domenica 22 aprile 2007

l'Unità 22.4.07
Berlinguer: «Ora si apre una nuova strada anche a sinistra»
Il vecchio leader, candidato del correntone a Pesaro, lascia. «Costruiremo un nuovo soggetto, che vuole cambiare e governare»
di Bruno Gravagnuolo


IL DISTACCO «Turbato, ma non rassegnato». Così, nel momento del distacco dai Ds si autodefinisce Giovanni Berlinguer, 83 anni, già dirigente storico del Pci, candidato segretario al Congresso di Pesaro del 2001, e oggi eurodeputato Ds nel gruppo del Pse. Tutta una vita in quel partito e una storia mai interrotta, nemmeno dopo il 1989, con la nascita del Pds. Ma adesso quel lungo cammino si interrompe. E con Berlinguer parliamo del suo "non possumus" malgrado gli appelli a restare, intriso di emozioni ma sereno. La sua idea è: in fondo questo crinale è "un' opportunità". Per chiarire, e costruire qualcosa di diverso "alla sinistra del partito democratico". Per salvaguardare il paese, dalla destra e dal rischio del declino. Poi un giorno si vedrà chi aveva ragione, ma intanto occorre governare insieme
Berlinguer, come vive questo addio politico?
«Non è un addio e può essere anche un arrivederci. Inevitabilmente lo spostamento dei Ds verso una forza più ampia e moderata implica la possibilità della creazione di un'altra forza alla sua sinistra, che sia anche sua alleata. Intanto il clima generale di questo congresso non è stato quello di una rottura clamorosa e aspra».
Lei parla di arrivederci. Vede l'eventualità di ritornare insieme in una stessa formazione politica?
«Non faccio il profeta, chissà. Ma ora ci sono due processi avviati contemporaneamente, da forze che fanno parte di una medesima coalizione. La carenza maggiore in questo momento è semmai il profilo dell'Unione. E temo che concentrare tutti gli sforzi sulla creazione del Pd, possa distoglierci dall'impegno di rafforzare la coalizione e consolidare l'attività di governo ».
Qual è il punto politico e programmatico dirimente che le ha impedito di riconoscersi nel Pd?
«Per ora è solo un'operazione di vertice, come tutti riconoscono. E ciò, malgrado i discorsi sulla Costituente, sulla società civile e su “una testa e un voto”. Un'operazione pilotata dall'alto, senz'anima, né anelito ideale o alone di consensi. Tra i contenuti che mancano, segnalo la questione morale. Senza la questione morale al centro, non può esservi oggi partecipazione vera. Così come non può esservi partecipazione senza raccogliere le spinte dei movimenti sulla pace, sui diritti civili e sociali, sul lavoro, sulla legalità, sui Dico. Tutte cose spesso considerate un disturbo dalla “politica alta”, e la cui marginalizzazione ha reso la politica separata e più povera».
Dunque, lei non vede vivificato il progetto del Pd da una vera spinta civile di massa
«Non è che non la veda. Quella spinta non c'è».
Restiamo ai contenuti. Al lavoro ad esempio. Si passa da una sinistra del lavoro da liberare, a una sinistra dell'individualismo solidale. Quanto pesa questo aspetto per lei?
«Senza dubbio il lavoro, e non solo quello operaio, ma anche quello dei servizi e della conoscenza, sbiadisce nell'orizzonte del Pd. E ciò, malgrado l'Italia sia uno dei paesi più sindacalizzati del mondo. Tuttavia non v'è rappresentanza politica adeguata del lavoro, sebbene il Ministro del lavoro stia svolgendo un'opera egregia. Manca un disegno preciso, un asse progettuale che metta al centro il lavoro e i lavori nella società italiana, adeguata al peso che tale dimensione, pur in forme nuove e variegate, ha assunto.»
Veniamo alla laicità e al socialismo europeo, due punti critici e indecisi nell'impianto del Pd...
«Sul primo punto, basta fare il confronto sugli applausi al Congresso. Tutti quelli che hanno insistito sulla laicità, hanno avuto battimani clamorosi. Viceversa il tono della relazione introduttiva e quello degli interventi ufficiali è stato molto meno esplicito, e a ciò si aggiunge la “campana” di Rutelli da Roma. È chiaro che questo sarà un punto di estrema frizione dentro il Pd. Quanto al socialismo europeo, c'è una forte reticenza. La collocazione naturale di una forza di centrosinistra come il Pd, non può che essere il gruppo socialista europeo. Invece la posizione della Margherita è: collaboreremo».
Come finirà in Europa? Doppia appartenenza, seggi divisi, un nuovo gruppo federato al Pse?
«La confusione è tale che nessuno è in grado di dire come finirà. Eppure è ovvio che la sinistra che conta in Europa sta nel Pse. Certo, c'è l'esigenza di rinnovare, ampliare e uscire dagli schemi classici, al di là delle vittorie conseguite dai socialisti europei, tra cui quella di aver addomesticato gli spiriti animali del capitalismo con il welfare. Ma qualsiasi rinnovamento non può prescindere dalla collocazione nel socialismo continentale. E ogni doppia collocazione non è sostenibile»
E ora, cosa c'è dopo la vostra fuoriusciuta dai Ds? Un cantiere da Boselli a Bertinotti?
«Intanto c'è una vasta area di delusi dai Ds, negli ultimi anni. E moltissime associazioni, movimenti ed esperienze tematiche, che guardano a sinistra. Inoltre ci sono i partiti alla sinistra del futuro Pd. L'esigenza maggiore è aggregare queste forze, e raccogliere le aperture convergenti che vanno da Boselli, a Di liberto, a Bertinotti e Giordano, garantendo che esse corrispondano a una volontà effettiva. Nonché a una linea politica responsabile, in funzione del governo dell'Italia. C'è una responsabilità nazionale a cui adempiere, in un momento di gravi rischi per il paese. E dunque la nuova forza di sinistra non potrà né dovrà avere un carattere massimalista o estremista"».
Ma questa sinistra che identità avrà? E quali confini?
«Una forza di sinistra democratica, che includa gli ideali aggiornati del socialismo, ma che sia anche più ricca. Ricca di elementi che il socialismo non aveva incluso nel suo bagaglio. Per esempio il destino del pianeta, l'ambiente, la differenza femminile, l'individuo e il ruolo della conoscenza dentro la riproduzione economica. In sintesi, vi sono due costituenti politiche simultanee. Una più moderata, quella del Pd, e l'altra più a sinistra, tutta da costruire ma necessaria. Ecco, mi auguro che abbiano successo entrambe».

l'Unità 22.4.07
Il travaglio di Angius. E il «rompete le righe» della mozione tre
Il leader ha lasciato Firenze ben prima della chiusura del congresso. Nigra: «Ora faremo delle scelte individuali»
di Eduardo Di Blasi


LA SCELTA INDIVIDUALE. Lo aveva detto nel suo discorso alla platea congressuale. Lui, contrario all'alchimia con la quale sta nascendo il Partito Democratico, aveva confessato: "La politica per qualcuno, almeno per me, è ancora così: una scelta individuale. La politica la si fa e la si pratica, per essa ci si batte, si soffre, si gioisce, si vince e si perde se la si sente come propria, se la si vive come parte di sé, magari non tutta intera, ma in larga misura sì".
Gavino Angius è tornato a Roma già nel tardo pomeriggio di venerdì. Non ha partecipato alle ultime riunioni politiche della propria mozione. Alberto Nigra, portavoce della delegazione, spiega che lo aveva già detto: per motivi personali non sarebbe potuto restare anche il terzo giorno. Chi lo ha visto andare via l'altro giorno lo racconta "molto arrabbiato". Alcuni dei suoi commentano: "Sta attraversando un travaglio difficile". Altri, più amari: "E' partito il "rompete le righe".
Qualunque ne sia la ragione, Gavino Angius, vice presidente del Senato, non era al Mandela Forum quando gli ordini del giorno della propria mozione sono stati respinti dalla maggioranza dei delegati. Non ha contribuito direttamente alla loro scrittura (uno di quelli è stato formulato prendendo a ispirazione il suo discorso all'assemblea). Ufficialmente è ancora nella lista di coloro che prenderanno parte al "Comitato promotore per la Costituente del Partito Democratico" (la mozione conta 45 esponenti su 342), assieme a Massimo Brutti, Mauro Zani, Alberto Nigra, Sergio Gentili.
Lui, Gavino Angius, non si conosce ancora cosa farà. Dopo la svolta della Bolognina si ritrovò sul "fronte del No". Allora si trattava di non rinunciare all'ideologia "comunista" del Pci per quella socialdemocratica che veniva assumendo il nuovo soggetto. Decise di rimanere nel recinto del Pds, una scelta convinta. Oggi resta a riflettere da questa sponda sulla nuova metamorfosi del proprio partito. Sulle opzioni rimaste sul campo. Le due "fasi costituenti" e quello che c'è a valle.
Spiega Nigra: "Non è scontato, che, a livello individuale, sia io che Angius, che altri tra noi, aderiremo al nuovo progetto costituente del Pd". Emerge un "livello individuale" mentre la mozione, arrivata nel porto congressuale, distribuisce i propri delegati dentro il "comitato". Brutti, lo indica apertamente dal palco del Congresso: "Resteremo numerosi e organizzati per rappresentare le nostre ragioni nella fase costituente del Partito Democratico".
Ma Nigra avverte: "La mia opinione è che, se si decide di entrare a far parte della fase costituente bisogna riorganizzarsi per la battaglia". I rischi sono due: il primo è quello numerico. "Una mozione che ha raccolto il 9,4% in uno solo dei soggetti costituenti che possibilità ha di influenzarne il cammino?". Il secondo è nei contenuti stessi del documento: "La mozione - spiega Nigra - è finita con questo congresso, adesso bisogna riarticolarla per renderla funzionale alla nuova battaglia". Infine c'è l'incognita della "società civile", del suo impatto nel disegno finale.
Le decisioni restano rimandate ad una assemblea nazionale della "ex-mozione" che si terrà dopo il ponte del Primo maggio, in una data compresa "tra il 5 e il 10 maggio", più o meno a ridosso dell'appuntamento che si sono dati i sostenitori della mozione Mussi. C'è il tempo per ragionare. Anche il segretario Piero Fassino, nel suo discorso di chiusura, ha aperto al vice presidente del Senato. Lo ha fatto su un elemento di contenuto, il manifesto dei saggi di Orvieto, inviso ai firmatari della Angius-Zani: "Non abbiamo nessuna difficoltà ad accogliere le sollecitazioni che ci vengono da Angius: abbiamo chiamato 250mila persone a decidere, non ci leghiamo certo ad un manifesto scritto da 15 persone".

l'Unità 22.4.07
Cgil, in tanti con Mussi. «Ma sono scelte individuali»
La prospettiva del Pd ha diviso i dirigenti. Ma il sindacato è geloso della sua autonomia
di Giuseppe Vespo


LE SCELTE individuali e l’indipendenza del sindacato. I Ds hanno deciso ieri di dar vita al Partito Democratico. Da ora in poi ci sarà chi lavorerà per la costruzione di questa nuova realtà e chi non la sosterrà, esplorando nuove strade. Così sarà anche all’interno della Cgil. Ma quelle che hanno portato la segreteria confederale a dividersi sulle mozioni Fassino e Mussi, sono scelte personali. Che, sottolineano in corso d’Italia, non devono scalfire l’indipendenza e l’autonomia della confederazione della sinistra. Epifani ha posto con forza la necessità dell’appartenenza del Pd al Partito socialista europeo. Con Fassino si erano schierati in tre: Achille Passoni, Nicoletta Rocchi e Mauro Guzzonato. Con loro, Agostino Megale, presidente dell’Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil. Hanno appoggiato il «correntone» di Fabio Mussi: Paolo Nerozzi, Carla Cantone, Morena Piccinini e Fulvio Fammoni. Indipendente, rispetto alle due mozioni, la posizione di Paola Agnello Modica, in quanto di area comunista. Mentre Marigia Maulucci, non iscritta ai Ds, ha annunciato che aderirà al nuovo partito.
Diversa la «geografia» per quanto riguarda le segreterie delle organizzazioni di categoria. Il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, ieri dal palco milanese della Camera del Lavoro - dove si è tenuta l’assemblea della Rete 28 Aprile dal titolo “No a ogni collateralismo tra Cgil e Partito Democratico”- è netto nel suo «no» al nuovo soggetto politico. «Col Pd inizia un terremoto. L’idea liberista sta prendendo piede come unico orizzonte entro il quale si determina la dislocazione delle forze politiche. C’è bisogno di un’organizzazione indipendente, democratica e con una capacità progettuale che la Cgil in questi anni ha perso per strada». Con lui, critico anche Giorgio Cremaschi, da tempo è approdato a posizioni vicine al Prc. Vicini a Mussi e lontani dal Pd: Laura Spezia e Maurizio Landini. «Andrò alla costituente del nuovo movimento socialista di Fabio Mussi - dice Laura Spezia - Ma ritengo che le scelte individuali debbano rimanere tali. Non bisogna coinvolgere il sindacato, che ha da sempre la sua indipendenza. L’aveva prima e l’avrà ancora». Con Fassino, invece, l’altro membro della segreteria Fiom, Fausto Durante.
Per quel che riguarda i leader delle altre organizzazioni di categoria della Cgil, hanno appoggiato il nascente Pd, il leader dei chimici della Filcem, Alberto Morselli; quello dei tessili (Filtea), Valeria Fedeli; Emilio Miceli dei lavoratori della conoscenza (Slc); il segretario della Fillea (edili), Franco Martini; quello della Filt trasporti, Fabrizio Solari e Domenico Moccia della Fisac, i bancari. Si richiama invece alla tradizione socialista Franco Chiriaco della Flai, il sindacato dell’agroindustria. «Non aderisco al Pd, formazione dai connotati centristi, dove il lavoratore è sparito per diventare utente-cittadino, come è sparita la tradizione socialista forte, quella di Riccardo Lombardi e di Pietro Ingrao, di Fernando Santi e Giuseppe Di Vittorio». Sulla stessa sponda di Chiriaco il leader degli statali, Carlo Podda: «Andrò alla riunione dei delegati firmatari della mozioni Mussi perchè credo nell’idea di un movimento che punti alla riaggregazione socialista esplicita, e non nascosta nel cuore». Con Mussi c’è anche Betty Leone dello Spi, il sindacato dei pensionati. «E’ una strada difficile quella che abbiamo scelto - ha detto - ma è la speranza di chi pensa che ci debba ancora essere una realtà a sinistra. Lavoreremo al movimento con l’ambizione di riunificare e di interrompere la maledizione che ci ha contraddistinto negli anni, quella del dividersi e frammentarsi. Noi vogliamo unire le sinistre italiane». Poi giù lungo la rete della maggiore organizzazione sindacale d’Europa, le segreterie regionali e le Camere del lavoro. Gli iscritti ai Ds hanno dibattuto e si sono schierati. I concetti sono gli stessi, a cominciare dall'indipendenza del sindacato. «Ora bisogna pensare e valutare le cose che sono in gioco - dice Susanna Camusso, segretario regionale della Lombardia, che ha appoggiato il «correntone» -. Ma la Cgil non si misura su queste questioni che riguardano i partiti. Ogni militante ha appoggiato personalmente una posizione. Il sindacato ha un suo segretario e la sua indipendenza». A livello regionale con il Pd, tra gli altri, si sono schierati i leader di Piemonte, Liguria, Veneto, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania e Sardegna. Mentre hanno sostenuto il connubio Dl- Ds i numeri uno di alcune tra le più importanti Camere del Lavoro. A cominciare da quello di Milano, Firenze e Napoli.

il manifesto 22.4.07
Mussi sotto la lente della sinistra radicale
Il cantiere Rifondazione comunista lancia per il 16 e 17 giugno la fondazione della Sinistra europea e già pensa al Cantiere. I Verdi aprono alla discussione e il PdcI attende l'invito
di Sa. M.


Roma. L'orizzonte è chiaro, ma i contorni di quel che si muoverà nei prossimi mesi a sinistra del Partito democratico sono da definire. Ora che Fabio Mussi ha fatto il grande passo abbandonando la Quercia e portando con se quasi tutta la sinistra Ds, il pezzo più radicale dell'Unione è chiamato a decidere sul da farsi tenendo d'occhio prima le amministrative e poi la riforma elettorale. La prima mossa spetta al Prc che infatti ieri pomeriggio ha convocato a Roma il Comitato politico nazionale per aggiornare la preparazione dell'assemblea fondativa della Sinistra europea, prevista per il 16 e 17 giugno: «Quell'appuntamento - spiega Gennaro Migliore, il capogruppo di Rifondazione alla camera - sarà la porta attraverso la quale si vedrà la possibilità di considerare un lavoro consolidato negli anni». L'occasione sarà utile anche per parlare di quel «cantiere a sinistra» che chiama a raccolta «senza vincoli identitari tutti coloro che sono interessati a parlare di sinistra, socialismo e ventunesimo secolo», ha detto il segretario Franco Giordano. L'unica distanza esplicitata è quella con i socialisti di Boselli, con cui le distanze su liberismo e guerra sono ancora forti, ma è chiaro che sulle forme del confronto con gli altri le idee sono tutt'altro che chiare e che c'è ancora qualche ruggine da sanare in particolare con il PdcI. Il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero ha buttato lì che per dialogare con la ex sinistra Ds non vedrebbe male una organizzazione pensata «sul modello della vecchia Flm», la federazione unitaria dei metalmeccanici che riuniva Fiom, Fim e Uilm fino a vent'anni fa. Ma sul punto le idee sono tutt'altro che chiare. E dire che i tempi sono stretti: Mussi ha convocato i suoi per il 5 maggio.
La centrifuga a sinistra ha tirato dentro anche i Verdi. Ieri durante il consiglio federale Alfonso Pecoraro Scanio ha spiegato chiaramente che il dialogo che interessa al Sole che ride non è quello con il Partito democratico. Per ora il tema è un grande soggetto ambientalista che, «di fronte a un Partito democratico così moderato, gradito perfino a Berlusconi, punti ai diritti, alla pace, all'innovazione, ai giovani e ovviamente all'ambiente». Poi però «è anche necessaria un'aggregazione della grande area progressista e laica che in questo Paese ha un larghissimo consenso popolare ma che deve avere una rappresentanza forte». Il passaggio fatto da Pecoraro Scanio non è del tutto scontato per un partito che qui e là ha subito la fuga di dirigenti e amministratori confluiti nel Partito democratico. Ora però la scelta sembra fatta, ne è convinto anche il sottosegretario all'economia Paolo Cento tra i più decisi nel proporre un dialogo con il cantiere in costruzione a sinistra al punto da organizzare anche un dibattito sul tema, presente Franco Giordano, giusto mercoledì scorso: «La nostra discussione deve partire da una confronto che affronti il problema di cambiare il modello economico di sviluppo anche in chiave ecologista. Quello che si muove a sinistra in questo senso ci interessa». Anche i Verdi hanno fissato il loro appuntamento, praticamente sovrapposto a quello della ex sinistra Ds: «La risposta al Partito democratico - ha continuato Pecoraro Scanio - sarà la Convention "Ecologia è economia" dei Verdi che si terrà a Genova il 4 e 5 maggio cui parteciperanno Mussi e altre personalità rappresentative dell'ambiente e dei diritti».
Un po' più in difficoltà sembrano essere al momento i Comunisti italiani, che proprio ieri hanno incassato l'addio del fondatore Armando Cossutta deciso ad abbandonare la carica di presidente e a non partecipare più in alcun modo al partito dopo la rottura consumata a ridosso delle elezioni. Oliviero Diliberto è convinto che il dialogo ci sarà: «Siamo quelli che per primi hanno parlato della necessità di riunificare la sinistra in Italia. Questo è il terzo congresso che facciamo con questa proposta. Quindi ora aspettiamo risposte da parte di coloro che dai Ds non sono confluiti nel Partito democratico e da parte di Rifondazione comunista».

Liberazione 22.4.07
Il congresso Ds approva lo scioglimento. Fassino: «Il Pd è di sinistra». Si agitano i petali della Margherita, Parisi: «Basta con quote e correnti»
Dal Cpn Rifondazione lancia la sfida: «Ci sono le condizioni per un soggetto, ormai anche in tempi rapidi, antiliberista e pacifista»
Giordano: «Adesso la sinistra ha bisogno di un nuovo soggetto»
di Angela Mauro


Assodato che è tempo di accelerare nella costruzione di una nuova aggregazione a sinistra, Rifondazione prova a ragionare sulle modalità e sui luoghi del confronto con tutto ciò che è a sinistra del Partito Democratico, Correntone Ds in primis ma non solo. L'occasione è il comitato politico nazionale riunito a Roma proprio mentre a Firenze si conclude il congresso dei Ds e mentre a Cinecittà la Margherita continua la sua assise nazionale avviata venerdì. «Ci sono le condizioni, ormai anche in tempi rapidi, per un soggetto antiliberista e pacifista». Franco Giordano è netto. «E' evidente - dice il segretario del Prc - che le due assisi di Ds e Margherita descrivono un'ipotesi sociale pacificata e aconflittuale e questo ci carica di una responsabilità grande: accelerare il percorso di unità a sinistra perchè ci sono le condizioni per un soggetto unitario». Alcune date in calendario sono già segnate: il Correntone prepara il suo appuntamento nazionale del 5 maggio per dare vita ad un nuovo movimento. Il Prc punta alla costituzione della sezione italiana della Sinistra Europea il 16 e 17 giugno prossimi e parteciperà come ospite alla giornata organizzata per il 12 maggio dal Cantiere di Occhetto sul tema "Coprire il vuoto a sinistra» (ci saranno anche Mussi, Boselli, Armando Cossutta, Pancho Pardi). Ad ogni modo, è di "cantiere" con la "c" minuscola che si parla, vale a dire di un luogo nuovo di confronto senza legacci con ciò che è già cristallizzato, ma invece con legami a società e ai movimenti e aperture a chi viene da storie diverse e voglia costruire la sinistra e il socialismo del XXI secolo.
Fin qui le dichiarazioni di intenti, cariche della consapevolezza di dover agire subito e di dover trovare una soluzione alle difficoltà che il processo implica. Giordano innanzitutto sgombera il campo dai malintesi. «Non vogliamo fare un'aggregazione di resistenti al Partito Democratico, ma un percorso vivo con i movimenti. La nostra non è una ristrutturazione di ceto politico, ma la volontà di fare la sinistra di alternativa perchè non possiamo assistere al declino della sinistra in Italia». Chiaro. Ma, a parte le date delle assemblee e manifestazioni pubbliche, è bene dare subito un segnale: in Parlamento. Milziade Caprili la butta lì: «Dobbiamo valutare se sono maturi i tempi per porre noi per primi l'idea che in Parlamento si determini un'unità a sinistra». Per il vicepresidente del Senato, si tratta, se non proprio di gruppi unici, di verificare la possibilità di stringere «patti di consultazione, di unità» con i fuoriusciti (de facto) dai Ds e con chi ci sta a sostenere le battaglie sociali e pacifiste. Per Gennaro Migliore bisogna «individuare una mappa dei luoghi del cantiere in questo paese», non si può procedere con «iniziative sporadiche» e non si può «perdere tempo» perchè, dice il capogruppo del Prc alla Camera, «noi dobbiamo fare di tutto per dimostrare ai compagni della sinistra Ds che avevano ragione, al contrario di quanto dice D'Alema quando parla di Mussi». Paolo Ferrero insiste sulla necessità che vada «trovata una modalità» e propone di prendere modello dalla Flm (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), sigla che negli anni '70 unì Fiom, Fim e Uilm.
Il tempo, insomma, stringe e non solo per il semplice fatto che sta per nascere (in autunno) il Partito Democratico, ma anche per quello che rappresenta: il compattarsi di pulsioni e prospettive moderate e liberiste con tutto il peso che possono esercitare sul governo dell'Unione. E' forte l'eco delle ultime prese di posizione di Padoa Schioppa sul contratto degli statali e sull'uso del "tesoretto". Nel Prc sono in molti a lanciare il campanello d'allarme. «Noi dobbiamo fare una battaglia politico-culturale e dobbiamo litigare affinchè le risorse in più vadano redistribuite sul reddito», dice Paolo Ferrero. Il ministro insiste su «povertà, casa, non autosufficienze» e incalza: «Va fatta una discussione con il premier Prodi per l'applicazione del programma dell'Unione e bisogna fare una campagna del partito». Il 75% del "tesoretto" (7,5 miliardi di euro), continua Ferrero, va speso per «lo stato sociale e per risarcire chi ha sempre pagato» e le richieste dell'Unione Europea «vanno rispedite al mittente».
Giordano dice «no alle gerarchie nell'Unione e a modifiche del suo impianto programmatico». Una verifica di governo? Il termine «appartiene ad altre epoche», sostiene il segretario del Prc, ma è vero che «c'è una battaglia politica da fare sul risarcimento sociale: le priorità non sono quelle che indica Padoa Schioppa. Se così fosse, non ci sarebbe intesa politica nell'Unione». Bisogna intervenire sulle pensioni basse, anche perchè, ricorda la sottosegretaria al Lavoro Rosi Rinaldi, «se non si fa nulla, la riforma Maroni, con il suo "scalone", comunque parte dal primo gennaio 2008». E poi c'è da operare per un «decisivo aumento dei minimi retributivi, per gli sgravi sugli affitti, per la riduzione dell'Ici sulla prima casa fino alla sua abolizione», insiste Giordano. Sul Tfr «bisogna esplicitare di più la nostra proposta ai lavoratori - puntualizza Ferrero - E' necessario che si tengano il Tfr perchè solo così si può costituire il fondo pubblico gestito dall'Inps». Sono tutti contenuti «legati al nuovo soggetto a sinistra», precisa Giordano. Sono temi che caratterizzeranno la giornata nazionale di mobilitazione del Prc davanti alle fabbriche e i posti di lavoro prevista per il 14 maggio.
Ma se al comitato politico nazionale tutti, nella maggioranza del partito, concordano sulla necessità di lavorare ad un'aggregazione a sinistra, non mancano gli accenti critici sulle modalità ed il clima del percorso. «Bisogna rimettere a qualche milione di persone quelle decisioni che adesso appartengono ai partiti e ai gruppi parlamentari», è l'esordio di Ramon Mantovani, che esorta a non imitare in alcun modo i Ds, la Margherita e il loro nuovo partito. «Le masse convocate dal nascituro Partito Democratico sono passive, chiamate solo per eleggere un leader, per partecipare a sondaggi e convention: competere sullo stesso terreno è suicida e qui - dice il deputato alla platea del Cpn - avverto questa tentazione quando sento parlare della possibilità di fare una cosa nuova e grande a sinistra». Insomma, «sì al confronto con Mussi, sì anche a qualsiasi operazione sul piano elettorale, ma in Rifondazione c'è un progetto che va sviluppato nel confronto con altri progetti. Se Mussi dice che ci vuole una sinistra di governo, esprime quello che è stato per 15 anni e non va bene che noi facciamo finta di non vederlo. Se si dice solo facciamo una cosa grande e nuova - conclude Mantovani - io non ci sto». Alfonso Gianni nota nel partito una «mancanza di spinta e di entusiasmo per la nuova prospettiva». Parlando al cpn, il sottosegretario allo Sviluppo Economico è tagliente: «Il Partito Democratico nasce da una fusione a freddo. Qui sento solo freddo, non c'è nemmeno la fusione...». La deputata Elettra Deiana pone l'accento sulla necessità di rovesciare l'impostazione moderna della rappresentanza femminile in politica. «Deve far riferimento ai contenuti - dice - Invece vedo una modernizzazione che assicura una leadership alle donne, come succede in Francia per Ségolène e negli Stati Uniti con Hillary Clinton, solo perchè ora rendono sul piano del consenso elettorale. La questione sociale è però assente. Vorrei che la nuova aggregazione a sinistra prenda in considerazione questo aspetto».
Sul nuovo soggetto il no è netto da parte delle minoranze. Al cpn Sinistra Critica si esprime con Nando Simeone: «E' solo una reazione al Partito Democratico, mette insieme soggetti in crisi, non considera i movimenti, si ispira alla social-democrazia». Claudio Bellotti di Falce Martello nota che «non esiste un percorso di mobilitazione». Dall'Ernesto invece Claudio Grassi dice sì al dialogo con la sinistra Ds «ma non si parli di un unico partito», mentre Leonardo Masella, capogruppo in Regione in Emilia Romagna, segnala che «il Prc è timido nel rivendicare la sua identità comunista».
«Senza una pratica sociale sui temi economici e sulla pace non c'è nè il Prc, nè la Sinistra Europea, nè il cantiere», avverte il coordinatore della segreteria nazionale Walter De Cesaris, assicurando nessuna «dissolvenza» del partito in altri contenitori: «Bisogna partire subito dalla cultura politica, le formule le si cerca dopo». Una "pratica" viene indicata dalla coordinatrice dei Giovani Comunisti Elisabetta Piccolotti: «Andiamo a manifestare contro il G8 di Rostock a giugno, come abbiamo fatto per Genova. Scendiamo in piazza per la visita di Bush in Italia, come abbiamo fatto nel 2004». La mobilitazione per la visita del presidente Usa è prevista in un ordine del giorno approvato ieri dal cpn. Oggi il Prc si ritrova per la manifestazione pubblica "La sinistra che fa la sinistra", sempre al centro congressi Frentani.

l'Unità 22.4.07
Il procuratore-padre e la bimba di Cogne
di Ferdinando Camon


Comunque vada, resterà un processo memorabile questo di Cogne, lascerà traccia sui giornali e sui testi del Diritto. Sia che il procuratore generale abbia ragione, e la signora Franzoni sia l’assassina di suo figlio, sia che abbia torto, e la signora sia una vittima, anche lei uccisa insieme col figlio. Se la madre è l’assassina, come il procuratore pensa, allora in tutta la lunga storia del processo è mancata una figura che “doveva” esserci, doveva collocarsi davanti alla figlia-moglie-madre-assassina e guidarla verso l’unico sbocco positivo, l’unico bene possibile: la confessione e l’espiazione. Tutte le altre strade sono sbagliate. Aggiungono male al male.
Guidarla verso la confessione e l’espiazione è un compito terribile, chi se lo assume rischia di essere odiato per questo: ma c’è qualcuno che “deve” correre il rischio, adempiere questo ruolo: è il ruolo paterno. Non stiamo parlando del padre in senso stretto. Può anche essere il marito o un fratello o un altro famigliare, una persona che vuol bene alla madre-figlicida (sto cercando i termini interni al sistema di valutazione del procuratore) e, volendole bene cioè amandola, vuole il suo bene cioè salvarla. Con un gesto raro nei processi, dove il procuratore generale che accusa è per l’imputato il nemico numero uno, qui il procuratore assegna a se stesso questo ruolo paterno. Il ruolo di chi ama l’imputato anche se lo ritiene colpevole. E soffre perché l’imputato, col suo comportamento, disprezza e rifiuta di essere amato. E gli indica la strada per la quale può riconquistare l’amore di tutti. C’è qui il concetto che una madre-figlicida può riavere l’affetto di tutti se tutti sentono in quel che ha fatto una disgrazia, di cui lei è comunque vittima, anche se fosse vittima di se stessa. C’è un buio in quella disgrazia, un buio della ragione in cui al nostro posto agiscono altri che hanno altro nome, destino o raptus o es (termine mai pronunciato, che però qui calza bene): il Medioevo ci avrebbe messo anche il diavolo. Ma dopo la disgrazia che ha inflitto o che ha patito, l’uomo deve tornare in mezzo a noi, mondarsene, aiutarci a salvarlo. A Cogne, dice il procuratore, questo non avviene, anzi avviene il contrario. Avviene che la colpevole o vittima della disgrazia “esporta la colpa”, accusa uno di noi, una vicina di casa, e a noi racconta il contrario di quello che sa. Avere pietà diventa difficile. Noi tutti vorremmo “voler bene” a questa madre, ma ci è difficile perché questa madre ci inganna tutti. In un certo senso, ci ha resi suoi nemici.
Se ha fatto questo, la madre si comporta come una bambina, che ha commesso una colpa e ha paura di ammetterla e la nega di fronte a tutti e nonostante tutto. Il termine usato dal procuratore, “bambina”, è una parola-chiave. Forse il procuratore non ci ha pensato, ma i genitori della signora di Cogne continuano ancor oggi a chiamare la loro figlia, che è più volte madre, “la bambina”. Chi ha bambini in casa sa che i bambini non riescono a introiettare il concetto fondante del Diritto, e cioè che espiare, per il colpevole, specialmente per il colpevole di omicidio, “è un diritto”. Se è vero che in famiglia coloro che dovrebbero esercitare sulla signora un ruolo paterno (padre, marito, fratelli maggiori) non lo fanno, e la proteggono, e ritengono di fare il suo massimo bene trattenendola dalla confessione, se questo succede, con questo si fa il male della signora. Bisogna mettere fine al male. Un procuratore dovrebbe soltanto promuovere l'azione penale, sovrintendere alle indagini, svolgere l’accusa, e fermarsi lì. Questo fa qualcosa di strano, anomalo, sconcertante: fa “il padre”. Si preoccupa che l’accusata si scrolli di dosso la paura degli sberleffi, se confessa, e confessi, per essere riamata. C’è una forma di umana grandezza, in questo atto. E di generosità. Temo però che confessare fosse molto difficile, a delitto appena compiuto. Oggi, dopo anni di sviamenti, è diventato pressoché impossibile.

fercamon@alice.it

Liberazione 22.4.07
Psicofarmaci ai bambini distratti o iperattivi? Il ministero della Salute vieti l'immissione in commercio del Ritalin
di Tiziana Valpiana


L'Organizzazione mondiale della sanità in base a studi proiettivi, ha affermato che, nel 2020, la metà dei bambini soffrirà di "malattie mentali". Questa autorevole previsione dovrebbe indurci a ripensare a uno sviluppo che crea alienazione, a una società basata sull'arrivismo e sulla competizione, a una famiglia sempre più compressa e destrutturata, a relazioni anche parentali che si basano più sul "dover essere" che sulle spontanee affettività. Invece, la risposta data a questo pronostico è il "contenimento farmacologico", la medicalizzazione di massa, non solo per i malesseri degli adulti, ma anche per quelli dei bambini… L'uso degli psicofarmaci nei minori sta suscitando un crescente allarme sociale, soprattutto in quei Paesi in cui, dopo decenni di esperienza, si sono evidenziati i loro effetti deleteri in età evolutiva. Nel 2003, la Food and Drug Administration statunitense ha deciso di autorizzare la somministrazione del Prozac ai minori con disturbi depressivi e ossessivo-compulsivi, e non possiamo stupirci, visto che da anni in America, ai bambini di 2 anni veniva prescritto anche il Ritalin. In molti temevano che ben presto, come sempre, anche l'Italia si sarebbe "adeguata", e così è stato! L'Agenzia italiana del farmaco, lo scorso 8 marzo, ha autorizzato l'immissione in commercio il Metilfenidato cloridrato (Ritalin) per il «trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) in integrazione al supporto psico-comportamentale». «Al fine di garantire un uso appropriato, sicuro e controllato, sono state individuate procedure che vincolano la prescrizione del farmaco ad una diagnosi differenziale e ad un Piano terapeutico definiti da Centri di riferimento di neuropsichiatria infantile, appositamente individuati dalle Regioni; impongono controlli periodici per la verifica dell'efficacia e della tollerabilità del farmaco; richiedono l'inserimento dei dati presenti nei Piani terapeutici, in un Registro nazionale appositamente istituito presso l'Istituto superiore di sanità, con garanzia d'anonimato, al fine di consentire il monitoraggio e il follow up della terapia farmacologia». «In questo modo - aggiunge l'Aifa - è stata garantita la disponibilità del farmaco soltanto ai casi di reale necessità, evitando gli usi impropri verificatisi in altri Paesi. In ogni caso l'Agenzia italiana del farmaco elaborerà un Rapporto annuale, sulla base dei dati del monitoraggio e del Registro, finalizzato alla valutazione complessiva del problema e delle eventuali altre misure da adottare». Dunque il Ritalin, discusso psicofarmaco usato per curare una discussa diagnosi, ora è in vendita anche in Italia, con mille distinguo e con mille precauzioni, ma con poca informazione. Che cosa è il Metilfenidato? Si tratta di un'anfetamina, droga a tutti gli effetti, tanto che, nel 1989, il ministero della Sanità italiano lo tolse dal mercato, inserendolo nella categoria delle droghe, mentre, durante il governo Berlusconi (lo stesso che ha fatto la Fini-Giovanardi, legge proibizionista e criminalizzante), il principio attivo del Ritalin è passato dalla categoria 1 alla 2, riducendo i vincoli al suo utilizzo e si è sviluppato un vero e proprio mercato nero, un "turismo farmaceutico" per i bambini Adhd. Da anni si parla di una fantomatica sindrome da deficit d'attenzione e iperattività (Adhd), ma la diagnosi è in realtà poco definita, visto che «non vi sono test di laboratorio confermati come diagnostici». L'Osservatorio sulla salute mentale e molte associazioni invitano a non considerare la mancanza d'attenzione e l'iperattività una malattia mentale, ma a cercare di individuare le cause del disagio nella vita sociale, scolastica e familiare. L'uso di psicofarmaci su bambini, il cui comportamento è forse dovuto all'abnorme "bombardamento di stimoli", rischia di coprire le cause del problema e di rispondere solo nascondendo i sintomi. Ciò che "calma" il bambino è un'attenuazione della capacità dei neuro-trasmettitori che ottunde le funzioni cerebrali.
Gli adulti di riferimento, genitori, insegnati e pediatri, scambiano per miglioramento lo "spegnimento" del bambino: una disfunzione cerebrale che nel tempo si trasforma in isolamento, causando tic che danneggiano l'autostima e influenzano l'accettazione sociale.
Perché, allora, se non si è certi sul piano scientifico né dell'esistenza della patologia, né dell'efficacia della cura, né degli effetti indesiderati, si è deciso lo stesso di immettere il Ritalin sul mercato italiano? Non è la prima volta che Rifondazione comunista, anche in sede parlamentare, esprime forte preoccupazione per la facilità con la quale anche in Italia si somministrano psicofarmaci ai minori. E già nella scorsa legislatura avevamo chiesto al Governo di intervenire per far cessare gli screening di massa e i sondaggi tra la popolazione scolastica e infantile finalizzati all'arbitraria classificazione.
Ritenendoci insoddisfatte dalle rassicurazioni fornite dall'Aifa, abbiamo ritenuto di rivolgere un'interrogazione alla ministra della Salute per conoscere le sue valutazioni sulla classificazione dell'Adhd come patologia neuro-psichiatrica e sull'opportunità di prevedere queste terapie a carico del Servizio sanitario nazionale.
Alla luce di tanti dubbi scientifici, continueremo a batterci contro l'uso di psicofarmaci in età pediatrica (esclusi i reali casi di problemi psichiatrici), e porteremo avanti una lotta di cambiamento culturale. Il Ritalin, altrimenti, sarà la prova del fallimento della società, della scuola, della comunità, della politica.

il manifesto 22.4.07
Il prezzo della follia lasciata a se stessa
Da oltre un anno Cho Seung Hui aveva dato segni di malessere, ma il sistema di controllo del campus si era limitato a fargli il vuoto intorno. Il sistema psichiatrico Usa punta al controllo della pericolosità sociale, ma non si fa carico della follia degli altri. La ricerca delle responsabilità gira attorno a una sola domanda: chi pagherà i risarcimenti?
di Maria Grazia Giannichedda


Chi pagherà il conto della follia di Cho Seung Hui? Attraverso la Nbc, il suo video testamento ha fatto il giro del mondo e ha spostato la ricerca delle responsabilità sulla strage al Virginia Tech dall'operato dei servizi di sicurezza al sistema di controllo del comportamento di questo studente, che colleghi e insegnanti avevano subito descritto come solitario e difficile, ma tutto sommato non tanto da suscitare allarme. Da più di un anno infatti Cho aveva dato segni di malessere, senza però disturbare davvero o perlomeno non fino al punto da apparire come pericoloso e attivare sanzioni pesanti.
I fatti ora sembrano chiari: due ragazze molestate da sms che segnalano il problema, ma non vogliono sporgere denuncia; i temi con contenuti aggressivi; le provocazioni verbali a lezione; le idee di suicidio che arrivano ai servizi di assistenza per gli studenti e alla consulenza psichiatrica dell'università; infine il giudice che lo scorso anno firma una proposta di ricovero coatto che il vicino ospedale psichiatrico non ritiene di dover accogliere; il rinvio al servizio psichiatrico territoriale dove forse non andrà mai, questo studente che sta male ma non presenta i tratti del folle delirante e pericoloso. Il sistema di controllo sociale del campus si è limitato così a fargli il vuoto intorno; i servizi psichiatrici, che pure hanno registrato la sua sofferenza, non sono stati capaci di accoglierla, o meglio non si sono sentiti in obbligo di farlo visto che lo studente non evidenziava segni di potenziale pericolosità.
Questo è un punto chiave della vicenda, che rinvia a caratteri tipici ma non unici del sistema psichiatrico americano.
Negli Stati Uniti di oggi l'antica vocazione della psichiatria al controllo della pericolosità sociale (il ricovero coatto si deve attivare quando le condizioni del paziente evidenziano «un imminente e grave pericolo per sé e per gli altri») convive con un sostanziale disimpegno verso la salute mentale di chi non appare pericoloso, che resta perciò «libero» di ricorrere o no al mercato delle cure psichiatriche. In concreto questo significa che i candidati all'internamento negli ospedali psichiatrici di stato e in quelli privati (i due sistemi oggi si equivalgono in quantità, con una sessantina di ospedali in un campo e nell'altro) sono soprattutto coloro che presentano il «physique du rôle» del malato mentale pericoloso: ovvero i più poveri, gli homeless, insomma quelli più in basso nella scala dell'esclusione, che vagano così tra la strada e il complesso circuito degli ospedali psichiatrici a vari livelli di sicurezza, dei ricoveri in gran parte privati, delle istituzioni per alcolisti e tossicodipendenti. Mentre paradossalmente non riceve ascolto la follia degli altri, di quelli che come Cho stanno assai male ma si mantengono nel mondo dell'integrazione: «non esiste», potremo dire, in quanto «la salute mentale comunitaria» (come si dice in un linguaggio tecnico, peraltro inventato dagli americani) non riceve alcuna attenzione pubblica, alcun investimento economico e culturale, come del resto è il caso delle politiche di salute tout court, paradosso noto di un paese che ha una delle spese sanitarie più alte del mondo.
Questo problema è emerso per un attimo nel corso di una drammatica conferenza stampa convocata giovedì dalla polizia e dalle autorità del Virginia Tech, e trasmessa in diretta dalla Cnn. Da poche ore il messaggio video di Cho aveva costretto tutti a prendere atto della sua follia e della sua fragilità, e aveva trasformato la conferenza in un confronto sulle responsabilità duro e destinato a durare a lungo, vista la posta in gioco di risarcimenti miliardari che potrebbero essere chiesti dalle famiglie dei morti e dagli innumerevoli traumatizzati.
I giornalisti hanno dunque messo in croce i dirigenti dell'università: la famiglia di Cho era stata informata del suo comportamento? come mai lo studente non è stato espulso dall'università o perlomeno dal campus? come mai non è stato internato in ospedale psichiatrico visto che non si poteva farlo chiudere in carcere? Alla terza o quarta domanda su questo tono, uno dei dirigenti dell'università, avendo ribadito che non si può violare la privacy di uno studente contattando la sua famiglia, che le domande sul mancato internamento vanno poste al giudice che aveva firmato l'ordinanza di ricovero coatto, al medico che non l'aveva accolta e al servizio territoriale che avrebbe dovuto prendersi cura di Cho, ha perso la pazienza: sappiamo da anni, ha detto, che ogni qualvolta che si devono fare tagli alle spese sociali il primo settore a essere penalizzato è quello della salute mentale, sta qui il problema, in questo sistema sempre più povero e inefficiente. Ma questo tipo di considerazioni non sembra aver suscitato, per ora, l'interesse dei media americani, piuttosto orientati a chiedere agli esperti diagnosi che il video di Cho rende più facili e che sottendono un'unica domanda: una tale evoluzione poteva essere prevista ed evitata? Che significa: dovrà pagare l'ospedale psichiatrico per imperizia o mancato controllo, oppure l'università per non aver difeso la propria comunità dallo studente disadattato e deviante? In ogni caso, chiunque sarà chiamato in futuro a pagare il conto della follia di Cho sarà comunque il capro espiatorio di un sistema sbagliato.

il manifesto 22.4.07
La guerra in casa Molti interrogativi elusi dopo il massacro nel campus americano
Virginia, più domande che risposte
Dopo giorni di silenzio, parla la famiglia dello studente che ha ucciso 32 persone (oltre a se stesso) nel campus del Virginia Tech: «indicibile dolore» per un gesto «terribile e senza senso». Una commissione indagherà sul comportamento delle autorità
di Ma.Fo.


La famiglia Cho ha rotto il silenzio. «Non abbiamo parole per esprimere la nostra tristezza e dolore che tanti abbiano perso la vita in un gesto così terribile e senza senso» ha detto Cho Sun-kyung, sorella di Cho Seung-hui, lo studente che lunedì scorso ha ucciso 32 persone prima di suicidarsi in un'aula dell'università Virginia Tech di Blacksburg. Da quel giorno la famiglia «vive in un incubo», ha detto la ragazza a nome di tutta la famiglia: «E' una terribile tragedia per tutti noi». I Cho si erano trasferiti negli Stati uniti dalla Corea del sud nel 1992, la sorella si era laureata a Princeton nel 2004, per il fratello minore la famiglia sperava qualcosa di simile: ora sono sotto shock.
«Non avremmo mai potuto immaginare che fosse capace di tanta violenza», ha detto la sorella venerdì, mentre l'intero stato della Virginia osservava una giornata di lutto per le vittime del massacro della Virginia Tech. E' stata una giornata di commemorazione, con un minuto di silenzio a mezzogiorno (le 6 del pomeriggio in Italia) osservato nel campus e poi veglie in diverse città.
Commemorazioni e veglie rispondono alla necessità di superare uno shock collettivo. Continuano però anche le indagini, e le polemiche. Ieri è stato annunciato che una commissione indipendente composta da 6 persone (tra cui Tom Ridge, ex capo dell'agenzia per la «sicurezza interna», homeland security, creata dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre 2001) condurrà un'inchiesta su come le autorità hanno affrontato la crisi. Perché, ad esempio, le autorità hanno ignorato il pericolo potenziale posto da Cho: già alla fine del 2005 un tribunale della Virginia lo aveva dichiarato «malato mentale» e aveva ordinato che si sottoponesse a cure psichiatriche. Chissà se l'indagine arriverà al nodo finora eluso: quali servizi di salute mentale la società americana mette a disposizione dei suoi cittadini.
Altre questioni: perché lo studente aveva potuto comprare due pistole, nonostante quell'ordinanza del tribunale? Sul New York Times di ieri un portavoce dell'Ufficio federale per le armi da fuoco (Federal Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives) fa notare che secondo la legge federale una persona dichiarata «mentalmente anormale», o a cui sia stato ordinato un trattamento psichiatrico, non può acquistare armi. Il presidente di una speciale commissione dello stato della Virginia per la riforma delle leggi sulla salute mentale, Richard J. Bonnie, conferma: secondo i criteri federali, Cho non avrebbe avuto il permesso di comprare le pistole. Ma perché allora lo stato della Virginia, peraltro uno dei più ligi nel segnalare al sistema federale i nomi di coloro a cui il diritto a portare armi è sospeso per malattia mentale, non aveva segnalato il nome di Cho Seung-hui? Discordanze nelle definizioni burocratiche tra leggi federali e statali, pare («Correggeremo questa lacuna», ha dichiarato Bonnie al giornale newyorkese).
Altre questioni riguardano la reazione delle autorità di Virginia Tech e le forze di sicurezza, le due ore passate tra la prima sparatoria e la strage finale. Una portavoce della polizia ha annunciato ieri che gli investigatori stanno continuando a lavorare e avranno qualcosa da annunciare la prossima settimana.

venerdì 20 aprile 2007

Corriere della Sera 20.4.07
Bellocchio (in giuria): «Macché complotto I nuovi registi non sono adatti ai festival»
Con me ci sarà anche il mio amico Michel Piccoli: bello trovare un volto conosciuto Come a scuola
di Giuseppina Manin


MILANO — «Mi spiace che non ci sia nessun film italiano in gara. Mi spiace davvero». Marco Bellocchio sospira sincero davanti al cartellone di Cannes. Dove il solo nome italiano presente nella sezione principale è il suo, ma stavolta dall'altra parte della barricata, nella giuria presieduta da Stephen Frears, che dovrà decidere l'ambito Palmarès. «No, non penso a nessun complotto, a nessuna presa di posizione antitaliana — prosegue il regista, habitué della Croisette, nel 2002 in competizione con L'ora di religione, l'anno scorso al Certain Regard con Il regista di matrimoni —. Ci sono anni in cui si va in gara, magari anche con più di un titolo, e anni che invece... Capita in qualsiasi festival. A volte resta fuori l'Italia, a volte tocca ad altri».
Resta però la delusione. «Sì — ammette —, anche perché si era detto e ridetto che questo era l'anno d'oro del cinema italiano». D'oro forse solo per il botteghino... «Confesso di non averne visti molti di quei film di cui si è tanto parlato e che hanno riscosso tanto successo di pubblico: Ho voglia di te, La notte prima degli esami, Manuale d'amore... Di certo credo gli si debba riconoscere il merito di aver dato respiro al nostro cinema, di aver giovato alla sua cagionevole salute».
«Però — aggiunge —, è anche vero che non sono film da festival. La nostra cinematografia non mi pare inseguire in questo momento modelli particolarmente originali. La ricerca di nuovi linguaggi mi sembra davvero poca. Le grandi stagioni del cinema italiano, quelle che tra gli anni '60 e '70 ci avevano portato ai vertici mondiali, restano ancora lontane. La speranza è che questa ripresa, questa maggior circolazione di capitali, aiuti a emergere nuovi talenti, magari più anticonformisti».
Intanto, per questa tornata va così. Eppure si era sentito dire di Luchetti, si era sentito dire di Olmi. «E in effetti ci sono tutti e due. Il primo nel Certain Regard, il secondo tra gli Hommages per il 60mo anniversario. Non ho ancora visto il film di Lucchetti mentre Centochiodi sì. Ammiro molto Olmi per la sua originalità, sincerità, la forza delle sue immagini. Pur se le mie idee sono lontanissime dalle sue, lui così rivolto alla religione, io ateo, davanti a lui, tanto di cappello. Capisco anche che da maestro schivo qual è, non abbia più voglia di gareggiare. A Cannes Olmi ha già vinto la sua Palma d'oro con L'albero degli zoccoli».
Di rado Bellocchio accetta di andare in giuria, ma stavolta l'idea di passare due settimane sulla Croisette a guardare film lo mette persino di buon umore. «Ma sì, mi pare quasi di andare in vacanza... Una volta che mi vedeva nicchiare davanti a un simile invito, Comencini mi disse: vai, è sempre una bella esperienza. Aveva ragione. Per un motivo o per l'altro, al cinema ormai vado sempre di meno e fare il giurato è l'occasione per una bella scorpacciata di film. Per di più con la garanzia di proiezioni eccellenti, nella loro lingua originale e, vista la severità della selezione, con scarsa probabilità di bidoni. Sulla carta il cartellone promette bene. Mi aspetto immagini di forza inedita, capaci di sorprendermi ed emozionarmi. La bellezza è sempre un grande stimolo, spinge all'emulazione. Insomma, quasi una terapia».
E poi in giuria c'è anche Michel Piccoli. Che nel 1980, proprio con un film di Bellocchio, Salto nel vuoto, vinse a Cannes il premio come miglior attore. «Un grande amico, l'idea di ritrovarlo mi dà un enome piacere e mi rasserena. Perchè entrare in una giuria dove spesso nessuno conosce l'altro è un po' come il primo giorno di scuola: mette un po' d'ansia». Tra tanta festa, uno scotto da pagare: lo smoking. «Già, i francesi ci tengono alla forma. Ne ho fatto uno tre anni fa, ma da allora non l'ho più messo. Spero di poterci entrare ancora».

l’Unità 20.4.07
Mussi al passo d’addio
«Piero, grazie lo stesso»
«Sarà il discorso più difficile della mia vita». Abbracci e commozione
«Ma la decisione è presa». Oggi il leader della minoranza Ds se ne va
di Simone Collini


UN APPELLO all’unità da parte del segretario se lo aspettava. Quello che Fabio Mussi non si aspettava è tutto il resto: il modo in cui Piero Fassino ha invitato chi è contrario al Partito democratico a non "separarsi" (e guardandosi bene dal pronunciare la parola "scissione"), il modo in cui la platea del Mandela Forum ha risposto, quell’applauso più forte e prolungato di tutti gli altri, e soprattutto il modo in cui lui stesso ha reagito. Lo sguardo che si alza dai fogli pieni di appunti e va dritto in platea, poi su sulle tribune, poi la mano che va a coprire la bocca, gli occhi che si fanno lucidi. Anche per questo l’intervento che farà oggi sarà, dice, "il più difficile della mia vita".
Ministro si è commosso?, gli domandano quando Fassino chiude il suo intervento. "Bè", guarda in alto, "insomma", guarda l’interlocutore, "siamo fatti di sangue e carne", e abbozza un sorriso. Quasi a scusarsi, perché i sentimenti non possono prendere il sopravvento sulle valutazioni politiche. E infatti è solo un attimo: "Ringrazio Fassino, il suo è stato un appello fraterno, che tocca corde profonde. Però deve prevalere la razionalità e l’assunzione di una responsabilità politica".
La razionalità gli dice che non può accettare che "si evapori la storia della sinistra italiana una storia piena anche di tanti drammi, ma gloriosissima", la responsabilità che sente di assumersi è di abbandonare i compagni di "una lunga militanza, di una vita" per dar vita a un movimento politico che lavori insieme ad altri per riunificare le forze di sinistra oggi divise. In poche parole: "Non ci sono le condizioni politiche per un ripensamento". Anche perché, se Fassino ha affermato "la necessità storica del Pd", Mussi questa necessità storica non la vede, né l’ha vista dimostrare dalla relazione del segretario: "Anzi, da come il congresso ha ascoltato, mi pare serpeggi più di un dubbio, e non solo tra le mozioni di minoranza". Ed è di nuovo la battaglia politica a conquistare la prima fila. La sfera degli affetti deve rimanere dietro, anche se nella scorza di indifferenza che si è portato dietro a Firenze le falle in alcuni momenti si vedono tutte. Come quando entra nel catino del Mandela Forum, scatta un applauso tutto per lui e dal primo piano che trasmette il maxischermo è evidente quanto sia emozionato. O quando va a sedersi al suo posto e non smette di stringere mani ai compagni che gli si fanno incontro, e che oggi lascerà per prendere un’altra strada: Marina Sereni, Anna Finocchiaro, Marco Minniti, Sergio Chiamparino, Pierluigi Bersani. Cerca di sdrammatizzare. "Ricordati - dice Mussi al ministro dello Sviluppo economico riprendendo una considerazione che aveva fatto nei giorni scorsi - che la sinistra esiste in natura". E quello: "Lo so. Non siamo così bravi da sradicarla". Sorrisi, pacche sulle spalle. Oggi è il giorno dell’addio. Non del solo Mussi.
I 250 delegati che hanno firmato la sua mozione sono con lui. La sera prima dell’apertura del congresso i delegati della seconda mozione si sono incontrati a Firenze per decidere la linea da tenere. Quattro ore di discussione, chiuse in piena notte con l’approvazione all’unanimità della proposta fatta da Mussi: non si partecipa ai lavori delle commissioni, non si entra negli organismi dirigenti eletti dal congresso, parla uno per tutti, poi via senza clamore. E Mussi parlerà oggi.
"Sarà l’intervento più difficile della mia vita", non nasconde. Ancora una volta è l’altalena tra sentimenti e razionalità a venire alla luce, come è inevitabile che sia in un momento come questo. "Con Fassino, D’Alema e altri c’è sempre stata un’amicizia al di sopra dei dissapori", raccontava l’altra notte in una pausa della riunione dei delegati. Con Fassino si sono abbracciati quando sono andati a sistemarsi al tavolo della presidenza. Con D’Alema ha scambiato varie battute durante l’intervento di apertura del segretario. "Io farò di tutto perché questo rapporto rimanga anche dopo". Del resto, l’operazione a cui pensa consiste nell’avvio di una costituente di "pari dignità" rispetto al quella del Pd, che ha l’obiettivo di costruire a sinistra dell’Ulivo una forza consistente, con consensi a due cifre. "Con il 30% non si governa", è il ragionamento che fa quando sente parlare del Pd come della soluzione alla governabilità del paese. "Perché il governo sia solido occorre lavorare all’unità della coalizione. La frammentazione? Capirei se l’ipotesi fosse la riunificazione delle forze più piccole, e invece qui si fondono le due più grosse. Che senso ha? Non cambia nulla".

l’Unità 20.4.07
«L’apertura di Fassino? Bene ma vedremo»
Angius raccoglie quanto detto dal segretario. Ma i suoi: «Non ci siamo ancora»


Parlerà questa mattina Gavino Angius, tra i promotori della terza mozione congressuale. Ieri, nell'intervento di apertura, Piero Fassino ha definito le proposte di correzione di questa mozione (coofirmata da Mauro Zani) "in buona parte condivisibili". Non solo. Ha continuato: "Intendiamo raccoglierle". Un'apertura che alle orecchie dell'uditorio è apparsa anche ampia: "Chiedo di far valere le loro proposte - ha detto il segretario dei Ds - nel cantiere del Pd. Lungo il percorso non mancheranno le occasioni per operare tutte le verifiche necessarie". E, ha anche aggiunto, "in caso, all'indomani dell'assemblea costituente, questa assemblea congressuale, che a norma di Statuto rimane in vita tra un Congresso e l'altro ed è la sede di decisione democratica più larga, sarà riunita per valutare l'andamento del processo costituente e assumere gli adempimenti successivi". A caldo Angius risponde ai giornalisti: "Occorre sciogliere alcuni nodi sui quali interverrò: quello della laicità e dell'appartenenza al campo del socialismo europeo". E ha eccepito, nel merito, ''Non mi piace che il nuovo partito sia fatto solo dai Ds e dalla Margherita e su questo bisogna lavorare molto''.
Nella riunione del pomeriggio, i delegati della terza mozione, hanno fatto il punto della situazione. E sono giunti ad una conclusione anche più battagliera. Il portavoce della mozione, Alberto Nigra illustra il dispositivo comune che dovrebbe uscire dai due congressi, e che è stato pubblicato sull’Unità. La pagina di giornale è sottolineata: "Tre dei sei punti proposti non ci convincono per niente", afferma Nigra. E spiega: "Il secondo, ad esempio, dice che Ds e Dl assumono il manifesto come orizzonte ideale. . A noi quel manifesto non piace, e non solo a noi. Il manifesto va riscritto con il contributo di tutti: dei socialisti, di Di Pietro e Bordon….". Non convince nemmeno il punto numero 4, il potere dato agli organi dirigenti durante la fase di transizione ("In questo caso, sul Pse, chiediamo a Fassino di farsi garante presso i Dl della nostra proposta"). E nemmeno il 6 che afferma come, all'atto di nascita del Pd, verrà conclusa l'attività politica di Ds e Dl. Gli esponenti della Terza Mozione hanno sempre chiesto che alla fine del processo costituente sia convocato un Congresso di scioglimento dei Ds. Per adesso, affermano, all'apertura politica espressa dal segretario non ha corrisposto un'apertura di fatto. E' stata, afferma maliziosamente qualcuno, "un'apertura congressuale". Alla quale oggi Angius risponderà.

l’Unità Roma 20.4.07
All’Auditorium la filosofia è di massa
Tutto pronto per la seconda edizione del festival dal 9 al 13 maggio
di Luciana Cimino


CONFINI Dal 9 al 13 maggio oltre 120 studiosi e personalità della cultura si cimenteranno con l’idea di confine, metafora in continuo movimento, nella seconda edizione del Festival della Filosofia. L’Auditorium Parco della Musica come una grande agorà animata da spirito laico e impegno civile. La formula ricalca quella vincente dello scorso anno (oltre 30 mila visitatori nel 2006): 18 tavole rotonde, 7 lectio magistralis, 6 incontri con pensatori di confine (panorama di autori borderline e figure di culto) e 4 con “voci di confine”, alla ricerca di una riflessione filosofica comune alle diverse culture, 5 caffe filosofici, la novità di quest’anno. E poi “Dentro e fuori”, rassegna di cinema a cura di Edoardo Bruno, fondatore della storica rivista “Filmcritica”, spazi per bambini, teoria e pratica di yoga. Oltre agli spettacoli: “Io, Charles Darwin”, una prima assoluta tra scienza e teatro con la partecipazione di Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello, Pier Luigi Luisi su testo e regia di Valeria Patera, “Quattro cosmicomiche di Italo Calvino”, di e con Graziella Galvani, Mariano Mariani e Beatrice Pucci e, sempre in prima assoluta, “Il suono del Logos”, progetto originale commissianato dalla Fondazione Musica per Roma ad alcuni tra i più rappresentativi compositori di musica contemporanea. L’artista Gianfranco Baruchello, inoltre, nel foyer presenterà la mostra «Pieghe, flussi, pensieri in bocca», una raccolta di 15 opere realizzate dagli anni sessanta in poi, tra cui un quadro di circa 15 metri.
«All’Auditorium si formerà un nuovo tipo di sfera pubblica - ha commentato Giacomo Marramao, docente all’Università di Roma III, nonché, assieme a Paolo Flores D’Arcais e alla Fondazione Musica per Roma, organizzatore del festival - che raccoglie le questioni che la sfera pubblica italiana, ormai desertificata, non affronta». E dunque si discuterà di antitesi tra oriente e occidente, di religione, di illuminismo ed eutanasia, di confini della politica e delle città. Due i “quodlibeta”: un confronto tra Hanif Kureishi e Tariq Ramadam, due intellettuali musulmani molto diversi du “laicismo, secolarizzazione e religione” e “La volontà di Dio è compatibile con la democrazia?” in cui Paolo Flores D’Arcais e Giuliano Ferrara si confrontano sulla laicità. Negli altri appuntamenti: Marc Augè (il 10 maggio), Franco Cordero, Eugenio Scalfari, Piergiorgio Odifreddi, Umberto Galimberti, Gianni Vattimo, Fernando Savater. Gli studenti dei licei romani parteciperanno con il progetto dell’assessorato alle Politiche Scolastiche “Roma per vivere, Roma per pensare”. L’ingresso agli eventi è gratuito o ad un costo di 1-2 euro.

Corriere della Sera 20.4.07
FANTASMI SOCIALISTI
di Gian Antonio Stella


Non ha mai nominato, manco una volta, la parola operai, mai la parola fabbrica, mai la parola masse. Temi che un tempo incendiavano i militanti di quello che si vantava di essere il più grande partito comunista d'Occidente. Non ha mai citato, neppure una volta, quel Silvio Berlusconi il cui solo nome per un decennio riusciva magicamente a riaccendere anche le più ammaccate e tristi riunioni di piazza. E dopo aver rimosso le arie dell'«Internazionale» e «Bandiera Rossa» e perfino della «Canzone Popolare» o dell'ironica «Il cielo è sempre più blu», ha affidato la missione di scaldare i cuori al robusto inno di Mameli e a «Over the Rainbow», come non ci fossero più canzoni capaci di riassumere con parole italiane e comprensibili all'intera platea una fede buona per tutti.
Eppure nella sua appassionata relazione al quarto congresso dei Ds, così appassionata da fargli venire infine un groppo in gola, Piero Fassino è stato chiamato a fare i conti soprattutto con una parola antica: socialismo. E lì, ha dovuto tentare più acrobazie del mitico Giovanni Palmiri il giorno in cui fermò il fiato ai milanesi comparendo su un trapezio nel cielo di piazza Duomo.
Doveva infatti, lassù sul filo, reggere contemporaneamente in equilibrio quattro socialismi differenti. Il primo, ovvio, era il richiamo al socialismo che doveva rassicurare Fabio Mussi o almeno instillare qualche dubbio nei suoi fedeli, con un continuo rimando alla lunga storia della sinistra e un monito sulle scissioni del passato, «nessuna delle quali è stata foriera di maggiori opportunità». Il secondo doveva confortare Poul Rasmussen, George Papandreou, Kurt Beck e Martin Schultz, che certo non erano venuti a Firenze per essere smentiti dopo aver detto più volte di aspettarsi che il «partito nuovo» entri senz'altro nella grande famiglia socialista europea. Il terzo dovrebbe, se non subito almeno in un futuro ravvicinato, convincere i socialisti della diaspora a non vedere nel Partito democratico «una riedizione in scala minore del compromesso storico» ma piuttosto «la casa anche dei socialisti». Operazione complessa per l'erede di quell'Enrico Berlinguer che, al di là della rivendicazione di una diversità morale, marchiò Bettino Craxi come «un pericolo per la democrazia» e di quel Massimo D'Alema che ammiccava: «Diciamo che non son mai stato un socialista italiano. Sono diventato direttamente un socialista europeo».
L'esercizio più arduo, però, era il quarto: fare digerire questo continuo appello al socialismo, nominato e invocato nelle sue varianti 31 volte, a chi nella Margherita ha già detto e ridetto di non avere alcuna intenzione di entrare nel Pse e men che meno nell'Internazionale Socialista. Anche se per il segretario diessino «già oggi è costituita per quasi metà dei suoi 185 partiti da forze di ispirazione culturale diversa dall'esperienza socialista». Esempio? Il Partito del Congresso Indiano e il Partito dei Lavoratori di Lula. Due esempi, come dire, esotici.
Basteranno? Francesco Rutelli dice che risponderà oggi. Ma potete scommettere che da qui all'appuntamento fondante della prossima primavera, che appare lontana lontana, il tema sul tappeto resterà questo.

Corriere della Sera 20.4.07
Mussi, strappo con commozione «No a Piero, la sinistra evapora»
Oggi l'addio. «Ci terrei molto a mantenere i rapporti personali»
di Aldo Cazzullo


FIRENZE — Alla fine Berlusconi applaude. Lui no. Il mangiacomunisti batte convinto le mani a un discorso pieno di Camere del Lavoro, ruolo storico del Pci, compagne e compagni. Lui, «nato sotto un altoforno», «figlio della Piombino operaia», amico di Fassino e D'Alema fin dalla giovinezza, resta a braccia rigide. A Livorno, il giorno di quell'altra scissione del 1921, Bordiga avrà applaudito Turati? Probabilmente no. Nel dubbio, Fabio Mussi non applaude Fassino.
«Mussi segretario di partito! Il sogno di tutta una vita da impiegato, al prezzo di una piccola scissione!». La vignetta di Vincino, che sul Corriere lo punta da settimane, era impietosa. Mussi ieri si è ribellato: «La nostra non è una scissione». Sono loro, quelli della maggioranza Ds, che se ne vanno. «Stanno facendo un partito in cui non mi riconosco». Fassino si è commosso nel chiederle di restare. «Che c'entra? Anche io mi sono commosso». A dire il vero era apparso chino sul banco a prendere appunti. «Siamo fatti di carne. Fassino ha toccato corde profonde. Ma la razionalità ci impone di andare avanti. Del resto, qualche dubbio sulla sua relazione il congresso l'ha avuto: si respirava un'atmosfera sospesa, di attesa». Del suo intervento di oggi, è ovvio. L'unico dubbio resta se fare come i seguaci di Bordiga e Gramsci a Livorno, lasciare in massa il teatro subito dopo la conclusione del capo, che stavolta è lui. Lo è diventato ai tempi dei girotondi e all'ombra di Cofferati, ora altrove. Indimenticabile la sua relazione al culmine del «biennio rossiccio» (la definizione è di Peppino Calderola), in un convegno all'Ambra Jovinelli, in cui Mussi espresse tutta la sua calda fiducia nell'avvenire: «La destra ci trascinerà indietro in un medioevo delle istituzioni e dell'anima, popolato di latifondisti del video, soldati di ventura, bande tribali!».
Impiegato, proprio no. Mussi, invece, è personaggio di spessore. Vecchio Pci di Piombino, Fgci, Normale di Pisa, dove ha affinato appunto la razionalità e conosciuto D'Alema, sulle scale del pensionato per studenti. «Avevamo due borse a testa, una per mano. Sentimmo un frastuono. I fascisti avevano tentato di metter su una manifestazione per i colonnelli greci, quelli di sinistra avevano reagito. Mollammo le borse e ci precipitammo. Capitando in mezzo a un massacro infernale. Ci conoscemmo così, nel furore della battaglia. Massimo era asciutto come un'acciuga, aveva i baffetti appena accennati e una testa enorme tutta ricci. Io ero magro, portavo un gran ciuffo nero sulla fronte e non avevo ancora i baffi». Ieri Fassino l'ha abbracciato e baciato. D'Alema si limita a una pacca, poi gli indica il posto accanto a Reichlin. I mussiani precisano che respingeranno l'invito di Fassino a restare nel partito, ma eviteranno l'uscita in massa dal Palasport. L'intervento di oggi si annuncia ancora più ottimista di quello del Mussi girotondino: «Nello stadio tecnologico in cui si trova l'umanità, l'incremento del consumo di materia ed energia disegna una curva catastrofica!». A Firenze non è apparso altrettanto angosciato.
«In questi quarant'anni ho affrontato diversi momenti difficili, cambiamenti profondi, svolte. Ogni volta mi sono preso la libertà di dire quel che pensavo». Non è vero che è stato sempre all'opposizione. «L'ultima volta che ho votato la mozione di maggioranza, lo slogan era: "Una grande sinistra in un grande Ulivo". Oggi l'Ulivo è più piccolo e la sinistra ammaina le insegne. Evapora». In effetti Mussi è il più coerente con la stagione dei movimenti e della critica da sinistra alle segreterie dei partiti. Altri del Correntone che simpatizzarono per i girotondi, da Bassolino alla Melandri, non ci sono più. In serata quel che resta della sinistra del partito era riunita per una cena frugale, crostini di milza, ribollita e chianti, per decidere il da farsi. Si diffonde la voce che Fabio parlerà a mezzogiorno, sciogliendo l'imbarazzo: tutti i delegati, non soltanto i suoi, lascerebbero il congresso, ma per andare a pranzo. Potrebbe essere una delle ultime volte, a ricordare l'altra relazione di Mussi: «Qui si mette a rischio la biosfera, le condizioni basilari di produzione e riproduzione della vita!».
Irremovibile, si augura almeno di non perdere le amicizie. «Ci terrei molto a salvare i rapporti personali. Quando nel '94 ci fu il ballottaggio D'Alema-Veltroni, andai da Massimo a dirgli: ho deciso, voto Walter. Lui non mi ha mai portato rancore». Portare rancore a Mussi è quasi impossibile: anche gli avversari gli riconoscono correttezza, simpatia e talento per le battute, riservate negli ultimi tempi al partito democratico (la migliore: «Fondere cristianesimo e illuminismo era il grande problema irrisolto di Kant; ora ci provano Fassino e Rutelli»). Se ne accorse anche Berlusconi, che dopo averlo schernito — «la sua faccia è una via di mezzo tra Hitler e un salumiere» — lo invitò a cena. «Fu una serata memorabile, una gara di battute» ha raccontato Mussi. Ieri Berlusconi appariva rilassato e disponibile, alle riforme e all'intervento in Telecom. Più preoccupato Mussi, che ha il problema dell'approdo. La coerenza socialista lo porterebbe verso il rinato Psi, dove però troverebbe De Michelis e le insegne del garofano. Più probabile l'accordo con Bertinotti, che socialista non è. Alla festa della ribollita si decide che è meglio restare al congresso ed evitare sceneggiate: «Siamo gente seria, noi». Il capo è chiuso in albergo a limare l'intervento, che si annuncia denso, colto, ricco di citazioni. Quell'altra volta aveva evocato Krugmann, Albraith, Adorno («In gioventù a me molto caro»), Tversky e Kahnemann: «Il presente immediato è governato dal cieco caso. Si gioca a dadi; ma il tuo numero non esce mai».

Corriere della Sera 20.4.07
Nessun fischio al Cavaliere. Via al disgelo
Berlusconi a Firenze applaude Fassino: discorso serio. Condivido il 95%, quasi quasi mi iscrivo al Pd
di Marco Galluzzo


FIRENZE — Si avvicina il dalemiano Latorre e gli stringe la mano e parlottano per due minuti. Gli vanno incontro il senatore Franco Debenedetti, il tesoriere diessino, Ugo Sposetti, lo accolgono con un sorriso e un benvenuto. Lui si fa strada fra i delegati e nessuno lo fischia. Si accomoda in terza fila e un centinaio fra fotografi e cameramen lo assediano, mandando in tilt la sicurezza a lui dedicata (i portuali di Livorno), all'aria alcune sedie, rischiando di far cadere a terra Gianni Letta, trasformando il suo ingresso in un happening. «Un'accoglienza da star», dirà l'ex sottosegretario di Palazzo Chigi, che più di tutti lo ha voluto al congresso dei Ds.
Berlusconi applaude il discorso di Fassino seduto in terza fila, con accanto Paolo Bonaiuti e Gianni Letta. Batte le mani al passaggio sulla legge elettorale, poi di nuovo quando il segretario ds parla di riforme condivise, per un Paese più civile, dove «l'avversario non è più considerarsi un nemico» e l'Italia può considerarsi stabilizzata. Sembra di assistere a un fotomontaggio ma è realtà: il Cavaliere applaude più volte Fassino, i due si parlano senza parlarsi, lui arriva a dire che «il 95% delle cose che ho sentito sono condivisibili, quasi quasi mi iscrivo anche io al partito democratico».
Per il ministro Mastella l'atmosfera «è quella dell'inciucio, vogliono farci fuori, noi piccoli partiti». Per chi assiste all'evento, strette di mano, gesti e parole descrivono un dialogo istituzionale fra Forza Italia e Ds nel pieno del suo svolgimento. L'ex premier sceglie di fare outing su Telecom, comunica in modo ufficiale la sua disponibilità, proprio sull'uscio del Palacongressi fiorentino. Chi ha voglia di immaginare scenari può sbizzarrirsi: il Cavaliere sdoganato dai ds, ha tentato di fare un passo indietro in politica e uno avanti negli affari, il conflitto di interessi che scolora, un assetto istituzionale diverso in cui le riforme danno attuazione a un accordo sotterraneo.
È l'esegesi possibile di una cronaca che vede Berlusconi ancora circondato da cameraman e cronisti all'uscita dal congresso. Alfredo Reichlin sbotta indispettito: «La sua presenza è un fattore di disordine». D'Alema segue divertito, con gli occhi, la bolgia. Lui continua a parlare, senza sosta: «È stata una platea civile. È uno stimolo per noi, se fanno il partito democratico anche noi realizzeremo presto un mio sogno, quello del partito della Libertà. A Fassino in ogni caso faccio tanti e sinceri auguri, ha fatto un discorso serio, responsabile». Poi però avverte, alludendo anche alla legge Gentiloni: «Spero che alle parole seguano i fatti».
Fra gli ospiti c'è il socialista europeo Martin Schultz: l'ex premier lo definì kapò, ne nacque un caso internazionale. Oggi è acqua passata, è lo stesso Schultz a dire «mi fa piacere rivederlo in un clima diverso». Anche Berlusconi continua a ripetere che c'è «un clima di transizione», che esistono le opportunità che «i partiti comincino a confrontarsi senza eliminarsi a vicenda», che «il bipolarismo può fare un passo avanti».
Oggi l'ex premier sarà di nuovo in veste di ospite, al congresso della Margherita. Assisterà al discorso di Rutelli. Per Mastella e altri della maggioranza ci sarà di nuovo «aria di inciucio».

Corriere della Sera 20.4.07
Bertinotti, fine settimana sul Monte Athos


MILANO — Il viaggio era stato fissato per il 23 e il 24 febbraio. Poi la bocciatura della mozione dell'Unione sulla politica estera al Senato e la conseguente crisi di governo con tanto di avvio di consultazioni al Colle, lo avevano convinto a rinunciare. E a malincuore aveva ammesso: «Il richiamo al dovere mi ha fatto restare qui. Ma se avessi avuto coraggio ci sarei andato, dicendo che ci sarebbe stata una ragione in più». Ora però, il fine settimana di riflessione tanto atteso è arrivato e neppure i due congressi di Ds e Margherita intralceranno i piani del presidente della Camera: domani e domenica Fausto Bertinotti visiterà i monasteri della repubblica teocratica greco-ortodossa del Monte Athos, nella parte più orientale della penisola Calcidica, in Grecia.
Con al seguito una delegazione ristretta e formata da soli uomini (i monaci proibiscono l'accesso delle donne nella loro repubblica), Bertinotti arriverà intorno alle 13 a Karies, la capitale, dove risiedono gli organi direttivi. Prima tappa, il monastero di Vatopedi, uno dei più antichi. Nel pomeriggio prenderà parte alla celebrazione dei vespri. Domenica, la sua giornata di preghiera inizierà alle 5.45, con il rito religioso nella cappella del monastero. Poi visita ai monasteri della Grande Lavra e di Simonos Petra.

Corriere della Sera 20.4.07
«Aversa, situazione grave verifiche sui pazienti reclusi»
di Livia Turco e Clemente Mastella


Una catena di morti (tre suicidi, due vittime dell'Aids), sovraffollamento (300 reclusi in una struttura che può ospitarne 170), degrado: il dramma dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, uno dei sei in Italia, è stato al centro di un reportage pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì. Ecco l'intervento dei ministri della Salute e della Giustizia.
Gentile direttore, in qualità di ministro della Giustizia e di ministro della Salute siamo convinti che le informazioni pubblicate dal Corriere della Sera, a proposito della situazione dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, meritino la più sollecita attenzione.
Il problema delle condizioni e del ruolo degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari è oggetto di una seria riflessione da parte dei nostri uffici per riuscire a realizzare, al più presto, iniziative adeguate ad affrontare una situazione che è grave, sotto molti profili, ormai da lungo tempo.
Il primo e più urgente passaggio è costituito dalla piena attuazione del decreto legislativo 230/1999, che prevede il trasferimento integrale delle competenze in maniera sanitaria, ora assolte dall'Amministrazione penitenziaria, al Servizio sanitario nazionale e alle Regioni. In questo senso, concordiamo sulla necessità di accelerare, d'intesa con le Regioni, tutte le procedure utili allo scopo.
A nostro giudizio si impone, inoltre, una verifica rapida e puntuale della validità dei criteri che, per una quota degli attuali internati, determinano la permanenza negli Ospedali psichiatrici giudiziari.
Appare, infine, indispensabile affrontare la questione centrale dell'imputabilità degli autori di reato, che forma oggetto delle direttive, di prossima presentazione, da parte della Commissione per la riforma del Codice penale insediata presso il Ministero della Giustizia.
Cordiali saluti,

Ministro della Salute
Ministro della Giustizia

il manifesto 20.4.07
Partiti nel vuoto
di Gabriele Polo


Un partito muore quando vengono meno i motivi per cui è sorto: forse questo devono aver pensato i dirigenti dei Ds. Un partito nasce quando dalla società ne emerge il bisogno: sicuramente a questo non hanno pensato i leader della Quercia avviandosi a sciogliersi nel nascente Partito democratico.
I due atti che vanno in scena a Firenze, morte e nascita, non conoscono soluzione di continuità, perché c'è da preservare la struttura (fuoriuscite a parte) e questo è già un giudizio di merito, insieme all'altro che - in realtà - è una constatazione: il futuro Pd avrà un consistenza elettorale che - nel migliore dei casi - sarà pari alla metà della somma delle due entità storiche che eredita, quella democristiana e quella comunista. Aritmeticamente è un disastro, ma è niente rispetto al prodotto di un pasticcio politico che viene rivendicato come balzo vero il futuro. Difficile spiegare simili incongruenze e tali masochismi se non con una constatazione e una riflessione.
La constatazione riguarda la genesi del binomio morte-nascita. Il Pd sarà il primo partito al mondo a nascere dal governo. Di solito avviene il contrario: si fa un partito, si pongono degli obiettivi e si cerca di portarli al potere. Qui, invece, il nuovo soggetto politico nasce dentro «il potere», per dare maggior stabilità al governo. E' il risultato di una concezione della politica per cui quest'ultima si può esercitare davvero solo stando al governo: chi è fuori non conta nulla. Una depravazione dell'agire pubblico, condita dall'oosessione della stabilità, che si è talmente impossessata dei professionisti della politica al punto da contagiare anche chi, all'estrema sinistra, finisce col pensare che la politica si possa fare solo dall'opposizione: governisti e oppositori sono vittime della una stessa logica, che esaurisce tutto nel «governo». Dimenticando quanto potere reale abbiano perso nell'era della globalizzazione le istituzioni rappresentative ed esecutive a scapito di poteri sovranazionali, dal mercato con le sue istituzioni alla cultura con i suoi cenacoli.
La riflessione (ma è soprattutto un terreno ricerca e di lavoro) è che la morte-nascita che si rappresenta a Firenze è solo un piccolo aspetto di una crisi cui manca una diagnosi. Crisi nel senso proprio del termine, momento di trasformazione profonda che non trova ancora uno sbocco chiaro: l'ingarbugliarsi guerrafondaio delle relazioni internazionali in quello che Wallerstein chiamava sistema-mondo, la riduzione del peso degli stati nazionali in assenza di nuovi organismi di governo reale, la dispersione sociale di ogni comunità, la preminenza del mercato incontrollato sul lavoro frammentato. Una tale «confusione» che porta un partito a sciogliersi perché chi lo compone non ne ritrova più il senso nel mondo cambiato e che porta alla nascita di un nuovo soggetto politico senza una qualsiasi barra. Così quel che resta è solo l'amministrazione confusa e un po' velleitaria di un presente che non sa scorgere futuro.
E' su quest'ultimo terreno - un campo fitto di individui ma privo di progetto, che si apre in Italia e nel mondo - che una futura sinistra dovrà lavorare. Per non ridursi all'essenza speculare del vuoto politico targato Pd.

il manifesto 20.4.07
Silvio applaude, Mussi no
Berlusconi è già innamorato: «Se il Partito democratico è quello tratteggiato da Fassino quasi quasi mi iscrivo». Fabio Mussi si commuove ma non ci ripensa, oggi l'addio dal podio
di Micaela Bong


«Siamo fatti di carne e sangue». Il segretario Piero Fassino ha terminato la sua relazione e Cesare Salvi esce subito dal palazzetto: «L'appello a restare? Vado a fumarmi una sigaretta e ci penso», risponde ironico. Ma Fabio Mussi, ancora in piedi all'estremità del palco, aspetta parecchi minuti prima di commentare. Verso l'uscita laterale del Mandela Forum di Firenze dove inizia il quarto e ultimo congresso dei Ds c'è ancora Silvio Berlusconi circondato da giornalisti, telecamere e fotografi che straparla e si concede a ogni inquadratura, a ogni microfono, a ogni taccuino. E il leader della sinistra diessina aspetta che torni la calma. «Siamo fatti di carne e sangue», dice allora a chi finalmente gli domanda se si è commosso quando il segretario si è rivolto a lui e a Cesare Savi nell'estremo appello a ripensarci. In quel momento sul maxischermo è apparso il ministro dell'università, un primo piano che sì, l'emozione la tradiva tutta. Ma prevalgono «la razionalità e la responsabilità politica». Nessun ripensamento dell'ultimo minuto, «non ci sono le condizioni politiche» e «qui si fa un partito che non sento mio, io ero per una grande sinistra in un grande Ulivo. Qui si fa un Ulivo più piccolo senza sinistra». Quello che una volta era il correntone uscirà. E anzi, anche dalla platea Mussi dice di aver sentito serpeggiare dubbi, la sensazione di uno «stato d'animo sospeso».
Strano congresso, in effetti questo. Fine di una storia, comunque la si voglia mettere, ma senza grandi entusiasmi. La parola d'ordine è futuro. I giovani, soprattutto i giovani in primo piano nei maxischermi che rimandano decine di «frame» di tg di tutto il mondo che poi lasciano il posto a altrettante facce, le persone in carne e ossa del Partito democratico. La ventiquattrenne Caterina, sciarpa lilla stile Gruber annodata al collo, che parla del muro di Berlino caduto quando lei aveva cinque anni, dei primi soldi guadagnati in euro e delle «grandi speranze» accese nei giovani con la vittoria dell'Unione. «La politica è un grande viaggio verso il futuro invece che una piccola stazione confinata nel passato», recita una voce fuori campo mentre sugli schermi scorrono a gran velocità le immagini di strade, campi, orizzonti indefiniti e Bob Dylan canta «Series of dreams», «stavo pensando a una serie di sogni dove niente arriva alla cima, tutto quanto sta giù dove è ferito e giunge a una sosta permanente». Non proprio il massimo, per il partito del futuro.
Giù, sotto una sorta di rampa da skate-board interrotta da uno schermo che da sopra il palco scivola verso il parterre, siedono le delegazioni dei partiti di maggioranza e opposizione. E siede Silvio Berlusconi, che entra quasi inosservato e appena si trova nella sala scatta il parapiglia. L'Udc D'Onofrio cerca di salvare il leader dalla valanga umana che gli si riversa addosso: «Faccio il servizio d'ordine», si dice da solo. Nessun applauso al Cavaliere, ovviamente, ma nemmeno fischi. Quando entra Piero Fassino, scatta l'applauso, ma non aria da ovazioni (l'applausometro dice: prima Finocchiaro, secondo Bersani). Il segretario saluta gli ospiti, ma quando Fassino stringe lungamente la mano a Berlusconi la scena si può vedere solo dal vivo e non su maxischermo come per gli altri. Una sapiente regia ha voluto evitare che il faccione del Cavaliere si tirasse dietro qualche fischio? Il «fair play» è comunque studiato. E i maliziosi pensano subito all'affare Telecom.
Ancora qualche minuto prima della relazione di Fassino. «Somewhere over the rainbow...», suona e risuona la colonna sonora del Mago di Oz mentre la strega cattiva dell'ovest, colui contro il quale l'Unione è riuscita per un soffio a vincere le elezioni siede tranquillamente tra i comunisti trasformandosi d'incanto nella strega del nord, la fata buona di Arcore. «Coraggioso», «responsabile» «serio», non si risparmierà il Cavaliere commentando l'intervento di Fassino. Mentre il segretario afferma che in politica non ci sono nemici, ma avversari, Berlusconi annuisce. Quando Fassino parla della necessità delle riforme, il leader forzista applaude.
Al Forum per ora Fabio Mussi aspetta. Aspetta di parlare, oggi, dal podio per il suo ultimo intervento da diessino. Sull'uscita laterale, Berlusconi è ancora lì a dire che il Partito democratico è «molto positivo», perché rafforza il bipolarismo. Il Cavaliere quasi quasi si iscriverebbe a questo Pd se non fosse che nella relazione di Fassino «non c'è stato alcun accenno critico al passato» e il segretario diessino «ha detto che porteranno le loro bandiere nel nuovo partito». Quelle bandiere per Berlusconi sono ancora un po' troppo. Per la sinistra della Quercia che fu sono invece troppo poco.

il manifesto 20.4.07
Quell'anarchico di nome Kafka
Un Kafka tutto politico contro la macchina dell'oppressione. Quella esercitata dallo stato e dalla legge e quella che infliggiamo a noi stessi. In un saggio di Michael Löwy la potenza ribelle dello scrittore praghese
di Mario Pezzella


Un uomo ribelle, ironico, con simpatie sovversive: questo l'inconsueto ritratto di Kafka, come emerge dal libro di Michael Löwy Kafka, sognatore ribelle (Eléuthera, pp. 136, euro 13). Löwy ricorda i contatti di Kafka con gli ambienti anarchici praghesi e la «passione antiautoritaria», da cui prende origine la sua opera letteraria. La sua ribellione contro l'autorità patriarcale possiede una dimensione storica e politica, presente anche nei romanzi maggiori. Il Processo - secondo Löwy -, oltre ad essere un resoconto di disperazione esistenziale, compie una critica radicale del potere burocratico, che domina lo stato del Novecento. L'autorità contestata da Kafka non è solo quella familiare e paterna, ma è l'impersonale e anonima burocrazia, che la sostituisce in forma sempre più radicale nel corso del secolo passato (come mostreranno gli studi sull'autorità e la famiglia della Scuola di Francoforte). Sembra che Kafka abbia affermato in una conversazione: «Le catene dell'umanità torturata sono di carta protocollo», riferendosi agli immani meandri e apparati amministrativi dello stato moderno, in cui l'individuo viene stritolato come una rondella insignificante. Il «Castello» dell'omonimo romanzo è il simbolo stesso di questa anonima impenetrabilità. Secondo Löwy, i romanzi di Kafka descrivono il passaggio epocale da un'autorità fondata sulla dipendenza personale, ad un potere astratto che si impone «come il meccanismo impersonale del congegno» (Löwy), destinato a uccidere i condannati nel racconto Nella colonia penale.
In realtà, più che ad una completa eliminazione del potere arcaico e personale assistiamo nell'opera di Kafka al suo inedito connubio con una tecnologia «sofisticata, moderna, esatta, calcolata, razionale» (Löwy). Il più arcaico e il più moderno si fondono nell'ottusa brutalità dei funzionari kafkiani, che sono nonostante tutto i rappresentanti di un'autorità astratta e insondabile. Come già aveva osservato Walter Benjamin nel suo saggio su Kafka, il diritto e la burocrazia sono le incarnazioni moderne del destino, che impedisce la libertà e l'autodecisione. La reificazione burocratica è un'espressione di quella generalmente imposta dal capitalismo, di cui sembra che Kafka abbia affermato: «Il capitalismo è un sistema di dipendenze che procedono dall'alto al basso e dal basso all'alto. Tutto è dipendente, tutto è concatenato. Il capitalismo è una condizione del mondo e dell'anima».
Una lettura così dichiaratamente politica dell'opera di Kafka non esclude tuttavia altri piani di lettura - teologico, esistenziale, psicoanalitico -, collocandoli in una prospettiva critica e non convenzionale. Così, la meditazione teologica di Kafka non ha nulla in comune con le rassicuranti interpretazioni del suo amico Max Brod, per cui il Castello rappresenterebbe la Grazia o il governo di Dio. Come già avevano intuito Adorno e Benjamin, quella di Kafka è una teologia radicalmente negativa, in cui ogni Legge ed ogni Chiesa positiva hanno perso intima vitalità e si sono trasformate in apparati astratti al servizio del potere. «La non-presenza di dio nel mondo e la non-redenzione degli uomini», caratterizzano secondo Löwy la teologia negativa kafkiana. Come Benjamin, egli crede tuttavia in una «debole forza messianica», che sarebbe rimasta in possesso dell'umanità e sosterrebbe la sua resistenza contro il male e l'apparato del dominio. Come Bloch, Scholem e lo stesso Benjamin nei primi due decenni del secolo, Kafka è incline a una sorta di paradossale «anarchismo religioso»: la redenzione messianica richiede la cooperazione dell'uomo e questa si manifesta innanzittutto nella distruzione degli apparati di costrizione e di potere: «Il Messia verrà solo quando non sarà più necessario», scrive in tal senso Kafka in un aforisma del 1917, «non all'ultimo, ma all'ultimissimo giorno».
Anche l'ebraismo di Kafka va considerato alla luce della sua passione antiautoritaria. E' probabile che nella stesura del Processo Kafka sia stato influenzato da alcune condanne per «omicidio rituale», e dall'antisemitismo morboso che ne era derivato (in particolare quella contro Mendel Beiliss, del 1913). Esse gli ponevano innanzi in modo inconfutabile la maledizione del paria, che poteva colpire alla cieca e in modo irrazionale ogni ebreo (questa nozione è al centro di un grande saggio di Hannah Arendt del 1944). Tuttavia, questa condizione viene da lui progressivamente universalizzata. K. nel processo rapresenta la condizione ebraica, eppure allo stesso tempo la sorte che sempre più frequentemente può toccare ad ogni individuo sottoposto agli apparati giuridici della modernità. I romanzi di Kafka sono scritti «dal punto di vista dei vinti» (Löwy) e descrivono la reificazione che invade ormai ogni piega dell'esperienza soggettiva, senza risparmiare quel «foro interiore», che perfino Hobbes riteneva intangibile dalla violenza del potere. La corruzione della più intima soggettività è l'aspetto più inquietante dell'opera kafkiana, che Arendt ha indicato come interiorizzazione della colpa e identificazione con l'aggressore.
Alla fine del Processo, K. si lascia uccidere quasi senza reagire, come rassegnato e convinto della propria colpa. In realtà, per quel poco che sappiamo della sua vita, egli non è colpevole per avere resistito o trasgredito a qualche legge, ma per aver partecipato senza protesta all'apparato anonimo e impersonale, che ora lo colpisce personalmente. Burocrate egli stesso, K. è solitario, narcisista e indifferente alla sorte degli altri. Egli ha compiutamente interiorizzato la legge dell'apparato, prima di subirne e comprenderne sul suo corpo la cieca violenza. Il male compiuto da K. è una «banale» pertecipazione all'indifferenza e alla passività collettiva, come quelle che poi realmente permetteranno la creazione dei totalitarismi e dei campi di sterminio. Il romanzo descrive il risveglio doloroso della sua coscienza e la sua tardiva decisione a lottare. Come spesso Kafka ripete nella sua opera, il rinvio e la sospensione indefinita conducono a perdere l'attimo propizio, che precipita inesorabilmente nel tempo mancato.

Uno stralcio dal discorso di Fassino del 19.4 al PalaMandela di Firenze:

«(...) C’è qui, dunque, un ampio appassionante terreno di ricerca, confronto e incontro che consente anche di aprire una nuova stagione del rapporto tra credenti e non credenti.
Ed è per questo che non guardiamo con ostilità al Family Day promosso da un gruppo ampio di associazioni cattoliche, con le quali ci interessa al contrario interloquire.
Così come – nel rispetto delle autonomie di pensiero e di ruoli – serve una nuova stagione di confronto tra fede e politica.
Né ci spaventa e ci preoccupa che il mondo cattolico, le sue istituzioni sociali, la Chiesa si manifestino con maggiore assertività.
Semmai tutto questo deve sollecitare la politica ad essere all’altezza delle sfide culturali e morali che anche dal mondo cattolico ci vengono poste.
Le nuove frontiere della scienza, della ricerca e delle tecnologie ci hanno condotto in un tempo in cui la vita, la morte, la riproduzione sono affidati sempre di più all’intervento dell’uomo e del suo sapere.
E ciò suscita – sia in Benedetto XVI, sia in un non credente come Habermas – interrogativi etici, culturali, antropologici a cui tutti siamo chiamati a dare risposte, promuovendo una nuova stagione di ricerca culturale e di dialogo tra culture e religioni.
Anche per questo serve un grande Partito Democratico, di donne e uomini liberi, credenti e non credenti, mossi dall’unico intento di affermare valori di uguaglianza, di giustizia, di solidarietà, di dignità.
Qui sta la vera difesa della laicità. Che non consiste nella riproposizione di antichi e anacronistici steccati. Ma nella comune ricerca di un nuovo umanesimo, di un pensiero nuovo, capace di suscitare comuni, innovative risposte alle grandi questioni che interrogano l’intelligenza e la coscienza dell’umanità contemporanea.
Solo la politica capace di alimentarsi a questa ricerca comune è una politica forte, autonoma e quindi laica.
E d’altra parte il rapporto con il mondo cattolico rappresenta una delle grandi costanti della politica italiana.
E le modalità con cui il mondo cattolico ha organizzato e realizzato la sua presenza politica ha sempre segnato la storia italiana, sia quando vi è stato un partito come la Democrazia Cristiana, fondato sul presupposto storico dell’unità politica dei cattolici, e sia quando, come oggi, quel partito non c’è (...)».


Corriere della Sera Roma 20.4.07
Filosofia, voci di confine
Diciotto tavole rotonde e due controversie sulla laicità


È dedicato al tema dei Confini il Festival della Filosofia, che quest'anno ha in progetto diciotto tavole rotonde, sette «Lectio Magistralis», due controversie, sei incontri su pensatori di confine, quattro incontri su voci di confine, cinque caffè filosofici. Nei numerosi appuntamenti si alterneranno pensatori, intellettuali e scrittori. Come Marc Augé, Marco Bellocchio, Remo Bodei, Andrea Camilleri, Luciano Canfora, Franco Cordero, Giulio Giorello, Hanif Kureishi, Piergiorgio Odifreddi, Tariq Ramadan, Fernando Savater. Curata da Paolo Flores d'Arcais e da Giacomo Marramao, docente all'Università Roma Tre, la rassegna affronta un tema che rappresenta un nodo nevralgico del nostro presente: il confine come luogo dell'emancipazione, «la soglia lungo la quale si può e si deve vivere l'esperienza necessaria e irrinunciabile dell'avventura umana, politica e civile».
Tra le novità di quest'anno, le due controversie filosofiche sul tema della laicità, che vedranno il 9 maggio Paolo Flores d'Arcais a confronto con Giuliano Ferrara e il 23 maggio Hanif Kureishi, scrittore e regista anglo-pakistano laico e contrario alle scuole religiose, dibattere con Tariq Ramadan, docente universitario svizzero e intellettuale islamico moderato. «Avremmo voluto organizzarne di più - ha annunciato Flores d'Arcais - ma abbiamo chiamato moltissimi cardinali, vescovi e biblisti e tutti ci hanno detto di no. Anche molti filosofi famosi non gradiscono il confronto, che invece dovrebbe essere il sale della filosofia. Ci teniamo a farlo sapere, per non essere poi accusati di laicismo fondamentalista».
Nuovo anche il concerto «Il suono del Logos», che verrà eseguito in prima assoluta la sera del 10 maggio nella sala Petrassi, con «cantate filosofiche» composte da sei musicisti contemporanei, da Luca Francesconi a Helmut Oeringh, ispirati ai volti e alle voci di altrettanti pensatori, da Norberto Bobbio a Oliver Sacks. Tra gli spettacoli, sono ancora da segnalare l'opera teatrale «Io, Charles Darwin, tracce e voci della mia vita», tratta dall'autobiografia dello scienziato che ha teorizzato l'evoluzione della specie, e le «Quattro cosmicomiche di Italo Calvino» con la narrazione recitata e concertata da Graziella Galvani.
Altra novità di quest'anno, l'entrata a pagamento: di due euro per il publico generico e di un euro per gli studenti. Decisa, come hanno spiegato il presidente di Musica per Roma Gianni Borgna e l'amministratore delegato Carlo Fuortes, per evitare «i problemi del troppo successo», come è accaduto per il Festival della matematica, quando fuori dalle porte dell'Auditorium si sono accalcati centinaia di studenti che alla fine non sono riusciti a entrare. Adesso i numeri sono contingentati e chi vorrà entrare potrà acquistare i biglietti già dai prossimi giorni e organizzarsi un palinsesto personale di eventi.
Organizzate sul tema di Confini anche le lezioni di yoga, le attività per i bambini programmate dall'assessore Maria Coscia, la rassegna di cinema con sette film scelti da Edoardo Bruno, la mostra di Gianfranco Baruchello che espone un'opera lunga quindici metri.
CONFINI. FESTIVAL DELLA FILOSOFIA. Auditorium Parco della Musica, tel. 06.80241281. Dal 9 al 13 maggio

giovedì 19 aprile 2007

l’Unità 19.4.07
MARCO BELLOCCHIO. Ecco come il registra, se gli venisse chiesto, vorrebbe documentare con la sua macchina da presa questo momento di passaggio
«Il Pd è vicino. Filmerei lo sguardo dei delegati, a fine congresso»
di Roberto Cotroneo


Un evento drammatico? Tragico? Non vedo ancora una identità nuova perché i Ds rinunciano alla loro radice laica

PROVIAMO a fare un altro esperimento. Guardiamo al Partito democratico che dovrà ancora nascere. Guardiamolo come se fosse un documentario. Girato da un grande regista. Un documentario come quello che girò nel 1990 Nanni Moretti, e che si intitolava "La cosa", dove veniva messo in luce il dibattito interno al Pci di Achille Occhetto che portò alla nascita del Pds. Siamo andati a chiederlo a un altro regista importante, che in questi anni ha girato film che hanno fatto discutere e che hanno segnato il cinema italiano: Marco Bellocchio. Autore di lungometraggi che sono ormai dei classici, da "I pugni in tasca", a "L’ora di religione", fino a "Buongiorno, notte". Di film politici come "La cina è vicina". Di documentari come "Viva il primo maggio rosso" o "Matti da slegare". Regista da sempre di sinistra, alter ego in questo proprio di Nanni Moretti.
Bellocchio, allora, stessa domanda che ho fatto a Taddeucci della Saatchi. Ti do l’incarico di girare un documentario. Parti domani (oggi per chi legge) per Firenze, e gira un documentario sull’ultimo congresso dei Ds, prima dello scioglimento nella prospettiva del Partito democratico. Accetti?
«La risposta è subordinata a un’altra domanda, che in questi casi si fare sempre: quanta libertà ho?».
Sei libero di decidere quello che vuoi. Hai carta bianca.
«Allora mi domando qual è il genere di questo film. Se un film drammatico, se un film tragico... Questa invenzione del Partito democratico, da uomo di sinistra, non mi fa vedere ancora la nascità di una identità nuova. Soprattutto perché i Ds, entrando a far parte di questo partito, mi sembra rinuncino alla loro radice laica. È come se accettassero dalla Margherita certi principi che io da laico e da ateo non condivido».
Questa è la premessa politica. Ora dimmi cosa andrai a cercare con la tua cinepresa a Firenze.
«Nel documentare questo evento ho bisogno di fare un discorso stilistico. Quando ho girato "Buongiorno, notte", il film sul rapimento e la prigionia di Aldo Moro, mi sono posto questa domanda: qual è il mio punto di vista? Lì ho deciso di stare all’interno della casa dove Moro era detenuto. Tutto il film è girato «dentro» la casa. Non c’è mai una inquadratura che sia esterna. In questo caso invece mi piacerebbe stare sempre «fuori». È come se il mio sguardo aspettasse coloro che arrivano e coloro che entrano. Rinunciando, alla solita frontalità televisiva».
Ti tieni fuori, insomma.
«Sai, è come quando da bambino passavi davanti allo stadio e sentivi il tifo, il boato, il gol. Farei nello stesso modo. Il mio sguardo mi piacerebbe che fosse uno sguardo indiretto, di chi sta fuori, e attraverso questi echi, e attraverso queste risonanze, credo che potrei trovare lo stile migliore».
Ma che genere di documentario sarebbe?
«Sarà una rappresentazione o tragica, nel senso di una dimensione suicida, oppure drammatica, nel senso che là avverrà una separazione. L’importante per me è non usare le forme canoniche della televisione».
Le domande che faresti ai delegati, ai leader, che entrano ed escono dal luogo del congresso, quali sarebbero?
«Io chiederei: qual è il significato di questa operazione? dov’è il vantaggio? E lo dico con molta ingenuità, e non in un modo malizioso. Perché il vantaggio mi sfugge, anche se non è detto che non ci sia».
Intervisteresti più i leader, o più la base dei delegati?
«Certamente è più interessante la base dei delegati. I leader li abbiamo sentiti tante volte in televisione. Quello che dicono i leader lo sappiamo. Invece i delegati non li ascoltiamo mai. Sarebbe interessante parlare con i giovani militanti. Persino più interessante che parlare con quelli più anziani. Sono i giovani la scoperta, quelli che dobbiamo capire, anche un po’ il mistero di tutto questo».
Passiamo all’aspetto sentimentale. Un lunga storia, da domenica, cambierà. Ci sarà un nuovo partito. Ma certamente si chiuderà un’epoca lunghissima che comincia a Livorno nel 1921 e termina in un certo senso a Firenze nel 2007. Come pensi debba essere reso nel tuo documentario tutto questo?
«Se tu fai un montaggio dove fai vedere ad esempio l’attentato a Togliatti, e poi filmi il congresso dei prossimi giorni è come un truccare le carte. Semmai dovresti domandarti che cosa rimane oggi di quella storia. Cosa verrà cancellato e cosa rimarrà».
È tutto sull’oggi il tuo sguardo?
«Sì, credo che non metterei filmati di repertorio».
Senti, il congresso durerà tre giorni. Ci sarà un momento in cui, sabato, Piero Fassino dirà: da questo momento i Ds non esisteranno più, si confluirà nel Partito democratico, e inizierà la fase costituente. Al di là del significato politico di tutto questo, c’è anche un aspetto emotivo, che il cinema sa restituire meglio di qualunque altro mezzo. Cosa hai pensato per rendere nel tuo film proprio quel momento?
«Andrebbe girata con un’immagine metaforica. Questo momento, a meno che non accadano cose imprevedibili, va reso con un’immagine simbolica in fase di montaggio, un luogo che simbolicamente possa rappresentare la storia del partito».
Un’immagine di repertorio questa volta? L’unica?
«Sì, credo di sì».
Anche per "Buongiorno, notte", in un altro contesto, hai usato per chiudere il film un filmato di repertorio. La messa per Moro, con il sottofondo dei Pink Floyd di "Shine on you Crazy Diamond".
«I finali dei congressi sono sempre stati dei finali esaltanti. Anche questa volta dovrà essere così. Vorranno dare la sensazione di un nuovo percorso».
Forse a quel punto dovrai entrare in sala, e non più stare fuori, come per il resto del documentario.
«Se uno potesse raccontare gli sguardi dei delegati che tornano a casa, beh, sì, sarebbe un’idea. Girare questa grande sala del congresso che si svuota. Però sai, ci sono molte cose che si capiscono quando sei proprio lì. Certe scelte le fai in quel momento. Maturano in quei giorni. E tre giorni di congresso sono tanti».
Un’ultima domanda, Bellocchio. Che titolo daresti a questo documentario?
«Sai che ci sto pensando da un po’? Credo che il titolo dovrà essere scelto nella sintesi di due concetti. La fine di una storia e l’inizio di un’altra. Su queste due idee cercherei la sintesi in un titolo. Ma ancora non so dirtelo...».

roberto@robertocotroneo.it

l’Unità 19.4.07
Da Cosa nasce Cosa
Dopo il Pci, un’altra storia
Il travaglio iniziato ai tempi della Bolognina oggi volge al termine
Dal film di Moretti, diciotto anni di svolte
di Oreste Pivetta


Quando c’erano loro, chissà se si stava peggio. Alla vigilia del Partito democratico, alla fine del PciPdsDs, il partito più lungo della storia italiana, sarà un difetto, ma come si fa a non provare nostalgia per i dieci giorni che sconvolsero il mondo di fronte ai tre che sconvolgono il nostro villaggio. Nella memoria di alcune date: 1917, 1921, 1924 (rivoluzione russa, congresso di Livorno, primo numero dell’Unità). Insieme con l’8 Marzo, il 25 Aprile, il Primo Maggio. O di altre che restano a testimoniare un tormento: 1956 Budapest, 1968 Praga, 1989 Tien an men.
Millenovecentottantanove è anche il muro di Berlino, qualcosa come una metafora che definiva in modo ultimativo la “irriformabilità del sistema”, come ricorda Achille Occhetto, il segretario della “svolta”.
Si potrebbe aggiungere altro e ciascuno (ciascun militante, come si diceva) potrebbe elencare qualcosa di suo. Se posso, aggiungo mio padre che una sera tornò a casa dalla sezione con un rotolo di cartoncino, dal quale estrasse un foglio che stese sul tavolo: era il ritratto bellissimo di Iosif Vissarionovic Dzugasvili, detto Stalin, l’uomo d’acciaio che sconfisse i nazisti. Aggiungo l’angoscia che destavano un rombo di motori su un’isola lontana e il nome di una geografia ignota ancora, la Baia dei Porci, oppure l’orgoglio nel titolo dell’Unità: «La vittoria del Vietnam illumina il Primo Maggio» (del direttore Petruccioli). Aggiungo ancora una sera di primavera, quando un corteo sventolava bandiere rosse e s’udivano alcuni slogan: «Viva il partito di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer»; «È ora, è ora di cambiare, il Pci deve governare».
Al governo sono arrivati e un comunista che metteva paura a noi giovani cronisti per la sua severità e puntigliosità è diventato presidente della Repubblica. È cambiato il simbolo. Decenni fa, sotto elezioni, l’Unità interrogò un famoso artista a proposito del simbolo. L’artista lo definì una splendida sintesi: il martello degli operai e la falce dei contadini, la grande alleanza del popolo lavoratore, la stella a rappresentare il nostro internazionalismo e sullo sfondo la bandiera tricolore, che rivendicava il valore della via italiana al socialismo. «L’esecrato capitale/ nelle macchine ci schiaccia/ l’altrui solco queste braccia/ son dannate a fecondar/... Su fratelli, su compagne/ su venite in fitta schiera/ sulla libera bandiera/ splende il sol dell’avvenir...». Credo che la grafica politica non sia più riuscita ad esprimere un logo tanto efficace. Querce e ulivi non lo valgono.
Aldo Tortorella la storia comunista dal dopoguerra al crollo del Muro l’ha vista tutta, per molti anni dalla cima del partito. È stato direttore dell’Unità, è un intellettuale e di infinite letture. Un intellettuale che sicuramente ha letto tutto Gramsci (e vorrei approfittare per citare l’edizione economica, di Einaudi, dei Quaderni del carcere, da pochi giorni in libreria: quanta modernità nella polemica politica e culturale). I comunisti hanno sempre letto molto, le sezioni erano anche biblioteche popolari e cineforum (ma nelle sezioni arrivò anche la televisione di Lascia o raddoppia?). Erano una scuola ai tempi in cui don Milani criticava gli oratori perché lasciavano che i giovani si distraessero con il pallone invece di istruirli: contro la ricreazione, scriveva il parroco di Barbiana.
«Prevedevo - testimonia Tortorella, che dopo la Bolognina aveva firmato la “mozione due” insieme con Ingrao - che finisse così. Non provo particolari sentimenti. Ho scelto una posizione indipendente e penso a una sinistra nuova. Vedo questo appuntamento con il Partito democratico come il compimento di un processo iniziato da tempo... Molti di questi giovani o meno giovani si sono convinti che il punto d’approdo sia la liberaldemocrazia... Vogliono creare un partito orientato verso la liberaldemocrazia, con le loro buone intenzioni sociali, ma rinunciando a una critica del sistema. Già la parola sistema li fa rabbrividire».
«Me ne sono andato ai tempi del Kosovo», ricorda il leader ottantenne, il partigiano (catturato dai nazifascisti e fuggito) e gappista a Genova: «Il modello privatistico è diventato l’alfa e l’omega». Duro sì, ma senza scomuniche. Tortorella esprime la disponibilità laica di una battaglia e di una responsabilità politica nel senso della libertà. «Il nostro problema è comporre una sinistra di connotazione socialista, che dia rappresentanza al lavoro, una rappresentanza politica perché una rappresentanza sociale è garantita dal sindacato». «Nel lessico del moderatismo - scriveva Tortorella su Critica Marxista in un documento intitolato alla vecchia maniera “I nuovi fondamenti di un discorso per il socialismo” - c’è il cittadino come realtà unica, quando la realtà sociale è, al contrario, fatta di differenze di condizione tra cittadini, talora abissali. I lavori non negano il lavoro...». «La nostra via ci sembra indicata dall’esistenza di uno spazio politico e morale, al di fuori di rigidezze, di schematismi, di ripetizioni scolastiche del passato... Intorno ad alcune parole chiave: libertà ed eguaglianza (inscindibili: lo scriveva anche il liberale Bobbio, anteponendo l’uguaglianza), lavoro. Se si riprende la tradizione, è nel senso del lavoro e della libertà, appunto, come insegna il Manifesto di Marx ed Engels, della libertà solidale, perché la solidarietà è all’origine di tutto, del consorzio umano. Una tradizione va ovviamente considerata in senso critico. Non siamo mai stati laudatores del tempo passato...».
Veniamo da lontano, lo si è sempre detto. «Partendo da questo grande patrimonio, si tratta di costruire una cosa più grande». Si intitola La Cosa il film di Nanni Moretti che si apre con quella immagine e quelle parole di un compagno romano. Seguono altre parole, altre facce perbene, a confermare il cruccio e i dubbi, poco meno di vent’anni fa: «Siamo per l’apertura, per l’aggiornamento di questo grande partito, ma non dimentichiamo che i nostri compagni sono morti per questa falce e martello».
Vent’anni fa erano gli anni di Achille Occhetto, allora cinquantenne, la generazione dopo Tortorella e dopo Berlinguer, Natta, Bufalini, Reichlin, Macaluso, che erano la generazione dopo Togliatti e dopo Longo. Achille Occhetto e la Bolognina di un 12 novembre 1989, quando si capì che il Pci sarebbe diventato un’altra Cosa. «Una scelta abbastanza solitaria, anche se era stata preparata da una serie di colloqui, di valutazioni, di piccoli passi, dalla condanna di Tien an men alla riabilitazione di Imre Nagy, agli stessi colloqui sempre più stretti con i dirigenti dell’Internazionale socialista. Tanti segni che mi avevano dato la certezza che la situazione era ormai matura. Anche se occorreva un avvenimento che rendesse plausibile la svolta. E quell’avvenimento fu la caduta del Muro». L’occasione della Bolognina non fu premeditata: «Non immaginavo che i giornali il giorno dopo titolassero: il Pci cambia nome». Sicuramente aveva immaginato che da quel giorno in avanti e per mesi il suo partito si sarebbe misurato nel più intenso, emozionante, appassionato dibattito che la storia politica italiana avesse mai vissuto. Sottolinea orgoglioso Occhetto: «Il mio pianto alla fine del congresso di Bologna era di liberazione di fronte all’intensità di quella discussione, che aveva attraversato il partito e non solo il partito. Anche le famiglie si divisero. Il dramma s’era concluso».
Nanni Moretti registrava, in uno dei suoi film più semplici e più belli: «Sono molto, molto grato a Occhetto, che ci impegna a ridiscutere noi stessi. C’era bisogno di un atto di grande umiltà e di grande orgoglio insieme. Di fronte a quello che sta succedendo non si può dire che non c’entriamo un cazzo. Quello che sta succedendo ci deve far discutere». «Finalmente ho sentito proporre strade nuove, cose nuove». «Voglio capire con chi lavoreremo e lotteremo e per chi lavoreremo e lotteremo». «Il comunismo non è quella cosa lì. Il comunismo non è fatto da burocrati... da quelle cose lì». «La molla che ci stimola è la molla della fratellanza e della solidarietà». «Caro Mister X, ti prego di non cambiare senza farci capire bene dove andare. Sento un grande bisogno di comunismo»... «Ci stiamo dividendo...».
«Da quel momento in poi - continua Achille - abbiamo troppo aspettato. Esitare ha bagnato le ali della svolta». Congressi, Rimini e Bologna, Pds e Ds, sconfitte e vittorie elettorali, l’Ulivo e le primarie... Continua duro Achille: «A poco a poco è prevalsa una tesi opportunistica. Cambiare nome per rifarsi la faccia ed entrare nel salotto buono. La mia proposta voleva proporre un passaggio molto più radicale e ideale. Gli apparati presero il sopravvento». Normalizzazione? E l’ideale? «Ideale: mettere in discussione la parte peggiore della tradizione comunista, che era il partito, e tenere viva la parte migliore. l’aspirazione a cambiare la società. Il discorso è stato capovolto. Ha avuto la meglio la conservazione. Cospiravano in direzione contraria anche le condizioni generali della politica, esterne a noi». Idealismo? «È il rischio che si corre sempre quando si pongono obiettivi che non sono maggioritari».
Ed ora? «Non sono pregiudizialmente contrario all’idea di una nuova formazione politica capace di raccogliere i diversi riformismi della storia politica italiana, ripristinando un’idea alta di sinistra... Mi pare però che prevalga la voglia di moderatismo funzionale ai calcoli opportunistici, alla sopravvivenza di un governo. Ci siamo noi del Cantiere, ci sono quanti non faranno parte del partito democratico e che vogliono colmare un vuoto. Ci incontreremo il 12 maggio a Roma, per incominciare a discutere...».
Di nuovo, ancora, senza paura. La sinistra mai stanca.
Intanto, compagni, fratelli, amici, forse signori, andiamo a costruire qualcosa, una Cosa.

l’Unità 19.4.07
«Serenamente, ce ne andiamo»
La seconda mozione ds si è riunita ieri sera. Confermata la scelta: Mussi parla domani. Poi, via
di Simone Collini


DICONO che i sentimenti personali contano fino a un certo punto, che sono le valutazioni politiche che devono guidare le scelte. Dicono che sono sereni nonostante il passo che stanno per compiere, e che anzi solo in questo modo possono rimanere fedeli ai valori in cui hanno sempre creduto in questi trenta, quaranta, cinquanta anni di militanza. Dicono tutto questo e però poi a volte è una pausa che si prolunga a dire qualcosa in più, o uno sbuffo di fumo e la sigaretta gettata lontano chiudendo la frase. I 250 delegati della mozione Mussi si sono incontrati ieri sera a Firenze. Pci, Pds, Ds, i nomi cambiavano ma la storia era quella, e loro c'erano. Oggi si apre il congresso della Quercia, l'ultimo. Domani ci sarà il Partito democratico, e loro non ci saranno. Perché, dicono i sentimenti contano fino a un certo punto.
"Vado al congresso con spirito sereno", dice Gianni Zagato il giorno della vigilia. Mussi gli ha affidato il non facile incarico di coordinatore organizzativo della mozione. "Certo, ho passato tanti anni in questo partito, ma pur nel dolore della separazione sono convinto che questo sia l'unico modo per far sì che tutto quello in cui ho creduto non si perda. Sono convinto che si ricollocherà nella strategia futura a cui dobbiamo lavorare, quella di riunificare le forze di sinistra oggi divise". Negli anni 80 era a Torino con Fassino segretario, ricorda: "Mi lega a lui un affetto personale, che durerà. Ma questo non mi impedisce di compiere la mia scelta".
Quello che fa male, ai delegati della seconda mozione, è sentirsi chiamare scissionisti. Fa male a Mussi, che non ne fa mistero con i suoi. "Passo per scissionista", diceva con amarezza l'altro giorno, dopo aver sentito in tv il direttore del Tg1 Gianni Riotta dire che probabilmente così può contare su una maggiore visibilità. "Scissionista", pausa. "Quarantadue anni per la sinistra", pausa. "Ho vissuto come uomo libero e disciplinato, ma guai quando nei partiti la regola diventa il conformismo". Ai delegati ha ripetuto ieri quello che ha ripetuto nei mesi e anche anni addietro. Era alla manifestazione di lancio della cosiddetta Camera di consultazione permanente, due anni fa, quando disse per la prima volta: "Se fate il Pd, io non ci sarò". Quello che lo amareggia è anche che qualcuno abbia pensato che si trattasse di tattica. "Scissionista", pausa. "Non riesco a rassegnarmi all'idea che la sinistra italiana si riduca a correnti personalizzate in un nuovo partito. Non un partito nuovo, un nuovo partito".
Carlo Leoni è con lui. "E' chiaro che provo un grande dispiacere", dice il vicepresidente della Camera. "Ma non per quello che facciamo noi, ma perché viene a mancare il mio partito. Una comunità fatta partito, che non ci sarà più. Il giorno più duro, per me, è stato quando si sono conclusi i congressi di sezione, quando ho capito che la fine dei Ds era segnata". Non che non se lo aspettasse un risultato più o meno simile, ma fino all'ultimo ha messo in conto una mossa da parte della maggioranza che potesse consentire una ripresa del dialogo. Così non è stato, e ora dice che guarda al futuro "con voglia di cominciare a rimboccarsi le maniche per realizzare questa impresa, che non sarà facile ma che è necessaria": "Se il Pd nasce con a sinistra l'attuale frammentazione non avremo un centrosinistra forte. Se viceversa ci sarà una forza consistente e di governo sarà un bene per tutti". Per questo i sostenitori della seconda mozione chiedono "rispetto" per la loro scelta e il riconoscimento che quanto stanno per fare ha "pari dignità" rispetto al progetto del Pd.
Di paragoni con la Bolognina e con le ragioni allora avanzate dal Prc non ne vogliono neanche sentir parlare. "La separazione è una scelta difficile ma inevitabile", dice Fulvia Bandoli. Allo scorso congresso era la prima firmataria della mozione ecologista. Oggi ha firmato la mozione Mussi. "Non si può stare dentro il Pd senza convinzione, come ci starei io. La mia decisione è ben meditata, sono tre anni che discutiamo questo progetto. Sono quarant'anni che sto in questo partito, e sono sempre stata nella minoranza. Ma non mi ci sono mai sentita a disagio perché anche da questa posizione sono riuscita a vincere battaglie importanti. Ma quello che si sta per fare oggi non è una trasformazione, è un altro partito. Non di sinistra. E io non ci posso stare".

l’Unità 19.4.07
Scontro tra Confindustria e Bertinotti
Il presidente della Camera: «Telecom, capitalismo impresentabile». La replica: clima anti-imprese
di Luigina Venturelli


POLEMICA Tra accuse d’impresentabilità e controaccuse di statalismo, la miccia Telecom accende uno scontro al calor bianco tra il presidente della Camera e Confindustria. Pomo della discordia alcune osservazioni impietose sullo stato dell’imprenditoria nazionale: «La vicenda Telecom - ha dichiarato Fausto Bertinotti nel corso di una trasmissione televisiva - ci dice quanto il capitalismo italiano sia devastato».
L’accusa dell’ex sindacalista alla sua vecchia controparte padronale è senza mezzi termini: «Il fatto che ci chiediamo se ci sia un imprenditore italiano con abbastanza soldi per intervenire su Telecom è sconcertante». Insomma, «il capitalismo italiano è a un estremo di impresentabilità».
Immediata la replica che Confindustria ha assegnato ad una nota infuocata: «Le dichiarazioni del presidente della Camera confermano purtroppo il clima anti-impresa di larghi settori dell’attuale maggioranza». Il verdetto è definitivo e corredato dall’elenco dei meriti non riconosciuti: «Il capitalismo italiano ha trascinato il Paese fuori dalle secche della crescita zero, e grazie allo sforzo delle sue imprese piccole, medie e grandi è tornato a misurarsi con successo sui mercati dopo un severo processo di selezione».
Segue, quindi, la lista delle difficoltà logistiche riscontrate, ovviamente a causa dell’apparato statale: «In questa competizione le imprese italiane sono quasi sempre lasciate sole, a differenza di quanto avviene in altri Paesi». Va da sé che, secondo Confindustria, «fare impresa in Italia è sempre più difficile per il carico fiscale più alto d’Europa, una burocrazia senza pari, il rischio sempre più frequente di veder cambiare in corsa le regole del gioco. Forse - sottolinea l’associazione - quello che piace è il modello del capitalismo di stato che ha ridotto l’Alitalia nelle condizioni attuali».
La nota non si risparmia frecciatine ironiche, solitamente riservate ai virgolettati di qualche esponente piuttosto che ai toni formali di un comunicato ufficiale di categoria. Segno di quanto la polemica risulti indigesta, soprattutto nel momento in cui il sistema imprenditoriale sta mostrando, causa l’affaire Telecom, alcune evidenti lacune. Ma Confindustria assicura: «Gli imprenditori italiani continueranno con rigore ed impegno nella loro difficile sfida, e invitano il presidente della Camera ad un contatto più diretto per conoscere il volto vero del nostro capitalismo. Certo il dibattito sulle vicende economiche che riguardano il Paese sta toccando livelli che sconcertano e preoccupano».
Una querelle che non poteva restare senza eco politica. «L’aggressione di Bertinotti al capitalismo italiano mi sembra fuori luogo. Mi pare che il problema cruciale di questa maggioranza sia quello di guadagnare qualche consenso in più e non quello di riesumare il vecchio motto: molti nemici molto onore» commenta Marco Follini.
Meno posate le parole di Maurizio Lupi di Forza Italia: «Questo governo ha una concezione centralista e statalista, che si oppone al libero mercato e alla libera impresa». Puntualizza, invece, Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo Economico: «Va ricordato a Confindustria che il declino industriale del nostro Paese non è un’invenzione della sinistra».

l’Unità 19.4.07
Sinistra, il momento dell’ascolto. E delle idee
di Valerio Calzolaio e Alessandro Polio Salimbeni


Si stanno muovendo le cose a sinistra. Il Prc ha svolto la conferenza di organizzazione, conferma la scelta dell’impegno di governo, il processo di costruzione di Sinistra Europea e, insieme, apre il tema della ricerca sul socialismo di oggi, con l’idea di un “cantiere” unitario della sinistra italiana. Il PdCI, in una stagione congressuale quasi conclusa, riprende la proposta della confederazione. I Verdi avviano il 4 maggio una fase costituente allargata e tematizzano un patto di consultazione a sinistra. Lo Sdi ha svolto il suo congresso straordinario per avviare la costituente socialista e aprire una fase di confronto ravvicinato innanzitutto con la sinistra Ds. Al congresso nazionale dei Ds, noi delegati della mozione Mussi stiamo dando vita al «Movimento per la sinistra democratica», un soggetto politico aperto e transitorio per una costituente alternativa al partito democratico.
Usiamo tutti parole analoghe, sentiamo tutti le stesse urgenze: certo vi sono storie e pratiche, forse significati e strategie in parte diversi. Colpiscono però il fermento, la vivacità, l’attenzione reciproca, la comune sensazione che la politica italiana abbia bisogno di un salto di qualità, nella rappresentanza a sinistra, nel disegno di strategie all’altezza delle sfide del presente, nel dare al governo Prodi un più solido carattere di innovazione e trasformazione del paese. Oggi sembra esserci una potenzialità in più: conta e incide la scelta di partecipare unitariamente, per la prima volta, al governo dell’Italia in un’Europa unita.
Proviamo ad elencare i fattori comuni. La scelta di “governare”, non solo per la sua inevitabilità a fronte del rischio-Berlusconi, cercando nuovi stimoli per superare evidenti difficoltà e problemi. La scelta dell’Unione, come polo di centrosinistra in un bipolarismo giusto, equilibrato e da irrobustire. La preoccupazione per la frantumazione del sistema politico e per l’indebolimento della rappresentanza sociale e culturale, non affrontabile solo in termini di strumentazione elettorale. La convinzione che la costituzione del partito democratico riguarda solo una parte dello schieramento politico di centrosinistra. Un atteggiamento non favorevole alla “produzione di partiti a mezzo di partiti”, alla difesa delle micro-formazioni come inerzia organizzativa. Ora, come possiamo fare passi avanti, tutti, insieme?
Il “campo della sinistra” non è caratterizzato solo dalle organizzazioni politiche, investe anche la ricchissima presenza di esperienze associative, di ricerca, di lotta sociale, di attività culturale. La rappresentanza non è problema che riguardi solo le forze politiche organizzate. Le culture che cercano di esprimere una nuova narrazione della società e del mondo, dinanzi al crescere delle nuove e vecchie contraddizioni, sono un patrimonio per arricchire la cultura politica della sinistra. La assunzione piena e consapevole della crisi di un modello di sviluppo distruttivo dell’ambiente e il carattere fondativo della differenza di genere, il lavoro - fondamento di dignità ed emancipazione - e i diritti - fondamento delle libertà individuali e dell’uguaglianza - sono i pilastri di un nuovo socialismo. E fa parte integrante della nostra riflessione il tema della ricostruzione di forme e sostanza della partecipazione politica. Il punto essenziale è proprio quello della discussione pubblica come percorso e assunzione condivisi delle scelte politico-amministrative e di governo. Pensiamo che si debba andare oltre l’idea che partecipazione sia una scheda o una preferenza. Nessuna obiezione ad “una testa, un voto”: è la base della democrazia rappresentativa. Non basta. Bisogna aggiungere “una testa, una idea”: è la base della ricostruzione dello spazio pubblico, della politica, della riduzione e del superamento della distanza tra governanti e governati. E allora bisogna pensare in termini di reti e non di strutture gerarchiche. Certamente i partiti ci sono e continueranno ad esserci, nodi nella e della rete. Ci sono come “deposito” storico, tessuto del radicamento sociale e territoriale, significativo selettore e formatore del “personale politico” e strumento a disposizione di quanti (e sono i più numerosi) non hanno voce né strumenti né potere. Invece non ci sono più come “antenna” nella e della società, come punto di riferimento articolato e diffuso per raccogliere e rielaborare bisogni e aspirazioni. E allora rischia di rimanere solo l’aspetto di gestione del potere politico, di selezione dei gruppi dirigenti per appartenenza e non per merito, di sovrapposizione e non di sovrastruttura della società.
Avanziamo una proposta. Avviare una fase di “ascolto”, una campagna di consultazione per raccogliere idee e proposte dal popolo della sinistra italiana, sui valori fondamentali (ambientalismo, laburismo, pacifismo, laicità, uguaglianza, differenza di genere, modello di sviluppo, antifascismo, ecc.), sulle priorità politiche (l’Italia nella cooperazione pacifica allo sviluppo sostenibile, dimensione europea sociale e energetica, cambiamenti climatici e politiche industriali,, scuola pubblica, pensioni e welfare, diritti sociali e diritti civili) sulle forme e sugli strumenti della politica (l’identità, la partecipazione, la militanza, i simboli elettorali). La campagna potrebbe essere promossa insieme da tutte le forze della sinistra - da noi allo Sdi, dal Prc al PdCI, dai Verdi ad altre soggettività politico-culturali, come l’Ars o RossoVerde, come l’Arci o l’arcipelago delle associazioni, fino - con un approfondimento sulle forme possibili - al sindacato. E, ancora, alcuni importanti mezzi di comunicazione, dall’Unità al Manifesto, dal Riformista ad Aprile, da Carta a Ecoradio e così via. Da luglio a settembre, utilizzando feste di partito, sedi, conferenze, piazze cittadine, l’utilizzo di tutte le risorse della comunicazione via web, può “camminare” una esperienza con pochi precedenti. Ciò che conta è che all’impianto, alle “domande” su cui raccogliere tante opinioni, un milione di voci, ciascuna componente possa contribuire con il proprio punto di vista, anche non collimante con quello di altri, proprio per assicurare il carattere di autenticità delle risposte. La campagna risponde agli indirizzi espressi negli organismi di tutti i soggetti politici organizzati italiani che si richiamano alla sinistra e non sono finora interessati alla costituente del Pd, pur sostenendo il programma e l’esperienza di governo dell’Unione. La campagna risponde all’esigenza diffusamente espressa di partire dai contenuti, di verificare gli indirizzi, senza sottolineare ogni aspetto identitario ed evitando personalizzazioni. Dopo l’ “ascolto” potrà essere avviato il confronto sull’eventuale quota di sovranità che gli attuali soggetti possono destinare a dinamiche unitarie e a intrecci con i movimenti, magari sperimentandole, ove possibile, in occasione delle amministrative 2008.

l’Unità 19.4.07
«Amareggiato per lo sciopero di Repubblica»
De Benedetti: il calo dell’utile dell’Espresso è strutturale. Il contratto? È ancora lontano
di Marco Ventimiglia


POLEMICA Doveva essere una semplice, per quanto importante assemblea societaria, si è invece trasformata nell’occasione per rilanciare l’interminabile botta e risposta sul rinnovo del contratto dei giornalisti e sulla clamorosa protesta dei giornalisti di Repubblica. A gettare benzina sul fuoco Carlo De Benedetti nella sua veste di padrone di casa del Gruppo L’Espresso.
«Il core business - ha esordito De Benedetti - va in modo soddisfacente, ma siccome agli azionisti interessa la bottom line, dobbiamo dire che il calo dell'utile netto è un fatto strutturale e non congiunturale. Da qui l'esigenza di rivedere la struttura dei costi». Numeri che testimoniano come nel primo trimestre del 2007 l'utile netto del Gruppo Espresso è sceso dai 26,6 milioni del primo trimestre 2006 a 13,5 milioni. In frenata pure il fatturato che è stato di 272,5 milioni (-10,1%) e il margine operativo lordo che si è attestato sui 42,5 milioni (-31,8%).
La revisione della struttura dei costi è stata spiegata dallo stesso De Benedetti con il riferimento ai costi del personale ed in particolare di quello giornalistico, puntando il dito contro gli aumenti retributivi automatici previsti dagli scatti di anzianità.
L'ingegnere ha poi parlato di un «quadro a tinte miste» per il gruppo e ha sottolineato che «negli ultimi 10 anni abbiamo messo sotto il tappeto i problemi grazie alle ottime performance dei prodotti opzionali, che però ora fanno segnare una battuta d'arresto».
Il presidente del gruppo è tornato poi ad occuparsi di giornalisti, guardando questa volta direttamente in casa sua, soffermandosi sulla dura vertenza in atto a la Repubblica, dove i giornalisti hanno proclamato e messo in atto una settimana continuativa di sciopero. «È un fatto senza precedenti che ci amareggia - ha dichiarato De Benedetti -, ma da parte dell'azienda non c'è un atteggiamento di chiusura. C'è solo, l'indisponibilità a introdurre una sorta di terzo livello di contrattazione, come richiesto dalla rappresentanza sindacale, visto che sono fermi i primi due, quello legato al contratto nazionale e quello aziendale conseguente».
«In ogni caso - ha concluso De Benedetti - è ferma intenzione del gruppo ristabilire tra azienda e lavoratori i rapporti che ci hanno caratterizzato fin dalla fondazione del quotidiano».
Le parole della guida del Gruppo Espresso hanno subito innescato la reazione del sindacato giornalisti: «Se gli editori sono coesi, come dice Carlo De Benedetti, i giornalisti sono molto uniti nella difesa dell'autonomia e della dignità della professione. Si tratta quindi di uno scontro che non ha senso e che può danneggiare l'intero sistema della comunicazione. L'editore del Gruppo Espresso ha gettato la maschera assumendosi il ruolo di leader dei falchi della Fieg, chiudendo le porte ad un rinnovo contrattuale in tempi brevi e scaricandone la responsabilità sui giornalisti».
Il segretario della Federazione nazionale della stampa, Paolo Serventi Longhi, ha poi ribadito la disponibilità dei giornalisti a discutere dei «cambiamenti strutturali ed epocali del mondo dell'informazione di cui il presidente del gruppo l'espresso ha parlato», ma ha sottolineato il fermo rifiuto di «ogni resa senza condizioni».

l’Unità 19.4.07
Palermo: An si presenta alla conferenza di Scalzone, scontri all’Università
Il Rettore non aveva concesso un’aula, così gli studenti hanno occupato l’atrio. Gli incidenti dopo l’arrivo di alcuni esponenti di destra


Un’ora di tensione, insulti, e botte ieri all’Università di Palermo. Non è bastata la stretta di mano col preside di Lettere Giovanni Ruffino, per evitare che la conferenza dell’ex leader di Potere operaio nell’atrio della facoltà, alla presenza di oltre duecento studenti, si trasformasse per oltre un’ora in uno scontro tra militanti di destra e studenti di sinistra. Tutto è accaduto davanti a sette o otto esponenti della Digos della questura, impotenti di fronte alla sassaiola, al lancio di bottiglie di vetro e di plastica piene d’acqua, di bidoni dell’immondizia e di sedie.
Il preside non aveva voluto concedere un’aula agli studenti per ospitare Scalzone e i giovani hanno così deciso di occupare l’atrio. Ma gli scontri sono cominciati quando il capogruppo di An all’Assemblea regionale siciliana, Salvino Caputo - che già nei giorni scorsi si era espresso contro la partecipazione di Scalzone all’ultima conferenza del ciclo «1977-2007, il filo rosso della rivolta», organizzata dal comitato autonomo degli studenti - si è presentato accompagnato dal consigliere comunale di An Raoul Russo e il candidato al consiglio comunale Antonino Triolo davanti all’atrio dov’era appena cominciato il dibattito chiedendo di poter entrare. Una richiesta che gli studenti hanno letto come una provocazione, decidendo quindi di formare un cordone (composto da 8-10 ragazzi) che ha sbarrato la strada ai politici.
C’è voluto ben poco prima che cominciassero a volare parole grosse. E poi anche i pugni e gli schiaffi. L’atmosfera, già rovente, è poi definitivamente divampata quando dal giardino di fronte alla facoltà sono arrivati a sostegno gruppi di studenti di destra con striscioni. Immediatamente, infatti, è cominciata una fitta sassaiola e il lancio di ogni tipo di oggetto. tanto che una pietra ha mandato in frantumi il vetro laterale di un’auto, mentre un altro sasso ha colpito alla schiena un fotografo. Nel parapiglia Triolo è rimasto leggermente ferito così come Massimiliano Lombardo, consigliere dell’Unione degli studenti dell’ateneo palermitano che stava cercando di calmare gli animi.
Pensare che Oreste Scalzone aveva appena cominciato a parlare ringraziando i giovani del collettivo autonomo per essere riusciti a realizzare l’assemblea: «C’è ancora una speranza», aveva detto. Dopo la sassaiola l’ex PotOp è uscito dall’atrio della facoltà e ha preso le difese degli studenti del collettivo autonomo: «Hanno risposto alle provocazioni e si sono difesi - ha spiegato Scalzone - Non hanno alcuna colpa dei disordini e nessuno è stato picchiato».
Nonostante la tensione preannunciata, nessun rappresentante delle forze dell’ordine era stato preventivamente schierato attorno alla facoltà. Solo dopo gli scontri sono arrivati due automezzi con agenti e alcuni funzionari della polizia di Stato. Dopo gli scontri, ad alcuni metri dall’entrata della facoltà, lungo viale delle Scienze, si è radunato un gruppo di studenti di azione universitaria e di centrodestra che hanno esposto uno striscione con scritto «Fuori i terroristi dall'Università».

il manifesto 19.4.07
Una testa, un'idea. Ascoltare le mille voci della sinistra
di Valerio Calzolaio e Alessandro Pollio Salimbeni


Si stanno muovendo le cose a sinistra. Il Partito della rifondazione comunista ha svolto la conferenza di organizzazione, conferma la scelta dell'impegno di governo, il processo di costruzione di Sinistra europea e, insieme, apre il tema della ricerca sul socialismo di oggi, con l'idea di un «cantiere» unitario della sinistra italiana. Il Partito dei comunisti italiani, in una stagione congressuale quasi conclusa, riprende la proposta della confederazione. I Verdi avviano il 4 maggio una fase costituente allargata e tematizzano un patto di consultazione a sinistra. Lo Sdi ha svolto il suo congresso straordinario per avviare la costituente socialista e aprire una fase di confronto ravvicinato innanzitutto con la sinistra Ds. Al congresso nazionale dei Ds, noi delegati della mozione Mussi stiamo dando vita al Movimento per la sinistra democratica, un soggetto politico aperto e transitorio per una costituente alternativa al Partito democratico. Usiamo tutti parole analoghe, sentiamo tutti le stesse urgenze: certo vi sono storie e pratiche, forse significati e strategie in parte diversi. Colpiscono però il fermento, la vivacità, l'attenzione reciproca, la comune sensazione che la politica italiana abbia bisogno di un salto di qualità, nella rappresentanza a sinistra, nel disegno di strategie all'altezza delle sfide del presente, nel dare al governo Prodi un più solido carattere di innovazione e trasformazione del paese. Oggi sembra esserci una potenzialità in più: conta e incide la scelta di partecipare unitariamente, per la prima volta, al governo dell'Italia in un'Europa unita.
Proviamo a elencare i fattori comuni. La scelta di «governare», non solo per la sua inevitabilità a fronte del rischio-Berlusconi, cercando nuovi stimoli per superare evidenti difficoltà e problemi. La scelta dell'Unione, come polo di centrosinistra in un bipolarismo giusto, equilibrato e da irrobustire. La preoccupazione per la frantumazione del sistema politico e per l'indebolimento della rappresentanza sociale e culturale, non affrontabile solo in termini di strumentazione elettorale. La convinzione che la costituzione del Partito democratico riguarda solo una parte dello schieramento politico di centrosinistra. Un atteggiamento non favorevole alla «produzione di partiti a mezzo di partiti», alla difesa delle micro-formazioni come inerzia organizzativa. Ora, come possiamo fare passi avanti, tutti, insieme?
Il «campo della sinistra» non è caratterizzato solo dalle organizzazioni politiche, investe anche la ricchissima presenza di esperienze associative, di ricerca, di lotta sociale, di attività culturale. La rappresentanza non è problema che riguardi solo le forze politiche organizzate. Le culture che cercano di esprimere una nuova narrazione della società e del mondo, dinanzi al crescere delle nuove e vecchie contraddizioni, sono un patrimonio per arricchire la cultura politica della sinistra. L'assunzione piena e consapevole della crisi di un modello di sviluppo distruttivo dell'ambiente e il carattere fondativo della differenza di genere, il lavoro - fondamento di dignità e emancipazione - e i diritti - fondamento delle libertà individuali e dell'uguaglianza - sono i pilastri di un nuovo socialismo. E fa parte integrante della nostra riflessione il tema della ricostruzione di forme e sostanza della partecipazione politica. Il punto essenziale è proprio quello della discussione pubblica come percorso e assunzione condivisi delle scelte politico-amministrative e di governo. Pensiamo che si debba andare oltre l'idea che partecipazione sia una scheda o una preferenza. Nessuna obiezione a «una testa, un voto»: è la base della democrazia rappresentativa. Non basta. Bisogna aggiungere «una testa, un'idea»: è la base della ricostruzione dello spazio pubblico, della politica, della riduzione e del superamento della distanza tra governanti e governati. E allora bisogna pensare in termini di reti e non di strutture gerarchiche.
Certamente i partiti ci sono e continueranno a esserci, nodi nella e della rete. Ci sono come «deposito» storico, tessuto del radicamento sociale e territoriale, significativo selettore e formatore del «personale politico» e strumento a disposizione di quanti ( e sono i più numerosi) non hanno voce né strumenti né potere. Invece non ci sono più come «antenna» nella e della società, come punto di riferimento articolato e diffuso per raccogliere e rielaborare bisogni e aspirazioni. E allora rischia di rimanere solo l'aspetto di gestione del potere politico, di selezione dei gruppi dirigenti per appartenenza e non per merito, di sovrapposizione e non di sovrastruttura della società.
Avanziamo una proposta. Avviare una fase di «ascolto», una campagna di consultazione per raccogliere idee e proposte dal popolo della sinistra italiana, sui valori fondamentali (ambientalismo, laburismo, pacifismo, laicità, uguaglianza, differenza di genere, modello di sviluppo, antifascismo, ecc.), sulle priorità politiche (l'Italia nella cooperazione pacifica allo sviluppo sostenibile, dimensione europea sociale e energetica, cambiamenti climatici e politiche industriali, scuola pubblica, pensioni e welfare, diritti sociali e diritti civili) sulle forme e sugli strumenti della politica (l'identità, la partecipazione, la militanza, i simboli elettorali). La campagna potrebbe essere promossa insieme da tutte le forze della sinistra- da noi allo Sdi, dal Prc al Pdci, dai Verdi a altre soggettività politico-culturali, come l'Ars o RossoVerde, come l'Arci o l'arcipelago delle associazioni, fino - con un approfondimento sulle forme possibili - al sindacato. E, ancora, alcuni importanti mezzi di comunicazione, dall'Unità al manifesto, dal Riformista a Aprile, da Carta a Ecoradio e così via. Da luglio a settembre, utilizzando feste di partito, sedi, conferenze, piazze cittadine, l'utilizzo di tutte le risorse della comunicazione via web, può «camminare» un'esperienza con pochi precedenti. Ciò che conta è che all'impianto, alle «domande» su cui raccogliere tante opinioni, un milione di voci, ciascuna componente possa contribuire con il proprio punto di vista, anche non collimante con quello di altri, proprio per assicurare il carattere di autenticità delle risposte.
La campagna risponde agli indirizzi espressi negli organismi di tutti i soggetti politici organizzati italiani che si richiamano alla sinistra e non sono finora interessati alla costituente del Pd, pur sostenendo il programma e l'esperienza di governo dell'Unione. La campagna risponde all'esigenza diffusamente espressa di partire dai contenuti, di verificare gli indirizzi, senza sottolineare ogni aspetto identitario e evitando personalizzazioni.
Dopo l'«ascolto» potrà essere avviato il confronto sull'eventuale quota di sovranità che gli attuali soggetti possono destinare a dinamiche unitarie e a intrecci con i movimenti, magari sperimentandole, ove possibile, in occasione delle amministrative 2008.

Liberazione 19.4.07
Giordano: «Ecco come vedo Se e cantiere»
«La Sinistra europea nasce "aperta", disponibile al confronto con tutte le identità, soprattutto sul da farsi»
«E una nuova soggettività unitaria e plurale nasce dentro i tentativi reali di costruire un'alternativa sociale»
di Stefano Bocconetti


Ricerche identitarie, scomposizioni, riaggregazioni. Comunque, sarai d'accordo che l'aspetto della sinistra sta per essere terremotato, o no?
Sicuramente si apre uno scenario nuovo.
E Rifondazione che fa? Sta a guardare?
Tutt'altro. Credo che tutto questo ci imponga di accelerare nella costruzione della Sinistra Europea. Tant'è che a metà giugno abbiamo già fissato l'assemblea fondativa del nuovo soggetto politico. Con una voluta contestualità col congresso fondativo della Linke tedesca. E lì uscirà la proposta forte di unire la sinistra antiliberista e pacifista, di aggregarla perchè cominci a disegnare un'alternativa possibile.
Ma la Sinistra europea nasce già immaginando come superare se stessa, come pure dice qualcuno? Ha già in mente come mettere assieme tutta intera la sinistra?
Se vuoi sapere se la Sinistra europea è una formazione a tempo, ti dico di no. Ma certo nasciamo "aperti", disponibili al confronto con chiunque. Questa è la nostra proposta, poi ci confronteremo con le altre che saranno in campo. E immagino davvero un confronto serratissimo, a tutto campo, come si dice, nel quale nessuno nega l'identità di nessuno, in cui nessuno chiede a nessuno di rinunciare alla sua identità, neanche ad un pezzo di essa. Ma chiedendo a tutti di confrontarsi sulle cose da fare. E vedremo lì, in questo confronto, se ci sono le possibilità di accelerare nella costruzione di una nuova soggettività della sinistra d'alternativa. Unitaria e plurale.
Confronto, hai detto. Hai un'agenda da proporre?
Un grande tema sopra gli altri: la critica alle forme attuali del capitalismo.
Impegnativo, non trovi?
E però a me sembra davvero di essere di fronte a un paradosso. Siamo di fronte a una globalizzazione che ha effetti devastanti: nelle disparità sociali, nelle disuguaglianze, nel restringimento della democrazia. Restringimento tanto evidente che la caratteristica attuale del liberismo è di essere appunto illiberale. Siamo di fronte a nuove forme di aggressione al pianeta, alla natura.
E il paradosso dov'è?
E' che mentre tutto questo fa crescere l'urgenza di un'alternativa…
Siamo al "socialismo o barbarie", insomma?
Esattamente. Come sosteneva Rosa Luxemburg, certo in un contesto radicalmente diverso. Mentre c'è tutto questo, dicevo, una parte della sinistra decide di approdare definitivamente alla cultura liberaldemocratica. Sì, è davvero paradossale.
Sarà questa la discussione che proporrete alla sinistra, al resto della sinistra?
Di certo non si limiterà a questo. Se vogliamo uscire dall'autoreferenzialità della politica credo che occorra legare, mettere in relazione, la discussione con le dinamiche sociali. C'è insomma l'agire quotidiano che deve impegnarci.
Che vuol dire?
Che la discussione col partito democratico e con le altre forze democratiche, col resto della sinistra deve anche puntare all'oggi. L'abbiamo detto e lo ripetiamo tanto più in queste ore: in Italia si deve riaprire una politica di risarcimento sociale. Con l'aumento delle retribuzioni, con la fine della precarietà, con la crescita della sanità pubblica.
Discussione, e poi?
Ti faccio un esempio per capire. Sta per partire la vertenza di una delle più grandi categorie dell'industria, i metalmeccanici. Fra i primi ad avere diritto ad un risarcimento sociale, a cominciare dai loro salari. Allora domando: vogliamo o no costruire un'adeguata rappresentanza politica di questa vertenza? Di questi lavoratori? Vogliamo imporre un modo di far politica che si sottragga, finalmente, a quella filosofia che vuole sempre e comunque centrale l'impresa?
Torniamo a Firenze. Qualcuno dice che questo sarà l'ultimo atto di ciò che resta del Pci. Se è così come lo vivi?
Vedi, sono segretario di un partito che ha puntato tutte le sue carte sull'innovazione. Abbiamo investito, e investito tutto, sui nuovi movimenti. Credo che il progetto di rifondare il pensiero e la pratica comunista sia entrato ora nella fase decisiva. Credo che davvero noi siamo fuoriusciti dalla logica del Novecento: con la scelta della non violenza, con l'idea che non esiste l'occupazione del potere. Con l'idea che quel potere va cambiato e criticato.
E per ciò che riguarda i ds?
Credo che non ci fosse dubbio che il Pci, all'epoca della Bolognina, avesse bisogno di un totale ripensamento politico e culturale. Aveva bisogno di una forte innovazione. Quella che è risultata vincente è andata in senso opposto ai bisogni di chi si oppone a questa società capitalista. C'era bisogno di ripartire, insomma, ma non in quella direzione. E ora francamente, per chi già da tempo aveva scelto il governo come unico obiettivo, il processo va a concludersi.
Quindi, nessuna emozione?
No. La storia del Pci era finita, non finisce oggi.
Ma dì la verità: ora che tutto è in movimento tu riesci ad immaginare la fisionomia della sinistra da qui a qualche anno?
Io so che sinistra voglio. Dentro uno spazio europeo, che disegni un'alternativa sociale, che risponda alla crisi della politica. Che risponda, dia una risposta alla solitudine, alla competizione sfrenata, all'individualismo, al plebiscitarismo. Che disegni comunità, che costruisca alternativa, che sappia interagire coi movimenti. Questa è la sinistra che vorremmo.
Ma quando si farà?
E' il compito di oggi. So che dobbiamo tenere aperta questa strada. Non è facile. Anche perchè non possiamo farlo a tavolino. Dobbiamo farlo dentro il travaglio sociale di questi anni. Sì, io così immagino il cantiere di cui ha spesso parlato Fausto Bertinotti. Aperto a tutti, indipendentemente dalla collocazione di ciascuno. Tu sei in quel partito, io in quest'altro, io voglio fare questo, tu vuoi fare quest'altro. Non sarà questo d'ostacolo al confronto. Ma la discussione deve avvenire "dentro" i tentativi che si fanno per costruire un'alternativa di società. Vedo che procedono a ritmi forzati i processi di disgregazione sociale: fra chi ha e chi no, ma anche fra l'alto e il basso della società. Fra chi ha informazioni e chi non ne dispone. Disgregazione che attraversa i ceti, le classi. Qui dobbiamo costruire il soggetto della sinistra. Mi chiedi se ce la faremo? Lo spero. Noi ci stiamo lavorando.

mercoledì 18 aprile 2007

l'Unità 18.4.07
Chi le ha rubato la vita
di Giovanni Bollea


Le vicende che hanno creato una tensione così devastante da spingere quella bimba di 13 anni, a Taranto, giù nel baratro scavalcando la finestrella, che nell’universo infantile rappresenta mille confini, mille misteri ma non quello della vera morte, devono essere state davvero tragiche e pesantissime. Una morte che per lei come per la maggior parte dei suicidi infantili è stata imprevedibile: è l’imprevedibilità infatti la loro caratteristica più sconvolgente. Ma la comprensione della morte e delle distorsioni difensive di tale percezione, evidenti nel bambino suicidario, richiedono un’analisi molto approfondita. E in questo caso, per riuscire a darne un’interpretazione, bisogna trovare la vera relazione tra il suicidio e le «circostanze» di vita, rispetto al rapporto con i tratti di personalità della bambina oltre alle caratteristiche peculiari del contesto familiare o del contesto sociale in cui viveva e con il quale, non si era sviluppata una necessaria empatia.
Un gesto così autodistruttivo, all’interno di un rapporto di forze di attrazione e repulsione verso la vita e verso la morte (che esiste in ognuno di noi) e il cui equilibrio varia secondo le circostanze di vita più o meno drammatiche è sempre e comunque sconvolgente. Perché tutti ci chiediamo quali reali circostanze l’hanno portata alla “disperazione” e alla perdita di speranza in un cambiamento che potesse risolvere problemi per lei irrisolvibili? Avrebbe potuto essere disturbata fin dall’infanzia: chi lo sa? Certamente non era una bambina felice. Le violenze subite fisiche e psicologiche l’avevano rinchiusa in una così forte rigidità cognitiva, che ognuna di esse veniva certamente vissuta come una perdita ripetuta, nell’impossibilità di sopportarne le frustrazioni. Alla fine ha vinto infatti un mancato controllo dell’aggressività contro se stessa, ormai sofferente e devastata dai sensi di colpa e dal calo di autostima. Reazione a corto circuito = un circolo chiuso. Le dinamiche familiari, multiproblematiche vissute nell’indifferenza e nella povertà e il distacco da una pseudo famiglia che non potendo e non volendo toglierla dall’Istituto che la ospitava, chissà in quali condizioni, l’avvolsero in un sentimento di atroce isolamento e di assoluta estraneità.
Forse i fatti come sono accaduti veramente non si conosceranno mai ma le violenze subite, lei, quella bambina, le ha conosciute: pene sia fisiche che psicologiche. Ed è la fissione di un conflitto così profondo e atroce, supportato dalla mancanza di un Io ausiliario che l’ha portata su quel davanzale. La finestrella che lei vedeva come una soluzione e non come una vera fine. Perché nei bambini suicidari, anche nei momenti più terribili, l’attrazione per la vita è sempre molto elevata. Quella vita che tanti troppi personaggi equivoci non chiari e non sinceri le hanno tolto. Perché quell’attrazione per la morte che lei visse come una strategia difensiva la travolse ancora più violentemente di quanto non la trascinasse la sua angoscia. E su queste morti, che ormai sono un centinaio all’anno, pochissimi di noi vogliono riflettere con l’autentico desiderio di capire per poterle evitare. Prima di tutto con il cuore.

l'Unità 18.4.07
Nigra. «La mozione Angius corrente del Pd?
Chi l’ha detto? Vedremo dopo Firenze»


Faranno il punto della situazione nel tardo pomeriggio di domani. Dopo l’intervento di Piero Fassino e prima del ricevimento degli invitati stranieri a Palazzo Vecchio. La terza mozione «Angius-Zani», serra le fila in vista del confronto congressuale. Alberto Nigra, portavoce della mozione, spinge sull’acceleratore: «È la maggioranza a doversi muovere. Ma quella, da una parte fa di tutto per rassicurare la base, ma poi si rifiutano di fare una qualsiasi proposta, anche quella di una verifica alla fine del processo». Sul tema incalza con una notazione storica, il passaggio dal Pci al Pds, che «avvenne attraverso due passaggi congressuali: il primo nel quale nacque “la Cosa”, e il secondo dal quale uscirono coloro che non si riconoscevano nel nuovo soggetto. Noi adesso andiamo verso lo scioglimento dei Ds in vista di un partito che ha caratteristiche ancora oscure».
Sul tema congressuale la Angius-Zani rilancia sui propri temi: i tempi del processo costituente («perché come si fa a dire allo Sdi di partecipare ad una fase costituente quando già ci si è avviati su questo cammino, anche prendendo decisioni condivise?»), l’approdo nel Pse, l’azzeramento del manifesto dei valori di Orvieto («bisogna scrivere una cosa nuova»). Dal punto di vista tecnico, Nigra si dice preoccupato dell’istituzione, in questo congresso, della «Commissione modifiche e norme» che lui vede «funzionale allo scioglimento dei Ds». Quello, afferma, «è il luogo dove verranno decise le norme. Norme sulle quali non si continua a fare chiarezza».
Ultimo tema: il congresso va combattuto fino in fondo. Per adesso, quindi, afferma Nigra, «non c’è alcuna intenzione di costituirsi in una corrente». E nemmeno di aprirsi al progetto della maggioranza senza aver fatto cambiare rotta, almeno un po’, al progetto del Pd. «La mozione, dopo il congresso, si riunirà nella prima settimana di maggio per ragionare sugli esiti del congresso Ds. E su quello che c’è da fare», conclude Nigra. e.d.b.

l'Unità 18.4.07
Non mangio quindi «sono»
di Manuela Trinci


L’ANORESSIA colpisce tre milioni di italiani, nel 90 per cento dei casi donne. Non più legati solamente all’età dell’adolescenza, oggi i disturbi dell’alimentazione colpiscono anche i bambini. E sono diverse anche le cause

Il «mal di cibo» colpisce tre milioni di italiani e nel 90% dei casi si tratta di donne. I disturbi dell’alimentazione, secondo i dati degli esperti - illustrati in occasione dell’ultimo Congresso dell’Associazione nazionale dei dietisti - sembrano essere in crescita, con alcuni mutamenti di rotta a sorpresa. Il dato nuovo riguarda l’età: colpite anche le over quaranta - in crisi di fronte al corpo che «cede» e diffidenti verso l’estetica orientale «dell’appassire delle cose» -, mentre tra le giovanissime l’anoressia si arrende alla bulimia (nella fascia 12-25 anni, l’1% delle donne contro 0,5% di quadri anoressici). Sotto accusa il modello dell’alimentazione fast-food, junkfood e take-away. Un modello che oltre a produrre una pericolosa perdita dei «sensi» in cucina, come ha allertato di recente lo psicoanalista Jesper Juul, si scontra con quello della magrezza a tutti i costi.
E se il «disturbo» tra le adolescenti rimane comunque alto (di 3-5 casi ogni mille ragazze), ad ammalarsi di anoressia sono adesso anche i bambini, che già a partire dagli otto anni presentano sintomi quali il vomito autoindotto. Alta pure l’incidenza di ulteriori declinazioni dei disturbi alimentari: dal «disturbo da alimentazione incontrollata» che va dallo 0,7% al 4% nelle fasce di popolazione «non cliniche», ai «disturbi alimentari non altrimenti specificati» che riguardano per il 3-4% le giovani donne.
Lo sbandieramento impudico e generalizzato dei dati sui disturbi alimentari, e in particolare su quelli relativi all’anoressia, fu indicato, tuttavia, agli albori del fenomeno - attorno agli anni ottanta - come un’ ulteriore pressione mediatica che poteva aver favorito la fortuna mondana dell’anoressia.
Le inchieste sulla nuova epidemia del secolo si sono, infatti, accavallate e i bombardamenti di cifre, talora assolutamente inattendibili, si sono susseguiti come bollettini di guerra alternandosi a un prolificare di siti web stracolmi di sfoghi personali, profferte di aspiranti curatori, memorie di ex anoressiche, e ad altrettante confessioni di personaggi pubblici, veri e propri testimonial, che hanno attraversato il loro «tunnel dell’anoressia» presenziando in ogni talk show televisivo e riempiendo le cronache dei tabloid.
Senza minimizzare la pena delle persone che soffrono di disturbi alimentari, né quella dei loro familiari, bisogna tuttavia dare conto dell’amplificazione esasperata, della pressione congiunta, che il «disturbo alimentare» riceve ogni giorno dai mezzi di comunicazione, dalla moda, nonché da un contesto sociale che non riesce più a far diventare adulti i propri figli. Si può allora pensare che quest’insieme esasperante sia anch’esso un sintomo e che svolga un proprio ruolo nella facilità con cui attualmente molte persone che vivono momenti di disagio scelgono questo modo, e non un altro, per manifestarli.
«Meglio essere anoressica che essere nessuno», ha confessato una giovanissima paziente alla sua terapeuta, sintetizzando decenni di studi che dell’anoressia, e del disturbo alimentare più in genere, hanno colto le radici in una penosa inconsistenza dell’«essere».
E diciamo pure che all’unisono, psicoanalisti, dietisti, pediatri, psicologi ecc., hanno visto nella precocità dell’insorgenza di molti disturbi alimentari un derivato dell’ordinaria sregolatezza «del vivere insieme», di una forte carenza, nella famiglia moderna, del senso del limite. Inevitabile conseguenza è stata il vacillare dei punti saldi di riferimento per l’identità: quella garanzia di sicurezza che nasce dal sentirsi amati da qualcuno che sa anche dire di no e sostenere quella giusta dose di conflitto che favorisce poi, nei ragazzi, la maturazione e il distacco psicologico e materiale dai genitori. Bambini, dunque, allevati secondo una mentalità permissiva che insieme alla funzione punitiva, esasperata nelle precedenti generazioni, ha azzerato pure la funzione educativa e protettiva; bambini alla fine lasciati in balia di se stessi: esaltati per le loro risposte intellettuali precoci e forzati ad essere protagonisti delle loro «scelte» e del problema di costruire da soli un argine ai propri impulsi, da quelli aggressivi e distruttivi a quelli alimentari. Da qui, ha osservato la psicoanalista Simona Argentieri nel libro scritto a quattro mani con la giornalista Stefania Rossini (La fatica di crescere. Anoressia e bulimia: i sintomi del malessere di un’epoca confusa, Frassinelli), si originerebbe la risposta fallimentare di un autocontenimento, perpetrato attraverso soluzioni pseudo-autonome che cercano di soddisfare bisogni sempre più illimitati e sempre più ispirati a ideali dell’Io in cerca di effimera bellezza, facili successi e guadagni e che producono generazioni senza «sensi di colpa» ma con grandi «sensi di inadeguatezza».
Non più dunque giovinette diventate scheletriche e inappetenti o grasse e voraci per attirare l’attenzione su di sé, o per intrappolare in una risposta «sistemica» le tensioni familiari, o per far sentire i genitori colpevoli, oppure, come hanno sostenuto gli organicisti ad oltranza, per carenza di serotonina o orexina o di altre disfunzioni ancora. Piuttosto «eroine» che oltre il muro della noia, della rabbia per un corpo che cambia come un trasformer e dell’invidie feroci verso diafane amiche o irraggiungibili top-model, sono alla ricerca di colmare un vuoto di identità, che paradossalmente può essere riempito con un «Io sono anoressica». Con un «sintomo totale», che diviene poi, per chi sia in «ascolto», il segnale di angosce legate al doversi confrontare con le grandi fatiche psicologiche della vita: la fatica di definire la propria identità, la fatica di entrare in rapporto con l’altro, la fatica di scegliere.
Il corpo, nella sua concretezza diviene così un’ulteriore espressione dell’incapacità di «mettere dentro» e di utilizzare le esperienze da parte di generazioni che crescono più sfiorate che penetrate dalla vita.
Il muto linguaggio esistenziale con cui si denuncia la sofferenza oscilla, in maniera povera e ripetitiva, fra chili di troppo, chili perduti, digiuni, abbuffate e il sogno di «apparire» finalmente magra come una biro e piatta come un Cd. E la psico-diagnosi, mentre fissa il disturbo, diviene per assurdo rassicurante, perché riconduce l’ansia di un male oscuro a qualcosa di cui tutti parlano, di «sociale» e quindi soggettivamente deresponsabilizzante.
In tal senso, che lo si ammetta o meno, il «disturbo alimentare» ha compiuto da almeno due decenni il passaggio da problema privato a questione che suscita pathos nell’intera comunità.
Si è parlato di anoressia e bulimia come di malattie sociali tipiche del nostro tempo, perché tipica del nostro tempo «di tristi passioni» è la fede acritica nello stereotipo e nell’omologazione ai modelli dominanti, da quelli educativi a quelli estetici della magrezza. Si sono poi apostrofate come nuovi «disagi della civiltà», interpretate come un rispecchiamento consumistico della compulsione a divorare tutto, e ancora si sono lette come una prova dello svuotamento del mito della bellezza sganciata dalla relazione con gli altri e ridotta a una sorta di gioco autarchico. E ancora si è detto, della anoressia e bulimia, che di fronte a una ricerca semplicistica di causa-effetto, che di volta in volta puntava l’indice contro qualcosa o qualcuno, si doveva piuttosto addivenire alla considerazione di un rapporto dialettico fra i vari elementi in campo, e che di fronte a un eccesso di psicologizzazione e diagnosi sommarie, tali nuovi flagelli potevano venire affrontati anche per vie indirette, sociali e politiche, senza con questo perdersi in una passiva attesa di «salvezza».
Stabilito che a tutt’oggi nessuno per quanto sia Ministro della Salute o della Famiglia può, o tanto meno deve, trasformarsi in sceriffo e affrontare gli errori dei rapporti in famiglia, o impedire l’accesso negli outlet ai bebé in carrozzina, o l’acquisto di babies-tutine griffate e altro (perché il buon dì si vede dal mattino!). Dal mondo della politica e delle istituzioni governative possono invece arrivare segnali positivi e sobri modelli. Segnali che facciano sentire alla gente un interesse autentico, una presenza impegnata nonché la fiducia che «lavorando, cambiare si può». Il manifesto di autoregolamentazione della moda italiana contro l’anoressia (proposto e siglato nel dicembre 2006 da Giovanna Melandri, Ministro per le Politiche giovanili, e ora ampiamente raccontato - a partire dai postulati scientifici dei quali si basa fin nei suoi divertenti retroscena - nel libro Come un chiodo. Le ragazze, la moda, l’alimentazione, Donzelli) segnala una volutamente parziale eppure significativa azione politica di contrasto e di assunzione di responsabilità sociale verso i giovani. Si tratta di una carta di valori, concreti e simbolici, di una promozione di modelli culturali positivi, di un’idea di bellezza diversificata, mediterranea, sana. Ma, pure in questo caso, è soprattutto il modello che conta: una giovane donna, un Ministro alle prese con altre donne, esperti, imprenditori. Una donna che contrasta decisa le tendenze e che si muove sapendo anche dire di NO. E la speranza è che anche loro, i giovani, imparino a dire di NO, ai genitori, certo, ma anche alla televisione, alla moda, al conformismo piatto e omologante. Nel capitolo terzo del Critone platonico, Socrate rivolge una domanda al suo antagonista: «e che, o Critone, dovremmo seguire i saggi o i molti?» La risposta è scontata.

l'Unità 18.4.07
Un altro parroco indagato per abusi sessuali
Dopo il caso di don Lelio Cantini, accusato di violenze da alcuni suoi ex fedeli, la procura di Arezzo sta indagando su un ex francescano che guida una casa di accoglienza per minori
di Osvaldo Sabato


La tegola sulla curia aretina giunge proprio mentre il vescovo Eugenio Binini è a Roma insieme agli altri vescovi toscani per la visita “ad limina” a Benedetto XVI. Ecco perché, fanno sapere dalla curia, non ci sarà nessun commento ufficiale fino al suo rientro ad Arezzo, previsto per sabato. Intanto, fonti informali della diocesi aretina fanno sapere che il vescovo è già stato informato su tutta la vicenda «ma la sta seguendo in maniera non diretta» per gli impegni in Vaticano. Come è prevedibile in questi casi la cautela è d’obbligo. Ma il clamore suscitato dalla perquisizione in una casa di accoglienza per minori e l’avviso di garanzia della procura ad parroco aretino, un ex frate francescano, per presunti abusi sessuali, fa discutere. Questa vicenda giunge a ridosso di quella di don Lelio Cantini, anche lui indagato dalla procura, per violenze sessuali e costrizioni psicofisiche consumate in una parrocchia di Firenze. Accuse che erano state confermate anche dall’arcivescovo Ennio Antonelli. Ora scoppia quest’altro caso ad Arezzo. La polizia è piombata all’alba nella comunità di recupero per minori e su mandato del pm Ersilia Spena ha perquisito lo stabile e sequestrato il pc del sacerdote. In attesa degli sviluppi, la diocesi, prende le distanze, e sottolinea che tutto ciò che la procura contesta sarebbe avvenuto non dentro la parrocchia ma in una struttura che non è collegata con la curia. I reati contestati sono molto gravi e vanno dalla violenza sessuale, all’abuso di metodi correzionali, maltrattamento, falso e lesioni. A differenza dell’ex abate di Farneta, don Pierangelo Bertagna, che nell’estate del 2005 confesso ben trentotto episodi di violenza, questo parroco nega tutto e si dichiara tranquillo «sono assolutamente innocente» dichiara ad un giornale aretino. Nell’inchiesta è coinvolta anche la madre. Naturalmente ora spetta alla magistratura fare luce su questa vicenda. Ma il parroco non ci sta e passa al contrattacco e parla di «risentimento» nei suoi confronti. Da parte di chi? Sarà la procura, eventualmente a dirlo.

il Riformista 18.4.07
Sorpresa: niente Repubblica al gala del figlioccio
di Fabrizio d’Esposito


La battuta più efficace arriva mentre sta parlando Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti. Serventi Longhi sta rivolgendo un appello ai leader politici amici della tessera numero uno del futuro Partito democratico. In pratica un messaggio diretto a Walter Veltroni e Francesco Rutelli: «Perché non chiedono a Carlo De Benedetti e a suo figlio Rodolfo se la situazione di Repubblica e dell’intero gruppo Espresso non vìola e mortifica il manifesto del Pd laddove parla di democrazia nei luoghi di lavoro, corrette relazioni sindacali e partecipazione attiva dei lavoratori?». A quel punto dal fondo della saletta si alza una voce che corregge il segretario della Fnsi: «Perché invece non gli chiedono di restituire la tessera numero uno?». Piano meno uno della sede di Repubblica al civico novanta di via Cristoforo Colombo. Il comitato di redazione del quotidiano di Ezio Mauro ha convocato una conferenza stampa per spiegare le ragioni dello sciopero di sette giorni indetto lunedì scorso. E cioè la decisione della proprietà, il gruppo editoriale L’Espresso spa presieduto dall’Ingegnere, di non concedere sostituzioni per malattie lunghe (infortuni, tumori e maternità a rischio).
Al di là però del motivo specifico, così come già accaduto a dicembre quando dalle tredicesime furono decurtati i giorni di sciopero per il contratto nazionale, la protesta del principale giornale-partito italiano assume una forte valenza politica. Primo perché lo sciopero cade in un grande momento di svolta segnato dai congressi di Ds e Margherita che sanciranno la nascita del Pd, di cui il quotidiano di via Cristoforo Colombo può considerarsi il padre putativo. Poi perché lo scontro tra l’azienda della tessera numero uno del Pd e le redazioni del suo gruppo (in difficoltà non ci sono solo i giornalisti di Repubblica) è ormai così forte e visibile da essere diventato un caso imbarazzante e delicato per i vertici di Quercia e Margherita.
Come riassume bene un autorevole deputato ds: «In questo scontro noi stiamo dalla parte dei giornalisti, ma il problema è che non si può parlare male di De Benedetti. Guai a farlo. Chi di noi si è esposto in tal senso si è preso una bella ramanzina da Fassino». Dice, invece, a microfoni aperti, Roberto Cuillo, responsabile informazione dei Ds e fedelissimo del segretario: «Noi abbiamo solidarizzato più volte con la redazione di Repubblica, dove da tempo è in corso una vertenza aspra e lunga con l’editore. Ma lo sciopero durante i due congressi rischia di fare male più a noi che a De Benedetti». Sulla stessa linea anche il rutelliano Renzo Lusetti, omologo di Cuillo nella Margherita: «Questo sciopero ci mette in seria difficoltà nel corso di un passaggio epocale, storico. Ai giornalisti, cui pure abbiamo manifestato la nostra solidarietà, chiediamo di differire lo sciopero». Ma difficilmente la richiesta dei due partiti fondatori della nuova creatura politica sarà accolta dall’assemblea dei redattori del quotidiano di Mauro. Ieri, infatti, durante la conferenza stampa i giornalisti di Repubblica non solo hanno confermato l’intenzione di non mollare («Non cederemo mai sulla dignità del nostro lavoro») ma per la prima volta hanno anche steso sotto gli occhi di tutti i panni sporchi di famiglia. In questo senso, l’intervento più appassionato e chiaro è stato quello di Mauro Piccoli, uno dei veterani del giornale.
Piccoli ha rivolto a Carlo De Benedetti tre domande devastanti. La prima sulle voci che riferiscono di un scontro violento tra l’Ingegnere e suo figlio Rodolfo, supportato dall’amministratore delegato Marco Benedetto, intorno alle strategie editoriali della famiglia. In pratica l’asse RDB-Benedetto vorrebbe tagliare e vendere per concentrarsi su altri interessi (Alitalia, energia elettrica, autostrade). Ecco quindi Piccoli: «Questo giornale, negli ultimi due anni, è tornato in testa alle classifiche di vendita, superando il Corriere della Sera, e vanta un bilancio ampiamente in attivo. Tutto ciò è stato raggiunto da questa direzione e da questa redazione. E allora mi chiedo se sia giusto tenere così a stecchetto la redazione. O forse dobbiamo ritenere vero quello che si sussurra nei corridoi e cioè che c’è un contrasto nella famiglia De Benedetti dove c’è chi il giornale lo vuole vendere?». La seconda questione è molto scivolosa, perché riguarda il rifiuto della proprietà di aderire alla sottoscrizione lanciata da Mauro a favore delle famiglie dell’autista e dell’interprete afghani di Daniele Mastrogiacomo, uccisi dai talebani durante e dopo il sequestro dell’inviato di Repubblica: «Per la sottoscrizione l’azienda non ha messo una lira. A precisa richiesta ha detto no, ufficialmente per tutelare i giornalisti da possibili ritorsioni. Mi chiedo se dietro non ci sia dell’altro come la sconfessione della linea tenuta da Ezio Mauro nella vicenda Mastrogiacomo. Forse l’azienda vuole abbreviargli la proroga del mandato di cinque anni, visto che Mauro non è un direttore da tagli e da multimedialità selvaggia?». Infine una richiesta esplicita di dimissioni al falco Benedetto, l’ad del gruppo: «Quando a dicembre facemmo due giorni di sciopero contro i tagli alle tredicesime, vincemmo poi la battaglia e in quell’occasione si vociferò di una minaccia di dimissioni da parte dell’amministratore delegato. E, chiedo, se viene sconfessato ancora una volta, non riterrà opportuno doversi dimettere?».
Insomma, un clima da guerra, in cui il direttore Mauro, dicono anonimamente alcuni giornalisti, sarebbe schierato con la redazione (ma dall’azienda fanno sapere in maniera ufficiosa che il direttore è «allineato perfettamente») e il fondatore Scalfari con la proprietà. Come che sia, la tribù di Repubblica non seguirà i due congressi storici di Ds e Margherita. Meglio, una pattuglia di cronisti sarà presente. Ma per chiedere ai vertici del futuro Pd se il loro editore è degno della tessera numero uno, non per scrivere.

Corriere della Sera 18.4.07
Suicidi e Aids, i «matti» dimenticati di Aversa


AVERSA (Caserta) — Nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa ci sono stati tre suicidi e due morti per Aids solo negli ultimi mesi.
Nella vecchia struttura, che risale al 1876 e «ospita» 300 persone invece delle 170 previste in base alla capienza, le storie di disperazione sono quotidiane. E secondo il direttore Adolfo Ferraro, si può stimare che il 60% dei detenuti potrebbe uscire se ci fossero strutture adatte a curarli. Ma le Asl non possono o non vogliono occuparsene, anche per una questione di costi.

AVERSA (Caserta) — Il letto dove dormiva Salvatore è una delle sei brandine gialle nella cella in fondo al corridoio al primo piano della staccata. Ora non ci dorme nessuno, non c'è più nemmeno il materasso. Qualche giorno fa Salvatore a quella brandina ci ha annodato un pezzo di lenzuolo, quando ha deciso di uscirsene da qui a piedi avanti. E ci è riuscito. Perché non è vero che quando uno si impicca è la forza di gravità che fa stringere il nodo scorsoio e spezzare l'osso del collo. Può essere pure la forza di volontà. Salvatore quella forza l'ha avuta. Un capo del lenzuolo annodato alla branda, l'altro alla gola. E poi un tuffo in avanti. Solo che così non finisce in un attimo. Ci vuole tempo per morire in questo modo. Salvatore respirava ancora quando i sorveglianti lo hanno visto e hanno aperto la porta della cella.
Era pazzo Salvatore. Pazzo criminale. È inutile cercare altre parole quando la vita di quelli come lui è lasciata scorrere senza speranza in un posto che si chiama ospedale — ospedale psichiatrico giudiziario — ma che alla fine non è diverso da un manicomio. Salvatore era uno dei trecento reclusi dell'Opg di Aversa — che ne potrebbe ospitare al massimo 170 — dove negli ultimi mesi ci sono stati tre suicidi e due morti per Aids. La sezione dove stava lui la chiamano la staccata, perché è separata dal resto dell'istituto e ci stanno quelli messi peggio. L'ultima stanza dell'ultimo piano è anche l'ultimo stadio dell'incubo: due metri per quattro con tre letti uno accanto all'altro. Letti speciali, ai lati i ganci per le cinghie, al centro un buco. Chi perde il controllo e non si calma nemmeno con i farmaci finisce là sopra. Resta immobilizzato finché il medico non dà l'ok a tirarlo giù. Se gli scoppia la pancia la fa attraverso quel buco, se ha un dolore alla schiena o un prurito sulla fronte se li tiene.
Il deputato di Rifondazione Francesco Caruso viene spesso a vedere come vanno le cose qui dentro. Ha fatto interpellanze al Guardasigilli Clemente Mastella, sta cercando di portare la commissione Affari sociali a fare ispezioni ad Aversa e negli altri cinque ospedali come questo che esistono in Italia, punta a una legge che chiuda definitivamente gli Opg.
Accompagnarlo significa passarsi in rassegna la stanza dove è morto Salvatore e la staccata egli altri reparti e l'infermeria, e spulciare il registro dove sono annotate le contenzioni. L'ultima è toccata a Giampiero, che ha tentato di ammazzarsi quando ha capito che la ragazza di cui è innamorato non avrebbe mai risposto alle sue lettere. Lo hanno tenuto lì un paio di giorni. Adesso ne parla quasi come se non ci fosse stato lui legato su quel letto infame: «E che dovevano fare? Non mi calmavo con niente. Ora no, ora sto meglio, ora sono tranquillo». Gli trema appena la palpebra, mentre racconta, ma è normale. Non è mica davvero tranquillo, Giampiero. Non lo è lui e non lo sono gli altri reclusi. Solo che la maggior parte non sono nemmeno più socialmente pericolosi. Su negli uffici è pieno di relazioni positive firmate dagli psichiatri del centro. Il direttore Adolfo Ferraro ha quantificato nel 60 per cento dei detenuti quelli che potrebbero uscire se ci fossero fuori strutture adatte ad accoglierli e curarli. Ma le Asl non sono in grado di occuparsene, oppure non vogliono. E comunque un recluso in Opg costa 600 euro all'anno, fuori ne costerebbe circa ventimila. E così pure a pena scontata, spesso al giudice di sorveglianza non resta altro che applicare la proroga della reclusione. Lo chiamano ergastolo bianco, nessuno sa quando finirà.
Alla staccata c'è uno che si chiama Luigi, ha una quarantina d'anni, lo chiusero qui che era giovanissimo perché al suo paese dava fastidio alle ragazze e menava i ragazzi. Non se ne è mai più andato. Non si ricorda nemmeno più quale era il suo paese e non sa quanto tempo ha passato qui dentro. Il suo compagno di cella, un toscano che prima di arrivare ad Aversa ha girato una decina di carceri e un paio di Opg, lo tratta come un fratello, una volta se l'è portato pure fuori in permesso. Luigi non chiede quando uscirà un'altra volta, non chiede se uscirà mai. Chiede solo le sigarette, è capace di consumarne una con quattro o cinque boccate. Fuma e basta, Luigi.
Peppino invece no, lui vuole andarsene. Ha 42 anni e ne dimostra almeno dieci in più. Indossa un vestito grigio con il panciotto e le scarpe bianche. Corre in cella a prendere la sentenza di proroga della detenzione e se la rigira tra le mani. Dice: «Io a Roma ho la mia casa, le mie cose, il mio lavoro. Ho pure un poco di soldini in banca». Chissà che troverebbe di tutto questo, se ci tornasse davvero a Roma. Sta qui da tredici anni, da quando lo presero ubriaco mentre faceva a pezzi un telefono della stazione Termini. Tredici anni per un danneggiamento.
Rinaldo invece ha ucciso, ma adesso ha 81 anni e vorrebbe andarsene a morire a casa sua a Frosinone. È l'unico che sta in cella da solo, «perché qui sono tutti pazzi e scemi e io con i pazzi e gli scemi non ci voglio stare». Poi va a prendere una sagoma di cartone a forma di violino e dice: «Vedi, sono un liutaio, mica sono uno qualsiasi, io».
Ognuno in questo manicomio ha a suo modo una storia straordinaria da raccontare. Storie di assassini disperati, ladri disperati, rissaioli disperati. Comunque storie di disperati. E nel momento del passeggio nel cortile della staccata —un posto che trent'anni fa chiamavano «lo zoo» — quelle storie ti assalgono tutte insieme. Giuseppe chiede aiuto perché ha un avvocato che si è dimenticato di lui, Anselmo perché «a me mi ha condannato un giudice russo, ma io non ce l'ho con la Russia», Giovanni perché vuole andare in comunità e perché non ha nemmeno le scarpe e nessun parente e nessun dente e non si capisce neanche tanto bene quello che dice. Poi però sì, che si capisce: «Peggio delle bestie», ripete ossessivamente, e si comprende anche perché dica così. «Peggio delle bestie», insiste Giovanni, e si avvia di corsa verso i gabinetti in fondo al cortile. Ecco che intendeva: cumuli di feci sul pavimento, piscio dappertutto, mosche, una puzza che manco a dirlo. Toglie l'unica illusione Giovanni, con quella sua voce che si perde nel naso e nella bocca vuota. Sembrava almeno un posto pulito l'Opg di Aversa. Invece fa pure schifo.

Corriere della Sera 18.4.07
Lo psichiatra. «Sono strutture da abolire Le Asl si occupino dei malati»


Franco Rotelli: spesso finiscono dentro per reati insignificanti, e ci restano per sempre

MILANO — Franco Rotelli fa lo psichiatra; la sua carriera è iniziata nel 1971, a Castiglione delle Stiviere, Mantova. Uno dei sei ospedali psichiatrici giudiziari (ma si chiamavano ancora manicomi criminali) attivi in Italia. E prima di diventare direttore generale della Azienda per i servizi sanitari n˚ 1, a Trieste, ha passato pure tre anni ad Aversa, dal 2001 al 2004, come direttore dell'Ass Caserta 2. E prima ancora, è stato tra i collaboratori di Franco Basaglia, il padre della 180/1978, la legge che chiuse i manicomi. Ma non gli Opg. «E la questione, oggi, non è tanto Aversa. Il problema sono queste strutture, che è da 40 anni che chiediamo di abolire e da 40 anni nessuno lo fa».
Questione (anche) di costi, si dice.
«Certo, negli ultimi tempi le condizioni degli Opg, che dipendono dal ministero della Giustizia, sono peggiorate. Ma qualche soldo in più non basta: sono una realtà inaccettabile, dal punto di vista scientifico e culturale».
Ci sono 1.200 reclusi, dentro quei sei centri.
«E proprio qui sta il punto: chi sono queste persone? Spesso finiscono negli Opg per reati insignificanti, e ci finiscono per sempre. C'è una politica senza senso, un paziente di Bolzano viene mandato ad Aversa, un siciliano a Reggio Emilia, in una logica che li separa dalle famiglie, da un dipartimento di salute mentale che se ne occupi».
Ma i dipartimenti saprebbero farsene carico?
«I dipartimenti di salute mentale delle Asl continuano a essere strutture poco efficienti e organizzate. Se il paziente è di Milano, il dipartimento locale dovrebbe andare a trovarlo, tirarlo fuori il prima possibile, occuparsi del suo reinserimento. Le Regioni e le Asl dovrebbero occuparsi dei propri cittadini, anche quando sono "lì dentro"».
E la magistratura, che dice?
«Ad Aversa abbiamo "tirato fuori" vari pazienti, e il magistrato ha approvato; li dimettono volentieri, a patto di un'assunzione di responsabilità. Se così fosse, di quei 1.200 reclusi ne resterebbe un decimo. Il malato di mente è prosciolto dal reato; e allora, a occuparsene dev'essere il Sistema sanitario nazionale, le Asl».
Che fare degli Opg, quindi?
«Un carcere fatto bene non è molto meglio di un carcere fatto male; e se del carcere, purtroppo, non è immaginabile fare a meno, degli Opg si può. Il ministero della Sanità faccia un tavolo con le Regioni, chieda di che cosa hanno bisogno per assistere queste persone. Altrimenti tra dieci anni parleremo ancora di suicidi. La risposta non è una mano di bianco. E neanche la piscina dell'Opg di Castiglione delle Stiviere».

Corriere della Sera 18.4.07
Lustracja e omofobia, le crociate del governo
Gli insegnanti gay fuori dalle scuole. Scaduti i termini per confessare l'appartenenza al regime. I provveditorati «schedano» le ragazze incinte
di Sandro Scabello


VARSAVIA — Dopo aver ordinato ai provveditorati di eseguire il censimento «a fini statistici» delle ragazze incinte nelle scuole e di essersi battuto per inserire nella costituzione la messa al bando — bocciata in parlamento — dell'aborto, l'ultracattolico ed omofobo ministro dell'istruzione Roman Gyertich scende in guerra contro gli omosessuali. Se passerà la legge che approderà presto alle aule parlamentari, gli insegnanti che confesseranno di essere gay o «qualsiasi altra deviazione sessuale» rischiano una dura sanzione, il licenziamento o addirittura la prigione.
Vicepremier, Gyertich è il leader della Lega delle famiglie polacche, una formazione ultranazionalista e xenofoba, in rovinosa caduta di consensi, che Jaroslaw Kaczynski mantiene nell'esecutivo, assieme al populista Lepper, perché non ha altri alleati con cui governare. Il padre, Maciej, europarlamentare, ha pubblicato un pamphlet antisemita che ha scatenato una paio di mesi fa le ire di Bruxelles. La Lega ha lanciato la sua crociata morale: evangelizzare l'Europa a colpi d'intolleranza. Il suo braccio giovanile, la Gioventù Polacca, quando scende in piazza urla: «Eutanasia per i gay, camere a gas per le lesbiche». Il bello è che Gyertich, quando incontra i colleghi europei, chiede comprensione e solidarietà per le sue iniziative. Lo ha fatto anche per il nuovo progetto che vieta ogni discussione e propaganda dell'omosessualità nelle scuole, condannato aspramente dalle organizzazioni internazionali dei diritti umani. Un'ennesimo atto di discriminazione, che va ad integrare la lustracja (verifica del passato comunista) in corso in Polonia. Ieri, domenica 15 aprile, sono scaduti i termini per la consegna dei formulari a docenti universitari, avvocati, giornalisti, diplomatici, presidi nati prima del 1972, in cui si dovrà dichiarare, entro il 15 maggio, se si è collaborato o meno col vecchio regime comunista. Chi ammetterà di aver lavorato per la polizia segreta non dovrebbe subire conseguenze, mentre è previsto il licenziamento e la sospensione dalla professione per dieci anni per coloro che forniranno informazioni non veritiere o risponderanno picche alla richiesta del governo.
Il mondo dei media è in fermento, le redazioni divise. I quotidiani vicini al governo — Rzeczpospolita, Dziennik, Fakt — sono a favore della lustracja e accusano quanti si oppongono o hanno deciso di boicottarla di «avere qualcosa da nascondere». Il sospetto è che la manovra punti a mettere il bavaglio ai media ostili al governo, soprattutto
Gazeta Wyborcza, il maggior quotidiano del paese, e la rete televisiva
TVN-24 che molti preferiscono all'imbalsamata televisione di stato.
Gazeta, diretta dall'ex dissidente Adam Michnik, ha sempre avuto un atteggiamento fortemente critico nei confronti della lustracja, tranne i casi di persone che si sono macchiate di gravi colpe e reati, ed è divenuta il fulcro della resistenza ad una misura che, secondo l'opposizione, si è trasformata in uno strumento di lotta politica.
Ewa Milewicz, opinionista di Gazeta, con alle spalle una lunga militanza nell'opposizione anticomunista, rispedirà al mittente il modulo: «Questa legge è una caricatura. Perché lo stato deve chiedermi se ho ucciso o rubato? Spetta a lui trovare le prove. E poi nessuno può proibire a una persona di scrivere».
È difficile immaginare che Ewa Milewicz e i giornalisti disobbedienti vengano licenziati dai loro editori. Già i rettori delle principali università del paese hanno fatto sapere che non metteranno alla porta i docenti che non si adegueranno alla direttiva. È una situazione a dir poco assurda per un paese su sui è abbattuta per mezzo secolo la mannaia della censura e a cui potrebbe porre rimedio, sono in molti ad augurarselo, la Corte costituzionale che si pronuncerà nelle prossime settimane sulla costituzionalità della legge.

martedì 17 aprile 2007

Corriere della Sera 17.4.07
L'addio il 5 maggio con la nascita dei gruppi parlamentari autonomi
«Parla Mussi e poi fuori» La sinistra ds annuncia lo «strappo» di Firenze
di Roberto Zuccolini


ROMA — La settimana decisiva per la nascita del Partito Democratico parte con la Margherita che naviga in acque relativamente tranquille, verso un congresso in gran parte già scritto. Mentre i Ds, a tre giorni da Firenze, sono in continua fibrillazione. Ovviamente soprattutto per la sinistra del partito che ieri, in una sofferta riunione, ha ufficializzato lo «strappo»: darà il suo addio alla Quercia venerdì, dopo l'intervento di Fabio Mussi, come spiega lo stesso leader del Correntone che proprio quel giorno compirà 58 anni: «Parlerò solo io: spiegherò pacatamente le ragioni per cui non posso condividere il percorso verso il Pd e quello che tenterò di fare per unire la sinistra». Concedendo ai suoi, una citazione di Adriano Sofri al secondo congresso di Lotta Continua, quello che segnò il suo progressivo scioglimento: «Il nuovo movimento non ha alternative perché stare nel Partito Democratico, facendone la sinistra sarebbe come condannarsi a vivere nel terremoto».
Per correttezza il Correntone non entrerà nelle commissioni congressuali: assisterà soltanto.
Ma l'addio vero e proprio avverrà qualche settimana dopo, intorno al 5 maggio, quando con una manifestazione a Roma verrà lanciato il nuovo Movimento per la Sinistra e partiranno i gruppi parlamentari autonomi.
Ma nella riunione della sinistra diessina c'è anche chi, pur continuando a criticare in modo convinto il progetto del Partito Democratico ha già deciso di restare o, quantomeno, di non andarsene via subito. Primo fra tutti Vincenzo Vita, ex portavoce dello stesso Correntone e attualmente assessore alla Cultura della Provincia di Roma: «Continuerò a stare nella sinistra, ma vedo incerta la prospettiva che si apre con la scissione: mi sembra un'accelerazione eccessiva. Credo inoltre che si possa ancora incidere sulla formazione del Pd». In altre parole, per il momento resterà. E dagli umori che si registrano nella sinistra diessina anche altri potrebbero seguire il suo esempio, da Valerio Calzolaio ad alcuni delegati della Lombardia. La linea definitiva dell'area verrà comunque stabilita nell'assemblea dei delegati della mozione Mussi che si terrà domani sera a Firenze, poche ore prima dell'inizio del congresso.(...)

Corriere della Sera 17.4.07
Commemorazione con Fiore (Forza Nuova)
Veltroni: fratelli Mattei, un muro per le vittime di destra e sinistra
di Alessandro Capponi


ROMA — Un muro per unire: sopra, i nomi delle vittime degli anni di piombo, morti di destra e di sinistra ma adesso, semplicemente, ragazzi morti. Walter Veltroni lo annuncia in un luogo di destra, con parenti di vittime di destra, con politici di destra che possono solo applaudire. Al bar poco distante, quando il sindaco esce e va via, un uomo corpulento in t-shirt celestina dice che « Warterino s'è alleato coi fascisti ». Ma non è così, forse è di più.
Un muro, ecco, un muro per «fermare l'odio» che è degli anni Settanta ma poi «guai a considerarlo estirpato per sempre»: Veltroni parla con uno striscione alle spalle, e proprio sopra la testa ha questo simbolo stilizzato, un rombo con al centro la fiamma tricolore del Msi. È il trentaquattresimo anniversario del rogo di Primavalle, oggi, quei due fratelli bruciati, uno di otto anni, un bambino, e l'altro invece, di ventidue, fotografato così, in bianco e nero, affacciato alla finestra e già carbonizzato: adesso l'associazione «fratelli Mattei» - morti nell'incendio del 1973 provocato dai tre di Potere operaio, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo - oggi, dunque, l'associazione fondata da uno dei familiari sopravvissuti, Giampaolo, ha in zona Marconi una sede donata dal Campidoglio.
«Due stanze per parlare al Paese intero».
Veltroni annuncia di voler creare a Roma «un muro sul quale scrivere i nomi di tutte le vittime di quegli anni folli e terribili, ragazzi uccisi perché leggevano un giornale di partito, uccisi per un motivo che è difficile spiegare ai nostri figli». In piedi, poco distante, c'è Roberto Fiore di Forza Nuova, seduto in platea ecco Gianni Alemanno, di An: «Questo luogo è un monito. Può sembrare un atto dovuto del Comune, ma è un gesto importante». La destra, qui, è a casa. Eppure Giampaolo, il sopravvissuto, ha gratitudine quasi solo per Veltroni: lo bacia, gli stringe la mano (nella foto), parla di «un politico che, lui sì, ha dimostrato rispetto». Veltroni aveva «preparato un discorso che però, adesso, non ce la faccio a leggere»: e allora va a braccio, racconta di quegli anni che «ricordo con spavento» e che «vorrei riuscire a cancellare dalla percezione che si ha del passato, perché sono stati anni folli, una guerra, con gli italiani schierati gli uni contro gli altri»; anni nei quali «i nostri ragazzi potevano venire picchiati, bastonati, bruciati vivi. Ecco, quello che è accaduto non deve più accadere». Così nasce l'idea del muro con, insieme, i nomi delle vittime di quegli anni. «Ma non un muro che riconcili, non c'è niente da riconciliare: dobbiamo solo riconoscerci, e rispettarci». Sembrerebbe così facile, così giusto, così nobile. Due ore dopo, ecco altre parole. Sono del segretario romano di Prc, il deputato Massimiliano Smeriglio: «Esprimiamo delle perplessità per la presenza del sindaco nella sede di un'associazione nella quale, oltre ai militanti di Forza Nuova, spicca il quadro con il profilo di Benito Mussolini...». E Roberto Fiore, che alla fine saluta Veltroni con un glaciale «buonasera»: «Belle parole quelle del sindaco, ma se non chiude i rubinetti ai centri sociali...». Un muro per unire, si diceva: il problema, forse, non sarà costruirlo, ma tenerlo in piedi.

Corriere della Sera 17.4.07
A Viva radiodue. Il presidente della Camera ospite di Fiorello che gli fa leggere il testo della canzone azzurra spacciandolo per una poesia
Bertinotti recita l'inno di Silvio e premia Veronica


MILANO — «La "Coppa Marx"? In fondo è un dispettuccio a Berlusconi: la assegnerei a Veronica Lario». Un bel match quello che ieri ha impegnato Fausto Bertinotti, ospite di Fiorello a Viva Radio2: attribuire il trofeo al «personaggio più comunista». E il presidente della Camera è stato al gioco. Prima della finale vinta dalla moglie del leader della Casa delle Libertà su Valeria Marini, Bertinotti si è dovuto esprimere su altri nomi. Il gioco della premiata coppia Fiorello & Baldini prevedeva l'eliminazione diretta tra personaggi. Così l'ex segretario di Rifondazione, non senza ritrosia («Marx mi impicca, mi disereda), ha definito addirittura Silvio Berlusconi più comunista di Confalonieri perché questi «detiene l'azienda» e Giulio Tremonti come più rosso di Sandro Bondi e Lele Mora. Francesco Totti ha vinto su Valentino Rossi mentre Bruno Vespa su Emilio Fede. Un po' di diplomatica esitazione, invece, di fronte alla scelta tra Benedetto XVI e il cardinale Ruini: «Non posso pronunciarmi, se do del comunista al Papa cosa mi succede? — ha commentato Bertinotti —. Ma poiché il comunismo è un'idea alta e più alto del Papa non c'è nulla, scelgo Ratzinger». Però tra Lady Veronica e il Papa l'ha spuntata la prima: «Siccome nelle gerarchie ecclesiastiche le donne sono poco premiate...».
Mezz'ora ai microfoni di Viva Radio2 tra scherzi e riflessioni serie sulla politica («un'idea attraverso cui si può aiutare chi sta male a stare meglio, un'idea di liberazione degli uomini da tutte le forme di oppressione e un'emancipazione di me medesimo») con un Fiorello ormai abituato ai politici ospiti in trasmissione. Del resto lo scorso anno aveva anche ricevuto la telefonata del vero Smemorato di Cologno, cioè l'ex premier Silvio Berlusconi, e dell'allora sfidante Romano Prodi ma anche dell'ex capo dello Stato Ciampi, «ospite» fisso della trasmissione radiofonica nell'imitazione di Fiorello, che ora invece fa Giorgio Napolitano dal Quirinale. L'esordio della puntata è dei più tradizionali, con i due conduttori che danno del Presidente a Bertinotti e gli chiedono cosa fa la terza carica dello Stato: «Presidente sarà lei — è la risposta scherzosa —. Suona la campanella, quello è fondamentale, il resto è sussidiario».
Quindi il primo gioco, un'intervista con risposta obbligata, sì o no, su personaggi e situazioni. Il presidente della Camera dice no a Putin, sì ad Ancelotti, sì ai cinesi «perché sono tanti», sì a Enzo Biagi in tv («lo rispetto»), no alla tv delle veline, alla moviola in campo (meglio metterla a Montecitorio: «magari si anima»), no a Berlusconi-statista ma sì a Berlusconi-presidente del Milan, no a Mike Bongiorno senatore a vita e no al tatuaggio di Che Guevara. Sì all'euro «purché ci siano alti salari», sì — pronunciato con entusiasmo — alla Juve in B, sì a Porta a Porta, sì «all'ora delle religioni», sì ai matrimoni gay. E sì anche ai fischi alla Sapienza «perché sono fisiologici: se uno si prende gli applausi deve prendersi anche i fischi. Ma erano pochi...»; sì ai benefit per i parlamentari «purché legati alle funzioni che svolgono», sì alla play station, sì a Emilio Fede sul satellite: «Per quale ragione — gioca — dovremmo toglierglielo?». No al calendario di Stefania Prestigiacomo («non ne sento il bisogno»). Infine la domanda più sibillina: Berlusconi come Berlusconi? «È troppo criptica questa domanda — svicola il presidente della Camera —. Qualunque cosa dicessi, potrei sbagliare. Mi avvalgo del famoso comandamento...». «Emendamento» lo corregge Fiorello.
Ma le forche caudine non sono ancora superate. Ad attendere Bertinotti c'è un tranello: gli fanno declamare l'inno di Forza Italia spacciandolo come un'antica poesia intitolata all'Italia. Di fronte alla verità, prima lo stupore poi la battuta dell'ex segretario di Rifondazione: «Quanti in studio se ne erano accorti? Se invece avessi letto Bandiera Rossa... Comunque, una volta tolta la parola "Forza", ci teniamo l'Italia...».
Francesca Basso

Corriere della Sera 17.4.07
Nel Gennaio 2001
Gli 007 francesi avvertirono la Cia prima della strage alle Torri Gemelle
di Guido Olimpio


È il gennaio 2001. Alcuni informatori della Dgse, il servizio segreto francese, raccolgono notizie su un piano terroristico contro gli Usa: Al Qaeda vuole dirottare aerei appartenenti a compagnie statunitensi. La segnalazione — con data 5 gennaio — viene subito girata al capo stazione Cia a Parigi, Bill Murray. Ma l'allarme non porta a contromisure e il complotto va avanti.
A rivelare l'esistenza della nota confidenziale il quotidiano Le Monde,
che descrive in modo minuzioso un dossier di 328 pagine redatto dagli 007 francesi tra il luglio 2000 e l'ottobre 2001. La storia dell'allerta dato da Parigi non è inedita, ma il giornale aggiunge dettagli importanti, sostenuti da conferme dirette dei funzionari di Parigi. Nessuna risposta, invece, dalla Cia.
La «spy story» prende le mosse in Afghanistan. I servizi francesi, con pazienza e grande conoscenza del fenomeno integralista, costruiscono una rete di informatori. Da una parte «lavorano» sugli islamisti che dall'Europa vanno ad addestrarsi nei campi di Al Qaeda e riescono probabilmente a infiltrare diverse talpe. Dall'altra hanno una fonte importante legata al signore della guerra Abdul Rashid Dostum. Uomo spietato, avversario dei talebani, il generale usa le sue origini uzbeke per infiltrare il Movimento Islamico Uzbeko, alleato di Osama. Ed è questa pista a rivelarsi fruttuosa. Le spie raccolgono informazioni su un possibile piano terroristico e le comunicano all'intelligence dell'Uzbekistan, che a sua volta avverte i francesi.
Nei documenti della Dgse si precisa che i terroristi parlano di dirottamento aereo ma sono divisi su quali tattiche impiegare: «Secondo i servizi di informazioni uzbeki, il piano è stato discusso all'inizio del 2000 durante una riunione a Kabul tra rappresentanti dell'organizzazione di Bin Laden». I terroristi considerano l'ipotesi di impadronirsi di un aereo in servizio tra Francoforte e gli Stati Uniti, elencano sette compagnie americane come possibili obiettivi. Ci sono anche l'American Airlines e la United Airlines, scelte dai pirati dell'aria dell'11 settembre.
Commentando oggi quella nota d'allarme, i funzionari francesi ammettono che non c'era alcun elemento che facesse pensare alla tattica poi usata contro le Torri Gemelle. All'epoca il dirottamento di un jet significava imporre un lungo ricatto, con l'aereo fermo sulla pista e i pirati a dettare condizioni. Certamente la segnalazione giunta da Parigi avrebbe dovuto mettere in guardia gli apparati di sicurezza Usa. Anche perché c'erano altri segnali. Intercettazioni di colloqui lasciavano intendere che Al Qaeda era pronta a colpire e lo stesso Osama aveva rilasciato un'intervista promettendo «una sorpresa» per gli Stati Uniti. La commissione di inchiesta sull'11 settembre ha documentato, in modo chiaro, che nei mesi precedenti al massacro erano pervenute «dozzine» di note che parlavano non solo dell'ipotesi di dirottamento ma anche di azioni suicide con l'utilizzo di aerei. Nella primavera del 2001, la «Federal Aviation Administration», l'ente che si occupa dell'aviazione civile Usa, aveva avvisato i maggiori scali statunitensi sulla possibilità di attacchi «spettacolari» dove «l'intento del pirata non è chiedere uno scambio ma compiere un atto suicida». E c'erano 52 rapporti che indicavano come possibile fonte della minaccia Osama o Al Qaeda. Nelle carte consultate da Le Monde, c'è infine un capitolo interessante legato ai rapporti tra Bin Laden e l'Arabia Saudita. Gli 007 hanno le prove del sostegno finanziario in favore della rete qaedista. Come il bonifico di 4,5 milioni di dollari — data 24 luglio 2000 — in favore di Osama da parte di un'associazione caritatevole saudita che sarà inclusa nella lista nera solo nel 2006. I servizi francesi sembrano condividere l'idea che a Riad non siano pochi coloro che mantengono un forte vincolo ideologico e finanziario con Bin Laden. Senza aiuto e copertura non sarebbe potuto diventare il Califfo del terrore.

Corriere della Sera 17.4.07
Accenti diversi in due enciclopedie
Se la bioetica divide i filosofi


«Enciclopedia» evoca, già nel fondo etimologico, un'educazione circolare, un sapere intero e compiuto. In essa dovrebbe esservi «tutto»: un tutto, che, disponendosi in circolo, viene raccolto e ordinato ad unità. È, questo, il modello delle grandi enciclopedie, in cui si esprime una visione del mondo, una dottrina filosofica, un'ideologia politica.
Manifesto dell'Illuminismo europeo è l 'Encyclopédie, che ha nome da Diderot e d'Alembert, e che trascende, mediante lo «spirito sistematico», la sequenza alfabetica delle voci. E così fu della Enciclopedia Italiana, venuta fuori, in trentacinque volumi, fra il 1929 e il 1936: la Prefazione all'opera — in cui non è difficile riconoscere il timbro emotivo e lo stile potente di Giovanni Gentile, ideatore e direttore dell'opera — rende omaggio al più largo e generoso metodo storico, ma pure s'intona alla coscienza nazionale e alla cultura dell'epoca. Nelle due grandi enciclopedie, la francese e l'italiana, non c'è un disperso schedario di voci, un empirico regesto di vecchio e nuovo, ma un criterio unificante, che regge insieme i contributi di singoli autori e li fa quasi discendere da un tronco comune.
Che ne è di questo modello nell'età nostra, quando, declinate ideologie politiche e visioni unitarie del mondo, il sapere si scompone in molteplici e chiusi specialismi? Quando il cammino umano non più somiglia ad un circolo, dove principio e fine in ogni punto coincidono, ma ad una linea, diretta non si sa da chi e non si sa verso dove? Sono domande, suscitate da due opere, che — si risponda in uno od altro modo a quei dubbi — onorano la cultura italiana per liberalità d'impostazione e prestigio di contributi. Ci stanno dinanzi: la nuova edizione dell'Enciclopedia filosofica (Bompiani, vol. 1-12), promossa dal Centro di studi filosofici di Gallarate, e affidata all'autorevole ed esperta direzione di Virgilio Melchiorre; e il primo volume della Enciclopedia italiana, XXI secolo (lettere A-E), che Tullio Gregory, in antica e operosa fedeltà all'omonimo Istituto, ha concepito e attuato con finezza intellettuale e audacia di scelte.
Opere diverse e insieme concordi: diverse per la volontà di completezza dell'una (appunto, un sapere circolare e conchiuso), e per la selezione, propria all'altra, di lemmi significativi nel nuovo secolo. Concordi, come già si accennava, nello spirito liberale, nell'accogliere posizioni di dissenso e di critica, nel segnalare problemi piuttosto che nell'offrire pigre soluzioni.
XXI secolo reca per sottotitolo «settima appendice», quasi che l'opera si rannodi alla Enciclopedia degli anni Trenta, e vi aggiunga, or qua or là, particolari elementi o curiose novità. Il vero è che XXI secolo sta a sé, sciolto dai vincoli della filosofia idealistica, e teso, non già a fissare e difendere un indirizzo di cultura, quanto a cogliere i sintomi del nuovo secolo ed a precorrerne i temi dominanti.
Si spiega così la singolarità di talune voci: da acquacoltura ad antitrust, da autorità indipendenti a clonazione, da competitività a Costituzione europea, da derivati finanziari a doping. Lemmi di un secolo che ha appena consumato il proprio inizio, e che procede, come sempre nella storia, fra le tenebre del caso e dell'imprevisto, e tuttavia parole e concetti, già oggi penetrati nella nostra vita e capaci di guidare il nostro agire.
Quell'essere diverse e insieme concordi si coglie nell'analisi di singole voci o gruppi di voci. Le due enciclopedie riservano largo spazio ai lemmi composti da «bio» (da bio-politica a bio-sfera etc.), e dunque riguardanti la struttura fisica e la corporeità dell'uomo. Ma la trattazione ne è svolta con accenti distanti; nell'Enciclopedia filosofica, emerge il profilo ontologico, la natura metafisica della persona; nell'altra, la libera fruizione del corpo, tutta consegnata alla volontà ed alle scelte dell'individuo. Prospettive lontane, che il lettore registra in consapevole autonomia e svolge in propria meditazione. Insomma, alle due cospicue opere non bisogna chiedere ciò che esse non possono dare, cioè soluzioni definitive e rimedi consolatori, ma attingerne lucidità di analisi e coscienza problematica, Che è di per sé ragione di schietta gratitudine.

l’Unità 17.4.07
Mussi parla e se ne va. Venerdì
Filippeschi: «Se la scissione è già decisa meglio evitare una inutile sceneggiata». Il segretario Cgil non è delegato
di Simone Collini


PER LA SINISTRA DS il congresso finisce venerdì, subito dopo che avrà parlato Fabio Mussi. I sostenitori della seconda mozione non abbandoneranno in massa il Mandela Forum di Firenze: «Non siamo al Teatro Goldoni, anno 1921», sintetizza il coordinato-
re organizzativo Gianni Zagato. Ma anche se non si darà vita a gesti eclatanti, anche se la parola scissione non la vogliono neanche sentir nominare, lo strappo ci sarà. Chiuso l’intervento del ministro dell’Università scatterà una sorta di “liberi tutti”. Ognuno dei 220 delegati della minoranza deciderà cioè se rimanere ad ascoltare o meno gli interventi successivi. Ma quel che è certo è che nessuno di loro sarà in sala sabato mattina, quando verranno eletti i membri del Consiglio nazionale della Quercia, quando Piero Fassino chiuderà il congresso dopo aver incassato la proclamazione a segretario, quando verranno votati i provvedimenti che danno il via alla fase costituente del Partito democratico. La maggioranza non apprezza: «Se la scissione è già decisa, meglio evitare una sceneggiata inutile», dice il membro della segreteria Marco Filippeschi definendo «senza senso» la partecipazione al congresso della seconda mozione. Che non replica.
Il modo in cui andare al congresso è stato deciso ieri in una riunione a cui hanno partecipato i parlamentari, i membri della Direzione, i coordinatori regionali e delle città metropolitane della sinistra diessina. Su proposta di Mussi è stato però anche deciso di scandire le prossime tappe del percorso che deve portare alla creazione di una costituente alternativa a quella del Pd, e che avrebbe come obiettivo quello di unificare le forze di sinistra oggi divise. Il primo appuntamento il 5 maggio: verrà organizzata a Roma una manifestazione che lancerà un nuovo movimento politico. Sono già state fatte alcune prove grafiche per il simbolo, mentre per il nome l’orientamento è per “Sinistra democratica” con l’aggiunta di “Per il socialismo europeo” nella corona inferiore. Quel giorno verrà anche deciso se far nascere dei gruppi autonomi alla Camera e al Senato, anche se al momento viene dato per certo: sarebbe strano, viene spiegato, che un movimento politico non si desse una rappresentanza in Parlamento avendo i numeri per farlo. E i numeri, 23 deputati e 10 senatori, sulla carta la sinistra Ds li ha. «Non si tratta di dar vita a un nuovo partitino», chiarisce Mussi rispondendo indirettamente a un’osservazione avanzata più volte nei giorni scorsi da Fassino, «né di aderire a forze già esistenti». L’obiettivo è quello di lavorare per unificare le forze che stanno a sinistra del Pd. Non a caso, dopo aver partecipato ed essere intervenuto al congresso dello Sdi, Mussi parlerà il 4 maggio al congresso dei Verdi.
Intanto, il ministro si prepara per il discorso che farà venerdì. «Spiegherò pacatamente le ragioni per cui non possiamo condividere il percorso verso il Pd», dice Mussi, «spiegherò anche quello che tenterò di fare per unire la sinistra». Il leader della sinistra Ds chiederà «rispetto» per la scelta di non aderire al nuovo soggetto e sottolineerà che la costituente alternativa a quella lanciata da Ds e Margherita è «di pari dignità». Anche perché, fa notare richiamando il sondaggio che dava il Pd al 23%, «una volta che il nuovo partito sarà formato, per fare una maggioranza mancherà altrettanto».
Niente ripensamenti dunque, anche se tra le file della minoranza c’è chi non condivide tempi e modi stabiliti. Come il lombardo Agostino Agostinelli, per il quale «ci sono state forzature non decise collettivamente»: «Pur restando lontanissimo dal Pd, non è questo il momento di rompere, dobbiamo fare lotta politica». O come Vincezo Vita, che pure del Correntone è stato portavoce: «Resto contrario al Pd, ma mi pare incerta la prospettiva proposta e poi questa accelerazione rispecchia l’errore fatto dalla maggioranza». Si tratta però di perplessità e critiche minoritarie nella sinistra diessina. E anzi quanti contestano la decisione di dar vita insieme alla Margherita al nuovo soggetto non mancano di mettere in luce tutte le stranezze di quanto sta avvenendo. Una per tutte: il segretario della Cgil Guglielmo Epifani sarà al congresso Ds come invitato, non come delegato (il Botteghino avrebbe offerto la delega in una quota regionale ad Epifani, che ringraziando ha rifiutato). «Non si è mai visto che il leader del principale sindacato non sia delegato al congresso del maggior partito della sinistra», è la considerazione fatta nella minoranza diessina, per la quale non è privo di significato questo mantenimento delle distanze.

l’Unità 17.4.07
Da mozione Angius a corrente organizzata
Verificheremo le aperture, dice la terza mozione. E darà battaglia su laicità e Pse
di Eduardo Di Blasi


CORREGGERE LA ROTTA. Con questa idea i firmatari della mozione Angius-Zani andranno al Congresso di Firenze. Nella sala Cesarini, al secondo piano interrato del Grand Hotel Palatino di Roma, i delegati, assieme ai coordinatori regionali e provinciali che hanno aderito alla mozione «Per un partito nuovo, democratico e socialista», si sono incontrati ieri pomeriggio per fare il punto sulla tornata congressuale appena terminata e gettare lo sguardo al congresso Ds, e alla fase costituente del Pd che sarà alle spalle di questo.
Alcuni punti sono già chiari: la nuova minoranza interna al partito diventerà una «corrente». Meglio, per dirla con le parole del senatore Massimo Brutti, «una corrente organizzata, in contatto stabile con la periferia, ma allo stesso tempo anche un’associazione politica capace di dialogare con tutto quello che sta fuori dai Ds, come movimenti, associazioni, altri partiti». I firmatari della mozione Angius-Zani hanno l’ambizione di contribuire alla costruzione del nuovo soggetto politico, attraverso la forza delle proprie idee. Per questo puntano ad essere presenti nei comitati locali, nelle associazioni per il Pd, ma anche nei «posti che contano». Inizieranno promettendo battaglia al Congresso di Firenze.
La tenzone congressuale sarà combattuta attraverso ordini del giorno che puntino a dilatare i tempi della fase costituente del Pd (per consentire l’allargamento del Pd oltre Ds e Dl), a garantire la laicità e i diritti del lavoro dentro il nuovo soggetto, a richiedere una verifica congressuale anche alla fine della fase costituente. Si chiederà la confluenza nel Pse, e, oltre a proporre la cancellazione del «manifesto dei saggi», una delle proposte, accolte, di Ivana della Portella, parla di riscrivere un «nuovo» manifesto (un manifesto della mozione ma ovviamente aperto agli altri contributi), da proporre all’assemblea. Il Congresso «è importante», afferma Angius, che non vuole parlare di quello che succederà durante e dopo l’assise fiorentina. Certo questo sarà un banco di prova importante per comprendere «quali saranno le aperture della maggioranza alle nostre proposte», come spiega il deputato Sergio Gentili. Nel discorso conclusivo della riunione del Palatino (che era a porte chiuse), Gavino Angius ha sottolineato, d’altronde, avendo a mente quanto scritto da Romano Prodi all’Unità, che le vere battaglie di qui a venire non sono quelle con Fassino e D’Alema, ma quelle che seguiranno, perché su temi come l’approdo al Pse e la laicità non c’è condivisione con i cugini della Margherita.
«Dobbiamo vedere cosa fa la maggioranza. Se questo congresso si ridurrà ad una conta notarile dei congressi svolti fin qui, o se ci saranno delle aperture», spiega il consigliere regionale del Lazio Giovanni Carapella. Una spia importante, sul tema, potrebbe essere quella che arriva proprio dal congresso laziale dei Ds, dal quale, spiega Nicola Zingaretti, segretario dei Ds del Lazio: «È uscita una posizione unitaria della mozione Fassino e della mozione Angius su come andare avanti nella fase costituente». Zingaretti registra, in una regione dove la Angius-Zani è andata più che bene, «una forte unità di intenti per dar vita ad un partito che non sarà una fusione fredda tra Ds e Margherita, ma che sarà aperto alle idee, partecipato e rivolto al popolo dell’Ulivo e a tutti i cittadini».
I congressi restano un’incognita, ma quella che si appresta ad essere la «nuova minoranza» dei Ds, ha le idee chiare. L’appuntamento è a venerdì mattina, quando, nel capoluogo toscano, Gavino Angius, Mauro Zani e il portavoce Alberto Nigra, illustreranno i passi della «battaglia». I conti, ritiene Angius, si faranno alla fine.

l’Unità 17.4.07
Democratico sì, ma anche laico?
di Carlo Flamigni


In un articolo di qualche settimana fa su «Repubblica» Vincenzo Cerami esponeva le molte ragioni che, a suo parere, dimostrano che del Partito Democratico, in realtà, abbiamo tutti bisogno. Mi ha particolarmente colpito, tra le varie motivazioni di Cerami, questa: «Il Partito Democratico apre le porte che fino a ieri tenevano separati laici e cattolici, democratici di De Gasperi e democratici di Berlinguer, democratici di Nenni e democratici cristiani. Liberarsi di quei cancelli, mischiando le diversità sotto la stessa bandiera, svuota di senso i vecchi conflitti... fa nascere un nuovo senso di appartenenza... ben disposto agli scambi di esperienza e di cultura».
Nello stesso giornale si poteva leggere una dichiarazione di Fassino che il giornalista riassumeva così: «Non ci sarà una scissione dei Ds», affermazione ribadita da Romano Prodi che diceva: «Dissensi sì, questa è la democrazia. Ma non credo che ci saranno scissioni nella Quercia».
Debbo riconoscere che queste letture hanno avuto effetto sul mio prudente ottimismo, trasformandolo in ansiosa e confusa perplessità. Vedo di spiegarmi.
Ho firmato la mozione Mussi per molte ragioni, la più importante delle quali dipende, debbo riconoscerlo, dalla mia identità di laico, frequentemente in conflitto, soprattutto negli ultimi 20 anni, con una parte influente del mondo cattolico, collocata (purtroppo) nell’una e nell’altra parte dello schieramento politico; debbo anche ammettere che il fantasma più fastidioso che visita i miei incubi notturni riguarda la possibilità di ritrovarmi prima o poi a militare in una Democrazia Cristiana di sinistra, un destino al quale vorrei disperatamente sfuggire. Debbo infatti ammettere di sentirmi separato dai cattolici (non tutti) e dai democristiani (tutti) non dai cancelli ai quali allude Cerami, ma da mura più spesse di quelle dell’inespugnabile Troia.
Se posso avanzare una timida critica nei confronti delle previsioni di Cerami, mi sembra che il suo articolo ipersemplificasse il problema: abbattiamo i cancelli, scriveva, mescoliamoci, e op-là tutto è risolto: scopriremo dunque che le ragioni del dissenso che hanno consumato i nostri nervi sono futili, banali, puerili, forse addirittura inesistenti, destinate a dissolversi al primo abbraccio fraterno. In fondo Cerami mi dà del cretino, ma questo non mi scuote: aumenta la mia perplessità.
Diventa però essenziale, a questo punto, interpretare le parole di Fassino. Perché diceva, allora, che non ci sarà una scissione nel partito, cosa sa lui che noi non sappiamo? Ci stava forse dicendo - il linguaggio della politica è misterioso - «ci penso io, risolvo io problemi e dissensi, lasciatemi fare»? Ho molta fiducia in Fassino ma, in tutta sincerità, non l’ho mai creduto capace di miracoli, almeno fino ad oggi.
A questo punto debbo necessariamente chiamare in causa il massimo esponente dell’ “avanguardismo cattolico”, che personalmente identifico nella persona del Pontefice Benedetto XVI. Mi riferisco in specifico al suo discorso (marzo 2006, salvo errore) ai parlamentari del partito popolare europeo, intitolato «Vita, famiglia, educazione: non negoziabili», dedicato alla tutela della vita, dal concepimento alla morte naturale, al riconoscimento della struttura naturale della famiglia (e alla sua difesa dai tentativi di destabilizzazione), nonché alla tutela del diritto dei genitori di educare i figli. Oltre tutto, Benedetto XVI non ritiene che questi principi siano verità di fede, ma li considera iscritti nella natura umana e quindi comuni a tutta l’umanità. Dunque, a chi chiede di iniziare un dialogo mediatorio su questi principi, la Chiesa è costretta a rispondere «non possumus»; se la richiesta riguardasse una verità di fede, la risposta non potrebbe essere che una dichiarazione di guerra (di religione, le peggiori). Sic et simpliciter.
Il 13 marzo di quest’anno lo stesso Pontefice ha ribadito questo concetto, ricordando ai politici cattolici che «sui valori non si negozia» ed esprimendo ancora una volta una severa condanna nei confronti delle «leggi contro natura». Ho cercato sui giornali le reazioni dei politici in particolare di quelli del centro- sinistra. Prevalente il silenzio, soprattutto dei segretari e delle persone più rappresentative; qualche fremito del cosiddetto gruppo dei 60; Rosy Bindi non ha niente da dire; i teodem sono irritati (non sarà il cilicio?); Fassino, non pervenuto.
Arrivo alle necessarie, anche se sofferte, conclusioni. I temi sui quali i cattolici non possono negoziare sono - guarda caso - proprio gli stessi dei quali i laici vogliono discutere e, se non è troppo pretendere, cercare qualche possibile tipo di mediazione. Li conoscete: lo statuto ontologico dell’embrione; la disponibilità della vita personale; il confronto tra qualità e sacralità della vita; il riconoscimento delle coppie di fatto; la scuola pubblica; l’aborto; la contraccezione; la libertà della ricerca scientifica e i suoi possibili vincoli; il rapporto tra le religioni e lo stato laico. Se ho capito bene, la risposta alle nostre offerte di dialogo sarebbe sempre e comunque la stessa: non possumus. Evviva l’etica delle verità, al diavolo la compassione, la tolleranza, la laicità e i diritti civili. C’è poco da stare allegri.
Però, mi dirà qualcuno a questo punto, questo è il Pontefice, questa è la Cei, questo è il cattolicesimo più integralista: cosa c’entra il Partito Democratico? Parliamone.
Una volta che saranno stati abbattuti i cancelli, non ci troveremo faccia a faccia con nuovi e sconosciuti compagni (nel senso di amici): i nostri prossimi interlocutori li conosciamo già, e bene. Non voglio provocare premature crisi di pessimismo, ma il leader dei nostri nuovi compagni (nel senso di amici) non è quel Rutelli che ha fatto approvare la legge 40 e ha contribuito al fallimento del referendum? Lo stesso che non vuole più discutere la legge sulle coppie di fatto? E la signora al suo fianco, non è per caso quella senatrice che ha visto il buon Dio intervenire direttamente sui parlamentari per far cadere il Governo? E non è forse a questi compagni (nel senso di amici) che si rivolge in modo privilegiato il Vaticano quando esige che la coscienza di un parlamentare cattolico prevalga comunque e sempre su sciocchezze come il mandato che gli è stato affidato dai suoi elettori? Non saranno state queste brave persone a impedire che nel documento di programmazione del Partito Democratico non vengano neppure menzionati i molti temi “eticamente sensibili” che stanno tanto a cuore a noi poveri laici miscredenti? Non sarà che questa storia dei cancelli da abbattere è solo una romantica metafora e che le mura di Troia sono altra cosa rispetto a quelle di Gerico?
A meno che. A meno che le assicurazioni di Fassino non abbiano quel significato che in realtà mi è sembrato di poter intuire, e che cioè il Segretario sia in grado di arrivare al congresso con una seria proposta di soluzione di questo essenziale problema. A noi, diciamolo pure, basterebbe poco: ad esempio, una dichiarazione nella quale i cattolici che aderiranno al nuovo partito si impegnano a considerare tutti i temi eticamente sensibili come negoziabili. Forse questa è l’ultima possibilità rimasta per conservare, agli eredi della Quercia, un destino comune.
Come è obbligatorio tra compagni (nel senso di amici) noi ci fidiamo, ma qualche firma la vorremmo pur trovare, in calce al documento. Fassino sa di quali firme parliamo.

il manifesto 17.4.07
Addio ai Ds, senza rimpianti
Colloquio con Tortorella: il Pd è l'approdo naturale per quei liberal-democratici che fecero la svolta. Per gli altri il socialismo non può essere un etichetta: è un compito da affrontare uniti. E senza fretta
di Andrea Fabozzi


E' lo strappo definitivo ma è quello che fa meno male. Il congresso dei Ds comincia dopodomani e la liquidazione dell'eredità postcomunista sarà cosa fatta entro la fine della settimana, ma ad Aldo Tortorella questo non provoca alcuna emozione. Sarà che essendogli capitato di lavorare con Togliatti, Longo e Berlinguer fa fatica a vederli traslocati fuori dai nuovi pantheon. Sarà soprattutto che sono passati diciotto anni dall'89, e gli ultimi dieci Tortorella li ha passati lontano dai Ds, non più leader della minoranza di sinistra nella Quercia ma ancora padre nobile di una sinistra ancora senza approdo.
Di fronte al partito democratico, dunque, nessuna resistenza. «Anzi - spiega - vedrei persino l'utilità di un vero partito liberal democratico che non c'è mai stato in Italia. A patto, e mi sembra difficile, che riesca ad essere laico». Il Pd come approdo naturale di «quei giovani che io stesso insieme agli altri compagni più vecchi avevo chiamato alle responsabilità» alla morte di Berlinguer. I giovani essendo gli allora avanzati trentenni D'Alema, Veltroni e Fassino che poco dopo «davanti alla sconfitta del comunismo si sono venuti convincendo che non c'è nulla fuori della liberal-democrazia, ma potrei anche dire del liberismo». Parte da lì lo «scivolamento continuo» che finisce nel Pd e la ragione è che «non ci si è più posti il problema dei fondamenti di una cultura di sinistra, si è rinunciato del tutto a cercare un punto di vista di sinistra persino sottovalutando la portata della sconfitta. Perché con l'89 non va in crisi solo l'Unione sovietica e nemmeno solo il comunismo, ma anche il socialismo visto che tutti si trovavano nelle parole d'ordine 'proprietà sociale dei mezzi di produzione e scambio'».
Certo non tutto è cominciato nell'89 «neanche nell'ultimo Pci c'è stata una riflessione su cosa voleva dire dirsi marxisti e chi voleva tentarla era guardato male», ma poi con gli anni della «rivoluzione liberale» e del «paese normale» tutto si compie: «Lo sfondamento è avvenuto sul terreno culturale. Ci spiegavano: i comunisti hanno lottato per l'ammodernamento dell'Italia, vogliamo continuare quella lotta. Solo che allora l'ammodernamento voleva dire, mettiamo, la nazionalizzazione dell'Enel, e poi è significato liberalizzazioni spinte. Fino a che questi nuovi dirigenti ci hanno spiegato che Gramsci con Americanismo e fordismo faceva l'elogio degli Stati uniti e criticava l'arretratezza dell'Europa e che Berlinguer era anticomunista».
Tortorella conserva un po' di quella polemica con il correntone che lo portò all'epoca della guerra in Kosovo a lasciare in quasi solitudine i Ds: «L'insistenza contro lo scioglimento del partito da parte dei compagni della sinistra mi è sembrata una battaglia un tantino di retroguardia». Ma ora che l'uscita di un blocco organizzato con Mussi e Salvi alla testa sta per realizzarsi finalmente e inevitabilmente, ora Tortorella naturalmente approva: «E' un fatto utile e importante e niente affatto scissionistico, loro restano fedeli alla volontà di militare in una forza di ispirazione socialista». Mentre per il Pd è persino eccessiva la definizione di compromesso storico bonsai trovata da Boselli: del compromesso storico quello vero Tortorella fu tra i critici e adesso dice che «nell'intenzione di Berlinguer non è mai stato il banale accordo tra Pci e Dc ma un'intesa tra le classi che da quei partiti erano rappresentate, in ogni caso si cercò l'alleanza di governo non certo di fare un partito unico». E a proposito di Bettino Craxi nel pantheon - «è grottesco» - è il caso di fare una puntualizzazione: «Proprio volendolo giudicare non dal punto di vista penale ma da quello politico bisogna considerare che gli anni di Craxi furono quelli dell'esplosione del debito pubblico, un po' strano doverlo ricordare a chi oggi insiste con il rigore».
Quello che a Tortorella interessa è «cogliere l'occasione» per costruire «una sinistra nuova e moderna» ed è persino prudente nell'usare l'aggettivo che a questo punto si impone - «socialista» - perché «c'è un po' di ipocrisia in questo presentarsi con delle etichette così nette, io sono comunista, io sono socialista, mi viene da dire: ma di che parlate? Che significa dirsi socialisti oggi, che vogliamo un po' più bene ai lavoratori? La prima discussione da fare è che cos'è adesso il pensiero socialista, ed è una domanda da fare a tutti quelli che sono interessati, ai compagni della sinistra ds a quelli di Rifondazione, ai comunisti italiani e persino a Boselli, Angius e Macaluso, perché no? Mi pare che si stia facendo strada la convinzione che bisogna fare veramente qualcosa di nuovo». E' più o meno questo il perimetro del «cantiere» che si è aperto a sinistra del Pd e Tortorella con la sua Associazione per il rinnovamento della sinistra non ha già scelto quale sarà l'esito finale anche perché c'è subito un problema aperto, speculare a quello del Pd. «Dal mio punto di vista - spiega - sarebbe stato auspicabile che Mussi e gli altri avessero fatto la battaglia più per l'unità delle sinistre in Europa che per l'appartenenza al partito socialista europeo. I compagni del Prc con Sinistra europea hanno scelto un'altra collocazione. Fortunatamente non è detto che né l'una né l'altra siano molto solide e forse non è il caso di farsi affascinare troppo da queste questioni di appartenenza. Più importante è stabilire un'alleanza, questo mi sembra che si possa fare ed è già molto».
Dunque tutto il contrario del Pd: la costruzione di una nuova sinistra organizzata non è per oggi e nemmeno per domani: tempi lunghi. E intanto «ricostruire il più possibile insieme una cultura di sinistra». E non si tratta nemmeno di recuperare il meglio delle tradizioni, «serve di più fare circolare idee nuove senza incarognirsi nella rifondazione delle diverse tradizioni». Le priorità che Tortorella indica non sono poche, lavoro e libertà in cima alla lista, ma più in generale «il nuovo socialismo ha un compito diverso da quello del Novecento che ha lavorato soprattutto sulle quantità, vuoi per la redistribuzione vuoi per l'utopia egualitaria. Adesso bisogna discutere della qualità, qualità dello sviluppo innanzitutto, una questione che non può essere risolta nei limiti del pensiero liberal-democratico, non si può salvare il capitalismo da se stesso». Dunque è un problema di cultura politica come dice anche Bertinotti - «ha ragione» - ma non è un problema con una soluzione già scritta: «Oggi è difficile pensare a un nuovo partito di sinistra, è più facile per partiti e associazioni esistenti aprire una discussione comune sui fondamenti, sui contenuti delle idee, per tutto il tempo che ci vorrà». E alla fine Tortorella propone anche uno spunto dal quale partire, non proprio indolore: «Come si può stare al governo senza diventare governativi?».

il manifesto 17.4.07
«Né il socialismo, né i lavoratori»
Enrico Panini, segretario della Flc-Cgil, spiega il suo no al Partito democratico. E propone un cammino a sinistra
di Loris Campetti


Sono molte le ragioni dell'opposizione di Enrico Panini alla nascita del Partito democratico dalle ceneri di Ds e Margherita, «molto peggio di una fusione a freddo». Le prime due ragioni sono «la collocazione internazionale del Pd, priva di ogni riferimento al socialismo e l'assenza di qualsiasi riferimento al lavoro, cioè alla rappresentanza politica degli interessi e dei sogni di chi è sfruttato, sia nelle forme tradizionali, sia in modi ancor più pervasivi, penso al lavoro nei call center, o allo sfruttamento nel settore della conoscenza». Il segretario generale della Flc-Cgil (scuola, università e ricerca), come altri segretari delle categorie dell'industria e dei servizi della principale confederazione sindacale italiana, non entrerà nel Pd. Ce ne parla in questa intervista, che inizia con la sua storia politica: «Nel manifesto dal '72 e nel Pdup fino al suo scioglimento. Non ho preso altre tessere di partito fino alla Bolognina, quando scelsi di entrare nel Pds con la svolta di Occhetto. Poi i Ds. Qui si interrompe l'itinerario, ma non sono io a interromperlo: sono i Ds a sciogliersi».
Partiamo dalla collocazione internazionale del Pd. E' così importante il riferimento al gruppo socialista europeo?
Lo è per due ragioni. Per la cesura del Pd con la storia della sinistra, non solo in Italia, e perché l'ipotesi di costituire un gruppo nazionale europeo indipendente dagli schieramenti esistenti rischia di produrre una rinazionalizzazione degli schieramenti, sbagliata e foriera di effetti negativi.
E poi l'assenza dal manifesto del Pd dei lavoratori come soggetto organizzato, che non sono più un punto di riferimento...
Già, perché il riferimento sociale cambia natura e diventa l'individuo, la persona, fuori dal contesto reale.
Ce ne sarebbe abbastanza per non aderire. Vuoi aggiungere qualcosa alla lista?
La laicità, oggi dirimente nella versione colta, di accoglienza, che è nella nostra storia e nella nostra Costituzione. Il Pd che si candida a rappresentare «il nuovo», su tutti questi punti o non prende posizione o la prende sbagliata, insomma sta altrove.
Non è che il Partito democratico nasca sotto un cavolo, non a caso si presenta come la conclusione di un percorso avviato proprio alla Bolognina.
Io vedo più una rottura netta che una continuità con quella svolta, proprio perché chiude con la storia della sinistra italiana e con il socialismo, anche se è vero che dopo la Bolognina è mancata una critica di fondo delle esperienze comuniste. La rottura prodotta dal Partito democratico porta a un assemblaggio di ceto politico e semplici individui, senza riferimenti all'Europa, ai cittadini lavoratori, alla cultura.
Sei tra i firmatari della mozione Mussi-Salvi. Che percorso politico hai in mente?
Sono interessato, senza ansie, a una prospettiva in cui, insieme alle aggregazione e ai contenuti, si discutano modi e forme della politica. Un processo di riaggregazione a sinistra non è semplice, ma è il terreno su cui vale la pena operare. Si dovrà riflettere, uscendo da una pratica di autosufficienza, sull'esperienza fatta dai movimenti sul modo di far politica e porsi il problema della rappresentanza, e della costruzione dei gruppi dirigenti. Non credo nelle sommatorie di piccole forze: dobbiamo imparare a parlare a quelle straordinarie decine di migliaia di giovani incontrate nelle battaglie per la pace, i diritti, la scuola pubblica e un'università di qualità e di massa. Questi giovani rischiano di finire ai margini dei processi politici. Io sosterrò la mozione Mussi-Salvi fino al congresso dei Ds, poi con lo scioglimento del partito farò insieme a tanti compagni e compagne questo cammino di ricerca a sinistra. Credo che nella stagione politica che si sta aprendo sia importante il ruolo di confronto e ricerca che potrà svolgere il manifesto.
Quale può essere l'impatto del Partito democratico nella vita della Cgil?
Sono convinto che la Cgil debba valorizzare con uno spirito nuovo la scelta irreversibile del superamento delle componenti partitiche, che ci ha consentito di essere un'organizzazione di massa democratica e pluralista - anche nei gruppi dirigenti - con più di 5 milioni di iscritti e iscritte, un'esperienza unica in Italia. La Cgil continua a essere un sindacato, inevitabilmente chiamato a fare i conti con il fatto che le grandi organizzazioni politiche rinunciano a ogni riferimento con il mondo del lavoro e con la storia della sinistra europea. Va salvaguardata l'autonomia della Cgil, facendo però attenzione agli accadimenti, soprattutto in relazione alla rappresentanza politica del mondo del lavoro. La Cgil - una casa comune che tiene insieme lavoratori e pensionati, con e soprattutto senza tessere di partito - è caricata di domande inedite, e persino di compiti inediti. Ne dovremo parlare, senza precipitare i tempi del confronto. Dobbiamo discutere nei gruppi dirigenti e con l'insieme degli iscritti.
Intanto, però, sembra di capire che i segretari della maggior parte delle Camere del lavoro e dei gruppi dirigenti abbiano già scelto il Partito democratico...
I gruppi dirigenti della Cgil sono stati eletti sulla base di precisi programmi di lavoro: non dev'esserci alcuna relazione tra la scelta politica individuale, qualunque essa sia, e il ruolo di dirigente sindacale.

Apcom 17.4.07
Bertinotti: il pensiero di Gramsci tra le cause ideali della caduta del fascismo
Fu interprete di una storia nazionale diversa
Ancora attuali i Quaderni del carcere


Roma, 17 apr. (Apcom) - Il pensiero di Antonio Gramsci, che egli continuò a elaborare nonostante la durezza del regime carcerario che lo condurrà alla morte, fu tra le cause ideali della caduta del fascismo: lo ha detto il presidente della Camera Fausto Bertinotti, nel suo intervento introduttivo alla giornata dedicata al ricordo della figura del grande pensatore, promossa nella Sala della Lupa dalla Camera e dalla Fondazione Camera dei deputati.
"Le carceri fasciste lo uccideranno - ha sottolineato il presidente della Camera - ma si può ben dire che il pensiero di Antonio Gramsci abbia costituito una causazione ideale della sconfitta del fascismo, erodendone le basi di legittimazione culturale, con la creazione di un pensiero interprete di una storia nazionale diversa e iscritta nell'onda lunga della formazione del carattere dell'Italia moderna e degli italiani".
"Diversamente da altri, pur grandi pensatori, Gramsci non aveva letto il fascismo - ha ricordato il presidente della Camera - come una parentesi nella storia del Paese, ma ne aveva indagato le radici profonde, fino a interrogarsi sul sovversivismo delle classi dirigenti. Perciò aveva lavorato a fondo su una diversa fondazione civile della nazione".
Per Bertinotti "il suo contributo intellettuale resta nella storia delle idee come una tappa saliente, nel pensiero rivoluzionario e nela storia dei marxismi quanto nella storia della filosofia e del pensiero umano".
Secondo Bertinotti la sua opera è ancora di grande attualità: "Nei Quaderni del carcere vengono affrontate tutte le grandi questioni di così profonda portata storica da essere arivate fino a noi e ancora in larga misura irrisolte, malgrado la vittoria dell'antifascismo, la nascita della Repubblica e la costruzione di uno straordinario impianto costituzionale. La questione cattolica, la questione meridionale, il rapporto fra intellettuali e la formazione della coscienza e dell'identità del Paese, la natura dei processi di lavoro nella modernizzazione testimoniano - ha sostenuto ancora Bertinotti - la straordinaria ampiezza e profondità di un'originale impresa intellettuale, in cui le stesse aporie - come pure ciò che è risultato contestabile - sottolineano la ricchezza di una ricerca guidata dal sistematico rifiuto di ogni dogmatismo".

Repubblica 27.7.05
IL PERSONAGGIO
Il lancio della candidatura nella libreria dello psicanalista Fagioli tra gli applausi di militanti e fan
Fausto abbraccia il Guru e s'affida alla Provvidenza rossa
Per il leader del Prc una grande cornice mediatica: il rituale di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini
Adorato dalle signore dei salotti
Dice di lui Suni Agnelli: "Si ama la politica e si finisce per innamorarsi di Bertinotti"

Filippo Ceccarelli


Dio li fa e poi li accoppia. Anche applicato a non credenti, o a persone «in ricerca», come potrebbero essere l´onorevole Fausto Bertinotti e il professor Massimo Fagioli, il vecchio proverbio non solo conferma la propria inesorabile certezza, ma si preoccupa pure di gestire l´accoppiamento, lo rende visibile, gli dà una cornice mediatica, gli monta attorno un rituale fatto di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini tanto dai rifondatori quanto dalla gran massa dei «fagiolini», come ormai da un quarto di secolo vengono chiamati nella sinistra romana i seguaci di Fagioli.
Con il che si va ad allestire la scena, usciti sgocciolanti come sommergibilisti dalla libreria-sauna "Amore e Psiche", sotto lo schioppo del sole, il Leader e lo Psicoterapeuta si abbracciano. Una, due volte, per la comodità dei fotografi. I vigili urbani hanno addirittura chiuso la strada. Bertinotti è pelato e indossa un abito chiaro, Fagioli ha una chioma fluente, autorevole, ma è vestito più sciolto, una camicia azzurra e occhiali da sole un po´ cattivi.
Le lingue lunghe della politica dicono che c´è lui, già guru di Marco Bellocchio, dietro la svolta neo-esistenzialista e non violenta di Bertinotti, e la riprova starebbe nel fatto che per lanciare - con accaldata scomodità, invero - la sua candidatura alle primarie, abbia scelto proprio quella libreria che Fagioli, cui i fans attribuiscono un genio quasi leonardesco, ha addirittura progettato e realizzato con archi e scale in legno chiaro, piuttosto elegante.
Fagioli, infatti, è un guru, un classico guru. Giovane e luminosa promessa della psicanalisi freudiana, già negli anni sessanta ne scosse le fondamenta guadagnandosi la disagevole, ma esaltante fama di eretico, che in seguito estese anche al marxismo. Fu scacciato dalla Spi e malvisto dall´ortodossia comunista, ma dalla sua aveva esperienza, fascino e carisma. Fece ricerca per conto suo, alla metà degli anni settanta ebbe un successo travolgente tra i giovani di sinistra, molti in via di disperato disincanto, che lo inseguivano in cliniche psichiatriche, università e conventi occupati, a migliaia, per farsi interpretare i sogni.
Era l´Analisi Collettiva, o psicoterapia di folla (gratuita, comunque), in pratica l´evoluzione dell´assemblea in senso introspettivo. I «fagiolini», imploranti, alzavano la mano e il Maestro sceglieva a quale domanda dare corso. Per dire il successo di quelle atmosfere, a un certo punto venne fuori pure una radio «fagiolina», con conferenze e telefonate in diretta. Arrivò la gloria, naturalmente, ma anche una stagione di polemiche. Ai tempi de «Il diavolo in corpo» Bellocchio fu duramente contestato dal produttore perché si portava Fagioli sempre sul set, come regista del regista, lasciandogli mettere bocca anche sul montaggio.
Vera, falsa o enfatizzata che fosse, la venerazione di parecchi pazienti, pure ribattezzata «massimo-dipendenza», finì per alimentare attorno a Fagioli e ai suoi fans una qualche sulfurea nomea di setta. Ma di tutto, com´è noto, i guru possono preoccuparsi, meno che di quella. Così, nel tempo, il Maestro ha continuato a scrivere sceneggiature per Bellocchio, come pure ha seguitato adoratissimo a guarire, a insegnare, a editare pubblicazioni, a disegnare mobili e ispirare architetti; si è pure fatto celebrare in un paio di convegni, uno dei quali divenuto autocentrico documentario; quindi ha girato un film tutto suo, «Il cielo della luna», per il quale ha scelto le musiche e recitato la parte di un barbone, per quanto muto, lasciando il ruolo dei protagonisti a due «fagiolini». E infine - qui viene il bello - Massimo Fagioli ha incontrato Bertinotti.
Il bello sta nella fantastica circostanza che anche Bertinotti è un po´ un guru. Certo: rispetto allo psicanalista se lo può permettere di meno, con sei correnti, tre solo trotzkiste, nel suo partito. C´è però da dire che «il Grande Fausto», come l´ha chiamato Liberazione il giorno del suo compleanno, è un santone a suo modo poliedrico, un seduttore adattabile, un poetico cacciatore di anime che sa sempre cogliere il momento.
Così, più che con gli impervi trotzkisti, vale la pena di vederlo all´opera nella sua intensa vita mondana: cortese, elegante, telegenico, pacato, con tanto di erre moscia e civettuola bustina portaocchiali. Come tale invitatissimo «prezzemolino», insieme con la simpatica moglie signora Lella, record di presenze a Porta a porta, premio Oscar del Riformista: «Si ama la politica - ha detto di recente Suni Agnelli - e si finisce per innamorarsi per Bertinotti».
Le signore, specie quelle dei salotti-spettacolo di una Roma al tempo stesso prestigiosa e sgangheratissima, vanno pazze per lui: e lui lo sa. E non c´è niente di male, non è reato frequentarle, tantomeno è peccato ritrovarsi con i reduci del Grande Fratello. E´ solo un po´ buffo, o surreale, o straniante, come in un film di Bunuel, veder così spesso Bertinotti in foto al fianco di Donna Assunta Almirante, o a Maria Pia Dell´Utri, sorridente con Valeriona Marini, Cecchi Gori, Romiti, Sgarbi e Marione D´Urso; oppure intervistato sulla fede da don Santino Spartià, comunque assiduo a casa Suspisio, immancabile a villa «La Furibonda» di Marisela Federici. E insomma tutto bene, ci mancherebbe altro, però il giorno dopo è curioso sentirlo parlare del «popolo», parola desueta, parola potente. Chissà se il popolo si divertirebbe pure lui a «La Furibonda» o a «La Città del Gusto».
Ad "Amore e Psiche", intanto, lo Psicologo è rimasto nobilmente in platea a fare sì-sì con la testa non appena il Politico dava segno di aver assorbito un linguaggio che si nutre ormai di «felicità», «premonizione», «desiderio», «promessa», «liberazione», «attesa». A un dato momento, deposti i vecchi attrezzi lessicali vetero-marxisti, Bertinotti ha pure invocato la «Provvidenza rossa». Fuori, dietro le vetrine, la gran massa degli adepti animava la strada con sorrisi e applausi. Dopo l´abbraccio, c´è il tempo per un´ultima domanda, con la speranza che non suoni troppo indisponente: «Scusi, Fagioli, ma chi è più guru: lei o Bertinotti?». E il Maestro, senza fare una piega: «E´ più guru Bertinotti». Ma forse, per una risposta più articolata, potrebbe non bastare un seminario.

Heidegger: «un reazionario distante da ogni idea di modernità» Sartre: «il nulla» Foucault: «un falsificatore»
Aprile on line 17.4.07
C.A. Viano: Pantheon? Una marmellata
Verso il Pd Lo storico della filosofia, premiato come "laico 2006", critica quel fiorire di riferimenti ai profeti e santoni elencati nel Pantheon del nascituro partito democratico


C'è un fiorir di riferimenti ai profeti e santoni del passato da Heidegger a Sartre, da Foucault a Freud: servono a coprire la crisi di un'ideologia, il marxismo, data per duratura e risolutiva, ma oggi soprattutto c'è da fronteggiare criticamente la crescente invadenza della Chiesa e del pensiero religioso che nega le libertà individuali.
E' quanto afferma il filosofo o ancor meglio lo storico della filosofia, Carlo Augusto Viano che prima in "Laici in ginocchio" ha criticato intellettuali e politici che soffrono di complesso d'inferiorità nei confronti della gerarchia ecclesiastica, ora con "La filosofia del Novecento", critica la filosofia italiana che, a suo dire, manca di capacità critica.
"Heidegger? L'ultimo dei profeti o santoni di cui si sa tutto e comunque l'essenziale: studiò dai gesuiti, quindi si formò in un ambiente preciso prima di darsi alla filosofia. Nazista? Certo non lo condannò mai - dice Viano -. A leggerlo attentamente e con dovizia emerge chiaramente che è un conservatore di certo, anzi un reazionario distante da ogni idea di modernità".
Ma è soprattutto a sinistra che si riscopre Heidegger... "E a me non stupisce affatto - ribatte Viano - l'intellighenzia di sinistra si è sempre fatta guidare da falsi profeti o santoni per non dire abbiamo sbagliato: dovrebbe ammettere e riconoscere la crisi del marxismo e con esso del comunismo".
E Sartre e Foucault? "Sartre? Molto squilibrato - risponde Viano - aveva la matita ma non la gomma per cancellare quel che scriveva... Ha scopiazzato "Essere e Tempo" di Heidegger con "L'Essere e il Nulla", appunto il nulla...
Foucault? E' stato un gran falsificatore storiografico: ha inventato letteralmente intere storie, le sue storie".
Eppure Sartre e Foucault sono stati due punti di riferimento del ‘68, di quel filone filosofico chiamato esistenzialismo. "Quella fu come ho avuto modo di dire altre volte un'operazione culturale e mass mediatica per coprire la crisi ormai evidente del marxismo e ci si servì anche del freudismo - avverte Viano - fu un fuoco di paglia e il ‘68 non mi pare sia finito bene".
Insomma tra Heidegger, Marx e Freud chi salverebbe, visto il trattamento riservato a Sartre e Foucault? "Beh, certamente con tutti i suoi forti punti critici salverei Marx". E soprattutto il primo Marx, "quello dell'alienazione religiosa: ma la filosofia nonostante ciò - è l'osservazione critica di Viano - non si è ancora emancipata, liberata dal pensiero religioso, figuriamoci la politica". E questo non significa "impedire alla Chiesa di parlare, ci mancherebbe altro! - conclude lo storico della filosofia insignito del Premio ‘Laico 2006' - quanto aver idee e proposte, insomma un pensiero critico da contrapporre al potere religioso che nega le libertà individuali e il sapere e la conoscenza che deriva anche dalla tecnica e ricerca scientifica dell'uomo sull'uomo".





lunedì 16 aprile 2007

l’Unità 16.4.07
CARLO LEONI. Il vicepresidente ds della Camera: remare contro dall’interno del Pd? Meglio lanciare la costituente di una sinistra forte
«Abbiamo un progetto. Oggi decideremo insieme»
di Maria Zegarelli


«Il segretario del partito Piero Fassino ha fatto un grande errore e oggi ne paga le conseguenze: aver deciso di dare vita al partito democratico due anni fa senza consultare gli iscritti della Quercia. Oggi quel consenso ce l’ha, ma allora le cose sarebbero potute andare in modo diverso». Carlo Leoni, vicepresidente della Camera, non ha intenzione alcuna di tornare sui suoi passi. «Noi, della mozione Mussi non faremo la riserva sterile del Pd».
Leoni, il segretario Fassino vi ha lanciato un «ultimo, estremo appello» a partecipare alla fase costituente del Pd. Accetta?
Abbiamo già dato una risposta. Il 29 marzo abbiamo approvato un documento che chiedeva alla maggioranza di fermarsi nella corsa verso il Pd. Annunciavamo che nel caso in cui ci fosse stata un’accelerazione non avremo partecipato alla costruzione del Pd, perché siamo fermamente contrari a questo progetto.
Perché non credete nella possibilità di portare avanti una politica riformista nel Pd?
Perché pensiamo che la sinistra non possa ridursi né ad una corrente di un partito non di sinistra, né ad una testimonianza individuale. In Italia, come accade nel resto d’Europa, deve riconoscersi in un partito di sinistra.
Ma Ds e Margherita insieme hanno preso più voti rispetto a dove si presentavano separati. Non è un buon motivo per fare il Pd?
Questo partito di sinistra se voleva rispondere all’esigenza che c’era e che c’è di crescita di consensi doveva rivolgersi alle altre formazioni di sinistra, dallo Sdi a tutte le altre. Perché guardare necessariamente al centro?
Fassino dice: «Perché andare via senza un progetto alternativo?». C’è o no questo progetto?
Penso che sia giunto il momento ormai, visto che ciascuna delle mozioni ha preso i suoi voti, di smetterla di rinfacciarci le cose o rappresentare caricature delle posizioni altrui. Può non essere condiviso, e non è condiviso dal segretario del partito il nostro progetto; si può dire che è difficile realizzarlo, ma non si può dire che non esiste. Con la nascita del Pd si apre un vuoto a sinistra: noi vogliamo che a sinistra del Pd ci sia la sinistra.
In Calabria circa la metà della mozione Mussi ha annunciato che resterà nella fase costituente. A Torino c’è una situazione non dissimile. Non vi preoccupano questi segnali?
Con grande umiltà e disponibilità discutiamo e discuteremo con tutti i compagni e le compagne che hanno votato la nostra mozione. Non ci sarà alcun diktat dall’alto, tutto verrà deciso democraticamente. Oggi, avremo una riunione con tutti i nostri coordinatori regionali e delle grandi città per confrontarci. Detto questo, penso ai compagni delle sezioni che hanno votato per Mussi: nel momento in cui parte la costituente del Pd, che fanno? Remano contro o costruiscono il partito che con il loro voto hanno di fatto bocciato?
Enrico Boselli dello Sdi, ieri ha annunciato la costituente del nuovo Psi, ha detto “no” al Pd e guarda con interesse a Mussi e Angius. Iniziate da qui?
Noi abbiamo già detto che nel momento in cui parte la costituente del Pd vogliamo far partire un’altra costituente che riunisca ciò che è diviso a sinistra. Guardiamo con interesse a ciò che è stato detto a Fiuggi dallo Sdi, a ciò che succede dentro Rifondazione e lavoreremo affinché tutto questo sbocchi in un approdo unitario.

l’Unità 16.4.07
PDCI. Diliberto: «Unificare tutto ciò che sta a sinistra del Partito democratico»


«Sono addolorato e giudico un errore politico molto serio la circostanza che i Democratici di sinistra, che sono il più grande partito della sinistra italiana confluiscano in un progetto politico con i postdemocristiani perché si snatura l'identità di sinistra di quel partito, perché il Pd perde simbolicamente proprio la “S” dei Ds che sta per Sinistra». Lo ha detto il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, a margine del congresso regionale del partito ieri ad Ancona. Per Diliberto «si apre un problema molto grande in Italia: lo spazio a sinistra che però io declino in modo non politichese e cioè chi rappresenterà nelle istituzioni e nella politica il mondo del lavoro? La Cgil, entro nel merito, che è stato il sindacato di riferimento della sinistra non sarà più il sindacato di riferimento del Partito democratico». Secondo il leader dei Comunisti italiani «si apre una grande questione che è quella di ricomporre la sinistra italiana». Diliberto torna ad avanzare la sua proposta: «Noi proponiamo non da oggi, ma oggi con più urgenza, l'esigenza di una, noi la chiamiamo Confederazione della sinistra, un processo di riunificazione delle forze che non aderiranno al Partito democratico». Non una sponda per i transfughi dei Ds ma «un progetto politico che riguarda tutti. Noi la chiamiamo sinistra senza aggettivi perchè se uno già la chiama Costituente socialista mette un paletto: ci possono stare solo quelli che si dichiarano socialisti. Se la chiamiamo sinistra ci possono stare tutti dentro. Tutti quelli che condividono certi valori e certi progetti». Per Diliberto è una risposta al progetto di Boselli e De Michelis «ai quali io auguro comunque ogni successo perché hanno avuto coraggio di un grande ancoraggio nella sinistra. Tuttavia diverso dal nostro. Credo che ci sia - ha proseguito il leader dei Comunisti italiani - la necessità di riunificare tutto quello che starà a sinistra del Partito democratico. Quelli che ci vorranno stare naturalmente. Anzitutto Rifondazione comunista, i Verdi, naturalmente noi. Bisogna vedere le risposte che daranno gli altri».

l’Unità 16.4.07
Boselli: facciamo il Partito socialista
A Prodi dice: non ci hai convinto. Polemizza con Rutelli e D’Alema. E apre a tutti i riformisti che non andranno nel Pd
di Simone Collini


IL PARTITO DEMOCRATICO sa di vecchio, per questo tra breve nascerà il Partito socialista italiano. Enrico Boselli chiude il congresso straordinario dello Sdi inviando un prevedibile «no grazie» a Romano Prodi e incassando la riconferma a segretario con un voto contrario e tre astenuti, il via libera alla Costituente socialista lanciata come progetto alternativo al Pd, la conferma da parte di Gianni De Michelis e Bobo Craxi a lavorare insieme per mettere fine alla diaspora socialista. Di più, per far tornare in circolazione una sigla ben nota: Psi. «A Fiuggi la Costituente è nata - dice Boselli chiudendo la tre giorni - per il nome non trovo di meglio che chiamare il nuovo partito come si è sempre chiamato, almeno dal 1893: Partito socialista italiano, Psi». I circa 800 delegati riuniti nel Palaterme si spellano le mani. Così come fanno quando il loro segretario risponde all'appello a tornare a lavorare insieme per dar vita al Pd che in questa stessa sala ventiquattr'ore prima gli ha rivolto Prodi: «Il suo è stato un discorso chiaro. E altrettanto chiara e amichevole è la nostra risposta. Caro Romano, non mi hai convinto». Parte l'applauso. «Anzi, non ci hai convinto». Ed è standing ovation.
Era quello che la platea aspettava, e che arriva al momento giusto, dopo una lunga cavalcata di Boselli contro il Pd, ma anche contro le singole personalità che ne difendono le ragioni: «D'Alema dice che non coglieremmo la grande novità rappresentata dal partito unificato Ds-Margherita. Noi coltiveremmo invece il vecchio, rimarremmo attaccati ad antichi risentimenti, saremmo prigionieri di logiche sorpassate. Come non vedere che il Pd ha le sue fondamenta su quanto c'è di più vecchio nella società, come una politica di sinistra che deve necessariamente scendere a compromessi sui valori e sui principi con il Vaticano». Torna ad attaccare Rutelli, come aveva fatto nella relazione di apertura: «Un centrista tanto caro a lui come Bayrou, visto che lo sostiene contro la socialista Ségolène Royale, è più avanzato su laicità e diritti civili di quanto lo sia la Margherita. E persino il leader della destra Sarkozy ha difeso i Pacs». Ma complici evidentemente le ultime critiche mosse dal ministro degli Esteri, è soprattutto contro D'Alema che si lancia Boselli: «Vedeva lungo quando si recò alla celebrazione del fondatore dell'Opus dei, comprendendo che con parte di quella gente avrebbe fatto un partito insieme. Come si fa a definire moderno ed avanzato un Pd dove ci saranno esponenti dell'Opus dei, alcuni dei quali indossano felicemente il cilicio?». Se la prende anche con Fassino perché ha definito non fondate le sue critiche al Pd, con Anna Finocchiaro perché tra i riferimenti culturali del nuovo soggetto vedrebbe bene Hannan Arendt e Rosa Luxembur, con l'Unità per il corsivo di ieri («parlano delle mie giravolte, ma sulle giravolte dei Ds potrei scrivere un libro, non un corsivo») e immancabilmente con Benedetto XVI: «Appare più moderno Giordano Bruno di Papa Ratzinger». Tutto è vecchio dalle parti del Pd, insomma, tutto sa di compromesso. Per questo Boselli lancia la Costituente socialista, il Psi.
Quanto detto e ascoltato a Fiuggi dovrà essere il terreno su cui lavorare. Poi, annuncia il leader dello Sdi, verrà convocato in autunno un nuovo appuntamento che porti a termine l'operazione. I protagonisti saranno evidentemente Craxi, De Michelis, ma anche «tutti i riformisti che non condividono la scelta di aderire al Pd». Cita Macaluso, Turci, Caldarola ma guarda anche a Mussi e Angius. E, naturalmente, ai Radicali, perché «a Fiuggi non abbiamo chiuso la Rosa nel pugno, abbiamo aperto un cantiere più grande».
L'appello che Boselli lancia tra gli applausi dei suoi, memore delle tante volte che si è parlato di ricomposizione della diaspora socialista e delle altrettante volte che l'obiettivo è svanito nel nulla, è: «Uniamoci subito». L'ipotesi è di una prima riunificazione alle amministrative di primavera, ma con il voto a maggio e il congresso del Nuovo Psi a giugno sarà difficile che si realizzi. Senza contare poi che il coordinatore del partito di De Michelis, Stefano Caldoro, si è già detto contrario al progetto. È dunque tutt'altro che da escludere, in questo campo, una nuova scissione.

Repubblica 16.4.07
La giostra socialista ci riprova con il Psi
di Sebastiano Messina


E QUANDO la giostra delle sigle inedite ha finito il suo ultimo giro, dopo il Ps, dopo il Si, dopo il Psr, dopo la Lega Socialista, dopo Rifondazione Socialista, dopo i Socialisti Riformisti, dopo il Nuovo Psi e dopo lo Sdi, il manovratore Enrico Boselli torna a sorpresa al punto di partenza: «Per il nome, non trovo di meglio che chiamare il nuovo partito come si è sempre chiamato, almeno dal 1893: Partito Socialista Italiano, Psi».
Ma sì, c´è qualcosa di nuovo, anzi d´antico, nella politica italiana. C´è un ex delfino di Craxi - l´ex giovanotto promettente di Bologna - che a cinquant´anni si riprende l´insegna di Ghino di Tacco. E c´è un ex vice di Bettino, Gianni De Michelis, che vede inverarsi la sua profezia di due anni fa, quando annunciava a chi l´aveva seguito sotto le bandiere berlusconiane: «Se il destino ci porterà a sinistra, andremo lì per rompere con il bipolarismo».
Quindici anni dopo il crollo del craxismo, rinasce la vecchia idea di rimettere insieme i cocci del vecchio partito. Obiettivo: «Uniremo i socialisti per unire i riformisti». Vaste programme, direbbe De Gaulle. Ci provano da tre lustri, gli orfani del Garofano. La «Costituente Socialista» è del 1997. La «Federazione Laburista» è del 1994. Il Trifoglio, con Cossiga e La Malfa, è del 1999. Il Girasole, con i verdi, è del 2001. La Rosa nel Pugno, con i radicali, è dell´anno scorso. Ma non c´è stato, finora, niente da fare. A loro, l´operazione che riesce meglio non è la somma ma la divisione. Come disse una volta Chiara Moroni, «quando un socialista si guarda allo specchio, è già cominciata la scissione».
Stavolta promettono di fare tesoro dei vecchi errori, e certo fa un certo effetto vedere sullo stesso palco - quello del congresso socialista di Fiuggi - gli uomini che hanno attraversato il deserto del dopo-Craxi come generali di un´armata in disfatta, uomini come Rino Formica, De Michelis, Ugo Intini, Franco Piro e lo stesso Bobo, uniti dal sogno di tornare ai tempi d´oro di via del Corso. Ci fosse stato anche Martelli, nel frattempo passato alle tv berlusconiane, la foto di gruppo sarebbe stata perfetta. Giuliano Amato no, non era stato invitato. Però l´ha evocato, senza farne il nome, il figlio di Bettino, usando con perfidia le stesse parole con cui suo padre liquidò il suo ex numero due: «Un vecchio battitore libero, un professionista a contratto, ci obietta che... ».
Si torna a casa, dunque. O almeno, ci si prova. Boselli, l´instancabile Boselli, si allena dal 14 novembre 1994: il giorno dopo lo scioglimento del Psi, lui si fece eleggere segretario del Si (Socialisti Italiani), il primo partito con il nome di una carta di credito. Non tutti lo seguirono. Valdo Spini aveva fondato dieci giorni prima la Federazione Laburista. Bobo Craxi pensava alla Lega Socialista. Fabrizio Cicchitto, Enrico Manca, Claudio Martelli e Ugo Intini lavoravano al progetto del Nuovo Psi.
Naturalmente, ogni nuova sigla nasceva con il preciso programma di riunificare i socialisti, generando una confusione della quale è rimasto vittima perfino Palazzo Chigi. Giovedì scorso un comunicato ufficiale annunciava infatti l´incontro tra Prodi e «l´onorevole Zavettieri, segretario del Partito Socialista Democratico Italiano», costringendo l´interessato a precisare che «noi siamo gli ex del Nuovo Psi, i socialisti democratici sono quelli dello Sdi», mentre il Psdi (di cui sopravvivono due tronconi, l´un contro l´altro armati, ovviamente) sottolineava indispettito che Zavettieri non è segretario di nessuno dei due partiti.
Il capolavoro dell´unità socialista - si fa per dire - rimangono comunque i due congressi contemporanei del Nuovo Psi. Accadde il 16 dicembre 2002, in due alberghi romani sulla via Aurelia. Al Midas (teatro dell´avvento craxiano del 1976) si riunisce un Nuovo Psi che acclama Bobo Craxi segretario e Claudio Martelli presidente, perché dialoghino col centro-sinistra. All´Ergife, intanto, un altro Nuovo Psi elegge Gianni De Michelis alla segreteria, affinché rimanga nel centro-destra. Finisce che il 2 maggio Martelli dichiara decaduto Bobo Craxi da segretario del Nuovo Psi-1, e il 7 maggio De Michelis nomina lo stesso Bobo Craxi «coordinatore e portavoce della segreteria» del Nuovo Psi-2.
Di quello che è successo dopo - divorzi, rappacificazioni, separazioni e ricongiunzioni - nessuno è più riuscito a tenere il conto. Sono rimaste finite su Internet le immagini della scazzottata al congresso del 2005 al Palafiera di Roma, quando un oratore calabrese filo-craxiano disse a un demichelisiano di Napoli che lo interrompeva: «Io sono un socialista. Tu sei un cretino e stai seduto». Lo stesso De Michelis, due settimane fa, ha messo su YouTube il video della sua contestazione al consiglio nazionale del partito, seguita da una bella rissa tra compagni (conclusa in gran fretta all´arrivo di una volante della polizia).
Il tema, comunque, oggi è un altro: i voti. Riuscirà il Psi del 2007 ad avere non diciamo il 13,5 per cento dei voti del Psi del 1992, non diciamo la metà ma almeno un quarto o poco più, insomma un onesto 4 per cento che lo metta al riparo dalle soglie di sbarramento? Nei sogni di Boselli c´è un risultato, a giugno, almeno pari al 2,6 per cento dell´anno scorso (quando però c´erano i radicali). Negli incubi di De Michelis c´è invece lo 0,5 per cento delle ultime amministrative, dopo le quali lui si presentò al Consiglio nazionale del partito e, vedendo la sala piena, commentò amaro: «Vedo che qui, oggi, ci sono tutti i nostri elettori... ».

Repubblica 16.4.07
Boselli chiude a Prodi "E ora rinasce il Psi"
"Con la legge elettorale Ds e Dl vogliono far fuori lo Sdi"
Attacco a D'Alema: "Andare alla celebrazione dell'Opus Dei è questa la sua modernità?"
Il segretario: "Sul Partito democratico, al premier dico grazie ma non ci ha convinto"
di Umberto Rosso


FIUGGI - Il nome Psi e il simbolo del garofano Enrico Boselli l´aveva riscattato dal liquidatore del vecchio partito craxiano, mettendolo al sicuro dai debiti e da feroci dispute fra eredi.
Ora è arrivato il momento di tirarlo fuori dal cassetto, di riportarlo alla luce del sole. La Costituente socialista è nata, annuncia dunque al congresso dello Sdi che lo riacclama segretario (la più grande rielezione mai vista: un solo voto contrario), «il nuovo partito si chiamerà come si è sempre chiamato dal 1893, anno della sua fondazione: Partito socialista italiano». Gianni De Michelis e Bobo Craxi, Rino Formica e Saverio Zavettieri, ma anche Valdo Spini, i nomi della diaspora, esultano.
«Non è il segno di un ritorno al passato ma la conferma della continuità della nostra storia politica. Rassicuro Del Turco: il nostro modello non è il Psiup ma il Psi». Ma forse fra la commozione e l´orgoglio ritrovato, il clima prende la mano e si finisce per far coincidere il cantiere socialista che apre e l´antico, amato-odiato, simbolo del Partito socialista. Magari, a mente fredda, smaltita l´adrenalina di Fiuggi, il segretario spiegherà che una cosa è il ritorno alle origini «attorno» allo Sdi e un´altra il laboratorio aperto a tutte le altre «anime» del socialismo. Perché sotto una casa comune a forma di garofano, difficilmente potrebbe accomodarsi gente come Mussi, Salvi, o Angius che pure è pronta ad un fronte comune contro il Partito democratico.
E Boselli continua a tenere la porta chiusa al Pd, nonostante l´appello di Prodi. «Caro Romano, ti ringrazio per le parole rispettose nei nostri confronti, ma in tutta sincerità e in amicizia, ti rispondo: non ci hai convinto». Con il presidente del Consiglio, ci sono tanti punti di convergenti «ma anche come è evidente diversità: come lui stesso ha detto, siamo distinti ma non distanti». Perché? Perché l´operazione Pd sta nascendo su quanto c´è di più vecchio nella società italiana, a cominciare - insiste il leader dello Sdi - dal compromesso fra la sinistra e il Vaticano. Segue nuovo attacco al Papa: «Andando indietro nei secoli appare molto più moderno Giordano Bruno, di cui tutti conosciamo la sorte, di quanto lo sia oggi Ratzinger». Ma poi, come si fa a definire moderno e avanzato un partito «dove ci saranno esponenti dell´Opus Dei, alcuni dei quali indossano felicemente il cilicio».
E partono i siluri. Contro D´Alema: «Aveva visto lungo quando si recò alla celebrazione del fondatore dell´Opus Dei. E´ questa la sua modernità?». Contro Marini. «Ha difeso Rutelli. Ma sono stati sessanta parlamentari della Margherita a criticare le sue posizioni apertamente integraliste». Rutelli, «un integralista di conio tutto nuovo, che non si può certo mettere sullo stesso piano di un cattolico come Delors», è più arretrato perfino di Sarkozy che in Francia «difende i Pacs che in Italia non sono accettati dal partito che il presidente della Margherita e Fassino ci propongono». Fassino si lamenta per le critiche ingenerose dopo aver inserito Craxi nel Pantheon del Pd? «Che confusione nei Ds. Adesso Anna Finocchiaro mette fra gli antenati del nuovo partito la Arendt e la Luxembourg, ovvero due personalità contrapposte».
Si chiude con un allarme sul governo, Boselli vede «disegni poco chiari», «alchimisti al lavoro», e il riferimento è ad operazioni larghe intese che i socialisti immaginano manovrate da Amato o Marini. «Ds e Margherita ma anche Rifondazione ci vogliono far fuori con la legge elettorale. Io, faccio appello a Bertinotti, al suo comunismo libertario».

il manifesto 15.4.07
Dall'eredità di Darwin un contributo alla pratica medica
Incontri scientifici Da domani a mercoledì all'Auditorium Montessori di Torrette di Ancona le «Lezioni italiane» organizzate da Sigma-Tau Nuove prospettive. Nel suo ultimo saggio, «EBM», appena uscito per Laterza, Gilberto Corbellini indaga con passione e spirito critico la medicina basata sull'evoluzione
di Franco Voltaggio


L'evoluzione, il modello dominante della biologia contemporanea, soffre di un curioso paradosso: tutti sanno (o credono di sapere) cosa sia, ma trovano difficile definirla. Per i biologi la definizione è soggetta a modifiche legate alle incessanti svolte che la ricerca imprime al suo statuto concettuale. Quanto al pubblico, se chiunque ormai sa che la chiave della vita è l'evoluzione, più arduo è comprendere come tale processo sia dominato dal caso, specie se si considera che per lo più «caso» è inteso, secondo un'interpretazione tendenziosa, come sinonimo di «a casaccio». Pare infatti strano a molti che i concetti di «selezione naturale», «adattatività» (fitness), «variazione» non permettano di cogliere nella natura vivente l'esistenza di un fine superiore. In effetti, tale finalità è inesistente per una buona ragione, ormai acquisita dalla filosofia che da oltre un secolo si cimenta nella riflessione sul darwinismo: pensare che vi sia una finalità nella natura è un credo mirato alla sopravvivenza della nostra specie. Se cioè non possiamo spiegare l'evoluzionismo, interpretandolo come l'ipotesi generale di un fine preesistente in natura, possiamo però decifrare la tenace idea del finalismo alla luce della teoria dell'evoluzione. Per affrontare l'evoluzionismo occorre dunque l'esercizio di uno spirito critico, accompagnato da una buona informazione che va di continuo approfondita seguendo da presso le ricerche. Ma non basta. È utile chiedersi quali riflessi possa avere la conoscenza dell'evoluzionismo per la vita di milioni di persone affrontando al riguardo l'azzardo di qualche risposta - un orientamento che richiede una sincera passione, non meno etica che conoscitiva.
E di certo spirito critico e passione rivela Gilberto Corbellini, storico e filosofo della medicina, che in EBM. Medicina basata sull'evoluzione (Laterza, pp. 188, euro 14), e nelle «Lezioni italiane» della Fondazione Sigma Tau che si terranno ad Ancona da domani a mercoledì, si propone di studiare la medicina dal punto di vista dell'evoluzione - nella prospettiva rilanciata da R. M. Nesse e G.C. Williams in Perché ci ammaliamo (Einaudi 1999) - svecchiandone gli schemi concettuali e innovandone i protocolli terapeutici.
Dal punto di vista dell'interesse immediato del medico e del paziente, va subito detto che l'evoluzione non è l'espressione di un «progetto intelligente» che miri al meglio del singolo individuo. «Il fatto che la selezione naturale o il processo evolutivo non procedano con l'obiettivo di ottimizzare i fenotipi (che è quanto dire i singoli individui) - osserva Corbellini - implica che non hanno nemmeno lo scopo di promuovere la salute degli organismi. La selezione naturale dipende solo dal successo riproduttivo. Un organismo ben funzionante è certamente avvantaggiato nella lotta per l'esistenza. Ma non in assoluto. Anche condizioni di sofferenza, predisposizioni patologiche o adattamenti imperfetti possono, date certe condizioni, risultare vantaggiosi. Diverse variazioni genetiche responsabili di limitazioni funzionali sono state conservate nel pool genico delle popolazioni umane in quanto il loro manifestarsi in forme non letali proteggeva contro specifici agenti infettivi». Ma allora, quale utilità può derivare, ai fini della guarigione, dal tornare tanto indietro nel tempo, quando nel Pleistocene i nostri progenitori vivevano nelle savane africane? Al di là della ricostruzione che Corbellini conduce del paradigma clinico, dalla messe di informazioni raccolte nel libro emerge che ad avvantaggiarsene è proprio la clinica. Nell'indagine sul singolo malato, sappiamo che il clinico ne ricostruisce la storia medica (e non solo), evidenziando una serie di relazioni passate e presenti del soggetto con il suo contesto demico. Ne deriva che la resistenza mostrata da molti clinici nei confronti del paradigma evoluzionistico (inteso come una strumentazione concettuale impropria) è un atteggiamento miope: lungi dal mortificare la vocazione implicitamente storica della clinica, l'evoluzionismo ne amplia l'ottica, proponendo al contempo un correttivo prezioso all'interventismo che segna le prassi mediche contemporanee: basti pensare ai danni che trasfusioni e trapianti d'organo rischiano di determinare creando nuove opportunità ecologiche per virus e agenti patogeni che possono sfruttare soggetti il cui sistema immunitario venga mantenuto farmacologicamente depresso. Ritorna qui attuale l'invito alla prudenza, il richiamo ippocratico alla vis medicatrix naturae.
Né poteva mancare in questa ricognizione una diversa considerazione del cancro. Combatterlo significa conoscerlo e l'evoluzionismo può fornire gli strumenti concettuali, «evoluzione e selezione somatiche», per studiare il processo tumorale. Come dar torto allora a Corbellini quando afferma che, ove il finanziamento della ricerca privilegiasse la messa a punto di un modello darwiniano della progressione oncologica, si potrebbe pervenire all'introduzione di terapie tali da annullare il radicato pregiudizio dell'incurabilità in linea di principio del male?

Corriere della Sera Roma 16.4.07
Al Vascello. Il giardino dei ciliegi


Celebre opera di Anton Cechov, con Manuela Kustermann protagonista, per la regia di Giancarlo Nanni. Commedia scritta nel 1903. Centrale è la figura di Liuba Andreevna, una bella donna sentimentale e spendacciona: è costretta a mettere all'asta la vecchia casa di famiglia con il suo celebre e antico giardino dei ciliegi. Il consiglio del mercante Lopachin, di non vendere la casa ma di lottizzare il terreno, abbattendo i ciliegi, sembra assurdo. Ma nessun altro può consigliare Liuba: non l'apatico fratello, non il contabile ossessionato dall'idea del suicidio, non la figlia adottiva. All'asta Lopachin si aggiudica la proprietà. Mentre gli antichi proprietari partono, egli non può celare l'orgoglio di essere riuscito ad acquistare il luogo dove i suoi genitori furono servi. Nella casa vuota, rimane solo il vecchio servitore Firs, malato e dimenticato dai padroni, ultimo relitto del passato che si estingue, in favore di un futuro, poco rassicurante, che avanza (fino al 27 aprile).

domenica 15 aprile 2007

l’Unità 15.4.07
Carceri. Effetto indulto
di Luigi Manconi


Qualcosa sta cambiando nelle carceri italiane. Partiamo da un dato di grande importanza, che pure va manovrato con cautela. Nel corso del primo trimestre del 2007 i suicidi, all’interno delle prigioni, sono stati due su una popolazione detenuta di circa 40mila unità. Nel primo trimestre del 2006, su circa 60mila detenuti, ben 15 si erano tolti la vita. Il merito di questo significativo decremento non è, evidentemente, tutto e solo dell’indulto; ma, certo, il provvedimento di clemenza ha influito - e molto - sulle condizioni generali della detenzione.
La riduzione assai rilevante del sovraffollamento ha migliorato tutti gli indicatori di vivibilità (da quelli igenico-sanitari a quelli trattamentali), con benefici per l’intera popolazione reclusa: e, dunque, ha allentato quello stretto rapporto e quella rigida correlazione tra elevata promiscuità e tasso di suicidi. Questo, comunque, non deve indurre a limitare la vigilanza sul tragico problema dell’autolesionismo, se è vero com’è vero che - negli ultimi giorni - si sono verificati ancora due suicidi. In ogni caso, la drastica riduzione, in virtù dell'indulto, del numero dei detenuti ha rappresentato - come si è detto e ridetto - giusto la condizione preliminare, e ineludibile, per procedere nella direzione delle riforme indispensabili al nostro sistema penitenziario. E oggi, in effetti, a poco più di nove mesi dall'approvazione di quella misura, qualcosa è già cambiato, qualcosa sta cambiando e soprattutto qualcosa - molto, speriamo - dovrà cambiare.
Dopo quindici anni, il numero dei detenuti è tornato nei limiti della capienza regolamentare. La recidiva è contenuta in poco più dell’11% e ancora molto al di sotto dei suoi tassi ordinari e “fisiologici” (dal 60 al 68%), riscontrati tra coloro che arrivano al “fine pena” senza beneficiare di sconti e senza usufruire di misure alternative. Questo significa che la gran parte delle persone scarcerate stanno “ripagando” il credito che è stato loro concesso con la liberazione anticipata. Per quanto riguarda l’attività legislativa, il governo ha già definito le proposte di modifica di due delle normative che più hanno causato il sovraffollamento penitenziario: quella sull’immigrazione e quella sull’inasprimento del trattamento penale dei recidivi. A breve, potrebbe arrivare a definizione anche una proposta organica sulle sostanze stupefacenti, che dovrebbe superare sia la “Fini-Giovanardi” che le obiezioni procedurali del Tar del Lazio.
Intanto, la Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge istitutiva della Commissione per i diritti umani e la tutela delle persone private della libertà. Una Commissione che, nel pieno rispetto delle prerogative giurisdizionali, si propone di ampliare gli strumenti di promozione dei diritti e, in modo particolare, la tutela delle persone private della libertà. È un primo traguardo, dopo una mobilitazione durata anni e dopo che numerose amministrazioni locali (regioni, province e comuni) hanno istituito i loro garanti, che già possono vantare un bilancio positivo. Nel frattempo, la commissione Giustizia della Camera ha dato il via libera alla proposta di riforma della “legge Finocchiaro”, che amplia la possibilità di ricorso alle misure alternative per le madri condannate a pena detentiva: e che prescrive l’istituzione di case-famiglia per coloro che non ne potessero beneficiare (e fossero costrette, quindi, a scontare la pena in carcere con i propri figli). E così, da qualche settimana, grazie all'impegno della Provincia di Milano, e degli altri enti locali, gli ultimi tre bambini, già reclusi con le madri a San Vittore, sono ora ospitati in una struttura che - attualmente - è la più lontana possibile dall’immagine (e dalla corposa e crudele materialità) di un carcere. Anche l’Amministrazione penitenziaria sta cambiando: dopo molte polemiche, l’Ufficio ispettivo interno è tornato a occuparsi del buon andamento dell’amministrazione, piuttosto che di attività informative e di polizia giudiziaria; mentre - con il riordino imposto dalla Finanziaria - si è ripreso un lavoro di programmazione delle risorse umane e strutturali, necessarie ad assolvere efficacemente ai difficili compiti di custodia e reinserimento.
Ora, tra le molte questioni che restano da affrontare, due assumono particolare urgenza: una revisione dei circuiti penitenziari, che possa valorizzare le capacità di trattamento e di reinserimento sociale dei condannati; e - importantissimo - il completamento della riforma dell’assistenza sanitaria in carcere. Sin dal primo governo Prodi, il centrosinistra ha tracciato la strada di una riforma che trasferisca tutte le competenze al Servizio sanitario nazionale, come è giusto che sia. Così già è per l’assistenza ai tossicodipendenti e per la prevenzione: e molte regioni - in questi anni - si sono assunte oneri e responsabilità, finanziarie e operative, per potenziare l’assistenza ai detenuti. Alcune hanno già legiferato in materia, anche alla luce della riforma del titolo V della Costituzione.
Questo percorso va ora portato a pieno compimento, senza ulteriori indugi, garantendo la migliore assistenza possibile alle persone recluse nell’ambito del Servizio sanitario nazionale: senza che questo comporti la dissipazione delle competenze professionali, maturate nell’ambito della medicina penitenziaria, ma - d’altra parte - evitando ritardi e differimenti nel completamento di una riforma sacrosanta.
Qualcosa sta cambiando, dunque, nelle carceri italiane. E molto può essere ancora fatto.
Da questo punto di vista, la casa-famiglia di Milano è qualcosa di più di una soluzione razionale a un problema complesso. È un segno: piccolo, piccolissimo e quasi solo allusivo: e, tuttavia, da valorizzare perché rende concreta la possibilità che il carcere com’è oggi si riduca davvero a soluzione estrema e residuale.

l’Unità 15.4.07
Gramsci, il pensiero degli Ultimi

A settant’anni dalla morte del fondatore de l’Unità: «Il nostro Gramsci». La vita, il carcere fascista, le battaglie, i pensieri. E la fortuna editoriale ai quattro angoli del mondo di un grande italiano, artefice teorico e pratico del Pci ma che appartiene a tutta la sinistra. Una vicenda ricostruita in uno «speciale» del giornale, grazie a nuovi studi e inedite fonti d’archivio, alla vigilia dell’uscita dell’«Edizione nazionale degli scritti».
Buttigieg, Daniele, Gravagnuolo, Guerra, Prospero, Tamburrano, Vacca

A 70 ANNI DALLA MORTE La vita, le idee e il destino
di un comunista e di un grande italiano che ancora ci parla
di Bruno Gravagnuolo

Alle 4 e 10 del 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci, nella clinica Quisisana di Roma, dopo esservi giunto a fine agosto del 1935, da una clinica di Formia e già in condizioni fisiche disperate. Si concludeva così tragicamente una vicenda esistenziale e politica straordinaria. Quella di un prigioniero del fascismo e da poco in regime di libertà condizionale, che era stato uno dei massimi ispiratori teorici e pratici del Pcd’I nato nel 1921, nonché l’artefice del suo nuovo gruppo dirigente a partire dal 1923-24. Con la liquidazione dell’estremismo di Bordiga, la fondazione de l’Unità e la sua ascesa a segretario di quel partito. Dunque, un «combattente» e un costruttore di politica, ma insieme un grande intellettuale e un’eccezionale figura morale. La cui grandezza avevano compreso da visuali opposte Piero Gobetti e il «carceriere» Mussolini, entrambi capaci di registrare l’enorme energia costruttiva dei suoi pensieri, l’uno per elogiarla, l’altro per controllarla e alfine spegnerla. Senza Gramsci, il Pci così come lo abbiamo conosciuto non vi sarebbe stato, e nemmeno la storia d’Italia sarebbe stata quella che abbiamo conosciuta. Perciò Gramsci è nostro, indubitabilmente. Di chi militò sotto le bandiere del Pci anche decenni dopo. Della sinistra tutta, «post» o meno. E dell’Italia intera, persino di chi militò sotto opposte bandiere, e che magari cerca di «recuperarlo» a modo suo.
Dove sta la grandezza di questo nostro Gramsci? Lo si diceva: nei pensieri. E nella forza di una personalità. Nell’eccezionale forza di un «carattere» che fu l’involucro di quei pensieri, la corazza etica in grado di impedirne la dispersione, di là delle di vulgate e leggende esegetiche. Senza nulla toglire ai meriti di Togliatti, che salvò e trapiantò in Italia quei pensieri, Gramsci «eccede» e travalica ogni lettura addomesticata. Riuscì infatti a pensare e a esprimersi al futuro nel buio della prigionia, in tempi di ferro e di fuoco «tra Mussolini e Stalin», come suona il titolo di un saggio in arrivo di Angelo Antonio Rossi e Giuseppe Vacca (Fazi). E senza piegare la testa, testimoniando in prima persona, malgrado l’isolamento politico e affettivo, qual era l’universale liberazione umana a cui mirava. E come essa potesse e dovesse incontrarsi col corso terribile del mondo così come era. Cosa ci lascia Gramsci oltre la forza di un esempio eroico nel paese del «trasformismo»? Un arsenale inesauribile di idee, consegnate a una stenografia asistematica ma limpida. Che era un crittogramma del mondo, e in parte ancora lo è. Prima di tutto la diagnosi della crisi mondiale dopo la prima guerra. Cioè il conflitto irrisolto tra cosmopolitismo e stato nazionale, dal cui scontro senza universalismo mediatore scaturisce guerra. È dentro quel conflitto che Gramsci vide l’Ottobre 1917, i fascismi, il New Deal. Con il collasso della società liberale in Europa. E sempre in quello scenario scorse l’emancipazione «primitiva» incarnata dal bolscevismo, e i relativi contraccolpi planetari. Per questo il fascismo italiano, nonché figlio di tutta l’arretratezza italiana «senza nazione», gli apparve come una moderna «rivoluzione passiva». Indotta dall’interdipendenza internazionale, ma agita da classi dirigenti che inglobano l’attiva adesione dei ceti subalterni.
Due sfide quindi in Gramsci. Pensare la modernità del mondo, dove il «fordismo» Usa, che allarga il mercato, si rivela egemone rispetto al dispotismo sovietico. E attivare la coscienza dei dominati al livello dell’«economia-mondo», dentro e fuori le singole nazioni. Un cammino lunghissimo, che Gramsci chiamava «guerra di posizione». E una grande gincana della liberazione di massa, attraverso la «società civile», le sue forme simboliche, le sue «fortezze» e «casematte». Politica e filosofia egemoniche senza fine quelle di Gramsci, verso nuovi equilibri di potere. Dove il «mito» non estingue il dissenso e l’autonomia del soggetto. Idee-forza laiche, libere. Nostre.

l’Unità 15.4.07
QUESTO ANNIVERSARIO L’edizione nazionale degli scritti, i convegni, i nuovi studi e le edizioni straniere di un pensatore sempre più attuale
Un classico dell’avvenire per capire il mondo globale
di Giuseppe Vacca


Il settantesimo della morte di Gramsci si annuncia particolarmente denso di eventi e iniziative culturali di grande rilievo. Molti di essi sono promossi o realizzati con la partecipazione della Fondazione Istituto Gramsci. Segnalarne i più significativi mi sembra utile per dare conto degli sviluppi più recenti degli studi gramsciani, della diffusione crescente degli scritti di Gramsci nelle diverse aree linguistiche e culturali del mondo, e della vitalità del suo pensiero. Dopo quasi dieci anni di intenso lavoro comincia quest’anno la pubblicazione dell’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci. Com’è noto, egli è ormai universalmente riconosciuto come un classico del pensiero politico del Novecento, attualmente il più tradotto e studiato nel mondo intero. Man mano che la sua fortuna cresceva diveniva sempre più necessario che la cultura italiana fornisse alla comunità scientifica internazionale gli strumenti indispensabili ad uno studio critico filologicamente fondato del suo pensiero.
A questo si è dedicata la Fondazione Istituto Gramsci promuovendo, fin dai primi anni Novanta del secolo passato, una Edizione Nazionale degli scritti. Come si sa questa costituisce il massimo riconoscimento istituzionale della cultura italiana ad un suo autore illustre ed è altrettanto significativo che l’Istituto dell’Enciclopedia italiana ne sia l’editore.
Una edizione critica integrale degli scritti di Gramsci è necessaria per molte ragioni. Mi limiterò a ricordare quelle che costituiscono le principali novità dell’Edizione nazionale. Innanzi tutto un’edizione degli scritti e non delle «opere». Gramsci fu un uomo politico, un «combattente» il cui pensiero è consegnato a scritti giornalistici, interventi politici, epistolari e alle «note» dei Quaderni del carcere, raccolte in volume solo dopo la sua morte. Egli dunque non ci ha lasciato «opere», ma «scritti» che compongono un corpus straordinariamente unitario a condizione che se ne possa ripercorrere cronologicamente «il ritmo del pensiero in sviluppo», corredandone gli scritti dell’apparato filologico indispensabile a ricostruirne i contesti. In secondo luogo la sua attività giornalistica (1914-1926) è consegnata ad articoli prevalentemente non firmati. Rispetto alle pubblicazioni precedenti l’Edizione nazionale procede quindi verificandone le trascrizioni e le attribuzioni, e corredandoli di un apparato filologico molto più accurato. Novità significativa a tal uopo è l’elaborazione di un software ripetutamente testato che consente l’attribuzione degli articoli non firmati secondo criteri linguistico matematici, ferma restando la responsabilità dei curatori di accoglierle o respingerle integrando i criteri automatici con quelli critici tradizionali, come la conoscenza del lessico e dello stile letterario di Gramsci, e la ricostruzione del contesto editoriale, storico-politico e storico-culturale di ciascun articolo.
Altra novità significativa è la decisione di comprendere nell’Edizione nazionale non solo i carteggi gramsciani (quelli con Tatiana e Giulia Schucht, ed altri corrispondenti) ma anche i «carteggi paralleli», decisivi per il periodo carcerario (i carteggi fra Piero Sraffa e Tatiana Schucht, Tatiana e i suoi famigliari, ecc.). L’ingiustificata consuetudine di pubblicare solo le lettere di Gramsci e non anche quelle dei suoi corrispondenti è stata finalmente dismessa dopo che, con il suo pionieristico Antigone e il prigioniero (1990), Aldo Natoli aveva portato alla luce non solo lo spessore intellettuale e morale di Tatiana Schucht, ma anche il suo ruolo d’interlocutrice autorevole del prigioniero, ignorando le lettere della quale non si può ricostruire la biografia politica e intellettuale di Gramsci negli anni di detenzione. Tuttavia solo il carteggio fra Gramsci e Tania Schucht aveva avuto finora una vera e propria edizione critica, accuratamente annotata da Chiara Daniele (Einaudi 1997). Nell’Edizione nazionale si provvederà quindi a colmare una grave lacuna, secondo criteri che consentiranno agli epistolari di assolvere il loro compito precipuo, quello di rendere possibile la ricostruzione della biografia intellettuale dell’autore in questione. È appena il caso di sottolineare quanto ciò sia importante per la comprensione dei Quaderni, per i quali, dopo l’edizione cronologica del 1975, abbiamo appreso quanto sia decisivo, per interpretarli, contestualizzare ogni nota, anche in rapporto alla vicenda politica del prigioniero, seguendone la scrittura oserei dire giorno per giorno.
Com’è noto dopo la pubblicazione dell’edizione cronologica dei Quaderni (l’impresa decennale di Valentino Gerratana e della nutrita schiera di studiosi che lo affiancarono) Gianni Francioni ha progressivamente affinato i criteri di datazione delle «note» che li compongono ed a lui è affidata la direzione della loro pubblicazione nell’Edizione nazionale. In questa essi saranno ordinati in Quaderni miscellanei, Quaderni speciali e Quaderni di traduzione. La novità più significativa è la pubblicazione dei Quaderni di traduzioni, esclusi dall’edizione Gerratana e quasi del tutto inediti. Con essi si inaugura l’Edizione Nazionale ed il volume sarà presentato il 30 aprile a Ghilarza, alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
Ma le novità editoriali promosse dalla Fondazione Istituto Gramsci non si fermano all’Edizione nazionale. A fine aprile sarà in libreria il primo volume di una serie di pubblicazioni annuali edite dal Mulino, intitolata Studi gramsciani nel mondo. La serie si propone di far conoscere al pubblico colto i risultati più significativi della letteratura internazionale traducendo in italiano scritti di autori stranieri dedicati al pensiero di Gramsci o da esso ispirati. Il primo volume offre una selezione di scritti degli anni 2000-2005, si apre con un saggio di Amartya K. Sen su Sraffa, Wittgenstein e Gramsci e comprende scritti di studiosi inglesi, nordamericani e latinoamericani che spaziano dalla concezione della società civile e della teoria dell’egemonia, all’applicazione del pensiero di Gramsci allo studio di «questioni regionali», come il confronto fra socialismo, nazionalismo ed islamismo nel mondo arabo ed il declino del processo di pace in Medio Oriente, di questioni nazionali come nel saggio di Rupe Simms La Black Theology nelle lotte per la libertà che riguarda la vicenda sudafricana, o globali, come l’articolo della Costler sulla regolazione dei processi di mondializzazione dell’economia. I volumi successivi saranno invece di carattere tematico e verranno dedicati ad una scelta di studi culturali e post-coloniali, alle teorie delle relazioni internazionali ispirate dalla concezione gramsciana dell’egemonia e alla presenza di Gramsci nel modo arabo-islamico.
La pubblicazione ripercorre le linee principali dell’internazionalizzazione del pensiero di Gramsci che continua e si allarga. Il 27 aprile sarà presentata a Pechino la traduzione cinese delle Lettere dal carcere e il 29 maggio, a Mosca, la traduzione russa dei Quaderni, mentre si conclude la pubblicazione dell’edizione critica di essi in lingua inglese, curata da Joseph A. Buttigieg per la Columbia University Press. Alla «fortuna» internazionale del pensiero di Gramsci sono quindi dedicati tre importanti convegni promossi dalla Fondazione Istituto Gramsci per il Settantesimo. Il primo, «Gamsci, le culture e il mondo», organizzato in collaborazione con la International Gramsci Society-Italia, si terrà a Roma il 27 e 28 aprile ed è incentrato su tre pilastri dei Cultural studies: la Scuola di Calcutta, la Scuola di Birminghan, e gli studi post-coloniali influenzati dall’opera di Said. In autunno sono previsti un convegno internazionale a Berkley, dedicato alla teoria degli intellettuali nell’America del Nord, ed un altro a Buenos Aires, dedicato alla presenza di Gramsci nella cultura ibero-americana.
L’internazionalizzazione del pensiero di Gramsci è registrata in tempo reale dalla Biografia gramsciana on line consultabile presso il sito della Fondazione Istituto Gramsci. Originata dal lavoro pionieristico di Elsa Fubini e John Cammett, essa ha superato le 17.000 voci, metà delle quali appartengono alla letteratura straniera. Essa costituisce la base di un’altra iniziativa editoriale della Fondazione, il cui primo volume vedrà la luce quest’anno: la Bibliografia gramsciana ragionata, diretta da Angelo D’Orsi. Questa è dedicata alla letteratura in lingua italiana dal 1922 ad oggi e costituirà una guida importante per gli studiosi non solo italiani. L’informazione parziale e selettiva fin qui fornita sulle iniziative dell’Istituto Gramsci per il Settantesimo dà un’idea dell’ampiezza e della vitalità degli studi gramsciani. Contrariamente a quanto molti ritengono, dopo la battuta d’arresto degli anni Ottanta del secolo scorso essi si rinnovano e si accrescono anche in Italia, di pari passo con la disponibilità di nuove fonti, a datare dal 1991, con il sensibile sviluppo di nuovi studi sulla biografia intellettuale di Gramsci e con la crescita d’una nuova storiografia sul Novecento. Tutto ciò rende possibile l’organizzazione di un convegno di dichiarata ambizione, promosso dalla Fondazione Istituto Gramsci e dalla Fondazione Gramsci di Puglia, che si terrà a Bari e a Turi dal 13 al 15 dicembre prossimo. Intitolato «Gramsci nel suo tempo», esso si svolgerà sulla base di cinquanta contributi di studiosi italiani volti a ricostruire la genealogia del pensiero di Gramsci ripercorrendo il cammino delle sue interazioni con la cultura e la politica europea e mondiale dei primi tre decenni del Novecento. Il lungo lavoro di preparazione e la disponibilità a parteciparvi dimostrata da tanti studiosi di almeno tre generazioni documentano una ripresa significativa dell’interesse per Gramsci e ci consentono di sperare di concludere così in modo degno, almeno per quanto riguarda la Fondazione Istituto Gramsci, un anno di iniziative e di eventi non rituali, né banali, nei quali cerchiamo di riversare tutto il nostro impegno.

l’Unità 15.4.07
OLTREOCEANO Da molti anni ormai il pensatore sardo è letto e conosciuto in America, e tra i suoi principali «estimatori» c’è anche la destra
Gramsci negli Usa, ecco come i «neocon» lo vedono e se ne servono in politica
di Joseph A. Buttigieg
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto


In uno dei suoi primi interventi dal titolo Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo, Gramsci scrive: «Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (Q1, &44). Questa «direzione o egemonia politica», prosegue Gramsci, si ottiene mediante l’opera degli intellettuali che fungono da avanguardia del gruppo che aspira a conquistare il potere di governo; e questi intellettuali svolgono la loro opera nella società civile.
Negli Stati Uniti c’è la tendenza generale a considerare gli intellettuali del tutto estranei alla realtà politica o ostinatamente di sinistra. Più di recente, tuttavia, gli osservatori hanno finito per apprezzare il ruolo cruciale che gli intellettuali hanno svolto nel preparare il terreno alle politiche realizzate dall’amministrazione Bush. Questo lavoro di preparazione è stato svolto da gruppi di intellettuali estremamente ben istruiti e tecnicamente sofisticati accolti e finanziati da vari think tank e istituti di ricerca.
Nel settembre 2002, quando appariva sempre piu’ chiaro che gli Stati Uniti erano decisi ad attaccare l’Iraq, l’amministrazione Bush ha pubblicato La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Dopo aver letto il documento ufficiale con l’inquietante esposizione della dottrina della guerra preventiva, gli analisti politici hanno notato che si trattava sostanzialmente di una rielaborazione di un documento di dominio pubblico da anni, ma in generale ignorato. Il testo originale Ricostruire le difese dell’America è stato pubblicato per la prima volta nel settembre del 2000 a cura del Project for the New American Century. Il Pnac è stato fondato nel 1997 da alcuni notissimi conservatori, tra i quali Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Elliot Abrams. I conservatori hanno scoperto molto tempo fa l’efficacia di operare nella società civile tramite istituzioni auto-organizzate per influenzare la politica del governo prima di prendere in mano le redini del potere. Nel 1980 il Council for Inter-American Security, un think tank con sede a Washington D.C. fondato nel 1976, dette vita ad un gruppo di ricerca che finì per essere conosciuto con il nome di «Commissione di Santa Fe», con il compito di formulare una nuova strategia americana nei confronti dell’America Latina. Il documento partorito dalla Commissione «Una nuova politica inter-americana per gli anni ’80», fu pubblicato solamente in ciclostile. Nell’anno seguente il documento della Commissione di Santa Fe era diventato il programma cui si ispirava la politica di Ronald Reagan nei confronti dell’America Latina. Nel 1989 lo stesso think tank dette alla luce «Santa Fe II», allo scopo di predisporre la politica latino-americana dell’amministrazione di George Bush senior.
Santa Fe II contiene una sezione dal titolo, «L’offensiva culturale marxista», che parla della minaccia rappresentata dall’influenza di Gramsci sugli intellettuali di sinistra dell’America Latina. Secondo il rapporto, l’analisi della cultura di Gramsci dimostrava «che era possibile controllare o plasmare il regime tramite il processo democratico a condizione che i marxisti fossero in grado di esprimere i valori culturali dominanti della nazione». Quello stesso anno Michael Novak scrisse sul pericolo che il «gramscismo» fosse abbracciato dagli intellettuali americani incorreggibilmente di sinistra in quanto presumibilmente minaccia di scalzare i valori americani e di ottenere sul piano culturale ciò che le fallite teorie del marxismo non erano tristemente riuscite a fare in campo economico. Questo intervento indusse in seguito il commentatore conservatore Rush Limbaugh ad informare e ammonire i suoi concittadini americani che: «il nome e le teorie di Gramsci sono ben noti in tutti gli ambienti intellettuali di sinistra. ... Gramsci è riuscito a definire una strategia per combattere una guerra culturale... che rimane l’ultima grande speranza di quanti cronicamente odiano l’America».
Con ogni probabilità anche Augusto Pinochet lesse il rapporto «Santa Fe II» in quanto in un’intervista rilasciata nel 1992 ad un giornale russo parlò di Gramsci come di un lupo marxista travestito da agnello che aveva una grande capacità di seduzione sugli intellettuali. Più di recente in La fine dell’Occidente Pat Buchanan ha sostenuto che «nei suoi Quaderni del carcere (Gramsci) ha superato i programmi in vista di una rivoluzione marxista coronata dal successo. La nostra rivoluzione culturale sarebbe potuta venire direttamente da queste pagine… L’idea di Gramsci su come fare la rivoluzione in una società occidentale si è rivelata corretta... la rivoluzione gramsciana continua ad avanzare e a tutt’oggi continua a fare adepti».
Centinaia e centinaia di pagine di analoghi allarmi si possono ricavare da periodici conservatori e siti Internet di gruppi di estrema destra. Tuttavia la prima fonte di informazione di Buchanan su Gramsci non è un qualche strambo teorico del complotto o fanatico guerriero culturale, ma John Fonte, senior fellow dello Hudson Institute, il cui saggio Perché c’è una guerra culturale: Gramsci e Tocqueville in America, è apparso sulla rivista della Heritage Foundation, Policy Review. Nel suo saggio John Fonte sostiene che «sotto la superficie della politica americana è in corso una dura guerra ideologica tra due visioni del mondo contrapposte. Li chiamerò “gramsciani” e “tocquevilliani” dal nome dei due intellettuali cui si devono le idee che si fanno la guerra... La posta in gioco della battaglia in corso tra gli eredi di questi due uomini altro non è che il tipo di paese che gli Stati Uniti saranno nei decenni a venire». Un filo comune percorre le rappresentazioni conservatrici di Gramsci; la convinzione che il comunista italiano ha lasciato in eredità alla sinistra una strategia efficace per trasformare radicalmente la società americana dall’interno corrompendola furtivamente o impadronendosi delle principali istituzioni della società civile. Questa visione della società civile è stata rafforzata dagli intellettuali, dai politici e dai propagandisti di destra che non si stancano mai di lamentare il fatto che la sinistra è impegnata in una «lunga marcia nelle istituzioni» - una sorta di guerra culturale di ispirazione gramsciana volta a minare i valori tradizionali, la fede religiosa e tutto ciò che l’America rappresenta. In realtà tuttavia, è stato il movimento conservatore che, fin dall’epoca della prima candidatura alla presidenza di Reagan, ha assiduamente e metodicamente marciato nelle istituzioni. Istituti di ricerca come la Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, fondati con una programma apertamente di destra e che ora svolgono un ruolo importante nel formulare la strategia politica, sociale ed economica del Partito repubblicano, non hanno equivalenti progressisti e tanto meno di sinistra. Sono spuntati filantropi al solo ed esclusivo scopo di finanziare iniziative conservatrici quali la creazione di organizzazioni studentesche (con i loro giornali universitari) presso alcune delle più prestigiose e influenti università. Leader religiosi di grandi congregazioni fondamentaliste cristiane hanno stretto alleanze strategiche di ferro con politici conservatori. In tutto il paese stazioni radio trasmettono talk-show di estrema destra condotti da personalità che si sono conquistate notorietà nazionale. L’emittente televisiva Fox, creata dall’attuale proprietario Rupert Murdoch, è così dichiaratamente conservatrice da essere diventata a tutti gli effetti la portavoce del Partito repubblicano. Abbondano i periodici di destra che non solo esercitano una forte influenza su un numero di lettori sempre più grande, ma contribuiscono anche a determinare la politica del governo.
Lungi dall’essere radicalizzata da movimenti sociali progressisti, la società civile americana è inondata da valori sociali, politici, culturali ed economici conservatori promossi e diffusi instancabilmente da oltre venti anni da un movimento ben radicato e altrettanto ben finanziato. La società civile ha finito per diventare la principale fonte di forza di George Bush; ma sarebbe più esatto dire che la forza dell’amministrazione Bush è la manifestazione esteriore del grado di penetrazione del movimento conservatore nella società civile. Ciò non vuol dire che il movimento conservatore sia invincibile o irresistibile. Vuol dire, tuttavia, che l’apparato coercitivo della società politica non è la sua principale fonte di potere. La sua principale fonte di potere è la società civile. Naturalmente è necessario anche l’«ottimismo della volontà», ma, affinché non sia pura follia, deve essere fondato su una esauriente e lucida valutazione dei punti di forza dell’avversario. Questi punti di forza sono radicati, prevalentemente, nella società civile ed è lì che l’ethos dell’egemonia prevalente è stato interiorizzato come «senso comune» - e questo, come Gramsci sapeva fin troppo bene, è la cosa più difficile da trasformare.

l’Unità 15.4.07
LA LAICITÀ GRAMSCIANA Questione Vaticana e arretratezza del paese, un punto attualissimo nella riflessione dei «Quaderni»
Quel messaggio ostinato: Italia mancata per colpa dei liberali e del clericalismo
di Michele Prospero


I Quaderni ripensano la lunga durata della storia italiana, caratterizzata, per il suo tratto distintivo, dall’intreccio profondo di particolarismo municipale e di cosmopolitismo cattolico. Il tema della laicità evoca dunque in Gramsci il nodo gordiano dello Stato. La sua edificazione in Italia avviene all’insegna di Cavour, che fu un «politico creatore» non un mero diplomatico.
Quella di Cavour fu «un’abilità subalterna, tuttavia fruttuosa». Il «capolavoro politico del risorgimento» fu anche la capacità dei liberali di «suscitare la forza cattolico-liberale» sganciandola dalle ipoteche della chiesa e legandola in qualche misura alle parole d’ordine della nazione e della patria. Tra gli Stati europei, tuttavia, l’Italia non solo è tra quelli di più recente costituzione, ma il suo cammino verso l’unità giuridica e politica si compie combattendo manu militari la chiesa. La chiesa logora le basi di legittimità dello Stato nascente rendendolo precario e segno del demoniaco. L’estraneità irriducibile della chiesa impedisce una socializzazione politica delle masse cattoliche. Mentre in altri sistemi politici compaiono partiti conservatori ispirati al cattolicesimo e capaci di gareggiare con le risorse del suffragio universale, in Italia la chiesa rigetta ogni agire politico nelle sedi istituzionali. Ma la chiesa monopolizza solo spezzoni di società civile e non raggiunge un respiro nazionale.
Gramsci non ha dubbi: il mondo cattolico aveva paura delle masse che controllava solo a parole. Per Gramsci il malessere italiano non è affatto una semplice conseguenza dell’assemblearismo e del trasformismo dell’età giolittiana. Il paradigma dell’arretratezza costituisce un elemento centrale nella sua ricognizione. Mancava in Italia la società civile che era «qualcosa di informe e di caotico e tale rimase per molti decenni». Per questo non si poteva esprimere una vera classe dirigente. Legato alla endemica arretratezza nazionale era anche il problema cattolico. «Il clericalismo non era neanche esso l’espressione della società civile, perché non riuscì a darle una organizzazione nazionale ed efficiente».
La crisi italiana è dunque a più strati. Comprende l’arretratezza della società civile, la debolezza delle classi dirigenti, il carattere di rivoluzione passiva assunta dal risorgimento. Per questo complesso di fenomeni «l’unità nazionale è sentita come aleatoria». Gramsci rivendica il valore integrativo della nazione. Lo «scarso spirito nazionale e statale in senso moderno» costituisce a suo giudizio una pesante ipoteca per la politica italiana. La fragilità del movimento socialista è legata anch’essa a questa debole impronta della coscienza civica nazionale. Dinanzi alle crisi telluriche del ’900 manca una classe politica provvista di valori istituzionali condivisi. Il mondo cattolico si affaccia alla politica, dapprima sottobanco con il patto Gentiloni e poi con un autonomo partito, quando il destino del regime liberale era già segnato. Con la comparsa di un autonomo soggetto politico dei cattolici, si ufficializza la sconfitta del neoguelfismo e di ogni primato papale.
Secondo Gramsci, il partito popolare segna a tutti gli effetti il tramonto dell’egemonia clericale poiché la religione «da concezione totalitaria, diventa parziale e deve avere un proprio partito». Per la chiesa si consuma una autentica catastrofe culturale quando le sue espressioni politiche organizzate «diventano partiti in contrapposto ad altri partiti».
Nell’analisi di Gramsci la chiesa è sulla completa difensiva nel mondo della «indifferenza», della «apostasia di intiere masse», della «riforma intellettuale e morale laicista» portata dal moderno. Spaesata essa deve prendere dai suoi avversari persino lo strumento dell’organizzazione politica di massa. Nella cultura che conta il tomismo è in generale ritirata. Nelle culture popolari «il cattolicesimo si è ridotto in gran parte a una superstizione di contadini, di ammalati, di vecchi e di donne». La secolarizzazione è un destino inevitabile nel Moderno disincantato e laico. Molti sono gli elementi di novità che Gramsci segnala riflettendo sull’americanismo. La nuova personalità femminile, la nuova etica sessuale, la diversa disciplina degli istinti, la attenzione per la salute fisica e psichica, oltre agli alti salari, l’autodisciplina, la fioritura di istituti di credito. Nei paesi civili procede un indifferentismo religioso, sempre più soggetti ricorrono a matrimoni misti, rapporti osteggiati dalla chiesa che li censura come unioni invalide, areligiose. Anche il Francia, dove le masse votano da tempo, «il sentimento nazionale, organizzato intorno al concetto di patria è altrettanto forte, e in certi casi è indubbiamente più forte, del sentimento religioso-cattolico». La coscienza civica è più forte del senso di appartenenza subculturale. «La Marsigliese è più forte dei salmi penitenziali».
In Italia la situazione è diversa perché nessun soggetto politico ha svolto una adeguata funzione di nazionalizzazione delle masse. Gramsci ricorda che «la formula della religione affare privato è di origine liberale» ed è una formula di compromesso per schivare guerre di religione. In fondo però «neanche per i liberali la religione è un affare privato in senso assoluto». Senza porsi compiti di integrazione, i liberali non contribuiscono alla maturazione di una moderna coscienza laica. Compito prioritario del partito operaio per Gramsci sarebbe stato quello di fornire «la base di un laicismo moderno, e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume». Stato e partito non vanno confusi. Lo Stato etico è un pericolo perché alla dimensione dello Stato per definizione appartiene la tutela dei molteplici punti di vista. La concezione del partito non è totalizzante giacché il partito dovrebbe essere il veicolo della laicizzazione entro un orizzonte pluralistico e competitivo. Un partito unico è un non partito.
Tra gli anni venti e trenta in molti paesi europei vince proprio la soluzione cesaristica. La chiesa ricorre ovunque al concordato con le potenze autoritarie. Per Gramsci i patti lateranensi con il fascismo furono una capitolazione dello Stato poiché «il concordato è il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale». Accanto alla contraddizione di postulare due sovranità su un solo territorio, con il concordato si asserisce che l’obbligo politico verso l’ordinamento statale necessita di una integrazione offerta dalla chiesa che ottiene «un riconoscimento pubblico». A Gramsci non sfuggono le contraddizioni che sul piano del diritto civile sono imputabili al regime concordatario. Affidando la disciplina del matrimonio al diritto canonico - egli nota - non solo «viene applicato nell’ambito statale un diritto ad esso estraneo», ma viene attribuito solo ai cattolici un diritto che gli altri non hanno, quello di vedere annullato il loro matrimonio da un tribunale religioso ad hoc. Si stabilisce così un regime giuridico differenziato «mentre l’essere o non essere cattolici dovrebbe essere irrilevante agli effetti civili».
Il giudizio che Gramsci dà della condotta della chiesa negli anni ’30 è severo. La chiesa adotta un atteggiamento opportunista e privo di principi coerenti. La chiesa si accontenta di conservare sue prerogative benché le nuove forme di nazionalismo paganeggiante rendaono difficile l’esistenza della chiesa. «D’altronde - scrive Gramsci - il papa non può scomunicare la Germania hitleriana, deve talvolta persino appoggiarsi ad essa e ciò rende impossibile ogni politica religiosa rettilinea, positiva, di un qualche vigore». Gramsci denuncia con forza il connotato reazionario dei concordati: «elementi di teocrazia sussistono in tutti gli Stati dove non esista netta e radicale separazione tra Chiesa e Stato, ma il clero eserciti funzioni pubbliche di qualsiasi genere e l’insegnamento della religione sia obbligatorio o esistano concordati». Il suo è un grande messaggio laico che affida i «valori» della politica all’azione politica stessa che non ha bisogno, se è grande politica, di ricercarli nella religione. Non serve pertanto alcun diritto naturale per mutare rapporti sociali ingiusti. «La concezione del diritto - scrive ancora - dovrà essere liberata da ogni residuo di trascendenza e di assoluto». Il diritto positivo altro non è che uno strumento per creare un tipo moderno di cittadino. Ne parla perciò come di uno strumento del tutto laico della «attività positiva di incivilimento svolta dallo Stato».

l’Unità 15.4.07
Mussi vuole unire la sinistra, lo Sdi i socialisti. Torna De Michelis
Applausi per il leader della minoranza Ds e Angius. Caldarola esulta: «Finalmente sono a casa»
di s.c.


BOSELLI CHIAMA, la sinistra Ds risponde. E risponde, nel secondo giorno del congresso straordinario dello Sdi, in modo piuttosto chiaro: questo Partito democratico non piace neanche a noi, come però non ci piacerebbero altri tipi di fusioni a freddo o altri tipi di processi che invece di unire il più possibile tendono ad escludere. Al Palaterme di Fiuggi intervengono Fabio Mussi e Gavino Angius. Gli applausi che riserva loro la platea sono più sonori e più numerosi di quelli con cui viene accolto Romano Prodi. Né hanno molto da invidiare all’entusiasmo con cui rispondono i circa 800 delegati dello Sdi quando un pezzo per volta viene a profilarsi all’orizzonte la ricomposizione della diaspora socialista, quando dal palco Gianni De Michelis annuncia un secco «la scelta è fatta, con quei pochi che mi seguiranno sarà con voi in questo percorso» (passano pochi minuti e da Roma arriva l’attacco di Stefano Caldoro) e quando da quello stesso palco Bobo Craxi si lascia andare a un più poetico «senza indugi, Enrico, avviciniamo i nostri vascelli, costruiamo in fretta una imbarcazione più grande, rimarremo insieme una vita». Qui finiscono però le analogie. Perché se da parte di Socialisti e Nuovo Psi il sì alla Costituente socialista lanciata dal leader dello Sdi Boselli è «senza se e senza ma», da parte delle minoranze Ds l’apertura c’è, ma contemporaneamente c’è un appello a lavorare per unire «tutte le forze di sinistra» come sottolinea Angius, «avviare un dialogo tra tutti i compagni», come invita Mussi, ad evitare di mettere in moto «una costituente ad excludendum», come avverte Caldarola.
Il monito è insomma a non replicare operazioni già viste e a non considerare altri cantieri che sorgeranno nel centrosinistra, tipo quello a cui pensa Rifondazione comunista, come alternativi al pari del Pd. «Questo dialogo che si è aperto mi interessa e ringrazio Boselli», è la premessa che fa Mussi incassando l’applauso della platea. Ma parlando ai «cari compagni» il leader della sinistra diessina aggiunge due considerazioni. La prima: «Non illudiamoci che accorpando due partiti, come stanno facendo Ds e Margherita, si possano realizzare ipotesi future. Il progetto non è ancora pronto, c’è un lavoro da fare con spirito aperto. Io sono interessato al confronto, ma bisogna sapere bene dove si vuole andare». La seconda: «Non dobbiamo fare come il Pd, dobbiamo partire con un altro piede, discutendo di valori, principi, progetti. Molte forze si stanno mettendo in cammino. E non bisogna avere paura di battere delle strade non ancora battute. Impegniamoci nella ricerca, sviluppiamo un dialogo tra compagni». Il riferimento, benché implicito, è alle forze della cosiddetta sinistra radicale, rispetto alla quale lo Sdi non manca però di marcare la distanza. Ed è significativo che al riferimento diretto a Rifondazione comunista fatto da Caldarola, pure molto applaudito quando chiude il suo intervento dicendo «finalmente sono a casa», replichi dopo pochi minuti in modo netto De Michelis: «Bertinotti è un’altra cosa. Schulz, pur di vincere, non ha scelto per la Germania una alleanza con Lafontaine. La Spd ha preferito la Grosse Koalition ed un’alleanza con Angela Merkel».
Se dunque la volontà di avviare una Costituente socialista accomuna minoranze Ds ed eredi del Psi e del Psdi, il modo di procedere e i protagonisti da coinvolgere è tutto da vedere. Quello che di certo li accomuna, al momento, è il netto no al Pd. «Fassino e D’Alema dovrebbero riflettere su questo vostro congresso - dice Mussi - la vostra decisione di non entrare nel Pd è pesante». Il ministro dell’Università non manca però di sottolineare che l’operazione sostenuta dalla maggioranza Ds, pur se «politicamente sbagliata» comunque «merita rispetto»: «Enrico - dice a Boselli, che il giorno prima aveva attaccato pesantemente i Ds - bisogna fare uno sforzo di misura del linguaggio». È sbagliata l’operazione in corso anche per Angius: «È tutto già deciso, la fase costituente è già predeterminata», accusa. Il primo firmatario della terza mozione Ds chiede un cambio di rotta e l’azzeramento delle decisioni prese a Orvieto, avvertendo: «Vedremo a Firenze se cambierà qualcosa. Se non dovesse avvenire, non ci starei in un Pd caratterizzato da una cultura egemone cristiano-democratica già segnata». Così come pure, ad accomunare Sdi e sinistra diessina, c’è la volontà di rimanere in Europa nella famiglia europea. E se ventiquattr’ore prima era stato Rasmussen a criticare l’idea di Rutelli di dar vita al Parlamento europeo a un nuovo gruppo, nel secondo giorno di congresso è Martin Schulz ad attaccare. «Rutelli mi disorienta spesso» dice il capogruppo del Pse facendo scattare l’applauso. «In Europa - aggiunge - guardiamo con favore all’unificazione dei progressisti e dei socialisti in Italia, ma sempre dalla parte del socialismo europeo e dell’Internazionale socialista».

Repubblica 15.4.07
Si sciolgono due partiti in cerca di futuro
di Eugenio Scalfari


FIN qui ho evitato, più o meno consapevolmente, di occuparmi del costituendo Partito democratico. Mi sembrava un tema accademico, un´esercitazione nel vuoto, un´evocazione fantasmatica di quelle che un tempo si facevano a tavolino per dar corpo ad un´ombra che stentava a materializzarsi, senza contorni definiti. Molti ne scrivevano, per auspicarne la nascita o per contrastarla; disputavano sulle sue possibili radici, sul Pantheon dei padri e dei nonni, sul riformismo possibile, ma badando più alle polemiche del passato che alle visioni del futuro e alle domande che incalzano in una società sempre più disgregata e senza ideali che ne scuotano l´apatia.
Ma ora eludere ancora l´argomento è diventato impossibile: i due partiti maggiori del centrosinistra terranno i loro congressi in questa settimana e saranno gli ultimi, sia dei Ds sia della Margherita. Si concluderanno con la lettura d´un comune dispositivo, convocheranno un´assemblea costituente per il prossimo ottobre rimettendo ad essa la nascita del nuovo partito, aperto a rappresentanti della società civile oltre che ai loro aderenti.
Si entra insomma nel vivo del processo di formazione del nuovo soggetto. L´ombra troppo a lungo evocata sta dunque per prender forma. Produrrà mutamenti nella politica? Susciterà immagini nuove? Riconfermerà le oligarchie e le nomenclature esistenti o le rinnoverà? Riuscirà a fondere insieme l´esperienza e la tradizione socialista e quella cattolico-democratica o si limiterà a giustapporle senza trovare una sintesi nuova e condivisa? Rafforzerà il governo o ne anticiperà la crisi?
Semplificherà lo schieramento dei partiti o lo renderà ancor più frammentato?
Ecco una folla di domande (ma non sono le sole e forse nemmeno le più importanti) che ci stanno dinanzi, alle quali i promotori di questo nuovo soggetto dovranno rispondere perché finora le risposte vere non sono venute. Li sentiamo parlare con eccessiva frequenza ma con parole che non rispondono. Non chiariscono, non convincono. Non rinnovano né i contenuti né il rito né colmano la distanza tra la classe politica e la società.
Se queste lacune, questo senso di fusione fredda, questa marcata autoreferenzialità debbono esser superati, ci vorrà uno sforzo ben più intenso dell´interminabile mediazione in corso da mesi, anzi da anni.
I promotori ne saranno capaci?

Prendo in prestito una battuta che ho letto giorni fa in un articolo sul "Sole 24 Ore"; l´autore (Fabrizio Galimberti) la usava per spiegare un problema finanziario, ma si attaglia benissimo alla nascita del Partito democratico. La battuta dice così: «Da un acquario si possono prendere i pesci necessari per fare una buona zuppa, ma non si può partire da una zuppa di pesce per costruire un acquario».
Le due zuppe di pesce servite in tavola per l´ultima volta dai Democratici di sinistra e dalla Margherita dovrebbero dar vita all´acquario del Partito democratico. E´ un´operazione possibile? Posta così la questione, la risposta è: ovviamente no. Del resto quel "no" è purtroppo suffragato da una quantità di esperienze verificatesi nei cinquant´anni di storia repubblicana: la somma di due partiti non genera un soggetto vitale, non risolve problemi, non elimina difficoltà, non rinnova la classe dirigente, non attira nuove energie e nuovi consensi.
Eppure – riconosciuta la carica negativa di questa constatazione – resta che la nascita del Partito democratico sulle spoglie dei Ds e della Margherita è un´assoluta necessità.
La strada separata di quei due partiti è arrivata al capolinea.
Così come sono, ancora divisi tra loro e ciascuno dei due diviso al proprio interno, hanno perduto ruolo e rappresentanza. La loro dimensione quantitativa è inadeguata ad una democrazia di massa; quella qualitativa e culturale è povera.
So bene che quest´insufficienza non è soltanto del centrosinistra ma si manifesta in modo altrettanto grave nel centrodestra. So altrettanto bene che i dirigenti del centrosinistra hanno, individualmente, uno spessore intellettuale ed una professionalità certamente migliore dei loro omologhi avversari. Ma ciò non basta a dare un orizzonte alle forze e agli interessi che essi rappresentano.
E quindi: la nascita del Partito democratico è inevitabile, ma le forme fin qui adottate non sembrano in grado di provocare l´evento. E poiché, come scrisse Vico, «la natura delle cose sta nel loro nascimento in certi modi e in certe guise» è appunto ai modi della nascita che bisogna guardare.
Comprendo quanto sia ostico ad un gruppo dirigente sentir pronunciare la parola "scioglimento", ma di questo si tratta. Si tratta di procedure che danno vita a nuove forme e quindi divengono contenuto. Due congressi si radunano, due partiti si sciolgono, ma in realtà i gruppi dirigenti si perpetuano, i congressi convocati con le procedure dei due partiti promotori eleggono i delegati candidati a far parte dell´assemblea costituente, della quale costituiranno i due terzi. L´altro terzo sarà eletto dalle associazioni della società civile e dal cosiddetto popolo delle primarie.
E´ questo lo schema che i due partiti morituri si accingono ad approvare nei due congressi di fine settimana? Sono queste le due zuppe di pesce (morto) che dovrebbero ripopolare l´acquario del nuovo partito con pesci vivi?

* * *
Lo scioglimento vero è un´altra cosa. Significa l´azzeramento delle nomenklature esistenti. Attenzione: non delle istituzioni nazionali e locali che non debbono essere coinvolte nel processo di trasformazione dei partiti. I ministri del governo nazionale, gli assessori degli enti locali e regionali, continueranno ad assolvere ai loro compiti e semmai vedranno rafforzate le istituzioni alle quali appartengono. Cesseranno infatti di esistere le delegazioni dei partiti al governo, un fenomeno che si sperava di non vedere mai più e che invece ha raggiunto l´acme della sua distruttiva visibilità e presenza.
Le nomenklature del nuovo partito dovranno invece essere indicate dalla Costituente e sottoposte al vaglio (almeno le principali) delle elezioni primarie.
Gli iscritti ai vecchi partiti che ne faranno richiesta dovranno essere automaticamente iscritti al nuovo partito; così pure tutti coloro che votarono alle primarie nazionali e locali. E ancora: le associazioni di volontariato e dei sindacati dei lavoratori che ne facciano richiesta o di altri partiti dell´Unione. Questo è il bacino di partenza che dovrà eleggere la Costituente.
Finora il discorso è rimasto nel vago, ma ora nel vago non può più oltre restare.
Un´alternativa (riduttiva) a questo metodo sarebbe quella di transitare i gruppi dirigenti dei partiti morituri nel nuovo soggetto, riservando ad essi però soltanto un terzo dei seggi dell´Assemblea, attribuendo agli eletti delle primarie e alle altre associazioni della società civile gli altri due terzi. I gruppi promotori in tal modo avrebbero una forte minoranza della Costituente come è anche giusto che sia, ma non la maggioranza. Si eliminerebbe in questo modo la cooptazione e si accentuerebbe il carattere innovativo del Partito democratico.
Questo metodo non esclude nessuno e include tutti, ma modifica le condizioni di partenza. Non è un punto di forma e di pura organizzazione ma di sostanza.

* * *
Un partito democratico è per definizione il partito che rafforza, estende e difende la democrazia. Perciò è un partito che mira ad includere, a mantenere aperti i varchi di accesso all´esercizio dei diritti e al rispetto dei doveri che a quei diritti corrispondono. E´ il partito della libertà e dell´eguaglianza, della giustizia e della sicurezza. E´ il partito della Costituzione e della laicità nelle sue forme adulte: spazio pubblico a tutte le opinioni e a tutte le associazioni, ingerenza nelle istituzioni a nessuno.
Le istituzioni che le rappresenta rispondono alle leggi e alla Carta costituzionale.
Si discute fin troppo accanitamente sull´appartenenza a questo o quel partito europeo. Alcuni pongono la questione in termini ultimativi. Il socialista Boselli ne ha fatto anche lui una questione dirimente e si è schierato contro il nascituro Partito democratico.
Credo sia un grave errore, ma nessuno può esserne giudice dall´esterno. Per quanto riguarda il Partito democratico, capisco che se persisteranno le oligarchie dei partiti morituri l´appartenenza in chiave di Parlamento europeo può diventare insolubile. Ma se le vecchie oligarchie si scioglieranno e la Costituente rappresenterà il popolo degli elettori di centrosinistra, la parola passerà a quel popolo e all´organo che lo rappresenta.
Se bisogna puntare al futuro, questo è il futuro. Alfredo Reichlin, sull´"Unità" di ieri, scrive che saranno soprattutto i ragazzi e le ragazze a determinare il corso e le scelte del nuovo partito. Ha ragione e tutti quelli che pongono a questi temi l´interesse dei cittadini democratici immagino la pensino come lui.
Ragazzi e ragazze, ma anche adulti e anziani, lavoratori, insegnanti, professionisti, intellettuali, imprenditori, pensionati e insomma gli italiani non imbarbariti, non settari, coraggiosi che puntano sul presente e sul futuro, non immemori del passato ma senza farsene condizionare, non dimentichi delle radici ma consapevoli che la radice viva è quella capace di alimentare le fronde dell´albero.
Capisco che ci vuole una dose insolita di coraggio per intraprendere questo viaggio nel futuro. Credo non vi sia altra scelta. Spero che tutti i portatori di interessi legittimi comprendano che questa è la strada ed altre non ve ne sono.
Post Scriptum. L´ex ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, l´altro giorno alla Camera, nel dibattito sul caso Mastrogiacomo- Afghanistan, ha attaccato Prodi e D´Alema dando una sua versione dei fatti. Ha detto in aula (e così è registrato negli atti parlamentari) che Prodi avrebbe detto a Karzai che se non avesse accettato lo scambio di prigionieri con la banda talebana il contingente militare italiano sarebbe stato ritirato dall´Afghanistan. Ha aggiunto che queste notizie gli risultavano direttamente e con certezza.
A distanza di pochi minuti, ricevendo in una saletta di Montecitorio un giornalista del Tg1, ha fornito invece una versione del tutto diversa e cioè che Prodi avrebbe fatto capire a Karzai che un rifiuto di trattare avrebbe provocato probabilmente la crisi del governo italiano e che questo evento avrebbe messo a rischio la presenza dei nostri militari in Afghanistan.
A parte che entrambe queste versioni risultano false sulla base dei testi delle conversazioni telefoniche tra Prodi e Karzai, esiste tra le due dichiarazioni di Fini una differenza essenziale.
In quella fatta in aula Prodi avrebbe minacciato Karzai di ritirare il contingente italiano; in quella fatta al Tg1 e trasmessa nell´edizione delle ore 20, Prodi avrebbe invece previsto una crisi del suo governo e l´eventuale ritiro del contingente proprio a causa di quella crisi. Poiché nessuna televisione e nessun giornale hanno notato questa differenza così grave nelle parole di Fini, sembra opportuno che la lacuna sia colmata.

Repubblica 15.4.07
Inutile il miliardo di dollari speso in Usa per i corsi sulla castità: gli studenti non seguono
Bush perde la guerra del sesso
di Vittorio Zucconi


Sesso, fallisce la guerra di Bush un flop le lezioni di astinenza
Un miliardo di dollari spesi, ma i "virginauti" lo fanno come gli altri
Un sondaggio rivela che i ragazzi che hanno seguito i corsi di castità hanno rapporti e usano i profilattici
Otto Stati avevano accettato i fondi federali e inserivano la verginità nei curricula scolastici

È costata almeno un miliardo di dollari ed è fallita miseramente anche l´altra guerra preventiva di George Bush, contro la terrificante minaccia del sesso. I "virginauti" americani, i ragazzini indottrinati per anni dal governo e dalla scuola a dire di no al desiderio, lo fanno esattamente come i loro coetanei più disinvolti, lo fanno alla stessa età e forse con più trasporto di chi non aveva giurato l´astinenza pre-matrimoniale.
«Abbiamo terrorizzato una generazione descrivendo il sesso come l´anticamera dell´inferno o almeno del cimitero» ha detto il congressman Henry Waxman, oggi presidente Democratico della commissione Giustizia della Camera, «e tutto quello che abbiamo comperato con i fondi pubblici sono tonnellate di sensi di colpa che tormenteranno questi giovani». Ottima notizia, questa, per gli psicoterapeuti e per gli psichiatri di domani.
La "guerra preventiva" contro il desiderio che affiora nella pubertà era cominciata già sotto il regno di uno che ai voti di castità aveva rinunciato fin dalla più tenera età, Bill Clinton. Alla metà degli anni ‘90, quando la nuova destra guidata dal deputato Newt Gingrich (quel guerriero della moralità che si trastullava a letto con un´amante mentre la moglie agonizzava in ospedale) aveva preso il controllo della Camera, era stato autorizzato il primo stanziamento pubblico, 68 milioni di dollari, per l´educazione all´astinenza dei bambini di 9 anni negli Stati che avessero accettato di mettere la verginità nei loro curricula scolastici.
Otto Stati avevano accettato i fondi e dunque il programma, nato sulla spinta di una tragedia reale come la gravidanza delle adolescenti soprattutto di colore, era partito con grande marciar di bande e produzione di opuscoli e operette clinico-morali. La buona intenzione era stata purtroppo subito inquinata dall´agenda politica dei crociati del moralismo, dai fustigatori del permissivismo che dopo il Sessantotto aveva spalancato le porte della Sodoma e Gomorra.
Sempre federalisti e libertari quando al potere sono gli altri, e sempre centralisti e interventisti quando al potere sono loro, gli ultrà delle destre neo e paleo erano partiti coi soldi pubblici dai bambini di quarta elementare e con l´avvento alla Casa Bianca del Presidente che aveva promesso di ricristianizzare l´America, il programma era esploso. Lo stanziamento iniziale era balzato a quasi 200 milioni annui e ai 268 iscritti nel budget, nella finanziaria del 2007, nonostante le denunce e le proteste di medici, sessuologi, educatori e parlamentari non dipendenti come Bush dal voto dei cristiani, che scoprivano sbigottiti quale robaccia venisse spacciata ai ragazzi, per indottrinarli.
Già nel 2004, Waxman aveva portato in commissione fasci di opuscoli diffusi dal governo con notizie false. «L´aborto rende sterili le donne», un mito già smentito dall´associazione degli ostetrici americani. «La metà dei teenager gay è infetta dall´Hiv». Falso.
Masturbarsi non rende più ciechi, come predicavano le mamme d´altri tempi, ma può portare al concepimento. Le infezioni veneree, come la clamidia, provocano fatali malattie cardiovascolari, una idiozia che gli stessi autori degli opuscoli furono costretti a eliminare dalle edizioni successive. Per chiarire poi quale fosse la vera linea culturale nascosta dietro i veli della modestia, qualche manuale spiegava che la spinta a fare sesso è espressione del «bisogno di completamento fisico» nei maschi, ma strumento per «raggiungere la sicurezza economica» nelle femmine.
Migliaia di pre-teenager e di ragazzi venivano portati in parata davanti alle telecamere o esibiti nelle palestre delle scuole medie e dei licei per pronunciare i loro pledges, i loro giuramenti pubblici di purezza fino all´altare. E chiunque abbia frequentato una scuola può immaginare con un brivido di orrore le risatine, i sogghigni, le battute a mezza bocca, le gomitate, e dunque la vergogna, che accoglievano questi poveri disgraziati.
Poi, arrivano i risultati, prodotti dall´istituto di ricerca "Mathematica" e disponibili in Internet. I virginauti lo fanno per la prima volta esattamente alla stessa età media, 14 anni e 9 mesi, dei loro coetanei. La stessa percentuale di indottrinati e non indottrinati, in città e stati diversi, in piccoli paesi di campagna come in metropoli peccaminose: il 51 per cento. Addirittura di più, il 56 per cento contro il 55 dei «non ufficialmente casti» lo hanno fatto negli ultimi 12 mesi, e pure con «tre o più partner», insinuando l´empio sospetto che abbiano voglia di recuperare il tempo perduto. Lo stesso numero usa quei profilattici che i manuali di propaganda finanziati dai contribuenti descrivono come «efficaci» nella prevenzione delle malattie e della gravidanza «soltanto al 70 per cento», mentre la cifra reale è superiore al 97 per cento.
Se dunque la crociata contro il desiderio è stata prevedibilmente vinta dal desiderio, come accade dal Giardino dell´Eden, la questione dell´educazione ai rischi reali, fisici e psicologici, del sesso prematuro, della diffusione delle infezioni veneree e delle gravidanze adolescenziali rimane aperta ed è serissima. Il fallimento della rieducazione polpottiana anti-sesso dimostra soltanto che il mezzo era sbagliato, non il fine, e la formula semplicistica già cara alla signora Nancy Reagan, quando invitò gli americani a «dire no» per battere la droga, non funziona. Un miliardo di dollari spesi per dire ai giovani di «non farlo», sono l´equivalente moderno dei vani moniti del parroco felliniano di Amarcord quando ammoniva i fanciulli a «non toccarsi per non far piangere San Luigi» e loro gli mentivano per farlo contento. Almeno ai ricercatori di opinione, se non al confessore, i ragazzi americani di oggi confessano la verità.

Repubblica 15.4.07
Se il codice penale non vale in sacrestia
risponde Corrado Augias


Egregio dottor Augias, vivo nel basso Lazio, in un paese molto piccolo in cui i valori della tradizione e della cristianità sono forti e vivi.
Il parroco, come il farmacista, il sindaco, il maresciallo e il medico condotto, rappresenta ancora un forte punto di riferimento sia per le persone anziane che per gli adolescenti. Purtroppo, qualche anno fa, in situazioni ancora misteriose il parroco è stato trovato morto impiccato nella sua piccola (e umile) dimora. Nessuno ha dato spiegazioni ai fedeli.
Il mistero è rimasto e rimane. Restano interrogativi sul contenuto di un biglietto lasciato dal vecchio parroco e sequestrato al momento del ritrovamento del cadavere. Dopo qualche mese è arrivato un altro parroco più giovane.
Purtroppo quest'ultimo, constatate le sue difficoltà a gestire la piccola e vivace comunità, ha pensato di convocare un'assemblea pubblica e di accusare un nutrito gruppo di fedeli di tutti i mali che affliggevano a suo parere la parrocchia additandoli pubblicamente come pedofili, gay ecc.
Da quel giorno si sono create forti spaccature all'interno della comunità parrocchiale, spaccatura spinta e voluta fortemente dal parroco stesso e dai suoi nuovi seguaci. Molti fedeli sono stati costretti a cambiare parrocchia, altri sono stati ricoperti di maldicenze di ogni tipo in ogni luogo pubblico del paese. Interrogato, il vescovo non risponde.
Saranno anche piccole storie di una piccola provincia ma io vedo in tutto ciò un affanno, una crisi, un desiderio di non capire ciò che rende diversa e lontana la chiesa in cui sono cresciuto.

Lettera firmata

Non so se condividere le conclusioni del lettore. Un giovane parroco in difficoltà in una comunità forse indocile, che reagisce accusando è probabilmente un uomo ancora inesperto che si trova a gestire una situazione più difficile del previsto. A disagio, spaventato, ha risposto rifugiandosi dietro le 'certezze' che gli hanno inculcato in seminario. Credo che anche i fedeli dovrebbero avere maggiore misericordia, talvolta.
Un altro lettore (il signor Guido Caruso guidocaruso@hotmail. com) mi fa invece notare quanto sia grave la notizia contenuta in un servizio di Franca Selvatici (Rep. 11.4 u. s.). Esistono disposizioni recentissime (De delictis gravioribus è del 18 maggio 2001) che vincolano tutti i vescovi al segreto sugli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti sui minori. Vi è compreso in particolare il peccato contro «il sesto comandamento» rivelato «nell'atto o in occasione o con il pretesto della confessione quando è finalizzato a peccare con il confessore stesso».
Questo è molto più grave del disagio provato da un giovane parroco di fronte alla sua nuova comunità. Sotto quel documento ci sono le firme dell'allora capo del Santo Uffizio (Ratzinger) e del segretario dello stesso organismo Bertone. E' una disposizione che contrasta palesemente con il codice penale ma più ancora con lo spirito che dovrebbe improntare ogni comunità.
Il parroco lussurioso di Firenze ha potuto continuare per anni ad 'operare' anche perché una disposizione assurda ne ha coperto i misfatti. Con quale animo Bagnasco, ora capo dei vescovi italiani, può dire che i Dico portano alla «pedofilia e all'incesto» essendo certamente a conoscenza di disposizioni come queste, degne del Medio Evo?

Repubblica Firenze 15.4.07
IL PROCURATORE
"Potrebbe esserci interesse ad intimidire"
Nannucci: "La magistratura per la Chiesa non esiste"
È il risultato di "una cultura cattolica per la quale l´istituzione ecclesiale va protetta ad ogni costo"
di Franca Selvatici


"Le persone che hanno fatto emergere questi fatti hanno diritto che non vengano cestinati"
Si aggrava la posizione di don Cantini: si ipotizza l´abuso della funzione educativa

Un forte condizionamento ideologico. Un pesante clima di pressione. Una morale perversa. E´ ciò che emerge dai memoriali e dalle testimonianze che la procura di Firenze ha cominciato a raccogliere fra gli uomini e le donne che trenta anni fa furono giovani parrocchiani di don Lelio Cantini nella chiesa della Regina della Pace al Ponte di Mezzo. Ieri il procuratore Ubaldo Nannucci, che ha aperto un procedimento per abusi sessuali pluriaggravati e continuati su minori, ha rivolto una preghiera e un appello al rispetto delle persone che «con grande difficoltà» hanno deciso di presentarsi spontaneamente per testimoniare.
«Sono tutti terrorizzati all´idea che la loro riservatezza possa essere violata e che i loro nomi divengano noti», ha spiegato il procuratore: «Sono persone che devono vincere resistenze psicologiche gravi. Hanno 40 - 45 anni, ma le loro sofferenze sono ancora oggi grandissime, e grande è il loro imbarazzo. Alcuni non ne hanno mai parlato in famiglia. E la riservatezza è necessaria anche potrebbe esserci interesse a intimidirli e a condizionarli». «Se riusciremo a gestire la situazione nella discrezione e nel riserbo - ha proseguito il procuratore - è possibile che anche altri si convincano a uscire dal silenzio».
Nannucci ha confermato che gli ultimi abusi, almeno quelli denunciati fino a questo momento, risalgono a una ventina di anni fa. Dunque sarebbero prescritti: «Ma questo non ci autorizza a disinteressarcene, prima di tutto perché è un dato che va verificato e poi perché le persone che con tanta sofferenza hanno fatto emergere questi fatti hanno diritto che non vengano cestinati». Del resto le indagini potrebbero portare alla luce anche violenze più recenti, o altri crimini ancora perseguibili, sia nei confronti dell´anziano parroco che di altre persone che gli sono state vicine.
Gli uomini e le donne che da bambini e adolescenti furono affidati alle cure di don Lelio Cantini hanno ricostruito nei loro memoriali un clima di pesante condizionamento ideologico. In parrocchia vigevano regole rigide e una decisa sessuofobia. Vietati i pantaloni, vietatissimi i rapporti prematrimoniali. Chi cadeva nel peccato rischiava il castigo del Signore. Ma le bambine e le ragazzine che don Cantini chiamava le sue predilette e che, secondo le accuse, costringeva a subire atti sessuali, hanno raccontato che il sacerdote le rassicurava dicendo che era Gesù che voleva tutto quello. E mentre violava i loro corpi le invitava a pensare alla Madonna, che era divenuta madre a dodici anni, e le convinceva che i rapporti con lui erano da ascriversi a loro merito.
«Da queste testimonianze - commenta il procuratore - emerge un rapporto educativo gravemente distorto. Tanto che io ho contestato anche l´aggravante dell´abuso della funzione educativa». Il profondo turbamento di quelle bambine e di quelle adolescenti, e il tormento dei ragazzini «prescelti» per divenire sacerdoti sulla base delle visioni della perpetua di don Cantini possono spiegare, secondo il magistrato, il lungo silenzio prima della decisione di denunciare e di chiedere giustizia alla Chiesa. «Qualcuno di loro - ha chiarito - è stato costretto a sottoporsi a terapie».
Quando hanno trovato la forza di misurarsi con il loro passato, hanno scelto in prima istanza di chiedere aiuto alla loro Chiesa. «Non si sono rivolti a noi, alla magistratura, - dice il procuratore - perché hanno creduto all´istituzione della Chiesa. Poi immagino che a un certo momento si siano resi conto che l´istituzione non dava le risposte che si attendevano».
Dopo tre anni di incontri con le autorità religiose fiorentine, dopo aver scritto al papa, dopo aver chiesto sanzioni severe per il loro ex parroco, si sono sentiti abbandonati. E alla loro richiesta di giustizia si sono visti contrapporre l´invito alla preghiera e alla «guarigione della memoria». Così è maturata la decisione di rivolgersi alla stampa e alla magistratura.
Ma se loro, le vittime, non avevano chiesto sinora aiuto alla giustizia degli uomini, neppure le autorità religiose avevano sentito la necessità di rivolgersi alla magistratura, pur essendo state poste di fronte a denunce di reati molto gravi. Non ne avevano l´obbligo giuridico, non essendo pubblici ufficiali. Ma non ne avrebbero avuto l´obbligo morale, come ogni privato cittadino? Commenta il procuratore: «Noi non esistiamo per la Chiesa. In un certo senso anche la magistratura è vittima di una cultura cattolica per la quale l´istituzione ecclesiale va protetta ad ogni costo». Con il segreto più profondo e assoluto.

Repubblica Napoli 15.4.07
Viaggio nell'ospedale psichiatrico giudiziario dove sono detenute trecento persone. L'iniziativa della magistratura
Aversa, i reclusi dimenticati "Per noi nessun indulto". E la Procura indaga sui tre suicidi
Il direttore della struttura: "La metà degli internati non è pericolosa"
di Conchita Sannino


Aversa. Pinuccio ti guarda, schiude le labbra su una bocca sdentata, consegna una minaccia che invece è supplica. «Se non mi fanno uscire, il prossimo sono io». Il prossimo a suicidarsi, intende, nell´ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Non un lager, ma non-luogo. Dove vivono in quattro in 16 metri. Dove sono stipati 300 internati invece di 150, giovanissimi e vecchi, analfabeti e professori. Viaggio tra i relitti che nessun indulto salva. Nel giorno in cui la Procura apre un´inchiesta.
Il giorno dopo il terzo suicidio in sei mesi, ancora silenzio, una globale operazione di reset avvolge lo scandalo del manicomio giudiziario dimenticato; il mastodontico quanto invisibile complesso che persino la segnaletica ha rimosso. Destino di un territorio: come fuori, sulle strade di Aversa e di tutto l´aversano, si addensano le tonnellate di rifiuti all´aria aperta, così nei reparti del locale Opg i magistrati di sorveglianza e un sistema sanitario carente accatastano i matti veri o presunti. Intanto la Procura di Santa Maria Capua Vetere apre l´inchiesta. Dovuta.
Un´indagine che non punti soltanto all´accertamento di rito del tragico evento, di tre "ospiti" che si sono tolti la vita, l´ultimo era Salvatore, 50 anni, trovato venerdì con un lenzuolo stretto intorno al collo. «Il nostro ufficio non può essere insensibile - sottolinea il procuratore aggiunto Paolo Albano - a quanto accade dietro quelle mura. Non si tratta solo del dovere di accertare eventuali omissioni o sofferenze, ma anche della necessità di verificare standard di sicurezza e assistenza».
Le 14 di un pomeriggio piovoso, ieri. I più disperati e abbandonati vivono nella "Staccata", la sezione dei più pericolosi, dei senzavoce, o degli storpi. È sabato inoltrato, ma il giorno dopo la tragedia c´è un direttore, Adolfo Ferraro, che si fa un puntuale giro dei reparti e cerca di scambiare qualche parola, infondere un velo di speranza mentre a grappoli, a dozzine gli internati ritenuti «non più socialmente pericolosi» e quindi in diritto di uscire lo circondano, lo toccano, gli chiedono l´esito di una istanza, lo implorano per un colloquio con l´educatore, per una telefonata straordinaria, un´occhiata al fascicolo, un fax. Vincenzo D´Ambrosio, 40 anni, da Afragola, rinchiuso da 3 anni: «Le giornate sono lente quando aspetti di uscire. Sono stato preso in un progetto, sto per 3 mesi fuori, direttore mi aiuti. Peccato che diedi quel tubo in testa al mio vicino: lui mi provocò, matto sì, scemo no». Franco Auriemma, in tuta, sta qui da 8 anni: «Che cosa mi manca? Non lo so», sorride mansueto. Anselmo invece, 35 anni, lo sa bene: «I miei due figli, il lavoro, tutto mi manca». E anche Maurizio Sabelli, 44 anni, ha rabbia da vendere. «Perché indulti e legge Gozzini e tante belle idee sono concepite solo per i "detenuti" sani? La legge dice che potrei andare, chi paga per le vite bruciate?». Ma sanno tutti, i matti lucidi e il direttore stanco, che speranza non ce n´è.
Spiega il vertice della struttura, Ferraro: «La metà e anche oltre dei nostri 300 internati non sono pericolosi socialmente: dovrebbero vivere in società, essendo assistiti in centri o case famiglia. Ma alle nostre centinaia di richieste rispondono picche le Asl, e tanti Comuni di privenienza. Né abbiamo possibilità di avere altri educatori, altri assistenti». Intorno, silenzio. Reset. Solo cancelli, e uomini della polizia penitenziaria, divise blu. «Il prossimo ad "andarsene" col lenzuolo sono io. Uscire mi spetta, perché non posso uscire?», ripete Pinuccio, dal reparto 8.

Repubblica 15.4.07
Guernica, il debutto della nuova guerra
di Guido Rampoldi


In quel 26 aprile 1937 i primi aerei a comparire nel cielo di Guernica furono tre Savoia-79 dell´"Aviazione legionaria" inviata da Mussolini. Tirarono su un ponte, lo mancarono, tornarono indietro. Il bombardamento indiscriminato cominciò più tardi, quando arrivarono in varie ondate i bombardieri tedeschi e i caccia italiani che li scortavano. Tremila bombe, una ogni due abitanti. «Le prime hanno demolito un gran numero di case e distrutto le cisterne d´acqua», scrisse nel suo diario il comandante della squadra tedesca, von Richtofen. «Poi quelle incendiarie hanno sortito il loro effetto».
Era l´esordio sul suolo europeo d´un tipo di guerra che arabi e asiatici avevano già conosciuto sulla loro pelle. Ed era quasi ovvio che i piloti italiani vi partecipassero. All´epoca la nostra aviazione aveva già accumulato molti record. Era stato italiano il primo pilota a montare una macchina fotografica su un velivolo, il primo a compiere un bombardamento notturno, il primo a lanciare una bomba incendiaria, il primo ad essere abbattuto. Ma quel che più conta, erano stati i nostri a inaugurare la tattica destinata a rivoluzionare l´arte occidentale della guerra. Nel novembre del 1911, durante l´occupazione della Libia, piloti italiani avevano lanciato granate sulla popolazione di Taguira e Ain Zara, due oasi che si erano distinte nella resistenza all´invasione. Per il comando italiano massacrare civili non era una novità, un mese prima l´artiglieria e la marina avevano trasformato la conquista di Tripoli in una carneficina tale da inorridire l´inviato del Daily Chronicle («Questa non è guerra, è uno sterminio. Giovani e anziani vengono immolati senza vergogna né pietà»). Ma il bombardamento dal cielo rivelò subito un vantaggio strategico: con poco sforzo e nessun rischio l´aviazione aveva spezzato il morale agli arabi.
Anche se occorsero decenni perché il mondo ne avesse consapevolezza, l´arte della guerra era cambiata per sempre. Per millenni ogni casta guerriera s´era addestrata a battere sul campo di battaglia l´esercito nemico. D´improvviso lo scopo diventava un altro: rendere intollerabile il conflitto alla popolazione fino a costringerla alla resa. Ammazzare civili per piegare la volontà d´una nazione è, ed era anche allora, esattamente lo schema del terrorismo. Ma questo cominciammo a capirlo solo il 26 aprile 1937, il giorno di Guernica, quando a morire sotto le bombe non furono più arabi e asiatici, le vittime invisibili delle guerre coloniali, ma europei, cristiani. Noi.
Se non fosse per questo, non staremmo qui a raccontare il settantesimo anniversario di Guernica, il pigolio dell´ultimo revisionismo e le altre false Guernica in circolazione, ma potremmo ricordare, per esempio, l´ottantaduesimo anniversario di Xauen. Città del Marocco. La stessa età di Guernica (entrambe hanno circa sei secoli). E grossomodo lo stesso numero di abitanti, seimila, quando furono bombardate a tappeto. Guernica dai bombardieri tedeschi scortati dai caccia italiani, su ordine di Franco; Xauen da piloti statunitensi, volontari, sotto il comando dell´aviazione francese. Né la città spagnola né la marocchina avevano protezione aerea: erano indifese. Infine: di entrambi i bombardamenti raccontò la grande stampa anglosassone, la più influente del pianeta. La notizia del bombardamento di Xauen non ebbe eco (eppure aveva scritto Walter Harris: «Fu l´atto più gratuito, più crudele e più ingiustificabile della guerra. Tutti sapevano che i maschi adulti in grado di maneggiare un´arma non erano più a Xauen. Così a essere massacrati furono i bambini e le donne»). Invece la corrispondenza di John Steer da Guernica, apparsa due giorni dopo sulla prima pagina del New York Times con il titolo The tragedy of Guernica, suscitò un clamore enorme in Gran Bretagna, in Francia e negli Stati Uniti. Contribuì anche l´errore di Steer. Nelle corrispondenze successive, pubblicate dal Times di Londra, Steer equivocò il bollettino del governo autonomo basco e scambiò il numero dei soldati caduti il 26 aprile sul fronte nord, 1.654, con il numero dei morti nel bombardamento di Guernica, che nella realtà furono tra i cento e i trecento. Intenzionale o no, sul momento fu un errore opportuno, convinse il Times a dare il massimo risalto ad una notizia in contraddizione con la linea "neutralista" del giornale. Ma tuttora lo sbaglio di Steer alimenta un revisionismo assertivo e maldestro che ricorre alla conta dei morti per confutare «la leggenda di Guernica».
Eppure non è difficile accertare cosa accadde quella mattina, tale è la quantità di fonti oggi a disposizione dei ricercatori. I diari di Richtofen; i saggi di storici come Paul Preston e Stefano Pedriali, quest´ultimo autore d´uno studio sull´aviazione italiana in Spagna; testimonianze di piloti e di sopravvissuti, alcune ora raccolte in un documentario di History channel (in onda il 26 aprile alle 22). I fatti in sé sono nitidi. E confermano che l´aviazione nazi-fascista bombardò Guernica per demoralizzare i difensori della vicina Bilbao. La bombardò su richiesta del generale Mola: il capo delle milizie franchiste nel nord intendeva così dare corso all´ultimatum lanciato tre settimane prima, «Se non vi arrendete distruggerò l´intera provincia della Biscaglia».
Allo stesso tempo Guernica fu un esperimento. Confermò le potenzialità strategiche della guerra aerea. Negli anni successivi il bombardamento indiscriminato sarebbe divenuto parte integrante della blitzkrieg nazista, la guerra-lampo che fruttò ad Hitler strepitosi successi militari in Europa. Ma a partire dal 1943 anche le città tedesche dovettero sperimentare l´orrore della guerra aerea, per effetto dei bombardamenti britannici. Così Guernica fu un´anteprima della Seconda guerra mondiale. Annunciò l´estensione al continente europeo della "guerra coloniale" e dei suoi metodi, incluso il bombardamento della popolazione e lo sterminio. In Spagna anche l´altra parte praticava la strage, furono settemila i religiosi assassinati dai terribili "incontrolados", la plebaglia che si voleva anarchica. Ma con Guernica il massacro di civili inermi perdeva anche le restrizioni geografiche che lo confinavano nelle colonie d´oltremare.
L´aviazione italiana vi si dedicò con un certo spirito agonistico. I piloti inviati in Spagna da Mussolini con 73 velivoli furono colpevoli esattamente quanto i piloti nazisti. Nella divisione dei compiti erano soprattutto gli 80 aerei di von Richtofen a compiere i bombardamenti pesanti. Ma i caccia italiani li proteggevano da quel poco di contraerea e di aviazione di cui disponeva la Repubblica spagnola. Inoltre gli S79 italiani compirono in proprio stragi di civili. Anche sul fronte basco. Per esempio a Durango. Se il giornalista John Steer avesse raggiunto quelle rovine fumanti con la stessa velocità con cui pochi giorni dopo arrivò a Guernica mentre la città ancora bruciava, probabilmente oggi il quadro di Picasso si chiamerebbe Durango, a eterna vergogna dell´aviazione italiana.
A Durango gli italiani riuscirono a bombardare perfino i fedeli che uscivano dalla messa, circostanza sufficiente a dimostrare come nelle province basche la guerra civile fu anche uno scontro all´interno del cattolicesimo: di qua il basso clero, anti-franchista e in fondo anti-spagnolo; di là le gerarchie e i carlisti, pii monarchici schierati con Franco. Questi ultimi furono gli assassini più spietati d´un conflitto già in sé crudelissimo. Non solo per antica tradizione o per reazione alla ferocia degli "incontrolados", ma soprattutto perché nel corso della guerra la prelatura interpretò la sollevazione franchista come santa crociata contro le orde di Satana. In sostanza i miliziani furono legittimati a sentirsi guerrieri d´una jihad cristiana.
Questo passato ingombrante potrebbe spiegare perché a tentare di riscrivere il bombardamento di Guernica oggi siano soprattutto settori dell´integralismo cattolico, spagnolo e italiano. Settant´anni fa Roma e Berlino attribuirono la distruzione di Guernica ai repubblicani baschi, e accusarono la «stampa ebraica», cioè il New York Times, d´aver avvalorato quel falso. Oggi si pretende che a Guernica l´aviazione bombardò obiettivi militari, senza l´intenzione di massacrare civili.
Un po´ meno false, ma non per questo autentiche, sono due altre Guernica in circolazione. La prima è il simbolo dell´eroica nazione basca che si oppose fino all´ultimo a Franco. In realtà erano baschi anche i miliziani che assediavano Guernica. E l´eroica nazione basca non solo s´arrese ma consegnò al nemico, intatte, tutte le sue fabbriche belliche. Infine c´è la Guernica simbolo mondiale del pacifismo. Eppure in quel 1936 proprio il pacifismo britannico e francese rifiutò, in sintonia con la destra realista, le forniture d´armi richieste dalla Repubblica spagnola. Le armi sono un gran brutta cosa. Ma se avesse avuto un po´ di contraerea forse Guernica non sarebbe stata ridotta ad una rovina. Ecco qualcosa su cui riflettere.

Repubblica 15.4.07
Dora, musa inquieta dietro il capolavoro
Settant'anni dopo la memoria
di Concita De Gregorio


Il 26 aprile 1937 aerei nazi-fascisti bombardarono la città basca. L´Europa scopriva un obiettivo militare "definitivo": i civili. Pochi giorni più tardi Pablo Picasso, spinto dalla sua amante, cominciò a dipingere il quadro-simbolo del pacifismo

Il segreto di Guernica è una donna. C´era lei, quei giorni. È scesa lei in strada il pomeriggio del primo maggio del ‘37 a comprare Ce soir. Ha visto lei per prima, salendo fino all´ultimo piano le scale dell´atelier di rue des Grands Agustins, la foto in bianco e nero di prima pagina: «Immagine della città di Guernica in fiamme». È lei che gli ha detto: «Guarda». Lui stava conversando con un amico, lei si è avvicinata, ha messo tra i due il giornale e ha detto solo questo: guarda. È suo il volto della donna che regge la lampada al centro della tela. È lei che ha dipinto le minuscole linee che formano il manto del cavallo, «ho capito come vuoi che siano, lascia che sei stanco: faccio io». È lei che ha saputo, prima ancora che lui cominciasse a tracciare una sola linea, che quel dipinto sarebbe stato un´altra cosa, una cosa diversa da tutte le altre cose del mondo. È perciò lei che ha ripreso in mano la Leica che aveva lasciato ferma da più di un anno, da quando lo aveva incontrato quel giorno al Deux Magots, lei che ha montato senza chiedere permesso due luci nella stanza e che ha cominciato a scattare. Dalla tela bianca - dal niente - a Guernica.
Erano centinaia di foto, ce ne sono arrivate poco meno di sessanta. Viste in sequenza, le immagini scattate da Dora Maar fanno la stessa impressione di quelle della torre Eiffel in costruzione: non di qualcosa che non c´era e poi c´è ma di un´illusione ottica. Qualcosa che c´è sempre stato e che semplicemente prima non si vedeva: come se un mago, poco a poco, la facesse comparire togliendo il telo dell´invisibilità. C´è voluto pochissimo, un mese: l´8 maggio compare la madre col bambino morto, lo stesso triangolo pittorico della Pietà di Michelangelo. L´11 il cavallo. Il 15 scompare il pugno chiuso. Il 4 giugno si accende la lampadina in alto al centro. Fatto, fine. Nelle foto di Dora si vede Picasso in giacca e cravatta che dipinge con una scopa, sale in cima a una scala poi torna giù con un piumino. Ride, quasi sempre. Ride e la guarda. Fuma, sempre.
Poi, certo, le leggende attorno a Guernica - il dipinto del Secolo, forse il Secolo stesso - sono tali e tante da offuscare la figura della sua levatrice ed è persino giusto che sia così. «L´ha fatto lei?», chiede a Picasso un ufficiale tedesco nella Parigi occupata, 1940, mentre gli indica una riproduzione del quadro. «No, l´avete fatto voi», risponde Picasso. Gli operai del MoMA, a New York, che finiscono di sballarlo e senza sapere cosa sia né di chi sia si tolgono i caschi da lavoro e rimangono lì così, muti in raccoglimento come davanti a un Cristo vivo. Dolores Ibarruri che nel 1980, quando lo vede per la prima volta in terra di Spagna, a Madrid, mormora «ecco, oggi la Guerra civile è finita». Era l´ultimo esiliato, Guernica. È entrato in Spagna sette anni dopo la morte di chi l´aveva dipinto, lui non l´ha mai visto nel posto dove voleva che stesse. L´aveva fatto su commissione del governo repubblicano per il padiglione spagnolo dell´Esposizione universale di Parigi del ´37: centocinquantamila franchi pagati in anticipo. Non aveva molto chiaro che cosa avrebbe disegnato. Dora gli diceva: non preoccuparti, l´ispirazione verrà. I colleghi ed amici di lei, fotografi - Cartier Bresson, Robert Capa - erano già tutti partiti per la Spagna dove quest´uomo piccolo e irascibile, Francisco Franco, stava guidando la rivolta contro il governo democratico. Lei non era partita, voleva restare con Picasso.
Era un amore giovane di un anno appena, un amore misteriosissimo e formidabile. Lui aveva appena avuto una figlia da Marie Therese Walter, la donna bionda. Aveva una moglie, Olga. Poi, l´estate, era partito con Dora per Mougins in questa formazione: Paul e Nusch Eluard, Man Ray e la sua giovane amante Ady, Roland Penrose e Lee Miller. Vacanza all´Hotel Vaste Horizont: foto memorabili di Man Ray che ritrae il gruppo - «la famiglia felice», li chiamava - tra le luci e le ombre di un incannucciato, seduti su un prato per il pic nic con tutte le donne a seno nudo. Picasso aveva una relazione anche con Nusch Eluard all´epoca: «Non volevo offendere Paul, non volevo che pensasse che non trovavo attraente sua moglie».
Dora, fotografa surrealista di straordinario talento, ha appena esposto a Parigi alcuni suoi lavori tra cui Portrait d´Ubu, l´enigmatica foto di un feto animale, forse un armadillo, immagine mostruosa a cui dà il titolo di Ubu, appunto: lo spietato dittatore. Diventa la foto simbolo del movimento. Lavora, con Cartier Bresson, per il regista Jean Renoir. Viene dall´Argentina, è figlia di un architetto jugoslavo di nome Marcovich e di una francese. Non ha neanche vent´anni che arriva a Parigi. È nata il 22 novembre del 1907 mentre Picasso dipinge Les Demoiselles de Avignon. Gli uomini della sua vita sono George Battaille, Paul Eluard, Pablo Picasso, Jaques Lacan. Quanto di più notevole abbia prodotto il Novecento.
È Eluard che la presenta a Pablo, parlano subito in spagnolo. Lui trova formidabile che quella ragazza dai capelli neri e gli occhi blu giochi a un tavolo, da sola, lanciandosi un coltellino tra le mani inguantate di bianco e ferendosi. Le chiede in dono i guanti macchiati di sangue, una cosa da corrida. Lei, militante di estrema sinistra, gli comunica una passione politica che lui fin qui non conosce e che lo porterà ben dopo Guernica, nel ‘44, a iscriversi al partito comunista. Dora considera il partito troppo ortodosso, troppo convenzionale. «Picasso voleva appartenere a qualcosa ma non credo sia mai stato comunista. Era, come tutti gli spagnoli, anarchico e cristiano». Lui dice di lei che è la donna che lo fa più ridere tra tutte quelle (le diverse decine) che ha avuto, «certamente la più intelligente», e tuttavia la ritrae sempre e solo come «la donna che piange», la femme qui pleur: «Era qualcosa che vedevo oltre lei, era l´incarnazione stessa del dolore».
Il volto di Dora diventa il simbolo degli anni cupi della Guerra civile, il pianto ininterrotto di quel tempo. Lei dice che le centinaia di ritratti che lui le ha fatto «sono tutti dei Picasso, nessuno è Dora Maar», tuttavia non se ne cruccia: «Credete che m´importi? Importa a madame Cezanne, a Saskia Rembrandt?». Quando si conoscono lui smette di dipingere, per un anno, e inizia a scrivere poesie. Lei smette di fotografare e inizia a dipingere. Trova per lui in affitto un nuovo appartamento: è il numero 7 di rue des Grands Agustins, breve antica strada sulla riva sinistra, maestoso edificio con cancellata ad arco e cortile lastricato dove Balzac ha ambientato Il capolavoro sconosciuto. Lei va a vivere dietro l´angolo, al 6 di Rue Savoie. Mai sotto lo stesso tetto. Nel mese di Guernica no, però. In quel mese Dora sta da lui. Un giorno arriva Marie Therese, prova a cacciarla: «Ho appena avuto una figlia da quest´uomo, se ne vada». «Non gli ho dato figli, non vedo che differenza faccia». Picasso, anni dopo: «Quel giorno si picchiarono, uno dei ricordi più belli della mia vita. Stavo dipingendo in cima alla scala, mi chiesero di scegliere chi doveva andarsene ma a me piacevano tutte e due: Therese perché era mite e faceva quel che volevo, Dora perché era intelligente e non lo faceva». Del dipinto in corso d´opera: «Nelle immagini che sto dipingendo e che chiamerò Guernica esprimo il mio orrore per la casta militare che sta precipitando la Spagna in un oceano di sofferenza e di morte. La pittura non è fatta per decorare appartamenti, è uno strumento di guerra contro la brutalità e l´oscurantismo».
Le foto di Guernica scattate da Dora Maar vengono pubblicate nel numero 4-5 della rivista Chaiers d´art del 1937. Nel quadro, sotto il volto di Dora, c´è anche quello di Marie Therese, sopraffatta e stesa a terra. Quell´estate tornano tutti a Mougins, la «famiglia felice», e ci tornano ancora nel ‘38. L´amore finisce sei anni dopo, giusto in tempo perché la conosca James Lord, il soldato americano omosessuale amico di Picasso che diventerà - della Maar - accompagnatore negli anni di solitudine e poi unico biografo. Entra in scena Francoise Gilot, la successiva amante. Dora subisce un colpo durissimo, viene ricoverata in clinica psichiatrica, sottoposta a elettroshock e di seguito presa in cura da Lacan che la sottopone ad analisi e la porta con sé. «Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono: anche Picasso se lo aspettava e il motivo principale per non farlo fu di privarlo di questa soddisfazione».
L´aspettano altri cinquant´anni di vita. Muore sola nel ´97, dopo aver attraversato tutto il secolo. Le suore che l´accudiscono nel ricovero non sanno chi sia. Non lascia eredi. Una contadina jugoslava, remota parente rintracciata, non conosce Picasso e rifiuta di andare a Parigi a vedere di cosa si tratti: rinuncia all´eredità. Il patrimonio - inestimabile - va all´asta. Nella casa di Parigi, sigillata da anni, anche la tavoletta del wc era dipinta da Picasso. Le crepe nel muro trasformate da un tratto di matita in ragni e serpenti, le scatole di fiammiferi in fauni. Centinaia di schizzi, in ogni cassetto, prove per Guernica. Meravigliosi, naturalmente. Tutti con la faccia di Dora.

Repubblica 15.4.07
Un popolo di santi patroni
Cultura popolare
di Michele Serra


Nel puzzle italiano, nel mosaico impazzito dei cento campanili un posto di primo piano spetta a queste incarnazioni locali del soprannaturale: mediatori tra cielo e terra, garanti delle fortune municipali al punto da offuscare il culto della divinità suprema. Ora un libro di Marino Niola pubblicato dal Mulino va alle radici del fenomeno
è il Quirinale a nominare la deputazione cui è affidato il sangue di San Gennaro

Fece parecchio scalpore, dopo i fattacci da stadio di Catania, la decisione delle autorità municipali di dare ugualmente vita ai festeggiamenti in onore di Sant´Agata, patrona della città, sia pure mondati di qualche dose di esultanza pirica. Esce ora per il Mulino (nella collana "L´identità italiana" curata da Ernesto Galli Della Loggia) un libro che aiuta a decifrare queste e altre prevalenze, in Italia, della "ragione religiosa" sulla ragione civile. Di più: aiuta a capire perché la ragione religiosa divenga spesso essa stessa ragione civile: la rappresenti, la inglobi o la sostituisca, in una con-fusione identitaria molto vitale seppure molto equivoca.
Il libro si chiama I Santi patroni, lo ha scritto l´antropologo di lungo corso Marino Niola, appassionato studioso dei culti popolari italiani. È un viaggio nel "municipalismo sacralizzato" del nostro Paese, tratto determinante (nel bene e nel male) dell´identità nazionale, al tempo stesso impedimento dell´affermarsi di un comune sentire statale ed elemento fondante delle singole, molteplici culture cittadine. «Punto di convergenza - spiega Niola - di tutti i fili religiosi e sociali che tramano il variegato tessuto identitario italiano». Una specie di federalismo religioso, forma specifica di quella cultura popolare cristiana «che ha rappresentato per un lungo numero di secoli l´unico tratto effettivamente comune all´intera comunità italiana» (Galli Della Loggia), costituendo per altro «un´ipoteca gravissima su qualsivoglia unità politica».
Ce n´è abbastanza per animare ulteriormente il dibattito, oggi alquanto infocato, sullo straripante peso politico della religione cattolica in un Paese che si ritiene secolarizzato ma nel suo profondo, nelle sue viscere sociali e sentimentali, è fortemente segnato da credenze, e appartenenze, che sfuggono in parte o del tutto alle categorie moderne della politica.
Chi non lo sapesse già, ad esempio, ha un vero e proprio sussulto leggendo nel libro di Niola che la famosissima ampolla con il sangue rappreso di San Gennaro è affidata a una "deputazione laica" presieduta dal sindaco di Napoli, e i cui membri sono nominati, pensate un po´, dal Presidente della Repubblica (!). Oppure che la basilica di San Petronio, edificata a partire dal 1390 per custodire le spoglie del santo patrono, è stata fino al 1937 di proprietà del Comune di Bologna, e ha ricevuto la sua consacrazione solo nel 1954. Senza che nessuno abbia mai eccepito che si trattasse di una "ingerenza" della politica nella religione, tanto ovvia era, e in parte è ancora, qui in Italia, la confusione tra i due ambiti: per trovare lavoro, fino a pochi decenni fa, molti italiani dovevano munirsi di una "lettera di buona condotta" rilasciata dal parroco, che aveva almeno lo stesso peso "legale" di una carta del Comune o dello Stato.
Questo per dire quanto la commistione tra profilo religioso e profilo politico-municipale sia inestricabile, con buona pace di chi considera ampiamente avvenuta la radicale separazione tra Stato e Chiesa. In particolare la gestione del culto di San Gennaro (una vera e propria joint venture tra Diocesi napoletana, Comune di Napoli e Repubblica Italiana), quasi islamica nella sua totale alienità a ogni possibile separazione tra religione e Stato, fa riflettere sulla perdurante potenza "politica" di un istituto, quello del Patronato, che prende corpo a partire dal Quarto secolo, nel mezzo delle persecuzioni anti-cristiane e del trionfo della figura del martire (quasi tutti i santi patroni sono martiri), e arriva fino ai giorni nostri senza alcun avvertibile indebolimento; e anzi, in forza di un accadimento del tutto moderno come la massiccia emigrazione di milioni di italiani in giro per il mondo, conosce una nuova vita. Il ritorno al paese per la festa patronale è la più solenne e imperdibile delle occasioni per rinnovare il vincolo con le radici, con la famiglia, con la comunità d´origine. Non esiste ricorrenza "di Stato", né 25 aprile né 2 giugno, per quanto fondante, per quanto politicamente "alta", che possa lontanamente competere con la festa patronale come richiamo in patria degli italiani all´estero.
Restando nel moderno, diverse osservazioni di Niola dicono quanto radicate, e soprattutto per tanti versi immutate, siano la genesi nonché la pratica del culto dei santi. Il potere taumaturgico di Padre Pio, comprovato come nell´antichità dalla sua stessa resistenza al dolore e alle piaghe (in mancanza di martirio, il frate di Pietrelcina se le infliggeva da solo fustigandosi) è, in pieno Novecento, quasi il remake di infiniti altri iter che si fondano sul dolore fisico come "prova" di santità, di eroismo nella fede e insieme di garanzia di fronte al dolore altrui. A questo proposito il settimanale satirico Cuore, con una certa scostumatezza ma affondando non metaforicamente il dito nella piaga, pubblicò negli anni Novanta, sotto la testatina Le allegre vite dei santi, una lunga e sinistra serie di santini e immaginette sacre che erano un campionario micidiale di torture, supplizi, amputazioni, tutte accompagnate da didascalie estasiate (originali). Satira sul "dolorismo" cattolico, sul culto del sangue e della sofferenza, del martirio purché efferato, ancora fiorente in pubblicazioni di pochi anni fa…
Ugualmente suggestiva, nel libro di Niola, una notazione "di costume" a proposito delle celebri copertine della Domenica del Corriere disegnate da Walter Molino, che nel dopoguerra ripetevano, in versione "laica", la stessa iconografia degli ex-voto, con raffigurazioni di atti salvifici che scongiuravano disgrazia e morte, salvataggi "miracolosi" con vigorosi militi (soprattutto carabinieri) al posto dei santi. Niola ricorda, a proposito dell´Arma, «l´idea del carabiniere salvatore, sorta di patrono che assiste i deboli e non esita a schierarsi al loro fianco anche a costo del sacrificio supremo», come nel caso di Salvo D´Acquisto che offrì la propria vita in cambio di quella di ventidue civili in ostaggio dei nazisti. L´epica popolare, in questo come in altri casi, è anch´essa «fedele nei secoli», come recita il motto dei carabinieri. Nel senso che ripete la lettura soprannaturale, miracolosa del gesto salvifico, del sacrificio altruista, come in tante figure di santi-eroi dell´antichità (San Giorgio, per esempio) che sono la trasfigurazione cristiana degli eroi e dei semi-dei pagani che affrontavano il pericolo per soccorrere la propria comunità.
Questa antropizzazione del divino, così decisiva per il cristianesimo a partire dalla figura del Dio-Uomo, trova nei santi (protettori e patroni) una "specializzazione" formidabile. Ogni comunità ha a disposizione una incarnazione locale del sovrannaturale. Sul culto delle reliquie si fonda non solo l´identità di molte città italiane, ma addirittura la loro architettura, che collocando sotto l´altare maggiore i resti del santo locale ne fa una sorta di centro urbanistico, di "focolare" municipale attorno al quale ruota tutto il resto.
Nei secoli questa identificazione di intere comunità nel "proprio" santo, presenza corporea e spesso addirittura tattile attraverso l´adorazione delle reliquie, mediatore tra cielo e terra, garante contrattuale delle fortune locali, della salute individuale e di quant´altro, si è rivelata così efficace da avere quasi "scalzato" dalla fede popolare quella divinità suprema, ma troppo universale ("global", diremmo adesso) che è Dio. Perfino la sua raffigurazione più umana, quella di Cristo, è assai meno nominata e invocata, nell´Italia popolare cattolica, rispetto ai santi e soprattutto rispetto a quella santa per antonomasia che è Santa Maria, vergine e madre di Cristo, di gran lunga al primo posto nell´empireo dei numi italiani, alla quale Niola dedica un lungo capitolo che riesce appena a sfiorare l´interminabile novero delle denominazioni di Maria, dei suoi culti, delle implorazioni e delle devozioni.
Con una battuta fulminante ed esilarante, riportata da un viaggiatore straniero, un frate spiega al visitatore la minore evidenza del culto di Cristo: «Il suo unico merito era essere figlio della Madonna». Santa Maria, del resto, dal punto di vista antropologico è una sintesi assolutamente geniale delle due "nature sacre" che le culture greco-romane e precristiane riconoscevano alla donna: la verginità e la purezza da un lato, la fecondità e la maternità dall´altro. La ricca casistica delle dee-madri e delle dee vergini precristiane si ricompone nel mito (o nel dogma, a seconda delle opinioni) della vergine-madre. Specie nel Sud Italia, che Niola conosce profondamente, il mito della Madre Sacra (venendo al dettaglio socio-antropologico, il mito della Mamma) è così fiorente e radicato da avere eletto Maria divinità di incomparabile popolarità, con una saldatura invincibile tra fedi arcaiche e pagane e culto cristiano.
Leggendo I Santi patroni colpisce - anche se non è una novità - la quasi veemente carnalità del cattolicesimo popolare, la presenza sempre incombente del sangue, delle ossa, insomma del corpo come solo vero presidio e garanzia della vita, antidoto alla morte. Ci si confronta con una religiosità quasi a-spirituale, per niente metafisica, fondata su un rapporto robustamente contrattuale con la divinità: fortuna e salute in cambio di devozione. Se Dio è lontano, il santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un poco come il parente importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, ed è a lui che ci si raccomanda.
Il Concilio Vaticano II ha tentato di portare avanti un processo di de-localizzazione della devozione, mettendo l´accento sull´universalità del messaggio cristiano, ma non si percepiscono, almeno nel medio termine che ci separa da quell´evento, risultati apprezzabili. Il regno dei santi, e soprattutto quello dei santi patroni, prosegue incontrastato a calamitare gran parte delle energie cultuali e dell´adorazione popolare, in perfetta continuità con la struttura municipalista e localista del nostro Paese. Una struttura "arcaica" ma evidentemente ancora funzionale, Santa Rosalia, Sant´Antonio e Sant´Agata non conoscono quella crisi di rappresentanza che sta sfibrando la politica, continuano a incarnare l´identità profonda di intere comunità. Quando toccò al comunista Bassolino gestire, secondo il protocollo, la complicata questione di San Gennaro e del suo miracolo, nessuno poté obiettare alcunché: perché il nesso tra San Gennaro e Napoli è, appunto, quello dell´identità municipale, e non è dunque perfettamente naturale che il sindaco ateo, capo del Municipio, si occupi della più solenne e condivisa tra tutte le faccende municipali?
Con una battuta forse amara, forse solo realista, verrebbe da dire che il Partito democratico può magari costituirsi senza questo o quello spicchio di parlamentari, ma non senza (o peggio contro) Santa Rosalia o San Nicola o San Biagio. E non tanto perché costoro incarnino la componente religiosa dell´identità italiana, quanto perché ne sono uno dei più profondi tratti "politici". Semmai, è proprio la natura religiosa del cattolicesimo italiano a uscire a mal partito dal viaggio di Niola tra santi e santuari. Il cattolicesimo popolare ne esce come una forma di devozione politeista e quasi atea, non necessitando, per i propri culti e per la propria conferma identitaria, di un vero e proprio Dio universale. Il soprannaturale, grazie ai santi, ha un nome, un corpo, spesso una storia certificata, ed è saldamente posseduto da quella fortunata comunità che custodisce la teca, l´ampolla, il brandello mummificato dell´eroe (patrono e padrino) che ha saputo mediare con successo tra il cielo e la terra.
Il santo patrono non solo è un leader riconosciuto, ma è conclamatamente super-partes, una specie di supersindaco che non conosce differenza tra destra e sinistra e non ha bisogno di campagna elettorale. Se i vescovi italiani hanno tanta familiarità con la politica (meno, magari, con le cose di ordine metafisico), è perché i santi, da sempre, fanno politica, sono la politica: in parecchie zone d´Italia, la sola "cosa pubblica" riconosciuta e rispettata sono proprio loro.

Il libro
I Santi patroni, scritto dall'antropologo Marino Niola e pubblicato dalla Società editrice il Mulino nella collana "L'identità italiana" (192 pagine, 13,50 euro), sarà in libreria a metà della prossima settimana. È un viaggio nell'Italia dei santi patroni, alla ricerca delle ragioni antiche, spesso pre-cristiane, di quel fortissimo legame fondativo che le comunità locali stringono col santo che ne è simbolo. Una pratica devozionale che sconfina di frequente sul terreno politico e sociale e che ha finito per assegnare al patrono il ruolo quasi magico di defensor civitatis , e per farne il custode delle memorie cittadine

sabato 14 aprile 2007

Repubblica 14.4.07
Meglio un monumento a una capra o a Freud?
un referendum a Praga


PRAGA - Meglio un monumento a Freud o a una capra? Gli abitanti della Città Vecchia di Praga si sono pronunciati ieri con un referendum sulla proposta se costruire - nella piazza chiamata "terreno delle capre" - una statua al padre della psicanalisi oppure all´animale. Le urne si sono chiuse in serata e i risultati saranno noti presumibilmente nella nottata. Le autorità cittadine avevano commissionato una scultura in cui Freud appariva seduto a un tavolo, riprodotto due volte nella stessa scena in dimensione ridotta. Questa decisione, però, ha suscitato molte proteste - Freud non è molto popolare nella Repubblica Ceca - al punto che prima di procedere con la realizzazione del monumento è stato deciso di consultare gli abitanti del quartiere. Un vero e proprio referendum tra le circa 2.300 persone che vivono nella Città Vecchia e che hanno avuto a disposizione l´intera giornata di ieri per esprimere il loro parere.

venerdì 13 aprile 2007

1980 . . . 1985, il film Diavolo in corpo.
1986 e la ristrutturazione della sede dei seminari . . . “Ed essi, dopo quindici anni, . . . “ settembre 1989.
. . . 1991, il progetto per la Piazza S. Cosimato.
IL CORAGGIO DELLE IMMAGINI. 1994

Cerco tra i ricordi per trovare il filo che mi permette di raccontare una storia: quella di un gruppo di architetti che, oppressi dalla tecnica e dall'accademia, hanno chiesto idee poi immagini e disegni a qualcuno che non era architetto come loro (1).

IL PALAZZETTO BIANCO, “manifesto costruito” di una ricerca.

Inizio a pensare e immediatamente ricordo che il progetto e la ricerca sono stati descritti in maniera affascinante ed esaustiva da Franco Purini in un suo articolo pubblicato recentemente(2). Forse allora, mi dico, mi si chiede piuttosto di spiegare la storia strana di uno psichiatra e molti architetti.
E' difficile ricordare dopo tanti anni: una ricerca ha inizio per una intuizione o per lo sviluppo naturale di un'altra ricerca o, magari, poiché parliamo di Architettura, può nascere perché sollecitata dalla visione di una immagine: il volto bellissimo di una donna . . . nuova.
Ecco, forse tutto iniziò con Diavolo in corpo.
Marco Bellocchio nel 1985 aveva chiesto a Massimo Fagioli di intervenire sul set del film che stava girando. Poi ci fu il 1986 e la realizzazione della sede rinnovata dei seminari di Analisi collettiva. "…ai miei seminari, oltre a psichiatri e medici, partecipano tantissimi architetti. E' una presenza diventata costante. Gli architetti vorrebbero essere degli artisti e, tante volte, sono costretti ad essere artigiani. Cercano l'estro, la fantasia. Un architetto, una donna, ha attuato la ristrutturazione interna della sede dei seminari. La dimensione di essenzialità è importante per lasciare spazio alla dimensione interiore . . ."(3) . Negli anni successivi si è sviluppato uno strano fenomeno per cui un gruppo di architetti ha chiesto allo psichiatra non di interpretare bensì di fare immagini. Lo psichiatra, che nel setting interpretava le immagini dei sogni, è stato "costretto", nel rapporto extra-analitico, a concretizzare le sue immagini, sorte dall'inconscio ma non sognate, che diventavano architetture non comuni. Case, costruzioni, città strane perché mai viste prima eppure funzionali. Idee, disegni e immagini irrazionali erano architetture ossequiose delle leggi della statica e delle mille norme che regolano il vivere civile, e perciò stesso perfettamente funzionanti, potremmo dire assolutamente "razionali".

"La scoperta e la ricerca è che dall'inconscio possono emergere immagini che è possibile costruire" dice lo stesso Fagioli al quale mi sono rivolta per capire e ricordare la storia. "Prima del Brunelleschi - continua - nessuno aveva messo in crisi l'idea dell'arco romano eppure, nonostante il Ghiberti gli profetizzasse un fallimento, egli riesce nell'impresa impossibile".
Dunque la libertà espressiva del Brunelleschi, concretizzatasi in una idea irrazionale, aveva realizzato un'immagine architettonica mai vista prima. . . Ma chi ci avrebbe dato la certezza delle immagini scaturite dal nostro inconscio? "Voi architetti, inariditi dal Razionalismo e dallo Strutturalismo, costretti tra le regole della tecnica e le leggi, senza via d'uscita per una cultura dominante che vuole la scissione tra ragione e fantasia e codifica l'irrazionale come animalesco, avete il merito di aver fatto una pazzia per fare architettura nuova!". Ci siamo proposti come "allievi" di un "viandante" incontrato per caso.
Risvegliati dal sonno profondo nel quale eravamo caduti per la colpa di aver creduto a Marx e a Freud dimenticando il bello nel cercare solo l'utile, abbiamo rivendicato la possibilità di una ricerca di immagini ed ispirazioni libera da ogni accademia, da ogni convenzione istituzionale e condizionamento culturale. E soprattutto abbiamo chiesto che l'architettura potesse essere di nuovo Arte e non solo tecnica al servizio dei bisogni umani. "Avete chiesto di liberare le immagini non coscienti come faceva Picasso". Ma le immagini di Picasso restano arte mentre le immagini che ci hai regalato sono anche "utili". "Il rischio era quello di finire nelle fantasticherie masturbatorie di alcuni vostri contemporanei..." sottolinea Fagioli.
E' vero, l'architettura deve essere essenziale, per quel "levare di soverchio" che piaceva tanto a Leonardo. Mentre oggi assistiamo ad una architettura contesa tra i fautori di una “creatività” esasperata -penso all'inutile spreco di segni, alle immagini esagerate di alcuni progetti di Ghery o di Calatrava - ed i sostenitori del rigore formale che, al fine, propongono soltanto un vuoto, un'assenza di fantasia, continuando a costruire scatole di vetro, di cemento o di pietra sulla scia di un razionalismo tutto americano che propone, per assurdo, un'inutile . . . pesantezza.
Barocchismi o rigore in un mettere o levare "più o meno che non debba. Ma di questi non parlo perché non sono maestri…".
Mi piace invece parlare dell'ultimo progetto, in ordine di tempo, realizzato da Fagioli, che ha in comune con il Palazzetto l'essenzialità delle forme.
Nella "Casa di Matteo", un'abitazione in Roma, il Fagioli ha operato in levare, eliminando la pesantezza di muri inutili che opprimono soltanto il vivere quotidiano, costruiti nei primi del novecento da una ragione ottusa che pensava case come caverne.
Il risultato: una libertà di movimento ed una spazialità tutta nuova che suggerisce un modo di abitare diverso. Che la casa non sia più un rifugio ma uno spazio aperto al rapporto con gli altri?
Il mio racconto finisce qui.
Ho cercato di spiegare la storia strana del gruppo di architetti-artisti e dello psichiatra che insieme hanno progettato nuove architetture. Come ricordare poi le linee che abbiamo tirato, impossibile, perché di fatto i nostri contributi non sono separabili: una linea in più o in meno non modifica il risultato che è sotto gli occhi di tutti, nel momento in cui il Palazzetto bianco, finalmente costruito dopo ben sedici anni dalla sua progettazione, segna un momento di indiscussa riuscita di questa ricerca, unica nel suo genere, che ha origine nell'Analisi collettiva e si è fondata e nutrita della teoria originale di Massimo Fagioli.

Ricordo ora che nel 2001 Fagioli ha rinnovato in modo integrale la sede dei suoi seminari, raddoppiando lo spazio collettivo.
E da tempo noi architetti del Coraggio delle immagini cerchiamo di studiare questo psichiatra che interpreta le immagini dei nostri sogni nell'Analisi collettiva e, fuori, libero da noi, costruisce le sue immagini . . . la ricerca continua.

Paola Rossi, 25 febbraio 2007


(1) I progetti riportati nella premessa al mio articolo sono pubblicati nel catalogo "Il coraggio delle immagini. Progetti realizzati da un gruppo di architetti romani su idee e disegni di Massimo Fagioli" Nuove Edizioni Romane, 1995(2)

(2) Franco Purini nel suo articolo "Inconsueta e sorprendente", pubblicato su Paesaggio Urbano nel febbraio 2006 e poi su L'Arca nell'ottobre dello stesso anno, racconta del progetto e della ricerca incastonandoli nella realtà storica, culturale e sociale di oggi.

(3) "Freud è servito" di S.Martella; su WWN n°6/1986. Intervista a M.Fagioli: "… ai miei seminari, oltre a psichiatri e medici, partecipano tantissimi architetti. E' una presenza diventata costante. Gli architetti vorrebbero essere degli artisti e tante volte, sono costretti ad essere artigiani. Cercano l'estro, la fantasia.
Un architetto, una donna, ha attuato la ristrutturazione interna della sede dei seminari. La dimensione di essenzialità è importante per lasciare spazio alla dimensione interiore. Dai sogni relativi a quel luogo è poi emersa una interpretazione acustica e spaziale, nell'immagine di un pianoforte a coda, a indicare il ritmo e la risonanza che si verifica nella partecipazione collettiva…"

l’Unità 13.4.07
L’Origine della Fede
Il Papa e Darwin
di Pietro Greco


È appena uscito in Germania per i tipi dell’editore Suv un libro dal titolo «Schöpfung und Evolution», creazione ed evoluzione, ha per tema l’origine della vita e il cambiamento della specie. L’autore è Joseph Ratzinger. Il Papa di Roma.
Non abbiamo letto il volume, che presto sarà disponibile anche in italiano. Ma, se le anticipazioni di stampa sono corrette, si tratta di un libro destinato a far discutere. Per almeno tre ordini di questioni che Benedetto XVI solleva e che sono, per l’appunto, discutibili.
La prima questione riguarda l’origine della vita: il Papa sostiene che da sola la scienza non è in grado di spiegarla e che, a ogni modo, sia all’origine della vita sia all’origine dell’universo (ovvero di “ogni cosa”) non ci può essere il caso, ma deve esserci un progetto - un “disegno” - che riconduce direttamente a Dio.
La seconda questione riguarda la teoria proposta da Darwin per spiegare l’evoluzione biologica: Joseph Ratzinger sostiene che non è completamente dimostrata e neppure è completamente dimostrabile, perché centinaia di migliaia di anni di mutazioni non possono essere riprodotte in esperimenti controllati in laboratorio.
La terza questione riguarda la scienza stessa, strutturalmente incapace di rispondere a questioni filosofiche del tipo: da dove viene e dove sta andando l’universo, da dove viene e dove sta andando l’uomo. Per dare risposte a questi quesiti, sostiene Benedetto XVI, occorre una razionalità che include la scienza, ma che va oltre la scienza.
Questo pensiero è stato più volte espresso dal Papa, ma ha preso la forma compiuta del libro in seguito al discorso tenuto in un seminario chiuso e, finora, segreto su “creazione ed evoluzione” che si è svolto a Roma lo scorso mese di settembre, nell’ambito dei tradizionali incontri del «Circolo degli allievi del professor Joseph Ratzinger».
Le tre questioni sollevate dal Benedetto XVI sono tutte legittime. Ma, come dicevamo, sono tutte piuttosto discutibili. Il Papa ha diritto di dire ciò che vuole. Ma, soprattutto in materia di filosofia naturale, tutti hanno diritto di discutere ciò che il Papa dice.
Prima questione: è vero che la scienza non ha, finora, fornito una spiegazione esaustiva su quello che il biologo darwiniano Theodosius Dobzhanski definiva il primo e più grande “trascendimento evolutivo”: la transizione dal non vivente al vivente. E neppure ha fornito, finora, una spiegazione esaustiva su quell’altro straordinario “trascendimento evolutivo” che è la transizione dal nulla a qualcosa, che è la nascita dell'universo. Ma è anche vero entrambi questi processi non sono affatto “oltre la scienza”, ma al contrario sono oggetto di ricerca da parte degli scienziati. D’altra parte non c’è spiegazione scientifica possibile se non in un quadro naturalistico: l'opzione della creazione divina non può che essere proposta che come atto di fede. Inoltre, non è affatto vero che all’origine della vita e dell’universo, secondo la scienza, ci sia solo il “caso”. Le spiegazioni cercate intorno all’origine dell’universo sono tutte interne ai vincoli non deterministici, ma non per questo completamente aleatori, della fisica quantistica. Le spiegazioni cercate intorno all’origine della vita sono tutte interne ai vincoli stocastici, ma ancora una volta non completamente aleatori, della chimica e della biologia.
Quanto alla seconda questione posta dal Papa, ovvero che la teoria dell’evoluzione biologica di Darwin non è completamente dimostrata né completamente dimostrabile, è ancor più opinabile. Per molti motivi. Una teoria scientifica non è che il modo più economico e logicamente solido per spiegare i fatti noti intorno alla realtà naturale. Può succedere che esistano più modi economici di spiegare i medesimi fatti noti. Ovvero più teorie scientifiche. È successo persino in fisica. Per esempio quando, tra il 1916 e il 1919, esistevano due teorie - quella di Newton e quella di Einstein - per spiegare i medesimi fatti noti sulla gravitazione universale. Poi nel 1919 gli scienziati si sono imbattuti in un fatto nuovo - una certa deviazione della luce di una stella lontana da parte del campo gravitazionale del Sole - che trovava una spiegazione nella teoria di Einstein e non in quella di Newton. Per questo, da allora, la teoria più generale è quella della relatività einsteiniana.
Da molti decenni a questa parte esiste nell’agone scientifico una sola teoria economica in grado di spiegare tutti i fatti noti dell'evoluzione biologica. Questa teoria è corroborata, per usare un termine caro a Karl Popper, da un numero semplicemente enorme di evidenze empiriche indipendenti prodotte in discipline le più diverse: dalla paleontologia alla biologia molecolare. D'altra parte nessun fatto empirico noto è stato finora in grado di falsificare, per usare un altro concetto caro a Popper, la teoria di Darwin. Mentre tutte le altre teorie contrapposte a quella darwiniana o risultano meno economiche o sono state falsificate. È vero che, come sostiene papa Ratzinger, la storia evolutiva della vita non può essere ripetuta in laboratorio, e quindi la teoria di Darwin non può essere tutta verificata mediante esperimenti controllati, come avviene in fisica. Ma, come hanno dimostrato Ernst Mayr e una costellazione di filosofi della biologia, questo non significa affatto che la biologia non sia una scienza. E che le teorie biologiche non siano teorie compiutamente scientifiche.
Anche la terza questione sollevata da Benedetto XVI è discutibile. La scienza non ha pretesa alcuna di completezza. Ma pretende che nessun ambito sia precluso alla ricerca. In particolare non possono essere preclusi alla ricerca scientifica neppure quegli ambiti - da dove vengono e dove vanno l'uomo e l'universo - che Joseph Ratzinger pretende esclusivi della filosofia e della teologia: ovvero esclusivi di una ragione che non pretende una verifica empirica. La scienza vuole dire la sua - e sta dicendo la sua - anche in questi ambiti.
E, facendo ciò, per la verità allarga gli orizzonti, non li restringe affatto. Quale sarebbe oggi l’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’universo che lo circonda senza i fatti, le teorie o anche solo le ipotesi proposte dalla scienza in questi ultimi quattro secoli intorno sia all'origine dell'uomo e del mondo sia alla loro evoluzione?
E cosa sarebbe dell’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’universo che lo circonda se la ricerca della verità si limitasse, come ai temi prima di Galileo, a costruzioni logiche sopra «un mondo di carte» invece che a «certe dimostrazioni» verificate da «sensate esperienze»?
Già, Galileo. Nel 1616 il cardinale Roberto Bellarmino consigliò al pioniere della scienza moderna di limitarsi a spiegare «come vada il cielo» e di non cercare di spiegare «come si vada in cielo». Naturalmente vale anche il contrario. Se vogliamo che i rapporti tra scienza e religione non diventino conflittuali, ma siano improntati al reciproco rispetto, è bene che i religiosi si limitino a spiegare «come si vada in cielo» e non cerchino di spiegare agli scienziati «come vada il cielo». Lo stesso Bellarmino venne meno al suo saggio consiglio sulla separazione delle sfere d'intervento. E ne nacque un conflitto tra scienza e religione (cattolica) che a quattrocento anni di distanza non sembra essere stato ancora sanato.

l’Unità 13.4.07
PARTITO DEMOCRATICO
Si riaccende la polemica sul «Manifesto»
«Si corregga la parte sulle radici cristiane»


ROMA Da molti mesi è noto a tutti, ma ad una settimana dai congressi Ds e Dl, scoppia una piccola grana sul Manifesto del Partito Democratico. Quel riferimento alle «radici più profonde nel cristianesimo e nell'illuminismo» dei valori a cui si ispira il partito nuovo non va giù a ebrei e islamici. A sollevare il problema alcune personalità del mondo ebraico, tra i quali l'ex presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto, che chiedono di ritoccare il Manifesto, eliminando il passaggio. Ma il riferimento alle radici cristiane non piace neanche al deputato dei Dl Allam Khaled Fouad. «Il Cristianesimo e l'Illuminismo - afferma il deputato Ds Emanuele Fiano, esponente della comunità ebraica romana - sono le uniche radici culturali citate. Di certo su questo tema dovrà essere aperto un dibattito approfondito che rivolga lo sguardo avanti, verso l'Europa, e che eviti di circoscrivere al passato la definizione di ciò che sarà il nostro futuro Partito, per evitare di rimanere prigionieri di differenze che già ci hanno divisi». Fiano si dice «come ebreo di sinistra profondamente convinto della necessità del Partito Democratico, e come fondatore insieme a Piero Fassino e Furio Colombo di Sinistra per Israele, associazione nata proprio per correggere i pregiudizi e gli errori della sinistra italiana nei confronti di Israele e della questione ebraica, mi batterò per una correzione di quel passaggio». Secondo il deputato Ds, «nel nuovo testo dovremo scegliere se far coesistere le diverse radici culturali di ognuno di noi, oppure se farle scomparire tutte per far posto ad una più laica visione rivolta a nuove identità comuni. Ma resta inteso che comunque ogni contributo su questo tema sarà il benvenuto». Il passaggio va corretto anche per Fouad. «Un manifesto di un partito - osserva Fouad - è un manifesto di partito ma forse di fronte ad una società multietnica mi pare una mancanza non citare l'universalità delle culture». Il deputato di origine algerina ricorda di «aver già avanzato la critica».

l’Unità 13.4.07
CARCERE
Dopo l’indulto scende il numero di chi
muore dietro le sbarre, il 60% in meno
di Davide Madeddu


Dopo l’indulto e lo sfollamento delle carceri diminuisce il numero dei morti dietro le sbarre. A fare un bilancio paragonando i dati relativi ai primi cento giorni del 2007 con quelli del 2006 è l’associazione «Ristretti orizzonti», che registra un calo del 60%. Nei primi 100 giorni del 2006 sono morti 24 detenuti, di cui 15 per suicidio, nei primi cento giorni del 2007 invece 10 morti, di cui due per suicidio. «Tra i dati del 2006 e quelli del 2007 c’è di mezzo l’indulto» dice «Ristretti Orizzonti». Il dato dell’ultimo anno è comunque il più basso anche rispetto a quelli registrati i primi cento giorni degli anni passati. Nel 2005 si erano registrati 13 suicidi, nello stesso periodo dell’anno precedente i suicidi sono stati 5, nel primo trimestre del 2003 si arriva a 9, 13 invece nei primi cento giorni del 2002.

l’Unità 13.4.07
Shoah e Pio XII
È polemica Israele-Vaticano
Il nunzio apostolico non andrà alla commemorazione per protesta
contro il giudizio su Pacelli: non fu ambiguo sull’Olocausto
di Umberto De Giovannangeli


PIO XII torna a dividere Vaticano e Israele. E su un tema cruciale, scottante: il ruolo che il Papa Pacelli ebbe durante la Shoah. Per una controversa didascalia su una foto di Pio XII, il Nunzio apostolico in Israele, Monsignor Antonio Franco, non parteciperà alla cerimonia di commemorazione delle vittime della Shoah, che si terrà la prossima settimana allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto a Gerusalemme, in presenza dell’intero corpo diplomatico. L’immagine, con relativa didascalia, di Pio XII è riprodotta fra le personalità che hanno avuto un ruolo ambiguo durante le persecuzioni contro gli ebrei nella Seconda guerra mondiale.
Nella didascalia, della quale il Vaticano chiede la rimozione o almeno una modifica, si afferma che «la reazione di Pio XII all’uccisione degli ebrei durante l’Olocausto è controversa». Nel ricordare la figura del pontefice si afferma che quando fu eletto nel 1939 egli «accantonò un’enciclica contro il razzismo e l’antisemitismo preparata dal suo predecessore», che «non reagì alle notizie sull’uccisione degli ebrei con proteste scritte o verbali», che nel dicembre del 1942 non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l’uccisione degli ebrei e che «non intervenne nemmeno per fermare la deportazione degli ebrei di Roma». «Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così rappresentato. Forse si potrebbe togliere la foto o cambiare la didascalia», afferma il Nunzio che si dice «sorpreso» del modo in cui è stato pubblicizzato il contenuto di una lettera «privata» che egli aveva inviato alla direzione del museo. «Certamente il Papa - dice - non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto dalle fonti storiche». Nel contesto in cui è stata inserita, la foto di Pio XII «offende tutta la Chiesa cattolica». Monsignor Franco al tempo stesso ha tenuto a precisare che «la mia assenza alla cerimonia non significa mancanza di rispetto per il ricordo e le vittime di questa tragedia». «Ho scritto una lettera al direttorato dello Yad Vashem - ricostruisce il Nunzio - spiegando che già l’anno scorso avevamo fatto presente la nostra difficoltà per la foto con didascalia di Pio XII presente nel memoriale». «Nella risposta alla mia lettera che vedo oggi (ieri, ndr. su alcuni giornali israeliani - prosegue Mons. Franco - si dice che non si può cambiare la verità storica. I fatti non si possono cambiare ma di questi si è data un’interpretazione contraria anche a molte altre verità storiche e soprattutto a tutta un’altra storiografia che interpreta in altro modo».
La risposta di Israele è durissima. Lo Yad Vashem si dice «sconvolto e deluso per il fatto che il delegato del Vaticano in Israele abbia scelto di non rispettare la memoria dell’Olocausto e di non partecipare a una cerimonia ufficiale con la quale lo Stato di Israele e la nazione ebraica si uniscono nel ricordo delle vittime». «Lo Yad Vashem - si afferma - si dedica alla ricerca storica e il museo dell’Olocausto presenta la verità storica sul Papa Pio XII così come è nota agli studiosi di oggi. Lo Yad Vashem ha detto al rappresentante vaticano in Israele che è disposto a continuare a esaminare la questione e ha osservato che, se gli sarà consentito l’accesso, sarà lieto di esaminare gli archivi vaticani dell’epoca di Papa Pio XII eventualmente per apprendere informazioni nuove e diverse da quanto è oggi noto». Sulla vicenda prende posizione anche la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni. «La cerimonia allo Yad Vashem - dichiara - ha il fine di onorare la memoria delle vittime della Shoah, l’evento più traumatico nella storia degli ebrei e tra i più traumatici nella storia dell’umanità. Circa la partecipazione a questa cerimonia - taglia corto Livni - ognuno si comporti come la sua coscienza suggerisce».

l’Unità 13.4.07
MUSICA Un cd, con vita parallela sul web, e tour italiano della cantautrice: «Mi piace Hillary»
Tori Amos, la cantante che sfida Bush e il Papa
di Diego Perugini


Con Tori Amos certo non si cade mai nella banalità. Perché la cantautrice americana è artista inquieta e creativa, che nel corso della carriera ha più volte stupito e intrigato i fan con scelte originali e controcorrente. E anche stavolta non delude. Il suo nuovo cd, American Doll Posse, che uscirà il 27 aprile, la vede addirittura interpretare cinque personaggi diversi. Si chiamano Isabel, Clyde, Pip, Santa e Tori, e rappresentano cinque donne dal carattere e la sensibilità ben distinti.
«Le canzoni uscivano con strutture musicali differenti e non capivo perché: era come se cinque voci femminili chiedessero di esprimersi – ricorda Tori - Allora mi sono ispirata alla mitologia greca per parlare di un concetto a me caro, quello delle mille sfaccettature di noi donne. In aperto contrasto con tanti anni di stereotipi dettati dal Cristianesimo, che ci divideva in madri sante od oggetti sessuali». Un disco femminista? Lei preferisce «emancipazione femminile». Comunque sia, un album non facilissimo da approcciare: 23 canzoni, oltre 70 minuti di musica, testi complessi e sonorità variegate (ballate riflessive, momenti pop, atmosfere drammatiche e altre più scanzonate e sensuali) che ben esprimono i diversi caratteri delle cinque signore. Che, per inciso, avranno vita parallela sul web ed entreranno anche negli imminenti live della cantante.
Il disco si apre con Yo George, mini-invettiva pianoforte e voce contro Bush e la sua politica. «Ma lui è solo la propaggine dell’estrema destra cattolica americana - interviene la cantautrice - una lobby potente che dobbiamo combattere non con la violenza, ma con la memoria di chi siamo. Mi piace Hillary Clinton, sa il fatto suo, ma non voglio fare propaganda o dire alla gente chi votare. Cerco, però, di scuotere le coscienze e svegliare queste nuove generazioni che mi sembrano troppo concentrate su se stesse».
Dal vivo promette scintille e spettacoli mai uguali. Ogni sera ci saranno due atti, uno con la Tori che conosciamo e i suoi classici, e l’altro con una delle quattro «signore». La scelta dipenderà da umore e stato d’animo. Il debutto del tour sarà proprio dall’Italia, a fine maggio: il 28 al Sistina di Roma, il 30 al Verdi di Firenze e il 31 allo Smeraldo di Milano. «Sarà bello partire da Roma, manderò degli inviti in Vaticano. Anche al Papa: credo dovrebbe vedere questa grande comunione femminile».

l’Unità 13.4.07
Dio la benedica signor Vonnegut
di Rocco Carbone


È MORTO martedì notte, all’età di 84 anni, il grande scrittore americano, autore di Mattatoio n.5 e La colazione dei campioni. Romanziere, poeta, saggista e polemista è stato un idolo letterario e un’icona irriverente della controcultura americana

Non so voi, ma io pratico una religione disorganizzata.
Appartengo a un empio disordine. Ci chiamiamo «Nostra Signora della Perpetua Meraviglia»

Kurt Vonnegut. «Un uomo senza patria»

Sarebbe troppo semplice dire che con Kurt Vonnegut scompare uno dei più importanti autori di science-fiction della seconda metà del secolo scorso, anche se è attorno a questa definizione che si gioca buona parte del suo apprendistato letterario e della sua stessa, lunga attività di scrittore. Il fatto è che per Vonnegut l’adesione a un universo di rappresentazione fortemente dominato dall’evenienza fantastica non ha mai, o quasi mai coinciso con la scelta di un genere definito. I suoi romanzi, da quello d’esordio, del 1952, Distruggete le macchine, alle opere più tarde, come Galapagos o Cronosisma, hanno sempre intrattenuto, con quel genere, un atteggiamento per così dire interlocutorio, dove sotto gli abiti della fantascienza si è sempre celato un atteggiamento di distacco, e insieme di ostinata ricerca di un rapporto privilegiato con il pubblico. Accade spesso, nei romanzi dello scrittore di Indianapolis, di trovare un narratore che a un certo punto esce fuori allo scoperto rivelando alcuni connotati che rimandano direttamente all’identità dell’autore. Anche per questo Vonnegut non è autore di genere. Perché sia tale, dovrebbe manifestare, nei confronti del modello narrativo prescelto, una sorta di fedeltà che nell’autore di Ghiaccio-Nove è sempre latitante, se non assente del tutto. Al contrario, c’è in questo scrittore un atteggiamento strumentale nei confronti della stessa forma del romanzo. Esso viene accettato come un contenitore vuoto, all’interno del quale disporre a proprio piacimento le proprie predilezioni e ossessioni.
Può forse sembrare strano che in un autore così votato all’ironia e all’understatement tali predilezioni si orientino in buona parte attorno alla parola «morte» e a tutto ciò che inevitabilmente la circonda. Eppure, oltre che di una scelta di argomento, si tratta di qualcosa che appartiene alla stessa biografia dello scrittore, dal suicidio della madre, quando lui aveva ventidue anni, proprio il giorno della mamma, alla sua esperienza di soldato durante la seconda guerra mondiale e di prigioniero dei tedeschi a Dresda, dove assiste al bombardamento americano che causò 135.000 vittime e la pressoché totale distruzione della città. Il giovane Vonnegut fu uno tra i sette soldati americani sopravvissuti al bombardamento (si salvò trovando riparo in un rifugio ricavato da un magazzino sotterraneo per la carne, chiamato, guarda caso, Mattatoio n. 5), e con i suoi compagni dovette occuparsi del compito di rimuovere i cadaveri dei civili, compito quasi impossibile vista la loro entità numerica. E poi ancora la morte prematura della sorella e la conseguente adozione dei suoi tre figli, e il tentativo di suicidio nel 1985, fino ad arrivare all’incendio di casa sua a Manhattan, nel 2000, quando si salvò per miracolo dalle fiamme causate da una sigaretta lasciata accesa. Ma non è tanto l’aspetto biografico a essere dominante, quanto la vera e propria messa in scena che di esso viene allestita sulla pagina. Nei romanzi più celebri di Vonnegut, da Mattatoio n. 5 a Ghiaccio-nove a Dio la benedica, Mr. Rosewater, la morte, sia essa quella di persone care o di lontani sconosciuti, accada nel proprio letto o in circostanze estreme e quasi inverosimili, è l’elemento che nella narrativa dello scrittore americano fa scattare il distacco ironico, onnipresente nelle sue opere. Un distacco che agisce principalmente in funzione di quel rapporto privilegiato con il lettore a cui accennavo prima, e che è reso possibile a partire da una presunta e voluta identità tra il narratore e l’autore stesso. Insomma, quando Kurt Vonnegut appare sulla pagina, presentandosi con i propri connotati e destituendo il narratore della sua identità altra e fittizia, è per disorientare il lettore, che si era già affezionato all’evolversi di questa o di quella vicenda, magari fantastica. Per riportarlo, diciamo così, con i piedi per terra, e ricondurlo, come un vecchio amico, ai problemi e alle incombenze di ogni giorno, di una vita sempre comune.
Per quanto possa sembrare paradossale per un autore di molti romanzi di fantascienza, per Vonnegut conta sempre e soprattutto il presente, da osservare, discutere, criticare, dissacrare. È per questo che nelle opere di Vonnegut, e non solo in quelle di non-fiction, è spesso presente un elemento saggistico, di quella che, un tempo, si sarebbe chiamata critica sociale. Un atteggiamento necessariamente ironico, che tocca spesso i temi della politica (fino ad arrivare alle recenti durissime critiche all’amministrazione George W. Bush) ma anche quelli di una morale quotidiana, del buon senso comunemente inteso.
C’è stato un momento in cui Kurt Vonnegut si è trovato molto vicino ad abbandonare definitivamente la scrittura e a cambiare davvero mestiere. Risale agli anni ’60, quando dallo stato di New York, dove lavorava per la General Electric nel campo delle relazioni pubbliche si trasferì nel midwest, ad Iowa City, accettando un lavoro al prestigioso Creative Workshop dell’Università locale. Più volte, in seguito, ha raccontato di come gli anni trascorsi in quella campus town piuttosto sperduta in mezzo all’America, tra campi di granoturco e allevamenti di bovini, siano stati importanti per la sua carriera e di come il suo contatto con gli studenti lo abbia aiutato a sollevarsi da una condizione di aridità creativa, se non di aperta sfiducia nei confronti delle proprie capacità di scrittore. Sta di fatto che proprio ad Iowa City ha iniziato a scrivere quello che sarebbe diventato il suo romanzo più venduto e più famoso, Mattatoio n. 5, e che proprio a partire da allora la sua vita di autore sarebbe cambiata, rendendolo nel giro di poco tempo uno scrittore di culto. Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerlo proprio in quella città, molti anni dopo. Era la fine dell’estate del 2001, poco prima dell’undici settembre, e mi trovavo là con un incarico di writer in residence all’università, assieme ad altri scrittori stranieri. Un giorno vengo a sapere che Vonnegut è in città, e che incontrerà gli studenti del creative workshop. Vengo invitato ad assistere, e così mi ritrovo in una saletta gremita di ragazzi. Poco dopo entra Vonnegut. La prima cosa che fa è tirar fuori da una tasca della giacca un portacenere, preso chissà dove (inutile dire quanto fosse vietato fumare ovunque in quella città) e un pacchetto di sigarette (rigorosamente Pall Mall senza filtro). Poi si siede, si guarda attorno e dice ad alta voce: «C’è ancora qualche vergine qui?». Nessuno risponde. Inizia l’incontro, con domande troppo compite fatte da studenti troppo perbene, alle quali lo scrittore risponde con una certa insofferenza. Alla fine dell’incontro torno nella mia stanza d’albergo ed esco poco dopo per andare a correre un po’. Su una panchina incontro di nuovo Vonnegut, e non mi lascio perdere l’occasione. Mi presento, ci stringiamo la mano, gli dico chi sono e che cosa ci faccio lì. Lui mi guarda e mi dice «Vada via al più presto. È la Cia che la paga!». Dio la benedica, Signor Vonnegut.

Repubblica 13.4.07
L'aborto e l'obiezione "Nel Veneto cattolico dove la donna è sola"
di Concita De Gregorio


Interrompere la gravidanza è difficilissimo, i tempi d´attesa i più lunghi dopo la Basilicata
Molte ragazze usano un farmaco per l´ulcera, il Cytotec, per causare l´interruzione di gravidanza
ginecologa Aspettare sei settimane, per chi si è accorta di essere incinta alla quinta o alla sesta, è un´esperienza terribile
interventi In ospedale ero diventata "quella che", il medico addetto: facevo anche sei o otto interventi a settimana
imprenditrice Impedire una buona applicazione della legge 194 vuol dire essere abortisti, e anche senza scrupoli
movimenti Nei consultori ci sono già, ma perché dovrebbero arrivare sino alla sala operatoria? Per creare sensi di colpa?

PADOVA - Il Cytotec è una pastiglia bianca esagonale grande un centimetro. Se non l´avete mai sentita nominare è perché non avete mai avuto bisogno di interrompere una gravidanza senza dirlo a nessuno, perché non avete cercato su Internet come farlo e perché non abitate in Veneto. Le ragazze venete sono grandi consumatrici di Cytotec. L´altra settimana in provincia di Padova è arrivata in consultorio una giovane donna di ventuno anni: emorragia in corso da 13 giorni, aveva ingerito sei pasticche quando - spiegano i siti dedicati - per abortire ne bastano quattro. Il Cytotec è un farmaco per l´ulcera. Se assunto in dosi massicce può provocare l´aborto, è vero, ma anche lacerazioni dell´utero, conseguente emorragia e morte. «Capisce perché impedire una buona applicazione della 194 vuol dire essere abortisti, in realtà, e anche senza scrupoli? - domanda Regina Bertipaglia, imprenditrice madre di tre figli e consigliere regionale di Forza Italia - Qui in Veneto interrompere la gravidanza è difficilissimo, i medici sono tutti obiettori, gli ospedali ti fanno aspettare fino al tempo massimo consentito. La cultura dominante, cattolica, condanna l´aborto e dunque le donne si arrangiano. Vanno altrove, prendono pasticche».
Il caso del Veneto è da manuale, ci si fanno convegni. Una delle regioni più ricche d´Italia, modelli di sviluppo all´avanguardia: nel campo dell´impresa, come tutti sanno, in quello scolastico e anche in quello sanitario. Altissimo tasso di immigrazione: quasi il 7 per cento di popolazione straniera, soprattutto donne, soprattutto dall´Est. Dove ci sono soldi c´è lavoro, per quanto clandestino. Le immigrate ricorrono all´interruzione di gravidanza tre e anche quattro volte più delle italiane (lo si è visto nella prima parte di questa inchiesta). Tuttavia in Veneto si abortisce meno che nel resto d´Italia: come mai? Non dipende da una maggiore conoscenza dei metodi anticoncezionali né da una più alta propensione alla maternità, no. E´ solo più difficile. In Veneto i ginecologi obiettori di coscienza sono l´80,5: otto su dieci, dato in crescita. Paolo Piergentili, direttore del distretto del litorale, assicura: «Nel Veneto rurale, nel Veneto profondo» si arriva anche al 98 per cento. La regione è al secondo posto in Italia per obiezione dopo la Basilicata. In moltissimi ospedali c´è un solo medico che pratica ivg, in alcuni nessuno: per rispettare la legge, che vuole sia assicurato il servizio, deve essere chiamato da fuori una volta ogni tanto un professionista pagato a prestazione. Nessuna delle moltissime strutture sanitarie private convenzionate pratica questo tipo di intervento: il dato è zero, nessuna. E´ inoltre la regione col più lungo tempo di attesa fra certificazione e intervento: il 34, 8 per cento delle donne che ha ottenuto l´attestazione necessaria ad abortire deve aspettare in media più di tre settimane con punte di sei. Un mese e mezzo in fila. Di conseguenza è la regione con la media più alta in Italia di aborti praticati tardi, in scadenza del limite (a ridosso della tredicesima settimana): circostanza che comporta - senza contare il danno psicologico per le donne, volendo restare al mero dato di spesa - un prolungamento medio dei tempi di ricovero, una più alta percentuale di complicazioni post-operatorie quindi un costo maggiore per la collettività. Una migrazione abortiva, anche: tredici donne venete su cento vanno ad abortire in Emilia, a Trento, a Bolzano.
Anny Tormene, ginecologa di consultorio con 25 anni di attività ospedaliera alle spalle in provincia di Padova: «L´attesa di sei settimane non fa notizia perché per un´ernia si può aspettare anche 4 mesi, anzi abbassa la media nei grafici. Ma per una donna che ha deciso di abortire in quinta o sesta settimana, quando si è accorta di essere incinta, arrivare in tredicesima è terribile. Finisce che se puoi cerchi altrove, altri modi, te ne vai». Dell´obiezione dice: «In ospedale ero sola. Facevo anche sei otto interventi a settimana. Diventi ‘quello che´, il medico addetto. Tra gli obiettori ci sono convinzioni, certo, ma anche convenienze: poi c´è l´abitudine. Qui per non essere obiettore devi rompere una tradizione, devi proprio volerlo fare, devi avere la certezza civile che sia tuo dovere offrire un servizio a chi è in difficoltà». Aggiunge Francesco Giorgino, presidente dell´Associazione ginecologi extraospedalieri (Ageo) di Padova e «ginecologo di comunità» attivo nei consultori, che «per dire le cose come stanno praticare Ivg non dà prestigio, non offre vantaggi, anzi. C´è senz´altro un´altissima percentuale di obiettori convinti ma è altrettanto sicuro che i non obiettori lavorano da noi in condizioni non invidiabili né invidiate». Ora che la «Pontificia accademia della vita» ha esortato i medici - a nome del Papa - a non praticare interruzioni il clima quassù si è fatto anche più difficile.
Il professor Paolo Benciolini ha 72 anni, insegna Medicina legale all´università di Padova, è cattolico. Da quarant´anni lavora ed è oggi presidente di uno dei primi consultori aperti in Italia sull´esempio di quello fondato da don Paolo Liggeri a Milano, «la Casa»: era il 1946, la Casa il primo consultorio familiare italiano. Dice che «anche dal punto di vista di un cattolico, soprattutto da questo punto di vista l´imperativo etico è quello di mettere le persone nelle migliori condizioni di vita possibili: perciò informare, assistere, aiutare nella decisione ma lasciare poi a ciascuno la libertà di determinare la sua scelta. Non prevaricare, accogliere e fornire sostegno, comprendere». E´ scritto nella Costituzione, osserva il professore, «partire per le Crociate quando si tratta della salute delle persone, della loro vita intima è davvero un errore».
A proposito di Crociate c´è da due anni in corso, in Regione, una battaglia per l´approvazione del progetto di legge di iniziativa popolare che vuole portare i volontari dei Movimenti per la vita «dentro i consultori, nei reparti di ginecologia ed ostetricia, nelle sale d´aspetto e negli atri degli ospedali». E´ la legge 3 del 2005, ancora ferma in discussione. Lo scopo, si legge in premessa, è quello di dare «informazioni che potrebbero salvare molti bambini e mamme». Il sostegno politico è trasversale, oltre alla destra una parte della Margherita a favore. L´opposizione anche. Regina Bertipaglia ha una ditta con 50 dipendenti a Piove di Sacco, accessori per abbigliamento. Tre figli di cui uno adottivo. Il presidente Galan l´ha messa nel listino bloccato di Forza Italia, l´ha voluta lui in consiglio regionale. Con Elisabetta Gardini, padovana come lei e portavoce del partito, si è scontrata più d´una volta. Su questa questione dei Movimenti per la vita negli ospedali soprattutto. «Io dico che quando una donna arriva in ospedale è tardi per intervenire, vuol dire non credere nell´attività dei consultori. Cosa vai a fare fuori dalla sala operatoria, a dirle che commette peccato, che deve sentirsi in colpa? I movimenti sono già presenti nei consultori, sono in contatto ed è previsto dalla legge 194 che sia così: è lì che serve. Quando una donna decide di tenere il figlio loro intervengono e aiutano. Il problema è dopo. Assistere anche dopo. Io ho sempre dato aiuti alle donne che decidono di non abortire, ho messo a disposizione fondi per pagare affitti, offrire cure. Però la prevaricazione mi dà fastidio, l´eccesso di zelo confina con il suo contrario. Finisce che vince la cultura della colpa e ne vedo tante di figlie di buona famiglia, famiglie cattoliche certo, che vanno ad abortire fuori regione o di nascosto. Oppure, anche peggio, che si prendono il Cytotec». Il Cytotec fa male, fa anche morire. Allora meglio prendere un treno per Reggio, piuttosto.

Repubblica 13.4.07
"Ricordo una Chiesa compagna dell'umanità"
Vendola: ho nostalgia del Concilio Vaticano II


BARI - Il governatore pugliese, Nichi Vendola (Prc) torna a essere critico nei confronti delle gerarchie della Chiesa cattolica. «Ho nostalgia del Concilio vaticano II, di una Chiesa che incontra la storia non per bastonarla, certo anche per indirizzarla, educarla e accompagnarla, ma con la carezza di Dio e non con la sferza del dogma e della dottrina», ha detto ieri intervenendo alla presentazione del libro "Il posto dei cattolici", scritto dal senatore della Margherita, Luigi Bobba. Aggiungendo, sul Family day: «La famiglia non ha una sua ascendente evangelica, i Vangeli sono pieni di parole sferzanti nei confronti del familismo. Fare una grande manifestazione, non so se è il modo più utile per promuovere la famiglia come vincolo di amore».

Repubblica 13.4.07
Etero o gay, la scelta non è libera "Un gene decide il gusto sessuale"
Dalle ricerche emerge che il desiderio è guidato da un "programma"
di Luigi Bignami


ROMA - Quando si parla di «desiderio» sessuale bisogna sapere che la scelta che ognuno fa non è poi così libera come si pensa, ma è guidata da un «programma» ben preciso definito dal cervello. Sempre più ricerche, infatti, dimostrano che gli uomini eterosessuali possiedono circuiti neurali che li spingono a cercare nelle donne il loro appagamento del desiderio, mentre nei gay tali circuiti sarebbero diversi. I cervelli delle donne invece, sembrano essere organizzati soprattutto per cercare uomini che, almeno apparentemente, sappiano provvedere a loro ed ai loro figli. Stando alle ultime ricerche mentre - riassunte in un articolo apparso sul New York Times - un uomo nasce con un indirizzo sessuale ben definito, nelle donne questo lo è di meno e succede spesso che l´indirizzo lesbico si manifesti in età adulta. Il cervello dunque, risulta essere un «organo sessuale» davvero importante anche se esso si comporta in modo assai diverso negli uomini e nelle donne.
Spiega Larry Cahill dell´Università della California che ha pubblicato una ricerca sull´argomento su Nature Reviews Neuroscience: «Che il cervello nei due sessi abbia comportamenti diversi è un dato di fatto, anche se va contro il senso comune. Le aree della corteccia, ad esempio, la parte del cervello che lavora per le elaborazioni di più alto livello, sono più spesse nelle donne. L´ippocampo, dove vi sono le basi della memoria occupa una frazione più grande nel cervello femminile».
Una differenza notevole è poi il fatto che il cervello degli uomini è, in linea di principio, orientato sessualmente verso le donne. La prova più diretta giunge dai casi di incidenti durante le circoncisioni, in cui i bambini che hanno perso il pene e sono stati allevati come femmine, nonostante un forte incitamento sociale a comportarsi come tali, da adulti mostrano un desiderio sessuale diretto alle donne e non agli uomini. «Se non si riesce a far si che un maschio senza pene per tutta la vita sia attratto dai maschi, quali altre condizioni psicosociali potrebbero indirizzare un maschio ad essere gay?», sottolinea Michael Bailey, esperto di orientamento sessuale alla Northwestern University (Usa). E dunque chi lo orienta verso questa scelta? È presumibile che la mascolinizzazione del cervello che avviene ad opera di un gene noto come SRY ancora in fase fetale, plasmi alcuni circuiti neurali che fanno si che gli uomini desiderino le donne. Se così è, questi circuiti sono collegati in modo diverso nei gay.
Ma chi induce questa diversità? Secondo Bailey vi deve essere un indirizzo genetico. Ed è la prova-gemelli che lo dimostrerebbe. I gemelli monovulari sono spesso al centro delle ricerche sull´ereditarietà perché possiedono un patrimonio genetico identico e quindi eventuali differenze di comportamento sessuale tra un gemello e l´altro non dovrebbe derivare da un´origine genetica. Basandosi su questa considerazione Bailey ha condotto ripetute ricerche e stando ai risultati, se un gemello monovulare risulta omosessuale, nel 52% dei casi lo è anche l´altro. La percentuale scende al 22% nel caso di gemelli biovulari, cioè con caratteristiche cromosomiche leggermente diverse.

Repubblica 13.4.07
La sbronza del sabato sera bevono 7 ragazzi su dieci
Alcol tra i giovanissimi fenomeno in crescita allarmante
di Mario Reggio


ROMA - Aumentano i ragazzi tra gli 11 e 15 anni che bevono abitualmente. E due giovani su dieci si ubriacano il sabato sera. Un fenomeno allarmante ed in continua crescita. Questi alcuni dei dati diffusi dall´Istat e dall´Istituto Superiore di Sanità in occasione dell´Alcol Prevention Day 2007. Dalla ricerca emerge con chiarezza la fine del "modello mediterraneo": si beve solo durante i pasti. Per contrastare il dilagare delle sostanze alcoliche il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, ha annunciato la presentazione di un disegno di legge che limiterà la pubblicità dei prodotti.
«Il dato più preoccupante riguarda i giovanissimi - commenta Emanuele Scafato, direttore dell´Osservatorio Alcol dell´Istituto Superiore di Sanità - anche perché sotto i 15 anni l´organismo non è in grado di metabolizzare l´alcol, per cui gli effetti tossici sull´organismo sono amplificati. Inoltre - conclude - si stanno diffondendo dei modi di bere completamente diversi da quello mediterraneo e molto pericolosi. È necessaria una contro-pubblicità per evitare che l´alcol venga associato ad un´immagine positiva».
Per quanto riguarda la mortalità, secondo l´Oms sono 25mila, 17mila uomini e 7mila donne, i decessi causati dall´alcol in Italia, circa il 10 per cento delle cause di morte.
«C´è una sottovalutazione dei problemi legati all´alcol - ha detto commentando i dati il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero - è necessario rompere il luogo comune che lega il consumo e la capacità di costruire relazioni. Per questo abbiamo pensato a un disegno di legge che limiti la pubblicità degli alcolici». Obiettivo del ddl, ha spiegato Ferrero «è vietare la pubblicità degli alcolici che fa riferimento al legame tra uso di sostanze alcoliche e successo della persona». E´ invece consentito dare in tv informazioni sull´esistenza di un prodotto alcolico e sulle sue caratteristiche. «L´idea - ha aggiunto il ministro - è riportare la pubblicità degli alcolici al puro elemento informativo». I limiti alla pubblicità riguardano le bevande con contenuto di alcol superiore a 1,2 gradi, e il provvedimento prevederà anche la presenza di scritte sulle etichette che informino sui rischi dell´abuso di alcol.
L´iniziativa del ministro Ferrero, è «encomiabile» ma «non è l´unica» e «non sarà l´ultima». «E´ successo già altre volte» ed il problema è «che provvedimenti così non sono mai passati» e «non passeranno mai». Il presidente degli Alcolisti Anonimi, Maurizio M., parla con «realistico pessimismo» dell´iniziativa annunciata dal ministro della Solidarietà Sociale. «Ripeto - spiega - l´iniziativa è lodevole, importante, ma non credo che il provvedimento avrà il via libera. L´Italia è uno dei maggiori produttori di vini, già vedo l´alzata di scudi delle lobby delle vigne». Comunque il quadro italiano è meno allarmante rispetto a quello degli altri paesi europei, ma ci sono alcuni fenomeni preoccupanti di cui tenere conto. Secondo le statistiche Eurostat, il nostro paese è al penultimo posto per la diffusione degli alcolici tra i minori di 16 anni.

Repubblica 13.4.07
Batrawy venne incendiata dai nemici. I resti delle mura di cinta su una rupe alla periferia di Zarqa
Giordania, scoperta la città fantasma "Era la più antica fortezza nel deserto"
L’equipe di archeologi italiani: è del terzo millennio a.C.
Tre anni fa i primi scavi: con il centro sparirono anche le vie per l'Arabia e la Mesopotamia
di Cinzia Dal Maso


ROMA - Una città finora sconosciuta è stata scoperta in Giordania. Risale al III millennio a. C. l´epoca in cui nel Levante fiorivano le prime città come Ebla, Gerico, Megiddo. Ma questa città, Khirbet al-Batrawy, non sta come le altre tra pianure fertili bensì ai limiti del deserto. Prova per la prima volta che già nel III millennio a. C. i popoli del Levante frequentavano il deserto. Che il fiume Giordano non era la barriera tra la civiltà e il nulla, come si è detto finora. Quel "nulla" era in realtà abitato. A est del Giordano si percorreva la valle del suo affluente Zarqa fino alla città porta del deserto. Oggi una rupe ai limiti della periferia della città di Zarqa, nota solo per le sue industrie, lo storico campo profughi palestinese, e per essere la patria di al-Zarqawi. E la rupe è brulla e abbandonata, benché domini valle e deserto. Destinata a essere invasa dalle abitazioni se non vi fossero giunti nel 2004 gli archeologi dell´università di Roma "La Sapienza".
«Siamo saliti lì al tramonto, e abbiamo visto cocci ovunque. E poi chiari allineamenti di pietre: erano le mura della città», racconta il direttore della missione Lorenzo Nigro.
Dopo i primi avvistamenti, Nigro e i suoi collaboratori, Maura Sala e Andrea Polcaro (tutti allievi di Paolo Matthiae lo scopritore di Ebla), sono tornati nel 2005 decisi a indagare. E, insieme ai colleghi giordani, hanno subito messo in luce mura di cinta che circondano l´intera altura, spesse 4 metri e alte 3 (ma in origine raggiungevano forse i 10 metri) e intervallate da torri possenti. Poi nel 2006 hanno trovato l´ingresso principale alla città, e all´interno delle mura un grande edificio e un tempio.
«Il tempio tipico della Palestina dell´età del bronzo, con di fronte la piattaforma circolare per i sacrifici», continua Nigro. Oramai non c´erano più dubbi, Batrawy era una città. Con tutti gli edifici che fanno una città. Una roccaforte destinata a tenere a bada nemici importanti e agguerriti. Che vi giunsero comunque verso il 2300 a. C. La distrussero e le diedero fuoco, perché non risorgesse più.
Assieme a lei scomparvero forse anche gli avamposti e castelli che gli archeologi stanno individuando lungo le due vie carovaniere che da Batrawy portavano in Mesopotamia e in Arabia. Saranno l´obiettivo principale della prossima stagione di indagini. Ma parecchi sono già segnati nella mappa, tutti tell (collinette) in fila uno dopo l´altro a intervalli quasi regolari. «Allora in Arabia il cammello non c´era ancora, ma si utilizzavano gli onagri viaggiando probabilmente nella stagione invernale quando si trovavano riserve d´acqua»; osserva Nigro. Così si andava di castello in castello. Un sistema strettamente dipendente da Batrawy che controllava le vie e probabilmente esigeva pesanti dazi. Quando Batrawy cadde, crollarono anche i castelli. Nigro lo chiama domino collapse. Effetto domino. E le vie del deserto svanirono nel nulla.

La Rinascita della sinistra 12.4.07
Cura, le volontà del paziente
di Luigi Cancrini


Il discorso che sta andando avanti nella commissione del Senato sul testamento biologico è stato notevolmen­te complicato in queste ultime settimane dagli atteggiamenti assunti dalla Chiesa cattolica di cui è sempre più diffìcile capire le posizioni e le scelte.

Si era partiti da lì in Com­missione, dalla necessità di riconoscere valore di legge al­la pratica del consenso infor­mato: il diritto della persona a esprimere esplicitamente il proprio consenso al tratta­mento sanitario che gli viene proposto; un diritto che è en­trato ormai largamente nella pratica medica e che credo nessuno si sognerebbe più di mettere in discussione.

Di fatto, il testamento biologico consiste proprio in questo, nel porsi il problema di come una persona può da­re indicazioni sulla sua dispo­nibilità ad accettare un certo tipo di trattamento, nel caso in cui tale trattamento do­vesse essergli proposto in una situazione in cui, per motivi diversi, lui o lei non è più in grado di dare un assenso con­sapevole.

La situazione in cui ciò più facilmente si verifica è quella in cui si configura "l'accani­mento terapeutico" quando cioè, in assenza di speranze ragionevoli, il medico altro non può fare che prolungare una condizione di vita so­stanzialmente vegetativa. Si tratta, come si vede, di norme che non contrastano o che non dovrebbero essere sentite come in contrasto con dichia­razioni rese dallo stesso papa e da altri esponenti di rilievo del mondo cattolico in tema appunto di accanimento tera­peutico. Si tratta soprattutto di norme che meglio hanno a che vedere con l'eutanasia, di cui tanto si discute oggi con­fondendo le acque.

Il modo in cui, ad arte, la confusione fra testamen­to biologico ed eutanasia viene alimen­tata da alcuni esponenti del mondo cat­tolico e da un numero sconcertante di personag­gi politici si lega chiaramente a un dise­gno e a un bisogno più ampio, legato soprattutto, in tanto smarrimento delle coscienze di tutti, al tentativo di pren­dere e dare indicazioni comportamentali che liberino se stessi e gli altri dalla necessità di confrontarsi con la propria coscienza, con i dubbi e con le perplessità che fanno parte integrante dell'esperienza del­l'essere umano.

Da laici e da persone che credono nell'uomo abbiamo a questo punto soprattutto il dovere e l'arma della pazienza. Sul testamento biologico, sul­le coppie di fatto, sulla fecon­dazione assistita e sulla droga, ciò di cui abbiamo bisogno, è la capacità di ragionare. La trappo­la in cui si deve evitare di cadere è soprattutto quella della lite, dello scontro su posizioni estreme che fanno solo il gio­co di chi vuole fermare tutto. Abbiamo abbastanza tempo, credo, in questo.Parlamento per portare avanti battaglie importanti su questi temi. Poiché, nel tempo, le visioni personali sfioriscono. Quel­la che dobbiamo mantenere è una posizione solidamente ancorata ai fatti.

Liberazione 12.1.07
Ora serve una nuova "potenza" a sinistra
di Rina Gagliardi


E' vero che l'idea di una "nuova Epinay" si affaccia con una certa frequenza nel dibattito politico italiano, da almeno vent'anni a questa parte. Ma il richiamo che ne ha fatto l'altro ieri il presidente della Camera non è apparso, nient'affatto, né ripetitivo né rituale. Il fatto è che la politica italiana, nel tentativo di rispondere alla sua crisi, sta attraversando una fase di fortissima dinamica. Tra pochi giorni, verranno celebrati i congressi di scioglimento dei Ds e della Margherita, cioè dei due maggiori partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, e prenderà ufficialmente il via il percorso di nascita del Partito Democratico: un battesimo notoriamente travagliato, un parto difficile, un'impresa che, a giudicare dai sondaggi pubblicati ieri dal "Corriere", non sembra per ora suscitare alcun entusiasmo elettorale. E, tuttavia, un evento oramai - pare - irreversibile, destinato a terremotare l'intera scena nazionale. L'intuizione-provocazione di Bertinotti - che ricorda il vecchio gioco infantile del "tutto a monte" e rilancia l'idea di un'altra strada - si colloca dunque in questo snodo al tempo stesso fluido e pesante. Per la prima volta - ecco la novità - una "Epinay italiana" ha dalla sua non certo tutte ma molte condizioni di fattibilità: è già diventata un'istanza matura, perfino un bisogno della politica italiana, Nel momento in cui (un po' per eutanasia un po' per ineluttabilità di percorso) scompare dalla geografia delle forze in campo una formazione che, nel suo nome e nella sua identità, si richiama alla sinistra e alla storia del movimento operaio, nel momento in cui si chiude davvero il lungo ciclo storico del Pci e dei suoi riottosi eredi (avviato dalla famosa eo famigerata svolta della Bolognina), alla sinistra e alle sinistre oggi esistenti, variamente sparse e diversamente nominate, si pone un problema nuovo: non più resistere, ma esistere. Esistere, cioè, come forza di massa, capace di svolgere un ruolo significativo, e primario, nella società, nella cultura e nella politica nazionale. Esistere, insomma, al di là dei recinti e delle identità consolidate. Sul "se", sul "come" e sul "che cosa" questo processo possa prodursi, e produrre un risultato positivo, ogni discorso si fa naturalmente molto difficile.

Intanto, Epinay serve a proporre non un modello da copiare, ma una forte analogia metodologica: uno scatto della soggettività che testimonia, come dicevamo, la fattibilità di un processo. Inutili altri paralleli: tra l'Italia del 2007 e la Francia del giugno 1971 (quando nel corso del congresso che si tenne ad Epinay-sur-Seine il Partito Socialista Francese rinacque su basi di massa e Francois Mitterrand ne conquistò la leadership) le differenze sono macroscopiche. Ozioso, anche, e certamente un po'meccanico, domandarsi se esiste e chi potrebbe essere il nuovo Mitterrand italico: se un processo di tipo nuovo, a sinistra, si mettesse davvero in moto, prima o poi esso troverebbe il suo o i suoi leader. Il tema ineludibile è davvero un altro: possono le sinistre italiane rassegnarsi ad essere mere forze di complemento, "figlie di un dio minore", insomma componenti minoritarie o residuali o di "nicchia" della politica italiana? La nostra risposta, in tutta evidenza, è No: un Paese privo di una sinistra politica incidente, ridotto ad una dialettica sostanzialmente bipartitica tra due poli centristi, uno un po' più progressista uno un po' più di destra (come vorrebbero i promotori del referendum Guzzetta), è un paese - prima di ogni altra cosa - "a bassa intensità democratica", dove la politica tendenzialmente muore, anche come vaga speranza. Ma, se è vero che l'esito (incombente) dell'americanizzazione va contrastato in ogni modo e anzi battuto, se l'ipotesi di una "sinistra larga" si pone come una necessità politica primaria, se, insomma, Epinay ci offre un buon esempio storico, che cosa ne consegue dal punto di vista del "che fare"?

Un partito unico della sinistra, della sinistra tout court, non è proponibile e sotto molti punti di vista non è neppure auspicabile: nel caso peggiore, sarebbe lo scimmiottamento del Pd e realizzerebbe la sua "fusione a freddo" di ceti politici per larga parte logori; nel caso migliore, finirebbe con l'essere un cartello elettorale, un contenitore di esperienze, culture e "corpi" attivi, tra di loro diversi e lontani. Insomma, la sinistra italiana è un universo plurale, non solo per appartenenze ideologiche - ci sono i comunisti, i socialisti, i democratici, i radicali, i riformisti, ma ci sono anche le donne e gli uomini di partito e i senza-partito, coloro che militano nei movimenti e nella società civile e coloro che concentrano la loro militanza nell'attività istituzionale. Nessuna di queste identità può essere annullata per atti volontaristici, o affogata per scorciatoie organizzativistiche o, semplicemente sommata alle altre. Eppure, tutte queste soggettività, restando ciascuna se stessa, potrebbero unirsi, non banalmente "unificarsi", dentro un'unica impresa politica, alla quale spetterebbero "soltanto" alcune funzioni politiche generali: come la rappresentanza delle scelte politiche e strategiche comuni, che sono cioè (o possono diventare) patrimonio condiviso da tutti; come la titolarità istituzionale; come il riferimento organizzativo centrale, e così via. Si può pensare, per la sinistra, a un processo politico di tale "unità del molteplice", nutrito di autonomie e di diversità, e però capace di intervenire non solo sulla piccola ma sulla grande scala? In verità, è già successo, nell'esperienza del "movimento dei movimenti": una rete articolata di soggettività, non solo orizzontalmente separate, ma diverse nel rapporto stesso con il fare e il trasformare, che è riuscita a diventare, a tratti, un'unica grande potenza politica. In verità, negli anni '70 i sindacati metalmeccanici tentarono - e per qualche tempo con successo - una strada unitaria che non solo non annullava le "sigle" originarie, ma prefigurava una connessione originale con la propria base: l'Flm, Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, aveva come proprio riferimento non solo la Fiom, la Fim e la Uilm, ma la rete dei consigli di fabbrica - e poi di zona - in una dialettica di autonomie verticali e territoriali che costituì una straordinaria pratica di democrazia. In verità, è la teoria della complessità a spiegarci che il riduzionismo è una chiave obsoleta di lettura della realtà: un intero non è la semplice somma quantitativa delle parti che lo compongono, ma il risultato di connessioni che scattano a diversi livelli di aggregazione, e che quindi rendono ogni parte "irriducibile" l'una all'altra. Vale per i nostri corpi, che non sono una massa sia pure ordinata di cellule, e perfino per la nostra identità individuale, che, ferma restando l'unità dell'Io o della Coscienza, non è mai unica, ma dispiegata in mille figurazioni. Perché non potrebbe valere per la politica?
Certo, per la politica - in crisi - non è facile superare le antinomie di cui è storicamente prigioniera - tra unità e differenza, tra sintesi e parzialità, tra "ordine" e "disordine". E non è facile, tra tutte le rifondazioni a cui metter mano, rinunciare al principio classico della rappresentanza, senza mettere a repentaglio l'idea stessa del far politica, e della sua efficacia. Eppure, bisognerà pur affrontarla, questa sfida. Nessuna Epinay ci potrà salvare, o semplicemente tornare buona, se non sarà capace di essere soprattutto un "nuovo inizio".

il Riformista 13.4.07
Lo Sdi dà il via al congresso della costituente
di Alessandro De Angelis


C’è la storia: un filmato che ripercorre, e in qualche modo rivendica, le tappe salienti della tradizione del socialismo italiano, attraverso le immagini di leader e personaggi significativi, da Turati a Nenni a Craxi, (ma anche da Brodolini a Marco Biagi). E naturalmente c’è la politica. Con una direzione di marcia già chiara: la costituente soci