Antonio Canova. Se il marmo diventa carne viva
Centenari / Alla Galleria Borghese di Roma una raccolta di opere del grande scultore compresi alcuni dipinti giovanili
Un sottile ma infallibile equilibrio tra antico e moderno, verità e idea
Secondo il dettato neoclassico i ritratti non sono mai naturalistici, una copia del vero
Sono esposti disegni e bozzetti autografi provenienti da varie collezioni
ROMA Una bella donna ha a disposizione due soli modi per sfuggire all´oltraggio della decadenza fisica: morire prematuramente o confidare nel potere taumaturgico dell´arte. Ha compiuto duecento anni la Paolina Borghese di Canova, ma non li dimostra. Il tempo continua inesorabile a scorrere, ma non è più in grado di intaccare la sua fulgida bellezza eternata nel marmo, che ha ormai preso stabile dimora nel nostro immaginario collettivo: scivola inoffensivo sulle dolci rotondità e sul profilo altero della Venere imperiale, che cela sotto una maschera di nonchalance la soddisfazione per il trionfo sulle due temibili rivali, ma non abbastanza da non lasciarla trapelare dalla salda presa con cui stringe nella sinistra il pomo della vittoria e dal falso distacco di quella sua posa mollemente sdraiata, ma in realtà ben eretta sui fianchi ed elegantemente puntellata dal braccio destro e da una catasta di cuscini.
Ma i centenari vanno festeggiati comunque, e per farlo degnamente Anna Coliva e Fernando Mazzocca hanno convocato alla Galleria Borghese una raccolta di opere canoviane davvero d´eccezione, per far da corona alla Paolina e trasformare l´omaggio dovuto in una preziosa occasione di approfondimento e di rilettura critica («Canova e la Venere vincitrice», catalogo Electa, fino al 3 febbraio). Sono una dozzina almeno le statue canoviane generosamente prestate per l´anniversario dalle più varie e disperse collezioni, cui si aggiungono splendidi disegni e bozzetti autografi provenienti dalle raccolte canoviane di Possagno e Bassano, ed anche un certo numero di dipinti, tra i quali un paio di tele giovanili con cui il sommo scultore, che coltivò vita natural durante l´hobby della pittura, anticipò l´idea compositiva della Paolina, ispirandosi alla grande tradizione veneta delle Veneri sdraiate inaugurata da Giorgione e Tiziano.
Quanto alle statue, gravitano tutte intorno all´aureo periodo in cui Canova scolpì la sua Paolina Borghese in veste di Venere vincitrice (1804-1808). Ma soprattutto appartengono tutte ai due generi artistici cui essa stessa appartiene, e cioè alla categoria delle «sculture gentili e amorose», il genere in cui Canova era unanimemente considerato ineguagliabile (lo ammetteva anche il suo più ostinato detrattore, il critico tedesco Fernow, sponsor del giovane Thorvaldsen), e alla categoria del «ritratto divinizzato». Tra queste ultime, spiccano l´efebico principe Lubormiski sotto le mentite spoglie di un Amorino con tanto di arco e frecce (proveniente dal castello di Lacut in Polonia), l´Alexandrine Bleschamps, moglie di Luciano Bonaparte, in veste di Musa Tersicore (dalla Fondazione Magnani Rocca), la Leopoldina Esterházi, anch´essa atteggiata a mo´ di Musa (dal castello Esterházi ad Eisenstadt, in Austria) ed infine la Musa Polimnia che, nata come effigie divinizzata di Elisa Baciocchi Bonaparte, nella definitiva versione in marmo subì un opportuno trattamento «spersonalizzante» a seguito della caduta in disgrazia dell´effigiata.
Ligio al dettato neoclassico, che spregiava la copia servile del vero, Canova evitava quanto più possibile il ritratto di tipo naturalistico, ricorrendo al travestimento idealizzante. Non senza produrre qualche imbarazzo nei suoi pur grati e devoti committenti, come nel caso di Napoleone, che accettò malvolentieri di essere trasformato in una nuda divinità guerriera, e nella stessa Paolina, sua deliziosa e volubile sorella, che nutrì sentimenti ambivalenti nei confronti della nudità della propria effigie di Venere vincitrice, oscillando tra compiacimento e pudore.
Alla ripulsa del ritratto come banale copia del «vero» corrispondeva del resto la ripulsa nei confronti della servile copia dei capolavori antichi, ovvero del «bello». «Imitare per divenire inimitabili», aveva sentenziato Winckelmann, indiscusso profeta del Neoclassicismo, ma aveva aggiunto: attenzione! Imitare non significa copiare, bensì assorbire fino in fondo, ma poi riprodurre autonomamente la lezione che gli artisti antichi ci hanno tramandato nei loro capolavori. E Canova lo aveva preso alla lettera, disdegnando chiunque gli chiedesse una copia di un marmo antico, ma al tempo stesso cimentandosi ripetutamente in quelle che potremmo definire altrettante «sfide rispettose» nei confronti dei capolavori classici.
Come quando imitò il più osannato di tutti, l´Apollo del Belvedere, eseguendo un Perseo trionfante che ne rappresentava una sorta di «ripetizione differente», ma guardandosi bene dal nascondere il suo debito, anzi, dichiarandolo al punto da esibire nel suo studio la nuova statua con accanto il calco dell´Apollo, affinché fossero ben evidenti tanto le analogie che le differenze. In questa mostra, è presente in ben due versioni, quella originaria di Pitti e la più tarda replica di Leeds, un altro eccelso esempio di queste sfide canoviane: la Venere italica, liberamente ispirata alla celebre Venus pudica delle raccolte medicee.
Grazie a queste presenze d´eccezione, risulterà forse più agevole carpire qualche segreto in più all´eterna bellezza della Paolina. Coglierne la sapiente rielaborazione di spunti dall´antico e dalle Veneri di tradizione veneta. Constatare quanto il cedevole materasso di marmo su cui è adagiata Paolina debba al mirabolante materasso imbottito e trapunto del restauro che il giovane Bernini escogitò per l´Ermafrodito Borghese (convocato appositamente in mostra dal Louvre, dove emigrò insieme a tutti gli altri marmi antichi a seguito della sciagurata vendita da parte di Camillo Borghese, marito di Paolina, al cognato Napoleone).
Ma soprattutto sarà possibile rileggere con occhi più consapevoli il sottile ma infallibile equilibrio con cui Canova sa mantenersi in bilico tra antico e moderno, verità e idea, carnalità e astrazione, senza scivolare mai, né da una parte né dall´altra. Mettendo a contrasto la «verità» di un sofà che sembra preso di peso dall´arredo della villa con la bellezza ideale della donna che vi si è adagiata sopra. Una donna che iscrive il fascino seduttivo del suo corpo sinuoso nel geometrico dispositivo di un´astratta sequenza di schemi triangolari. Morbide curve dentro un´invisibile armatura di linee rette. Pieni cui fanno eco vuoti, entrambi calibrati al millimetro. Una donna, che è però una dea. Un marmo, che è però «vera carne».
Apcom 6.1.08
Bertinotti in Sudamerica alle radici del nuovo socialismo
Bolivia, Perù, Ecuador, Venezuela: Eldorado per sinistre radicali
Viaggio ufficiale, ma in giornata 'privata' userà volo di linea
Roma, 6 gen. (Apcom) - Fausto Bertinotti in America latina: da domani e per dieci giorni tornerà sulle tracce di quel 'Socialismo del XXI secolo' al quale ha consacrato anche la sua rivista di ricerca teorica, rendendo omaggio alle esperienze politiche più radicali del 'Rinascimento' sudamericano.
Bolivia, Perù, Ecuador e Venezuela sono le tappe di un viaggio in una sorta di Eldorado delle sinistre radicali: nazionalizzazioni, riscatto degli indios, lotta alla miseria sono i tratti politici comuni di alcune delle esperienze politiche più discusse degli ultimi anni, e che in questi ultimi mesi hanno vissuto, ciascuna per la sua parte, pesanti tensioni legate soprattutto ai tentativi dei rispettivi leader di spingere per riforme costituzionali in senso socialista. Con l'eccezione del Perù, dove lo scorso anno il liberista moderato Alan Garcia ha sconfitto alle presidenziali il nazionalista di sinistra Ollanta Humala, Bertinotti incontrerà durante il suo viaggio leader che si possono tutti ascrivere nel fronte 'antiliberista' al quale lo stesso presidente della Camera appartiene: i presidenti Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Hugo Chavez in Venezuela. Ma per Bertinotti, è stato lui stesso a spiegarlo al settimanale 'Panorama', si tratta del "completamento di una nuova stagione nei rapporti fra Italia, Europa e Sudamerica". Una tappa di quella 'diplomazia parlamentare' nella quale l'ex leader di Rifondazione ha a volte preso iniziative autonome, come nel caso del recente incontro con il Dalai Lama a Montecitorio.
L'anno scorso Bertinotti aveva incontrato i leader più moderati della sinistra latinoamericana: Lula, Kirchner, Tabarè Vasquez e Michelle Bachelet. E proprio dal Cile aveva rispolverato la figura politica a suo giudizio sottovalutata di Salvador Allende, il presidente socialista cileno ucciso dal golpe di Pinochet, contrapponendolo ai "riformisti di destra" ma anche agli "altri miti", come Ernesto Che Guevara, che avevano animato il pensiero politico dei decenni passati. Quest'anno, forse non a caso, nel programma ufficiale del viaggio nessun omaggio è previsto per il Che, che proprio in Bolivia, prima tappa della visita istituzionale, trovò la morte 40 anni fa: la sinistra alla quale guarda il presidente della Camera è, sì, antiliberista, ma anche democratica e nonviolenta. E' nell'intreccio fra movimenti sociali e politica, e nella scelta di costruire esperienze unitarie a sinistra che si può ricostruire un orizzonte, in Italia e in Europa, anche "imparando", come lui stesso ha sottolineato più volte, dall'America latina.
Molti gli impegni istituzionali previsti nel corso del tour, ma il continente americano è luogo di grandi contraddizioni e di povertà estreme: ed è proprio nella lotta alla povertà che risiede, secondo Bertinotti, il denominatore comune delle diverse sinistre nei cinque continenti. Per questo la visita prevede numerose tappe di approfondimento sui progetti di cooperazione internazionale, nei quali è coinvolta l'Italia sia ufficialmente, come Stato (in Perù ad esempio il numero uno di Montecitorio visiterà un'impresa alimentare che fa parte di un progetto finanziato dalla Farnesina per la lotta contro la prostituzione infantile) sia attraverso le tante Ong italiane impegnate in questi Paesi. Sempre in Perù, omaggio alla comunità italiana con l'inaugurazione di un affresco dedicato a Giuseppe Garibaldi, sul muro dell'ambasciata italiana a Lima.
Momento clou dei dieci giorni, il discorso che la terza carica dello Stato terrà al parlamento venezuelano, il 17 gennaio, nell'ultima giornata di visita istituzionale: sarà dunque Chavez l'interlocutore scelto per lanciare nuovamente il ponte tra Europa e America Latina come strumento per la costruzione di un mondo bipolare, libero dall'egemonia statunitense, al quale, sia pure con sistemi diversi, aspirano le sinistre più o meno radicali dei due continenti. Proprio Chavez, dopo il presidente iraniano Ahmadinejad l'uomo forse più inviso a Washington e a gran parte delle cancellerie europee, che in questi giorni è nuovamente alla ribalta della scena internazionale per il suo tentativo di mediazione per la liberazione degli ostaggi delle Farc, l'esercito guerrigliero marxista colombiano. Ma il presidente venezuelano, sconfitto nel referendum costituzionale che proponeva la trasformazione 'socialista' dello Stato, ha accettato il responso del voto popolare, e questo, per Bertinotti, "ha fugato qualunque dubbio sul carattere democratico di quel sistema politico".
Manca, nel viaggio di Bertinotti, l'ultima tappa, alla quale in realtà si era pensato inizialmente, un anno fa, in fase di progettazione: Cuba. Ma non poteva essere altrimenti, viste le condizioni di salute precarie tanto di Fidel Castro quanto della 'revolucion', attanagliata dalla crisi economica e stretta fra la storica ostilità statunitense e l'emergere di un crescente malessere sociale.
Dal precedente viaggio ufficiale in America latina sono cambiate tante cose. Poco meno di un anno fa, Bertinotti confidava a un quotidiano argentino il suo ottimismo, spiegando che il governo "durerà cinque anni, nonostante i problemi normali esistenti in una coalizione ampia". Poi è arrivata la base di Vicenza, la mini-crisi di febbraio, e poi ancora il Protocollo welfare, il 'brodino' preso da Prodi, e il presidente della Camera ha infine decretato il 'fallimento' del centrosinistra: che però si dibatte ancora, fra gli strappi dei centristi di varia estrazione e i malumori dei partiti di sinistra.
Proprio durante il viaggio di Bertinotti, manco a farlo apposta, prima la verifica di governo, poi la decisione della Corte costituzionale sul referendum elettorale metteranno nuovamente a dura prova una maggioranza già in fibrillazione permanente. Anche se a distanza e cercando in ogni modo di scansare le polemiche, Bertinotti seguirà con grande attenzione le vicende italiane e "da osservatore", come ama precisare da quando riveste un ruolo istituzionale, non gli mancherà l'occasione di far sentire la sua voce.
Tra le novità del viaggio, la nuova disciplina sui voli di Stato: Bertinotti, che si è impegnato nella riduzione dei costi della Camera e ha recentemente fatto sapere di essere "contrario" allo scongelamento degli aumenti delle indennità dei deputati bloccati nel 2007, stavolta userà, con la sua delegazione, un volo di linea peruviano nell'unica giornata di visita privata del viaggio, dedicata all'antica capitale degli Incas Cuzco e ai ruderi della leggendaria Machu Picchu.
l'Unità 7.1.08
In principio era l’Eden. Ma a quale longitudine?
di Franco Farinelli
È S. Agostino il primo a dire che il Paradiso perduto era un vero e proprio giardino recintato con alberi e animali
Per molti è a oriente. Per altri, tra loro anche Dante, è all’Equatore perché laggiù, sostengono, il clima è temperato
Proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera
RELIGIONE&GEOGRAFIA Fino all’età moderna il Paradiso appariva sulle mappe. Colombo, giunto all’Oronoco, lo scambiò per un fiume dell’Eden. Un saggio esplora il ruolo potentissimo che questo mito ha avuto nella nostra idea dello spazio
Non fosse per Sant’Agostino forse non saremmo ancora oggi a parlare del paradiso, e di certo Alessandro Scafi non avrebbe scritto un libro (Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, Milano, Bruno Mondadori, 2007, 58 euro) vasto e straordinario, dotto e insieme affilato. All’inizio vi era, nella Bibbia, un ambiguo termine ebraico, miqedem. Nella sua Vulgata, traduzione latina autorevole e canonica cui fece ricorso per tutto il Medioevo l’Occidente cristiano, San Girolamo lo rende in termini temporali, con l’espressione «fin dal principio». Al contrario le altre versioni, da quella dei Settanta alla Bibbia di Gerusalemme, sostituiscono al significato temporale quello spaziale: «a oriente». In ogni caso il termine in questione si riferisce, nella Genesi, al Paradiso, il parco irrigato, fiorito e alberato, popolato da animali e circondato da un muro, dove il Signore pose l’uomo perché lo coltivasse e ne fosse il custode, con tutto quel che tragicamente ne seguì. Fu proprio Agostino ad insistere per l’interpretazione letterale e non allegorica del racconto, pretendendo che Adamo, creatura in carne ed ossa, fosse posto in un giardino altrettanto materiale, all’interno di qualcosa che come tutte le cose concrete dovesse perciò far parte del mondo fisico, dunque trovar posto su una mappa, vale a dire all’interno dell’immagine senza la quale (se soltanto si riflette un momento) la stessa idea di mondo come qualcosa di unitario, coerente ed omogeneo difficilmente potrebbe esistere - ma quest’ultima è l’idea soltanto di chi scrive, che però la storia della raffigurazione cartografica del paradiso contribuisce non poco a render plausibile. Di più: proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte della Terra un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera, quasi che nello stesso paradiso, veicolo e agente di tale riduzione in quanto ricettacolo dell’albero della conoscenza, si celasse il mistero dei misteri conoscitivi, quello appunto dell’equivalenza tra il mondo e l’immagine cartografica del mondo. Come scriveva nella prima metà del XII secolo Ugo di San Vittore: «Tutto il mondo sensibile è come una specie di libro scritto dal dito di Dio». Per Ugo, autore di una celebre Descriptio mappae mundi, il libro per eccellenza era una mappa. Anni fa Hans Blumenberg attirava l’attenzione sull’ignorata metafora del volume, facendo notare come alla base del grande racconto moderno sulla natura come evoluzione altro non fosse che il modello dello svolgimento (evolutio) del rotolo di cui il volume in questione (la forma del libro almeno fino al primo secolo della nostra era) si componeva, prima di venir sostituito dal codice, l’insieme dei fogli disposti non più l’uno in fila all’altro ma l’uno sull’altro, come tuttora siamo abituati. E Blumenberg concludeva mettendo in risalto come ciò che dal punto di vista linguistico era vicino nei fatti fosse, se riferito all’intervallo tra Darwin e i giorni nostri, immensamente lontano. A maggior ragione, e non soltanto nel caso del paradiso, il discorso vale per l’influenza esercitata dalle mappe e dalla loro forma per l’immagine del mondo che ancora oggi è la nostra.
Tanto per cominciare, a differenza che nel linguaggio su una carta geografica l’ambiguità del termine da cui siamo partiti non esiste: l’inizio e l’oriente possono benissimo essere la stessa cosa, e infatti quasi fino al Duecento e con pochissime eccezioni tutte le mappe cristiane del mondo, da quelle minuscole che illustrano i commentari ai testi classici a quelle enormi che ornano le pareti delle chiese, mostrano l’oriente in alto e il giardino dell’Eden al culmine della figura o quasi. E la coincidenza cartografica tra termine temporale e ubicazione comporta che per tutto il Medio Evo o quasi ogni mappa fosse un sistema in grado di raffigurare insieme, proprio in virtù della presenza del paradiso, non soltanto spazio e tempo ma passato, presente e futuro, poiché non si limitava all’inventario di quel che esisteva, ma rappresentava la complessiva natura del reale e allo stesso tempo ne dettava la prognosi, che consisteva nel messaggio universale del cristianesimo, cioè nel piano divino della salvazione dell’umanità. E tutto ciò, credenti o non credenti che si sia, condiziona ancora adesso in maniera potente ed inavvertita, cioè a nostra insaputa, il nostro rapporto con il mondo, perché ancora ne determina clandestinamente i meccanismi più profondi.
Si consideri ad esempio quel che era il gigantesco mappamondo di Erbstorf, così come possiamo apprezzarlo nel facsimile realizzato prima della sua distruzione, avvenuta nel 1943 durante i bombardamenti alleati su Hannover: un grande Cristo, la cui testa è proprio accanto alla vignetta che descrive il paradiso e mostra la scena della tentazione diabolica, confonde il proprio corpo con quello circolare della Terra che abbraccia, in maniera da rendere l’immagine di quest’ultima un’immane ostia. Il mappamondo in questione venne realizzato tra il 1235 e il 1240, ben dopo la feroce polemica che quasi due secoli prima aveva opposto Berengario di Tours alla Chiesa di Roma a proposito della reale presenza sull’altare, durante la messa e dopo la consacrazione, del vero corpo e del vero sangue di Gesù. A differenza che per il Papa, secondo Berengario tale presenza restava soltanto simbolica. Di conseguenza la diffusione nelle chiese della cristianità di mappamondi come quello di Erbstorf significava, dopo la disputa eucaristica, un evidente trasferimento: così come l’ostia diventa, in virtù del «sacramento dei sacramenti», il vero corpo di Cristo, allo stesso modo la mappa si muta nel vero corpo della Terra. Come spiegare, altrimenti, la cieca fiducia nelle mappe che è il tratto distintivo e specifico dell’intera modernità, fiducia che per noi è abito comune e fin qui irriflesso? Proprio perché il primo ad affidarsi interamente alla carta, Colombo, è il primo dei viaggiatori moderni. Ma per Colombo quest’ultima restava consapevolmente una vera e propria profezia, così come per tutto il Medio Evo essa era stata - ed è questo il vero motivo per cui per un momento, di fronte all’immensa acqua dolce della foce dell’Orinoco, Colombo arrivò persino a pensare di esser giunto in prossimità dei quattro grandi fiumi dell’Eden.
Proprio la scomparsa del paradiso dalle carte segna in epoca moderna la fine della coscienza circa la natura di prognosi se non profetica dell’immagine geografica, che anche per noi, molto più sprovveduti nei suoi confronti degli uomini e delle donne medievali, continua a prefigurare quel che accadrà, anche se crediamo che essa si limita invece a registrare semplicemente quel che c’è. Per Agostino la localizzazione dell’Eden restava indeterminata, da qualche parte verso oriente. Ma quasi mille anni dopo Duns Scoto, all’inizio del Trecento, faceva notare che, essendo la Terra una sfera, «oriente» non corrisponde a nessun significato assoluto, sicché il paradiso può stare, come l’oriente, ovunque. Nel frattempo già altri (come Dante) ne avevano proposto l’ubicazione, sulla scorta dell’autorità di Tolomeo ed Avicenna, su una montagna verso l’equatore, a motivo del carattere temperato del clima che si credeva potesse esservi. Per altri ancora, altezza per altezza, esso addirittura raggiungeva la Luna, e in ogni caso Duns Scoto fu preso in parola, nel senso che da allora l’Eden venne situato in tutti i posti immaginabili: in India, a Ceylon, nel Kashmir, in Cina, in Armenia, in Siria, in Persia, a Babilonia, in Tartaria, alle sorgenti del Nilo, in Palestina, sulle Alpi, nel Mar Caspio, in America, nella Terra del Fuoco, ai poli, sotto terra, sotto gli oceani, ovunque. Ma la mossa decisiva al riguardo fu quella compiuta da Fra Mauro, il monaco veneziano che nel silenzio del monastero camaldolese di San Michele a Murano completò verso la metà del Quattrocento il colorato mappamondo che segna in maniera icastica il transito dall’immagine medievale a quella moderna del mondo, e non soltanto perché combina idee tratte dalla Geografia di Tolomeo con i dati ricavati dalla cartografia nautica e i resoconti di viaggio. Il passaggio decisivo che stabilisce l’inaudita novità del suo modello consiste appunto in questo: per la prima volta il paradiso viene messo all’angolo, nel senso che pur restando sulla carta cioè nel disegno, cade fuori dal circuito che segna il confine dell’immagine terrestre, subisce insomma lo stesso castigo che già Dio aveva inflitto ad Adamo ed Eva cacciandoli dall’Eden stesso. E la novità sta nel fatto che in tal modo, con l’espulsione dell’avvenimento originario per l’umanità dalla figura terrestre, quest’ultima non può accogliere più al proprio interno, come prima accadeva, ambiti che sono allo stesso tempo eventi, ma la dimensione temporale (il saeculum) della realtà e quella spaziale ( il mundus) per la prima volta risultano sistematicamente distinte, sicché la prima sulla mappe di norma non compare più, e la seconda resta finalmente padrona del campo, per affermarsi esattamente nella forma tolemaica cioè geometrica che ha corrisposto alla costruzione del Nuovo Mondo, del mondo in cui viviamo.
Se la cacciata della prima coppia dall’Eden aveva segnato l’inizio della storia, quella dell’Eden dalle mappe stabilisce in tal modo l’inizio di quel che in Occidente ancora si chiama geografia. Al cui interno, così come nei bisogni e nelle aspirazioni di tutti i discendenti di Adamo ed Eva, il paradiso tuttavia ancora esiste, nella forma di ciò di cui evidentemente il paradiso è stato archetipo e prototipo. Prima di sparire definitivamente dai mappamondi, l’Eden si ridusse ad una minuscola, residua traccia, quello dell’ultimo dei fiumi che da esso prendono origine. Oggi invece al paradiso non corrisponde più nessun segno materiale, bensì un modello immateriale che tutti abbiamo in testa, l’unico che, almeno per il momento riusciamo ad opporre a quello di spazio, messo in crisi dalla congiunta applicazione della cibernetica, della telematica e dell’informatica al funzionamento del mondo: l’idea di luogo, di quell’ambito cioè che come ha spiegato Doreen Massey non si conosce se non lo si abita all’interno, se non ci si sta dentro. Ovvero, appunto parafrasando quel che Proust scriveva a proposito del paradiso, quel posto che chiamiamo vero e unico soltanto perché lo abbiamo perduto, e continuiamo a cercarlo.
l'Unità 7.1.08
Negli Usa. Un esperimento con le immagini
La macchina per leggere il pensiero
La «macchina che legge il pensiero» sembra destinata ad uscire dai libri di fantascienza e a diventare realtà.
A Pittsburgh negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University ha fatto un primo, cruciale passo avanti: con l’aiuto di un sofisticato scanner e di un computer ha trovato il modo di scoprire se il cervello sta pensando ad una cosa o all’altra.
Per il momento - riferisce il tabloid londinese «Daily Mail» - i ricercatori di Pittsburgh possono individuare con un’accuratezza del 97% soltanto i pensieri elementari che si agitano nella sostanza grigia in risposta a dieci immagini di edifici e di utensili. Contano però di poter fare rapidamente dei progressi sulla scia di questo importante successo. «Speriamo - ha detto la dottoressa Svetlana Shinkareva - di poter identificare non soltanto i pensieri associati a immagini ma anche quelli connessi a parole e poi a frasi».
In dichiarazioni riportate dalla rivista «Plos One», Marcel Just - caposquadra dei ricercatori di Pittsburgh - spiega: «Ci siamo sempre chiesti a livello filosofico - afferma - se la percezione di un colore come il blu sia lo stesso per tutte le persone e adesso grazie al nostro studio abbiamo riscontrato che analoga è l’attività cerebrale in risposta ad immagini di utensili ed edifici».
Repubblica 7.1.08
L'impero tra il XVI e il XVIII secolo al Louvre
Il canto colorato della Persia
di Bianca Riccio
PARIGI - Una vergine nuda, un braccio tornito appena inclinato, appollaiata sulla cima di una montagna altissima, fatta di massi colorati, gialli, verdi, azzurri e rosa invita a visitare Il canto del mondo, la bella mostra sull´arte iraniana al Louvre: il racconto dell´apogeo della dinastia savafide, quando, fra il XVI e il XVIII secolo, l´impero persiano si estendeva dall´Armenia all´ovest dell´Afghanistan. E´ un mondo poetico e felice. Le caraffe colorate di preziosa porcellana, le tazze principesche erano concepite per bere il vino, nettare degli dei e dei principi della corte. Nessuna proibizione quindi, nessun divieto. Nei dipinti volano uccelli immaginari, sirene e cavalieri elegantissimi cavalcano sui loro splendidi cavalli, certamente provenienti dalla valle di Fergana che si muovono veloci in false prospettive e spazi multipli.
Le tempere di fiori e piante di cui si indovina il profumo, ospitano farfalle e pettirossi, e le acque che i cavalieri a volte attraversano per raggiungere le invitanti fanciulle, bagnano erbe odorose, menta, maggiorana, timo. L´aria è impregnata di fragranza di petali di rosa, gelsomino, fiori d´arancio e garofani.
La mostra racconta con i suoi pochi e sceltissimi oggetti, piatti blu lapislazzuli, miniature, codici istoriati, il piacere di meravigliare. E´ il mondo delle Mille e una Notte.
La rassegna a cura di Souren Melikian, studioso della materia, è disposta con grande semplicità in due gallerie rischiarate da una luce chiara e naturale. A parte l´interesse per i magnifici oggetti che vengono proposti alla nostra attenzione, è il senso di innocenza, di edonismo perfetto e non contaminato, che forse è ciò che ci tocca più direttamente. Perché l´innocenza è perduta per sempre.
Un´occasione per capire un´arte che affonda le sue radici nei misteri zoroastrici, quindi ben prima dell´Islam.
Repubblica 7.1.08
L'economista Barry Eichengreen: non c'è alternativa al dollaro debole, l'Europa si rassegni
"Non detta più legge sull'economia il declino dell´America è già iniziato"
di Federico Rampini
Le imprese italiane sono state più lente nell´adattarsi alla competizione internazionale
La preoccupazione è che l´origine statale di quei fondi possa spingerli a penetrare in settori strategici
Recessione americana alle porte, dollaro in picchiata, petrolio a 100 dollari, ritorno dell´inflazione: il 2008 si è aperto in un clima di paura per l´economia mondiale. Dietro la crisi immediata non è sempre facile capire quali siano le tendenze di lungo periodo all´opera. Il declino degli Stati Uniti è congiunturale o irreversibile? Cosa ci aspetta se il XXI secolo sarà segnato da un significativo ridimensionamento dell´Occidente, e dall´emergere di nuovi attori capaci di dettare le regole della globalizzazione? Con l´americano Barry Eichengreen, economista di Berkeley, autorevole consulente di banche centrali asiatiche e del Fmi, cominciamo una serie di interviste con grandi esperti internazionali per illuminare le sfide che ci attendono.
Il ruolo storico del dollaro come moneta dell´economia globale è condannato a un tramonto inesorabile nel XXI secolo?
«Senza dubbio. La funzione dominante del dollaro sia nelle riserve delle banche centrali, sia come valuta privilegiata nelle operazioni finanziarie, sia infine come mezzo di fatturazione e di pagamento degli scambi internazionali, nella seconda metà del XX secolo rifletteva delle circostanze eccezionali. Nel 1950 i redditi degli europei erano la metà di quelli americani; i redditi giapponesi erano inferiori a quelli europei; Cina e India non erano neppure economie di mercato. Solo gli Stati Uniti avevano mercati finanziari vasti, liquidi, e aperti al resto del mondo. L´America era la potenza dominante nell´industria, nella finanza e nei commerci. Non è strano che tutti usassero i dollari. Oggi l´America è molto meno eccezionale di allora, e lo diventerà ancora meno in futuro».
Quali correzioni avverranno nei comportamenti, se il dollaro dovesse continuare a indebolirsi?
«E´ probabile che il dollaro debba continuare a scendere, vista la debolezza dell´economia americana e l´ampio deficit commerciale degli Stati Uniti con il resto del mondo. La conseguenza sarà di accelerare l´evoluzione verso un maggiore uso internazionale dell´euro e di altre monete».
La caduta del dollaro è il modo migliore per ridurre il deficit commerciale americano? Dobbiamo rassegnarci alla inevitabilità di questo deprezzamento, che in Europa solleva tanta preoccupazione?
«Per abbassare il deficit commerciale Usa, per esempio riportandolo al 3% del Prodotto interno lordo, occorre che gli americani consumino meno e che il resto del mondo spenda di più. Questo è un requisito essenziale perché gli Stati Uniti possano importare di meno ed esportare di più, assorbendo questo gigantesco deficit che è uno dei più pericolosi squilibri dell´economia mondiale. Questo tipo di aggiustamento è cominciato: vediamo che le famiglie americane più colpite dalla crisi del mercato immobiliare stanno riducendo il loro tenore di vita, e le imprese tagliano gli investimenti. Ma per evitare una grave recessione americana occorre che noi riusciamo ad esportare quella produzione che non consumiamo più a casa nostra. Perciò è indispensabile che le nostre esportazioni diventino più attraenti: in altre parole ci serve un dollaro debole. Lasciare che il dollaro continui a indebolirsi non è solo il modo migliore per ridurre il deficit Usa, in realtà è l´unico modo. Non ci sono alternative, dovete rassegnarvi».
Ma con un euro ormai vicino a 1,5 dollari che fine fa la nostra competitività, che prezzo pagano le industrie europee, le esportazioni italiane?
«L´euro forte rende più ardua la competizione internazionale per le vostre imprese. Con delle differenze, però. Una parte dell´industria tedesca ha minimizzato gli effetti della moneta forte costruendo reti di produzione che integrano fornitori dell´Europa orientale, delocalizzando le catene di montaggio ad alta intensità di manodopera, e così via. Le imprese italiane sono state più lente nell´adattarsi e per questo sono maggiormente colpite. Un´altra ragione sta nel fatto che per la tipologia dei settori industriali l´Italia è più direttamente in concorrenza con la Cina, per esempio nella produzione di tessile-abbigliamento, anche di alta qualità. L´effetto del dollaro debole allora viene amplificato dall´aggancio della moneta cinese al dollaro. Anche il renminbi continua a perdere quota sull´euro. Questo è un problema per l´Europa, ma soprattutto per l´Italia».
Come giudica questa scelta di Pechino di mantenere la sua valuta più vicina al dollaro che all´euro?
«E´ un eccesso di cautela. In passato questa prudenza ha portato fortuna ai dirigenti cinesi, secondo la celebre massima di Deng Xiaoping che consigliava di attraversare il fiume tastando i sassi con i piedi, uno alla volta. Ma ora la Cina ha bisogno di cambiare in fretta. Per non aver consentito che il renminbi si rivalutasse più velocemente sul dollaro oggi la Repubblica popolare sta importando una pericolosa inflazione. E se un democratico vince le elezioni americane quest´anno, Pechino potrebbe fronteggiare un serio rigurgito di protezionismo da parte degli Stati Uniti».
Quali saranno le conseguenze della penetrazione dei Fondi sovrani che investono le risorse finanziarie dei paesi emergenti (dalla Cina ai paesi arabi) acquistando pezzi del sistema finanziario americano ed europeo? E´ un remake degli anni 80 quando era il Giappone a "comprare il capitalismo americano"? O sta accadendo qualcosa di diverso?
«C´è un´analogia di base. In ambedue i casi gli Stati Uniti si sono trovati in forte deficit con il resto del mondo, e i paesi con grossi attivi nelle bilance dei pagamenti a un certo punto hanno avuto il naturale desiderio di possedere aziende americane, non solo Buoni del Tesoro Usa. C´è però una differenza cruciale. Negli anni 80 erano le grandi aziende giapponesi che compravano fabbriche, hotel e campi da golf negli Stati Uniti. Ora gli investitori sono fondi controllati direttamente dai governi stranieri. La preoccupazione è che l´origine statale di quei fondi possa spingerli a penetrare in settori strategici per la sicurezza: dalle tecnologie militari alle fonti energetiche. E quando gli investimenti esteri vengono percepiti come un problema per la sicurezza, le tensioni politiche sono inevitabili».
Nell´ascesa della Cina e dell´India come nuove superpotenze dell´economia globale qual è la conseguenza di lungo termine che secondo lei ci riserverà le maggiori sorprese?
«L´impatto sull´economia globale è immenso e continuerà a crescere, e tuttavia mi pare che la dimensione economica sia quella più facile da capire. E´ ormai chiaro che non sono solo i nostri operai ma anche i colletti bianchi, i laureati, i "lavoratori della conoscenza" che dovranno competere con molti milioni di giovani cinesi e indiani. L´impatto sulle emissioni di CO2 è preoccupante, ma la consapevolezza di questo è già diffusa fra di noi. Invece a mio avviso le conseguenze politiche di lungo termine sono quelle che l´Occidente fatica a capire. Il paesaggio geopolitico del XXI secolo sarà profondamente diverso da quello a cui eravamo abituati. Ne abbiamo avuto un primo assaggio al vertice internazionale di Bali sull´ambiente, dove il gruppo dei paesi emergenti – non soltanto Cina e India – ha mostrato una grinta notevole nel far valere le sue posizioni. Lo vediamo nei negoziati sulla riforma del Fondo monetario internazionale. L´era in cui gli americani e gli europei comandavano nelle istituzioni della governance globale, e dettavano legge nei grandi negoziati sul commercio mondiale, è definitivamente tramontata. Noi non abbiamo neppure cominciato a ragionare su quel che significa davvero».
Repubblica 7.1.08
Legge elettorale. "Confronto con Veltroni ma il Pd è partito-Zelig ha troppe voci diverse"
Giordano: il referendum catastrofe per il governo
di Umberto Rosso
Pronti a discutere della bozza Bianco, ma con due paletti: recupero nazionale e voto disgiunto tra liste e collegio
Positivo che Prodi affronti subito il tema dei salari. Ma guai a intrecciare gli aumenti con la produttività
ROMA - «Quella improvvisa, per tanti aspetti goffa uscita di Franceschini mi era sembrata la minaccia del Pd di andare dritti al referendum, un diktat per lasciare la bozza Bianco così com´era, senza modifiche, un prendere o un lasciare. Esponendo perciò in questo modo il governo a un altissimo rischio di sopravvivenza: chi non vuole il referendum è pronto a staccare la spina».
Le "era" sembrata, onorevole Giordano. Poi che cosa è successo?
«È successo che è sceso in campo Veltroni, ha chiarito, e le sue parole non hanno niente a che vedere con quelle del suo vice. Il segretario del Pd, mi pare di capire, è pronto a riaprire il confronto sulla bozza Bianco, a discutere. Anche noi, se le cose stanno così, siamo pronti a riprendere la discussione con Veltroni. A due condizioni. Recupero nazionale dei resti. Voto disgiunto fra liste e collegio».
Il leader del Pd però non ha sconfessato il modello francese.
«Sì, ma per domani, per la prossima tappa elettorale. È un modello che non ci piace, e che non avrebbe alcuna possibilità di raccogliere consensi. Oggi si discute del modello tedesco, quello della bozza Bianco. In prospettiva vedremo, e siamo anche pronti a sfidare il semi-presidenzialimo».
Secondo Parisi, Veltroni sta tornando alle origini uliviste e maggioritarie.
«Lo verifichiamo tra poco, fra qualche giorno riprende il confronto sulla riforma elettorale. Parisi magari immagina un Veltroni che punta al referendum, che è l´obiettivo del ministro. Ma se anche così fosse, avrebbe poco da rallegrarsi: per il governo si aprirebbe un periodo difficilissimo».
Pure Rifondazione in quel caso stacca la spina?
«Noi teniamo separata la riforma elettorale dalle questioni sociali ma è evidente che per molti piccoli partiti della maggioranza la prospettiva del referendum sarebbe una catastrofe».
Nel Pd è battaglia fra Veltroni e D´Alema sulla legge elettorale.
«Non entro nel merito, per rispetto nei confronti di un altro partito. Dico solo che le difficoltà e le tensioni all´interno di quel gruppo dirigente, dalla legge elettorale alla laicità, rischiano di scaricarsi sull´intera coalizione. Diventano un problema. Soprattutto se le mediazioni di governo sono frutto soltanto della dialettica interna al Pd e non dell´intera maggioranza. Ormai il Pd è un partito-Zelig, c´è un problema di affidabilità. Non si capisce quale sia la linea, la proposta. Ma di tatticismo un partito può anche morire. Perciò chiedo di riaprire un confronto alla luce del sole, aperto, in Parlamento sulla legge elettorale».
Secondo il leader del Pd, chi vuole il tedesco doc, come D´Alema ma anche voi, punta in realtà ad una grande coalizione.
«Mi permetto di sorridere. La vedete Rifondazione a braccetto con Berlusconi? Ho detto che, con certi paletti, siamo pronti ad avanti sulla bozza di Enzo Bianco. Ma voglio aggiungere che non è una legge elettorale che può bloccare o meno le scelte politiche. Se c´è qualcuno che ha intenzione di stringere l´alleanza con Berlusconi potrebbe farlo anche con il modello francese».
Che fa, segretario, rigira la frittata?
«Dico che se il Pd non ha intenzione di arrivare alla grande coalizione è sufficiente che il suo segretario lo enunci chiaramente. Tedesco o francese, contano gli atti politici, non i meccanismi elettorali».
Insomma, non rovescerebbe su D´Alema un simile sospetto?
«Trovo sbagliato l´assunto di partenza, il metodo della polemica. Inoltre, se Veltroni ha il merito di aver riaperto il confronto dopo l´uscita di Franceschini, c´è qualcosa altro che non ho apprezzato nel suo ragionamento».
Che cosa non le è piaciuto?
«Quei riferimenti ad alcune forze della Cosa rossa che non vorrebbero in realtà realizzare il nostro nuovo soggetto. Una sgradevole invasione di campo, oltre che una sballata lettura».
Un clima che rende la verifica di governo più complicata?
«Gennaio sarà un mese decisivo per il governo. C´è la legge elettorale ma ci sono soprattutto i temi sociali. Registro con soddisfazione la volontà di Prodi di mettere al centro la questione dei salari. Ma guai ad intrecciare gli aumenti con la produttività. Sarebbe una truffa. Il lavoratore dipendente ha perso 1900 euro in 5 anni. La produttività invece è salita dell´80%. Le imprese hanno già avuto».
Il ministro Padoa-Schioppa frena sugli aumenti.
«E io dico che è ora di smettere di giocare a guardia e ladri. Lui a difesa del debito pubblico (con Damiano che sulla precarietà ascolta troppo Confindustria) e noi i "ladri" a favore degli operai. Senza redistribuzione sociale l´economia di questo paese non riparte».
Repubblica 7.1.08
Com'è veloce l'ombra
Un saggio del fisico Levy-Leblond sulla lingua del sapere scientifico e sulla diffusa ignoranza
la scienza e i suoi paradossi
di Franco Prattico
Il senso comune spesso assorbe e rimastica male conoscenze che appaiono arcane
Le tecnoscienze nate per aiutarci sono divenute così pervasive da asservirci
La nostra ombra ci segue, implacabile (come un antico rimorso), ma a volte addirittura ci precede: come sperimenta un passante che transita la notte sotto il cono di luce d´un lampione, e vede la sua ombra ingigantita precederlo sul muro di fronte, molto più rapida del suo passo. A volte l´ombra si affretta, più veloce addirittura della luce, limite estremo della nostra conoscenza del mondo fisico, come avviene al tramonto o in certe circostanze durante delle eclisse e in alcune regioni, quando l´ombra proiettata dalla Luna sulla Terra viaggia a migliaia di chilometri all´ora. Un paradosso? No, una realtà che mette in discussione la nostra percezione e il nostro modo di misurarla e interpretarla, ammonisce l´epistemologo e fisico francese Jean Marc Levy-Leblond nel suo ultimo libro (La velocità dell´ombra. Ai limiti della scienza) edito in Italia da Codice Edizioni (pagg. 242, euro 19).
«Più veloce della luce!» (lo slogan che contrassegna uno dei «supereroi» dei fumetti americani), potrebbe essere il simbolo di ciò che il «senso comune» ha assorbito e rimasticato (spesso male) delle acquisizioni della scienza (in altre epoche si sarebbe probabilmente detto «più veloce del pensiero», unica iperbole che rasenta il senso comune, cioè condiviso, senza altre costruzioni informative o speculative) e anche segnale dell´ingordigia con cui chiediamo alla scienza di superare continuamente i limiti della nostra condizione naturale. Ma potrebbe proprio per questo essere la metafora del nostro rapporto con le tecnoscienze, nate per servirci e farci risparmiare fatica e sofferenze, e divenute ormai così pervasive e complesse da determinarci e alla fine porci al loro servizio (come ci dimostrano le automobili e le radio, ma anche le televisioni, i cellulari, i condizionatori, gli accanimenti terapeutici, etc. sempre più esigenti e voraci del nostro tempo e del nostro impegno mentale oltre che economico).
E perciò le scienze (non se ne può più parlare al singolare) appaiono oggi separate dall´uomo «qualunque», e vengono vissute come depositi di saperi arcani accessibili solo ad iniziati, perché fondate sulle supreme facoltà umane, la ragione e la logica, virtù faticose che ci costringono a fare continuamente i conti con la facile «imago mundi» succhiata col latte materno e che ci conforta nella nostra pigrizia e che ha un rapporto molto problematico e spesso fuorviante con ciò che chiamiamo «reale».
Anche se poi invochiamo fin dagli inizi della nostra storia, unica specie vivente su questo pianeta che si pone domande, la spiegazione di cosa sia il reale e dove risieda la «verità ultima». Domande spesso fuorvianti e che in assenza degli strumenti, appunto, della logica e della ragione finiscono per cozzare contro la scarsa penetrabilità del Mondo. O favorire la separatezza - come rileva Levy-Leblond - che nasce dal fatto che ogni conoscenza richiede (per non venire contaminata dalla banalità) un linguaggio specializzato: come appunto avviene o avveniva per quelle somme di saperi che sono le religioni (ad esempio, il latino per i cristianesimi, l´arabo letterario per l´islam, l´ebraico per gli ebrei, il sanscrito per i Veda e l´induismo) e oggi le matematiche per le scienze. Perché la separazione e la impenetrabilità dei linguaggi è una delle condizioni per la permanenza e la egemonia di un sapere. E sarebbe proprio la lontananza di ogni linguaggio specializzato dalla realtà esistenziale del cittadino a spiegare la crisi di massa delle conoscenze scientifiche, che si traduce anche nello scarso interesse dei giovani verso le facoltà scientifiche non solo in Italia e quindi la scarsa acculturazione scientifica di massa (non solo da noi: Levy-Leblond riporta in proposito i risultati di una inchiesta francese sull´argomento).
Eppure oggi la vita quotidiana di ognuno di noi è fortemente condizionata dai prodotti dei saperi scientifici, vissuti in genere passivamente. Ma il problema non consiste nel fatto che la gran parte dei cittadini non conosca le tavole dei logaritmi o noiose faccende del genere (e se non gli servono, perché mai dovrebbe saperle?), ma in qualcosa di più generale: l´assenza complessiva di cultura, il disinteresse verso la conoscenza che la nostra specie ha accumulato nei millenni, che si traduce non solo in una incapacità di risolvere equazioni alle derivate parziali o conoscere cosa siano i legami di covalenza, ma di sapere cosa queste conoscenze significhino, perché siano state faticosamente elaborate nei secoli, ma principalmente in una passività intellettuale e nella incapacità di produrre idee. Mentre nei paesi che sono all´avanguardia tecnologica (ad esempio quelli del nord Europa) sono anche quelli dove hanno eguale dignità le cosidette discipine umanistiche, dove si studia con eguale impegno, accanto ai saperi scientifici, latino, greco, poesia, filosofia, letteratura, arte. Insomma, dove non c´è pericolo di produrre uomini a una dimensione e anzi la soluzione di «rompicapo» scientifici sia invece favorita da un respiro culturale più ampio, precondizione per la produzione di idee e soluzioni.
E quindi, per non farci raggiungere dall´Ombra, occorre che tutti i saperi cooperino contro la separatezza, l´arroccamento egocentrico. Perciò tutte le forme di conoscenza (da quelle artistiche o mitologiche alle scienze hard e persino alle tecnoscienze) contribuiscono a tracciare l´esile e incerta mappa del percorso verso il Reale. E allora Levy-Leblond recuperando con simpatica ironia le intuizioni della mitologia greca, fa di Apollo, dio della luce e dei saperi, il promotore ufficiale della erezione dell´Istituto a cui l´Olimpo affida il compito di conservare e valorizzare la conoscenza umana: il Museo. Ma a chi tocca il compito di fornire a questo istituto i suoi materiali?
Gli aspiranti - protagonisti della costruzione dei saperi - sono tanti, antichi ma già ben provvisti di modernissime tecnologie e ad Apollo, nel suo ufficio in Olimpo si rivolgono per e-mail nientemeno che le nove Muse, ognuna rivendicando il proprio diritto a insediarsi come divinità tutelare nel nascente Museo: dalla tutrice della memoria a quelle della poesia, della pittura, della musica, del canto, della storia, della matematica, del teatro e così via con messaggi elettronici che sottolineano i propri titoli. E forse così fornendo all´uomo altre più veloci misure per afferrare il Reale, e sopravvanzare l´ombra e farci sentire non solo abitanti, ma anche parti costituenti del mondo.
Corriere della Sera 7.1.08
Gli Usa e la crisi del debito estero
Dalla storia ottomana un monito per l'America
di Niall Ferguson
Per gli Stati Uniti l'attuale decennio rappresenta un punto di svolta, proprio come quello che coinvolse il grande impero ottomano nel 1870, quando tentò di far fronte alla crisi del debito estero svendendo tutti i suoi averi agli investitori stranieri. Bisogna vedere quanto ci vorrà perché all'attuale spostamento del potere finanziario ne segua uno geopolitico a favore dell'Asia
Un giorno gli storici si accorgeranno che il decennio attuale rappresenta un punto di svolta, proprio come quello degli anni Settanta. No, non del 1970. Non ho intenzione di ribadire le coincidenze di un presidente repubblicano contestato, della crisi petrolifera, della svalutazione del dollaro e di una guerra lontana che non poteva essere vinta. Niente di tutto questo: io mi riferisco al 1870.
A prima vista, a distanza di 130 anni le analogie potrebbero anche non apparire ovvie. Nel 1870 i leader conservatori, come Benjamin Disraeli, primo ministro inglese, erano potenti e benvoluti; i prezzi erano bassi dopo la crisi finanziaria del 1873 e le grandi pianure americane venivano dissodate per l'agricoltura. Era un periodo di stabilità monetaria, con tutti i paesi che seguivano l'esempio della Gran Bretagna, agganciando la valuta alle riserve auree.
Eppure, a guardar bene, ci si accorge che stiamo attraversando una fase di spostamento globale nell'equilibro del potere, molto simile a quanto avvenuto nel 1870. Questa è la storia di un grande impero che tentò di far fronte alla crisi del debito estero, svendendo tutti i propri averi agli investitori stranieri. Nel 1870 fu l'Impero Ottomano ad affrontare questa crisi. Oggi tocca agli Usa.
In seguito alla guerra di Crimea, il sultano di Costantinopoli e il suo vassallo d'Egitto, il khedivè, iniziarono ad accumulare un enorme debito, sia interno che estero. Tra il 1855 e il 1875, il debito ottomano aumentò di 28 volte. Per quanto riguarda la percentuale delle spese, gli interessi e gli ammortamenti passarono dal 15 per cento nel 1860 al 50 per cento nel 1875. In Egitto la situazione era analoga: tra il 1862 e il 1876 il debito pubblico totale lievitò da 3,3 milioni a 76 milioni di E£. Il bilancio del 1876 rivelò che il debito aveva superato la metà della spesa.
I prestiti erano stati richiesti per ragioni militari ed economiche: per sostenere la posizione militare ottomana durante e dopo la guerra di Crimea e per finanziare la costruzione di canali e ferrovie, compreso il Canale di Suez, inaugurato nel 1869. Ma ingenti somme di denaro furono sperperate per consumismo sfrenato: ne sono un esempio il lussuoso palazzo Dolmabahçe del sultano Abdul Mejid e la straordinaria prima mondiale dell'Aida al teatro dell'Opera del Cairo nel 1871. Sulla scia della crisi finanziaria che colpì la Borsa europea e americana nel 1873, la crisi del debito in Medio Oriente fu inevitabile.
Nell'ottobre del 1875 il governo ottomano dichiarò bancarotta.
La crisi ebbe due distinte conseguenze finanziarie: la vendita delle azioni del canale di Suez del khedivè al governo inglese (£4 milioni anticipati a Disraeli dai Rothschild) e l'ipoteca su alcune tasse dell'Impero Ottomano, stabilita con il sostegno dell'Amministrazione internazionale del Debito Pubblico Ottomano, che rappresentava gli obbligazionisti europei. Il problema fu che la crisi del debito rese necessaria la vendita o il trasferimento delle entrate del Medio Oriente all'Europa.
Certamente la crisi del debito negli Stati Uniti si è sviluppata in modo diverso. Il deficit estero è cresciuto rapidamente in seguito agli indebitamenti del governo e delle famiglie. Non è il settore pubblico ad essere inadempiente, ma coloro che richiedono dei prestiti senza fornire le dovute garanzie (mutui subprime).
Come nel 1870, tuttavia, il risultato di tale crisi è la cessione dei beni e dei guadagni ai creditori stranieri. Questa volta però, i creditori comprano azioni bancarie, non azioni del canale. E il potere si sposta così da Occidente verso Oriente.
A partire da settembre, i fondi sovrani mediorientali ed est-asiatici hanno messo a segno una serie di investimenti in quattro banche statunitensi: la Bear Stearns, Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch. Molti analisti hanno accolto con favore questo salvataggio globale: meglio rastrellare capitale estero piuttosto che ridurre il proprio bilancio limitando i prestiti. Tuttavia, bisogna riconoscere che queste «iniezioni di capitale» rappresentano un trasferimento delle entrate dalle istituzioni finanziarie americane nelle mani di governi stranieri. E questo accade nel momento in cui il divario tra i redditi occidentali ed orientali si riduce ad una velocità senza precedenti.
In altri termini, come nel 1870, mutano gli equilibri del potere finanziario. Allora lo spostamento andava dagli antichi imperi orientali (non solo Ottomano, ma anche Persiano e Cinese) all'Europa occidentale; oggi va dagli Stati Uniti — e altri centri finanziari occidentali — alle autocrazie del Medio Oriente e dell'Asia orientale.
Ai tempi di Disraeli, la crisi del debito ebbe implicazioni sia politiche che finanziarie, lasciando prevedere una riduzione dei guadagni ma anche della sovranità.
Nel caso dell'Egitto, quello che era iniziato con la vendita dei beni proseguì con la costituzione di una commissione estera per gestire il debito pubblico, l'instaurazione di un governo «internazionale», per finire, nel 1882, con l'intervento militare inglese che trasformò il Paese in una colonia a tutti gli effetti. Nel caso della Turchia, alla crisi del debito seguì l'abdicazione del sultano e l'intervento militare russo, che inflisse il colpo decisivo alla posizione ottomana nei Balcani.
Bisogna vedere quanto ci vorrà perché all'attuale spostamento del potere finanziario ne segua uno geopolitico a favore dei nuovi imperi dell'est, che fondano il loro potere sull'esportazione e le risorse energetiche. Si può dire tuttavia che l'analogia storica non è di buon auspicio per la rete quasi imperiale di basi e alleanze di cui gli Stati Uniti dispongono in Medio Oriente e in Asia.
Prima o poi non basterà più vendere le azioni e gli imperi debitori saranno costretti a fare ben altro per soddisfare i creditori.
© Niall Ferguson, 2008 Traduzione a cura dello Iulm
Corriere della Sera 7.1.08
La questione Céline
Il caso La Francia riscopre lo scrittore maledetto e filonazista. E si accende la discussione sul rapporto fra genialità artistica e ideologia
di Alessandro Piperno
Scandaloso, raffinato, antisemita, titanico, rivoluzionario La colpa: fu vittima dell'ambizione e del suo stesso stile
I pamphlet falliscono, dimostrandosi incapaci di raccontare il dramma che l'umanità stava per vivere
Louis-Ferdinand Céline, 1894-1961, una laurea in medicina, pubblica il suo primo romanzo («Viaggio al termine della notte») nel 1932. Seguiranno tra l'altro: «Morte a credito» (1936) e «Bagatelle per un massacro» (1937)
Un vitalista delle tenebre: moderno, mimetico, capace di irradiare la luce delle grandi disfatte
Voyage au but de la nuit, di Louis-Ferdinand Céline andava come qualsiasi altro bestseller natalizio. Lascio ad altri la riflessione sui celiniani tempi che viviamo, e mi chiedo: chi più di Céline ha patito gli sbalzi di umore del pubblico e della critica? E tutto per via di quel libro: Bagatelle per un massacro, il primo dei pamphlet filo-nazisti, che qualcuno ritiene il prodotto di «un delirante teppismo antisemita» (la definizione è di Mengaldo), e qualcun'altro — come Emile Brami — uno dei vertici dell'opera celiniana.
Contagiato da quel fermento parigino, ho acquistato Céline vivant, un cofanetto di dvd con le interviste televisive concesse da Céline del dopoguerra. Molto di questo materiale mi era noto. Ma vedere Céline, sentirlo parlare, be' è un'esperienza impagabile.
Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d'albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all'atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l'affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un'altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s'infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.
Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.
Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del '32, s'imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell'astronave giunta da un'altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall'Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un'energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l'infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull'altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l'entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D'altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.
Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l'ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.
Ecco cosa intende Céline per raffinatezza.
Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L'ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall'odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l'era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un'idea pervertita dell'anticonformismo e dell'anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L'antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c'è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima.
Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l'uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.
«Vorrei proprio fare un'alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch'io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell'aver confuso le vittime con i carnefici. E come l'errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell'errore di valutazione storica. Così come c'era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage
e l'innovazione stilistica, allo stesso modo c'è un nesso tra la cantonata ideologica e l'oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l'ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell'ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l'umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all'esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all'altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo Contre Céline, scrive: «In Rigadon,
Céline ci dice, dall'inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un'osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l'affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un'opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po' come la joyciana Finnegans Wake). C'è qualcosa nell'ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell'orrore».
Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.
È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po'! — colpevoli?
Corriere della Sera 7.1.08
Dispute L'autore del libro sul padre del socialismo italiano risponde alle critiche di Belardelli
Turati e la svolta di Berlinguer
«I comunisti sempre lontani dal riformismo, non ne avevano la cultura»
di Spencer Di Scala
Le tesi espresse nel mio libro, Filippo Turati. Le origini della democrazia in Italia, che è stato oggetto di una recensione da parte di Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera del 3 gennaio, potrebbero essere opinabili se fossero effettivamente le tesi da me sostenute e non quelle che dall'autore dell'articolo mi vengono attribuite. Dall'articolo pubblicato sembrerebbe addirittura che egli non abbia letto il libro, dato che finisce per alterare tutto il senso del mio discorso. Io non ho scritto il mio libro per dire che Veltroni, D'Alema o Fassino dovrebbero fare questo o quello, ma con lo scopo di correggere quello che considero un'ingiustizia storica che si continua a compiere nei confronti di Turati, che dev'essere ritenuto un uomo politico onorabile e importante, e di mettere in evidenza che le sue idee erano al suo tempo giuste e sono oggi più attuali che mai se si vuole costruire una democrazia moderna, vitale ed efficiente, fatte le dovute considerazioni del passaggio del tempo. Comunque, le idee di Turati risultano molto più giuste di quelle che purtroppo hanno dominato la sinistra italiana per decine di anni con effetti disastrosi.
Vorrei precisare alcuni punti: 1) Io non ho mai detto che Berlinguer è stato un riformista. Io ho citato il caso del «compromesso storico» per dimostrare che mentre l'estrema sinistra condannava i riformisti perché loro ammettevano la possibilità di contrattare delle alleanze politiche per prevenire la reazione, quando l'estrema sinistra adottò la stessa tattica cinquant'anni dopo, Berlinguer citò il caso del Cile senza menzionare Turati, nonostante lui fosse stato il primo a indicare quella strada. Inoltre, ho messo in evidenza che autorevoli esponenti della sinistra indicavano Gramsci quale sostenitore di quella strada per operare le alleanze politiche democratiche necessarie a isolare e fermare il fascismo, mentre chi lo aveva fatto era stato Filippo Turati che Gramsci aveva criticato duramente. Quanto ai comunisti, io ho affermato che essi avevano usato strumentalmente tattiche prese in prestito dai riformisti ma non erano mai stati riformisti perché del riformismo socialista non avevano mai condiviso la cultura, lo spirito e gli obbiettivi politici. Infatti, ho scritto: «Mentre sembravano rinunciare alle loro obiezioni teoriche (anche se non esplicitamente) a favore di un riformismo de facto, questo "riformismo" era falso ed era pensato per servire al loro principale obbiettivo: il crudo potere e la distruzione del loro nemico di sinistra » (p. 24). Bisogna sempre ricordare che alla conclusione della prima guerra mondiale e davanti alla Rivoluzione d'ottobre Filippo Turati fu lungimirante come pochi nel preconizzare i mali a cui avrebbe portato il comunismo.
2) Sul secondo punto, affrontato da Belardelli, relativamente alla sua asserzione che Turati non era abbastanza forte per separarsi dall'ala rivoluzionaria del Psi, va sempre ricordato che Turati insieme al suo allievo Giacomo Matteotti ebbero la forza di separarsene e ingaggiare una lotta intransigente contro la minaccia fascista e il governo Mussolini che nessun altro fece in Italia tranne personalità come Giovanni Amendola e Piero Gobetti e che se la stessa lotta l'avessero condotta anche gli altri l'ascesa della dittatura politica poteva arrestarsi. Quando si parla di Turati e di Matteotti bisognerebbe sempre rammentarsene e ricordare che essi pagarono questa lotta l'uno con la morte e l'altro con la persecuzione dell'esilio.
Potrei continuare ma credo di aver detto l'essenziale per chiarire il mio pensiero, che tuttavia una lettura appena attenta del libro dovrebbe già rendere chiaro.
l'Unità lettere 7.1.09
Con la scusa della famiglia...
Cara Unità,
ho letto col solito interesse l’editoriale di Furio Colombo sulla campagna “aborto e famiglia”, di cui si vaneggia in questi giorni. Agitata per lo più da noti corrotti e corruttori, coadiuvati dal controcanto preoccupato e preoccupante del Papa. Vorrei solo fare due considerazioni e una domanda:
1) I figli di Frau Goebbels erano 6 e non 4. Lei era una mamma senza contraccettivi che riscuoterebbe per questo l’approvazione della Chiesa. Poi per amor di patria li liquidò tutti e sei col veleno, incassando l’elogio del Fuehrer come la mamma più coraggiosa del Reich (secondo Tuedl Jungs). Lo stesso Hitler dimostrò di essere attaccato al concetto tradizionale di famiglia, tanto è vero che si sposò subito prima di suicidarsi. Anche questi, volendo, sono esempi di famiglie tradizionali.
2) Il Papa lancia la sua appassionata invettiva contro la società moderna materialistica (secondo lui) che usura il senso della famiglia, culla di amore e di pace. Prima, ne deduco, era meglio. Allora in quale alveo comunitario si elaborarono le due guerre mondiali del secolo breve, le più brutali che l’umanità abbia conosciuto?
In sessant’anni, in piena presunta egemonia del materialismo e della crisi della famiglia - sia pure tra micidiali e assassini micro-conflitti - siamo riusciti ad evitare un altro macello mondiale. Non è un bel test che parla contro le semplificazioni dei fondamentalisti?. In realtà la famiglia tipo ha un record misto e problematico, come evidenzia bene Colombo.
3) Articoli come questo di Colombo dovrebbero raggiungere una udienza maggioritaria, almeno come elemento critico, e non essere ristretti ai tradizionali lettori della stampa democratica.
Altrimenti si lascia il pieno campo ai messaggi come quelli del Corriere, i cui lettori non sono tutti fondamentalisti. «Il Papa: negare la famiglia minaccia la pace», non solo è una stupidaggine, ma lancia anche veleni consci e inconsci in tempo in cui veleni e il nulla caratterizzano l’informazione corrente. Come fare? È una questione che mi assilla.
Giorgio Riparbelli