lunedì 31 marzo 2008

La Republica, lunedì 31 marzo 2008
È uno degli interpreti più promettenti della nuova generazione, protagonista per i registi più diversi da Paolo Virzì a Francesco Patierno e Paolo Franchi
Elio Germano: "Recitare non è una gara"
Non penso al mio lavoro come a una gara sportiva, invece vince la competizione, la ricerca del migliore del momento È assurdo
di MARIA PIA FUSCO

Se il talento di un attore si misura dalla varietà dei personaggi, Elio Germano è il più bravo della sua generazione. Romano di Monteverde, 28 anni, interprete di tanto teatro off e di oltre venti film, stupisce ogni volta per la capacità di cambiare fino all´irriconoscibilità, dal giocatore Baldini di "Il mattino ha l´oro in bocca" di Patierno al venditore invasato di "Tutta la vita davanti", al misterioso Luca di "Nessuna qualità agli eroi" di Paolo Franchi, il film di Venezia, dove il giudizio fu falsato dal giro di gossip sulla fugace apparizione di nudo, «un nudo necessario alla vicenda e tutt´altro che scandaloso», dice lui.
"Nessuna qualità agli eroi" è il film che più gli sta a cuore «perché è stata un´esperienza personale importante, Paolo ci ha chiesto di fare un percorso personale, vivere un´avventura emotiva anche a costo di mettersi in crisi. È un film, però è stato un concentrarsi su tematiche che riguardano il rapporto con i genitori, con l´autorità, soprattutto con noi stessi, perché è difficile liberarsi dell´autorità paterna, è un giudice impietoso che resta dentro di noi, non ci fa sentire mai all´altezza».
Vede il suo lavoro come una possibilità di scoperte nuove?
«Il bello di questo lavoro è stupirsi sempre, di se stessi e degli altri. L´attore è innamorato degli esseri umani in tutte le sfaccettature, positive e negative, anche esasperando come nel venditore di Virzì, quasi un cartone animato. Baldini è diverso, è vittima di una dipendenza, distaccato dalle emozioni, senza responsabilità, vive una vita non sua, ma con una leggerezza che è la sua via di salvezza. È degli anni Ottanta, allora si affermò la tendenza a non interrogarsi sul senso di quello che si fa, ma andare avanti, avere di più, comprare prodotti sempre nuovi».
Lei non è così.
«Cerco di non essere così, ma siamo tutti portati ad esserlo almeno in parte, se dovessimo essere rigorosi e fedeli alle nostre idee non dovremmo più lavorare ma scendere in piazza tutti i giorni o andare a mettere le bombe. Ho capito che non si può essere puri fino in fondo, bisogna solo cercare di essere sereni e felici».
Ci riesce?
«Ci provo, ce la metto tutta, anche per rendere sereni e felici gli altri. E ce la metto tutta per cercare di cambiare le cose. Domani potrei avere figli. Non so che padre sarò, ma mi fido di chi mi sta intorno, credo fortemente nella socialità, nella condivisione delle cose, un valore che si sta perdendo, tendiamo ad isolarci. Io ho avuto la fortuna di crescere per strada e quattro mesi all´anno a Duronia, nel Molise, il paese dei miei, tra ragazzi di ogni genere, anche cattivi, forse la mia è l´ultima generazione cresciuta così. Se avessi un figlio, non vorrei che crescesse solo con i genitori o davanti a un televisore».
Esiste solidarietà tra attori della sua generazione?
«Ci si ritrova tra chi ha la stessa passione per lo stesso mestiere, ma è una minoranza. Qualsiasi mestiere dovrebbe essere avvertito come qualcosa al servizio di una comunità, purtroppo la prospettiva è cambiata, il lavoro è visto come mezzo per la riuscita personale, i soldi, il successo. Per la mia categoria è meno pericoloso, mi fa più paura per lavori come i medici, gli insegnanti, chi ha tante responsabilità nei confronti della comunità».
Come reagisce al paragone tra lei e altri, per esempio Scamarcio?
«Lo trovo assurdo perché non penso al mio lavoro come a una gara sportiva, invece vince la competizione, la ricerca del migliore del momento. È assurdo, un attore si confronta sempre con il mistero della riuscita di un progetto, che non dipende solo da lui e soprattutto non è identificabile in termini numerici a meno che non si parli del successo al botteghino. In questo caso Scamarcio stravince. Abbiamo fatto un film insieme e se non ci fosse stato lui non avrebbe incassato così tanto. In termini qualitativi però il giudizio è soggettivo, un attore può piacere ad alcuni ed essere detestato da altri».
Ha amici tra gli attori?
«I miei amici sono quelli del mio paese e del quartiere, quelli con cui sono cresciuto. Loro sono la sicurezza per me che faccio un mestiere in cui l´unica certezza è l´insicurezza».
Lei è anche autore di racconti e musicista con il gruppo Le bestie rare.
«Per i racconti non ho più tempo, ma con il gruppo abbiamo appena finito un disco, Come un animale. Siamo in tre, facciamo un genere tra punk e stornello, più che l´hip hop americano che non ci riguarda. I titoli sono Precario, Signor padrone, Mondiali 90, cose anche molto forti. Per me è un modo di dire cose che non posso come attore. Abbiamo sempre venduto i dischi ai concerti, ora il dramma è che vorremmo un distributore ma chi è disposto vorrebbe lanciare il gruppo di Elio Germano. Non è giusto, Le bestie rare esistono da dieci anni, prima che io conoscessi un po´ di popolarità. Magari lancio un appello».




La Republica, lunedì 31 marzo 2008

L’antiberlusconismo è finito, parola di Silvio a Newsweek:

Il leader del Pd smentisce il settimanale americano "Newsweek"
per il quale solo un governo in comune salverebbe l'Italia
Veltroni: "Niente larghe intese
se perdo, resto segretario del Pd"
"Nessun inciucio, chi vince governa. Poi, insieme, le riforme"
Bonaiuti (Pdl): "Abbiamo la vittoria in mano, il resto è disinformazione"

- "Nessun inciucio, niente larghe intese, chi vince governa. Poi, le riforme istituzionali si fanno insieme". Acclamato dai suoi sostenitori, Walter Veltroni visita un gazebo, uno dei tanti allestiti in tutta Italia per il Democratic Day, e smentisce le affermazioni di Newsweek. Ovvero che per l'Italia l'unica speranza di "salvarsi" sarebbe un governo in comune Pdl-Pd. "Veltrusconi", titola il settimanale americano, che piazza in copertina un volto realizzato con le facce dei due candidati, entrambi intervistati.
Ma "chi vince, governa, niente intese né coalizioni" lo dice pure Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, aggiungendo: "Il Pdl è saldamente in testa a Camera e Senato, tutto il resto è disinformazione di sinistra". E se gli organizzatori del D-Day esultano perché "sono stati contattati 6 milioni di cittadini", un milione di romani invece riceverà presto un dossier con prefazione a firma di Silvio Berlusconi e rassegna dei "disastri" compiuti, a suo giudizio, da Veltroni e Rutelli come sindaci della capitale.
Veltroni: "Niente larghe intese. Partita più che mai aperta". Quello delle larghe intese, insiste il leader del Pd, "è un tema che non esiste". E se, una volta al governo, "le riforme istituzionali si fanno di concerto", questo è tutt'altro da un governo insieme. "Nessun inciucio. Non esiste alcuna grande coalizione". Quanto al risultato del voto, a Veltroni non manca la fiducia. "Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio". Sostiene, anzi, che il risultato al Senato non sarà in bilico e che il Pd possa vincere sia a Montecitorio che a Palazzo Madama. "Nel Paese c'è la convinzione crescente che si possa veramente cambiare, nonostante una legge elettorale folle. Ci saranno sorprese".
"Se sconfitto non mi farò da parte". Veltroni promette: anche in caso di disfatta elettorale "continuerò ad assolvere l'impegno, preso con tre milioni e mezzo di persone, di fare un grande partito, finché non potrà essere superato da una scadenza analoga". Cioè finchè non ci saranno nuove primarie a eleggere un altro segretario.
"Serve leadership seria e responsabile". Veltroni ribadisce che non risponderà agli insulti o agli attacchi di Berlusconi su stalinismo, brogli e simili. Ma al Cavaliere spedisce più di una stoccata: "L'Italia ha bisogno di una leadership europea, responsabile e seria, gente che non faccia le corna nelle foto con i capi di Stato". Quanto ai suoi rapporti con Berlusconi, aggiunge (senza farne esplicitamente il nome): "Mi dà fastidio la doppiezza di certi uomini politici. Il mio principale avversario, durante la discussione sulle riforme, parlava di me come se fossi Giolitti. Ora che c'è la campagna elettorale dice quanto di peggio possibile. I miei sono giudizi politici, mai personali. Questa è quella parte trash della vita politica che io non frequento". Una critica pesante anche sulle parole del Cavaliere sulla Cei. "Diversamente dal mio principale avversario io rispetto quello che pensa la Cei e non mi permetterei mai di affermare che quello che pensa questo o quell'esponente della Cei è riferibile a mie posizioni. Si tratta di un fatto di elementare rispetto e rigore istituzionale".
"D-Day, un successo". Intanto il Pd ha richiamato in piazza il popolo delle primarie per dare "l'ultima spinta", come l'ha definita Veltroni, verso le elezioni. "Da molti anni in Italia non si vedeva una mobilitazione elettorale di tali proporzioni" commenta in serata Ermete Realacci, responsabile comunicazione del partito. Secondo i dati diffusi dal Pd, sono stati contattati più di 6 milioni di cittadini e "reclutati" un milione e duecentomila volontari pronti a impegnarsi nella fase finale della campagna elettorale.
Berlusconi contro Veltroni. "E' un affabulatore, ma il grande spettacolo che sta mettendo in scena è finito" dice il Cavaliere nell'intervista a Newsweek. "Gli italiani hanno capito che in Italia ci sono due sinistre. Che la sinistra significa 67 nuove tasse, una pressione fiscale più alta, frontiere aperte con un crollo della sicurezza, la tragedia dei rifiuti di Napoli e lo stop" ai cantieri "dei lavori pubblici. Questi sono i fatti della sinistra. Poi ci sono le belle parole e le promesse e quella è la sinistra di Veltroni".
"L'antiberlusconismo è finito". "La sinistra ha semplicemente imparato che usare questo approccio era un boomerang - ha detto Berlusconi a Newsweek. Gli italiani mi conoscono per quello che sono e per quello che ho fatto. Dopo cinque anni di governo Berlusconi sanno che non possono pensare a qualcuno più liberale di me. Guardando le televisioni e leggendo i giornali che sono di proprietà della mia famiglia, sanno che non c'è mai stato un attacco contro la sinistra. Vedono che sono l'editore più liberale. Io credo che gli attacchi radicali creino rifiuto; la sinistra ha capito che non è più conveniente continuare così".
Il Cavaliere e i "disastri" di Roma. E' un libro fotografico - 96 pagine - in cinque capitoli, dal titolo "C'era una volta il modello Roma di Rutelli e Veltroni. L'eredità della sinistra". Ed è Berlusconi a scrivere le quattro pagine dell'introduzione. "La sinistra ha costruito una città egoista", si legge, prima di un elenco dei "numeri del fallimento della sinistra" che dimostrerebbero "non il 'modello Roma' ma il 'disastro Roma'". A giorni il volume sarà spedito a un milione di romani.




La Repubblica, 31.03.2008

Il presidente della Federazione Internazionale appare in un video hard
Nudo, legato con le catene ad una panca, chiede pietà mentre viene picchiato
Video sadomaso per il boss della F1
Le torture del nazicomandante Mosley


Giochi pericolosi per Max Mosley. Il presidente della Federazione Internazionale dell'Automobile (Fia) appare in un video sadomaso di cinque ore: gioca a fare il comandante nazista che infligge torture ad alcune donne, vestite con tute a strisce bianche e nere che ricordano molto quelle usate dai detenuti ebrei nei campi di concentramento. Per News of the world è il colpo dell'anno. Mosley è sicuramente uno dei personaggi più potenti dello sport mondiale. E' molto difficile che dopo questa vicenda riesca a conservare la sua carica.
In alcuni estratti del filmato diffuso dal tabloid, Mosley, 67 anni, dà ordini in tedesco a due ragazze e conta le frustate inflitte mentre altre donne, vestite con uniformi che ricordano quelle dell'esercito nazista, osservano in silenzio. Prima di infierire sulle giovani, il numero uno della Fia, si sottopone allo stesso trattamento. Nudo, si fa ispezionare i genitali da una donna-kapò, esaminare i capelli (per vedere se ha i pidocchi), poi, legato con le catene alla panca della tortura, chiede pietà mentre la finta guardia gli frusta il sedere.
Al termine dell'orgia, racconta poi il 'News of the World', le cinque 'escort', festeggiano brindando, mentre Mosley si riveste e ricompone prima di lasciare soddisfatto l'appartamento.
Il boss della Fia è il quarto figlio di sir Oswald Mosley, fondatore del British Union of fascists, una formazione politica di estrema destra che negli anni Trenta fu alleata del partito di Benito Mussolini. Sir Mosley, morto nel 1980, fu anche amico personale di Adolf Hitler e Joseph Goebbels (nella cui casa si celebrarono le sue seconde nozze). Il 23 maggio del 1940 fu arrestato e condannato, insieme alla moglie Diana Mitford, a tre anni di carcere. Max nacque durante il periodo di reclusione della coppia.
67 anni, sposato e con due figli adulti, Mosley viene descritto dal 'News of the World' come un "pervertito sessuale sadomasochista". Sede dell'orgia nazista un lussuoso appartamento nel quartiere londinese di Chelsea, a pochi passi dall'abitazione dell'apparentemente integerrimo presidente della Fia, che in pubblico ha preso le distanze dalle ideologie naziste del padre. Recentemente ha fermamente condannato gli episodi di razzismo in Formula Uno contro il pilota di colore Hamilton.
Non è possibile fare previsioni sul futuro di Mosley, ma la sua permanenza al vertice della Formula 1 appare quantomeno in dubbio. Il presidente della Fa, tanto per fare un esempio, ha gestito tutta la vicenda della spy story Mclaren-Ferrari. Quale credibilità potrà avere adesso?

L'Unità 31.03.2008
Von Karajan, un führer sul podio
di Luca Del Fra


Comunque era un grande Heribert Ritter von Karajan, al secolo Herbert von Karajan: senz'altro il più celebre, emblematico e inevitabilmente contraddittorio tra i cultori dell'arte della direzione d'orchestra, tanto da incarnarne il simbolo nella coscienza comune. Il centenario della sua nascita, avvenuta il 5 aprile del 1908, incentiva celebrazioni, riedizioni delle sue registrazioni discografiche e di certo le inevitabili biografie d'occasione che strillano di svelare nuovi e inediti risvolti. La figura di questo musicista, che pure campeggia nelle copertine di dischi e cd sugli scaffali di tutte le famiglie, non è stata esente da controversie. E in primo luogo perché Karajan non è stato, né forse poteva essere solo un ottimo musicista, ma anche un carrierista con enorme inventiva, energia e virulenta determinazione.
Nato in una famiglia di origini greche il giovane viene benedetto fin dall'età di 9 anni quando debutta nel 1917 come pianista al Mozarteum della natia Salisburgo: Bernhard Paumgarten lo ascolta eseguire la Fantasia K 397 di Mozart, gli fa i complimenti e senza mezzi termini gli spiega che mai sarà pianista, ma potrebbe diventare un direttore d'orchestra. Il fanciullino prodigio s'impegna, però si trasforma nel «Wunder Karajan», il miracolo Karajan, con le apparizioni al Festival di Salisburgo del 1929 e del 1934 e subito dopo quando arriva in Germania entra nelle simpatie dei gerarchi nazisti, e s'iscrive al partito diventando così ad Achen (Acquisgrana) il più giovane «Generalmusikdirector» del Reich. I trascorsi nazisti e l'essere il favorito di Hermann Göring di cui frequentava la cricca di gaudenti debosciati sono stati spesso rinfacciati a Karajan, che tuttavia ha più o meno ammesso i fatti, spiegando come la scelta era forzata al fine di lavorare e far carriera. Tuttavia alcuni biografi hanno precisato come Karajan s'iscrisse al partito nazista austriaco fin dal 1933 - prima di trasferirsi in Germania e ben prima dell'Anschluss (1939)-, senza rifiutare di aprire i suoi concerti con «Horst Wessell Lied», inno amatissimo dalle camice brune. Il giovane direttore viene trattato come un beniamino quando nel 1942 sposa Anita Güttermann, figlia di un magnate industriale, ma nipote di un ebreo, secondo la legislazione nazista una Vieterljüdin (un quarto ebrea) a cui, per decisione del partito, viene concessa la qualifica di quinta «Ariana onoraria del Reich». D'altra parte dopo il '42 Karajan cadrà in disgrazia presso i gerarchi di Berlino, e si rifugerà in Italia prima a Milano poi a Torino fino alla fine della guerra.
In ogni caso le avventure con la croce uncinata di Karajan possono essere una chiave per capire anche la sua ascesa e maturazione artistica avvenuta senza ombra di dubbio dopo la guerra, collegata a un culto della personalità e un autoritarismo a dir poco inquietanti. Dittatoriale con le orchestre, Karajan è stato un musicista di grandissima finezza interpretativa poiché riusciva a unire qualità all'apparenza contraddittorie. Curava i dettagli nelle prove con attenzione certosina, e le sue concertazioni delle opere di Giuseppe Verdi hanno aperto nuove prospettive sulla musica del bussetano. Al tempo stesso quando arrivava all'esecuzione dal vivo era un demiurgo in grado con il suo carisma di galvanizzare sia i musicisti che il pubblico. Se il pianissimo era un sussurro, il peso sonoro di un fortissimo di Karajan poteva anche atterrire, e l'orchestra, pur esaltata, non sfilacciava il suo suono in caciara, che oggi è la norma anche in un mezzo forte. La grande tradizione tedesca, di cui era certo erede, l'ha saputa rinnovare con idee spesso illuminanti: esemplari da questo punto di vista sono le sue esecuzioni di Anton Bruckner, Richard Strauss e soprattutto di Richard Wagner: la registrazione de L'anello del Nibelungo fu un salto epocale nell'interpretazione del ciclo che da massiccio e roboante si dischiuse a un'interpretazione musicale piena di delicate sfumature. Dalle magnifiche interpretazioni di questi compositori nasce l'idea, forse riduttiva, di un Karajan decadente. Ma il vitalismo che riusciva a imprimere alle esecuzioni resta esperienza memorabile e irripetibile, oltretutto difficilmente restituita dai dischi, basti pensare alla registrazione pirata dal vivo dei Maestri cantori di Salisburgo del 1974.
Con Karajan è anche il sistema della musica classica a compiere un indiscutibile giro di boa: dopo Arturo Toscanini è lui ad afferrare la potenza dei mezzi di comunicazione, che spesso sfuggiva ad altri direttori, e a decuplicarne l'efficacia. Se il parmense è stato il primo a registrare tutto il suo repertorio sinfonico e una parte di quello operistico, il salisburghese ha lasciato non solo tutto il suo repertorio sinfonico e quello operistico - spesso inciso anche in diverse edizioni con la scusa dei progressi della tecnica - ma anche moltissimi brani che dal vivo non ha mai eseguito o lo ha fatto molto raramente e a cui non sembrava troppo interessato. Nel complesso, una montagna di registrazioni la cui qualità complessiva a posteriori lascia qualche perplessità - naturalmente rispetto al livello che ci aspetteremmo da Karajan. L'assalto al sistema musicale avviene per tappe successive: nel 1955 alla morte di Willhelm Furtwängler gli succede alla testa dei Berliner Philharmoniker, carica che mantiene fino alla morte, avvenuta nel 1989, ed è l'ultimo direttore a vita della più celebre orchestra tedesca.
Nel 1967 conquista la direzione artistica del Festival di Salisburgo, e dirige in tutti i maggiori teatri europei: Vienna, Parigi, Milano, Londra, spesso con ritmi da capogiro. Per lui vengono coniate la scherzosa e un po' stizzosa definizione di «Generalmusikdirector» d'Europa, nonché una barzelletta molto in voga: il maestro entra in un taxì, il conducente gli chiede «Dove andiamo?» e lui risponde: «Dove vuole, tanto sono richiesto ovunque».


PERSONAGGI Il 5 aprile di cento anni fa nasceva l’uomo che divenuto il prototipo del direttore d’orchestra dei nostri giorni. Grandi risorse ma altrettanta disponibilità a servire il nazismo per far carriera. Dalle feste di Göring ai Berliner...

L'Unità 31.03.2008

Quando Amaldi salvò la fisica italiana dal disastro
di Pietro Greco

Nell’estate del 1938, settant’anni fa, un nutrito gruppo di scienziati italiani scrivono un manifesto dal titolo «Il fascismo e il problema della razza» in cui si afferma che le razze umane esistono; che tra loro c’è una gerarchia di capacità; che esiste una «razza italiana»; che questa razza va tutelata e che di essa non fanno parte gli ebrei, con cui va evitato ogni contatto di sangue. Sulla base di questo manifesto il regime vara, nelle settimane successive, le famigerate leggi razziali, il presupposto per la persecuzione anche in Italia degli ebrei.
Tra le prime conseguenze delle leggi razziali c’è l’inizio di quel «disastro» della scienza italiana che si consumerà per intero durante la successiva seconda guerra mondiale. Il «disastro» è dovuto sia al fatto che gli scienziati di origine ebrea devono abbandonare le università, sia al fatto che viene violentemente perturbato un ambiente relativamente protetto. Basta fare il caso della fisica, per rendersi conto di cosa tutto ciò ha significato. C’erano, a quell’epoca, due scuole di fisica in Italia che avevano raggiunto un valore mondiale. Quella sui raggi cosmici, costruita, tra Firenze e Padova, intorno alla figura di Bruno Rossi e quella di fisica nucleare, costruita, a Roma, intorno alla figura di Enrico Fermi. Entrambe vengono letteralmente dissolte dalle leggi razziali.
Bruno Rossi - che è ebreo ed è imparentato con la famiglia Lombroso, invisa al fascismo - deve fuggire dall’Italia e riparare negli Stati Uniti. Con lui la scuola sui «raggi cosmici» si disperde.
Stessa sorte tocca alla scuola romana. Enrico Fermi, che ha la moglie ebrea, approfitta dell’assegnazione del Premio Nobel, nel dicembre 1938, per emigrare in America. Lo stesso fanno Emilio Segré (che è ebreo) e Franco Rasetti (che ebreo non è, ma che è disgustato dalla situazione). Quanto a Bruno Pontecorvo (ebreo), resta in Francia, prima di scappare in America e sfuggire alle truppe hitleriane appena inizia la guerra. Dei «ragazzi di via Panisperna» solo Edoardo Amaldi resta in Italia: tutti gli altri sono perduti per sempre.
A Edoardo Amaldi, per pura coincidenza, è legato una seconda ricorrenza quest’anno: corre, infatti, il centenario della nascita, avvenuta a Carpaneto Piacentino, in Emilia, il 5 settembre 1908. Ed è una ricorrenza significativa, perché sarà proprio Amaldi ad assumersi sulle spalle la ricostruzione della fisica (e, per certi versi, dell’intera scienza) italiana dopo il disastro (la definizione è sua) delle leggi razziali e della guerra fascista. Un compito che svolge con lucidità e creatività. Anzi, con un metodo che ancora oggi risulterebbe straordinariamente attuale. Celebrare Amaldi significa dare una precisa indicazione alla scienza italiana e al paese intero.
Amaldi comprende che i tempi dei «ragazzi di via Panisperna», quando si poteva fare buona fisica con pochi mezzi e poco supporto politico, sono finiti per sempre. Sa che Fermi è andato via non solo per le leggi razziali, ma anche perché il regime gli aveva negato i fondi necessari per conservare l’assoluta eccellenza italiana in fisica nucleare. Sa, infine, che a conflitto finito e dopo il successo del progetto Manhattan negli Usa il problema non è quello della penuria di fondi, ma al contrario dell’eccesso di finanziamenti. In queste condizioni, i fisici italiani devono riunirsi, individuare poche tematiche, a basso costo e ad alta potenzialità scientifica, da sviluppare in pochi centri. È seguendo questa linea che, negli anni successivi, verrà fondato l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e che il nostro paese riuscirà non solo a ricostruire un buon ambiente di ricerca, ma anche a produrre una «via italiana alle alte energie».
Ma Amaldi sa che esiste anche un problema di scala. E che questo problema può essere risolto solo in sede europea, con una strategia «politica»: che usa la fisica per rafforzare la pace nel continente. Questa idea può essere realizzata, in pratica, creando in Europa un centro di ricerca comune, paragonabile anzi superiore ai centri americani. Per affermare questa idea deve vincere lo scetticismo, più o meno interessato, non solo dei colleghi americani (tra cui Isidor Rabi), ma anche dei più illustri fisici europei, inclusi Niels Bohr. Ma alla fine è la linea Amaldi che si afferma. E a Ginevra negli anni ‘50 nasce il Cern, il centro europeo di fisica nucleare: il più grande laboratorio del mondo. Amaldi diventa il primo Direttore generale del centro.
Ma Edoardo Amaldi sa che creare una fisica europea e integrarvi la ricerca italiana non basta. Occorre anche creare delle scuole di eccellenza (a lui si devono le prime scuole di formazione post-laurea) e integrare la fisica di base con la fisica applicata. Perché, ormai, nessuna delle due può essere sviluppata fino in fondo senza l’altra. E così si impegna direttamente anche nella realizzazione di un gruppo misto formato da scienziati, economisti e industriali, il Cise, per utilizzare l’energia nucleare a scopi civili. La fisica applicata, nella visione di Amaldi, non deve (non può) essere fine a se stessa, ma deve assolvere a due scopi, peraltro legati: creare le premesse, anche in Italia, perché si affermi un modello di sviluppo fondato sulla ricerca e dotare il nostro paese dell’indipendenza energetica (lo stesso progetto, assolto in altre forme, di Enrico Mattei).
È evidente che Amaldi assegna a se stesso e ai suoi colleghi scienziati una «funzione nazionale», di classe dirigente a tutto tondo, che si fa carico dei problemi complessivi del paese. Non è, dunque, un orpello il fatto che si impegni direttamente e fondi l’«Unione scienziati per il disarmo», un'organizzazione che si batte, con solidi argomenti, per la pace.
Il grande progetto di Amaldi - ricostruire la fisica italiana lacerata dalle leggi razziali e dalla guerra fascista facendone un motore della ricostruzione generale del paese - non si realizza per intero. Conosce notevoli successi: nella fisica fondamentale, nel ruolo dei fisici italiani per la pace. Ma anche forti insuccessi (non certo per colpa sua): l’Italia non si doterà di un modello di sviluppo fondato sulla ricerca e rinuncerà non solo al nucleare civile, ma anche al principio, ancora oggi valido, dell’indipendenza energetica.
Oggi conviene celebrare Amaldi non solo per il suo genio scientifico. Ma anche e soprattutto per questa capacità progettuale. Non solo perché tutte le sue principali strategie d’azione conservano intatte la loro validità. Ma anche e soprattutto perché nel loro combinato disposto c’è il modo - forse l'unico possibile - per uscire dal declino cui è avviato il nostro paese.


SETTANTA anni fa venivano promulgate le leggi razziali che azzerarono la comunità scientifica. Ma Edoardo Amaldi riuscì a ricostruire la fisica a livelli «alti». E quest’anno ricorre il centenario della sua nascita

L'Unità 31.03.2008
Scoperti i resti del primo antenato
dell’uomo che arrivò in Europa
di Cristiana Pulcinelli

È una mandibola importante quella che alcuni paleoantropologi hanno rinvenuto nel sito Sima del elefante nel nord della Spagna. Aveva ancora alcuni denti ed è stata trovata assieme a utensili litici e a resti di animali. La datazione dei fossili ha permesso di capire che si tratta di resti di oltre un milione di anni fa. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte ai reperti di quello che potrebbe essere il primo ominino d'Europa.
Nella categoria Ominino rientrano tutti gli antenati dell'umanità attuale fino alla separazione dallo scimpanzé che avvenne intorno ai sei milioni di anni fa.
La prima occupazione dell'Europa da parte degli ominidi è uno dei punti più dibattuti della paleoantropologia. Anche i siti più importanti con testimonianze del primo Pleistocene finora avevano restituito solo utensili, ma non fossili umani. Così la scoperta di questo gruppo di scienziati spagnoli diventa particolarmente interessante.
Eudald Carbonell e i suoi colleghi hanno pubblicato la loro scoperta sul nuovo numero di Nature. La datazione dei fossili è stata ottenuta utilizzando diversi metodi, inoltre la biostratigrafia ha permesso di calcolare l'età della roccia nella quale i fossili sono stati rinvenuti. E la data è molto indietro nel tempo: tra 1,1 e 1,2 milioni di anni fa.
Gli utensili rinvenuti mostrano tracce di lavoro umano. Anche le ossa degli animali trovati nello stesso luogo mostrano i segni di raschiamenti fatti con qualche tipo di utensile, ad esempio per estrarre il midollo dalle ossa. I fossili degli animali, peraltro, sono molto più primitivi di quelli trovati nelle vicinanze. Gli ominini probabilmente si riparavano nella grotta dove sono stati rinvenuti e lì mangiavano.
Gli autori dell'articolo pensano che l'ominino trovato faccia parte della specie Homo antecessor, un possibile antenato sia dell'uomo di Neanderthal che dell'uomo moderno. Dai ritrovamenti sembrerebbe quindi che l'Europa occidentale sia stata colonizzata durante il primo Pleistocene da una popolazione di ominidi che arrivavano dall'Est. Probabilmente una espansione precoce degli ominidi che venivano dall'Africa. Una colonizzazione quindi avvenuta molto prima e in modo molto più continuativo di quanto pensato finora. Inoltre, confrontando questi resti con quelli rinvenuti in siti vicini, sembra di poter affermare che qui, in questa estrema regione del continente eurasiatico, avvenne una speciazione, ovvero si è formata una nuova specie da quelle preesistenti attraverso un processo evolutivo.

Corriere della Sera 31.03.2008
A sinistra Il candidato premier dell'Arcobaleno e il nodo della precarietà: bisogna restituire un futuro ai giovani
Bertinotti: non rinnego Prodi, noi spariti senza quell'esecutivo
Di Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO
BARI — «Ci abbiamo provato, a governare. Non ci potevamo sottrarre, del resto: l'attesa di un cambiamento dopo 5 anni di Berlusconi era grande. E se non l'avessimo fatto, la sinistra avrebbe smesso di esistere, sarebbe stata cancellata. Il governo Prodi, anche se alla fine è stato deludente, ha fatto cose che non dobbiamo rinnegare. Penso soprattutto alla politica estera. Non si può dimenticare che ci siamo ritirati dall'Iraq». Nei suoi tre giorni di viaggio fra le piaghe del Sud, Fausto Bertinotti ripete più volte la confessione di quella che vive come una sconfitta. Davanti agli studenti di Arcavacata a Cosenza, in un comizio a Reggio Calabria. E ancora a Messina, a Palermo, a Bari. Dovevamo farlo, ripete. «Ma già a luglio, quando non erano state nemmeno prese in considerazione le nostre richieste su come impiegare il "tesoretto", avevamo capito che la nostra esperienza era fallita». E' un viaggio tutto in salita, quello del presidente della Camera. Un viaggio aspro, difficile, a volte pervaso da un vento di ostilità forte e generalizzata. Ma a anche un viaggio che fa brillare gli occhi al vecchio combattente. Come all'università di Arcavacata, dove si trova di fronte una platea tutta di ragazzi, e sono ragazzi che sanno bene quanto incerto sia il loro destino. Lui parla della precarietà («Un modo per governare le persone»), riflette sui genitori, emigrati per «regalare ai figli una laurea e ora costretti a vedere emigrare anche i figli».
La precarietà è il filo rosso che lega tutto il viaggio. Perfino nella casualità: al cinema Odeon, dove c'è il comizio, la sera proiettano «Tutta la vita davanti». Film sui precari, appunto. E lui di quello parla, del «supermercato della precarietà» aperto dalla legge 30. E dunque, dice, occorre «ricominciare un cammino difficile per restituire un futuro ai giovani, perché per la prima volta nella nostra storia una generazione sta peggio di quella precedente ». La sinistra che Bertinotti ha in mente è una sinistra nuova, garantisce. «Una casa comune aperta anche ai giovani fuori dai partiti, anche a quelli critici. Ma che vogliono tornare alla politica legata ai problemi quotidiani della gente».
A Messina, prima del comizio, si avventura fra i banchi del mercato comunale di piazza Zaera. Lo investe un fiume di rabbia, di frustrazione, di rancore. Non per lui in quanto leader della sinistra, ma per lui politico, faccia nota. «Il carovita è una vergogna per tutti i politici — grida un uomo —. Vi siete mangiati il Paese». Lui cerca di argomentare, di discutere, ma quelli non hanno domande da porre, solo una faccia contro cui sfogarsi. «Ma lei mi ascolta o no?», chiede ad un uomo. «E' interessato alla mia risposta? ». No, l'uomo non è interessato. A Palermo, adesso, per un altro comizio. E poi a Bari, dove lo aspetta quello che tutti considerano il suo erede, il suo delfino: il governatore della Puglia Nichi Vendola. Un pranzo da soli e poi assieme nella piazza del municipio. Dove ragazzi appassionati suonano tamburi, camminano sui trampoli, e parlano ancora di lavoro, di precarietà, del futuro.


Corriere della Sera 31.03.2008
Il caso Il ministro dell'Ambiente contestato a Taranto: «Ma erano infiltrati fascisti». Caldarola: ormai è il Mastella della sinistra
Fischi in Campania e Puglia, la difficile campagna di Pecoraro
Di Fabrizio Roncone
ROMA — «Volete montarci un caso?». Ma no, signor ministro Alfonso Pecoraro Scanio: anzi, racconti lei cos'è successo l'altro giorno, a Taranto. «Beh... durante la manifestazione anti-smog, intorno al sottoscritto... beh, sì, insomma, qualcuno ha cominciato a fare un po' di ammuine (in dialetto napoletano "fare confusione, rumore", ndr)... ma erano... erano veramente solo una decina di infiltrati fascisti...».
Ammettere una contestazione non è mai facile, specie in campagna elettorale e soprattutto se la Puglia, per il ministro dimissionario Pecoraro Scanio, doveva rivelarsi una regione un poco più accogliente e solidale della sua Campania, dove gli altri grandi capi della Sinistra Arcobaleno (Bertinotti, Mussi e Vendola) hanno ritenuto fosse strategico (o fisicamente prudente?) non candidarlo: il gran capo dei Verdi italiani — che al sospetto d'essere vanitoso ha recentemente risposto «di voler soltanto vedere l'interlocutore battuto e l'ascoltatore sedotto» — era ed infatti ancora è, almeno fino alle elezioni, il responsabile del dicastero dell'Ambiente, andato lentamente in fumo, giorno dopo giorno, con i cumuli delle immondizie.
Capolista alla Camera, 49 anni, ironico, spregiudicato, coraggioso — la grande fama arrivò con il coming-out provocato da un memorabile corteo pre-Gay Pride sotto il ministero («Pecoraro vieni giù/ che sei frocio pure tu») — è tornato prepotentemente sulle prime pagine dei giornali quando, nel gennaio scorso, durante una storica puntata di Porta a porta,
accanto al governatore della Campania Antonio Bassolino, tenne botta a ogni sorta di accusa e, davanti alle immagini della guerriglia fomentata dalla camorra e attuata da centinaia di cittadini esasperati dalle colline di rifiuti, disse sì all'intervento dell'esercito. Lui che, fino a quella sera, aveva detto sempre «no» a un mucchio di cose: alle discariche e agli Ogm, al tunnel della Valsusa, al ponte sullo Stretto, al fumo nei parchi di Napoli («se, nel raggio visuale del fumatore, compaiono bambini o donne incinte »), alla pesca del tonno rosso e all'albero di Natale («è doloroso fisicamente veder tagliare gli abeti: meglio quelli sintetici, o ripiegare sul presepe. Napoletano, s'intende»).
Peccato che a Napoli non possa più farsi vedere. La Puglia era sembrato un posto vicino, e sicuro. E invece, come ammette lui stesso, «si sta rivelando una campagna elettorale complessa, specie per me, che sono ambientalista». A Brindisi, con le fabbriche che vanno a carbone. A Taranto, «dove — spiega — si produce il 70% della diossina italiana». Poi ci si mette anche il suo amico Vendola, che tuona: «Ci sono aziende che inquinano e ammazzano i bambini». Risultato: «Ogni giorno — sospira Pecoraro — devo combattere l'antipatia agli operai, spiegando che io non voglio assolutamente che siano minacciati i loro posti di lavoro...».
Poi, però, c'è pure il pregresso. Sentite Gianrico Carofiglio, magistrato e giallista di successo, candidato numero 3 al Senato per il Pd, in Puglia: «Pecoraro Scanio, dopo quello che è accaduto in Campania, si sarebbe dovuto dimettere. Io, al posto suo, mi sarei dimesso». Spostarsi di un centinaio di chilometri non ha fatto dimenticare le sue responsabilità... «Questo lo sta dicendo lei... Però, certo, sì: la gente può non aver dimenticato... è un'ipotesi plausibile ».
Ipotesi, e pure certezze. Come quelle di un altro pugliese: Giuseppe Caldarola, ex direttore dell'Unità e deputato diessino, ancora membro, e anima critica, della direzione del Pd: «Pecoraro, temo, viene ormai percepito come un Mastella di sinistra. Cerca solo il consenso, il potere, il guadagno politico personale...».
Lui, il quasi ex ministro dell'Ambiente, fa il superiore: «Scriva, per favore, che sto anche affrontando la grande questione della siccità...».

Corriere della Sera 31.03.2008
Verso i Giochi Ieri ad Atene proteste per l'accensione del fuoco olimpico. Manifestazioni in Nepal
Tibet, la Cina sgrida l'Europa
Pechino: «Forte malcontento». La fiaccola in piazza Tienanmen
Di Fabio Cavalera


PECHINO — La fiaccola olimpica è partita per il suo «Viaggio dell'Armonia», il tema scelto dai cinesi per accompagnarla fino all'8 agosto, il giorno della inaugurazione dei Giochi. Ad Atene è stata salutata da manifestanti — una ventina i fermati poi rilasciati senza accuse — che hanno urlato «Tibet libero» ed esposto uno striscione «Stop al genocidio in Tibet». A Pechino la aspetta (oggi a metà mattina, la notte italiana) una adunata di folla in piazza Tienanmen. Il luogo simbolo della politica cinese: qui è nata la Repubblica popolare e Mao si è dato al popolo dal balcone della Porta della Pace Celeste, qui è esplosa la Rivoluzione culturale delle Guardie rosse nel 1966 ed è stata repressa nel sangue la protesta degli studenti nel 1989. Quale altro luogo, se non l'anima di questo Paese, poteva essere dunque scelto per raccogliere il testimone in un nuovo passaggio della sua Storia, la vetrina della modernizzazione? Centotrenta giorni all'inaugurazione ma incombe la crisi del Tibet. A Lhasa, secondo gli esuli, ci sono state nuove proteste e i monasteri sono isolati. In Nepal le manifestazioni sono finite con cariche e pestaggi dei 20 mila dimostranti. La Cina informa invece che in un luogo di culto nella provincia del Gansu sono stati trovati striscioni, coltelli e addirittura armi. L'Europa e gli Stati Uniti chiedono moderazione ma è come se parlassero a vuoto.
Pechino mostra il volto più duro e all'Ue, che pure ieri aveva usato toni quasi da resa nell'invitare al «dialogo costruttivo », replica irritata, esprimendo «forte malcontento ». Le frasi del portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, sono uno schiaffo all'Europa dei 27 e al suo debole documento: «Il Tibet è un affare completamente interno alla Cina. Nessun Paese straniero e nessuna organizzazione internazionale hanno il diritto di interferire al riguardo ». Il regime continua a usare due linguaggi. Un editoriale di Nuova Cina, l'agenzia ufficiale, accusa «la cricca del Dalai Lama di avere chiuso le porte del dialogo» e spegne ogni speranza. Il premier Wen Jiabao sottolinea che «l'ordine è stato ristabilito in Tibet» e che «il governo cinese ha la capacità di risolvere la questione». Come? È in un contesto difficile che comincia il «Viaggio dell'Armonia». Pechino accoglie il fuoco di Olimpia nel suo santuario dove ha celebrato le vittorie e le sconfitte, le gioie e spesso le tragedie, dove ha agitato i fiori e fatto cantare i carri armati contro gli oppositori. E per l'occasione lo riempie di poliziotti e di volontari reclutati dal Partito comunista. Non ci può essere momento migliore per dare fiato alla retorica e alla propaganda del regime che sta massimizzando gli sforzi per riscaldare i sentimenti nazionalisti e patriottici dei cinesi. La televisione copre l'evento con le dirette per l'intera giornata e i giornali hanno una sola indicazione: dedicare pagine e pagine all'evento. Sono ammesse persino le telecamere straniere, una delle ultime volte: durante le Olimpiadi il blackout calerà sulle dirette e le riprese dalla piazza «sacra ». Motivi di sicurezza.
Dopo Pechino la fiaccola volerà nel mondo. La Cina ha messo in conto le proteste in Europa e nell'unica tappa americana, San Francisco. Ingoierà amaro. Ma ciò che teme veramente sono i passaggi interni nelle aree calde, il Tibet, il Gansu, il Sichuan, e lo Xinjiang, la provincia delle minoranze islamiche-uigure. È lì, fra maggio e giugno, che il regime si blinderà ancora di più a difesa della sua stabilità. Si avvicina alla prova con l'arma del nazionalismo che è sempre stata agitata nei momenti di crisi. La torcia in Tienanmen simbolo della Cina, oggi, significa questo: la Patria che chiama a raccolta contro i venti del dissenso.

Corriere della Sera 31.03.2008

La storia Salvò il reporter Schanberg e fu internato nei campi di Pol Pot

Morto il cambogiano Dith Pran eroe del film «Urla del silenzio»

Di Paolo Solon


I suoi occhi avevano visto l'inferno portato in Cambogia dai Khmer Rossi. Era stato imprigionato, torturato e infine era riuscito a fuggire dai killing fields, i campi della morte, che avevano inghiottito le vite di un milione e settecentomila esseri umani tra il 1975 e il '79. Ieri Dith Pran, fotografo e giornalista per il New York Times, la cui terribile esperienza era diventata nel 1984 un film intitolato appunto The Killing Fields (in italiano:
Urla del silenzio, di Roland Joffé), si è spento, dopo una breve malattia, in un ospedale del New Jersey. Aveva 65 anni. Accanto a lui c'era anche Sydney Schanberg, l'inviato del quotidiano americano che aveva salvato dalla morte (insieme ad altri reporter) all'indomani della vittoria di Pol Pot. Nel 1976 Schanberg fu premiato con il Pulitzer per i suoi servizi dal Sud-Est asiatico mentre Pran cercava di sopravvivere in un campo di concentramento. «Sapeva che non avremmo avuto alcuna possibilità senza di lui — ha ricordato ieri Sydney Schanberg —. Così mise in gioco la sua vita per salvare la nostra».
Il giornalista americano non fu fucilato dai Khmer rossi che avevano appena conquistato Phnom Penh grazie alla parlantina e al coraggio di Dith Pran, il suo interprete-factotum che facendosi notare dai nuovi padroni della Cambogia finì per condividere la stessa sorte di migliaia di concittadini. Poco dopo la partenza degli ultimi reporter stranieri, Dith sperimentò sulla propria pelle l'utopia di Pol Pot: le città furono svuotate e gli abitanti inviati in campagna per essere «rieducati » come cittadini di una nuova nazione «depurata » dalle influenze occidentali e borghesi. Si sa come finì l'esperimento: nel regno del terrore dei Khmer rossi, un terzo dei cambogiani fu ucciso e sepolto sommariamente. Fu poi proprio Dith Pran che, quando riuscì a fuggire verso la Thailandia, inciampando continuamente in resti umani, coniò l'espressione killing fields. «Vedo una montagna di teschi e ossa — scrisse nella prefazione al libro Figli dei campi della morte cambogiani: le memorie dei sopravvissuti —. Quello che vedo di fronte a me è troppo doloroso. Questi sono i miei parenti, gli amici, i vicini». Pran perse nei killing fields
tutta la sua famiglia: oltre 50 persone. Arrivato fortunosamente in Thailandia, nel 1979, Dith trovò ad attenderlo il suo amico Sydney Schanberg che lo portò negli Stati Uniti. Dove, oltre a rifarsi una vita, ed essere apprezzato per il suo lavoro di fotografo, continuò a tenere viva la memoria dell'Olocausto del suo popolo: «Voglio che i cambogiani, soprattutto le nuove generazioni, non dimentichino i volti dei familiari e degli amici uccisi in quel periodo. I morti ci stanno ancora chiedendo giustizia».

Corriere della Sera 31.03.2008

Il doppio fondo della Cina «moderna»



LA REPRESSIONE IN TIBET
In questi giorni la Cina appare, in moltissimi settori, come il modello di una potenza postmoderna del ventunesimo secolo. A Shanghai i visitatori ammirano i grattacieli svettanti e un'economia fiorente. A Davos e ad altri vertici internazionali i raffinati diplomatici cinesi parlano volentieri di gioco «dove tutti vincono», piuttosto che di «somma zero». I leader occidentali incontrano i loro omologhi cinesi e vedono tecnocrati convinti, che si sforzano di evitare le numerose insidie sulla strada della modernizzazione economica.
Ma di tanto in tanto la maschera scivola giù, svelando l'altra faccia della Cina. Infatti la Cina è anche una potenza ottocentesca, piena di orgoglio naziona-lista, ambizioni e rancori. Travagliata da questioni di sovranità territoriale, ricorre alla repressione per tenersi stretti, al suo interno, territori di antica conquista, mentre minaccia la guerra contro una piccola nazione insulare davanti alle sue coste.
La Cina è anche una dittatura autoritaria, seppur di tipo moderno. La natura del suo governo non è visibile per le strade di Shanghai, dove la gente gode di un certo livello di libertà personale finché non si immischia di politica. È solo quando qualcuno sfida la sua autorità che la forza bruta, su cui sostanzialmente poggia il regime, dà sfoggio di sé.
Nel 1989 furono gli studenti in piazza Tienanmen. Qualche anno fa toccò al Falun Gong. Oggi sono i manifestanti tibetani. Domani potrebbero essere i manifestanti di Hong Kong. Un giorno o l'altro, forse i dissidenti dell'isola «riunificata » di Taiwan.
Si direbbe sia questo l'aspetto immutabile della Cina, malgrado la nostra convinzione liberal-progressista che qualcosa sia cambiato. Negli anni '90, gli analisti sostenevano che era solo questione di tempo, e prima o poi la Cina si sarebbe spalancata al mondo. Si credeva che una riforma del sistema sarebbe partita proprio dall'attuale generazione di tecnocrati, non istruita a un comunismo di stampo sovietico. Persino se questi non avessero voluto le riforme, le esigenze di un'economia in via di liberalizzazione non avrebbero lasciato loro scelta: la crescente classe media cinese avrebbe preteso un maggiore potere politico, oppure la necessità della globalizzazione, nell'era di internet, avrebbe spinto la Cina sulla via del cambiamento per mantenersi competitiva. Oggi tutto questo appare solo un'illusione, un'illusione egoistica, per la precisione, dal momento che, secondo la teoria, la Cina sarebbe diventata più democratica man mano che gli imprenditori occidentali si arricchivano. Ora sembra che più un Paese si arricchisce, Cina o Russia che sia, più saldamente gli autocrati restano aggrappati al potere.
Le maggiori entrate economiche accontentano la borghesia e permettono al governo di rastrellare i pochi scontenti che manifestano le proprie opinioni su internet. La nuova ricchezza finanzia l'esercito e le forze di sicurezza, pronte a intervenire all'interno, in Tibet, o fuori dai confini, a Taiwan. E il miraggio di introiti ancor più cospicui impedisce a un mondo orientato al commercio di protestare troppo rumorosamente quando le cose si mettono male.
Il problema per gli osservatori della politica estera cinese è se la condotta interna del regime abbia alcuna rilevanza sul modo in cui si comporta nel mondo. Non dimentichiamo che negli anni '90 abbiamo presupposto che esistesse una forte correlazione: una Cina più liberale in politica interna sarebbe stata una Cina più liberale anche in quella estera, e ciò avrebbe gradualmente allentato le tensioni e facilitato la sua ascesa pacifica. Questa era la teoria alla base della strategia dell'impegno. Molti sostengono ancora che l'obiettivo della politica estera americana dovrebbe essere, nelle parole dell'esperto G. John Ikenberry, quello di «integrare» la Cina «nell'assetto liberale internazionale».
Ma un governo risolutamente autocratico può davvero entrare a far parte di un assetto liberale internazionale? Può una nazione con un'anima ottocentesca entrare in un sistema del ventunesimo secolo? Alcuni osservatori immaginano che le nazioni dell'Asia orientale potrebbero trasformarsi gradualmente in una specie di entità internazionale simile all'Unione Europea, con la Cina, si presume, nel ruolo della Germania. Ma il governo tedesco tratta il dissenso come fa la Cina? E, se lo facesse, esisterebbe un'Unione Europea?
Dopotutto la Cina non è l'unico Paese ad avere a che fare con popolazioni irrequiete e desiderose d'indipendenza. In Europa, diversi movimenti sottonazionali aspirano a una maggiore autonomia o persino all'indipendenza dal governo centrale, e con rivendicazioni meno legittime del Tibet o di Taiwan: i catalani in Spagna, per esempio, o i fiamminghi in Belgio, o anche gli scozzesi nel Regno Unito. Eppure nessuna guerra incombe su Barcellona, non si spediscono truppe ad Anversa e non si espelle la stampa internazionale da Edimburgo. Ma è qui che sta la differenza tra la mentalità postmoderna del ventunesimo secolo e una nazione che combatte ancora le sue battaglie per l'impero e il prestigio, retaggi di un passato lontanissimo.
In questi giorni gli analisti affermano che la Cina sta diventando un'«azionista responsabile» del sistema internazionale. Ma forse non dovremmo aspettarci troppo. Gli interessi delle autocrazie mondiali non sono gli stessi delle democrazie.
Noi vogliamo un mondo sicuro per la democrazia. La Cina vuole un mondo sicuro, se non per tutte le autocrazie, almeno per la propria. Si parla tanto del pragmatismo dei governanti cinesi, ma costoro, come tutti gli autocrati, sono pragmatici soprattutto nel mantenere se stessi al potere. Sarà bene non dimenticarlo, pur invitandoli ad aderire al nostro ordinamento liberale internazionale.
© 2008 Robert Kagan Distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione a cura dello IULM

Corriere della Sera 31.03.2008

Rivoluzioni Il trattato di Eleonora Fiorani sul secolo delle ideologie e della tecnica

Da Freud a Internet: il lungo Novecento

Di Gillo Dorfles


Se all'alto del 2000, cerchiamo di guardare al secolo scorso, possiamo davvero parlarne come d'un secolo «a sé stante» per il quale le artificiose distinzioni temporali indicano qualcosa di effettivamente precisabile e documentabile. È quanto ha compiuto, con il consueto acume, Eleonora Fiorani, che nel suo ultimo volume arrivato in libreria ( Diversamente il Novecento,
Lupetti, pagine 240, e 18) ha cercato di definire i limiti e i confini storici, ma anche culturali, scientifici e artistici del secolo da poco trascorso. Quel secolo che ha visto alcune delle più cruente battaglie, dei più orrendi massacri nella storia dell'umanità; e che tuttavia ha dato vita a ricerche scientifiche eccezionali, a vicende artistiche del tutto innovatrici.
Basterebbero i nomi di Marx e di Einstein, quelli di Picasso e di Klee, di Freud e di Joyce a dirci che l'ingegno umano ha dato, nel Novecento rispetto ad altri secoli, il meglio (ma purtroppo anche il peggio) rispetto ad altre epoche passate.
«Il Novecento — afferma l'autrice — è il secolo delle grandi utopie di New York, di Brasilia, delle ricostruzioni, delle rivoluzioni, sia d'ottobre, cinese, cubana, che del Terzo Mondo, dei neri, delle donne, delle Avanguardie artistiche, della musica dodecafonica, dei manifesti... è il secolo del progresso scientifico, della meccanizzazione, e poi della rivoluzione informatica, è il secolo di Freud e della linguistica...
». Eleonora Fiorani ha avuto il grande merito di regalarci negli ultimi anni dei trattati di eccezionale precisione e chiarezza (la sua formazione di filosofa della scienza non l'ha mai tradita nella ricerca) su problemi di estrema «utilità» anche scolastica (come Il mondo degli oggetti pubblicato da Lupetti,
Moda corpo immaginario. Il divenire moda del mondo fra tradizione e innovazione stampato da Poli.design), ma ritengo che questo volume sia forse quello dove una visione unitaria della società e dell'arte, della scienza e della tecnica, è stata sviscerata con precisione e anche con una più intensa partecipazione.

Corriere della Sera 31.03.2008

Racconti Vicende di ordinaria e straordinaria follia

Patricia Highsmith: i fantasmi nascosti nelle case dei vicini



di ANTONIO DEBENEDETTI
C'è in questi racconti della Highsmith, ispirati a vicende di ordinaria e straordinaria follia, tutta l'irrazionalità del ventesimo secolo giunto alla sua conclusione. Ci sono i mostri da niente e le paure che abitano le giungle metropolitane, ci sono i perfidi fantasmi della solitudine e della frustrazione. C'è la paura di vivere che lotta con la paura di morire. Dominata dalla misantropia, la Highsmith non ha cedimenti moralistici, non fa prediche e non indica vie di salvezza. Descrive gli uomini come li vede, preda di eventi oscuri e di forze ingovernabili. Non fa della filosofia, comunque. Si mette sempre al servizio del lettore, lo ipnotizza, narrandogli dei casi estremi. Lo coinvolge, lo appassiona senza indorare la pillola. Basti, a titolo di esempio, citare quella sconcertante parabola in nero dell'amore paterno che si intitola «Il bottone».
Siamo a New York, in una notte di fine aprile. Roland Markow, un giovane e scrupoloso commercialista, si è portato il lavoro a casa. Sta cercando, a dispetto dell'ora tarda, di concentrarsi. Deve controllare e ricontrollare fatture, ricevute di pagamenti, bonifici e altre carte d'un suo cliente di riguardo. A un tratto, dalla stanza vicina, giunge un grido o forse un lamento o magari tutte e due le cose insieme. «Guuu...». L'uomo ha uno scatto, si trattiene a stento dall'imprecare contro l'idiota... anzi, si corregge, contro suo figlio, un povero bambino di cinque anni. Comincia cosi una vicenda, venticinque pagine, da inseguire col fiato in gola. La Highsmith, scavalcando d'impeto ogni possibile obiezione del buon senso, ricostruisce la genesi e il successivo compiersi d'un delitto raccapricciante. Descrive con spietata attendibilità un raptus omicida che più d'un lettore si sentirà comunque di poter giustificare. Roland Markow è infatti un uomo ancora giovane, fino a qualche tempo prima potenziale candidato a un'esistenza felice e vincente. Anche il suo matrimonio con Jane, donna deliziosa e innamorata, sembrava dovesse concorrere a un destino più che fortunato. Da quell'unione, fondata su una tranquilla e gioiosa attrazione reciproca, è nato però Bertie. Come definire quella povera creatura, dagli occhi vacui e dalla lingua penzoloni, se non un crudele sbaglio di natura? In ogni caso mamma Jane, con ammirevole generosità, gli si sacrifica completamente. Giunge persino a trascurarsi e a trascurare lo sposo. Un tempo bella e desiderabile, si lascia ingrassare, trascorrendo intere giornate in ginocchio sul pavimento a giocare con Berti. Il piccolo intanto sbava, emette suoni disarticolati e nulla più. Ecco il punto.
Roland, il papà, non accetta l'inferno domestico cui sembra averlo condannato il destino. Cosi, distolto dai suoi calcoli e dalle sue verifiche, ha un moto di ribellione. Esce nel buio di quella notte di aprile, cammina senza una meta. Intanto la sua esasperazione e il suo dolore si cambiano in «una rabbia rovente». Brutale. Tanto che all'improvviso, incrociando uno sconosciuto senza altra colpa che quella di essere grassottello, esce di testa. Gli salta addosso senza un perché, affonda i pollici nella gola del malcapitato e lo strozza. Poi «si china, afferra un bottone della giacca a quadri della sua vittima e lo strappa ». Quindi si infila in tasca quel trofeo e riprende la strada di casa. Quel «tondino di corno marrone», che da quel momento accompagnerà Roland ballando nel fondo d'una tasca, sarà la prova del suo riscatto. Gli ricorderà, anche nei momenti di scoramento, che «ha ucciso un uomo per vendicare Berti», cioè quello che pensa sia l'ingiusto destino di quell'innocente.
C'è un altro racconto, si intitola «Non in questa vita, forse nella prossima », che meriterebbe di figurare in un'antologia dedicata alle più agghiaccianti «short story» del secondo novecento. Racconta d'una vedova dolcemente mite, Eleonor, della sua gatta Bessie e d'un loro visitatore alto sessanta centimetri. Un essere, né uomo né animale, che a conti fatti potrebbe considerarsi la materializzazione d'una riposta, segretissima volontà di morte della protagonista. Il pensiero leggendo corre a «Miriam» di Truman Capote o a quel pezzo di bravura, nato trattando i fumi dell'irrazionale e del fantascientifico con gli inchiostri della ragione, che Ray Bradbury ha realizzato riferendo l'agghiacciante impresa d'un neonato diabolico. Un bambolotto di carne che, con strategie che appaiono agghiaccianti proprio perché in qualche modo plausibili, uccide i suoi genitori.
Nell'inquietante «Non sono bravo come gli altri», dove un tale per invidia dei vicini arriva a distruggere la propria casa, l'angoscia fa da lievito alla suspense. La poesia, come a volte in Hitchcock che nel suo «L'altro uomo» si è ispirato alla Highsmith, nasce qui da una composta freddezza nel descrivere l'orrore d'una situazione estrema.

Corriere della Sera 31.03.2008

Dibattiti Le critiche di Salingaros a City Life di Milano, Botta e Fuksas

«I grattacieli? Utopie totalitarie Serve un patto uomo-natura»



di NIKOS A. SALINGAROS
Il Corriere della Sera ha avviato un importante dibattito architettonico, anche prendendo spunto da un mio intervento apparso su Il Domenicale. Voglio sottolineare i fondamenti di questo dibattito, perché la mia è una visione nuova dell'architettura e dell'urbanistica, non un vecchio dogma riciclato per l'ennesima volta. Noi non invochiamo un ritorno al passato, anzi, siamo «noi» i contemporanei perché abbiamo una visione scientifica e, in termini filosofici, ci situiamo al centro dell'esistenza umana. Nell'attuale mondo artistico, filosofico e politico, ad alcuni piace stare in un universo astratto molto lontano dall'umanità. Si trovano libertà pervertite laggiù, dove non si deve pensare né agli esseri umani, né alla biologia umana. E dove si possono applicare delle tipologie ostili all'uomo senza la minima coscienza.
Il Corriere ha chiesto agli architetti Botta e Fuksas di rispondere alle mie idee e a quelle espresse da Roger Scruton su Il Foglio. Ammetto che questi due architetti non sono tra i miei preferiti, ma di sicuro non appartengono alla banda di «architetti da morte» contro i quali il mondo è spaventato. Perché allora questi due autori d'opere piuttosto neutrali difendono i mostri inumani d'altri architetti? Per l'autodifesa del culto. Non hanno capito ancora che un cambiamento enorme si sta sviluppando nel mondo intero, e che l'architettura e l'urbanistica di domani saranno «un'azione umana adattata alla natura».
La contraccusa del «ritorno nostalgico al passato» ha il gusto di una frittata riscaldata una volta di troppo. Le mie teorie sono basate sull'osservazione della natura e possono essere applicate da ogni architetto. Bisogna soltanto gettare nella spazzature idee fisse di bellezza intellettualizzata. Basta liberarsi dalle immagini cosiddette «contemporanee », e un architetto veramente contemporaneo potrà progettare con una facilità e una creatività sorprendenti. Siamo alla soglia di una comprensione dell'ambiente costruito come risultante dell'ambiente naturale. Qui si trova la vera e autentica nozione di sostentabilità. I grandi immobili fatti di titanio e di materiali high-tech nascondono in realtà costi enormi. Non soltanto di materiali, ma anche nell'uso (non sono sostenibili affatto, nonostante la propaganda corrente). I tre grattacieli di Milano seguono un'espressione satanica di Le Corbusier. Le torri nel parco sono un esperimento sadico, inumano, già fatto tante volte e fallito con conseguenze orribili ogni volta. Perché non possiamo imparare dai nostri sbagli? Noi scienziati lo facciamo: gli architetti non lo fanno e continuano a riprodurre tipologie inumane e insostenibili. I grattacieli di Milano negano ogni connessione all'ambiente; agiscono in un vacuo intellettualismo pericoloso. I loro architetti sanno veramente come funzionano le città, com'è legato il tessuto urbanistico tra reti di connessioni, come la città viva se è composta da una gerarchia di interconnessioni? Quale architetto di oggi fa un'osservazione scientifica? Io ho definito la città come un frattale composta da reti, nel mio libro Principles of Urban Structure.
Massimiliano Fuksas parla coraggiosamente della democrazia nell'architettura d'oggi. Mi dispiace, ma non la vedo. Quando un piccolo gruppo controlla tutto non abbiamo nessuna democrazia. Vedo architetti che possono soltanto esprimere la loro arroganza stilistica. Chi ha selezionato i grattacieli di Milano? Il popolo? Nella maggioranza dei progetti contemporanei, la selezione è in mano a un'élite intellettuale, che impone un'idea fondamentalista e totalitaria sulla città. E con tali mostruosità costruite dappertutto, la città va a morire poco a poco, perché l'infrastruttura non può sopportare il peso di questi mostri insaziabili. Non lo vede nessuno? Io vedo in ciò un gesto di sottomissione al potere del culto architettonico internazionale; il potere dalle immagini propagandistiche sostenute da un sistema artistico globale completamente corrotto.
La risposta dei giovani architetti, «non vogliamo né utopie totalitarie né ritorni nostalgici al classico», è triste. Sono pieni di speranza per un futuro migliore. Belle parole, ma non dimostrano di essersi svegliati dalla propaganda. La soluzione proposta della «terza via» è semplicemente il trucco per mantenere al potere gli architetti di culto d'oggi. Tutti gli argomenti fatti con belle parole esplodono in aria. Poveri giovani, inghiottono ancora una volta l'inganno. Aprite gli occhi e vedete i tre grattacieli in Milano: non rappresentano un'utopia totalitaria? Cosa sono dunque? Ancora una volta il trucco propagandistico ha funzionato molto bene.
Non c'è una terza via — esiste soltanto l'umano o l'inumano. Dio o Satana. Per fare la scelta, vi aiutiamo noi. Noi non torniamo al passato classico nostalgico (nonostante le accuse), ma alla natura umana biologica.

Corriere della Sera 31.03.2008

Elzeviro
Le regole, le leggi, la legalità

Il breviario civile di Gherardo Colombo



di VITTORIO GREVI
Dopo oltre 33 anni di magistratura, da circa un anno Gherardo Colombo non è più magistrato. Si è dimesso volontariamente dall'ordine giudiziario, al cui interno aveva tra l'altro svolto molte inchieste importanti e ricche di cospicui risultati. Ma ormai si era convinto che, per poter contribuire a rendere l'amministrazione della giustizia «meno peggio di quello che è», avrebbe dovuto mutare l'ambito del proprio impegno civile. E poiché la giustizia non può funzionare se i cittadini non avvertono le ragioni delle regole, la prospettiva prescelta è stata quella di adoperarsi (dunque, da ex magistrato) per contribuire al superamento delle difficoltà di comprensione, che troppo spesso contrassegnano il rapporto tra gli individui e le norme di legge.
In questa prospettiva si colloca, per l'appunto, il volume appena pubblicato ( Sulle regole,
Feltrinelli, pp. 158, e 14), che non è un saggio di diritto in senso tecnico, e nemmeno un saggio sulla giustizia amministrata nei tribunali mediante i processi. Si tratta, piuttosto, di una sorta di breviario laico di educazione civica, sviluppato con passione narrativa attraverso una serie di riflessioni semplici e lineari, tutte nascenti dalla ferma convinzione che senza l'osservanza delle regole non può esservi civile convivenza. Ma anche, nel contempo, dalla consapevolezza che parole come «regole» o «leggi» (o come «legalità», con cui si esprime l'atteggiamento dei cittadini di rispetto delle leggi) sono termini neutri, che acquistano risalto concreto solo se li si valuta nel loro contenuto. E di qui, allora, si dipana una serie di delicati interrogativi intorno al concetto di legge «giusta », che vengono riproposti da Colombo, con ovvi riferimenti ai modelli di Stato (dallo Stato assoluto allo Stato di diritto, fondato sulla separazione di poteri), e quindi ai modelli di società cui le regole si ispirano.
A quest'ultimo riguardo, molte pagine sono dedicate alla descrizione di due modelli opposti di organizzazione della società. Da un lato un modello «verticale», fortemente gerarchizzato, basato sull'idea della selezione e quindi, spesso, sulla discriminazione dei più deboli e dei «diversi», nel quale la persona umana è soltanto uno strumento, finalizzato agli scopi ultimi dello sviluppo dello Stato e del successo dei più forti. Dall'altro un modello «orizzontale», basato sul riconoscimento della eguale dignità di ogni individuo, dove la persona umana è un valore da rispettare comunque, fino a farne il centro della costruzione costituzionale dello Stato, con evidenti conseguenze anche sul piano della repressione degli illeciti.
In una società ispirata a questo modello, per esempio, tutti i reati devono essere accertati e puniti (senza privilegi per nessuno), ma non sono ammissibili né la tortura né la pena di morte. Inoltre la pena carceraria, intesa come estrema risorsa punitiva, ha senso soltanto per «neutralizzare» la pericolosità di certi individui, non già in funzione afflittiva o retributiva.
Rispetto a tali modelli, che non sono l'uno di «destra» e l'altro di «sinistra», ma semmai riflettono il divario tra concezioni autoritarie e democratiche dello Stato, la Costituzione italiana si colloca decisamente nell'area dei modelli di società «orizzontale». In particolare, muovendo dal principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (in senso sia formale, sia sostanziale), ed attraverso il riconoscimento a tutti dei diritti inviolabili dell'uomo, la nostra Costituzione definisce un quadro al cui interno l'osservanza delle regole significa dare concretezza ai contenuti positivi che vi sono sanciti. E perciò, in questo quadro, l'affermazione della legalità è un obiettivo cui devono tendere anzitutto i cittadini, dentro e fuori le istituzioni. Allo scopo, la ricetta proposta da Colombo è semplice, per chi creda nel primato della dignità della persona umana. Non solo chiarezza (cioè convinzioni profonde) e coerenza (fare quel che si dice), ma anche impegno e partecipazione: dunque disponibilità di ciascuno a mettersi in gioco per la tutela dei valori di fondo, e ad assumersi le sue responsabilità in vista della realizzazione di una società più giusta. Un impegno ed una responsabilità tanto più necessari nelle zone infestate dalle organizzazioni criminali.


domenica 30 marzo 2008

l’Unità 30.3.08
Ingrao, l’eroe del dubbio
Oggi compie 93 anni
di Andrea Camilleri


LO SCRITTORE SICILIANO ha composto una lectio magistralis per il compleanno del leader politico che compie oggi 93 anni, nella quale rende omaggio a un «eroe dei nostri tempi che ha sempre rivendicato la libertà del dissenso»

Lunedì alle 11, a Palazzo San Macuto, a Roma, lo scrittore siciliano pronuncerà una lectio magistralis nel corso dei festeggiamenti per il novantatreesimo compleanno di Pietro Ingrao, organizzati dal Crs. Ne anticipiamo il testo.

La guerra di Spagna lo spinge a dire addio al cinema, la sua «Arcadia». Trent’anni dopo fa battaglia nel Pci in nome della pluralità

«Volevo la luna» ha intitolato le sue memorie. La luna se la sono presa gli americani. Ma lui è davvero comunque sbarcato sulla sua luna

Consentitemi di parlarvi con molta semplicità, a mio e a vostro agio. E parlarvi nemmeno da scrittore, ma da cittadino qualsiasi che però, dal 1942 ad oggi ha seguito, e continua a seguire, le vicende politiche del nostro paese, a lungo militando già fin dall’ottobre del 1943, ma tenete presente che gli Alleati sbarcarono in Sicilia nel luglio di quello stesso anno, nel Pci con alterne vicende.
Dirò subito che ho accettato con slancio l’invito di portare la mia testimonianza per il compleanno di Pietro Ingrao perché, nell’unica volta che l’ho incontrato di persona, in occasione della presentazione a Roma del libro di suo nonno Francesco, fui sommerso da una timidezza improvvisa e tale da non consentirmi d’esprimergli la profondissima stima, la grandissima ammirazione e tutta l’intensità dell’affetto che nutrivo, e nutro, per lui.
Quando Walter Tocci m’invitò, io pensai subito a un titolo che in qualche modo mettesse in relazione Ingrao e l’esercizio del dubbio costruttivo. Poco dopo è andata in libreria la sua conversazione con Claudio Carnieri intitolata appunto La pratica del dubbio. Mi sono sentito confortato nella scelta del mio tema che è appunto la qualità del dubbio ingraiano.
Ingrao, l’ha scritto e detto tante volte, nasce poeta, amante della letteratura del suo tempo e, in seguito, si avvicina al cinema iscrivendosi con l’amico fraterno Gianni Puccini all’appena nato Centro Sperimentale di cinematografia dove, tra parentesi, insegnava anche il russo Pietro Sharov al quale, dagli anni cinquanta e fino alla sua morte, mi legherà una profonda amicizia.
Insomma, pare avviato a una brillante carriera nel cinema quando, del tutto improvvisamente, abbandona il Centro sperimentale.
Che abbia già abbandonato gli studi universitari in giurisprudenza (ma si laureerà qualche anno dopo), intrapresi forse solo per compiacere la famiglia è cosa che può essere capita, ma la rinunzia volontaria allo studio di una materia dalla quale si sentiva così attratto appare assai più sorprendente.
Ingrao ne fornisce una sua spiegazione. Scrive che l’abbandono del Centro Sperimentale fu motivato in sostanza dal contraccolpo provato per l’inizio della guerra di Spagna. Considero questo un punto assolutamente nodale del suo percorso, ma Ingrao mi pare che si limiti sempre a farne breve cenno. Forse per un alto senso di pudore. Perché penso che la guerra di Spagna invece sia stata per lui qualcosa di più di un tragico impatto, sia stato un autentico, squassante cortocircuito. Tutti gli altri suoi compagni e amici, antifascisti come lui, ad esempio, non interruppero certo gli studi o le attività intraprese per il golpe di Franco. Ingrao, sì.
Penso che Ingrao ebbe in quel momento la lucida percezione di quello che in realtà veniva a significare la guerra di Spagna e ne ebbe esistenziale sgomento. Su di lui, sulla sua sensibilità, gravavano già da tempo quelli che Vittorini avrebbe chiamato «i dolori del mondo offeso» e la guerra di Spagna consisteva in un insopportabile aggravio dell’offesa.
Inoltre veniva a costituirsi come un nitido spartiacque tra fascismo e antifascismo, tanto che gli intellettuali di tutto il mondo vennero strattonati dalla Storia e scelsero l’antifascismo, comprendendo che si trattava non di una guerra locale, ma di uno scontro frontale che coinvolgeva il mondo intero. Scriveva Hemingway: «Se vinciamo qui, vinceremo dappertutto». Già, ma se si perdeva? Vide giusto Gustav Regler, quando cominciava a delinearsi la sconfitta: «Ora che una guerra finiva, credetti di sentire passare nel vento l’odore di cadavere delle prossime ecatombi».
Ecco, sono convinto che Ingrao venne allora preso da un dubbio che indirizzò diversamente la sua vita: il dubbio cioè che l’arte da sola e in sé, e in quel momento specifico, fosse assolutamente inadeguata a far barriera contro il fascismo. Io non so se all’epoca le maglie della censura fascista sull’informazione giornalistica avessero permesso, sia pure tra le righe, di lasciar capire quale vasta mobilitazione era in atto e quindi se lui era a conoscenza di quanti artisti e intellettuali fossero andati a combattere in prima linea, col fucile prima ancora che con la penna, da Hemingway a Orwell a Malraux a Saint-Exupéry e a tantissimi altri, certo è che egli in quei mesi, oltre a leggere testi che potessero fornirgli le armi della conoscenza, da Salvemini a Rigola, Trockij, Rosenberg, sente sempre più un’urgenza nuova. Scrive infatti: «Intanto dentro di te si compie una decisione nemmeno dichiarata. Muta il “che fare”: come domanda interna, prima ancora che essa diventi azione esplicita. Cominciò per me un nuovo rapporto con la politica. Mi strappò all’Arcadia».
Quindi dal dubbio nasce un meditato agire.
Personalmente, provo profondo disagio davanti a chi crede d’avere in sé solo certezze assolute. Contraddirsi, a molti, sembra espressione di malferma personalità e invece così non è, è tutto l’opposto. Per inciso, vorrei ricordare che Leonardo Sciascia in un primo momento voleva che sulla sua pietra tombale fosse scritto «Visse e si contraddisse», ma poi anche lui ci ripensò, contraddicendosi. A questo proposito, c’è un pensiero esemplare nel libro II dei Saggi di Montaigne: «Mi sembra che la madre nutrice delle opinioni più false e pubbliche e private sia la troppa certezza, la troppa buona opinione dell’uomo in sé…»
Per quel che mi riguarda, io mi sconfesso continuamente.
Il dubitare di Ingrao è sempre, come dire, la messa in moto di un motore che attivamente elabora il che fare più attinente al fine proposto. In altri termini, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del come. Certe altre volte il dubbio è inespresso, soprattutto quando Ingrao avverte una fortissima disparità tra la pochezza dei mezzi a disposizione per affrontare un obiettivo che appare impari. Questo dubbio, per esempio, traspare in tutte le pagine che in Volevo la luna si riferiscono al gruppo dei giovani antifascisti romani, e si condensa in un solo aggettivo più e più volte ripetuto: «gracile». Ma il dubbio sulla gracilità del gruppo non significa mai la possibilità dell’ipotesi dell’abbandono della lotta, significa semmai la lucida presa d’atto di una situazione secondo la quale sviluppare l’agire.
Ma c’è un altro punto nodale nella vita politica di Ingrao che, ai miei occhi, ha la stessa valenza di quello del 1936. È la richiesta da lui fatta, nel 1966, nel corso dell’XI congresso del partito, di libertà del dissenso. Com’è logico supporre, una tale ardita richiesta all’interno di una struttura rigida, gerarchica e centralista non può che essere la disperata, e ormai non più cancellabile somma finale di un innumerevole dubitare accumulato nel corso degli anni. E questa somma finale ha una precisa definizione: dissenso.
Perché questo dissenso? Scrive Ingrao: «In quella mia rivendicazione di libertà del dissenso c’era non solo il drammatico stimolo che era venuto dalla rivelazione dei delitti di Stalin, ma una convinzione più profonda che aveva anche a che fare con una riflessione sull’esistere. Mi muoveva non solo la tutela della libertà di opinione, ma ancor più la convinzione che il soggetto rivoluzionario era un farsi del molteplice: l’incontro fluttuante di una pluralità oppressa che costruiva e verificava nella lotta il suo volto».
«Un farsi del molteplice». È in sostanza anche questa una crisi esistenziale e politica che nasce dalla crisi di una certa concezione ristretta della politica e postula una sua rifondazione nel recupero di quella che Hannah Arendt chiamava la politica perduta.
Ancora nel ‘66, data la posizione che Ingrao occupava nel partito, ci voleva molto coraggio per proclamare pubblicamente la necessità del dubbio, del dissenso. Coraggio politico, certo. Ma a me appare anche e soprattutto un atto di coraggio umano. Perché è notorio che l’uomo comune nutre una forte diffidenza verso chi dubita, non è un caso che sia stata popolarescamente coniata l’espressione «cacadubbi».
Allora, qual è la funzione positiva del dubbio secondo Ingrao? Sentiamo le sue parole. «Mi appassionava la ricerca. E il dubbio mi scuoteva, vorrei dire: mi attraeva. Vedevo in esso una apertura alla complessità della vita. Dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare: aprirsi al “molteplice” del mondo…». E ancora: «Il dubbio per me non significava povertà: anzi apertura di orizzonti, audacia nel cercare. Sì, vivevo il piacere del dubbio. E avvertivo anche una ricchezza per quell’interrogarsi, cercando. Come se il mondo - nella sua problematicità - si dilatasse attorno a me».
Molti di voi ricorderanno l’incipit delle Meditazioni metafisiche di Cartesio. «Già da qualche tempo mi ero accorto che, sin dai miei primi anni, avevo accolto per vere molte opinioni false, e che ciò che avevo poi costruito su principi tanto malfermi, non poteva essere che assai dubbio e incerto». Il punto di partenza dal quale Ingrao muove ha una diversità di non poco peso, vale a dire che le opinioni da lui accolte all’inizio non si erano in seguito rivelate del tutto false e ingannevoli, ma continuavano ad essere sostanzialmente vere.
Il dubbio allora nasceva non dall’opportunità, ma dalla necessità d’accogliere o meno le inevitabili modificazioni che quelle basilari opinioni via via subivano nel convulso procedere della Storia, senza che però ne intaccassero la verità di fondo.
Ho detto convulso ma forse avrei dovuto dire compresso. Non a caso Hobsbawm ha definito il ‘900 «il secolo breve», per la somma di accadimenti politici, scientifici, sociali avvenuti nei suoi cento anni, con una rilevante accelerazione, motus in fine velocior, nel secondo cinquantennio.
Il dubbio quindi come mezzo di conoscenza, cioè un dubbio di marca cartesiana per il quale ogni dubbio doveva risolversi nella scoperta di un nuovo territorio su cui avventurarsi.
E su questi nuovi territori di conoscenza Ingrao si è sempre inoltrato non per il gusto dell’avventura intellettuale in sé, ma quasi per assolvere a un dovere politico e umano. Dovere che non gli ha mai impedito di godere nel contempo del piacere stesso del dubbio e della sua risoluzione. E che non gli ha impedito mai il fare concretamente politica e di assumersi in prima persona l’impegno di responsabilità di partito e istituzionali.
Direttore dell’Unità dal 1947 al 1956; deputato dal 1948 per dieci legislature fino a quando, nel 1992, chiede di non essere rieletto; nella segreteria del partito dal 1956 al 1966; nel 1968 presidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera; presidente della Camera dei deputati dal 5 luglio 1976 fino al 1979, quando chiederà al partito di non essere ancora ricandidato e al suo posto subentrerà Nilde Jotti.
Mi sbaglierò, ma io sono convinto che del suo impegno politico egli sia rimasto maggiormente legato al periodo 1944-45, quando, in una grigia Milano con il piede straniero sopra il cuore, lavorava all’edizione clandestina dell’Unità , quando il vivere e l’agire quotidiani erano un azzardo, quando la possibilità dello scacco era dietro ad ogni angolo, quando si era uomini e no.
In quei giorni la lotta era passione, impegno di tutto se stesso, «fatale come una necessità biologica», e chi era uomo, per il solo fatto di esserlo, era anche potenzialmente un eroe.
Non vi sembri una parola eccessiva.
Cercherò di spiegarne il significato e la ragione per cui mi sento di adoperarla attraverso una frase, della quale vogliate perdonare la lunghezza, tratta da L'Eroe e l'uomo, un saggio compreso nel volume intitolato Senso e non senso di Maurice Merleau-Ponty.
Dopo avere lungamente esaminato i protagonisti di Per chi suona la campana di Hemingway, della Condizione umana di Malraux e di Pilota di guerra di Saint-Exupéry, Merleau-Ponty così conclude: «L’eroe dei contemporanei non è scettico, né dilettante né decadente. Senonché, ha l’esperienza del caso, del disordine e del fallimento, del ‘36, della guerra di Spagna, del giugno ‘40. È in un tempo in cui i doveri e i compiti sono oscuri. Prova meglio di quanto non si sia mai fatto la contingenza del futuro e la libertà dell’uomo. Considerando bene le cose, niente è sicuro: né la vittoria, ancora tanto lontana, né gli altri, che hanno spesso tradito. Mai gli uomini hanno verificato meglio che il corso delle cose è sinuoso, che molto è richiesto all’audacia, che sono soli al mondo e soli l’uno di fronte all’altro. Talvolta però, nell’amore, nell’azione, s’accordano fra di loro e le vicende corrispondono alla loro volontà…». L’eroe dei contemporanei non è Lucifero, non è nemmeno Prometeo, ma è l’uomo. L’uomo comune, l’uomo che puoi incontrare all’angolo della strada.
E in questo senso, con il viatico di Merleau-Ponty e totalmente spoglio di ogni esaltazione retorica, mi sento di considerare Ingrao un perfetto eroe dei nostri anni.
Volevo la luna, ha intitolato Ingrao il suo più recente libro autobiografico. E pare d’avvertire, nel titolo, come una certa disillusione per non essere riuscito a ottenerla.
È vero, la luna non è diventata né sua né nostra, se la sono presa gli americani.
Ma Ingrao sulla sua personale luna ci è sbarcato, eccome se ci è sbarcato, non ci ha messo nessuna bandiera, se l’è esplorata tutta e ne ha fornito una meravigliosa, unica e irripetibile relazione di viaggio attraverso la sua stessa vita.

l’Unità 30.3.08
Violenze a Genova. I pm: rinvio a giudizio per De Gennaro
di Giuseppe Vittori


I PM DI GENOVA accusano l’ex capo della polizia di aver indotto l’ex questore di Genova a rendere falsa testimonianza sull’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 del 2001. De Gennaro: «Mai venuto meno ai miei doveri».

«Scuola Diaz, ha indotto l’ex questore a mentire». L’ex capo della polizia: «Io sono tranquillo»

AVREBBE ISTIGATO l’ex questore di Genova a rendere falsa testimonianza per i fatti legati all’irruzione nella scuola Diaz, per questo Gianni De Gennaro, all’epoca del G8 di Genova capo della Polizia, deve essere rinviato a giudizio. È il passaggio essen-
ziale della richiesta dei pm genovesi che stanno cercando di far luce sulle giornate di sangue e pestaggi del G8. Dopo mesi e mesi di indagini, la richiesta di rinvio a giudizio per induzione alla falsa testimonianza del questore Colucci, è stata depositata dai pm anche nei confronti di Spartaco Mortola, all’epoca del G8 capo della Digos di Genova e oggi vicequestore a Torino. Nel corposo fascicolo a disposizione dei pubblici ministeri, ci sono numerose telefonate ricevute da Mortola, intercettato per il suo presunto coinvolgimento nella sparizoione delle due bottiglie molotov trovate alla Diaz. Proprio quelle conversazioni tra Mortola e Colucci avrebbero fornito ai magistrati le prove che De Gennaro voleva indurre Colucci a modificare le sue dichiarazioni, come puntualmente avvenne nell’udienza del 3 maggio scorso. «De Gennaro - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - mediante istigazione o comunque induzione, ha determinato Colucci a deporre circostanze non corrispondenti al vero e comunque non appartenenti alla propria percezione, anche ritrattando sue precedenti dichiarazioni». Drastica la conclusione dei pubblici ministeri: «L’induzione alla falsa testimonianza di De Gennaro costituisce un fatto aggravato per aver determinato a commettere il reato persona a lui sottoposta e con abuso della funzione esercitata quale direttore generale del Dipartimento di Pubblica sicurezza».
Una vera e propria bomba che ha scatenato subito una serie di reazioni politiche e un giallo, quello della mancata firma del procuratore capo di Genova, Francesco Lalla. Ad ipotizzare una spaccatura interna alla procura ligure, un articolo del «Corsera».
«La spaccatura? Una menata». Il magistrato liquida così ogni indiscrezione. E aggiunge: «Non so se ridere, mi riesce difficile mantenere un atteggiamento serio su certe cose. Posso dire solo una cosa: io non dovevo firmare niente, non mi hanno chiesto di firmare niente e non ho chiesto io di firmare niente. Di questa cosa non sapevo niente perchè avevo delegato il procuratore aggiunto Mario Morisani. Gli avevo detto di occuparsi di tutto. Punto».
«Non mi sono volutamente occupato della vicenda - sottolinea ancora Lalla - perchè ho delegato il mio vice che è coassegnatario del procedimento e che doveva seguire quella fase li. Questo significa che ho proprio delegato al procuratore vicario tutte le valutazioni che ha fatto a nome dell’ufficio. Io non mi posso occupare di tutto e quindi questa inchiesta è stata seguita dal procuratore aggiunto e non da me».
Dello stesso tono le dichiarazioni dei pubblici ministeri. «Dietro la mancanza di una firma c’è solo la fantasia del giornalista e non altro. L’atto giudiziario oggetto della attenzione degli articoli reca “solo” le firme dei titolari dell’indagine, procuratore aggiunto e sostituti, perchè così richiedono le regole di organizzazione dell’ufficio. Inutile parlare quindi di dissenso con il procuratore capo». Tutto scritto in un comunicato. «Stupisce e allarma pertanto - proseguono i magistrati - il sorgere di illazioni, se non tese a screditare l’indagine, che si è invece svolta in un contesto di assoluta condivisione della valutazione del materiale istruttorio raccolto. Tale materiale era peraltro già noto nelle sue linee essenziali, a seguito del deposito degli atti dopo l’avviso di conclusione delle indagini, atto che già lasciava intendere la concorde volontà dell’ufficio, in assenza di nuove emergenze, in ordine al successivo esercizio dell’azione penale».
Gianni De Gennaro, ancora impegnato a Napoli nel difficile ruolo di commissario straordinario all’emergenza rifiuti, si dice «tranquillo». «Perchè consapevole di non essere mai venuto meno ai miei doveri. E’ una vicenda di cui mi occuperò con i miei legali al momento opportuno. Ora sono impegnato ad assolvere un delicato compito che il Governo mi ha affidato».

l’Unità 30.3.08
Eros
di Vincenzo Cerami


Eros è la parola di oggi. Nella famiglia olimpica dei Dodici Dei non figurò mai: era incostante, volubile, anarchico, lunatico, disobbediente e troppo eversivo. Eppure Eros, sgusciato dall’uovo cosmico, è il primo degli dei: è il motore della vita.
È strano che a simbolo della passione sessuale gli antichi abbiano scelto un fanciullo, una creatura che non ha ancora scoperto il desiderio, che odora ancora di culla e borotalco. La sua è un’immagine svolazzante (il Dispetto Alato), di angioletto ilare e malizioso a cui piace scommettere sull’impossibile.
Forse una spiegazione possibile è questa, ricavata da un dato scientifico, incontrovertibile: l’eros, fin dalla sua prima apparizione sulla Terra, è sempre riuscito a infilarsi nelle crepe (nelle contraddizioni) di tutte le culture, di tutte le società e le tribù, di tutte le galere e le fobie, a far sì che, ovunque, un maschio e una femmina si cercassero, si desiderassero, e spesso s’innamorassero. Il dio Eros, fermo e casto dentro la fanciullezza, non poteva avere nozione della Storia e delle Istituzioni (i dodici dei regnanti). Così, incosciente, immobile nel tempo, continua ancora oggi a lanciare le sue frecce infuocate di passione, fedele al Cosmo di cui è figlio e al servizio della Natura di cui è paladino.
Fino a qualche anno fa si diceva che l’amore è super partes rispetto alle classi sociali: ricchi e poveri, borghesi e proletari vengono ugualmente colpiti dal capriccioso dardo di Cupido. Quien más tiene, más quiere, dicono gli spagnoli. Chi più ha più vuole. Ma come sanno i poveri, i desideri non riempiono la borsa. A chi non ha niente non giova desiderare. Ma attenzione: in amore ogni morale è al contrario, chi più desidera più ottiene.

l’Unità 30.3.08
Uomini e fiori, il mondo del Pintoricchio
di Renato Barilli


LA MOSTRA Perugia espone le tele del suo pittore. Ma è negli affreschi di Spello che risplende davvero la sua arte. Forte della lezione dell’Alberti, ma prima che il genio di Leonardo inventasse la «prospettiva aerea»

Come è ben noto, la macchina espositiva dei nostri giorni va accanitamente alla ricerca di centenari o di altre ricorrenze per dedicare una giusta mostra a qualche illustre autore del passato. Far ricorso ai 550 anni dalla nascita del grand’uomo di turno può apparire un pretesto alquanto stiracchiato, ma ben venga se consente di rivolgere anche a Bernardino di Betto, più noto col soprannome di Pintoricchio, o Pinturicchio, si preferiva dire una volta (1457-1513), un’ampia retrospettiva, come quella che gli dedica, nella sua Perugia, la Galleria nazionale dell’Umbria (a cura di Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini, fino al 29 giugno, cat. Silvana). Con molta buona volontà i curatori hanno raccolto in sede il maggior numero possibile di opere su tavola dell’illustre concittadino, ma questo artista appartiene alla vasta schiera di coloro che, a quei tempi, diedero assai più valida prova di sé nei grandi cicli parietali ad affresco. Per fortuna a poca distanza da Perugia c’è Spello con la Collegiata di Santa Maria Maggiore, a ospitare uno di quei cicli favolosi in cui il Pintoricchio sapeva cimentarsi assai bene. E a Roma aveva lavorato nei primi anni Ottanta, un po’ nascosto dietro la dominante figura del Perugino, addirittura nella Cappella Sistina, e poi con firma in proprio a S. Maria in Aracoeli. E sarebbero venuti ancora, negli anni maturi della sua carriera, i dipinti alla Libreria Piccolomini di Siena. Il fatto è che il Nostro, assieme ai suoi compagni di generazione, quali il Perugino, il Botticelli, il Signorelli, il Ghirlandaio, e nel manipolo ci può stare anche il veneziano Carpaccio, aveva bisogno di esprimersi, diciamo così, per il lungo, in storie animate, ricche di presenze reiterate, moltiplicate come cloni, tutte schierate in parata e in primo piano, a fare da paravento, fin quasi da nascondere alla vista i perfetti scacchieri prospettici, tracciati con assoluta maestria, ma purchè le loro lucide losanghe rimassero a occhieggiare vuote, non occupate dai protagonisti umani, presi dal terrore di spingersi in lontananza, come se su quelle distanze incombesse il proverbiale hic sunt leones a minacciare i troppo audaci. Quella terza generazione dei nati attorno alla prima metà del Quattrocento pativa su di sé una cruciale contraddizione, da un lato erano padroni della prospettiva albertiana, sapevano costruire una perfetta piramide rovesciata, col punto di fuga nitidamente individuato ad accogliere le sfilate di colonnati, di portici, o la lucida griglia delle mattonelle, ma purché non si chiedesse ai personaggi di avventurarsi in quegli infidi recessi. Questi artisti insomma condividevano le buone regole dei navigatori del loro tempo, che veleggiavano in vista delle coste, senza allontanarsi di troppo dalla terra ferma. A cambiare le regole del gioco vennero due loro coetanei, nati l’uno nel 1451, l’altro nel 1452, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci, inconsapevolmente concordi nell’infrangere quella prudente condotta. L’uno, il navigatore, sullo scorcio del secolo avrebbe rivolto la prora delle sue caravelle verso l’alto mare, affrontando l’Oceano. In modo del tutto similare Leonardo avrebbe introdotto la prospettiva aerea, avrebbe invaso le lontananze con corrosive nebbie azzurrine, ben comprendendo che era ora di immergere l’uomo nell’atmosfera, sfumandone i contorni fin lì troppo netti.
Invece, nel Pintoricchio come nei suoi coetanei, le figure se ne stanno in parata, rigide, immobili, quasi attendendo che qualche autorità le passi in rivista, e intanto, come succede proprio nelle parate ufficiali, sullo sfondo vengono poste tante belle piante ornamentali. Il talento specifico del Pintoricchio, infatti, si esplica nello sforbiciare con grazia, con candore, con fantasia tutto un orto botanico di piante, maestose, imponenti o invece esili e calligrafiche, consuete ai nostri climi o invece esotiche, ricavate da terre lontane, ma con nozione incerta e approssimativa. Comunque si tratta di pennacchi, di ombrelli, di raggiere di palme che si spalancano, gracili, aeree, accompagnando il procedere in basso delle figurine di questi riquadri incantati, che ricalcano la serialità delle sequenze proprie delle colonne tortili romane, o addirittura anticipano il ritmo dei fumetti e dei cartoni animati resi possibili nei nostri giorni.
Attorno al Pintoricchio e compagni si realizzò uno dei più crudeli trapassi che si siano mai registrati nella storia del gusto. Ai loro tempi erano reputati e famosi, in quanto eredi di tutte le conquiste del primo Quattrocento, in fatto di conoscenze anatomiche e prospettiche, o appunto di abilità narrativa, tanto da venire chiamati a Roma a decorare l’appartamento pontificio, quella che si sarebbe conosciuta nei secoli come la Cappella Sistina. Lo abbiamo già detto, il Perugino e il Pintoricchio vi lavorano, fornendo gremite storie di Mosé e un Battesimo di Cristo anch’esso affollato di presenze. Ma circa un ventennio dopo papa Giulio II° capisce che c’è stata una rivoluzione, chiama al lavoro il genio di Michelangelo, e nelle attigue Stanze Vaticane l’invito va a Raffaello. Con loro il vascello della pittura salpa per il mare aperto, affronta i flutti e i marosi, travolge le fragili parate dei vecchi maestri, al punto che ci si chiese se non convenisse passarci sopra la calce, lasciare tutto lo spazio all’incalzare del nuovo.

l’Unità 30.3.08
Giuliano, l’aborto e la politica
di Luigi Manconi e Andrea Boraschi


Partiamo dall’ammissione di una inclinazione intellettuale: i temi di spessore etico, nel confronto politico, sono sovente quelli che più ci appassionano. Ci fanno osservare come l’opinione pubblica possa ancora essere percorsa da istanze forti, da confronti appassionati, tra opzioni legittime e degne di tutela: e analogamente fondate su motivazioni morali. Tuttavia, non ci sfugge come «politicizzare» talune questioni rischi di tradurne sostanza e argomenti, nel migliore dei casi, in alternative indecidibili: non perché la politica sia indifferente all’etica; piuttosto, perché i conflitti che il diritto è in grado di comporre possono rimanere eticamente inconciliabili, come ben ha ricordato Piero Ostellino sul Corriere della Sera. Dunque, possono continuare a sollecitare il confronto e il conflitto politici, senza che la pretesa dell’affermazione del Bene trovi mai soluzione normativa.
La battaglia elettorale di Giuliano Ferrara in materia di aborto ha molto a che fare, per quanto ci riguarda, con tali contraddizioni. È evidente che il direttore de il Foglio condivida la stessa passione per la contesa intorno a grandi questioni morali; e che in questa si impegni, anche con coraggio, un po’ alla maniera di chi, allo speaker’s corner di Hyde Park, si erge su uno sgabello e dice la sua. Qui non discutiamo le sue argomentazioni etiche. Ci sarebbe molto, moltissimo da dire (e lo fa benissimo Adriano Sofri in “Contro Giuliano” Sellerio 2008). Bisognerebbe riconoscere talune ragioni e segnalare molte omissioni, e controbattere altrettanti torti. No: qui si discute dell’utilità (e della sostenibilità politica) di quanto Ferrara sta facendo. Ferrara dice di battersi contro l’indifferenza etica all’aborto. Sostiene che si tratta di un omicidio banalizzato a pratica contraccettiva; che la politica non fa nulla per ridurre il numero d’interruzioni di gravidanza; che la legge che regola la materia, in Italia, è applicata solo parzialmente e univocamente; che le donne sono lasciate sole, a fronteggiare i dilemmi della più grave piaga morale del nostro tempo; o che, alternativamente, sono lasciate sole in un lembo di pochezza morale, in cui interrompere la gestazione (uccidere il feto) diviene gesto banale e disimpegnato, estraneo a ogni considerazione sul valore della vita e sui diritti del nascituro. Ferrara sostiene anche che quell’omicidio non fa della donna che lo decide un’omicida; che non intende, con la sua battaglia, vietare per legge l’aborto. Ovvero, egli dice che quello che altri considerano un diritto (ma oggi chi lo considera un diritto? Fuori i nomi e i cognomi, please) deve rimanere facoltà e possibilità estrema; e che l’autorità pubblica deve intervenire, fin dove possibile e senza opporre divieti ultimi, per prevenire il concretizzarsi di quella facoltà in pratica abortiva.
In molti hanno già chiesto a Ferrara che senso abbia organizzare una lista, dunque proporre una rappresentanza parlamentare, avendo a riferimento della propria azione una norma vigente che si dice di non voler cambiare. Probabilmente, al suo promotore basta aver convocato l’attenzione e l’intelligenza di molti sulla questione che solleva; probabilmente considera di già una vittoria il «semplice» fatto di aver iscritto, nell’agenda dei temi dibattuti dalla politica e dalla cultura le sue (e con lui di altri) riflessioni sul valore della vita, sul concetto di «persona», sull’eugenetica, sulla qualità morale del nostro tempo. Tuttavia, una vittoria di questo genere (già rivendicata) ha il sapore - ci si perdoni - di una marachella; di un’astuzia (veniale, se si prendono per buoni gli argomenti di Ferrara e al peso di quelli la si commisura) che tale è e tale rimane, con tutto il suo portato di strumentalità. Come a dire: certo, fare una lista antiabortista per non cambiare (dobbiamo crederci? ma si, ci crediamo!) la 194 è cosa contraddittoria, apparentemente inutile; ma quell’offerta elettorale non ha volontà di incidere sul nostro ordinamento (e a che serve allora?), ma è un modo dirompente per far discutere di una questione importante. D’accordo, accettiamo anche questo argomento.
Ferrara vuole «mandare in Parlamento un gruppo di pressione che, su un tema centrale dell’esistenza moderna, abbia lo specifico mandato politico di promuovere la battaglia contro l’aborto e per la vita in tutto l’arco della sua manifestazione, che è cosa diversa dall’abrogazione delle leggi che oggi regolano l’interruzione di una gravidanza». Se ciò che gli sta a cuore fosse promuovere una serie di leggi di welfare mirate a scongiurare tutta quella quota di aborti dovuti a un deficit di tutela economica, sanitaria, occupazionale delle donne, noi ci iscriveremmo subito subito alla sua lista. Invece no, lo sappiamo ed è chiaro: Ferrara ha in odio la sciatteria morale di quella donna che abortisce per non ritrovarsi i glutei smagliati; che interrompe la gravidanza per l’ennesima volta, pur avendo mezzi economici ed emancipazione a sufficienza per praticare la contraccezione; che compie quel gesto senza avere contezza (senza affrontare un dramma morale intimo) del portato della sua decisione. Ed è su questo - principalmente - che insiste la sua azione politica. Su quelle forme di degrado morale e sulle cause, prossime e remote, complesse ed epocali, che quelle determinano. La politica può fare qualcosa per intervenire su tutto ciò? Qualcosa che non sia un comitato etico di riconoscimento della liceità morale psichica e sociale, oltre che sanitaria, per ogni istanza di aborto in ogni consultorio e in ogni ospedale? Ovvero: l’autorità pubblica, secondo Ferrara, dovrebbe avere modi e strumenti per indagare la coscienza individuale e le pieghe dell’esistenza degli individui, per decidere quando un aborto è motivato e quando invece non lo è? E in questo secondo caso cosa può fare? Vietare no, a quanto lo stesso Ferrara sostiene, e dunque? Biasimare formalmente la pochezza morale di talune donne? Impegnarsi in qualche pratica di moral suasion? Insomma: cosa produciamo sanzionando moralmente l’indifferenza etica all’aborto? Se si tratta di combattere la povertà spirituale del nostro tempo, beh, nessuna battaglia in questa direzione che assegni allo stato diritto e compito di limitare il libero arbitrio della persona potrai mai dirsi liberale. Se non è questo ciò a cui si mira - se la battaglia contro il degrado etico non passa per una revisione legislativa che renda più difficile abortire - non c’era bisogno di presentare una lista elettorale: non si va in Parlamento per far applicare le leggi (per far applicare in tutto il suo portato la 194); ci si va per farne di nuove o per modificarne di già esistenti. Poteva bastare, allora, scrivere, dibattere, informare, criticare. O impegnarsi, anche attraverso forme di azione volontaria, per promuovere le pratiche contraccettive, per accogliere più dignitosamente i migranti (già, sono le donne straniere, oggi, quelle che nel nostro paese abortiscono più frequentemente), per operare contrastando il disagio sociale di molte donne «istigate» all’aborto dalle persistenti iniquità di una società spesso eticamente agnostica. C’è chi, alcune (e solo alcune!) di queste cose già le fa; animato da una volontà di contrasto del «peccato» che si traduce, ancora una volta, in un giudizio morale sull’autodeterminazione della donna che sappiamo essere inesorabile. No: non fa bene a chi non vuole essere madre, a chi vorrebbe esserlo ma sente di non poterlo; e a chi deve ancora nascere.Scrivere a:
abuondiritto@abuondiritto.it

l’Unità 30.3.08
Obama, il reverendo Wright e i conti con Dio
di Stefano Pistolini


L’hanno trasformato da simbolo della contemporaneità multirazziale in tardiva incarnazione delle Pantere Nere. E durante la metamorfosi, lui ha visto prima allontanarsi e poi prodigiosamente tornare a profilarsi quei voti degli indecisi senza i quali un suo successo resta una chimera. Quale politico, prima di Barack Obama, ha dovuto fare i conti così dettagliatamente con Dio? Mesi fa s’è tentato di presentarlo come un musulmano mascherato. Adesso si sono raggiunti risultati migliori facendone un cristiano deviato, seguace dello scandaloso reverendo Jeremiah Wright, il pastore della Trinity Church, chiesa-istituzione del ghetto di Chicago che predica una cristianità afroamericana - antagonista alla riconciliazione coi bianchi - e invoca non una "blessed" (benedetta) America, ma una "damn" (dannata) America. Una polemica, legata alla decontestualizzazione mediatica di frasi pronunciate dal focoso reverendo, che negli ultimi giorni - quando già il furore sembrava quietarsi -ha tirato in ballo perfino noi italiani - "i nasi d’aglio" come ci ha ribattezzato - titolari, secondo lui, della crudeltà con cui venne crocefisso Gesù Cristo (meglio non approfondire, perché il ginepraio delle inestricabili confusioni è lì, dietro l’angolo). "Siamo dispiaciuti da parole simili usate da chi si definisce un reverendo cristiano" ha dichiarato Dominic DiFrisco, portavoce della Commissione congiunta degli italo-americani che però, almeno lui, la croce delle incontinenze di Wright non ha voluto gettarla sulle spalle di Obama. Il quale, comunque,
non si è mai sottratto alla questione religiosa né alle sue implicazioni razziali, e in passato ha pronunciato sul tema discorsi ben oltre gli standard della politica nazionale, frutto dell’essersi avvicinato alla questione da adulto e attraverso la formazione culturale di Harvard. Il cristianesimo di Obama si rifà al modello di Rienhold Niebuhr, il pensatore religioso più affascinante del Novecento americano. Secondo questo pastore protestante, la città terrena è segnata da inevitabili scontri tra interessi, e va smitizzata la perfezione americana come manifestazione di Dio, rimarcando piuttosto lo scarso equilibrio dell’uomo, agente d’ ingiustizie, tensioni e conflitti. Niebuhr critica i compromessi della politica e invita a intraprendere la battaglia morale nel nome di quella che chiama "la santificazione della propria posizione". Una teoria dell’umiltà e di un energetico stocismo culturale a cui Obama s’è assoggettato, allorché dice che "le chiese sono creazioni dell’uomo e perciò non c’è da sorprendersi se sbagliano". Visione che egli applica anche alle partigianerie e all’aggressività della chiesa afroamericana e alle devastanti dichiarazioni antipatriottiche di quel reverendo Wright che fu sua guida spirituale. Ma che poi non gli impedisce di far confluire nella propria piattaforma elettorale una religiosità progressista unita agli appelli per la giustizia sociale che sono patrimonio della chiesa afroamericana. Il tutto con quei toni ecumenici che danno alla sua proposta l’appeal di cui siamo oggi tutti testimoni, un richiamo che attira credenti e non-credenti, un coinvolgimento che fa sì che nel suo slogan "Change We Can Believe In" (ben più significativo dell’inflazionato "Yes We Can") la parola chiave non sia "cambiamento" ma quel "credere" che chiama a raccolta ogni via e ogni fede.
L’exploit di Obama è andato in scena mentre, in parallelo, la religione americana si va ridisegnando. Lo stesso mondo degli evangelici si sta rifondando, con nuovi leader, nuovi obbiettivi e una diversa tolleranza verso le istanze del presente - a cominciare dall’inclusione degli omosessuali nel tessuto sociale. Personaggi come Rick Warren, fondatore della potente Saddleback Church nella California meridionale, non percorrono oggi strade troppo distanti di Obama, con la loro invocazione di una religiosità che unisca e non divida, sfondo comune e non fattore di contrapposizione. In questo scenario, a seguito dello scandalo provocato dalle dichiarazioni estremistiche di Wright, Obama ha scelto di tornare a parlare all’America di religione, rinunciando agli aggiustamenti elettoralistici di comodo. Obama, invece, ha pronunciato un discorso importante, maturo, complesso, che ha chiesto il funzionamento delle cellule cerebrali di chi l’ha ascoltato. Bollato di colpevole contiguità con un agitatore antiamericano e perciò accusato di cospirazione razziale, Obama ha mantenuto il filo della sua dichiarazione di candidatura di 13 mesi orsono, tentando un passo decisivo nell’acquisizione di quell’indispensabile fiducia popolare che, sola, gli permetterà di sbarcare alla Casa Bianca, coronando una straordinaria impresa. Obama ha sconfessato le parole di Wright, ma non ha rinnegato né i suoi legami con lui, né la convinzione che il reverendo sia una personalità di valore - per lui "una famiglia", ha detto. Se le affermazioni di Wright vanno condannate senza appello, lo stesso non vale per il suo operato. E se Wright grida la rabbia per i torti subiti dai neri, Obama rivendica invece il valore di una cristianità immersa nei diritti civili e in quella speranza, la cui "audacia" - a cui ha intitolato il suo secondo libro - Obama ha tratto proprio da un sermone di Wright, "The Audacity Of Hope", appunto. Obama chiama al raduno, non alla battaglia. La sua religiosità parla di dedizione non di scontro. E la sua materia è civile prima che mistica, nel solco del Martin Luther King più conciliatorio. Proprio quella grande riconciliazione nazionale di cui la pacifica convivenza religiosa è il migliore lubrificante, con quel "girare la pagina" - secondo gli insegnamenti di Niebuhr - con l’impegno di tutti, anche dei nuovi evangelici della Saddleback Church.
La dignità espressa da Obama nel non scacciare da sé il reverendo Wright, l’uomo che lo unì in matrimonio, ma nell’operare chiari distinguo, ha raccolto l’ammirazione degli americani. Già ai tempi della candidatura pronunciata a Springfield, Obama all’ultimo momento aveva deciso di non affidare a Wright la pubblica benedizione della missione. Fin d’allora era consapevole degli imbarazzi che il personaggio gli avrebbe provocato. Chiese al pastore di fare un passo indietro, di non appesantire l’impresa con un marchio troppo razziale. Ma non andò oltre. Wright sì lamentò e approfittò dell’ondata di celebrità con una serie di pirotecniche apparizioni tv. Ora, affrontando una platea spazientita e in un momento difficile della campagna, coi repubblicani avviati a una bellicosa riorganizzazione e con un’avversaria disperata come Hillary, Obama ha detto agli americani che la questione-razza esiste ancora, che liquidarla come retaggio del passato è illusorio, che la rabbia dei neri e il risentimento dei bianchi sono sentimenti che solo il perbenismo isterico del "politically correct" può rimuovere e che di tutto ciò lui è disposto a riprendere a parlare. Perché se nel Mississippi il 90 percento dei democratici neri ha votato per lui e oltre il 70 dei bianchi per Hillary, non si può pensare solo a una competizione politica. Ma a una contrapposizione razziale. Sulla quale è urgente riaprire il dibattito. Obama, sia pure costretto dal precipitare degli eventi, dunque ha posto un "problema universale al quale tutti gli americani sono interessati". Se per un anno ha fatto campagna elettorale col preciso intento di andare oltre la razza, ora Obama non ha paura di far intravedere la propria appartenenza. L’ha fatto mentre chiedeva agli americani di comprendere - se non di scusare - le motivazioni da cui il suo reverendo Wright s’era scagliato contro la patria, nel nome di un’umiliazione razziale mai sanata. Per poi rivolgersi ai fratelli neri e domandar loro di ripensare ai percorsi sociali degli afroamericani - dal diffondersi della criminalità al controverso meccanismo dell’affirmative action - che hanno provocato lo scontento dei bianchi.
Obama chiede a tutti uno sforzo. Chiede di muoversi e non restare fermi. Chiede di guardare, non di girarsi dalla parte opposta. Dice che l’America è una nazione coi lavori in corso, dove gente di razza e fede diversa deve imparare a vivere a contatto. Se le sue parole, e la sua visione saranno premiate, lo si potrà dire il 22 aprile alle primarie della Pennsylvania. Un analista dell’ascesa di Barack come Shelby Steele, intellettuale politico anch’egli birazziale, riassume lapidariamente le necessità del senatore dell’Illinois per superare questa congiuntura: "Gli serve il coraggio dei bianchi". Obama il passo l’ha fatto. Ora i bianchi devono trovare la convinzione di fidarsi di lui.

Repubblica 30.3.08
Il candidato della Sinistra arcobaleno: "Dobbiamo rimotivare i nostri, frustrati dal governo Prodi"
Bertinotti, mission impossible in Sicilia "Niente desistenza, voto utile è per noi"
Il 2 per cento dei nostri elettori non andrà a votare: per noi non è trascurabile
di Umberto Rosso


PALERMO - Il gran ritorno, sotto mentite spoglie, della desistenza a sinistra? «Macché, non esiste. E se qualcuno dalle parti del Pd proprio è tentato dal voto utile, sappia che può essere solo e soltanto unilaterale». Nel senso che, presidente Bertinotti? «Unica direzione di marcia. Dal Pd verso la Sinistra arcobaleno. Per intenderci, come ha annunciato di voler fare Mauro Zani, che non è uno qualunque ma un pezzo di storia del Pci in Emilia». Presunzione, superbia politica del candidato premier, impegnato in Sicilia in una mission impossible rosso-verde? No, conti e tabelle alla mano, giura il presidente della Camera, «il voto alla sinistra è sempre, ovunque, un voto sottratto alla Pdl e non al Pd, un voto perciò per fermare la destra e Berlusconi». Giunto in fondo allo stivale, con al fianco la capolista Rita Borsellino che in Sicilia per la presidenza della Regione fa ticket con la Finocchiaro mentre in Emilia le due sono in competizione per il Senato, Fausto sbarra la strada agli "scambisti", i fautori di una collaborazione nel segreto dell´urna fra Pd e sinistra radicale. E via allora con i siluri alla conferenza operaia di Veltroni a Brescia, nello stesso giorno in cui anche la sinistra tiene la propria a Milano.
Pd partito dei lavoratori? «Neanche la Dc aveva mai messo in lista uno dei padroni più anti-operai, come ha fatto Veltroni con Calearo. La Dc, almeno, il senso del conflitto degli interessi fra lavoratori e padroni ce l´aveva». Bertinotti spara a zero da Palermo e nel frattempo Franco Giordano, sotto la Madonnina, lancia la proposta di riscrivere in dieci punti il paniere per fotografare un´inflazione reale. Mentre la corda con Veltroni si fa più tesa, si metteno a tacere le sirene della non-belligeranza. Idea, raccontano all´interno del Prc, che piace a Bersani e ai dalemiani ma non a Bettini e ai veltroniani, che puntano a incassare quanto più possibile come partito «e - aggiungono, arrabbiati, i rifondaroli - a umiliare la sinistra, per farla uscire domani di scena». Risultato: nemmeno a taccuino chiuso, nelle valutazioni più riservate, lo stato maggiore prende in considerazione forme di desistenza, più o meno mascherate. Liquidata con una battuta: «È una trappola». Un giudizio che attraversa le argomentazioni di Bertinotti. Le seguenti. Se il cartello dei quattro partiti si gioca il match sul filo dell´8%, invece di veleggiare tranquillo sopra il 10 come la somma dei soci avrebbe dovuto produrre, è frutto avvelenato di un combinato disposto. La frustrazione nell´elettorato di sinistra per il governo Prodi e, appunto, l´erosione verso il Pd da richiamo al voto utile. Da questo momento, la campagna del candidato premier punterà su entrambi i fronti al massimo della contrapposizione. Giocata d´azzardo, rischi? Bertinotti la mette così: «Siamo ovunque sopra l´8%, solo in tre regioni la partita del Senato per noi è sul filo: Toscana, Emilia e in qualche misura anche in Lombardia. Ma il problema vero non è il voto utile, non credo a un´emorragia verso il Pd. Solo qualche frangia, che so fra i verdi, o casi isolati come quello del ministro Bianchi».
Qual è allora il cuore del problema, l´ansia che sale a sinistra? Riprendersi i "propri" voti che rischiano di perdersi nel nulla, nell´astensionismo. «Il 2% dei nostri elettori - lancia l´allarme Bertinotti - delusi e frustati dall´esperienza di governo al momento, secondo i sondaggi, non ha intenzione di andare a votare. Una percentuale che per un piccolo partito fa la differenza». Eccolo l´obiettivo del rush finale del presidente della Camera, «rimotivare i nostri, riconquistarli», e non lo fai di certo prefigurando accordi con il Pd. «Lo fai in tutt´altro modo: spiegando che noi staremo all´opposizione, che con Prodi ci abbiamo provato ma è stato inutile».
Come del resto il presidente della Camera deve aver sentito sulla propria pelle, fra i mercati di Messina o fra i giovani universitari di Rende, in un bar di Rosarno o nei vicoli di Palermo, toccando con la mano la delusione e la rabbia del sud, contro tutti i politici, nessuno escluso. E in certi casi, la contestazione non fa sconti. «Anche tu Bertinotti, tornatene a casa».

Repubblica 30.3.08
Luther King, santo americano
di Vittorio Zucconi


Il 4 aprile del 1968 il paladino dei diritti dei neri fu ucciso a Memphis da un galeotto evaso di prigione. Aveva appena trentanove anni. Come Lincoln, come John e poi Robert Kennedy, quel colpo di fucile lo beatificò istantaneamente, proiettandolo nel pantheon. E rendendo immortale il grande sogno sociale di cui si era fatto portavoce

Martin Luther King jr nacque il giorno in cui fu assassinato, il 4 aprile del 1968. Fu alle ore 18 e 01 sul balcone della sua stanza di motel a Memphis, quando un solo proiettile da caccia al cervo sparato dall´edificio di fronte penetrò nella mandibola, deviò nel collo e si fermò nella clavicola, il momento nel quale morì un giovane trascinatore di folle e attivista di appena trentanove anni e dai suoi resti si alzò il Martin Luther King che conosciamo oggi: un santo americano, per sempre beatificato dal proiettile di un fucile Remington.
Non ci sono faticose inchieste canoniche nel processo di santificazione laica e istantanea nell´America della violenza politica, che soprattutto in quegli anni Sessanta produceva martiri come un anfiteatro Flavio nei suoi giorni migliori. Il colpo di pistola che trafisse Abramo Lincoln fece dimenticare le sue esitazioni sulla questione degli schiavi e ne fece per sempre l´apostolo della emancipazione. I colpi del "Carcano modello 91" sparati da Lee Harvey Oswald sterilizzarono la vita non esemplare di John F Kennedy, immunizzandone il ricordo dalle rivelazioni più sordide, così come le rivoltellate che freddarono suo fratello Robert nell´hotel Ambassador di Los Angeles cancellarono, nell´empireo della sinistra americana, il ricordo della sua attiva partecipazione al maccartismo. Nel Pantheon e nel martirologio dei santi americani, il processo della assunzione al cielo del mito richiede i pochi centesimi di secondo necessari perché una pallottola copra il percorso, a velocità supersonica, dalla canna dell´assassino al bersaglio.
E così è stato per King, per il figlio ed erede della chiesina battista di Atlanta guidata dal padre King senior e intitolata ad Ebenezer, la «pietra della speranza» che il profeta Samuele piazzò in Palestina, secondo la Bibbia. L´uomo che era stato costretto a tornare in fretta e controvoglia a Memphis, aveva guidato per quasi quindici anni l´ala non violenta, disobbediente ma non rivoluzionaria, gandhiana, del fronte per il riconoscimento di quei diritti civili e soprattutto sociali ed economici che l´emancipazione degli schiavi non aveva spostato di un passo. Dall´appoggio e dall´organizzazione del boicottaggio in favore di Rosa Parks a Montgomery, arrestata nel 1955 dalla polizia dell´Alabama perché aveva rifiutato di sedere nei «posti riservati ai negri» sull´autobus, al suo "discorso del sogno" sulla spianata monumentale di Washington nel ‘63, l´autorità e la statura internazionale del dottore in teologia che aveva studiato in un college di gesuiti a Boston, il Boston College, erano solide e confermate da un Nobel per la pace.
Ma autorità e prestigio non sono ancora santità e lui lo sapeva. Non tutta l´America di sangue africano lo venerava, nella concorrenza crescente con i duri, come Malcolm X già assassinato e anche lui assurto al cielo degli intoccabili, le Pantere Nere, i Weathermen. Quando fu costretto a tornare a Memphis da Atlanta, due città distanti un´ora di volo tra le quali aveva fatto la spola per tutto il mese di marzo, King era un uomo distrutto dalla fatica, tormentato dai dubbi e depresso dall´accanimento persecutorio con il quale J. Edgar Hoover e l´Fbi cercavano di demolirlo, secondo il classico sistema già usato dallo stesso Hoover per attaccare gli odiati Kennedy: il sesso, un terreno particolarmente caro al creatore dei G-men che si dilettava di indossare costumi da ballerina classica, con collane e tutù di tulle, per intrattenere il proprio collaboratore e braccio destro a fine lavoro.
Il compagno di battaglia, il reverendo Abernathy, lo descriverà come un uomo «allo stremo della forza fisica». Jesse Jackson, che fu con lui quando il proiettile da caccia grossa gli trapassò il volto e il collo, dirà che per la prima volta da quando lo conosceva lo aveva visto «spaventato». Non dalla morte, ma dal timore di fallire, di essere la vox clamantis in deserto, la voce di colui che grida a vuoto nel deserto dell´America violenta del 1968. «L´America è oggi la massima esportatrice di violenza e di guerra nel mondo», aveva detto pensando alla carneficina in Vietnam esplosa con la battaglia del Tet in febbraio, e alla brutalità interna di quel tempo. Parole che ricordano assai da vicino le omelie di quel pastore nero di Chicago, Wright, il mentore e consigliere spirituale di Barack Obama, descritto dagli avversari come un fanatico anti-americano.
Gli costò un enorme sforzo fisico e di volontà tornare a Memphis, dove i milletrecento "operatori sanitari", gli spazzini della città, quasi tutti neri, erano in sciopero da giorni per ottenere un aumento di stipendio da un dollaro e trentacinque a due dollari l´ora, docce per lavarsi e guanti per maneggiare immondizia verminosa, nel clima umido e malsano del grande padre Mississippi, il fiume di Memphis. Le dimostrazioni degli spazzini erano degenerate in violenza, soprattutto dopo la morte di due di loro schiacciati da un camion-scopa; il sindaco Loeb aveva respinto ogni compromesso proclamando che lui «non avrebbe mai fatto accordi con un sindacato di negri», e in questo suo ritorno alla Gerusalemme che lo avrebbe crocefisso, King, portato di peso dai collaboratori nel Tempio della loggia massonica per il discorso, vide la propria fine: «Sono stato sulla vetta della montagna e ho visto il panorama ai miei piedi della terra che ci è stata promessa».
Il suo volo da Atlanta era arrivato con grande ritardo, dopo che una telefonata anonima aveva annunciato una bomba a bordo. Minaccia presa sul serio perché già una bomba era esplosa davanti alla sua chiesa, un´altra era stata scoperta e disinnescata in tempo, e lui era sopravvissuto alla coltellata di una donna, di colore, che lo aveva pugnalato in una libreria sfiorandogli con la punta l´arteria aorta: «I chirurghi mi dissero che se avessi starnutito sarei morto». «Ora sono a Memphis», disse in quel discorso della montagna, «e so che qualche nostro demente fratello bianco vuole attaccarmi. Mi piacerebbe vivere una lunga vita, la longevità può essere una buona cosa, ma ora non mi importa, voglio soltanto fare la volontà di Dio». Coretta, la moglie, che telefonava da Atlanta, pianse quando le riferirono di quel discorso e di quel presentimento.
«Il demente fratello bianco» era già ben sistemato alla finestra di un vecchio edificio delabré, un hotel a ore, proprio di fronte al Lorraine Motel dove sempre scendevano i leader del movimento quando erano a Memphis. Costava poco, era dignitoso nella sua banalità anni Cinquanta ed era nel cuore della città nera. Il suo nome era James Earl Ray, evaso dal penitenziario del Mississippi, ricercato dallo Fbi e da tutte le polizie. Non era un tiratore scelto, come era stato Oswald, "cecchino" addestrato dai Marines, e il suo fucile, un Remington 30/60, aveva un mirino telescopico che non funzionava. E se la distanza è assai breve, forse trenta metri fra il motel e il lupanare, la precisione del colpo fu micidiale. Un proiettile in testa non lascia scampo. King, un po´ vacillante sulla gambe per la stanchezza, si era affacciato alla balaustra con i suoi apostoli: Andy Young, Jesse Jackson, Ralph Abernathy, sul quale l´Fbi stava raccogliendo dossier enciclopedici conditi di immancabili sospetti di simpatie «comuniste». Il colpo, che qualcuno vide arrivare da un cespuglio, abbatté King, ma non lo fece morire istantaneamente. Mentre gli altri chiamavano il centralinista dell´albergo, che non rispondeva, per domandare un´ambulanza, l´ormai quasi santo martire fece a tempo a mormorare a un musicista che era accorso dalle stanze: «Stasera suona l´inno Vengo da te, mio prezioso Signore e suonalo bene». Poi morì. L´ambulanza non arrivò perché il centralinista del motel era morto anche lui, stecchito da un infarto fulminante quando aveva sentito lo sparo. Ma non avrebbe fatto alcuna differenza.
E cominciò lo stesso processo di sdoppiamento che si era già visto con Kennedy, quasi identico. La transustanziazione del reverendo ucciso fu quasi immediata. Il presidente Johnson, che già aveva dovuto seguire il feretro di Kennedy assassinato, lo proclamò immediatamente eroe nazionale, creando un giorno della memoria per lui e lanciando l´intitolazione di strade, autostrade, edifici che oggi pullulano nelle città, assai meno nella campagne. Ma parallelamente si aprì quell´abisso di sospetti e di "complottismi" che ancora non si è chiuso. Ray, «il fratello demente», fu subito identificato, perché lasciò molto cortesemente una borsa con i propri indumenti e il fucile stampato delle sue impronte digitali, ben conosciute alla polizia essendo un detenuto evaso. Fu arrestato mesi dopo, mentre tentava di passare la frontiera inglese, dunque oltremare, con un passaporto falso. Confessò su consiglio dell´avvocato per risparmiarsi la sedia elettrica in cambio di novantanove anni di carcere, ma appena battuta la sentenza, ritrattò.
Se sul caso Kennedy rimane, ancora oggi, la domanda senza risposta del movente (chi aveva davvero interesse a ucciderlo? La Mafia? La Cia? I cubani, come pensava Johnson, per conto dei russi umiliati da lui con la crisi del missili? L´apparato militare-industriale?), i possibili pretendenti al martirio di King potevano essere legioni. Dall´Fbi che lo aveva giudicato «il peggior bugiardo e impostore», nelle parole di Hoover che lo vedeva come una marionetta dell´onnipresente congiura comunista; al mondo politico del Sud, che ancora tentava di resistere all´avanzata dell´integrazione; ai grandi "padroni del vapore" spaventati dalla piega sempre meno mistica e sempre più economicista che lui aveva preso, convinto ormai che non ci sarebbe mai stata eguaglianza di diritti senza eguaglianza di reddito (aveva anche invitato i neri americani a negare i trenta miliardi di acquisti annuali alle grandi multinazionali come la Coca Cola o alle compagnie di assicurazione, destinando i loro soldi ai commerci e alle imprese di gente di colore).
Al processo civile che trent´anni più tardi Coretta, la vedova, avrebbe intentato e promosso, la giuria riconobbe che in quell´omicidio c´erano ben altre impronte digitali che quelle lasciate sul fucile da Ray. Agenti di polizia e vigili del fuoco di Memphis, stazionanti accanto al motel, rivelarono di essere stati misteriosamente ritirati dal quartiere per ordini superiori arrivati all´ultimo momento. L´arma del delitto fu collegata a un mafioso italiano proprietario di un ristorante-taverna, Jim´s Grill, aggiungendo, come Jack Ruby a Dallas, il Fattore Cosa Nostra al complotto. Spuntarono doppiogiochisti, agenti della Cia, un misterioso «Raul», nome ispanico come quel «Ramon» che l´assassino aveva usato per il passaporto falso usato per espatriare. E la famiglia King chiese ed ottenne cento dollari di danni punitivi contro la città di Memphis, somma simbolica.
Ma la causa vinta cadde nella totale indifferenza anche dell´America di colore (quando fu emessa, c´erano soltanto due giornalisti in aula, un americano e l´inviata di un giornale portoghese) non per scetticismo ma per certezza. Tutti sanno, e dicono di sapere, che Martin Luther King fu sacrificato perché la sua minaccia non violenta era infinitamente più pericolosa delle grottesche azioni paramilitari delle Pantere Nere o dei guerriglieri della liberazione, facilmente riducibili ad atti criminali e quindi reprimibili. E quarant´anni più tardi, di rivolte armate come quelle che incendiarono i centri delle metropoli americane dopo la notizia dell´assassinio nessuno parla più, mentre Martin Luther King jr è più vivo che mai. Non nelle autostrade, ma in quelle donne e in quegli uomini, da Colin Powell a Condoleeza Rice fino alla campagna elettorale non violenta e messianica di Barack Obama, che dimostrano ancora una volta come ammazzare i santi sia sempre controproducente.

Corriere della Sera 30.3.08
Religioni. L'annuario pontificio: ora i fedeli dell'Islam sono più numerosi dei cattolici
Il Vaticano: sorpassati dai musulmani
di Bruno Bartoloni


ROMA — Il Vaticano, nell'Annuario pontificio, lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la prima posizione ai musulmani nel mondo e uno dei motivi è che questi ultimi fanno più figli. Nel globo ci sono un miliardo e 322 milioni di musulmani (il 19,2% della popolazione mondiale) e un miliardo e 130 milioni di cattolici (17,4%).
«Colpa della scarsa natalità»

ROMA — Il Vaticano lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la prima posizione ai musulmani. Uno dei motivi è che questi ultimi fanno più figli. Già lo scorso anno il World Christian Database, un istituto americano specializzato nello studio dei trend religiosi, lo aveva anticipato. La Santa Sede non si è fidata e ha voluto fare le sue verifiche. Ora ha dovuto prenderne atto: un miliardo e 322 milioni di musulmani rappresentano il 19,2% della popolazione mondiale, un miliardo e 130 milioni di cattolici il 17,4%.
La conferma viene dal libro ufficiale della Chiesa, il «libro rosso» della Santa Sede, come l'Osservatore Romano ha definito ieri l'Annuario Pontificio in un'intervista al suo responsabile, monsignor Vittorio Formenti. L'Annuario, 2.511 pagine di dati, diffuso in diecimila copie, soprattutto tra le gerarchie militari oltre che tra le gerarchie ecclesiastiche, è il libro più rappresentativo della Chiesa. Dal prossimo anno lo si potrà consultare su Internet. Per alcuni è «il libro dei sogni» perché, come afferma il prelato, «non pochi sognano che il proprio nome figuri tra le sue pagine ».
Così monsignor Formenti spiega il sorpasso: «I cattolici nel mondo aumentano perché aumenta la popolazione nel mondo. Diciamo che nel rapporto tra aumento della popolazione e aumento dei cattolici siamo stabili. Però, per la prima volta nella storia, non siamo più ai vertici: i musulmani ci hanno superato. Si tratta chiaramente del risultato di rilevazioni effettuate nei Paesi interessati e consegnate alle Nazioni Unite. Noi possiamo solo garantire per le nostre indagini statistiche, fondate su Il dato positivo per la Chiesa è il numero dei sacerdoti: è cresciuto di 700 unità. Vengono soprattutto da Asia, Filippine, India, Corea, Vietnam, Giappone, Africa e da una parte dell'America Latina un metodo scientifico. I dati provenienti dal mondo islamico si basano su stime che tengono conto soprattutto della crescita delle popolazioni musulmane. È anche vero però che mentre le famiglie islamiche, com'è noto, continuano a procreare molti figli, quelle cristiane invece tendono ad averne sempre di meno. Attualmente, mentre i cattolici sono rimasti fermi al 17,4% della popolazione, i musulmani sono al 19,2%. Le statistiche si riferiscono al 2006. Se però il confronto lo facciamo considerando tutti i cristiani — cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti — allora arriviamo al 33% della popolazione mondiale».
A compensare in parte il sorpasso musulmano sui cattolici, l'annuario ha registrato una novità che ha particolarmente soddisfatto il Papa, assicura monsignor Formenti: il numero dei sacerdoti è cresciuto di settecento unità, un numero consistente rispetto al primo saldo attivo di 18 unità che risaliva a dieci anni fa. I nuovi sacerdoti non vengono né dall'Europa, né dall'America del Nord, ma soprattutto dall'Asia: Filippine, India, Corea, Vietnam, Giappone. E poi dall'Africa, mentre l'America Latina va un po' a macchia di leopardo. La «maglia nera» in Europa ce l'hanno la Francia, l'Olanda e il Belgio. In Italia si registra una piccolissima ripresa. Diminuiscono viceversa le suore. E scompare, rivela l'Annuario, la figura della suora portinaia e quella della suora cuoca, ma si moltiplicano le suore laureate che partecipano a concorsi pubblici, che diventano medici e anche primari d'ospedali.

il Riformista 29.3.08
Chiesa. La nota dottrinale sui politici cattolici arriverà dopo il voto per fortuna del Pd


Un sito internet cattolico ha riportato una notizia secondo la quale sarebbero alla firma del Papa - che tale firma avrebbe posticipato allo svolgimento delle elezioni politiche generali in Italia - una Nota Dottrinale della Congregazione della Dottrina della Fede che dovrebbe costituire, insieme all'annunciato documento della Pontificia Commissione per la Famiglia, una specie di summula delle posizioni del Magistero ecclesiastico in materia di natura del matrimonio, tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, e quindi condanna dell'aborto e dell'eutanasia, rifiuto del riconoscimento delle copie di fatto, condanna delle forme estreme di assistenza alla procreazione e della sperimentazione su gli embrioni, limiti alla procreazione responsabile, riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza in queste materie a medici, farmacisti, paramedici e infermieri. Vi sarebbe anche una riaffermazione dei principi già proclamati da altra Nota Dottrinale dell'ex Sant'Offizio sui doveri dei politici e in particolare dei parlamentari cattolici in relazione alle eventuali proposte in queste materia.
Ciò sembrerebbe dover preoccupare i futuri parlamentari cattolici che saranno eletti nelle liste del Partito democratico se esso, come sembra essere sempre più possibile alla soglia dell'alta probabilità, dovesse vincere le elezioni. Poiché anche in caso di vittoria questo partito non otterrebbe certamente al Senato un numero di seggi che gli assicurasse una maggioranza non a rischio e anche per questo, oltre che per avere un collegamento saldo con le masse sindacali, operaie e "alternative", dovrebbe allearsi con la Sinistra Arcobaleno. Ma questa volta la sinistra radicale non si pensa sarebbe tollerante nei confronti del Partito democratico come lo è stata con il governo di Romano Prodi. Certo nei termini di un accordo non ci potrà non essere una revisione del permesso concesso dal precedente governo di centrosinistra all'amministrazione americana per l'ampliamento della base militare di Vicenza, il ritiro del ricorso per conflitto di attribuzioni contro i pubblici ministeri di Milano per il caso Sismi-Abu Omar, una accentuazione della peraltro già netta politica filo palestinese e filo Hezbollah in Medio Oriente e la richiesta da parte dell'Italia di una conferenza internazionale di pace per l'Afghanistan, che apra il tavolo delle trattative anche ai Taleban - senza l'accordo con i quali che riconosca almeno de facto il diritto a assicurare in quel paese una zona di rifugio garantito per Al Qaeda, non ci potrà essere pace in quel Paese - e con la minaccia che ove questa non fosse convocata l'Italia ritirerebbe la sua missione militare, una apertura alla Russia e alla Serbia in relazione al Kossovo.
Nell'accordo non vi potrà non essere una legislazione aperta a una più ampia integrazione degli immigrati, la tassazione delle rendite finanziarie, l'abolizione almeno de facto della legge Biagi, il salario minimo garantito a tutti i maggiori di sedici anni, l'esproprio o almeno la requisizione delle case sfitte, e così via. Sono peraltro questi temi che sono propri ai cattolici democratici e che non ostacolerebbero, ma anzi li aiuterebbero nel loro sostegno al governo Veltroni. Certo vi sarebbe il problema della istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova, ma il leader Veltroni l'ha già promessa, e i cattolici democratici non potranno dimenticare che l'opposizione al G8, quella di piazza ma non violenta (ma quale manifestazione di piazza per avere efficacia potrà mai essere non violenta?) fu benedetta nel corso di una Santa Messa celebrata ad hoc dall'allora arcivescovo di Torino.
Se la Nota dottrinale e il Documento che dovrebbero essere emanati lo fossero, certo essi potrebbero mettere in qualche imbarazzo i parlamentari cattolici del Partito democratico, dato che questo partito per la sua composizione e i suoi riferimenti ideologici, anche cattolico-progressisti, oltre che per la necessità di stringere un accordo con la Sinistra Arcobaleno, non potrà astenersi dal fare approvare provvedimenti legislativi che sarebbero in contrasto con il tradizionale insegnamento della Chiesa. Anzitutto però, forti sembrano essere le pressioni di larga parte dell'Episcopato italiano, dei movimenti cattolici e anche da ambienti della Segreteria di Stato vaticana perché questa Nota e questo documento non vengano pubblicati, almeno per ora. Ma se anche lo fossero, la questione non sarebbe poi forse così grave! Per la Chiesa italiana, come è apparso chiaro dalla relazione introduttiva del presidente della Conferenza Episcopale Italiana all'ultima sessione della Commissione Permanente, per i cattolici italiani vi è non un solo ordine di valori: quello collegato alle materie che il Papa definì «non negoziabili», ma anche l'ordine dei «valori sociali», ben rappresentato dal programma sociale e politico della Sinistra Arcobaleno, e anche oltre in materia di «pace senza se e senza ma» e di politica filoaraba e anti-israeliana e antiebraica in generale. E i parlamentari cattolici democratici - i teodem sono stati spazzati via dalle liste o posti con il loro "esilio" alla Camera dei Deputati nelle condizioni di non poter nuocere! - potrebbero ben sostenere che dato il carattere laico della nuova maggioranza e l'accentuato carattere laicista della società italiana nella quale i cattolici «senza se e senza ma» si avviano a diventare una diaspora, potrebbero ben sostenere che al fine di difendere puramente e semplicemente il primo ordine dei valori, non si può sacrificare il secondo, anche applicando i criteri propri della morale cattolica, detti del «male minore» o del «bene possibile». E poi si potrebbero ottenere garanzie sul mantenimento dell'otto per mille, dell'esenzione dall'Ici, del finanziamento dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e così anche di altri privilegi concessi alla Chiesa d'Italia dalle leggi civili. E poi, è passato il tempo del tandem Sodano-Ruini; e oggi siamo a quello meno dottrinale o sovrano, ma più pratico e compromissorio, di Bertone-Bagnasco! Io ero per il primo, ma io non conto né siedo in Parlamento.

sabato 29 marzo 2008

l’Unità 29.3.08
Il ministro Bianchi passa dal Pdci al Pd

REGGIO CALABRIA Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, sceglie il palco del teatro Odeon, di Reggio Calabria con Veltroni, per annunciare che con il Pdci si è consumata una «separazione consensuale», ed ora scelgo Walter e scelgo il Pd». Dopo l’annuncio di Bianchi, il leader del Pd, Walter Veltroni, ha concluso il suo intervento esprimendo la sua gioia per «questa scelta». Il ministro dei Trasporti, candidato nel 2006 come indipendente nelle liste del Pdci ha deciso a iniziare «una nuova avventura» con il Pd, «È stato tra le persone che più hanno cercato di rappresentare l’idea di coalizione evitando l’esasperazione degli elementi di contraddizione».

l’Unità 29.3.08
Udc e Sinistra, i partiti che tolgono il sonno al Pdl
Senato, anche nelle regioni non in bilico l’ascesa delle due forze toglierebbe a Berlusconi seggi decisivi
di Eduardo Di Blasi

A VEDERE la mappa disegnata qualche giorno fa dal Cise per IlSole24Ore, mappa che teneva conto dei voti espressi nel 2006, tarandoli sulle coalizioni che sono cambiate e sulla media delle intenzioni di voto verso i nuovi soggetti al marzo 2008, si può dire che
«in bilico», nella corsa a Palazzo Madama, non ci sono solo quelle regioni nelle quali la distanza tra Pd e Pdl si conta in una manciata di voti. La legge elettorale escogitata dal centrodestra, come spiega da mesi il professor Roberto D’Alimonte, resta una trappola alla governabilità anche nelle regioni in cui esiste un partito in grado di ottenere una maggioranza certa. Vediamo come. Partiamo dalle regioni in bilico. In Liguria, Abruzzo, Calabria e Sardegna, Pd e Pdl sono distanti di poche centinaia di voti. Sono regioni che, dal punto di vista numerico, non forniscono un numero nutrito di senatori e che nel 2006 furono tutte prese dall’Unione. La Liguria elegge 8 senatori (nel 2006 finì 5 a 3), l’Abruzzo 7 (4 a 3 nel 2006), la Calabria 10 (6 a 4) e la Sardegna 9 (5 a 4). Per capire l’unità di misura, basti pensare che la Lombardia manda a Palazzo Madama 47 senatori (e nel 2006 la Cdl ne mandò a Roma 27, l’Unione 20), la Campania 30 (finì 17-13 per Prodi), il Lazio 27 (15-12 per la Cdl nel 2006), la Sicilia 26 (15 a 11 per la Cdl), il Veneto 24 (14 a 10 nel 2006 per il centrodestra), l’Emilia Romagna 21 (12 a 9), la Toscana 18 (11 a 7)... È proprio in queste regioni che, in questa tornata elettorale, saranno determinanti le performance dei partiti mediani (Sinistra Arcobaleno e Udc), perché mentre la volta scorsa in corsa erano due coalizioni, e quindi i seggi che non prendeva la vincente andavano alla perdente, questa volta i contendenti ai seggi sono, in alcune regioni più che in altre, almeno quattro. Finora si è detto: il voto utile potrà premiare i soggetti più grandi traghettando l’Italia da un sistema in cui anche i micropartiti possono rivendicare ruoli di governo, a un sistema che si avvicini al bipartitismo. I sondaggi elettorali ci dicono però che le due forze mediane sono radicate e possono diventare arbitro dei giochi. La logica dei due schieramenti consiglia di valutare a fondo l’utilizzo di questa forza.
In Lombardia, ad esempio, il Pdl, potrebbe in teoria vincere tanto da poter arrivare a superare il premio di maggioranza di ben 4 senatori (30 senatori al posto dei 27 di due anni fa, calcolati nei 26 di premio, più uno per aver superato il quorum del premio medesimo). Ma se Udc e Sa crescono tanto da arrivare all’8%, allora Berlusconi perderebbe quei senatori che fino a qualche settimana fa poteva dare per acquisiti. Giustamente Calderoli afferma che se la Lega fosse andata da sola in Lombardia avrebbe potuto recuperare (dato il sistema proporzionale e il tetto all’8%) 7 senatori. Ma il discorso si fermerebbe al Lombardo-Veneto, perché senza Lega il Pdl sarebbe quasi sicuramente andato sotto in Piemonte e Liguria. Altro caso sono le «Regioni rosse». In Emilia Romagna, una buona affermazione della Sa potrebbe levare al Pdl almeno uno (anche due) dei 9 senatori della Cdl. In Toscana altri due o tre, dei sette recuperati nel 2006. Veneto e Campania sono altri due casi a sè in uno scacchiere che, si capirà, è di difficile decifrazione anche per i contendenti politici. In Veneto, ad esempio, non sembra in prima battuta convenire al Pd che l’Udc superi la soglia dell’8% (alla quale è vicino). A meno che, però, il Pdl non superi (come sembra) il tetto oltre il premio di maggioranza nel quale scatta il seggio in più. In Campania un seggio al partito di Casini potrebbe accorciare ancora il divario tra Pd e Pdl. Ma è nel Lazio che la partita potrebbe essere rivoluzionata, anche grazie alla variabile costituita da La Destra di Storace. Le statistiche dicono che se Udc, Sa e Destra superano l’8%, il Pdl potrebbe perdere dai 5 ai 9 senatori dei 15 recuperati la volta passata. Qui, ovviamente, ognuno farà corsa a sè.

l’Unità 29.3.08
Abu Jamal, il peccato originale del razzismo
di Giancesare Flesca

Amnesty lo difende, mille avvocati inglesi chiedono la revisione del processo
Il sindaco di Parigi lo nomina cittadino onorario
Dalla sua storia nasce un film «In prigione la mia intera vita»
L’epilogo resta questo

MUMIA ABU JAMAL, leader delle Pantere nere, uomo simbolo della lotta antirazzista, nel 1981 si ritrovò incriminato per aver ucciso un poliziotto bianco
A giudicarlo Sabo, ex sceriffo, amico del capo della polizia, soprannominato «capestro» per la quantità di pene di morte comminate, soprattutto ai neri

La storia che avanza sfiora appena le ricorrenti tentazioni razziste della giustizia americana. Dopo decenni di lotte contro questo sistema, sostenute da movimenti non necessariamente progressisti in tutto il mondo, ieri l’altro la condanna a morte di Mumia Abu Jamal, pronunciata nel 1982, è stata annullata e probabilmente sarà convertita in carcere a vita. Questo vuol dire che lo stato della Pennsylvania lo considera ancora responsabile dell’uccisione di un agente della polizia di Philadelphia, nonostante decine di prove dimostrino il contrario. L’America potrà forse avere un presidente nero ma difficilmente si libererà di quel che lo stesso Obama ha definito «il peccato originale» del razzismo. Sia chiaro che Mumia Abu Jamal e i suoi compagni delle pantere nere avrebbero considerato Obama un «negruzzo»,cioè un nero che si è integrato nel potere bianco.
A quell’epoca, la metà degli anni 60, dopo l’uccisione di Malcom X a Manhattan, il movimento nero era diventato ancora più radicale. Non era questione di liberarsi dall’ingiustizia dei bianchi, ma di «scrollarsi i bianchi di dosso», come aveva detto George Jackson, uno dei leader dell’organizzazione, della quale faceva parte anche Angela Davis. Si proclamavano «marxisti-leninisti» e questo bastava a rendere la persecuzione contro di loro ancora più forte e più sporca.
Nella sentenza che condanna a morte Abu Jamal è considerata come una prova di colpevolezza l’aver condiviso una famosa frase di Mao, «il potere politico cresce sulla canna del fucile». Philadelphia, il cui nome significa città dell’amore, fu una delle protagoniste più spietate nel reprimere i movimenti neri (e gli omosessuali,se ricordate il film omonimo). Abu Jamal, che lì è nato nel 1954, a soli 15 anni aderisce alle Pantere nere, ormai declinanti. Ma questo Wesley Cook (è il vero nome di Abu Jamal) non poteva saperlo. Sapeva della moltitudine di neri mandati a morire in Vietnam, dei ghetti dove le istituzioni segrete dello Stato facevano correre a fiumi l’eroina per devitalizzarli, e ricordava tutti i 10 punti per cui lottavano le Pantere nere. L’ultimo, il più immediato, diceva: «Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace».
Tutto questo gli passava in mente mentre nel 1968 veniva arrestato per aver protestato contro un meeting del candidato segregazionista alle presidenziali, George Wallace. Nel 1969 Abu Jamal fu nominato responsabile del partito per l’informazione. Come tale, l’FBI lo inserì in una lista di cittadini da sorvegliare e internare in caso di «allerta nazionale». Ma la sua condanna a morte l’aveva firmata nel 1978, quando il gruppo nero dei MOVE fu aggredito e bombardato dagli elicotteri (cosa che si ripetè nell’81 e perfino nel 1986) lasciando in terra undici morti. A dirigere l’operazione c’è il capo della polizia Frank Rizzo. Abu, diventato radio-giornalista, ne denuncia la brutalità. Rizzo gli promette: «Faremo i conti con te e con questa setta di fanatici».
L’occasione per «fare i conti» si presenta dopo tre anni, nel 1981. Ormai ministro dell’Informazione di tutto il Black Party e giornalista apprezzato, Mumia, sposato e padre di due figli, deve arrotondare guidando il taxi. Il 9 dicembre di quell’anno, all’alba, aveva un appuntamento con il fratello più giovane. Il ragazzo era lì, dall’altra parte della strada. Ma non era solo. C’era un poliziotto che gli contestava una contravvenzione, e lo faceva in modo violento, picchiandolo. Abu Jamal attraversa la strada correndo e gridando all’agente di lasciar stare. Il poliziotto si volta e gli spara freddamente in pancia. Lui cade a terra in una pozza di sangue. Perde i sensi. Erano in un quartiere nero. Qualcuno vide che avevano sparato al popolare giornalista. E sparò a sua volta tre colpi che freddarono l’agente Daniel Faulkner. Ma quando Abu Jamal riaprì gli occhi si trovò nel reparto carcerario di un ospedale, incriminato per aver ucciso un poliziotto. Per di più un poliziotto bianco.
Il processo arriva presto, nell’estate dell’82. A presiederlo è Albert Sabo, ex sceriffo e grande amico del capo della polizia Rizzo. Viene chiamato «capestro» perché è autore di 32 condanne a morte: 2 comminate a bianchi, le altre trenta, ovviamente, a neri. È il record americano. Nel processo contro Abu Jamal tutti i giurati sono bianchi, tranne due, anche se a Philadelphia i neri sono il 40% della popolazione. All’inizio del processo il giornalista chiede di auto-difendersi, mentre l’avvocato d’ufficio gli fa solo da spalla. Dopo qualche seduta il giudice Sabo gli impedisce l’auto-difesa perché «troppo distruttiva». Allora Jamal chiede di avere per avvocato John Africa, fondatore della comunità MOVE. Il giudice Sabo nega, dicendo che la presenza di Africa sarebbe stata «ulteriormente distruttiva». Dove il «distruttiva» significa una difesa attiva, che mette sotto accusa la congiura «bianca», che non pietisce il favore della Corte.
Mumia Abu Jamal non sta al suo posto. E allora si fa di tutto per mandarlo a friggere sulla sedia elettrica. In quell’aula a dichiarare di aver visto l’imputato sparare al poliziotto furono una prostituta e un tassista. Un terzo testimone affermò di aver visto un uomo attraversare di corsa la strada ma di non poter dire se era Abu Jamal o no. La prostituta Veronica Jones, pilastro dell’accusa, in un primo momento aveva dichiarato di aver visto due neri fuggire dalla scena della sparatoria. Ma di fronte al giudice Sabo cambiò completamente la sua deposizione, dicendo che la prima versione non è attendibile perché lei era strafatta di marijuana. Il 2 luglio 1982 la giuria dichiara Abu Jamal colpevole e il giudice Sabo non si smentisce, infliggendogli la pena di morte. Le spese sostenute dal Tribunale per la difesa dell’imputato indigente, a Philadelphia 6500 dollari di media, nel caso di Abu Jamal sono di 150 dollari.
Le irregolarità procedurali e sostanziali furono tantissime. Al punto che, quando Jamal ottenne una revisione del processo e il giudice Sabo fu autorizzato a rientrare dalla pensione per dirigere anche quel dibattimento, furono migliaia i giuristi di tutto il mondo che ne chiesero invano l’esonero per quel che da noi si definisce «legittima suspicione». Tutto ciò non impedì a Sabo di fare il processo e di moltiplicare la vena accusatoria, alimentata da nuovi testimoni pescati dalla «Fratellanza della polizia di Philadelphia» di cui sia il giudice che Frank Rizzo sono magna pars.
Abu Jamal spende così nel braccio della morte i 26 anni successivi Il suo caso diventa una vicenda internazionale. Amnesty lo difende a gran voce. Mille avvocati dei tribunali britannici chiedono una radicale revisione. Dalla sua storia nasce un film, «In prigione la mia intera vita». Il sindaco di Parigi lo nomina cittadino onorario. Lui scrive il suo diario, «Live from the death row». Ma tutto è vano, anche se nel 1999 un vecchio sicario, Arnold Beverly, confessa a un avvocato di aver ucciso il poliziotto Faulkner. Tutto questo gli ha salvato la vita soltanto per regalargli nella migliore delle ipotesi un ergastolo. «In prigione la mia intera vita», appunto.

l’Unità 29.3.08
Nazi-rock, nella culla del Serpente
di Furio Colombo

Niente sarebbe memorabile, nei gruppi, nei tipi umani, nei linguaggi e nei gesti dei personaggi a cui è dedicato questo libro e questo Dvd. Niente, tranne il fatto che esistono. La loro esistenza è causa costante di un clamoroso equivoco che torna a ripetersi.

CINEMA «Nazirock», ecco un viaggio per immagini nel preambolo politico-culturale del nazismo. Tra ragazzini che ondeggiano da una «curva» violenta a concerti rock militanti. Non sanno niente: aspettano ordini e parole d’ordine. Ma non è folklore

Nei media l’immagine presenta qualcosa di cupo e di grandioso come spesso immaginiamo che siano i volti e le manifestazioni del male. Molti di noi (che scrivono, riportano, commentano), attribuiscono a tutto ciò che riguarda la destra estranea alla democrazia e alla legalità, il volto tremendo e forte, autoritario e mortale la cui maschera ci portiamo dietro dalla storia: i nazisti con le croci di ferro; i fascisti con le armi in pugno delle Brigate Nere e della Decima Mas; le guardie di ferro di Antonescu, i croati torturatori di Ante Pavelich. In realtà il fascismo e il nazismo sono sempre stati squallore umano, morale, mentale. Ma - come i corpi di Frankenstein senza storia - gli squallidi adepti e i convertiti al regime, appena attraversati dalle scosse ad alta tensione del potere senza limiti, hanno coperto lo squallore con la maschera della forza e la vocazione a dare la morte. In tale veste e con tale maschera hanno riempito di sangue la storia - migliaia e migliaia di serial killer in austere, temute uniformi, capaci di lasciare il sigillo della paura e della sottomissione accanto ad ogni delitto.
Il ricordo di quelle maschere di sangue coincide con il ricordo di coloro che, a viso scoperto e senza potere, si sono ribellati, hanno tenuto testa, hanno pagato ogni prezzo per liberare il proprio Paese. Senza di loro - antifascisti e partigiani - e senza i loro torturati e i loro morti, quel territorio sarebbe stato solo un oggetto di scambio fra vincitori e vinti. Ma alcuni, fra gli eredi che hanno combattuto lo squallore e il potere senza scrupoli dei fascismi, stranamente, hanno cominciato a vergognarsi dei loro eroi e dei loro morti. Hanno cominciato a pensare che fosse di cattivo gusto verso qualcuno ricordare le stragi e la ostinata decisione di tener testa a costo di essere sterminati, hanno zittito chi osava mormorare l’aria di una canzone partigiana, hanno cominciato a raccontare la Storia a partire dai protagonisti sopravvissuti, e considerati «vittime», nel mondo del dopo strage.
Sgombrato il campo da ricordi, da lezioni di Storia e dalle occasioni di ricordare come nasce un Paese libero, c’è chi è diventato insensibile, chi opportunista, chi ingenuamente ignorante (nel senso di non sapere in buona fede). E chi, nel vuoto, ha sentito il potente richiamo dello squallore più desolato e del potere assoluto.
***
Ecco quello che accade in Nazirock, narrazione e documento visivo. È come tornare, per un misterioso scherzo della Storia, al fascismo prima del potere. È vuoto, è sbandamento in cerca di un furore violento che senza la scossa del potere non può esplodere.
Leggete nello scritto le parole e ascoltate nel video il suono delle voci che dicono quelle parole. Osservate i volti, scrutate i movimenti, di marcia o di adunata o di festa o di iniziazione o di danza dei gruppi giovani a cui è dedicata questa straordinaria inchiesta (che punta verso alcuni gruppi musicali di Nazirock come possibile reincarnazione).
Troverete questi ingredienti. Nessuna cultura, molta superstizione, uso di reperti e di residuati di regime come reliquie di una religione rozza, pregiudizio ottuso e ostinato, ricerca affannata di bandiera, stile, uniforme: tutto ciò - per la prima volta - ci dà l’occasione , come in un viaggio nel tempo, di osservare il fascismo prima del fascismo. Ci si arriva attraverso una pratica di espulsione, una sorta di ascetismo privo di luce: via la cultura, via la storia, via le regole, via lo Stato. Si cerca una disciplina primitiva e cieca. Si aspettano ordini.
Accade però di scrivere queste cose mentre in Italia divampano - moderne e organizzate - pericolose rivolte: coloro che non vogliono i loro rifiuti; e coloro che non vogliono i rifiuti degli altri. In tutti e due i casi si tratta di imboscate, assalti, guerriglia e sequenze di aggressioni organizzate. In tutti e due i casi - qualunque sia la ragione e persino la giustificazione o la provocazione - i nemici sono lo Stato, la polizia e qualunque tipo di autorità locale, qualunque posizione o decisione sia stata presa.
Sulla scena, segnata di distruzione e vandalismo organizzato, si vede una costellazione di gruppi che sembra oscillare da destra a sinistra, tra annebbiato ambientalismo e vendetta locale, tra tifoseria sportiva e spedizione punitiva su ordinazione. Le maschere, però, variano di poco. Lo squallore prevale; ma questori e investigatori non esitano a dire: «Qualcuno li paga». Il modello appare più vicino al crimine organizzato. Pagare per offendere, come è avvenuto intorno all’abitazione del coraggioso Presidente della Regione sarda, che probabilmente ha violato un codice di malavita in Campania, non in Sardegna (perciò si è ordinato di punirlo) accettando di accogliere una parte dei rifiuti di Napoli e dunque dando una mano alla normalità. Ma telecamere e fotografi hanno visto bandiere politiche per quei rivoltosi che, nel Dvd unito a questo libro, sembrano invocare ed evocare il disastro, l’incendio, la morte di qualcuno. Cercano - nel modo più rozzo e diretto - un potere.
***
Torniamo per un momento ai «Nazirock» che questa inchiesta ha scelto come materiale sensibile per guidarci verso aree di rigurgito del fascismo. Assistiamo a uno spettacolo strano. Manca voce, ispirazione, talento, musica. Non nel senso che la musica giovane di gruppi spontanei appare inferiore (in questo caso di molto) alla media colonna sonora commerciale. Impressioni di questo genere si possono avere (benché non così infime) dai gruppi rock dei centri sociali, militanti a sinistra. No, qui si assiste a due fatti diversi e sgradevoli: uno è quel senso di rancido della storia ingurgitata a forza e poi vomitata, come fanno i bambini ribelli con la verdura odiata e mandata giù con furore.
L’altro è lo spettacolo disorientante del fremito di ribellione in sé autentico, nel senso fisico e ormonale della parola. Ma disperatamente alla ricerca del capo, della predicazione, della proposta distorta a cui giurare servizio, fedeltà e rischio. È un cerchio di fuoco vuoto e afasico, forza fisica inespressiva come le urla più o meno ritmate (testi miserrimi) che dovrebbero essere canto, dovrebbero essere inno e richiamo.
Tutto ciò potrebbe sembrare disprezzo lombrosiano, se non ci fosse una spiegazione. La mia è questa. Giacimenti spontanei di violenza prefascista (nel senso di non ancora arruolata ed organizzata) giacciono sotto la destra italiana. Ora si incarna in tifoseria, ora in guerriglia urbana, ora in dimostrazione, ora in «ronde» leghiste o «guardie padane». È un giacimento che - come certi episodi mostrano - si estende fino a falde sommerse di una sinistra «casseur» e distruttiva, che ha sempre lo stesso bersaglio: lo Stato e l’attività quotidiana. È un giacimento al quale la destra rispettabile manda e ritira segnali, ora celebrando insieme i «caduti» negli scontri degli anni 60 e 70, come se fossero tutti reduci della stessa battaglia; ora mostrando grande rispetto per le istituzioni, ma con l’avvertenza di usare improvvisamente un linguaggio di disprezzo e rifiuto da dentro le istituzioni. La situazione, però, non è di stallo. Al contrario, è dinamica. E segna punti per l’affiorare in superficie della rozza e primitiva destra sommersa che si impara a conoscere in questo libro e si vede in questo film. È vero che questi gruppi hanno leader moralmente squalificati e intellettualmente vicini a zero. Ma essi sono camicie brune da eliminare al momento giusto per ereditarne i manipoli.
Un progetto? Piuttosto un modus operandi; perché la destra ufficiale ama il doppiopetto e la identificazione istituzionale. Anzi, come è stato tipico della destra di questo Paese, ama sbandierare l’identificazione con l’Italia. Ma non ha difficoltà ad associarsi anche pubblicamente, anche in alleanze di governo e anche in patti elettorali, sia con gruppi che insultano e rifiutano pubblicamente la bandiera del Paese, sia con personaggi grigi e minori, moralmente squalificati e politicamente poco più che capi-banda, che compaiono come «fascisti autentici» in questo libro e in questo video e nei margini oscuri della vita italiana.
Ciò vuol dire: la destra italiana si tiene a poca distanza dalla discarica quasi solo teppistica di ciò che resta e torna a dichiararsi fascista, nel caso che fosse necessario reclutare in fretta manovalanza diretta da quell’area. C’è di più. C’è qualcosa che è come una certificazione autentica di tutto ciò che leggerete e vedrete qui, compresi aspetti che un tempo sarebbero stati considerati impossibili e inammissibili.
Francesco Storace si fa fondatore de «La Destra» e subito segnala, con modalità non equivoche, di essere pronto adesso, subito, al reclutamento della destra che si riconosce e si esprime nel Nazirock, ovvero nelle forme primitive di fascismo. Tutti i testi di inchiesta giornalistica aspirano alla attualità immediata.
Questo che leggerete è incalzato da fatti accaduti dopo il libro, che servono da inequivocabile verifica del libro stesso. Poiché è una verifica del peggio, diventa chiaro per il lettore che questo libro e questo video sono anche un fondato e documentato segnale d’allarme.
Testo tratto dal libro «Ho il cuore nero» distribuito da Feltrinelli assieme al dvd del film «Nazirock»

organizzato da Giacomo Marramao
l’Unità 29.3.08
Festival della filosofia. Quel ’68 globale che ci cambiò la vita
di Bruno Gravagnuolo

MANIFESTAZIONI Presentato a Roma il Festival della Filosofia dedicato a quell’anno «Tra pensiero e azione». Politica, cinema, musica, teatro, arti visive e tanti ospiti, da Cohn-Bendict, a Fabio Mauri, a Bertolucci

Il ’68 come «anno filosofico»? Perché no? In fondo «filosofici» a loro modo furono il 1789, il 1848. E per tutta una tradizione ideologica il 1917, fino allo spartiacque del 1989, data periodizzante in anticipo di un intero secolo («breve»), secondo Hobsbawm, e come gli altri degno di incarnare «destino» filosofico-storico. Oggetti-Eventi che hanno alimentato sistemi di pensiero. Da Hegel a Marx, fino al tardo epigono nippo-americano Fukuyama, con la sua inflazionata «fine della storia».
Ecco, il terzo festival della Filosofia romana all’Auditorium Parco della Musica, dal 17 al 20 aprile parte in fondo da una percezione di questo tipo. Titolando: «’68, tra pensiero e azione». E perciò dedica i suoi lavori all’anno infame per alcuni. Mirabile per altri, trascurabile per tantissimi altri, specie di questi tempi. Allorché sui media lo si sta traguardando come anniversario con grande sciatteria. Fatte salve rievocazioni reducistiche, scontati anatemi sulla «violenza ideologica», demistificazioni goliardiche tipo: «Meglio gli anni 60!». E qualche polemica, strano a dirsi, solo dentro la destra. Con da una parte l’ex rosso Adornato e Gasparri a maledire, e nientemeno che Fini a fare autocritica, su certe sottovalutazioni destrorse di quell’anno non privo di valenze positive!
Perciò i curatori del Festival, Paolo Flores D’Arcais, per Micromega, e Giacomo Marramao, per l’associazione Multiversum, hanno deciso di riproporre il tema, alla sinistra e da sinistra. Per aiutarla a riconoscersi, visto che stenta a farlo, benché il 68 sia uscito dal suo seno a conti fatti. E più in generale, non solo come scadenza da coprire. Ma come invito a una riflessione d’epoca, su un’«epoca-cesura» di cui tutti siamo figli, anche chi vi si oppose, e nondimeno ne gode ancora i frutti. Quali? Per sommi capi li ha riassunti Paolo Flores, alla presentazione ieri con Marramao, il presidente dell’Auditorium Gianni Borgna e l’amministratore delegato della «Fondazione Musica per Roma» Carlo Fuortes. E i frutti furono: rinnovamento del linguaggio, politico e non solo. Libertà dentro i media, «con una generazione di giornalisti innovativa e più coraggiosa», molti dei quali peraltro approdati oggi su sponde moderate o peggio. E poi i diritti civili, dal divorzio in poi, un’idea della giustizia non formalistica e attenta ai rapporti sociali. E ancora, l’estensione dei diritti del lavoro, il salario, la liberazione della donna, l’autovalorizzazione della soggettività, la Chiesa intesa non più come gerarchia bensì «comunità» e la famiglia non più autoritaria o patriarcale. Infine lo svecchiamento di tutta la cultura, le scienze umane, l’uso democratico del sapere, la rivolta antipsichiatrica. Il diritto anche dei poliziotti di scioperare. Cose lontane e straordinarie, inimmaginabili prima. Ma vicinissime e presenti, divenute senso comune, quasi ovvie. Non è poco a pensarci. Specie se si riflette sul fatto che le novità irrompevano in un panorama angusto e provinciale come l’Italia di allora. Ma poi erano un’onda internazionale. Una fenditura avvolgente tra blocchi geopolitici ed equilibri coloniali rimessi in discussione. Da una generazione mondiale, che si autoriconosceva nella simultaneità dei media. Per la prima volta chiamata a inverare la profezia di uno sconosciuto sociologo canadese come McLuhan: «villaggio globale». Fu, ha notato Giacomo Marramao, «un’immensa rivoluzione culturale, non alla cinese, ma democratica. E però innanzitutto culturale e non istituzionale, né di vero ricambio di classi dirigenti». Rivoluzione che allarga il Welfare nel mondo, genera contraccolpi conservatrici, sia negli Usa che in Urss, e che scava nondimeno. Mentre in Italia, terra di frontiera tra potenze, dura di più. Per tanti motivi: arretratezze, culture di sinistra più fort, capacità, della bistrattata sinistra di allora, di tenere aperto un sentiero, prima che il neoconservatorismo lo chiudesse. Un 68 ambivalente da noi, tra spinte libertarie e pulsioni marx-leniniste di ritorno. Con la rottura del movimento in «gruppi», ciascuno con la sua ipotesi di rivoluzione, e la reazione terrorista di destra. Che poi alimenta il terrorismo di sinistra, sempre nel quadro geopolitico di allora, segnato dall’ossessione del fattore K.
Di tutto questo si parlerà al Festival, a partire dalla tavola rotonda del 17, ore 15. Con Roberto Esposito, Massimiliano Fuksas, Oskar Negt, Peter Schneider, Pere Vilanova, Toni Negri. Tema: «Dalla critica alle armi? Il 68 e il problema della violenza». Dunque, un diorama senza nostalgie, di cinema, arte, musica, politica, teatro. Con ospiti illustri, da Fabio Mauri a Bertolucci, a Cohn-Bendict. E aperto da un incipt sulla violenza, che non elude abbagli e aspetti tragici di quel tempo di liberazione.

l’Unità 29.3.08
Prematuri, il vero obiettivo è la 194
di Carlo Flamigni

PER RIAFFERMARE la «sacralità della vita» il Cnb ha votato un documento che di fatto esclude i genitori nelle decisioni che riguardano l’eventuale rianimazione dei neonati molto precoci

La decisione del Cnb di criticare quel testo è una scelta sbagliata

La Carta di Firenze aiuta a capire come comportarsi nel caso di feti molto prematuri

Il documento della maggioranza del Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb) sulla rianimazione dei neonati precoci nasce con l’intento di estendere la dittatura dell’embrione anche al feto. La microetica delle quattro cellule, lo sappiamo, ha uno scarso impatto sulla gente, a meno che non la si corredi di qualche fiorita invenzione, come quella che nel passato immaginava la possibilità di acchiappare gli animaluncoli trasportati dal vento con qualche mirabolante setaccio. Impressionare gli ingenui trasportando la questione sul feto ha migliori possibilità di successo: e così ci hanno riprovato. Il Cnb comincia criticando la Carta di Firenze, accusata di istituzionalizzare l’abbandono terapeutico dei feti nati alla 22ma e alla 23ma settimana (il documento parla di una aprioristica decisione di desistenza terapeutica). In realtà non è così, la Carta di Firenze afferma che «ogni decisione deve essere individualizzata» e semmai invita a riflettere circa le gravi conseguenze che certi interventi della tecnologia possono avere. È, dunque, un’accusa senza alcun fondamento, che rivela come si voglia, ancora una volta, accuratamente evitare l’oggetto vero del contendere: si tratta di sapere se valga il carattere esclusivo della sacralità della vita come vogliono i cattolici più dogmatici o invece il carattere della sua qualità per tutti gli altri, punto che si concreta nel sapere cosa significhi restituire a una famiglia un figlio con le qualità cognitive di una pianta o con l’impossibilità di godere di un solo minuto di felicità. Per riaffermare la sacralità della vita, il documento della maggioranza del Cnb esclude il coinvolgimento dei genitori nel processo decisionale al riguardo, perché la loro voce introdurrebbe «parametri di valutazione estranei alla questione bioetica decisiva»: in caso di dissenso, dovrebbe essere sempre l'opinione del medico a prevalere. Per una minoranza del Cnb (Flamigni, Guidoni, Mancina, Neri, Toraldo di Francia, Zuffa), invece, la volontà dei genitori dovrebbe essere sempre prevalente, per molte ragioni ovvie. In primis perché grande parte di questi trattamenti sono ancora sperimentali e incerti, per cui non possono neppur essere iniziati senza il consenso informato dei genitori. Ridurli al silenzio è violare un sacrosanto diritto. Inoltre, perché sono i genitori che devono valutare le gioie e le sofferenze causate dalle terapie e dalla crescita del nato.
L’esclusione dei genitori da parte della maggioranza del Cnb è così incredibile che la si può spiegare solo come reiterato attacco alla legge 194. La medicina è cambiata, si dice. È possibile quindi che un feto abortito perché portatore di malformazioni risulti invece vitale, per cui deve necessariamente essere rianimato. I progressi della medicina impongono di cambiare le regole, di modificare la legge.
Sciocchezze. Il ragionamento non funziona perché la legge 194, nella parte che riguarda le interruzioni di gravidanza dopo il novantesimo giorno, dice chiaramente che se il medico ritiene che esistano possibilità di vita spontanea per il feto, la gravidanza può essere interrotta solo quando mette a repentaglio la vita della madre, la condizione di necessità che fa tacere tutte le altre norme e che era valida persino ai tempi delle vecchie leggi fasciste. Plaudo dunque alla tenacia, non certo alla intelligenza di questo ennesimo tentativo di attaccare la 194.

l’Unità 29.3.08
Una pagina per tornare a discutere
di Maurizio Mori

Riprende la pagina «Bioetica laica» per l’approfondimento dei temi oggi chiamati “eticamente sensibili”. Negli ultimi due decenni, sui vari temi della bioetica la Consulta ha sviluppato un corpus di riflessione abbastanza ampio da poter offrire spunti per un orientamento non occasionale. L’etica non è monopolio delle religioni, come ancora molti credono. Anzi, queste mostrano di far fatica a capire le novità apportate dalla rivoluzione bio-medica e stentano a stare al passo coi tempi. La bioetica laica non ha dogmi né ortodossie, ma non rinuncia a dare risposte alle esigenze morali delle persone che, vivendo in un mondo secolarizzato, vogliono cogliere le opportunità offerte dai progressi scientifici.
Il tema scelto è difficile: che fare dei grandi prematuri? Fino a qualche anno fa la natura procedeva inesorabile. Ora, invece, la decisione tocca a noi. Si presenta un dilemma nuovo e lacerante. Non ci sono soluzioni precostituite già pronte. Per trovarle ci vuole un dibattito pubblico, aperto e razionale, che eviti roboanti dichiarazioni di principio e retorici appelli alla vita come entità astratta. Ci vuole l’umiltà di valutare bene le conseguenze e, senza facili irenismi, anche le capacità delle persone di sopportare situazioni magari tragiche. Soprattutto, va evitato il criterio tutto italiano del doppio binario: “non lo dico forte, ma lo faccio”. Ecco perché la Carta di Firenze è un buon inizio, e il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb) un’ennesima delusione.
Presidente della Consulta di Bioetica

Questa pagina è stata realizzata in collaborazione con la Consulta di Bioetica Onlus, un’associazione culturale che promuove la bioetica in prospettiva laica.
Per informazioni e iscrizioni consultare il sito: www.consultadibioetica.org o chiamare il numero 0258300423. Come Onlus può ricevere donazioni ed essere destinataria del 5 per mille: nella dichiarazione dei redditi è sufficiente mettere la firma nello spazio riservato alle onlus e indicare il codice fiscale della Consulta: 97362610152

l’Unità 29.3.08
Come avviene in altri Paesi anche in Italia è stato preparato un documento per guidare medici, genitori e giudici nelle situazioni difficili
Carta di Firenze, per una medicina senza accanimento
La bioetica e il mondo laico
di Maria Serenella Pignotti

Il testo è noto anche all’estero e si basa sui dati acquisiti dalla scienza
Abbiamo voluto porre dei limiti all’accanimento proprio come avviene in tutti i Paesi civili

La Carta di Firenze nasce da un lungo lavoro svolto attraverso varie fasi, che ha ricevuto il consenso di molti medici impegnati ogni giorno sul campo. Non è nata in quattro e quattrotto, da pochi ispirati e non si discosta da analoghi documenti pubblicati in tutto il mondo. Non si discosta, soprattutto, dalle raccomandazioni per la rianimazione in sala parto dell’Ilcor, la massima organizzazione internazionale di esperti che suggerisce le cure palliative sotto le 23 settimane, la rianimazione a 25, un’attenta aderenza ai desideri dei genitori nelle due settimane intermedie, le 23 e le 24: la cosiddetta “zona grigia”, zona nella quale l’appropriatezza dell’intervento aggressivo medico è così discutibile e priva di evidenze scientifiche che diventa preponderante il volere dei genitori, sia che essi chiedano o non consentano le cure intensive. Il negare l’indicazione che l’età gestazionale (Eg) offre nella valutazione della prognosi, significa perdere l’unico parametro significativo per la sopravvivenza e quindi sottoporre a cure inutile e dolorose quanti non hanno il biglietto d’ingresso per la vita extrauterina: tutti quei feti/neonati che presenteranno segni di vita alla nascita, ma segni della vita intrauterina che si sta spengendo, non di una possibile vita extrauterina.
Quello della diagnosi differenziale alla nascita è un capitolo della medicina estremamente difficile, non vi è dubbio. È difficile distinguere tra meri segni di vita e segni di vita suscettibili di rianimazione, preludio di una vita extrauterina. Ma farlo costituisce uno dei doveri del medico. I medici non vogliono uccidere bambini, vogliono solo curarli bene, e curarli bene tutti, anche quelli che moriranno. È più semplice rianimare tutti e comparire sui giornali coi bambini del miracolo, pubblicare nuovi dati e sperimentazioni. Molto più difficile è prendersi la responsabilità di giudicare un intervento come inutile e non intraprendere o interrompere un trattamento per cambiare programma verso le cure palliative.
Con la Carta di Firenze abbiamo chiesto aiuto, abbiamo voluto dire alla società la verità, altro dovere di un medico, affinché si smetta di credere nelle favole e nelle bugie e si offrano le cure migliori concretamente possibili. Abbiamo voluto porre dei limiti all’accanimento ed alla sperimentazione, esattamente come hanno fatto tutti i Paesi civili del mondo. Abbiamo voluto difendere i bambini da cure sproporzionate ed abbracciare i genitori di quelli che non ce la faranno, abbiamo voluto difendere i medici da accuse senza senso nei Tribunali. La Carta di Firenze rappresenta anche un esempio di lavoro di gruppo, multidisciplinare, che non ha eguali. E si è già espressa. È già conosciuta, in Italia come all’estero. Essa è basata sui dati acquisiti dalla scienza e dalla sensibilità umana. Le critiche mosse, affidate ad analisi astratte e, soprattutto, saltando a piè pari i genitori - unico Paese al mondo - non aggiungono nulla di nuovo. Per questo la Carta rimane come un documento fondamentale a cui, nelle situazioni di rischio, medici, genitori e giudici potranno ispirarsi, esattamente come all’estero. Per curare una creatura così piccola e così delicata, non ci si può affidare, magari nottetempo al primo medico che capita desideroso di sperimentare terapie mai validate. Ci vuole una medicina basata sull’evidenza, moderna, fatta di conoscenze, dati supportati dalla ricerca internazionale, una medicina basata sui fondamentali principi di etica medica che vogliono per tutti cure appropriate e non sfarfallii di speranze senza senso, fonte di dolore per il bambino e per la sua famiglia.

l’Unità 29.3.08
Eugenetica alla rovescia
di Sergio Bartolommei

La scelta del Cnb

Il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso, a maggioranza, per l’obbligo dei medici di rianimare feti nati vitali, indipendentemente dal periodo di gestazione e anche contro la volontà dei genitori. La decisione suscita sul piano etico forti perplessità, per almeno due ragioni. La prima riguarda i casi di aborto terapeutico, in cui il medico non può ignorare che la volontà della donna era di interrompere la gravidanza. È vero che la legge fa obbligo di rianimare il feto nato vitale, come si trattasse di una "persona" con diritto alla vita. Ma non si può dire che, perché la tecnica ha abbassato il limite della mera vitalità, sia etico costringere a essere madre di un futuro individuo malformato una donna che, a queste condizioni, madre non intendeva affatto diventare. La tecnica crea qui un nuovo dilemma e compito di un Cnb è riflettere sui dilemmi morali. Prescindere dal consenso della donna con l'appello autoritario alla legge è un modo di risolvere i problemi tagliando i nodi anziché cercare di scioglierli.
La seconda ragione riguarda proprio la previsione di gravi e gravissime malformazioni dei grandi prematuri. Secondo dati recenti, il feto di 22 settimane raramente reagisce alle cure intensive e muore. A 23 settimane si registra una sopravvivenza del 32% circa dei feti, e di questi l’80% presenterà gravi o gravissime disfunzioni neurologiche. Alla 24esima settimana la sopravvivenza passa al 60% con il 40% dei sopravvissuti che avrà danni analoghi. Anche se tali previsioni non possono confidare, come peraltro tutti gli atti medici, sulla certezza assoluta, l’incertezza non giustifica la decisione di rianimare sempre e comunque. L’incertezza, di per sé, giustifica solo riflettere, caso per caso, se ostinarsi a rianimare o optare per cure confortevoli che accompagnino alla morte i neonati fortemente pre-termine. Un’etica che stabilisse il dovere incondizionato di rianimare già a partire da 22 settimane rischierebbe di introdurre una intollerabile forma di eugenetica alla rovescia. In nome di una astratta “cultura della vita” legittimerebbe l’obbligo istituzionale di portare all’esistenza individui che, presentando alti rischi di gravi malformazioni e patologie, conosceranno vite contrassegnate da acuti disagi, dolori e sofferenze.
Il Cnb replica che, a meno che non si accetti di interrompere l’assistenza a tutti i disabili qualunque sia la loro età anagrafica, non è lecito interrompere o non iniziare trattamenti ad alcuni prematuri solo per evitare futuri handicap. Ci pare tuttavia che una decisione non implichi l’altra. Una cosa infatti è impegnarsi a mitigare e correggere i colpi della sorte ai disabili già nati; altra cosa è istituire l’obbligo di portare all'esistenza individui con probabili gravissime disabilità. Questa seconda scelta si avvicina al danneggiare intenzionalmente le persone dando loro il peggiore avvio possibile alla vita.
La “cultura della vita” non è “feticismo della vita” e non può essere la vuota “possibilità di sopravvivenza” dei grandi prematuri, come chiede il Cnb, a fungere da criterio per questo delicato tipo di scelte.

l’Unità 29.3.08
Perché difendo il ministro Mussi
di Pietro Greco

«Scusate la franchezza, ma se Mussi si fosse occupato un po’ di più, e con idee più chiare, del suo ministero, l’Università, l’istituzione in cui opero, non sarebbe al collasso (perché di questo si tratta). Dubito fortemente che i docenti universitari di sinistra lo voteranno».
Lo confesso. Mi ha colpito leggere queste parole nell’editoriale firmato dal professor Alessandro dal Lago e pubblicato lo scorso 25 marzo sulla prima pagina di Liberazione, il quotidiano della principale formazione politica che concorre alla Sinistra L’Arcobaleno, con il titolo «Sinistra, sono deluso ma ti voto».
E non perché, in piena campagna elettorale, è inusuale che un quotidiano riferimento di una parte politica in corsa assuma posizioni così ferocemente autocritiche. Criticare se stessi è sempre un atto di coraggio ed è bene che questo coraggio si manifesti anche in campagna elettorale.
Non è dunque per il metodo, cui plaudo, che sono rimasto colpito, ma per il merito, da cui dissento. Per tre motivi. Primo: l’università e la ricerca pubblica in Italia non sono al collasso, anche se versano in gravi difficoltà. Le performances scientifiche e didattiche di ricercatori e docenti hanno buoni e obiettivi riscontri, in media. Secondo, l’università e la ricerca non sono in gravi difficoltà a causa dell’inazione di Fabio Mussi: sono almeno quarant’anni che queste condizioni di difficoltà sussistono. Terzo, i professori universitari e i ricercatori, tutto sommato, possano votare per la sinistra (per il centrosinistra del PD o per la sinistra dell’Arcobaleno) senza sentirsi troppo delusi né dal ministro né da altri: in questi venti mesi qualcosa di buona è stato fatto.
Premetto che sono stato un consigliere del ministro dell’Università e della Ricerca e che, quindi, ho una visione orientata delle cose. Ma cercherò di far tesoro dell’ammirazione dovuta a chi è capace di criticare serenamente se stesso.
Forse ce ne siamo dimenticati. Ma Fabio Mussi assunse la direzione del ministero quando l’Italia, per volontà del suo predecessore, la signora Letizia Moratti, e del governo Berlusconi, partecipava alla minoranza di blocco che in Europa impediva non solo il finanziamento alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, ma impediva il varo del VII Programma Quadro, ovvero dell’intera politica di ricerca dell’Unione. Il primo atto del nuovo ministro fu di revocare l’adesione alla dichiarazione della minoranza di blocco. Un chiaro segnale di svolta. Che restituiva non solo un carattere di laicità alla posizione italiana, ma restituiva l’Italia all’Europa della ricerca. Cui la stessa Moratti l’aveva sottratta, ingaggiando furiose battaglie, come quella contro l’European Research Council (Erc) e la sua autonomia.
Forse ci siamo dimenticati che solo venti mesi fa alla testa degli Enti pubblici di ricerca c’erano molti personaggi scientificamente discutibili. E che oggi per la gran parte sono stati sostituiti da scienziati di assoluto e riconosciuto valore internazionale: da Giovanni Bignami all’Agenzia spaziale italiana, a Luciano Maiani, presidente appena insediato al Coniglio Nazionale delle Ricerche. Ma la buona novità non è solo nei nomi (e non sarebbe davvero poca cosa): ma nel metodo. Il ministro ha messo in moto meccanismi (come il search committee) che conferiscono minore potere arbitrario alla politica e maggiore autonomia alla ricerca.
E anche sull’università non sono state né poche né banali le azioni di Fabio Mussi. Si è battuto contro la proliferazione delle sedi e dei corsi (degenerazioni la cui responsabilità ricade quasi tutta sui docenti e sull’interpretazione per così dire minimalista che hanno dato della pregevole e necessaria riforma Berlinguer), contro le università telematiche poco accreditate, contro le lauree facili, contro i fenomeni - ahimé troppo frequenti - di clientelismo e persino di nepotismo. Ha spinto ormai quasi in porto l’Anvur, con le sue due idee forti che l’università deve essere valutata da organismi indipendenti e che il merito va premiato. Ha varato - dopo anni di blocco - un piano di assunzioni di ricercatori bloccato in maniera francamente criticabile dalla Corte dei Conti.
Indubbiamente si poteva fare di più. Ma è altrettanto vero che in questi venti mesi Fabio Mussi ha tirato la corda dalla parte giusta, riaffermando il valore strategico del sistema pubblico dell’alta formazione e della ricerca per il nostro paese nel quadro europeo. Non è poco, visto che solo venti mesi fa c’era un ministro, la signora Moratti, che tirava con vigore dalla parte opposta.Ma, in omaggio alla virtù della serena critica a se stessi, occorre ricordare anche i limiti dell’azione del Ministro. Si è fatto troppo poco, per esempio, per sciogliere le incrostazioni burocratiche all’interno stesso del Ministero. Ma forse è meglio uscire delle questioni, pur importanti, di settore per arrivare ai tre nodi fondamentali.
Primo: la questione dei fondi, per l’università e per la ricerca pubblica. In questi venti mesi non c’è stata la svolta. Sono stati risanati i conti dello Stato, ma non sono state trovate le risorse nuove e aggiuntiva da dare a centri di ricerca e università, per consentire all’Italia di uscire dalla situazione di stallo e iniziare a correre come gli altri paesi verso la società della conoscenza.
Secondo: non sono stati sufficientemente qualificati gli incentivi alle imprese. Sarebbe stato opportuno premiare le imprese che cambiano specializzazione produttiva in direzione dei beni high-tech e/o ad alto tasso di conoscenza aggiunto.
Terzo: non si è riusciti ad imporre l’idea che la ricerca scientifica e l’alta educazione non sono questioni settoriali, sia pure importanti, ma sono l’unica e l’ultima chance che abbiamo per fare uscire il Paese dal declino economico.
Certo, Fabio Mussi non è riuscito a fare tutto ciò. Ma tutto ciò non poteva farlo da solo. Questi sono obiettivi mancati dall’intero governo di centrosinistra. E sono, a ben vedere, i motivi per cui il governo - privo di un grande progetto oltre quello di risanare i conti dello stato - è durato venti e non sessanta mesi.Potremmo dire che Fabio Mussi doveva tirare con più forza, ma dobbiamo rilevare ancora una volta che è stato tra i pochi nell’intero centrosinistra a tirare nella direzione giusta.
Non è una questione personale, naturalmente. Se la sinistra - quella moderata del Pd o quella radicale dell’Arcobaleno - non fa i conti con il grande tema della società della conoscenza, della necessità di assicurare autonomia e risorse alla ricerca e all’alta formazione, della necessità di cambiare la specializzazione produttiva del sistema paese per realizzare uno sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile, rinuncerà a un’idea di futuro e si condannerà a vivere, chissà per quanto tempo, tra polemiche interne e delusioni esternate.

Repubblica 29.3.08
Berlusconi: il Senato è in pericolo temo l´Udc e l´intesa Sinistra-Veltroni
"Anche Ruini lo sa, i voti ai centristi aiutano l´avversario"
Casini: saremo determinanti, l´Italia ha bisogno di un governo dei migliori
di Ginluca Luzi

ROMA - «Siamo in vantaggio di 8,6 punti sul Pd e non ci sono tanti indecisi, ma solo persone riservate», proclama Berlusconi che accusa Veltroni di aver fatto un accordo con la sinistra radicale per tornare insieme dopo il voto. «Mai come oggi il distacco appare così ridotto e molti indecisi si orientano verso il Pd», replica il leader del Partito democratico. Mancano due settimane al voto e lo spettro del pareggio o di una vittoria risicata turba la sicurezza del leader del Pdl che ha una ossessione, anzi due: Casini e la par condicio. Non c´è comizio - e ormai ne fa uno o due al giorno - in cui non dedica almeno mezz´ora per spiegare con pignoleria agli elettori di centrodestra che «se votano per l´Udc tolgono voti al Pdl e fanno il gioco di Veltroni». Anche ieri al Palazzo dei Congressi dell´Eur alle donne del Pdl ha ripetuto il messaggio. «Un elettore che non vuole la sinistra al governo - avverte Berlusconi - non può dare il voto ai partiti minori, sottraendolo al Pdl che è l´unico che può vincere. L´Udc - ammette il Cavaliere - ha un appeal su alcuni elettori, anche grazie alla legge idiota, illiberale e liberticida della par condicio che porta alla crescita dei partiti minori. Ma partiti così non riusciranno comunque a superare la soglia di sbarramento e un voto dato a loro sarà un voto dato alla sinistra. Nessuno di questi partiti ha la possibilità di superare la soglia di sbarramento dell´8 per cento al Senato. Non eleggeranno nemmeno un senatore». E per rendere il messaggio ancora più convincente per l´elettorato di centrodestra, Berlusconi non esita a coinvolgere anche il cardinale Ruini, di cui si era detto che fosse il principale sponsor del partito di Casini. «Io non posso dire nulla del cardinale Ruini se non il fatto che è una persona eccezionale. - afferma in un´intervista al gruppo Class - Posso assicurare che non mi risulta che lui non sia al corrente del sistema elettorale, ed essendo persona di estrema competenza, intelligenza, e ragionevolezza, non può che considerare la realtà: e cioè che i voti dati agli altri partiti del centrodestra, che non siano al Popolo della libertà, siano voti utili al centrosinistra». Arruolato anche il cardinale Ruini nell´esercito del «voto utile», Berlusconi promette che l´abrogazione della par condicio sarà uno dei primi atti del governo se tornerà a Palazzo Chigi. «Una legge idiota, illiberale e liberticida. - la definisce il leader del Pdl - In nessun paese si dà lo stesso spazio a ogni partito: è illogico e folle che un partito del 46 per cento debba avere lo stesso spazio di un partito del 3-4 per cento». Casini pensa che il suo partito sarà determinante per la Camera e per il Senato e «di poter fare la differenza in tutta l´Italia meridionale a partire dalla Sicilia». E in un certo senso il leader dell´Udc prefigura un esito elettorale senza un vincitore netto. «Se dovessi governare - dice Casini - mi ispirerei al principio di realizzare il governo dei migliori». L´ex presidente della Camera nega che si tratti di un governo di larghe intese: «E´ un´altra cosa, è l´assunzione di responsabilità nell´individuare le persone migliori per servire il nostro Paese. Io credo - spiega Casini citando come esempi De Castro (ministro dell´Agricoltura di Prodi) e Gianni Letta (sottosegretario di Berlusconi a Palazzo Chigi) - che in alcuni dicasteri è necessario utilizzare le competenze ovunque esse siedano». Oltre che su Casini l´attacco di Berlusconi si concentra naturalmente sul leader del Pd. «Quelle di Veltroni si sono rivelate bufale, i suoi giochi di artificio sono finiti, è caduto nel pieno e assoluto ridicolo», spara a zero il Cavaliere. «Si è presentato dicendo "io sono il nuovo, vengo da Marte", promettendo che avrebbe presentato una nuova classe dirigente. E´ andato a raccattare qualche industriale fuori corso o qualche figlio di industriale che i fratelli maggiori mandano in centro per non far danni in azienda, poi ha presentato le liste e dentro ci sono tutti, ma proprio tutti i ministri, viceministri e sottosegretari del governo Prodi». Ma l´accusa più velenosa è quella di un accordo con quella sinistra radicale da cui Veltroni ha preso definitivamente le distanze. «Nei corridoi della politica, - sostiene Berlusconi - si dice che c´è già un patto tra Veltroni e i signori della sinistra che orgogliosamente si proclama ancora comunista, per tornare insieme dopo le elezioni».

Repubblica 29.3.08
Dall´Emilia alla Toscana, ma anche dalla Lombardia al Veneto, il voto disgiunto rischia di penalizzare il Pdl
Il risiko che inquieta il Cavaliere in sette regioni può perdere senatori
di Claudio Tito

In alcuni casi un pacchetto di voti trasformerebbe il Porcellum in una debacle
Calderoli, l´autore della legge, rassicura: non prenderemo meno di 167 senatori

ROMA - Solo qualche migliaio di voti. Una leggera oscillazione in alcune regioni e il voto al Senato diventa una vera e propria lotteria. E già, perché il "porcellum" rischia di trasformarsi in un boomerang per Berlusconi e il Pdl che solo due anni fa lo avevano approvato.
Un pericolo che il Cavaliere ha ben presente. Gli ultimi sondaggi gli hanno fatto perdere le certezze coltivate fino a qualche settimana fa. Palazzo Madama ora è «in bilico», ammette con i suoi. «Siamo in vantaggio, ma con questa legge potrebbe non bastare». Un timore così forte da fargli tirare fuori dal cilindro il voto disgiunto e da fargli rispolverare la vecchia ricetta "anticomunista". «Dobbiamo far capire che Pd e Prc si stanno rimettendo insieme - è il suo ammonimento che nelle ultime due settimane di campagna elettorale si trasformerà in una parola d´ordine-. I comunisti si voglio spartire il Senato come con la vecchia desistenza».
Ma su cosa si basano gli allarmi di Via del Plebiscito? Essenzialmente sulle norme che disciplinano la distribuzione dei seggi. Il premio di maggioranza (che assicura il 55% dei seggi) al primo partito di ogni singola regione e la soglia di sbarramento all´8%. Con un´oscillazione di meno di centomila voti, il Pd potrebbe sfruttare a suo favore queste due regole. Soprattutto in due tipologie di regioni: quelle nelle quali prevedibilmente il Pdl supererà il 55% dei voti e quelle in cui il vantaggio democratico è assicurato. In base agli ultimi sondaggi, infatti, il fronte berlusconiano potrebbe andare oltre il 55% in Lombardia, Veneto e Sicilia. Una soglia superabile grazie al fatto che le percentuali vengono valutate e "riparametrate" solo sulla base dei voti "validi", ossia di quelli attribuiti ai partiti che hanno oltrepassato il "barrage". E´ sufficiente, dunque, che in queste tre regioni l´Udc o la Sinistra Arcobaleno vadano oltre l´8% per rendere più complicato al Pdl il compito di superare il 55%. Basti pensare che in Lombardia la Sinistra all´8% significa 4 seggi che in via ipotetica verrebbero sottratti in larga parte ai partiti perdenti, ossia al Pd. Ma un seggio potrebbe essere "rubato" pure al Cavaliere. Lo stesso discorso vale per i centristi che in Veneto - in base ai precedenti - sono vicini allo sbarramento.
Tecnica inversa nelle regioni "rosse". In Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata la vittoria del Pd è pressoché scontata ma un´affermazione della Sinistra Arcobaleno significherebbe contendere al Pdl i seggi riservati ai "perdenti". Per Bertinotti, è a rischio lo sbarramento in Emilia e in Basilicata e se un "pattuglia" di elettori democratici optasse per il voto disgiunto (Pd alla Camera, Prc al Senato) il numero di senatori a favore del Cavaliere si ridurrebbe almeno di un paio di unità. Non è un caso che un esponente esperto dei Ds, come il bolognese Mauro Zani, abbia già annunciato il voto "splittato". «Al Senato - dice apertamente - voterò l´Arcobaleno per indebolire la destra».
Infine ci sono le regioni in bilico: Lazio, Calabria, Abruzzo, Marche e Sardegna. A parte l´area laziale in cui i sondaggi assegnano un vero testa a testa, nelle altre quattro le preferenze dei sostenitori di Prc, Verdi, Pdci e Sd in "teoria" potrebbero risultare determinanti. Infatti in quelle tre regioni, la Sinistra difficilmente supererà l´8% e dunque non eleggerà senatori. Ma potrebbe dirottare a "costo zero" un pacchetto di voti verso il Pd seguendo il precetto di Zani: «indebolire la destra».
Ipotesi, appunto, che hanno fatto scattare l´allarme in casa Pdl. Il rischio "pareggio" spinge il leader forzista a parlare di «un nuovo accordo tra comunisti». Anche se Roberto Calderoli, che conosce bene la legge elettorale visto che l´ha scritta, è convinto che i dati si siano stabilizzati: «noi non prenderemo meno di 167 senatori».

Repubblica 29.3.08
Risale al 1974 una sentenza profetica di Jacques Lacan
Perché la religione continua a trionfare
di Giancarlo Bosetti

Il maestro francese dichiarava con pessimismo che, a differenza della psicoanalisi, il credo religioso ha l´imbattibile capacità di dare spiegazioni e di rassicurare
Un convegno di lacaniani a Roma
Quel discepolo beffardo che amava Freud

ROMA - L´Association Lacanienne Internationale e l´Associazione "Cosa freudiana", in collaborazione con l´ambasciata francese in Italia, hanno chiamato a discutere a Roma la nota tesi di Jacques Lacan - «La religione trionferà (non la psicanalisi)» - Charles Melman, Giancarlo Bosetti, Muriel Drazien, Jacqueline Risset.
Si tratta di due distinte giornate di studio: la prima si è tenuta ieri al Centro St. Louis de France, la seconda è in programma per oggi a Villa Mirafiori. Il testo di Lacan (una nuova formulazione della funzione del mito di Edipo studiato da Freud dove si trovano legati il simbolico e l´immaginario) è stato recentemente pubblicato da Einaudi, in "Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione", a cura di Jacques-Alain Miller (pagg. 117, euro 14). Qui pubblichiamo una parte dell´intervento di Giancarlo Bosetti.

I rapporti tra religione e psicanalisi cominciano sotto il segno dell´ateismo di Sigmund Freud. Nessun dubbio al riguardo. Con l´Avvenire di una illusione (1927) gli dei che accompagnano l´umanità nella sua storia sono un sostituto e una proiezione del padre, che ritorna dalla esperienza infantile in forma simbolica, per proteggere i suoi figli nel difficile compito di combattere contro i rischi naturali e fronteggiare l´enigma della morte, e per consolarli e guidarli nelle sofferenze della civiltà.
Ancora più nettamente degli altri, il Dio del monoteismo è il titolare di questo «transfert», un fenomeno che occupa un posto centrale nella visione freudiana e che sappiamo, riguarda in generale i Maestri e gli analisti stessi. Freud non si limita dunque a una liquidazione della religione ma ne esamina, anche in altre opere, la funzione negli esseri umani. La sua prospettiva è però limpidamente illuministica; egli ritiene che con l´avanzare della scienza (di cui la psicanalisi è figlia), si farà luce su meccanismi per i quali sono gli esseri umani a produrre gli dei e non viceversa (in modo non tanto lontano da quel che dicevano Feuerbach e Marx).
Come e perché allora un discepolo, sia pure scismatico, di Freud come Jacques Lacan ha sostenuto, come fece in una celebre conferenza stampa a Roma nel 1974, che «la religione trionferà non solo sulla psicanalisi ma su molte altre cose»? Quella volta il suo linguaggio fu meno criptico del solito, anche se in quella stessa occasione ripeté, nel suo stile beffardo, che i suoi scritti non li aveva «scritti per essere capiti», ma solo perché «vengano letti». La sua concezione, dichiaratamente pessimistica, prevedeva il trionfo della religione perché questa ha una imbattibile capacità di dare spiegazioni a tutto e di trovare ogni volta i buoni motivi per acquietare i cuori e regalare «senso». E per dare senso anche agli esperimenti più strani della scienza «quelli che cominciano a procurare un po´ di angoscia agli scienziati stessi».
Lacan non si allontana dunque troppo dalla visione freudiana della religione come illusione infantile e dalla prospettiva di una psicanalisi-rischiaramento, ma ne modifica il carattere in almeno due modi. In primo luogo abbandona la convinzione nella promessa indefettibile di progresso dei lumi. La psicanalisi è una chance che si è affacciata per un momento fortunato, è un «sintomo» che appare come un «lampo di verità». In secondo luogo, rispetto a Freud, Lacan procede molto oltre nel concepire la religione, ben più che come una illusione, come un fatto che ha la sua base strutturale nella realtà umana (è il tema sviluppato da Melman). Il pensiero di Lacan è imbevuto di uno strutturalismo (in debito con Lévi-Strauss) che lega l´essere umano alla religione con un «nodo borromeo», un nodo fatto di tanti anelli sciogliendo uno dei quali si sciolgono tutti gli altri.
La frase di Lacan al centro della discussione rappresenta un momento del suo pensiero, attraversato da una certa sofferta competizione tra analisi e religione. Una competizione in cui entra anche la tendenza delle scuole analitiche a configurarsi come piccole chiese, soggette a rotture e conflitti «confessionali».
La polemica conferenza stampa di Lacan era probabilmente il riflesso di una competizione fra simili, più di quanto né lui né Freud sarebbero stati mai disposti ad ammettere (diverso il caso di Jung, altro scismatico del freudismo, di cui Lacan denunciava apertamente le «stregonerie», più gradite alla Chiesa di Roma). Qualche anno prima un grande studioso della religione, Mircea Eliade, aveva bene illustrato (nelle pagine finali di Il sacro e il profano) una sua idea per tanti aspetti convergente con Freud e Lacan: l´uomo perfettamente areligioso è un fenomeno molto raro; anche la maggioranza dei senza religione si comporta inconsapevolmente da religioso e riempie la sua vita di mitologie e ritualismi, di prodotti delle officine dei sogni, di miti politici, di varie piccole religioni. Ma c´è soprattutto la psicanalisi, con il suo sottofondo iniziatico, a occupare il posto di erede della religione: la discesa nell´inconscio come quella agli inferi, il combattimento con il rimosso come quello con i mostri, le prove di passaggio di morte e resurrezione analitica. Nella visione di Eliade religione e psicanalisi non sono in gara tra loro ma concorrono in fasi diverse a garantire la integrità degli esseri umani.

Repubblica 29.3.08
Nostalgia, una malattia nata nel ‘600
Un saggio fra filosofia e medicina
di Jean Starobinski

La vicenda fisiologica e letteraria di uno dei grandi sentimenti dell´umanità
Il caso del ragazzo malato che guarisce solo quando ritorna nella sua patria
Ulisse prigioniero di Calipso pensa a Itaca e si consuma di dolore sulla riva rocciosa
Il nome è stato coniato solo alla fine del XVII secolo in ambito medico
La sofferenza che un individuo subisce per effetto di una separazione da cose e persone

Anticipiamo parte di un saggio di Jean Starobinski che uscirà sul prossimo numero di Lettera internazionale. Insieme a testi di Karl Popper, Edgar Morin, Hélène Cixous e Hans Blumenberg figura nel dossier «L´uomo, il mito, la conoscenza», pubblicato sul trimestrale diretto da Federico Coen e Biancamaria Bruno. Nel fascicolo sono presenti un dossier sulla democrazia imperfetta, con saggi di Bobbio, Castoriadis e De Giovanni; e un altro dal titolo «Israele e gli ebrei», con interventi di Konrad, Rosenberg e Meghnagi.

Supporre che la nostalgia sia una virtualità antropologica fondamentale è più che lecito: è la sofferenza che l´individuo subisce per effetto della separazione, quando continua a dipendere dal luogo e dalle persone con cui aveva stabilito i suoi primi rapporti. La nostalgia è una varietà del lutto. Tuttavia, il nome con cui la designiamo è un neologismo dotto del XVII secolo (1688) e la tesi secondo cui la nostalgia sarebbe un´invenzione di quest´epoca non è del tutto priva di fondamento. Occorre rammentare che questa parola - nostalgia - entrata oggi nel linguaggio comune (in molte lingue del mondo) è apparsa nel momento in cui il sentimento che designa ha assunto agli occhi dei medici i connotati di una malattia ed è stato catalogato come tale nei libri di medicina. Si tratta cioè di un termine di un linguaggio specialistico diventato in seguito relativamente banale. La vera novità introdotta con l´invenzione della parola nostalgia è insomma l´atteggiamento risolutamente descrittivo (patografico) nei riguardi del sentimento così designato.
Non c´è dubbio che gli atteggiamenti umani precedano l´invenzione dei termini tecnici corrispondenti. Gli uomini hanno provato nostalgia anche prima che tale sentimento fosse definito con una parola dotta, così come il sadismo esisteva anche prima di Sade e la terra ruotava intorno al sole anche prima di Copernico. (...)
Prima di ricevere il suo nome medico-specialistico, la nostalgia era chiamata con un nome più generico: pothos, desiderium - il desiderio. Per spiegare l´origine del nome specialistico, occorre fare prima un passo indietro e tornare nuovamente al desiderio.
Alcuni grandi testi della letteratura epica o sacra danno inizio a quella poetica della nostalgia che ha svolto un ruolo così rilevante nella tradizione intellettuale dell´Occidente, non solo in campo letterario, ma anche nella teologia e nella filosofia. Ci sembra opportuno ricordarli, per poterne riconoscere le tracce più tardive.
All´inizio dell´Odissea, Ulisse è prigioniero di Calipso, che vorrebbe trattenerlo sulla sua isola. Incurante della promessa di immortalità della ninfa, egli pensa a Itaca e si consuma di dolore sulla riva rocciosa. (...) Altrettanto emblematica è l´attribuzione del carattere della dolcezza a ciò che si è perduto. L´aggettivo dulcis si impone come attributo obbligato di ciò che si è dovuto a malincuore abbandonare o perdere e di cui ci si rammenta. E anche l´attributo del ricordo presente, purché non sia troppo lacerante. Lasciamo i nostri dolci campi: «Nos patriae fines et dulcia linquimus arva» (Virgilio, Bucoliche, I, 3). L´inventario dello stereotipo della dolcezza, nelle diverse letterature, occuperebbe intere pagine. (...)

* * *
Non capita di frequente di avere l´occasione di assistere alla formazione di un termine destinato ad aggiungersi al lessico dei sentimenti, di vederlo affermarsi ed entrare nell´uso in diverse lingue. E questo il caso della parola nostalgia.
Possiamo identificare con precisione il luogo e la data della sua nascita: Basilea, 1688. Aggiungiamo il nome dell´autore, il medico Johannes Hofer, di Mulhouse (sul quale non abbiamo molte altre informazioni) e il titolo di un´opera: Dissertatio medica de nostalgia, la tesi di dottorato di Hofer. L´intenzione dell´autore era quella di riflettere dal punto di vista medico sul dolore che affliggeva gli svizzeri che avevano «perduta la dolcezza della patria». Tale dolore, «noto già da tempo con il termine Heim-weh» a coloro che lo pativano, era «chiamato dai francesi maladie du pays». Tuttavia, aggiunge Hofer, il male non era stato ancora sufficientemente studiato dai medici.
E, poiché si trattava di esporre una cosa nuova (res nova), era necessario trovare un nuovo nome per definirla. Così si erano sempre comportati tutti in casi analoghi. «Dopo aver riflettuto a lungo, mi sembra che non possa esserci nome più conveniente e più adatto a designare il suo oggetto del termine nostalgia, di origine greca e composto di due termini, il primo dei quali, nostos, significa "ritorno in patria" e l´altro, algos, indica invece il dolore o la tristezza». Ecco, una volta tanto, un neologismo pedante che suona bene, non troppo pesante e che contiene in sé, sin dall´inizio, la possibilità di essere ripreso nel corpo della lingua volgare, da cui si è voluto distinguere. Il termine sarà accettato dall´Académie Française nel 1835 (ma Chateaubriand se ne era servito già molto prima). Nei paesi di lingua tedesca, fa concorrenza a Heimweh, mentre si afferma in inglese, in italiano, in russo e così via.
La novità è rappresentata evidentemente dall´attenzione del medico, dalla decisione di isolare uno stato di sofferenza per trasformarlo in entità morbosa e sottoporlo alle interpretazioni del ragionamento scientifico. In un´epoca in cui si inaugura la grande opera di inventariazione e di classificazione delle malattie, ispirata al modello della botanica sistematica, è compito del medico mettersi sulle tracce di tutte le varietà suscettibili di arricchire il quadro dei generi e delle specie morbose (genera morborum). (...)
Per Johannes Hofer, la nostalgia è una malattia dell´immaginazione. Egli riprende dunque il concetto di imaginatio laesa, che aveva avuto ampio corso nel Rinascimento e che si poteva invocare in tutti i casi in cui la rappresentazione del mondo e di se stessi appariva in qualche modo disturbata. Per molti autori moderni, tra cui Thomas Willis, il disturbo dell´immaginazione era il prodotto di un´alterazione materiale dei succhi nervosi e degli spiriti animali.
Hofer cita due casi da manuale. Il primo è quello di uno studente di Berna trasferitosi a Basilea: il ragazzo è triste, febbricitante e soffre di angoscia cardiaca. Il suo stato si aggrava di giorno in giorno. E dato ormai per spacciato. Qualcuno suggerisce di riportarlo nella sua patria in barella. Così è fatto. Non appena il ragazzo si allontana da Basilea, i sintomi della sua malattia recedono: il malato respira meglio. Quando giunge a casa, è guarito del tutto. Il secondo caso è quello di una donna condotta in ospedale in seguito a un grave incidente. Quando riprende i sensi, ha una sola idea in testa, tornare a casa: non chiede altro. Si indebolisce al punto che i medici decidono di restituirla ai familiari. In pochi giorni, quasi senza cure, si ristabilisce perfettamente. Il quadro completo della malattia comporta inoltre una tristezza incessante, sonni agitati (dove si rivedono i luoghi del passato) o insonnia totale, insofferenza per le ingiustizie e i maltrattamenti; a cui si aggiungono senso di stanchezza, insensibilità alla fame e alla sete, paura, palpitazioni, frequenti sospiri, prostrazione, spesso accompagnati da febbri intermittenti. (...)
Ma attribuire la nostalgia a una causa di tipo morale non equivaleva ad accusare i giovani svizzeri di pusillanimità, ad attentare al buon nome di una razza vigorosa, forte e coraggiosa? Così la pensava lo scienziato zurighese Johann-Jacob Scheuchzer. (...) Tra coloro che apprezzarono le sue idee e che contribuirono di più a diffonderle, ricordiamo l´abate Du Bos. Per spiegare che cosa fosse lo Heimweh, Du Bos si rifà alle teorie mediche del dottore di Zurigo, ma non esita a ricorrere a Giovenale e a Lucrezio per illustrare meglio la sua tesi: «L´aria del paese natale è un potente rimedio. La malattia chiamata Hemvé in certi paesi, che suscita nel malato un violento desiderio di tornare a casa sua («Cum notos tristis desiderat haedos»: Giovenale Sat. 11) è un istinto che ci avverte che l´aria in cui siamo immersi non è adatta alla nostra costituzione quanto quella che un segreto impulso ci fa sospirare. Lo Hemvé diventa pena dello spirito in quanto è già realmente pena del corpo. Un´aria troppo diversa da quella a cui siamo abituati è una fonte di indisposizione e di malattie. (...) Pur essendo salutare per i nativi, l´aria di un paese può rivelarsi un lento veleno per alcuni stranieri. Chi non ha sentito mai parlare del tabardillo, una febbre accompagnata da sintomi molto fastidiosi che assale quasi tutti gli europei dopo poche settimane dal loro arrivo nell´America spagnola? (...) L´unica cura per questa malattia, che ha molto spesso esiti mortali, consiste nel salassare pesantemente gli infermi e nell´abituarli gradualmente ai cibi del posto. Lo stesso male assale gli spagnoli nati in America al loro arrivo in Europa. L´aria del paese natale del padre è diventata un veleno per il figlio».
Non tutti però erano disposti ad accettare questa dottrina. François Boissier de Sauvages, nato a Montpellier e autore di una Nosologie méthodique considerata all´epoca un testo di riferimento, osserva che la separazione e la perdita sono sufficienti a provocare l´affezione nostalgica, anche senza condanne all´esilio o a variazioni della pressione atmosferica. Arrestarsi alle cause fisiche è sbagliato: «Ho visto il figlio di un mendicante, la cui unica patria erano i crocicchi e le strade, morire per questa malattia, dopo aver perso il padre e la madre. (...) Gli orfanelli che non possono essere accolti nelle famiglie dei parenti e che rimangono nei brefotrofi, muoiono quasi tutti di questa malattia, che né la chirurgia, né la dieta riescono a curare». Sulla base di queste prove, Sauvages giunge a una conclusione molto netta: «La guarigione può essere ottenuta solo con il ricorso a cure morali». Alcuni dei rimedi consigliati sono identici a quelli abitualmente prescritti per curare la melanconia: «Si deve cercare di distrarre i malati con giochi, divertimenti, spettacoli e soddisfare tutti i loro desideri». Nei casi più gravi, tuttavia, il miglior rimedio è il ritorno in famiglia o in patria: «Se la malattia è grave e ostinata, l´unico rimedio in grado di guarirla è quello di rimandare il malato nel suo paese. Per quanto deboli e abbattuti possano sembrare, hanno sempre forze sufficienti per alzarsi dal letto, quando gli si lasci intendere che rivedranno presto la patria; riacquistano le forze e guariscono prima ancora di essere arrivati».
Copyright Lettera Internazionale, edizione italiana. Traduzione
di Stefano Salpietro

Corriere della Sera 29.3.08
L'accusa «Istigazione alla falsa testimonianza»
I magistrati del G8 chiedono il processo per De Gennaro
di Giusi Fasano e Marco Imarisio

GENOVA — La Procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro nell'ambito dell'inchiesta sull'irruzione delle forze dell'ordine nella scuola Diaz durante il G8 di Genova (luglio 2001). De Gennaro è indagato dal giugno 2007 per aver istigato l'ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante un'udienza del processo Diaz, che vede imputati alcuni dei principali funzionari della polizia italiana.

«G8, De Gennaro va processato» I pm: istigò alla falsa testimonianza sul blitz alla scuola Diaz
Assieme all'ex capo della polizia chiesto il rinvio a giudizio per l'ex questore Colucci e l'ex capo della Digos Mortola

GENOVA — «Io poi non capisco neppure come questa cosa possa aiutare i colleghi...». Il 26 aprile 2007 c'è la telefonata più importante. I magistrati la considerano una prova definitiva del fatto che l'ex questore di Genova Francesco Colucci non agiva per sé, e neppure per i colleghi, ma per conto dell'allora capo della Polizia. Il collegamento diretto.
La Procura di Genova chiede il rinvio a giudizio per Gianni De Gennaro, indagato dal giugno 2007 per aver istigato Colucci, (promosso prefetto dal 15 febbraio scorso) a rendere falsa testimonianza durante un'udienza del processo Diaz, che vede imputati alcuni dei principali funzionari della Polizia italiana. L'atto di accusa dei magistrati è stato depositato giovedì all'ufficio di presidenza dei Giudici per le indagini preliminari. Viene chiesto il processo anche per Spartaco Mortola, il funzionario che raccoglie le confidenze di un Colucci ignaro di essere intercettato in quanto indagato in una inchiesta sulla sparizione delle false bombe molotov che dovevano servire per «incastrare» i 93 manifestanti arrestati durante il blitz alla Diaz. Ovviamente quest'ultimo è decisamente il più inguaiato. Per lui, l'accusa più grave, falsa testimonianza.
Il documento della procura — alcune decine di pagine — condensa i punti chiave di un'inchiesta che ha messo assieme un'enorme mole di materiale probatorio: intercettazioni, verbali di interrogatori, deposizioni, materiale di repertorio del processo Diaz, quasi 1.300 pagine. Nella loro ricostruzione, la tesi di un'unica regia impegnata a sviare e condizionare il processo per i reati commessi dalla Polizia durante l'irruzione alla scuola Diaz resta sullo sfondo. Tutto è circoscritto alle lunghe chiacchierate (ne vengono citate sei) tra Colucci e il suo sparring partner Mortola, all'epoca capo della Digos di Genova, oggi vicequestore a Torino, che si prende la briga di rinfrescare la memoria al suo ex superiore. Grande risalto viene dato al colloquio del 26 aprile, quando l'ex questore racconta di essere stato a Roma: «Sono tornato ora, e praticamente il giorno 3 maggio devo venire a Genova... Il capo m'ha dato le sue dichiarazioni. Mi ha fatto leggere, poi dice... tu, devi, bisogna che aggiusti un po' il tiro». Colucci riferisce che il capo della Polizia gli chiede di farlo per i colleghi imputati nel processo, ma è perplesso. La richiesta principale riguarda infatti Roberto Sgalla, capo ufficio stampa del Viminale. Interrogato nel 2001, e poi davanti alla commissione di indagine parlamentare, Colucci raccontò di non averlo avvisato affinché si presentasse alla Diaz. Adesso dovrà cambiare versione, ma l'ex questore che dichiara più volte di non ricordarsi davvero nulla («C... sono passati sei anni!») non capisce cosa possa servire ai colleghi da aiutare questo dettaglio. Secondo i pm genovesi, serve soltanto a De Gennaro, per altro mai indagato nell'inchiesta sui fatti della scuola Diaz, per cancellare dalla propria immagine l'ombra di un pur minimo sospetto. Una questione che De Gennaro rischia di pagare cara se il Gip riterrà di accettare la richiesta di rinvio a giudizio. Il 16 novembre, l'ex capo della Polizia aveva scritto a Colucci, invitandolo a riflettere «sulle ragioni che ti hanno indotto a cambiare versione ». Era un invito a presentarsi davanti ai magistrati per chiarire. Ma — dopo molto tergiversare — non è stato accolto dall'ex questore.
Ma già così, per De Gennaro il prezzo da pagare è elevato. L'11 giugno 2007, quando ricevette l'avviso di garanzia, Gianni De Gennaro era ancora il capo della Polizia. Si dimise nove giorni più tardi, la novità sul suo conto era intanto diventata pubblica, per diventare capo di gabinetto del ministro dell'Interno, Giuliano Amato. Con la benedizione dell'intero arco parlamentare, l'8 gennaio scorso ha assunto il ruolo di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania, compito di difficoltà estrema. Da «licenziato», anche per la sinistra radicale divenne l'unica possibile risorsa per risolvere una situazione drammatica. A poco più di un mese alla scadenza del suo mandato, i risultati del suo lavoro — soprattutto a Napoli città — si vedono. Ma il passato, a volte, ritorna.
Giusi Fasano Marco Imarisio
1.300 pagine
Il dossier, tra telefonate intercettate, deposizioni e materiale di repertorio, su cui si basa la Procura Blitz alla Diaz
Le forze dell'ordine subito dopo l'irruzione alla scuola Diaz il 21 luglio 2001. Quella sera l'edificio ospitava 93 persone. Dopo il blitz saranno 63 i feriti.
L'allora vice questore di Roma, Michelangelo Fournier, durante il processo parlerà di «macelleria messicana»

Corriere della Sera 29.3.08
Dietro le quinte Nel partito crescono i timori di non riuscire ad arrivare a quota 8% e di restare fuori dal Senato
Arcobaleno, spunta la strategia anti Pd
L'idea per frenare la fuga degli elettori: il Cavaliere ha già vinto, potete votarci

ROMA — Il primo a non sfoggiare nessun ottimismo di facciata è Bertinotti. I sondaggi rivelano che la «Sinistra Arcobaleno » potrebbe non raggiungere nemmeno quota otto per cento: un risultato che sancirebbe la morte prematura della Cosa Rossa.
Già si dà per scontato che, quale che sia il risultato, Diliberto dirà addio al soggetto unitario. E fin qui poco male, anzi, forse, è meglio che il Pdci si distacchi, pensano dalle parti di Rifondazione, dove uno strappo con la falce e martello viene ben visto. Il guaio è che c'è il rischio che vada tutto a carte e quarantotto, Diliberto o non Diliberto. Bertinotti ne è consapevole: la situazione non è per niente facile, rischiamo di andare male, ripete ad alleati e collaboratori.
Non c'è piazza dove al dirigente di turno della Sinistra gli elettori non spieghino perché alla fine voteranno il Pd: «per battere Berlusconi». La teoria secondo la quale il Partito Democratico, al Senato, dovrebbe aiutare la Cosa Rossa nelle regioni in cui questa formazione è poco al di sotto del quorum, in modo da togliere qualche senatore a Berlusconi, non ha mai convinto Veltroni. Piace ai dalemiani, da Bersani in giù, che sperano in un pareggio a palazzo Madama e in un'intesa di qualche tipo con il centrodestra. Non piace, però, al leader che non vuole «pasticci o inciuci», e che, soprattutto, punta a un Pd con una robusta percentuale. Di più: Veltroni mira a ottenere al Senato un risultato che oscilla tra il 36 e il 37 per cento, più che alla Camera: spera che per la teoria del voto utile gli elettori, a palazzo Madama, optino tutti sul Pd pensando che in quel ramo del parlamento la partita sia tutta da giocare.
Dunque, i leader della Sinistra che aspettavano un dopo Pasqua in cui i sondaggi avrebbero regalato qualche punto in più perché nel frattempo la teoria del voto utile si sarebbe rivelata una falsità, si devono ricredere. Che cosa fare, allora? Nella Cosa Rossa inizia a farsi largo una tentazione: «quella di dire la verità», spiega un dirigente della Sinistra. Ovvero sia di dire pubblicamente ciò che nei palazzi della politica si dà già per scontato: che Berlusconi vincerà e che «quindi non è vero che chi vota Pd contribuisce alla sua sconfitta».
E' solo una tentazione finora, anche perché Bertinotti vorrebbe mantenere la campagna elettorale su toni diversi privilegiando i contenuti rispetto alla propaganda. Ma non è detto che nell'ultimo scorcio di campagna elettorale il presidente della Camera non si debba ricredere. Anche perché è a rischio la «sua creatura», quella che ha fortemente voluto, spezzando le resistenze interne di pezzi importanti del Prc, a cominciare dalla componente che fa capo al ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero. Anzi, a voler essere precisi, è più che a rischio, dal momento che la Sinistra, dopo le elezioni, sarà anche orba di un leader. Non è per farsi pregare nè per finta ritrosia che Bertinotti non vuole capeggiare il nuovo soggetto unitario. E per il suo pupillo Nichi Vendola i tempi non sembrano essere maturi: difficile assumere la guida della Cosa rossa, tanto più se il risultato elettorale sarà deludente.
Sognava un'Epinay socialista, Bertinotti, intravedeva un futuro per una sinistra non più antagonista ma nemmeno di governo. Era convinto che dall'opposizione un simile soggetto si sarebbe potuto costruire più facilmente. Ma, come maligna qualche dirigente del Pdci, invece di fare una nostrana Epinay la Cosa rossa rischia di finire alla stregua del Pcf di Marchais. Una mano a Bertinotti può darla solo Veltroni: il leader del Pd vuole inaugurare una politica «legge e ordine » molto dura che difficilmente piacerà alla sinistra libertaria, ai giovani dei movimenti (e anche ai radicali).
Maria Teresa Meli Pensieroso Il leader della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti

Corriere della Sera 29.3.08
Il silenzio dei sondaggi e l'incognita del «terzo partito»
di Massimo Franco

Dietro la guerra psicologica sui numeri l'esigenza di convincere gli astensionisti

Alla mezzanotte di ieri è finito il duello dei sondaggi: non sarà più possibile diffonderli e pubblicarli fino al voto del 13 e 14 aprile. Significa un cambio di passo della campagna elettorale. In queste settimane, le previsioni sono state parte integrante della strategia dei partiti. Martellare di percentuali l'opinione pubblica era anche uno strumento della guerra psicologica fra avversari. Per Silvio Berlusconi, ripetere di avere già vinto con un margine più o meno fisso del dieci per cento significava mostrare illusoria la rimonta del centrosinistra. Ed infatti, quasi di rimbalzo Walter Veltroni ha accreditato un distacco via via minore rispetto al Pd.
Per lo stesso motivo Pier Ferdinando Casini ha attribuito alla sua Costituente centrista numeri tali da renderla decisiva almeno al Senato, grattando voti ai due grandi partiti; e protestato contro «sondaggi artefatti verso il basso». E la Sinistra Arcobaleno si è definita per bocca di Fausto Bertinotti «in rimonta». Non è detto che alla fine i risultati smentiscano i desideri, oltre che la realtà virtuale consegnata dalle colonnine con le percentuali accreditate in queste settimane. I sondaggi sono stati il mezzo più naturale scelto dalle forze politiche per costruire la propria identità; e per proiettare non solo le intenzioni di voto ma la percezione di sé che volevano offrire all'elettorato.
In fondo, da oggi comincia la corsa a fare in modo che le profezie si avverino. Ma sulla loro attendibilità pesa l'incognita di quello che molti considerano «il terzo partito»: gli indecisi. La sua consistenza sarebbe vicina ad un terzo del corpo elettorale, per difetto o per eccesso; per questo viene messo dopo Pdl e Pd. Ma in realtà, qualora la voglia di non andare alle urne si riducesse mano mano che ci si avvicina al 13 aprile, «il terzo partito» potrebbe decidere la vittoria di Silvio Berlusconi e di Walter Veltroni; e rendere i loro avversari determinanti o residuali. Ma finora, è un iceberg di malumori e distanza dalla politica, che nessuno è riuscito a sciogliere.
Il Cavaliere saluta la fase dei sondaggi ufficiali ribadendo un distacco consistente. E il Pd accredita una rimonta tale da sfiorare il pareggio. «Nessuno dei partiti piccoli supererà la soglia per entrare in Senato», aggiunge il leader del centrodestra. Ma poi invita gli elettori ad esprimere «un voto utile», a non disperderlo dandolo magari ai centristi di Casini. Un atteggiamento contraddittorio e nervoso: al punto che Berlusconi ha lanciato segnali anche al cardinale Ruini, considerato un silenzioso sostenitore dell'Udc. È la prova di un'imprevedibilità legata insieme ai fenomeni di protesta ed alla macchinosità della legge elettorale. Soprattutto al Senato, nessuno è in grado di calcolare quanti seggi ogni schieramento sarà in grado di conquistare. È stato detto che in bilico fra voto e astensionismo sarebbero in prevalenza elettori del centrosinistra.
Veltroni ne sembra convinto: forse perché sa di partire da una base di consensi assottigliati dall'impopolarità del governo di Romano Prodi. Ma il «terzo partito» fa paura anche a Berlusconi. Anche per questo, forse, l'ex premier dice di non credere «che ci siano tanti italiani indecisi. Secondo me vogliono solo farsi i fatti loro. E al momento del voto accresceranno il nostro distacco dal Pd». In proposito, è stato notato che Romano Prodi ha rinunciato alla conferenza in tv che spetta al presidente del Consiglio alla fine della campagna elettorale. Palazzo Chigi precisa che l'ha fatto «per non dare un indebito vantaggio alla sua parte politica: vantaggio che Prodi contestò al premier Berlusconi nel 2006». Eppure, i maligni sussurrano che sarà proprio l'assenza di Prodi a dare una mano a Veltroni.

Corriere della Sera 29.3.08
Conto alla rovescia Il presidente del partito: «I superdelegati scelgano il candidato. Prima lo fanno, meglio è»
Hillary sotto pressione: «Devi ritirarti»
Il senatore Leahy: «Non ha possibilità, meglio che appoggi Obama»
Panico tra i democratici per la guerra senza fine tra l'ex first lady e Barack: «Non possiamo trascinare il duello fino a luglio»
di Paolo Valentino

Condi Rice: «La razza il problema degli Usa»
Gli Stati Uniti hanno un problema con la razza dovuto a un «difetto di nascita». Parola del segretario di Stato Condoleezza Rice: «I neri americani hanno partecipato alla creazione di questa nazione. Gli europei per scelta e gli africani in catene. E questa non è una realtà molto bella della nostra fondazione». Secondo la Rice ancora oggi «vediamo gli effetti» di quella partenza sbagliata. «Quel difetto di nascita— spiega — rende particolarmente difficile per noi affrontare la questione o anche solo parlarne».

WASHINGTON — Giunti a dieci primarie dalla fine, per soffiare la nomination democratica a Barack Obama, Hillary Clinton dovrebbe sfidare e smentire l'infallibile prima legge di Murphy: «Se una cosa può andar male, lo farà». Troppi sono infatti i miracoli politici e numerici necessari, non ultimo un'impossibile media del 56 per cento dei voti in tutte le gare che rimangono, perché sia l'ex first-lady a duellare con il repubblicano John McCain in novembre.
Detto altrimenti, la corsa all'investitura progressista per la Casa Bianca è già finita e non è stata Hillary a vincerla. Ma fino a ieri, nessuno nel partito democratico aveva avuto il coraggio di dirlo apertamente. C'è voluto un senatore del Vermont, Patrick Leahy, per gridare che il re è nudo: «Il senatore Clinton non ha alcuna possibilità di vincere la nomination: dovrebbe ritirarsi e appoggiare Barack Obama». È una prima storica. Nessun leader democratico aveva mai detto a un candidato di farsi da parte. E ciò dà la misura del panico che la guerra senza fine tra Hillary e Obama suscita in un partito lacerato e non più sicuro della vittoria, che tutto, dall'economia alla politica estera, sembrava predirgli.
Se n'è reso conto anche il presidente, Howard Dean, che ieri è intervenuto a raffica su radio e televisioni per invitare i duellanti a calmare i toni della polemica, ma soprattutto per sollecitare i circa 350 «Superdelegates », i vip democratici delegati di diritto alla convenzione di Denver, che non l'hanno ancora fatto, a scegliere pubblicamente entro il primo luglio tra Clinton e Obama: «Prima lo fanno, meglio è. Non dobbiamo trascinare questo duello fino alla convention », ha detto Dean. Nel conto complessivo, Obama ha un vantaggio di circa 140 delegati su Hillary, ha vinto in 28 Stati contro i 16 di lei e ha ottenuto oltre 700 mila voti in più.
Fuori dalle file democratiche, dove il mito dei Clinton è ancora forte e l'uscita di Leahy, per quanto condivisa dai più, è considerata un atto di lesa maestà, la discussione sull'opportunità che Hillary si faccia da parte è diventata il tormentone del dibattito politico. Aperto da un articolo di Politico,
uno dei blog più influenti di Washington, il tam-tam rimbalza su editoriali e talk-show. Parafrasando il titolo del libro di Barack Obama, David Brooks, sul New York Times,
ha scritto che Clinton «possiede l'audacia della disperazione ». E Nicholas Kristof, sullo stesso quotidiano, ha ammonito Hillary dal rischio di diventare il Ralph Nader del 2008, evocando il candidato indipendente che nel 2000 spaccò il voto ecologista e impedì di fatto la vittoria di Al Gore su George W. Bush.
Saprà recepire il messaggio, l'ex first lady? No, dice l'opinionista conservatrice Peggy Noonan, secondo cui «Hillary non può vincere la nomination, ma non sa ammettere di poter perdere, perché i Clinton non perdono». E a giudicare dalla reazione dell'interessata, nulla sembra predire un imminente getto della spugna: «La cosa che più spesso la gente mi ripete è di non cedere, di continuare questa battaglia. Mi fa bene, perché è proprio ciò che ho intenzione di fare», ha ripetuto ieri Clinton. Mentre un gruppo di suoi finanziatori ha scritto una lettera quasi intimidatoria alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, accusata di voler favorire Obama, solo per aver detto che i Superdelegati dovrebbero rispettare la volontà degli elettori. Intanto nelle prossime primarie, il 22 aprile in Pennsylvania, è considerata lei la favorita, benché ieri Obama abbia ottenuto l'endorsement del popolare senatore dello Stato Bob Casey, che potrebbe rivelarsi prezioso.
Così, vista la determinazione a proseguire il duello almeno fino al 3 giugno, data delle ultime primarie, la domanda diventa: quand'è che Hillary si accorgerà di essere una «dead woman walking», una morta che cammina? Se l'è posta la rivista online Slate, lanciando un «Hillary Deathwatch», un «orologio della morte» dove ogni giorno vengono fissate le sue chance di sopravvivenza. Ha cominciato con un 12 per cento d'incoraggiamento. Chi male incomincia...

Corriere della Sera 29.3.08
La tesi di Shlomo Sand: è solo parte dell'ideologia nazionalista e sionista. «La diaspora? Convertiti». Polemiche e dibattiti, il libro è tra i più venduti
«L'esilio degli ebrei, un mito». Uno storico scuote Israele
di Davide Frattini

È come il sesso: non se ne parla davanti ai bambini. Cari colleghi, voi lasciate che i piccoli imparino falsità: è ora di parlare di sesso

GERUSALEMME — I bambini israeliani la imparano a memoria: «Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno e nel ripristino della sua libertà politica». È la Dichiarazione d'indipendenza, insegnata nelle scuole da quando David Ben-Gurion la firmò il 14 maggio di sessant'anni fa. Parole che un professore dell'università di Tel Aviv ha deciso di smontare come «mitologia nazionalista». Il suo saggio è entrato in due settimane nella classifica dei cinque più venduti, al primo posto tra i più discussi e criticati. In 297 pagine, Shlomo Sand sostiene che gli ebrei non vennero esiliati dai romani dopo la distruzione del Secondo tempio: gli ebrei della Diaspora sarebbero i discendenti di popolazioni locali convertite. Racconta la storia della regina berbera Dahia al-Kahina, che scelse la religione ebraica per sé e la sua tribù nordafricana, combattè gli assalti dei musulmani e dal Maghreb emigrò in Spagna per dare origine alla comunità. Gli ashkenaziti dell'Europa orientale deriverebbero invece dai rifugiati del regno cazaro, che si erano convertiti nell'ottavo secolo. «Il paradigma dell'esilio — spiega — serviva per costruire la storia del vagabondaggio tra mari e continenti, fino all'idea sionista che permise un'inversione a U e il ritorno alla terra d'origine». «È uno dei libri più affascinanti e stimolanti pubblicati in questo Paese da molto tempo», commenta lo storico Tom Segev. L'università di Tel Aviv ha organizzato un dibattito pubblico per affrontare le tesi controverse del saggio, intitolato «Quando e come il popolo ebraico venne inventato». Sand si è difeso dagli attacchi, che sono arrivati da destra e da sinistra. I professori di formazione marxista lo hanno accusato di ignorare la storia economica degli ebrei, gli altri docenti lo hanno bollato come antisionista. Dina Porat, storica dell'Olocausto, gli ha detto di aver completamente trascurato la realtà politica dopo la Shoah. Tutti lo hanno criticato per essere uscito dal suo campo e per non aver consultato le fonti originali, visto che insegna e studia la Storia del Ventesimo secolo, in particolare quella francese. Lui ha chiuso trattando di «sesso»: «I genitori non ne parlano davanti ai bambini. Aspettano che vadano a dormire. Cari colleghi, voi sapete quanto me che non c'è stato nessun esilio, ma lo sussurrate solo tra di voi. Voi lasciate che i bambini imparino falsità. È ora di parlare apertamente di sesso».
Come altri «nuovi storici» israeliani, Sand vuole erodere «le fondamenta del progetto sionista». Sa che il suo libro mette in discussione «il diritto storico a questa terra, alla legittimità del nostro essere qua». Non è si è fermato al 1948 o alla fine dell'Ottocento, è andato indietro migliaia di anni. Tenta di dimostrare che il popolo ebraico non ha avuto un'origine comune ed è un mix di gruppi che in varie fasi hanno adottato l'ebraismo: «Quella che si è diffusa nel mondo — spiega — è la religione, non la gente». Così i discendenti del regno di Giuda sarebbero piuttosto i palestinesi. «Nessuna popolazione rimane pura durante un periodo tanto lungo — commenta al quotidiano Haaretz — ma i palestinesi hanno più possibilità di me di essere imparentati con l'antico popolo ebraico».
Definisce «perverso» il dibattito israeliano sulle radici: «È etnocentrico, biologico e genetico». L'obiettivo del suo saggio è politico. Sand sostiene uno Stato binazionale, da dividere con i palestinesi, e dice di trovare difficile vivere in un Paese «che si definisce ebraico». «Per me è un paradosso. Uno Stato deve rappresentare tutti i suoi cittadini. I miti che riguardano il futuro sono meglio delle mitologie introverse del passato. Bisognerebbe ridurre i giorni di commemorazione e aggiungere cerimonie dedicate a quello che verrà».

Corriere della Sera 29.3.08
Scoperta Usa: iniziò l'Orrorin tugenensis già sei milioni di anni fa
L'uomo si alzò su due piedi per proteggersi dal Sole
In fuga dal clima arido, la posizione eretta lo favoriva
di Telmo Piovani

Che cosa ci ha reso, in principio, «umani»: una questione di testa o, piuttosto, di piedi buoni? Per rispondere a questa domanda di solito ricorriamo alle superbe facoltà della mente, dimenticando che nella storia ominide la postura eretta è comparsa molto prima dei nostri grossi cervelli. Oggi, grazie alle ricerche pubblicate su Science da Brian G. Richmond, della George Washington University, e da William L. Jungers, di Stony Brook University, scopriamo che le prime avvisaglie della rivoluzione anatomica del bipedismo appaiono precocemente nell'evoluzione umana.
I due paleoantropologi, attraverso un'analisi quantitativa delle combinazioni di caratteri che definiscono la morfologia degli arti inferiori, hanno verificato che la specie Orrorin tugenensis,
il nostro più antico antenato di cui siano state rinvenute le ossa del femore, possedeva gli adattamenti per l'andatura bipede. Il piccolo Orrorin, scoperto nel 2001 in Kenya nella regione delle Tugen Hills da cui il nome, camminava già sulle sue gambe 6 milioni di anni fa, un'epoca cruciale perché vicinissima al punto di biforcazione fra gli ominidi e i cugini scimpanzé e gorilla. Una volta esclusi i tratti presenti anche in primati non bipedi, gli scienziati hanno concluso che Orrorin aveva una postura simile a quella degli australopitechi e dei parantropi, i due generi che domineranno il nostro albero di famiglia fino a 2 milioni di anni fa.
Il persistente successo di questa prima modalità di locomozione bipede, che subirà una transizione soltanto quando i primi rappresentanti del genere Homo esibiranno la loro biomeccanica slanciata ed efficiente, mostra come nell'evoluzione umana gli adattamenti più importanti si siano presentati in modo episodico, in concomitanza con la nascita di nuove specie, come «punteggiature» incastonate in lunghi periodi di stabilità. Ma anche nei periodi di apparente conservatorismo l'evoluzione ha sperimentato modi alternativi di essere bipedi. Orrorin, che in lingua locale significa non a caso «uomo originale», camminava come gli australopitechi, oscillando sulle anche, ma diversamente dal bipedismo occasionale delle grandi scimmie attuali. Eppure, le mani e gli arti superiori sono ancora quelli di chi si arrampica sui rami per nutrirsi e per ripararsi dai predatori.
La discesa dagli alberi non è stata quindi una marcia trionfale di conquista, ma una ben più circospetta esplorazione di nuove nicchie ecologiche, attraverso differenti combinazioni di comportamenti misti, un po' arborei e un po' da spazi aperti. Come disse un noto evoluzionista commentando l'andatura peculiare di un altro ominide: «Se volete trovare qualcosa che cammini come lui, cercate nella scena del bar intergalattico di Guerre Stellari ».
Spostare l'intero peso corporeo sugli arti inferiori non è certo un adattamento ottimale, come sanno bene coloro che soffrono di lombalgia. Quindi deve essere stato selezionato per un vantaggio diretto, tanto conveniente per i suoi possessori da sopravanzare le scomodità collaterali. Noi associamo il bipedismo alle sue utilità attuali e ci chiediamo: «a che cosa servono le gambe?». Così rischiamo però di porci la domanda sbagliata. In realtà, il bipedismo garantisce due vantaggi molto semplici, che a noi oggi sembrano anacronistici: un repertorio di locomozione flessibile (poter correre, nuotare e arrampicarsi in caso di necessità) e una minore esposizione della superficie corporea ai raggi solari. Orrorin si ritrovava in una parte del continente africano, a oriente della Rift Valley, che stava inaridendo: l'habitat di foresta andava frammentandosi e si formavano radure sempre più estese, che poi diventeranno praterie e savane.
Se per sopravvivere devi attraversare ampi spazi aperti sotto un sole tropicale, magari portando in braccio un cucciolo e possibilmente avvistando i predatori acquattati nell'erba alta, il bipedismo è una soluzione efficace, ancor più se lo hai già sviluppato occasionalmente per cibarti dai rami. Chi patisce il mal di schiena può trarne dunque una piccola consolazione: il suo è il fastidioso effetto collaterale di un'invenzione evolutiva senza la quale non saremmo qui.

Corriere della Sera 29.3.08
Finito il restauro del capolavoro di Raffaello
La vera Madonna del cardellino
di Wanda Lattes

La Madonna del cardellino di Raffaello torna a splendere dopo 10 anni di restauri. A PAGINA 47 1998 Il dipinto all'inizio dei lavori 2008 Ecco il capolavoro di Raffaello alla fine del restauro

Anteprima Dopo 10 anni di restauri quasi finito il recupero del capolavoro. Più volte danneggiato e riparato, i guasti si sono sommati nei secoli
La Madonna del cardellino come la dipinse Raffaello
Ma Firenze teme lo «scippo» di Roma per la prima mostra

La Madonna del cardellino di Raffaello manca dal suo posto, nella sala 26 della Galleria degli Uffizi, da oltre dieci anni. Fu portata via quando ci si rese conto che un restauro era diventato improrogabile, che il gran numero di interventi eseguiti sull'opera nel corso di mezzo millennio non soltanto ne falsavano l'aspetto, ma si sommavano per nuocere all'integrità del dipinto: adesso il restauro principe, compiuto all'Opificio delle pietre dure, sta per finire. Ma il ritorno del dipinto, previsto per il prossimo Natale, si tinge di giallo per l'annuncio — non ufficiale — che l'opera sarebbe stata promessa al Quirinale per un'esposizione lunga e di risonanza internazionale.
Per Raffaello, dunque, prima Roma e il mondo, poi gli Uffizi e quella Firenze che ne è padrona assoluta in ragione del famoso testamento dell'ultima rappresentante della famiglia Medici. Le polemiche già scoppiano, e rischiano di guastare la gioia e il compiacimento per i veri e propri miracoli di sapienza compiuti dal 1998 ad oggi nel cuore della Fortezza dove ha sede l'Opificio. E, perché non paia strano parlare di miracoli, ecco il riassunto del decennale impegno profuso dai medici di tanto malato.
«Quando ci consegnarono il pacco di 107 centimetri per 77, lo liberammo dall'imballo. Dopo averlo visto tante volte appeso a una parete, lo osservammo da vicino, steso in orizzontale, sollevato quanto necessario per scrutarlo anche dietro; a quel punto fummo presi dal dubbio: dovevamo prenderci la responsabilità di curarlo? », confessa Marco Ciatti, direttore dell'Opificio delle pietre dure.
E continua: «Era un sandwich di legno, chiodi, colle, colore, vernici sovrapposti da mani diverse nel corso dei secoli. Prima ancora di cominciare le indagini fisico- chimiche, comprendemmo come il colore grigiastro che oscurava lo splendido azzurro del cielo fosse il minore dei mali, perché la maldestra ridipintura di cui era frutto si poteva eliminare. I guai erano altri... ». E per due anni il malato che spaventava i dottori fu tenuto in prognosi riservata.
Raffaello aveva iniziato a dipingerlo negli anni 1504-1505, ultimandolo nel 1506. A trasformare la Madonna del cardellino in un sandwich fu una serie di peripezie. Nel 1547 una frana spaventosa fece crollare verso l'Arno, presso il Ponte Vecchio, tutta la collina di San Giorgio e le sue case. La Madonna, donata da Raffaello all'amico Lorenzo Nasi, venne giù col palazzotto e si ruppe in 17 pezzi, poi raccolti e rimessi insieme con amore a forza di chiodi e colla. Il primo restauro, sembra, fu operato da Ridolfo del Ghirlandaio ma, da allora, non si contano i tentativi di nascondere fenditure, ferri, rigonfiamenti e buchi con colle, colori appiccicati, vernici. Finché uno degli ultimi Medici, il cardinale Giovan Carlo, l'acquistò per poi donarlo agli Uffizi, dove conservatori e direttori hanno fatto per secoli i loro pasticcetti in buona fede ogni volta che la malattia di fondo tornava a manifestarsi.
«Dubbi sull'autenticità non ci sono mai stati — ricorda Marco Ciatti — ma erano drammatiche le scelte da fare sui chiodi e sulle fessure mascherate da collanti, colori e vernici applicate. Avviate analisi, decidemmo di non smontare assolutamente i 17 pezzi, ma di usare la microchirurgia, lasciando in opera i ferri, per eliminare tutte le mascherature dovute al collante. Affidammo la stabilità dell'insieme al capofalegname, Ciro Castelli. Ha operato come un grande medico, lasciando i tessuti vitali integri, liberi dalle incrostazioni, quelle che si formano anche sui tessuti animali feriti».
Soppresso ogni pur minimo scalino nella struttura ossea, l'équipe dell'Opificio ha affrontato l'eliminazione dei colori aggiunti e le vere mancanze di colore sulle fratture. Scelto il metodo di restauro pittorico, classico per i seguaci della scuola fiorentina di Umberto Baldini, ha adottato un millimetrico uso dello stucco e l'intervento di colori a tratteggio scelti con selezione cromatica. Quest'ultimo, fondamentale lavoro, ancora in via di ultimazione, è affidato alle sapienti mani di Patrizia Rintano.
Marco Ciatti sottolinea, infine, due particolarità del restauro. Primo: è stata ritrovata e salvata, sotto il sandwich, la vernice originale data da Raffaello e rimasta intatta a dispetto delle peripezie. Secondo: la pittura a tratteggio non è visibile se non con un'attenta osservazione da una minima distanza. Insomma, «il restauro salvaguarda il valore del documento, senza trasmettere alcun falso». La Madonna, conclude Ciatti, sarà custodita da una speciale cornice a scatola, di aspetto simile alle cornici classiche, capace però di conservare l'opera in un microclima costante.
L'annuncio del miracoloso ritorno alla vita di un capolavoro maltrattato dal tempo finirebbe così, col ritorno a casa di un prezioso dipinto salvato da «medici specializzati». Ora lo sappiamo: la tavola poteva di nuovo fratturarsi, i colori e le colle sarebbero fermentati e l'originale sparito, se gli Uffizi non avessero chiesto aiuto al momento giusto.
Ma c'è nell'aria quel dubbio, quell'agitazione, che preoccupa Firenze. E già si leva la protesta: il nuovo debutto in società della Madonna del cardellino deve avvenire qui.

Bergman come Heidegger?
Il Giornale 28.3.08

Bergman. Il sigillo del Maestro sulla settima arte
di Maurizio Carbona

Vittorio Sgarbi ha presentato «Faro su Bergman», rassegna promossa dal Comune, ideata da Piergiorgio Carizzoni e organizzata dall'associazione Dioniso, che comincerà lunedì al Teatro Strehler con l'incontro (ore 21, ingresso 7 euro) con Bibi Andersson, protagonista per Bergman di Persona. Al cinema Gnomo da martedì si proietteranno invece vari film: il primo sarà Alle soglie della vita. La rassegna prevede poi convegni e una mostra fotografica (Fondazione Catella), eppure chi non ha cinquant'anni, di Bergman al massimo sa che è esistito, nonostante un Leone e una Palma alla carriera, tre Oscar e una raffica di Leoni, Palme e Orsi d'oro ai suoi film.
Il mondo del cinema è stato dunque molto meno inquisitorio con Bergman di quanto il mondo della filosofia lo è stato con Heidegger, dimenticando, complice la Guerra fredda, che questo svedese non era stato affatto neutrale fra 1939 e 1945. Bergman - come Heidegger - non rinnegò le sue idee politiche giovanili, si limitò a non parlarne più. E, in un'epoca secolarizzata, cercò un rapporto con la divinità. Suo padre era stato pastore di Corte a Stoccolma, ma Bergman aveva caro anche il passato pre-protestante, come l'età delle crociate. Da esse torna il cavaliere von Bock (Max von Sydow) del suo film più famoso, Il settimo sigillo (1956, premio speciale della giuria a Cannes). Avendo perduto ogni illusione, è lucido davanti alla Morte personificata (Bengt Ekerot) e la sfida a scacchi; sa di perdere, ma consente ai saltimbanchi - la sua stessa categoria - di sfuggire al destino. Morale: il cavaliere muore, il cinema resta.
Del resto Bergman aveva cominciato presto a guardare alla vecchiaia (Il posto delle fragole, 1957, Orso d'oro), in una marcia d'avvicinamento alla morte conclusasi proprio nell'isola di Faro, dove si era ritirato e dove aveva girato Sarabanda, ultimo suo film (2003), che pochi in Italia hanno visto, sempre per ragioni di censura: ci si scorgeva l'opera di un vecchio, che racconta di un altro vecchio, tormentato dalla libidine che non può soddisfare? Bergman l'ammetteva, severo con se stesso quanto con gli altri. E ammetteva i turbamenti della sensualità fin da giovane, sincerità che colpiva gli altri registi in un periodo di imbarazzati silenzi: non è un caso se il manifesto che Jean-Pierre Léaud strappa dalla vetrina del cinema, in una scena dei 400 colpi di François Truffaut, è quello di Monica e il desiderio (1950), apologo panico dell'erotismo che in Italia si è visto integrale solo con l'uscita del film in dvd (Bim).
Meno problematico sarà il rapporto di Bergman coi censori dalla metà degli anni Sessanta. Il volto (1963) e Persona (1966) parevano contenere innominabili segreti. Poi, in epoca sessantottarda, quando ormai tutto - meno il buon gusto - era permesso, al cinema e fuori, quei film parvero castigati, una delusione insomma. Intanto l'erotismo dei personaggi di Bergman non era più solare, come quello della leggendaria Monica; era diventato gelido, desolato. Ora Bergman riposa nel Walhalla dei grandi nordici e qualcuno di questi film torna visibile a Milano: li guarderanno ragazzi di oggi e di ieri ragazzi, quelli che, davanti ai «flani» pubblicitari di un'infanzia ormai remota, si chiedevano - come il piccolo Antoine Doinel di Truffaut - che misteri celasse la vita. Scopriranno come Bergman avesse cercato di avvertirli che davanti a loro c'erano gli stessi sentieri interrotti percorsi da Heidegger.

venerdì 28 marzo 2008

l’Unità 28.3.08
Senato, Berlusconi ha paura: «Non votate i minori...»
di Giuseppe Vittori


ECCO DI NUOVO il Berlusconi scatenato, quello che non ne vuole sapere di «toni bassi», quello che strepita contro una Rai in mano ai comunisti e teme di perdere al Senato. È nervoso il capo del Pdl, secondo molti osservatori. Aveva cominciato con la
querelle Porta a Porta: «Macché par condicio: è stato un atto violento di Veltroni». È il giudizio berlusconiano sull’annullamento della sua partecipazione al salotto di Vespa: «Il fatto che lui non voglia andare non significa che il leader dell’opposizione non possa andare lui. Lui non vuole rispondere ai giornalisti, chi è che scappa?». Per il Cavaliere si tratta di «una violenza inaccettabile e gli italiani devono sapere che ancora la Rai è in mano alla sinistra che la domina come e quando vuole». Poveretto: «Ho anche tutte le istituzioni contro: il Capo dello Stato lo hanno nominato loro, così come 11 membri della Corte Costituzionale. Ho una sola preoccupazione, un solo incubo: i brogli elettorali».
Per la verità, di incubi ce n’è anche un altro: il voto ai partiti minori, che al Senato potrebbero far vincere il Pd. «Bisogna spiegare a tutti coloro che sono del centrodestra come il voto, soprattutto al Senato, dato ai partiti minori può portare in qualche regione a una vittoria dell’altra parte». Subito si corregge, almeno parzialmente. Parla di «ipotesi non realistiche» come quelle relative a pareggi e grandi coalizioni. «Ho dei dati - ha spiegato - che mi dicono che in Senato ho una vasta maggioranza, si calcola sui 28-30 senatori». Così, mentre il Capo accusa la Rai e trema per il Senato, ed Emilio Fede, direttore del Tg4, attua una sua personalissima par condicio (per Veltroni e il Pd minuti al cronometro, ma alle due di notte), tiene banco il caso Porta a Porta, coinvolgendo tutti i livelli della Rai, dal presidente Petruccioli, al direttore generale Cappon. Petruccioli ha ricostruito, «fino alla pignoleria» - scrive, rispondendo a Mario Landolfi, della Vigilanza - la vicenda. «Qui si tratta di una seconda presenza di Berlusconi non equilibrata da altre presenze e, in particolare, da una seconda presenza di Veltroni». Il succo, insomma, è che «il comitato si è trovato di fronte ad una ipotesi di programmazione per le ultime 10 puntate di Porta a Porta in cui erano previste due presenze di Berlusconi e una di Veltroni, senza che ne venisse fornita alcuna giustificazione». Non è d’accordo, ovviamente, Bruno Vespa. Scrive in una lettera di non condividere che un’assenza volontaria ne determini un’altra: «Ho detto che avrei annullato la trasmissione solo dopo una lettera di Cappon. Questa lettera, molto cortese, ma anche assai esplicita, è arrivata più tardi. Non si può dunque attribuirmi in alcun modo la decisione finale».

Repubblica 28.3.08
Berlusconi lancia l'allarme "Al Senato si può perdere"
di Gianluca Luzi


Il Cavaliere: "A qualcuno piace l´Udc? Gli dia il voto ma solo alla Camera"

ROMA - Ne parla Veltroni, i sondaggi lo confermano e per la prima volta dall´inizio della campagna elettorale Berlusconi evoca esplicitamente il fantasma del pareggio. Anzi, va ancora più in là e in un forum elettorale all´agenzia di stampa Adnkronos ammette che al Senato può anche perdere. «Non mi esercito mai in ipotesi che considero irrealistiche», premette il leader del Pdl riferendosi alla Grande coalizione dopo il voto. «I dati in mio possesso - afferma Berlusconi - dicono che avremo una vasta maggioranza al Senato, di 28-30 senatori». Ma Berlusconi non sembra tanto sicuro che le cose andranno a finire proprio così, o perlomeno non con una vittoria che lo metterebbe in condizione di governare senza problemi. Perché c´è Storace che toglie voti da destra e soprattutto c´è Casini che può erodere il patrimonio di voti del Pdl. Per questo, martella Berlusconi, «dobbiamo spiegare agli elettori del centrodestra come il voto ai partiti minori, soprattutto al Senato, può portare a una vittoria dell´altra parte, è un regalo a Veltroni». Del resto, già ieri mattina incontrando la Confartigianato, Berlusconi aveva avvertito che «bisogna concentrare il voto e non disperderlo: un elettore di centrodestra deve votare il Pdl per consentirgli di ottenere una solida maggioranza. E se a qualcuno piace Casini perché l´è un bel fioeu, allora lo voti alla Camera ma non al Senato». Berlusconi cita l´ultimo sondaggio a sua disposizione che dà al Pdl un vantaggio di 8,6 punti sul Pd: «Noi con la Lega e l´Mpa siamo al 44,6 per cento, mentre il Pd con Di Pietro sta al 36 per cento». Ma l´ipotesi pareggio evidentemente è presente anche al vertice del Pdl tanto che Fini avverte perentorio: «Al Senato non si può disperdere neanche un voto». Casini naturalmente sul «voto utile» come lo intende Berlusconi è di parere opposto così come definisce «bufale che verranno smentite» quelle del voto disgiunto: Udc alla Camera e Pdl al Senato. «Gli elettori italiani non si facciano coinvolgere da una politica che è diventata molto poco seria, e votino per i loro ideali». E in caso di pareggio Casini esclude un accordo con il Pdl: «Non esiste proprio. Le alleanze si fanno prima del voto e non dopo». I sondaggi dicono che tira aria di pareggio. Anche per Veltroni è un´ipotesi realistica e in questo caso - sottolinea il leader del Pd - bisognerà fare le riforme che non sono state fatte prima dello scioglimento delle Camere. «Se alla fine di questa fiera c´è parità, voglio capire come si governa questo Paese. - fa notare Veltroni - Serve una fase costituente e può darsi che saremo costretti ad accelerare i tempi». L´Italia «ha bisogno di una fase costituente che porti a tutte quelle riforme di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un momento in cui la congiuntura economica internazionale è negativa e l´Italia sta attraversando una fase di difficoltà». Il pericolo, per Veltroni, è che il Paese «rischia di non trovare la chiave per accendere la macchina» quindi «serve una stagione riformista, di qualunque segno essa sia, basta che non restiamo nella gelatina o nella marmellata. Senza una stagione riformista rischiamo di entrare in una spirale molto negativa». E se c´è il pareggio? «Qualunque sia il risultato delle elezioni, per me lo scenario non cambia: chi vince anche di un solo voto governa, poi le riforme si fanno insieme».

Corriere della Sera 28.3.08
Il sondaggio In bilico Sardegna, Liguria, Abruzzo, Calabria e Lazio
Sfida Pdl-Pd, in cinque regioni la distanza è del 2%
A livello nazionale il divario è intorno al 6 per cento. Seggi al Senato, decisivo il risultato di Udc e Sinistra


A livello nazionale il divario è intorno al 6 per cento. Seggi al Senato, decisivo il risultato di Udc e Sinistra

Il quadro emerso da diverso tempo appare confermato: la coalizione di centrodestra rimane in vantaggio, con una differenza di circa 6 punti rispetto a quella avversaria. Ma quest'ultima sembra, di recente, secondo alcuni istituti, avere accorciato significativamente le distanze.
Occorre tuttavia sottolineare che questi dati si riferiscono alla competizione per la Camera, ove il computo del premio di maggioranza (oltre che della soglia di accesso del 4%) si effettua considerando l'elettorato nel suo insieme, come fanno, appunto i sondaggi. Diverso è il discorso per il Senato, ove il calcolo avviene a livello delle singole regioni. Anche qui si rileva oggi la prevalenza netta della coalizione di centrodestra, con circa 9 seggi oltre la maggioranza assoluta. Ma il dato può modificarsi anche sostanzialmente. Per almeno due ordini di fattori: a) la distanza ravvicinata tra le coalizioni in alcune regioni. In certi contesti, il risultato appare ragionevolmente scontato. Lombardia, Veneto e Sicilia andranno al Pdl (con Lega e MPA). In Emilia, Toscana e Umbria vincerà il Pd (con l'Idv). In altre regioni, l'esito parrebbe però in qualche misura più contrastato e in alcune (Liguria, Sardegna, Abruzzo, Calabria e Lazio) davvero molto incerto, dato che la distanza tra le due coalizioni risulta assai esigua e oscillante tra l'1-2%.
b) La «lotteria» dell'8%. Il secondo fattore comporta a un risultato imprevedibile in tutte (o quasi) le regioni. Si tratta di quella che D'Alimonte ha denominato in modo assai efficace la «lotteria» dell'8%. Nella gran parte delle regioni, infatti, le due principali forze concorrenti ai partiti maggiori, vale a dire l'Udc e la Sinistra l'Arcobaleno, risultano oggi toccare da vicino — ma non sempre superare — la soglia per accedere alla distribuzione dei posti in Senato. Il raggiungimento dell'8% in una o più regioni comporterebbe un maggior numero di partecipanti alla ripartizione dei seggi e quindi una parziale sottrazione di questi ultimi al Pd o al Pdl. Se, ad esempio, in una data regione debbono essere assegnati in tutto 10 seggi e 6 vanno alla coalizione vincente (Pd o Pdl), i restanti 4 andranno tutti al soccombente (Pd o Pdl) se nessun altro raggiunge l'8%. Andranno invece ripartiti anche con Udc e/o Sin. Arcobaleno se questi riescono a superare la soglia di ammissione. Tutto ciò può modificare, anche in modo sostanziale, gli equilibri e le maggioranze.
Nessuno quindi può dire se il responso delle urne confermerà il quadro oggi rilevato: la volta scorsa, nel 2006, le ultime due settimane videro, grazie alla capacità comunicativa di Berlusconi e agli errori di Prodi, una forte «rimonta» da parte del centrodestra.
Potrà Veltroni «rimontare» in modo analogo? Secondo alcuni, lo sta già facendo. L'ex sindaco di Roma ha dalla sua parte una forte popolarità personale: un recente sondaggio ha visto proprio Veltroni primo nella classifica nella fiducia espressa dagli elettori. Forse anche per questo, il quesito che richiede le previsioni degli stessi elettori sull'esito del voto, mostra, nelle ultime settimane, un accrescersi della quantità di indecisi sul risultato elettorale. Ma non è detto che il leader del Pd sappia o possa sfruttare appieno queste sue potenzialità. Tutto dipenderà da quella minoranza (10%) che deciderà all' ultimo minuto. E' verso costoro - che sceglieranno sulla base dei confronti televisivi e, spesso, dei consigli degli amici - che è diretta in realtà la campagna elettorale dei prossimi giorni.

l’Unità 28.3.08
La sfida degli indecisi: 8 milioni di voti in bilico
di Eduardo Di Blasi


Sondaggio Lorien su chi decide «d’impulso»: a far pendere la bilancia le performance dei leader

NELLA SCORSA tornata elettorale, le previsione fatte sulla platea dei cosiddetti «indecisi», circa 15 milioni di potenziali elettori che alla domanda fatidica dei son-
daggisti sulle intenzioni di voto non rispondono (e che poi andranno a votare in 6, 7, 8 milioni), furono tutte disattese. Nessun istituto di ricerca riuscì a cogliere la crescita di Silvio IV (al tempo candidato per la quarta volta di fila alla Presidenza del Consiglio) anche in questo bacino potenziale.
Oggi uno studio della Lorien Consulting di Antonio Valente, eseguito su un campione mobile di 2000 cittadini strutturati per sesso, età e provincia, ci informa che i due terzi di costoro hanno già quasi definito il proprio orientamento (e devono solo «non essere distratti ed essere rassicurati»), mentre all’altro terzo occorrono ancora elementi per fare una scelta, e voterà d’impulso (la categoria è definita «voto emozionale», o, per l’appunto «di impulso»).
Per raccogliere il voto di queste persone ci si affida alle «ultime promesse elettorali», alle «ultime performance dei partiti o dei loro candidati», al voto «per controdipendenza» (il famoso «votare contro»). In questa fetta ci sarà comunque qualcuno tra costoro che apporrà la propria preferenza a questo o quel partito per «impulso puro», vale a dire una volta dentro la cabina.
I comportamenti elettorali, anche quelli che appaiono come i più razionali, hanno sempre una componente emozionale. Ecco perché gli ultimi appelli al «voto disgiunto» (vale a dire a un voto che premi in alcune regioni i partiti più forti e in quelle dove questi perdono quelli di media stazza, in grado di togliere consenso al partito maggiore) possono fare breccia non solo tra l’elettorato più accorto politicamente (inteso come quello che mira alla vittoria della propria parte), ma anche in quello ancora indeciso. E qui farebbe comodo illustrare il «voto potenziale» espresso da quegli elettori «indecisi» che «sicuramente» o «probabilmente» andranno a votare. Il sondaggio della Lorien Consulting prende in esame anche questa categoria. E afferma, per cominciare, quale sia la «prima scelta».
Ha scelto in prima istanza di votare il Pdl il 35,4% del campione di indecisi. Mentre il 30,3% ha come prima opzione il Pd. Sempre in questa fetta di indecisi, il 18,2% premierebbe l’Idv, il 16,3% l’Udc, il 13,7% la Lega, il 13,4% la Sinistra Arcobaleno, l’8,1% la Desta e il 5,5% il Partito Socialista.
Tra chi ha espresso come prima opzione il Pdl, opterebbe anche per la Lega (29,3%), per la Destra di Storace (20,1%), per l’Udc di Casini (19,6%), e, in parte, anche per il Pd (10,7%).
Di contro, tra chi preferisce in prima battuta il Pd, non dispiacciono nemmeno l’Idv (42,9%), la Sinistra Arcobaleno (22,3%), il Partito Socialista (12,4%), e anche Udc (22,5%).
Tra chi pone come prima scelta Sa, il 52,8% darebbe anche il proprio voto al Pd, il 46,5% all’Idv, il 15,8% ai Socialisti, e, strano a pensarci, il 15,4% anche all’Udc (la possibilità di risposte multiple allarga la torta).
L’elettorato più difficile da conservare, in questa categoria di indecisi, sembra però proprio quello del partito di Casini. Tra gli elettori del centro moderato, infatti, il 43,8% voterebbe anche Berlusconi, il 42,2% darebbe la propria preferenza anche al Pd, il 25,3% all’IdV e il 17,7% alla Lega.
Tra le ultime note dell’analisi, la Sinistra è data stabile (intorno al 7%, «con segnali di saturazione del proprio bacino»), mentre la Destra di Storace, pur potendo pescare su un bacino elettorale ampio, non sembra sganciarsi da 2-3%.

l’Unità 28.3.08
Veltroni: «Se ci fosse il pareggio si acceleri la fase costituente»
di Bruno Miserendino


Veltroni chiude il tour in Sicilia: da mesi ci inseguono
Berlusconi? I leader europei hanno la mia età, non la sua

E SE FOSSE PAREGGIO? Rieccolo il tormentone. La Destra suona le trombe dicendo che il pareggio non ci sarà, ma l’ipotesi, stando ai sondaggi e alla bizzarria della legge elettorale, è sul tappeto più che mai. «Ci si chiede se ci sarà una maggioranza... ». Vel-
troni, sia chiaro, non vuole larghe intese, «chi ha un voto in più governa», ma riforme e governabilità bisogna assicurarle. «Una fase costituente» è indispensabile al paese, dice, e bisognerà pur chiedersi come si governa in una congiuntura così difficile, coi venti di recessione che vengono dagli Usa. Non è la prima volta che ne parla, ma stavolta l’accento batte sulla debolezza dell’Italia. Lo dice all’assemblea di Confagricoltura di Taormina, nella sala che ospiterà tra oggi e domani anche Casini e Berlusconi. Fa un discorso che non cerca applausi, spiega perché il paese rischia brutto se non si fronteggia la situazione e non si accelera sulle riforme.
Il presidente di Confagricoltura evoca l’assemblea costituente e Veltroni dice che quella no, non serve, però una fase costituente per le riforme, quella sì che ce n’è bisogno come il pane, comunque vadano le elezioni: «Può darsi - aggiunge - che saremo costretti ad accelerare i tempi perché se alla fine di questa fiera finirà come dicono i sondaggi con 3-4 voti di differenza, voglio capire come si governa questo paese». All’uscita dall’assemblea di Confagricoltura, vista la curiosità dei cronisti, getta acqua sul fuoco: «Non ho detto niente di nuovo». Come dire, non ci sono larghe intese alle viste, chi vince governa, poi, come ho sempre sostenuto, le riforme di sistema si fanno insieme.
Il problema, fa capire Veltroni, è che se si arrivasse a una situazione simile a quella che ha inguaiato Prodi, non si potrebbe tornare alle elezioni senza mettere mano alle riforme. E nel frattempo ci vorrebbe un governo in grado di fronteggiare l’emergenza economica che sta arrivando. È chiaro che se vincesse la Destra, in ogni caso quella del Pd sarebbe un’opposizione per le riforme, non distruttiva, che si farebbe carico del problema della governabilità. Non è un caso che il riferimento alla fase costituente Veltroni lo fa citando esempi stranieri: «Ci sono Paesi in cui la maggioranza ha pochi voti di scarto, ma c’è un fair play che consente stabilità. E senza stabilità il Paese va a gambe all’aria». Da noi, invece, «se c’è un’epidemia d’influenza rischia di cadere il governo... ». Ecco perché lui darebbe la guida di una Camera all’opposizione, al contrario di Berlusconi che ha già fatto marcia indietro sul punto.
Quello di Veltroni, dunque, è un discorso di metodo. «Noi puntiamo a vincere - dicono al Pd - e ci crediamo perché i sondaggi lo indicano», però bisogna fare i conti con questa legge elettorale. Il leader del Pd non fa sconti a chi non ha voluto le riforme. «La chiave della macchina Italia è sotto i piedi di chi l’ha schiacciata il giorno in cui ci disse no all’ipotesi di un governo per le riforme».
Al Paese, dice, servono «alcuni anni di terapia di innovazione». La situazione economica ricorda tanto la crisi del ’29 «e bisogna tenere alta la guardia». «Serve una stagione riformista, di qualunque segno essa sia...», afferma. Aggiunta, sorridendo: «Più di questo non posso dire, basta che non restiamo nella gelatina».
«Girare la testa verso il futuro», è il leit motiv di Veltroni. Un modo elegante e volutamente soft per dire che dall’altra parte c’è il vecchio. Insiste sull’età del candidato Berlusconi, che non nomina mai, spiegando che in nessun paese del mondo ci si candida per la quinta volta a premier. Spiega che in tutta Europa i leader che contano hanno la sua età, non quella di Berlusconi. E Tremonti si occuperà di economia e Bossi di riforme, proprio come 14 anni fa.«Su ogni cosa che facciamo, subito il giorno dopo, c’è un inseguimento». Come sulle pensioni.
A Messina, terza tappa dopo Siracusa (comizio sotto la pioggia) e Taormina, Veltroni trova un palasport gremito da migliaia di persone e dà la carica, dando appuntamento alla domenica dei gazebo. Al Palasport partono fischi contro Berlusconi e Tremonti ma lui stoppa: «Anche se loro non hanno rispetto per noi, io ce l’ho per loro... ». Anche a Catania teatro stracolmo. Il tour siciliano si conclude a tarda sera, con una videochat notturna in diretta. Veltroni ci crede ancora.

Repubblica 28.3.08
E ora l'operazione voto disgiunto tenta il Pd in più di una regione
di Goffredo De Marchis


ROMA - «Dovete andare bene, mi raccomando». Con un sorrisetto piuttosto chiaro, Pierluigi Bersani ha augurato al leader della Sinistra Arcobaleno Franco Giordano un buon risultato nella sua regione, l´Emilia Romagna. I due si sono incrociati in uno studio televisivo qualche giorno fa e hanno parlato del "voto inutile" che invece può diventare utilissimo, soprattutto per chi insegue. Utile per impedire la vittoria del Popolo delle libertà al Senato, per creare le condizioni di un sostanziale pareggio. Nelle regioni rosse (Toscana, Emilia, Umbria, Marche) lo schieramento di Fausto Bertinotti deve perciò assolutamente superare l´8 per cento necessario a strappare seggi al Senato. Tanto lì il Partito democratico ha già il premio di maggioranza in tasca, dunque bisogna concentrarsi sui voti di minoranza e fare in modo che il resto dei senatori eletti in quell´area vadano a tutti (anche all´Udc di Pier Ferdinando Casini) fuorché a Berlusconi, Fini e Bossi, cioè al Popolo delle libertà.
I sondaggi dicono che una buona affermazione dei centristi e della sinistra è davvero in grado di condizionare l´esito delle elezioni e disegnare una situazione di stallo al Senato. L´ipotesi è stata ripresa da Europa, l´ex quotidiano dalla Margherita che adesso vede l´utilità di un voto disgiunto: Partito democratico alla Camera, naturalmente, e un´eventuale preferenza a Casini o Bertinotti al Senato (ma più Casini di Bertinotti visti i rapporti della Margherita con Rifondazione nell´ultima legislatura). Sono voti sottratti a Veltroni, ma danneggerebbero Berlusconi come se li prendessero i democratici. Il segretario del Pd ha studiato i numeri e le tabelle. Per il momento punta ancora a costruire il consenso intorno al Pd. «È difficile il meccanismo del voto disgiunto...», evita di sbilanciarsi Veltroni.
Ma il "trucco" è possibile. «Se la Lega si fosse presentata da sola o con una lista Bossi in Lombardia e Veneto, il centrodestra avrebbe preso 7 senatori in più», spiega Roberto Calderoli, l´autore della legge che per la seconda volta potrebbe portare all´ingovernabilità di Palazzo Madama. «Ma ascoltate me che sono il massimo esperto di questa norma: il pareggio non ci sarà, vincerà il Pdl. Di 30, 15 o 9 senatori in più non importa. Ma vincerà». Perciò invita sia Veltroni sia il suo alleato Berlusconi «a non fare appelli per il voto disgiunto». Dice Calderoli: «Date alla gente la possibilità di scegliere con chiarezza». Certo, la tentazione rimane. Bertinotti e Casini sognano un ruolo decisivo a Palazzo Madama e quindi per la partita complessiva. Chi è in vantaggio teme il pareggio, chi insegue, come il Partito democratico, ci fa un pensierino. Il Partito democratico per esempio è destinato alla sconfitta in Veneto, ma in quella regione l´Udc oscilla intorno al 7 per cento, a un punto dalla fatidica soglia. Conviene a Veltroni appellarsi al voto disgiunto? Mica tanto. Se Casini resta sotto l´8 (e la Sinistra Arcobaleno in Veneto è molto lontana da quel risultato) i seggi di minoranza può conquistarli tutti Veltroni magari lasciandone uno a Di Pietro. Nel Lazio, che è in bilico, al Pd conviene giocarsela fino in fondo invece di augurare all´Udc il superamento del tetto. Ma in Campania, dove i democratici sembrano avviati alla sconfitta, la possibilità di far superare a Casini l´8 per cento permette di riaprire la partita. E in Puglia può accadere lo stesso. Poi, per paradosso, questo meccanismo consentirebbe in Campania di favorire l´elezione a Ciriaco De Mita che dell´Unione di centro è il capolista, ma questo è un aspetto secondario. Nel ´96 la lista Dini, allora nel centrosinistra, superò lo scoglio del 4 per cento grazie ai voti della Quercia, si disse. Oggi forse non è più così facile controllare i voti. Ma anche i trucchi legati alla legge elettorale fanno parte del gioco.

Corriere della sera 28.3.08
Verso il voto «Se vinco avrò tutte le istituzioni contro, anche il capo dello Stato»
Berlusconi: Senato a rischio E lancia il «voto disgiunto»
«Casini, un bel fioeu. Chi vuole lo scelga, ma solo alla Camera»
di Lorenzo Fuccaro


Affondo sul no di Veltroni a Vespa: violenza inaccettabile, la Rai è ancora in mano alla sinistra

ROMA — «Solo un matto si può prendere la responsabilità di governare di fronte alla situazione in cui la sinistra ha ridotto il Paese». Silvio Berlusconi si dà del folle, in senso metaforico, per avere accettato la nuova sfida. Ma il tono è aspro: «Se vincerò avrò tutte le istituzioni contro: il Capo dello Stato lo hanno nominato loro, il Csm è di là, le Procure di là, nella Corte costituzionale hanno la maggioranza e volevano pure nominare l'ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu ». Evoca poi il cosiddetto voto disgiunto per scongiurare un eventuale pareggio al Senato appellandosi agli elettori dell'Udc, benché in serata si corregga sostenendo che «avremo una vasta maggioranza di 28-30 senatori ». Quella del voto disgiunto resta, comunque, una novità rispetto al leitmotiv del voto utile usato finora, del voto cioè dato solo ai due grandi partiti. Dopo avere ricordato l'importanza che gli elettori del centrodestra diano la preferenza al Pdl per consentirgli di avere una maggioranza stabile, Berlusconi ammette: «Se a qualcuno piace Casini lo voti, magari perché è un bel fioeu... lo voti alla Camera ma non al Senato». Una battuta ironica che ricorda quella usata a suo tempo da Romano Prodi che definì Francesco Rutelli «un bello guaglione».
In ogni caso, il bersaglio di Berlusconi è il capo del Pd che, disertando una serata nel salotto tv di Bruno Vespa, «si sottrae al confronto per la disperazione, è un già visto che fece anche Prodi nel 2006».
Con questo scontro a distanza la campagna elettorale si infiamma. Parlando nel pomeriggio nella sede dell'AdnKronos, il Cavaliere cita un'ultima rilevazione, secondo la quale il Pdl con la Lega e il Mpa è al 44,6% mentre il Pd assieme all'Italia dei valori raggiunge il 36. Ed è questa la chiave per comprendere il gesto dell'ex sindaco di Roma. «La sinistra di Walter Veltroni e Bettini - argomenta l'ex premier irritato per il paragone con Jean-Marie Le Pen fatto per l'appunto da Bettini nell'intervista al Corriere di ieri, segno a suo dire del cambio di strategia nella comunicazione politica con il ritorno all'antiberlusconismo ha la consapevolezza che questi ormai sono i sondaggi e loro sono a un sentimento prossimo alla disperazione perché sono consapevoli dell'eredità che ci lasciano e di come siano ormai cadute tutte le promesse contenute nella fiction di Veltroni».
Davanti all'assemblea di Confartigianato, in mattinata, l'ex premier è molto più duro. La decisione di Veltroni di disertare
Porta a porta, tuona, non significa che debba fare altrettanto il leader dell'opposizione: «Questa è una violenza inaccettabile e gli italiani devono sapere che la Rai è ancora in mano alla sinistra che la domina come e quando vuole». Non solo: «La par condicio non c'entra nulla, c'entra un atto violento da parte di Veltroni che ha detto non voglio andare a rispondere ai giornalisti ». Certo, incalza sarcastico, «lo capisco, poverino. È stanco a salire su e giù dal pullman. Tutti i giorni va a mangiare a sbafo da una famiglia diversa. Capisco che sia stanco. Ma così la Rai si è messa al suo servizio».

l’Unità 28.3.08
Nuovo appello per Ingrid Betancourt: «Sta molto male»
di Marina Mastroluca


Ostaggio delle Farc dal 2003, avrebbe contratto l’epatite B e la leishmaniosi. «Cerchiamo di farle avere delle medicine»

«Le informazioni di cui noi disponiamo, è che si trova in uno stato di salute molto precario, le sue condizioni fisiche e la sua salute si sono deteriorate». Ingrid Betancourt sta male, a dirlo è l’Ombudsman colombiano Volmar Perez, confermando le notizie allarmate diffuse anche da un ex ostaggio, liberato di recente. La ex candidata alle presidenziali della Colombia, rapita nel febbraio del 2003 dalle Farc, sarebbe in pessime condizioni fisiche, affetta da epatite b e leishmaniosi, una malattia della pelle che se non curata può avere un esito fatale. Nei giorni scorsi il Diario de Huila aveva persino parlato della possibilità che fosse morta, dopo che dalla selva erano stati fatti arrivare alcuni cadaveri a San Vicente del Caguan. Ma questa ipotesi è stata smentita. Il governo colombiano smentisce anche le voci sulle precarie condizioni di salute di Ingrid. «Non diamo grande credibilità a queste voci - ha detto Luis Carlos Restrepo, Alto commissario per la pace -. Abbiamo cercato di entrare in contatto con le persone che riportano queste voci, ma non c’è niente di vero, niente di concreto».
L’ultima testimonianza fornita dalle Farc sulle condizioni di Betancourt risale allo scorso dicembre. Nelle immagini Ingrid appariva magrissima, con il volto scavato, pallida e con gli occhi spenti. Anche l’ex ostaggio Luis Eladio Perez ha confermato che la salute della donna è davvero fragile. «Abbiamo potuto verificare che Ingrid è stata curata in centri medici del dipartimento del Guaviare, fra i quali El Retorno», ha spiegato l’Ombudsman alla radio privata colombiana Caracol, spiegando che in base alle informazioni raccolte la situazione di Ingrid «non era molto lontana dalle immagini che conosciamo dei bambini della Somalia», quanto a magrezza e debolezza. Perez ha anche detto che si sta tentando di intervenire per aiutarla. «Cercheremo di farle giungere farmaci per la cura delle malattie tropicali», ha detto, sottolineando che «le Farc dovrebbero capire che è necessario, in base al diritto internazionale umanitario, permettere visite mediche».
Le affermazioni di Perez sono state prese con estrema prudenza dai familiari di Betancourt. Nelle ultime settimane si è parlato di un nuovo piano per la liberazione di Ingrid, dopo l’attacco colombiano su una postazione delle Farc, che ha provocato la morte di un alto dirigente dell’organizzazione e ha interrotto i contatti avviati dal presidente venezuelano Chavez.

Repubblica 28.3.08
G8, parla il superfunzionario Luperi "Diaz, pagina orribile per la polizia"
di Massimo Calandri


GENOVA - «La scuola Diaz è una delle pagine più brutte della storia della polizia. Una notte da dimenticare, una storia orribile. Come quella di Bolzaneto». Giovanni Luperi, 58 anni, attuale capo dell´Aisi, l´agenzia di informazioni e sicurezza interna ex Sisde, ricorda il blitz nell´istituto che durante il G8 ospitava i no-global. Per quella sciagurata irruzione - 93 persone picchiate e imprigionate con prove fasulle - è imputato di falso in atto pubblico, calunnia aggravata, arresto illegale e abuso d´ufficio. Insieme a lui, difeso dall´avvocato Carlo Di Bugno, sono accusati 28 tra funzionari ed agenti. Ieri mattina si è presentato in aula ed ha reso spontanee dichiarazioni. Senza contraddittorio, come gli consente il codice. Per la prima volta uno dei super-poliziotti coinvolti ha parlato pubblicamente dell´operazione del 21 luglio 2001. Si è detto «profondamente addolorato» per tutti quei ragazzi feriti nella scuola. «Sconcertato» per tutti gli arresti. Però ha preso le distanze dai colleghi, sostenendo di aver avuto un ruolo del tutto marginale e non operativo.
La procura invece mostra filmati e testimonianze: sostenendo che in quella "brutta pagina" lei abbia avuto un ruolo da protagonista.
«Io al vertice mi occupavo dei rapporti tra le polizie internazionali. Non di polizia giudiziaria. Quella notte ho accompagnato il prefetto Arnaldo La Barbera, appena arrivato a Genova. Per me il G8 era finito, stavo in disparte: quando è finito tutto mi hanno pure lasciato da solo, senz´auto».
Ero solo un osservatore, dice. Ma in un video la si vede con in mano il sacchetto delle due molotov, la regina delle prove fasulle, che un poliziotto aveva portato dentro l´istituto.
«Il peso di quel sacchetto me lo porto dietro da più di sette anni. Mi sono rimaste appiccicate alle mani, le bottiglie. Sono certo di averle poi consegnate ad una funzionaria che conoscevo. Non so chi me le abbia date. Davvero, non ricordo. Comunque, questo non è importante».
E cosa è importante?
«Domandatelo al vigliacco che ce le ha messe dentro. Io come potevo sapere che fosse tutto falso? Ad un certo punto un agente ha detto di aver ricevuto una coltellata da uno sconosciuto. Perché non avrei dovuto credergli?».
La versione degli imputati è la stessa. Nessuno ha picchiato, nessuno ha perquisito. Nessuno ha visto o fatto niente. Nessun responsabile, insomma. Non è che poi pagheranno solo un paio di agenti dalle mani pesanti?
«Lo ripeto, sono consapevole che sia stata scritta una brutta pagina nella storia della Polizia di Stato. Ma non l´ho scritta io. Io non ci volevo andare, in quella scuola».

Repubblica 28.3.08
La politica e le torture di Bolzaneto
di Stefano Rodotà


Quando a Bruxelles si scriveva la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, qualcuno osservò che forse non era il caso di fare un riferimento esplicito alla tortura. La prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio, si diceva, doveva guardare al futuro, non attardarsi su anacronismi, certamente nobili, ma che l´Occidente civilizzato si era ormai lasciati alle spalle. Saggiamente si decise di resistere a questa tentazione, e così il divieto, già con forza ribadito dalla Convenzione dell´Onu del 1984, è stato mantenuto nell´articolo 4 della Carta: «Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti». Si era alla fine del 2000. Di lì a poco sarebbero venuti Guantanamo e Abu Ghraib, le deportazioni verso compiacenti paesi torturatori, i suggerimenti del professor Dershowitz per una tortura "legalizzata" e il veto del presidente Bush contro una sia pur limitata legge antitortura. E Bolzaneto, Italia. L´Occidente ha dovuto di nuovo fare i conti con il suo lato più oscuro, rimosso non cancellato.
In Italia tutti sapevano, o comunque si era di fronte ad una vicenda per la quale davvero l´ignoranza non scusa. Voci diverse si erano levate, le testimonianze si moltiplicavano, ricordo tra le tante la narrazione di un noto giornalista sportivo che, con una straordinaria freddezza di cronista, riferiva lo stato in cui aveva ritrovato suo figlio. Ma i fatti della Diaz e di Bolzaneto venivano progressivamente respinti sullo sfondo, sopraffatti dalle violenze dei black block e dall´uccisione di Carlo Giuliani. Sembrava quasi che le violenze dei manifestanti e la reazione mortale d´un carabiniere appartenessero ad una normalità perversa, ma governata da una sorta d´invincibile fatalità; e descrivessero comunque qualcosa che può accadere quando pulsioni e paure si fanno troppo forti.
Bolzaneto no. Da lì si voleva distogliere lo sguardo. In quelle stanze s´era manifestata all´estremo la "degradazione dell´individuo" tante volte ritenuta inammissibile dalla Corte costituzionale. Ufficialità, perbenismo, cattiva coscienza rifiutavano di specchiarsi nella negazione dell´umano.
Proprio quella negazione è svelata dal tremendo catalogo compilato dai magistrati genovesi, e squadernato davanti all´opinione pubblica dall´iniziativa di questo giornale, dagli implacabili reportage di Giuseppe D´Avanzo. Il silenzio istituzionale è stato rotto, la stampa ha ritrovato la sua funzione di ombudsman diffuso, l´opinione pubblica non può più trincerarsi dietro il "non sapevo". E tuttavia la reazione già appare attutita, inadeguata. Non è venuta un´attenzione corale del sistema dell´informazione: rispetto della regola gelosa per cui non si riprendono le notizie lanciate dagli altri? Non è venuta un´attenzione vera e intensa dall´intero sistema politico: l´eterno gioco delle convenienze, l´eterna vocazione a minimizzare? Sta di fatto che, dopo i fuochi dei primi giorni, è tutto un troncare, sopire… Le norme non ci sono – si dice. Al massimo ci saranno stati comportamenti "devianti" di qualche sconsiderato. E ci si acquieta.
Ma i Paesi davvero civili, le democrazie non ancora perdute dietro riti televisivi insensati reagiscono quando scoprono i loro vuoti, le loro inadeguatezze. S´interrogano sulle ragioni, si mettono in discussione. Proprio il trovarsi nel cuore d´una campagna elettorale avrebbe dovuto favorire il parlar chiaro, gli impegni netti, la sfida alle proprie pigrizie. Perché non dire subito che la prima proposta di legge (o la seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a colmare la vergognosa lacuna dell´assenza di una norma sulla tortura, che rende inadempiente l´Italia non di fronte a un trattato tra i tanti, ma di fronte all´umanità intera? Perché, tra le varie iniziative e commissioni annunciate con fragore di trombe, non ne è stata inclusa una incaricata di preparare proprio quel testo? Perché tra gli impegni bipartisan su temi di grande e comune interesse, che dovrebbero vedere dopo le elezioni gli sforzi congiunti di maggioranza e opposizione, non compare la questione della tortura, l´impegno a rendere finalmente operante in Italia la Convenzione dell´Onu dopo un quarto di secolo di disattenzioni e di ritardi?
Non basta tornare sulla proposta di una commissione parlamentare d´inchiesta. Conosciamo, purtroppo, il degrado di questo strumento: non sono più i tempi della Commissione De Martino sul caso Sindona o della Commissione Anselmi sulla P2. E, comunque, si tratta di qualcosa di là da venire, che può assumere il sapore del rinvio. Mentre già oggi, pur con le lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell´Interno: ricorso a tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi è stato protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo, nel momento stesso dell´assunzione dell´incarico. Una difesa della polizia in quanto tale può essere intesa come una promessa di copertura, la banalizzazione degli atti di violenza assomiglia ad una sorta di annuncio di una loro inevitabile ripetizione. Che cosa dire di fronte all´affermazione di un ex-ministro della Giustizia che, parlando di persone obbligate tra l´altro a stare in piedi per ore, si sente autorizzato a fare battute di pessimo gusto sui metalmeccanici che sono in questa condizione ogni giorno per otto ore? Ma l´irresponsabilità politica viene da lontano. Ricordo un sottosegretario alla Giustizia, poi transitato nelle schiere garantiste quando le inchieste giudiziarie cominciarono a riguardare il ceto politico, che venne alla Camera dei deputati a parlare di violenze carcerarie sostenendo che, avvertiti di un trasferimento, alcuni detenuti si erano «sporcati il viso con vernice rossa».
Giuliano Amato ha sottolineato che «si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo che al loro rispetto in casa nostra». Chiediamoci perché, allora. E la risposta va cercata proprio nell´eclissi sempre più totale della cultura dei diritti, sopraffatta da un´enfasi sproporzionata e strumentale sul bisogno di sicurezza. I diritti disturbano, possono essere sospesi, com´è appunto accaduto a Bolzaneto. La fabbrica della paura è divenuta parte integrante della fabbrica del consenso. Basta girare per il centro di Roma, dove si circola senza particolari problemi, invaso da manifesti davvero bipartisan che ossessivamente promettono sicurezza, e solo sicurezza. Quale enorme responsabilità assume in questo modo la politica, creando un clima che induce a ritenere giustificata qualsiasi reazione.
E non si insiste, come sarebbe doveroso, sul fatto che la magistratura, una volta di più, è stata l´unica istituzione capace di vera e civile reazione. Si colgono, anzi, atteggiamenti stizziti, dietro i quali non è difficile scorgere il disagio di chi avverte che l´inchiesta di Genova non rivela soltanto comportamenti inqualificabili, ma mette a nudo i limiti della politica. Si celebrano i giudici lontani, com´è giustamente accaduto quando la Corte Suprema degli Stati Uniti condannò le violazioni dei diritti a Guantanamo. Troppi dimenticano di dire che la vergogna di Genova può cominciare ad essere riscattata solo contrapponendo la civiltà giuridica e la lealtà istituzionale dei magistrati genovesi alla violenza contro l´umano e la legalità consumata a Bolzaneto.

Repubblica 28.3.08
Spagna, la cena del primo europeo
Ad Atapuerca i resti fossili d'un pasto, più di un milione di anni fa
di Elena Dusi


Su "Nature" l´annuncio della scoperta dei paleontologi spagnoli

ROMA - Un milione e duecentomila anni fa, in una grotta profonda venti metri a nord della Spagna, un gruppo di uomini mangiava uccelli e piccoli roditori seduto intorno al fuoco. C´era chi abbozzava un coltello battendo due pietre l´una contro l´altra e chi usava quelle armi primitive per spaccare le ossa lunghe della cacciagione e succhiarne il midollo. La statura di questi uomini non era molto diversa dall´attuale: un metro e settanta circa. E il cervello aveva una capienza ridotta di un terzo rispetto a oggi, anche se è noto che fra dimensioni e intelligenza non necessariamente il legame è diretto.
La mandibola che José Maria Bermudez de Castro e Eudald Carbonell tengono delicatamente fra le dita e osservano - in quella stessa grotta, ma un milione e duecentomila anni più tardi - appartiene al primo uomo vissuto in Europa. O almeno del più antico fra quelli che ci è dato incontrare. Mentre osservano i pochi centimetri del mento, una manciata di denti sparsi fra gli strati di calcare, i resti animali di cui i nostri antenati si erano cibati e i rudimentali coltelli che avevano costruito, i due ricercatori spagnoli rivedono davanti ai loro occhi la scena della "prima cena europea".
Al nostro antenato ritrovato nel sito di Atapuerca, nei pressi di Burgos, Nature ha dedicato ieri la sua copertina. E i paleontologi spagnoli, che da giugno del 2007 (data del ritrovamento) a oggi (fine delle analisi dei reperti e pubblicazione sulla rivista scientifica) avevano cercato di mantenere il segreto con i colleghi-rivali (italiani in primis), possono finalmente esultare. «Di fronte a noi abbiamo il più antico fossile umano d´Europa» dice Bermudez.
Atapuerca, più che un sito archeologico, è una miniera d´oro per antropologi. Su questa collina a mille metri di altezza, tiepida, ventilata e ricca di piccoli animali da cacciare, i nostri antenati dovevano trovarsi proprio bene. A duecento metri dalla grotta di "Sima del Elefante" (quella della "prima cena") nel 1994 era stato ritrovato il secondo uomo più antico d´Europa, che aveva "appena" 800mila anni d´età. E un chilometro più in là nel corso degli anni sono emersi 6mila resti fossili di Homo heidelbergensis, di poco più giovane. «La Sierra de Atapuerca è un complesso di siti straordinari, tanto che è inserito nella lista del patrimonio dell´umanità dell´Unesco» spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo dell´università La Sapienza a Roma. «Per conservarsi così a lungo, i resti umani devono prima fossilizzarsi, e poi un giorno diventare accessibili per i ricercatori. Davanti a questo colpo grosso degli spagnoli, noi italiani rispondiamo con l´uomo di Ceprano». Ritrovato nel 1994 nel Lazio, questo ominide di 800mila anni non raggiunge l´età degli spagnoli. «Ma è un cranio, non un frammento di mandibola. E quindi ci dà più informazioni sulle caratteristiche dell´umanità di quel periodo e sulla loro possibile evoluzione» spiega Manzi.
Le notizie sul primo europeo spagnolo, al di là delle ossa dei roditori e di un mustelide simile alla lontra consumati per cena, sono infatti ancora frammentarie. A titolo provvisorio, l´antenato di Sima del Elefante, è stato assegnato alla specie Homo antecessor, detto anche "uomo pioniere". Le dimensioni modeste della mandibola farebbero pensare a una donna di 20-30 anni. Ma unendo con un tratto continuo tutti i punti dove sono stati ritrovati ominidi di epoche simili, si riesce forse a ricostruire il percorso dei primi uomini dall´Africa (la culla dell´umanità, dove la nostra storia iniziò circa 4 milioni di anni fa) fino a quest´angolo estremo dell´Europa che gli antenati di Homo sapiens raggiunsero dopo essersi diffusi lungo il medio oriente, l´Italia, la Francia e infine la penisola iberica. In mezzo ci sono i resti dell´uomo di Dmanisi, in Georgia nel Caucaso. Hanno 1,7 milioni di anni e segnano il punto di passaggio del percorso dall´Africa fino all´ultima tappa della Sierra de Atapuerca.

Corriere della Sera 27.3.008
Dialoghi a colori sull’energia
Da Prometeo a Giordano Bruno, fra materia e pensiero
di Ariela Piattelli


Mentre l’Italia si confronta con l’Europa in materia di energie rinnovabili, a Palazzo Valentini due artisti “dialogano”, attraverso le loro opere, proprio sul tema dell’energia e sul rapporto tra arte e scienza. Roberta Pugno e Ján Hoffstädter, lei pittrice italiana, lui scultore slovacco (ex direttore dell’Accademia d’Arte di Bratislava), espongono per la mostra intitolata “Materia Energia Pensiero”. Un percorso che si snoda in tre sale diverse, ognuna di queste dedicata ad un tema. La prima è la “Sala della Materia”, allestita puntando sul gioco di luci e ombre.
Le opere esposte sono un elogio alla concretezza; e mentre Hoffstädter, con la scultura “Il cerchio piegato”, inizia il suo discorso sulla geometria e su come questa aderisca alla realtà, la Pugno ricerca la materia nei personaggi del mito e del passato: due omaggi a Giordano Bruno, “perché - spiega la pittrice – lui è stato il primo ad avere il coraggio di sostenere che la materia ha creato il cosmo”. L’artista, dunque, mette in mostra gli ingrandimenti delle xilografie del filosofo. Poi un ritratto in bassorilievo di Prometeo “anche lui esempio di coraggio - spiega la Pugno - . Ha scoperto il fuoco per regalarlo agli uomini”.
Così si passa alla “Sala dell’Energia”, dove i quadri e le sculture evocano l’energia a lavoro che trasforma le cose, ma anche quella umana che genera la vitalità.
Hoffstädter propone una scultura monumentale, fatta da due elementi, una colonna bianca e un tubo luminoso: è “X e Y”, che rappresenta la donna e l’uomo, due corpi irriducibilmente diversi che si attraggono, immortalati nella loro continua ricerca di comunicazione. E siccome soddisfatti i bisogni materiali bisogna pensare a quelli dell’animo, in questa sala trova spazio anche il “Cupido” della Pugno, un ritratto che evoca l’energia dei sentimenti.
Tra gli altri spunta anche il quadro della pittrice, intitolato “I Mulini”, un omaggio alle rinnovabili e alle energie del pianeta. Dal peso della materia si giunge, dunque, alla leggerezza del pensiero, e mentre la pittrice indaga con un trittico di quadri su come il pensiero si estende nel tempo, dal giorno alla notte (“perché di notte si continua a pensare” sottolinea la Pugno), Hoffstädter le risponde con la metafora della leggerezza richiamando Pegaso, il cavallo alato: una scultura fatta di bronzo e piume rappresenta due ali che si spiegano, raccontando così il desiderio di evasione.

Il Tempo 27.3.08
Palazzo Valentini


La mostra “Materia Energia Pensiero” è in corso a Palazzo Valentini. Si tratta di un incontro di arte e di scienza con la nuova Europa. L’esposizione sarà aperta fino al primo aprile. L’incontro tra arte e scienza sul tema attuale dell’energia ottenuta da fonti rinnovabili, che da dimensione locale si amplia al confronto con altri Paesi Europei, in questo caso con la Slovacchia, è il fulcro della manifestazione ideata da Antonio Di Micco, presidente di Alea – Azienda Latina Energia Ambiente e direttore della Federlazio di Latina, promossa e organizzata insieme a Rosa Cipollone, direttrice del Museo di Palazzo Altieri di Oriolo Romano e Miroslav Musil, direttore dell’Istituto Slovacco a Roma. Il confronto artistico e scientifico con la nuova Europa è vitale oggi più che mai per rafforzare la cooperazione internazionale in un Paese con cui si sta condividendo la fine delle barriere doganali, l’ingresso della moneta unica e una sempre più stretta collaborazione nel campo energetico. L’esposizione si preannuncia assai interessante e riuscirà a intrecciare l’arte con la scienza.

LA SINISTRA L’ARCOBALENO PER LA CULTURA
UNA LETTERA DI FAUSTO BERTINOTTI


Arte, cultura e creatività sono la ricchezza di una società che si rinnova e si trasforma.
Nelle storie e nelle opere degli artisti, nel lavoro di tante e tanti, operatori e tecnici dello spettacolo e della cultura, si raccontano esperienze individuali e mutamenti sociali, emerge la critica del reale e l’aspirazione al cambiamento, si costruiscono la memoria collettiva e l’immagine del futuro.
Oggi la creatività è la ricchezza non riconosciuta di un’economia che del lavoro cognitivo e intellettuale ha fatto un motore di sviluppo. Mai come ora la libera espressione della personalità sembra messa in dubbio dalla mercificazione degli stessi strumenti e delle condizioni che permettono la libera circolazione della conoscenza e della creatività.
La condizione di precarietà che caratterizza tutti gli operatori cognitivi impedisce il riconoscimento di un adeguato statuto sociale degli artisti e gli operatori culturali, ne svilisce la figure e riduce le loro competenze a ingranaggio del circuito di produzione e consumo.
“La sinistra, l’arcobaleno” vuole porsi all’altezza di questi problemi, per immaginare percorsi e proposte in grado di tutelare ciascuna storia creativa in tutti i passaggi, riconoscere lavoro e competenze, anche fuori e oltre la produzione di eventi, per tutelare quella zona grigia di precariato che rappresenta il moderno indotto dell’industria culturale. Vanno attivate nuove forme di reddito e welfare, in grado di intervenire sull’intermittenza di ciascuna espressione del lavoro culturale, per salvaguardare la qualità della vita.
In alternativa a un mercato che impone generi e gusti di consumo di massa e veicola un pensiero unico globalizzato, schiacciando le forme di libera creatività popolare e i patrimoni di sapere e competenza che germogliano ai margini del mainstream, vogliamo confrontarci con il tema dell’accesso libero e democratico al sapere e la cultura. Accesso libero a tecnologie, condivisione dei saperi e della creatività contro l’azione proprietaria, in favore di forme di copyleft e partecipazione; accesso economico a strutture, mezzi e competenze, attraverso cui esprimere liberamente le creatività. Il mondo dell’arte e della cultura hanno bisogno di strutture e risorse, finalizzate alla valorizzazione e l’espansione della creatività.
E’ nostra intenzione, in questa prospettiva, aprire un dialogo fecondo con il mondo della creatività e dei saperi, al fine di intraprendere la lotta per una maggiore estensione di opportunità, diritti e tutele che sappia intrecciare due punti di vista, sinergici e indispensabili: quello sulle condizioni che favoriscano la libera fruibilità, circolazione e realizzazione delle opere e degli eventi culturali e quello che contemporaneamente riconosca e tuteli le condizioni materiali di vita di chi vive ‘nel’ e ‘del’ mondo culturale, perché l’uno non vive senza l’altro.
Il dialogo, per quanto ci riguarda, è appena iniziato, e parte anche dal modo con cui abbiamo deciso di affrontare le questioni aperte, ponendoci in ascolto delle esigenze dei precari della cultura, mostrando nello stesso tempo che si può fare in un altro modo.
Per questo motivo vi invitiamo a partecipare a l’iniziativa pubblica che si svolgerà il 2 aprile 2008 alle ore 17.30 presso le “Officine Marconi” di Roma – spazio, recuperato alla socialità e alla cultura, che vive di partecipazione e libertà – e che vogliamo concludere in una grande festa (dalle 22,00 alle 2,00) con il Dj set degli Asian Dub Foundation.
Un’altra politica, più rispettosa e vicina alle esigenze dell’ambiente e della gente, può essere manifestata anche nelle piccole cose, come il palco fotovoltaico a bassissimo impatto ambientale con cui stiamo affrontando questa campagna elettorale, cominciando a praticare una nuova politica attenta alle reali esigenze del paese e di donne e uomini che ogni giorno vivono la propria quotidianità.
Vi aspettiamo.

Cordialmente,
Fausto Bertinotti

Roma 26 marzo 2008


PROGRAMMA
LA SINISTRA L’ARCOBALENO PER LA CULTURA


1. Investire sulla cultura


La Cultura, risorsa fondamentale per lo sviluppo del Paese, ha per noi un valore in sé, a prescindere dall’utile economico che può produrre.
Uno stato civile investe in cultura: per questo motivo, La Sinistra, l’Arcobaleno propone di portare gli investimenti nella cultura dall’attuale 0.26% circa, almeno all’1% del PIL.
In particolare proponiamo di:
  • favorire e sostenere economicamente la produzione indipendente e quindi la pluralità dell’espressione e dell’offerta culturale;
  • contrastare con normative antitrust i monopoli nei settori della musica, del cinema, dell’audiovisivo, dell’editoria e rivedere le norme sul diritto d’autore;
  • ridurre l’IVA al 4% per tutti i prodotti e le attività culturali;
  • prevedere interventi economici e prezzi ridotti per i giovani e le classi più disagiate per concerti, teatri, cinema, mostre, biblioteche, musei, archivi.
2. Garantire il lavoro creativo: reddito d’intermittenza e reddito sociale

Riconoscere il lavoro creativo e artistico in tutte le sue fasi e quindi anche i periodi di elaborazione e creazione come periodi di lavoro e quindi retribuiti. Prevedere forme di retribuzione nei periodi di non lavoro che sono insiti in tali forme di attività. Prevedere ammortizzatori sociali, malattie del lavoro, gravidanza, pensioni. Garantire che il rispetto del contratto nazionale di lavoro è requisito per accedere a qualsiasi forma di finanziamento pubblico.

Proponiamo, inoltre, l’introduzione del reddito sociale per inoccupati, disoccupati ed occupati con contratto di lavoro precario:

  • un reddito diretto, fino al raggiungimento di 8.500 euro lordi annui, con la relativa copertura contributiva;
  • un reddito indiretto, per un valore di ulteriori 2.500 euro annui, che prevede l’accesso ad un pacchetto ampio di beni e servizi (sanità, trasporto pubblico regionale, agevolazioni sugli affitti e sui mutui per la prima casa, formazione professionale, ingresso gratuito a mostre, concerti, cinema, teatri e impianti sportivi, acquisizione gratuita di libri di testo e supporti audio video).
Il reddito sociale è da garantire per un periodo da 3 a 5 anni a seconda del tasso di disoccupazione nel luogo di residenza, fermo restando l’obbligo per i disoccupati di non rifiutare le occasioni di lavoro, se non per giustificate ragioni. Per favorire le assunzioni prevediamo incentivi per le imprese che attivano contratti di lavoro a tempo indeterminato.

3. I beni culturali

E’ necessario affermare il valore pubblico del bene culturale in tutte le sue espressioni, finalizzato alla crescita politica, sociale, culturale e democratica dei cittadini. Proponiamo: una conferenza nazionale con il coinvolgimento di tutti i soggetti portatori di interessi: Stato, Regioni, enti locali, associazionismo; di ridare un ruolo centrale alle Soprintendenze, sempre più emarginate nell’esercizio della tutela

4. Spazio alla cultura e alla socialità

Gli spazi dove viviamo sono importanti, quelli per fare musica, arte e cultura, autogestire il proprio tempo sono dei beni comuni che vogliamo vedere riconosciuti e garantiti.
Vogliamo l’assegnazione di tutti gli immobili di proprietà pubblica ai soggetti occupanti che presentino progetti di valore culturale e sociale.
Serve una riqualificazione delle ex-aree industriali con la ristrutturazione e l'assegnazione delle aree a soggetti associativi attivi per la promozione sociale e l'integrazione fra le culture. Prevedere che una quota degli immobili di proprietà del Ministero della Difesa, passati agli enti locali nella finanziaria 2007, sia destinata a progetti sociali e culturali.

5. Liberare la cultura

Noi proponiamo nuove forme al diritto d'autore e la rivisitazione delle normative attuali in senso libertario per sganciare una fetta consistente delle nuove produzioni culturali dai vincoli mercantili: gli autori che sono favorevoli devono poter aderire a nuove forme di tutele che lascino aperte le strade ad usi sociali dei contenuti come le Creative Commons.
Proponiamo di superare l'attuale sistema di norme sull'editoria che garantisce profitti alle grandi imprese e non incoraggia la sperimentazione di nuove forme, autonome e indipendenti, di comunicazione e informazione

6. Liberare il web

La divisione che attraversa la società della conoscenza è tra chi ha accesso all'informazione e chi ne è escluso. Abbattere queste divisioni è il primo necessario passo verso una democrazia digitale.
Gli informatici che si sono opposti alla brevettabilità dei linguaggi imposta dalla Microsoft, hanno sperimentato e prodotto l'uso condiviso e a volte gratuito, attraverso la logica Open Source.
Noi proponiamo di far migrare i sistemi informatici della Pubblica Amministrazione verso l'Open Source, garantendo un risparmio di oltre 3 miliardi di Euro l'anno, una più efficiente organizzazione e la rinascita di un'industria informatica nazionale.
Proponiamo una corsia privilegiata ai comuni per offrire ai cittadini connettività gratuita, attraverso hot spot nelle strade, nelle piazze e nei parchi della città e ai cittadini servizi gratuiti di accesso attraverso il Wi-Max per tutte le applicazioni a banda larga non a pagamento.

7. La RAI deve essere servizio pubblico

Lo spazio pubblico nella comunicazione non può essere ridotto: la Rai, come grande industria culturale del Paese non deve essere privatizzata ma rimanere pubblica e va ripensata interamente alla luce delle potenzialità delle tecnologie digitali, liberata dai vincoli asfissianti delle lottizzazioni che hanno umiliato e mortificato le professioni, svincolata dal condizionamento del modello commerciale, resa plurale nelle espressioni e nelle voci.

8. Normative antitrust e piano delle frequenze

L’applicazione delle normative antitrust europee ai soggetti privati è necessaria per allargare la capacità di concorrenza e pluralismo aziendale, a partire dal rispetto delle sentenze
Noi vogliamo il governo pubblico delle frequenze per le telecomunicazioni e la radiodiffusione. Serve una normativa che stabilisca un piano delle frequenze radiotelevisive, e che impedisca alla Rai di svendere un patrimonio inestimabile come quello rappresentato da RAI Way, la società degli impianti dell'alta frequenza e una società pubblica alla quale affidare il compito di garantire uno sviluppo omogeneo della rete sul territorio nazionale (eliminando il digital divide per l'accesso) a partire dalle reti dell'ex monopolista pubblico, per evitare il passaggio in mani straniere. E’ necessaria una normativa che incida sulla concentrazione della pubblicità, che oggi impone al nostro Paese la svendita di questa risorsa nel mercato della pubblicità mondiale.

9. Accesso libero alla formazione, ai saperi e alla cultura.

  • Una carta di cittadinanza studentesca: attraverso convenzioni e progetti, deve essere garantito agli studenti l’accesso a manifestazioni culturali, teatri, cinema, rappresentazioni artistiche e musicali, come parte fondamentale di una formazione critica e libera. E che garantisca la gratuità dei mezzi di trasporto. Vanno garantiti finanziamenti per spazi autogestiti dagli studenti per l’orientamento, il sostegno scolastico e le attività creative, al fine di stimolarne il protagonismo attivo.
  • materiali didattici consultabili e scaricabili gratuitamente nei siti delle università in formato copyleft per arginare i costi sociali delle spese di formazione;
  • investimenti straordinari per il comodato d' uso gratuito dei libri di testo

giovedì 27 marzo 2008

in Brandeburgo e in Sassonia-Anhalt il primo partito è la Linke
Corriere della Sera 27.3.08
Germania. Spd crolla nei sondaggi Superata in tutti i Länder

BERLINO — In due anni e mezzo la Spd di Kurt Beck (nella foto) è passata dall'essere il primo il primo partito in 14 dei 16 Länder tedeschi a non esserlo più nemmeno in uno. È quanto emerge da un sondaggio di Stern. In 14 Länder il primo partito è ora la Cdu, mentre in quelli orientali del Brandeburgo e della Sassonia-Anhalt il primato è passato alla Linke.

Corriere della Sera 27.3.08
L'evento Il musicista dirigerà un'orchestra mista di giovani israeliani e palestinesi a Gerusalemme: «Impossibile vincere una guerra permanente»
«Il mio Mozart contro il Muro del Medio Oriente»
Daniel Barenboim: «Avviare un processo di depoliticizzazione del conflitto»
di Giuseppina Manin


Orchestra di pace. il Maestro ha messo insieme 33 giovani strumentisti provenienti da Israele e dalla Palestina

A Gerusalemme arriverà domani. In tasca due passaporti, uno israeliano e uno palestinese. Perché Daniel Barenboim, pianista e direttore d'orchestra tra i più celebri al mondo, di casa alla Staatsoper di Berlino e alla Scala di Milano, ha nelle vene sangue ebreo e nel cuore l'amore per la Palestina. «Due popoli legati in modo inestricabile da un unico destino», sostiene il musicista, impegnato in questa sfida dai tempi del saggio scritto con l'intellettuale Edward Said, Paralleli e paradossi (Il Saggiatore).
E così domani al Jerusalem International YMCA Barenboim sarà protagonista di un evento fortemente voluto, un «Concerto per due popoli» che si aprirà nel più emblematico dei modi, con il Concerto per due pianoforti e Orchestra di Mozart dove a una tastiera ci sarà l'israeliano Barenboim, all'altra il palestinese Saleem Abboud Ashkar. A suonare con loro un'orchestra speciale, inventata per l'occasione dal direttore sul modello della sua ormai celebre «Divan»: 33 giovani strumentisti provenienti da Israele e dalla Palestina chiamati a far musica insieme.
Un'orchestra per la pace?
«No, un'orchestra contro la paura e l'ignoranza — risponde Barenboim —. Il segno che un'altra via è possibile. Dopo 60 anni di guerra permanente mi pare evidente che la soluzione militare si è rivelata fallimentare.
Altri percorsi
«Dopo sessant'anni, mi pare evidente che la soluzione militare si è rivelata fallimentare. Anzi, ogni vittoria non ha fatto che indebolire lo Stato ebraico. Anche i negoziati politici non sono approdati a nulla. Bisogna quindi cercare altri percorsi»
Anzi, ogni vittoria non ha fatto altro che indebolire Israele. D'altra parte anche i negoziati politici non sono approdati a nulla. Bisogna quindi cercare altri percorsi che non passino né dall'esercito né dai politici. Se si vuole uscire da questo tragico impasse, è arrivato il momento di avviare quello che io chiamo un processo di depoliticizzazione».
Cosa intende con questo termine?
«Che bisogna spezzare la relazione malsana innescata tra vita e politica e dar spazio ai veri bisogni e ai veri interessi dei cittadini dei due popoli. Coinvolgendoli in progetti comuni, artistici o scientifici che siano. Se i politici hanno eretto muri, noi dobbiamo creare un substrato culturale dove incontrarci e comunicare liberamente».
Un'idea magnifica, ma dopo tanti anni di sangue e odio sembra solo un sogno.
«Il peggio che può capitare è di cedere al cinismo e al fatalismo. Quando non c'è più posto per la speranza si spalancano le porte a ogni orrore. Bisogna trovare la forza di credere a nuove occasioni d'incontro. Anziché distruggersi a vicenda, cerchiamo di fare qualcosa di bello insieme».
Tra pochi giorni lo stato d'Israele festeggerà i suoi 60 anni. Chi salva tra i suoi premier?
«Uno solo, Moshe Sharett, il successore di Ben Gurion. L'unico che teneva presente la dignità dei palestinesi. Ma poiché non era un "falco" fu considerato debole e allontanato».
Cosa pensa delle polemiche anti Israele al recente Salone del libro di Parigi?
«Che Israele dovrà abituarsi. Almeno fino a quando insisterà nella sua mancanza di critica all'interno».
Ma insomma, la tanto decantata intelligenza ebraica dov'è finita?
«E' un capitale che ormai temo sia stato speso tutto. Se vogliamo tentare di rimetterlo insieme bisogna rimboccarsi le maniche ».

Corriere della Sera 27.3.08
Mariela Castro «Papà? Molte discussioni, ma è mio alleato»
«Per Cuba un socialismo con meno proibizioni»
di Alessandra Coppola


La figlia di Raúl: «Ci vorrebbe un Rinascimento italiano»
Mariela Castro Espín presenterà alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna il suo libro «Cosa succede nella pubertà?», Giunti editore, a cura di Bianca Pitzorno, piccolo manuale che parla di sesso agli adolescenti Moretti

Essere la figlia di Raúl e dire tranquillamente: «Il "permesso di uscita" da Cuba andrebbe abolito; gli hotel non dovrebbero essere riservati solo ai turisti; bisognerebbe garantire libero accesso a tutti gli strumenti elettronici...». Certo, sono state «proibizioni necessarie», ma appena ce ne saranno le condizioni potrebbero essere rimosse.
«Contrasti con mio padre?
Ne ho avuti sin da bambina — ride — su tutto: da come si apparecchia la tavola alle vicende politiche». Ma non sulle questioni di fondo: «Oggi è lui il mio principale alleato».
Mariela Castro Espín, il volto vivace del socialismo cubano. Nipote di Fidel, secondogenita dell'attuale presidente, da bambina leggeva
Heidi, racconta, «mia madre poi mi diede un libro su Leonardo Da Vinci che mi piacque moltissimo ». La biografia di Garibaldi di papà, invece, rimase sullo scaffale, con lui piuttosto guardava i film di Charlie Chaplin.
Oggi, 45 anni e tre figli, Mariela è sessuologa impegnata per i diritti di omosessuali e trans, dirige il Centro nazionale di educazione sessuale (Cenesex), scrive testi sulla pubertà e ha una grande passione per Roberto Benigni: «Lo adoro, il suo film
La vita è bella, ma anche lui come persona. Vorrei che questo messaggio gli arrivasse... ». In attesa di risposta, ha in programma di andare al cinema a vedere Caos Calmo:
nella lista dei preferiti c'è pure Nanni Moretti, «nella Stanza del figlio ho pianto come se il figlio fosse mio...».
Il secondo marito fotografo palermitano («Ma italiani e cubani, tutti machistas —
ride —, stessa cultura latina...»), Mariela nel nostro Paese è di casa: «Ah, il David di Michelangelo... Mi piacerebbe che il socialismo cubano fosse come il Rinascimento, un rinascimento in tutti i sensi: quello che è mancato all'esperienza del socialismo...». L'ultima occasione per superare l'Oceano e atterrare ieri a Malpensa è la Fiera internazionale del libro per ragazzi che apre il 31 a Bologna, dove presenterà Cosa succede nella pubertà? (tradotto in italiano da Giunti).
Da dove viene il suo interesse per questi temi?
«Alla Facoltà di Pedagogia mi occupavo di età prescolare. Mia madre Vilma (pioniera a Cuba nel campo dei diritti delle donne, morta nel 2007, ndr) aveva avviato da tempo un lavoro sull'educazione sessuale, progressivamente me ne sono interessata anche io».
Con il Cenesex ha raggiunto obiettivi che anche associazioni italiane reclamano, come le cure ormonali garantite dal servizio sanitario pubblico. Quali ostacoli ha incontrato? Si può dire che Cuba è un Paese omofobico?
«Io direi che a Cuba c'è un'omofobia light,
non aggressiva, non si hanno casi di persone uccise o picchiate perché gay, come succede in Europa o negli Usa. C'è stato un periodo più difficile negli anni '60-'70, è vero, quando però c'era un rifiuto dell'omosessualità in tutto il mondo. Poi a partire dal lavoro sui diritti delle donne si è arrivati a riconoscere anche il diverso orientamento sessuale».
Suo padre che cosa pensa della sua attività? Le dà consigli?
«Molti anni fa, a un Congresso delle donne cubane mio padre disse pubblicamente che mia madre lo aveva aiutato molto a cambiare mentalità. E che anche io lo avevo aiutato... Mi dice sempre di procedere come faceva mamma: con attenzione, rispetto, delicatezza. Senza strappi. Così ho fatto».
Che presidente sarà suo padre? Visto dall'Europa, rispetto al fratello sembra dare segnali di apertura. Nel discorso di insediamento, lo scorso 24 febbraio, ha accennato alla riforma monetaria e alla rimozione di molte proibizioni...
«I cambiamenti a Cuba ci sono dal primo gennaio '59, è l'Europa che non se ne accorge. Cuba è un Paese in rivoluzione, in cambiamento costante. Le trasformazioni di questo periodo non dipendono dal cambio di presidente, Fidel continua a essere il comandante e tutte le decisioni sono prese con lui».
Ma si tratta comunque di due leader diversi...
«Certo, hanno personalità distinte, Fidel fa discorsi lunghi, profondi, filosofici. Mio padre è più rapido, i discorsi lunghi lo innervosiscono. Fidel guarda all'obiettivo finale, non perde mai la visione strategica. Papà la trasforma in realtà palpabile, in passi quotidiani. Sono complementari».
Già dalla malattia di Fidel, nel luglio 2006, sembra essersi schiuso uno spiraglio per opinioni diverse. Il Paese si sta aprendo alle critiche?
«Ma noi cubani siamo molto critici con Cuba! Non è vero che non c'è libertà di espressione! Forse sì, adesso più di prima, la gente pensa che la propria opinione meriti di essere ascoltata e parla. Anche io considero diritti costituzionali poter andare in un hotel (come aveva rivendicato, con scandalo, uno studente universitario davanti al presidente del Parlamento Alarcón,
ndr), avere accesso a computer e apparecchi elettrici, abolire il "permesso di uscita", risolvere il problema della doppia moneta... Il punto è che a Cuba c'è la volontà politica di riconoscere gli errori e di avanzare senza perdere di vista l'essere umano e le sue necessità. Lo spazio per discutere e proporre c'è, nella cornice del socialismo. La maggioranza dei cubani vuole che si mantenga il socialismo, ma che sia gestito meglio. Come ogni Paese, dobbiamo trovare la nostra via...».

Agi.it 26.3.08
VENERDI' IN SALA "NESSUNA QUALITA' AGLI EROI"
CINEMA: ELIO GERMANO, GRAZIE A PAOLO FRANCHI UCCIDO MIO PADRE
"Mi affascinano i personaggi complessi, in piena crisi. In questo caso ho un ruolo in cui mi confronto con me stesso, con mio padre, con l'autorita' castrante, col tribunale interiore che devo uccidere nella speranza vana di liberarmi. Un ruolo raro nel nostro cinema che riporta ai temi della grande letteratura, da 'Edipo Re' a Dostoevskij a Shakespeare". Elio Germano racconta in una conferenza stampa romana la sua soddisfazione per aver aver potuto interpretare il ruolo del protagonista di "Nessuna qualita' agli eroi", il film di Paolo Franchi in sala dal prossimo venerdi', al fianco dei francesi Bruno Todeschini e Irene Jacob, oltre all'esordiente Mimosa Campironi. La prova di attore piu' intensa mai fornita da quello che ormai e' unanimamente considerato 'il migliore della sua generazione', in un film difficile, con una fortissima componente psicologica (Paolo Franchi e' uno dei tanti estimatori-allievi dello psicologo-regista-sceneggiatore Massimo Fagioli, gia' alter-ego cinematografico del 'secondo' Bellocchio). Un uomo scopre di non poter avere figli quando, sul suo cammino, irrompe un ragazzo ambiguo e disturbato che sembra 'perseguitarlo'. Il destino dei due si intreccia fino all'identificazione finale secondo i piu' classici canoni del cinema e della letteratura psicologica, forse un po' datata ma sempre attuale. "Nessuna qualita' agli eroi" e' stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e ha suscitato molte polemiche. "Per qualche motivo il mio film e' stato preceduto da discussioni sui suoi contenuti scandalosi e sulle scene di sesso - spiega il regista a margine della conferenza stampa -. Per questo c'era attesa legata a una certa 'pruderie' e tutta la conferenza stampa veneziana e' stata incentrata sul sesso. Ma quello era un elemento del tutto secondario. Lo stesso Marco Muller - aggiunge - mi ha detto che forse avrei dovuto portare il film in una sezione secondaria e non in concorso". Le scene di sesso, in effetti, sono una parte irrilevante del film e appaiono sempre funzionali alla pellicola. "Il fatto che la stampa si sia concentrata su questo aspetto - aggiunge, evitando di tornare alle polemiche di Venezia - e' dovuto al fatto che oggi sui giornali lo spazio dedicato alla critica cinematografica e' sempre piu' limitato, mentre si da' ampio risalto a tutto cio' che e' colore e che gira attorno a un film". "Nessuna qualita' agli eroi", interpretato da un trio di attori eccezionale (in un piccolissimo ruolo appare anche un'altra attrice-culto degli ultimi anni, Maria DeMedeiros, nel cast stellare di 'Pulp fiction'), "e' un film nichilista - spiega Franchi - in cui nessuno riesce veramente a liberarsi delle sue angosce: e' come se ogni gesto non avesse senso perche' non porta a nulla. Il personaggio di Todeschini sembra riuscire a trovare una soluzione al suo conflitto interiore ma non e' cosi' perche' - ammonisce il regista - nel suo caso si assiste al passaggio dalla depressione alla psicosi". Nel ruolo difficile e volutamente pacatissimo e lento della moglie di Todeschini, la 'musa' di Kieslowski ("La doppia vita di Veronica" e "Film rosso"), Irene Jacob. "Sono rimasta affascinata da questa sceneggiatura - racconta l'attrice, che ha appena finito di girare "La polvere del tempo" di Theo Angelopoulos - che mi ha fatto pensare all'universo di Kafka o Dostoevskji che va a scavare nel mondo dell'onirico e dell'inconscio. Credo che Paolo Franchi abbia avuto grande coraggio - aggiunge - avventurandosi in un terreno che spesso abbiamo paura di esplorare e creando dei personaggi molto profondi. Per me e' stata una sfida e sono felice di averla accettata interpretando una moglie che, a differenza delle tante altre viste nel cinema, non e' solo una spettatrice passiva della vicenda". (AGI) - Roma, 26 mar. -

Il Messaggero 27.3.08
«Il mio film nichilista, fra psicosi e sesso»
Franchi, regista di “Nessuna qualità agli eroi”: porto al cinema quello che la gente non vuole vedere
di Roberta Bottari


ROMA - Seduto di fronte al medico, il quarantenne Bruno Ledeux (Bruno Todeschini) sembra un uomo calmo e riservato. Lo sguardo, invece, tradisce un’inquitudine estrema. La diagnosi, d’altronde, è chiara: non potrà mai avere figli. Sulla sua vita, comincia a scendere una fitta nebbia. Ma, di quella diagnosi senza scampo, Bruno non dice niente all’amatissima moglie Anne (Irène Jacob). Così come non le fa cenno del grosso debito che ha contratto con Giorgio Neri (Paolo Graziosi), un usuraio, che si nasconde dietro il ruolo di direttore di banca. Bruno, con la sua donna, parla solo a monosillabi: non potrebbe fare altrimenti, perché si sente privo qualità e di talento. Lui è solo un uomo mediocre, dall’orgoglio ferito. Poi c’è anche Luca (Elio Germano), uno strano ragazzo che ha nello sguardo una combinazione di ingenuità e dolore, determinazione e follia. Non ha niente in comune con Bruno. Eppure, qualcosa accomuna questi due perfetti estranei. Forse il dolore pulsante, disperato, così familiare... Sullo sfondo, giocano il loro ruolo anche i due padri: quello di Bruno (un famosissimo pittore, egoista e manipolatore) e quello di Luca (Giorgio Neri, l’usuraio “coperto” dalla banca).
Passato in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Nessuna qualità agli eroi, noir esistenziale e nichilista di Paolo Franchi (nei cinema da dopodomani con Bim), non è un film facile. Piuttosto, come dice il regista «guarda dritto negli occhi cose che la maggior parte delle persone non vuole vedere: angoscia, depressione, psicosi, attacchi di panico, omicidio e nessuna redenzione». Per questo Elio Germano lo ama tanto: «Adoro il personaggio di Luca - afferma - perché riguarda tutti noi. È una figura tragica, che rappresenta i grandi temi di sempre, cantati da Edipo Re, Shakespeare, Kafka, Dostoevskji». A Venezia, Nessuna qualità agli eroi ha scatenato diverse polemiche: una era causata dalla scena erotica in cui si vede il pene in erezione di Germano. «Non capisco le polemiche: il sesso - risponde l’attore - non è una di quelle cose che riguarda tutti?». Secondo Paolo Franchi, «in Italia non c’è più la critica cinematografica, ma solo il colore e, in quest’ottica, il sesso fa notizia, l’angoscia, no. Alla conferenza stampa di Venezia avevo preso dei Tavor, oggi invece non l’ho fatto, quindi non vorrei addentrarmi in questa polemica. Ci tengo però a ribadire, visto che me lo domandano in molti, che non sento nessuna affinità elettiva con Marco Bellocchio. Casomai, con la dottrina di Massimo Fagioli. I miei registi di riferimento sono invece Michael Haneke, Bruno Dumont e... E basta».

l'Unità 27.3.08
Si parla da tempo di istituire un controllo dei luoghi di detenzione. Forse il racconto delle condizioni di vita a cura di «Antigone» può riproporre la questione
Cpt: corpi reclusi, corpi ancora oggi senza un Garante
di Luigi Manconi


Un protagonista indiscusso ha solcato le scene della politica negli ultimi anni. Da un trentennio in qua, gli spazi formali di relazione sociale si sono andati via via riempiendo di un’immediata materialità: il corpo umano, con il suo carico di concretezza e individualità, è stato l’oggetto principe della nostra riflessione, del radicarsi degli schieramenti, della produzione normativa, dell’iniziativa politica. Il corpo che ci identifica, il corpo che si riproduce, che è potenziale donatore di organi o potenziale malato terminale.
Un anno fa fu Piergiorgio Welby a rappresentare il momento più alto di partecipazione collettiva a una pubblica riflessione, un uomo che chiedeva di poter sospendere la vita artificiale del proprio corpo malato. Oggi le Nazioni Unite votano la moratoria della pena capitale. La pena di morte non è soltanto la pena estrema, la massima punizione che sia dato immaginare, ma è anche e soprattutto l’estremo dominio sul corpo, il potere sommo di uno Stato che decide della fine di una esistenza umana. E poi c’è il corpo recluso, privato della sua libertà di movimento, esposto a tutti i rischi della sua condizione. Del corpo recluso ci parla Diritti e castigo. Il rapporto sulle istituzioni totali italiane del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura, a cura di Susanna Marietti e Gennaro Santoro dell’associazione Antigone, uscito recentemente per le edizioni Carta. Il libro rende disponibili in lingua italiana i rapporti del Comitato relativi alle sue due ultime visite all’Italia, quella periodica del 2004 e quella ad hoc di due anni successiva.
Il Cpt è un organismo del Consiglio d’Europa istituito per monitorare le condizioni di vita all’interno di tutti quei luoghi nei quali una pubblica autorità priva chiunque della propria libertà personale, perché condannato a scontare una pena (carceri), perché forse lo sarà (carceri o caserme o camere di sicurezza), perché privo di qualche requisito amministrativo (centri di permanenza temporanea e assistenza per stranieri), perché incapace di intendere e di volere (ospedali psichiatrici o luoghi dove si attuano trattamenti sanitari obbligatori) e via dicendo. Il Comitato controlla che le persone private della libertà non vengano assoggettati a pratiche di tortura, né sottoposti a trattamenti o pene inumani o degradanti. Ben 47 Stati hanno deciso di rinunciare a una parte considerevole della propria sovranità - da un punto di vista simbolico quanto effettuale - , permettendo agli ispettori europei di accedere senza preavviso ai luoghi di privazione della libertà, di parlare privatamente con chiunque, di visionare ogni documento rilevante. L’Italia è ovviamente tra questi.
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura visita i luoghi di detenzione e li descrive in rapporti, che presentano rilievi e raccomandazioni. Eppure, come tutti gli organismi sovranazionali che si occupano di diritti umani, non buca gli schermi e non riscalda i cuori. In pochi sanno della loro esistenza, perfino tra gli addetti ai lavori (recentemente, proprio in Italia, gli ispettori del Cpt rischiarono di finire in manette ad opera di un agente di polizia troppo zelante e ignaro della loro funzione e del loro status diplomatico riconosciuto dalle convenzioni internazionali). Ciò rende ancora più urgente la diffusione di una cultura dei diritti umani: e, in quest’ottica si inserisce la previsione di un’autorità nazionale indipendente di controllo dei luoghi di detenzione. È dal lontano 1997 che se ne parla, di un Garante delle persone private della libertà, e ancora una volta lo scioglimento anticipato della legislatura ne ha lasciato a metà del guado il disegno di legge istitutivo, mentre crescono e si diffondono le sperimentazioni a livello regionale e locale.
Si può sperare che il racconto delle condizioni di vita nei luoghi di privazione della libertà di cui Diritti e castigo ci dà conto, contribuisca a riproporre nella prossima legislatura due proposte di legge: la prima è quella, appunto, istitutiva del Garante dei diritti dei detenuti; la seconda è la previsione del reato di tortura nel nostro codice penale, adempiendo così a un ventennale obbligo internazionale. La parola «tortura» e il concetto che le corrisponde sono da utilizzarsi in modo aperto. Il potere dello Stato sul corpo dell’individuo può trasformarsi in quanto di più crudele e pericoloso per la democrazia. Tanto più oggi, quando urla di emergenza vorrebbero relegare in secondo piano i diritti umani. Come dice Zygmunt Barman, nell’intervista che si può leggere nell’ampio apparato introduttivo di Diritti e castigo (che contiene anche contributi di Loïc Wacquant e del presidente del Comitato per la Prevenzione della Tortura, l’italiano Mauro Palma), gli Stati contemporanei sembrano costruire la loro autorità sulla vulnerabilità personale, piuttosto che sulla protezione sociale. I rapporti del Cpt e iniziative editoriali come questa ci indicano una via per sottrarre la vita umana all’arbitrio del potere e per restituire alla politica la responsabilità del bene comune e della libertà individuale.

il Riformista 27.3.08
Un governo di minoranza
(cominciate a pensarci)


Se il sondaggio Ipr Marketing pubblicato ieri da Repubblica.it si dimostrasse azzeccato, la notte del 14 aprile potrete buttare tutti i giornali, i comizi, i talk show e le interviste di questi mesi, nei quali i leader politici si sono impegnati in una discussione - talvolta anche seria - su che cosa si deve fare per l'Italia e su che cosa si può promettere ai cittadini. L'esito che quel sondaggio prevede per la composizione del Senato della Repubblica darebbe infatti la conseguenza dell'ingovernabilità del parlamento italiano, per la seconda volta in due anni. Nell'ipotesi più favorevole a Berlusconi, infatti, nel caso cioè che a una vittoria nazionale con cinque punti e oltre di vantaggio corrisponda anche la vittoria in regioni in bilico come Piemonte, Liguria, Lazio, Puglia, Calabria e Sardegna, il Pdl raccoglierebbe soltanto 160 senatori eletti, a fronte di una maggioranza richiesta di 158 (cui poi si può aggiungere il voto dei senatori a vita, perché se è valso per il centrosinistra può valere anche per il centrodestra). Non c'è bisogno di aver passato gli ultimi due anni a Palazzo Madama per sapere che così non si governa. Nelle altre tre ipotesi, tutte altrettanto realistiche, prese in esame dal sondaggio (e cioè in base a risultati diversi regione per regione), le cose stanno anche peggio di così, nel senso che la coalizione che vincerebbe alla Camera, dove grazie alla legge godrebbe di una solida maggioranza, sarebbe invece minoranza nell'altro ramo del parlamento, mancandole 7, 13 o addirittura 21 seggi.
Le cose, ahinoi, stanno proprio così. Lo avevamo segnalato qualche giorno fa, quando ponemmo ai partiti una domanda: che si fa se al Senato non c'è una maggioranza? Non si tratta nemmeno di una pareggio, in tre casi su quattro, ma di un puzzle pressoché inestricabile. A quel punto, o si dà vita a un mercato delle vacche in cui la aspirante maggioranza tratta ogni singolo voto con ogni singolo senatore delle forze minori, o addirittura il Pdl dà vita a improbabili governi di coalizione con la Destra o con Casini, dopo gli insulti reciproci della campagna elettorale. Oppure, ed è questa l'ipotesi che preferiamo, bisogna considerare seriamente la soluzione di un governo di minoranza. La parte soccombente nelle urne, cioè, molto probabilmente il Pd, consente con l'astensione e alla luce del sole la nascita di un governo, ma lo condiziona a una durata a termine e a tre punti programmativi: liberarci da queste legge elettorale folle sostituendola con una decente; cambiare i regolamenti parlamentari; rivedere il finanziamento pubblico dei partiti. Solo dopo aver realizzato questo programma, per fare il quale un governo in carica comunque serve, si può realisticamente tornare al voto. Perché se a qualcuno venisse il ghiribizzo, dopo un risultato così, di chiedere le elezioni subito, gli italiani sarebbero autorizzati al lancio di pomodori.

il Riformista 27.3.08
Una cosa è sicura: vincerà Berlusconi
di Stefano Di Michele


Una cosa è sicura: vincerà Berlusconi. Un'altra cosa pare probabile: vincerà male - così pure lui sperimenterà gli effetti della "porcata". La "svolta" a sinistra della campagna del leader del Pd - dal lavoro alle pensioni alla commissione sul G8 - dopo l'imbarcata di industriali e prefetti e generali, tiene a bada una Sinistra Arcobaleno che non riesce a decollare neanche con il ritorno alla leadership di Bertinotti. Anche sul fronte del sicuro vincitore, molti problemi aperti. Berlusconi ha inglobato An, ma la Destra storaciana e l'Udc di Casini forse pesano sulla strategia del leader del Pdl più di quanto valutasse all'inizio. Alla fine Berlusconi guiderà un governo in più di Prodi, ma saranno più tempi governativi di mestizia che di gloria. E comunque brevi.

Rosso di Sera 27.3.08
Bettini ammette la sconfitta


C'è una parte molto interessante della intervista odierna che il Corriere ha fatto a Gianfranco Bettini, braccio destro di Walter Veltroni. Bettini afferma che per il Pd la soglia minima è il 35%, sotto la quale lui e Veltroni si dimetterebbero. Ora, il 35% non basta ed è molto lontano, a dirla tutta, dal minimo necessario per vincere le elezioni, liet motiv della campagna elettorale del Pd.Come del resto uno intelligente come Nicola Latorre ha capito subito, smentendo sonoramente Bettini e dichiarando che l'obiettivo è vincere, non arrivare secondi.Quella di Bettini, insomma, è una ammissione preventiva di sconfitta. Se così stanno le cose, allora cade del tutto - se mai ha avuto senso - il tormentone del voto utile. Gli elettori di sinistra devono scegliere tra due tipi di opposizione: quella "riformista" del Pd, nel quale militano esponenti come Calearo e Colannino che non farebbero fatica a votare alcuni provvedimenti economici del governo Berlusconi, o quella della Sinistra, che mai ovviamente si sognerebbe di avallare un rafforzamento della legge 30 o le riforme istituzionali di Bossi o ancora lo sciopero fiscale legalizzato. Tanto più che al Senato il terzo e quarto incomodo (cioè S.A. e Udc) sono più importanti per determinare il risultato finale che il Pd e il Pdl stessi.Insomma appare del tutto fallimentare la strategia semi-solitaria del Pd. Non farà vincere le elezioni, come Bettini indirettamente ammette, ha diviso l'Unione e renderà difficile costruire una opposizione unitaria a Berlusconi. Infine la replica di Latorre forse prefigura scenari da notte dei lunghi coltelli dopo le elezioni, all'interno del Pd, se Veltroni non dovesse vincere. Altro che 35%.

mercoledì 26 marzo 2008

Il Sole 24Ore 26.3.08
Aborto
Scontro tra Turco e Formigoni sulle linee guida per la "194".


Continua il braccio di ferro tra la Lombardia ed il ministero della Salute sul terreno minato dell'aborto. Proprio oggi approda in Conferenza Stato-regioni l'accordo sulle linee guida per applicare la legge 194, già bocciate nella precedente riunione della Lombardia che a fine gennaio ha approvato le sue indicazioni regionali. E ieri, alla vigilia del nuovo incontro, lo scontro si è riacceso: "Livia Turco - ha detto il governatore lombardo, Formigoni - deve smetterla di farsi pubblicità elettorale con le bugie, la Lombardia ha respinto il suo documento perchè lesivo della nostra autonomia ed arretrato dal punto di vista scientifico e sanitario".
Pronta la replica del ministro della Salute: "L'atto di indirizzo non è affatto lesivo delle linee guida della Regione Lombardia - ha spiegato Turco -. Formigoni non l'ha letto perchè, in caso contrario, avrebbe visto che c'è una premessa che contiene la valorizzazione di tutte le iniziative fatte a livello regionale". "Personalmente apprezzo le linee guida della Regione Lombardia - ha concluso il ministro - si tratta quindi di un pretesto politico". Ma Formigoni non fa sconti: "La Turco pensa che abbiamo l'anello al naso e da buon vecchio comunista falsifica la realtà". E aggiunge polemicamente: "Se bastasse una frasetta per salvaguardare l'autonomia regionale, il federalismo già trionferebbe in Italia". Insomma il via libera per l'accordo, su cui serve il consenso di tutte le Regioni, sembra essere sempre più in salita. Il testo punta alla prevenzione dell'aborto anche attraverso l'uso della contraccezione, a cominciare dalla pillola del giorno dopo.

l'Unità 26.3.08
Turismo sessuale: l’Italia e il record della vergogna
di Luigi Cancrini


Sono ottantamila ogni anno i nuovi turisti del sesso in cerca di minorenni e gli italiani sono in testa alle classifiche
Riuscirà la politica a occuparsi di questa vergogna?

Ottantamila ogni anno i nuovi turisti del sesso in cerca di minorenni: in Asia e nei Carabi, in Kenia ed in Mongolia. Sfidando le leggi e le più elementari riserve morali. Utilizzando la complicità dei tour operator più spregiudicati ma utilizzando soprattutto il web e la possibilità di organizzare (pregustare?) tutto da casa. Con gli italiani in testa alle classifiche come raccontava ieri in una serie di servizi, atroci e ben documentati, il Corriere della Sera riportando i pareri autorevoli (e lo scoraggiamento doloroso) dei rappresentanti dell’Unicef e delle altre organizzazioni che in tutto il mondo si battono nel tentativo di arginare un fenomeno orrendo e, apparentemente, inarrestabile.
Difficile non riflettere, nel momento in cui ci si trova di fronte a dati come questi, sul modo in cui la vita del nostro Villaggio Globale è condizionata in modo sempre più pressante dalla potenza del dio denaro. I bambini vittime di sfruttamento sessuale a Santo Domingo, scrive Gabriela Jacomella, sono almeno 35.000 e chiunque può portarseli a letto per un pugno di dollari, dai 10 ai 30 (dai sette ai quindici euro): per un turista il prezzo di una cena, per un dominicano la paga di una settimana. Il che spiega insieme, purtroppo, il perché dell’abbandono in cui questi bambini sono lasciati da genitori (più spaventati, forse, che avidi) ed il perché del boom di un turismo sessuale in cui tutte queste cose ci si possono permettere spendendo poco o con la prospettiva, magari, di guadagnarci perché molti sono i turisti che filmano le loro “avventure”. Pronti, domani, a metterle in rete: en amateur e su siti peer to peer come si dice adesso ma anche a pagamento. Con un rischio davvero minimo, alla fine, di essere intercettati se il fenomeno è ormai così diffuso da rendere del tutto casuale l’intervento di una polizia che non può battere di continuo l’intero spazio (sconfinato) di internet.
«Dormo sulla spiaggia, qui arrivano i clienti, dice Josia, dodici anni, che vogliono rapporti orali o sesso por atrás». Abusi sessuali comunque, nel nome per lui di una quantità di denaro che vale la paga di una settimana del padre o della madre e nel nome, per chi gliela dà, di una mancia. Segnalando, con una forza simbolicamente straordinaria, che cosa è ancora oggi l’oppressione che l’uomo può esercitare su un altro uomo (sul suo bambino o sulla sua bambina) «Son nostre figlie/le prostitute/che muoion tisiche/negli ospedàl», cantavano da noi gli anarchici alla fine dell’Ottocento prima che la capacità di organizzarsi dei lavoratori mettesse dei limiti alle miserie e agli orrori del capitalismo selvaggio. Muoiono di Hiv invece che di tubercolosi i bambini oggetto del turismo sessuale di oggi costretti a darsi «por atrás», senza profilattici nella metà dei casi (secondo l’Unicef), dalla furia più che bestiale di questi brutti rappresentanti all’estero del nostro Paese e della nostra cultura. E uguale mi sembra, tuttavia, la ragione economica della sottomissione di quelle che erano allora le figlie degli operai e di quelli che sono oggi i bambini dei poveri in una fase della storia del mondo in cui il capitalismo (che selvaggio, quando può, non smette mai di essere) si è trasformato (dichiaratamente, abilmente e spregiudicatamente,) in impresa sopranazionale: globalizzata e globalizzante. Senza che ci siano più un Marx o un Engels, però, capaci di chiamare a raccolta, perché si uniscano contro i loro sfruttatori, tutti gli sfruttati del mondo.
Se questo è il problema dal punto di vista economico (o, forse, politico), quello che va affrontato è però anche l’altro versante, quello relativo ai “turisti”. Di cui sappiamo dall’inchiesta che non sono “pedofili” (malati, cioè, di pedofilia in quanto obbligati dal loro interno a fare sesso solo con dei bambini) o vecchietti più o meno “bavosi” ma uomini e donne, fra i trenta e i cinquanta, efficienti, manageriali, sportivi, dal reddito e dal livello culturale “alti”. Uomini e donne, cioè, che cercano semplicemente (o non tanto semplicemente) una occasione di piacere in più o una esperienza comunque diversa, capace di farli sentire insieme potenti (“faccio tutto quello che voglio”) e abbrutiti (“mi faccio un po’ schifo”): nel modo in cui più o meno ci si sente, forse, dopo una piccola orgia quando il sesso viene “arricchito” dall’alcool o dalla cocaina. Su linee che sono quelle, insomma, del bisogno indotto e di un consumismo che può alienare completamente l’uomo da se stesso. Contro cui giusto è, sicuramente, muoversi sul piano repressivo perché questo è l’unico modo, in fondo, per riproporre a tutti l’esistenza del limite oltre cui non si può andare. Contro cui quella che si dovrebbe riuscire a mettere in moto, tuttavia, è soprattutto una grande, violenta ondata di indignazione collettiva: capace di collegare il fatto (lo sfruttamento sessuale del minore) alla sua ragione particolare (la violenza dello sfruttatore) e sociale (la violenza della prevaricazione dell’uomo ricco di denaro e di potere).
Faremo ancora politica un giorno su questi temi? Usciremo ancora dall’agenda sempre più soffocante che ci allontana ogni giorno di più dalla Politica vera? Davvero le categorie che più continuano a sembrarmi utili, mentre mi guardo intorno e ragiono su un mondo in cui è così difficile riconoscersi, mi sembrano ancora quelle dell’analisi portata avanti da Marx nei suoi Manoscritti del 1844 e da quelli che per tanto tempo (l’ultimo è stato Attali nel suo bel libro su di lui, Karl Marx. Ovvero, lo spirito del mondo) hanno continuato a credere nel fatto che la storia ha un senso e delle finalità poste molto al di là delle aspirazioni del singolo.

Corriere della Sera 26.3.08
Quei corpi seducenti di marmo e di bronzo Così il fascino ellenico conquistò l'Occidente
di Roberta Scorranese


Non chiedetevi perché il corpo bianchissimo di quella Venere vi stordisce; non stupitevi se il torso levigato di quel giovane vi soggioga e se, davanti a quella testa riccioluta di ragazzo un po' sfrontato, non trovate le parole. La forza del bello non spiega: travolge.
Seduce con l'irripetibile equilibrio armonico delle statue, il vigore controllato dei bronzi, la potenza visiva delle centoventi opere di scultura antica in mostra da sabato a Palazzo Te, a Mantova. E l'arte greca (ri)conquista l'Italia, armata della sola «Forza del bello». Come fece dal VII secolo a. C., quando questa stessa bellezza irretì gli Etruschi prima e i Romani poi. «Ammutolirono— precisa Salvatore Settis, celebre archeologo e curatore dell'esposizione —. Consoli, generali, oratori, si inchinarono tutti e la Grecia divenne un modello di bellezza e perfezione».
La stessa perfezione che sedusse i Gonzaga: a fine Quattrocento, l'insaziabile desiderio di «cose antique» di Isabella d'Este promosse una larga diffusione di opere classiche nelle corti lombarde. Lo stesso Andrea Mantegna ne trasse un insegnamento importante. Ecco perché Mantova e le stanze nude e sobrie di Palazzo Te sono l'intelaiatura ideale: qui marmi e bronzi osservano lo spettatore con l'imperturbabilità dei vincitori. O con l'eleganza di una nudità etica, come nel Kouros Milani (520-510 a.C., qui ricongiunto alla testa), che inaugura la prima sezione: corpo teso, giovane, fatto per vincere nella corsa, per superare il nemico. Per superare persino un dio. «Statue fatte per educare — dice la curatrice, l'archeologa Maria Luisa Catoni — corpi intrisi di valori morali».
Non era importante che quella statua fosse bella: era importante che il corpo fosse bello. Riproducevano non il soggetto, ma il valore. La bellezza aveva vita a sé e la forza del bello nasce anche da questa autarchia etica. Nel fascino irriverente del giovanetto di Mozia (470-450 a.C.), quasi impaziente nelle linee nervose dei muscoli, sembra di risentire il monito del poeta Mimnermo: «Per un tempo brevissimo godiamo i fiori della giovinezza». L'antica Italia dei contadini e dei guerrieri impallidì di fronte alla supremazia estetica. E i Romani saccheggiarono: si ricercavano autentici e si commissionavano copie. La «Graecia capta» quindi oggi rinasce a Mantova nell'Afrodite Sosandra, impenetrabile in una simmetria di vesti; nell'Apollo di Piombino, simile a un angelo bestemmiatore.
Più tardi, la fama dell'arte greca divenne leggenda. «Dante, Petrarca e altri — dice Settis — nominavano Policleto senza averne mai visto un'opera. Era un modello ideale di perfezione». Tramandati dalla letteratura, visto che nel Medioevo dello splendore antico era rimasto poco: i bronzi erano diventati armi, i gessi calce. L'economia spicciola della sopravvivenza aveva vinto sulla gloria imperitura della bellezza? No: la fama continuava a vivere. Eppure, per secoli, l'arte greca venne assimilata a quella romana e, prima che l'archeologo tedesco Johann J. Winckelmann, nel '700, le restituisse la sua «nobile semplicità e serena grandezza», in Europa nacquero primordi di una ricerca «scientifica» della grecità. Tra collezionisti e ricercatori di antichità.

Corriere della Sera 26.3.08
Le due civiltà. L'acculturamento dell'aristocrazia terriera. Non appoggiato da tutti
E Roma si divise sullo stile «alla greca»
di Eva Cantarella


La critica di Plinio: «Noi viaggiamo per strade e mari per vedere ciò che non degniamo di uno sguardo quando si trova sotto i nostri occhi...»

Nel 167 a. C. Lucio Emilio Paolo, il conquistatore della Macedonia, «decise di visitare la Grecia — racconta Livio — per vedere quelle bellezze che erano state magnificate alle sue orecchie come superiori a quanto l'occhio umano potesse contemplare». I romani, ormai, avevano imparato ad apprezzare le opere d'arte greche, inizialmente ammirate come trofei di guerra. Al termine della seconda guerra punica, il generale Marco Claudio Marcello aveva fatto sfilare nelle strade della città, durante il trionfo, le opere d'arte trafugate nel 212 a.C. a Siracusa. In età precedente, scrive Strabone, i romani, «presi da cose più grandi e più necessarie, non avevano mai prestato attenzione alla bellezza». Ma poi le cose cambiarono. Tra il periodo tardo repubblicano e quello imperiale un numero crescente di opere greche giunse a Roma: nel 146 a.C., in un portico fatto costruire appositamente, vennero collocate le splendide statue di Lisippo raffiguranti Alessandro Magno e i suoi ufficiali morti nella battaglia di Granico. Altre opere vennero esposte in altri portici, nei templi, alle porte di questi, e con il tempo trovarono collocazione anche nelle abitazioni. Il collezionismo privato si diffuse al punto da preoccupare Cicerone: è ingiusto ed egoista, scrisse, segregare tante meraviglie, impedendone il godimento ai meno fortunati (evidentemente, in quel momento non pensava alla splendida collezione che conservava nella sua villa di Tuscolo). Roma non era più quella di un tempo, ma i romani non si accontentavano di quel che vedevano nella loro città: come Emilio Paolo, volevano visitare la Grecia, vedere l'Afrodite di Prassitele, Europa su Toro di Pitagora di Reggio, i dipinti del grande pittore Apelle. Secondo Plinio il Giovane il turismo culturale era diventata una moda per molti aspetti criticabile: «Noi viaggiamo per strade e mari per vedere ciò che non degniamo di uno sguardo quando si trova sotto i nostri occhi... ». Ma la Grecia era diventata il luogo ideale e irrinunciabile della formazione culturale: da Cicerone a Cornelio Nipote, da Varrone a Lucullo, da Cesare a Virgilio, da Augusto a Orazio a Properzio, tutti gli intellettuali la visitavano. Ma non tutti i romani condividevano questo amore.
Dopo le guerre puniche, pur essendo divenuta una superpotenza mediterranea, Roma continuava a essere dominata da poche famiglie aristocratiche, la cui ricchezza era basata sulla proprietà terriera. Molti esponenti di questa nobiltà stentavano a staccarsi dall'orizzonte provinciale in cui erano nati i costumi dei loro antenati, educati alla guerra e temprati al sacrificio: l'arte, per questi nostalgici dei bei temi andati, era parte di una nuova cultura che rischiava di corrompere lo stile di vitache aveva fatto grande Roma. Il secondo secolo a.C. vide dunque un imponente scontro tra due opposte tendenze: da un lato i tradiziona-listi, il cui maggior esponente era Catone il Censore; dall'altro alcuni circoli della medesima nobiltà (celebre quello degli Scipioni), per i quali il confronto con le culture diverse, in particolare quella greca, era indispensabile perché Roma potesse svolgere il suo nuovo compito.
Evidentemente, la prima posizione era destinata alla sconfitta: l'influenza culturale greca, definita da Cicerone «un fiume impetuoso di civiltà e di dottrina» ebbe il sopravvento.
Graecia capta — scrisse Orazio — ferum victorem cepit: la Grecia conquistata conquistò il rude vincitore. I romani sapevano bene quanti fossero i loro debiti verso i greci.
Tutto era cambiato: le abitazioni, più ampie, aperte a giardini e paesaggi; i mobili, le suppellettili. Con lo stile abitativo erano cambiati lo stile di vita e i rapporti sociali: i nobili si scambiavano visite nelle loro ville sul golfo di Napoli o sulle colline attorno a Roma, offrivano banchetti luculliani, gareggiando in lusso. Il rinvio alla cultura greca era costante: a Pompei, sulle pareti della «Casa del Menandro» erano raffigurate le scene più celebri dell'Iliade; nella «Casa del Poeta Tragico» il sacrificio di Ifigenia era la copia di un quadro del celebre pittore greco Timante. Gli esempi potrebbero continuare, ovviamente. Ma, tutto ciò premesso, resta da dire che sarebbe sbagliato sia pensare ai romani, prima dell'incontro con i greci, come a un popolo assolutamente incolto, sia pensare alla cultura della Roma ellenizzata come a una cultura priva di ogni originalità. I debiti dall'esterno vengono sempre elaborati, sino a diventare, a volte, rielaborazioni creative. Per limitarci alla pittura: fu a Roma, e non in Grecia, che nacque il ritratto. La cultura romana, certamente conquistata dai greci, ci riconduce a una Grecia vista dai romani, vale a dire vista da una cultura diversa, certamente eclettica, ma comunque romana.

Liberazione 26.3.08
Roma, viaggio coi movimenti nella città che lotta per i beni comuni
Bertinotti: «Occupare e requisire case sono atti di umanità»
di Checchino Antonini


Da Trastevere a Cinecittà: quattro tappe emblematiche nel disagio abitativo, ieri a Roma, per Fausto Bertinotti, candidato premier, a bordo del bus panoramico della Sinistra l'Arcobaleno. Un tour nel disagio abitativo di una metropoli «così poco europea - sottolinea Patrizia Sentinelli, coordinatrice della campagna elettorale - con quello striminzito 3% della spesa pubblica destinato all'edilizia popolare». E con numeri esorbitanti per misurare il dramma casa. 35mila persone nella graduatoria non aggiornata da troppo tempo, 7 anni fa erano il 30% in meno mentre, in 5 anni, sono state assegnate solo 2mila case. Il dramma cresce al ritmo di 30 sentenze di sfratto al giorno, 20 delle quali per morosità e 10 sfratti reali al giorno, 2mila l'anno. In 15mila hanno fatto richiesta per il buono casa e 70mila famiglie stanno per accendere un mutuo per via delle dismissioni degli enti parapubblici. «C'è fame di case ma a canoni sostenibili», spiega Guido Lanciano dell'Unione inquilini, accompagnando Bertinotti all'interno dello stabile comunale di Trastevere, sottratto 19 anni fa alla speculazione dalla prima esperienza di autorecupero, quella da cui è scaturita la legge regionale. Ora gli occupanti sono assegnatari e altre 200 famiglie romane sono alle prese con l'autorecupero. «E' un esempio concreto di come si può evitare di cementificare costruendo comunità», dice l'assessore uscente alle periferie, Dante Pomponi, cogliendo l'elemento di solidarietà delle lotte. Infatti, quello di Bertinotti sarà un tour nel disagio ma anche all'interno delle «esperienze più significative di movimento», spiega lui stesso a Liberazione al termine di un pomeriggio dedicato all'incontro e all'ascolto. «Conta molto il rapporto con il municipio e con le esperienze di democrazia partecipata, come le occupazioni o le requisizioni. Qui emerge ciò che la politica nasconde: le storie di resistenze già poste in atto».
Ha visto, Bertinotti, gli inquilini sotto sfratto del cinema Maestoso. Palazzo pregiato, citato su molti testi di architettura. Da Assitalia è passato a una sigla collegata a una società in cui figura Galliani nel Cda. E che, per «valorizzare l'area», vuole caccia persone e sala. Paradossi della città del megafestival del cinema. Susi Fantino (Prc), presidente del municipio, ha provato a requisirlo - ossia, per Bertinotti, a «ripristinare un minimo di legalità» - ma il Tar ha detto che non può farlo nemmeno il sindaco. In tanti hanno spiegato le vertenze di altri stabili cartolarizzati, di affitti che si sono moltiplicati e superano salari al palo, di attese interminabili di assegnazioni, prima che il bus con cui la Sinistra vuole osservare la città e farsi notare, muova verso Cinecittà passando davanti agli striscioni, sulla Tuscolana, della prima occupazione di donne. Donne sole, donne vittime di violenza, e i loro bambini. Sandro Medici, altro "minisindaco" requisitore, spiega la vicenda delle 141 famiglie di Via Marchisio hanno assistito alla svendita delle loro case, da Assitalia (ancora) a un imprenditore di Isernia che con 100mila euro e 4 ipoteche è riuscito a far lievitare i prezzi da 800 a 3500 euro al metro quadro di case costruite con fondi pubblici per famiglie a basso reddito. Rendita pura. «Dov'è l'intelligenza del mercato se lascia vuote le case e le persone senza casa?», si domanda Bertinotti riprendendo un'osservazione di Andrea Alzetta, per tutti Tarzan, candidato di Action al Campidoglio, con cui partecipa all'assemblea finale del tour, nella piazza Don Bosco di fronte a mille persone. Tarzan incalza: la nuova sinistra sarà un cartello di partiti o qualcosa di più? «Serve, eccome, la sinistra diffusa, deve trovare casa nelle sedi dei partiti e nei centri sociali e nessuno dovrà avere una parola in più - s'è sentito rispondere - le liste sono il frutto di un passaggio imperfetto ma il cammino ricomincia».

Liberazione 26.3.08
Perché anche voi parlate di voto utile? E' un modo per far polemica
Perché devo votare Sinistra? Per ricostruire
risponde Piero Sansonetti

Caro Piero, leggo dalla pagine di "Liberazione", nella tua risposta ad una lettrice, le seguenti parole: «il voto utile alla fine è quello per La Sinistra Arcobaleno». Con tutta la sincerità avrei preferito non leggere quella frase. Sono molto deluso e ho molte perplessità, proprio come quelle esternate nel suo articolo da Alessandro Dal Lago, ma a differenza di lui sono ancor indeciso. Ho una domanda senza risposte e questa mancanza non mi permette di capire se effettivamente la Sinistra L'Arcobaleno possa essere il futuro per la sinistra italiana. La frase che ti contesto, potrebbe essere una risposta indiretta alla mia domanda, ma commetterei un errore gravissimo se mi lasciassi trasportare dalla delusione. Ho ancora qualche settimana per trovare (forse) una risposta, ma comunque vada avrò la certezza che il mio voto sarà indiscutibilmente utile.
Francesco Bertolini Milano

Caro Bertolini, l'uso dell'espressione «voto utile» - pensavo francamente che si capisse - era un modo per prendere in giro la campagna degli altri. Sai, è difficile credere che chi sostiene una forza che nel migliore dei casi può aspirare al 10 per cento dei voti, possa usare come argomento elettorale l'utilità o l'inutilità del voto. Non ti pare? E' chiaro che ogni voto è utile. Io, addirittura, credo che la campagna per il voto utile sia una campagna di tipo autoritario, antidemocratico. L'idea che esista un voto inutile è una idea assolutamente totalitaria.
Nella risposta che ho dato ieri alla lettera di una lettrice, alla quale tu fai riferimento, svolgevo un ragionamento del tutto tecnico sulle possibilità che Berlusconi risulti senza maggioranza in Senato. E dimostravo (o cercavo di dimostrare) che paradossalmente in alcune regioni, come il Lazio, Berlusconi sarà danneggiato soprattutto dal voto ai partiti più piccoli. Tra questi partiti, ovviamente c'e La Sinistra l'Arcobaleno - e di qui lo slogan ironico sul voto utile - ma, figuriamoci, c'è anche Casini e persino - e soprattutto - la destra di Storace. Non credo che tu possa pensare che volessi fare propaganda a Storace, no?
Poi, mi sembra di capire, tu fai un'altra obiezione, o domanda - assai più pesante e complicata - a proposito dell'editoriale di Dal Lago che abbiamo pubblicato ieri. Era intitolato "Sinistra, sono deluso ma ti voto". Dal Lago elencava tutti i motivi della sua insoddisfazione. Che poi sono semplicemente i "punti" decisivi della sconfitta subìta dalla sinistra in questi ultimi due anni. Caro Francesco, sono convinto, come Dal Lago e come te, che la sinistra è stata sconfitta. E che ora dobbiamo ripartire dalla presa d'atto di questa sconfitta, per costruire qualcosa di nuovo: una politica nuova, nuovi legami di massa, una strategia nuova e io credo anche una nuova forza politica. E per questo penso che abbia una certa importanza che la Sinistra ottenga un discreto risultato elettorale, o un buon risultato elettorale. Perché mi sembra che un buon risultato elettorale renderebbe meno difficile l'opera di ricostruzione. Che serva un'opera di ricostruzione è indubbio. Ciascuno, è chiaro, ha una sua idea su come debba essere questa opera, e di questo bisognerà discutere. Con le forze che oggi stanno dentro l'Arcobaleno e con tante altre forze, che sono fuori, e magari vanno alle elezioni con liste diverse da quella che io voterò. Vuoi sapere se considero inutile un voto che non sia per l'Arcobaleno? Certo che non lo considero inutile, e comunque lo considero molto più utile di un voto per il Pd o per la destra.
Piero Sansonetti

martedì 25 marzo 2008

l’Unità 25.3.08
Pdl-Pd separati da 5 punti, si decide nelle regioni in bilico
Da Swg l’ultima percentuale di distacco.


CINQUE PUNTI Sarebbe questo il vantaggio percentuale del Pdl sul Pd, stando all’ultimo sondaggio realizzato da Swg per Affari Italiani.it. La rilevazione è stata
effettuata giovedì 20 marzo. Il distacco è rimasto invariato rispetto a dieci giorni fa. Popolo della Libertà-Lega Nord-Mpa si attesta al 43%, mentre il 10 marzo oscillava tra il 42,5 e il 43. Nel dettaglio: il Pdl vale il 35,5% (era 34,5-35), il Carroccio è sceso al 6,5% dal precedente 7 e l’Mpa è fermo all’1%. Partito Democratico più Italia dei Valori è al 38% (era tra il 38 e il 38,5%). Il Pd da solo è al 34,5% (34-34,5 il 10 marzo), mentre l’Idv di Di Pietro è scesa al 3,5 dal 4%. In rialzo la Sinistra Arcobaleno al 7,5% rispetto al precedente 6,5-7. Stabile l’Unione di centro di Casini (5,5%), La Destra ottiene il 2,5% dei consensi (era tra il 2 e il 2,5). Il Partito Socialista è fermo all’1% e il Partito comunista dei lavoratori vale lo 0,5%. Allo 0,5% anche Aborto? No, Grazie di Ferrara. «La settimana appena trascorsa non evidenzia significativi cambiamenti - spiega Roberto Weber, presidente di Swg - ma osserviamo un rallentamento della tendenza degli elettori a premiare le due maggiori coalizioni; una lieve ripresa della Sinistra, che pur restando largamente al di sotto del potenziale di voto aggregato del 2006 sembra per la prima volta rallentare l’emorragia in uscita; una situazione di stallo per l’Udc; un incremento seppure lieve (ma che ne testimonia la vitalità) de La Destra». Swg ricorda però che «le ultime due settimane di voto si rivelarono decisive sia nelle politiche del 1996 (accelerazione vincente di Prodi), del 2001 (recupero di Rutelli), e del 2006 (grandissimo recupero di Berlusconi)».
Molto dipende da come andrà nelle cosiddette regioni in bilico: Liguria, Marche, Calabria e Sardegna. Stando a quanto sostenuto da Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico italiano all’Università di Firenze, che, sul «Sole 24 ore» ha analizzato l’ultima rilevazione Cise. Rilevazione da cui emerge che al Senato ci sarebbero solo tre gruppi, Pdl, Pd e Lega perché alla Sinistra arcobaleno andrebbero solo 7 seggi e all’Udc 4, non sufficienti per formare un gruppo. Secondo tale rilevazione, il Pdl potrebbe ottenere 167 seggi al Senato con un margine di maggioranza di 9 senatori. Il risultato però sarebbe in bilico in almeno quattro regioni, dove lo scarto tra i due maggiori partiti sarebbe inferiore al 2%: Liguria, Marche, Calabria, Sardegna. C’è poi l’incognita del Lazio, dove c’è attesa per il risultato della «Destra» di Francesco Storace, che «potrebbe costare a Berlusconi il premio di maggioranza e, combinato con il superamento della soglia da parte dei partiti minori, dai 5 ai 9 seggi».
Stando invece a un sondaggio di tutt’altro genere -effettuato dall’istituto Demopolis dal 10 al 18 marzo su un campione rappresentativo dei cittadini maggiorenni-, il 42% degli elettori andrebbe a cena con Silvio Berlusconi, il 33% con Walter Veltroni. Per una vacanza al mare, lo scenario cambia. È Pier Ferdinando Casini ad aggiudicarsi le preferenze degli italiani (28%) e delle donne in particolar modo, seguito da Daniela Santanchè (25%) e da Silvio Berlusconi (21%).

l’Unità 25.3.08
Nell’inferno degli schiavi bambini
di Johann Hari


In Asia ogni giorno un milione di bambini viene venduto e comprato

A Dacca ci sono 300.000 bambini di strada che vivono (e muoiono) per conto loro

Questa è la storia della tratta degli schiavi-bambini nel XXI secolo. Il mio viaggio nel mondo di questo particolare tipo di malavita ha avuto inizio dove più numerosi sono i bordelli e le prostitute: in Asia, dove stando alle stime delle Nazioni Unite ogni giorno un milione di bambini viene venduto e comprato.
Il viaggio mi ha portato in luoghi che non pensavo potessero ancora esistere: una prigione sotterranea in una zona di confine del Bangladesh dove regna la malavita e dove i bambini vengono segregati dietro le sbarre in attesa di essere condotti nei bordelli in India; un postribolo di ferro dove le donne hanno trascorso una intera vita di violenze sessuali; una clinica dove curano bambini di 11 anni malati di sifilide.
Ma la nostra storia comincia come tutte le storie: con una bambina e una bugia. Sufia si avvicina per parlarmi in un centro di recupero per bambini finanziato da «Comic Relief». Sufia finora ha parlato della sua drammatica esperienza solo con le assistenti del centro. Ma vuole che il mondo sappia quanto le è capitato.
Entra nella stanza avvolta nel suo sari rosso con delle grosse borse nere sotto gli occhi, sorprendenti per la sua età. Parla della sua esperienza lentamente, quasi con un filo di voce. Sufia è cresciuta in un villaggio vicino a Khulna, nella regione sud-occidentale del Bangladesh. I suoi genitori erano contadini e lei aveva sette fratelli e sorelle. «I miei genitori non potevano permettersi di badare a me», mi dice. «Non avevamo nemmeno il denaro per comprare da mangiare».
E qui arriva la bugia. Quando Sufia aveva 14 anni, una vicina disse ai suoi genitori che poteva trovarle un buon lavoro a Calcutta come collaboratrice domestica. Avrebbe vissuto bene, avrebbe imparato l’inglese e avrebbe avuto un futuro tranquillo. «Non stavo nella pelle dalla felicità», mi dice Sufia. «Ma appena siamo arrivate a Calcutta ho capito che c’era qualcosa che non andava. Non sapevo cosa era un bordello, ma capivo che la casa dove mi aveva portato era un brutto posto. Le donne indossavano abiti succinti e c’erano uomini dall’aspetto poco rassicurante che entravano ed uscivano». La vicina di casa in cambio di Sufia intascò 50.000 takka, circa 600 euro. Poi le disse di fare ciò che le avrebbe ordinato e scomparve.
A questo punto il lento monologo di Sufia si arresta. Volge lo sguardo dall’altra parte mentre continua a dondolarsi sulla sedia. Poi continua: «non potevo uscire. Dovevo vedere 10 uomini al giorno». Un’altra lunga pausa. «Prima d’allora non sapevo nulla degli uomini. È stata una cosa spaventosa».
Ha visto quanto accadeva in quel posto alle donne più grandi. Vengono costrette a «dare alla luce un figlio». Le loro figlie vengono allevate per fare le prostitute-schiave. Dopo tre mesi due altre ragazze imprigionate in quel postribolo le dissero che avevano un piano per fuggire. Intendevano mettere da parte i sonniferi che venivano distribuiti ogni sera - per impedire loro di singhiozzare, di lamentarsi e di respingere i “clienti” - per poi metterli nelle bevande dei loro carcerieri e così darsela a gambe.
Il piano funzionò. «Non avevo la minima idea di come orientarmi in città, ma loro erano delle ragazze sveglie», dice Sufia. Quando finalmente rivide la casa dei genitori fece un proposito: «non dirò mai alla mia famiglia cosa è accaduto. Dissi ai miei che avevo lavorato come cameriera e che mi erano mancati troppo. Non posso mai parlare con nessuno della mia esperienza, a parte la gente di qui. Se lo facessi nessuno mi sposerebbe e arrecherei disgrazia alla mia famiglia e la mia vita sarebbe distrutta».
Sa che deve sottoporsi al test dell’Hiv. Ha già fissato l’appuntamento due volte, ma non ce la fa. Non vuole sapere.
Sufia è stata venduta a una banda organizzata che commercia in esseri umani in tutti i continenti e che vende carne umana in cambio di denaro. Questa gente continua ad operare - e, a differenza di Sufia, la maggior parte delle donne non riescono a fuggire.
Sul lato di una strada sterrata a Jamalpur, una cittadina del Bangladesh, c’è un cancello di ferro. All’interno un labirinto di fragili baracche con il tetto in lamiera e all’interno di ciascuna baracca una donna in attesa.
Seduta sul letto dentro una delle baracche trovo Beauty, una donna di 34 anni. Quando le dico che vorrei mi parlasse della sua vita, mi sorride perplessa. «Mio cognato mi ha venduto allo sfruttatore quando avevo 13 anni», mi spiega. «Un giorno mi ha portato via e mi ha condotto qui. Al mio arrivo lo sfruttatore mi ha frustato e mi ha detto che non dovevo mai uscire dal bordello. Ero distrutta. Odiavo questo posto. Continuavo a pensare alla mia famiglia, a mia madre e piangevo in continuazione. Ma lo sfruttatore mi frustava continuamente e mi diceva che dovevo lavorare».
Ha avuto uno squarcio di felicità a 19 anni. Uno degli uomini che frequentava regolarmente il bordello le disse che si era innamorato di lei e le chiese di sposarlo. Pagò una somma di denaro per portarla via e ricondurla al suo villaggio natale da sua madre e da sua sorella. Era stato il sogno di Beauty: «pensavo di tornare ad una vita felice e normale». Ma la sua famiglia la respinse. Avevano sentito dire che faceva la prostituta - suo cognato aveva detto a tutti che era stata una sua libera scelta - e così «mia sorella mi tormentava, mi insultava, mi prendeva in giro e la gente del villaggio mi evitava». Dopo un po’ anche suo marito si stancò di lei e la rivendette al bordello. «Smisi di mangiare», mi racconta. «Volevo morire». Ed eccola qui. Sa che non potrà mai avere né un marito né una casa. Il suo destino è quello di essere evitata da tutti.
Fuori del bordello queste donne hanno una sola strada: diventare essere stesse delle sfruttatrici, mettere su un loro bordello e «guadagnarsi» la liberta’. Ma Beauty mi dice che non può farlo: «No, no... odierei essere una “madam”. Sono un cattiva ragazza, ma non fino a quel punto». Si passa le mani tra i capelli e aggiunge: «so che è triste. È la storia della mia vita. Non un granché, vero?».
Non è difficile ricostruire le rotte dei trafficanti. Il confine tra India e Bangladesh è un lungo fiume dalle acque increspate. Mentre me ne sto in prossimità del confine posso vedere davanti a me la più popolosa democrazia del mondo, mentre alle mie spalle ci sono prigioni con le sbarre di ferro dove vengono tenute le ragazze del Bangladesh prima di essere vendute in India.
Tutta la gente del luogo lo chiama apertamente il «luogo dei trafficanti». Non si nascondono nemmeno. È inutile chiamare la polizia, mi ripetono gli abitanti del villaggio, perché i poliziotti sono sul libro paga dei trafficanti. Mi reco alla più vicina stazione di polizia - un bellissimo edificio di marmo bianco circondato da lussureggianti aiuole molto ben curate - per fare qualche domanda.
Il vice-ispettore, un ufficiale sulla trentina in divisa marrone e un sorriso tranquillo, mi fa segno di “no” agitando al mano. «Non ho commenti da fare su questa faccenda», mi dice. Che vuol dire che non ha commenti da fare? Sicuramente la mia non è una domanda difficile. «Non ho intenzione di parlarne», e questa volta il suo tono di voce è più deciso.
Vi meravigliate allora se tutta le gente della vostra comunità pensa che prendiate le bustarelle? L’ufficiale di polizia accusa il colpo. «Hanno un problema di atteggiamento. Sono poveri e se la prendono con chiunque per i loro problemi», e scoppia a ridere.
Dacca, la capitale del Bangladesh, è una città assordante, rumorosa, caotica che mette a dura prova la vista l’udito, tutti i sensi. In questa megalopoli di 14 milioni di abitanti stipati come sardine, basta gettare lo sguardo in una qualunque strada affollata per essere bersagliati da più stimoli sensoriali di quanti in genere ce ne arrivano in una settimana.
Vistose auto occidentali sono bloccate nel traffico accanto a veicoli scassati e arrugginiti. Povere, eteree vagabonde si aggirano tra le automobili con i figli in braccio e la mano tesa per chiedere l’elemosina. Gli operai camminano tenendo in equilibrio sulla testa carichi enormi. Bambini sono impegnati a lavorare con la macchina da cucire sui tetti delle case. Donne pesantemente truccate ti chiedono 10 takka per farti vedere il serpente danzante nascosto nella scatola di legno che portano legata al collo. Uomini aggrappati agli autobus urlano ai padroni dei risciò che urlano ai pedoni che urlano parlando al cellulare.
Tutto questo accade accompagnato da un assordante rumore di fondo, una sorta di “melodia di Dacca”: lo strombazzare dei clacson delle auto, il cigolio dei risciò, le campanelle e le continue urla della gente.
In mezzo a questo tremendo caos ci sono 300.000 bambini di strada che vivono (e muoiono) per conto loro. Dormono a piccoli gruppi nella zona portuale, intorno alla stazione degli autobus o negli edifici in costruzione sparsi in tutta la città. Sono il sogno dei trafficanti, prede senza difesa.
Seduto sul ponte in prossimità del porto trovo Mohammed e la sua piccola banda di amici. Ha 14 anni, indossa una sudicia camicia di cotone dozzinale e ha la zazzera incolta. Dimostra 10 anni tanto il suo corpo è scarno e scheletrico. Sulla caviglia ha un adesivo della serie Pokemon e lui e i suoi amici accettano di farmi vagabondare insieme a loro per tutta la giornata.
Mohammed sta insieme agli altri bambini da quando è fuggito a Dacca nella speranza di ritrovare sua madre che era stata costretta a lasciare i figli con la matrigna per andare a lavorare e mandare i soldi a casa.
Trascorrono le ore del giorno vagando per le strade di Dacca, raccogliendo pezzi di carta straccia e mettendoli in un sacco. Se la raccolta va bene, alla fine della giornata possono rivendere la carta per 10 takka - circa 15 centesimi di euro sufficienti a comprare un pasto e qualche spliff (NdT, canna con il tabacco).
Si lavano nelle acque fetide e puzzolenti del fiume e forse per questo Mohammed non fa che grattarsi il braccio infettato dalla scabbia. Qualche volta riescono a risparmiare qualche spicciolo per vedere un film - i suoi preferiti, mi dice, sono i film d’azione hollywoodiani e i film musicali di Bollywood.
Tutte le sere si mettono fuori dei ristoranti per rimediare qualche avanzo - e poi cercano di rubare qualcosa al mercato ortofrutticolo. Mi portano lì a mezzanotte, nell’unico luogo illuminato di una città avvolta dalle tenebre. Il mercato ortofrutticolo è una norme città brulicante di persone dove migliaia di venditori eseguono una sorta di danza gli uni intorno agli altri trasportando sulla testa in apposite ceste montagne di patate e oceani di cavoli e mercanteggiando con i dettaglianti e con i proprietari di ristoranti. Mentre seguo la banda di ragazzini che rubacchia qualche frutto sono attratto dall’odore del peperoncino rosso e degli agrumi.
Poi finalmente, alle tre del mattino, si adagiano in un angolino vicino al porto e si preparano a dormire. I sacchi che usano per raccogliere la carta diventano rudimentali sacchi a pelo e si stringono gli uni agli altri per proteggersi dal freddo. Nel porto ci sono migliaia di bambini e famiglie che passano la notte all’addiaccio.
I ragazzini fumano uno spliff e ingoiano qualche sonnifero che hanno comprato. «Se siamo fatti non proviamo troppo dolore se arrivano i poliziotti e ci bastonano», mi spiegano. «So di aver rovinato la mia vita», aggiunge Mohammed. «So di essere un ragazzaccio e so che non uscirò mai di qui. Non ho speranze, non ho futuro. Cosa pensi che dovrei fare?». E d’improvviso mi rendo conto che la sua non è una domanda retorica. Mi sta sinceramente chiedendo consiglio.
La paura dei trafficanti di carne umana aleggia sulla testa di questi bambini come una minacciosa nuvola carica di pioggia. Il solo momento in cui Mohammed tradisce le sue emozioni è quando ricorda una ragazzina di nome Muni che era sua amica.
Un giorno di giugno dell’anno scorso, quando aveva nove anni e mezzo, un vecchio l’ha avvicinata e le ha detto che se l’avesse seguito le avrebbe trovato un buon lavoro. La piccola ha rifiutato ben sapendo cosa accadeva ai bambini quando andavano con queste persone. Ma lui l’ha portata via con la forza. Gli altri ragazzini hanno tentato di dirlo alla polizia, ma i poliziotti li hanno cacciati via.
Il corpo della piccola è stato trovato tre giorni dopo: era stata violentata e strangolata. Mohammed è convinto che l’hanno uccisa perch si è rifiutata di farsi ingannare dalle bugie dei trafficanti e di farsi portare in un bordello e si è difesa con tutte le sue forze.
Mohammed ha bisogno di dormire. Si deve svegliare tra quattro ore per cominciare a raccogliere la carta straccia. Uno dei ragazzi deve rimanere di guardia - «ma è difficile», dice. Gli chiedo cosa gli piacerebbe avere da grande pensando che mi risponderà come fanno di solito i bambini che sognano di avere un macchinone lussuoso. «Avere?», mi chiede. «Vorrei avere mia madre». E ciò detto sorride amaramente e chiude gli occhi.
C’è un piccolo gruppo di cittadini del Bangladesh che ha visto rapire i propri figli dai mercanti di carne umana e che ha deciso - come Muni, con i suoi piccoli pugni - di difendersi e di reagire. Sono finanziati da Sport Relief e dipendono dalle donazioni in denaro dei cittadini britannici.
Ishtiaque Ahmed è un intellettuale che - snocciolando una interminabile serie di numeri e statistiche - mi racconta come ha creato «Aparajeyo» (Imbattuti). È una delle principali organizzazioni che nel Bangladesh lottano contro la tratta dei bambini e delle bambine da avviare nei bordelli. Organizzano scuole nelle strade e offrono un rifugio ai bambini che sono stati fatti oggetto di violenze ed inoltre pagano un esercito di bambini recuperati dalla prostituzione che vanno in giro per la città ad insegnare agli altri bambini come difendersi dai trafficanti. Combattono la schiavitù salvando un bimbo per volta.
Faccio la loro conoscenza all’ultimo piano di un grattacielo trasformato in casa di accoglienza per bambini e bambine violentati che sono riusciti a fuggire. Sembra un posto come tanti altri con numerosi bambini che giocano e strillano. Per un momento non sono prede, sono solo bambini.
Una ragazza piuttosto alta con gli zigomi sporgenti sta cantando. Mi stringe la mano e dice di chiamarsi Shelaka e di avere 16 anni. Poi, scegliendo con cura la parole e senza alcuna timidezza mi racconta come è finita qui.
È cresciuta in un villaggio a tre ore da Dacca e ha sempre amato cantare. «Cantare è la sensazione più bella del mondo», mi dice. Ma arrivata alla pubertà i suoi religiosissimi genitori le dissero che non stava bene che una ragazza musulmana cantasse e che non doveva più pensare a questi «stupidi sogni».
«Se mi mettevo a cantare mi picchiavano», mi racconta. E così decise di fuggire in città per poter continuare a cantare. Vendette la sola cosa che possedeva - l’orecchino ornamentale al naso - e comprò un biglietto dell’autobus diretto a Dacca. Arrivata in città chiese dove era la scuola di canto. Si aggirò per le strade e quando si fece notte una venditrice ambulante di dolciumi le disse che poteva dormire a casa sua. Shelaka la seguì perché la venditrice ambulante le era sembrata una persona gentile. Ma una volta arrivati a casa della signora, si presentò il padrone di casa con alcuni delinquenti. Shelaka fu sequestrata e tenuta prigioniera per tre mesi e costretta ogni giorno a prostituirsi fin quando la venditrice ambulante la aiutò a fuggire. Vagando per le strade capitò per caso dinanzi ad una delle scuole dell’organizzazione «Aparajeyo» e lì fu accolta ed ospitata.
Vive qui da tre anni e continua ad essere aiutata e seguita. Le piace molto. «Sono come una bella famiglia». È iscritta all’Accademia del Bangladesh dove studia canto. Mi chiede se può cantare per me e la sua voce - pur in mezzo ad un frastuono di clacson e di campanelle dei risciò - è calma, bella e pura.
Una delle più belle realizzazioni di «Aparajeyo» si trova nelle enormi e degradate periferie di Khalijpur. In una minuscola stanzetta umida fatta di fango e di lamiera, trovo Rehana, una donna di 33 anni con la fronte piena di rughe. Mi racconta di come suo fratello ha venduto suo figlio per 3.000 takka - poco più di 30 euro. Rehana sapeva da anni che suo fratello era un mercante di bambini. «Mi vergognavo», dice. «Trafficava in bambini perché era povero, ma questo non lo giustifica».
«Andare alla polizia era inutile», mi dice. «I poliziotti erano tutti corrotti». Ma poi nel 2005, proprio il giorno della festa di Eid, suo marito litigò con suo fratello. Due giorni dopo suo fratello andò a prendere suo figlio di sei anni, Shamsul, alla moschea e lo vendette. Non contento di questo derise suo cognato dicendogli che suo figlio si trovava ormai in un bordello in India. «Sono impazzita, sono impazzita», mi racconta. «L’ho cercato dappertutto. Ho passato tutta la giornata a girare per le strade chiamandolo per nome. Non riuscivo a credere a quanto mi stava succedendo».
Dopo due anni di disperazione, Rehana vide un annuncio su un giornale. L’annuncio era stato messo da «Aparajeyo» e diceva: conoscete questo bambino? «Era Shamsul», mi dice commossa. La polizia l’aveva trovato che vagava per le strade e lo aveva affidato all’istituto. Non conosceva né il suo nome né l’indirizzo di casa.
«Quando l’ho riabbracciato era magrissimo e piangeva di continuo», mi dice la madre. «Se non mi vedeva accanto a lui si metteva subito a piangere. Faceva delle cose stranissime: fissava il sole fino al tramonto. Ma il fatto di averlo potuto ritrovare è stato meraviglioso».
Shamsul si aggira per la casa mentre il sole tramonta alle sue spalle. Lo zio che lo ha venduto è sparito. Rehana è convinta che gestisca un traffico di bambini da qualche altra parte. «I trafficanti non abbandonano mai il loro mestiere», mi dice. «Io ringrazio Dio ogni giorno per il fatto che ci sono persone come quelli di “Aparajeyo” che lavorano per fermarli».
Suo figlio si siede sulle sue ginocchia. Almeno un bambino sottratto ad una vita di violenze sessuali. Passa la mano tra i capelli della mamma e con l’altra mi allunga una pallina viola e sorride.
© The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

l’Unità 25.3.08
Dopo «Sex, crimes and Vatican», documentario Bbc, e in attesa del processo a don Gelmini, Vania Lucia Gaito raccoglie in un libro le voci delle vittime
La Chiesa e il crimine della pedofilia: anche per il nostro Paese è il momento della verità
di Emiliano Sbaraglia


«Crimen sollicitationis» è la direttiva che dal ‘62 ha tacitato lo scandalo

Ricostruzione molte volte esemplare attenta ai gesti alle parole all’ambiente

Dal 13 marzo è in libreria Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (chiarelettere, pp.273, €13), un’inchiesta che colpisce cuore e stomaco del lettore, scritta da Vania Lucia Gaito, collaboratrice del blog di controinformazione «Bispensiero» per il quale, nel maggio del 2007, ha sottotitolato il documentario trasmesso per la prima volta dalla Bbc dal titolo Sex, Crimes and Vatican, al centro di una infuocata puntata di Anno Zero sul tema della pedofilia negli ambienti e tra i rappresentanti del mondo cattolico. Un dramma sociale, oltre che etico e morale, che ora questo libro colloca senza vie di fuga anche nel nostro paese, toccato nel profondo attraverso una serie di testimonianze dirette aumentate in maniera esponenziale in questo ultimo anno.
La realtà dei fatti è stata tenuta nascosta dal Vaticano per decenni, grazie soprattutto allo strumento del Crimen sollicitationis, documento scritto in latino, dunque destinato in primis soltanto agli «addetti ai lavori» (come nelle migliori abitudini della peggiore tradizione ecclesiastica) attraverso il quale, a partire dal 1962, le autorità ecclesiastiche recapitano ai vescovi di tutto il mondo una sorta di vademecum, con l’intento di non rendere pubbliche notizie e informazioni che potrebbero mettere sotto accusa di pedofilia preti e altre categorie clericali, almeno fino a quando ad indagare non sia stata per prima la Chiesa stessa; di questo documento, per circa vent’annim si è principalmente occupato l’allora cardinale Ratzinger, verificandone il funzionamento e il rispetto da parte dei vescovi dei dettami in esso contenuti.
Qualcosa sembra si stia finalmente muovendo in direzione della scoperta di molte verità sinora occultate, e una dimostrazione ne è anche la pubblicazione di questo volume, che raccoglie con impressionante meticolosità le voci le storie di coloro che hanno avuto la forza e il coraggio di superare paure e rimozioni più o meno volontarie, per raccontare i particolari agghiaccianti di vite per sempre segnate da terribili esperienze, fisiche e psicologiche.
Pescando nel torbido bosco delle numerosissime testimonianze contenute nel libro, si incontra tra le altre la vicenda che ha coinvolto Don Gelmini, tornata alla ribalta delle cronache nazionali pochi mesi fa. A proposito della quale si ricordano anche le strenue difese che alcuni organi di informazione hanno ospitato, come quella di Vittorio Messori, che su La Stampa dell’undici agosto scorso non aveva remore nello scrivere frasi di questo tenore: «E allora? Se Don Gelmini avesse toccato qualche ragazzo? E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia?» (p.44).
In questa Italia così tanto impegnata a difendere i valori della vita sin dal suo concepimento, forse sarebbe il caso di porre una certa attenzione e impegnarsi con la stessa solerzia anche a difesa della sorte di tanti bambini e adolescenti, colpiti e violentati nel corpo e nella mente da chi del loro corpo e della loro mente dovrebbe occuparsi in ben altro modo.
Una battaglia tanto sofferta quanto complessa, che il lavoro di Vania Lucia Gaito dimostra essere non più rinviabile a data da destinarsi.

l’Unità 25.3.08
Perché la depressione non è un tema elettorale?
di Luigi Cancrini


La London School ol Economics ha dedicato uno studio ampio e rigoroso al problema dei disturbi depressivi ed ansiosi nel Regno Unito. Le osservazioni rese possibili da questa ricerca permettono di guardare da un punto di vista del tutto nuovo un problema su cui vale la pena di riflettere. Anche in campagna elettorale.
Partendo da una rilevazione epidemiologica, i ricercatori notano prima di tutto che i disturbi depressivi ed ansiosi possono essere verificati in una persona su sei della popolazione normale. Parlando di famiglie, una su tre ha a che fare con questo tipo di diagnosi. Una percentuale molto alta di questi pazienti, d’altra parte, non viene curata in modo adeguato. Con ripercussioni economiche assolutamente drammatiche per l’intero Paese perché «la perdita di produzione legata ai disturbi depressivi ed ansiosi, un insieme di disturbi che si verificano soprattutto nella popolazione attiva, arriva a circa 12 miliardi di sterline l’anno: una cifra che corrisponde all’1% del prodotto interno lordo dell’intero Paese»: un dato, come si vede, che non dovrebbe interessare più solo gli specialisti ed i loro pazienti ma anche, e forse soprattutto, i ministri dell’Economia e i leader politici. Pensando soprattutto al fatto per cui offrire una terapia adeguata a tutti questi pazienti costerebbe, secondo i ricercatori della London School ol Economics, solo 0,6 miliardi di sterline: il 5% esatto, cioè, di quello che viene perso non curandoli o curandoli male.
La sorpresa proposta dallo studio di un gruppo di ricercatori che osserva “da fuori”, sulla base di criteri che sono soprattutto economici, quello che sta accadendo nel mondo da sempre un po’ speciale della pratica psichiatrica, è quella, tuttavia, che riguarda quelle che debbono (dovrebbero) essere ritenute «le cure adeguate» da offrire a questo tipo di pazienti. Come ben documentato da ricerche sempre più convergenti anche da noi in Italia (Panorama del 20 Marzo ne ha proposto di recente una sintesi estremamente efficace) i cambiamenti di cui c’è bisogno per aiutare una persona che sta male a riprendere un normale stile di vita (dal punto di vista della London School ol Economics, la sua capacità di produrre) non sono quelli, a volte brillanti ma sempre o quasi sempre di breve durata, che si ottengono con gli psicofarmaci antidepressivi ma quelli, a volte più lenti ma sempre assai più stabili, che si ottengono con il lavoro psicoterapeutico. Gli studi clinici su cui si basa la valutazione di efficacia dei farmaci antidepressivi (gustosa anche se assai amara è, su questo punto, sempre su Panorama, la confessione di uno psichiatra “pentito” che avrebbe partecipato alla diffusione fra i suoi colleghi di notizie “troppo positive” di un noto farmaco a base di “venlafaxina”, una delle specialità più vendute anche da noi) sono studi che verificano gli effetti della cura a 30-60 giorni del suo inizio mentre gli studi più serii, quelli che portano avanti l’osservazione per 6-24 mesi, documentano una percentuale molto alta di recidive per i pazienti trattati con gli psicofarmaci. Come ben dimostrato, del resto, dalla tendenza sempre più diffusa fra i sostenitori dell’orientamento farmacologico a parlare di «malattia da curare per tutta la vita in quanto destinata a durare con alterne vicende (le ricadute, n.d.r.) per tutta la vita»: assicurando un reddito che dura tutta la vita al medico e all’industria ma poca o nessuna speranza di guarigione al paziente.
Prendendo sul serio i dati di una ricerca che lui stesso aveva promosso per capire quello che era meglio fare (in altri Paesi anche questo accade, che un governo si affidi a dei ricercatori invece che al dibattito e allo scontro politico per fare scelte di politica sanitaria) il governo inglese ha deciso in queste settimane di utilizzare i dati di questa ricerca stanziando 170 milioni di sterline per un programma, ampio e ben coordinato, di formazione degli psicoterapeuti (che mancano perché da loro, dove la psicoterapia non è regolamentata, ce ne sono assai meno che da noi dove le strade per diventare psicoterapeuti sono state tracciate da quasi 20 anni) e di sostegno al pagamento delle loro prestazioni. Un piano di cui sarebbe urgente discutere anche da noi in Italia, dove eravamo arrivati, nel momento in cui la crisi di Governo ha interrotto una legislatura troppo breve, alla approvazione, in Commissione Affari Sociali alla Camera, di un testo di legge sulla psicoterapia convenzionata che ci permetterà, se ci sarà volontà politica, se riusciremo a renderlo operante nella prossima legislatura, di andare rapidamente, usando risorse e terapeuti che ci sono, nella stessa direzione.
Gli esperti di economia e di sanità con cui parlando di psicoterapia mi è capitato di parlare in questi anni hanno sempre guardato con una certa incredulità (o con una certa sufficienza) all’idea per cui le psicoterapie possono essere utili ad un servizio sanitario nazionale oberato da troppe spese inutili determinando, addirittura, se ben utilizzate, una risalita del Pil. Lo studio della London School ol Economics potrebbe forse indurli a riflettere un po’ di più su un argomento che finora avevamo trascurato. Suggerendo idee e proposte un po’ più articolate e realistiche di quelle gridate finora dai protagonisti di una campagna elettorale fra le più generiche della storia repubblicana.

Repubblica 25.3.08
Processo allo Stato
Antigone cosa ci resta delleroina di Sofocle
Un dramma fra politica ed etica
di Franco Cordero


La tragedia di Sofocle si fonda sul principio che la legge non incarna valori assoluti. E che l´unico scudo contro le sbornie dogmatiche è l´analisi critica
Una scelta implica rischi. L´importante è spendersi per la soluzione meno dubbia
La donna è un´antagonista del tiranno, cerca "luminosa gloria" a costo della vita
L´eroina greca si scaglia contro un comando iniquo in nome di norme immutabili

Antigone è testo canonico della retorica giusnaturalista: l´eroina ignora l´iniquo comando (lasciare insepolto il cadavere del fratello, nemico pubblico); vigono norme divine immutabili; e l´epilogo tristissimo prova quanta ragione avesse. Lettura edificante ma tentiamo glosse meno piatte.
Sofocle compone una trilogia concatenata come le costruiva Eschilo, cominciando dalla fine d´una nera saga familiare, nel cinquantasettesimo anno, 442 a.C.: i precedenti lontani vanno in scena almeno 12 anni dopo (430-425); e racconta la seconda tranche d´eventi novantenne o quasi, rappresentata postuma a cura del caro omonimo nipote, malvisto dal padre. Labdaco è figlio di Polidoro, nato da Cadmo e Armonia, il cui ceppo annovera tre figure olimpiche, Afrodite, Ares, Zeus. Suo figlio Laio, monarca tebano, s´attira la collera d´Era, custode dei matrimoni, con una scandalosa liaison omosessuale: aveva rapito Crisippo, la cui morte desta l´ira d´Apollo; tre oracoli predicono sventura se avesse un figlio da Giocasta. Ne nasce uno e i genitori lo espongono con le caviglie trafitte da un punteruolo, affinché abbia ancora meno chance senza che l´atto sia tout court infanticida, donde Edipo: quello dai piedi gonfi; nome ormai desueto, indicava i Dattili, figli della Terra (le creature del mondo tellurico hanno passi pesanti). Ma sopravvive, allevato come figlio da Polibo e Merope regnanti su Corinto. Ormai uomo, consulta l´oracolo delfico sul suo vero status familiare (un ubriaco gli aveva dato del bastardo). Risposta ambigua, come spesso sono i detti apollinei: rischia d´essere parricida e marito incestuoso della madre; non è chiaro il modo della predizione, assoluta o ipotetica. Tali essendo le prospettive, sta lontano da Corinto. Andava a Delfi anche Laio, per sapere se sia ancora vivo quel figlio pericoloso: lo incontra in una strettoia; irrompe il carro regio; lo junior ha riflessi pronti; offeso dalla soperchieria, colpisce col bastone quel prepotente lasciandolo stecchito. Gli succede Creonte, fratello della vedova. Tempi funesti. La Sfinge, mandata da Era, imperversa col suo enigma, divorando i défaillants: c´è un animale con quattro, due o tre gambe; quante più sono, tanto meno rapidi i movimenti. Creonte offre regno e mano della vedova a chi liberi Tebe. Vi riesce Edipo identificando il mutante nell´uomo: dapprima locomotore su mani e ginocchia; poi diventa bipede; vecchio e curvo, usa anche un bastone. L´oracolo s´è compiuto: Edipo re, parricida e marito della madre; non lo sanno; e dalle nozze sciagurate nascono quattro figli, Polinice, Eteocle, Antigone, Ismene.
Tale l´antefatto quando Tebe soffre d´una misteriosa peste; secondo Delfi, consultato da Creonte, il miasma dipende dal vecchio regicidio: l´epidemia finirà quando abbiano scoperto il colpevole. Edipo indaga; s´è pubblicamente impegnato; interroga Tiresia, vecchissimo indovino cieco (ancora adolescente, aveva visto nuda Atena); lo sente reticente e insiste; l´alterco svela quasi tutto; non rendendosene conto, fiuta un complotto le cui fila tiri Creonte, ma confida dubbi angosciosi alla madre-moglie raccontando i precedenti, incluso l´evento mortale nella collisione dei carri. L´arrivo d´un messo da Corinto innesca le agnizioni finali: era solo figlio adottivo del Polibo, la cui morte costui notifica; l´aveva trovato un pastore sul Citerone e questo testimone vive ancora; lo scovano. I due sventurati non resistono all´orribile verità: Giocasta s´impicca; lui strappa le fibbie d´oro dal cadavere e se le conficca negli occhi. Qui finiva la storia tebana d´Edipo.
Il séguito (terza e ultima tragedia) ha come scenario un bosco presso Atene, santuario delle Eumenidi, già nefaste potenze infernali: arriva mendicando, accompagnato da Antigone; Ismene porta notizie. I fratelli sono in guerra: il minore, Eteocle, s´è impadronito della città; lo spodestato primogenito vuol riconquistarla con l´armata che raccoglie ad Argo. Edipo li maledice: potevano salvarlo; e quando usciva dal delirio autopunitivo, l´hanno espulso; non gli corrano dietro adesso; soccomberanno tutti. Teseo, re ospitale, gli garantisce tutela se qualcuno avesse disegni violenti. Viene Creonte, falso amico, «ghigno subdolo e lingua affilata»: vuol ricondurlo tra le mura, adoperabile quale totem; ha catturato Ismene; prenderà anche Antigone; tiene discorsi ipocriti; possibile che gli ateniesi accolgano un parricida incestuoso?
Falsario arrogante, risponde Edipo, erano sventure incolpevoli. Il coup de main sulle due è fallito. Ultimo appare Polinice, il cui nome definisce l´anima, «uomo dai mille litigi». Miserabile, viene piangendo dal padre che aveva espulso: vuole il suo avallo contro Tebe; gli assedianti saranno sconfitti; i fratelli morranno, uccisi uno dall´altro.
Invano Antigone l´esorta a desistere: tenterà la sorte senza svelare la predizione ai sei condottieri alleati: forse è solo un desiderio del vegliardo che l´avventura finisca così; se muore, le sorelle lo seppelliscano. Zeus tuona: «Mi chiama»; «Andate in cerca del re», ordina Edipo. Solo Teseo lo vede scendere nell´Ade «in una calma sovrumana» (è esperto del sito, essendovi andato con Piritoo): risuona una voce; «Edipo, cos´aspetti?». Le due figliole tornano a Tebe.
La peripezia finisce nella città salva: gli argivi hanno tolto l´assedio; i due fratelli sono morti (le Fenicie d´Euripide la reinventano presentando Edipo sopravvissuto alla battaglia e Giocasta suicida sul cadavere dei figli). Prologo a due voci a proposito dell´editto emanato da Creonte: l´assalitore resti insepolto; sarà lapidato chiunque compia o tenti riti funebri.
Antigone, antagonista del tiranno, parla e posa da virago: Edipo è l´uomo dai piedi gonfi; lei ha l´Io ipertrofico; cerca «luminosa gloria» a costo della vita. Ismene incarna una dolente sensibilità femminile: già sono oppresse dalle sventure familiari; non le aggravi temerariamente; da parte sua subirà la forza iniqua dei vivi chiedendo perdono alle ombre; sarebbe follia sfidarli. Creonte era persona ostica, l´abbiamo visto nella seconda e terza pièce della trilogia.
Tale rimane in vesti regali: qualcuno ha sparso terra sul cadavere, annuncia una delle guardie; e lui sospetta che suoi avversari le abbiano comprate; lo scovino o morranno male. Non avevano visto niente, protesta: comandi e lo giurano; o impugnano un ferro incandescente o passano nel fuoco, due classiche ordalie. Secondo episodio: riappare la guardia, allora penitente, adesso radiosa, spingendo Antigone; «eccola qui»; e racconta come l´abbia sorpresa sul fatto mentre ripeteva l´atto delittuoso; «prendila, fanne quel che vuoi»; confessi il delitto. Non poteva essere ritratto meglio l´homunculus oboediens (ad esempio, i gendarmi dall´aria perbene che sorvegliano gl´imputati nelle fotografie dei dibattimenti post 20 luglio 1944 davanti al Tribunale del popolo nazista, destinati a turpi supplizi). Nel dialogo tra i due congiunti, zio e nipote, pulsano violente antipatie: coatta dal bisogno d´esibirsi, lo provoca (se la paura non chiudesse le bocche, quel gesto sarebbe celebrato); lui non ammette che «sia una femmina a comandare». Nobilmente Ismene confessa una correità morale, rimbeccata dalla sorella: e più che affetto, lo direi egotismo; vuol riempire la scena da sola. «Due pazze», commenta il tiranno, archetipo del potere politico naturalmente ottuso.
Segue un dialogo impossibile col figlio, al quale Antigone era promessa. Gli spiega che fattore distruttivo sia l´anarchia: abbatte gli Stati, sovverte le case, scatena disfatte; l´ordine ante omnia; e «mai cedere a una femmina». D´accordo sui teoremi, risponde diplomaticamente Emone, ma consideri l´altro lato della questione. No, «costei è infetta dal malanimo». I tebani pensano diversamente. Non gl´importa, lo Stato è possesso legittimo del sovrano. Così regnerà nel deserto (corrono gli anni d´oro dell´Atene democratica).
Creonte, sinora raziocinante su premesse dogmatiche, scoppia d´ira: comanda che gliela portino e sia uccisa lì; Emone gli dà del folle e corre via. Servili i coreuti (15 vecchi, organo vocale d´un labile sentimento collettivo). Infine, decide: Ismene esce indenne; Antigone sarà chiusa in una caverna con del cibo; se vuole, Ade la salvi (ancora ordalìa, meno pericolosa della deiectio e rupe Tarpeia, dove al paziente resta una sola chance, che qualche dio lo prenda a volo, rompendo la serie causale). S´è spenta la fiammata dell´inflazione psichica. Antigone esce gemebonda: ecco l´ultimo suo sole; va all´Acheronte, sposa d´Ade; morrà come Niobe, trasformata in rupe; comandi iniqui la mandano nella prigione-tomba; «trascinata così, senza amici né sposo», «mi tolgono questa luce». Creonte taglia corto: la portino via; là dentro può vivere o lasciarsi morire. Il coro rende ossequio al tiranno. Chiude l´autocompianto un´inutile mozione d´affetto: «O Tebe, terra dei miei padri, o celesti progenitori»; «guardate la figlia dei vostri re, che cosa deve patire e da quali uomini», avendo adempiuto un dovere morale.
Siamo allo scioglimento, in lingua aristotelica, catastrofe. L´annuncia Tiresia, àugure, quindi ornitologo: seduto nella specola, ascoltava i rumori d´una zuffa furiosa d´uccelli; fenomeni allarmanti, né riusciva la prova delle fiamme sull´altare. L´insepolto contamina Tebe: gli dèi rifiutano i sacrifici; ripensi gli ordini, insistere sarebbe stupidità arrogante. Creonte sospetta ancora manovre politiche e oracoli venali. A parole, non demorde: il corpo del nemico pubblico rimarrebbe dov´è anche corresse tutto l´oro indiano e le aquile portassero i lacerti infetti alla sede del Padre Zeus; «la mia volontà non è in vendita»; ma le iperboli mascherano un panico religioso ("orghé", "horror", "tremor", ecc.) Le Erinni sono già al lavoro, affermava l´indovino cieco, mai smentito dai fatti. Sia prudente, consigliano i coreuti, meno succubi perché lo vedono malfermo. S´è arreso, dicano il da farsi: Polinice sepolto e Antigone libera, subito; le sciagure arrivano fulminee. L´Esodo, infatti, è una sequela calamitosa narrata dal messo: bisognava cominciare dalla sepoltura, poi aprono la caverna; sale un pianto; Antigone s´era impiccata col lino della veste; Emone l´abbraccia; chiamato dal padre, gli sferra un fendente; l´altro lo schiva, allora si pianta la spada nelle viscere; consumeranno le nozze agl´inferi. Quantum mutatus ab illo: Creonte porta in braccio il figlio e s´incolpa dell´accaduto; era demente, ostinato negli errori.
Particolare notevole: non evoca agenti esterni; ammette una colpa, anzi vergogna sua, mentre era antica abitudine greca disfarsi dell´angoscia causata da stati d´animo funesti proiettandoli; "ate" è il nome mitologico della causalità psichica, vedi l´autodifesa d´Agamennone (Iliade, XIX). Non mendica scuse: scelte personali conducevano al colpo con cui un dio l´ha stordito, del quale parla nella battuta seguente; assurdamente le riteneva giuste. Vistolo sgomento, quindi innocuo, i vecchi calcano la mano: è tardi ormai; doveva convertirsi prima. Non ha ancora toccato il fondo. Il secondo messo porta l´ultima notizia funesta: è morta anche Euridice, sua moglie, trafiggendosi; e l´ha maledetto attribuendogli la morte dei due figli (l´altro era Megareo, caduto su una delle porte: lo nomina Eschilo nei Sette a Tebe). E storia nera quella d´Edipo e famiglia; compendiamola in una massima dell´autocrate convertito: i conati umani sono «dolorosi e inutili». Antigone sconta i Todestriebe acuiti dall´Io gonfio: inseguiva la «bella morte»; gliel´aveva detto anche Ismene («vai, innamorata dei morti, se così hai deciso»: Prologo). Insomma, era predestinata al suicidio.
In sede etica e politica semina idee capitali, talvolta fraintese, questo trentaduesimo dramma con cui Sofocle vince il concorso dell´anno 442 a C.: lo Stato non incarna valori assoluti, anzi cova grovigli d´interessi impuri; siamo animali deboli, con midolla manipolabili, vedi quel coro pieghevole, quindi l´unico scudo contro le sbornie comunitarie è l´analisi critica. Chiunque li detti, i dogmi non meritano il sacrificium intellectus, tanto meno quando servano interessi riconoscibilmente particolari, né vigono criteri infallibili, tali non essendo nemmeno le asserite leggi divine: siccome ogni scelta implica rischi, l´importante è spendersi nella ricerca della soluzione meno dubbia, secondo la misura dei talenti individuali; nessuno creda d´essersi salvato l´anima con un torpido mimetismo. Sotto quest´aspetto la mancata sposa d´Emone tramanda un archetipo ammirevole.

Repubblica 25.3.08
Aborto, testamento biologico, due temi per una battaglia di civiltà
Come si decide della propria vita
di Ignazio Marino


"Qual è l´obiettivo della moratoria proposta da Ferrara: rendere illegale l´interruzione volontaria di gravidanza sarebbe un gravissimo errore"

Nell´intervenire sul recente dibattito scatenato dalla proposta di Ferrara di una moratoria sull´aborto devo necessariamente fare ricorso alla mia esperienza personale di medico. Anche se la mia specializzazione, la chirurgia dei trapianti, non ha direttamente a che fare con l´ostetricia e la ginecologia, quando, da studente e poi da giovane medico, frequentavo il pronto soccorso del policlinico universitario dove studiavo (...) ho visto morire donne per emorragia o per l´infezione che seguiva all´aborto clandestino. Ho visto negli stessi anni anche delle giovani ragazze, che avevano maggiori possibilità economiche, rivolgersi a una casa di cura romana, Villa Gina, tristemente famosa per gli aborti clandestini, e altre forse ancora più benestanti che, invece, si recavano a Londra, perché in Inghilterra esisteva già una legge sull´aborto. Quindi io credo – e su questo mi sono confrontato anche con persone di fede e con visioni della vita differenti – che uno Stato laico debba necessariamente avere una legge sull´aborto. Anche il cardinal Martini, in un dialogo pubblicato sull´Espresso nell´aprile del 2006, ha affermato che uno Stato laico non può non avere una legge sull´aborto e che la questione di coscienza è diversa rispetto alla legislazione di uno Stato laico.
Le prime a soffrire profondamente di fronte all´aborto sono proprio le donne che si trovano ad affrontare nella loro vita un momento così difficile e drammatico, e certamente né Giuliano Ferrara né io né altri uomini possiamo anche solo lontanamente immaginare la sofferenza e il dolore, fisici e psicologici, che un evento di quella natura possa portare nella vita di una donna. E, d´altra parte, penso che in un mondo ideale l´aborto (intendo dire l´interruzione volontaria di gravidanza, che ovviamente è cosa diversa dall´aborto terapeutico) non dovrebbe esistere. Devo affermare però che questa idea della moratoria nei confronti dell´aborto mi lascia molto confuso e mi chiedo: qual è l´obiettivo di questa moratoria? È, forse, quello di rendere illegale l´interruzione volontaria di gravidanza e quindi tornare all´aborto clandestino? Forse non sono così intelligente da capire qual è l´obiettivo finale, ma certamente, se fosse quello di abolire una legge equilibrata come la 194 dalla giurisprudenza del nostro paese, sarebbe un gravissimo errore.
Non sono però d´accordo con la proposta, lanciata proprio dalle pagine di MicroMega, di abolire l´obiezione di coscienza sull´aborto. Chi crede in una vita che supera la nostra condizione materiale, nei confronti dell´embrione riterrà giusto il principio di precauzione. E uno Stato laico deve rispettare questa posizione ed è anche per questo che la legge 194 è una legge equilibrata. Una situazione molto diversa è invece quella dell´obiezione di coscienza nei confronti del testamento biologico, dove, al di là di qualunque convinzione basata sui propri ragionamenti o sulla propria fede, si tratta di rispettare, o non rispettare, le indicazioni date da un individuo esclusivamente su se stesso. In questo caso, quindi, non si ha a che fare con un altro individuo. (...)
Se noi non abbiamo oggi una legge sul testamento biologico non è stato solo a causa della contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra, ma anche a causa delle divisioni che ci sono state su questo argomento all´interno della coalizione di governo. Io sinceramene non ho ancora capito se chi sostiene che la legge sul testamento biologico può diventare un piano inclinato verso l´eutanasia non è capace di leggere il testo e di capire effettivamente quali sono le sue implicazioni, oppure se vuole sostenere ad arte che quella legge possa portare a dei risultati che invece proprio essa stessa contrasta.
Io sono personalmente contro l´eutanasia. Nel maggio del 2000 – molti lo ricorderanno – mi venne chiesto di entrare in sala operatoria per dividere i corpi di due sfortunate gemelle siamesi, due persone che riconoscevano la madre, due individui da ogni punto di vista anche se condividevano il cuore e il fegato. Io capivo che decidendo di uccidere una di esse si poteva tentare di salvare l´altra, ma mi resi assolutamente indisponibile perché non ho studiato medicina per poi usare le mie competenze per uccidere una persona, anche se l´obiettivo può essere compassionevole. Quella che ho proposto è invece una legge per dare la possibilità, soltanto a chi lo vuole, di fornire delle indicazioni sulle terapie che ritiene accettabili, indicazioni che valgano anche nel momento in cui una persona non si può più esprimere. Esattamente quello che ogni cittadino può fare, sulla base dell´articolo 32 della Costituzione, quando entra in un ospedale e firma il consenso informato. Se un cittadino che deve fare una gastroscopia dice: «io non voglio un tubo che mi entri dalla bocca, mi scenda giù per l´esofago e arrivi nel mio stomaco», nessuno potrà obbligarlo a sottoporsi alla gastroscopia. Per quale motivo, invece, su una persona che non ha più nessuna possibilità di recupero dell´integrità intellettiva deve esistere la possibilità di fare qualunque cosa, a prescindere dalla volontà espressa in precedenza da quell´individuo? Questo è il vero punto di discriminazione.

Corriere della Sera 25.3.08
L'identikit. Giovani, colti, appartengono alla classe media Il Web È lo strumento usato per aggirare i controlli
I nuovi turisti del sesso
Gli italiani in testa alle classifiche 80 mila l'anno in cerca di minorenni
di Ga. Ja.


È giovane, ha poco meno di 30 anni. È tecnologico, scivola nei meandri della Rete come un pesce dentro l'acqua. È di cultura media, non necessariamente con un reddito alto, e ama visitare un po' tutto il mondo, dal Kenya alla Colombia, dalla Cambogia all'Ucraina. Ed è, sempre più spesso, italiano.
Il nuovo identikit del «turista sessuale con minori » — definizione giuridicamente asettica, che cela l'orrore di due milioni di piccole vite violentate e spezzate per sempre — è un pugno nello stomaco del nostro Paese. Sono oltre 80.000 i viaggiatori che ogni anno lasciano la Penisola per andare a caccia di sesso proibito, con bambini e adolescenti; non solo pedofili (il 3% del totale), ma soprattutto uomini e donne normali. Lo dicono i dati raccolti dall'Ecpat (End Child Prostitution, pornography And Trafficking in children for sexual purposes), una rete internazionale di Ong presente in 70 Paesi. In Italia, Ecpat è attiva dal 1994 (www.ecpat.it). Nel 1998 le sue azioni di lobbying hanno contribuito alla nascita della legge 269 (poi migliorata dalla 38/06), che combatte lo sfruttamento di prostituzione, pornografia e turismo sessuale a danno dei minori, anche quando il fatto è commesso all'estero; è grazie a questa normativa che nel marzo 2007 il veronese Giorgio Sampec è stato condannato a 14 anni di carcere, e nel settembre scorso, a Trento, un 55enne è finito in manette per aver commesso atti sessuali con ragazzine thailandesi e cambogiane tra i 12 e i 16 anni. Nel 2000, infine, Ecpat ha promosso il «Codice di condotta dell'industria italiana del turismo».
Ma nella primavera 2008, per Ecpat Italia è di nuovo allarme rosso. «Negli ultimi anni — spiega il presidente, l'avvocato Marco Scarpati — l'italiano ha scalato pesantemente i primi posti di questa terribile "classifica": se prima in alcuni Paesi eravamo fra le prime 4-5 nazionalità, oggi siamo i più presenti in Kenya (il 24% dei clienti di prostituti/e minorenni è italiano, contro il 38% di "locali"), Repubblica Dominicana, Colombia...». La soglia di attenzione si alza, e si abbassa l'età del turista sessuale, «che non corrisponde più al cliché del "vecchio ricco e bavoso". La media è intorno ai 27 anni, i low cost permettono di spostarsi di più, il Web consente di gestire tutto da soli e di oltrepassare le "dighe" che avevamo cercato di erigere a difesa di questi ragazzi». Come gli accordi con catene alberghiere e tour operator, che in alcuni Paesi vietano l'ingresso in hotel ai minori non accompagnati da un genitore o un tutore. O le alleanze con i tassisti, sguinzagliati a «controllare» i predatori di bambini. «Ma oggi il turista sessuale sa come trovare un autista clandestino, alberghi "senza stelle" e senza formalità, contatti locali che lo aiutino a "cavarsela" in caso di denuncia...». E i nuovi territori di caccia si spingono in luoghi lontani e quasi dimenticati: in Mongolia, per dire, una segnalazione ad Ecpat Italia «ha rivelato l'esistenza di tour operator che organizzano viaggi a sfondo sessuale, presentandoli come battute di pesca sportiva». Tutto online, sfuggente, inafferrabile; intercettare i flussi è complicato e costoso, il materiale si scambia in siti peer-to-peer che come garanzia per l'ingresso richiedono foto del «candidato » impegnato in situazioni hard con minori.
Dai dossier di Ecpat, nati da indagini sul campo e dossier medici, interviste a beach boys e giovanissime jineteras («i ragazzi in genere sono più grandicelli, dai 13 ai 18, per le bambine la fascia è 11-15 anni»), affiora il ritratto «di un italiano turista del sesso che in Kenya, ad esempio, una volta su 2 non vuole il profilattico. In molti poi filmano gli incontri, anche con il cellulare, e li mettono in Rete». C'è poi il mondo inesplorato del turismo sessuale femminile, «fatto di donne dal reddito e livello culturale alti; le mete? Kenya, Gambia, Senegal, ma anche Cuba, Brasile, Colombia».
Da parte sua, Ecpat non sta con le mani in mano: ci sono i progetti di cooperazione e i centri di recupero nei Paesi a rischio (tra gli ultimi nati, quello in Bulgaria, «ci arrivano bambini che hanno avuto fino a 6.000 "clienti" l'anno»), formazione congiunta per poliziotti italiani e stranieri, progetti di campagne sociali («se l'età del turista sessuale è calata in modo così drammatico, questo significa che la prevenzione, qui, va fatta sin dall'adolescenza»). Perché l'Italia, Paese d'origine di tanti predatori del sesso, è anche in prima fila tra chi li combatte: «Come finanziamenti governativi, siamo al primo posto in Europa e sul podio mondiale. Un impegno costante, dal 2000 ad oggi», conferma Scarpati. L'appuntamento, ora, è per il III Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei minori, organizzato da Ecpat, Unicef e Ong per la Convenzione dei diritti dell'Infanzia. Luogo: Rio de Janeiro. Data: dal 25 al 28 novembre prossimi. L'Italia, anche stavolta, ci sarà.

Corriere della Sera 25.3.08
Polemica con Formigoni sulle linee guida per l'aborto: vado avanti anche se ci sono veti
La Turco: rianimare i prematuri
Nota inviata agli ospedali: nessun limite di settimane se possono sopravvivere
di Margherita de Bac


I medici decideranno se e come assisterli, evitando accanimento terapeutico e indipendentemente dal consenso dei genitori

ROMA — «I neonati prematuri devono essere rianimati per osservare se possiedono capacità vitali tali da far prevedere possibilità di sopravvivenza anche a seguito di cure intensive». Tradotto in un linguaggio più snello rispetto a quello tecnico: tutti i bambini partoriti con grande anticipo rispetto alla scadenza naturale — parliamo di 22-25 settimane — vanno aiutati col respiratore artificiale, senza tenere conto della loro età.
Diventa un atto di indirizzo per i centri italiani di ostetricia e neonatologia il parere approvato il 4 marzo scorso dal Consiglio Superiore di Sanità. Ad annunciarlo è il ministro della Salute, Livia Turco: «Trasmetterò alle Asl, attraverso le Regioni, quel testo che quindi assume le caratteristiche di linee guida per gli operatori. E' stato espresso da un organismo di esperti, di tecnici. Non è una presa di posizione fine a se stessa, ma ha un valore operativo». Quindi, per la rianimazione di queste minuscole creature niente limiti definiti sulla base del tempo gestazionale. Il medico deciderà se e come assisterli al momento del parto, evitando accanimento terapeutico e indipendentemente dal consenso dei genitori.
Iniziativa unica. Di solito i documenti del Consiglio, ora coordinato dal professor Franco Cuccurullo, vanno ad arricchire la letteratura di riferimento e, al massimo, orientano le scelte del ministero. Stavolta il parere viene adottato per intero e trasformato in una nota informativa, come si chiamano adesso gli atti di indirizzo. Il contenuto rispecchia le posizioni garantiste già espresse dal Comitato nazionale di bioetica e dai docenti universitari di ostetricia degli atenei romani. «In questo caso la raccomandazione ha un doppio valore — insiste la Turco —. Non solo espressione dell'autorità politica ma anche scientifica».
Questa settimana o la prossima le Regioni potrebbero ricevere anche le linee guida della 194. Il ministro non ha infatti intenzione di fermarsi, anche se la Lombardia continuerà a dissociarsi, come è accaduto nell'ultima riunione della conferenza Stato-Regioni. La titolare della Salute è molto decisa e allo stesso tempo contrariata dall'atteggiamento del governatore Roberto Formigoni «che prima ha appoggiato formalmente l'accordo, attraverso l'assessore alla sanità Borsani e al capo di gabinetto, e poi in sede tecnica ne ha preso le distanze in modo pretestuoso, senza argomenti.
Dunque anche se la Lombardia non ci ripensa io tradurrò quell'atto in indirizzo del governo. Non basta un veto per fermarmi. Sono certa che altre Regioni lo faranno proprio con una delibera, come Liguria e Emilia Romagna ».
Le linee guida indicano una serie di interventi per la piena applicazione della legge 194 sull'aborto, soprattutto definiscono e ribadiscono il ruolo dei consultori che devono essere organizzati in modo tale da offrire alla donna il sostegno per affrontare un'interruzione volontaria di gravidanza, per prevenirla e per essere informate sulla contraccezione. «Eravamo d'accordo anche con il centrodestra, con Provincie e Comuni — accusa il ministro —. Noi abbiamo tenuto conto nella premessa delle richieste della Lombardia, stabilendo che l'autonomia delle Regioni viene rispettata. Dunque non c'è ragione di rimangiarsi la parola. E' un pretesto vergognoso, si vuole fare della 194 un uso politico. Uno sfregio al senso di cooperazione ». E ancora: «Formigoni vuole applicare il federalismo fai-da-te e respinge il ruolo di coordinamento di un'autorità centrale».

Corriere della Sera 25.3.08
La mamma di Harry Potter: orgogliosa di esserne uscita
Il segreto della Rowling: ho pensato al suicidio
«Avevo 20 anni, una figlia ed ero senza soldi»
di Guido Santevecchi


LONDRA — L'inizio degli anni Novanta, una madre sola, in preda alla depressione, cerca aiuto dal suo medico del Servizio sanitario nazionale a Edimburgo. La dottoressa è in ferie e la riceve il sostituto che non capisce la gravità della situazione e se la sbriga consigliandole di parlare di tanto in tanto con l'infermiera se si sente ancora giù. La giovane donna però è sull'orlo del suicidio, perché ha appena divorziato dal marito, abita in una stanza dei servizi sociali, non ha neanche i soldi per l'affitto e si sente terribilmente insoddisfatta. Quella ragazza si chiamava Joanne Rowling e allora era sconosciuta: oggi che ha firmato come JK Rowling l'ultimo dei sette romanzi della saga di Harry Potter, è la prima scrittrice vivente ad aver guadagnato un miliardo di dollari e secondo la classifica di Forbes è più ricca della regina, non ha dimenticato quei giorni di disperazione e ha raccontato come era arrivata a un passo dal togliersi la vita.
«Le circostanze della mia esistenza quando avevo vent'anni erano davvero miserabili, sono precipitata. Ero a terra, non mi sentivo solo abbattuta, sto parlando di pensieri di suicidio. Ma c'era Jessica, mia figlia, e mi dicevo che non era giusto che crescesse con una madre in quello stato. È per lei che andai a chiedere aiuto», ha detto la Rowling al giornale dell'Università di Edimburgo. Il medico di turno non le diede importanza e ora lei, che già in passato aveva accennato alla sua depressione, ammette che probabilmente l'avrebbe fatta finita. Se qualche settimana dopo non avesse ricevuto una telefonata. Era la sua dottoressa che, tornata al lavoro, aveva letto le note lasciatele dal sostituto e aveva capito.
«Mi ha salvato, perché non credo che avrei avuto il coraggio di tornare una seconda volta», spiega la scrittrice. Il consiglio fu di cominciare una terapia di «comportamento cognitivo » che la fece riemergere e le restituì l'equilibrio. «Non ha mai provato vergogna per la depressione, mai. Sono orgogliosa di esserne uscita», ha detto al giovane intervistatore della rivista studentesca Adeel Amini.
In passato la Rowling aveva raccontato di come le era venuta l'ispirazione per Harry Potter. Dopo il divorzio dal primo marito, un giornalista portoghese, era tornata in Gran Bretagna. Si trovò bloccata per quattro ore in attesa di un treno in ritardo: «Mi misi a pensare per occupare il tempo e Harry entrò nella mia testa già completamente formato, con i suoi amici, la sua scuola». Era laureata in letteratura e lingua francese, ma riusciva a trovare solo impieghi frustranti da segretaria. Passava ogni momento libero a perfezionare il mondo magico di Harry, immaginava le sue avventure mentre spingeva la carrozzina con Jessica nelle strade di Edimburgo. Quando la bambina si addormentava entrava in un caffè e scriveva a mano per ore: quel tavolino più accogliente delle pareti della sua casa «squallida e deprimente» le costava solo il prezzo di un bicchiere d'acqua e di un espresso. Harry Potter era il suo modo di sfuggire alle paure della vita, faceva parte della terapia.
Poi cominciò la battaglia per far stampare il manoscritto, completato nel 1995. Finalmente trovò un editore, Bloomsbury, che però non voleva pubblicare un libro di avventure per ragazzi firmato da una donna: così le suggerì di firmarsi J Rowling; lei aggiunse la K di Kathleen, il nome di sua nonna. Era nata JK Rowling, seguirono i sette libri pubblicati in 65 Paesi, venduti in più di 400 milioni di copie, trasformati in film, prodotti di merchandising: un giro d'affari valutato in una dozzina di miliardi.
JK Rowling, 42 anni, si è risposata, ha altri due bambini e ha detto che il settimo Harry Potter è stato l'ultimo. Ma ammette di avere «momenti di debolezza» nei quali pensa che forse in futuro potrebbe scrivere ancora un romanzo sul maghetto, perché Jessica, che oggi ha 14 anni, ha già cominciato a fare pressioni sulla mamma scrittrice. Nel frattempo lavora a un romanzo per adulti e a una «fiaba politica».
Una storia a lieto fine quella di Joanne Rowling. «È uno splendido modello di guarigione ed è meraviglioso che abbia deciso di rendere pubblica la sua vicenda», commenta la portavoce della Mental Health Foundation.
E può essere felice anche lo studente Adeel Amini di Edimburgo: la sua intervista è stata ripresa da tutta la stampa internazionale.

il Riformista 25.3.08
Rivolte. Laburisti per la libertà di coscienza
Dodici ministri inglesi contro l'embryo bill
di Mauro Bottarelli


Londra. Dodici ministri pronti a dire addio al governo - e quindi, nei fatti, a farlo cadere portando il paese a elezioni anticipate - e un primo ministro costretto a una retromarcia senza precedenti. In Gran Bretagna il cosiddetto Embryo Bill, ovvero il disegno di legge per rivedere la normativa sulla fecondazione in vitro ma anche dare il via libera ad esperimenti su embrioni uomo-animale, si sta trasformando in un vero e proprio caso di Stato, con la Chiesa cattolica che ha ingaggiato un braccio di ferro con Downing Street.
Per capire il clima in cui si trova il primo ministro bastano due dati: Gordon Brown ha prima tentato di convincere sottobanco i deputati laburisti di fede cattolica (tra cui tre ministri del suo esecutivo) affinché si astenessero dal voto parlamentare sulla nuova legge, e poi ha spostato di mesi il voto trascinandolo praticamente alla fine dell'anno anziché prima dell'estate. Il Chief Whip laburista, Geoff Hoon, aveva approntato una deroga senza precedenti al regolamento che garantisse la clausola di opt-out (ovvero la possibilità di non esprimersi) su temi etici che toccano la sensibilità religiosa dei deputati. I quali, per tutta risposta, hanno denunciato l'accaduto e detto a chiare lettere al primo ministro che loro in aula si recheranno e voteranno contro il provvedimento. Una grana non da poco per il già traballante esecutivo che con il passare dei giorni e delle polemiche ha visto salire a dodici i ministri pronti a dimettersi in caso non venga garantita loro libertà di coscienza all'atto del voto, una pattuglia guidata dai cattolicissimi Des Browne, ministro della Difesa, Paul Murphy, segretario per il Galles e Ruth Kelly, ministro dei Trasporti, già terminata nel mirino dei tabloid e degli avversari per la sua affiliazione all'Opus Dei.
Ma cosa cambierà con l'eventuale approvazione dello Human Fertilisation and Embryology Bill? La prima novità è quella che rende facoltativa la presenza del padre per accedere alla fecondazione in vitro, cosa che comporta il riconoscimento delle coppie omoparentali: in assenza della clausola vincolante finora conosciuta come "need for a father", nulla vieterebbe a una coppia di lesbiche di ricorrere alla fecondazione assistita per concepire insieme un figlio. Inoltre l'Embryo Bill consentirà agli scienziati di creare in laboratorio tre tipi di ibridi uomo-animale: la chimera, ottenuta iniettando cellule animali all'interno di un embrione umano; l'uomo transgenico, che richiede l'iniezione di Dna animale in un embrione umano; l'ibrido citoplasmico, creato trasferendo nuclei di cellule umane, ad esempio cellule della pelle, all'interno di uova di animali dalle quali è stato rimosso quasi interamente il materiale genetico. Unica fattispecie di cui la nuova legge non consente la creazione è quella dei cosiddetti veri ibridi, che si ottengono fondendo uova e sperma umano e animale. Come se non bastasse, la legge prevede anche l'allungamento del periodo massimo di conservazione degli embrioni da cinque a dieci anni, e concede ai laboratori un anno di "cooling off" prima di dover distruggere gli embrioni conservati senza il consenso dei genitori. Ci sono novità, poi, in tema di privacy: grazie all'Embryo Bill i donatori di seme sarebbero sempre tempestivamente informati dallo Stato nel caso in cui i figli concepiti con il loro sperma si mettano a cercare informazioni al loro riguardo, mentre i figli nati da donazioni, al compimento del diciottesimo anno di età, acquisirebbero il diritto a conoscere l'eventuale esistenza di "fratelli o sorelle". E se un sondaggio del Daily Mail vede il 61 per cento degli interpellati schierati al fianco dei ribelli e contro la nuova legge, il duro attacco del cardinale scozzese - proprio come il primo ministro - Keith O'Brien contro «l'abominio di un provvedimento mostruoso, degno di Frankenstein» e il rischio di vedere il proprio governo crollare per un tema etico dopo aver superato un iceberg come quello di Northern Rock potrebbero convincere il primo ministro al più classico degli annacquamenti, magari eliminando le parti più controverse, oppure al ritiro in toto della legge in attesa di tempi migliori e magari di un rimpasto di governo. Il silenzio della Chiesa anglicana la dice lunga sul ruolo preponderante che quella cattolica si sta ritagliando giorno per giorno. Forte anche, forse, di un fratello ex primo ministro ancora molto influente e ascoltato.

Rosso di Sera 25.3.08
Candidature e movimenti
di Elena Canali


Si parla tanto di cambiare la politica, di colmare la distanza tra il ceto politico e la gente…..ma sui fatti concreti le prassi confermano come le aspettative e le richieste della base sono costantemente ignorate e calpestate. Le modalità di costituzione delle liste, operate dai quattro partiti, hanno dato in tutta Italia ulteriore dimostrazione di come la doppiezza del linguaggio sia prassi comune e diffusa: propagandare in pubblico il percorso unitario e aperto del nuovo soggetto politico e praticare nelle stanze dei bottoni esattamente il contrario, fino alle inqualificabili imposizioni dall’alto delle teste di lista, scelte mai condivise con i territori, ma imposte d’autorità!!!
E’ il caso della Sardegna e della Sicilia, dove le proteste dei compagni non hanno avuto ascolto, tanto che il Movimento Sardista, secondo me a ragione, aveva deciso di non votare la Sinistra Arcobaleno alla Camera. Tutto il balletto del “Volemose bene” declamato dai palchi alle realtà di base, alle reti e i movimenti, i vari “Travolgeteci!!!”, si è dissolto al momento di stilare il programma e redigere le liste. Alla faccia della “Nuova politica”!
Non sarà che se tutti insieme prenderemo meno di quanto il PRC prese nelle ultime elezioni da solo un motivo c’è? Non sarà che di queste modalità la gente ne ha le scatole piene? Non sarà che la doppiezza del messaggio, la non coerenza tra il dire e il fare, il non mantenere la parola data, che per molti di noi sarebbe ancora un valore, oggi la gente non te lo perdona più?
Non sarà che se prendiamo solo il 7 per cento , o anche meno, un motivo c’è e qualcuno deve assumersi delle responsabilità?
*Sinistra Romana

domenica 23 marzo 2008

l’Unità 23.3.08
Billy Bragg, un «politico» dal cuore punk
di Giancarlo Susanna


MUSICA Un anno speciale per il cantautore più testardo e impegnato d’Inghilterra: Bragg compie cinquant’anni e ne celebra venticinque da musicista con un nuovo disco, «Mr Love & Justice» e un libro

Questo è un anno speciale, per Billy Bragg. Il cantautore più testardo e impegnato d’Inghilterra compirà cinquant’anni e al tempo stesso celebrerà venticinque anni di carriera nel music business. Il suo nuovo album, Mr. Love & Justice, è l’ennesima dimostrazione di come la passione per la politica possa convivere (e come!) con della grande musica. Ecco cosa ci ha detto l’incorreggibile Mr. Bragg.
L’ultima volta che ti ho visto in concerto eri da solo. Nel nuovo tour ci sarà il tuo gruppo?
«Penso che sarò da solo, anche se l’album è stato realizzato con la band. Fare concerti con il gruppo può essere molto dispendioso. E poi suonare da solo è più eccitante. Puoi rispondere al pubblico, ma anche alle cose che succedono e che ti capita di leggere sul giornale. Mi piacerebbe parlare di queste cose e in fondo questo è quanto dovrebbe fare Billy Bragg».
Tu hai cominciato proprio così. Motivi economici o è stata una scelta precisa?
«È stata una scelta. L’idea era di provare a fare questo lavoro nel modo più essenziale e in un certo senso più piatto. Avrei dato tutto al pubblico senza nascondermi. Sarei stato solo come un uomo che cammina sul filo. Mi sono detto che a cinquant’anni avrei voluto aver percorso la mia strada in un modo pericoloso e difficile. Avrei voluto aver dato tutto. Poteva anche non funzionare. E invece ha funzionato. Sono qui, ho cinquant’anni e ha funzionato. Incredibile».
Quando hai cominciato avevi qualche modello? So che conosci e ami folksingers come Martin Carthy, Leon Rosselson o Dick Gaughan.
«Non avevo veramente un modello. Avevo un’idea di come la musica folk potesse avere un lato politico. Anche durante il periodo punk ero consapevole della forza del folk. C’erano persone come Dick Gaughan che sostenevano lo sciopero dei minatori e quando io sono andato a fare dei concerti nel nord dell’Inghilterra, nelle miniere di carbone, i folksinger erano già lì. Erano lì dall’inizio dello sciopero, perché questo è parte della loro tradizione. Ho conosciuto Dick Gaughan e Leon Rosselson così. Non li avevo mai sentiti prima. Conoscevo Martin Carthy, ma questi folksingers più politici sono stati un insegnamento per me».
La novità che hai portato tu era la chitarra elettrica.
«La mia tradizione era il punk ed ero consapevole che se avessi suonato un’acustica, sarei dovuto andare nei folk club. Non era quello il pubblico che volevo. Io volevo un pubblico punk. Suonare la chitarra elettrica è stato un elemento importantissimo. Adesso può sembrare una cosa vecchia, ma fino a quel momento nessuno lo aveva fatto. Per molte persone era strano, ma non per me. A me è sempre piaciuto suonare da solo».
Quel periodo non è stato il migliore per i cantautori.
«È vero. Era l’epoca dei New Romantics, in cui lo stile era più importante dei contenuti. Io invece ho sempre pensato il contrario. E poi se tutti vanno in una direzione, tu devi andare in quella opposta. Se tutti fanno zig, tu devi fare zag. Dal punto di vista culturale questo conta molto: ci sono sempre persone che cercano qualcosa di diverso. Se riesci a trovare persone così, puoi costruire una carriera».
Tu sei un cantautore che parla dei problemi della gente comune. Un po’ come fa Ken Loach con i suoi film.
«La musica è un grande veicolo per riflettere. E i cantautori sono tra quelli che riflettono di più. Credo che non bisognerebbe guardarsi troppo dentro e alcuni cantautori sono troppo introversi. Sono convinto che sia meglio occuparsi di quello che accade fuori di noi, ma non voglio dire a nessuno cosa dovrebbe fare. Ogni cantautore segue la sua Musa. La mia mi ha sempre incoraggiato, ispirato a riflettere il mondo che mi circonda tanto quanto quello che accade nella mia stanza».
Un dato essenziale del tuo stile è la melodia. Le cose di cui parli viaggiano sulle ali di una musica suggestiva.
«La cosa che conta di più per me è intrattenere il pubblico. Se lo fai, ottieni la sua attenzione. Se lo fai, le persone si concentrano. Così riesci a dire loro le cose che intendi comunicare. Non dimentico mai di essere soprattutto un entertainer. Non sono un politico. Avere l’attenzione del pubblico mi offre l’opportunità di parlare delle cose in cui credo appassionatamente».
Questa volta però, il pubblico è stato costretto ad aspettarti sei anni.
«Ho una scusa seria: ho scritto un libro. Ho dovuto rispondere all’elezione di consiglieri fascisti nella mia città (East London, n.d.r.). Ci voleva qualcosa di più di un disco e ho pensato di scrivere un libro. Mi scuso per aver fatto passare tanto tempo dal mio ultimo album, ma era una cosa che dovevo assolutamente fare. Il mio mestiere non è fare il cantautore. Il mio mestiere è comunicare. A volte scrivo un libro, a volte una canzone, a volte mi rivolgo ai vostri lettori, ma tutto è legato alla comunicazione, alla necessità di offrire un punto di vista differente sul mondo».

Repubblica 23.3.08
Il Duca e il mistero del lago fantasma
I paesaggi di Piero
di Michele Smargiassi


Piero della Francesca è il pittore degli enigmi: i suoi dipinti sono pieni di simboli, allusioni, dettagli che rimandano a intrighi e perfino ad autentici "gialli". Ma nessuno finora aveva provato a sovrapporre i suoi panorami di fantasia a quelli reali e attuali. Ora la lacuna è stata colmata da due appassionate "cacciatrici di sfondi" che hanno percorso il Montefeltro in lungo e in largo fino a trovare le "location" che fanno da fondale al "Dittico degli Uffizi"
Nel baule dell´auto Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata della zona e l´opera omnia del pittore Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo

Urbino. Li hanno sotto il naso da mezzo millennio e non se n´erano accorti. I paesaggi di Piero. Proprio come li hanno letteralmente sotto il naso i due duchi, Federico da Montefeltro e la sua consorte Battista, nei ritratti gemelli che ce ne tramandano i profili, robusto e roccioso lui, levigata ed opalescente lei. Quelle colline verdastre, quegli specchi d´acqua, quei campi trapunti di alberelli non sono sfondi immaginari, non sono paesaggi idealizzati e simbolici come tanti critici hanno detto e scritto: quei rilievi e quei fiumi hanno un nome, un´identità, un indirizzo. Li si può andare a trovare, ancora oggi. Li stiamo andando a trovare, in effetti. Eccoli. Coi talloni nel fango di una vecchia carraia che s´inerpica sopra l´abitato di Urbania, in mano le riproduzioni del Dittico degli Uffizi, frughiamo con gli occhi la piana dove il Metauro, in meandri alberati, svanisce verso l´orizzonte. Dal paradiso dei pittori, Piero della Francesca ci vuol bene: ci ha prenotato una giornata fresca, luminosa, rugiadosa, c´è persino quella leggera foschia bassa, come nel mattino eterno delle sue tavole.
E lo vediamo. Si chiama monte Fronzoso. Il suo profilo a piramide è più netto a sinistra, appoggiato a un colle più basso sulla destra. Nella tavola, proprio sulla verticale del nasone aquilino di Federico, il colle dipinto ha lo stesso, identico aspetto. Bisogna ammetterlo. Persino le stesse ombre. «Convinto adesso?», sorride di soddisfazione Rosetta, la cacciatrice di paesaggi. «Quando l´ho trovato, per l´emozione non ho dormito tre notti».
Nel baule della macchina Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata del Montefeltro, e l´opera omnia di Piero nelle migliori riproduzioni disponibili. Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo per strade improbabili, fermarsi, scendere, scrutare, confrontare, fotografare. È bello essere un´ex dirigente comunale in pensione, una sessantenne piena di energia. Che voleva dedicare al suo splendido giardino-museo di rose antiche (seicento varietà) oppure ai suoi quadri, paesaggi marchigiani, naturalmente. Ma un giorno, mentre girava un video promozionale per l´agriturismo di un amico, di colpo il deja-vu: «Io qui vedo Piero». Piero chi, chiese l´amico. Piero l´unico, il grande, il "monarca della pittura". Rosetta non per nulla ha un diploma di Belle arti. E ha un´eccellente memoria visiva. La sera a casa, davanti al computer, il confronto tra le foto e i dipinti la convinse di aver visto giusto. «Ma io lo sapevo. Piero era innamorato del mondo che vedeva. Se fu capace di dipingere i nei sulla guancia di Federico, non poteva accontentarsi di uno sfondo di fantasia». Non restava che cercarli, rintracciarli uno per uno, i paesaggi "fotografati" da Piero, e rifotografarli dal punto esatto in cui li vide lui. «Qui ho fatto tagliare due alberi dal contadino, per avere la visuale libera». Tutto pur di strappare a Piero uno dei suoi segreti.
Che Piero sia pittore enigmatico, è cosa nota. Scarne le notizie sulla sua vita, un rompicapo la cronologia delle sue opere, un mistero le allusioni, i simboli, i dettagli disseminati nei suoi dipinti. Sull´identità dei tre personaggi in primo piano nella Flagellazione, conservata proprio qui a Urbino, lo storico Carlo Ginzburg scrisse Indagini che fecero accapigliare le accademie. Al paragone, i paesaggi sullo sfondo del doppio ritratto dei duchi di Urbino (e dei loro allegorici Trionfi, dipinti sul retro delle due tavolette) sono sempre apparsi molto meno problematici ai grandi lettori d´arte. Piero, in fondo, è un maestro dei corpi e delle prospettive architettoniche. E l´invenzione del paesaggio come genere pittorico a pieno titolo doveva aspettare ancora qualche decennio, almeno fino alla Tempesta del Giorgione. Quegli sfondi monfeltrini sono un po´ diversi, è vero, dalle rocailles e dalle colline convenzionali degli altri rari scenari naturali dei dipinti di Piero. Ma anch´essi da liquidare in poche righe. Paesaggi «severi e dignitosi» ma impersonali, tagliò corto il Berenson. «Non uno scenario ma un luogo della mente», stabilì il Focillon. «Paesaggio simbolico» in cui «non si possono identificare precisi elementi topografici», riprese lo Hartt, per il quale anche le quattro barche dipinte dietro i Trionfi sono solo un´allegoria delle virtù cardinali.
Eppure è perfino ovvio che lo sfondo di un ritratto encomiastico debba avere qualche relazione con l´omaggiato. Il dittico di Urbino, oltretutto, era uno speciale oggetto d´affezione per Federico, duca guerriero, condottiero illuminato, sovrano umanista: lo aveva commissionato al suo protetto, amico e quasi coetaneo Petrus de Burgo Sancti Sepulchri, pittore già affermato, non per esporlo, ma per tenerlo vicino a sé, piegato in due come un libro, riposto in uno scaffale del suo meraviglioso studiolo intarsiato, da aprire in solitudine, tuttalpiù con gli intimi, sospirando di rimpianto per la sua amata Battista, morta prematuramente di parto nel 1472. Si può immaginare che Federico volesse avere sempre con sé non solo il volto dell´amata, ma anche il panorama che avevano condiviso, che adorava, le dolci colline del Montefeltro, i suoi possedimenti, i luoghi del riposo, della caccia, della sovranità. A questo, fin dai tempi di Plinio, servivano i parerga, paesaggi "proprietari", dipinti sulle pareti domestiche per deliziare ogni giorno l´occhio del loro padrone. Piero del resto, ce lo assicura Vasari, era il pittore più adeguato al compito, essendo il «miglior geometra che fusse ne´ tempi suoi». Sapendolo, alcuni studiosi hanno tentato di essere più precisi nell´identificazione: il Clark parla di «domini» ducali, Caldarelli di «terra di Urbino», Paolucci addita deciso il Montefeltro, Battisti azzarda, avvicinandosi alla verità, la valle del Metauro. Altri però si dirigono lontano, Bertelli pensa di vedere Volterra, Salmi addirittura il Trasimeno e la Valdichiana.
«Non voglio insegnare niente a nessuno, gli studiosi ne sanno più di me», ammette Rosetta, «ma non s´allontanano dalle loro scrivanie. Io quei paesaggi li ho cercati, trovati, e glieli metto volentieri a disposizione». Delle sue scoperte, Rosetta farà forse un libro. È preparata alle inevitabili contestazioni dei luminari: «Sono solo una cercatrice». Ma in fondo, perché tanti sforzi? Cosa cambia se Piero questi monti li ha visti, o solo immaginati? «Questo lo diranno gli studiosi. Noi pensiamo solo di avere trovato qualche elemento in più per i loro giudizi».
Non è stato difficile. Bastava ricalcare i passi di Piero. Che per andare dalla sua Sansepolcro a Urbino, dove arrivò la prima volta nel 1460 per soggiornarvi spesso, ospite del padre di Raffaello, aveva a disposizione un´unica strada: la via di San Pietro, delle Capute e di Monte Spadara. «I paesaggi che poi dipinse poteva averli visti solo lì, nei suoi lenti spostamenti, nelle soste su un poggio, all´apertura di una curva». Rosetta ha percorso avanti e indietro la stessa strada: e ha trovato per primo il paesaggio del duca. Poi ha seguito la via che portava Piero agli altri suoi mecenati, i Malatesta di Rimini: e quaranta chilometri più a nord ha pescato anche lo sfondo della duchessa. È l´orizzonte che si abbraccia dalla rocca di San Leo, guardando verso sud. O meglio si abbracciava, perché da allora una parte dello sperone è crollato, e il punto di vista preciso qui Rosetta non l´ha trovato, forse non esiste più. Ma quella collina sotto il mento della Battista, con il suo profilo singolare, c´è ancora: è il Maiolo, solo che c´è voluta una ripresa aerea per capirlo. Del resto, Rosetta non s´affida solo ai suoi occhi. Chiama in aiuto la scienza. Assieme a lei, coinvolta o meglio travolta dall´entusiasmo dell´amica, c´è spesso, come oggi, Olivia Nesci, geomorfologa all´università di Urbino. Tavolette dell´Igm con altimetrie e orografie alla mano, analisi della composizione dei suoli quando serve, accredita o smentisce le proposte di Rosetta. Sul Fronzoso, per esempio, dà semaforo verde: «Osservi, nel dipinto c´è un salto netto di colore fra un versante e l´altro; non sembra solo indicare un´ombra, ma una differenza nel manto vegetale. Ora guardi il monte: anche oggi da una parte c´è il bosco, dall´altra il prato, non è un caso, è l´effetto di una composizione del suolo che improvvisamente cambia, da un lato calcareo-marnoso, dall´altra argilloso...».
«Convinto?», insiste Rosetta. Sì e no. Il Fronzoso lo vedo. Ma il lago dov´è? Si scambiano un´occhiata. Certo, il lago è stato un bel problema. Niente laghi con barche, in Montefeltro. E il Metauro è un torrente stretto, incavato e ghiaioso. Il Tasso diceva: più ricco di gloria che d´acqua. Ma non è sempre stato così. Nel Quattrocento era navigabile: lo dimostrano antichi toponimi (Barcaiola, Marecchia...) e alcune stampe antiche. «Proprio negli anni in cui Piero dipingeva era in atto una "piccola era glaciale" di tre secoli, con grandi piogge e fiumi straripanti», spiega la professoressa Nesci. Il duca, dicono le tradizioni, raggiungeva via acqua il Barco, la sua tenuta di caccia, che forse si intravede nel dipinto, là dove una linea più scura potrebbe essere un antico cerreto, storicamente documentato. Più che un grande lago, lo specchio d´acqua in primo piano potrebbe allora essere un bacino temporaneo, un allagamento accidentale, o magari anche programmato, per creare una zona umida favorevole all´uccellagione: a Urbania ci sono tracce di una chiusa, sotto il ponte antico. Un lago da loisir. «Vede questa sponda arrotondata? E questo sperone triangolare? Si vedono ancora, nei rilievi altimetrici». Non è troppo grande lo stesso, il lago? «Piero era un maestro della prospettiva: e la prospettiva esagera i primi piani». Il bacino sembra passare dietro la figura di Federico, alle cui spalle si nota un altro colle su cui pare d´intravedere una torre. Rosetta e Olivia pensano di riconoscerlo come il paesino di Peglio. Ma la veduta non combacia al cento per cento. Notti intere a incollare col Photoshop le fotografie sul dipinto, e il puzzle non viene mai. Poi una folgorazione: «È un montaggio quasi cubista. Quelle ai due lati del duca sono due vedute dello stesso paesaggio, ma prese da punti di vista diversi, accostate per dare l´impressione di continuità».
Ma ammettiamolo, non tutto torna. «Siamo solo all´inizio della ricerca». Il paesaggio dietro la Battista fa ancora resistenza. Se quello è Maiolo, attorno dovrebbero esserci rilievi un po´ più aspri di quelli che Piero ha dipinto. E di quelle strade e mura, di quella torre dipinta con precisione, non c´è traccia. «Be´, Piero non era davvero un fotografo. Lavorava in studio. Forse su schizzi presi dal vero, ma solo dei rilievi più significativi». Strade, costruzioni, edifici possono essere stati enfatizzati per sottolineare l´operoso buongoverno ducale. Un paesaggio è anche un documento politico. Nello sfondo di Federico, ad esempio, Piero ignora il Sasso Simone che apparteneva ai Medici, con cui il duca non era in splendidi rapporti. Forse per questo il paesaggio dietro ai Trionfi, che non sono più semplici ritratti ma allegorie, è un puzzle in cui si mescolano topografia e mito. Il monte al centro della doppia immagine è quasi certamente il Mont´Elce, sempre nella valle del Metauro, visto da Ovest. In passato si chiamava Mons Asdrubali, perché ai suoi piedi, secondo la tradizione, i romani sconfissero il fratello di Annibale durante la seconda guerra punica. Quale sfondo migliore per l´apoteosi del duca-guerriero in armatura lucente? Lo stiamo guardando nella stessa prospettiva, dalla sommità di Pieve del Colle: ma è tutto un po´ più aspro che nel dipinto. «Però vede? C´è la nebbiolina, nel quadro, che attenua i rilievi». Sì, ma c´è di nuovo un lago fantasma. Un altro, e questa volta sembra lungo lungo, e ha perfino un´isola. Un´altra alluvione? «Laggiù c´è una collinetta, proprio in mezzo alla piana, la chiamano ancora Isola». Non mollano mai, le due cacciatrici di paesaggi. «Faremo qualche rilievo sul fondovalle per vedere se c´è il letto fossile di un bacino fluviale più ampio di quello di oggi».
Ma la sera ormai incombe, e il paesaggio di Piero si va oscurando. La caccia riparte domani, Rosetta? «Non mi sono mai divertita tanto. Non credo che smetterò. Anzi, sa una cosa. Prima, dietro quella curva, penso proprio di avere intravisto un Raffaello».

Repubblica 23.3.08
La Cina e il suo Far West
di Federico Rampini


Nel colosso asiatico in pieno sviluppo è in corso il più vasto esodo umano della storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono verso le città. Teatro di questa migrazione è l´autostrada 312, che attraversa il Paese da est a ovest. Un giornalista l´ha percorsa e racconta il suo viaggio straordinario

Chi ha vissuto la tragedia del Tibet nel resto del mondo non può immaginare la percezione che ne hanno i cinesi. Dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un´indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati. A loro è stato perfino concesso un privilegio negato a quasi tutti i cinesi han: in quanto minoranza etnica i tibetani non sono tenuti a rispettare la regola del figlio unico. Come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.
A pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l´influenza della propaganda, di un´informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d´incomprensione. Sentono montare l´ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il parere dei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell´Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore.
Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell´est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un´anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a "portare il progresso", colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell´elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l´acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere.
A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le "teste di ponte" della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.
Bisogna aver visto questo movimento incessante per capire la Cina di oggi, anche la sua durezza, la sua crudeltà. È lo sforzo che ha fatto Rob Gifford, un giovane veterano tra i giornalisti occidentali in Cina, che frequenta questo Paese dal 1987 e vi è stato corrispondente della National Public Radio americana (l´unica radio pubblica, e di qualità, negli Stati Uniti). Quando ha saputo che stava per concludersi il suo incarico di corrispondente in Cina, Gifford ha deciso di attraversare il Paese on the road. Si è messo in viaggio lungo l´autostrada 312, che attraversa la Cina per quasi cinquemila chilometri da est a ovest, da Shanghai si lancia nel cuore agricolo e povero del Paese fino a raggiungere il deserto del Gobi, e da lì la vecchia Via della Seta.
L´autostrada 312 è, letteralmente, uno spaccato della Repubblica popolare: la taglia longitudinalmente e soprattutto la viviseziona. Consente di fare un viaggio nello spazio e nel tempo, dalla Cina più ricca e avanzata alle zone che sono ancora Terzo mondo. La 312 stessa è un microcosmo perché la Cina di oggi è una nazione in eterno movimento. È il teatro del più vasto esodo umano mai accaduto nella storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono dalle campagne verso le città. Le autostrade sono la versione contemporanea della ferrovia transcontinentale negli Stati Uniti dell´Ottocento, lì passano i pionieri in viaggio verso la nuova frontiera. La 312 è anche diventata un luogo di culto, un itinerario di moda per i giovani cittadini in cerca di emozioni, l´equivalente della leggendaria Route 66 americana. Lungo l´autostrada cinese avvengono due pellegrinaggi di natura molto diversa. Da un lato c´è un popolo in cerca di speranza che fugge come i contadini dell´Oklahoma degli anni Trenta descritti da John Steinbeck nel romanzo Furore, i poveri scacciati dalla siccità che emigravano verso la California. Nel senso inverso c´è una gioventù in cerca di emozioni e di avventure che parte da Shanghai con lo spirito di Jack Kerouac, dei beatnik e degli hippy americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Vanno verso il deserto del Gobi a cercare la loro California. L´autostrada è il luogo migliore per intercettare lo spirito della Cina di oggi, il suo eterno movimento, la frenesia di spostare, trasferire, trasportare uomini e cose. Per capire che Paese diventerà questa Cina, Gifford ha provato a esplorarlo seguendo l´arteria principale: «La mia idea è di rispondere a queste domande viaggiando lungo la 312, tra camionisti e puttane, yuppy e artisti, agricoltori e venditori di telefonini». Ne è venuto fuori un libro singolare, China Road, che esce in Italia tra pochi giorni, pubblicato da Neri Pozza col titolo Cina. Viaggio nell´Impero del futuro.
«Negli Stati Uniti», scrive Gifford, «ci sono nove città con più di un milione di abitanti. In Cina quarantanove. Può capitare di viaggiare per la Cina, arrivare in una città grande due volte Houston e pensare che quel posto non lo si è mai nemmeno sentito nominare. La nuova Route 312 ha contribuito al cambiamento, riducendo drasticamente la durata del viaggio per Nanchino, a Shanghai e verso la costa. Così come hanno contribuito l´espansione verso l´interno di fabbriche e società in cerca di costi più contenuti, e le rimesse dei lavoratori emigrati sulla costa».
La grande traversata inizia proprio da Shanghai - «energia, atmosfera, speranza, possibilità, passato futuro: è tutto qui» - dove Gifford focalizza subito una differenza tra noi e loro. La coglie nel comportamento diverso di due gruppi di turisti che passeggiano sul Bund, il lungofiume di Shanghai che ospita i palazzi art déco del primo Novecento, e sull´altra sponda ha di fronte Pudong, la Manhattan dell´Asia con selve di grattacieli che svettano sempre più in alto. «Gli occidentali, come fa immancabilmente ognuno di loro a Shanghai, cercano di ricreare il passato scattando qualche foto ai vecchi palazzi coloniali. Anche i cinesi fanno quello che i cinesi fanno immancabilmente a Shanghai, cercano di sfuggire al vecchio scattando foto nella direzione opposta, lo sguardo perso oltre il fiume».
Penetrando nella Cina profonda, nella provincia agricola dello Anhui lungo la 312, Gifford s´imbatte in un uomo in bicicletta con un bandierone rosso attaccato alla sella che garrisce al vento mentre pedala, e ha un grande cartello giallo attaccato alla ruota posteriore. Sul cartello c´è scritto «Viaggio attraverso la Cina contro la corruzione». L´uomo, Wang Yongkang, è stato rovinato da funzionari statali disonesti. «Tutte uguali le dinastie», commenta il ciclista-dissidente solitario, «partono bene ma poi si guastano. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma politica. Altrimenti il partito e il Paese crolleranno entro una decina d´anni. In Occidente la gente ha un modello morale interiore. I cinesi no. Se non c´è qualco