giovedì 7 dicembre 2006

l’Unità 7.12.06
UNASOLATERRA. Mussi presenta la Fondazione per il socialismo. Leon e Roure i presidenti


ROMA Una serie di onde stilizzate che diventano via via più grandi e più rosse: è questo il logo di «Unasolaterra», la fondazione culturale della «sinistra per la democrazia e il socialismo» presentata ieri alla Camera. Promotore dell'iniziativa è il Ministro dell’Università e leader della Sinistra ds, Fabio Mussi, il quale ci tiene a chiarire che «non si tratta dell'organo di un partito o di una corrente ma di uno spazio libero di cultura politica di sinistra che aspira ad affrontare grandi questioni che interessano tutto il mondo». Il progetto della Fondazione, a cui da alcuni mesi la sinistra Ds sta lavorando attraverso contatti con diversi esponenti della cultura italiana ed europea, «nasce dall'esigenza di guardare alla politica, non solo italiana, muovendo da un pensiero critico del mondo contemporaneo, a partire dalle grandi questioni dell’equità sociale, dei diritti globali, dell'etica laica e dei beni comuni». Due i presidenti: Paolo Leon, docente di economia all'università Roma Tre e Martin Roure, europarlamentare francese del Pse. Folta anche la schiera di intellettuali che aderiscono alla fondazione, da Stefano Rodotà all'antropologo Marc Augè, a David Meghnagi, Michele Prospero e Giacomo Marramao, Carlo Flamigni e Laura Pennacchi. Lo stesso Mussi spiega che «molti altri nomi saranno formalizzati in seguito».
La Fondazione, che inizierà le sue attività a partire da gennaio, sarà affiancata da una scuola di formazione, con sede ad Orvieto. Avrà un portale, un sito internet e una rivista che si chiamerà «cercare ancora». «Con questa Fondazione - spiega Mussi- speriamo di riuscire a coinvolgere nel corso del 2007, a partire dal mese di febbraio, 600 giovani in attività e corsi modulari, sviluppati sia attraverso un sito, sia in lezioni e incontri seminariali». All'inizio di gennaio verrà presentato il programma dei corsi e il calendario di attività, nonchè le modalità di partecipazione alle attività formative. Già in queste settimane si sono costituiti gruppi di lavoro per organizzare iniziative e convegni su grandi temi, come Scienza e Fede, politiche della laicità, Scienza, tecnica e conoscenza.

l'Unità 7.12.06
Kaige: in Cina è libero solo il denaro
di Alberto Crespi


CINEMA Chen è un maestro riconosciuto. Dopo «Addio mia concubina», è a Roma dove presenta il suo nuovo «La promessa». Un altro tuffo nella mitologia cinese. «Ma parlo del presente» dice, «e del rapporto col potere in un Paese in trasformazione»

«Confucio ci ha insegnato a rispettare gli altri e a difendere la nostra dignità. Oggi, in Cina, tutto questo sembra essere sparito. Si parla solo di denaro. E l’aggressività economica è il motivo per cui tutti parlano della Cina, nel mondo. Non è giusto. Non è una bella fine per un paese che ha alle spalle millenni di storia».
Chen Kaige, classe 1952, regista cinematografico cinese, è a Roma. Stasera l’Asian Film Festival, in corso (fino al 9 dicembre) ai cinema Madison e Missouri, presenta il suo nuovo film La promessa (in cinese Wu ji). È un wuxiapian, la parola cinese che indica i film di arti marziali, come La tigre e il dragone o Hero. È la prima volta che Chen si cimenta con il genere classico del cinema cinese, anche se non è il suo primo film in costume (lo erano, in modi diversi, Addio mia concubina, Palma d’oro a Cannes, e L’imperatore e l’assassino). È la storia di una ragazza che, per diventare principessa, stringe un patto diabolico con uno stregone rinunciando alla felicità in amore. È un film mirabolante, con un grande impiego di effetti speciali digitali che ne hanno innalzato il costo a oltre 30 milioni di dollari. Forse per la prima volta in carriera, Chen Kaige si ritrova in testa al box-office - almeno nei paesi asiatici, ma presto il film (candidato all’Oscar) andrà all’assalto dei mercati occidentali.
Chen Kaige è, assieme a Zhang Yimou, il regista più importante della cosiddetta Quinta Generazione che ha rinnovato il cinema cinese dagli anni ‘80 in poi. Ha iniziato con film d’autore, bellissimi (Terra gialla, La grande parata, Il re dei fanciulli), per poi sfondare con il citato Addio mia concubina e diventare un regista internazionale (ha girato anche un film, poco riuscito, in Inghilterra: Killing Me Softly). Il suo esordio nel film d’azione è tutt’altro che una resa al mercato: esattamente come i western in America, i wuxiapian sono una forma di narrazione popolare che i registi cinesi usano per parlare della contemporaneità. Sono film sul potere, e sul rapporto maestro/discepolo caro a Chen dai tempi del Re dei fanciulli, ispirato a un romanzo di Acheng.
«I nostri film di arti marziali - spiega Chen - sono popolari anche in Occidente e spesso mi chiedo perché. Avendo vissuto anche a New York, ed essendo passato attraverso la rivoluzione culturale - i due estremi, diciamo, delle rispettive civiltà! - mi sono convinto che Oriente e Occidente siano troppo diversi... Voi vivete in base a principi religiosi solidi e immutabili, noi abbiamo tradizioni religiose molteplici, nessuna delle quali è dominante, e viviamo in una perenne fluidità. La Cina è invasa da brutti film americani dei quali gli spettatori cinesi non capiscono nemmeno le trame, però li guardano, e li apprezzano: e penso che in Occidente avvenga lo stesso con i film cinesi. Forse i nostri wuxiapian vi sembrano film fiabeschi, ma non lo sono. Parlano di noi, della nostra modernità, dei valori che stanno sparendo. Noi cinesi stiamo vivendo una fase di violento cambiamento, e questo crea insicurezza. Nessuno vede chiaro nel futuro. La promessa parla di questo disagio... Shakespeare aveva capito i cinesi senza conoscerli: parla sempre del destino e del potere, e di come le scelte degli individui siano impotenti davanti al Fato ma, al tempo stesso, fondamentali per dare un senso etico alle loro vite. Bisogna sempre ambire alla libertà anche se raggiungerla è impossibile. La Cina di oggi non è un paese libero, è un paese dove il denaro permette di raggiungere alcune libertà: viaggiare, cercarsi un lavoro, consumare... ma la vera libertà, quella intima, assoluta, non c’è».
Negli anni ‘70, da ragazzo, Chen Kaige fu spedito in campagna come tutti i giovani studenti della rivoluzione culturale: «Ho accennato a quel tempo in Addio mia concubina ma avrei tante altre storie da raccontare. Ma in Cina il tema è ancora troppo “caldo”. Ci vorrà tempo, e io posso aspettare. Se potessi tornare indietro non investirei più tanta energia nel cinema. Farei altro... forse il contadino. Mi piacerebbe vivere nella foresta, tornare a contatto con la natura. Ma è andata così, il mio destino ha deciso così. L’importante è non essere schiavi del cinema e ricordare che nulla è stabile, tutto scorre e si trasforma. Ce l’ha insegnato il Buddha, è una delle tante cose che noi cinesi, oggi, dobbiamo sforzarci di non dimenticare».

Repubblica 7.12.06
Sul Secolo l'elogio di Moretti
Il quotidiano di An: "Con Ecce Bombo anticipò la fine dell'ideologia e l'afasia della sinistra"


ROMA - Lando Buzzanca da ieri è un po´ meno solo. Nel pantheon ideale della destra cinematografica è infatti entrato a sorpresa anche l´icona della sinistra intellettuale e tormentata: Nanni Moretti. «Torna "Ecce Bombo": un film che anticipò con ironia la fine dell´ideologia», titolava ieri in prima pagina il Secolo d´Italia, quotidiano di An. Per celebrare il ritorno in sala del film-culto per generazioni di post-sessantottini, il quotidiano non lesina gli elogi: «Per una parte del Paese fu un film-evento, nel quale venivano esposti, in maniera comicizzata i segnali di crisi di una sinistra che ancora oggi non si è liberata del tutto di quelle ossessioni: dall´omicidio Moro all´incapacità di crescere, fino all´impossibilità di sentire un´appartenenza condivisa con il resto del Paese».
In fondo quella pellicola «fu un successo a sinistra ma anche a destra», ricorda Annalisa Terranova, anche se i ventenni neofascisti di allora la pensavano in maniera un po´ diversa dal "Michele" interpretato da Nanni Moretti. Per esempio a proposito di relazioni con le donne, come spiega il critico Maurizio Cabona: «Nel film c´è molta problematicità: "Lo facciamo?...Non lo facciamo?", nel neofascismo invece avevano prevalso culture diverse rispetto alle donne, primo perché di donne ce n´erano poche e secondo perché si mescolavano insieme la cultura della caserma e quella del casino. Erano ventenni, ma ragionavano come i loro genitori».(...)

Repubblica 7.12.06
Pamuk: l'occidente ha torto
A colloquio con lo scrittore a Stoccolma per ricevere il Nobel

"Il mio discorso d'accettazione sarà una critica dei nazionalismi e toccherà anche la questione Iraq. Poi parlerò di un baule pieno di carte che mi lasciò mio padre"
"Se un giorno Ankara dovesse entrare nella Ue sarà un bene per la Turchia democratica Ma anche per l'Europa"


Stoccolma. Sgranocchia noccioline seduto in un angolo del Grand Hotel di Stoccolma, Orhan Pamuk, completamente rilassato mentre la gente gli scorre davanti, per una volta senza circondarlo, come invece gli accade sempre più spesso ora. «Il Nobel non cambierà il mio modo di essere - dice posando sul tavolino il suo bicchiere d´acqua brillante - trascorso questo periodo di festeggiamenti voglio tornare a casa, al mio tavolo di lavoro, la penna in mano. Quello è il mio posto». Lo scrittore turco è atterrato da nemmeno un´ora da Istanbul, e ancor prima da New York, dove ha passato due mesi a insegnare scrittura creativa alla Columbia University e ha appreso di aver vinto il prestigioso Premio per la Letteratura 2006.
Questa sera il narratore di Istanbul, libro che lo ha consacrato come autore fra i più importanti a livello mondiale, svolgerà all´Accademia svedese la sua prolusione. Mentre domenica è già tutto pronto per la grande cerimonia di investitura. «E´ bello però - spiega ancora - incontrare gente che ti dice: "lei non mi conosce, ma io sì", vedere giornalisti che ti sorridono, sentire l´affetto dei lettori e, perché no, partecipare qui a questa festa, al suo rito. E un onore. Ma, dopo, vorrò di nuovo sedere da solo, in una stanza, davanti a un foglio da riempire per dieci ore al giorno».
Questa volta Pamuk, 54 anni, anche se ne farebbe volentieri a meno, sa di non poter evitare domande di tono politico che esulano dal suo lavoro di scrittore. Troppo pressante è il tema dell´ingresso nell´Unione europea della Turchia, per poter eludere ogni accenno alla questione. «Il viaggio del Papa a Istanbul? - risponde a Repubblica con un sorriso - non so perché ormai vengo considerato alla stregua di un politico o di un diplomatico. E allora dico che sì, la missione di Ratzinger in Turchia è andata bene. Lo stesso per il mio paese, sia da un punto di vista diplomatico sia politico. Ma adesso non parliamone più».
Parliamo allora dello stato dei rapporti fra Turchia e Unione europea?
«No, perché è un argomento che mi rende triste».
E perché mai?
«Va bene. Lo dico. Perché credo innanzitutto che se un giorno Ankara dovesse entrare nella Ue tutto ciò sarebbe molto positivo per entrambe le parti. Bene per l´Europa, che diverrebbe più tollerante e multiculturale. E bene per la Turchia, la sua democrazia, l´economia, la gente. E il mondo potrebbe imparare da questo ingresso che non esiste uno scontro di civiltà, quanto piuttosto un´armonia delle civiltà. Ma purtroppo negli ultimi due anni si è perduto, da entrambe le parti, l´entusiasmo. E questo che mi fa triste».
Lei però continua ad avere molti critici nel suo paese. La disturba?
«Non mi arrabbio con loro. I miei libri sono tradotti in 45 lingue. Ho preso il premio Nobel. Sono conosciuto in Vietnam, in Estonia, in Bangladesh e nei Paesi Baschi. Istanbul è tradotto nei dialetti più strani, e trovo questo molto interessante. L´avevo scritto invece per gli istanbuliti, la gente della mia città. Che ora venga letto in tutto il mondo mi sembra incredibile. Ma non credo che questo riconoscimento, ogni riconoscimento, possa proteggermi legalmente da una persecuzione in Turchia».
Di che cosa tratterà la sua prolusione?
«Parlerò in turco. Per 45 minuti. E toccherò la questione delle responsabilità dell´Occidente, anche nella diffusione del nazionalismo. Io sono il primo a criticare il nazionalismo. Di recente ne sono stato anche vittima in Turchia. Ma quando si cercano le responsabilità della sua crescita si deve guardare anche alle nazioni occidentali».
Un esempio concreto?
«Il mondo non occidentale è ipersensibile, non si sente occidentale abbastanza. E spesso questo fenomeno, che è culturale, si travasa nell´ambito politico. L´esempio è quello della democrazia, intesa come libertà di espressione, diritti umani, eccetera. Ecco: l´intrusione dell´Occidente in questa sfera non è accettata. I Paesi islamici sentono molto forte questo problema. I Paesi occidentali hanno ucciso più volte nel mondo arabo: e per cercare armi di distruzione di massa, del tutto inesistenti, gli Stati Uniti hanno causato la morte di 100 mila persone. Adesso l´Iraq è nel caos totale, con musulmani che uccidono musulmani. In situazioni come queste è inevitabile che un sentimento antioccidentale metta le radici».
E di che cosa parlerà ancora?
«Accennerò alla storia del baule di mio padre. Una cassapanca piena di quaderni. Lui voleva diventare uno scrittore, ma non li ha mai usati come voleva. Dentro c´erano pezzi di romanzi, traduzioni, poesie. Me lo ha consegnato anni fa, prima di morire».
E dopo la Svezia che progetti ha?
«Devo viaggiare ancora. Presto verrò anche in Italia. Poi finalmente mi chiuderò da qualche parte, per terminare un nuovo lavoro».
Il suo prossimo libro? Che titolo avrà?
«Per ora lo chiamo "Il museo dell´innocenza". Ci lavoro da quattro anni, ormai. E una storia che parte dal 1975. Si svolge in gran parte a Istanbul, nei quartieri attorno a casa mia, Nisantasi, Taksim, Beyoglu. E la vicenda di un uomo ricco che si innamora di una parente lontana. Una vicenda familiare, molto melodrammatica, che si adatta bene al cinema, ai film turchi. Spero di terminarlo a dicembre dell´anno prossimo».
Qualche dettaglio in più?
«La logica del museo si basa sugli oggetti, le cose. Ormai più passano gli anni e meglio capisco come procede il mio modo di scrivere. Quando sono a tavolino mi rapporto con l´ambiente, una persona, il suo volto, la stanza. Poi con l´aiuto delle fotografie e dei miei ricordi riempio il racconto di alberi, di case, della luce, i miei vecchi giocattoli, la credenza dei nonni, i tappeti, oppure i piatti per la colazione della nonna. Cerco le cose. Tengo ancora un vecchio tassametro, che ora entrerà a fare parte dell´inventario del mio museo. Mi ricorda quando negli anni Sessanta e Settanta si saliva su un taxi e il guidatore doveva azionarlo. E diceva: è rotto. Perché voleva incassare una somma più alta».
Lei si ritiene un autore sperimentale?
«Sì, ho sperimentato un nuovo tipo di romanzo. L´ho fatto per non copiare ciecamente quello che era già stato fatto in Occidente. Per me è importante seguire strade mai percorse da altri. Quando mi hanno annunciato il Nobel, motivandolo dicendo che ho cambiato l´arte del romanzo, è la cosa che mi ha fatto più piacere. Se questo premio ora mi darà la sicurezza, i miei lettori potranno stare certi che lo userò per essere più coraggioso e provare modi ancora più diversi».
E sicuro che il Nobel non cambierà il suo approccio?
«Il premio non mi vizierà, sarò la stessa persona di sempre. La cosa più importante per me è chiudermi in una stanza, e scrivere per ore e ore un romanzo. Io non posso vivere senza questa felicità. Certo, prendere il Nobel significa accrescere le mia responsabilità, con milioni di lettori che aumentano. Ma, ora più che mai, voglio sedermi a scrivere romanzi».
La motivazione dice anche che il suo capolavoro è Il libro nero. E così?
«Sì, è vero. Lì ho raccontato Istanbul, e la sua storia, per strati. Ho riunito in quel libro la letteratura tradizionale turca con quella moderna occidentale».
Infatti i giurati dell´Accademia svedese hanno detto che lei ha preso l´arte del romanzo occidentale e l´ha trasformata in qualcos´altro.
«Anch´io ho fatto attenzione a queste parole. Hanno seguito quel che ho fatto. Il romanzo è una cosa da leggere con divertimento. Ma è anche un´arte. C´è uno sviluppo storico in quest´arte. Io ho soffiato la nostra cultura dentro l´arte europea. Lo faccio da trent´anni. Così è venuta fuori tutta un´altra cosa. Mi fa piacere che se ne siano accorti».
E in questa ricerca di cambiamento da quali scrittori ritiene di essere stato influenzato?
«Da quattro: Tolstoj, Dostojevskij, Mann, Proust. Secondo me i padri del romanzo sono loro. Se volete imparare questa grande arte leggete questi. E poi ci sono altri due autori ad avermi influenzato. Originariamente non erano romanzieri: Borges e Calvino».
Da loro che cosa ha preso?
«Mi hanno insegnato il postmodernismo, e a guardare alla metafisica della letteratura in modo diverso. Da ragazzo in Turchia compravo i loro libri. E quando vent´anni fa sono andato in America, in piena crisi di identità, leggevo proprio Borges e Calvino. Mi dicevo: qui a New York c´è una grande ricchezza, librerie, una vita culturale fiorente. E qual è il mio posto di turco? In quel periodo, seguendo loro ho letto la nostra tradizione turca in modo più laico e moderno, in modo postmoderno e sperimentale. Leggendo loro ho guardato alla mia cultura. L´ho capita, e ho trovato la mia voce. Attraverso loro. E così che ho scritto Il libro nero».
E se fosse lei ad assegnarlo il Nobel a chi lo darebbe?
«C´è una lista di nomi. Ad esempio, nessuno se n´è accorto, ma Javier Marias è un grande scrittore. Seguo tutti i suoi libri. L´austriaco Peter Handke, che purtroppo ha fatto delle cose sbagliate, sostenendo Milosevic. Quando un uomo è un intellettuale in vista si ci dimentica che è un grande autore. L´americano Philip Roth, e poi anche Paul Auster, e non voglio scordare Thomas Pynchon che da Borges al postmodernismo fino a Umberto Eco ha influenzato tutta una tradizione. John Updike è un ottimo autore. E penso che Eco meriti il Nobel. Tutti questi sono scrittori molto valorosi, li seguo in ogni loro nuova opera».
La letteratura a che cosa serve secondo lei?
«A capire la vita. A stare nel mondo. A comprendere le ragioni più profonde delle parole. Se tu, scrittore, hai fatto bene questo, allora hai assolto il tuo compito».
(ha collaborato Vincenzo Lanza)

Repubblica 7.12.06
LA LOTTA TRA BENE E MALE
I testi originali del manicheismo
di Pietro Citati

Pochi decenni dopo la morte di Gesù la religione cristiana si diffuse in modo strepitoso e in ambito cristiano si formò Mani che nacque a Babilonia
L'anima possiede un doppio celeste che è il suo specchio, la sua verità e il suo guardiano
Sant'Agostino fu manicheo nella giovinezza e ricordò quella stagione con nostalgia e furore
Qualche lettore moderno resterà sconvolto dalla immaginazione mitologica dei manichei
Un giorno la materia verrà separata ed espulsa dalla creazione e trionferà la luce

Credo che non sia mai esistito un mondo così ardentemente religioso come il Medio Oriente tra il primo secolo avanti Cristo e il quarto secolo dopo Cristo. Da secoli, molte religioni abitavano in quei luoghi. Ora, dai vecchi alberi nascevano di continuo nuovi germogli, che talvolta si intrecciavano con germogli nati lontano, sul tronco di altre religioni, una volta considerate nemiche. Sempre nuovi profeti annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio antico: vecchi e nuovi angeli discendevano dal cielo con le loro grandi ali scintillanti e multicolori.
Tutto era religione: ciò che nei nostri tempi diverrebbe un libro di filosofia, o un romanzo, o un libro di storia, o un´opera d´arte, allora parlava soltanto di dèi, cosmogonie e cosmologie. Le fedi nuove o trasformate annunciavano una terribile imminenza: la fine stava per giungere, l´ultimo profeta, il «sigillo dei profeti» aveva appena pronunciato l´ultima parola, fra poco il giorno del Giudizio sarebbe stato annunciato. Erano religioni drammatiche. Quanto vi è di tragico o di assurdo e paradossale nell´esistenza umana veniva trasposto nel mondo divino, che non era mai stato segnato da luci e tenebre così violente.
La religione cristiana, l´ultima venuta, era la più mobile e feconda. Gesù era stato crocifisso da pochi decenni: in quei decenni i suoi seguaci si moltiplicarono, spingendosi in tutti i paesi d´Oriente e del Mediterraneo, parlando in nuove lingue, per annunciare un messaggio semplicissimo: Dio era disceso in terra, la luce affrontava le tenebre, il tempo era giunto. Talvolta questo messaggio veniva espresso nella forma dei Vangeli, o in quella di Paolo: talvolta in aspetti sempre diversi, ora attinti alla apocalittica ebraica, ora alla tradizione di Enoch, ora alla confessione battista, ora alla dottrina zoroastriana o a qualsiasi dottrina possibile, formando una grandiosa nuvola che attendeva il fulmine, l´uragano e l´arcobaleno.
Spesso lo sguardo degli storici moderni si è perduto in questo formicolio di voci e di passi, che annunciava una terra nuova e un cielo nuovo. Ma, negli ultimi tempi, gli studiosi sono giunti a conclusioni quasi concordi. L´immenso fenomeno religioso chiamato Gnosi nacque in ambito cristiano, sebbene rinascesse in forme insospettate, secondo i luoghi e i secoli. L´altro evento detto Manicheismo, al quale veniva spesso attribuita una fonte iranica, ebbe anch´esso origini cristiane. Il suo fondatore, Mani, nato nell´aprile 216 in un luogo della Babilonia settentrionale, passò la giovinezza in una comunità di Battisti giudeo-cristiani, gli Elcasaiti. I lettori italiani possono leggere i testi originali del Manicheismo in una vasta antologia, di cui sono usciti i primi due volumi a cura di Gherardo Gnoli: volume I, Mani e il Manicheismo, volume II, Il mito e la dottrina. Testi copti, con traduzioni e commenti di Carlo Cereti, Luigi Cirillo, Riccardo Contini, Serena Demaria, Enrico Morano, Antonello Palumbo, Sergio Pernigotti, Andrea Piras, Andrea Provasi, Alberto Ventura, Peter Zieme, pagg. LXXXIX - 414, pagg. LXII - 350, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, 27 euro a volume. Entrambi i libri sono accompagnati da belle introduzioni di Gherardo Gnoli.
Qualche lettore moderno verrà sconvolto dalla immaginazione mitologica, che muove e si agita e risuona in queste pagine. La sostanza spirituale, morale e psicologica, che abitava allora le menti, diventava uno splendido corteo di Figure, spesso di robuste Figure fisiche. Ecco, il Padre della Grandezza e la Madre della Vita e l´Amico delle Luci, e lo Spirito Vivente e la Vergine di Luce e il Re della gloria e la Terra delle Tenebre: gridi acuti di domanda, di risposta e di liberazione; conflitti, battaglie, disastri, luci, colori, tenebre, canti, inni, preghiere. Qualcuno potrà dire che l´immaginazione dei Vangeli (non dell´Apocalisse) era più austera. Abbiamo l´impressione di scorgere le volte della Sistina: o di leggere Il Paradiso perduto di Milton, o i libri profetici di William Blake.
Sant´Agostino, che nella giovinezza fu manicheo e ricordò sempre la fede giovanile con nostalgia, dolore e furore, definì questi miti come phantasmata splendida e, più tardi, come sacrilega deliramenta. Aveva torto: i Manichei non deliravano affatto, né estraevano le immagini, come oggi qualcuno dice, dal loro inconscio. Le immagini fiorivano su un robusto sistema razionale e numerico: fantasia ed intelligenza si abbracciavano, fino a possedere, come nella Divina Commedia, l´assoluta sicurezza della visione profetica. Mani vedeva ciò che pensava ed immaginava, e lo annunciava ai suoi, lo faceva scrivere e dipingere sulla carta, certo che, un giorno, tutto si sarebbe compiuto sulla terra. Oggi, niente si è compiuto: i manichei sono stati giustiziati e massacrati, i loro libri risorgono lacerati e ammuffiti dagli scavi: ma possiamo ancora leggerli come grandiose verità filosofiche, psicologiche e poetiche, alle quali la forma mitica dà un´estrema forza luminosa. Come diceva il Vangelo di Filippo, «la verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini». Noi, oggi, rifiutiamo i simboli e le immagini religiose; e così gettiamo via la stessa conoscenza religiosa, che deve occupare tutta la nostra mente: pensiero, immaginazione, cuore, visione, ascolto.
***
Secondo Mani (e Kafka) il luminoso Principio del Bene aveva compiuto, ai tempi della rivelazione zoroastriana, un errore tremendo. Sconfisse il Male, il principio opposto dell´universo: ma invece di separarlo e allontanarlo da sé, lo incorporò nella propria creazione. Così, dopo la sconfitta, il Male rimase chiuso nel mondo del Bene, in agguato in tutte le notti, gli angoli, i crocicchi, tentando insidiosamente le anime. Mani voleva separare per sempre il Bene dal Male, sia pure attraverso una vicenda lunga e dolorosissima. Comprese che il Bene non possiede né forza né potere: è dolce, mite, passivo, concorde; la sua forza consiste soltanto nella intelligenza luminosa, che scorge da lontano le cose, le distingue e le separa. Non sconfigge il Male: ma si lascia sconfiggere, ingoiare, divorare da lui, sacrificandosi alla forza della tenebra come Gesù sulla croce. In questo modo, il Bene intride profondamente di sé il mondo del Male, che non può fare a meno di desiderarlo, sia pure in modo impuro.
Così, dopo l´apparente sconfitta, il Bene vive incarcerato nella struttura del Male. Le scintille luminose del Bene gremiscono il mondo, formando la Croce di Luce del Cristo. La natura è imbevuta di Cristo: le scintille sono dovunque, nell´acqua, nella terra, e specialmente nel verde, che forma la parte più spirituale della natura. Le verdure, le erbe, gli alberi, le palme, i fichi, gli ulivi sono pieni di vita: nella attuale creazione, gridano, si lamentano, piangono, quando un uomo li ferisce. Mentre gli uomini offuscati dalla materia scorgono attorno a loro soltanto cose morte, i manichei sanno che tutte le scintille incarcerate attendono con ansia la liberazione e la redenzione. Un giorno, la materia verrà separata ed espulsa dalla creazione, e un mondo di pura luce trionferà nell´universo.
Questa storia cosmica si ripete nel destino di ogni anima. Con la nascita o dopo la nascita, l´anima pecca, sebbene non sappiamo esattamente in che consista il suo peccato; e cade nella materia, della quale resta prigioniero. Negli scritti manichei la caduta viene espressa con accenti dolorosi e strazianti, come in Baudelaire, Kafka e Simone Weil, questi grandi manichei della letteratura. Ora l´anima è lì, invischiata. Della luce, dove aveva vissuto alle origini, conserva un vago ricordo. Tutto, attorno a lei, è mescolanza: mescolanza impura di male e di bene, di luce e di tenebra. Vive chiusa nella casa oscura o nella dimora fiammante, dove ogni cosa è tenebra, carcere, deserto, vento torrido, ebbrezza, fuoco. Cade in un profondissimo sonno: non il sonno che ristora le membra e la mente, ma un pesante torpore, che le fa perdere l´identità, dimenticare il vero io, e commettere in sogno azioni nelle quali non si riconosce. In brevi momenti di risvegli, si riscuote e grida: «Chi chiamerò? E chi mi darà ascolto? E a chi manifesterò il mio gemito? Chi potrei vedere davanti ai miei occhi? E a chi manifesterò il mio gemito? A chi affiderò i segreti del mio cuore?... Non stare lontano da me, medico che hai la medicina di vita».
Sebbene abiti la casa oscura, l´anima sa che la sua sostanza, sia pure macchiata ed adombrata, è la stessa sostanza luminosa di Dio. Mai nessun cristiano od islamico ebbe questa convinzione così radicata. L´anima possiede un doppio celeste: il suo specchio, la sua verità, il suo guardiano. «Tutto ho conosciuto attraverso di lui - Mani scriveva - : ho visto tutto grazie a lui, e sono divenuto un solo corpo e un solo spirito con lui». Nel momento cruciale della vita, il doppio celeste concede all´anima la rivelazione, annunciandole dove è e chi è, da dove viene ed è uscita, perché è stata gettata in basso, e dove sta andando.
Questa rivelazione non è amore o fede come il cristianesimo per Paolo: ma una conoscenza assoluta, una scienza di sé stesso e dei misteri dell´universo, con la quale l´anima si identifica completamente, fino a scorgere in ogni particella di sé nient´altro che conoscenza luminosa. Allora comprende di essere il seme di cui aveva parlato il Vangelo di Giovanni: «Il seme che viene seminato muore: se non muore, non trova la via della vita, ma con la propria morte vivrà e darà la vita». Vuole sacrificarsi, immolarsi, morire sulla propria croce e insieme liberare tutti i prigionieri che dormono nella casa oscura.
***
Infine, sciolta dal sonno, l´anima lascia la casa oscura, e comincia il suo viaggio, che dovrà riportarlo all´origine, il punto di luce dal quale è discesa. Gesù non aveva avuto bisogno di spazio: aveva predicato in una piccola terra, la Palestina, certo che il suo messaggio si sarebbe diffuso nel mondo. Mani, invece, ha bisogno di uno spazio infinito: lascia Babilonia e si sposta verso Oriente; e, dopo di lui, i missionari, i pittori ed i musici manichei percorreranno la Palestina, l´Egitto, l´Africa settentrionale, l´Armenia, la Dalmazia, l´Italia, la Gallia, la Spagna, l´Asia Centrale e la Cina dove, talvolta sotto vesti taoiste e buddiste, sopravviveranno fino al sedicesimo secolo. I missionari non si arrestano: solo qualche ora o qualche giorno, nei monasteri sparsi lungo le vie della seta, dove le particelle di luce sofferenti vengono curate e guarite.
Anche se i piedi sono fermi, i cuori dei Manichei non lo sono mai. Una insaziabile nostalgia, un incurabile desiderio li spinge indietro, verso le origini, e avanti, verso la luce pura, alla propria morte o alla fine dei tempi, quando il paradiso perduto sarà ritrovato. Essi vivono nel mondo, senza appartenere al mondo. «Io ho lasciato il padre e la madre, la moglie, i figli e tutto ciò che il vangelo chiede di lasciare - dice Fausto di Milevi a Sant´Agostino - e mi chiedi se io accetto il vangelo?... Ho rifiutato l´argento e l´oro, e ho smesso di tenere il danaro nella borsa, contento del cibo di ogni giorno, senza curarmi di quello dell´indomani. E tu mi chiedi se accetto il vangelo?... Tu vedi in me il povero, vedi il pacifico, il puro di cuore, l´uomo che piange, che ha fame, che ha sete, che soffre persecuzioni e odii per la giustizia; e dubiti che accetti il vangelo?» Con questa ascesi, Fausto e i Manichei cercano di liberare le particelle di luce prigioniere della materia.
Proprio per questo i manichei amano la bellezza del mondo, che intravedono specialmente in alcuni luoghi privilegiati. Amano lo splendore dei riti. Il bianco: il sale, le perle, le superfici bianche, le vesti candide. Amano i fiori, i profumi, la luce del sole, della luna e della via lattea: i libri decorati che conservano, intatta, la dottrina di Mani: i colori bianco o azzurro ultramarino, sopra i quali i pittori stendono il rosso rubino, o l´intenso verde, o l´oro, o l´azzurro dei lapislazzuli, o il rosso porpora; e i canti corali o salmodiati. «Ecco - annunciano i Salmi degli erranti - la gioia è giunta, il profumo dell´estate si è diffuso. Ecco, il flautista è giunto, gli uccelli hanno spiccato il volo. Aprite le vostre porte, illuminate le vostre lucerne». «Tu sei - ripetono i Salmi - una che ama gli inni, tu sei una che ama suonare, tu sei una che è amata e che suona la cetra. Tu suoni per il Padre e suoni la cetra per il Figlio amato, tu suoni per l´ambrosia e suoni la cetra per il Re della vita, tu fai musica per la Terra della Luce e suoni la cetra per l´aria vivente».
Tutto il meraviglioso rituale manicheo è perduto: non conosciamo più le musiche, né le voci, né i colori degli ambienti e delle vesti, né i profumi. Abbiamo soltanto le ombre delle voci, come le parole dei bellissimi Salmi degli erranti, composti nell´Egitto di lingua greca, verso la fine del terzo secolo. Molto ci ricorda i salmi dell´Antico Testamento e i grandi inni zoroastriani, con il loro timbro alto e monotono, e persino gli antichi inni egizii. Ma all´improvviso, mentre leggiamo, abbiamo l´impressione di essere in una basilica paleocristiana, davanti ai mosaici del Padre, del Figlio, di Maria e dei Santi. Solo lì avremmo potuto ascoltare questa apologia di Gesù, che non è una figura simbolica, ma il Cristo evangelico della crocefissione e della resurrezione. Solo tra i profumi e gli incensi di una basilica comprendiamo come tutta la dolcezza, la soavità, la letizia, la leggerezza, l´amore, il vino e il miele del mondo si concentrino nella figura silenziosa del Cristo.

martedì 5 dicembre 2006

Repubblica 4.12.06
Su un'isola norvegese il penitenziario senza sbarre e guardie
Nel carcere perfetto dove i detenuti sono "liberi"
di Cinzia Sasso


Lavoro, villetta e aria aperta ecco il carcere alla norvegese
"Il nostro sogno? Trasformare i detenuti in cittadini"
La prigione modello si trova su una piccola isola a un´ora da Oslo. Ci vivono 115 prigionieri e 5 agenti
Quattro persone per ogni casetta di legno: ciascuno ha la propria stanza e la propria chiave
Il direttore: "Se li tratti da pericolosi criminali, quelli si comporteranno sempre come tali Se dai rispetto ottieni rispetto"
Il prigioniero: "Ho distrutto tutto quello che avevo. Qui ho imparato che anche per me è possibile immaginare un futuro"

Isola di Bastoey (Norvegia). ALLE 10 esatte del mattino, sotto una luce livida e sopra un mare color della pece, Dahl, il marinaio, fa entrare nel traghetto il camioncino per le riparazioni della linea elettrica, poi quello che porta le taniche di carburante, poi l´ospite. «Vuole del caffè?». Il thermos è pronto. Piacere, dice, io sono un detenuto.
Ha i capelli con le punte pitturate di biondo, occhi azzurri che gli occhiali fanno sembrare grandissimi, la cerata arancione che gocciola pioggia, fuma Lucky Strike. Ha 41 anni, è sposato (ride: «sì, sposato diverse volte») ha un figlio di 14 anni, faceva il giornalista e poi è diventato assassino. «È stata una lite... mi hanno dato sette anni. Sono in prigione dal 2001, uscirò nel 2008». Dall´estate è qui, a Bastoey Island, nella prigione senza sbarre, senza agenti di custodia, senza niente di niente che somigli a un carcere. La prigione che ha un sogno: quello di trasformare ogni detenuto in un cittadino.
Siamo a un´ora da Oslo, in uno dei fiordi più belli della Norvegia. Horton, si chiama il paesino. Casette di legno, qualche negozio, il porticciolo. Da qui, ogni mattina alle dieci, parte il traghetto. Un quarto d´ora di mare ed ecco l´isola. Ci vivono 115 detenuti e, ma soltanto di giorno, 69 dipendenti dell´amministrazione penitenziaria norvegese.
Sono due chilometri e mezzo di territorio protetto, due spiagge, una foresta, ventuno casette di legno del ‘900 a ricordo di quando Bastoey era ancora una fattoria in mezzo al mare. Adesso sono le case dei prigionieri: mobili di legno chiaro, cucine moderne, bagni nuovissimi. I detenuti vivono in quatto o cinque per ogni casa, ognuno ha la sua stanza personale e di quella la chiave. Alle 7.15 sveglia per tutti; alle 8 inizia il lavoro; alle 15 il dovere è finito, c´è la cena nella sala comune e poi il tempo libero. Calcio e bicicletta d´estate, sci d´inverno; ma c´è anche una biblioteca con migliaia di libri, ci sono i computer, e ci sono ancora le cabine telefoniche, le ultime cabine di legno rosso, quelle scomparse dal resto del Paese, sparse per l´isola.
Alle 15 Foldinferga, il traghetto, riporta a Horton chi non ha conti in sospeso con la giustizia. A Bastoey restano i prigionieri e cinque agenti che la sera alle 11 controllano che in ogni stanza la luce sia spenta.
Oeyvind Alnaes è il direttore del carcere. Per quindici anni ha lavorato nei penitenziari "normali", quelli chiusi; poi ha chiesto e ottenuto di inventare Bastoey, un altro modo di espiare la pena. Ora, è diventato un modello. «La prigione - dice - non migliora la gente. Per questo abbiamo dovuto cercare altre strade. Se tratti male una persona, quello che la persona impara è a trattare male gli altri; se li vedi come pericolosi criminali continueranno ad essere pericolosi criminali; se rispetti, insegni a rispettare». Il massimo della pena, in Norvegia, è di 21 anni: «Perciò ogni detenuto, un giorno, tornerà ad essere il tuo vicino di casa. E se non gli insegni come comportarsi, allora sì che devi temere».
Piove a dirotto, ma in giro sono tutti al lavoro: nelle stalle dove si allevano mucche e cavalli; a pascolare le pecore; nei campi dove si coltivano soprattutto patate; oppure a restaurare gli edifici che ne hanno sempre bisogno; in mare a pescare; nelle cucine; nella lavanderia. A turno devono pulire la casa e se non è tutto in ordine hanno due ore di tempo per rimediare. Se arrivano tardi al lavoro per quattro volte di seguito devono lasciare Bastoey; così se i quotidiani controlli di urina - fatti a caso, a campione - dicono che hanno usato stupefacenti.
«La nostra filosofia - spiega Alaneas - è il principio di responsabilità. L´umanità e l´ecologia sono i nostri principi di base, qui insegnamo che quello che fai oggi ha conseguenze sul domani. Il nostro lavoro consiste nell´offrire a tutti le migliori opportunità per immaginare e costruire un futuro». Dahl, a esempio, dice che dopo "quel fatto", pensava solo alla morte: «Avevo distrutto tutto quello che avevo, non vedevo un futuro. Qui ho imparato a immaginarne uno. È come se ti capitasse di perdere la vista: devi sviluppare meglio l´udito, il tatto...».
Haavald ha 57 anni, era un funzionario delle Nazioni Unite, ha una laurea in ingegneria e tre master, è stato condannato a 5 anni e mezzo per corruzione. «Ero in prigione, mi hanno detto che a Bastoey c´erano i cavalli. Nella mia vita di prima lavoravo 36 ore al giorno, viaggiavo sempre, avevo la mia famiglia, il mio cavallo, ma ero perennemente stressato. Qui ho ritrovato me stesso: di giorno lavoro con i cavalli e quando mia figlia viene a trovarmi ci andiamo a fare una cavalcata insieme; la notte faccio il giornale dell´isola. Questa, se la sai usare, è una buona occasione».
Con Nuraulf, 35 anni, è vietato parlare del suo passato: è stato condannato per pedofilia, ha abusato dei suoi quattro figli, tutti al di sotto dei dieci anni. Dice: «Non serve chiudere la gente dentro le celle. Qui si impara ad amare il lavoro, ci si sente utili, si sente che si fa qualcosa di buono e così si migliora anche se stessi». Martin, 27 anni, è qui dal 2005, il suo compito è guidare il trattore: «Facevo il meccanico, ero drogato e ho provocato un casino di un incidente stradale. Tra un anno tornerò fuori e tornerò al mio lavoro di prima».
L´80 per cento dei detenuti arriva qui dopo un periodo trascorso in un carcere tradizionale per scontare gli ultimi anni. Qui ci sono condannati per ogni tipo di reato. È la direzione a valutare le loro motivazioni e a decidere se accoglierli o no: «Noi non vogliamo sapere che cosa hanno fatto nel passato. Quello che ci importa è sapere cosa vogliono fare da ora in poi». Quello che ha ucciso una donna e ne ha fatto a pezzi il corpo e quello che ha spacciato hashish. «L´uomo, e anche l´assassino - ancora Aelnes - non è sempre e solo crudele. Noi diamo loro fiducia, li aiutiamo a pianificare il futuro. Non li trattiamo da schiavi, da esclusi: lavoriamo con loro e ognuno deve fare fino in fondo la sua parte». Gruppi di alcolisti anonimi, psicologi che lavorano con chi ha violentato, operatori che si occupano del recupero dei tossicomani, tengono i loro corsi; ma il destino è nelle mani di ogni singolo che è libero di fare quello che vuole.
Nella giovane storia di Bastoey, cominciata sei anni fa, c´è stata solo una fuga. Da qui scappare è facile, non ci sono porte chiuse, c´è Dahl che va su e giù col traghetto. Ma che gusto c´è, a scappare, se poi il destino è una prigione peggiore?

Repubblica 3.12.06
L'ASSO PIGLIATUTTO IN PIAZZA S. GIOVANNI
di Eugenio Scalfari


MOLTI mesi fa scrissi un articolo su Silvio Berlusconi intitolandolo "Il corpo del re", il re o comunque il Capo che si esprime anche e anzi soprattutto attraverso il proprio corpo, parla con il corpo, il suo più appropriato linguaggio è quello del corpo, degli istinti e delle pulsioni anziché dei concetti. Berlusconi pensa con il corpo, l´intelletto viene dopo e gli serve per razionalizzare e dare una parvenza logica a ciò che l´istinto gli ha suggerito.
Questo modo di esprimersi istintivamente ha il pregio, in certe occasioni, di mettere il Capo in comunicazione diretta con la gente, con l´istinto e le pulsioni della gente. Sconvolge il modello della democrazia rappresentativa, scardina i partiti, inclina verso l´unanimismo plebiscitario. Quando il corpo del Capo si allontana, non scende direttamente in battaglia ma s´impiglia nei meandri della politica e dell´amministrazione, allora la sintonia istintiva tra la gente e il Capo s´indebolisce, emergono gli errori, le debolezze, le bugie che fino a quel momento erano state oscurate dal carisma del Capo in forza del quale tutto veniva perdonato, rimosso o addirittura convertito in positivo: le bugie diventavano verità, gli errori e i vizi si trasformavano in virtù.
Berlusconi è perfettamente consapevole di questo suo dono che è al tempo stesso il limite della sua azione politica. Ne è talmente consapevole da avere sempre personalizzato al massimo le sue campagne elettorali, d´aver privilegiato gli slogan sul ragionamento, da aver demonizzato e inventato il nemico riservandosi la parte dell´Arcangelo che uccide con la lancia dalla punta d´oro il drago liberando il mondo dalla sua infernale presenza.
Questo è il modello che dal 1994 configura lo scontro politico in Italia: una sorta di funesta fascinazione che ha reso dura la vita di chi opera servendosi della ragione, delle mediazioni, della politica senza miracoli e senza plebisciti. E questa è anche una delle cause, direi la principale, della debolezza del riformismo. Il riformismo da solo non suscita entusiasmi, non fa sognare; promette e spesso ottiene risultati importanti e duraturi ma non sconvolgenti né miracolosi. Il riformismo richiede tenacia e tempi lunghi. Non esibisce il corpo del re perché non si affida ad un re, ad un Capo indiscusso.
Anche i grandi riformisti hanno avuto un carisma ma l´hanno usato per realizzare obiettivi. Il carisma del Capo usa il carisma per rafforzarlo. Lo conferma il fatto che dopo dodici anni da quell´ormai lontano 1994 il consuntivo del berlusconismo è una pagina bianca. Non ha diminuito il debito, non ha diminuito le tasse, non ha aumentato la competitività, non ha regolato l´immigrazione, non ha migliorato i servizi pubblici, non ha realizzato la sicurezza, non ha arricchito il patrimonio delle infrastrutture, non ha liberalizzato i mercati. Anzi ha decisamente peggiorato quasi tutti questi capitoli dalla politica interna, dell´economia, della politica estera.
Eppure il corpo del re è ancora lì e ancora esercita un intatto fascino sulla gente. Lo si è visto ieri nella grande manifestazione svoltasi a Roma «per Silvio e contro le tasse». Una manifestazione che sarebbe sbagliato prendere sottogamba facendo finta di non averla vista e derubricandola a episodio privo d´importanza e di effetti.
* * *
Il discorso del Capo non poteva essere più chiaro, più demagogico, più gremito di slogan, più fitto di bugie di quello che abbiamo ascoltato ieri. Talmente ripetitivo che da un certo punto in poi la piazza gremita e inizialmente entusiasta e plaudente ha cambiato umore rifugiandosi in un ascolto silente e vagamente annoiato.
Il discorso avrebbe potuto concludersi dopo i primi dieci minuti. Tutto quello che è stato detto dopo non ha fatto che ripetere quasi letteralmente il già detto: un partito unico per difendere la libertà contro un governo animato dall´odio sociale, dal desiderio di tassare tutti senza dare niente a nessuno, contro lo sviluppo, contro il risparmio, contro il patrimonio, contro il reddito, contro la famiglia, contro la scuola, contro la ricerca, contro gli artigiani, contro i commercianti, contro le piccole imprese, contro le forze armate. Insomma contro tutti.
Per fronteggiare il drago e la pestilenza che esso vuole diffondere ecco l´Arcangelo e la sua lancia, ecco il popolo che scende in piazza per mandare a casa il governo e uccidere il drago in nome della Patria, della famiglia, del cristianesimo.
Di tanto in tanto una parte della piazza scandiva «Silvio Silvio», ma il coro è stato sempre meno unanime col passare dei minuti.
Questo abbiamo sentito e questo, in coscienza, riferiamo.
* * *
Gli effetti politici di questa manifestazione sono quattro. Primo: è stata numericamente imponente. Secondo: il leader unico del centrodestra è più che mai Silvio Berlusconi; Fini, Bossi e nella lontana Palermo, Casini, ne escono frantumati. Terzo: l´ipotesi d´un governo di larghe intese non esiste e semmai fosse esistita ora è completamente affondata. Quarto: l´odio contro la Finanziaria è il cemento - forse l´unico vero cemento - che tiene unita la gente che ascoltava Berlusconi e quanti a casa si riconoscono in essa e ne sono rappresentati.
Programmi? Nessuno. Declamazioni? Moltissime. Forza politica? Notevole.
Il centrosinistra ha, dal canto suo, notevoli responsabilità nel fatto che il corpo del re risulti ancora suggestivo. Ha dissipato un capitale che nel maggio scorso era altissimo. Ma la colpa non è nella Finanziaria le cui linee maestre sono quelle che la situazione rendeva necessarie.
La colpa è d´una maggioranza slabbrata, frantumata, rissosa. Che vuole (capitemi bene) vuole apparire slabbrata, frantumata, rissosa. Tra i partiti e dentro gli stessi partiti; tra partiti e governo e dentro lo stesso governo.
Il corpo del re era esanime nel maggio scorso e lo era già a partire dal 2003. Se oggi è di nuovo in piedi lo si deve più alla frantumazione di cui la maggioranza vuole far mostra che alle virtù proteiche dell´opposizione. Questa è la triste verità e i sondaggi più recenti ne danno conferma.
Il raduno romano dei berlusconiani non lascia più tempo al governo e alla sua maggioranza. Al contrario di quanto finora hanno voluto, d´ora in poi debbono volere ed essere uniti, positivi, selezionare gli obiettivi e puntare su di essi, abbandonare l´ossimoro «di lotta e di governo». La buona politica si fa governando o opponendosi a chi governa, in mezzo al guado non si può stare.
Il centrosinistra ci sta da sei mesi. Ha già superato la soglia del tollerabile. Per grottesco e per certi aspetti terrificante che sia apparso il comizio di Berlusconi, il centrosinistra non ha più nemmeno un giorno a sua disposizione. Dietro l´angolo, se continua sulla strada del Brancaleone, c´è un naufragio che sarebbe drammatico non solo per il centrosinistra ma per la democrazia italiana.
Repubblica 23 ottobre 2005
Quando il Papa vuole fare le leggi
di Eugenio Scalfari


NEL PORRE due settimane fa il riemergere della questione cattolica nella democrazia italiana identificando nell'azione sempre più politica della Conferenza episcopale e del suo presidente una deriva della Chiesa combattente a detrimento della Chiesa pastorale, avevo concluso con una domanda: il Papa è d'accordo?

La risposta non equivocabile è venuta con la lettera-messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti riuniti a Norcia dal presidente del Senato, Marcello Pera: il Papa è d'accordo con Ruini.

Il Papa ha scelto come interlocutore in questo caso l'uomo che riveste la seconda carica dello Stato e che ha già da tempo preso un posto eminente tra i laici-devoti; quelli cioè che, pur non credendo nella verità rivelata cristiana e nei dogmi che la costellano, se ne fanno tuttavia strumento per fornire alla "scatola vuota" della democrazia un fondamento etico discendente direttamente dalla dottrina religiosa, trasformata senza troppo sforzo in "instrumentum regni".

Dico senza troppo sforzo poiché dall'editto di Costantino in poi la Chiesa è sempre stata "instrumentum regni", a volte per estendere la sua presenza nella società e gestirne direttamente le istituzioni; altre volte per ottenere vantaggi dai monarchi. Questi ultimi alla loro volta utilizzarono spregiudicatamente la religione al punto da meritarne la definizione di "oppio dei popoli", polemica e forzata quanto si voglia ma confortata da una pratica che predicava l'obbedienza ai poteri temporali e assoluti emananti dalla volontà divina.

Dall'editto di Costantino alla Rivoluzione francese e alla Costituzione del 1792 sono passati 1500 anni. Il potere civile conferito per diritto divino cadde ma non vennero meno i tentativi di settori cospicui della cattolicità di rimetterlo in sella insieme all'ostilità della Chiesa di Roma contro la democrazia, monarchica o repubblicana che fosse, liberale o socialista.

Ora siamo a una di queste svolte, soprattutto nella "diletta Italia" dove la cattedra di Pietro ha da sempre la sua sede e che pertanto detiene il privilegiato destino di rappresentare la "costituency" della Chiesa, la sua arca temporalistica anche dopo la caduta del potere temporale dei papi. La Corte vaticana rimase barricata "in gran dispitto" dietro le mura e i portoni serrati della Città leonina per oltre quarant'anni, dopo la breccia di Porta Pia. Poi i portoni furono riaperti, i ponti levatoi abbassati, il "non expedit" ritirato.

Il Concordato del '29 riconobbe vantaggi e privilegi alla Chiesa concordataria, e la proclamò religione di Stato. A fronte di quei vantaggi e privilegi il governo fascista ottenne in via esclusiva l'esercizio del potere civile. Non era ancora la rimessa in sella del diritto divino, ma certo rappresentò un bel passo in quella direzione. Ben presto però la Chiesa si trovò troppo stretta e sempre più a disagio di fronte ad un regime che si ispirava ad un'etica militarista, totalitaria, infine razzista.

Perciò la caduta di quel regime e l'avvento della libertà democratica furono salutati dai cattolici italiani e dalla Santa Sede come una vittoria per la quale del resto anch'essi avevano lottato, cospirato, sofferto. E la nuova democrazia repubblicana fu concepita, dai cattolici e dalla gerarchia ecclesiastica, come la base ideale per assicurare al potere spirituale dei successori di Pietro una "temporalità" adeguata all'epoca e comunque in grado di fornire strumenti idonei a far penetrare nella modernità il lievito del messaggio evangelico attraverso la democrazia cattolica e una "laicità buona".

Durò cinquant'anni questa laicità buona. Importava relativamente poco, Oltretevere, che fosse gestita da un partito e dai suoi alleati attraverso pratiche di sistematica e diffusa corruttela. Importava anche poco che esistessero ampie zone colluse con organizzazioni mafiose.

Ma importava molto invece che la legislazione e l'amministrazione pubblica fossero inclini e pronti a soddisfare i desideri e gli interessi della Chiesa, la sua dottrina, il suo monopolio religioso, la sua presenza educativa, il finanziamento del clero e delle associazioni collaterali.

La buona laicità andava sottobraccio alla secolarizzazione del costume? All'indifferentismo religioso? Alla caduta delle vocazioni? All'abbandono dei sacramenti? Alla dilagante devozione verso il dio danaro? I cattolici veramente cattolici ne soffrivano. Alcuni se ne disperavano. Nacquero qua e là alcune significative dissidenze, ma non fecero molta presa. Fecero invece presa altrove, in Germania, in Olanda, in Francia e in quasi tutto il cattolicesimo europeo e nel mondo cattolico extraeuropeo. E fu Giovanni XXIII, il Vaticano II e papa Montini, il tormentato. Il tentativo ambizioso, rischioso, ma di grande e coraggioso respiro, fu di confrontarsi realmente con la modernità. Con l'ecumene che non poteva essere soltanto quello delle altre religioni monoteiste e delle altre confessioni cristiane, ma con quella laicità autonoma che fin lì era stata considerata la cattiva coscienza dei laici laicisti.

La risposta fu la scelta del Papa polacco, figura di grandissimo carisma, che stese per ventott'anni il suo manto sui mali della Chiesa, predicò il Vangelo in tutto il mondo, costruì col proprio corpo sofferente un monumento mediatico mai visto prima. Ma lasciò inevasi tutti i problemi che aveva ereditato e tolse energia e spinta propulsiva alle novità del Vaticano II.

Ora è arrivato sulla cattedra petrina l'ex capo del Sant'Uffizio. Non era ancora accaduto che un Papa venisse da quel tipo di esperienza curiale.

Molti, cattolici e non cattolici, hanno sperato che proprio quel tipo di esperienza regalasse alla Chiesa un Vicario capace di attingere dalla Chiesa apostolica le capacità di confrontarsi con la modernità. Apostolica, non romana.

Sarebbe stato un miracolo. Infatti non è avvenuto. Siamo di nuovo alla "buona laicità" con in più qualche cosa di cui non si parlava da parecchio tempo: il potere di Dio, cioè della Chiesa depositaria esclusiva delle verità da lui rivelate, a indicare i diritti che debbono essere sanciti dalle leggi della Città terrena. E poiché nella Città terrena risiedono anche cittadini di altra fede o di nessuna fede, prendano tutti atto dell'esistenza di diritti naturali che ciascun abitante del pianeta porta dentro di sé fin dalla nascita, anzi dal concepimento.

I diritti naturali e innati debbono quindi ispirare la legislazione e fornire allo Stato l'etica di cui ha bisogno. Per un cattolico essi si riconducono al Creatore, ma valgono comunque per tutti in quanto appunto innati.

Questo è stato il messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti di Norcia. Il presidente del Senato ne ha preso atto con gioia ed ha, a immediato giro di posta, risposto al Pontefice mettendosi a disposizione.

A quando la nostra Costituzione, le sentenze dei tribunali, i diplomi e i decreti del governo e del Parlamento, porteranno l'iscrizione della dicitura "per grazia di Dio"? Questo non guarirà l'indifferenza, l'adorazione del danaro, il dilagare della violenza e dell'egoismo; ben altro ci vorrebbe. Ma rassicurerà il gregge. Darà senso. Aumenterà il temporalismo religioso. E metterà in soffitta il Vaticano II.

La Chiesa post-Wojtyla chiedeva collegialità. Ma il Sinodo concluso appena ieri ha stabilito che i Sinodi non hanno alcun potere all'interno della gerarchia. Possono soltanto porre domande. La risposta spetta soltanto al Papa il quale sembra aver messo la rotta a ritroso, non sul Vaticano II ma sul Vaticano I, non su papa Giovanni ma su Pio IX e su Pacelli.

* * *

Due parole sui diritti innati e sul diritto naturale. Se ne è scritta nei secoli un'immensa biblioteca e non sarò certo io a risollevare questa questione in un articolo di giornale. Ma soltanto qualche breve riflessione.

Il solo, l'unico diritto innato deriva dall'ente, che esiste e vuole esistere. Nel caso della nostra specie quell'ente si chiama persona, quali che siano i tanti significati che si danno a questa parola. In latino persona significa maschera. Per noi significa individuo, infinitesima parte di una specie, anch'essa individuata tra la moltitudine delle specie.

Il diritto dell'individuo persona ad esistere è innato, proviene dalla natura che lo fornisce anche alle altre specie e agli individui che le compongono, ciascuno dei quali, dall'albero al falcone alla persona dotata di mente, vuole, disperatamente vuole esistere e adopera tutti gli strumenti che la natura gli ha forniti per esistere.

Per soddisfare questo diritto "biologico" l'individuo entra necessariamente in conflitto con tutto ciò che lo circonda, con l'obiettivo, per lui primario, di guadagnare e preservare lo spazio di cui ha bisogno. Le radici di due alberi nati troppo vicini tra loro si disputeranno il terreno da cui traggono alimento e la luce che gli serve per la fotosintesi senza la quale appassirebbero. E se lo spazio è troppo ristretto uno dei due finirà con morire diventando uno stecco senza più fronde né linfe.

A maggior ragione ciò si vede nel regno animale e in quello degli uomini. Ho sentito l'altra sera il nostro telepredicatore nazionale esaltare l'innocenza dei bambini, il loro candore, la loro innata bontà. L'età dell'oro insomma. Ma è falso. E' un falso luogo comune. Il bambino è certamente innocente, ha mangiato soltanto i frutti dell'albero della vita e non ancora quelli della conoscenza. Né sa che cosa sia il peccato. Ma la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d'ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l'attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri.

Questo è l'istinto primordiale, innato, esclusivo. E spetta a chi li educa insegnare a contenere l'istinto primordiale, a rispettare gli altri, la roba degli altri e addirittura a condividere la propria con gli altri.

Questa disponibilità non è affatto innata ma indotta. Dalla cultura, dall'insegnamento degli adulti. E infine, poiché quell'istinto primordiale ci accompagna fino alla morte, educare e al bisogno limitarlo, spetta alle leggi sulle quali si fonda la Città terrena. I cui fondatori e reggitori si imposero sugli altri con la violenza della scaltrezza o con quella della forza per acquistare il potere ed esercitarlo. Nessuno è stato ed è esente da questo peccato originario, fondato sull'unico diritto innato: la sopravvivenza dell'ente e il dispiegarsi della sua potenza.

Il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell'ente da lui rappresentato. Esprime attraverso comandamenti religiosi la volontà di potenza della sua religione.

Non so perché questo obiettivo sia chiamato "buona
laicità". Il termine è relativamente nuovo. Forse si tratta d'un contentino lessicale alla modernità. Ma se un confronto ci deve essere tra la Chiesa e il mondo moderno, il discorso e l'analisi debbono andare molto al di là delle trovate lessicali. La "buona laicità" odora da lontano di teocrazia. Non vorrei che il confronto con l'Islam ci portasse ad imitarlo nel peggio anziché suggerire agli islamici di scoprire il meglio delle loro e delle nostre Scritture.


Repubblica 19 novembre 2006
POLITICA
I coriandoli che hanno sconvolto l'Italia
di Eugenio Scalfari


IN UNA RECENTE notte senza sonno, di quelle che a volte capitano a tutti, ho cercato zappettando tra i vari canali della televisione qualche cosa che mi aiutasse a
trovarlo e sono caduto - è la parola giusta - su uno sketch di due famosi comici che apprezzo molto: Marcorè e Crozza.

Cantavano e mimavano una stramba canzone il cui ossessivo ritornello diceva: "Dov'è la destra? Dov'è la sinistra?" e lo condivano con esempi del tipo: il matrimonio è di destra o di sinistra? Il divorzio è di sinistra o di destra? L'embrione è di destra o di sinistra? Le tasse sono di sinistra o di destra? E così per il saluto a pugno chiuso o a mano tesa, per la minigonna, per il Papa, la Resistenza, Garibaldi, George Bush, Massimo D'Alema e non ricordo più quali altri simboli e personaggi di attualità, sempre ritornando all'implacabile refrain (già lanciato molti anni fa da Giorgio Gaber): "Dov'è la destra? Dov'è la sinistra?".

La canzone era lunga, sembrava non dover finire mai e io ero come ipnotizzato. Avrei voluto spegnere il televisore ma non riuscivo a staccare gli occhi da quella coppia che martellava e martellava con le parole dimostrando che non c'è più alcun canone, alcun criterio, alcuna differenza, alcun confine ideale, che tutto è melassa, palude, terrain vague e l'unica salvezza per restare a galla consiste nell'aggrapparsi ai propri corposi interessi, alla propria piccola e precaria felicità, al proprio roccioso e indistruttibile egoismo e che soltanto per quello, per difenderlo e renderlo sempre più acuminato e rapace vale la pena di vivere.
Marcorè e Crozza sono bravissimi e fanno pulitamente il loro mestiere, ma quel duetto così prolungato sembrava una danza di spettri. Alla fine son riuscito a schiacciare il tasto del telecomando e a togliermi dalla vista quella recita angosciosa, ma di recuperare il sonno non era più questione. Avevo a portata di mano gli Ossi di Seppia di Montale e con quella lettura mi sono consolato e ho trovato riposo.

***

Questo casuale e avventuroso incontro notturno può ben essere lo spunto per alcune riflessioni che riguardano anche la politica ma vanno molto al di là di essa.

Riguardano il sentimento morale, il rapporto tra gli individui e la società, la cultura ed anche, perché no, gli interessi della società e degli individui, dei vecchi e dei giovani, degli uomini e delle donne. Insomma i valori, parola grossa che sta a designare le idee nelle quali crediamo e i criteri di giudizio che adoperiamo. Infine la democrazia, il patto sociale di convivenza valido in Occidente e così difficilmente esportabile altrove.

Quel patto nacque nella Grecia di Pericle e di Aristotele ma aveva allora caratteristiche assai diverse da quelle attuali, Nella polis greca l'attenzione era concentrata sulla visione del bene comune cui era subordinato quello degli individui. Il modello era la società delle api, la divisione del lavoro e dei ruoli dalla quale i singoli ricevono la loro sussistenza e il loro benessere. La famosa disputa ottocentesca tra la libertà degli antichi opposta alla libertà dei moderni si svolge interamente attorno alla primazia tra collettività e individuo, tra potere concentrato e potere diffuso e partecipato.

In questa disputa anche la cultura del cristianesimo ha avuto un ruolo importante. Non tanto perché, come sostiene la gerarchia cattolica, si debba solo al cristianesimo la centralità dell'individuo e la sua libertà, ma piuttosto per lo spostamento radicale operato dalla religione. Il cristiano è stato liberato dai suoi vincoli di sudditanza rispetto al potere dello Stato a condizione però di trasferire la sua obbedienza dalla "polis" terrena alla città celeste. Non ricava più la sua felicità dall'osservanza delle leggi degli uomini ma da quelle di Dio, interpretate e aggiornate dalla Chiesa. La sua libertà è piena soltanto se "liberamente" si adeguerà al volere del Dio cristiano, testimoniato dagli apostoli e dai vescovi loro successori.

In realtà la piena liberazione dell'individuo da vincoli esterni è avvenuta attraverso la conquista della libertà di coscienza e di ricerca. Le sue radici risalgono alla moralità degli stoici e alla libertà epicurea e culminano nel pensiero illuminista e volterriano per il quale la libertà di tutte le religioni rappresenta uno dei molti aspetti della libertà di pensiero.

Dov'è la destra? Dov'è la sinistra? Non credo si possa sbagliare su questo punto perché qui non siamo nel pantano dell'indistinto ma sul solido terreno della ragione ragionante, aperta alla ricerca senza pregiudizio salvo quello di non limitare la libertà altrui.

***

I lettori hanno certamente capito che non sto divagando rispetto al tema che mi sono proposto di svolgere. Sto cercando di aprire un varco che ci porti dal groviglio dei pensieri deboli a un pensiero forte, ad una prospettiva che ci svincoli dai lacci del presente e slarghi al futuro la nostra visione.

Prodi - tanto per dire - è stato molto rimproverato per l'incauta immagine di un'Italia impazzita. Incauta e sbagliata nella forma per il semplice fatto, ricordato con efficace ironia da Bertolt Brecht, che non si può invitare il popolo a dimettersi. Ma la sostanza di ciò che vediamo in questi anni e in questi mesi qual è? Vediamo una moltitudine di individui schiacciati sul presente senza vigile memoria del passato e senza fiducia né speranza di futuro.

Quando si vive solo al presente nessuno è più in grado di percepire l'esistenza e il valore del prossimo, cessa il dialogo, prevalgono gli appetiti di una felicità che sia a portata di mano, ciascuno vuole tutto e subito, si rafforzano le corporazioni, si scatenano le mafie, lo Stato cessa di rappresentare la nazione perché la nazione rischia di scomparire.

Ho scritto due settimane fa un articolo che ha suscitato qualche eco, dal titolo Fratelli d'Italia lo specchio si è rotto. Lo specchio era quello nel quale si riflette l'immagine di una nazione e quindi un'idea di futuro e di destino. Se quello specchio si rompe i suoi frammenti riflettono i frammenti della nazione e diventa vero il paradosso brechtiano: il popolo si dimette da popolo, diventa plebe, moltitudine anonima e unidimensionale.

Non c'è né destra né sinistra ma soltanto poltiglia.

* * *

Mario Deaglio ha scritto un articolo lucido e dolente sulla Stampa del 14 novembre. Altri di analoga intonazione ne hanno scritto in quegli stessi giorni Barbara Spinelli sulla Stampa, Ilvo Diamanti e Giuseppe D'Avanzo su Repubblica. Li cito perché ormai sono diventati merce sempre più rara le descrizioni coraggiose e le diagnosi approfondite del degrado sociale.

Scrive Deaglio a proposito dello "tsunami" contro la legge Finanziaria: "Se la pazzia è fuga dalla realtà e rifugio nell'immaginario non c'è dubbio che l'Italia abbia cominciato ad avviarsi lungo questa china pericolosa. Tale fuga è diventata sempre più evidente settimana dopo settimana. Si è offuscato il quadro generale a causa del martellamento sui dettagli di questo o quel provvedimento; si è finito per attribuire la stessa importanza alle decine di miliardi di provvedimenti che costituiscono le linee essenziali della manovra e alle misure da poche decine di milioni che riguardano effetti particolari. Agli occhi della gente la manovra si è così frammentata in tanti irritanti coriandoli dei quali si è perso il significato e il senso complessivo. La conseguenza è stata il rifiuto isterico e la resistenza gridata contro ogni tipo di tagli della spesa e la tendenza all'autoassoluzione per ogni comportamento trasgressivo".

Questo è esattamente ciò che sta accadendo. È penoso vedere cortei di insegnanti e di precari in sciopero contro il governo, guidati dai Cobas, da esponenti politici della sinistra massimalista e addirittura dalla Cgil, delusi e vocianti perché i problemi che li affliggono non sono stati risolti subito e le loro richieste solo parzialmente accolte. È stupefacente che il segretario del maggior sindacato confederale guidi la protesta dei ricercatori universitari perché i finanziamenti alla ricerca non sono così ampi come si sarebbe desiderato. Infine è infantile pensare che un tema complesso come quello del lavoro precario, della mobilità e flessibilità, possa esser trasformato con un colpo di bacchetta magica in un ritorno ai tempi del posto fisso per pochi e della disoccupazione per molti.

Accompagnare con coraggio ed equità la trasformazione dal welfare fordista al welfare dell'economia globale è la sfida che attende le organizzazioni sindacali e la sinistra, ma non potrà neppure essere affrontata se ogni pezzetto di società continuerà a rimirarsi l'ombelico in un pezzetto di specchio.

Io non credo che accarezzare e addirittura eccitare l'egoismo delle corporazioni, subire senza reagire l'assalto delle lobby, cedere alla deriva qualunquista, assecondare appetiti e ricatti politici, sia il modo giusto per passare la nottata in attesa che spunti l'alba. Non credo che la soluzione sia la "terra di mezzo" dove tutto si confonde e sfuma.

Credo invece che questo sia il momento di dar battaglia e di fare appello all'impegno civile. Non m'importa del governo ma mi importa del paese e delle virtù che esso è ancora in grado di esprimere. Non si è dimesso il popolo ma si è dimessa la classe dirigente. Questo è il funesto incantesimo dal quale bisogna uscire guardando in faccia la realtà e affrontandola con coraggiosa decisione.

Repubblica 21 novembre 2006
"A Milano più omicidi che a Napoli"


ROMA - "A Milano ci sono più omicidi che a Napoli". Parole di Clemente Mastella pronunciate oggi alla riunione congiunta delle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali sugli effetti dell'indulto che si è tenuta al Senato. Il ministro ha mostrato quattro tabelle elaborate dalla Direzione generale di statistica del suo dicastero sulla base dei dati forniti dalle procure di Milano, Roma, Napoli e Palermo. Tra agosto e ottobre 2006 a Milano ci sono stati 27 omicidi, contro i 23 di Napoli, e così anche gli omicidi commessi tra gennaio e novembre di quest'anno sono superiori nel capoluogo lombardo (103) rispetto a quello campano (75). "Così è, come dice Pirandello, se vi pare...", ha aggiunto Mastella dopo i brusii che si erano levati in aula.

Rispetto a questi dati, sul sito internet della prefettura di Milano ne appaiono altri, che riferiscono di 21 omicidi nei primi sei mesi del 2006. Una discrepanza, questa, che alcuni spiegano con il fatto che i dati del ministero si riferiscono al circondario, mentre quelle delle prefetture ai territori delle province. Ma uno 'scarto' così grande tra Milano e Napoli in sfavore della città partenopea colpita dall'emergenza criminalità forse è spiegabile, secondo altri, con la possibilità che per la prima siano stati presi in considerazione i dati del distretto della Corte di Appello (che comprende un territorio più esteso), mentre per la seconda i dati del circondario del Tribunale di Napoli.

Sul tema più generale del provvedimento di clemenza Mastella ha chiosato dicendo che "il governo non deve chiedere scusa" per l'indulto perchè è un'importante e coraggiosa legge votata da 705 parlamentari di maggioranza e opposizione". Il Guardasigilli arriva con quattro pagine di dati per dimostrare che dopo l'indulto i reati non sono aumentati ma anzi diminuiti del 2,7%; che le persone uscite dal carcere sono 17.455 (e non 29mila come è stato erroneamente detto dal sottosegretario Daniela Melchiorre alla quale ha deciso di togliere le deleghe) di cui solo il 7% tornati dietro le sbarre; che alcune leggi della Cdl come 'Bossi-Fini' ed 'ex Cirielli' sono la causa del "collasso" del sistema penitenziario arrivato, lo scorso luglio, a 60.710 detenuti contro una capienza massima di 43.233 posti.

Poi Mastella passa la parola ad Amato. E il ministro dell'Interno premette che certe norme che consentono a chi commette un reato di tornare rapidamente in libertà sono "demotivanti per le forze dell'ordine" e scoraggiano i cittadini perché "chi denuncia può trovarsi il denunciato che bussa alla porta di casa". Ma - sottolinea Amato - più che la misura di clemenza approvata lo scorso luglio dal Parlamento c'è da preoccuparsi dell'"indulto permanente" e cioè di "talune caratteristiche della disciplina del processo e talune norme del codice penale, che permettono in realtà di far tornare rapidamente in libertà autori di reati che sono tra quelli che alzano molto le statistiche della criminalità e creano molto disagio".

Per questo, senza cambiare le norme, il ministro dell'Interno auspica maggiore severità contro i reati commessi con l'uso delle armi o comunque, con violenza contro le persone. "Ho chiesto ai miei uffici - informa - come rafforzare le norme per la carcerazione preventiva, la recidiva, la sospensione condizionale della pena per delitti, a volte minori, che vengono commessi con l'uso delle armi o con violenza. Questo porta al diffondersi di una criminalità spregiudicata che può condurre a delitti più gravi". Dunque, prosegue il ministro, "se vogliamo fare qualcosa di più che recriminare o commentare numeri, ci dobbiamo preoccupare di garantire a noi stessi e ai nostri cittadini che commettere crimini ha delle conseguenze".

Ma continua il battibecco maggioranza-opposizione sui dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). La previsione di 15.470 persone fatta dal Dap il 29 luglio su quanti sarebbero usciti si riferiva - precisa Mastella - a coloro che avrebbero lascito il carcere "immediatamente dopo l'approvazione" e "in maniera diretta", vale a dire per effetto esclusivo dell'applicazione dell'indulto. Dunque, dalla stima erano esclusi coloro che erano in custodia cautelare (ad oggi 7.178 persone). Ebbene - ragiona Mastella - le stime sono state rispettate se è vero che in agosto gli scarcerati sono stati 16.568.

Repubblica 24.11.06
Quel "demone" messo alla sbarra
nell'Italia spaventata dalla libertà


"Chiedo una pena esemplare - concluse in crescendo il pm Antonio Lojacono - affinché nessun "professorucolo" domani possa venire a togliere la libertà a un innocente". Dalla gabbia degli imputati, Aldo Braibanti, l'unico imputato ritenuto colpevole del reato di plagio nella storia giudiziaria italiana, si limitò a deglutire alzando il capo.

Così le cronache. Era il luglio del 1968 ed esemplare in effetti arrivò la legnata: 9 anni di carcere, poco meno di quanti ne toccarono ai responsabili del disastro del Vajont con i suoi 2.000 morti. Oggi il "professorucolo", che in quella specie di selvaggia ordalia fu pure definito "pervertitore di spiriti" e "reincarnazione del demonio", ha 85 anni.

Vive tra libri, ricordi e formicai di gesso in un povero appartamento semi-diroccato; da tempo gli è morto il corvo che girava libero per casa e giustamente non ha alcun piacere a restare impiccato, o crocifisso, a quella triste vicenda così remota nel tempo.

Il vitalizio della legge Bacchelli, per il quale si sono battuti parecchi parlamentari (fra i primi Elettra Deiana e Franco Grillini), gli arriva dunque come un assai tardivo risarcimento. Ma nella sua vita, lunga e turbinosa, Braibanti se lo merita anche per tutto il resto: i collage, i quadri, le ceramiche (che piacquero a Giò Ponti, ma che non ha mai voluto vendere), gli studi sul senso d'orientamento delle formiche, oltre alle regie teatrali, radiofoniche e tv. E alle poesie.

Tra queste se ne trova on line una abbastanza recente, "Tempi moderni", che in qualche modo congiunge l'Italia di oggi, smaniosa di "valori", con quell'Italia che l'altro ieri cercò di annichilirlo. E dunque: "Tempi moderni/ tempi della sconfinata arroganza dell'uomo/ tempi di valori vecchi e nuovi per vecchi e nuovi altari sacrificali/ tempi di crociate velenose travestite da missioni invasive...".

Braibanti è stato certamente un eclettico e un irregolare. Ma metterlo sotto accusa e poi condannarlo a nove anni in quanto - come da sentenza - "professava monismo e anarchismo, combatteva la famiglia, la società e lo Stato, disprezzava la scuola e la morale, ripudiava il conformismo dei più perché i più sono persone fisicamente, psichicamente e sessualmente sane", ecco, la storia di chi volle fare di un intellettuale anarcoide e introverso un subdolo "ladro di anime" rappresenta una lezione che vale la pena di ripassare.

Figlio di un medico di Fiorenzuola d'Arda (e fratello di Lorenzo, l'ostetrico e ginecologo che portò in Italia il metodo del parto dolce di Leboyer), in un primo momento azionista, poi comunista, partigiano torturato dai nazi-fascisti a "Villa Triste", dirigente del Fronte della Gioventù con Berlinguer, poi uscito dal Pci, fondatore dei "Quaderni piacentini", alla fine degli anni cinquanta Braibanti mollò ogni consuetudine, borghese o proletaria che fosse, per fare l'artista puro, girando per l'Italia senza certezze né cattedre né stipendio, mosso solo da una vocazione che era anche un sogno di libertà e creatività.

Omosessuale, si legò a due giovani, però maggiorenni, uno dei quali, Giovanni Sanfratello, proveniva da una famiglia molto cattolica. Scandalo nello scandalo: dopo diverse peripezie il padre e il fratello vennero a riprendersi Giovanni per ricoverarlo in una clinica psichiatrica. Ma invece di placarsi, nel 1964 la vicenda divampò davanti alla legge perché i Sanfratello, convinti che fosse stata annientata la volontà del loro congiunto, denunciarono quell'eccentrico personaggio amante delle formiche. Per plagio: fattispecie giuridica introdotta nel periodo fascista e già allora dai contorni piuttosto nebulosi.

Nei mesi precedenti, per la verità, gli avvocati di casa Savoia avevano invano cercato di appioppare il famigerato articolo 603, reato che nel codice penale viene subito dopo il commercio di schiavi, al dotatissimo fusto della dolce vita, l'attore Maurizio Arena, per via della tempestosa love story con la figlia di Umberto, Maria Beatrice detta Titti, con grande spasso del pubblico.

Ma nel caso di Braibanti il processo non fu spassoso per niente. Metterlo alla sbarra, "respingerlo agli Inferi" come invitò a fare un illustre avvocato della parte civile quale era Alfredo De Marsico, fu probabilmente il malaccorto tentativo di regolare i conti con le novità che già premevano sotto il manto sdrucito del perbenismo pre-sessantotto: la "diversità" anche sessuale, il fascino della psicanalisi, le suggestioni beat, hippy e orientaleggianti, le iniziali pratiche anti-autoritarie.

Ma a volte, si sa, la storia non lascia piegare a comando dalle logiche crudeli del capro espiatorio. Così contro la persecuzione di Braibanti, che avendo pure una folta barba sembrava la vittima perfetta, scattò una delle prime mobilitazioni di intellettuali. Ci furono appelli, firme pesanti, Guido Calogero, Alberto Moravia, Elsa Morante. Leopoldo Piccardi indossò di nuovo la toga. Ma a tirare fuori Braibanti dalla galera fu più di ogni altro Marco Pannella e un piccolo drappello di radicali. "Braibanti - scrisse - è il nome dato ad autobiografie più o meno interiori che non osano confessarsi".

Dopo l'appello, il "professorucolo" uscì da Regina Coeli il 5 dicembre del 1969. In una mano la borsa con i suoi effetti personali, nell'altra un formicaio di sua invenzione. Disse solo: "Voglio togliermi subito di dosso questi panni che puzzano di galera". Un demone smagrito e senza barba, lo raffigurò il formidabile cronista di quel processo, Gigi Ghirotti. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che lo Stato, un giorno, avrebbe riconosciuto i suoi torti.

Repubblica 24.11.06
Vitalizio a Braibanti, l'intellettuale del plagio
Un caso che fece epoca nell'Italia degli anni '60


ROMA - "Sono contento, ma parlerò soltanto quando avrò la comunicazione ufficiale". Aldo Braibanti ha commentato così al telefono con un amico la notizia che il governo italiano ha deciso di attribuirgli un vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Braibanti, scrittore, filosofo, artista poliedrico, sceneggiatore, regista, curatore di trasmissioni radio, studioso della virtù delle formiche, alla fine degli Anni 60 fu al centro di un famoso caso giudiziario che alla fine lo vide condannare per l'accusa di plagio nei confronti di un ragazzo.

Braibanti, nato il 23 settembre del nel 1922 a Fiorenzuola d'Adda, dichiaratamente omosessuale, aveva partecipato alla Resistenza ed era stato arrestato e torturato dai nazifascisti. Iscritto al Pci alla fine degli Anni 40 aveva abbandonato tutte le cariche di partito. Venne arrestato il 5 dicembre 1967 perché il padre di un ragazzo che era andato a vivere con lui lo denunciò per plagio.

Il 14 luglio 1968 la Corte di Assise di Roma condannò a nove anni di carcere. Pene ridotte successivamente. Nel giugno 1981 l'articolo del Codice penale sul plagio venne però abrogato dalla Consulta in quanto non conforme alla Carta costituzionale. E nel marzo 1982 la Corte d'appello ordinò che della condanna non si facesse più menzione nel suo certificato penale.

Ma dalla metà degli anni '80 il professore vive in estreme ristrettezze. Per questo nell'87 un gruppo di artisti e uomini di cultura firmarono un appello in suo favore. Un appello rilanciato da Grillini e dalla Melandri nel 2003. La decisione del governo è "una vittoria perché rappresenta una grande risarcimento storico.

Quel processo non era per plagio ma contro l'omosessualità", hanno commentato ieri sera lo stesso Grillini e il coordinatore della segreteria diessina Migliavacca. Per l'Arcigay "è una notizia che apre il cuore, bel segnale di laicità".

Il governo ha deciso di assegnare il vitalizio anche al musicista Guido Turco, a Dina Forti, terzomondista, e alla cantante lirica Navia Maria Goltara.

il Riformista 5.12.06
BILANCI. COSA CAMBIA CON LE APERTURE DEL PAPA  DI AVERROÉ
Dopo il viaggio di Ratzinger in Turchia
cristiani, islamici, ebrei tutti “fratelli in Dio”



I discorsi del papa in Turchia, ma soprattutto i suoi atti, i suoi gesti e le sue prudenze hanno un valore anche teologico di gran lunga superiore al fatto mediatico. Sembrava che il viaggio dovesse avere il principale e quasi esclusivo valore, oltre che di viaggio pastorale presso la piccolissima comunità cattolico latina turca, di viaggio ecumenico per rinverdire il dialogo con la Chiesa ortodossa. La visita al patriarca di Costantinopoli è stata di pura cortesia perché la Santa Sede sa bene che la via dell'ecumenismo passa per Mosca e non per Costantinopoli. Da segnalare il totale prudente silenzio sul genocidio degli armeni cristiani e come sia stata relegata in cronaca la visita al patriarcato degli armeni per non toccare la sensibilità dei turchi su questa delicata questione.
Ma ben diverso è apparso invece il reale fine e ben diverso è stato l'effetto del viaggio. Esso segna una tappa, anche teologica, fondamentale nei rapporti tra Chiesa cattolica e islam, fede cristiana e fede musulmana. Perché teologica? Perché il papa ha formulato solennemente una proposizione innovativa, con una dichiarazione che sembra essere espressione se certamente non del magistero infallibile del papa e della Chiesa, certamente del suo insegnamento ordinario, come previsto dalla lettera Ad tuendam fidem, con la quale i confini tra insegnamento straordinario e infallibile e insegnamento ordinario, ai fini dell'obbligo dall'adesione esteriore e interiore a esso sono ormai sul piano pratico e disciplinare, molto evanescenti. Il papa ha affermato che il Dio dei cristiani, il Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, lo Jahvè degli ebrei, e Allah, il Dio dell'islam è lo stesso Dio, definendo così in senso positivo una delicata questione oggetto di dispute teologiche sin dai tempi di San Tommaso d'Aquino, e risolta negativamente da molti teologi, come dimostrato dalla pubblicazione di un significato editoriale non firmato, e cioè visto e approvato dalla Santa Sede, di una importantissima e autorevolissima rivista cattolica. Il dialogo con l'islam viene quindi spostato dal dialogo tra culture, come sembrava essere l'indirizzo dei primi mesi del pontificato, al dialogo tra religioni, come è stato sempre considerato il dialogo con l'ebraismo. E il papa, checché poi i portavoce dicano, ha pregato in una moschea insieme al Gran Muftì di Istanbul.
Occorrerà ora vedere se sul piano teologico vi sarà un diverso approccio alla figura di Maometto nella economia del piano della salvezza e un diverso approccio al valore religioso del Corano. Questo solenne riconoscimento dell'unicità del Dio dei cristiani e degli islamici, unitamente all'auspicio dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea, segna, da parte della Santa Sede, l'abbandono dell'idea dell'Europa come cittadella cristiana e della richiesta che nella sua futura Costituzione siano richiamate le famose «radici cristiane». E le forze politiche europee di ispirazione cristiana dovranno di necessità seguire e quindi abbandonare questa richiesta. Tutto ciò, anche nella realistica prospettiva di una crescente islamizzazione dell'Europa, sembra preludere a un “patto” tra Chiesa cattolica e islam contro la secolarizzazione dell'Europa e del mondo moderno, e a tutela di comuni valori naturali e rivelati: non si dimentichi che anche per l'islam il Vecchio e il Nuovo Testamento costituiscono libri rivelati e cioè ispirati da Dio, e che la Chiesa non potrà non cercare una diversa valutazione del Corano.
Sul piano politico tutto ciò porterà naturalmente a una conferma della tradizionale politica filoaraba e di diffidenza verso lo Stato d'Israele propria da sempre della Santa Sede, salvo forse il pontificato di Paolo VI: i motivi di opportunità di siffatta politica, e cioè la consonanza con i vescovi arabi cattolici e la necessità di difendere gli arabi cristiani, cattolici o non, smarriti in un mare di islamismo. Da ciò deriverà, anche a causa della pratica identificazione degli ebrei della diaspora con la causa dello Stato d'Israele, un posizionamento degli ebrei nelle relazioni interreligiose non più quali “fratelli maggiori”, ma quali “fratelli nell'Unico Dio” insieme agli islamici. Di questa evoluzione dovrà tenere conto la Chiesa a evitare che rinasca o si rafforzi l'antico spirito antisemita dei cattolici specie in Italia, in Francia, in Polonia e in Austria, non in Germania certo ereditato da un'antica posizione della Chiesa superata solo dal Concilio Vaticano II e dalla testimonianza e predicazione di papa Paolo VI e di papa Giovanni Paolo II. Certo per questo. Certo, se per questa evoluzione si dovesse pagare il prezzo di un rafforzamento della diffidenza della Santa Sede verso lo Stato d'Israele e di una accentuazione della sua politica filoaraba, si tratterebbe di un prezzo pagabile per la Chiesa; diverso sarebbe se stravolgendo l'insegnamento del Concilio Vaticano II, di papa Paolo VI e di papa Giovanni Paolo II si pagasse il prezzo di una reviviscenza del tradizionale antisemitismo cattolico. Ma forse una nuova era è iniziata per la vita della Chiesa, dell'Europa e della storia dell'umanità.

La Stampa 4.12.06
INTERVISTA A MICHEL ONFRAY
"La filosofia antica? Un grande complotto"
Il filosofo francese Michel Onfray ha fatto molto discutere un anno fa con il suo Trattato di ateologia. Ora pubblica, sempre da Fazi, Le saggezze antiche
di Mario Baudino


Un libro-denuncia dello studioso francese:
"I presocratici massacrati dal potere cristiano"

La storia della filosofia è una sorta di arte della guerra. Anzi, una guerra vera e propria per imporre tesi, per sostanziare una serie di «menzogne senza autore». È venuto il momento di scrivere una «controstoria», annuncia Michel Onfray, il filosofo francese diventato l’alfiere dell’ateismo dopo l’enorme successo del suo Trattato di ateologia. E comincia a dispiegare il suo esercito, pubblicandone i primi volumi. Due sono giù usciti in Francia; quello d’esordio, titolo Le saggezze antiche, è da poco in libreria edito da Fazi. Gli eroi, qui, non sono Platone o Aristotele ma Democrito, Diogene, Aristippo, Epicuro e tanti altri che nelle scuole di ogni ordine e grado quando va bene penetrano a fatica. Come fantasmi.

Riassumiamo, professore. La filosofia antica è stata falsificata dalla tradizione occidentale, idealistica e cristiana?
«Non direi falsificata, quanto piuttosto scritta con una sorta di pregiudizio: e cioè che non c’è vera, sana, pura filosofia al di fuori dell’idealismo, dello spiritualismo, della cristianità. Tutto ciò che è compatibile con la visione cristiana del mondo, dalle idee platoniche al dubbio sistematico che però risparmia la religione cattolica in Cartesio, ebbene, è consacrato come filosofia degna di questo nome. Al contrario non si ritiene di doversi troppo attardare con chi afferma che il mondo è composto di sola materia, quindi di atomi, come fanno Leucippo e Democrito, o con chi difende la verità delle sensazioni - Epicuro e i suoi seguaci - o ancora con chi, come i sofisti, insegna il relativismo, e infine con tutti coloro che celebrano il piacere, il desiderio, i corpi, le passioni - Aristippo e i cirenaici - o rivendicano la libertà totale - Diogene e i cinici».

Pensa a una deliberata rimozione?
«Il canone filosofico dominante ha stabilito che un certo pensiero era “maggiore”, e un altro “minore”. Così venticinque secoli di cosiddetta filosofia minore sono stati scartati, dimenticati, ignorati, distrutti, bloccati. Il cantiere che ho aperto con questa mia opera, di cui prevedo otto tomi, vuole fare la storia di un continente perduto».

Cerca un messaggio dimenticato?
«Sì: la celebrazione della vita, del corpo, della carne, dei piaceri, dei desideri, delle passioni, delle donne, del vino, dell’amicizia, della buona tavola, della filosofia insomma. Tutto ciò che viene esecrato dal cristianesimo»

Che lei indica come l’ovvio colpevole.
«Per essere precisi il colpevole è il potere cristiano, che, con Costantino, a partire dal quarto secolo della nostra era, ha distrutto la filosofia antica ritenuta incompatibile col cristianesimo, perseguitato i filosofi, vietato l’insegnamento, chiuse le scuole, bruciato le biblioteche, distrutto i manoscritti, falsificato le copie. Un massacro, continuato da Giustiniano e Teodosio».

Con successo? La sua stessa tesi dimostrerebbe che quel messaggio non è del tutto sparito.
«È scomparso l’essenziale: dei trecento libri di Epicuro, ad esempio, non ci restano che tre lettere, meno di trenta pagine, e qualche massima salvata dalla distruzione. E che cosa resta delle opere di Diogene? Niente. Di Aristippo? Niente. Di Leucippo? Niente. Certi storici della filosofia arrivano ad affermare che costoro non hanno scritto nulla, confondendo così un’opera distrutta con l’assenza di opere».

Il professor Giovanni Reale ha avviato un imponente lavoro sulla filosofia antica, sostenendo una tesi simile e contraria alla sua: e cioè che la cultura comunista avrebbe ostacolato, da noi, una corretta lettura dei presocratici. Curiosa coincidenza, non le pare?
«È innegabile che i marxisti abbiano recuperato i materialisti e gli atomisti antichi, come Leucippo, Democrito, Epicuro: ma le modalità con cui l’hanno fatto sono dannose quanto l’approccio idealista e cristiano. Da parte mia, mi sento di condannare in egual misura gli uni e gli altri».

domenica 3 dicembre 2006

l'Unità 3.12.06
STORIA Al convegno del Gramsci sull’anno indimenticabile, a confronto l’impostazione «realistica» con quella «controfattuale». Ovvero: era fatale quel rilancio della guerra fredda o potevano passare altre scelte?
Il ’56 del Pci: un passo avanti e uno indietro dentro Yalta
di Bruno Gravagnuolo


Convegno su due piani quello del Gramsci a Roma ieri e ieri l’altro, alla sala Igea dell’Enciclopedia Italiana: Il sistema della guerra fredda e il ’56. Intersecati e distinti, ma con prevalenza della cornice internazionale. Infatti fin dal titolo l’invito era a riflettere sul 1956 come «anno globale». Di riassestamento delle relazioni mondiali. Al cui interno si spiegano anche Togliatti e le sue scelte. Con tentativo di spostamento in avanti dell’identità del Pci. Verso approdi che reggono per venti anni, sino all’Eurocomunismo di Berlinguer. Tre le domande che aleggiavano. Che mappa del mondo ci consegna il 1956? Da dove venne il terremoto? E potevano andare diversamente le cose, senza carri armati in Ungheria, con un diverso equilibrio di potenze e magari con un «altro» Pci?
A rispondere, due dei maggiori storici della guerra fredda: l’inglese Odd Arne Westad, direttore del Journal of Cold War studies, e l’americano Mark Kramer, direttore di Cold War Studies. E per la parte italiana, a parte Fabio Bettanin alle prese con l’Europa Orientale, c’erano Carlo Spagnolo, Roberto Gualtieri, oltre a Silvio Pons, direttore del Gramsci e curatore con Robert Service del recente Dizionario del Comunismo Einaudi. Tra le altre presenze, Pal Germuska dall’Ungheria, Stefano Bottoni, Marco Galeazzi, Mario Del Pero e il francese Marc Lazar. Alla fine, con il messaggio di apprezzamento di Fassino, c’è stato anche il fuori programma di Claudio Petruccioli, presidente della Rai, già dirigente del Pci e segretario Fgci, entrato nel Pci qualche anno dopo il 1956. Che ha raccontato la «sua» Ungheria: «Ero a manifestare contro i carri a 15 anni, poi mi ritrovai nel Pci quando l’Urss non era più un’ossessione o un problema, perché volevo stare a sinistra mentre il Psi si avviava al governo con la Dc». E ancora: «Ponomariov chiese a me e Occhetto: “perché non mandate mai i vostri quadri alle nostre scuole di partito?” E Occhetto replicò: “perché tornano con la testa confusa”».
Bene, ma quali le risposte del convegno ai quesiti generali? Risposte «real-politiker», sia negli stranieri che negli italiani. E cioè, il 1956 viene dalla «destalinizzazione», ineludibile per l’Urss che gioca da attore globale in un mondo sempre più largo e interdipendente. E che deve respirare, dopo Stalin e dopo la liberazione di milioni di «testimoni» internati nei campi. Di qui il XX congresso che, dice Bettanin, ebbe «esiti imprevedibili per la stessa leadership sovietica», attraversata dalla lotta di potere. Accenti consimili in Westad e Kramer. La dilatazione del ruolo sovietico nell’era post staliniana genera «il fantasma della disgregazione». E, sebbene imprevedibile nei suoi esiti, la stretta fu fatale, per conservare il sistema. In parallelo gli Usa ratificano la «seconda fase della guerra fredda», subentrando agli anglo-francesi in Medioriente. I non-allineati? Non pesano granché. Quanto al Pci, subisce la denuncia dei crimini di Stalin e abbozza risposte: policentrismo, vie nazionali, critica alle degenerazioni oltre il culto della personalità (Togliatti). Ma poi - dice Spagnolo - vince l’angoscia del «nemico». Con la Polonia e ancor più con l’Ungheria. Vince l’Urss, che non accetta policentrismo e parità di relazioni tra i Pc, ma al più «relazioni bilaterali» dentro un «campo» a guida sovietica. Così il Pci rifluisce, anche se innova nella sua cultura politica e nel suo autonomismo. La prova? Lo scontro Pci-Pcf, col Pci che vuol condannare la prima invasione a Budapest (quella del 23-10) e i francesi che tengono duro contro tutta la «controrivoluzione» magiara. Un’altra linea Pci sul 56? Impossibile per Spagnolo, in quell’Italia anticomunista di allora e con quel Pci. E per Gualtieri addirittura il 1956 non fu vero spartiacque, né «occasione mancata». Il Pci era quello, comunque comunista, e andò persino avanti. Mentre anche la Dc si acconciava al nuovo bipolarismo. Giudizio fatalista, ci pare, chiuso a ogni «controfattualità» (e lo notavano anche Pons e Lazar). Perché invece nel Pci c’erano tutte le premesse per una linea magari «titoista», tipo Praga 1968. Mentre Togliatti caldeggiò i carri armati. Se non lo avesse fatto la storia italiana, almeno quella, sarebbe stata senz’altro diversa.


il manifesto 3.12.06
Ciascuno di noi condivide con qualsiasi altro essere umano un antenato comune vissuto circa tremila anni fa. Siamo davvero tutti cugini...
Ognuno di noi è una razza a sé
di Telmo Piovani


Quel che emerge prepotentemente dai nuovi dati è che la diversità umana si gioca in larga misura fra individui e in piccola parte fra popolazioni. Il che toglie altra acqua al mulino di chi sostiene le differenze genetiche a base razziale Pochi giorni fa su «Nature» una scoperta relativa alla struttura generale del genoma umano e alla complessità della sua variazione. Qualche dubbio, però, sulla differenza fra le etnie esaminate, visto che il campi

Il vizio di suddividere la specie umana in razze usando la biologia, e da qualche anno perlustrando i recessi molecolari del genoma, resiste strenuamente nonostante le ripetute sconfitte collezionate sul piano sperimentale. Il tenace attaccamento a un concetto vuoto - che è costato ad alcuni genetisti l'accusa di aver rimosso le razze umane soltanto per motivi politically correct - trascina la scienza nell'arena del dibattito politico e alimenta una storia piena di colpi di scena.
È di pochi giorni fa la notizia, apparsa sulla rivista Nature, di nuove scoperte nel campo degli studi sulla variazione genetica umana riscontrata fra individui appartenenti a popolazioni diverse del globo. Questa volta i dati comparativi non riguardano le differenze fra geni presi a caso, ma le differenze fra il numero di copie di sequenze di Dna presenti nei genomi di individui diversi. Gli scopritori sottolineano con una certa enfasi di aver trovato una «marcata variazione nel numero di copie fra le popolazioni umane». E il dibattito si riapre. Dobbiamo intendere questa importante scoperta come un segnale di speranza per le tanto vituperate, e tanto attraenti, «razze umane»? L'articolo di Nature, dal titolo «Global variation in copy number in the human genome», è firmato da quarantatre ricercatori appartenenti a tredici istituzioni scientifiche sparse fra Nordamerica, Europa e Giappone. La prima mappa globale del genoma umano basata sulla variazione nel numero di copie di sequenze è stata realizzata esaminando il corredo genetico di duecentosettanta individui provenienti da popolazioni europee, africane e asiatiche. Il dato più impressionante è che circa il dodici per cento del genoma è costituito da regioni di Dna che presentano variazioni nel numero di copie di sequenze.
Paradossi dell'evoluzione
Fra le molteplici mutazioni che possono interessare il genoma delle specie ve ne sono alcune che non modificano in singoli punti le sequenze del Dna, bensì ne alterano la lunghezza. Delezioni, inserzioni, duplicazioni e altri meccanismi possono cioè aggiungere o togliere materiale genetico da una certa regione del genoma. Si tratta di «polimorfismi» nel numero di copie dei segmenti di Dna, che influenzano poi l'espressione dei geni e la fisiologia di un organismo.
Queste mutazioni spesso sono pericolose per l'individuo, soprattutto le delezioni, perché alterano le sequenze di basi dei geni, ne pregiudicano la regolazione e causano malattie anche molto gravi. Ma il paradosso dell'evoluzione è che le mutazioni sono anche la materia prima del cambiamento, perché in presenza di una certa pressione selettiva da parte dell'ambiente una minoranza di esse potrebbe rivelarsi utile alla sopravvivenza e favorire i suoi portatori. Non solo, le duplicazioni di geni producono quella ridondanza di sequenze a cui la selezione naturale può attingere per insegnare nuovi trucchi a vecchi geni.
Un primo significato della scoperta, forse il più importante, riguarda dunque la struttura generale del genoma umano e la complessità della sua variazione. Gli scienziati hanno individuato millequattrocentoquarantasette regioni discrete di Dna con variazioni di lunghezza. Queste regioni stanno preferibilmente al di fuori dei geni e delle zone più conservatrici del genoma, che sono connesse a funzioni vitali per le quali una mutazione di lunghezza sarebbe altamente deleteria, ma in quel dodici per cento di genoma variabile per lunghezza sono inclusi comunque centinaia di geni e di altri elementi funzionali. I dati suggeriscono una conclusione sorprendente: forse il grosso della diversità genetica umana non è dovuto a mutazioni puntiformi di singole basi, ma alla presenza o assenza di più lunghi segmenti di genoma.
Gli autori dell'articolo sono riusciti a identificare quali tipi di funzione assolvono i geni che sono interessati dalla presenza di queste regioni mutevoli. Hanno così scoperto che i geni più propensi a duplicarsi sono quelli che si occupano dell'adesione cellulare, dell'olfatto e dei processi neurofisiologici. Al contrario, i geni meno esposti a duplicazione sono quelli coinvolti nelle comunicazioni fra cellule durante lo sviluppo e nella divisione cellulare: è la prova che esiste una forte selezione negativa contro le variazioni di geni che modulano i processi di sviluppo e che controllano la proliferazione cellulare. Una seconda implicazione della scoperta riguarda quindi il ruolo di queste regioni variabili nell'insorgenza di malattie.
Gli autori mostrano come le variazioni di lunghezza nelle sequenze geniche potrebbero essere coinvolte non soltanto in alcune malattie ereditarie rare, come si è pensato finora, ma in una gamma più ampia di patologie che coinvolgono più geni e interazioni complesse fra geni e ambiente. Si tratta insomma di una forma di variazione genetica cruciale, probabilmente sottostimata finora, distribuita lungo tutto il genoma e con vaste influenze sulle caratteristiche degli individui.
Qualche dubbio sulla portata di questa mappa di variazioni umane emerge invece quando passiamo alle differenze fra le etnie esaminate. Il campione utilizzato è piuttosto ristretto, solo quattro popolazioni, selezionate per massimizzare le differenze fra continenti: le linee cellulari provengono da novanta Yoruba della Nigeria, da novanta mormoni di origine europea dello Utah, da quarantacinque giapponesi di Tokyo e da quarantacinque cinesi Han di Pechino. Il dato riguardante la variazione genetica umana fra popolazioni, letta in termini di numero di copie di sequenze di Dna, è dunque molto interlocutorio. Dalle comparazioni descritte nell'articolo emerge che circa l'undici per cento della variazione nel numero di copie si presenta fra popolazioni diverse, mentre il rimanente ottantanove per cento dipende da variazioni individuali all'interno di ciascuna popolazione.
Come dobbiamo interpretare questo dato? Non significa ovviamente che fra popoli diversi vi sia una differenza genetica pari all'unidici per cento dell'intero genoma. Adesso sappiamo, piuttosto, che fra i genomi di due individui qualsiasi possono esserci milioni di basi di differenza in più o in meno. Finora la varianza genetica fra popolazioni era stata calcolata comparando i geni e misurando le differenze nelle sequenze. Qui invece si misura non tanto la variabilità nella composizione delle sequenze, quanto la variabilità nella loro lunghezza. In sostanza, è possibile che fra me e un mio vicino di casa le sequenze di basi siano molto simili, ma che il numero delle loro copie sia diverso. Che dire invece delle differenze fra un europeo e un aborigeno australiano?
Il genetista di Harvard Richard Lewontin scopriva già nel 1972 che ogni essere umano, qualsiasi sia la sua provenienza, deve l'ottantacinque per cento della sua variabilità genetica alle peculiarità individuali, mentre il restante quindici per cento soltanto è dovuto all'appartenenza a popolazioni diverse. Si trattava di un'evidenza schiacciante contro qualsiasi tentativo di fondare geneticamente una differenza «razziale» fra gli esseri umani.
L'intuizione di Lewontin fu poi suffragata da un'appassionante sequela di scoperte evoluzionistiche. La teoria dell'origine africana recente di Homo sapiens ha accumulato una tale mole di prove archeologiche e molecolari che possiamo ormai ritenerla assodata. L'intera umanità attuale è figlia di un piccolo manipolo di sapiens originatisi in Africa intorno a ducentomila anni fa e poi migrati, forse attraverso ondate successive a partire da centomila anni fa circa, in tutto il resto del mondo. Cade pertanto l'ipotesi cosiddetta «multiregionale», secondo cui i ceppi di popolamento sapiens nei diversi continenti sarebbero stati i discendenti della diaspora molto più antica di Homo erectus. In quel caso le «razze» umane avrebbero avuto una storia di un milione e mezzo di anni alle spalle e dunque qualche ragione (biologica) di esistere in quanto varietà geografiche antichissime o addirittura sotto-specie. Oggi sappiamo invece che la storia naturale dell'umanità non ha seguito un percorso così lineare. Fino a pochissimo tempo fa su questo pianeta esistevano almeno tre specie umane contemporaneamente, forse quattro. Quando sapiens esce dall'Africa incontra i discendenti di una diaspora più antica, cominciata 1,8 milioni di anni prima per opera di Homo ergaster. Fino a poco meno di trentamilamila anni fa condividono il Medio oriente e l'Europa con l'Uomo di Neanderthal. I sapiens condividono inoltre l'estremo oriente con gli erectus e incrociano sull'isola di Flores, in Indonesia, quello che molto probabilmente fu un discendente di piccole dimensioni di erectus, Homo floresiensis, annunciato con grande sorpresa nel 2004 ed estintosi a quanto pare soltanto diciottomila anni fa. Le comparazioni genetiche sempre più precise sviluppate dagli antropologi molecolari - come quelle di Svante Paabo sui neanderthal, l'ultima delle quali è terminata nel settembre 2006 - hanno contribuito a dimostrare la separazione di specie fra sapiens e neanderthal.
I confini di un pregiudizio
In questa storia le «razze» trovano poco spazio. Esse si formano all'interno di una specie quando processi di isolamento geografico prolungato, o indotto per selezione artificiale come nei cani e nei cavalli, sedimentano divergenze genetiche sensibili fra i gruppi. I dati molecolari attestano che le differenze fra i popoli della Terra risalgono soltanto a qualche decina di migliaia di anni. Non c'è stato il tempo materiale perché si formassero «razze». Inoltre, la specie umana da quando è nata ha mostrato una spiccata tendenza alla migrazione, all'ibridazione, in breve al rimescolamento dei geni. Se anche fosse iniziato un processo di differenziazione razziale, sarebbe stato ben presto vanificato da questo continuo flusso genico. Ecco perché la diversità genetica umana è distribuita in modo continuo su tutti i continenti - e in misura un po' maggiore nella nostra culla africana che conserva le variazioni più antiche - e non presenta «grappoli» di variazioni genetiche riconducibili con certezza a razze umane.
Essendo Homo sapiens una specie giovane, discendente da un gruppo africano iniziale ristretto, i sei miliardi e più di individui che la compongono oggi sono tutti strettamente imparentati fra loro. Secondo un calcolo di Douglas Rohde, ciascuno di noi condivide con qualsiasi altro essere umano un antenato comune vissuto circa tremila anni fa. Siamo davvero tutti cugini, più o meno alla lontana. Quindi in termini assoluti la variabilità genetica fra esseri umani è bassissima. Dentro questa ragnatela di fitte parentele e di scambi genetici, siamo però ognuno diverso dall'altro. «Tutti parenti, tutti differenti», come ha chiosato brillantemente l'antropologo André Langaney. Ed è proprio rincorrendo queste piccole differenze fra popolazioni che genetisti come Luca Cavalli Sforza sono riusciti negli anni a ripercorrere i grandi tracciati del popolamento umano sulla Terra, le migrazioni dei primi cacciatori raccoglitori, le espansioni degli agricoltori, i meticciati e le ibridazioni che annodano le radici di tutte le «civiltà» umane. Nel 2005 un gruppo coordinato da Cavalli Sforza ha proposto una correlazione sistematica fra la distanza geografica, calcolata tenendo conto delle barriere fisiche e dei corridoi di espansione, e la distanza genetica fra individui di regioni differenti.
In questo spicchio prezioso di diversità entrano allora in gioco le minuscole ma significative mutazioni differenti previste da Lewontin, che per l'ottantacinque per cento dobbiamo alla nostra storia individuale e per il quindici per cento alla nostra appartenenza a un particolare gruppo di nostri simili localizzato geograficamente o storicamente, e quindi soggetto a derive genetiche e a pressioni selettive particolari che generano le superficiali (e spesso ambigue) differenze antropometriche che illudono i nostri occhi: il colore della pelle e dei capelli, la fisionomia, la carnagione, la corporatura.
Ebbene, quelle percentuali erano ottenute comparando sequenze di geni o Dna non codificante. L'articolo di Nature aggiunge nuove informazioni, relative questa volta alle differenze nel numero di copie: il dato si attesta sull'ottantanove per cento per la variabilità all'interno delle popolazioni (cioè differenze che si riscontrano mediamente fra due individui della stessa popolazione) e sull'undici per cento per la variabilità fra popolazioni. Appartenere a due popolazioni diverse aumenta, mediamente, dell'undici per cento la probabilità di avere differenze genetiche di questo tipo. Quindi il dato è ancora più basso dei precedenti e toglie altra acqua al mulino dei sostenitori delle differenze genetiche a base razziale.
Parlare di «razze» ha dunque poco senso per la genetica umana, non per il nostro immaginario politically correct, ed è meglio attenersi al più corretto termine di «popolazione». La genetica medica può continuare benissimo a studiare le malattie tipiche di alcune «popolazioni» senza per questo riabilitare le razze. Il messaggio che emerge prepotentemente da queste scoperte è semmai quello della radicale unicità genetica del singolo individuo, da alcuni scienziati battezzata «individualità genomica». La diversità umana si gioca in larga misura fra individui e in piccola parte fra popolazioni.
Nonostante sia chiaro da decenni che si tratta di un costrutto sociale, il concetto infondato di razza biologica umana mantiene un fascino tutto particolare. Nel 2005 lo scienziato inglese Armand Marie Leroi ha riaperto la questione sul New York Times, sostenendo che le razze umane sono identificabili attraverso non meglio identificate mutazioni correlate: gli scienziati di sinistra le rifiutano soltanto per motivi politici. Sarà, ma nel frattempo i tentativi di resuscitare le razze per via medica non sembrano convincere.
L'attribuzione ai gruppi razziali di specifici complessi di geni, da cui dipenderebbero propensioni ben definite a sviluppare certe malattie, si scontra con l'evidenza empirica di una variabilità genetica umana distribuita in modo continuo nello spazio geografico e non per gruppi distinti. Che utilità può avere, a parte quella della propaganda commerciale, ricorrere a etichette razziali per progettare farmaci mirati su malattie la cui origine genetica è con molta più probabilità identificabile studiando le varianti individuali?
Questioni di evoluzione culturale
Come ha mostrato con efficacia e gradevolezza di stile il genetista Guido Barbujani nel suo ultimo libro, L'invenzione delle razze (Bompiani, 2006), né gli antropologi né i politici si sono mai messi d'accordo su una classificazione condivisa delle presunte razze umane: «a seconda del carattere considerato, variano il numero e la definizione delle razze». Da Linneo a Buffon, da Blumenbach a de Gobineau, fino a Carleton Coon negli anni sessanta del Novecento, ciascuno si è costruito la propria scala razziale su misura. Perfino le polizie di New York e di Londra, ancora oggi, per identificare i delinquenti usano tipologie razziali completamente diverse. Così i genetisti, se si mettono a osservare nel dettaglio quel quindici per cento o l'undici per cento di variazione fra continenti, notano che non vi è alcuna distribuzione coordinata di pacchetti di varianti fra le popolazioni: cambiando i tratti di Dna in esame cambiano completamente le mappe geografiche corrispondenti. Alla fine, come ha ironicamente concluso Pääbo, ogni individuo fa razza a sé.
Eppure alcuni scienziati americani tornano a sostenere tesi secondo cui «bisogna tener conto della razza per non buttar via soldi in farmaci inutili o in progetti scolastici destinati a fornire inutili vantaggi a chi è condannato dai propri geni a non farcela». Segno che le razze esistono, certo, ma come confini ben radicati nelle nostre teste e in quella sfera inventiva della natura umana che chiamiamo «evoluzione culturale» e che con i geni instaura un rapporto di parentela sì, ma non di obbedienza.

il manifesto 3.12.06
Il dio nascosto e il papa televisibile
di Roberta De Monticelli


Oscillando fra sociologia e filosofia «Babbo Natale, Gesù adulto» di Maurizio Ferraris si chiede «in cosa crede chi crede» oggi. Ma se il cristianesimo è «incredibile» oggi come ieri, perché lo sono le persone della Trinità, è lecito supporre che «credere» nel senso di avere opinioni e «credere» come atto di fede siano la stessa cosa?

Che strano libro, quest'ultimo di Maurizio Ferraris, Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede (Bompiani, pp. 151, euro 11). Non si capisce bene se sia serio o faceto, appassionato o scanzonato, teoretico o spensierato. È probabilmente tutto questo, e fa anche ridere - se si riesce a superare il disagio di ridere alle spalle di coloro che della vita hanno fatto dono senza condizioni, a imitazione dell'uomo il cui nome compare in questo titolo un po' trash e un po' natalizio. Ma forse anche loro ne riderebbero come ai film di Woody Allen, e cadrebbero dalle nuvole se gli dicessero che è di loro che si parla. Di passione ce n'è, in questo libro, una passione etica, addirittura. C'è lo sconcerto, condivisibile da molti, espresso in questi anni di fronte a quel «ritorno della religione» che è invece, propriamente, la strumentalizzazione politica della religione, la straordinaria pretesa che le leggi dello Stato debbano sancire «verità» accessibili soltanto alla ragione «illuminata dalla fede» (cito il pontefice). La tentazione, insomma, della «religione civile» - o meglio del ritorno alla potestas indirecta dell'istituzione religiosa sulle decisioni politiche. Una tentazione che sembra aver affascinato alcuni uomini di Chiesa, ma anche parecchi uomini di mondo, i cosiddetti «atei devoti». E questo è un primo dubbio: con chi se la prende Ferraris, esattamente? Perché perfino ai suoi più alti livelli la Chiesa è ben lungi dall'unanimità su questo punto.
Qual è la tesi di questo libro? Non è facilissimo identificarla, a causa della continua oscillazione fra una questione sociologica (di fatto, in cosa credono quelli che si dichiarano cattolici oggi in Italia?) e una questione filosofica (di principio, in cosa è possibile credere?). C'è poi anche una questione storica: in cosa si può credere oggi, dato il nostro sapere scientifico e tecnologico, e date le strategie della ragione post-moderna, con il suo scetticismo e il suo relativismo? Allora, andiamo per ordine. Il sapere scientifico e tecnologico non cambia poi molto il quadro. Un Dio che si incarna e muore in croce è altrettanto poco credibile alla ragione antica che a quella moderna: e Ferraris non ha difficoltà ad ammetterlo. E quanto alla ragione post-moderna, condividiamo l'ironia dell'autore nei confronti di quei filosofi che oppongono l'esattezza al cuore e la verità (cosa precisa, dunque violenta, come la scienza) alla carità e alla solidarietà.
Veniamo alla tesi sociologica: in cosa crede chi crede oggi? Non nel Dio nascosto, di cui quasi nessuno sa più niente, ma nel Papa televisibile. Joseph de Maistre, secondo il quale il cattolico è tale non perché crede in Dio, ma perché ubbidisce al papa, s'è preso la sua rivincita. Qui però la sociologia finisce, e comincia la filosofia. Non poteva andare diversamente - se capiamo bene - perché non esiste un ambito dello spirito, di cui la fede possa vivere, diverso da quello del potere temporale. L'impostura è nell'incredibile che si dà per credibile, e questa è nel gene del cristianesimo.
Perché è questa, finalmente, la tesi filosofica. Il cristianesimo è incredibile, perché lo sono le tre persone della Trinità. Il Padre, perché se Dio non è una cosa è logicamente impossibile credervi. Il Figlio, perché la resurrezione è empiricamente implausibile. Lo Spirito Santo, perché nessuno ha mai capito cosa sia. Questa tesi presuppone evidentemente che «credere» nel senso di avere opinioni e magari opinioni giustificate, e «credere» nel senso dell'atto di fede, siano la stessa cosa. Ma è lecito presupporre senz'altro questa identità? Dato che Ferraris predilige i «vecchi credenti» ai nuovi, vediamocela con san Tommaso (d'Aquino). A differenza che in un sapere, in cui io credo in base all'evidenza dei motivi, l'intelletto del «credente» «è determinato non dalla ragione, ma dalla volontà». Vale a dire che l'assenso non è assolutamente «dovuto» (come lo è invece di fronte al dato, al vedere), ma è un atto libero, per eccellenza gratuito (in effetti, un dono della grazia, come si dice). Leviamoci subito di mezzo l'obiezione dell'altro Tommaso, quello che non ci crede se non ci mette il naso: come dice il suo grande omonimo, l'Aquinate, egli «altro vide, altro credette. Vide un uomo e confessò Dio». Questo per dire che nessuna prova empirica o fattuale potrebbe mai sostenere l'assenso a un «contenuto» spirituale, non più ieri che oggi («Beati quelli che pur non avendo visto crederanno»). E che cosa è un contenuto spirituale? Ecco, siccome questo della resurrezione sembra stare molto a cuore a Ferraris, come mai non gli è venuto in mente di verificare se un solo autore cristiano, Paolo compreso, abbia inteso la resurrezione di Gesù come il ritorno a un'esistenza biologica e spazio-temporale? «Infatti così fraintesa la resurrezione non potrebbe affatto essere la salvezza dell'esistenza umana che sta sotto l'incomprensibile (e soltanto sperata) disposizione di Dio» (Karl Rahner). La resurrezione di Gesù è tanto poco (da intendersi come) un fatto biologico nel tempo, quanto poco nel tempo è la creazione secondo Agostino, dal momento che il tempo è il modo d'essere di questo mondo. Ma se dico a Ferraris che, di conseguenza, credere nella resurrezione non rende affatto superflue le cure mediche o l'igiene, faccio la figura del professore che non capisce le battute di spirito, e così confermo la sua tesi che lo Spirito nessuno ha mai capito cosa sia.
Veniamo allora alla tesi logica. Non c'è entità senza identità, ma Dio non ha una condizione di identità afferrabile. E quindi credere in Dio non si può, perché una credenza senza oggetto non è una credenza. Ora, è ben vero che, sempre secondo Tommaso, Dio non è in alcuna delle categorie, vale a dire che la sua natura non è afferrabile in concetti umani. Ma siamo sicuri che l'obiezione logica regga? «Ciò che trascende le categorie disponibili» è una descrizione e dunque una condizione di identità (o di esistenza), e assumere che sia una descrizione vuota è un'altra petizione di principio. Questo concetto di trascendenza assoluta che il neoplatonismo greco lasciò in eredità alle teologie cosiddette del Libro è in effetti la loro molla anti-idolatrica, quella che dovrebbe sottrarre il divino alla presa delle mani umane, cioè di ogni forma di superstizione. A proposito: secondo il Vangelo di Giovanni è proprio il Risorto a dire «noli me tangere» alla povera Maddalena.
Ma infine: se l'atto di fede è libero e non dovuto, che cosa lo distingue dal puro arbitrio? Che cosa lo distingue da «una specie di formicolio», una vaga emozione? Io non credo si possa parlarne con competenza se non sulla base dell'esperienza in questione, che non è tuttavia un'esperienza di fatto, ma di valore. Tanto è vero che una distinzione molto più radicale che quella fra «credenti» e non «credenti» passa fra indifferenza e non indifferenza a questo valore. Sentirlo non è né una vaga emozione né pensare l'impensabile, ma vedere il mondo nella luce di questo valore: si può consentirvi, cioè riconoscerlo come fondamento della propria vita nel mondo (quindi anche del proprio pensiero), oppure non consentirvi, magari per onestissima diffidenza verso se stessi e il proprio sentire. Ferraris fa una domanda che attende risposte, e in questa misura è filosofo, e non dilettante. Ma forse ci insegna anche che lasciare all'indifferenza l'ultima parola sul divino è come parlare della bellezza senza aver mai avuto un'esperienza estetica.