lunedì 7 gennaio 2008

Repubblica 7.1.08
Antonio Canova. Se il marmo diventa carne viva


Centenari / Alla Galleria Borghese di Roma una raccolta di opere del grande scultore compresi alcuni dipinti giovanili
Un sottile ma infallibile equilibrio tra antico e moderno, verità e idea
Secondo il dettato neoclassico i ritratti non sono mai naturalistici, una copia del vero
Sono esposti disegni e bozzetti autografi provenienti da varie collezioni

ROMA Una bella donna ha a disposizione due soli modi per sfuggire all´oltraggio della decadenza fisica: morire prematuramente o confidare nel potere taumaturgico dell´arte. Ha compiuto duecento anni la Paolina Borghese di Canova, ma non li dimostra. Il tempo continua inesorabile a scorrere, ma non è più in grado di intaccare la sua fulgida bellezza eternata nel marmo, che ha ormai preso stabile dimora nel nostro immaginario collettivo: scivola inoffensivo sulle dolci rotondità e sul profilo altero della Venere imperiale, che cela sotto una maschera di nonchalance la soddisfazione per il trionfo sulle due temibili rivali, ma non abbastanza da non lasciarla trapelare dalla salda presa con cui stringe nella sinistra il pomo della vittoria e dal falso distacco di quella sua posa mollemente sdraiata, ma in realtà ben eretta sui fianchi ed elegantemente puntellata dal braccio destro e da una catasta di cuscini.
Ma i centenari vanno festeggiati comunque, e per farlo degnamente Anna Coliva e Fernando Mazzocca hanno convocato alla Galleria Borghese una raccolta di opere canoviane davvero d´eccezione, per far da corona alla Paolina e trasformare l´omaggio dovuto in una preziosa occasione di approfondimento e di rilettura critica («Canova e la Venere vincitrice», catalogo Electa, fino al 3 febbraio). Sono una dozzina almeno le statue canoviane generosamente prestate per l´anniversario dalle più varie e disperse collezioni, cui si aggiungono splendidi disegni e bozzetti autografi provenienti dalle raccolte canoviane di Possagno e Bassano, ed anche un certo numero di dipinti, tra i quali un paio di tele giovanili con cui il sommo scultore, che coltivò vita natural durante l´hobby della pittura, anticipò l´idea compositiva della Paolina, ispirandosi alla grande tradizione veneta delle Veneri sdraiate inaugurata da Giorgione e Tiziano.
Quanto alle statue, gravitano tutte intorno all´aureo periodo in cui Canova scolpì la sua Paolina Borghese in veste di Venere vincitrice (1804-1808). Ma soprattutto appartengono tutte ai due generi artistici cui essa stessa appartiene, e cioè alla categoria delle «sculture gentili e amorose», il genere in cui Canova era unanimemente considerato ineguagliabile (lo ammetteva anche il suo più ostinato detrattore, il critico tedesco Fernow, sponsor del giovane Thorvaldsen), e alla categoria del «ritratto divinizzato». Tra queste ultime, spiccano l´efebico principe Lubormiski sotto le mentite spoglie di un Amorino con tanto di arco e frecce (proveniente dal castello di Lacut in Polonia), l´Alexandrine Bleschamps, moglie di Luciano Bonaparte, in veste di Musa Tersicore (dalla Fondazione Magnani Rocca), la Leopoldina Esterházi, anch´essa atteggiata a mo´ di Musa (dal castello Esterházi ad Eisenstadt, in Austria) ed infine la Musa Polimnia che, nata come effigie divinizzata di Elisa Baciocchi Bonaparte, nella definitiva versione in marmo subì un opportuno trattamento «spersonalizzante» a seguito della caduta in disgrazia dell´effigiata.
Ligio al dettato neoclassico, che spregiava la copia servile del vero, Canova evitava quanto più possibile il ritratto di tipo naturalistico, ricorrendo al travestimento idealizzante. Non senza produrre qualche imbarazzo nei suoi pur grati e devoti committenti, come nel caso di Napoleone, che accettò malvolentieri di essere trasformato in una nuda divinità guerriera, e nella stessa Paolina, sua deliziosa e volubile sorella, che nutrì sentimenti ambivalenti nei confronti della nudità della propria effigie di Venere vincitrice, oscillando tra compiacimento e pudore.
Alla ripulsa del ritratto come banale copia del «vero» corrispondeva del resto la ripulsa nei confronti della servile copia dei capolavori antichi, ovvero del «bello». «Imitare per divenire inimitabili», aveva sentenziato Winckelmann, indiscusso profeta del Neoclassicismo, ma aveva aggiunto: attenzione! Imitare non significa copiare, bensì assorbire fino in fondo, ma poi riprodurre autonomamente la lezione che gli artisti antichi ci hanno tramandato nei loro capolavori. E Canova lo aveva preso alla lettera, disdegnando chiunque gli chiedesse una copia di un marmo antico, ma al tempo stesso cimentandosi ripetutamente in quelle che potremmo definire altrettante «sfide rispettose» nei confronti dei capolavori classici.
Come quando imitò il più osannato di tutti, l´Apollo del Belvedere, eseguendo un Perseo trionfante che ne rappresentava una sorta di «ripetizione differente», ma guardandosi bene dal nascondere il suo debito, anzi, dichiarandolo al punto da esibire nel suo studio la nuova statua con accanto il calco dell´Apollo, affinché fossero ben evidenti tanto le analogie che le differenze. In questa mostra, è presente in ben due versioni, quella originaria di Pitti e la più tarda replica di Leeds, un altro eccelso esempio di queste sfide canoviane: la Venere italica, liberamente ispirata alla celebre Venus pudica delle raccolte medicee.
Grazie a queste presenze d´eccezione, risulterà forse più agevole carpire qualche segreto in più all´eterna bellezza della Paolina. Coglierne la sapiente rielaborazione di spunti dall´antico e dalle Veneri di tradizione veneta. Constatare quanto il cedevole materasso di marmo su cui è adagiata Paolina debba al mirabolante materasso imbottito e trapunto del restauro che il giovane Bernini escogitò per l´Ermafrodito Borghese (convocato appositamente in mostra dal Louvre, dove emigrò insieme a tutti gli altri marmi antichi a seguito della sciagurata vendita da parte di Camillo Borghese, marito di Paolina, al cognato Napoleone).
Ma soprattutto sarà possibile rileggere con occhi più consapevoli il sottile ma infallibile equilibrio con cui Canova sa mantenersi in bilico tra antico e moderno, verità e idea, carnalità e astrazione, senza scivolare mai, né da una parte né dall´altra. Mettendo a contrasto la «verità» di un sofà che sembra preso di peso dall´arredo della villa con la bellezza ideale della donna che vi si è adagiata sopra. Una donna che iscrive il fascino seduttivo del suo corpo sinuoso nel geometrico dispositivo di un´astratta sequenza di schemi triangolari. Morbide curve dentro un´invisibile armatura di linee rette. Pieni cui fanno eco vuoti, entrambi calibrati al millimetro. Una donna, che è però una dea. Un marmo, che è però «vera carne».

Apcom 6.1.08
Bertinotti in Sudamerica alle radici del nuovo socialismo
Bolivia, Perù, Ecuador, Venezuela: Eldorado per sinistre radicali
Viaggio ufficiale, ma in giornata 'privata' userà volo di linea


Roma, 6 gen. (Apcom) - Fausto Bertinotti in America latina: da domani e per dieci giorni tornerà sulle tracce di quel 'Socialismo del XXI secolo' al quale ha consacrato anche la sua rivista di ricerca teorica, rendendo omaggio alle esperienze politiche più radicali del 'Rinascimento' sudamericano.
Bolivia, Perù, Ecuador e Venezuela sono le tappe di un viaggio in una sorta di Eldorado delle sinistre radicali: nazionalizzazioni, riscatto degli indios, lotta alla miseria sono i tratti politici comuni di alcune delle esperienze politiche più discusse degli ultimi anni, e che in questi ultimi mesi hanno vissuto, ciascuna per la sua parte, pesanti tensioni legate soprattutto ai tentativi dei rispettivi leader di spingere per riforme costituzionali in senso socialista. Con l'eccezione del Perù, dove lo scorso anno il liberista moderato Alan Garcia ha sconfitto alle presidenziali il nazionalista di sinistra Ollanta Humala, Bertinotti incontrerà durante il suo viaggio leader che si possono tutti ascrivere nel fronte 'antiliberista' al quale lo stesso presidente della Camera appartiene: i presidenti Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Hugo Chavez in Venezuela. Ma per Bertinotti, è stato lui stesso a spiegarlo al settimanale 'Panorama', si tratta del "completamento di una nuova stagione nei rapporti fra Italia, Europa e Sudamerica". Una tappa di quella 'diplomazia parlamentare' nella quale l'ex leader di Rifondazione ha a volte preso iniziative autonome, come nel caso del recente incontro con il Dalai Lama a Montecitorio.
L'anno scorso Bertinotti aveva incontrato i leader più moderati della sinistra latinoamericana: Lula, Kirchner, Tabarè Vasquez e Michelle Bachelet. E proprio dal Cile aveva rispolverato la figura politica a suo giudizio sottovalutata di Salvador Allende, il presidente socialista cileno ucciso dal golpe di Pinochet, contrapponendolo ai "riformisti di destra" ma anche agli "altri miti", come Ernesto Che Guevara, che avevano animato il pensiero politico dei decenni passati. Quest'anno, forse non a caso, nel programma ufficiale del viaggio nessun omaggio è previsto per il Che, che proprio in Bolivia, prima tappa della visita istituzionale, trovò la morte 40 anni fa: la sinistra alla quale guarda il presidente della Camera è, sì, antiliberista, ma anche democratica e nonviolenta. E' nell'intreccio fra movimenti sociali e politica, e nella scelta di costruire esperienze unitarie a sinistra che si può ricostruire un orizzonte, in Italia e in Europa, anche "imparando", come lui stesso ha sottolineato più volte, dall'America latina.
Molti gli impegni istituzionali previsti nel corso del tour, ma il continente americano è luogo di grandi contraddizioni e di povertà estreme: ed è proprio nella lotta alla povertà che risiede, secondo Bertinotti, il denominatore comune delle diverse sinistre nei cinque continenti. Per questo la visita prevede numerose tappe di approfondimento sui progetti di cooperazione internazionale, nei quali è coinvolta l'Italia sia ufficialmente, come Stato (in Perù ad esempio il numero uno di Montecitorio visiterà un'impresa alimentare che fa parte di un progetto finanziato dalla Farnesina per la lotta contro la prostituzione infantile) sia attraverso le tante Ong italiane impegnate in questi Paesi. Sempre in Perù, omaggio alla comunità italiana con l'inaugurazione di un affresco dedicato a Giuseppe Garibaldi, sul muro dell'ambasciata italiana a Lima.
Momento clou dei dieci giorni, il discorso che la terza carica dello Stato terrà al parlamento venezuelano, il 17 gennaio, nell'ultima giornata di visita istituzionale: sarà dunque Chavez l'interlocutore scelto per lanciare nuovamente il ponte tra Europa e America Latina come strumento per la costruzione di un mondo bipolare, libero dall'egemonia statunitense, al quale, sia pure con sistemi diversi, aspirano le sinistre più o meno radicali dei due continenti. Proprio Chavez, dopo il presidente iraniano Ahmadinejad l'uomo forse più inviso a Washington e a gran parte delle cancellerie europee, che in questi giorni è nuovamente alla ribalta della scena internazionale per il suo tentativo di mediazione per la liberazione degli ostaggi delle Farc, l'esercito guerrigliero marxista colombiano. Ma il presidente venezuelano, sconfitto nel referendum costituzionale che proponeva la trasformazione 'socialista' dello Stato, ha accettato il responso del voto popolare, e questo, per Bertinotti, "ha fugato qualunque dubbio sul carattere democratico di quel sistema politico".
Manca, nel viaggio di Bertinotti, l'ultima tappa, alla quale in realtà si era pensato inizialmente, un anno fa, in fase di progettazione: Cuba. Ma non poteva essere altrimenti, viste le condizioni di salute precarie tanto di Fidel Castro quanto della 'revolucion', attanagliata dalla crisi economica e stretta fra la storica ostilità statunitense e l'emergere di un crescente malessere sociale.
Dal precedente viaggio ufficiale in America latina sono cambiate tante cose. Poco meno di un anno fa, Bertinotti confidava a un quotidiano argentino il suo ottimismo, spiegando che il governo "durerà cinque anni, nonostante i problemi normali esistenti in una coalizione ampia". Poi è arrivata la base di Vicenza, la mini-crisi di febbraio, e poi ancora il Protocollo welfare, il 'brodino' preso da Prodi, e il presidente della Camera ha infine decretato il 'fallimento' del centrosinistra: che però si dibatte ancora, fra gli strappi dei centristi di varia estrazione e i malumori dei partiti di sinistra.
Proprio durante il viaggio di Bertinotti, manco a farlo apposta, prima la verifica di governo, poi la decisione della Corte costituzionale sul referendum elettorale metteranno nuovamente a dura prova una maggioranza già in fibrillazione permanente. Anche se a distanza e cercando in ogni modo di scansare le polemiche, Bertinotti seguirà con grande attenzione le vicende italiane e "da osservatore", come ama precisare da quando riveste un ruolo istituzionale, non gli mancherà l'occasione di far sentire la sua voce.
Tra le novità del viaggio, la nuova disciplina sui voli di Stato: Bertinotti, che si è impegnato nella riduzione dei costi della Camera e ha recentemente fatto sapere di essere "contrario" allo scongelamento degli aumenti delle indennità dei deputati bloccati nel 2007, stavolta userà, con la sua delegazione, un volo di linea peruviano nell'unica giornata di visita privata del viaggio, dedicata all'antica capitale degli Incas Cuzco e ai ruderi della leggendaria Machu Picchu.

l'Unità 7.1.08
In principio era l’Eden. Ma a quale longitudine?
di Franco Farinelli


È S. Agostino il primo a dire che il Paradiso perduto era un vero e proprio giardino recintato con alberi e animali

Per molti è a oriente. Per altri, tra loro anche Dante, è all’Equatore perché laggiù, sostengono, il clima è temperato

Proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera

RELIGIONE&GEOGRAFIA Fino all’età moderna il Paradiso appariva sulle mappe. Colombo, giunto all’Oronoco, lo scambiò per un fiume dell’Eden. Un saggio esplora il ruolo potentissimo che questo mito ha avuto nella nostra idea dello spazio

Non fosse per Sant’Agostino forse non saremmo ancora oggi a parlare del paradiso, e di certo Alessandro Scafi non avrebbe scritto un libro (Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, Milano, Bruno Mondadori, 2007, 58 euro) vasto e straordinario, dotto e insieme affilato. All’inizio vi era, nella Bibbia, un ambiguo termine ebraico, miqedem. Nella sua Vulgata, traduzione latina autorevole e canonica cui fece ricorso per tutto il Medioevo l’Occidente cristiano, San Girolamo lo rende in termini temporali, con l’espressione «fin dal principio». Al contrario le altre versioni, da quella dei Settanta alla Bibbia di Gerusalemme, sostituiscono al significato temporale quello spaziale: «a oriente». In ogni caso il termine in questione si riferisce, nella Genesi, al Paradiso, il parco irrigato, fiorito e alberato, popolato da animali e circondato da un muro, dove il Signore pose l’uomo perché lo coltivasse e ne fosse il custode, con tutto quel che tragicamente ne seguì. Fu proprio Agostino ad insistere per l’interpretazione letterale e non allegorica del racconto, pretendendo che Adamo, creatura in carne ed ossa, fosse posto in un giardino altrettanto materiale, all’interno di qualcosa che come tutte le cose concrete dovesse perciò far parte del mondo fisico, dunque trovar posto su una mappa, vale a dire all’interno dell’immagine senza la quale (se soltanto si riflette un momento) la stessa idea di mondo come qualcosa di unitario, coerente ed omogeneo difficilmente potrebbe esistere - ma quest’ultima è l’idea soltanto di chi scrive, che però la storia della raffigurazione cartografica del paradiso contribuisce non poco a render plausibile. Di più: proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte della Terra un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera, quasi che nello stesso paradiso, veicolo e agente di tale riduzione in quanto ricettacolo dell’albero della conoscenza, si celasse il mistero dei misteri conoscitivi, quello appunto dell’equivalenza tra il mondo e l’immagine cartografica del mondo. Come scriveva nella prima metà del XII secolo Ugo di San Vittore: «Tutto il mondo sensibile è come una specie di libro scritto dal dito di Dio». Per Ugo, autore di una celebre Descriptio mappae mundi, il libro per eccellenza era una mappa. Anni fa Hans Blumenberg attirava l’attenzione sull’ignorata metafora del volume, facendo notare come alla base del grande racconto moderno sulla natura come evoluzione altro non fosse che il modello dello svolgimento (evolutio) del rotolo di cui il volume in questione (la forma del libro almeno fino al primo secolo della nostra era) si componeva, prima di venir sostituito dal codice, l’insieme dei fogli disposti non più l’uno in fila all’altro ma l’uno sull’altro, come tuttora siamo abituati. E Blumenberg concludeva mettendo in risalto come ciò che dal punto di vista linguistico era vicino nei fatti fosse, se riferito all’intervallo tra Darwin e i giorni nostri, immensamente lontano. A maggior ragione, e non soltanto nel caso del paradiso, il discorso vale per l’influenza esercitata dalle mappe e dalla loro forma per l’immagine del mondo che ancora oggi è la nostra.
Tanto per cominciare, a differenza che nel linguaggio su una carta geografica l’ambiguità del termine da cui siamo partiti non esiste: l’inizio e l’oriente possono benissimo essere la stessa cosa, e infatti quasi fino al Duecento e con pochissime eccezioni tutte le mappe cristiane del mondo, da quelle minuscole che illustrano i commentari ai testi classici a quelle enormi che ornano le pareti delle chiese, mostrano l’oriente in alto e il giardino dell’Eden al culmine della figura o quasi. E la coincidenza cartografica tra termine temporale e ubicazione comporta che per tutto il Medio Evo o quasi ogni mappa fosse un sistema in grado di raffigurare insieme, proprio in virtù della presenza del paradiso, non soltanto spazio e tempo ma passato, presente e futuro, poiché non si limitava all’inventario di quel che esisteva, ma rappresentava la complessiva natura del reale e allo stesso tempo ne dettava la prognosi, che consisteva nel messaggio universale del cristianesimo, cioè nel piano divino della salvazione dell’umanità. E tutto ciò, credenti o non credenti che si sia, condiziona ancora adesso in maniera potente ed inavvertita, cioè a nostra insaputa, il nostro rapporto con il mondo, perché ancora ne determina clandestinamente i meccanismi più profondi.
Si consideri ad esempio quel che era il gigantesco mappamondo di Erbstorf, così come possiamo apprezzarlo nel facsimile realizzato prima della sua distruzione, avvenuta nel 1943 durante i bombardamenti alleati su Hannover: un grande Cristo, la cui testa è proprio accanto alla vignetta che descrive il paradiso e mostra la scena della tentazione diabolica, confonde il proprio corpo con quello circolare della Terra che abbraccia, in maniera da rendere l’immagine di quest’ultima un’immane ostia. Il mappamondo in questione venne realizzato tra il 1235 e il 1240, ben dopo la feroce polemica che quasi due secoli prima aveva opposto Berengario di Tours alla Chiesa di Roma a proposito della reale presenza sull’altare, durante la messa e dopo la consacrazione, del vero corpo e del vero sangue di Gesù. A differenza che per il Papa, secondo Berengario tale presenza restava soltanto simbolica. Di conseguenza la diffusione nelle chiese della cristianità di mappamondi come quello di Erbstorf significava, dopo la disputa eucaristica, un evidente trasferimento: così come l’ostia diventa, in virtù del «sacramento dei sacramenti», il vero corpo di Cristo, allo stesso modo la mappa si muta nel vero corpo della Terra. Come spiegare, altrimenti, la cieca fiducia nelle mappe che è il tratto distintivo e specifico dell’intera modernità, fiducia che per noi è abito comune e fin qui irriflesso? Proprio perché il primo ad affidarsi interamente alla carta, Colombo, è il primo dei viaggiatori moderni. Ma per Colombo quest’ultima restava consapevolmente una vera e propria profezia, così come per tutto il Medio Evo essa era stata - ed è questo il vero motivo per cui per un momento, di fronte all’immensa acqua dolce della foce dell’Orinoco, Colombo arrivò persino a pensare di esser giunto in prossimità dei quattro grandi fiumi dell’Eden.
Proprio la scomparsa del paradiso dalle carte segna in epoca moderna la fine della coscienza circa la natura di prognosi se non profetica dell’immagine geografica, che anche per noi, molto più sprovveduti nei suoi confronti degli uomini e delle donne medievali, continua a prefigurare quel che accadrà, anche se crediamo che essa si limita invece a registrare semplicemente quel che c’è. Per Agostino la localizzazione dell’Eden restava indeterminata, da qualche parte verso oriente. Ma quasi mille anni dopo Duns Scoto, all’inizio del Trecento, faceva notare che, essendo la Terra una sfera, «oriente» non corrisponde a nessun significato assoluto, sicché il paradiso può stare, come l’oriente, ovunque. Nel frattempo già altri (come Dante) ne avevano proposto l’ubicazione, sulla scorta dell’autorità di Tolomeo ed Avicenna, su una montagna verso l’equatore, a motivo del carattere temperato del clima che si credeva potesse esservi. Per altri ancora, altezza per altezza, esso addirittura raggiungeva la Luna, e in ogni caso Duns Scoto fu preso in parola, nel senso che da allora l’Eden venne situato in tutti i posti immaginabili: in India, a Ceylon, nel Kashmir, in Cina, in Armenia, in Siria, in Persia, a Babilonia, in Tartaria, alle sorgenti del Nilo, in Palestina, sulle Alpi, nel Mar Caspio, in America, nella Terra del Fuoco, ai poli, sotto terra, sotto gli oceani, ovunque. Ma la mossa decisiva al riguardo fu quella compiuta da Fra Mauro, il monaco veneziano che nel silenzio del monastero camaldolese di San Michele a Murano completò verso la metà del Quattrocento il colorato mappamondo che segna in maniera icastica il transito dall’immagine medievale a quella moderna del mondo, e non soltanto perché combina idee tratte dalla Geografia di Tolomeo con i dati ricavati dalla cartografia nautica e i resoconti di viaggio. Il passaggio decisivo che stabilisce l’inaudita novità del suo modello consiste appunto in questo: per la prima volta il paradiso viene messo all’angolo, nel senso che pur restando sulla carta cioè nel disegno, cade fuori dal circuito che segna il confine dell’immagine terrestre, subisce insomma lo stesso castigo che già Dio aveva inflitto ad Adamo ed Eva cacciandoli dall’Eden stesso. E la novità sta nel fatto che in tal modo, con l’espulsione dell’avvenimento originario per l’umanità dalla figura terrestre, quest’ultima non può accogliere più al proprio interno, come prima accadeva, ambiti che sono allo stesso tempo eventi, ma la dimensione temporale (il saeculum) della realtà e quella spaziale ( il mundus) per la prima volta risultano sistematicamente distinte, sicché la prima sulla mappe di norma non compare più, e la seconda resta finalmente padrona del campo, per affermarsi esattamente nella forma tolemaica cioè geometrica che ha corrisposto alla costruzione del Nuovo Mondo, del mondo in cui viviamo.
Se la cacciata della prima coppia dall’Eden aveva segnato l’inizio della storia, quella dell’Eden dalle mappe stabilisce in tal modo l’inizio di quel che in Occidente ancora si chiama geografia. Al cui interno, così come nei bisogni e nelle aspirazioni di tutti i discendenti di Adamo ed Eva, il paradiso tuttavia ancora esiste, nella forma di ciò di cui evidentemente il paradiso è stato archetipo e prototipo. Prima di sparire definitivamente dai mappamondi, l’Eden si ridusse ad una minuscola, residua traccia, quello dell’ultimo dei fiumi che da esso prendono origine. Oggi invece al paradiso non corrisponde più nessun segno materiale, bensì un modello immateriale che tutti abbiamo in testa, l’unico che, almeno per il momento riusciamo ad opporre a quello di spazio, messo in crisi dalla congiunta applicazione della cibernetica, della telematica e dell’informatica al funzionamento del mondo: l’idea di luogo, di quell’ambito cioè che come ha spiegato Doreen Massey non si conosce se non lo si abita all’interno, se non ci si sta dentro. Ovvero, appunto parafrasando quel che Proust scriveva a proposito del paradiso, quel posto che chiamiamo vero e unico soltanto perché lo abbiamo perduto, e continuiamo a cercarlo.

l'Unità 7.1.08
Negli Usa. Un esperimento con le immagini
La macchina per leggere il pensiero


La «macchina che legge il pensiero» sembra destinata ad uscire dai libri di fantascienza e a diventare realtà.
A Pittsburgh negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University ha fatto un primo, cruciale passo avanti: con l’aiuto di un sofisticato scanner e di un computer ha trovato il modo di scoprire se il cervello sta pensando ad una cosa o all’altra.
Per il momento - riferisce il tabloid londinese «Daily Mail» - i ricercatori di Pittsburgh possono individuare con un’accuratezza del 97% soltanto i pensieri elementari che si agitano nella sostanza grigia in risposta a dieci immagini di edifici e di utensili. Contano però di poter fare rapidamente dei progressi sulla scia di questo importante successo. «Speriamo - ha detto la dottoressa Svetlana Shinkareva - di poter identificare non soltanto i pensieri associati a immagini ma anche quelli connessi a parole e poi a frasi».
In dichiarazioni riportate dalla rivista «Plos One», Marcel Just - caposquadra dei ricercatori di Pittsburgh - spiega: «Ci siamo sempre chiesti a livello filosofico - afferma - se la percezione di un colore come il blu sia lo stesso per tutte le persone e adesso grazie al nostro studio abbiamo riscontrato che analoga è l’attività cerebrale in risposta ad immagini di utensili ed edifici».

Repubblica 7.1.08
L'impero tra il XVI e il XVIII secolo al Louvre
Il canto colorato della Persia
di Bianca Riccio


PARIGI - Una vergine nuda, un braccio tornito appena inclinato, appollaiata sulla cima di una montagna altissima, fatta di massi colorati, gialli, verdi, azzurri e rosa invita a visitare Il canto del mondo, la bella mostra sull´arte iraniana al Louvre: il racconto dell´apogeo della dinastia savafide, quando, fra il XVI e il XVIII secolo, l´impero persiano si estendeva dall´Armenia all´ovest dell´Afghanistan. E´ un mondo poetico e felice. Le caraffe colorate di preziosa porcellana, le tazze principesche erano concepite per bere il vino, nettare degli dei e dei principi della corte. Nessuna proibizione quindi, nessun divieto. Nei dipinti volano uccelli immaginari, sirene e cavalieri elegantissimi cavalcano sui loro splendidi cavalli, certamente provenienti dalla valle di Fergana che si muovono veloci in false prospettive e spazi multipli.
Le tempere di fiori e piante di cui si indovina il profumo, ospitano farfalle e pettirossi, e le acque che i cavalieri a volte attraversano per raggiungere le invitanti fanciulle, bagnano erbe odorose, menta, maggiorana, timo. L´aria è impregnata di fragranza di petali di rosa, gelsomino, fiori d´arancio e garofani.
La mostra racconta con i suoi pochi e sceltissimi oggetti, piatti blu lapislazzuli, miniature, codici istoriati, il piacere di meravigliare. E´ il mondo delle Mille e una Notte.
La rassegna a cura di Souren Melikian, studioso della materia, è disposta con grande semplicità in due gallerie rischiarate da una luce chiara e naturale. A parte l´interesse per i magnifici oggetti che vengono proposti alla nostra attenzione, è il senso di innocenza, di edonismo perfetto e non contaminato, che forse è ciò che ci tocca più direttamente. Perché l´innocenza è perduta per sempre.
Un´occasione per capire un´arte che affonda le sue radici nei misteri zoroastrici, quindi ben prima dell´Islam.

Repubblica 7.1.08
L'economista Barry Eichengreen: non c'è alternativa al dollaro debole, l'Europa si rassegni
"Non detta più legge sull'economia il declino dell´America è già iniziato"
di Federico Rampini


Le imprese italiane sono state più lente nell´adattarsi alla competizione internazionale
La preoccupazione è che l´origine statale di quei fondi possa spingerli a penetrare in settori strategici

Recessione americana alle porte, dollaro in picchiata, petrolio a 100 dollari, ritorno dell´inflazione: il 2008 si è aperto in un clima di paura per l´economia mondiale. Dietro la crisi immediata non è sempre facile capire quali siano le tendenze di lungo periodo all´opera. Il declino degli Stati Uniti è congiunturale o irreversibile? Cosa ci aspetta se il XXI secolo sarà segnato da un significativo ridimensionamento dell´Occidente, e dall´emergere di nuovi attori capaci di dettare le regole della globalizzazione? Con l´americano Barry Eichengreen, economista di Berkeley, autorevole consulente di banche centrali asiatiche e del Fmi, cominciamo una serie di interviste con grandi esperti internazionali per illuminare le sfide che ci attendono.
Il ruolo storico del dollaro come moneta dell´economia globale è condannato a un tramonto inesorabile nel XXI secolo?
«Senza dubbio. La funzione dominante del dollaro sia nelle riserve delle banche centrali, sia come valuta privilegiata nelle operazioni finanziarie, sia infine come mezzo di fatturazione e di pagamento degli scambi internazionali, nella seconda metà del XX secolo rifletteva delle circostanze eccezionali. Nel 1950 i redditi degli europei erano la metà di quelli americani; i redditi giapponesi erano inferiori a quelli europei; Cina e India non erano neppure economie di mercato. Solo gli Stati Uniti avevano mercati finanziari vasti, liquidi, e aperti al resto del mondo. L´America era la potenza dominante nell´industria, nella finanza e nei commerci. Non è strano che tutti usassero i dollari. Oggi l´America è molto meno eccezionale di allora, e lo diventerà ancora meno in futuro».
Quali correzioni avverranno nei comportamenti, se il dollaro dovesse continuare a indebolirsi?
«E´ probabile che il dollaro debba continuare a scendere, vista la debolezza dell´economia americana e l´ampio deficit commerciale degli Stati Uniti con il resto del mondo. La conseguenza sarà di accelerare l´evoluzione verso un maggiore uso internazionale dell´euro e di altre monete».
La caduta del dollaro è il modo migliore per ridurre il deficit commerciale americano? Dobbiamo rassegnarci alla inevitabilità di questo deprezzamento, che in Europa solleva tanta preoccupazione?
«Per abbassare il deficit commerciale Usa, per esempio riportandolo al 3% del Prodotto interno lordo, occorre che gli americani consumino meno e che il resto del mondo spenda di più. Questo è un requisito essenziale perché gli Stati Uniti possano importare di meno ed esportare di più, assorbendo questo gigantesco deficit che è uno dei più pericolosi squilibri dell´economia mondiale. Questo tipo di aggiustamento è cominciato: vediamo che le famiglie americane più colpite dalla crisi del mercato immobiliare stanno riducendo il loro tenore di vita, e le imprese tagliano gli investimenti. Ma per evitare una grave recessione americana occorre che noi riusciamo ad esportare quella produzione che non consumiamo più a casa nostra. Perciò è indispensabile che le nostre esportazioni diventino più attraenti: in altre parole ci serve un dollaro debole. Lasciare che il dollaro continui a indebolirsi non è solo il modo migliore per ridurre il deficit Usa, in realtà è l´unico modo. Non ci sono alternative, dovete rassegnarvi».
Ma con un euro ormai vicino a 1,5 dollari che fine fa la nostra competitività, che prezzo pagano le industrie europee, le esportazioni italiane?
«L´euro forte rende più ardua la competizione internazionale per le vostre imprese. Con delle differenze, però. Una parte dell´industria tedesca ha minimizzato gli effetti della moneta forte costruendo reti di produzione che integrano fornitori dell´Europa orientale, delocalizzando le catene di montaggio ad alta intensità di manodopera, e così via. Le imprese italiane sono state più lente nell´adattarsi e per questo sono maggiormente colpite. Un´altra ragione sta nel fatto che per la tipologia dei settori industriali l´Italia è più direttamente in concorrenza con la Cina, per esempio nella produzione di tessile-abbigliamento, anche di alta qualità. L´effetto del dollaro debole allora viene amplificato dall´aggancio della moneta cinese al dollaro. Anche il renminbi continua a perdere quota sull´euro. Questo è un problema per l´Europa, ma soprattutto per l´Italia».
Come giudica questa scelta di Pechino di mantenere la sua valuta più vicina al dollaro che all´euro?
«E´ un eccesso di cautela. In passato questa prudenza ha portato fortuna ai dirigenti cinesi, secondo la celebre massima di Deng Xiaoping che consigliava di attraversare il fiume tastando i sassi con i piedi, uno alla volta. Ma ora la Cina ha bisogno di cambiare in fretta. Per non aver consentito che il renminbi si rivalutasse più velocemente sul dollaro oggi la Repubblica popolare sta importando una pericolosa inflazione. E se un democratico vince le elezioni americane quest´anno, Pechino potrebbe fronteggiare un serio rigurgito di protezionismo da parte degli Stati Uniti».
Quali saranno le conseguenze della penetrazione dei Fondi sovrani che investono le risorse finanziarie dei paesi emergenti (dalla Cina ai paesi arabi) acquistando pezzi del sistema finanziario americano ed europeo? E´ un remake degli anni 80 quando era il Giappone a "comprare il capitalismo americano"? O sta accadendo qualcosa di diverso?
«C´è un´analogia di base. In ambedue i casi gli Stati Uniti si sono trovati in forte deficit con il resto del mondo, e i paesi con grossi attivi nelle bilance dei pagamenti a un certo punto hanno avuto il naturale desiderio di possedere aziende americane, non solo Buoni del Tesoro Usa. C´è però una differenza cruciale. Negli anni 80 erano le grandi aziende giapponesi che compravano fabbriche, hotel e campi da golf negli Stati Uniti. Ora gli investitori sono fondi controllati direttamente dai governi stranieri. La preoccupazione è che l´origine statale di quei fondi possa spingerli a penetrare in settori strategici per la sicurezza: dalle tecnologie militari alle fonti energetiche. E quando gli investimenti esteri vengono percepiti come un problema per la sicurezza, le tensioni politiche sono inevitabili».
Nell´ascesa della Cina e dell´India come nuove superpotenze dell´economia globale qual è la conseguenza di lungo termine che secondo lei ci riserverà le maggiori sorprese?
«L´impatto sull´economia globale è immenso e continuerà a crescere, e tuttavia mi pare che la dimensione economica sia quella più facile da capire. E´ ormai chiaro che non sono solo i nostri operai ma anche i colletti bianchi, i laureati, i "lavoratori della conoscenza" che dovranno competere con molti milioni di giovani cinesi e indiani. L´impatto sulle emissioni di CO2 è preoccupante, ma la consapevolezza di questo è già diffusa fra di noi. Invece a mio avviso le conseguenze politiche di lungo termine sono quelle che l´Occidente fatica a capire. Il paesaggio geopolitico del XXI secolo sarà profondamente diverso da quello a cui eravamo abituati. Ne abbiamo avuto un primo assaggio al vertice internazionale di Bali sull´ambiente, dove il gruppo dei paesi emergenti – non soltanto Cina e India – ha mostrato una grinta notevole nel far valere le sue posizioni. Lo vediamo nei negoziati sulla riforma del Fondo monetario internazionale. L´era in cui gli americani e gli europei comandavano nelle istituzioni della governance globale, e dettavano legge nei grandi negoziati sul commercio mondiale, è definitivamente tramontata. Noi non abbiamo neppure cominciato a ragionare su quel che significa davvero».

Repubblica 7.1.08
Legge elettorale. "Confronto con Veltroni ma il Pd è partito-Zelig ha troppe voci diverse"
Giordano: il referendum catastrofe per il governo
di Umberto Rosso


Pronti a discutere della bozza Bianco, ma con due paletti: recupero nazionale e voto disgiunto tra liste e collegio
Positivo che Prodi affronti subito il tema dei salari. Ma guai a intrecciare gli aumenti con la produttività

ROMA - «Quella improvvisa, per tanti aspetti goffa uscita di Franceschini mi era sembrata la minaccia del Pd di andare dritti al referendum, un diktat per lasciare la bozza Bianco così com´era, senza modifiche, un prendere o un lasciare. Esponendo perciò in questo modo il governo a un altissimo rischio di sopravvivenza: chi non vuole il referendum è pronto a staccare la spina».
Le "era" sembrata, onorevole Giordano. Poi che cosa è successo?
«È successo che è sceso in campo Veltroni, ha chiarito, e le sue parole non hanno niente a che vedere con quelle del suo vice. Il segretario del Pd, mi pare di capire, è pronto a riaprire il confronto sulla bozza Bianco, a discutere. Anche noi, se le cose stanno così, siamo pronti a riprendere la discussione con Veltroni. A due condizioni. Recupero nazionale dei resti. Voto disgiunto fra liste e collegio».
Il leader del Pd però non ha sconfessato il modello francese.
«Sì, ma per domani, per la prossima tappa elettorale. È un modello che non ci piace, e che non avrebbe alcuna possibilità di raccogliere consensi. Oggi si discute del modello tedesco, quello della bozza Bianco. In prospettiva vedremo, e siamo anche pronti a sfidare il semi-presidenzialimo».
Secondo Parisi, Veltroni sta tornando alle origini uliviste e maggioritarie.
«Lo verifichiamo tra poco, fra qualche giorno riprende il confronto sulla riforma elettorale. Parisi magari immagina un Veltroni che punta al referendum, che è l´obiettivo del ministro. Ma se anche così fosse, avrebbe poco da rallegrarsi: per il governo si aprirebbe un periodo difficilissimo».
Pure Rifondazione in quel caso stacca la spina?
«Noi teniamo separata la riforma elettorale dalle questioni sociali ma è evidente che per molti piccoli partiti della maggioranza la prospettiva del referendum sarebbe una catastrofe».
Nel Pd è battaglia fra Veltroni e D´Alema sulla legge elettorale.
«Non entro nel merito, per rispetto nei confronti di un altro partito. Dico solo che le difficoltà e le tensioni all´interno di quel gruppo dirigente, dalla legge elettorale alla laicità, rischiano di scaricarsi sull´intera coalizione. Diventano un problema. Soprattutto se le mediazioni di governo sono frutto soltanto della dialettica interna al Pd e non dell´intera maggioranza. Ormai il Pd è un partito-Zelig, c´è un problema di affidabilità. Non si capisce quale sia la linea, la proposta. Ma di tatticismo un partito può anche morire. Perciò chiedo di riaprire un confronto alla luce del sole, aperto, in Parlamento sulla legge elettorale».
Secondo il leader del Pd, chi vuole il tedesco doc, come D´Alema ma anche voi, punta in realtà ad una grande coalizione.
«Mi permetto di sorridere. La vedete Rifondazione a braccetto con Berlusconi? Ho detto che, con certi paletti, siamo pronti ad avanti sulla bozza di Enzo Bianco. Ma voglio aggiungere che non è una legge elettorale che può bloccare o meno le scelte politiche. Se c´è qualcuno che ha intenzione di stringere l´alleanza con Berlusconi potrebbe farlo anche con il modello francese».
Che fa, segretario, rigira la frittata?
«Dico che se il Pd non ha intenzione di arrivare alla grande coalizione è sufficiente che il suo segretario lo enunci chiaramente. Tedesco o francese, contano gli atti politici, non i meccanismi elettorali».
Insomma, non rovescerebbe su D´Alema un simile sospetto?
«Trovo sbagliato l´assunto di partenza, il metodo della polemica. Inoltre, se Veltroni ha il merito di aver riaperto il confronto dopo l´uscita di Franceschini, c´è qualcosa altro che non ho apprezzato nel suo ragionamento».
Che cosa non le è piaciuto?
«Quei riferimenti ad alcune forze della Cosa rossa che non vorrebbero in realtà realizzare il nostro nuovo soggetto. Una sgradevole invasione di campo, oltre che una sballata lettura».
Un clima che rende la verifica di governo più complicata?
«Gennaio sarà un mese decisivo per il governo. C´è la legge elettorale ma ci sono soprattutto i temi sociali. Registro con soddisfazione la volontà di Prodi di mettere al centro la questione dei salari. Ma guai ad intrecciare gli aumenti con la produttività. Sarebbe una truffa. Il lavoratore dipendente ha perso 1900 euro in 5 anni. La produttività invece è salita dell´80%. Le imprese hanno già avuto».
Il ministro Padoa-Schioppa frena sugli aumenti.
«E io dico che è ora di smettere di giocare a guardia e ladri. Lui a difesa del debito pubblico (con Damiano che sulla precarietà ascolta troppo Confindustria) e noi i "ladri" a favore degli operai. Senza redistribuzione sociale l´economia di questo paese non riparte».

Repubblica 7.1.08
Com'è veloce l'ombra
Un saggio del fisico Levy-Leblond sulla lingua del sapere scientifico e sulla diffusa ignoranza
la scienza e i suoi paradossi
di Franco Prattico


Il senso comune spesso assorbe e rimastica male conoscenze che appaiono arcane
Le tecnoscienze nate per aiutarci sono divenute così pervasive da asservirci

La nostra ombra ci segue, implacabile (come un antico rimorso), ma a volte addirittura ci precede: come sperimenta un passante che transita la notte sotto il cono di luce d´un lampione, e vede la sua ombra ingigantita precederlo sul muro di fronte, molto più rapida del suo passo. A volte l´ombra si affretta, più veloce addirittura della luce, limite estremo della nostra conoscenza del mondo fisico, come avviene al tramonto o in certe circostanze durante delle eclisse e in alcune regioni, quando l´ombra proiettata dalla Luna sulla Terra viaggia a migliaia di chilometri all´ora. Un paradosso? No, una realtà che mette in discussione la nostra percezione e il nostro modo di misurarla e interpretarla, ammonisce l´epistemologo e fisico francese Jean Marc Levy-Leblond nel suo ultimo libro (La velocità dell´ombra. Ai limiti della scienza) edito in Italia da Codice Edizioni (pagg. 242, euro 19).
«Più veloce della luce!» (lo slogan che contrassegna uno dei «supereroi» dei fumetti americani), potrebbe essere il simbolo di ciò che il «senso comune» ha assorbito e rimasticato (spesso male) delle acquisizioni della scienza (in altre epoche si sarebbe probabilmente detto «più veloce del pensiero», unica iperbole che rasenta il senso comune, cioè condiviso, senza altre costruzioni informative o speculative) e anche segnale dell´ingordigia con cui chiediamo alla scienza di superare continuamente i limiti della nostra condizione naturale. Ma potrebbe proprio per questo essere la metafora del nostro rapporto con le tecnoscienze, nate per servirci e farci risparmiare fatica e sofferenze, e divenute ormai così pervasive e complesse da determinarci e alla fine porci al loro servizio (come ci dimostrano le automobili e le radio, ma anche le televisioni, i cellulari, i condizionatori, gli accanimenti terapeutici, etc. sempre più esigenti e voraci del nostro tempo e del nostro impegno mentale oltre che economico).
E perciò le scienze (non se ne può più parlare al singolare) appaiono oggi separate dall´uomo «qualunque», e vengono vissute come depositi di saperi arcani accessibili solo ad iniziati, perché fondate sulle supreme facoltà umane, la ragione e la logica, virtù faticose che ci costringono a fare continuamente i conti con la facile «imago mundi» succhiata col latte materno e che ci conforta nella nostra pigrizia e che ha un rapporto molto problematico e spesso fuorviante con ciò che chiamiamo «reale».
Anche se poi invochiamo fin dagli inizi della nostra storia, unica specie vivente su questo pianeta che si pone domande, la spiegazione di cosa sia il reale e dove risieda la «verità ultima». Domande spesso fuorvianti e che in assenza degli strumenti, appunto, della logica e della ragione finiscono per cozzare contro la scarsa penetrabilità del Mondo. O favorire la separatezza - come rileva Levy-Leblond - che nasce dal fatto che ogni conoscenza richiede (per non venire contaminata dalla banalità) un linguaggio specializzato: come appunto avviene o avveniva per quelle somme di saperi che sono le religioni (ad esempio, il latino per i cristianesimi, l´arabo letterario per l´islam, l´ebraico per gli ebrei, il sanscrito per i Veda e l´induismo) e oggi le matematiche per le scienze. Perché la separazione e la impenetrabilità dei linguaggi è una delle condizioni per la permanenza e la egemonia di un sapere. E sarebbe proprio la lontananza di ogni linguaggio specializzato dalla realtà esistenziale del cittadino a spiegare la crisi di massa delle conoscenze scientifiche, che si traduce anche nello scarso interesse dei giovani verso le facoltà scientifiche non solo in Italia e quindi la scarsa acculturazione scientifica di massa (non solo da noi: Levy-Leblond riporta in proposito i risultati di una inchiesta francese sull´argomento).
Eppure oggi la vita quotidiana di ognuno di noi è fortemente condizionata dai prodotti dei saperi scientifici, vissuti in genere passivamente. Ma il problema non consiste nel fatto che la gran parte dei cittadini non conosca le tavole dei logaritmi o noiose faccende del genere (e se non gli servono, perché mai dovrebbe saperle?), ma in qualcosa di più generale: l´assenza complessiva di cultura, il disinteresse verso la conoscenza che la nostra specie ha accumulato nei millenni, che si traduce non solo in una incapacità di risolvere equazioni alle derivate parziali o conoscere cosa siano i legami di covalenza, ma di sapere cosa queste conoscenze significhino, perché siano state faticosamente elaborate nei secoli, ma principalmente in una passività intellettuale e nella incapacità di produrre idee. Mentre nei paesi che sono all´avanguardia tecnologica (ad esempio quelli del nord Europa) sono anche quelli dove hanno eguale dignità le cosidette discipine umanistiche, dove si studia con eguale impegno, accanto ai saperi scientifici, latino, greco, poesia, filosofia, letteratura, arte. Insomma, dove non c´è pericolo di produrre uomini a una dimensione e anzi la soluzione di «rompicapo» scientifici sia invece favorita da un respiro culturale più ampio, precondizione per la produzione di idee e soluzioni.
E quindi, per non farci raggiungere dall´Ombra, occorre che tutti i saperi cooperino contro la separatezza, l´arroccamento egocentrico. Perciò tutte le forme di conoscenza (da quelle artistiche o mitologiche alle scienze hard e persino alle tecnoscienze) contribuiscono a tracciare l´esile e incerta mappa del percorso verso il Reale. E allora Levy-Leblond recuperando con simpatica ironia le intuizioni della mitologia greca, fa di Apollo, dio della luce e dei saperi, il promotore ufficiale della erezione dell´Istituto a cui l´Olimpo affida il compito di conservare e valorizzare la conoscenza umana: il Museo. Ma a chi tocca il compito di fornire a questo istituto i suoi materiali?
Gli aspiranti - protagonisti della costruzione dei saperi - sono tanti, antichi ma già ben provvisti di modernissime tecnologie e ad Apollo, nel suo ufficio in Olimpo si rivolgono per e-mail nientemeno che le nove Muse, ognuna rivendicando il proprio diritto a insediarsi come divinità tutelare nel nascente Museo: dalla tutrice della memoria a quelle della poesia, della pittura, della musica, del canto, della storia, della matematica, del teatro e così via con messaggi elettronici che sottolineano i propri titoli. E forse così fornendo all´uomo altre più veloci misure per afferrare il Reale, e sopravvanzare l´ombra e farci sentire non solo abitanti, ma anche parti costituenti del mondo.

Corriere della Sera 7.1.08
Gli Usa e la crisi del debito estero
Dalla storia ottomana un monito per l'America
di Niall Ferguson


Per gli Stati Uniti l'attuale decennio rappresenta un punto di svolta, proprio come quello che coinvolse il grande impero ottomano nel 1870, quando tentò di far fronte alla crisi del debito estero svendendo tutti i suoi averi agli investitori stranieri. Bisogna vedere quanto ci vorrà perché all'attuale spostamento del potere finanziario ne segua uno geopolitico a favore dell'Asia

Un giorno gli storici si accorgeranno che il decennio attuale rappresenta un punto di svolta, proprio come quello degli anni Settanta. No, non del 1970. Non ho intenzione di ribadire le coincidenze di un presidente repubblicano contestato, della crisi petrolifera, della svalutazione del dollaro e di una guerra lontana che non poteva essere vinta. Niente di tutto questo: io mi riferisco al 1870.
A prima vista, a distanza di 130 anni le analogie potrebbero anche non apparire ovvie. Nel 1870 i leader conservatori, come Benjamin Disraeli, primo ministro inglese, erano potenti e benvoluti; i prezzi erano bassi dopo la crisi finanziaria del 1873 e le grandi pianure americane venivano dissodate per l'agricoltura. Era un periodo di stabilità monetaria, con tutti i paesi che seguivano l'esempio della Gran Bretagna, agganciando la valuta alle riserve auree.
Eppure, a guardar bene, ci si accorge che stiamo attraversando una fase di spostamento globale nell'equilibro del potere, molto simile a quanto avvenuto nel 1870. Questa è la storia di un grande impero che tentò di far fronte alla crisi del debito estero, svendendo tutti i propri averi agli investitori stranieri. Nel 1870 fu l'Impero Ottomano ad affrontare questa crisi. Oggi tocca agli Usa.
In seguito alla guerra di Crimea, il sultano di Costantinopoli e il suo vassallo d'Egitto, il khedivè, iniziarono ad accumulare un enorme debito, sia interno che estero. Tra il 1855 e il 1875, il debito ottomano aumentò di 28 volte. Per quanto riguarda la percentuale delle spese, gli interessi e gli ammortamenti passarono dal 15 per cento nel 1860 al 50 per cento nel 1875. In Egitto la situazione era analoga: tra il 1862 e il 1876 il debito pubblico totale lievitò da 3,3 milioni a 76 milioni di E£. Il bilancio del 1876 rivelò che il debito aveva superato la metà della spesa.
I prestiti erano stati richiesti per ragioni militari ed economiche: per sostenere la posizione militare ottomana durante e dopo la guerra di Crimea e per finanziare la costruzione di canali e ferrovie, compreso il Canale di Suez, inaugurato nel 1869. Ma ingenti somme di denaro furono sperperate per consumismo sfrenato: ne sono un esempio il lussuoso palazzo Dolmabahçe del sultano Abdul Mejid e la straordinaria prima mondiale dell'Aida al teatro dell'Opera del Cairo nel 1871. Sulla scia della crisi finanziaria che colpì la Borsa europea e americana nel 1873, la crisi del debito in Medio Oriente fu inevitabile.
Nell'ottobre del 1875 il governo ottomano dichiarò bancarotta.
La crisi ebbe due distinte conseguenze finanziarie: la vendita delle azioni del canale di Suez del khedivè al governo inglese (£4 milioni anticipati a Disraeli dai Rothschild) e l'ipoteca su alcune tasse dell'Impero Ottomano, stabilita con il sostegno dell'Amministrazione internazionale del Debito Pubblico Ottomano, che rappresentava gli obbligazionisti europei. Il problema fu che la crisi del debito rese necessaria la vendita o il trasferimento delle entrate del Medio Oriente all'Europa.
Certamente la crisi del debito negli Stati Uniti si è sviluppata in modo diverso. Il deficit estero è cresciuto rapidamente in seguito agli indebitamenti del governo e delle famiglie. Non è il settore pubblico ad essere inadempiente, ma coloro che richiedono dei prestiti senza fornire le dovute garanzie (mutui subprime).
Come nel 1870, tuttavia, il risultato di tale crisi è la cessione dei beni e dei guadagni ai creditori stranieri. Questa volta però, i creditori comprano azioni bancarie, non azioni del canale. E il potere si sposta così da Occidente verso Oriente.
A partire da settembre, i fondi sovrani mediorientali ed est-asiatici hanno messo a segno una serie di investimenti in quattro banche statunitensi: la Bear Stearns, Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch. Molti analisti hanno accolto con favore questo salvataggio globale: meglio rastrellare capitale estero piuttosto che ridurre il proprio bilancio limitando i prestiti. Tuttavia, bisogna riconoscere che queste «iniezioni di capitale» rappresentano un trasferimento delle entrate dalle istituzioni finanziarie americane nelle mani di governi stranieri. E questo accade nel momento in cui il divario tra i redditi occidentali ed orientali si riduce ad una velocità senza precedenti.
In altri termini, come nel 1870, mutano gli equilibri del potere finanziario. Allora lo spostamento andava dagli antichi imperi orientali (non solo Ottomano, ma anche Persiano e Cinese) all'Europa occidentale; oggi va dagli Stati Uniti — e altri centri finanziari occidentali — alle autocrazie del Medio Oriente e dell'Asia orientale.
Ai tempi di Disraeli, la crisi del debito ebbe implicazioni sia politiche che finanziarie, lasciando prevedere una riduzione dei guadagni ma anche della sovranità.
Nel caso dell'Egitto, quello che era iniziato con la vendita dei beni proseguì con la costituzione di una commissione estera per gestire il debito pubblico, l'instaurazione di un governo «internazionale», per finire, nel 1882, con l'intervento militare inglese che trasformò il Paese in una colonia a tutti gli effetti. Nel caso della Turchia, alla crisi del debito seguì l'abdicazione del sultano e l'intervento militare russo, che inflisse il colpo decisivo alla posizione ottomana nei Balcani.
Bisogna vedere quanto ci vorrà perché all'attuale spostamento del potere finanziario ne segua uno geopolitico a favore dei nuovi imperi dell'est, che fondano il loro potere sull'esportazione e le risorse energetiche. Si può dire tuttavia che l'analogia storica non è di buon auspicio per la rete quasi imperiale di basi e alleanze di cui gli Stati Uniti dispongono in Medio Oriente e in Asia.
Prima o poi non basterà più vendere le azioni e gli imperi debitori saranno costretti a fare ben altro per soddisfare i creditori.
© Niall Ferguson, 2008 Traduzione a cura dello Iulm

Corriere della Sera 7.1.08
La questione Céline
Il caso La Francia riscopre lo scrittore maledetto e filonazista. E si accende la discussione sul rapporto fra genialità artistica e ideologia
di Alessandro Piperno


Scandaloso, raffinato, antisemita, titanico, rivoluzionario La colpa: fu vittima dell'ambizione e del suo stesso stile

I pamphlet falliscono, dimostrandosi incapaci di raccontare il dramma che l'umanità stava per vivere

Louis-Ferdinand Céline, 1894-1961, una laurea in medicina, pubblica il suo primo romanzo («Viaggio al termine della notte») nel 1932. Seguiranno tra l'altro: «Morte a credito» (1936) e «Bagatelle per un massacro» (1937)

Un vitalista delle tenebre: moderno, mimetico, capace di irradiare la luce delle grandi disfatte


Voyage au but de la nuit, di Louis-Ferdinand Céline andava come qualsiasi altro bestseller natalizio. Lascio ad altri la riflessione sui celiniani tempi che viviamo, e mi chiedo: chi più di Céline ha patito gli sbalzi di umore del pubblico e della critica? E tutto per via di quel libro: Bagatelle per un massacro, il primo dei pamphlet filo-nazisti, che qualcuno ritiene il prodotto di «un delirante teppismo antisemita» (la definizione è di Mengaldo), e qualcun'altro — come Emile Brami — uno dei vertici dell'opera celiniana.
Contagiato da quel fermento parigino, ho acquistato Céline vivant, un cofanetto di dvd con le interviste televisive concesse da Céline del dopoguerra. Molto di questo materiale mi era noto. Ma vedere Céline, sentirlo parlare, be' è un'esperienza impagabile.
Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d'albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all'atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l'affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un'altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s'infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.
Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.
Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del '32, s'imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell'astronave giunta da un'altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall'Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un'energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l'infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull'altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l'entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D'altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.
Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l'ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.
Ecco cosa intende Céline per raffinatezza.
Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L'ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall'odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l'era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un'idea pervertita dell'anticonformismo e dell'anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L'antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c'è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima.
Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l'uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.
«Vorrei proprio fare un'alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch'io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell'aver confuso le vittime con i carnefici. E come l'errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell'errore di valutazione storica. Così come c'era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage
e l'innovazione stilistica, allo stesso modo c'è un nesso tra la cantonata ideologica e l'oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l'ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell'ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l'umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all'esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all'altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo Contre Céline, scrive: «In Rigadon,
Céline ci dice, dall'inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un'osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l'affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un'opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po' come la joyciana Finnegans Wake). C'è qualcosa nell'ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell'orrore».
Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.
È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po'! — colpevoli?

Corriere della Sera 7.1.08
Dispute L'autore del libro sul padre del socialismo italiano risponde alle critiche di Belardelli
Turati e la svolta di Berlinguer
«I comunisti sempre lontani dal riformismo, non ne avevano la cultura»
di Spencer Di Scala


Le tesi espresse nel mio libro, Filippo Turati. Le origini della democrazia in Italia, che è stato oggetto di una recensione da parte di Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera del 3 gennaio, potrebbero essere opinabili se fossero effettivamente le tesi da me sostenute e non quelle che dall'autore dell'articolo mi vengono attribuite. Dall'articolo pubblicato sembrerebbe addirittura che egli non abbia letto il libro, dato che finisce per alterare tutto il senso del mio discorso. Io non ho scritto il mio libro per dire che Veltroni, D'Alema o Fassino dovrebbero fare questo o quello, ma con lo scopo di correggere quello che considero un'ingiustizia storica che si continua a compiere nei confronti di Turati, che dev'essere ritenuto un uomo politico onorabile e importante, e di mettere in evidenza che le sue idee erano al suo tempo giuste e sono oggi più attuali che mai se si vuole costruire una democrazia moderna, vitale ed efficiente, fatte le dovute considerazioni del passaggio del tempo. Comunque, le idee di Turati risultano molto più giuste di quelle che purtroppo hanno dominato la sinistra italiana per decine di anni con effetti disastrosi.
Vorrei precisare alcuni punti: 1) Io non ho mai detto che Berlinguer è stato un riformista. Io ho citato il caso del «compromesso storico» per dimostrare che mentre l'estrema sinistra condannava i riformisti perché loro ammettevano la possibilità di contrattare delle alleanze politiche per prevenire la reazione, quando l'estrema sinistra adottò la stessa tattica cinquant'anni dopo, Berlinguer citò il caso del Cile senza menzionare Turati, nonostante lui fosse stato il primo a indicare quella strada. Inoltre, ho messo in evidenza che autorevoli esponenti della sinistra indicavano Gramsci quale sostenitore di quella strada per operare le alleanze politiche democratiche necessarie a isolare e fermare il fascismo, mentre chi lo aveva fatto era stato Filippo Turati che Gramsci aveva criticato duramente. Quanto ai comunisti, io ho affermato che essi avevano usato strumentalmente tattiche prese in prestito dai riformisti ma non erano mai stati riformisti perché del riformismo socialista non avevano mai condiviso la cultura, lo spirito e gli obbiettivi politici. Infatti, ho scritto: «Mentre sembravano rinunciare alle loro obiezioni teoriche (anche se non esplicitamente) a favore di un riformismo de facto, questo "riformismo" era falso ed era pensato per servire al loro principale obbiettivo: il crudo potere e la distruzione del loro nemico di sinistra » (p. 24). Bisogna sempre ricordare che alla conclusione della prima guerra mondiale e davanti alla Rivoluzione d'ottobre Filippo Turati fu lungimirante come pochi nel preconizzare i mali a cui avrebbe portato il comunismo.
2) Sul secondo punto, affrontato da Belardelli, relativamente alla sua asserzione che Turati non era abbastanza forte per separarsi dall'ala rivoluzionaria del Psi, va sempre ricordato che Turati insieme al suo allievo Giacomo Matteotti ebbero la forza di separarsene e ingaggiare una lotta intransigente contro la minaccia fascista e il governo Mussolini che nessun altro fece in Italia tranne personalità come Giovanni Amendola e Piero Gobetti e che se la stessa lotta l'avessero condotta anche gli altri l'ascesa della dittatura politica poteva arrestarsi. Quando si parla di Turati e di Matteotti bisognerebbe sempre rammentarsene e ricordare che essi pagarono questa lotta l'uno con la morte e l'altro con la persecuzione dell'esilio.
Potrei continuare ma credo di aver detto l'essenziale per chiarire il mio pensiero, che tuttavia una lettura appena attenta del libro dovrebbe già rendere chiaro.

l'Unità lettere 7.1.09
Con la scusa della famiglia...

Cara Unità,
ho letto col solito interesse l’editoriale di Furio Colombo sulla campagna “aborto e famiglia”, di cui si vaneggia in questi giorni. Agitata per lo più da noti corrotti e corruttori, coadiuvati dal controcanto preoccupato e preoccupante del Papa. Vorrei solo fare due considerazioni e una domanda:
1) I figli di Frau Goebbels erano 6 e non 4. Lei era una mamma senza contraccettivi che riscuoterebbe per questo l’approvazione della Chiesa. Poi per amor di patria li liquidò tutti e sei col veleno, incassando l’elogio del Fuehrer come la mamma più coraggiosa del Reich (secondo Tuedl Jungs). Lo stesso Hitler dimostrò di essere attaccato al concetto tradizionale di famiglia, tanto è vero che si sposò subito prima di suicidarsi. Anche questi, volendo, sono esempi di famiglie tradizionali.
2) Il Papa lancia la sua appassionata invettiva contro la società moderna materialistica (secondo lui) che usura il senso della famiglia, culla di amore e di pace. Prima, ne deduco, era meglio. Allora in quale alveo comunitario si elaborarono le due guerre mondiali del secolo breve, le più brutali che l’umanità abbia conosciuto?
In sessant’anni, in piena presunta egemonia del materialismo e della crisi della famiglia - sia pure tra micidiali e assassini micro-conflitti - siamo riusciti ad evitare un altro macello mondiale. Non è un bel test che parla contro le semplificazioni dei fondamentalisti?. In realtà la famiglia tipo ha un record misto e problematico, come evidenzia bene Colombo.
3) Articoli come questo di Colombo dovrebbero raggiungere una udienza maggioritaria, almeno come elemento critico, e non essere ristretti ai tradizionali lettori della stampa democratica.
Altrimenti si lascia il pieno campo ai messaggi come quelli del Corriere, i cui lettori non sono tutti fondamentalisti. «Il Papa: negare la famiglia minaccia la pace», non solo è una stupidaggine, ma lancia anche veleni consci e inconsci in tempo in cui veleni e il nulla caratterizzano l’informazione corrente. Come fare? È una questione che mi assilla.
Giorgio Riparbelli

domenica 6 gennaio 2008

l'Unità 6.1.08
La famiglia riposi in pace
di Furio Colombo


Comincerò dal motore caldo che muove, in questi giorni, la Repubblica italiana e l’intero schieramento della sua politica. Ogni Paese, per ragioni mediatiche, per ragioni politiche, e in dialogo con la sua opinione pubblica, ha un motore caldo che per certi periodi fa girare notizie, impone attenzione, determina aggregazioni e contrapposizioni. In Usa sono le elezioni primarie per interpretare il futuro, il Francia è la fluviale conversazione su Sarkozy: così originale e macho, è molto meglio o molto peggio dei suoi compassati predecessori?
In Inghilterra è lo stallo fra due partiti rispettabili e stimati, laburisti e conservatori. Il dibattito è come distinguerli. In Germania la «conservatrice» Angela Merkel è così social democratica da costringere i socialdemocratici doc a spostarsi a sinistra. Insomma Paesi fortunati, dove la politica è un’attività seria, dove nessun miliardario estroso fonda un partito, lo lascia a una badante, e poi se ne va alle Bahamas.
In Italia è diverso. In Italia il miliardario, che indossa un girocollo tipo architetto geniale, e continua a ripetere, con lo stesso sorriso (che in omaggio alla festa dell’Epifania, qui non sarà descritto) le stesse cose sui comunisti che se ne devono andare perché solo lui è degno di governare, può benissimo godersi la vacanza. Infatti gli hanno appena consegnato e attivato un motorino che ronza in ogni angolo della Repubblica e rende i migliori cervelli occupati e preoccupati. L’hanno chiamato «la moratoria dell’aborto». E passi per il plagio al successo dei Radicali italiani e del Governo per il voto ottenuto all’Onu: sì alla moratoria mondiale della pena di morte.
Quello che interessa e che intriga è il senso e la ragione stessa di esistere del marchingegno. Persino il Papa - certo il Cardinale Ruini - ha certo pensato che si trattasse di una nobile discesa in campo di certi laici, un tempo spericolati, in difesa del divieto assoluto e perenne dell’aborto. Invece no. L’aborto è un imballaggio, destinato se mai a inquinare il paesaggio come gli imballaggi che assediano la periferia di Napoli.
Dentro l’imballaggio, di cui tutti discutono con vampate di cultura teologica che passa trasversalmente da un versante politico all’altro e converte ex fascisti della prima ora e marxisti ante-marcia (prima cioè del ’68), c’è una geniale macchinetta.
Appena liberata dal venerabile involucro, ha un solo scopo, che è insieme missione politica e scherzo goliardico: spacca il Partito democratico. Il marchingegno funziona così, per chi casca nel gioco, un po’ ignobile ma pensato con estro tanto malevolo quanto geniale: divarica le sponde (quella vagamente laica e quella vagamente religiosa) del Partito democratico, accende improvvisi intransigenti furori, che, come scintille di un incendio estivo, si propagano in modo quasi istantaneo a ogni altro punto dello schieramento politico. Le azioni si fanno concitate, i linguaggi sgradevoli, le minacce dilagano dalla intimidazione a non restare nello stesso partito fino alle ipotesi di tradimento, ma anche all’accusa di ateismo come cancro della politica, alla minaccia dell’inferno come destinazione naturale dei miscredenti. Si intravede la fine, che è proprio quella voluta dalla macchinetta avvelenata: il peccato mortale. Piuttosto che stare insieme con gli atei con inclinazioni assassine, è meglio tradire e “votare con loro”.
“Loro” sono i devoti e cristianissimi sospetti di mafia, condannati per corruzione di giudici, eletti e rieletti nonostante imputazioni e condanne, una allegra banda di male accasati che vivono con altre mogli, generano affettuosamente e altrove altri figli, raccomandano alla televisione di Stato ragazze del mercato privato, dopo avere verificato di persona il prodotto alla Farnesina, quando erano accampati in quel Ministero.
E qui diventa chiaro un fatto insolito a cui non si era pensato. Non è Il Foglio, docile e sottomesso credente, che segue il Papa. È il Papa - o almeno i suoi cardinali prestati alla politica - che segue Il Foglio. Riconoscono la genialità del marchingegno, la trappola del tradimento annunciato, che non è cattiva volontà di questo o quel senatore (senatrice) credente. È una sorta di obbligo prefigurato che al momento giusto - quando c’è, mettiamo, un solo senatore dell’Unione in più in Aula - fa scattare fuori dalla scatola il dio di cartone del premiato giornale.
Infatti Dio non c’entra niente e non ha mai detto né dice tutte le sere, in tutti i telegiornali, qualunque sia la notizia, che Prodi deve andare a casa.
Questa che stiamo discutendo, anche se in apparenza riguarda - ci dicono - le vite innocenti dei nascituri, in realtà è niente altro che la voce e la volontà di Berlusconi travestita da voce e volontà di Dio. Non l’aborto, intendiamoci, che è un indecente pretesto. Non l’angoscia e il dilemma delle madri e il severo e immutabile ammonimento della Chiesa. Qui si gioca una sola vita, quella di un secondo governo Berlusconi, che speriamo non nasca mai (ricordate? Crescita zero!). È anzi la miglior ragione per restare abortisti.
Su tutto il resto l’importante discorso è grande, civile, aperto e - come dice Marco Cappato a nome dei Radicali - non ci sono totem e non ci sono tabù (salvo il rispetto - questo sì, non negoziabile, del diritto delle donne a decidere sul proprio corpo).
Ma sulla gestazione di un Berlusconi bis che potrebbe tornare a mettere fuori la testa, con la maglietta girocollo e il sorriso-vendita, la risposta, sia teologica che pratica, non può che essere no.
* * *
«Noi vogliam Dio» dice un inno cristiano che è un atto di fede. Ma possibile che Dio voglia Berlusconi? Infatti un conto è permettere, per ragioni imperscrutabili, cose tremende nell’altra vita. Un conto è organizzarci per volerle adesso, in Italia, a breve scadenza. E qui bisogna dire che la crociata del finto aborto, del tradimento indotto nei credenti, e del vero esito programmato, che è la liquidazione di Prodi, una crociata farsesca che sta già mobilitando nobili discussioni, fieri scontri e - finora - solo poche denunce per la incredibile messa in scena, difficilmente proponibile in Paesi meglio serviti da stampa e Tv indipendenti, bisogna dire che questa crociata non è isolata.
Il Papa sarà anche - come è lecito pensare - un lettore ammirato del Foglio (ammirato, se non altro, dal cubo di Rubik che, su questo argomento Il Foglio ha inventato). Ma di suo fa davvero - e con grande autorità - tutto il possibile per spaccare il neonato Partito democratico e per indurre le sue componenti altrettanto nobili ma profondamente diverse, a scontrarsi e - se Dio vorrà - a dissociarsi.
Come lo fa? Ma, per esempio, con l’affermazione molto celebrata ma certamente stravagante secondo cui «negare la famiglia minaccia la pace» (titolo del Corriere della Sera, 2 gennaio). Un bel colpo in più alle coppie di fatto descritte come una minaccia di guerra.
Vero, i titoli estremizzano. Le frasi esatte sono «la famiglia naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna è culla della vita e dell’amore, e insostituibile educatrice alla pace».
È evidente che questa prima frase, che viene interpretata come un precetto e un comandamento, sia niente di più di un benevolo augurio per la istituzione famiglia che - insegna la vita, ma anche le statistiche, ma anche i commissariati di polizia, ma anche i tribunali, ma anche le cronache - è la più ambigua delle istituzioni umane nel senso che - come anche la letteratura dimostra - è il migliore e il peggiore contesto sociale che si conosca. Si presta alla esortazione, alla protezione, a un intenso lavoro per allargare il meglio e ridurre il peggio.
Non si presta a servire da modello assoluto. Nessun riscontro fattuale, statistico, sociologico ci dice che lo è. Al contrario, molto di ciò che sappiamo della famiglia è una collezione di promesse, speranze, pericoli, fallimenti e tragedie. La stessa definizione di famiglia offerta come unica dal Papa è in sospeso nei secoli fra donne schiave, condannate a lungo, anche nei Paesi cristiani, per colpe da cui gli uomini sono sempre stati esenti, e donne partner che co-decidono delle scelte di casa e dei figli; fra donne fattrici di figli quasi fino alla morte e donne apprezzate (ma poco, ma tardi) per le loro qualità di persone.
Ma c’è una seconda frase che è certamente ispirata a buoni sentimenti ed è certamente non vera: «Lo stesso amore che costruisce e tiene unita la famiglia, cellula viva della società, favorisce l’instaurarsi fra i popoli della terra di quei rapporti di solidarietà e di collaborazione che si addicono a membri della unica famiglia umana». Eppure Ratzinger dovrebbe aver presente la storia esemplare della famiglia Goebbels, una famiglia molto legata e affiatata in cui il padre e la madre hanno ucciso i loro quattro bambini col cianuro «perché non cadessero in mani comuniste». E sono state una infinita catena di buone e amorevoli famiglie cristiane a rendere possibile l’individuazione, l’isolamento, l’arresto, la deportazione, lo sterminio di una infinita catena di buone e amorevoli famiglie ebree, senza alcuna esclusione per i bambini.
Chi indebolisce la famiglia, questa grande e ambigua istituzione umana? Lo dice di nuovo il Papa: i colpevoli sono coloro che hanno in mente strane e peccaminose aggregazioni alternative, come due che si amano e non si sposano o (Dio ce ne scampi e liberi) due che si amano e sono dello stesso sesso. Ecco, ci dice il Papa, i nemici della pace. E’ una affermazione senza alcun fondamento perché non si sa di quale pace Benedetto XVI stia parlando. Non ha mai visto il Papa in quel telegiornale della sera che, ci dicono i quotidiani il Pontefice non perde mai, la tragica fierezza della madre del kamikaze (che a volte è un bambino) quando avvengono i lugubri festeggiamenti dopo “il martirio”?
È vero che la famiglia umana può essere «comunità di pace», vorremmo dire al Papa con tutto il rispetto del mondo, dopo avere ricordato terribili fatti veri del passato e dei nostri giorni. Ma è vero di qualunque famiglia umana in cui c’è amore, rispetto, lealtà e legame profondo. È il mondo in cui i sofferenti come Piergiorgio Welby non vengono lasciati morire di dolore e poi abbandonati fuori dalla chiesa senza una parola di conforto e di solidarietà per la famiglia.
Forse è il caso di ricordare che ci sono famiglie esemplari e famiglie di mafia, famiglie che danno la caccia agli zingari e famiglie che li accolgono. E famiglie che accettano e amano e sostengono i loro figli omosessuali e le loro unioni, famiglie fatte, allo stesso modo, di amore e di pace.
Come sarebbe bello, anche per un non credente, sentirsi dire che la pace non si fonda sulla apartheid dei veri credenti, e che l’amore non è l’esclusiva di certe persone e di certe famiglie e di certe unioni, però non di altre, che invece devono essere considerate pericolose perché nemiche della pace. Riesce difficile anche a un non credente (per ragioni di carriera ormai ce ne sono pochissimi) immaginare un Dio stizzoso che caccia dalla sua porta chi non corrisponde nei dettagli all’identikit che viene fornito ogni giorno, come regola di comportamento politico, al governo italiano dalla presente Chiesa di Roma e dal quotidiano Il Foglio.
colombo_f@posta.senato.it

l'Unità 6.1.08
Non c’è Pd senza laicità
di Ferdinando Targetti


Caro Reichlin,
come Presidente della Commissione Valori del Pd ti è stato dato un compito tanto delicato quanto rilevante per l’immagine che questo partito, che tanto può rappresentare per il progresso delle istituzioni politiche del Pese, avrà agli occhi degli italiani e sono sicuro che lo svolgerai con forza d’animo e con il prestigio che ti deriva da tanti anni di militanza politica e intellettuale. Io sono stato eletto all’Assemblea Costituente del Pd nella circoscrizione di Milano 1. Anche se non sono membro della tua Commissione (a dire il vero di nessuna Commissione) vorrei contribuire alla stesura di un documento con le idee che l’ospitalità dell’Unità mi consente di renderti note. Penso che le Commissioni dovrebbero essere un luogo di raccolta ampia di idee e di riflessioni e penso anche che non dovrebbero portare in Assemblea dei documenti da votare in blocco con la logica del «o tutto o niente».
Il Pci, a partire dalle scelte costituzionali del 1947, concentrò il suo impegno sulla convergenza, sul terreno della solidarietà sociale, delle due forze popolari, comunista e cattolica, e poi per decenni sul confronto capitale-lavoro, tralasciando invece e volutamente il confronto tra forze politiche sul terreno dei diritti civili e della laicità. È forse perché inconsapevolmente ero influenzato da questa tradizione che, in questi dodici anni di militanza ulivista, ho prestato poca attenzione alla questione della laicità del costituendo partito, preferendo concentrare l’attenzione sulle questioni socio-economiche, terreno sul quale mi sembrava che la separazione tra le due formazioni politiche dei Ds e della Margherita era senza senso perché si basava su radici ideologiche che afferivano ad un passato oramai remoto.
Ma la situazione in questi anni si è venuta a modificare sotto profili sociali, scientifici, ideologici e politici. Con la secolarizzazione della società, i comportamenti nella morale famigliare e sessuale si sono modificati e le modificazioni hanno conosciuto rapidità diverse tra gruppi sociali differenti. Inoltre l’ambito delle questioni dei diritti civili si è allargato a motivo dei progressi tecnici avvenuti su vari campi come ad esempio l’ingegneria genetica. Dal punto di vista ideologico assistiamo ad un mutamento di posizione delle alte gerarchie vaticane che hanno trasferito l’enfasi della loro predicazione dalla teologia della redenzione alla teologia della procreazione. Dal punto di vista politico infine l’evoluzione del quadro italiano ci presenta oggi una numerosità di partiti tutti in concorrenza reciproca per garantirsi il sostegno politico d’oltre Tevere: situazione assai diversa da quella in cui la Dc fungeva da unico mediatore politico.
Il partito che stiamo costituendo temo che intenda comportarsi come suggerisce il teorema dell’elettore mediano. L’elettore di centro ha la possibilità di scegliere tra due opzioni, l’elettore estremo no, quindi una politica razionale che massimizzi le possibilità di successo elettorale è quella di proporre politiche che accolgono il favore dell’elettore mediano. Tuttavia, fintanto che le questioni sul tappeto sono di ordine socio-economico un compromesso è più facile da trovare per evitare che l’elettore estremo dopo la protesta non metta in pratica l’astensione; sulle questioni dei diritti civili l’operazione è invece più ardua, soprattutto di fronte a posizioni che si stanno delineando sul fronte cattolico più estremista. Quest’ultimo traduce in politica l’insegnamento del nuovo Pontefice che, se non mi sbaglio, è sintetizzabile nei seguenti tre principi: non si può governare prescindendo da Dio, la razionalità scientifica ha dei limiti (si noti che si parla di «razionalità» scientifica e non dell’utilizzo dei risultati della scienza, che ovviamente devono essere soggetti a limiti), i diritti umani hanno a fondamento i diritti «naturali» fondati sulla creazione divina. Con posizioni del genere un compromesso è molto difficile.
Una posizione che viene presentata in ambito cattolico come posizione di compromesso è quella secondo la quale da un lato il sistema democratico e laico viene accettato, ma dall’altro lo Stato secolarizzato, poiché richiede presupposti morali che esso stesso non può garantire, comporta la necessità che la Chiesa sia presente sulla scena pubblica e partecipi attivamente al dibattito politico (ad esempio consigliando l’astensione al referendum sul tema della procreazione assistita). La Chiesa Cattolica richiede quindi una partecipazione diretta nella vita politica italiana e non più mediata dal partito cattolico. Non credo che questo sia un terreno di compromesso accettabile, sia perché la Chiesa Cattolica non è la sola, anche se è la principale, chiesa italiana, sia perché grandi principi e valori di convivenza, anche se non di trascendenza, non sono affermati solo dal pensiero religioso, ma anche da quello non religioso e da quello ateo, che in genere si ha paura solo a menzionare. È dai Patti Lateranensi del 1929 che si parla di laicità moderna contro laicità antica o laicismo. Non ho mai trovato una chiara e inequivocabile definizione dei due termini. Credo infatti che il principio della laicità dello Stato abbia e continui ad avere a suo fondamento quella separazione tra Chiesa e Stato che, insieme alla separazione tra scienza e fede, sono a fondamento del modello occidentale.
Sulla concezione che deve avere il Pd della laicità dello Stato vorrei sapere se, per garantire l’unità del Partito (cui tutti teniamo) saremo obbligati nella carta dei valori ad usare delle espressioni equivoche oppure se, al contrario, si potrà definire un terreno di convergenza accettabile da laici e cattolici. Un terreno sul quale però i princìpi siano espressi in modo trasparente, inequivocabile e comprensibile; dei principi che siano sufficientemente definiti in modo non solo che uno possa dire «mi ci riconosco», ma anche che uno possa dire (direi popperianamente) «io non mi ci riconosco». Abbiamo in mente, io credo, un partito maggioritario, non totalizzante.
A mio parere il documento dei Valori del Pd dovrebbe affermare che nella società italiana debbano vigere i princìpi seguenti.
a. Esiste fiducia tra cittadini se ognuno sa che c’è separazione tra l’azione politica e le credenze religiose dei governanti.
b. Esiste uguaglianza tra cittadini se le (varie) credenze religiose determinano etiche pubbliche che sono poste sullo stesso piano delle etiche non religiose o di quelle atee.
c. Esiste libertà per i cittadini di professare ogni religione e di celebrare i propri culti e le proprie usanze, ma: i. questi comportamenti non devono violare le leggi dello Stato (divieto ovviamente di poligamia, mutilazioni sessuali, uccisione delle adultere…); ii. quella libertà non deve tradursi in una limitazione dei diritti di chi non professa quella religione (divorzio, aborto, dico, testamento biologico). Non esiste un diritto «naturale», ma un diritto civile a cui il cattolico aggiunge per sè elementi che hanno fondamento nella sua fede che è concessa dall’aiuto misterioso di Dio.
d. Esiste progresso scientifico se la scienza è autonoma, libera e sottoposta a leggi dello stato che non si modellano su leggi rivelate (non è pensabile che non si insegni nella scuola pubblica l’evoluzionismo, perché non si può contrapporgli il creazionismo con solide basi scientifiche).
La scienza spiega il mondo dei fatti, la teologia cerca di attribuirgli un senso: la religione non ha nulla da dire in tema di scienza.
Io credo che la più parte dei cattolici italiani (non solo coloro che avevano riposto tanta speranza nel Concilio Vaticano II) accetterebbero questi princìpi. Solo la componente minoritaria di quelle forze politiche che prendono il nome di «teodem» forse non ci si riconoscerebbe, ma una minoranza non può dettare la sua agenda alla maggioranza: non è anche per questo che stiamo facendo il Pd?

l'Unità 6.1.08
Pedofilia, il Vaticano si scusa con una preghiera


Mossa del Vaticano per scusarsi per i casi di pedofilia in cui sono coinvolti i preti. Con una preghiera mondiale e un’adorazione eucaristica «perpetua». L’iniziativa - anticipata all’Osservatore romano - arriva dal cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, che con una lettera a «diocesi, parrocchie, rettorie, cappelle, monasteri, conventi, seminari» chiede di pregare per le «vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero». Un un ulteriore passo avanti nel «mea culpa» della Chiesa per i preti pedofili o violentatori, un fenomeno che ha squassato il cattolicesimo americano nei primi anni di questo secolo, che interessa molti Paesi - tra cui Australia, Canada, Italia, Messico, Brasile, Gran Bretagna - e che rappresenta una ferita profonda per la Santa Sede. E all'intervistatore che chiede il perchè di tale «urgenza» spiega che «problemi che ne sono sempre stati perchè siamo tutti peccatori, però in questo tempo sono stati segnalati fatti veramente molto gravi. Ovviamente - aggiunge - si deve sempre ricordare che solo una minima parte del clero è coinvolta in situazioni gravi, neppure l'un per cento ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale; la stragrande maggioranza non ha nulla a che vedere con fatti di questo genere».
Quello dei preti pedofili è lo scandalo più grave che abbia colpito la Chiesa moderna, e la sua esplosione negli Usa ha portato papa Wojtyla a confessare un «profondo senso di tristezza e vergogna» per questi preti. Sulla scia dello scandalo in Usa Giovanni Paolo II ha centralizzato presso la Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata da Ratzinger, i processi canonici contro i preti pedofili, per garantire tempestività nell’azione. Divenuto Papa, Ratzinger ha dato continuità a quell’azione. Quando lo scorso luglio la diocesi di Los Angeles è stata condannata a pagare 660 milioni di dollari più un milione a circa 500 vittime, per risarcire le vittime, il cardinale Bertone ha definito di «ampiezza sconvolgente» a Los Angeles il fenomeno dei preti pedofili che «fa a pugni con l'identità della missione che dobbiamo svolgere». E oggi Hummes ha deciso di affiancare alla «tolleranza zero» contro i colpevoli e alle sospensioni «a divinis» dei rei la preghiera mondiale per le vittime.

l'Unità 6.1.08
La Befana e i re Magi scoperti da Keplero
di Pietro Greco


Tra ricorrenza romana e narrazione evangelica una leggenda alimentata anche dal moto degli astri

Si racconta poi che lo scienziato polacco avesse una mamma con le fattezze della vecchina...

MITO E SCIENZA La festività dell’Epifania è un misto di reminiscenze pagane e cristiane. Ma dietro di essa affiora un evento astronomico. Non una cometa o una «supernova», ma una congiunzione astrale, come vide il celebre astronomo

La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte … per distribuire, come Babbo Natale, regali ai bambini. Ma quante differenze, con Santa Claus! In primo luogo proprio quelle ciabatte disfatte col gonnellone nero, il grembiule sdrucito, lo scialle, il cappellaccio a coprire capelli come paglia, la vecchiaia mai camuffata e per volare una scopa. Di contro l’elegante omone del profondo nord, nella sua rossa e inappuntabile divisa, la barba ben curata, alla guida di una potente slitta trainata da renne mozzafiato.
Babbo Natale apre le feste e lei, la vecchina, invece tutte le porta via. Come è allegro, Babbo Natale. E come è triste la Befana. E poi, lui, benefattore globale che da Rovaniemi vola per il mondo, da Milano a Parigi, da New York a Tokio, mentre lei, dispensatrice di provincia, che si muove solo per l’Italia. E per di più nella parte più povera della penisola, quella appenninica. Il calendario cristiano la associa a tre sovrani, troppo umili per essere reali, e a una stella, cometa, troppo effimera per essere vera. Ricordate le parole di Matteo? «Ecco, dei Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme, e domandarono: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Perché noi vedemmo la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Allora Erode, chiamati in segreto i Magi, volle sapere da loro minutamente da quanto tempo la stella era loro apparsa. Essi partirono: ed ecco, la stella che avevano veduto in Oriente, li precedeva …». Ma che razza di stella è quella che i Magi vedono ed Erode no?
La Befana porta regali ai bambini (italiani) proprio come i Magi portano doni al neonato dio dei Cristiani. Ma la vecchina non è un mito che appartiene solo alla cultura popolare associata alla narrazione evangelica. Affonda le sue radici nella cultura romana, e alle feste in onore di Giano e di Strenia in cui, con uno scambio di regali, si salutava per sempre l’anno appena passato e si dava il benvenuto al neonato. Insomma, lei - testimone della ciclica transizione dal vecchio al nuovo - c’era prima che nel cielo apparisse la stella che guida i Re Magi fin alla grotta di Betlemme. E poi, quella stella che Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova dipinge come una cometa, c’è mai stata davvero? Non è affatto strano che a questa domanda abbiano cercato di rispondere non solo eruditi biblisti e antropologi culturali, ma anche astronomi compassati. Tra i primi e più qualificati, addirittura Giovanni Keplero, la cui madre è stata accusata di essere una strega, un personaggio che, curioso a dirsi, nell’iconografia popolare viene descritta proprio come una befana. Che sghignazza invece di sorridere e che dispensa malefici invece che doni. Ebbene all’inizio del XVII secolo Keplero, come ci ricorda il bel libro, Messaggeri Celesti, che Eugenia Della Seta ha pubblicato con gli Editori Riuniti, non è affatto convinto che la stella di Matteo sia come l’ha dipinta Giotto, ovvero una cometa. Keplero, che pur guadagnandosi parte dello stipendio facendo l’astrologo è un astronomo di grande classe, sulla base di calcoli molto precisi sostiene che i Magi hanno visto in cielo la congiunzione tra i pianeti Giove e Saturno che si è manifestata (epifania) nella costellazione dei Pesci ai tempi in cui è nato Gesù. In realtà, i calcoli indicano che la congiunzione c’è stata nel 7 avanti Cristo. Ma a essere sbagliata, pensa Keplero, non deve essere la mia ricostruzione, quanto il più volte rivisitato calendario cristiano (che il Cristoforo Clavio proprio in quegli anni, 1582 per la precisione, ha appena rivisitato). Il suo calendario il monaco Dionigi il Piccolo lo ha elaborato mezzo millennio dopo i fatti, mettendo insieme le esigenze della tradizione con i vincoli del rigore storico e facendo un po’ di confusione.
Insomma, Dionigi ha fissato la data di nascita di Gesù a 753 anni dalla fondazione di Roma. Ma i conti non tornano. Erode è morto quattro anni prima, nel 749 dopo la nascita di Roma. E poiché non avendo avuto notizie di ritorno dai Re Magi, ha ordinato di uccidere tutti i bambini d’Israele di età inferiore a due anni. In definitiva, Erode è morto almeno sei anni dopo la «vera» nascita di Gesù. D’altra parte Giuseppe e Maria non sono andati a Betlemme per esigenze anagrafiche: ovvero per registrarsi e ottemperare all’ordine di censimento emanato in tutto l’Impero romano da Augusto? E quel censimento non si è forse tenuto tra l’anno 8 e l’anno 6 prima dell’anno che Dionigi considera come quello che ha visto i natali del Cristo? Insomma, sostiene Keplero, è molto probabile che i Magi siano abili astronomi e abbiano visto la congiunzione tra Giove e Saturno del 7 avanti Cristo che l’inesperto Erode non sa vedere. In realtà, dopo Keplero molti si sono esercitati nel cercare una spiegazione astronomica alla narrazione evangelica che si trascina dietro in salsa cristiana, la festa della Befana. Le ipotesi riguardano altre congiunzioni planetarie, con protagonista Marte, oltre che Giove e Saturno. Oppure la comparsa di una supernova o di una cometa. E in realtà gli astronomi cinesi, che a queste cose sono attenti, registrano nell’anno 5 avanti Cristo l’apparizione di una «stella nova» e nell’anno 4 di una cometa senza coda. Tuttavia gli storici non danno molto credito all’ipotesi della supernova - fosse apparsa se ne sarebbe accorto anche Erode - o della cometa. Perché oggi siamo in grado di calcolare che in quegli anni di comete luminose nel cielo me sono apparse in continuazione: nell’anno 11, 9, 4 e 3 avanti Cristo e anche negli anni 1, 3 e 13 dopo Cristo.
L’evento cometa è troppo frequente per indurre tre umili ma sapienti Re Magi a intraprendere un viaggio al seguito di quella scia luminosa. Per incredibile che possa sembrare, l’ipotesi che meglio regge a tutt’oggi è quella del geniale astronomo della corte di Vienna, Johannes Kepler. E, in fondo, la congiunzione dei pianeti in cielo ha l’immagine di un evento astronomico povero, rispetto a quello di una «stella nova» o di una cometa dalla coda fluente. Povero, ma ricco di significato. Proprio come la scopa della Befana. Mica come la rutilante slitta di Santa Claus.

l'Unità 6.1.08
ALL’AMBROSIANA Dal tesoro della Biblioteca, il ciclo di disegni e xilografie dell’artista tedesco che fondò il Rinascimento del Nord
Apocalisse ora, con il sommo Dürer
di Ibio Paolucci


Parte con Albrecht Dürer, l’Apelle del bianco e nero, Monsignor Franco Buzzi, nuovo prefetto dell’Ambrosiana. Piccola ma splendida la mostra, presentata nella sala della pinacoteca dove si trova il gigantesco cartone della scuola di Atene di Raffaello, dedicata al grande maestro tedesco, che segnò l’inizio dell’arte rinascimentale nel Nord e di cui il Vasari disse che «fu gran lume a molti de’ nostri artefici».
Quattordici i disegni e 16 le xilografie dell’ampio ciclo dell’Apocalisse di Giovanni Evangelista, pubblicati nel 1498 in forma di libro con un frontespizio pure xilografico, che assegnarono subito grande fama al giovane artista, che allora, nato a Norimberga nel 1471, aveva solo 27 anni. Già il volume presentava alcune novità non solamente per il grande formato (48,5 cm per 32) ma soprattutto per l'importanza data alle illustrazioni che, per la prima volta, in assoluta autonomia, occupavano l’intera pagina, così che il lettore si trovava, nello scorrere delle pagine, il testo dell’Apocalisse alla sinistra e le raffigurazioni alla destra. Inoltre, per una più ampia diffusione, venivano stampate due edizioni: una in latino e l’altra in tedesco. Infine l’opera veniva considerata come «il primo libro progettato e pubblicato esclusivamente come iniziativa personale dell’artista», che era, pure questa, una novità assoluta. Più studiosi si sono chiesti come mai Dürer si fosse occupato di un argomento tanto cupo. Una delle ipotesi è che il maestro avesse voluto dare espressione artistica alle angosce e alle paure dei tanti che temevano che la fine del secolo quindicesimo comportasse anche la fine dell’umanità.
Magnifiche le xilografie, già esposte peraltro, nell’anno appena trascorso, in una bella mostra a Illegio, dedicata , per l’appunto, al tema dell’Apocalisse, evidentemente di grande attualità in un periodo talmente burrascoso che fa davvero temere per il nostro pianeta, visto il degrado e i sempre più crescenti danni ecologici, a imminenti apocalittiche catastrofi. Molte, peraltro, le rappresentazioni dell’Apocalisse, da quelle di Bosch a quelle di Cosme Tura, El Greco, Salvator Dalì e Giorgio De Chirico.
Le xilografie fanno parte dell’immenso tesoro dell’Ambrosiana e così pure i disegni, che costituiscono, naturalmente, la maggiore attrazione della mostra. Magnifico l’inizio con l’elegante disegno a penna e seppia a due facce del Cavaliere, che fu per Dürer un lavoro preparatorio per una delle sue più famose incisioni (il Cavaliere, la morte e il diavolo, del 1511), pure esposta accanto al disegno: fra gli studiosi c’è chi ipotizza che per la figura del cavallo, che è anche il logo della mostra, Dürer si sia ispirato al celebre cavallo di Leonardo, distrutto dai francesi. Ne aveva visto qualche schizzo o comunque ne aveva sentito parlare? Dürer in Italia venne almeno due volte, in due viaggi di studio fra il 1494 e il 1506, e visitò diverse città, fra cui Venezia, Mantova e Padova, traendo significative influenze dai grandi artisti del nostro Rinascimento. Erwin Panofsky, al riguardo, ha affermato che «italiane sono le fonti da cui il maestro di Norimberga ha tratto le cognizioni e le esperienze col cui ausilio sperava di realizzare il suo programma rinascimentale». Molte, fra l’altro, le vedute italiane firmate da Dürer, di Trento e di Arco, per non parlare dei paesaggi alpini. Da subito il suo genio fu riconosciuto da grandi personalità. Di Vasari si è detto. Erasmo da Rotterdam, suo grande ammiratore, scrisse che Dürer era «un artista degno di morire mai». Thomas Mann disse che «pensare a lui significa pensare all’amore, al sorriso e al ricordo di sé. Significa conoscenza di ciò che è più profondo e impersonale».
Nell’illustrare la mostra, Monsignor Marco Navoni, delegato per la Pinacoteca, ha anticipato alcune iniziative destinate a presentare al pubblico altri tesori dell’Istituzione, fra cui i disegni del Codice Atlantico di Leonardo, che è forse l’opera più importante posseduta dall’Ambrosiana.

Repubblica 6.1.08
La montagna di "monnezza" che sfiora la luna
di Eugenio Scalfari


LA SETTIMANA che oggi si conclude con la festa (religiosa?) dell´Epifania offre alla nostra riflessione di cittadini italiani e cittadini d´un mondo globalizzato almeno cinque argomenti di primaria importanza: l´inizio delle primarie americane con il sorprendente sorpasso di Barack Obama su Hillary Clinton, il timore della recessione economica in tutti i paesi dell´Occidente, la «monnezza» napoletana, il tentativo di rilancio del governo Prodi sui temi della politica sociale, lo scontro intorno alla legge elettorale.
Per completare il quadro ci sarebbe anche da esaminare il dibattito sull´aborto, improvvisamente aperto dall´accoppiata Ruini-Giuliano Ferrara dietro ai quali si staglia la figura di papa Ratzinger con tutto il corteggio di cardinali e vescovi, la cosiddetta «gerarchia» al gran completo con zucchetti rossi e paramenti d´occasione.
Sei argomenti sono troppi per essere affrontati tutti insieme, anche se denotano un´effervescenza insolita in un mondo che pure in questi ultimi anni dà prova di crescente agitazione, frutto al tempo stesso di alacrità e ricerca del nuovo ma, insieme, di distacco, ripiegamento, declino.
Alcuni di questi temi hanno un fondamento autonomo. Ma altri sono profondamente interconnessi, specie se li guardiamo dalla nostra visuale domestica. Così la «monnezza» napoletana ci richiama al problema dell´incapacità decisionale nostrana e questa alle malformazioni delle nostre istituzioni. Infine la minaccia della recessione e della «stagflation» (inflazione-depressione) diffonde la sua ombra sul faticoso rilancio del governo Prodi e della sua politica sociale.
Perciò cerchiamo di chiarire qualche aspetto di queste sequenze e individuare il «trend» che configura la nostra pubblica opinione.
Comincio con la «monnezza» napoletana, non a caso seguita con foto e cronache dai principali giornali del mondo e perfino dalle autorità europee di Bruxelles allarmate da quanto accade.
Lo scrittore Roberto Saviano ne ha diffusamente scritto ieri sul nostro giornale con la conoscenza di «persona informata dei fatti», indicando i colpevoli, i profittatori, l´inerzia irresponsabile delle istituzioni locali, la pessima gestione tecnica e politica d´un fenomeno che resterebbe incomprensibile senza l´oggettiva congiura di tutte queste circostanze che configurano una serie di aggravanti e non di attenuanti come invece ci si vorrebbe far credere.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti riguarda le città di tutto il pianeta ma ha trovato da tempo la sua normalizzazione. Se ne sono occupati gli amministratori, i tecnici e perfino i romanzieri. Don DeLillo gli ha dedicato uno dei suoi romanzi più significativi. I rifiuti hanno dato vita ad una delle industrie più prospere del capitalismo post-industriale, producono profitti ingenti e occupano milioni di persone.
Ma lo spettacolo di una grande città sepolta da tonnellate di schifezze con effetti gravi sulla salute degli abitanti si è visto e si continua a vedere soltanto a Napoli e in tutta la Campania. Nulla di simile è accaduto a New York, a Los Angeles, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Tokyo, a Shanghai, al Cairo, a Rio de Janeiro e in nessun altro angolo del pianeta.
A Napoli sì. Da quindici anni. Non è e non può essere un problema antropologico. Semplicemente: le istituzioni non funzionano, la camorra ne approfitta, non funziona la Regione, non funziona il Comune, non funziona il Commissario ai rifiuti, non funzionano le imprese addette a quel servizio. Celentano avrebbe detto: non funziona il rubinetto di casa mia.
Dovevano puntare sui termovalorizzatori e sulla raccolta differenziata. Le discariche avrebbero dovuto essere una valvola «tattica» per ospitare alcune punte stagionali, come accade in tutte le altre regioni italiane e nel mondo intero. Invece le discariche sono diventate la soluzione preminente e permanente facendo la ricchezza dei proprietari di quei terreni e l´infelicità dei loro abitanti.
Solo adesso, con almeno dieci anni di ritardo, si è deciso di costruire un termovalorizzatore che – si dice – entrerà in funzione tra un anno, ma più probabilmente ce ne vorranno almeno tre. Dovrà smaltire l´accumulo di rifiuti che nel frattempo sarà stato stoccato nelle discariche riaperte con l´ausilio della forza pubblica in tenuta da sommossa.
Chi ha commesso questo macroscopico errore? Forse i Verdi hanno qualche responsabilità, ma i responsabili principali sono il governatore Bassolino e il sindaco di Napoli, Russo Iervolino.
Ho avuto in passato simpatia e stima per entrambi, ma adesso sia la stima che la simpatia si sono molto attenuate. Penso che dovrebbero andarsene. Scusarsi e andarsene. Mi auguro che il presidente del Consiglio glielo chieda. La loro uscita di scena non è certo la bacchetta magica per far sparire la montagna di rifiuti che ammorba la città e i paesi del circondario, ma rappresenta comunque la doverosa punizione dell´errore strategico compiuto e nel quale per anni hanno perseverato.
La disistima della gente per la politica si deve principalmente ad un sistema perdonatorio che premia l´insipienza e le clientele. Il contrario di una democrazia efficiente e trasparente.
* * *
La «monnezza» napoletana riflette le malformazioni più generali della nostra democrazia, in ritardo di molti decenni rispetto ai mutamenti nel frattempo avvenuti in tutti i Paesi equiparabili al nostro.
Noi abbiamo un Parlamento irretito dal voto di fiducia, senza alcun correttivo che vi ponga riparo. Crediamo anzi tentano di farci credere che la fiducia parlamentare rappresenti il culmine della sovranità popolare delegata ai rappresentanti del popolo che siedono (fin troppo numerosi) sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma non è così, anzi è il contrario di così.
L´istituto della fiducia non rappresenta affatto un potere del Parlamento sull´Esecutivo ma piuttosto il guinzaglio con cui l´Esecutivo tiene il Parlamento per il collo.
Il presidente degli Stati Uniti non ha bisogno della fiducia del Congresso; in Usa non sanno neppure che cosa sia il voto di fiducia: il Presidente eletto dal popolo ha nelle sue mani tutto il potere esecutivo, nomina i ministri segretari di Stato e li revoca, propone disegni di legge, può mettere il veto a leggi non gradite. In compenso il Congresso, depositario del potere legislativo federale, ha poteri formidabili di controllo sull´operato dell´Amministrazione che li esercita senza scrupoli di sorta. Nessuna nomina può esser fatta senza la sua approvazione, i dirigenti e i ministri debbono riferire periodicamente alle commissioni del Congresso e del Senato.
Il potere non è acefalo ma bicefalo. Non è affatto indenne da errori e disfunzioni ma da più di duecento anni guida un Paese che ormai da tempo ha le dimensioni d´un impero mondiale.
In Europa le democrazie più solide hanno impianti diversi da quello americano ma il tema dell´efficienza decisionale è stato affrontato e risolto da tutti, in Francia in Gran Bretagna in Germania in Spagna.
In Italia no. Governo e Parlamento sono legati a doppia catena con le conseguenze d´una debolezza congenita e di una lentezza decisionale esasperante. La stessa che ha tolto dignità e peso alla magistratura. La «monnezza» è di casa a Napoli, i fascicoli accumulati nei Tribunali civili e penali sono di casa in tutti i Palazzi di giustizia italiani. E´ la loro (e la nostra) monnezza.
Ho letto che se i rifiuti di Napoli fossero tutti accatastati con un base di trentamila metri quadrati, raggiungerebbero oggi un´altezza di quasi quindicimila metri, il doppio dell´Everest. Analoga e gigantesca montagna la si potrebbe costruire accatastando i fascicoli dei processi in attesa di sentenza; forse anche più alta.
Per risolvere almeno in parte la disfunzione democratica ci vuole una legge elettorale adeguata e alcune riforme costituzionali. Veltroni si è preso in carico la soluzione del problema che non è di forma ma di sostanza e non riguarda solo i politici ma tutti i cittadini, visto che siamo noi, almeno per un giorno, il popolo sovrano. Ci riguarda tutti; riguarda anche il tema della «monnezza» napoletana, anche la Tav in Val di Susa, anche il testamento biologico, anche i Dico o come diavolo si chiamano. Riguarda la legislazione, la giurisdizione, l´amministrazione e l´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E anche l´aborto e la pillola RU 486.
Veltroni e i dirigenti del Partito democratico hanno indicato nelle elezioni uninominali con ballottaggio tra i candidati che al primo turno non abbiano raggiunto la maggioranza assoluta ed abbiano almeno ottenuto il 12 per cento dei voti, il sistema adatto purché combinato con l´elezione popolare del presidente della Repubblica e col rafforzamento dei suoi poteri in chiave presidenzialista.
Si tratta d´una riforma complessa che potrà rappresentare il tema dominante della futura campagna elettorale. Nella sua intervista di ieri al nostro giornale il segretario del Pd ha citato un passaggio importante che Cesare Salvi (sinistra radicale), allora relatore alla Bicamerale del 1997, scrisse proponendo il sistema presidenziale ed elettorale francese. Da allora, ha aggiunto Veltroni, questa è stata la posizione costante del riformismo italiano.
Ma per ora si tratta soltanto di una prospettiva. Per ora così Veltroni si deve andare verso un sistema elettorale a base proporzionale con un ragionevole correttivo maggioritario che dia più forza ai partiti di maggiori dimensioni e induca i minori a raggrupparsi tra loro.
Perché questo è l´obiettivo attuale? Perché è il solo capace di darci governabilità. Senza di esso non c´è che la cosiddetta Grande Coalizione: Pd e Forza Italia insieme.
Veltroni ha dichiarato (e non ce n´era neppure bisogno) che il Partito democratico non è disponibile a questa soluzione. Ma chi lavora per un proporzionale puro vuole in realtà arrivare a questo risultato. I numeri gli danno pienamente ragione.
Per il poco che possa valere, penso che Veltroni abbia scelto la posizione più adatta a risolvere i problemi della governabilità e penso anche che essa potrà passare soltanto se ci sarà l´accordo con Forza Italia e con Rifondazione, più tutti gli altri che vorranno uscire dal pantano attuale.
* * *
Per portare a termine questo primo blocco di riforme elettorali e costituzionali, comprensive del Senato federale e della riduzione del numero dei parlamentari nella prossima legislatura, Veltroni pensa ragionevolmente che ci voglia un anno di tempo. E la prosecuzione fattiva del governo attuale con l´obiettivo di ridare fiato ai ceti economicamente più deboli, insidiati sempre più dall´aumento dell´inflazione e da un probabile rallentamento nella crescita dei redditi.
In realtà in Usa si parla ormai esplicitamente di recessione. Molti economisti affermano che è già in atto da almeno tre mesi, accompagnata da un´inflazione che ha rialzato la testa e da un netto aumento della disoccupazione.
Pensare che l´Europa e l´Italia non risentano di quanto sta avvenendo nell´economia americana è pura illusione. Alla crisi devastante dell´industria e della finanza immobiliaristica si aggiunge ormai il ribasso di Wall Street e di tutte le Borse mondiali, l´indebolimento dei consumi, l´aumento dei tassi sui mutui e una liquidità più severa.
In queste condizioni il bilancio italiano si trova, una volta tanto, in migliori condizioni per quanto riguarda l´andamento delle entrate e la diminuzione del fabbisogno.
Ma abbiamo pur sempre la palla al piede del debito pubblico che ci mangia ogni anno 70 miliardi di interessi.
Per ridare fiato ai cittadini e ai lavoratori ci vorranno più o meno 8-10 miliardi di euro. In teoria la copertura c´è e non è esatto dire che il ministro dell´Economia si opponga a questa manovra che dovrebbe prender l´avvio tra il marzo e il giugno prossimi.
L´obiezione di Padoa-Schioppa non è tanto sui numeri ma sui modi. Probabilmente sarebbe d´accordo se quelle cifre fossero erogate con provvedimenti «una tantum» in attesa di vedere che cosa avverrà nel mondo e in Europa nel corso di un anno così incerto come questo. Se il buon tempo tornerà, nel 2009 e negli anni successivi i provvedimenti «una tantum» potranno diventare strutturali ed essere ulteriormente migliorati.
Queste diverse impostazioni saranno comunque l´oggetto della nuova concertazione tra governo e parti sociali, insieme al tema dei contratti di lavoro da chiudere.
La «stagflation» dev´essere tenuta ben presente perché configura l´imposta più iniqua sul potere d´acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Una rincorsa tra salari nominali e costo della vita dev´essere dunque il primo argomento da esaminare tra le parti concertanti, insieme a quello della produttività.
* * *
Mi resta da parlare dell´aborto, sul quale tuttavia non c´è da dire se non ciò che è stato già detto da me domenica scorsa e da altri man mano che l´offensiva clericale si articolava con i vari interventi della «gerarchia».
I laici – credenti e non credenti che siano – sono favorevoli alla libera manifestazione di tutte le opinioni e a tutti quegli interventi legislativi, amministrativi e giurisdizionali che tutelino i diritti di libertà quando non ledano diritti altrui. Per quanto riguarda la legge sull´aborto i laici ritengono che essa tuteli la maternità consapevole e la libertà di scelta delle donne. Sono anche favorevoli ad aumentare il flusso di informazioni che debbono essere fornite alle donne sui possibili effetti dell´interruzione di gravidanza nonché sulla fecondazione assistita.
Tutto il resto, a cominciare dalla cosiddetta moratoria, è del tutto aberrante. E´ un puro strumento propagandistico equiparare l´interruzione di gravidanza, consentita solo in determinati tempi e circostanze, alla pena di morte.
Si tratta in realtà di un´operazione mediatica con due precisi obiettivi. Uno, di carattere culturale, per stringere i laici alla difensiva e per preparare l´affondo vero e proprio contro la legge vigente. L´altro, temporalistico, di rilanciare la potestà della gerarchia ecclesiastica come unica e sacrale depositaria del pensiero e della dottrina della Chiesa, confiscando sempre di più al laicato cattolico la sua attiva partecipazione all´elaborazione della dottrina relegandolo in un ruolo di platea passivamente e silenziosamente consenziente, cinghia di trasmissione dei voleri dell´episcopato e del Vaticano fin nelle aule comunali, regionali e parlamentari. Proprio per questo suo contenuto temporalistico ho usato prima l´aggettivo «clericale»: i chierici all´offensiva contro il laici. Di questo si tratta. A questo bisogna reagire. E´ auspicabile che il Partito democratico non sottovaluti la questione. Penso e scrivo da molto tempo che libertà e laicità sono sinonimi vedo con piacere che la Bonino concorda su questa sinonimia, del resto non ne dubitavo.
Laicità e democrazia senza aggettivi. Non ne hanno alcun bisogno.

Corriere della Sera 6.1.08
Legge elettorale Il Polo diviso, An torna a chiedere le urne. Contrari anche i centristi
Sistema francese, il Pd litiga Forza Italia elogia Veltroni
I dalemiani organizzano un seminario a favore del «tedesco»
Parisi: bene, Walter ha scelto. Bianco si appresta a tentare un «blitz» pacifico per imporre la sua bozza di riforma
di Monica Guerzoni


ROMA — L'ultima parola l'ha scandita Walter Veltroni, ha accusato Massimo D'Alema (e indirettamente Francesco Rutelli) di sognare la grande coalizione alla tedesca e ora tra i dalemiani furiosi si studiano le contromosse. La prima è un seminario della fondazione Italianieuropei, un simposio di professori e politici col quale il vicepremier tenterà di forzare la mano in favore del sistema tedesco.
Anche così, a colpi di tavole rotonde, si combatte la guerra non più sotterranea al vertice del Pd, una disfida che dilaga oltre i confini del loft di piazza Santa Anastasia e infiamma anche il centrodestra. Forza Italia incensa il sindaco di Roma, An e Udc sospettano un patto segreto tra il Cavaliere e Veltroni — che smentisce giurando di non essere il «Belfagor» della politica italiana — ed Enzo Bianco si appresta a tentare un pacifico «blitz» per imporre la sua bozza di riforma.
Il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato è determinato ad allungare il passo senza attendere il verdetto della Corte costituzionale sul referendum. Lunedì 21 gennaio dunque, giorno in cui con ogni probabilità Prodi riunirà i leader della maggioranza per la verifica di governo, sul tavolo ci sarà la proposta proporzionalista di Bianco. «Non possiamo aspettare il vertice, o non avremo più i tempi parlamentari per la riforma — accelera il presidente della commissione —. Al massimo il 16 gennaio il testo base deve essere pronto». E le modifiche invocate dal Pd? «Si faranno dopo, con gli emendamenti ». Non sarà facile, visto il clima, arrivare a un accordo tra i poli. Se l'Unione è dilaniata, la Cdl non è certo coesa. Beppe Pisanu apprezza Veltroni, Sandro Bondi loda il «coraggioso e coerente » Walter e il plauso degli azzurri esaspera i sospetti degli alleati. An guarda al referendum e chiede le urne. E Lorenzo Cesa attacca: «La sirena Veltroni può incantare Bondi, ma non l'Udc».
Ma è il Pd l'epicentro dello scontro. A metà mattina, letta l'intervista a Repubblica, ilmalumore dei dalemiani prende corpo. Chi parla di un Veltroni «sgradevole» deciso a ricordare chi è che comanda nel Pd e chi bolla le dichiarazioni come «improvvide » e persino «comiche». La linea a caldo è non alimentare lo scontro, ma nei prossimi giorni è certo che il vicepremier si farà sentire e così Violante, Latorre, Bersani, Anna Finocchiaro. Intanto Dario Franceschini apre all'intesa su un proporzionale «con sbarramento vero». Ma Rifondazione teme che Veltroni voglia «imporre un sistema bipartitista travestito da proporzionale » (Russo Spena), Clemente Mastella tuona contro la «legge truffa» cui il referendum darebbe vita e torna a minacciare il via alla «cosa bianca», il prodianissimo Mario Barbi chiede di convocare la Costituente del Pd, verdi e Pdci rilanciano il sistema delle regioni... In compenso, Arturo Parisi riabilita Veltroni per aver «finalmente scelto ». Lettura maliziosa che circola nel Pd: bocciando il modello tedesco e rinviando il preferito francese al 2011, il segretario ammette che la sola via d'uscita sono i quesiti di Guzzetta e Segni, il che rallegra il referendario Parisi.
Domani Veltroni riunisce l'esecutivo del partito, vale a dire la segreteria, per fissare le tappe di una difficile ripresa d'inizio anno. Nel calendario del leader del Pd ci sono quattro uscite pubbliche in altrettante città (Palermo, Brescia, Udine, Firenze) e, a febbraio, un seminario di due giorni in un borgo del centro Italia. Lo sta organizzando Ermete Realacci per stemperare i malumori sulla leadership, rinsaldare le anime del partito e riaffermare la forza del «capo». E potrebbe non finire qui. Dalemiani e mariniani sospettano che Veltroni mediti una «mossa del cavallo», appellarsi al popolo delle primarie per spezzare l'accerchiamento dell'opposizione interna.

Corriere della Sera 6.1.08
Il colloquio L'accusa: da D'Alema discussione strumentale
Bettini: c'è chi lavora per distruggere Walter Basta personalismi


Abbiamo sempre detto che il presidenzialismo alla francese è il sistema migliore. Il modello tedesco non ha la maggioranza in Parlamento

ROMA- Ieri lo ha fatto Walter Veltroni su "Repubblica", adesso è la volta del suo braccio destro (e sinistro) Goffredo Bettini perché l'annuncio di Dario Franceschini di una svolta presidenzialista alla francese ha creato non pochi problemi al sindaco di Roma e «ha offerto su un piatto d'argento - come dice qualche veltroniano - la possibilità di andare contro il leader del Pd». Bettini, comunque, va all'attacco. E senza troppi giri di parole dice che c'è chi, nel Pd, vuole «distruggere Veltroni», sostiene che quella sul sistema tedesco è «una discussione strumentale» e invita D'Alema ad abbandonare i «personalismi ».
Insomma, come funziona? Siete presidenzialisti alla francese e avete rinunciato all'idea di trovare in Parlamento una soluzione- compromesso che raccolga la più ampia convergenza possibile? Bettini sorride e spiega: «Noi abbiamo sempre detto che il presidenzialismo francese è il sistema migliore per l'Italia e che rimane un punto di riferimento che potrebbe anche diventare una proposta da presentare per la campagna elettorale delle prossime elezioni politiche, quando saranno». Peccato che il presidenzialismo alla francese abbia spaccato l'Unione, il Pd e non abbia raccolto neanche grandi consensi nel centrodestra... «E infatti oggi il punto è un altro: raggiungere il risultato concreto di una convergenza larga su una riforma elettorale equilibrata e innovativa da accompagnare alla riforme dei regolamenti e delle istituzioni». Lei parla così, Bettini, ma intanto Massimo D'Alema ha dato addosso a Veltroni e Franceschini e da palazzo Chigi hanno lasciato intendere che le vostre iniziative sulle riforme non sono poi tanto gradite. «Io rispondo così: c'è un motivo semplice semplice per cui oggi è necessario fare le riforme. Il Paese non ne può più degli spettacoli che gli offre un politica frammentata che non decide. A noi non interessa affatto piantare le nostre bandiere. Abbiamo proposto il Vassallum ma abbiamo anche detto che siamo disponibili alla discussione e al compromesso purché vengano fatti salvi tre principi».
E quali sarebbero questi principi? «Intanto occorre aprire al proporzionale anche per Dalla Fgci al Pd Goffredo Bettini è il braccio destro di Veltroni. Romano, classe 1952, ha mosso i primi passi nella Fgci. Nel 1989 inizia la sua esperienza capitolina (capogruppo del Pds e assessore). Ora è il coordinatore della fase costituente del Pd

Corriere della Sera 6.1.08
La battaglia Pronti ricorsi e «class action». Intanto il giudice di Firenze: regole immorali
Fecondazione, la legge ora rischia al Tar
di Margherita De Bac


ROMA — «Non solo irrazionale ma addirittura fuori del senso morale è semplicemente pensare che si debba procedere all'impianto per poi, successivamente alla valutazione clinica del feto, procedere a un aborto». Durissima Isabella Mariani nell'ordinanza con la quale ha autorizzato una coppia milanese a selezionare gli embrioni in modo da scegliere quelli senza difetti genetici e sperare di avere figli sani. Una tecnica vietata in Italia dalle linee guida sulla fecondazione assistita. Nella motivazione, depositata a fine dicembre, il giudice del tribunale di Firenze chiarisce che le linee guida non devono essere applicate in base a una vecchia norma del 1865. E aggiunge: «Non solo la legge sulla procreazione assistita non prevede il divieto di diagnosi ma addirittura la sottintende». L'ordinanza vale solo per il caso specifico. «Ma altre coppie chiederanno al Tar del Lazio di accoglierla in senso generale, affinché valga per tutti», dichiara Filomena Gallo, dell'associazione Luca Coscioni, annunciando battaglia.
Centinaia di coppie non fertili si preparerebbero a sommergere i tribunali di ricorsi alle linee guida, del 2004, che dovrebbero essere aggiornate ogni 3 anni e che ancora non lo sono state. «Regole vergognose, il ministro della Salute deve cambiarle. Basta un atto amministrativo, non c'è bisogno dell'intervento parlamentare. La verità è che ha paura dell'aggressione dei cattolici, di Paola Binetti», accusa il ginecologo Nino Guglielmino, centro Hera di Catania. E annuncia due iniziative. Un'offensiva legale di gruppo basata sulla class action, norma prevista dall'ultima Finanziaria. E la richiesta di rimborso- risarcimento allo Stato da parte dei turisti della procreazione, delle donne che la selezione degli embrioni l'hanno dovuta richiedere a caro prezzo a centri esteri. Da 8 a 10 mila euro ciascuna. Le associazioni di pazienti hanno predisposto moduli da far firmare a chi vuole ottenere lo stesso diritto riconosciuto con procedura d'urgenza dal giudice Mariani.
La sollevazione è stata concertata per spingere il governo ad annullare il divieto. Il documento che ha interpretato in modo ristrettivo la legge 40 è frutto del lavoro di una commissione nominata nel 2004 dall'ex ministro Girolamo Sirchia. Per rendere legale la diagnosi preimpianto basterebbe eliminare una riga di testo dove si specifica che l'esame sull'embrione può essere solo di «tipo osservazionale » (cioè al microscopio, senza indagine genetica). Oggi tutti gli ovociti fecondati in provetta — se ne possono creare un massimo di tre — vanno avviati allo sviluppo. Anche se appartengono a donne e uomini con gravi malattie trasmissibili. Se poi l'amniocentesi indica i segni della stessa malattia si può decidere di abortire.
Livia Turco avrebbe già voluto correggere il meccanismo. Il testo sarebbe pronto, probabilmente con la modifica invocata con i ricorsi al giudice ma considerata inammissibile da Chiesa e cattolici. E ora che in ballo c'è un altro tema eticamente sensibile, la legge 194 sull'aborto e i limiti oltre i quali non consentire quello terapeutico, la decisione diventa ancora più delicata. Tanto più che la diagnosi preimpianto non è l'unico elemento di divisione. Grandi ostacoli al successo delle tecniche, e alla nascita di bimbi in provetta, si sono confermati il divieto di congelamento e di fecondare più di tre ovociti.

Corriere della Sera 6.1.08
Il sondaggio
«No a nuovi limiti» Il 65% con la 194
E tre italiani su quattro (il 73%) hanno affermato che «non è opportuno» vietare l'interruzione della gravidanza


La questione dell'aborto torna periodicamente al centro del dibattito politico e sociale, in Italia come in molte altre nazioni. Sia a livello etico — vale a dire sull'opportunità o meno di ricorrervi, in termini di principio — sia riguardo alla specifica normativa di questo o quel Paese.
Questa costante attualità della problematica dipende dalla complessità — e dalla delicatezza — del tema e, al tempo stesso, dall'esistenza di interessi soggettivamente reputati «legittimi» ma contrapposti e in conflitto tra loro: quello del «diritto alla nascita» da parte di chi è stato concepito e, contemporaneamente, quello del diritto della madre di decidere autonomamente — seppure entro certi limiti — del proprio corpo e del proprio destino. Quest'ultimo punto di vista appare, nel nostro Paese, nettamente prevalente. Tanto che, di fronte al quesito se, riguardo al tema dell'aborto, «le persone devono poter scegliere secondo la loro coscienza» o se, viceversa, «lo Stato deve porre dei limiti e delle regolamentazioni», la maggioranza assoluta, oltre il 65%, si dichiara più vicino alla prima opzione.
Non sorprende dunque il fatto che gli italiani si dichiarino, ormai da molto tempo, favorevoli in linea di massima all'ammissibilità dell'aborto nel nostro paese. In un recente sondaggio, il 73% degli intervistati — vale a dire quasi tre italiani su quattro — affermava che «non è opportuno vietare» tale pratica. In più, il 51% dichiarava di reputare l'aborto «ammissibile a livello personale». Viceversa, «solo » il 26%, con una qualche accentuazione al sud e tra chi possiede titoli di studio meno elevati, era di parere contrario. Non si riscontrano al riguardo differenziazioni legate all'orientamento politico, salvo una maggiore perplessità espressa tra chi si dichiara disinteressato o indeciso su cosa votare. C'è invece una prevedibile maggiore contrarietà tra chi frequenta maggiormente le funzioni religiose ed è quindi più strettamente legato alla fede cattolica. Ma persino tra chi dichiara di recarsi a Messa almeno una volta alla settimana — vale a dire tra i più religiosi — la maggioranza (53%) afferma che non sarebbe opportuno vietare l'aborto.
Sul piano dei principi, dunque, vi è nel nostro Paese — in tutte le componenti sociali, politiche, religiose — un atteggiamento maggioritario favorevole all'aborto. Anche se alcune innovazioni, come la proposta specifica di introduzione della «pillola abortiva» (Ru-486) hanno suscitato più opinioni contrarie (50%) che favorevoli (44%).
Riguardo alla legge attualmente in vigore, si riscontrano posizioni più articolate, a fronte comunque, della permanenza di una maggioranza di favorevoli. Occorre dire che, diversamente da normative su altri temi che, evidentemente, toccano meno l'interesse e la sensibilità delle singole persone, il livello di informazione riguardo alla 194 è assai ampio. Solo il 14% della popolazione non ha idea dei termini della legge e quasi il 50% mostra di conoscerla con notevole precisione. Nel merito, il 57% degli italiani — con un'accentuazione tra i più giovani e con eguale intensità tra gli elettori dei due poli — reputa opportuno «lasciare la legge sull'aborto così com'è ora». I restanti si dividono tra chi (23%) ritiene necessario modificare la normativa attuale «rendendo più difficile abortire» e chi (17%), viceversa, opta per una maggiore permissività. Ancora una volta, ovviamente, i cattolici praticanti mostrano un'accentuazione nella richiesta (avanzata dal 39%) di una maggiore restrittività della legge: ma, anche in questo caso, la maggioranza relativa (45%) opta per il mantenimento dello status quo.
In definitiva, la cultura politica del nostro Paese sembra ormai avere assimilato l'idea di ammissibilità dell'aborto, sia sul piano dei principi, sia su quello delle norme atte a regolamentarli.

Corriere della Sera 6.1.08
Medicine A Liverpool un programma di cure con i libri
La terapia di Shakespeare
di Guido Santevecchi


LONDRA — L'idea che la letteratura può dare forza emotiva e fisica risale a Platone. E Apollo, oltre ad essere il Dio greco della medicina era, in quanto capo delle Muse, patrono della poesia. Ai ricercatori del Reader Center della Università di Liverpool non sono sembrate semplici coincidenze storico- mitologiche: hanno lanciato un programma di biblioterapia.
Si tratta di book groups, sedute di lettura in comune di classici alle quali partecipano gruppi di malati. Nella zona di Liverpool ce ne sono già una cinquantina e secondo la dottoressa Jane Davis, sentita dalla Cultura del «Guardian», i risultati sono incoraggianti. Si leggono ad alta voce le tragedie di Shakespeare, per esempio, e poi si commentano le caratteristiche dei personaggi, dalla gelosia maschile alla licenziosità femminile, al sospetto dei potenti.
I book groups si tengono in cliniche per malattie psichiatriche, unità di riabilitazione neurologica, centri di disintossicazione da droga e alcol. Un paziente di neurologia che non parlava da mesi, dopo aver ascoltato The Flower di George Herbert si è lanciato in un monologo di dieci minuti e alla fine ha detto: «Ora mi sento benissimo».
Proprio ieri è uscita la classifica di vendita nel Regno Unito. Impressionante: in testa J.K. Rowling con quattro milioni di copie dell'ultimo Harry Potter, seguita da Jed Rubenfeld con 819 mila Interpretazione della Morte (pubblicato in Italia da Rizzoli).
Il cinquantesimo best seller, Scarpe azzurre e felicità (Guanda), lo hanno comprato «solo» in 220.910. Il paragone con i livelli di lettura italiani ci vede molto lontani.
Ma tornando alla biblioterapia, c'è anche un altro studio, dell'Università di Leicester: gli italiani possono aspettarsi di restare in salute dieci anni esatti più dei britannici. Allora, se leggessimo tanto anche noi, potremmo tutti superare i cent'anni?

Corriere della Sera 6.1.08
Protagonisti Circa 80 lavori del russo Chaïm Soutine (1894-1943) alla Pinacothèque de Paris
Quelle bellezze selvagge e primitive
«Temendo di sciuparle, al bordello sceglieva le donne più brutte»
di Sebastiano Grasso


Retrospettiva di Chaïm Soutine (1894-1943) a Parigi, 34 anni dopo l'ultima grande mostra all'Orangerie. Esposti un'ottantina di dipinti, molti dei quali inediti. In fondo, Parigi una mostra così gliela doveva. Così come a tutti quei pittori che a cavallo fra le due guerre hanno vissuto nella capitale francese o hanno avuto a che fare con essa. Ch'è, poi, uno dei motivi della grandezza della Ville Lumiére.
Ha vent'anni il russo Soutine quando arriva a Parigi nel 1913, su invito del connazionale Pinchus Krémègne che vi si è trasferito l'anno prima. In Francia rimarrà per tutta la vita. Decimo di undici figli di un sarto di origine ebrea, Chaïm disegna da bambino. La religione ebraica vieta di raffigurare persone. Avendo invece fatto il ritratto di un macellaio, Chaïm viene picchiato con eccessiva violenza dal figlio di questo. Coi 25 rubli del risarcimento, lascia la città natale di Smilovitchi e se ne va a Minsk e, poi, a Vilna, dove studia all'Accademia.
A Parigi vive a La Ruche, un agglomerato di case-baracche che ospita circa 200 artisti squattrinati. Soutine trova Archipenko, Zadkine, Chagall (col quale non ci sarà mai un buon rapporto). E Lipchitz, che gli presenta Modigliani con cui stringerà una grande amicizia e che diventerà il suo compagno di bevute.
Sino al 1923, Soutine fa una vita miserabile: freddo e fame. Essendo piuttosto rozzo, brutale, selvaggio, non gode di molte simpatie. «Offrire un pasto a Soutine è il regalo più bello che gli si possa fare — scrive Dan Franck nel suo Bohèmes
—. A tavola, un orco. Non inghiotte: si ingozza. Sgranocchia le ossa. Succhia la salsa. Dalla fronte al mento, la faccia gli diventa una macchina masticatoria. Cibo dappertutto. Si pulisce la bocca con le mani. Si lecca le dita. Non sa come ci si comporta. Non sa vivere. Gli piacciono le belle case. Ma non vuole sporcare».
Un giorno, invitato a un ricevimento di gente ricca, dovendo orinare, va nel parco e lo fa contro un albero. Ha paura di tutto. Anche delle cose belle: teme di sciuparle. Nei bordelli, sceglie le donne più brutte. Per vivere, carica casse alla stazione. Indossa vestiti lisi, un cappotto più grande di lui e porta un cappellaccio. Un'ulcera gli rovina l'esistenza.
La pittura? Selvaggia, come lui. Soutine dipinge ritratti, nature morte, paesaggi, orchestrali (adora la musica classica). Passa intere giornate al Louvre. È affascinato dal bue di Rembrandt. Per dipingere lo stesso soggetto, volendo «vivificarne il rosso» si porta a casa un animale squartato su cui versa sangue preso al macello. Ama anche Velázquez e Courbet. Da essi ruberà luce, stile, soggetti cui, però, darà vita autonoma. Molti espressionisti austriaci, De Kooning e Bacon gli devono molto.
Ogni tanto Chaïm riesce a vendere qualcosa. Se qualcuno non apprezza abbastanza i suoi quadri, li distrugge. Gli amici pittori che lo sanno, gli dicono sempre che dipinge capolavori. Non volendo essere confuso con altri, non partecipa mai a collettive.
I suoi quadri danno grandi emozioni. Soutine ha un linguaggio materico, estremamente drammatico, frenetico. Distrugge la prospettiva tradizionale, ama l'incrocio delle linee vivaci. È incredibile come riesca a cogliere l'elemento primordiale, selvaggio della natura. I suoi personaggi? Investiti da una sorta di «energia deformante».
Dal 1923 la situazione economica di Soutine cambia. L'artista conosce il benessere. Si compra una grande auto americana, abbandona i vecchi amici, ha anche alcune avventure sentimentali. L'ultima, con Marie-Berthe Aurenche, seconda moglie di Max Ernst. Ma la vecchia ulcera non gli dà pace. Lo operano all'ospedale di Parigi il 7 agosto 1943. Muore qualche ora dopo e lo seppelliscono a Montparnasse. Pochi artisti al suo funerale: fra essi Picasso e Max Jacob.
CHAÏM SOUTINE
Parigi, Pinacothèque de Paris, sino al 27 gennaio. Tel. +331/42680201.

Corriere della Sera 6.1.08
Masaniello boss o eroe
di Dino Messina


Prototipo e icona del rivoluzionario, Tommaso Aniello, il pescivendolo che regnò dieci giorni a Napoli nel luglio 1647, divide la sinistra. Ieri sono uscite su «Liberazione» e sul «manifesto» due encomiastiche recensioni al libro di Silvana D'Alessio, «Masaniello. La sua vita e il mito in Europa», uscito dalla Salerno e di cui ha già parlato su queste pagine Giuseppe Galasso. Per Roberto Gigliucci, critico del quotidiano di Rifondazione, non si può non innamorarsi del pescivendolo: «il barocco rivoluzionario che ci piace», interprete di una linea estetica e antagonista che dal Seicento arriva sino a Bertinotti. Di contro, Marina Montesano, critica del più elitario «manifesto», definisce il capopolo «un piccolo boss dei bassifondi», «ben inserito nel racket che sembra dominare la Napoli dell'epoca».
Populisti e razionalisti: si ripropongono le vecchie famiglie della sinistra, anche se si parla di Seicento.

Liberazione 6.1.08
Il cardinale Comastri: «Gli esorcismi vanno fatti»
E' ufficiale, lo ha detto l'arciprete «Satana esiste, e non dorme mai»


Quella che leggerete è un'intervista rilasciata al sito "papanews" dal cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, tra i più stretti collaboratori del Servo di Dio Giovanni Paolo II, attuale Vicario Generale per la Città del Vaticano di Papa Benedetto XVI e tra i più grandi teologi di Santa Romana Chiesa

Quella che leggerete è un'intervista rilasciata al sito "papanews" dal cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, tra i più stretti collaboratori del Servo di Dio Giovanni Paolo II, attuale Vicario Generale per la Città del Vaticano di Papa Benedetto XVI e tra i più grandi teologi di Santa Romana Chiesa. Non abbiamo voluto aggiungere niente, perché le parole del cardinale sono chiare, cristalline. In tempi come questi in cui si cercano punti fermi nell'irrequietezza dell'universo del centrosinistra e nella magmatica incertezza della Sinistra, nella precaria esistenza di mortali assunti part-time e nell'indistinta confusione tra temi etici e temi sensibili, egli sa dare una parola di speranza. Ci indica una soluzione. «Il Diavolo esiste, negarlo non ha senso. E' il padre della menzogna, un essere perverso e pervertitore, un essere spiritualmente subdolo, la cui esistenza è confermata in modo inoppugnabile dalla parola di Dio e dal Vangelo. I cattolici non devono cadere nella tentazione di ignorare le seduzioni del demonio. E' compito dei pastori informare e mettere in guardia i fedeli; io, personalmente, non mi stancherò mai di richiamare l'attenzione sulla pericolosità di Satana. Del resto, avvenimenti di cronaca nera recenti lo hanno confermato, laddove ve ne fosse bisogno: il demonio non dorme mai e non si stanca di tentare». «La pratica dell'esorcismo è disciplinata dalla Chiesa stessa - ricorda il cardinale, senza però prendere posizione sulla recente denuncia di padre Amorth circa l'insufficienza del numero degli esorcisti - non so se gli esorcisti siano pochi o molti. Ma quello che è certo è che bisogna praticare esorcismi sulle persone possedute e infastidite dal demonio. Ritengo questa pratica molto importante e, a volte, persino necessaria. Detto questo - avverte - prima di ricorrere ad un esorcismo è sempre doveroso e prudente accertare con l'ausilio di un medico, possibilmente specialista in psichiatria, eventuali cause organiche o patologiche. L'esorcismo, che significa liberazione dal demonio di un posseduto, deve quindi essere effettuato con scrupolo, attenzione e saggezza e solo dopo aver escluso malattie, si può procedere alla pratica dell'esorcismo. In ogni caso - conclude Comastri - lo ribadisco: il demonio esiste davvero, non dorme proprio mai ed è sempre pronto alla subdola tentazione».

Liberazione Settimanale 6.1.08
Ecco perché odio il carcere
di Rina Gagliardi


Articolo 26 della Costituzione italiana: "…Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…" .

C he cosa è diventato il carcere, nell'immaginario collettivo? Un luogo lontano e pressoché ignoto, affollato di delinquenti, criminali, truffatori - di "cattivi". Ma, soprattutto, un luogo dell'ideologia, cioè, marxianamente, della falsa coscienza: una sorta di Grande Discarica pubblica che serve a tener pulite le nostre case, le nostre strade (e le nostre coscienze). Una grande Sicurezza: noi, cittadini perbene, là dentro non ci finiremo mai, anche se, come diceva una vecchia canzone di Joan Baez, there but for fortune , "è solo per caso", per un insieme fortuito di circostanze favorevoli, che "né tu né io siamo al loro posto". Sarà per questo che, tra tutte le leggi approvate dal parlamento in questa prima metà della legislatura, quella che un anno fa varò l'indulto è stata la più impopolare, la più contestata, la meno apprezzata, anche nel "popolo di sinistra"? Sarà che la crescita dell'insicurezza, e della paura di vivere, sta alimentando gli umori ancestrali della vendetta, della giustizia sommaria, della repressione spietata, senza pietà alcuna? Ma andiamolo a vedere un carcere, anzi una galera, come si diceva una volta (e come oggi, in virtù di un tipico processo di eufemismo, non si dice più). Guardiamolo in faccia - tra l'angoscia che ti sale allo stomaco e la curiosità di capire anche quel che forse non si può riuscire a capire. Alla fine di questo malinconico, piccolo viaggio, si scoprono tante cose - e ci si scopre diversi.
***
Lunedì, 31 dicembre 2007, carcere di Rebibbia, Roma nordest - è mattino, una giornata piena di sole, e nemmeno troppo fredda. Come ogni fine d'anno da sei anni a questa parte, Radio Onda Rossa organizza un presidio davanti al grande edificio che ospita, attualmente, milleduecento detenuti di sesso maschile: "odiamo il carcere", è il titolo della manifestazione, dove si alternano slogan, canti (struggenti canzoni rom), distribuzione di cibo, vendite dell'agenda "scarceranda", offerte di gadget. Quattro parlamentari di Rifondazione comunista hanno scelto questa occasione per visitare il carcere: Graziella Mascia, Giovanni Russo Spena, Salvatore Bonadonna, e chi scrive. Loro tre lo hanno fatto, negli anni, molte volte - sono quasi degli habituè, per passione civile, competenza e iniziativa legislativa. Per me, invece, è la prima volta, qui a Roma. Mi sento a disagio, in colpa. Mi viene il sospetto di essere, o di essere percepita come una voyeur un po' perversa, in cerca di inedite emozioni. Forza, la visita incomincia. Con noi, ci sono otto giovani collaboratori e collaboratrici, quasi tutte studentesse - una di loro, futura sinologa, vive tra Roma e Pechino, un'altra abita a Londra, una terza studia l'arabo, non c'è che dire, qualche volta la globalizzazione mostra la sua faccia buona.
L'inizio è totalmente occupato dalle "pratiche burocratiche": più di mezzora per riempire moduli, consegnare tessere, deporre cellulari e borse, ritirare il pass, aspettare la dottoressa che ci guiderà nel nostro viaggio all'inferno. Il carcere è burocraticamente inflessibile, come tutte le istituzioni repressive - come le questure e i tribunali. Poi ci si inoltra nelle villette centrali: prima tappa, il G-11, detenuti comuni, di "media sicurezza" - vuol dire, se ho capito bene, che sono molto meno pericolosi di quelli dell'As, Alta sicurezza, che stanno un piano sopra, tutti condannati a pene più lunghe, con sentenze definitive Mentre percorriamo quest'ala del panopticon, si vedono presepi e alberi di Natale in tutti gli angoli, ma quasi nessuno è in giro - come, tanti anni fa, avevo visto nel carcere pisano di Don Bosco. Le celle, ecco le celle, col loro portoncino blu metallico e lo spioncino: sono anguste, strette, occupate da un lettino, un tavolo, e un angolo WC. Da una di esse, si affaccia Paolo Persichetti, che sarebbe per altro un "detenuto politico": grandi saluti, sta abbastanza bene, cerca di offrirci un pezzo di panettone. Chiacchieriamo un po', evitando con cura l'attualità politica.
Intanto, la dottoressa e il poliziotto di scorta ci danno alcune informazioni aggiornate: la popolazione carceraria di Rebibbia è, di nuovo, in preoccupante aumento. Subito dopo l'indulto, da millecinquecento persone si era ridotta a ottocentocinquanta - una quantità relativamente accettabile rispetto alla ricettività della struttura. Ora, siamo all'incirca, sui 1200 - il numero varia ad ogni giorno che passa, ma è evidente che nel giro di pochi mesi saremo, da capo, al sovraffollamento. Tutti recidivi, gli "indultati"? No, in tutto questo tempo - ci raccontano - ne saranno tornati dentro il dieci, l'undici per cento. E allora? «Allora, finchè sono in vigore leggi come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, finchè ti sbattono in galera per uno spinello o per una rissa o per un permesso di soggiorno, non c'è possibilità di salvezza» dicono, quasi all'unisono, i dirigenti del carcere e i nostri Russo Spena, Mascia e Bonadonna. Il fatto è che, anche qui, anche in un carcere che è in parte cospicua anche un carcere penale, più della metà dei galeotti sono tossicodipendenti, immigrati, prostitute - i romeni sono quasi trecento, e stanno "arrivando" i cinesi. Sono gli ultimi dello strato ultimo dell'umanità. Al margine della marginalità sociale. Ladruncoli, piccoli spacciatori, piccoli rapinatori, alcoolisti, si arrangiano per sopravvivere, come possono, violando la legge - non sanno neppure che cos'è, forse, la legge, non conoscono neanche il suono della parola "legalità", nella zona priva di luce in cui sono venuti al mondo. Cerco disperatamente un contatto, una conversazione - ma non è facile. Quando passi da una porticina blu all'altra, loro sembrano contenti di questi "onorevoli" in visita - ti sorridono, ti dicono ciao. Ma le loro facce restano avvolte in una malinconia che sembra ormai la loro seconda natura. Intorno, il silenzio è grande e innaturale. Si fa l'ora del pasto, è quasi mezzogiorno - e un tanfo di minestra penetra in tutti i tuoi pori. Facciamo un giro nel braccio G-8, quello in cui tutti sperano di andare, prima o poi, e visitiamo il centro del laboratorio: fanno oggetti di legno, macchinette deliziose, tricicli, lampade. La cooperativa è ancora agli inizi, ma forse crescerà.
***
Poco più in là, ci sono i trans: diciassette persone, quasi tutte sudamericane, confinate in camerotti di cinque o sei letti. Stanno in una zona a sé, appartata dagli altri - loro non volevano stare nel reparto dei maschi, ma nel carcere femminile non li hanno accettati. Perché sei qui, domando ad una ragazzona bionda dai grandi occhi scuri? «Ho fatto una rapina, una vera sciocchezza. Sai, mi hanno diagnosticato l'Aids, mi son messa a bere, sono andata fuori di testa…» E si tocca la testa, e la scuote in un moto di autorimprovero. Ma adesso come stai? Ti curano? «Sì, ma non tanto…» Sorride: «Ora sto bene, è la fede che mi tiene in piedi». Credi in Dio? «Credo tanto, sì. Credo in Dio, in padre Pio e in madre Teresa». E mi porta a vedere la sua stanza, si fa per dire: dietro il suo lettino, c'è la foto, appunto, di madre Teresa di Calcutta e si sporge un grande Crocifisso. Ma in tutto il camerone la religione è il refrain dominante - sembra di essere in Chiesa.
***
E ora le donne: il carcere femminile, che dista un paio di chilometri da quello maschile, è un istituto del tutto autonomo. E' il più grande carcere femminile d'Europa, mi dice Salvatore Bonadonna: trecentotrenta, o giù di lì, prigioniere. Tra di loro, una condannata all'ergastolo, Rita Algranati, ex-Brigate rosse, delitto Moro, due condannate per mafia (41 bis) - e una selva di rom, romene, nigeriane, moldave, che entrano ed escono da Rebibbia. Furto, droga, prostituzione, è sempre la solita storia. Ma qui l'incontro più straziante è quello con i bambini - ce ne saranno almeno una trentina, dai due mesi ai due anni e mezzo. Dovrebbero essere, con le loro madri e i loro fratellini, in una casa-famiglia. Invece sono qui, in galera, tenuti in braccio da donne che sospirano, tutto il santo giorno. Donne furiose, amareggiate, per nulla rassegnate. Donne giovanissime, come una brunetta dagli occhi intensissimi, con un piccolo al collo che ti tocca gli occhiali e anzi tenta di portarseli via. Come stai? «Male». Quanti anni hai? «Ventuno» Quando esci? «Tra pochi giorni». No, fuori non c'è una vita felice che la aspetta. «Possiamo fare qualcosa per voi?» Sì, mi risponde un'altra giovane, «vorrei poter stare con i miei figli, ne ho altri quattro che mi aspettano, e che non posso più vedere». Abbiamo portato dei cioccolatini, comprati nell'accogliente bar del carcere, e li offriamo a tutti, anche ai ragazzini reduci dall'asilo nido che a fine mattinata vengono riportati in galera, scaricati da due pulmini bianchi. Per un minuto, i cioccolatini sciolgono l'atmosfera. Ma c'è un bambino che si vergogna, nemmeno i cioccolatini riescono a smuoverlo - si butta tra le gambe della sua accompagnatrice, si copre il visino con le mani, non c'è nulla che riesca a smuove rlo. Come sono silenziose queste creaturine! In più di mezz'ora, dalle loro bocche non è uscito un suono, un lamento, un cinguettio. Ti toccano, sì, ti guardano come se fossi davvero un'aliena, una presenza diversa dalle solite. Ma hanno già imparato che piangere o ridere o dire non serve a nulla.
***
No, non ho visto il carcere di Rebibbia nella sua interezza. Ma quel che ho visto è stato sufficiente a farmi star male per l'intera giornata. Sapete una cosa che tutti sanno, e molti ripetono, e altrettanti analizzano, ma che nessuno in fondo considera? Qui, non c'è nemmeno un ricco. Una persona abbiente o agiata. Un normale cittadino da un medio reddito in su. Uno come noi, o come voi, venticinque lettori di Liberazione . Qui ci sono soltanto quelli che a Roma chiamano "disgraziati". Quelli che non si possono permettere un avvocato. Quelli che rubano perché non sanno altrimenti come vivere. Quelli che non sono mai andati a scuola. Quelli e quelle che per campare possono soltanto vendere sulle strade il loro corpo. Quelli a cui nessuno ha mai fatto intravedere una relazione umana diversa dalla piccola o grande prepotenza. Quelli che sono sfruttati da qualcuno e che hanno imparato, a loro volta, che si vive solo sfruttando qualcuno. Quelli che non hanno nulla, ma proprio nulla, né da difendere né da sperare. Quelli che non hanno nessuna virtù, e nessuna carta da giocare. Donne e uomini immersi in una eterna zona grigia - e ora trattate e trattati come mondezza, da buttare quando capita nella Grande Discarica della galera. Ecco, sapete perché anch'io, come Radio Onda Rossa, odio il carcere.