedisce il dialogo
Università, il governo accelera: fiducia sul decreto Gelmini
di Mariolina Iossa
ROMA — Fiducia domani pomeriggio, voto finale giovedì alle ore 13. Chiede la fiducia il governo, e non è certo una sorpresa, sul decreto che riguarda l'Università e che scade il 9 gennaio. Il decreto aveva già ricevuto il via libera dal Senato lo scorso 12 dicembre. Ancora una volta il governo pone la fiducia (è la nona volta) per evitare rischi e far presto.
«La scadenza è troppo vicina — ha spiegato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito — e in commissione si è già sviluppato un esame compiuto del testo». Inoltre, conclude Vito «il Senato aveva già apportato rilevanti modifiche accogliendo anche proposte dell'opposizione ». «È un provvedimento assolutamente utile e necessario — l'ha definito il ministro Mariastella Gelmini —. Un passo in avanti verso la meritocrazia, perché distingue le università virtuose dalle altre, agevola il ricambio generazionale assumendo giovani ricercatori e assicura più trasparenza nei concorsi».
Insorge l'opposizione. Il ministro ombra dell'Istruzione Maria Pia Garavaglia denuncia questa «strategia dell'inganno dell'opinione pubblica» e aggiunge che «il ricorso alla fiducia rappresenta un atto grave con il quale il governo pone un ostacolo enorme a ogni possibile opzione di dialogo ». Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura giudica «offensivo che il ministro Vito dichiari che c'è sostanziale condivisione tra maggioranza e opposizione sul decreto. In realtà al Senato sono stati accolti solo pochi emendamenti formali. Abbiamo perciò chiesto di illustrare comunque in aula i nostri emendamenti perché fosse chiara la nostra posizione. Questo è un decreto peggiorativo che rischia di non raggiungere nessuno dei risultati che si prefigge».
Ma quali sono le novità del decreto Gelmini sull'università? Eccole: le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori ordinari saranno composte da quattro professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. In attesa di un riordino organico, le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso di ricercatore saranno composte da un professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da due professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando.
Le università sprecone (spesa per il personale oltre il 90 per cento dello stanziamento statale) non potranno fare nuove assunzioni. Per favorire l'assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turnover (20 per cento nelle altre amministrazioni) sale al 50 per cento. Il 60 per cento delle assunzioni dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. Gli atenei migliori, quelli con offerta formativa efficienza e qualità della ricerca più alte, avranno più fondi e tutti gli aventi diritto (180 mila circa) avranno la borsa di studio, per questo sono stati stanziati 135 milioni di euro.
Repubblica lettere 6.1.09
Israele, il Dio biblico e l'editoriale di Scalfari
di Stefano Romano Di Segni
Gentile Direttore, può immaginare lei che piacere ho provato nel leggere l'editoriale in prima pagina del Suo giornale di ieri, 4 gennaio, e apprendere dalla penna del suo fondatore oggi teologo Eugenio Scalfari che: «Quanto a Israele, il Dio biblico non è tanto quello di Abramo e di Salomone quanto il Dio degli eserciti di Saul e di David, il Dio vendicatore e vendicativo. «E' rassicurante riconoscere in lui l'incrollabile coerenza di chi, all'inizio della sua sfolgorante carriera, scrisse su «Roma Fascista» del 24 settembre 1942: «Gli imperi quali noi li concepiamo sono basati sul cardine di razza escludendo perciò l'estensione della cittadinanza da parte dello Stato Nucleo alle altre genti».
Mi lasci solo aggiungere che è raro incontrare in un Opinion Leader maturo e flessibile, che ha scritto di tutto e del suo contrario, tanta lucidità e determinazione nel voler riaffermare le sue convinzioni evidentemente più profonde.
Il dottor Di Segni insulta invece di contestare gli argomenti con altri argomenti.
Repubblica 6.1.09
Cresce la tensione dopo le parole del sindaco di Roma e di Frati sugli inviti alla Sapienza
"Criminale è chi smantella l´Università" l´Onda contro Alemanno e il rettore
di Carlo Picozza
ROMA - «Criminale è il disegno di quanti, come il sindaco e il rettore, vogliono smantellare l´università». Non si fa aspettare la risposta dell´Onda alle parole del sindaco Gianni Alemanno («La Sapienza è ostaggio di 300 piccoli criminali») e alle «interpretazioni» che ne dà il rettore Luigi Frati. L´affermazione di Alemanno («Criminali; gente di cui dobbiamo liberarci») è benzina sul fuoco delle polemiche per l´incontro (saltato) con l´ex br Valerio Morucci e l´annuncio a Repubblica del nuovo invito consegnato dal rettore al Papa (dopo quello, contestato, per la prolusione di Benedetto XVI all´apertura dello scorso anno accademico).
«La demonizzazione del movimento», per Francesco Raparelli, dottorando in Filosofia, «mira a nascondere le insidie della privatizzazione degli atenei, dei tagli a ricerca e personale, dell´abbassamento dei saperi. Si punta alla normalizzazione, complice Frati che vuole usare questa come merce di scambio con il governo per qualche briciola in più». «Il rettore», aggiunge Luca Cafagna (Scienze politiche), «vorrebbe ridurre l´esperienza di democrazia dell´Onda all´azione di una minoranza e, guarda caso, parla di libertà di parola quando nessuno, nell´università chiusa per ferie, può parlare». «Ogni giorno Frati fa un gioco diverso», ancora Raparelli, «ora fa le veci dell´alleato Alemanno tentando di minimizzarne le affermazioni, aggiustandone il tiro pro domo sua e addita come bersaglio del sindaco i senzatetto che hanno occupato la vecchia sede dell´ospedale dei tumori, un edificio che gli sta a cuore». «I due vogliono depistare dall´operazione di smantellamento dell´università», dice Alioscia Castronovo, laureando di Lettere. «Criminale è questo disegno non quello di quanti vi si oppongono». Anche i docenti reagiscono alle parole di Alemanno. Il presidente dell´ateneo della Scienza, Fabrizio Martinelli, sente «puzza di "pulizia culturale"». E Fabrizio Vestroni, preside di Ingegneria, esorta: «Più equilibrio. E dialogo».
Repubblica 6.1.09
Morto esule nel '63 in Urss, era stato in carcere 15 anni
Ankara pronta a riabilitare Nazim Hikmet
di Marco Ansaldo
Quando, alcuni anni fa, Orhan Pamuk accettò di fare per sole 24 ore il direttore del quotidiano turco Radikal, pubblicò tra lo sconcerto dei nazionalisti un articolo che apriva la sezione Cultura intitolandolo "Possono sputarti in faccia quanto vogliono". Il pezzo riguardava il più grande poeta nazionale, Nazim Hikmet, perseguitato per le sue idee di sinistra e considerato un traditore, al punto da doversi rifugiare in Russia, dove morì esule nel 1963. I suoi lavori furono proibiti per molti anni. L´immagine scelta dal premio Nobel a corredo della pagina ricordava un numero del quotidiano Cumhuriyet, quando nel 1951 scrisse a proposito di Hikmet: «Fai moltiplicare la sua foto così che il paese possa sputare fino a saziarsi».
Ieri il governo di Ankara ha fatto sapere di essere pronto a riabilitare il suo poeta più celebre del XX secolo, ridandogli la cittadinanza. Primo a usare i versi liberi, tradotto in 50 lingue, vincitore del premio internazionale della Pace nel 1955, Hikmet non nascose mai le sue simpatie marxiste. Pubblicò lavori sui massacri degli armeni, e scontò 15 anni di prigione, da cui uscì solo grazie a un´amnistia, perdendo però la cittadinanza a favore di quella polacca. Morì a 61 anni, per un attacco di cuore. Le sue spoglie si trovano ancora a Mosca.
Soprannominato «il gigante dagli occhi blu», Hikmet è ora oggetto di una vera e propria riscoperta. Non solo dell´opera, ben conosciuta anche in Italia. Ma della sua figura. Due anni fa, un film con un bravissimo attore turco che lo impersonava, Yetkin Dikinciler, ha avuto un grande successo in Turchia.
Rileggendo adesso il servizio su Hikmet nel giornale firmato da Pamuk, si nota ancora: «Quel comportamento riassume la condizione degli scrittori e degli artisti agli occhi dello Stato e della stampa». Ieri il vice premier turco Cemil Cicek ha detto, spiegando la misura presa dal governo: «I delitti che all´epoca portarono a togliere la nazionalità a Hikmet non sono oggi più considerati dei crimini». Che le cose stiano iniziando a cambiare, o che più probabilmente le autorità di Ankara vogliano dare un segnale positivo alle tante pressioni internazionali a favore degli intellettuali in Turchia, è comunque una buona notizia.
Liberazione 6.1.09
Le origini del mutualismo e un nuovo obiettivo della militanza
La "campagna del pane"
e l'iniziativa sociale di Rifondazione
di Fosco Giannini
La "campagna del pane" ha caratterizzato, più di altre, l'iniziativa sociale del Prc in questa fase. Dai primi responsi giunti dai territori tale iniziativa ha avuto un buon successo e ha permesso al Partito di iniziare , faticosamente, a riannodare alcuni di quei legami sociali brutalmente recisi dagli errori politicisti ed istituzionalisti commessi precedentemente da Rifondazione Comunista e sfociati nella Caporetto del 13 e 14 aprile 2008.
E' importante analizzare la campagna del pane poiché essa ha messo in evidenza alcune, non trascurabili, contraddizioni: da una parte vi è stata una buona - e non scontata - risposta militante, nei Circoli e nelle Federazioni. Il Partito è sceso in piazza e si è impegnato; si è convinto della bontà dell'iniziativa. D'altra parte vi è stata una risposta negativa ( con punte di sprezzo) da parte della minoranza. Oltre ciò, si percepisce una "terra di mezzo" - non si sa quanto vasta - segnata da una sorta di scetticismo o silenziosa attesa.
Chi scrive, per evitare equivoci, si dichiara d'accordo con l'iniziativa e anche con le diverse forme di lavoro sociale che essa evoca.
Ma le contraddizioni interne che il lancio della campagna ha provocato meritano un supplemento di indagine e di riflessione.
Partiamo dall'essenza delle cose: il segretario nazionale, Paolo Ferrero, e il nuovo gruppo dirigente tentano - attraverso la campagna del pane - di introdurre un'innovazione politica, culturale e organizzativa nel Partito ( nel senso che essa aggiunge un pezzo di lavoro inedito all'impegno militante).
Ferrero chiama questo nuovo pezzo di lavoro militante "mutualismo".
D'accordo: tuttavia, proprio alla luce delle contrarietà e dei silenzi provocati nel Partito credo che di questa innovazione dobbiamo parlare.
Prima questione: non dobbiamo ripetere gli errori commessi - a mio avviso - da Bertinotti. L'ex segretario lanciava "innovazioni" spesso prive del minimo sostegno politico e teorico necessario, sino al punto che esse si trasformavano - per la loro fragilità culturale - in atti liquidatori , e non rifondativi, della cultura e della prassi comuniste.
Il mutualismo che ci propone Ferrero, dunque, che cosa deve essere ? Che cosa non deve essere? La imposterei così, la questione, senza pregiudizi o reticenze nella discussione, ma con spirito aperto e costruttivo.
Quali sono le origini del mutualismo?
Sembra che tra i primi ad usare il termine "mutualismo"(mutualisme) sia stato, nel 1822, Charles Fourier ; è sicuro che fu una organizzazione di lavoratori di Lione - verso il 1830 - ad autodefinirsi mutualista ed è nella storia del pensiero filosofico ed economico il fatto che la categoria di mutualismo sia stato il cuore dell'analisi complessiva di Pierre - Joseph Proudhon.
Fourier, Proudhon, Josiah Warren, in buona parte Saint - Simon, del tutto Robert Owen : è lungo quest'asse di socialisti-utopisti, di umanisti non materialisti e pre-marxisti che prende corpo la concezione del mutualismo.
Essa è molto chiara in Proudhon: il mutualismo è il progetto di collaborazione, in senso solidale, tra produttori associati, non è certo il superamento dei rapporti capitalistici di produzione. Il problema centrale del capitalismo non è - per Warren e Proudhon - lo sfruttamento oggettivo sul lavoro tramite l'estrazione di plus valore, ma è "la violazione del principio del costo", violazione attraverso la quale il capitale accresce arbitrariamente tutti i prezzi delle merci. Proudhon (significativamente rilanciato - in una fase anticomunista acuta del centro sinistra storico italiano - da Bettino Craxi) è famoso per aver affermato che "la proprietà è un furto", anche se meno conosciuta, ma intimamente coerente al suo sistema di pensiero, è la sua affermazione secondo la quale " la proprietà è libertà" e che " la proprietà degli strumenti di lavoro è essenziale per la libertà".
Peraltro, saranno proprio Marx ed Engels (già ne "Il Manifesto del Partito Comunista") a fare i conti con il socialismo utopistico e con la concezione del mutualismo.
Si legge ne "Il Manifesto" : "I sistemi di Saint- Simon, di Fourier, di Owen, emergono nella prima e non sviluppata fase della lotta tra proletariato e borghesia…I fondatori di quei sistemi colgono la contrapposizione fra le classi…ma non colgono affatto l'autonomo ruolo storico del proletariato… Al posto dell'attività sociale deve subentrare la loro propria inventiva personale, al posto delle condizioni storiche dell'emancipazione del proletariato devono subentrare condizioni immaginarie, al posto della graduale organizzazione del proletariato in classe deve subentrare una organizzazione della società da loro stessi escogitata".
E sarà ancora Marx, nella "Miseria della Filosofia", a rispondere al Proudhon che asseriva che "è il tasso del salario a determinare il prezzo delle merci". Scrive Marx che vi è il diritto alla sciocchezza e Proudhon ignora che è stato lo stesso Ricardo a confutare una volta per tutte questo errore tradizionale.
I socialisti utopisti avevano escogitato un loro mutualismo e Marx l'aveva ridicolizzato.
Dunque, è chiaro che la proposta del mutualismo non può di certo riferirsi alla riproposizione delle concezioni di Fourier, Proudhon e Owen. Ma questo, mi pare d'aver capito, è lo stesso Ferrero ad asserirlo.
Che cosa può essere, dunque, il mutualismo proposto dal segretario del Prc?
Non deve essere e non è una riassunzione - nè per i tempi brevi né per i tempi lunghi - del senso ultimo della Società dell'Armonia senza più conflitti di Fourier o di un rilancio di quelle forme di cooperazione e associazionismo che si propagarono nella metà dell'ottocento e poi degenerarono in organizzazioni neo capitaliste volte, come le altre, al massimo profitto.
Per comprendere il mutualismo possibile potrebbero esserci utili le riflessioni di Lorenzo Guadagnucci (" Il nuovo mutualismo", Feltrinelli, 2007).
Guadagnucci ci ricorda, in quel suo lavoro, come le forme di autorganizzazione sociale crebbero e si diffusero, nella prima metà del XIX secolo, come tentativo di ricostruzione di quei legami sociali che il capitalismo degli "spiriti animali" del tempo aveva violentemente lacerato. E come oggi, di fronte al nuovo e lungo ciclo iperliberista segnato da un vasto disagio sociale e dalla distruzione generale del welfare, nuove forme mutualistiche, di spontaneo mutuo soccorso, si stiano diffondendo ed auto organizzando (molte, ed in espansione carsica, sono ad esempio, le nuove forme del credito democratico e svincolato dall'usura delle banche).
Ed è importante l'analisi di Guadagnucci poiché, da una parte, ci invita - anche noi comunisti - a non avere un rapporto aristocratico con tali forme di autorganizzazione sociale e, d'altra parte, a non dimenticare la degenerazione affaristica di quelle forme sociali spontanee che alla fine dell'ottocento si istituzionalizzarono entrando infine nel mercato come soggettività capitalistiche a tutto tondo, senza più nessun retaggio etico o solidale.
Questioni che riprende anche Giulio Marcon nel suo libro "Le utopie del ben fare", quando ricorda il pericolo di degenerazione del no profit e del terzo settore.
Che cosa deve dunque essere la proposta di Ferrero del mutualismo?
Prendendo nettamente le distanze da ogni forma mutualistica sbagliata e ambigua (da Proudhon all'odierno terzo settore) il nostro mutualismo dovrebbe essere essenzialmente un nuovo terreno di lavoro, un nuovo obiettivo della militanza, una nuova forma di penetrazione nel corpo sociale e di organizzazione del consenso. Oltreché l'anticipazione di una nuova etica: quella comunista e solidale.
Dobbiamo, cioè, con la massima concretezza possibile, stare a fianco della grande sofferenza sociale, offrire alle persone in carne ed ossa colpite quotidianamente dal capitale il nostro aiuto solidale; nelle periferie delle metropoli, nei paesi, nei quartieri, nei condomini, a fianco dei lavoratori divenuti esuberi, delle famiglie povere, degli immigrati, di quegli anziani e di quei malati ( penso all'Alzhaimer) con pensioni che non permettono né istituti né badanti a tempo pieno. E' troppo cristiano, tutto ciò, per noi comunisti? E' lavoro da crocerossine? No: ricordo che gli Oratori delle parrocchie, con la loro capillare rete di relazioni sociali, sono tra le più formidabili macchine di organizzazione del consenso conosciute e noi, senza "media" e senza fondi, abbiamo un'unica possibilità : il radicamento in ogni piega sociale (certo: innanzitutto nei luoghi della produzione e del conflitto vivo tra capitale e lavoro, presenza organizzata senza la quale ogni altra forma di militanza, compreso il mutualismo, perde senso).
Ma il mutualismo può essere un tassello importante - nella sua forma sociale di Soccorso Rosso - del nostro radicamento.
E mi affido alle memorie di Ho Chi Min: i comunisti vietnamiti - durante la lotta di Liberazione - facevano le iniezioni, gratuitamente, ai contadini poveri e malati. Ho Chi Min era nascosto tra i contadini e lavorava con essi in incognito. Un giorno un contadino gli disse : "Ma chi sono questi comunisti?". E Ho Chi Min gli rispose : "Non lo so. Ma se vengono qui a farci le iniezioni e ce le fanno gratuitamente saranno sicuramente brave persone".
Il mutualismo così concepito (solidarietà concreta, di classe) può attenuare il nostro conflitto con il capitale?
Mi pare una sciocchezza solo il pensarlo. Molte altre cose ci hanno portato lontani dalla lotta: il tentativo di trasformare il nostro Partito - comunista - in qualcos'altro da sé e la crescita di un grande amore per le poltrone.
Se il mutualismo - assieme al nostro imprescindibile protagonismo nei luoghi di lavoro - ci aiuterà a rafforzare i nostri deboli rapporti di massa ci aiuterà anche ad innalzare la nostra capacità di organizzare il conflitto sociale. In senso anticapitalista.
Corriere della Sera 6.1.09
Dispute Due saggi sulla caduta dell'impero con tesi opposte. Si riapre il dibattito cominciato da Gibbon
Fine di Roma: crollo o evoluzione?
Bryan Ward-Perkins: sparì la civiltà. Peter Wells: no, la cultura continuò
di Antonio Carioti
La caduta dell'impero romano d'Occidente (476 d.C.) ha sempre affascinato gli storici. Nel Settecento l'inglese Edward Gibbon le dedicò un'indagine minuziosa, sostenendo che il cristianesimo era stato il fattore principale del crollo. Ma il dibattito sulle cause del tramonto di Roma non si è mai interrotto, tanto che anni fa lo studioso tedesco Alexander Demandt stilò un elenco di 210 ragioni (dalla crisi di legittimità al surriscaldamento delle terme frequentate dalla classe dirigente) indicate di volta in volta dagli storici per spiegare il traumatico evento. Nella fervida discussione sui motivi, tra gli antichisti di vecchio stampo c'era però un consenso generale sulla gravità del disastro: «Uno stacco si verificò, senza dubbio, violento come un urto di continenti », scriveva Santo Mazzarino, uno dei maggiori studiosi di storia romana, nel saggio del 1959 La fine del mondo antico,
ora riedito da Bollati Boringhieri (pp. 217, € 14).
Poi però nel 1971 lo storico irlandese Peter Brown mise al bando le idee di decadenza e crollo, affermando che c'era stata piuttosto una grande trasformazione, cominciata sotto il tardo impero e proseguita dopo le invasioni barbariche, senza rotture brusche, in un clima di sostanziale continuità. Una tesi che si è fatta strada fino a diventare quasi egemone al giorno d'oggi. Per esempio lo studioso canadese Walter Goffart ha criticato il concetto stesso di «invasioni barbariche»: a suo avviso furono i romani a consentire lo stanziamento dei popoli nordici entro i confini dell'impero, anche se poi quell'esperimento d'inclusione andò «un po' fuori controllo».
Espressione di questa corrente storiografica è il libro dell'americano Peter S. Wells Barbarians to Angels, appena tradotto da Lindau con il più prudente titolo Barbari (pp. 241, € 19). Qui i famigerati «secoli bui» — dal V fino all'VIII, che segnò con Carlo Magno la «rinascita carolingia» — sono presentati come «un'epoca tutt'altro che senza luce», anzi «ricca di una brillante attività culturale». All'opposto Bryan Ward-Perkins, docente a Oxford, nel polemico saggio La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, pp. 293, € 19,50) vuole dimostrare che «gli effetti a lungo termine del crollo dell'impero furono drammatici», se non altro perché «l'arte, la filosofia e le buone fognature sparirono tutte dall'Occidente».
Eppure le due opere svolgono le rispettive argomentazioni partendo da una premessa comune. Wells osserva che per ricostruire la fine dell'impero non ci si può basare sui testi antichi giunti fino a noi, perché gli autori latini dell'epoca (come san Girolamo o Gregorio di Tours) avevano una visione romanocentrica, quindi catastrofista, smentita dalle acquisizioni dell'archeologia moderna. Ma Ward-Perkins accetta la sfida, nel senso che anch'egli si basa in prevalenza sui reperti archeologici, dai quali però ricava conclusioni assai diverse.
Per esempio entrambi gli autori constatano la scomparsa, una volta caduto l'impero, dei grandi edifici di pietra con tetti in tegole. Ma se per Ward-Perkins questa è la prova di un rovinoso declino dell'edilizia abitativa, Wells ribatte che si trattò semmai di un mutamento nel modo di realizzare le costruzioni, con l'utilizzo di materiali deperibili come il legno, che non implicò affatto lo spopolamento delle città e il collasso dell'economia. I vasti e spessi strati di terriccio scuro che si trovano nei siti urbani, fitti di resti «certamente databili dopo il periodo imperiale», dimostrano a suo parere che quei luoghi rimasero densamente abitati e pulsanti di attività anche in epoca post romana.
Inoltre Wells sottolinea che nelle tombe dei re barbari come il franco Childerico, vissuto nel V secolo, si trovano armi e gioielli di gran pregio, che solo una civiltà raffinata poteva offrire. Ward-Perkins replica però che non bisogna guardare a simili «oggetti d'élite, prodotti o importati per i più alti livelli della società»: l'attenzione va rivolta agli «articoli di buona qualità e a basso prezzo». Per esempio il vasellame, abbondantissimo sotto l'impero e poi quasi sparito, tanto che i ritrovamenti passano da «montagne di ceramica romana» a «qualche scatola di cocci», per giunta «privi di ogni finezza funzionale o estetica», dell'epoca barbarica.
Altri fenomeni riscontrati negli scavi sembrano confortare Ward-Perkins. Uno è la scomparsa degli spiccioli: le monetine di rame non vengono più coniate in Occidente a partire dal VI secolo, con l'unica eccezione delle aree dominate dai bizantini, dal che si deduce una drastica riduzione degli scambi economici. Altrettanto significativo è il venir meno della scrittura nella vita quotidiana. I graffiti di età romana spesso si riferiscono a piccole transazioni commerciali o a episodi banali: tipico il caso del cliente di un postribolo che manifesta per iscritto il suo gradimento per la prestazione ricevuta. Caduto l'impero, i testi scritti si fanno molto più rari e riguardano tutti «documenti formali, destinati a durare». Un chiaro sintomo che l'alfabetizzazione era diventata appannaggio di una ristretta élite.
Tutto ciò induce Ward-Perkins a parlare di regresso culturale e «disintegrazione economica », con annessa «una brusca caduta della produzione alimentare». E qui il contrasto tra i due autori si fa stridente, perché Wells esalta invece «lo sviluppo di una nuova tecnologia agricola — basata sull'adozione dell'aratro pesante a ruota — capace d'incrementare in modo esponenziale l'efficienza nella produzione di cibo, come mai era stato possibile ottenere ai tempi di Roma».
A volte ci si stupisce di quanto sia arduo scrivere una storia condivisa del secolo scorso, ma in fondo le difficoltà sono anche maggiori quando si tratta di avvenimenti trascorsi da un millennio e mezzo.
Liberazione 6.1.08
Noi da "Liberazione" vorremmo un punto di vista comunista
Caro Piero, i lavoratori, i pensionati, gli studenti comunisti comprano "Liberazione" per trovarvi le notizie dell'Italia e del mondo commentate dal punto di vista comunista, cioè per trovarvi la controinformazione assolutamente necessaria, laddove la disinformazione di massa è praticata da tutti i giornali e da tutte le televisioni in mano ai padroni. "Liberazione" la compriamo tutti i giorni, assai pochi in verità, perché riteniamo che essa sia uno strumento indispensabile per un'educazione dei giovani orientata alla diffusione ed affermazione degi ideali socialisti. Non mi sembra che l'inserto domenicale "Queer" assolva a questi compiti; in genere vi leggiamo sproloqui incomprensibili ai più, spesse volte scemenze irritanti; a volte, però, "Queer" diventa chiara e comprensibilissima, come negli ultimi due numeri, totalmente dedicati alla propaganda anticomunista. L'anticomunismo è l'attività principale degli altri giornali: che bisogno c'è di accodarsi? Continuare su questa strada significa costringere i comunisti a non comprare più il loro giornale. Piero, smettetela, finché siente ancora in tempo!
Nando Spera Avezzano (Aq)
Caro Nando, dietro il muro di Berlino non c'era il comunismo che noi abbiamo sempre sognato. C'era una schifezza.
P. S.
Liberazione 6.1.08
"Liberazione", muoia Sanson con tutti i filistei?
Uno strano destino quello di Rifondazione Comunista e del suo giornale. Nati come una eresia contro le chiese del conformismo politico e del pensiero unico sono oggi devastati dal teppismo dei sacerdotii delle chiese che volevavano criticare. I primi quelli del luogo comune che dietro al realismo, alla necessità delle "masse critiche", del progetto politico "di grande respiro" (ci mancherebbe!) propongono l'omologazione alla modernità, i secondi quelli dell'ortodossia che senza la parola comunismo non riescono ad addormentarsi. Così dopo la performance di Cristiano, segretario toscano, ecco Petrini con le sue considerazioni sul ricordo che Delbono ha fatto di Pinter accompagnate dalle puntuali repliche di Sansonetti e amplificate da un can can mediatico che offende il lavoro quotidiano di tante compagne e compagni e che invece resta oscuro ed oscurato. Ora siccome anche la stupidità ha un limite viene da chiedersi: che sia proprio Sansonetti (l'assonanza con Sansone induce al sospetto) a favorire quelle lettere perché crolli il tempio e con esso muoiano tutti i filistei?
Giuliano Brandoni
capogruppo Prc alla Regione Marche
Liberazione 6.1.08
Pinter e la contraddizione di "Liberazione"
Cara "Liberazione", curiosamente il "Corriere della sera" del 5 gennaio riprende in prima pagina, con grande risalto, la mia lettera a "Liberazione" su Pinter. E curiosamente, accanto all'articolo, compare un fondo di Paolo Franchi che rilancia la proposta di Sansonetti di qualche tempo fa di un quotidiano unico della sinistra. Il "Corriere", per parte sua, fa il suo mestiere. Siamo abituati a questa modalità: anziché informare i propri lettori sulle iniziative del Prc e sulle sue battaglie politiche, il giornale si concentra pretestuosamente e in modo caricaturale sulle nostre discussioni interne. Ma tant'è: c'è da aspettarselo appunto. Stupisce invece - o forse non stupisce affatto - che sia proprio Sansonetti a prestarsi a questo gioco, richiamando, sempre sul "Corriere", un «clima di intimidazione da anni 50» del «gruppo dirigente del partito». Mi piacerebbe sapere cosa c'entra l'intimidazione con una lettera che diceva una cosa molto tranquilla. La seguente: proprio perché Pinter è uno scrittore importante e interessante, non si capisce perché lo si debba utilizzare a fini strumentali, per dire, cioè, che il comunismo non sarebbe altro che "attaccamento al potere". Sono particolarmente affezionato alla libertà di espressione degli artisti. Mi occupo professionalmente proprio di teatro e ho scritto diverse cose al riguardo, fra cui un libro dedicato al mio amatissimo Carmelo Bene, che in quanto ad anarchismo non scherzava affatto. Il punto non è questo. Il punto, come mi pare molto chiaro, è in una linea editoriale del nostro giornale che sfrutta qualsiasi pretesto per portare avanti una battaglia politica contro il comunismo, contro le sue ragioni teoriche e contro la sua storia. Che questo lo si faccia con metodi in fin dei conti "stalinisti", scartando cioè puntualmente il merito di ciò che si discute, pazienza: ciascun lettore lo potrà giudicare da sé. Che questo lo si faccia in modo sistematico dalle colonne di un "giornale comunista" è una contraddizione logica che meriterebbe una riflessione più approfondita.
Armando Petrini
segretario regionale Prc Piemonte
Liberazione 6.1.08
Riflessioni sul partito e Liberazione
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale
di Dario Danti
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale. Marco e Michele, con questi gesti, ci pongono questioni gigantesche, che sono anche etiche. Le sento mie, non solo perché con loro sono cresciuto, ma perché segnano, con dolore, differenti cesure politiche e umane da una comunità politica. Una comunità politica che non riconosco più.
Stavolta lo spettro che si aggira non è il comunismo, ma uno zombie politico: la rifondazione di Paolo Ferrero. Rispetto la sua proposta - ad oggi quella del pane a un euro una tantum e dei dentisti-rossi a prezzo calmierato - ma non la condivido. Come non condivido la critica astratta a una certa "sinistra salottiera" che fa il paio con l'occupazione concreta di qualsiasi spazio mediatico a costo di sostenere faccia a faccia con Francesco Storace e Roberto Fiore. Come non condivido le parole della sua politica: "stronzo" e "porcherie", come ama ribadire in una sua recente intervista a Repubblica , sono un lessico sguaiato e sgangherato che introietta la brutalità dell'espressione a una dimensione, ormai ostaggio del leghismo padano. Al di là del lessico è bene, comunque, non parlare a sproposito. Perché dire che "i consiglieri fuoriusciti dal Prc" sostengono le "porcherie" del Pd perché non votano la commissione d'inchiesta su Fiat-Fondiaria al Comune di Firenze, significa sostenere che il gruppo del Prc in Regione Toscana sostiene le "porcherie" del Pd poiché anche in quella sede, e il partito lì è in maggioranza, la commissione è stata bocciata. Si dovrebbe sapere che grazie alla mozione del gruppo della Sinistra si è bloccato il piano strutturale di Firenze.
Cose che succedono in Toscana. Essere ipocriti è la cosa peggiore, altro che essere comunisti. Che dire di chi con zelo si era apprestato a voler recidere rapporti di lavoro fra gruppo consiliare regionale e dipendenti "vendoliani" e poi è stata fermata? Oppure della politica della casa, che oscilla, a seconda degli orientamenti congressuali, fra sostegno alla buona legge del nostro assessore e critiche disparate seguendo le paturnie delle varie mozioni e sottogruppi?
Il trasformismo e i dirigenti per tutte le stagioni sono due pratiche ormai di moda nel Prc. Così hanno fatto in molti: da adoratori e veneratori di Fausto Bertinotti hanno finito per condividere gli accostamenti del segretario toscano fra l'ex-leader del Prc e i naziskin. Eppure è stata proprio la tanto vituperata Liberazione a dare spazio a queste posizioni pseudopolitiche.
Ho scritto per tanti anni su Liberazione , l'ho letta, amata e criticata, anche duramente. La Liberazione di Piero, Simonetta, Anubi, Angela è bella proprio per questo: è un giornale libero, che ha fatto della libertà la sua stella (cometa e polare). Libertà, ci spiegava un "cantattore" del secolo scorso, fa tutt'uno con partecipazione. E allora perché non ascoltare la proposta del direttore e dei giornalisti, ovvero fare di chi lavora a Liberazione gli attori del suo rilancio? E perché chi la legge non potrebbe diventare protagonista, magari attraverso un azionariato popolare? Perché la prima scelta deve essere quella di un editore privato?
C'è chi con tanta facilità dà lezioni di coerenza. L'ha fatto ieri per il nostro giornale sostenendo che deve riportare (coerentemente) la linea del partito; l'ha fatto l'altro ieri quando si è scagliata per prima contro l'eventuale doppio incarico a Nichi Vendola, qualora fosse diventato segretario nazionale del Prc, mantenendo anche la carica di governatore della Puglia. Vedi, cara Roberta Fantozzi, chi dà lezioni di coerenza dovrebbe agire di conseguenza (e in anticipo) e non mantenere da quasi quattro anni il doppio incarico fra segreteria nazionale e consiglio regionale della Toscana. Almeno così si era concordato quando ero segretario della federazione di Pisa in solenni riunioni. Si possono lanciare tutti gli strali che si vuole, ma quando si colleziona la medaglia d'oro di consigliere più assenteista del 2008 e, negli anni precedenti, quelle d'argento e di bronzo, bisognerebbe contare fino a cento prima di parlare e scrivere. Alla faccia delle tante prediche sul ripartire dal basso, anzi "in basso a sinistra". Anche questo è diventata Rifondazione, ma quella Rifondazione ora non c'è più.
Noi da "Liberazione" vorremmo un punto di vista comunista
Caro Piero, i lavoratori, i pensionati, gli studenti comunisti comprano "Liberazione" per trovarvi le notizie dell'Italia e del mondo commentate dal punto di vista comunista, cioè per trovarvi la controinformazione assolutamente necessaria, laddove la disinformazione di massa è praticata da tutti i giornali e da tutte le televisioni in mano ai padroni. "Liberazione" la compriamo tutti i giorni, assai pochi in verità, perché riteniamo che essa sia uno strumento indispensabile per un'educazione dei giovani orientata alla diffusione ed affermazione degi ideali socialisti. Non mi sembra che l'inserto domenicale "Queer" assolva a questi compiti; in genere vi leggiamo sproloqui incomprensibili ai più, spesse volte scemenze irritanti; a volte, però, "Queer" diventa chiara e comprensibilissima, come negli ultimi due numeri, totalmente dedicati alla propaganda anticomunista. L'anticomunismo è l'attività principale degli altri giornali: che bisogno c'è di accodarsi? Continuare su questa strada significa costringere i comunisti a non comprare più il loro giornale. Piero, smettetela, finché siente ancora in tempo!
Nando Spera Avezzano (Aq)
Caro Nando, dietro il muro di Berlino non c'era il comunismo che noi abbiamo sempre sognato. C'era una schifezza.
P. S.
Liberazione 6.1.08
"Liberazione", muoia Sanson con tutti i filistei?
Uno strano destino quello di Rifondazione Comunista e del suo giornale. Nati come una eresia contro le chiese del conformismo politico e del pensiero unico sono oggi devastati dal teppismo dei sacerdotii delle chiese che volevavano criticare. I primi quelli del luogo comune che dietro al realismo, alla necessità delle "masse critiche", del progetto politico "di grande respiro" (ci mancherebbe!) propongono l'omologazione alla modernità, i secondi quelli dell'ortodossia che senza la parola comunismo non riescono ad addormentarsi. Così dopo la performance di Cristiano, segretario toscano, ecco Petrini con le sue considerazioni sul ricordo che Delbono ha fatto di Pinter accompagnate dalle puntuali repliche di Sansonetti e amplificate da un can can mediatico che offende il lavoro quotidiano di tante compagne e compagni e che invece resta oscuro ed oscurato. Ora siccome anche la stupidità ha un limite viene da chiedersi: che sia proprio Sansonetti (l'assonanza con Sansone induce al sospetto) a favorire quelle lettere perché crolli il tempio e con esso muoiano tutti i filistei?
Giuliano Brandoni
capogruppo Prc alla Regione Marche
Liberazione 6.1.08
Pinter e la contraddizione di "Liberazione"
Cara "Liberazione", curiosamente il "Corriere della sera" del 5 gennaio riprende in prima pagina, con grande risalto, la mia lettera a "Liberazione" su Pinter. E curiosamente, accanto all'articolo, compare un fondo di Paolo Franchi che rilancia la proposta di Sansonetti di qualche tempo fa di un quotidiano unico della sinistra. Il "Corriere", per parte sua, fa il suo mestiere. Siamo abituati a questa modalità: anziché informare i propri lettori sulle iniziative del Prc e sulle sue battaglie politiche, il giornale si concentra pretestuosamente e in modo caricaturale sulle nostre discussioni interne. Ma tant'è: c'è da aspettarselo appunto. Stupisce invece - o forse non stupisce affatto - che sia proprio Sansonetti a prestarsi a questo gioco, richiamando, sempre sul "Corriere", un «clima di intimidazione da anni 50» del «gruppo dirigente del partito». Mi piacerebbe sapere cosa c'entra l'intimidazione con una lettera che diceva una cosa molto tranquilla. La seguente: proprio perché Pinter è uno scrittore importante e interessante, non si capisce perché lo si debba utilizzare a fini strumentali, per dire, cioè, che il comunismo non sarebbe altro che "attaccamento al potere". Sono particolarmente affezionato alla libertà di espressione degli artisti. Mi occupo professionalmente proprio di teatro e ho scritto diverse cose al riguardo, fra cui un libro dedicato al mio amatissimo Carmelo Bene, che in quanto ad anarchismo non scherzava affatto. Il punto non è questo. Il punto, come mi pare molto chiaro, è in una linea editoriale del nostro giornale che sfrutta qualsiasi pretesto per portare avanti una battaglia politica contro il comunismo, contro le sue ragioni teoriche e contro la sua storia. Che questo lo si faccia con metodi in fin dei conti "stalinisti", scartando cioè puntualmente il merito di ciò che si discute, pazienza: ciascun lettore lo potrà giudicare da sé. Che questo lo si faccia in modo sistematico dalle colonne di un "giornale comunista" è una contraddizione logica che meriterebbe una riflessione più approfondita.
Armando Petrini
segretario regionale Prc Piemonte
Liberazione 6.1.08
Riflessioni sul partito e Liberazione
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale
di Dario Danti
Marco Assennato lascia il partito e Michele De Palma il comitato politico nazionale. Marco e Michele, con questi gesti, ci pongono questioni gigantesche, che sono anche etiche. Le sento mie, non solo perché con loro sono cresciuto, ma perché segnano, con dolore, differenti cesure politiche e umane da una comunità politica. Una comunità politica che non riconosco più.
Stavolta lo spettro che si aggira non è il comunismo, ma uno zombie politico: la rifondazione di Paolo Ferrero. Rispetto la sua proposta - ad oggi quella del pane a un euro una tantum e dei dentisti-rossi a prezzo calmierato - ma non la condivido. Come non condivido la critica astratta a una certa "sinistra salottiera" che fa il paio con l'occupazione concreta di qualsiasi spazio mediatico a costo di sostenere faccia a faccia con Francesco Storace e Roberto Fiore. Come non condivido le parole della sua politica: "stronzo" e "porcherie", come ama ribadire in una sua recente intervista a Repubblica , sono un lessico sguaiato e sgangherato che introietta la brutalità dell'espressione a una dimensione, ormai ostaggio del leghismo padano. Al di là del lessico è bene, comunque, non parlare a sproposito. Perché dire che "i consiglieri fuoriusciti dal Prc" sostengono le "porcherie" del Pd perché non votano la commissione d'inchiesta su Fiat-Fondiaria al Comune di Firenze, significa sostenere che il gruppo del Prc in Regione Toscana sostiene le "porcherie" del Pd poiché anche in quella sede, e il partito lì è in maggioranza, la commissione è stata bocciata. Si dovrebbe sapere che grazie alla mozione del gruppo della Sinistra si è bloccato il piano strutturale di Firenze.
Cose che succedono in Toscana. Essere ipocriti è la cosa peggiore, altro che essere comunisti. Che dire di chi con zelo si era apprestato a voler recidere rapporti di lavoro fra gruppo consiliare regionale e dipendenti "vendoliani" e poi è stata fermata? Oppure della politica della casa, che oscilla, a seconda degli orientamenti congressuali, fra sostegno alla buona legge del nostro assessore e critiche disparate seguendo le paturnie delle varie mozioni e sottogruppi?
Il trasformismo e i dirigenti per tutte le stagioni sono due pratiche ormai di moda nel Prc. Così hanno fatto in molti: da adoratori e veneratori di Fausto Bertinotti hanno finito per condividere gli accostamenti del segretario toscano fra l'ex-leader del Prc e i naziskin. Eppure è stata proprio la tanto vituperata Liberazione a dare spazio a queste posizioni pseudopolitiche.
Ho scritto per tanti anni su Liberazione , l'ho letta, amata e criticata, anche duramente. La Liberazione di Piero, Simonetta, Anubi, Angela è bella proprio per questo: è un giornale libero, che ha fatto della libertà la sua stella (cometa e polare). Libertà, ci spiegava un "cantattore" del secolo scorso, fa tutt'uno con partecipazione. E allora perché non ascoltare la proposta del direttore e dei giornalisti, ovvero fare di chi lavora a Liberazione gli attori del suo rilancio? E perché chi la legge non potrebbe diventare protagonista, magari attraverso un azionariato popolare? Perché la prima scelta deve essere quella di un editore privato?
C'è chi con tanta facilità dà lezioni di coerenza. L'ha fatto ieri per il nostro giornale sostenendo che deve riportare (coerentemente) la linea del partito; l'ha fatto l'altro ieri quando si è scagliata per prima contro l'eventuale doppio incarico a Nichi Vendola, qualora fosse diventato segretario nazionale del Prc, mantenendo anche la carica di governatore della Puglia. Vedi, cara Roberta Fantozzi, chi dà lezioni di coerenza dovrebbe agire di conseguenza (e in anticipo) e non mantenere da quasi quattro anni il doppio incarico fra segreteria nazionale e consiglio regionale della Toscana. Almeno così si era concordato quando ero segretario della federazione di Pisa in solenni riunioni. Si possono lanciare tutti gli strali che si vuole, ma quando si colleziona la medaglia d'oro di consigliere più assenteista del 2008 e, negli anni precedenti, quelle d'argento e di bronzo, bisognerebbe contare fino a cento prima di parlare e scrivere. Alla faccia delle tante prediche sul ripartire dal basso, anzi "in basso a sinistra". Anche questo è diventata Rifondazione, ma quella Rifondazione ora non c'è più.
lunedì 5 gennaio 2009
Repubblica 5.1.09
"La Sapienza ostaggio di 300 piccoli criminali"
Attacco di Alemanno dopo il caso Morucci. Il fisico Bernardini: che pasticcio tra lui e il rettore
"Invitano terroristi e dicono no al Papa". I docenti: "Volgare confusione"
di Carlo Picozza
ROMA - «L´ateneo della Sapienza», per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, «è tenuto in ostaggio da 300 piccoli criminali dei quali dobbiamo liberarci. Lì si invitano i terroristi rossi e al Papa è impedito di parlare». Il giorno dopo l´annuncio del rettore Luigi Frati su Repubblica della consegna nelle mani di Benedetto XVI di un nuovo invito (dopo quello contestato un anno fa da 67 docenti di Fisica contrari alla lectio magistralis che il pontefice era stato chiamato a pronunciare dal rettore di allora per l´apertura dell´anno accademico), Alemanno alza il tiro. Lo fa forte delle critiche di Frati al docente che aveva invitato l´ex brigatista Valerio Morucci e al gruppo dei 67 contrario alla prolusione del Papa. «Bene ha fatto il rettore a prendere di petto la questione», tuona Alemanno, «ci sono dei cambiamenti culturali da fare». Ma per Carlo Bernardini, uno dei protagonisti della ricostruzione, nel dopoguerra, della Fisica nucleare, «rettore e sindaco fanno un gran pasticcio mettendo sullo stesso piano l´invito, senza alcun carattere istituzionale, fatto da un docente a un ex br pentito, con il nostro "no" alla prolusione che avrebbe dovuto tenere il Papa».
«Questo compito, l´indicazione cioè delle linee guida di didattica e ricerca», per il fisico Carlo Cosmelli, «non può essere delegato al rappresentante di una religione, neanche al più autorevole. Se il Papa viene sarà ben accolto». «Di fronte all´insidia della privatizzazione dell´università», aggiunge Bernardini, «ai tagli ai finanziamenti per il personale e la ricerca, all´incerto futuro dei neolaureati, si sta alzando un polverone per distrarre l´opinione pubblica». «Le uscite di sindaco e rettore», per Alioscia Castronuovo, leader dell´Onda, «tendono a normalizzare l´università dove critica e dissenso dovrebbero essere beni preziosi. Il rettore, alleato del governo che sta distruggendo l´università, ha trovato sponda nel sindaco».
«Ho già spiegato», ripete il docente Giorgio Mariani, promotore dell´invito all´ex br nella facoltà di Scienze umanistiche, «che l´iniziativa mi era stata suggerita da funzionari di polizia e che aveva il solo scopo di mettere in guardia i giovani con la testimonianza di chi, dopo scelte tragicamente sbagliate, si è pentito. Quando Morucci, con il cantante Antonello Venditti, parlò ai liceali del Giulio Cesare, nessuno si strappò le vesti». «Rettore e sindaco», per il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, «rischiano di creare confusione quando ci attribuiscono la contrarietà alla visita del Papa». E Bernardini giudica «molto arbitraria l´interpretazione della vicenda fatta da Frati». «Le sue dichiarazioni», spiega, «suonano come una piccola ripicca contro i 67 che non hanno certo votato per lui». «Il rettore», continua, «vorrebbe far intendere che la nostra lettera fosse contro la visita del Papa. Nient´affatto, questa sarebbe graditissima, come quella di altre personalità. Ma trovo volgare utilizzare il pontefice per distrarre dai problemi veri». «La nostra soddisfazione per la possibile visita del Papa», aggiunge il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, «dimostra che un anno fa non avevamo alcun pregiudizio». E il suo collega, Brunello Tirozzi, chiede «sia riconosciuta la possibilità di un contraddittorio con tutti gli ospiti dell´ateneo». «Al Papa», dice, «vorrei poter chiedere: perché il Vaticano incassa 120 milioni per le scuole religiose mentre quelle pubbliche sono disastrate?».
Repubblica 5.1.09
Il Vaticano, le leggi italiane e l’autonomia dello Stato
di Stefano Rodotà
Lo Stato della Città del Vaticano ha voluto ridefinire le proprie regole sulle fonti del diritto, dunque sulle norme che costituiscono il suo ordinamento giuridico, e la relativa legge è entrata in vigore all´inizio di quest´anno. L´operazione è di grande importanza, come sempre accade quando uno Stato sovrano stabilisce il perimetro della legalità, e anche perché si tratta di una materia particolarmente rilevante dal punto di vista politico e culturale (al tema delle fonti ha recentemente dedicato una riunione l´Associazione italiana dei costituzionalisti). Ma la mossa vaticana ha suscitato attenzione e polemiche perché contiene una rilevantissima novità nei rapporti tra Stato e Chiesa, tra la legislazione della Repubblica Italiana e quella della Città del Vaticano. Fino a ieri questi rapporti erano fondati sul principio della recezione automatica, che portava con sé l´applicabilità delle norme italiane nell´ordinamento vaticano, recezione «solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell´ordinamento canonico», com´è accaduto per leggi come quelle sul divorzio e l´aborto. Ora, invece, «si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana», come sottolinea esplicitamente sull´Osservatore Romano il presidente della Commissione che ha preparato la nuova legge, José Maria Serrano Ruiz. Non più automatismi, dunque, ma un filtro, una valutazione preliminare della compatibilità con l´ordinamento canonico di ogni singola legge italiana.
Questa è una innovazione che non può essere adeguatamente valutata ricorrendo al tradizionale criterio dell´"indebita ingerenza vaticana" o guardando solo alla spicciola attualità politica, e quindi interpretandola solo come una reazione a qualche specifica vicenda italiana, come un avviso a questo o a quel partito. Siamo di fronte ad una strategia impegnativa, che si proietta al di là di questa o quella occasione, e che va compresa e valutata proprio in questo suo orizzonte più largo.
Non risultano convincenti, quindi, i tentativi di ridurre la portata della nuova legge che qualcuno, anche da parte vaticana, ha voluto fare, dicendo che la novità è di poco conto, visto che già prima il filtro vaticano aveva operato nei casi di evidente incompatibilità tra principi della Chiesa e norme italiane. Si passa, infatti, da un regime eccezionale ad uno ordinario, da una valutazione selettiva ad una generalizzata. Prima poteva valere il silenzio, ora bisogna attendere la parola. Peraltro, questi tentativi riduzionisti sono contraddetti da quanto scrive lo stesso Serrano Ruiz, indicando con chiarezza l´obiettivo della legge: la Chiesa non può «rinunciare al suo ruolo di testimonianza unica nel concerto del diritto comparato e nella riflessione sul fenomeno giuridico universale».
Non solo l´Italia, dunque. L´ambizione è planetaria: fare dei principi della Chiesa l´unico criterio di legittimazione di qualsiasi norma, di qualsiasi forma di regolazione giuridica, in ogni luogo del mondo. Un orientamento, questo, che già era ben visibile nelle ripetute prese di posizione dello stesso Pontefice aspramente critiche nei confronti delle Nazioni Unite e di molti documenti giuridici da queste approvati o promossi.
All´Italia, però, sono riservate una attenzione ed una motivazione particolari, anche perché solo per le sue leggi valeva fino a ieri il criterio della recezione automatica. Tre sono le ragioni esplicitamente indicate per giustificare il rovesciamento di quella impostazione: «il numero davvero esorbitante delle leggi italiane»; «l´instabilità della legislazione civile»; «un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Quest´ultimo è l´argomento che, giustamente, ha più colpito e ha suscitato le maggiori polemiche, ma pure gli altri due meritano qualche riflessione.
Si è detto che il riferimento all´inflazione legislativa è pretestuoso, visto che questa esiste ed è ben nota da molti anni. Perché accorgersene oggi, ha protestato il ministro Calderoli, proprio nel momento in cui è stata imboccata la via della semplificazione cancellando 36.100 leggi? Si potrebbe osservare che all´eccesso di legislazione non si risponde soltanto con qualche potatura, ricordando ad esempio la ben diversa esperienza francese in materia. E, d´altra parte, la riforma vaticana prende il posto di una legge del 1929, sì che doveva tener conto di quanto è accaduto tra allora e oggi.
Più significativo, e insidioso, è il secondo argomento. L´instabilità della legislazione civile è giudicata «poco compatibile con l´auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell´intelletto, cerca di per sé l´immutabilità dei concetti e dei valori». Questa radicale affermazione arriva in un tempo in cui il sistema delle fonti, sotto tutti i cieli, conosce un mutamento profondo, proprio per poter dare risposte adeguate ad una realtà incessantemente mutevole, non solo sotto la spinta delle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma di profonde trasformazioni sociali e culturali. Si scambia per instabilità la necessaria flessibilità delle regole, la capacità di assumere il nuovo e di incorporare il futuro, che implica anche la necessità di sottoporre a critica concetti e categorie del passato, anche per far sì che valori ritenuti fondamentali, affidati soltanto ad una logica conservatrice, non vengano travolti.
L´argomento dell´instabilità si congiunge così con quello del contrasto con «principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Nel modo in cui è formulata quest´ultima critica si coglie una esplicita polemica con la più recente legislazione italiana, visto che si afferma che questo contrasto si sarebbe già verificato «con troppa frequenza». Ma a quale legislazione si allude, poiché proprio le norme più recenti sono piuttosto fitte di compiacenze, per non dire di cedimenti, verso le richieste o le pretese vaticane? Qui siamo in presenza di un ammonimento, e non di una constatazione; di un perentorio invito a non fare più che ad una critica del già fatto.
Un alt così netto alla libertà di determinazione del Parlamento italiano non era stato mai pronunciato, neppure in quegli Anni 70 quando v´erano più fondati motivi di risentimento, non solo per le leggi su divorzio e aborto, ma pure per la riforma del diritto di famiglia, invisa a molti ambienti cattolici perché finalmente realizzava la parità voluta dalla Costituzione tra i coniugi e tra i figli nati dentro o fuori del matrimonio. Si ripeterà, com´è ormai d´uso, che le parole della Chiesa sono legittime. Ma è legittimo, anzi è doveroso, valutarne gli effetti. Si fa così tutte le volte che non si vuole sottostare ad un diktat.
L´annuncio è chiaro. Il mondo è grande, ma l´Italia è vicina. La sua legislazione, da oggi in poi, sarà sottoposta ad un continuo "monitoraggio etico", accompagnato da una sanzione: non entrerà a far parte dell´ordinamento canonico tutte le volte che il legislatore italiano sarà colto in flagrante peccato di violazione dei «principi non rinunciabili da parte della Chiesa». Formalmente tutto può essere ritenuto in regola: uno Stato sovrano deve poter sottrarsi alle logiche altrui. Ma quali possono essere le conseguenze politiche e culturali di questo atteggiamento?
La politica italiana è debole, stremata. Qui la nuova linea vaticana può entrare in maniera devastante, aprendo conflitti di lealtà per i cattolici, stretti tra il loro dovere di legislatori civili e l´annuncio preventivo che leggi ragionevoli e miti, poniamo quelle sul testamento biologico o sulle unioni di fatto, non supereranno il test di compatibilità introdotto dalla nuova normativa vaticana. Per poter reagire dignitosamente, come si conviene ai parlamentari di un paese non confessionale, servirebbe un senso dello Stato che sembra perduto, qui dovrebbe fare le sue prove una laicità che non può ritenersi consegnata al passato. Servirebbe soprattutto la consapevolezza, smarrita, che l´unico filtro ammissibile è quello della conformità alla Costituzione, vero "principio non rinunciabile" in democrazia.
Ma il conflitto di lealtà può andare oltre le mura del Parlamento, devastare una società già divisa, dove già si manifestano impietose obiezioni di coscienza, dove davvero "pietà l´è morta" pure di fronte a casi, come quello di Eluana Englaro, che esigerebbero rispetto e silenzio. E che esigono rispetto perché espressivi di un quadro di diritti che si vuole radicalmente revocare in dubbio. Di questo dobbiamo discutere. Dell´autonomia e della laicità dello Stato, del destino delle libertà.
Repubblica 5.1.09
Al Grand Palais una ricchissima selezione di capolavori
Picasso a tu per tu con i padri e i maestri
I quadri giustapposti a opere celebri, come Goya, Manet, Vélazquez, Tiziano
PARIGI. Al nome di Pablo Picasso si associa un´aggettivazione altisonante, superlativa, eccezionale: il malagheño fece ogni cosa per meritarla. E ogni volta che una mostra motivata da un´idea critica lo porta alla ribalta si ha conferma del suo talento insuperato. L´ennesima la si ha con "Picasso e i maestri" (Grand Palais, fino al 2 febbraio), dove si passa in rassegna una ricca selezione dell´opera dagli esordi alla vecchiaia, posta a confronto con i suoi più diretti referenti. In tal caso sarebbe stato più coerente con le intenzioni della mostra invertire i termini del titolo, perché "les maîtres" sono capaci di far ombra persino a lui. Tale è la loro statura. Quando si ha dinanzi l´Olimpya di Manet ogni riduzione o rivisitazione è impari! In mostra si vede una selezione memorabile di capolavori dell´arte occidentale e si rimane stupiti che tali dipinti possano essere stati riuniti a fare corona alle opere del nostro. Ma le ragioni del marketing sono tali che Picasso passa in prima linea e i maestri gli fanno da spalla, come capita solo a un grande attore.
Picasso fu un enfant prodíge, come Giotto e Mozart, imparò i rudimenti del mestiere da suo padre e quando mi capitò di visitare la casa natale a Malaga scoprii che José Ruiz-Blasco era un pittore realista di assoluto rispetto e di sicura professionalità. L´Autoritratto del 1895 lo conferma ed è posto accanto a quello del giovane Pablo con la parrucca, tela di due anni successivi. La mostra è un continuo gioco degli specchi ed è un gioco complesso e difficile, perché Picasso guarda e assorbe di tutto, colleziona foto dei maestri fin dagli esordi, conosce come pochi alcuni maggiori musei d´Europa: costruisce così un suo personale Parnaso che fagocita con le sue doti di autentico "cannibale".
I ritratti, le nature morte, le pitture di genere e di ambiente, la pittura mitologica, religiosa e storica sono un canovaccio che stropiccia con furia creativa, ma - ed è il risultato critico più significativo della mostra a cura di Anne Baldassari e Marie-Laure Bernadac - si capisce bene che sono assorbiti per stadi successivi che si sommano e interagiscono tra loro. La rilettura della grande tradizione è una clessidra attraverso il cui flesso Picasso fa passare Manet che ha guardato Goya che a sua volta ha guardato Velázquez; El Greco è rivisitato attraverso la lettura di Tiziano e Ingres che ha idolatrato Raffaello e Poussin. Così come i "padri moderni" Cézanne o Van Gogh sono digeriti attraverso la lettura di Poussin o di Rembrandt.
La lettura di Picasso è una lettura diretta, ma anche di seconda e terza battuta, arricchita e metabolizzata: è un´ape regina, Picasso, che sugge da un fiore e da un altro e poi secerne e deposita il suo miele. Nel 1917 dipinge la Famiglia felice, una tela che è figlia dell´omonimo dipinto di Le Nain (1642) ed è esemplare il confronto: per vedere come il pittore trasformi una scena composta con colori bruni a sviluppo orizzontale in un pointillisme coloratissimo a sviluppo verticale. Al Louvre, alle Donne di Algeri di Delacroix è dedicata una monografica, così come al d´Orsay, alla Colazione sull´erba di Manet si accompagnano le tele picassiane.
Sono due focus molto istruttivi, secondi solo al rapporto privilegiato che ebbe con Velázquez di cui scrissi su queste pagine in occasione della mostra a Barcellona. El Greco dell´Apocalisse è incunabolo delle prime tele cubiste a partire dalle Damoiselle d´Avignon, così come La visitazione è la sorella in spirito delle Due sorelle (1907): le figure emaciate e contorte del Greco sono le antesignane della scomposizione cubista. I blu dell´uno diventano i blu dell´altro. Ma anche i ritratti sono un referente continuo: il San Gerolamo in veste di cardinale rimbalza prepotentemente nel Vecchio ebreo (1907) e il Gentiluomo sconosciuto in un fratello in spirito dipinto da Picasso (1899).
Taluni confronti per il vero sono un po´ tirati per i capelli: lo splendido Ritratto di Vollard, amico e mercante dello spagnolo, ha scarso referente nel Democrito di Ribera. Idem può dirsi del Francesco d´Assisi con un teschio tra le mani, un "memento mori", di Zurbaràn e il celebre Uomo con la chitarra capolavoro dell´epopea cubista.
Un capitolo relativamente nuovo e comunque per la prima volta indagato così attentamente, sono le tele tessute rifacendo Nicolas Poussin e Jacques-Louis David: il celebre Ratto delle Sabine del primo viene rivisitato con una straordinaria energia nel 1962. Un pittore, Poussin, mille miglia lontano al nostro, rivive, viene come rigenerato ed è un segno ancora dell´inesauribile versatilità dello spagnolo. Con David degli Orazi e i Curiazi si replica, ma con minore trasporto formale.
Le Veneri e le majas sono un´ossessione dell´erotismo senile: Tiziano, Goya, Manet erompono con le loro forme carnose nelle tele tarde. È un miracolo vedere qui in mostra l´una accanto all´altra L´Olimpya di Manet e la Maja desnuda di Goya: il Vecellio e Velázquez stanno lì a far da memorabile contrappunto. Per questo motivo torno a quanto dicevo in esordio: i maestri sono il nocciolo succoso di una mostra che sono tornato a vedere due volte, e ogni volta la folla che assediava i dipinti era lì a sfidare la nostra pazienza. Olga accanto a Mademoiselle Rivière di Ingres, e Arlesiana di Van Gogh con la replica di Picasso e tutti i capolavori già ricordati quando potremo rivederli su una stessa parete? Una mostra irripetibile.
Repubblica 5.1.09
Rovereto. Il secolo del jazz. Arte, cinema, musica e fotografia da Picasso a Basquiat
Mart. Fino al 15 febbraio.
L'esposizione, curata da Daniel Soutif in collaborazione con il Musée du Quai Branly di Parigi e il Centre de Cultura Contempor?nia di Barcellona, procede lungo un filo rosso che si sviluppa nel corso degli anni, presentando dischi, partiture e documenti storici. Il percorso ? arricchito dalle opere dei protagonisti delle arti visive che hanno tratto ispirazione da questo genere di musica. Dai lavori dei grandi del '900, come Matisse e Mondrian, alle creazioni degli autori della Harlem Renaissance, come Winold Reiss, Palmer Hayden e Archibald Motley jr., passando per i lavori del periodo della Free Revolution, fino a testimonianze eccezionali come i Soundies, gli antenati dei videoclip girati tra gli anni Trenta e Quaranta. Tra le opere esposte, da segnalare lavori di Picabia, Man Ray, van Doesburg, Kupka, Dove, Davis, Pollock, Rivers, Oldenburg, Rosenquist e degli italiani, Guttuso, Novelli, Rotella e Pascali.
Repubblica 5.1.09
Love& Art
L’amore rinascimentale
Al Metropolitan di New York gli oggetti e i dipinti che nell´Italia del ´400-´500 hanno raccontato la vita privata dei nobili. Tessuti, gioielli e tele dei grandi pittori, da Botticelli a Tiziano, Lotto...
Tutti gli aspetti della passione, sensualità, piacere, gioco
Vale lo schema di Gombrich: si passa dai cassoni delle spose alla poesia
La cesura tra l´apporto delle arti decorative e i maestri del colore
NEW YORK. Una donna chiamata Ginevra, anzi più d´una. Sono i ritratti dipinti da Botticelli (Ginevra Tornabuoni), Ercole de´ Roberti (Ginevra Sforza Bentivoglio), Leonardo da Vinci (Ginevra de´ Benci). Ritratti che aprono, come finestre, su quella storia sociale e economica, che il Metropolitan Museum di New York mette in scena seguendo un tracciato per niente scontato del Rinascimento italiano (Art and Love in Renaissance Italy, fino al 16 febbraio 2009).
Ritratti di donne, di bimbi, di sposi, e oggetti domestici di stupefacente bellezza: coppe nuziali, «deschi da parto» che sono vassoi in legno dipinto da regalare alla puerpera, cassoni istoriati, culle, vetri, maioliche, cinture preziose dalle scritte struggenti ricamate su seta «al foco de´ tuoi baci qual fenice incenerisco e moro, e al soffio dei tuoi sospiri riprendo vita».
E´ certo una mostra spettacolare e di pubblico, a cominciare dal titolo e dall´invito ad entrare nella vita privata delle classi più alte attraverso un passaggio rituale ed eterno, fidanzamento- matrimonio-nascita dei figli. Un passaggio - si legge nel saggio di Everett Fahy - che ancora oggi in America, in età democratica e digitale, si perpetua nelle foto di spose novelle che puntualmente sorridono dai giornali popolari della domenica.
Amore, erotismo, eleganza, bellezza. Ingredienti di grande richiamo che tuttavia - si tratta del Metropolitan - centrano il bersaglio non facile di produrre conoscenza e sapere. E´ infatti possibile conquistare la gente e fare cultura e proporre prospettive di metodo.
Ad apertura di mostra prevalgono gli oggetti raffinati e preziosi: tessuti, gioielli e maioliche che celebrano l´amore casto e coniugale: «Livia bella», «non te posso lassare», «el mio core ferito per voi», «questa te dono per amore bella» recitano le scritte che come nastri corrono sui vasi italiani del Quattrocento, prodotti nelle manifatture di Urbino e Deruta.
Poi quelle arti decorative, che sono all´inizio la forza trainante nel processo di secolarizzazione della cultura (gli oggetti e il loro contesto contano più dell´artista), cedono il passo, in chiusura di mostra, alla schiera trionfante dei grandi pittori, Antonio del Pollajolo, Francesco Laurana, Domenico Beccafumi, Lorenzo Lotto, Ercole de´ Roberti, Botticelli, Giorgione, Tiziano che sul tema amoroso, ormai decisamente laico e privato, sparano solo capolavori.
Lo stacco è nettissimo. Dalla cultura materiale riscattata sulla scia della tradizione gloriosa delle Annales all´età dell´oro della creatività individuale. Lo schema, delineato in un saggio famoso di Gombrich, è ripreso nella stringa che, all´ingresso dell´ultima sala, sintetizza il crescendo dell´esposizione: «Dai cassoni dipinti alla poesia». Come dire che la grande stagione narrativa dei cassoni da sposa fabbricati a Firenze è premessa necessaria alle spalliere nuziali di Botticelli (Venere e Marte, Londra, National Gallery), all´epitalamio tradotto in immagine di Lorenzo Lotto (Venere e Cupido del Metropolitan Museum, con il putto che sprizza pipì sul ventre di Venere in segno di fertilità), alle «femmine nude» di Tiziano, dipinti sensuali e splendenti che d´un balzo scavalcano le premesse artigianali, all´origine di questa storia intrecciata dell´amore e dell´arte. Pardon, dell´amore, dell´arte e dell´interesse economico, il quale segna rigorosamente i confini che l´amore non può valicare. Interesse a garantire continuità politica e sociale e interesse a perpetuare la dinastia familiare sotto lo scudo rassicurante della ricchezza.
Mentre l´amore, lungo un percorso che esalta il versante profano del nostro fulgido Rinascimento, è raccontato in tutte le declinazioni possibili. Sensualità e desiderio nella Venere di Tiziano, dove un giovane musicista si perde nel nudo voluttuoso della dea, dimenticando spartito e tastiera (Venere e l´organista, Madrid, Prado).
Erotismo e piacere lascivo nella sequenza dei nudi licenziosi e acrobatici de I modi di Giulio Romano, che celebrano l´amplesso lussurioso e carnale.
O invece amore burlesco e giocoso offerto da cortigiane di carta che, nelle acqueforti «interattive» prodotte da una stamperia padovana, invitano a sollevare un pezzetto di foglio (la gonna) per accedere alle parti scabrose. Gusci di donne, eccitanti e sfrontate, che sono l´ultima eco di un´attitudine colta del Rinascimento italiano il quale, a livelli sublimi, ha cantato il piacere amoroso.
Perché la scena reale in cui l´amore si specchia e attinge la sua consacrazione più alta è la volta affrescata da Raffaello nella Loggia di Psiche, alla Farnesina di Roma. E´ infatti nella villa suburbana del potente banchiere Agostino Chigi, frequentata da umanisti, poeti, artisti, cortigiane, prelati, che l´illecito amore di Cupido e Psiche è celebrato in un tripudio di allusioni e di simboli (uccelli, fichi spaccati, tumide zucchine, ghirlande di vegetali superespliciti) che anche allo sguardo smaliziato di un umanista come Paolo Giovio parvero allora di un erotismo piuttosto sfrontato.
Luogo di delizie e di umani piaceri, il verziere affrescato da Raffaello racconta la favola antica di Apuleio quale metafora degli intrecci d´amore (avventurosi, tenerissimi, libertini, fiabeschi) che, sul finire del Rinascimento, erano anche tracciati di fuga da una realtà sempre meno solare.
Come accade nella foresta di Arden cantata da Shakespeare, luogo dell´anima e dell´immaginazione, dove l´eterno gioco d´amore («inventerò dei divertimenti, che ne diresti di innamorarci?»), fuggendo le trame oscure della corte, ritrova nella natura la poesia dei sogni e dei desideri, As you like it appunto.
Corriere della Sera 5.1.08
Fecondazione. Impasse da 5 anni dopo gli investimenti per la sede di Milano
Il pasticcio degli embrioni La biobanca c'è ma non apre
di Margherita De Bac
«Dateli alle coppie»
La proposta del ginecologo Palagiano, capogruppo dell'Idv: affidiamoli alle coppie sterili
Più di 2.500 organismi orfani bloccati in tutta Italia
La radicale Donatella Poretti: operazione faraonica stoppata Perché non usarli per la ricerca o lasciarli morire?
ROMA — La casa è pronta e funzionante dal 2005. Ma è vuota perché gli «inquilini» che avrebbe dovuto ospitare non sono ancora stati trasferiti. Una casa molto speciale. E' la biobanca degli embrioni orfani, cioè congelati e abbandonati con tanto di dichiarazione scritta dalle rispettive coppie infertili da cui sono stati generati. Circa 2.500 secondo i dati che vengono riportati nell'ultima relazione al Parlamento sulla legge della procreazione medicalmente assistita.
Proprio in virtù di queste norme meglio specificate in un successivo decreto del 4 agosto del 2004 (il ministro della Salute era Girolamo Sirchia) gli embrioni cosiddetti «sovrannumerari» (creati prima del 2004 quando ancora non c'erano limiti sul numero di ovociti da fecondare), conservati nei centri italiani avrebbero dovuto essere depositati tutti insieme in un'unica sede. Una cella creata apposta all'ospedale Maggiore di Milano, in attesa che il governo decidesse la loro sorte.
A distanza di quasi cinque anni però nessuno di loro si trova nel nuovo domicilio. Eppure la casa è costata fior di quattrini. Poco più di 230 mila euro per l'allestimento dell'ambiente criobiologico, dotato di 6 contenitori di azoto liquido, oltre a 96 mila euro per acquisto di materiale e software e 74 mila per il personale. A questi si aggiungono i 50 mila euro assegnati all'Istituto superiore di sanità per il censimento. Gli embrioni orfani sono 2.527 per l'esattezza. Ma altrettanti sarebbero quelli abbandonati. I loro genitori non si trovano più, non hanno risposto alle lettere di sollecito inviate dai centri. Forse sono riusciti ad avere un figlio grazie alla provetta e non hanno più bisogno dei frutti del concepimento in eccesso lasciati nel congelatore. Oppure si sono separati e non vogliono più saperne del passato.
Uno dei tanti pasticci all'italiana con relativo sperpero di denaro pubblico. «La verità è che nessuno vuole metterci mano — accusa la senatrice Donatella Poretti, radicale eletta nel Pd —. Riaprire la questione e rispettare le indicazioni della legge significherebbe ammettere l'assurdità di tutta l'operazione. Diciamo la verità. Questi embrioni scottano perché una volta trasferiti si dovrebbe decidere cosa farne. Donarli alla ricerca, strada seguita da tutti gli altri Paesi? Cederli in adozione a coppie sterili? Oppure lasciarli lì congelati in attesa che muoiano, dunque senza prendersene carico?».
Se ne discuterà lunedì prossimo al convegno «Legge 40 e turismo riproduttivo: vale ancora la pena?» organizzato dall'Idv, interventi in apertura di Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. «Noi siamo dell'idea che bisognerebbe scegliere la strada dell'adozione anche se la legge 40 la renderebbe impraticabile perché vieta le tecniche eterologhe — dice Antonio Palagiano, ginecologo, capogruppo del-l'Idv in commissione Affari sociali della Camera —. Il nostro partito sta lavorando su una proposta di legge. Parliamoci chiaro. Questi embrioni sono destinati a spegnersi in un tot numero di anni. Forse non più del 20% risulterebbero ancora impiantabili e capaci di svilupparsi. Tanto vale utilizzarli affidandoli a coppie che non hanno altre possibilità ».
La Poretti, intanto, ha presentato un'interrogazione parlamentare «sull'operazione faraonica per la quale sono stati stanziati e spesi soldi pubblici». Il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio ha risposto che «il censimento non è terminato» e che dunque nell'attesa «il trasferimento non può avere luogo perché devono essere previsti ulteriori stanziamenti calcolabili solo al termine dell'operazione ». «Balle, la conta è terminata» insiste la parlamentare. Paolo Rebulla, direttore del Centro di risorse biologiche dell'ospedale Maggiore, allarga le braccia: «Aspettiamo istruzioni dal ministero. Noi siamo pronti. La banca è stata inaugurata. Non abbiamo avuto più notizie ».
Corriere della Sera 5.1.08
Archivi Lo studio di Giorgio Fabre su una sorprendente nota in funzione di politica estera emanata poco prima delle leggi razziali
Febbraio 1938: il fascismo negò di essere antisemita
di Dino Messina
«Recenti polemiche giornalistiche hanno potuto suscitare in taluni ambienti stranieri l'impressione che il Governo fascista sia in procinto di inaugurare una politica antisemita. Nei circoli responsabili romani si è in grado di affermare che tale impressione è completamente errata e si considerano le polemiche come suscitate soprattutto dal fatto che le correnti dell'antifascismo mondiale fanno regolarmente capo ad elementi ebraici». Che cosa spingeva Benito Mussolini con questa «Informazione diplomatica», la numero 14, riveduta e corretta personalmente almeno tre volte e diramata dall'agenzia Stefani il 16 febbraio 1938, a smentire l'antisemitismo del regime pochi mesi prima dell'emanazione delle leggi razziali? Attorno a questa domanda ruota il lungo e complesso saggio che Giorgio Fabre pubblica sul nuovo numero della rivista La rassegna mensile di Israel (edita da Giuntina), completamente dedicato al settantesimo anniversario della famigerata legislazione. Tra gli altri, segnaliamo interventi di Michele Sarfatti, Enzo Collotti e Giorgio Israel.
Per capire la sorprendente uscita del Duce bisogna anche considerare altri due passi dell'«Informazione », pubblicata come indicava una velina da tutti i giornali del regno in prima pagina a una colonna, senza alcun commento, ma destinata soprattutto alla vasta comunità dei corrispondenti esteri a Roma, tra cui c'erano molti ebrei. Il documento indicava la soluzione del «problema ebraico universale» nella creazione «in qualche parte del mondo, non in Palestina», di uno Stato ebraico.
I corrispondenti stranieri analizzarono attentamente quel documento e reagirono in maniera diversa, come risulta dagli articoli pubblicati dai loro giornali ma anche dalle intercettazioni dei servizi segreti, che Fabre analizza meticolosamente. I più scontenti erano i tedeschi, già insoddisfatti per la piega che andava prendendo l'antisemitismo italiano, «politico e non razzista». Arnaldo Cortesi sul
New York Times notò invece come l'«Informazione diplomatica n. 14» rivelasse «il malumore italiano a proposito dei risultati delle conversazioni tra i cancellieri Hitler e Schuschnigg lo scorso sabato». Il 12 febbraio, ricorda infatti Fabre, Hitler aveva convocato «in gran segreto il cancelliere Schuschnigg» imponendogli «la nazificazione dell'Austria, che portò dopo poche settimane all'Anschluss». Una grande Germania al confine italiano venne immediatamente vista come una minaccia da Mussolini, che chiese all'ambasciatore a Londra Dino Grandi di intensificare i contatti con il governo britannico. Le trattative anglo-italiane si aprirono effettivamente l'8 marzo e portarono al cosiddetto «patto di Pasqua». Ecco spiegato il riferimento alla creazione di uno Stato ebraico (anche se il Duce e il ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano vollero escludere la Palestina per non irritare gli arabi), già proposto nel 1937 dalla commissione Peel al parlamento inglese. E soprattutto ecco spiegata la negazione di una politica antisemita di cui già si vedevano i primi segnali: dall'attenzione verso il sempre più ampio gruppo di studenti ebraici stranieri che frequentavano le nostre università alla proibizione di trasmettere per radio musiche di compositori ebraici e al sequestro di tre romanzi di Arnold Zweig stampati da Mondadori.
Corriere della Sera 5.1.08
L'arpista e compositrice, sorella del direttore d'orchestra: anche i colleghi ci ignorano
Io accuso la classica
Cecilia Chailly: «Noi donne emarginate La musica colta dominata dal maschilismo»
Su Giovanni Allevi Sono d'accordo con Uto Ughi: Allevi è un fenomeno di marketing
di Giuseppina Manin
MILANO — Musiciste in Italia. Chi le ha viste? Perché nel nostro Paese la classica è appannaggio solo degli uomini? Possibile che non esistano compositrici? O forse il potere, anche in questo campo, è tutto saldamente in mani maschili? Cecilia Chailly, arpista e compositrice di formazione classica ma votata anche al pop, jazz, new age, non si rassegna. L'altra metà del cielo della musica, nel nostro empireo le risuona drammaticamente vuota. «Ma le donne, dove sono? » invoca Cecilia. «Perché nessun teatro, nessun conservatorio, nessun ente culturale, offre mai qualche occasione a un'artista? Anche i colleghi ti ignorano o, tutt'al più, ci provano. C'è molto maschilismo nella classica. Il massimo che ti può capitare in questo Paese è di venir considerata la musa ispiratrice di qualche sedicente talento. Insomma, dove sono le pari opportunità nella musica?» Eppure, sostiene con foga, il femminile deve trovare una sua collocazione anche in quei territori. «Si parla tanto di crisi, addirittura di morte della musica colta. Perché non attingere alla creatività femminile? Non andare a cercare tra i suoi tanti talenti nascosti, soffocati? Il mio spazio io me lo sono conquistato in un territorio diverso, in quel cosiddetto "crossover" che consente più libertà e autonomia. Però le mie radici sono classiche. Mi sono diplomata al Conservatorio di Milano, a 17 anni ero prima arpa alla Scala. Poi ho scelto altre vie, ho lavorato con Cage, Einaudi, De Andrè... Non appartengo a nessuno, ma vorrei poter sperimentare su tutti i fronti. Classica compresa. Io non demordo».
A casa Chailly non si usa. Così insegnava papà Luciano, compositore di valore, direttore artistico della Scala dal '68 al '71, così ribadisce il fratello Riccardo, celebre direttore d'orchestra, oggi alla guida della Gewandhaus di Lipsia. Chiamarsi Chailly è un onore e un onere. «Certo è un cognome che ha contato, ma mai per "far carriera" - assicura Cecilia - . Da noi le regole sono sempre state chiare: ciascuno doveva trovare la sua strada e percorrerla per conto suo, senza appoggi di sorta. Mio padre ci ha insegnato ad amare la musica ma è sempre stato critico nei nostri confronti, pronto a smontarci più che a sostenerci».
In quella famiglia importante, forse per certi versi ingombrante, Cecilia è arrivata per ultima. «I miei avevano già due figli grandi, Riccardo e Floriana. Io non ero prevista dal copione, mi ha portata il caso. Un bel caso. Non potevo capitare meglio. Genitori uniti, figli amati, tutti con interessi spiccatissimi. Un'infanzia senza bambole, con strumenti per giocare alla musica, vita spartana ma piena di stimoli... A sei anni già cantavo nel coro della Filarmonica di Roma. La mia strada era quella».
Una strada affascinante, fuori dagli schemi. Entrare nell'Orchestra della Scala a 17 anni e andarsene per saggiare altri mondi, non è da tutti. Ma Cecilia è tentata da ciò che è nuovo, inconsueto. Studia composizione con Azio Corghi, frequenta il movimento dei neoromantici, Tutino, Ferrero, va a vivere in una «comune» di musicisti... «Con Luca Francesconi, Pietro Pirelli, Walter Prati. Un anno bellissimo», ricorda. Poi altri sconfinamenti. Pioniera dell'arpa elettrica, incrocia altri sperimentatori. «Ho suonato con John Cage. Un personaggio straordinario, dotato di energie strane, misteriose. Uno che leggeva i Ching e faceva sedute spiritiche. Quando mi telefonò dagli Usa, a casa mia cadde uno specchio senza rompersi».
Altri incontri. Mina. «Mi chiamò da Lugano spacciandosi per la segretaria della signora Mazzini e poi si svelò ridendo proponendomi di prender parte al cd Ridi pagliaccio. Ludovico Einaudi: «Ci lega un'affinità quasi parentale, potrebbe essere mio cugino ». Fabrizio De Andrè: «Un uomo meraviglioso, che sapeva ascoltare gli altri. Il più femminile degli artisti». Nel '97 pubblica il suo primo album da compositrice, Anima. «Un successo. Alcuni brani li volle Dario Argento per la colonna sonora del suo film
Non ho sonno. «Sei una musicista esatonale », mi disse mio padre. Non so bene se fosse un complimento o no». Si appassiona di filosofia e musica indiana, suona a Milano per il Dalai Lama, a Roma per il Papa. Il secondo album,
Ama, segna il suo debutto nel pop e nella trance music. Nel 2006 è la volta di Alone, a cui partecipa anche l'amico Einaudi e dove Cecilia mescola alla sua musica brani di antiche registrazioni fatte da papà Luciano dove la voce di lui si mescola a quella di lei bimbetta.
«Quando Sting ha sentito questo album mi ha scritto una lettera bellissima. Ci siamo conosciuti anni fa, dopo un suo concerto. Perché ti sogno da 15 anni? gli ho chiesto. Non lo so, mi ha risposto lui. Poi ci siamo scolati una bottiglia di champagne e siamo diventati amici. Più sono grandi più sono semplici. Sting, Morricone, De Andrè... E Uto Ughi, mi piace molto».
Un maestro del violino che di recente ha usato parole dure verso un compositore "di moda", Giovanni Allevi. «Allevi è un fenomeno di marketing, gradevole ma superficiale. In questo senso perfetto per incarnare ciò che chiede un'epoca come la nostra, che non vuole nè pensare nè farsi domande».
Avvenire 3.1.09
E Rosmini «bruciò» Marx
Karl Marx non aveva ancora dato fiato alle trombe del comunismo. Il suo Manifesto del partito comunista era solo in bozze, eppure Antonio Rosmini, con singolare lungimiranza, ne smontò in anticipo l’impianto teorico pur non avendolo ancora letto. Lo dimostra la recente pubblicazione di un’opera del filosofo di Rovereto a torto considerata minore: Saggio sul comunismo e sul socialismo, edizioni Talete.
Un breve trattato redatto in forma di discorso e letto all’Accademia dei Risorgenti di Osimo nel 1847. Rosmini prende spunto dalla diffusione in Europa del comunismo utopistico per appellarsi alle genti italiche e scongiurare l’adesione alla «fallace via» di quei «falsi sapienti ». Vengono così confutate punto per punto le teorie di Robert Owen, Saint-Simon, Charles Fourier, François-Noel Babeuf. Tutte tesi che promettono una pubblica felicità ma con il loro materialismo annientano il valore della persona, «asciugando la fonte di tutti i suoi beni individuali e sociali: la libertà». In simili dottrine i cittadini sono ridotti al rango di «macchine o animali, ad una sì vile condizione a cui non discesero mai gli schiavi greci né romani». La carica utopica pervaderà anche il trattato di Marx e fungerà da «e- sca» per molti, persuasi di veder finalmente migliorate le condizioni della «classe più numerosa e povera ». Per Rosmini però non era certo una novità dei comunisti questa sensibilità sociale che il cristianesimo proclamò per diciannove secoli, «inserì nelle menti, inscrisse nei cuori, trafuse nelle abitudini ».
E replica: «Noi abbracciamo lieti cotanta umanità in verso la classe più necessitosa; ma ci lamentiamo nello stesso tempo, perché non l’estendano a tutte le altre classi, e così restringano e smozzino quella che da san Paolo è grecamente chiamata filantropia di Cristo, la quale non dimentica né i diritti, né i bisogni di uomo alcuno ». Quando poi dai principi si passa alla pratica, i mezzi proposti da quei «riformatori dell’umana famiglia» lasciano intravedere già i germi del totalitarismo: «Il gover-storia no datoci per sicura panacea delle presenti sciagure, deve possedere un’autorità, una potenza troppo maggiore di tutti i governi presenti, anche dei più assoluti, e di tutti quelli altresì che furono in sulla terra... Il suo potere è assoluto su tutte quante le cose e su tutte quante le persone: la proprietà individuale è abolita, il nuovo governo depositario di tutta la ricchezza ». Così come viene preannunapocalittica ciata dal filosofo roveretano la battaglia contro l’«oppio dei popoli»: «Tutti i progetti degli utopisti sociali richiedono a primissima condizione che quanti sono i popoli della terra cessino oggimai dal credere e dal professare la loro religione».
La morale tradizionale finisce sotto accusa perché inibisce le passioni, con tutte le incongruenze sollevate da Rosmini: le passioni possono essere anche negative, e se ogni cosa è lecita, si finisce nella guerra di tutti contro tutti. Viene a cadere la distinzione tra bene e male: un anticipo se vogliamo del relativismo odierno. Come evidenzia il saggio, già per quei socialisti «il matrimonio monogamico è la più lacrimevole calamità della terra; ché egli pone un freno alle basse passioni ed abolisce la felicità delle unioni selvagge e ferine». In questi sistemi dove l’individuo non conta più nulla, lo Stato rimane l’unico riferimento: il «governo è tutto, arbitro di tutte le persone, regolatore di tutta l’attività dell’uman genere, da quella del pensare fino a quella del sentire». Per questo è amaro il nostro autore quando scrive che non basta la «corruzione del cuore» per produrre simili teorie che fondono anche «l’ignoranza dell’umana natura e un’ispirazione satanica». Ma Rosmini prevede comunque l’inevitabile fallimento di una società in cui i governati si aspettano di essere nutriti con amore dai governanti «come i rondinini dalla sollecita loro madre».
E ironizza anzitempo sulle due fasi della rivoluzione comunista in cui «i maestri della dottrina procurano di tirare e rapire tutti i beni a sé, riserbandosi poi a distribuire l’uso con ammirabile uguaglianza e generosità a tutti… Ora voi vedete che tentare la prima delle due operazioni è cosa più facile e pronta che non sia adempire la seconda, riserbata a un tempo indefinito dell’avvenire… A chi sarà difficile, o signori, giudicare la probabilità della buona riuscita di un tale sistema?». Quando alcuni mesi dopo, fra il dicembre 1847 e il gennaio del 1948, Marx ed Engels nel Manifesto inviteranno i proletari di tutto il mondo a unirsi perché nella rivoluzione comunista essi «non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene», Rosmini aveva già implorato i suoi connazionali: «Aspetteremo una società libera da chi prima di tutto annulla ogni libertà individuale?».
Il Sole 24 Ore 4.1.09
Molti governi, soprattutto conservatori, hanno rispolverato Il Capitale: ma la storia insegna che lo Stato banchiere si è sempre rivelato un fallimento
Oddio, Marx sta di nuovo bene
di Harold James, Princeton University
Kari Marx è ritornato, se non proprio dalla tomba, però dal bidone della spazzatura della storia. Il ministro tedesco delle Finanze Peer Steinb1iick ha di recente dichiarato che le risposte di Marx ai problemi di oggi «possono non essere irrilevanti». Il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha lasciato che lo fotografassero mentre sfogliava le pagine del Capitale di Karl Marx. Il regista tedesco Alexander Kluge ha promesso che girerà un film tratto dallo stesso Capitale.
Alcuni dei nuovi "marxisti" di oggi vogliono spiegare nei dettagli i motivi di fascino di un uomo che si prefiggeva di coniugare la filosofia tedesca (che si basava su Hegel) con l' economia politica inglese (propugnata da David Ricardo) e di conseguenza fondere due tradizioni molto conservatrici in una teoria di rivoluzione radicale.
Marx era certamente un analista percettivo del concetto di globalizzazione del XIX secolo. Nel 1848, nel Manifesto del partito comunista, scriveva: «Al posto del vecchio isolamento e dell'autosufficienza locali e nazionali, abbiamo rapporti in ogni direzione, l'interdipendenza universale delle nazioni».
A dire il vero, fra gli altri commentatori del XIX secolo molti avevano analizzato la creazione dei global network. Ma non stiamo assistendo a una nuova corsa per le opere di figure quali John Stuart Mill o Paul Leroy-Beaulieu.
La spiegazione della rinnovata popolarità di Marx consiste nel fatto che ora è universalmente accettato che il capitalismo fondamentalmente è andato in pezzi, con il sistema finanziario al cuore del problema. La descrizione di Marx del «feticismo delle derrate» - la conversione di beni in asset negoziabili, scorporati persino dal processo di creazione della loro utilità - appare assolutamente fondamentale per il complesso processo di cartolarizzazione, nel quale i valori sembrano essere nascosti da oscure transazioni.
Dall'analisi della natura ingannevole della complessità scaturisce la considerazione del Manifesto che appare estremamente affascinante ai "marxisti" contemporanei. Figura al punto 5 di un programma articolato in 10 punti. Il punto 5, che era preceduto dalla "Confisca della proprietà di tutti gli emigranti e dei ribelli", era "Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato attraverso una bancanazionale con la proprietà di Stato e un monopolio esclusivo".
Il problema principale nel periodo immediatamente successivo all'odierna crisi finanziaria è rappresentato dal fatto che le banche non stanno più finanziando il credito per molte transazioni necessarie nelle operazioni base dell'economia. Persino la ricapitalizzazione delle banche attraverso interventi statali non è stata sufficiente a ridare vita all'attività economica.
Di fronte alle difficoltà sia delle grandi case automobilistiche che dei fornitori più piccoli, molti chiedono che, come parte del pacchetto di salvataggio, lo Stato obblighi le banche a prestare denaro. Tutti pensano al cavallo che può essere condotto fino all'acqua ma che non può essere costretto a bere. Persino i commentatori liberisti hanno raccolto il grido che il mercato non finanzierà il credito necessario.
In passato si era già fatto ricorso a prestiti forzosi di Stato e, a dire il vero, non nei sistemi pianificati centrali delle economie comuniste. Faceva parte dell'araldica standard dci primi Stati moderni europei quando questi trattavano con i propri creditori. Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, questa misura fu al centro della politica economica francese.
Più di recente, nei primi anni Ottanta, il Fondo monetario internazionale e le Banche centrali dei grandi Paesi industrializzati fecero fronte comune per esercitare pressioni sulle banche affinché aumentassero l'ammontare dci credito ai grandi Paesi debitori dell'America Latina. Molti banchieri si lamentarono del fatto che dovevano gettare altro denaro in un'impresa già compromessa, ma lo fecero sotto la minaccia di un intervento regolatore più drastico.
Il risultato dell'obbligo del credito fu piuttosto paradossale. La soluzione degli anni Ottanta salvò le banche (e i banchieri) dalla crisi del debito ma, nel lungo periodo, aumentò la pressione del rimborso, e in questo modo abbassò il tenore di vita dell'America Latina. Una soluzione migliore sarebbe stata una riduzione del debito allo stadio iniziale della crisi.
Nelle attuali circostanze, il sistema finanziarlO si sarebbe ripreso meglio se fosse stata realizzata una qualche versione del piano originario del segretario al Tesoro Henry Paulson per l'acquisto di asset tossici defalcandoli dallo stato patrimoniale. Ma il piano si era rivelato troppo complesso, perché la valutazione di ogni singolo asset avrebbe fatto sorgere problemi diversi e senza precedenti.
Uscendo dalla complessità, diamo uno sguardo a soluzioni semplici. Inaugurando un nuovo edificio della London school of economics, la Regina d'Inghilterra ha chiesto perché nessuno avesse previsto la crisi. Infatti, l'anticipazione più chiara era stata fornita da due comici inglesi, John Bird e John Fortune, in uno show televisivo di oltre un anno fa, in un momento in cui i più potenti finanzieri non erano ancora stati smentiti.
In altre parole, il mondo finanziario ha raggiunto una specie di stagione del Carnevale nella quale i pazzi sono saggi e le persone intelligenti passano per idioti. Il che non significa necessariamente che la soluzione di un idota abbia senso.
Quando l'attività economica riprende nuovamente dopo una profonda recessione, ciò non avviene perché delle persone sono state costrette a incanalare risorse finanziarie in progetti individuati come politicamente desiderabili, ma perchè è il risultato di nuove idee. Ci sono molte più possibilità che una gran parte di decision maker siano in grado di identificare questi nuovi progetti mentre sono molto più esili quelle che una versione centralizzata di pianificazione finanziaria abbia altrettanto successo.
Il revival "marxista" era probabilmente un inevitabile sottoprodotto della crisi attuale. Ma i suoi accoliti dovrebbero riflettere sui risultati uniformemente disastrosi dell'approvvigionamento centralizzato del credito verificatisi in passato
"La Sapienza ostaggio di 300 piccoli criminali"
Attacco di Alemanno dopo il caso Morucci. Il fisico Bernardini: che pasticcio tra lui e il rettore
"Invitano terroristi e dicono no al Papa". I docenti: "Volgare confusione"
di Carlo Picozza
ROMA - «L´ateneo della Sapienza», per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, «è tenuto in ostaggio da 300 piccoli criminali dei quali dobbiamo liberarci. Lì si invitano i terroristi rossi e al Papa è impedito di parlare». Il giorno dopo l´annuncio del rettore Luigi Frati su Repubblica della consegna nelle mani di Benedetto XVI di un nuovo invito (dopo quello contestato un anno fa da 67 docenti di Fisica contrari alla lectio magistralis che il pontefice era stato chiamato a pronunciare dal rettore di allora per l´apertura dell´anno accademico), Alemanno alza il tiro. Lo fa forte delle critiche di Frati al docente che aveva invitato l´ex brigatista Valerio Morucci e al gruppo dei 67 contrario alla prolusione del Papa. «Bene ha fatto il rettore a prendere di petto la questione», tuona Alemanno, «ci sono dei cambiamenti culturali da fare». Ma per Carlo Bernardini, uno dei protagonisti della ricostruzione, nel dopoguerra, della Fisica nucleare, «rettore e sindaco fanno un gran pasticcio mettendo sullo stesso piano l´invito, senza alcun carattere istituzionale, fatto da un docente a un ex br pentito, con il nostro "no" alla prolusione che avrebbe dovuto tenere il Papa».
«Questo compito, l´indicazione cioè delle linee guida di didattica e ricerca», per il fisico Carlo Cosmelli, «non può essere delegato al rappresentante di una religione, neanche al più autorevole. Se il Papa viene sarà ben accolto». «Di fronte all´insidia della privatizzazione dell´università», aggiunge Bernardini, «ai tagli ai finanziamenti per il personale e la ricerca, all´incerto futuro dei neolaureati, si sta alzando un polverone per distrarre l´opinione pubblica». «Le uscite di sindaco e rettore», per Alioscia Castronuovo, leader dell´Onda, «tendono a normalizzare l´università dove critica e dissenso dovrebbero essere beni preziosi. Il rettore, alleato del governo che sta distruggendo l´università, ha trovato sponda nel sindaco».
«Ho già spiegato», ripete il docente Giorgio Mariani, promotore dell´invito all´ex br nella facoltà di Scienze umanistiche, «che l´iniziativa mi era stata suggerita da funzionari di polizia e che aveva il solo scopo di mettere in guardia i giovani con la testimonianza di chi, dopo scelte tragicamente sbagliate, si è pentito. Quando Morucci, con il cantante Antonello Venditti, parlò ai liceali del Giulio Cesare, nessuno si strappò le vesti». «Rettore e sindaco», per il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, «rischiano di creare confusione quando ci attribuiscono la contrarietà alla visita del Papa». E Bernardini giudica «molto arbitraria l´interpretazione della vicenda fatta da Frati». «Le sue dichiarazioni», spiega, «suonano come una piccola ripicca contro i 67 che non hanno certo votato per lui». «Il rettore», continua, «vorrebbe far intendere che la nostra lettera fosse contro la visita del Papa. Nient´affatto, questa sarebbe graditissima, come quella di altre personalità. Ma trovo volgare utilizzare il pontefice per distrarre dai problemi veri». «La nostra soddisfazione per la possibile visita del Papa», aggiunge il direttore del dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, «dimostra che un anno fa non avevamo alcun pregiudizio». E il suo collega, Brunello Tirozzi, chiede «sia riconosciuta la possibilità di un contraddittorio con tutti gli ospiti dell´ateneo». «Al Papa», dice, «vorrei poter chiedere: perché il Vaticano incassa 120 milioni per le scuole religiose mentre quelle pubbliche sono disastrate?».
Repubblica 5.1.09
Il Vaticano, le leggi italiane e l’autonomia dello Stato
di Stefano Rodotà
Lo Stato della Città del Vaticano ha voluto ridefinire le proprie regole sulle fonti del diritto, dunque sulle norme che costituiscono il suo ordinamento giuridico, e la relativa legge è entrata in vigore all´inizio di quest´anno. L´operazione è di grande importanza, come sempre accade quando uno Stato sovrano stabilisce il perimetro della legalità, e anche perché si tratta di una materia particolarmente rilevante dal punto di vista politico e culturale (al tema delle fonti ha recentemente dedicato una riunione l´Associazione italiana dei costituzionalisti). Ma la mossa vaticana ha suscitato attenzione e polemiche perché contiene una rilevantissima novità nei rapporti tra Stato e Chiesa, tra la legislazione della Repubblica Italiana e quella della Città del Vaticano. Fino a ieri questi rapporti erano fondati sul principio della recezione automatica, che portava con sé l´applicabilità delle norme italiane nell´ordinamento vaticano, recezione «solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell´ordinamento canonico», com´è accaduto per leggi come quelle sul divorzio e l´aborto. Ora, invece, «si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana», come sottolinea esplicitamente sull´Osservatore Romano il presidente della Commissione che ha preparato la nuova legge, José Maria Serrano Ruiz. Non più automatismi, dunque, ma un filtro, una valutazione preliminare della compatibilità con l´ordinamento canonico di ogni singola legge italiana.
Questa è una innovazione che non può essere adeguatamente valutata ricorrendo al tradizionale criterio dell´"indebita ingerenza vaticana" o guardando solo alla spicciola attualità politica, e quindi interpretandola solo come una reazione a qualche specifica vicenda italiana, come un avviso a questo o a quel partito. Siamo di fronte ad una strategia impegnativa, che si proietta al di là di questa o quella occasione, e che va compresa e valutata proprio in questo suo orizzonte più largo.
Non risultano convincenti, quindi, i tentativi di ridurre la portata della nuova legge che qualcuno, anche da parte vaticana, ha voluto fare, dicendo che la novità è di poco conto, visto che già prima il filtro vaticano aveva operato nei casi di evidente incompatibilità tra principi della Chiesa e norme italiane. Si passa, infatti, da un regime eccezionale ad uno ordinario, da una valutazione selettiva ad una generalizzata. Prima poteva valere il silenzio, ora bisogna attendere la parola. Peraltro, questi tentativi riduzionisti sono contraddetti da quanto scrive lo stesso Serrano Ruiz, indicando con chiarezza l´obiettivo della legge: la Chiesa non può «rinunciare al suo ruolo di testimonianza unica nel concerto del diritto comparato e nella riflessione sul fenomeno giuridico universale».
Non solo l´Italia, dunque. L´ambizione è planetaria: fare dei principi della Chiesa l´unico criterio di legittimazione di qualsiasi norma, di qualsiasi forma di regolazione giuridica, in ogni luogo del mondo. Un orientamento, questo, che già era ben visibile nelle ripetute prese di posizione dello stesso Pontefice aspramente critiche nei confronti delle Nazioni Unite e di molti documenti giuridici da queste approvati o promossi.
All´Italia, però, sono riservate una attenzione ed una motivazione particolari, anche perché solo per le sue leggi valeva fino a ieri il criterio della recezione automatica. Tre sono le ragioni esplicitamente indicate per giustificare il rovesciamento di quella impostazione: «il numero davvero esorbitante delle leggi italiane»; «l´instabilità della legislazione civile»; «un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Quest´ultimo è l´argomento che, giustamente, ha più colpito e ha suscitato le maggiori polemiche, ma pure gli altri due meritano qualche riflessione.
Si è detto che il riferimento all´inflazione legislativa è pretestuoso, visto che questa esiste ed è ben nota da molti anni. Perché accorgersene oggi, ha protestato il ministro Calderoli, proprio nel momento in cui è stata imboccata la via della semplificazione cancellando 36.100 leggi? Si potrebbe osservare che all´eccesso di legislazione non si risponde soltanto con qualche potatura, ricordando ad esempio la ben diversa esperienza francese in materia. E, d´altra parte, la riforma vaticana prende il posto di una legge del 1929, sì che doveva tener conto di quanto è accaduto tra allora e oggi.
Più significativo, e insidioso, è il secondo argomento. L´instabilità della legislazione civile è giudicata «poco compatibile con l´auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell´intelletto, cerca di per sé l´immutabilità dei concetti e dei valori». Questa radicale affermazione arriva in un tempo in cui il sistema delle fonti, sotto tutti i cieli, conosce un mutamento profondo, proprio per poter dare risposte adeguate ad una realtà incessantemente mutevole, non solo sotto la spinta delle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma di profonde trasformazioni sociali e culturali. Si scambia per instabilità la necessaria flessibilità delle regole, la capacità di assumere il nuovo e di incorporare il futuro, che implica anche la necessità di sottoporre a critica concetti e categorie del passato, anche per far sì che valori ritenuti fondamentali, affidati soltanto ad una logica conservatrice, non vengano travolti.
L´argomento dell´instabilità si congiunge così con quello del contrasto con «principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Nel modo in cui è formulata quest´ultima critica si coglie una esplicita polemica con la più recente legislazione italiana, visto che si afferma che questo contrasto si sarebbe già verificato «con troppa frequenza». Ma a quale legislazione si allude, poiché proprio le norme più recenti sono piuttosto fitte di compiacenze, per non dire di cedimenti, verso le richieste o le pretese vaticane? Qui siamo in presenza di un ammonimento, e non di una constatazione; di un perentorio invito a non fare più che ad una critica del già fatto.
Un alt così netto alla libertà di determinazione del Parlamento italiano non era stato mai pronunciato, neppure in quegli Anni 70 quando v´erano più fondati motivi di risentimento, non solo per le leggi su divorzio e aborto, ma pure per la riforma del diritto di famiglia, invisa a molti ambienti cattolici perché finalmente realizzava la parità voluta dalla Costituzione tra i coniugi e tra i figli nati dentro o fuori del matrimonio. Si ripeterà, com´è ormai d´uso, che le parole della Chiesa sono legittime. Ma è legittimo, anzi è doveroso, valutarne gli effetti. Si fa così tutte le volte che non si vuole sottostare ad un diktat.
L´annuncio è chiaro. Il mondo è grande, ma l´Italia è vicina. La sua legislazione, da oggi in poi, sarà sottoposta ad un continuo "monitoraggio etico", accompagnato da una sanzione: non entrerà a far parte dell´ordinamento canonico tutte le volte che il legislatore italiano sarà colto in flagrante peccato di violazione dei «principi non rinunciabili da parte della Chiesa». Formalmente tutto può essere ritenuto in regola: uno Stato sovrano deve poter sottrarsi alle logiche altrui. Ma quali possono essere le conseguenze politiche e culturali di questo atteggiamento?
La politica italiana è debole, stremata. Qui la nuova linea vaticana può entrare in maniera devastante, aprendo conflitti di lealtà per i cattolici, stretti tra il loro dovere di legislatori civili e l´annuncio preventivo che leggi ragionevoli e miti, poniamo quelle sul testamento biologico o sulle unioni di fatto, non supereranno il test di compatibilità introdotto dalla nuova normativa vaticana. Per poter reagire dignitosamente, come si conviene ai parlamentari di un paese non confessionale, servirebbe un senso dello Stato che sembra perduto, qui dovrebbe fare le sue prove una laicità che non può ritenersi consegnata al passato. Servirebbe soprattutto la consapevolezza, smarrita, che l´unico filtro ammissibile è quello della conformità alla Costituzione, vero "principio non rinunciabile" in democrazia.
Ma il conflitto di lealtà può andare oltre le mura del Parlamento, devastare una società già divisa, dove già si manifestano impietose obiezioni di coscienza, dove davvero "pietà l´è morta" pure di fronte a casi, come quello di Eluana Englaro, che esigerebbero rispetto e silenzio. E che esigono rispetto perché espressivi di un quadro di diritti che si vuole radicalmente revocare in dubbio. Di questo dobbiamo discutere. Dell´autonomia e della laicità dello Stato, del destino delle libertà.
Repubblica 5.1.09
Al Grand Palais una ricchissima selezione di capolavori
Picasso a tu per tu con i padri e i maestri
I quadri giustapposti a opere celebri, come Goya, Manet, Vélazquez, Tiziano
PARIGI. Al nome di Pablo Picasso si associa un´aggettivazione altisonante, superlativa, eccezionale: il malagheño fece ogni cosa per meritarla. E ogni volta che una mostra motivata da un´idea critica lo porta alla ribalta si ha conferma del suo talento insuperato. L´ennesima la si ha con "Picasso e i maestri" (Grand Palais, fino al 2 febbraio), dove si passa in rassegna una ricca selezione dell´opera dagli esordi alla vecchiaia, posta a confronto con i suoi più diretti referenti. In tal caso sarebbe stato più coerente con le intenzioni della mostra invertire i termini del titolo, perché "les maîtres" sono capaci di far ombra persino a lui. Tale è la loro statura. Quando si ha dinanzi l´Olimpya di Manet ogni riduzione o rivisitazione è impari! In mostra si vede una selezione memorabile di capolavori dell´arte occidentale e si rimane stupiti che tali dipinti possano essere stati riuniti a fare corona alle opere del nostro. Ma le ragioni del marketing sono tali che Picasso passa in prima linea e i maestri gli fanno da spalla, come capita solo a un grande attore.
Picasso fu un enfant prodíge, come Giotto e Mozart, imparò i rudimenti del mestiere da suo padre e quando mi capitò di visitare la casa natale a Malaga scoprii che José Ruiz-Blasco era un pittore realista di assoluto rispetto e di sicura professionalità. L´Autoritratto del 1895 lo conferma ed è posto accanto a quello del giovane Pablo con la parrucca, tela di due anni successivi. La mostra è un continuo gioco degli specchi ed è un gioco complesso e difficile, perché Picasso guarda e assorbe di tutto, colleziona foto dei maestri fin dagli esordi, conosce come pochi alcuni maggiori musei d´Europa: costruisce così un suo personale Parnaso che fagocita con le sue doti di autentico "cannibale".
I ritratti, le nature morte, le pitture di genere e di ambiente, la pittura mitologica, religiosa e storica sono un canovaccio che stropiccia con furia creativa, ma - ed è il risultato critico più significativo della mostra a cura di Anne Baldassari e Marie-Laure Bernadac - si capisce bene che sono assorbiti per stadi successivi che si sommano e interagiscono tra loro. La rilettura della grande tradizione è una clessidra attraverso il cui flesso Picasso fa passare Manet che ha guardato Goya che a sua volta ha guardato Velázquez; El Greco è rivisitato attraverso la lettura di Tiziano e Ingres che ha idolatrato Raffaello e Poussin. Così come i "padri moderni" Cézanne o Van Gogh sono digeriti attraverso la lettura di Poussin o di Rembrandt.
La lettura di Picasso è una lettura diretta, ma anche di seconda e terza battuta, arricchita e metabolizzata: è un´ape regina, Picasso, che sugge da un fiore e da un altro e poi secerne e deposita il suo miele. Nel 1917 dipinge la Famiglia felice, una tela che è figlia dell´omonimo dipinto di Le Nain (1642) ed è esemplare il confronto: per vedere come il pittore trasformi una scena composta con colori bruni a sviluppo orizzontale in un pointillisme coloratissimo a sviluppo verticale. Al Louvre, alle Donne di Algeri di Delacroix è dedicata una monografica, così come al d´Orsay, alla Colazione sull´erba di Manet si accompagnano le tele picassiane.
Sono due focus molto istruttivi, secondi solo al rapporto privilegiato che ebbe con Velázquez di cui scrissi su queste pagine in occasione della mostra a Barcellona. El Greco dell´Apocalisse è incunabolo delle prime tele cubiste a partire dalle Damoiselle d´Avignon, così come La visitazione è la sorella in spirito delle Due sorelle (1907): le figure emaciate e contorte del Greco sono le antesignane della scomposizione cubista. I blu dell´uno diventano i blu dell´altro. Ma anche i ritratti sono un referente continuo: il San Gerolamo in veste di cardinale rimbalza prepotentemente nel Vecchio ebreo (1907) e il Gentiluomo sconosciuto in un fratello in spirito dipinto da Picasso (1899).
Taluni confronti per il vero sono un po´ tirati per i capelli: lo splendido Ritratto di Vollard, amico e mercante dello spagnolo, ha scarso referente nel Democrito di Ribera. Idem può dirsi del Francesco d´Assisi con un teschio tra le mani, un "memento mori", di Zurbaràn e il celebre Uomo con la chitarra capolavoro dell´epopea cubista.
Un capitolo relativamente nuovo e comunque per la prima volta indagato così attentamente, sono le tele tessute rifacendo Nicolas Poussin e Jacques-Louis David: il celebre Ratto delle Sabine del primo viene rivisitato con una straordinaria energia nel 1962. Un pittore, Poussin, mille miglia lontano al nostro, rivive, viene come rigenerato ed è un segno ancora dell´inesauribile versatilità dello spagnolo. Con David degli Orazi e i Curiazi si replica, ma con minore trasporto formale.
Le Veneri e le majas sono un´ossessione dell´erotismo senile: Tiziano, Goya, Manet erompono con le loro forme carnose nelle tele tarde. È un miracolo vedere qui in mostra l´una accanto all´altra L´Olimpya di Manet e la Maja desnuda di Goya: il Vecellio e Velázquez stanno lì a far da memorabile contrappunto. Per questo motivo torno a quanto dicevo in esordio: i maestri sono il nocciolo succoso di una mostra che sono tornato a vedere due volte, e ogni volta la folla che assediava i dipinti era lì a sfidare la nostra pazienza. Olga accanto a Mademoiselle Rivière di Ingres, e Arlesiana di Van Gogh con la replica di Picasso e tutti i capolavori già ricordati quando potremo rivederli su una stessa parete? Una mostra irripetibile.
Repubblica 5.1.09
Rovereto. Il secolo del jazz. Arte, cinema, musica e fotografia da Picasso a Basquiat
Mart. Fino al 15 febbraio.
L'esposizione, curata da Daniel Soutif in collaborazione con il Musée du Quai Branly di Parigi e il Centre de Cultura Contempor?nia di Barcellona, procede lungo un filo rosso che si sviluppa nel corso degli anni, presentando dischi, partiture e documenti storici. Il percorso ? arricchito dalle opere dei protagonisti delle arti visive che hanno tratto ispirazione da questo genere di musica. Dai lavori dei grandi del '900, come Matisse e Mondrian, alle creazioni degli autori della Harlem Renaissance, come Winold Reiss, Palmer Hayden e Archibald Motley jr., passando per i lavori del periodo della Free Revolution, fino a testimonianze eccezionali come i Soundies, gli antenati dei videoclip girati tra gli anni Trenta e Quaranta. Tra le opere esposte, da segnalare lavori di Picabia, Man Ray, van Doesburg, Kupka, Dove, Davis, Pollock, Rivers, Oldenburg, Rosenquist e degli italiani, Guttuso, Novelli, Rotella e Pascali.
Repubblica 5.1.09
Love& Art
L’amore rinascimentale
Al Metropolitan di New York gli oggetti e i dipinti che nell´Italia del ´400-´500 hanno raccontato la vita privata dei nobili. Tessuti, gioielli e tele dei grandi pittori, da Botticelli a Tiziano, Lotto...
Tutti gli aspetti della passione, sensualità, piacere, gioco
Vale lo schema di Gombrich: si passa dai cassoni delle spose alla poesia
La cesura tra l´apporto delle arti decorative e i maestri del colore
NEW YORK. Una donna chiamata Ginevra, anzi più d´una. Sono i ritratti dipinti da Botticelli (Ginevra Tornabuoni), Ercole de´ Roberti (Ginevra Sforza Bentivoglio), Leonardo da Vinci (Ginevra de´ Benci). Ritratti che aprono, come finestre, su quella storia sociale e economica, che il Metropolitan Museum di New York mette in scena seguendo un tracciato per niente scontato del Rinascimento italiano (Art and Love in Renaissance Italy, fino al 16 febbraio 2009).
Ritratti di donne, di bimbi, di sposi, e oggetti domestici di stupefacente bellezza: coppe nuziali, «deschi da parto» che sono vassoi in legno dipinto da regalare alla puerpera, cassoni istoriati, culle, vetri, maioliche, cinture preziose dalle scritte struggenti ricamate su seta «al foco de´ tuoi baci qual fenice incenerisco e moro, e al soffio dei tuoi sospiri riprendo vita».
E´ certo una mostra spettacolare e di pubblico, a cominciare dal titolo e dall´invito ad entrare nella vita privata delle classi più alte attraverso un passaggio rituale ed eterno, fidanzamento- matrimonio-nascita dei figli. Un passaggio - si legge nel saggio di Everett Fahy - che ancora oggi in America, in età democratica e digitale, si perpetua nelle foto di spose novelle che puntualmente sorridono dai giornali popolari della domenica.
Amore, erotismo, eleganza, bellezza. Ingredienti di grande richiamo che tuttavia - si tratta del Metropolitan - centrano il bersaglio non facile di produrre conoscenza e sapere. E´ infatti possibile conquistare la gente e fare cultura e proporre prospettive di metodo.
Ad apertura di mostra prevalgono gli oggetti raffinati e preziosi: tessuti, gioielli e maioliche che celebrano l´amore casto e coniugale: «Livia bella», «non te posso lassare», «el mio core ferito per voi», «questa te dono per amore bella» recitano le scritte che come nastri corrono sui vasi italiani del Quattrocento, prodotti nelle manifatture di Urbino e Deruta.
Poi quelle arti decorative, che sono all´inizio la forza trainante nel processo di secolarizzazione della cultura (gli oggetti e il loro contesto contano più dell´artista), cedono il passo, in chiusura di mostra, alla schiera trionfante dei grandi pittori, Antonio del Pollajolo, Francesco Laurana, Domenico Beccafumi, Lorenzo Lotto, Ercole de´ Roberti, Botticelli, Giorgione, Tiziano che sul tema amoroso, ormai decisamente laico e privato, sparano solo capolavori.
Lo stacco è nettissimo. Dalla cultura materiale riscattata sulla scia della tradizione gloriosa delle Annales all´età dell´oro della creatività individuale. Lo schema, delineato in un saggio famoso di Gombrich, è ripreso nella stringa che, all´ingresso dell´ultima sala, sintetizza il crescendo dell´esposizione: «Dai cassoni dipinti alla poesia». Come dire che la grande stagione narrativa dei cassoni da sposa fabbricati a Firenze è premessa necessaria alle spalliere nuziali di Botticelli (Venere e Marte, Londra, National Gallery), all´epitalamio tradotto in immagine di Lorenzo Lotto (Venere e Cupido del Metropolitan Museum, con il putto che sprizza pipì sul ventre di Venere in segno di fertilità), alle «femmine nude» di Tiziano, dipinti sensuali e splendenti che d´un balzo scavalcano le premesse artigianali, all´origine di questa storia intrecciata dell´amore e dell´arte. Pardon, dell´amore, dell´arte e dell´interesse economico, il quale segna rigorosamente i confini che l´amore non può valicare. Interesse a garantire continuità politica e sociale e interesse a perpetuare la dinastia familiare sotto lo scudo rassicurante della ricchezza.
Mentre l´amore, lungo un percorso che esalta il versante profano del nostro fulgido Rinascimento, è raccontato in tutte le declinazioni possibili. Sensualità e desiderio nella Venere di Tiziano, dove un giovane musicista si perde nel nudo voluttuoso della dea, dimenticando spartito e tastiera (Venere e l´organista, Madrid, Prado).
Erotismo e piacere lascivo nella sequenza dei nudi licenziosi e acrobatici de I modi di Giulio Romano, che celebrano l´amplesso lussurioso e carnale.
O invece amore burlesco e giocoso offerto da cortigiane di carta che, nelle acqueforti «interattive» prodotte da una stamperia padovana, invitano a sollevare un pezzetto di foglio (la gonna) per accedere alle parti scabrose. Gusci di donne, eccitanti e sfrontate, che sono l´ultima eco di un´attitudine colta del Rinascimento italiano il quale, a livelli sublimi, ha cantato il piacere amoroso.
Perché la scena reale in cui l´amore si specchia e attinge la sua consacrazione più alta è la volta affrescata da Raffaello nella Loggia di Psiche, alla Farnesina di Roma. E´ infatti nella villa suburbana del potente banchiere Agostino Chigi, frequentata da umanisti, poeti, artisti, cortigiane, prelati, che l´illecito amore di Cupido e Psiche è celebrato in un tripudio di allusioni e di simboli (uccelli, fichi spaccati, tumide zucchine, ghirlande di vegetali superespliciti) che anche allo sguardo smaliziato di un umanista come Paolo Giovio parvero allora di un erotismo piuttosto sfrontato.
Luogo di delizie e di umani piaceri, il verziere affrescato da Raffaello racconta la favola antica di Apuleio quale metafora degli intrecci d´amore (avventurosi, tenerissimi, libertini, fiabeschi) che, sul finire del Rinascimento, erano anche tracciati di fuga da una realtà sempre meno solare.
Come accade nella foresta di Arden cantata da Shakespeare, luogo dell´anima e dell´immaginazione, dove l´eterno gioco d´amore («inventerò dei divertimenti, che ne diresti di innamorarci?»), fuggendo le trame oscure della corte, ritrova nella natura la poesia dei sogni e dei desideri, As you like it appunto.
Corriere della Sera 5.1.08
Fecondazione. Impasse da 5 anni dopo gli investimenti per la sede di Milano
Il pasticcio degli embrioni La biobanca c'è ma non apre
di Margherita De Bac
«Dateli alle coppie»
La proposta del ginecologo Palagiano, capogruppo dell'Idv: affidiamoli alle coppie sterili
Più di 2.500 organismi orfani bloccati in tutta Italia
La radicale Donatella Poretti: operazione faraonica stoppata Perché non usarli per la ricerca o lasciarli morire?
ROMA — La casa è pronta e funzionante dal 2005. Ma è vuota perché gli «inquilini» che avrebbe dovuto ospitare non sono ancora stati trasferiti. Una casa molto speciale. E' la biobanca degli embrioni orfani, cioè congelati e abbandonati con tanto di dichiarazione scritta dalle rispettive coppie infertili da cui sono stati generati. Circa 2.500 secondo i dati che vengono riportati nell'ultima relazione al Parlamento sulla legge della procreazione medicalmente assistita.
Proprio in virtù di queste norme meglio specificate in un successivo decreto del 4 agosto del 2004 (il ministro della Salute era Girolamo Sirchia) gli embrioni cosiddetti «sovrannumerari» (creati prima del 2004 quando ancora non c'erano limiti sul numero di ovociti da fecondare), conservati nei centri italiani avrebbero dovuto essere depositati tutti insieme in un'unica sede. Una cella creata apposta all'ospedale Maggiore di Milano, in attesa che il governo decidesse la loro sorte.
A distanza di quasi cinque anni però nessuno di loro si trova nel nuovo domicilio. Eppure la casa è costata fior di quattrini. Poco più di 230 mila euro per l'allestimento dell'ambiente criobiologico, dotato di 6 contenitori di azoto liquido, oltre a 96 mila euro per acquisto di materiale e software e 74 mila per il personale. A questi si aggiungono i 50 mila euro assegnati all'Istituto superiore di sanità per il censimento. Gli embrioni orfani sono 2.527 per l'esattezza. Ma altrettanti sarebbero quelli abbandonati. I loro genitori non si trovano più, non hanno risposto alle lettere di sollecito inviate dai centri. Forse sono riusciti ad avere un figlio grazie alla provetta e non hanno più bisogno dei frutti del concepimento in eccesso lasciati nel congelatore. Oppure si sono separati e non vogliono più saperne del passato.
Uno dei tanti pasticci all'italiana con relativo sperpero di denaro pubblico. «La verità è che nessuno vuole metterci mano — accusa la senatrice Donatella Poretti, radicale eletta nel Pd —. Riaprire la questione e rispettare le indicazioni della legge significherebbe ammettere l'assurdità di tutta l'operazione. Diciamo la verità. Questi embrioni scottano perché una volta trasferiti si dovrebbe decidere cosa farne. Donarli alla ricerca, strada seguita da tutti gli altri Paesi? Cederli in adozione a coppie sterili? Oppure lasciarli lì congelati in attesa che muoiano, dunque senza prendersene carico?».
Se ne discuterà lunedì prossimo al convegno «Legge 40 e turismo riproduttivo: vale ancora la pena?» organizzato dall'Idv, interventi in apertura di Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. «Noi siamo dell'idea che bisognerebbe scegliere la strada dell'adozione anche se la legge 40 la renderebbe impraticabile perché vieta le tecniche eterologhe — dice Antonio Palagiano, ginecologo, capogruppo del-l'Idv in commissione Affari sociali della Camera —. Il nostro partito sta lavorando su una proposta di legge. Parliamoci chiaro. Questi embrioni sono destinati a spegnersi in un tot numero di anni. Forse non più del 20% risulterebbero ancora impiantabili e capaci di svilupparsi. Tanto vale utilizzarli affidandoli a coppie che non hanno altre possibilità ».
La Poretti, intanto, ha presentato un'interrogazione parlamentare «sull'operazione faraonica per la quale sono stati stanziati e spesi soldi pubblici». Il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio ha risposto che «il censimento non è terminato» e che dunque nell'attesa «il trasferimento non può avere luogo perché devono essere previsti ulteriori stanziamenti calcolabili solo al termine dell'operazione ». «Balle, la conta è terminata» insiste la parlamentare. Paolo Rebulla, direttore del Centro di risorse biologiche dell'ospedale Maggiore, allarga le braccia: «Aspettiamo istruzioni dal ministero. Noi siamo pronti. La banca è stata inaugurata. Non abbiamo avuto più notizie ».
Corriere della Sera 5.1.08
Archivi Lo studio di Giorgio Fabre su una sorprendente nota in funzione di politica estera emanata poco prima delle leggi razziali
Febbraio 1938: il fascismo negò di essere antisemita
di Dino Messina
«Recenti polemiche giornalistiche hanno potuto suscitare in taluni ambienti stranieri l'impressione che il Governo fascista sia in procinto di inaugurare una politica antisemita. Nei circoli responsabili romani si è in grado di affermare che tale impressione è completamente errata e si considerano le polemiche come suscitate soprattutto dal fatto che le correnti dell'antifascismo mondiale fanno regolarmente capo ad elementi ebraici». Che cosa spingeva Benito Mussolini con questa «Informazione diplomatica», la numero 14, riveduta e corretta personalmente almeno tre volte e diramata dall'agenzia Stefani il 16 febbraio 1938, a smentire l'antisemitismo del regime pochi mesi prima dell'emanazione delle leggi razziali? Attorno a questa domanda ruota il lungo e complesso saggio che Giorgio Fabre pubblica sul nuovo numero della rivista La rassegna mensile di Israel (edita da Giuntina), completamente dedicato al settantesimo anniversario della famigerata legislazione. Tra gli altri, segnaliamo interventi di Michele Sarfatti, Enzo Collotti e Giorgio Israel.
Per capire la sorprendente uscita del Duce bisogna anche considerare altri due passi dell'«Informazione », pubblicata come indicava una velina da tutti i giornali del regno in prima pagina a una colonna, senza alcun commento, ma destinata soprattutto alla vasta comunità dei corrispondenti esteri a Roma, tra cui c'erano molti ebrei. Il documento indicava la soluzione del «problema ebraico universale» nella creazione «in qualche parte del mondo, non in Palestina», di uno Stato ebraico.
I corrispondenti stranieri analizzarono attentamente quel documento e reagirono in maniera diversa, come risulta dagli articoli pubblicati dai loro giornali ma anche dalle intercettazioni dei servizi segreti, che Fabre analizza meticolosamente. I più scontenti erano i tedeschi, già insoddisfatti per la piega che andava prendendo l'antisemitismo italiano, «politico e non razzista». Arnaldo Cortesi sul
New York Times notò invece come l'«Informazione diplomatica n. 14» rivelasse «il malumore italiano a proposito dei risultati delle conversazioni tra i cancellieri Hitler e Schuschnigg lo scorso sabato». Il 12 febbraio, ricorda infatti Fabre, Hitler aveva convocato «in gran segreto il cancelliere Schuschnigg» imponendogli «la nazificazione dell'Austria, che portò dopo poche settimane all'Anschluss». Una grande Germania al confine italiano venne immediatamente vista come una minaccia da Mussolini, che chiese all'ambasciatore a Londra Dino Grandi di intensificare i contatti con il governo britannico. Le trattative anglo-italiane si aprirono effettivamente l'8 marzo e portarono al cosiddetto «patto di Pasqua». Ecco spiegato il riferimento alla creazione di uno Stato ebraico (anche se il Duce e il ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano vollero escludere la Palestina per non irritare gli arabi), già proposto nel 1937 dalla commissione Peel al parlamento inglese. E soprattutto ecco spiegata la negazione di una politica antisemita di cui già si vedevano i primi segnali: dall'attenzione verso il sempre più ampio gruppo di studenti ebraici stranieri che frequentavano le nostre università alla proibizione di trasmettere per radio musiche di compositori ebraici e al sequestro di tre romanzi di Arnold Zweig stampati da Mondadori.
Corriere della Sera 5.1.08
L'arpista e compositrice, sorella del direttore d'orchestra: anche i colleghi ci ignorano
Io accuso la classica
Cecilia Chailly: «Noi donne emarginate La musica colta dominata dal maschilismo»
Su Giovanni Allevi Sono d'accordo con Uto Ughi: Allevi è un fenomeno di marketing
di Giuseppina Manin
MILANO — Musiciste in Italia. Chi le ha viste? Perché nel nostro Paese la classica è appannaggio solo degli uomini? Possibile che non esistano compositrici? O forse il potere, anche in questo campo, è tutto saldamente in mani maschili? Cecilia Chailly, arpista e compositrice di formazione classica ma votata anche al pop, jazz, new age, non si rassegna. L'altra metà del cielo della musica, nel nostro empireo le risuona drammaticamente vuota. «Ma le donne, dove sono? » invoca Cecilia. «Perché nessun teatro, nessun conservatorio, nessun ente culturale, offre mai qualche occasione a un'artista? Anche i colleghi ti ignorano o, tutt'al più, ci provano. C'è molto maschilismo nella classica. Il massimo che ti può capitare in questo Paese è di venir considerata la musa ispiratrice di qualche sedicente talento. Insomma, dove sono le pari opportunità nella musica?» Eppure, sostiene con foga, il femminile deve trovare una sua collocazione anche in quei territori. «Si parla tanto di crisi, addirittura di morte della musica colta. Perché non attingere alla creatività femminile? Non andare a cercare tra i suoi tanti talenti nascosti, soffocati? Il mio spazio io me lo sono conquistato in un territorio diverso, in quel cosiddetto "crossover" che consente più libertà e autonomia. Però le mie radici sono classiche. Mi sono diplomata al Conservatorio di Milano, a 17 anni ero prima arpa alla Scala. Poi ho scelto altre vie, ho lavorato con Cage, Einaudi, De Andrè... Non appartengo a nessuno, ma vorrei poter sperimentare su tutti i fronti. Classica compresa. Io non demordo».
A casa Chailly non si usa. Così insegnava papà Luciano, compositore di valore, direttore artistico della Scala dal '68 al '71, così ribadisce il fratello Riccardo, celebre direttore d'orchestra, oggi alla guida della Gewandhaus di Lipsia. Chiamarsi Chailly è un onore e un onere. «Certo è un cognome che ha contato, ma mai per "far carriera" - assicura Cecilia - . Da noi le regole sono sempre state chiare: ciascuno doveva trovare la sua strada e percorrerla per conto suo, senza appoggi di sorta. Mio padre ci ha insegnato ad amare la musica ma è sempre stato critico nei nostri confronti, pronto a smontarci più che a sostenerci».
In quella famiglia importante, forse per certi versi ingombrante, Cecilia è arrivata per ultima. «I miei avevano già due figli grandi, Riccardo e Floriana. Io non ero prevista dal copione, mi ha portata il caso. Un bel caso. Non potevo capitare meglio. Genitori uniti, figli amati, tutti con interessi spiccatissimi. Un'infanzia senza bambole, con strumenti per giocare alla musica, vita spartana ma piena di stimoli... A sei anni già cantavo nel coro della Filarmonica di Roma. La mia strada era quella».
Una strada affascinante, fuori dagli schemi. Entrare nell'Orchestra della Scala a 17 anni e andarsene per saggiare altri mondi, non è da tutti. Ma Cecilia è tentata da ciò che è nuovo, inconsueto. Studia composizione con Azio Corghi, frequenta il movimento dei neoromantici, Tutino, Ferrero, va a vivere in una «comune» di musicisti... «Con Luca Francesconi, Pietro Pirelli, Walter Prati. Un anno bellissimo», ricorda. Poi altri sconfinamenti. Pioniera dell'arpa elettrica, incrocia altri sperimentatori. «Ho suonato con John Cage. Un personaggio straordinario, dotato di energie strane, misteriose. Uno che leggeva i Ching e faceva sedute spiritiche. Quando mi telefonò dagli Usa, a casa mia cadde uno specchio senza rompersi».
Altri incontri. Mina. «Mi chiamò da Lugano spacciandosi per la segretaria della signora Mazzini e poi si svelò ridendo proponendomi di prender parte al cd Ridi pagliaccio. Ludovico Einaudi: «Ci lega un'affinità quasi parentale, potrebbe essere mio cugino ». Fabrizio De Andrè: «Un uomo meraviglioso, che sapeva ascoltare gli altri. Il più femminile degli artisti». Nel '97 pubblica il suo primo album da compositrice, Anima. «Un successo. Alcuni brani li volle Dario Argento per la colonna sonora del suo film
Non ho sonno. «Sei una musicista esatonale », mi disse mio padre. Non so bene se fosse un complimento o no». Si appassiona di filosofia e musica indiana, suona a Milano per il Dalai Lama, a Roma per il Papa. Il secondo album,
Ama, segna il suo debutto nel pop e nella trance music. Nel 2006 è la volta di Alone, a cui partecipa anche l'amico Einaudi e dove Cecilia mescola alla sua musica brani di antiche registrazioni fatte da papà Luciano dove la voce di lui si mescola a quella di lei bimbetta.
«Quando Sting ha sentito questo album mi ha scritto una lettera bellissima. Ci siamo conosciuti anni fa, dopo un suo concerto. Perché ti sogno da 15 anni? gli ho chiesto. Non lo so, mi ha risposto lui. Poi ci siamo scolati una bottiglia di champagne e siamo diventati amici. Più sono grandi più sono semplici. Sting, Morricone, De Andrè... E Uto Ughi, mi piace molto».
Un maestro del violino che di recente ha usato parole dure verso un compositore "di moda", Giovanni Allevi. «Allevi è un fenomeno di marketing, gradevole ma superficiale. In questo senso perfetto per incarnare ciò che chiede un'epoca come la nostra, che non vuole nè pensare nè farsi domande».
Avvenire 3.1.09
E Rosmini «bruciò» Marx
Karl Marx non aveva ancora dato fiato alle trombe del comunismo. Il suo Manifesto del partito comunista era solo in bozze, eppure Antonio Rosmini, con singolare lungimiranza, ne smontò in anticipo l’impianto teorico pur non avendolo ancora letto. Lo dimostra la recente pubblicazione di un’opera del filosofo di Rovereto a torto considerata minore: Saggio sul comunismo e sul socialismo, edizioni Talete.
Un breve trattato redatto in forma di discorso e letto all’Accademia dei Risorgenti di Osimo nel 1847. Rosmini prende spunto dalla diffusione in Europa del comunismo utopistico per appellarsi alle genti italiche e scongiurare l’adesione alla «fallace via» di quei «falsi sapienti ». Vengono così confutate punto per punto le teorie di Robert Owen, Saint-Simon, Charles Fourier, François-Noel Babeuf. Tutte tesi che promettono una pubblica felicità ma con il loro materialismo annientano il valore della persona, «asciugando la fonte di tutti i suoi beni individuali e sociali: la libertà». In simili dottrine i cittadini sono ridotti al rango di «macchine o animali, ad una sì vile condizione a cui non discesero mai gli schiavi greci né romani». La carica utopica pervaderà anche il trattato di Marx e fungerà da «e- sca» per molti, persuasi di veder finalmente migliorate le condizioni della «classe più numerosa e povera ». Per Rosmini però non era certo una novità dei comunisti questa sensibilità sociale che il cristianesimo proclamò per diciannove secoli, «inserì nelle menti, inscrisse nei cuori, trafuse nelle abitudini ».
E replica: «Noi abbracciamo lieti cotanta umanità in verso la classe più necessitosa; ma ci lamentiamo nello stesso tempo, perché non l’estendano a tutte le altre classi, e così restringano e smozzino quella che da san Paolo è grecamente chiamata filantropia di Cristo, la quale non dimentica né i diritti, né i bisogni di uomo alcuno ». Quando poi dai principi si passa alla pratica, i mezzi proposti da quei «riformatori dell’umana famiglia» lasciano intravedere già i germi del totalitarismo: «Il gover-storia no datoci per sicura panacea delle presenti sciagure, deve possedere un’autorità, una potenza troppo maggiore di tutti i governi presenti, anche dei più assoluti, e di tutti quelli altresì che furono in sulla terra... Il suo potere è assoluto su tutte quante le cose e su tutte quante le persone: la proprietà individuale è abolita, il nuovo governo depositario di tutta la ricchezza ». Così come viene preannunapocalittica ciata dal filosofo roveretano la battaglia contro l’«oppio dei popoli»: «Tutti i progetti degli utopisti sociali richiedono a primissima condizione che quanti sono i popoli della terra cessino oggimai dal credere e dal professare la loro religione».
La morale tradizionale finisce sotto accusa perché inibisce le passioni, con tutte le incongruenze sollevate da Rosmini: le passioni possono essere anche negative, e se ogni cosa è lecita, si finisce nella guerra di tutti contro tutti. Viene a cadere la distinzione tra bene e male: un anticipo se vogliamo del relativismo odierno. Come evidenzia il saggio, già per quei socialisti «il matrimonio monogamico è la più lacrimevole calamità della terra; ché egli pone un freno alle basse passioni ed abolisce la felicità delle unioni selvagge e ferine». In questi sistemi dove l’individuo non conta più nulla, lo Stato rimane l’unico riferimento: il «governo è tutto, arbitro di tutte le persone, regolatore di tutta l’attività dell’uman genere, da quella del pensare fino a quella del sentire». Per questo è amaro il nostro autore quando scrive che non basta la «corruzione del cuore» per produrre simili teorie che fondono anche «l’ignoranza dell’umana natura e un’ispirazione satanica». Ma Rosmini prevede comunque l’inevitabile fallimento di una società in cui i governati si aspettano di essere nutriti con amore dai governanti «come i rondinini dalla sollecita loro madre».
E ironizza anzitempo sulle due fasi della rivoluzione comunista in cui «i maestri della dottrina procurano di tirare e rapire tutti i beni a sé, riserbandosi poi a distribuire l’uso con ammirabile uguaglianza e generosità a tutti… Ora voi vedete che tentare la prima delle due operazioni è cosa più facile e pronta che non sia adempire la seconda, riserbata a un tempo indefinito dell’avvenire… A chi sarà difficile, o signori, giudicare la probabilità della buona riuscita di un tale sistema?». Quando alcuni mesi dopo, fra il dicembre 1847 e il gennaio del 1948, Marx ed Engels nel Manifesto inviteranno i proletari di tutto il mondo a unirsi perché nella rivoluzione comunista essi «non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene», Rosmini aveva già implorato i suoi connazionali: «Aspetteremo una società libera da chi prima di tutto annulla ogni libertà individuale?».
Il Sole 24 Ore 4.1.09
Molti governi, soprattutto conservatori, hanno rispolverato Il Capitale: ma la storia insegna che lo Stato banchiere si è sempre rivelato un fallimento
Oddio, Marx sta di nuovo bene
di Harold James, Princeton University
Kari Marx è ritornato, se non proprio dalla tomba, però dal bidone della spazzatura della storia. Il ministro tedesco delle Finanze Peer Steinb1iick ha di recente dichiarato che le risposte di Marx ai problemi di oggi «possono non essere irrilevanti». Il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha lasciato che lo fotografassero mentre sfogliava le pagine del Capitale di Karl Marx. Il regista tedesco Alexander Kluge ha promesso che girerà un film tratto dallo stesso Capitale.
Alcuni dei nuovi "marxisti" di oggi vogliono spiegare nei dettagli i motivi di fascino di un uomo che si prefiggeva di coniugare la filosofia tedesca (che si basava su Hegel) con l' economia politica inglese (propugnata da David Ricardo) e di conseguenza fondere due tradizioni molto conservatrici in una teoria di rivoluzione radicale.
Marx era certamente un analista percettivo del concetto di globalizzazione del XIX secolo. Nel 1848, nel Manifesto del partito comunista, scriveva: «Al posto del vecchio isolamento e dell'autosufficienza locali e nazionali, abbiamo rapporti in ogni direzione, l'interdipendenza universale delle nazioni».
A dire il vero, fra gli altri commentatori del XIX secolo molti avevano analizzato la creazione dei global network. Ma non stiamo assistendo a una nuova corsa per le opere di figure quali John Stuart Mill o Paul Leroy-Beaulieu.
La spiegazione della rinnovata popolarità di Marx consiste nel fatto che ora è universalmente accettato che il capitalismo fondamentalmente è andato in pezzi, con il sistema finanziario al cuore del problema. La descrizione di Marx del «feticismo delle derrate» - la conversione di beni in asset negoziabili, scorporati persino dal processo di creazione della loro utilità - appare assolutamente fondamentale per il complesso processo di cartolarizzazione, nel quale i valori sembrano essere nascosti da oscure transazioni.
Dall'analisi della natura ingannevole della complessità scaturisce la considerazione del Manifesto che appare estremamente affascinante ai "marxisti" contemporanei. Figura al punto 5 di un programma articolato in 10 punti. Il punto 5, che era preceduto dalla "Confisca della proprietà di tutti gli emigranti e dei ribelli", era "Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato attraverso una bancanazionale con la proprietà di Stato e un monopolio esclusivo".
Il problema principale nel periodo immediatamente successivo all'odierna crisi finanziaria è rappresentato dal fatto che le banche non stanno più finanziando il credito per molte transazioni necessarie nelle operazioni base dell'economia. Persino la ricapitalizzazione delle banche attraverso interventi statali non è stata sufficiente a ridare vita all'attività economica.
Di fronte alle difficoltà sia delle grandi case automobilistiche che dei fornitori più piccoli, molti chiedono che, come parte del pacchetto di salvataggio, lo Stato obblighi le banche a prestare denaro. Tutti pensano al cavallo che può essere condotto fino all'acqua ma che non può essere costretto a bere. Persino i commentatori liberisti hanno raccolto il grido che il mercato non finanzierà il credito necessario.
In passato si era già fatto ricorso a prestiti forzosi di Stato e, a dire il vero, non nei sistemi pianificati centrali delle economie comuniste. Faceva parte dell'araldica standard dci primi Stati moderni europei quando questi trattavano con i propri creditori. Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, questa misura fu al centro della politica economica francese.
Più di recente, nei primi anni Ottanta, il Fondo monetario internazionale e le Banche centrali dei grandi Paesi industrializzati fecero fronte comune per esercitare pressioni sulle banche affinché aumentassero l'ammontare dci credito ai grandi Paesi debitori dell'America Latina. Molti banchieri si lamentarono del fatto che dovevano gettare altro denaro in un'impresa già compromessa, ma lo fecero sotto la minaccia di un intervento regolatore più drastico.
Il risultato dell'obbligo del credito fu piuttosto paradossale. La soluzione degli anni Ottanta salvò le banche (e i banchieri) dalla crisi del debito ma, nel lungo periodo, aumentò la pressione del rimborso, e in questo modo abbassò il tenore di vita dell'America Latina. Una soluzione migliore sarebbe stata una riduzione del debito allo stadio iniziale della crisi.
Nelle attuali circostanze, il sistema finanziarlO si sarebbe ripreso meglio se fosse stata realizzata una qualche versione del piano originario del segretario al Tesoro Henry Paulson per l'acquisto di asset tossici defalcandoli dallo stato patrimoniale. Ma il piano si era rivelato troppo complesso, perché la valutazione di ogni singolo asset avrebbe fatto sorgere problemi diversi e senza precedenti.
Uscendo dalla complessità, diamo uno sguardo a soluzioni semplici. Inaugurando un nuovo edificio della London school of economics, la Regina d'Inghilterra ha chiesto perché nessuno avesse previsto la crisi. Infatti, l'anticipazione più chiara era stata fornita da due comici inglesi, John Bird e John Fortune, in uno show televisivo di oltre un anno fa, in un momento in cui i più potenti finanzieri non erano ancora stati smentiti.
In altre parole, il mondo finanziario ha raggiunto una specie di stagione del Carnevale nella quale i pazzi sono saggi e le persone intelligenti passano per idioti. Il che non significa necessariamente che la soluzione di un idota abbia senso.
Quando l'attività economica riprende nuovamente dopo una profonda recessione, ciò non avviene perché delle persone sono state costrette a incanalare risorse finanziarie in progetti individuati come politicamente desiderabili, ma perchè è il risultato di nuove idee. Ci sono molte più possibilità che una gran parte di decision maker siano in grado di identificare questi nuovi progetti mentre sono molto più esili quelle che una versione centralizzata di pianificazione finanziaria abbia altrettanto successo.
Il revival "marxista" era probabilmente un inevitabile sottoprodotto della crisi attuale. Ma i suoi accoliti dovrebbero riflettere sui risultati uniformemente disastrosi dell'approvvigionamento centralizzato del credito verificatisi in passato