l'Unità 7.11.06
Il Csm: «Indulto, il 90% dei processi rischia di finire nel nulla»
Per effetto della legge sull’indulto il 90% dei processi dei prossimi cinque anni sono con sentenze non eseguibili, dunque destinati a «finire nel nulla». Ma non spetta al Consiglio superiore della magistratura chiedere ai capi degli uffici giudiziari di mettere da parte i procedimenti coperti dall’indulto, puntando invece l’attenzione su quelli non coperti dallo sconto di pena. Questo il contenuto del parere che il Csm presenterà oggi al ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso del plenum straordinario. La bozza messa a punto dalla VI e dalla VII commissione del Csm è pronta, dopo che il Guardasigilli lo scorso settembre aveva chiesto ai componenti di Palazzo dei Marescialli di verificare la possibilità di indicare ai responsabili degli uffici giudiziari «criteri di priorità per la trattazione dei processi», privilegiando quelli non coperti dall’indulto. E proprio due settimane fa le due commissioni avevano ascoltato i procuratori generali e i presidenti di Corte d’Appello di Roma, Milano, Napoli, Palermo e Torino. In quell’occasione si era discusso proprio del problema della grande mole di sentenze non eseguibili nei processi coperti dall’indulto. Il documento mette in evidenza come davanti a questa questione l’organo di autogoverno non possa fare molto, visto che la precedenza nella trattazione di alcuni processi rispetto ad altri può essere stabilita soltanto dai responsabili degli uffici. Un’ipotesi per far fronte alla situazione potrebbe essere quella di un intervento del Parlamento. Infatti - come spiegano i consiglieri del Csm - in passato l’indulto è stato sempre accompagnato da un provvedimento di amnistia.
E contro l’indulto e i suoi effetti è tornato subito a tuonare Di Pietro: «Spiace continuare a fare la parte della Cassandra del centrosinistra, ma purtroppo siamo costretti a dire che avevamo ragione quando abbiamo avvertito dei pericoli a una decisione scellerata». Tutto questo, conclude il ministro delle Infrastrutture, richiede che i partiti dell’Unione di riuniscano «urgentemente per discutere di giustizia e per stilare un programma dettagliato su quello che il Governo e la maggioranza intendono fare nel prossimo futuro».
Corriere della Sera 7.11.06
L'allarme del Csm
«Indulto, a rischio il 90 per cento dei processi»
«L'indulto vanificherà il 90 per cento dei processi in corso. Nove sentenze di condanna su dieci saranno cioè non eseguibili». L'allarme viene dal Consiglio superiore della magistratura ed è contenuto nella bozza di risoluzione inviata al ministro della Giustizia Clemente Mastella, atteso oggi alla riunione straordinaria del plenum. Lo scorso settembre, all'indomani delle polemiche scaturite dalla nuova legge, era stato proprio il Guardasigilli a chiedere al Csm di stabilire «criteri di priorità nella trattazione dei processi». La sesta e settima commissione hanno ascoltato i procuratori generali e i presidenti delle corti d'Appello, giungendo alla conclusione che non è possibile indicare i procedimenti da privilegiare, e che una simile decisione spetta solo ai capi degli uffici. I consiglieri di Palazzo dei Marescialli ricordano che in passato è stato il Parlamento a sbloccare situazioni analoghe approvando un'amnistia.
Repubblica 7.11.06
"Nove processi su 10 finiranno nel nulla"
Indulto, allarme del Csm: "Sentenze azzerate". Oggi Mastella al plenum
Confermata la denuncia delle procure
Il ministro Di Pietro, contrario agli sconti, chiede un vertice urgente
Nel 2005 le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento
di Liana Milella
ROMA - Pessima sorpresa per Clemente Mastella al Csm. Oggi alle 15 il ministro della Giustizia approda a palazzo dei Marescialli per il suo primo incontro "di lavoro" dedicato all´organizzazione giudiziaria, ma trova sul tavolo un documento che non potrà fargli piacere e che già scatena la reazione polemica del ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro («Serve un vertice urgente sulla giustizia»). Sei pagine che parlano dell´indulto e dell´impatto che avrà nei tribunali e nelle corti d´appello d´Italia. Un documento che fotografa, con dati aggiornatissimi, le conseguenze sui processi dello sconto di pena di tre anni approvato a luglio. Dopo le polemiche di Napoli e lo scontro con i magistrati i dati del Csm confermano gli effetti devastanti dell´indulto.
Ecco le cifre fornite al Csm, giovedì 26 ottobre, dai capi degli uffici delle cinque città più grandi in Italia: a Roma il 90% dei processi si concluderanno con sentenze interamente coperte dall´indulto. Su 14.439 processi, solo 1.544 non si svolgeranno inutilmente. Lo hanno riferito al Consiglio il presidente della Corte d´appello Lo Turco e il pg Vecchione. Stessa situazione a Milano: in tribunale il 93% dei processi è coperto da indulto e su 6.143 processi se ne salvano 438. Va peggio davanti al gip dove ne viene falcidiato il 95% con 1.719 processi che sopravvivono su 33.275. Dati del presidente Grechi e del pg Blandini. A Torino si registra la percentuale in assoluto più alta, il 99 per cento. In corte di appello su circa diecimila processi restano solo 104 sono destinati a chiudersi con sentenze che non vengono azzerate dallo sconto di pena (dati del presidente Novità e del sostituto pg Beconi). I vertici giudiziari di Napoli Numeroso e Galgano forniscono una cifra complessiva: su 12.135 processi il 93% (11.153) è cancellato dall´indulto. Infine Palermo dove in primo grado viene "indultato" il 97% dei processi e il 94% in appello. Parola del presidente Rotolo e del pg Celesti.
I dati parlano da sé. Del resto, nel 2005, le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento. La relazione che i tre consiglieri del Csm (Ezia Maccora e Livio Pepino di Magistratura democratica, Luisa Napolitano di Unicost) hanno scritto e che domani sarà approvata per passare con urgenza al plenum prende atto dell´allarme documentato solo dieci giorni fa. Due considerazioni spiccano sulle altre: l´impossibilità per il Csm di emanare direttive per far celebrare prima degli altri i processi non coperti da indulto, e il mancato varo contestuale dell´amnistia. Il primo è, nei fatti, un "niet" a Mastella che un mese fa aveva chiesto al Csm se fosse possibile ordinare ai magistrati l´anticipo dei processi le cui condanne andavano al di là dei tre anni condonati dall´indulto. Il Consiglio risponde che un simile input «esula dai suoi compiti istituzionali». Il documento precisa che «il Csm non può dare né imporre criteri di priorità nel trattare i processi» perché non è mai avvenuto in passato. Solo i capi degli uffici, «e solo nell´ambito dell´organizzazione del lavoro», possono impartire direttive per privilegiare alcuni processi. È accaduto a Milano con la circolare del presidente Grechi.
Quanto all´amnistia Maccora, Pepino e Napolitano si limitano a un excursus storico. Nei 16 provvedimenti di clemenza varati durante la Prima Repubblica l´indulto (che cancella solo la pena) non è mai stato scisso dall´amnistia (che cancella anche il reato e quindi anche i processi). Non a caso, a indulto appena approvato, fu proprio il segretario dell´Anm Nello Rossi a chiedere subito «un´amnistia selettiva» per evitare l´inutile lavoro che ora i giudici si apprestano a fare. Un´amnistia oggi politicamente impossibile, mentre Di Pietro definisce «scellerata» la legge sull´indulto che, secondo lui, «ha messo in pericolo lo stato di diritto del nostro Paese».
Corriere della Sera 7.11.06
Il caso Napoli e il limite ignorato tra lecito e illecito
di Dacia Maraini
«Perché siete venuti? Cosa temete, cosa volete?» chiede Edipo ai cittadini accorsi allarmati davanti alla reggia. E il sacerdote risponde: «La tua città, Edipo, è una nave sbattuta dai marosi, non ce la fa a rialzare la prua dagli abissi della tempesta che ha il colore del sangue, e va morendo di infiniti morti. La dea che porta fuoco, la peste, l'assale e la contamina».
Anche da noi, anche in Italia c'è una città che va «morendo di infiniti morti». E non riesce a tirare su la prua dalla «tempesta che ha il colore del sangue». Cosa fare? A chi rivolgersi? C'è un colpevole per la rovina di Tebe? C'è qualcuno che senza saperlo porta in sé il seme del male? Nel mondo dei simboli tutto è lecito, anche paragonare la peste di Tebe alla peste che sta uccidendo Napoli. Malattia contagiosa fra l'altro, che ha in parte già colpito altre grandi e bellissime città del nostro Paese. Dove si nasconde l'arcano di tanta crudele volontà di morte? Ciascuno ha una risposta. Le colpe vengono date agli amministratori, ai politici, ai cittadini, ai magistrati. Tutti in qualche modo colpevoli di non fare abbastanza, e questo è certamente vero. Ma la radice dell'arbitrio dove nasce e dove va a conficcarsi? In quale colpa personale o collettiva?
Come un Edipo sicuro di sé, il nostro Paese sembra brancolare cieco, di fronte al grande tema della responsabilità. Da un delitto sono nati altri delitti, ma già dal primo è mancata la punizione esemplare. Il sentimento di giustizia è stato offeso e umiliato. La verità è stata negata. «L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe», dice Tiresia che vede tutto, nonostante sia cieco. L'irresponsabilità delle classi dirigenti comincia nel Sud d'Italia già nel dopoguerra, quando si è creduto di poter usare i criminali per ottenere voti e controllo del territorio. Si è chiuso prima un occhio e poi l'altro, in nome dell'anticomunismo, su chi faceva man bassa delle leggi in un'Italia che chiedeva giustizia e veniva messa a tacere con permessi di costruzione fuorilegge, speculazioni di ogni genere, rapine del territorio. Una certa presenza di criminali è fisiologica in una metropoli. Ma quando questi criminali allacciano rapporti vischiosi con la politica, la città viene attaccata dalla peste, proprio come Tebe.
La proposta più onesta, anche se drastica, ma necessaria in questo momento così drammatico, sarebbe concludere un patto fra tutti i partiti, fra tutti gli amministratori: che escludano sistematicamente coloro che sono stati o sono tutt'ora accusati di collusioni con la mafia o con la 'ndrangheta. Il vizio sta proprio in quel sottile limite fra lecito e non lecito che con troppa disinvoltura si è pensato di potere tollerare. Troppi scambi, troppe intese sotterranee, troppe intelligenze con chi fa soldi a palate sulla pelle dei cittadini. Il garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la certezza che un uomo ha contrattato con le forze più brutali del Paese. Nel frattempo avanzano gli indulti, la legge perdona, accondiscende, dimentica. La città di Tebe, racconta Sofocle, si è ammalata perché ha chiuso gli occhi, perché non ha saputo né voluto vedere le responsabilità di chi l'ha governata per decenni, diventando di fatto connivente con un modo di vita che disprezza la legalità, denigra lo Stato, umilia la verità.
«L'uccisore che cerchi sei tu», dice tristemente Tiresia a Edipo che si infuria: «Come osa accusarmi, io che ho fatto di tutto, ho versato infinite lacrime e amo follemente la mia città?». Ma non si tratta di lacrime. «Verranno alla luce altre sciagure non volute dal caso, ma dall'uomo —, dice saggiamente un testimone a Edipo —. Sono queste le cose che danno più dolore: le sciagure che l'uomo vuole infliggersi da sé».
Nel Sud fin dal dopoguerra classi dirigenti irresponsabili si sono alleate con i criminali
Repubblica 7.11.06
Castellitto: "Io, maestro di strada"
Nel cast del "Professore" Luisa Ranieri e Peppe Lanzetta. "Bisogna salvare la città, merita rispetto"
Perché noi dello spettacolo offriamo ai ragazzi l'idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall'"Isola dei famosi"?
Strana sensazione girare un film sull'emergenza Napoli in piena emergenza
Nonostante il degrado si respira bellezza. Fa male
di Silvia Fumarola
NAPOLI - Il set è nel cuore della città assediata. Corso Garibaldi stazione della Circumvesuviana. Via vai di passeggeri frettolosi, facce stanche. «Non qui, per favore, spostatevi dietro, muovetevi normalmente» urla l´assistente. «Che film è?» chiede un signore con la busta di plastica in mano. «Un film con Sergio Castellitto». «Complimenti». Si ferma dietro al monitor, per sbirciare la scena. Come lui, tanti altri. Si forma una piccola folla rispettosa. «Se a Roma c´è un set» racconta divertito Castellitto «il romano si sente invaso: "Chi v´ha dato il permesso?", "Adesso dove parcheggiamo?". A Napoli, nonostante tutto quello che succede, sono disciplinati, affettuosissimi». Nel film di Maurizio Zaccaro, Il professore, che sta girando in questi giorni e che andrà in onda a primavera su Canale 5, interpreta Pietro Filodomini, un insegnante che sceglie di stare dalla parte degli ultimi. Giacca di velluto a coste, mescolato tra i viaggiatori, accompagna una ragazzina al pullman che la porterà verso una nuova vita: lontano dalla camorra che la vuole prostituta, schiava per sempre. Lei mangia una sfogliatella: «Ma queste le trovo a Rimini?». Lui accenna un sorriso. «Non telefonare mai, capito? Non scrivere. Ci faremo vivi noi. Non devono trovarti». La bacia sulla fronte, lei sale, prende posto, le guance rigate dalle lacrime. Saluta con la mano, come se accarezzasse il finestrino. «È una strana sensazione girare un film sull´emergenza Napoli mentre Napoli è in emergenza. Perché l´alta velocità ti porta qui in un un´ora e venti, qui: il Terzo mondo. È ingiusto, questa città meravigliosa merita rispetto. Ovunque, nonostante sporcizia e degrado, si respira la bellezza. Fa ancora più male. Ho sentito un´intervista al professor Marco Rossi Doria, a cui, in qualche modo, il mio personaggio s´ispira: "Non si può pensare di salvare questo paese se non si salva Napoli". È vero, bisogna salvare Napoli, adesso. Siamo nel cuore dell´Europa, a due ore da Parigi, ma questa città sembra Chicago nei film in bianco nero degli anni 40».
Eppure i colori sono abbaglianti quando il tassista, rassegnato ma premuroso, intrappolato in un ingorgo infernale, ti chiede di dirgli con precisione dove vai «perché è meglio non andarsene in giro»; quando spiega che «la corsia preferenziale, vedete?, è tutta intasata dalle macchine, perché i vigili capiscono subito chi guida e non lo fermano proprio, hanno paura di essere sparati». Passando per Corso Umberto, su un cumulo d´immondizia, è posato trionfalmente un materasso matrimoniale. Lungo la Marina, al semaforo rosso, giri lo sguardo su un´aiuola spartitraffico: buste di plastica, stracci. Si muove una massa informe. Un plaid copre un barbone: tre, quattro topi gli camminano addosso. Sgrani gli occhi. «Li vede anche lei?». Sì, il tassista li vede. I topi ora sono diventati otto. «Che volete fare? Ce ne sono tanti».
«Girando un film qui, non si può fare finta di niente» riflette Castellitto «abbiamo portato la macchina da presa a Rione Sanità, a 200 metri dal set un ragazzo è stato ucciso per un regolamento di conti. Sì, "regolamento di conti", come nel Far West. Mi hanno stretto la mano: "Grazie di essere venuto in questo condominio abbandonato da tutti". Quando parlo coi napoletani perbene, e sono tanti, mi spiegano che l´ansia è diventata un affare quotidiano. Sembra di essere a Beirut. Senti quelli della troupe che telefonano: "Sei a arrivato a casa? Tutto bene?". Il professore, anche per lo stile asciutto con cui Zaccaro gira, con la macchina in spalla, fotografa la realtà. Nel cast con gli attori - Luisa Ranieri Pietra Montecorvino, Peppe Lanzetta, Donatella Finocchiaro, ndr - ci sono sette ragazzini presi dalla strada. Hanno negli occhi un´autenticità che ti spiazza. Sento già che avrò nostalgia di loro. Un film così, anche se andrà in onda su Canale 5, è servizio pubblico: per questo vorrei fare un appello a Mediaset, chiedere di non massacrarlo con gli spot, ma di interromperlo in modo diverso, magari in due blocchi, primo e secondo tempo. Sarebbe bello inaugurare un nuovo modo di programmare la fiction che affronta temi civili».
«La cartolina dal terrazzo dell´hotel che mi ospita - Capri, la penisola sorrentina, Castel dell´Ovo - toglie il fiato» sospira l´attore «c´è pure la luna: ma il controcampo sono i morti, le sirene della polizia, la miseria, i motorini che sfrecciano. Ha visto? Qui nessuno porta il casco. Ho chiesto perché. Mi hanno risposto: "Il casco lo portano i killer". Lo so che un film è una goccia nel mare, il professor Pietro mi ricorda l´acchiappatore nella segale del Giovane Holden, s´impegna a fare qualcosa che forse è una pazzia: prende per la collottola questi ragazzini sull´orlo del precipizio. Si fa carico. Non voglio perdere l´occasione, voglio parlare con loro, devono sapere che va ristabilito il rispetto delle regole, la legalità. Altrimenti restano prigionieri della sindrome del neorealismo. Li prendiamo dalla strada e li lasciamo dove li abbiamo trovati, invece anche un film può essere un percorso di crescita. Forse è un desiderio catartico, in fondo cosa facciamo noi dello spettacolo? Gli offriamo l´idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall´Isola dei famosi. Non sono per un intrattenimento doloroso, ma il limite non ce l´abbiamo più».
Scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, prodotto da Grundy, Il professore racconta la battaglia di un insegnante per portare la classe fino alla terza media. Ogni anno, in provincia di Napoli, quasi diecimila studenti abbandonano la scuola. Nel migliore dei casi scelgono il lavoro nero; nel peggiore, vengono arruolati dalla microcriminalità. «Ho girato Don Milani», continua Castellitto «e mi rendo conto, dolorosamente, che i ragazzi abbandonati del Mugello li ritrovo qui, quarant´anni dopo. Le scene della scuola le abbiamo ambientate alla Sanità, nella comunità La Tenda, dove i volontari sono al fianco delle madri per strappare i figli dall´eroina. A Napoli si fa la fila per andare a prendere la dose nei condomini. Non è accettabile. Poi c´è il fatalismo dei napoletani. Come si può non essere travolti dall´ansia, dalla voglia di andarsene? Qui non c´è lo Stato, mi dispiace, ormai c´è un altro Stato: quello che ti protegge il negozio e ti presta i soldi a strozzo. Qualcuno, del vero Stato, deve rispondere. Non dividiamo l´Italia, è una».
L´autista Alberto, che lo scorta ovunque, cita san Paolo: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia». Il camper è nel garage, a due passi dal set. I ragazzi della troupe vigilano. «Aspetti qui che arrivi la macchina, non esca». Lo spiazzo è buio, a terra qualcuno si è già preparato un letto di fortuna, protetto dai cassonetti, tra i topi e i cani.
l'Unità 7.11.06
Mussi: «L’Italia ha bisogno di una sinistra legata al socialismo europeo»
«Il futuro della sinistra non è dentro il Partito democratico» dice Fabio Mussi, ministro dell'Università ed esponente della sinistra dei Ds: «È impensabile che la sinistra possa guardare al suo futuro priva di un grande partito di sinistra di ispirazione socialista. È una bizzarria. Io penso ad una sinistra che si riunifica, ma sotto le bandiere di un' idea non minoritaria, collegata alle grandi forze europee mondiali e non a forze marginali. Questo è fondamentale. L'Italia ha bisogno di una grande forza di sinistra collegata al socialismo europeo. Io penso ad una variante più di sinistra, più radicale di tanti partiti socialisti democratici europei ed arricchita di esperienze dal femminismo all'ambientalismo che nascono fuori dalla tradizione socialista».
E a Angius risponde: «La federazione riformista c'è già. È già stata fatta un paio di anni fa. È stata solennemente costituita e mai riunita. Gavino Angius dovrebbe chiedersi il perché».
Angius: «Il Pd dovrebbe unire nuove culture politiche. Dimenticate a Orvieto»
«Veltroni dice che si è smarrito il senso del progetto originario dell'Ulivo. Sono d'accordo: quel progetto voleva l'aggregazione non solo di Ds e Dl, non solo di componenti ampie della società civile, ma anche di correnti importanti del socialismo, dell'ambientalismo, del femminismo, senza contare i Radicali». Lo afferma Gavino Angius, senatore dei Ds e vicepresidente dell'assemblea di Palazzo Madama. «Il progetto originario dell'Ulivo - aggiunge - è andato smarrendosi in questi anni: radicali e Sdi sono andati per conto loro, i Verdi sono stati abbandonati a se stessi, Di Pietro si è messo da solo: l'Ulivo ha perso pezzi. Ma se si vuole fare un partito nuovo, allora bisogna recuperare Di Pietro e i socialisti, e consentire alle nuove culture della non violenza, dell'ambientalismo, del femminismo, di potersi riconoscere in questo nuovo partito. Ma ad Orvieto non ho neppure sentito nominarle. O il Partito democratico nasce come qualcosa di nuovo che comprenda anche queste nuove culture, oppure siamo di fronte ad una vera involuzione».
Quant’è leggero il Partito democratico
di Massimo Brutti
«Una moderna forza riformista nel Partito del socialismo europeo». Così abbiamo intitolato il documento redatto da un gruppo di iscritti, di parlamentari e dirigenti dei Ds, per aprire e sollecitare una discussione politica, senza rinvii, sui nodi che saranno al centro del congresso. È una discussione necessaria. Perché essa si allarghi, perché assuma un significato vero e serio, dobbiamo tenerla saldamente ancorata alla vita del paese, alle domande di cambiamento e di giustizia sociale che si manifestano con forza in Italia dopo la sconfitta del berlusconismo.
Le immagini della manifestazione di sabato contro la precarietà del lavoro, contro le leggi volute dalla destra ed ancora vigenti sull’immigrazione e sulla scuola, dimostrano quanto sia forte e diffusa l'aspirazione al cambiamento. Quei giovani chiedono riforme, chiedono un'azione di governo ed un sistema di regole che valgano a rafforzare i diritti, a far progredire la scuola e la ricerca, a rendere più stabili i rapporti di lavoro, assicurando così la libertà e le scelte di vita di chi è appena entrato o aspira ad entrare nel mercato del lavoro ed è penalizzato dall'incertezza. È possibile produrre innovazioni reali, presto, su questo terreno? Come si estende l'area dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato? Quali politiche intraprendere, perché questa estensione si attui davvero, in modo tale da giovare ai lavoratori ed alle imprese? Tocca a noi, tocca ai riformisti rispondere a queste domande, offrire strumenti politici concreti. Non lasciamo che sia la sinistra radicale a rappresentare quei tanti giovani che sfilavano sabato e che sono nostri elettori. Essi si aspettano che i Ds e l'Ulivo stiano al loro fianco. Se questo è vero, allora, lo strumento politico che costruiamo ha un'importanza fondamentale
Le parole-chiave del documento che abbiamo sottoscritto sono «riformismo» e «socialismo».
Siamo convinti della loro attualità. Io credo che dalle idealità del socialismo, dalla sua tradizione, in questi anni arricchita da culture nuove come quella ambientalista o come il pensiero femminile, possa venire una risposta moderna e positiva all'appello che ci hanno lanciato i giovani a Roma. L'obiettivo è vincere la precarietà, e più in generale lavorare per rimuovere gli ostacoli sul cammino dell'uguaglianza. Non è questa l'antica e fondamentale sfida per cui vive la sinistra? Nel congresso dei Ds dobbiamo discutere delle innovazioni di cui il paese ha bisogno. Dobbiamo farlo nel vivo di un dibattito democratico che non sia limitato a pochi, che coinvolga e renda protagonisti i nostri iscritti, che parli agli elettori. Non so e non abbiamo deciso se sulla base del documento che abbiamo elaborato vi sarà una terza mozione al congresso dei Ds. Vorrei intanto che le idee in essa appena abbozzate trovassero ascolto e sviluppo. Le proposte da mettere in campo nel dibattito congressuale dipenderanno poi dal modo in cui esso verrà impostato e potranno definirsi solo dopo la riunione del Consiglio Nazionale. Confrontarci subito significa dire fuori dai denti quel che pensiamo sull'idea del «Partito democratico», così come è emersa dai primi passi compiuti in queste settimane e dal seminario di Orvieto, che giudico unilaterale ed insoddisfacente.
Chi ha firmato il documento condivide l'obiettivo di far progredire il progetto unitario dell'Ulivo, fino alla formazione di un nuovo soggetto, che aggreghi le forze riformiste e sappia richiamare alla partecipazione politica settori della società oggi lontani da essa. Abbiamo lavorato insieme per anni, avendo in mente l'unità dei riformismi (che in Italia hanno storie separate, spesso contrastanti) e perseguendo contemporaneamente il rinnovamento della sinistra. In questo quadro abbiamo vissuto aspre battaglie politiche e momenti difficili. Penso al lungo attraversamento del quinquennio berlusconiano ed agli sforzi compiuti per tenere insieme tutte le componenti dell'Unione e per dare a questa un impianto programmatico volto al cambiamento. Il mio rispetto e la mia stima (che sono anche propri di moltissimi iscritti al partito) per il gruppo dirigente dei Ds nascono dal percorso che abbiamo in comune.
Ma ora come possiamo pensare che il nostro dibattito sulla formazione di un nuovo partito sia limpido e parli al paese, e che anzi esso sia suscitatore di energie, se non usciamo dal chiuso delle riunioni ristrette e delle decisioni di vertice, se non cominciamo subito a confrontare le idee e le proposte, in un dibattito pubblico ed aperto? Ciò significa non dare per scontata alcuna decisione ed investire il congresso della sovranità che gli compete.
Dobbiamo partire da un dato, finora evidente. Una parte (non so dire oggi quanto sia ampia) di coloro che condividono l'obiettivo di dare vita ad un nuovo soggetto politico riformista non è d'accordo sulle tesi prevalenti ad Orvieto e sui primi atti che queste hanno ispirato. Non siamo d'accordo sul partito leggerissimo che si sta disegnando: un vertice, un gruppo di professori (cooptati non si sa bene da chi), che elaborano linee e programmi; una organizzazione ridotta all'osso, una partecipazione politica limitata a pochi momenti, accompagnata dalla retorica delle «elezioni primarie» e dei gazebo. È difficile comprendere come la partecipazione possa svilupparsi se non vi sono idee condivise, se non sono chiari gli interessi che si rappresentano, i programmi per i quali si dà battaglia, e se non vi sono meccanismi democratici stabili per confrontarsi sulle idee-guida (soltanto un esempio: la laicità dello Stato), per definire i programmi e per la selezione dei gruppi dirigenti. Tutto ciò è il contrario della insostenibile leggerezza teorizzata ed applaudita ad Orvieto. Non siamo d'accordo sull'azzeramento delle identità politiche esistenti. Anche qui, poiché le idee non si inventano dal nulla, chi ci propone da anni lo scioglimento dei Ds, non ha niente di meglio da offrirci che una cultura eclettica e superficiale, piena di formule astratte e con una visione del paese che è ingenuamente tecnocratica.
Noi non siamo d'accordo con la tesi, ribadita da Pietro Scoppola, secondo cui il nuovo soggetto politico dev'essere in Europa altra cosa dal Partito del socialismo europeo. Non è sensato né per noi accettabile sostenere che i Ds debbano distaccarsi da questa forza riformista, proprio in un momento storico in cui la dimensione europea conta di più che in passato.
Per questo, proponiamo di far crescere il processo unitario con la gradualità che è indispensabile perché esso prenda vigore, perché coinvolga ed unisca forze nuove, senza umiliare nessuna delle storie che stanno dentro l'Ulivo. Un partito in forma federata, da realizzare entro la primavera del 2008, come noi proponiamo nel documento, servirebbe a questo. Niente salti, niente operazioni a perdere. Noi resteremmo così nel socialismo europeo, lavorando per allargarne i confini, e non vi sarebbe alcuna imposizione verso l'una o l'altra delle forze che costituiranno il soggetto nuovo. Contemporaneamente, la forma federata è quella che meglio può aprirsi all'ingresso di altri soggetti, di partiti (come i socialisti democratici e i verdi, con i quali non sarà facile, ma dobbiamo provare), ed inoltre di associazioni e gruppi di cittadini, tutti indispensabili al salto di qualità che l'Ulivo deve compiere nei prossimi anni.
Per quanto ci riguarda, io credo che noi abbiamo il diritto di portare nella nuova forza unitaria le nostre idee, la storia, le speranze di tanti che sono di sinistra e che sono riformisti. Il nostro impegno è stato ed è decisivo: perciò non vogliamo essere azzerati. È vero d'altra parte che se andremo all'incontro rivendicando il ruolo di protagonisti, le nostre convinzioni e gli obiettivi di giustizia sociale che ci muovono, anche gli iscritti ai Ds, che sono tentati dall’idea di andar via, avranno un motivo in più per rimanere con noi.
Repubblica 7.11.06
Rutelli al question time: contrari anche all'accanimento terapeutico
Manconi: su questo tema ancora troppa ipocrisia
"Eutanasia, il governo è contrario"
Il vicepremier: nessun caso sommerso negli ospedali italiani
di Caterina Paolini
ROMA - L´eutanasia negli ospedali italiani tra dolore e accanimento terapeutico, tra pietà e legge. C´è chi segnala come venga praticata in modo silenzioso, nascosto e chi invece come il vice premier Rutelli nega categoricamente che questo accada. Il tutto tra polemiche e accuse anche all´interno della maggioranza con Giovanardi dell´Udc e Bobba dell´Ulivo che insistono: «Chi sa di episodi li denunci».
A scatenare la bagarre è stato il sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi, tra i primi a presentare un disegno di legge sul testamento biologico negli anni ´90. È stato infatti lui a segnalare i risultati di diverse ricerche mediche, tra le quali quella del centro di bioetica dell´università cattolica di Milano e della Fondazione Floriani, «dove il 3,6% dei medici anonimamente dichiara di aver praticato l´eutanasia e il 15% la ritiene pratica accettabile, mentre il 39% ricorda di aver staccato il respiratore e il 13% ammette l´uso di dosi letali di farmaci in situazioni estreme».
Statistiche importanti in questi giorni in cui cattolici e laici si dividono sul diritto di scegliere come e quando morire, in cui si discute del testamento biologico. Così ieri Rutelli nel question time alle domande di Giovanardi sulle dichiarazioni di Manconi ha ribadito che «al ministero della salute non risulta che venga praticata l´eutanasia negli ospedali», e soprattutto che il governo è contrario alla «dolce morte» come è contrario all´accanimento terapeutico mentre è favorevole al testamento biologico «che non apre in alcun modo la strada all´eutanasia».
«È ovvio che non risulti al ministero della sanità, l´eutanasia è illegale, mica tengono i registri. Il fatto di aver segnalato queste ricerche non significa che io voglia che diventi legale. Ma solo che è ipocrita nascondere la verità, che è su dati reali che bisogna discutere in parlamento», dice Manconi. Un problema complesso visto il sottile crinale che separa il diritto di non voler ricevere cure, previsto dalla costituzione, e l´eutanasia per la quale ora si può essere accusati di omicidio. Ed è su questo che interviene Pessina del Centro Biotetica: «I risultati della nostra ricerca sono stati falsati: non si parlava tanto di eutanasia, piuttosto di sospensione dell´accanimento terapeutico» dice mentre Manconi conferma la sua versione. Non solo. «Nel caso di Welby, tenuto in vita da respiratori e nutrizioni artificiali, non sarebbe eutanasia, ma sospendere l´accanimento terapeutico», dice il sottosegretario alla giustizia. Concorda Chiara Moroni di Forza Italia, che vorrebbe un testamento biologico «vincolante per il medico, perché io sono laica e penso che l´essere umano abbia il diritto quando è ancora cosciente di decidere come vivere e in quali casi questo gli sia insopportabile».
Nuova Agenzia Radicale 07.11.06
Fare l'amore secondo il Corano. Una donna velata tiene lezioni in tv
di Gerardo Picardo
Heba Kotb riceve in un piccolo studio al secondo piano di un palazzo in Sharia Sudani, nel quartiere residenziale di Mohandeseen, al Cairo; alle pareti sono esposti i certificati della sua laurea in medicina e della specializzazione in sessuologia; il telefono, all'ingresso, non smette mai di squillare e la lista d'attesa per un appuntamento è di due mesi.
La dottoressa Kotb, 39 anni, musulmana osservante, sposata e madre di tre figli, è una pioniera della sua materia, considerata tabù in numerosi paesi del Medioriente. Ogni sabato mattina conduce infatti una trasmissione sulla tv di stato egiziana, durante la quale invita personalità anche religiose a parlare della vita di coppia secondo l'Islam e risponde in diretta a domande sul sesso, esponendo sia teorie scientifiche che dettami della morale islamica.
“Il mio è un lavoro che pochi sono disposti a fare nel mondo arabo. Non credo si possa definire difficile, ma diverso. Non sono una persona tradizionale, ho una personalità molto spiccata, ma soprattutto una famiglia che mi sostiene molto - spiega la donna - Penso ai miei genitori, ma anche mio marito, che è un medico e che mi ha sempre appoggiato nelle scelte che ho fatto”. Scelte non facili in un Paese musulmano.
“In un primo momento si rivolgevano a me solo persone delle classi agiate, avevo due, forse tre pazienti alla settimana. Poi invece ho cominciato ad apparire in tv e la gente ha cominciato a conoscermi, a chiamare per un appuntamento, spesso in condizioni di anonimato, e pian piano sono arrivati qui allo studio”. Un percorso, quello verso la consapevolezza sessuale, non facile nemmeno per i pazienti della Kobt. “All'inizio - spiega il medico egiziano - chiedevano tutele sull'assoluta riservatezza degli incontri, non volevano incontrare nessun altro paziente nella sala d'aspetto e molti si preoccupavano di domandare se il portiere del palazzo sapeva di quale tipo di disturbi mi occupavo”.
Una donna indipendente, la dottoressa Kotb, il cui viso è sempre incorniciato dal velo e che da musulmana osservante non dimentica che anche il piacere sessuale, è frutto della volontà di Dio. “Quando ho cominciato a leggere i trattati di sessuologia e di psicologia sessuale mi sono resa conto che non solo non contraddicevano quanto insegnato nel Corano ma, anzi, ripetevano cose che sono assolutamente conformi al messaggio dell'Islam e della Sira, l'insieme dei testi che raccolgono gli atti e le parole del profeta Maometto”.
In particolare, sono due i versetti del Corano che hanno 'ispirato' Heba Kotb. “Uno nella sura Romana, che indica come comportarsi nella vita di tutti i giorni nei confronti della moglie e insegna che l'amore e la passione tra uomo e donna sono frutto del volere divino. E chi non riesce a trovare o a vivere questa passione, deve cercarla perché questa è un dono di Dio. Il secondo nella Sura della vacca, la più lunga tra le sure del libro sacro, che addirittura parla del diritto della donna a provare l'orgasmo”.
Come musulmana, tuttavia, la dottoressa Kotb, non giustifica l'omosessualità, le relazioni extra coniugali e la pornografia. “L'omosessualità esiste in Egitto - dichiara - non ci sono statistiche, perché è proibita per legge, ma non per questo possiamo nascondere la testa sotto la sabbia. Come musulmana e come medico, ritengo si tratti di una malattia. Infatti molti pazienti che sono venuti a chiedermi delle cure contro le tendenze omosessuali si sono riavvicinati alla religione e hanno capito di aver attraversato un periodo di confusione”.
La Kobt ammette poi che “le società arabe stanno cambiando. Ora sono sempre di più le ragazze che decidono di avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Non si tratta della maggioranza, certo, ma di una percentuale di gran lunga superiore a quella di dieci o quindici anni fa”. La dottoressa, alla cui ultima conferenza in Yemen sono intervenute oltre 300 donne, racconta di aver lottato molto per affermarsi nel suo campo ma di avere ricevuto dal suo lavoro più soddisfazioni di quante ne avrebbe mai immaginate.
“Circa due anni fa una signora, con figli già adulti, venne da me lamentandosi del fatto che il marito la desiderava ancora e lei si sentiva troppo vecchia per 'certe cose'. La donna in questione aveva solo 43 anni e suo marito 46. Ho capito che c'era qualcosa in lei che non andava e le ho chiesto se suo marito le facesse provare piacere. E' rimasta a fissarmi per qualche secondo poi mi ha confessato, candidamente, che non sapeva che anche le donne potessero avere un orgasmo. Dopo qualche seduta, a cui ha partecipato anche il marito, si è ripresentata nel mio studio e aveva negli occhi uno sguardo diverso e un vestito dai colori sgargianti”.
“Questi - taglia corto la Kobt - sono i tabù che cerco di rompere, per far capire alle coppie che il buon sesso fa bene al matrimonio e non bisogna privarsene a nessuna età”.
Il Riformista 7.11.06
Ritratti. Il best seller del trend setter del pensiero francese liberal-socialista, il Marx postmoderno di Attali
di Massimiliano Panarari
Spirito del mondo. Il filosofo di Treviri era un difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo
E dopo i lib-lab britannici, vennero i lib-soc francesi… Uno di loro, anzi, il lib-soc transalpino per eccellenza, mette in discussione, senza reticenze ma dando finalmente a Cesare ciò che è di Cesare, il padre del socialismo. E ne viene fuori un volume che in Francia e Spagna è divenuto un bestseller e ha guidato le classifiche di vendita della saggistica, ora in uscita anche nel nostro paese. Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo (Fazi, pp. 420, euro 22, trad. di Eleonora Secchi; in appendice un dialogo tra l'autore e il celeberrimo storico inglese Eric J. Hobsbawm su «Marx per il XXI secolo») di Jacques Attali è una biografia intellettuale e fattuale del genio ottocentesco fondata sull'assunto che solo un liberale (per la precisione, un social-liberale à la française) avrebbe potuto evitare di “gettare il bambino con l'acqua sporca”, criticando sì tutti gli aspetti non condivisibili del pensiero del filosofo di Treviri, ma non sottacendo neppure la sua figura e personalità titanica e rilanciando l'impressionante attualità di quello che pareva, fino a poco fa, un grande inattuale. Attali, un intellettuale versatile e cosmopolita (soprattutto se si pensa al contesto d'Oltralpe) come pochi (economista, saggista, letterato, già consigliere di François Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, autentico trend setter delle tendenze contemporanee, dal nomadismo alla poligamia sino al microcredito e al “filantropismo versione Ong”, e molto altro ancora) fa, dunque, i conti con uno dei titani della cultura moderna, un maestro della “scuola del sospetto” (insieme a Nietzsche e Freud) che ha segnato in maniera irreversibile il pensiero dell'Occidente, come le sue prassi politiche.
Insomma, da questo corpo a corpo tra le opere del pensatore della modernità per antonomasia e un intellettuale di oggi scopertosi postmoderno in anticipo sui tempi (Attali è una sorta di anti-Bauman ottimista) emerge un ritratto a tinte forti di Marx, difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo. Un Marx marxiano, per così dire, e antimarxista, tutto da scoprire nella lettura del libro e piuttosto “marziano” rispetto alla vulgata che ci viene tramandata da detrattori e corifei. Con alcuni aspetti curiosi e godibili, non adeguatamente conosciuti, cui Attali rende giustizia. Marx è stato, tanto per fare un esempio, uno straordinario giornalista e un eccezionale pamphlettista (e non poteva essere diversamente data la sua inesauribile curiosità). Autenticamente sofferente in occasione della pubblicazione delle sue opere maggiori, da cui, ossessionato da un incredibile perfezionismo, non voleva mai separarsi (al punto da far giacere nel cassetto tonnellate di progetti di libri incompiuti), diede il meglio di sé nel giornalismo e nella “scrittura veloce”, dai periodici democratico-radicali e socialisti tedeschi pre-1848 alle sue corrispondenze e alla column settimanale sul New York Daily Tribune, il quotidiano statunitense più importante del pianeta con le sue 200mila copie, dove, chiamato dal caporedattore Charles Dana, che lo adorava, si occupò di India, Cina, vicende politiche del mondo e tematiche economiche globali, mettendo così a punto, su un foglio giornaliero, quelle che sarebbero divenute le sue categorie interpretative.
Ed è l'intellettuale che, come ricordava in una delle tante missive al suo finanziatore e sodale Friedrich Engels, più studiò il lavoro odiandolo ferocemente (o, come dissero i maligni, non praticandolo mai…), al punto che la speculazione sull'alienazione costituisce una delle vette della sua opera; per non parlare della tematica dell'ozio creativo, elaborata proprio a partire dai suoi scritti, dal genero Paul Lafargue (il marito della figlia Laura).
Un Marx, dunque, che Attali ci restituisce nella sua pienezza di personaggio faustiano e prometeico, ma anche, all'insegna di un'operazione di ermeneutica culturale di grande efficacia e suggestione, come un inesauribile sperimentatore che attraversò tutto il sapere, da Democrito al romanzo gotico, nel tentativo di fornire spiegazioni, mai esaustive, alla complessità del mondo; per comprenderlo assai più che per dominarlo. Nessun monoteismo teoretico fine a se stesso e nessuna monoliticità dottrinaria (questa, davvero, posticcia e frutto velenoso delle diatribe e dei tentativi di appropriazione indebita scatenati dopo la morte dai suoi supposti fedeli), ma una formidabile intelligenza analitica e una grandiosa apertura alla complessità del mondo. Il Marx ritratto da Attali è un avversario ontologico della “linea totalitaria Hegel-Bismarck-Lassalle-Lenin-Hitler”; e, pur tra mille ripensamenti e revisioni, non considerò mai il socialismo quale legge naturale deterministicamente destinata ad affermarsi. E, dunque, pur con alcuni aspetti certamente indigeribili e indigesti, il Karl Marx che ci restituisce Attali è davvero lo “spirito del mondo”, per giunta di ispirazione effettivamente assai più social-liberale che socialistico-reale. Morto il comunismo, viva Marx!
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 6 novembre 2006
Corriere della Sera 3.11.06
«Uomini e donne», una storia che vuole imitare Woody Allen
Coppie tra sesso e sentimenti ma la psicoanalisi non basta
di Tullio Kezich
Chi non è più giovanissimo ricorda che a suo tempo per bollare certi soggetti di genere melò veniva usato l' aggettivo «ottocentesco». Ebbene, il futuro è già cominciato: fra i commenti su internet intorno al film Uomini & donne spunta come negativa connotazione di anzianità il termine «novecentesco». Evidentemente il riferimento al '900, già vessillo delle avanguardie, appartiene ormai a un passato che invecchia a vista d' occhio. E fuori moda risulta dunque la cinecommedia di Bart Freundlich dove troviamo due coppie impelagate in problemi di sesso e sentimenti che gli shrinks (psicoanalisti) non riescono a sbrogliare. Di fronte a un plot fra amarognolo e dolciastro ambientato a Manhattan il pensiero corre a Io & Annie ed è giocoforza constatare che dal giorno in cui quel classico vinse quattro Oscar sono trascorsi quasi trent'anni. Accertato che la commedia freudiana di ambiente newyorkese è obsoleta viene da chiedersi se è invecchiata anche la psicoanalisi. Sfogliamo l'ultimo nato di quei «libri neri» che deliziano le mezzecalze della cultura, Le livre noir de la psychanalyse a cura Catherine Meyer (edizione les Arènes, 2005). Il sottotitolo Vivere, pensare e stare meglio senza Freud la dice lunga sul carattere «mirato» del voluminoso pamphlet. Ma in mezzo a saltabeccanti divagazioni tendenziose si pescano notizie utili. Come quella, desunta da Time, per cui attualmente negli Usa soltanto cinquemila persone si sottopongono a una cura psicoanalitica, una cifra marginale se rapportata a 265 milioni di americani. E ancora: «La celebre Società Psicoanalitica di New York fatica sempre più a reclutare candidati; e il Myers, il celebre manuale di psicologia che serve di riferimento agli studiosi di psicologia d'oltreoceano, consacra alle teorie freudiane solo 11 delle sue 740 pagine». La curatrice del livre noir si duole però che in Francia la psicoanalisi costituisca ancora il Verbo: e per quanto riguarda l'Italia mi è parso significativa la rivelazione fatta da Bertolucci e Bellocchio, nel loro recente dialogo alla Festa romana del cinema, di essere tuttora in analisi (Bernardo freudiana, Marco fagioliana) dal '69. Tornando al film, se Io & Annie adombrava il vero innamoramento dell'autore per l'effervescente Diane Keaton, anche Uomini & donne svela un'ispirazione autobiografica. Infatti Julianne Moore, incarnante la diva hollywoodiana Rebecca ansiosa di affermarsi sulle scene della Grande Mela, è nella vita la consorte di Freundlich regista del film. Qualcuno ne ha tratto la conclusione che il bizzarro matrimonio con Tom (David Duchovny), il quale babysittereggia i figlioli a casa mentre lei va alle prove, rispecchi la realtà di un rapporto altalenante come sempre quando si mescolano sentimenti, sesso e carriere. Il fatto anomalo è che Rebecca e Tom si baciano magari per la strada, ma non fanno sesso benché lui sia un erotomane frenetico. Né vanno meglio le cose con il tentennante Tobey (Billy Crudup), afflitto dal complesso di Peter Pan che da sette anni gli impedisce di impalmare Elaine (Maggie Gyllenhaal), aspirante scrittrice per l'infanzia. Non indugio sugli sviluppi del copione, che pur garantendo qua e là qualche sorriso, dovuto soprattutto alla bravura degli interpreti, non riservano particolari sorprese. Nemmeno quando Tom partecipa alle riunioni dei sessodipendenti; o quando Tobey si impegna a pedinare il suo analista per scoprirne il tallone d'Achille; o quando un'editrice lesbica bacia a sorpresa Elaine. Tutto culmina la sera della prima sul palco del Lincoln Center, con il quartetto che al momento dei ringraziamenti partecipa strillando gli interni affanni al pubblico plaudente. Ma come mai i coniugi Freundlich, Bart e Julianne, non hanno previsto che fare un film alla Woody Allen senza Woody Allen sarebbe stato come fare la lepre in salmì senza la lepre?
UOMINI E DONNE Regia di Bart Freundlich Con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal
«Uomini e donne», una storia che vuole imitare Woody Allen
Coppie tra sesso e sentimenti ma la psicoanalisi non basta
di Tullio Kezich
Chi non è più giovanissimo ricorda che a suo tempo per bollare certi soggetti di genere melò veniva usato l' aggettivo «ottocentesco». Ebbene, il futuro è già cominciato: fra i commenti su internet intorno al film Uomini & donne spunta come negativa connotazione di anzianità il termine «novecentesco». Evidentemente il riferimento al '900, già vessillo delle avanguardie, appartiene ormai a un passato che invecchia a vista d' occhio. E fuori moda risulta dunque la cinecommedia di Bart Freundlich dove troviamo due coppie impelagate in problemi di sesso e sentimenti che gli shrinks (psicoanalisti) non riescono a sbrogliare. Di fronte a un plot fra amarognolo e dolciastro ambientato a Manhattan il pensiero corre a Io & Annie ed è giocoforza constatare che dal giorno in cui quel classico vinse quattro Oscar sono trascorsi quasi trent'anni. Accertato che la commedia freudiana di ambiente newyorkese è obsoleta viene da chiedersi se è invecchiata anche la psicoanalisi. Sfogliamo l'ultimo nato di quei «libri neri» che deliziano le mezzecalze della cultura, Le livre noir de la psychanalyse a cura Catherine Meyer (edizione les Arènes, 2005). Il sottotitolo Vivere, pensare e stare meglio senza Freud la dice lunga sul carattere «mirato» del voluminoso pamphlet. Ma in mezzo a saltabeccanti divagazioni tendenziose si pescano notizie utili. Come quella, desunta da Time, per cui attualmente negli Usa soltanto cinquemila persone si sottopongono a una cura psicoanalitica, una cifra marginale se rapportata a 265 milioni di americani. E ancora: «La celebre Società Psicoanalitica di New York fatica sempre più a reclutare candidati; e il Myers, il celebre manuale di psicologia che serve di riferimento agli studiosi di psicologia d'oltreoceano, consacra alle teorie freudiane solo 11 delle sue 740 pagine». La curatrice del livre noir si duole però che in Francia la psicoanalisi costituisca ancora il Verbo: e per quanto riguarda l'Italia mi è parso significativa la rivelazione fatta da Bertolucci e Bellocchio, nel loro recente dialogo alla Festa romana del cinema, di essere tuttora in analisi (Bernardo freudiana, Marco fagioliana) dal '69. Tornando al film, se Io & Annie adombrava il vero innamoramento dell'autore per l'effervescente Diane Keaton, anche Uomini & donne svela un'ispirazione autobiografica. Infatti Julianne Moore, incarnante la diva hollywoodiana Rebecca ansiosa di affermarsi sulle scene della Grande Mela, è nella vita la consorte di Freundlich regista del film. Qualcuno ne ha tratto la conclusione che il bizzarro matrimonio con Tom (David Duchovny), il quale babysittereggia i figlioli a casa mentre lei va alle prove, rispecchi la realtà di un rapporto altalenante come sempre quando si mescolano sentimenti, sesso e carriere. Il fatto anomalo è che Rebecca e Tom si baciano magari per la strada, ma non fanno sesso benché lui sia un erotomane frenetico. Né vanno meglio le cose con il tentennante Tobey (Billy Crudup), afflitto dal complesso di Peter Pan che da sette anni gli impedisce di impalmare Elaine (Maggie Gyllenhaal), aspirante scrittrice per l'infanzia. Non indugio sugli sviluppi del copione, che pur garantendo qua e là qualche sorriso, dovuto soprattutto alla bravura degli interpreti, non riservano particolari sorprese. Nemmeno quando Tom partecipa alle riunioni dei sessodipendenti; o quando Tobey si impegna a pedinare il suo analista per scoprirne il tallone d'Achille; o quando un'editrice lesbica bacia a sorpresa Elaine. Tutto culmina la sera della prima sul palco del Lincoln Center, con il quartetto che al momento dei ringraziamenti partecipa strillando gli interni affanni al pubblico plaudente. Ma come mai i coniugi Freundlich, Bart e Julianne, non hanno previsto che fare un film alla Woody Allen senza Woody Allen sarebbe stato come fare la lepre in salmì senza la lepre?
UOMINI E DONNE Regia di Bart Freundlich Con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal
l'Unità 6.11.06
Fecondazione, non è il giudizio finale
di Carlo Flamigni
Il primo serio tentativo di far breccia nella legge 40 del 2004, l'ingiusta legge sulla procreazione assistita approvata in omaggio al generale asservimento alla morale cattolica e in spregio delle regole più elementari di uno stato laico, non è andato a buon fine. Infatti la Corte Costituzionale, in udienza pubblica, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una coppia di pazienti che, essendo portatori di una mutazione genica recessiva, chiedevano di poter sottoporre i propri embrioni ad un accertamento genetico pre-impiantatorio che avrebbe potuto evitare il trasferimento in utero e la successiva nascita di un «concepito» ammalato. Per spiegare cosa sia effettivamente accaduto riprendo quanto ha scritto su questo stesso giornale, con la sua usuale straordinaria chiarezza, Emilio Dolcini: questione inammissibile, nel linguaggio della Corte, significa che il ricorso è stato proposto in una forma o in un contesto errati, non ha niente a che fare con la fondatezza del quesito che le è stato sottoposto. Le ragioni di questa decisione verranno chiarite - in tempi relativamente brevi - in una ordinanza, un documento generalmente succinto e che non ha dunque il carattere della sentenza, dal quale potremo capire perché la Corte ha deciso di non entrare nel merito: aspettiamo dunque di leggere questa ordinanza, ma teniamo conto del fatto che la Corte non è entrata nel merito e che siamo ancora lontani da una soluzione del problema.
Possiamo discutere, per ora, di una sola cosa, e cioè del fatto che l'Avvocato dello Stato ha motivato il suo parere contrario al ricorso affermando che non esiste il diritto ad avere un figlio sano, dichiarazione che sembra derivare direttamente da quella con la quale ci hanno tormentato per anni secondo la quale non esiste il diritto ad avere un figlio. In effetti sono assolutamente d'accordo con entrambe queste dichiarazioni: ritenere che esistano diritti di questo genere significa immaginare di avere un controllo della nostra biologia e della natura in genere che neppure il più scientista dei laicisti potrebbe immaginare. In verità, però, nessuna delle persone che sono intervenute nel dibattito ha mai fatto dichiarazioni così assurda, la richiesta generalmente formulata essendo stata quella di veder riconosciuto il diritto a fare il possibile per avere un figlio sano, entro naturalmente i limiti della morale comune. Si tratta, mi pare, di cose completamente diverse. E la dichiarazione del magistrato mi pare un ennesimo esempio di quel finto buon senso, lapalissiano, pleonastico e banale, che ha caratterizzato gli interventi dei sostenitori della legge 40 durante questi anni.
Mi ritrovo quindi a ribadire la mia opinione su questo problema come se non fosse accaduto niente. A mio avviso ci sono tre cose che dovrebbero influenzare la Corte Costituzionale nel suo giudizio. La prima riguarda il fatto che una sentenza favorevole ai ricorrenti sanerebbe una contraddizione straordinaria e francamente inaccettabile esistente oggi tra le differenti normative, quella secondo la quale non si possono fare indagini su un embrione prima dell'impianto, e quella che afferma che si possono fare le stesse indagini sul feto, una volta iniziata la gravidanza. La seconda riguarda la necessità di interpretare le norme della legge 40 in modo da tenere compiutamente conto delle definizioni accettate dalla biologia e dalla medicina, definizioni che sono state prevalentemente ignorate da politici prevalentemente incompetenti e da moralisti trascinati nel vortice di un pericoloso fervore ideologico (o più semplicemente ipocriti). La legge precisa che le donne, prima del trasferimento degli embrioni, hanno il diritto di sapere se essi sono o no normali. Embrioni, dice la legge, non c'è alcun accenno a zigoti, ootidi, blastocisti et similia. Ebbene, mentre per riconoscere l'esistenza di alcune anomalie della fecondazione mi basta, nelle fasi pre-embrionali, fare un'analisi morfologica, usando il microscopio, è fuor di dubbio che per l'embrione l'analisi al microscopio è del tutto inadeguata e che soltanto la valutazione della normalità genetica consente di dire alle donne ciò che hanno il diritto di sapere. Tutto ciò, oltretutto, non prelude necessariamente alla distruzione degli embrioni anomali, così come una amniocentesi non è di per sé preliminare a una interruzione di gravidanza, cosa oltretutto che la donna non ha neppure il diritto di richiedere, visto che le amniocentesi vengono eseguite dopo i primi 90 giorni di gestazione con i quali ha termine per lei la possibilità di scegliere. Penso tra l'altro che questa sia stata la posizione del professor Cuccurullo, che presiedeva la sezione del Consiglio Superiore di Sanità che era tenuta a dare un parere sulle linee guida e che ha lasciato il suo incarico avendo dovuto constatare l'esistenza di una posizione preconcetta su questo e sul altri temi. La terza ragione riguarda il fatto che la Corte Costituzionale, in una famosa sentenza, ha riconosciuto il prevalente interesse di chi è già persona (la madre) nei confronti di chi persona può solo diventare (l'embrione): negare la possibilità di conoscere le condizioni di normalità dell'embrione non significa dunque soltanto negare un diritto, ma anche introdurre un grave elemento di rischio nei confronti della salute materna, che invece dovrebbe essere considerata prevalente. In definitiva, ritengo che la Corte Costituzionale dovrebbe mettere ordine, evitare conflitti e contraddizioni, giudicare anche tenendo conto del senso comune dei cittadini e che in materie che hanno così profonde risonanze affettive il luogo nel quale si amministra la giustizia dovrebbe comunque essere il mondo in cui tutti noi consumiamo le nostre vite e non l'empireo lontano di una sapienza teorica.E non può certamente ignorare, chi giudica rimanendo tra noi, la sofferenza di chi è costretto ad andare per il mondo per trovare soluzione ai propri problemi, spesso senza certezze e senza garanzie.
Poiché ho ragione di credere che questo non sarà l'ultimo ricorso presentato alla magistratura nei confronti della legge 40, voglio concludere questo articolo sottolineando l'importanza della terminologia medica che viene utilizzata nei dibattiti. La medicina, essendo una disciplina con uno statuto scientifico molto modesto, deve tener conto soprattutto dei consensi tra gli esperti, e dà perciò grandissimo rilievo alle definizioni. Ad esempio, una cosa è parlare di agenti batterici e una è parlare di agenti virali, ma capita spesso di leggere una generica indicazione a improbabili agenti infettivi o addirittura l'uso di un termine al posto dell'altro. L'anomalia della legge 40 è soprattutto questa: la disattenzione nei confronti del significato dei termini e della coerenza delle definizioni, una scelta da parte di chi ha scritto le norme, un abuso da parte di chi le ha poi interpretate. Mi limito ad un solo esempio.
L'accesso ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita dovrebbe essere riservato, secondo la legge 40, alle coppie sterili e infertili. Una inutile ripetizione? Ebbene no, nella medicina italiana sono considerate sterili le persone che non riescono ad iniziare una gravidanza e infertili quelle che le gravidanze non le portano a termine, abortiscono o generano figli non vitali, cosa che accade prevalentemente a chi è affetto da malattie genetiche e infettive. In realtà, dunque, la legge - se ben interpretata - è meno maligna di quanto si potrebbe credere.
La materia è ostica, difficile e noiosa, non voglio infierire. D'altra parte sono convinto che non esistano, al momento, le condizioni politiche necessarie per modificare la legge 40 e che l'unica vera possibilità di migliorarla almeno un po' consista nella stesura di linee guida più logiche e razionali. Nessuno deve immaginare che questo implichi un tentativo di falsare lo spirito (per quanto farneticante sia ) di questa legge usando trucchetti semantici di basso conio. Si tratta semmai di arrivare a una lettura più competente e meno ideologica di un certo numero di norme, cosa che non è stata possibile alla commissione che ha preparato le attuali linee guida, dominata com'era da un curioso furore ideologico (i membri più influenti erano due professori di storia del diritto romano, molto, ma molto religiosi). Per una buona legge, invece, dovremo attendere. Pur essendo stato contrario al referendum, immagino che ormai la soluzione del problema sia nel continuare a portare gli stessi quesiti davanti ai cittadini finchè non riusciremo ad ottenere un quorum. Se si realizzerà quello che temo, l'avvenire di questo paese - intendo naturalmente il suo avvenire politico - sarà caratterizzato dalla prevalenza di due grandi partiti democratici cristiani, uno di destra e uno di sinistra, e la laicità sarà sepolta di fianco al Milite Ignoto. Ma la maggior parte dei cittadini, quelli che non riescono a farsi sentire e a farsi capire, sono laici. E questi cittadini sanno che il referendum sulla legge 40 non è stato perduto, come continuano a sostenere molti uomini politici sapendo di mentire, e che il problema è stato semplicemente rinviato. A quando? Non so, cominciamo a parlarne.
l'Unità 6.11.06
Al centro ci deve essere sempre il bambino
di Luigi Cancrini
Lavoro ormai da molti anni in un Centro che si occupa di maltrattamento e di abuso all'infanzia. Fondato dal Comune di Roma e sostenuto oggi, oltre che dal comune, dalla Fondazione Vodafone e dall'ISMA, il Centro funziona come un servizio di secondo livello chiamato a dare consulenza ai servizi sociosanitarii e al Tribunale dei Minori prendendo direttamente in carico i casi più complessi. Mi trovo, come direttore scientifico del progetto, nella condizione di seguirne, indirettamente, molti e di pormi ogni giorno di fronte al dilemma proposto in questa vostra lettera. Tentando di affrontarlo, nei limiti delle nostre possibilità, in modo pacato e responsabile come è giusto che sia nel rispetto, soprattutto, dei bambini che di aiuto hanno comunque bisogno: nel caso degli abusi veri e in quello, di quelli falsi. Perché anche questi esistono se è vero che abbiamo ritenuto fondate non più del 60% delle accuse di abuso sessuale che ci sono state proposte dal Tribunale e dai servizi e perché 4 volte su 10 abbiamo concluso le nostre valutazioni confutando le accuse alla base della domanda di aiuto. Confortati sostanzialmente in tutti i casi da un parere analogo dei magistrati che si occupavano del caso. La lunga premessa era necessaria, credo, per dire che la risposta che io tenterò ora di darvi si basa su una esperienza concreta e senza pregiudizi. Da cui mi sembra di aver appreso molto. Di cui ritengo opportuno dare conto a chi, come voi, si trova coinvolto, emotivamente ed intellettualmente, in vicende così dolorose e così estreme.
Dicendo, prima di tutto, che il metodo da noi utilizzato è tutto centrato, comunque, sul bambino. Sulle cose che dice con le parole e sul non verbale che l'accompagna, sul modo in cui gioca e sul modo in cui si relaziona con l'adulto che l'ascolta. Sul modo in cui commenta, sul piano verbale e non verbale, le accuse fatte o suggerite da altri. Difficile raccontarlo e difficile spiegarlo a chi non l'ha vissuto ma la sincerità e l'onestà del bambino che soffre e che ha bisogno di dare parole al suo dolore sono evidenti a chi lo ascolta avendo la preparazione necessario per farlo. In modo altrettanto chiaro e semplice, d'altra parte, ci si può rendere conto, osservando e ascoltando, delle situazioni di «falso abuso», quando il bambino subisce delle pressioni forti per dire (o non smentire) fatti che non sono accaduti. Utili a rinforzare questo convincimento clinico sono, del resto, degli strumenti di valutazione ben noti a chi lavora in questo settore, la cui validità è stata ampiamente confermata dalla clinica e dalla ricerca. È all'interno di questi limiti che va considerata e studiata la tematica del falso abuso. Che esiste, lo ripeto, ma che è in genere abbastanza facile riconoscere. Di cui mi pare si faccia, però, nella vostra lettera e nella idea di organizzare un centro di documentazione ad esso dedicato, un mito di cui non riesco a capire l'utilità. Destinato, al di là delle intenzioni, a gettare discredito su un numero grande di operatori che si battono, fra mille difficoltà, per aiutare il bambino a difendersi, con una denuncia sempre difficile e sempre dolorosa, da chi di lui veramente abusa. Perché di questo si tratta purtroppo in un numero di casi che non è affatto piccolo. Anche se quella che si tenta di diffondere oggi, nei tribunali e nell'opinione pubblica, da parte degli abusanti, degli avvocati che li difendono e di alcuni periti compiacenti, è l'idea per cui del bambino che accusa e di chi lo sostiene non ci si deve fidare. Che nei processi agli abusanti quella che si fa è una caccia alle streghe voluta da chi mette in testa al bambino delle menzogne dirette ad un fine: quello di screditare qualcun altro da cui si vogliono ottenere vantaggi economici o vendette personali.
Il problema vero, alla fine, è quello di un processo in cui abitualmente, l'unico testimone dell'accusa è il bambino. Un bambino costretto per difendere la sua dignità di persona ad accusare adulti che gli sono cari e di cui ha paura. Un bambino chiamato a ricordare con esattezza situazioni per lui assai drammatiche, particolari dilatati o nascosti nella memoria dalle emozioni violente che hanno suscitato e suscitano ancora. Un bambino cui la legge spesso non consente il sostegno di un legale e che è comunque estremamente più debole e meno abile dell'adulto che ha abusato di lui. Quello di cui abbiamo davvero bisogno è di una capacità di ascoltarlo che deve prendere il posto delle guerre passionali del tipo di quelle inevitabilmente veicolate da un centro che si occupa solo di «falso abuso». La vera maturità è quella di un giudizio capace di affrontare ogni caso come se fosse il primo e l'unico. Nel rispetto di tutti quelli che, soffrendo, in quel caso particolare sono comunque coinvolti ma nel rispetto prima di tutto del bambino che è vittima innocente di tutti gli abusi, veri o falsi che siano, e che ha bisogno prima di tutto di verità: per elaborare in modo corretto la sua sofferenza e per guarire. Sapendo che il nostro apparato psichico risponde, di fronte a questo tipo di racconti, con emozioni forti e sempre tali, potenzialmente, da rendere difficile il giudizio e che abbiamo bisogno per lavorare bene in questo campo di una preparazione solida di livello psicoterapeutico. E' in questa direzione che va cercata, a mio avviso, la soluzione di casi estremi come quelli da voi indicati e oggetto, oggi, di una indagine giudiziaria. Ma è in questa direzione che va cercata, ugualmente, anche la possibilità di correggere l'inevitabile eccesso di passione accusatoria legato alle attività di un «centro per falsi abusi».
Repubblica 6.11.06
"Parle da tempi bui". Tensione nel centrosinistra dopo la manifestazione di Roma. Cento: ora il tavolo sul reddito sociale
Precari, scontro Cofferati-Prc
"Volgare l'attacco a Damiano". Giordano: parole stonate
di Francesco Bei
Casini: corteo voluto da Bertinotti, D'Alema esempio di chi non si dissocia dai più radicali
Patta, sottosegretario Pdci: il ministro fa bene a denunciare certe intimidazioni dei Cobas
ROMA - Il giorno dopo la manifestazione a Roma contro il precariato volano parole grosse a sinistra sul significato politico del corteo e sulla direzione di marcia che deve prendere il governo. Paradigmatico lo scontro fra Sergio Cofferati e Rifondazione comunista. «Quella di ieri è stata una giornata per me molto triste - attacca il sindaco di Bologna, intervistato su RaiTre da Lucia Annunziata - perché ha evidenziato una contraddizione irrisolta all´interno del governo che, se non trova sbocchi positivi, può portare a dei danni». Cofferati si riferisce alle divisioni fra sinistra radicale e riformisti e dei sottosegretari scesi in piazza dà un giudizio pesante: «E´ assolutamente priva di senso e incomprensibile la presenza in piazza di rappresentanti autorevoli del governo». Inoltre, visto che il corteo ha avuto come bersaglio il ministro del Lavoro Cesare Damiano, l´ex leader della Cgil non esita a prenderne le difese dai «volgarissimi attacchi» che l´esponente Ds subisce «da parte di persone che continuano a non prendere atto di come sia grave sostituire il ragionamento con la violenza verbale».
Rifondazione replica con il segretario Franco Giordano, che a Roma era alla testa del corteo: «Le parole di Cofferati sono stonate e fuori luogo. Ma non sono più neanche una novità. Il sindaco di Bologna si è infatti ritagliato il ruolo del perfetto conservatore e devo ammettere che lo recita con grande naturalezza». Per Giordano al contrario, vista l´ampia partecipazione alla protesta, ora «il governo deve saper ascoltare e recepire queste istanze sociali». Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato, si dice addirittura «annichilito» dalle reazioni negative alla manifestazione. E se salva il ministro Damiano («ha reagito in modo proprio ma perché si è sentito parte in causa») non risparmia il sindaco di Bologna: «Il suo giudizio mi sembra francamente strumentale».
Polemiche «strumentali» anche per il sottosegretario Paolo Cento, un altro che al corteo c´è andato e lo rivendica. Tanto che ora, incalza l´esponente dei verdi, «ci sono tutte le condizioni per anticipare a prima di gennaio il tavolo di riforma delle leggi sui contratti atipici». Un confronto al quale Cento si presenterà con la proposta di introdurre anche in Italia «il reddito sociale».
Non tutti i partecipanti alla manifestazione minimizzano gli attacchi a Damiano "amico dei padroni". Gian Paolo Patta, sottosegretario del Pdci, sostiene infatti che il ministro ha ragione «nel denunciare le intimidazioni di settori dei Cobas e dei centri sociali», con i quali «non ci sono le condizioni per ulteriori percorsi comuni».
Il centrodestra prova intanto a infilarsi nelle contraddizioni della maggioranza. Così se il leghista Bobo Maroni definisce «dissociati mentali» i sottosegretari che hanno sfilato nella Capitale, Pier Ferdinando Casini mette nel mirino l´ala riformista dell´Unione: «Bertinotti è l´ispiratore di quella manifestazione e D´Alema è un esempio della pavidità dei riformisti che non riescono a emanciparsi dall´ala più radicale». Secondo il leader dell´Udc il governo «è vittima di una convivenza impossibile tra una sinistra europea e una sinistra ottocentesca e classista».
Repubblica 6.11.06
Per la prima volta a confronto la prima e la seconda "Conversione"
Caravaggio contro Caravaggio
La più antica è di proprietà della famiglia Odescalchi
Esposte a Roma in Santa Maria del Popolo
di Paolo Vagheggi
ROMA. È il cielo di un´eclisse di sole, baluginante di luci e di misteriose oscurità quello che si intravede sullo sfondo della caduta da cavallo di Saulo, ovvero del futuro San Paolo, colto dalla folgorazione sulla via di Damasco. È un´eclisse che annuncia l´arrivo prorompente e quasi prepotente del Cristo. Squarcia rami e fronde per tendere la mano verso Saulo. È il Cristo uomo, che quindi ha un´ombra come l´angelo che l´accompagna e quasi sembra proteggerlo. È il momento in cui il Salvatore chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». È una scena impressionante quella della Conversione dipinta di getto da Caravaggio, segnata da una straordinaria cromia di colori di cui oggi, a conclusione del restauro dell´opera, si rivede l´antico vigore. Hanno ripreso forza il bianco del manto del cavallo, il viola della veste del Cristo, cangiante alla Michelangelo, il rosso del mantello di Saulo, l´oro dello scudo del soldato, su cui campeggia una mezza luna e quindi letto anche come rappresentazione del nemico, i turchi, sconfitti nel 1571 a Lepanto.
È questa la prima versione della Conversione, di proprietà della famiglia Odescalchi, da pochi ammirata e mai nella storia messa a confronto con la seconda, quella che si trova nella cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo. Ma è quanto accadrà dal 10 fino a sabato 25 novembre nella basilica romana con una mostra - gratuita va detto - che non ha precedenti (catalogo Skira).
Caravaggio contro Caravaggio: un dipinto su tavola, il primo, dove la presenza della divinità è reale, più vera del vero, contro una tela dove è l´assenza, il buio di una semplice stalla, a farci percepire la fragilità di Saulo di fronte alla soprannaturale maestosità della manifestazione celeste.
La Conversione e La crocifissione di San Pietro furono commissionati a Caravaggio da Tiberio Cerasi, tesoriere generale di Clemente VIII, che aveva acquisito la cappella all´interno di Santa Maria del Popolo. Da contratto le opere dovevano essere realizzate su tavola di cipresso. Ma entrambe furono rifiutate, i definitivi furono su tela. Influirono sicuramente i motivi iconografici, probabilmente ci fu anche l´esigenza di migliorarne l´inserimento nella cappella ma a questa scelta forse non furono estranei furbi collezionisti desiderosi di entrare in possesso dei capolavori "scartati". Le prime versioni, di cui è nota solo la Conversione (la Crocifissione su tavola è perduta), nei primi anni del Seicento furono acquistate dal cardinale Giacomo Sannesio. Furono poi cedute all´Almirante di Castiglia. Dopo lunghe peripezie La Conversione di Saulo tornò in Italia, per vie ereditarie è pervenuta alla principessa Nicoletta Odescalchi, che ha finanziato per intero l´intervento di recupero condotto sotto la vigilanza della Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico del Lazio guidata da Rossella Vodret, eseguito da Valeria Merlini e Daniela Storti.
Il dipinto era offuscato da una vernice protettiva divenuta giallastra col tempo. Nascondeva l´azzurro dei nastri di velluto che abbelliscono la coda del cavallo, il giallo e il rosa della piume, rendeva sordo l´acciaio dell´armatura del soldato, sbiadiva il verde dello scudo che è coronato d´oro vero, steso a foglia sopra l´argento. E celava un cielo da eclisse.
Forse Caravaggio fu testimone di un´eclisse, sostengono le due restauratrici di questo dipinto dalla datazione incerta (1588 per Argan, 1590-92 per Longhi, 1600 per Marini e Gregori) ma dall´autografia certa (contrariamente ai Caravaggio che stanno spuntando in Italia e nel mondo), con pochi pentimenti (le radiografie mostrano il soldato con una spada che sembra pronta a colpire il Salvatore, e non con la lancia, che quasi si trasforma in un appoggio), ma che ha i segni tipici dell´artista: le incisioni lasciate sulla preparazione di fondo con la punta del manico del pennello.
Era la "guida" per eseguire d´impeto, senza disegno, il paesaggio e le figure, in entrambe le versioni cariche di significati simbolici. Il pioppo su cui appare il Cristo è forse un´allusione alla chiesa di destinazione del quadro, Santa Maria del Popolo (pioppo in latino è popolus), la figura del palafreniere che trattiene un cavallo impennato è vista come un´allegoria dell´umana ragione che modera e corregge la libidine. Tutto questo presuppone l´attenta lettura di difficili testi latini. Caravaggio fu un grande pittore e un grande intellettuale.
Corriere della Sera 6.11.06
E Giordano rassicurò Prodi: noi le tue guardie del corpo
di Maria Teresa Meli
ROMA — «Guarda Romano che quelle che sfilavano per le vie della capitale sono le guardie del corpo del tuo governo. È dagli altri, invece, che ti devi guardare, possono essere loro un problema, non certo noi». Così, l'altro ieri sera, al telefono con il presidente del Consiglio, il leader di Rifondazione comunista Franco Giordano. Dall'altro capo del filo nessuna diplomatica presa di distanza da quelle parole, solo una clamorosa risata. «Noi» e «loro». È l'eterno scontro tra le due sinistre, la radicale e la riformista. E Romano Prodi sta in mezzo. Ben sapendo che «sulla fedeltà del Prc non c'è assolutamente da dubitare». Ma essendo più in sintonia, tutto sommato, con le riforme vagheggiate da leader come Piero Fassino. Il premier però sta bene accorto a non incrinare l'asse con Rifondazione. Non a caso, dal Botteghino, in questi giorni più di un dirigente faceva notare che, forse, «Prodi dovrebbe farsi sentire un po'». Per non lasciare spazio alla sinistra radicale, naturalmente.
Dunque, «noi» e «loro». E lo scontro si è fatto più acceso all'indomani della manifestazione di Roma. Ammette il ds Peppino Caldarola: «L'impressione è che la sinistra radicale sia in vantaggio, almeno nel gioco politico stretto, perché poi è ovvio che è pressata dal suo mondo, come dimostra il corteo di sabato. Comunque appare chiaro che la golden share ce l'hanno loro e la crisi di questo governo è costituita dal fatto che la sinistra riformista finora non ha segnato neanche un punto». È categorico, Caldarola, anche se un ministro ds come Cesare Damiano è convinto che la barra del timone riformista sia «sempre dritta» e che non saranno vecchi «pregiudizi» a far mutare rotta all'Ulivo. Ancora «noi» e «loro»: il sottosegretario verde all'Economia Paolo Cento è convinto che sarà così in eterno: «Né noi né loro — spiega — possiamo tirare la corda più di tanto. Siamo destinati a convivere: una volta l'avremo vinta noi, un'altra loro, e via di questo passo. Anche perché sappiamo tutti che non possiamo permetterci il lusso di spezzare la corda». Ha una visione un po' meno ottimista su quella corda che si tira e non si spezza il capogruppo di Rifondazione comunista a Palazzo Madama Giovanni Russo Spena. Il suo è un osservatorio particolare: se scontro all'ultimo sangue avrà mai da essere tra la sinistra radicale e quella riformista, il campo di battaglia sarà il Senato, dove la maggioranza è appesa a qualche voto.
«La fase cruciale — osserva Russo Spena — non è stata questa della Finanziaria. Ormai la manovra, con tutte le sue luci e le sue ombre, andrà in porto. Tutto comincerà davvero dopo il 15 gennaio. Di lì a giugno ci sono appuntamenti difficili su temi che dividono noi e l'Ulivo. Prima vi saranno le pensioni, poi la competitività, con gli industriali che diranno di volere la flessibilità ma che otterranno la super-precarizzazione del lavoro. Non è un caso che il segretario della Quercia Fassino abbia incontrato il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo proprio per parlare di questo argomento».
E l'Afghanistan? Potrebbe essere un altro fronte di contesa tra le due sinistre? Russo Spena lo esclude: «La Farnesina — rivela — ci ha fatto sapere a mezza bocca che c'è una soluzione in vista che può stare bene anche noi». La Farnesina. Ovvero Massimo D'Alema, l'unico riformista che piace alla sinistra radicale. Che convince «noi» e «loro». Che guadagna «l'apprezzamento» del leader di Rifondazione comunista Giordano per non aver criticato la manifestazione dei precari di sabato.
Lo scontro tra le due sinistre potrebbe quindi riaccendersi a gennaio. Caldarola, però, appare scettico: «Al momento mi pare che la sinistra riformista sia all'angolo. Non vedo scatti d'orgoglio». A Rifondazione, però, sono meno ottimisti. Ad agitarli è l'ipotesi di un Prodi bis. Ne ha parlato di recente il capogruppo dell'Ulivo alla Camera Dario Franceschini per dire che Prodi succederà a Prodi, in caso di crisi. Ma tra i dirigenti del Prc è sorto un dubbio. Un dubbio su cui Giordano ha ragionato con i suoi: e se fosse questa la strada «per ricontrattare il programma, magari prendendo un pezzettino dell'opposizione»? Insomma se fosse questa la via che «loro» vogliono percorrere per togliere peso e ruolo alla sinistra radicale? È una prospettiva su cui Giordano sta riflettendo per preparare le eventuali contromosse: «Per noi — ribadisce il segretario di Rifondazione comunista — il programma è quello sottoscritto prima delle elezioni e di qui non ci muoviamo». Altrimenti lo scontro potrebbero vincerlo «loro».
Fecondazione, non è il giudizio finale
di Carlo Flamigni
Il primo serio tentativo di far breccia nella legge 40 del 2004, l'ingiusta legge sulla procreazione assistita approvata in omaggio al generale asservimento alla morale cattolica e in spregio delle regole più elementari di uno stato laico, non è andato a buon fine. Infatti la Corte Costituzionale, in udienza pubblica, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una coppia di pazienti che, essendo portatori di una mutazione genica recessiva, chiedevano di poter sottoporre i propri embrioni ad un accertamento genetico pre-impiantatorio che avrebbe potuto evitare il trasferimento in utero e la successiva nascita di un «concepito» ammalato. Per spiegare cosa sia effettivamente accaduto riprendo quanto ha scritto su questo stesso giornale, con la sua usuale straordinaria chiarezza, Emilio Dolcini: questione inammissibile, nel linguaggio della Corte, significa che il ricorso è stato proposto in una forma o in un contesto errati, non ha niente a che fare con la fondatezza del quesito che le è stato sottoposto. Le ragioni di questa decisione verranno chiarite - in tempi relativamente brevi - in una ordinanza, un documento generalmente succinto e che non ha dunque il carattere della sentenza, dal quale potremo capire perché la Corte ha deciso di non entrare nel merito: aspettiamo dunque di leggere questa ordinanza, ma teniamo conto del fatto che la Corte non è entrata nel merito e che siamo ancora lontani da una soluzione del problema.
Possiamo discutere, per ora, di una sola cosa, e cioè del fatto che l'Avvocato dello Stato ha motivato il suo parere contrario al ricorso affermando che non esiste il diritto ad avere un figlio sano, dichiarazione che sembra derivare direttamente da quella con la quale ci hanno tormentato per anni secondo la quale non esiste il diritto ad avere un figlio. In effetti sono assolutamente d'accordo con entrambe queste dichiarazioni: ritenere che esistano diritti di questo genere significa immaginare di avere un controllo della nostra biologia e della natura in genere che neppure il più scientista dei laicisti potrebbe immaginare. In verità, però, nessuna delle persone che sono intervenute nel dibattito ha mai fatto dichiarazioni così assurda, la richiesta generalmente formulata essendo stata quella di veder riconosciuto il diritto a fare il possibile per avere un figlio sano, entro naturalmente i limiti della morale comune. Si tratta, mi pare, di cose completamente diverse. E la dichiarazione del magistrato mi pare un ennesimo esempio di quel finto buon senso, lapalissiano, pleonastico e banale, che ha caratterizzato gli interventi dei sostenitori della legge 40 durante questi anni.
Mi ritrovo quindi a ribadire la mia opinione su questo problema come se non fosse accaduto niente. A mio avviso ci sono tre cose che dovrebbero influenzare la Corte Costituzionale nel suo giudizio. La prima riguarda il fatto che una sentenza favorevole ai ricorrenti sanerebbe una contraddizione straordinaria e francamente inaccettabile esistente oggi tra le differenti normative, quella secondo la quale non si possono fare indagini su un embrione prima dell'impianto, e quella che afferma che si possono fare le stesse indagini sul feto, una volta iniziata la gravidanza. La seconda riguarda la necessità di interpretare le norme della legge 40 in modo da tenere compiutamente conto delle definizioni accettate dalla biologia e dalla medicina, definizioni che sono state prevalentemente ignorate da politici prevalentemente incompetenti e da moralisti trascinati nel vortice di un pericoloso fervore ideologico (o più semplicemente ipocriti). La legge precisa che le donne, prima del trasferimento degli embrioni, hanno il diritto di sapere se essi sono o no normali. Embrioni, dice la legge, non c'è alcun accenno a zigoti, ootidi, blastocisti et similia. Ebbene, mentre per riconoscere l'esistenza di alcune anomalie della fecondazione mi basta, nelle fasi pre-embrionali, fare un'analisi morfologica, usando il microscopio, è fuor di dubbio che per l'embrione l'analisi al microscopio è del tutto inadeguata e che soltanto la valutazione della normalità genetica consente di dire alle donne ciò che hanno il diritto di sapere. Tutto ciò, oltretutto, non prelude necessariamente alla distruzione degli embrioni anomali, così come una amniocentesi non è di per sé preliminare a una interruzione di gravidanza, cosa oltretutto che la donna non ha neppure il diritto di richiedere, visto che le amniocentesi vengono eseguite dopo i primi 90 giorni di gestazione con i quali ha termine per lei la possibilità di scegliere. Penso tra l'altro che questa sia stata la posizione del professor Cuccurullo, che presiedeva la sezione del Consiglio Superiore di Sanità che era tenuta a dare un parere sulle linee guida e che ha lasciato il suo incarico avendo dovuto constatare l'esistenza di una posizione preconcetta su questo e sul altri temi. La terza ragione riguarda il fatto che la Corte Costituzionale, in una famosa sentenza, ha riconosciuto il prevalente interesse di chi è già persona (la madre) nei confronti di chi persona può solo diventare (l'embrione): negare la possibilità di conoscere le condizioni di normalità dell'embrione non significa dunque soltanto negare un diritto, ma anche introdurre un grave elemento di rischio nei confronti della salute materna, che invece dovrebbe essere considerata prevalente. In definitiva, ritengo che la Corte Costituzionale dovrebbe mettere ordine, evitare conflitti e contraddizioni, giudicare anche tenendo conto del senso comune dei cittadini e che in materie che hanno così profonde risonanze affettive il luogo nel quale si amministra la giustizia dovrebbe comunque essere il mondo in cui tutti noi consumiamo le nostre vite e non l'empireo lontano di una sapienza teorica.E non può certamente ignorare, chi giudica rimanendo tra noi, la sofferenza di chi è costretto ad andare per il mondo per trovare soluzione ai propri problemi, spesso senza certezze e senza garanzie.
Poiché ho ragione di credere che questo non sarà l'ultimo ricorso presentato alla magistratura nei confronti della legge 40, voglio concludere questo articolo sottolineando l'importanza della terminologia medica che viene utilizzata nei dibattiti. La medicina, essendo una disciplina con uno statuto scientifico molto modesto, deve tener conto soprattutto dei consensi tra gli esperti, e dà perciò grandissimo rilievo alle definizioni. Ad esempio, una cosa è parlare di agenti batterici e una è parlare di agenti virali, ma capita spesso di leggere una generica indicazione a improbabili agenti infettivi o addirittura l'uso di un termine al posto dell'altro. L'anomalia della legge 40 è soprattutto questa: la disattenzione nei confronti del significato dei termini e della coerenza delle definizioni, una scelta da parte di chi ha scritto le norme, un abuso da parte di chi le ha poi interpretate. Mi limito ad un solo esempio.
L'accesso ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita dovrebbe essere riservato, secondo la legge 40, alle coppie sterili e infertili. Una inutile ripetizione? Ebbene no, nella medicina italiana sono considerate sterili le persone che non riescono ad iniziare una gravidanza e infertili quelle che le gravidanze non le portano a termine, abortiscono o generano figli non vitali, cosa che accade prevalentemente a chi è affetto da malattie genetiche e infettive. In realtà, dunque, la legge - se ben interpretata - è meno maligna di quanto si potrebbe credere.
La materia è ostica, difficile e noiosa, non voglio infierire. D'altra parte sono convinto che non esistano, al momento, le condizioni politiche necessarie per modificare la legge 40 e che l'unica vera possibilità di migliorarla almeno un po' consista nella stesura di linee guida più logiche e razionali. Nessuno deve immaginare che questo implichi un tentativo di falsare lo spirito (per quanto farneticante sia ) di questa legge usando trucchetti semantici di basso conio. Si tratta semmai di arrivare a una lettura più competente e meno ideologica di un certo numero di norme, cosa che non è stata possibile alla commissione che ha preparato le attuali linee guida, dominata com'era da un curioso furore ideologico (i membri più influenti erano due professori di storia del diritto romano, molto, ma molto religiosi). Per una buona legge, invece, dovremo attendere. Pur essendo stato contrario al referendum, immagino che ormai la soluzione del problema sia nel continuare a portare gli stessi quesiti davanti ai cittadini finchè non riusciremo ad ottenere un quorum. Se si realizzerà quello che temo, l'avvenire di questo paese - intendo naturalmente il suo avvenire politico - sarà caratterizzato dalla prevalenza di due grandi partiti democratici cristiani, uno di destra e uno di sinistra, e la laicità sarà sepolta di fianco al Milite Ignoto. Ma la maggior parte dei cittadini, quelli che non riescono a farsi sentire e a farsi capire, sono laici. E questi cittadini sanno che il referendum sulla legge 40 non è stato perduto, come continuano a sostenere molti uomini politici sapendo di mentire, e che il problema è stato semplicemente rinviato. A quando? Non so, cominciamo a parlarne.
l'Unità 6.11.06
Al centro ci deve essere sempre il bambino
di Luigi Cancrini
Il Centro di Documentazione falsi abusi sui minori si impegna quotidianamente a diffondere via internet notizie e documenti riguardanti il doloroso problema dei falsi abusi o falsi positivi. Un problema che esiste e tocca molte più persone di quanto non si creda. Al ns. gruppo di lavoro è parsa una buona iniziativa scegliere un episodio tra i tanti, considerato che ci indigniamo per la formazione del partito dei pedofili (Movimento politico Olandese NVD) e non ci accorgiamo che sui nostri figli e/o nipoti viene usata violenza da chi dovrebbe difenderli e proteggerli, per richiamare l'attenzione di tutti sugli errori giudiziari a seguito di abusi legalizzati. Se tutti noi saremo uniti potremo prevenire i veri abusi e sconfiggere quelli falsi, allontanando quelle associazioni e organismi che creano psicosi collettive per i loro pregiudizi, stereotipi e interessi di vario genere, attenendoci scrupolosamente a un protocollo condiviso a livello nazionale (attualmente inesistente) e alla letteratura scientifica maggiormente accreditata.
Vittorio Apolloni
Lavoro ormai da molti anni in un Centro che si occupa di maltrattamento e di abuso all'infanzia. Fondato dal Comune di Roma e sostenuto oggi, oltre che dal comune, dalla Fondazione Vodafone e dall'ISMA, il Centro funziona come un servizio di secondo livello chiamato a dare consulenza ai servizi sociosanitarii e al Tribunale dei Minori prendendo direttamente in carico i casi più complessi. Mi trovo, come direttore scientifico del progetto, nella condizione di seguirne, indirettamente, molti e di pormi ogni giorno di fronte al dilemma proposto in questa vostra lettera. Tentando di affrontarlo, nei limiti delle nostre possibilità, in modo pacato e responsabile come è giusto che sia nel rispetto, soprattutto, dei bambini che di aiuto hanno comunque bisogno: nel caso degli abusi veri e in quello, di quelli falsi. Perché anche questi esistono se è vero che abbiamo ritenuto fondate non più del 60% delle accuse di abuso sessuale che ci sono state proposte dal Tribunale e dai servizi e perché 4 volte su 10 abbiamo concluso le nostre valutazioni confutando le accuse alla base della domanda di aiuto. Confortati sostanzialmente in tutti i casi da un parere analogo dei magistrati che si occupavano del caso. La lunga premessa era necessaria, credo, per dire che la risposta che io tenterò ora di darvi si basa su una esperienza concreta e senza pregiudizi. Da cui mi sembra di aver appreso molto. Di cui ritengo opportuno dare conto a chi, come voi, si trova coinvolto, emotivamente ed intellettualmente, in vicende così dolorose e così estreme.
Dicendo, prima di tutto, che il metodo da noi utilizzato è tutto centrato, comunque, sul bambino. Sulle cose che dice con le parole e sul non verbale che l'accompagna, sul modo in cui gioca e sul modo in cui si relaziona con l'adulto che l'ascolta. Sul modo in cui commenta, sul piano verbale e non verbale, le accuse fatte o suggerite da altri. Difficile raccontarlo e difficile spiegarlo a chi non l'ha vissuto ma la sincerità e l'onestà del bambino che soffre e che ha bisogno di dare parole al suo dolore sono evidenti a chi lo ascolta avendo la preparazione necessario per farlo. In modo altrettanto chiaro e semplice, d'altra parte, ci si può rendere conto, osservando e ascoltando, delle situazioni di «falso abuso», quando il bambino subisce delle pressioni forti per dire (o non smentire) fatti che non sono accaduti. Utili a rinforzare questo convincimento clinico sono, del resto, degli strumenti di valutazione ben noti a chi lavora in questo settore, la cui validità è stata ampiamente confermata dalla clinica e dalla ricerca. È all'interno di questi limiti che va considerata e studiata la tematica del falso abuso. Che esiste, lo ripeto, ma che è in genere abbastanza facile riconoscere. Di cui mi pare si faccia, però, nella vostra lettera e nella idea di organizzare un centro di documentazione ad esso dedicato, un mito di cui non riesco a capire l'utilità. Destinato, al di là delle intenzioni, a gettare discredito su un numero grande di operatori che si battono, fra mille difficoltà, per aiutare il bambino a difendersi, con una denuncia sempre difficile e sempre dolorosa, da chi di lui veramente abusa. Perché di questo si tratta purtroppo in un numero di casi che non è affatto piccolo. Anche se quella che si tenta di diffondere oggi, nei tribunali e nell'opinione pubblica, da parte degli abusanti, degli avvocati che li difendono e di alcuni periti compiacenti, è l'idea per cui del bambino che accusa e di chi lo sostiene non ci si deve fidare. Che nei processi agli abusanti quella che si fa è una caccia alle streghe voluta da chi mette in testa al bambino delle menzogne dirette ad un fine: quello di screditare qualcun altro da cui si vogliono ottenere vantaggi economici o vendette personali.
Il problema vero, alla fine, è quello di un processo in cui abitualmente, l'unico testimone dell'accusa è il bambino. Un bambino costretto per difendere la sua dignità di persona ad accusare adulti che gli sono cari e di cui ha paura. Un bambino chiamato a ricordare con esattezza situazioni per lui assai drammatiche, particolari dilatati o nascosti nella memoria dalle emozioni violente che hanno suscitato e suscitano ancora. Un bambino cui la legge spesso non consente il sostegno di un legale e che è comunque estremamente più debole e meno abile dell'adulto che ha abusato di lui. Quello di cui abbiamo davvero bisogno è di una capacità di ascoltarlo che deve prendere il posto delle guerre passionali del tipo di quelle inevitabilmente veicolate da un centro che si occupa solo di «falso abuso». La vera maturità è quella di un giudizio capace di affrontare ogni caso come se fosse il primo e l'unico. Nel rispetto di tutti quelli che, soffrendo, in quel caso particolare sono comunque coinvolti ma nel rispetto prima di tutto del bambino che è vittima innocente di tutti gli abusi, veri o falsi che siano, e che ha bisogno prima di tutto di verità: per elaborare in modo corretto la sua sofferenza e per guarire. Sapendo che il nostro apparato psichico risponde, di fronte a questo tipo di racconti, con emozioni forti e sempre tali, potenzialmente, da rendere difficile il giudizio e che abbiamo bisogno per lavorare bene in questo campo di una preparazione solida di livello psicoterapeutico. E' in questa direzione che va cercata, a mio avviso, la soluzione di casi estremi come quelli da voi indicati e oggetto, oggi, di una indagine giudiziaria. Ma è in questa direzione che va cercata, ugualmente, anche la possibilità di correggere l'inevitabile eccesso di passione accusatoria legato alle attività di un «centro per falsi abusi».
Repubblica 6.11.06
"Parle da tempi bui". Tensione nel centrosinistra dopo la manifestazione di Roma. Cento: ora il tavolo sul reddito sociale
Precari, scontro Cofferati-Prc
"Volgare l'attacco a Damiano". Giordano: parole stonate
di Francesco Bei
Casini: corteo voluto da Bertinotti, D'Alema esempio di chi non si dissocia dai più radicali
Patta, sottosegretario Pdci: il ministro fa bene a denunciare certe intimidazioni dei Cobas
ROMA - Il giorno dopo la manifestazione a Roma contro il precariato volano parole grosse a sinistra sul significato politico del corteo e sulla direzione di marcia che deve prendere il governo. Paradigmatico lo scontro fra Sergio Cofferati e Rifondazione comunista. «Quella di ieri è stata una giornata per me molto triste - attacca il sindaco di Bologna, intervistato su RaiTre da Lucia Annunziata - perché ha evidenziato una contraddizione irrisolta all´interno del governo che, se non trova sbocchi positivi, può portare a dei danni». Cofferati si riferisce alle divisioni fra sinistra radicale e riformisti e dei sottosegretari scesi in piazza dà un giudizio pesante: «E´ assolutamente priva di senso e incomprensibile la presenza in piazza di rappresentanti autorevoli del governo». Inoltre, visto che il corteo ha avuto come bersaglio il ministro del Lavoro Cesare Damiano, l´ex leader della Cgil non esita a prenderne le difese dai «volgarissimi attacchi» che l´esponente Ds subisce «da parte di persone che continuano a non prendere atto di come sia grave sostituire il ragionamento con la violenza verbale».
Rifondazione replica con il segretario Franco Giordano, che a Roma era alla testa del corteo: «Le parole di Cofferati sono stonate e fuori luogo. Ma non sono più neanche una novità. Il sindaco di Bologna si è infatti ritagliato il ruolo del perfetto conservatore e devo ammettere che lo recita con grande naturalezza». Per Giordano al contrario, vista l´ampia partecipazione alla protesta, ora «il governo deve saper ascoltare e recepire queste istanze sociali». Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato, si dice addirittura «annichilito» dalle reazioni negative alla manifestazione. E se salva il ministro Damiano («ha reagito in modo proprio ma perché si è sentito parte in causa») non risparmia il sindaco di Bologna: «Il suo giudizio mi sembra francamente strumentale».
Polemiche «strumentali» anche per il sottosegretario Paolo Cento, un altro che al corteo c´è andato e lo rivendica. Tanto che ora, incalza l´esponente dei verdi, «ci sono tutte le condizioni per anticipare a prima di gennaio il tavolo di riforma delle leggi sui contratti atipici». Un confronto al quale Cento si presenterà con la proposta di introdurre anche in Italia «il reddito sociale».
Non tutti i partecipanti alla manifestazione minimizzano gli attacchi a Damiano "amico dei padroni". Gian Paolo Patta, sottosegretario del Pdci, sostiene infatti che il ministro ha ragione «nel denunciare le intimidazioni di settori dei Cobas e dei centri sociali», con i quali «non ci sono le condizioni per ulteriori percorsi comuni».
Il centrodestra prova intanto a infilarsi nelle contraddizioni della maggioranza. Così se il leghista Bobo Maroni definisce «dissociati mentali» i sottosegretari che hanno sfilato nella Capitale, Pier Ferdinando Casini mette nel mirino l´ala riformista dell´Unione: «Bertinotti è l´ispiratore di quella manifestazione e D´Alema è un esempio della pavidità dei riformisti che non riescono a emanciparsi dall´ala più radicale». Secondo il leader dell´Udc il governo «è vittima di una convivenza impossibile tra una sinistra europea e una sinistra ottocentesca e classista».
Repubblica 6.11.06
Per la prima volta a confronto la prima e la seconda "Conversione"
Caravaggio contro Caravaggio
La più antica è di proprietà della famiglia Odescalchi
Esposte a Roma in Santa Maria del Popolo
di Paolo Vagheggi
ROMA. È il cielo di un´eclisse di sole, baluginante di luci e di misteriose oscurità quello che si intravede sullo sfondo della caduta da cavallo di Saulo, ovvero del futuro San Paolo, colto dalla folgorazione sulla via di Damasco. È un´eclisse che annuncia l´arrivo prorompente e quasi prepotente del Cristo. Squarcia rami e fronde per tendere la mano verso Saulo. È il Cristo uomo, che quindi ha un´ombra come l´angelo che l´accompagna e quasi sembra proteggerlo. È il momento in cui il Salvatore chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». È una scena impressionante quella della Conversione dipinta di getto da Caravaggio, segnata da una straordinaria cromia di colori di cui oggi, a conclusione del restauro dell´opera, si rivede l´antico vigore. Hanno ripreso forza il bianco del manto del cavallo, il viola della veste del Cristo, cangiante alla Michelangelo, il rosso del mantello di Saulo, l´oro dello scudo del soldato, su cui campeggia una mezza luna e quindi letto anche come rappresentazione del nemico, i turchi, sconfitti nel 1571 a Lepanto.
È questa la prima versione della Conversione, di proprietà della famiglia Odescalchi, da pochi ammirata e mai nella storia messa a confronto con la seconda, quella che si trova nella cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo. Ma è quanto accadrà dal 10 fino a sabato 25 novembre nella basilica romana con una mostra - gratuita va detto - che non ha precedenti (catalogo Skira).
Caravaggio contro Caravaggio: un dipinto su tavola, il primo, dove la presenza della divinità è reale, più vera del vero, contro una tela dove è l´assenza, il buio di una semplice stalla, a farci percepire la fragilità di Saulo di fronte alla soprannaturale maestosità della manifestazione celeste.
La Conversione e La crocifissione di San Pietro furono commissionati a Caravaggio da Tiberio Cerasi, tesoriere generale di Clemente VIII, che aveva acquisito la cappella all´interno di Santa Maria del Popolo. Da contratto le opere dovevano essere realizzate su tavola di cipresso. Ma entrambe furono rifiutate, i definitivi furono su tela. Influirono sicuramente i motivi iconografici, probabilmente ci fu anche l´esigenza di migliorarne l´inserimento nella cappella ma a questa scelta forse non furono estranei furbi collezionisti desiderosi di entrare in possesso dei capolavori "scartati". Le prime versioni, di cui è nota solo la Conversione (la Crocifissione su tavola è perduta), nei primi anni del Seicento furono acquistate dal cardinale Giacomo Sannesio. Furono poi cedute all´Almirante di Castiglia. Dopo lunghe peripezie La Conversione di Saulo tornò in Italia, per vie ereditarie è pervenuta alla principessa Nicoletta Odescalchi, che ha finanziato per intero l´intervento di recupero condotto sotto la vigilanza della Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico del Lazio guidata da Rossella Vodret, eseguito da Valeria Merlini e Daniela Storti.
Il dipinto era offuscato da una vernice protettiva divenuta giallastra col tempo. Nascondeva l´azzurro dei nastri di velluto che abbelliscono la coda del cavallo, il giallo e il rosa della piume, rendeva sordo l´acciaio dell´armatura del soldato, sbiadiva il verde dello scudo che è coronato d´oro vero, steso a foglia sopra l´argento. E celava un cielo da eclisse.
Forse Caravaggio fu testimone di un´eclisse, sostengono le due restauratrici di questo dipinto dalla datazione incerta (1588 per Argan, 1590-92 per Longhi, 1600 per Marini e Gregori) ma dall´autografia certa (contrariamente ai Caravaggio che stanno spuntando in Italia e nel mondo), con pochi pentimenti (le radiografie mostrano il soldato con una spada che sembra pronta a colpire il Salvatore, e non con la lancia, che quasi si trasforma in un appoggio), ma che ha i segni tipici dell´artista: le incisioni lasciate sulla preparazione di fondo con la punta del manico del pennello.
Era la "guida" per eseguire d´impeto, senza disegno, il paesaggio e le figure, in entrambe le versioni cariche di significati simbolici. Il pioppo su cui appare il Cristo è forse un´allusione alla chiesa di destinazione del quadro, Santa Maria del Popolo (pioppo in latino è popolus), la figura del palafreniere che trattiene un cavallo impennato è vista come un´allegoria dell´umana ragione che modera e corregge la libidine. Tutto questo presuppone l´attenta lettura di difficili testi latini. Caravaggio fu un grande pittore e un grande intellettuale.
Corriere della Sera 6.11.06
E Giordano rassicurò Prodi: noi le tue guardie del corpo
di Maria Teresa Meli
ROMA — «Guarda Romano che quelle che sfilavano per le vie della capitale sono le guardie del corpo del tuo governo. È dagli altri, invece, che ti devi guardare, possono essere loro un problema, non certo noi». Così, l'altro ieri sera, al telefono con il presidente del Consiglio, il leader di Rifondazione comunista Franco Giordano. Dall'altro capo del filo nessuna diplomatica presa di distanza da quelle parole, solo una clamorosa risata. «Noi» e «loro». È l'eterno scontro tra le due sinistre, la radicale e la riformista. E Romano Prodi sta in mezzo. Ben sapendo che «sulla fedeltà del Prc non c'è assolutamente da dubitare». Ma essendo più in sintonia, tutto sommato, con le riforme vagheggiate da leader come Piero Fassino. Il premier però sta bene accorto a non incrinare l'asse con Rifondazione. Non a caso, dal Botteghino, in questi giorni più di un dirigente faceva notare che, forse, «Prodi dovrebbe farsi sentire un po'». Per non lasciare spazio alla sinistra radicale, naturalmente.
Dunque, «noi» e «loro». E lo scontro si è fatto più acceso all'indomani della manifestazione di Roma. Ammette il ds Peppino Caldarola: «L'impressione è che la sinistra radicale sia in vantaggio, almeno nel gioco politico stretto, perché poi è ovvio che è pressata dal suo mondo, come dimostra il corteo di sabato. Comunque appare chiaro che la golden share ce l'hanno loro e la crisi di questo governo è costituita dal fatto che la sinistra riformista finora non ha segnato neanche un punto». È categorico, Caldarola, anche se un ministro ds come Cesare Damiano è convinto che la barra del timone riformista sia «sempre dritta» e che non saranno vecchi «pregiudizi» a far mutare rotta all'Ulivo. Ancora «noi» e «loro»: il sottosegretario verde all'Economia Paolo Cento è convinto che sarà così in eterno: «Né noi né loro — spiega — possiamo tirare la corda più di tanto. Siamo destinati a convivere: una volta l'avremo vinta noi, un'altra loro, e via di questo passo. Anche perché sappiamo tutti che non possiamo permetterci il lusso di spezzare la corda». Ha una visione un po' meno ottimista su quella corda che si tira e non si spezza il capogruppo di Rifondazione comunista a Palazzo Madama Giovanni Russo Spena. Il suo è un osservatorio particolare: se scontro all'ultimo sangue avrà mai da essere tra la sinistra radicale e quella riformista, il campo di battaglia sarà il Senato, dove la maggioranza è appesa a qualche voto.
«La fase cruciale — osserva Russo Spena — non è stata questa della Finanziaria. Ormai la manovra, con tutte le sue luci e le sue ombre, andrà in porto. Tutto comincerà davvero dopo il 15 gennaio. Di lì a giugno ci sono appuntamenti difficili su temi che dividono noi e l'Ulivo. Prima vi saranno le pensioni, poi la competitività, con gli industriali che diranno di volere la flessibilità ma che otterranno la super-precarizzazione del lavoro. Non è un caso che il segretario della Quercia Fassino abbia incontrato il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo proprio per parlare di questo argomento».
E l'Afghanistan? Potrebbe essere un altro fronte di contesa tra le due sinistre? Russo Spena lo esclude: «La Farnesina — rivela — ci ha fatto sapere a mezza bocca che c'è una soluzione in vista che può stare bene anche noi». La Farnesina. Ovvero Massimo D'Alema, l'unico riformista che piace alla sinistra radicale. Che convince «noi» e «loro». Che guadagna «l'apprezzamento» del leader di Rifondazione comunista Giordano per non aver criticato la manifestazione dei precari di sabato.
Lo scontro tra le due sinistre potrebbe quindi riaccendersi a gennaio. Caldarola, però, appare scettico: «Al momento mi pare che la sinistra riformista sia all'angolo. Non vedo scatti d'orgoglio». A Rifondazione, però, sono meno ottimisti. Ad agitarli è l'ipotesi di un Prodi bis. Ne ha parlato di recente il capogruppo dell'Ulivo alla Camera Dario Franceschini per dire che Prodi succederà a Prodi, in caso di crisi. Ma tra i dirigenti del Prc è sorto un dubbio. Un dubbio su cui Giordano ha ragionato con i suoi: e se fosse questa la strada «per ricontrattare il programma, magari prendendo un pezzettino dell'opposizione»? Insomma se fosse questa la via che «loro» vogliono percorrere per togliere peso e ruolo alla sinistra radicale? È una prospettiva su cui Giordano sta riflettendo per preparare le eventuali contromosse: «Per noi — ribadisce il segretario di Rifondazione comunista — il programma è quello sottoscritto prima delle elezioni e di qui non ci muoviamo». Altrimenti lo scontro potrebbero vincerlo «loro».
domenica 5 novembre 2006
l'Unità 5.11.06
La ballata dei circoncisi
di Luigi Manconi e Andrea Boraschi
Davanti a certi fatti e a certe di prese di posizione, viene da chiedersi se qualcuno, in questo paese, abbia deciso intenzionalmente e irrevocabilmente di opporsi a qualsiasi politica positiva in fatto di integrazione; o se, per contro, quello stesso qualcuno non sia vittima, a sua volta, di un madornale fraintendimento o di una sciagurata e irreparabile ottusità nei confronti della cruciale questione migratoria. Se escludiamo queste alternative, fatti come quelli dell'Ospedale Regina Margherita di Torino risultano incomprensibili. Dai primi giorni di ottobre in quell'ospedale è stata avviata una sperimentazione che prevede la medicalizzazione della circoncisione rituale. Centoventimila euro stanziati per 300 interventi nell'arco di un anno; interventi semplici, che non comportano rischi clinici di alcun tipo, che sono intesi a ricondurre a un ambito medico pratiche altrimenti clandestine e talvolta dannose. Come per quel bambino quasi evirato, pochi mesi fa, da sua madre: una badante nigeriana residente a Padova, improvvisatasi chirurga.
L'avvio del progetto è stato piuttosto semplice, almeno per quanto concerne le modalità di informazione delle comunità straniere della città. Madih, padre di Ilias e Nadir, tra i primi bambini circoncisi a Torino, è in Italia da otto anni e gestisce un banco ambulante di frutta e verdura in Corso La Spezia; aveva ricevuto un volantino prima dell'estate e l'aveva conservato. I criteri di ammissione al servizio apparivano chiari: permesso di soggiorno, residenza nel capoluogo piemontese, niente ticket, età dei minori cui praticare l'intervento compresa tra gli 1 e i 12 anni. E, così, entrambi i suoi bambini, ed altri con loro, sono stati sottoposti a quell'operazione in condizioni di massima sicurezza. Una sperimentazione simile è stata avviata anche dalla regione Liguria: in tutti gli ospedali della regione si può accedere a pratiche medicali di circoncisione (ed è previsto un ticket).
Fin qui, tutto semplice. Com'era semplice mettere in conto le critiche e le reazioni ostili. Dalle più accettabili («perché quel rituale religioso va finanziato con soldi pubblici?») alle più demenziali («siamo in Italia, non siamo in Arabia Saudita»; e ancora: «a quando l'infibulazione passata dalla mutua?»). Ci sarebbe, eccome, di che rispondere. Perché la circoncisione potrà, sì, avere delle valenze rituali e religiose; ma è, sopra ogni altra cosa, un intervento che molti medici ritengono opportuno, anche in assenza di specifiche patologie che lo rendano indispensabile. Esistono fior di studi scientifici che documentano come l'incidenza di balanopostiti, nei soggetti circoncisi, sia significativamente più bassa; ed esistono ricerche molto serie (una pubblicata sul Lancet), che tendono a dimostrare come la circoncisione riduca notevolmente le possibilità di infezione da Hiv. E, allora, perché non conciliare virtuosamente più esigenze, tutt'altro che contraddittorie? La sperimentazione torinese, così come quella ligure, possono offrire un servizio utile da un punto di vista medico-igienico, ridurre una pratica clandestina pericolosa e talvolta drammatica, offrire riconoscimento pubblico a una cultura, quella islamica, ormai ampiamente presente nella nostra società (tanto più che la circoncisione rituale è praticata da sempre all'interno delle comunità ebraiche in Italia). E consideriamo pure alcune delle eccezioni, come dire?, più ruvide. No, certo che non siamo in Arabia Saudita; e se continua così non siamo neppure negli Stati Uniti o in Australia, dove la circoncisione è largamente diffusa e praticata. Come lo era nel mondo ellenico, nell'antica Roma, nell'Egitto dei faraoni, tra i Caldei che abitavano l'Armenia e il Kurdistan; e ovviamente, come si è detto, tra le comunità ebraiche. Dunque, la circoncisione è una pratica, ancor prima che un rituale, diffusa tra molte culture: tra cui, certo, anche quella musulmana.
Ha qualcosa a che fare con le pratiche di mutilazione genitale femminile? Beh, comporta un intervento mutilatorio; e interessa un organo genitale. Dopodiché sta alla clitoredectomia o all'infibulazione come il taglio di un'unghia (per tener fermo il «fattore mutilante») sta all'amputazione di un braccio. Dicevamo di come potessero essere prevedibili talune critiche: c'è un elemento tuttavia, in questa vicenda, che prevedibile non era. Di venti chirurghi interessati da quella sperimentazione, solo quattro si sono effettivamente resi disponibili. Gli altri si sono appellati all'obiezione di coscienza. Il primo e più netto rifiuto è venuto dal primario di Urologia, Marco Bianchi: «Non è una patologia ma un rito - ha dichiarato - quindi né io né alcun medico del mio reparto partecipiamo alla sperimentazione». Ah, beh... non fa una piega. E però, siccome gli imprevisti sono forieri di altri imprevisti, al neonato partito dell'obiezione (il cui diritto, evidentemente, nessuno intende discutere e nemmeno svalutare o denigrare) si è aggiunto un partito di volontari, provenienti da altri ospedali della città. «Mi rendo disponibile - ha dichiarato il primario di Neurourologia dell'ospedale Maria Adelaide, Roberto Carone - Primo, perché l'intervento non ha controindicazioni, anzi. Secondo, perché questi bambini lo farebbero comunque ma in condizioni rischiose, quindi c'è una responsabilità nel negare l'intervento. Se alcuni colleghi fanno obiezione, mi metto a disposizione». Ecco: anche nei momenti peggiori esistono sempre portatori sani di buon senso.
Liberazione 5.11.06
La giustizia non può essere affidata alle scelte politiche dei vincitori. Occorre istituire quella corte penale internazionale che sia in grado di tutelare i diritti dell’uomo (anche dei vinti)
Impiccheranno Saddam? E’ stato un processo-farsa
di Giuliano Pisapia
La sentenza nei confronti di Saddam Hussein, accusato di aver ordinato la morte di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, è attesa per oggi. Il pm, però, ha già dichiarato che il verdetto «potrebbe slittare di qualche giorno»: il che conferma quanto da molti ipotizzato e cioè che, anche sui tempi della decisione, inciderà la scadenza elettorale negli Stati Uniti.
La notizia della condanna di Saddam Hussein avrebbe, infatti, effetti positivi per Bush, in forte calo di consensi per la sua politica estera. Il presidente degli Stati Uniti - come emerge da un recente sondaggio effettuato in Gran Bretagna, Israele, Canada e Messico - è considerato più pericoloso, per la pace, del leader nordcoreano Kim-Jong-il e del presidente iraniano Ahmadinejad (ed è battuto solo da Bin Laden, peraltro con uno scarto minimo: 75% degli intervistati, rispetto all’87%).
Ma, per ritornare al processo nei confronti di Saddam, se non vi è certezza sui tempi della sentenza, ben pochi sono i dubbi sulla decisione finale. La condanna è data per scontata; la morte per impiccagione è ritenuta molto probabile. Non è certo questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità penali di Saddam Hussein, anche se, in tempi non sospetti, ne abbiamo denunciato i crimini e la violazione dei diritti umani (quando invece altri lo armavano e lo finanziavano). Non ci possiamo esimere, però, dal denunciare il fatto che, in tutti i processi per crimini di guerra o genocidio celebrati dopo la seconda guerra mondiale, sono stati solo i vincitori a processare i vinti, malgrado che anche quest’ultimi si fossero spesso resi responsabili di crimini analoghi o altrettanto gravi. Il che ha portato, molti, a ritenere - a torto o a ragione - che alla fine la “politica” abbia prevalso, anche nelle sentenze, sul diritto, con la conseguenza di essere state considerate non imparziali e, quindi, non eque.
E’ sintomatico, a tale proposito, che il coordinatore del comitato di difesa di Saddam Hussein abbia inviato una lettera al presidente Bush, preannunciandogli che «la condanna a morte metterà a ferro e fuoco l’Iraq e porterà la regione verso la guerra civile e quindi verso l’ignoto».
Nessuno può sapere se l’esito di un processo celebrato nel rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale sarebbe stato diverso da quello cui perverrà il Tribunale speciale istituito appositamente dalle autorità d’occupazione americane, ma - proprio per questo - bisognava fare di tutto per evitare di celebrare un processo la cui sentenza, qualunque essa sia, potrà essere tacciata di aver violato alcune regole fondamentali, anche del cosiddetto diritto bellico. Basti pensare, ad esempio, al fatto che il processo si è svolto (ed altri si stanno svolgendo) davanti a un Tribunale speciale, con giudici nominati appositamente dal potere politico e con regole processuali decise, di fatto, dai vincitori del conflitto armato. Il che non significa, meglio precisarlo per evitare equivoci, sostenere che Saddam non sia colpevole di quanto gli è contestato, ma che è sempre più urgente creare gli strumenti affinché - anche quando si giudicano crimini contro l’umanità - vi sia un Tribunale indipendente, imparziale e che all’imputato siano garantiti quei diritti processuali che sono parte integrante di un processo il cui esito non sia già precostituito (è significativo, del resto, il fatto che non è stato possibile formare un Tribunale, composto da giudici iracheni indipendenti, per i crimini di guerra, le stragi di civili, le torture ecc., commesse dalle truppe d’occupazione). Ma vi è di più. La sentenza di condanna non è appellabile; i giudici “scomodi”, solo perché non sono stati sufficientemente duri nel respingere le istanze della difesa, sono stati immediatamente sostituiti con altri “giudici”, scelti dal potere politico, alla faccia della divisione dei poteri, della parità delle parti e del principio per cui il giudice deve essere «precostituito per legge». Il diritto di difesa è stato costantemente compresso, e in alcuni casi azzerato.
Potrei andare avanti, ma il processo a Saddam può essere l’occasione per riprendere la riflessione, e la mobilitazione, rispetto a quegli istituti di giustizia sovranazionale che possano realmente, e non solo formalmente, garantire in futuro - in presenza di crimini di guerra e contro l’umanità - un processo equo che garantisca una sentenza che sia unanimemente riconosciuta dalla collettività internazionale.
E la soluzione non può che essere quella di istituire finalmente quella Corte Penale Internazionale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel lontano 1998 (e di cui l’Italia è stata la prima firmataria). Un giudice sovranazionale, con regole e norme giuridiche prefissate e approvate dalla comunità internazionale, che si occupi di diritto umanitario, che sia in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e che abbia la forza di perseguire i responsabili di crimini, ovunque siano avvenuti e chiunque ne sia il responsabile.
Il nostro Paese ha avuto, negli anni passati, un ruolo determinante nel lungo e difficile cammino per raggiungere tale obiettivo. L’Italia, l’Europa - e, in particolare, la sinistra italiana e la “Sinistra Europea” - possono oggi avere un ruolo fondamentale per far avanzare quel percorso iniziato nel 1950 nell’ambito delle Nazioni Unite. Le resistenze di alcune potenze mondiali sono tanto forti quanto inaccettabili; e possono, credo e spero, essere vinte se si riesce a creare una profonda unità tra l’Europa, le nuove democrazie sudamericane e i tanti Paesi “poveri” che già hanno mostrato la loro volontà, ratificando lo statuto della Corte penale internazionale approvato a Roma. Statuto che, invece, non è stato sottoscritto da Paesi (Russia, Cina, Usa, Israele) - che pretendono l’impunità. Non è casuale, del resto, che lo statuto della Corte penale internazionale non preveda, malgrado l’estrema gravità dei crimini che dovrebbe giudicare, la pena di morte: un Tribunale che difende il diritto umanitario non può, evidentemente, mettersi sullo stesso piano di chi quel diritto umanitario ha violato e calpestato.
Liberazione 5.11.06
Avete capito cosa vuol dire fare politica?
di Rina Gagliardi
Finalmente. Il movimento è tornato in piazza, ha invaso pacificamente e allegramente la città di Roma, ha reso visibili le sue ragioni. La manifestazione di ieri, “Stop precarietà ora! ”, è stata davvero straordinaria, sia per il numero grandissimo di persone, e di giovani, che vi hanno partecipato, sia per la qualità sociale e politica che l’ha caratterizzata. Non è stata, nient’affatto, una manifestazione “contro” - contro Prodi, il suo governo, questo o quel ministro - ma una discesa in massa “per”: “per”, a favore di quei beni che i grandi poteri (e la logica dell’”economia”) negano ai più, e che ancora la politica non riesce a conquistare come Diritto. Per chi ama la politica - la politica non intesa come mestiere più o meno privilegiato, ma come passione per il cambiamento e partecipazione di massa - il 4 novembre 2006 è stata una splendida giornata. E chi non c’era, ha perso una occasione importantissima per capire, o almeno per interrogarsi, sulle domande (e i bisogni) che muovono il popolo italiano, e sulle risposte che bisognerà costruire - con la pazienza necessaria, certo, ma non “da qui all’eternità”. Chi non c’era, a prescindere dalle motivazioni della sua assenza, dovrebbe ora rammaricarsi - e riflettere. Curioso che un politico di qualità come il ministro del lavoro Damiano abbia espresso soltanto un sentimento di “amarezza” e, soprattutto, abbia visto (da casa?) un altro corteo, che gli ha ricordato “gli anni più bui” della storia sociale di questo paese.
Noi abbiamo visto il corteo che c’era: forse centocinquantamila, forse duecentomila persone, che hanno rivendicato un diritto essenziale. Il diritto a un lavoro degno di questo nome, che non “scade” ad ogni trimestre. Il diritto alla cittadinanza piena che solo un lavoro riconosciuto può dare. Il diritto alla dignità e alla speranza. Curioso che il ministro Damiano si senta offeso da rivendicazioni che non sono solo sacrosante, ma investono in profondità la qualità di quella “sciocchezzuola” che chiamiamo democrazia. Come fa un Paese, la sesta o la settima potenza industriale del mondo, a considerarsi compiutamente democratico, se una così larga parte dei suoi cittadini sono costretti a un mercanteggiamento di se stessi così prolungato e così umiliante? Come si fa a non capire che la precarietà non fa soltanto malissimo a chi la vive, ma corrode la stessa convivenza civile e uccide la coesione sociale? Questa consapevolezza era visibile prima di tutto sulle facce delle decine di migliaia di operai metalmeccanici che hanno sfilato per ore nel centro di Roma. Non lo nascondiamo: le bandiere della Fiom-Cgil, a tutt’oggi, ci producono un’emozione del tutto speciale, non paragonabile ad altre. E ieri, gli striscioni metalmeccanici - da Mirafiori alle Rsu della Ciociaria - erano come un fiume in piena, non finivano mai, orgogliosi come le “pettorine” gialle contro lavoro nero e lavoro precario distribuite da “Lavoro e società” - e molto giovani, non solo perchè tantissimi di quei “fiommini” erano anagraficamente molto giovani, nati, quasi certamente, dopo la grande stagione degli anni ’70.
Ma insieme ai “lavoratori garantiti”, caro ministro, c’era un’altra marea - migliaia di ragazze e ragazzi “non garantiti”, con le loro musiche, le loro danze, la loro fantasia, la loro voglia di vivere, nonostante tutta la fatica di conquistarsi un’identità al mese, spedire in giro curricula, contrattare quei cento euro in più che valgono qualche giro in motorino. A larghi tratti, questi giovani inoccupati, disoccupati, interinali erano indistinguibili dai loro quasi coetanei occupati in una qualche azienda del Nord: ecco un tratto nuovo e largamente inedito del corteo, la contaminazione. Sociale, politica, simbolica - e perfino, questa volta, fisica. La contaminazione tra soggetti sociali diversi per generazione e collocazione produttiva, ma capaci ormai di riconoscersi nello stesso fronte, nello stesso “blocco storico”.
Noi di Rifondazione l’avevamo chiamato, già qualche anno fa, “nuovo movimento operaio”: nuovo, perché nato nel fuoco della globalizzazione produttiva, dopo la crisi delle grandi narrazioni novecentesche e dopo l’esaurimento del compromesso sociale socialdemocratico; movimento, perché cresciuto all’interno di una pratica politica partecipativa, capace di costruire “da dentro” piattaforme, vertenze, mediazioni; operaio, perché scopre e riscopre la liberazione del lavoro come un cardine di ogni progetto di trasformazione - e perfino di ogni “riforma” non usa a coprire, secondo l’uso attuale, la sostanza di troppe controriforme. Ieri, a Roma, il nuovo movimento operaio ha forse avuto il suo primo, solenne battesimo del fuoco. E sarà stato un caso che Rifondazione comunista non fosse soltanto presente in massa, ma fosse dovunque visibile, in testa, in coda, con le sue bandiere che andavano a ruba (insieme a quelle, richiestissime e presto esaurite, della Sinistra europea), la sua spiritosa lavagnetta con scritto “Io scado il... ”, i suoi militanti di tutte le età, i suoi bellissimi giovani, i suoi dirigenti, parlamentari, sottosegretari e viceministri? No, non è un caso, ma un risultato di cui questo partito, che ha scelto la “contaminazione” come propria cifra culturale e ragion d’essere sociale, può andare fiero. Quanto al coro di zanzare che disquisiscono (con la fastidiosità e la costanza tipica del noto dittero) sulla impossibilità di essere un partito di lotta e di governo, diciamo a tutti loro che la loro idea di politica ci pare, francamente, molto limitata - quasi aziendale. Avete visto ieri la piazza di Roma? Era un pieno di politica, di voglia di nuova politica. Chi ha a cuore - come noi - le sorti e la qualità del governo Prodi, sa che lì, in quel popolo, in quei giovani, in quella rappresentazione simbolica e corposa di nuovo movimento operaio, sta la chiave del successo possibile e auspicabile.
Liberazione 5.11.06
E’ stata una manifestazione enorme, unita, pacifica. E’ servita a denunciare le nuove forme barbare di sfruttamento e schiavitù che in Italia riguardano 7 milioni di persone. Ds, Margherita e Cgil hanno perso una grande occasione. Fortissima la presenza Fiom
199.997 in corteo contro il precariato
Mancavano Fassino, Rutelli e Epifani
di Fabio Sebastiani
Duecentomila persone hanno sfilato in corteo ieri a Roma, per ore, da piazza Esedra a piazza Navona. E’ stata una protesta fortissima, massiccia, pacifica, contro le politiche del lavoro degli ultimi governi che hanno esteso la piaga del precariato, cioè delle nuove feroci forme di sfruttamento del lavoro. Nel corteo i giovani erano la maggioranza. Sul piano delle organizzazioni, le presenze più forti erano quattro: la Fiom, Rifondazione comunista, l’Arci e i Cobas. Le assenze più forti erano quelle di Rutelli e Fassino (cioè Ds e Margherita) e poi quella di Epifani cioè della Cgil (esclusa, appunto, la Fiom). In testa al corteo, tra gli altri, Franco Giordano, Gianni Rinaldini, Paolo Beni, Piero Bernmocchi, Giorgio Cremaschi. Giordano, parlando coi giornalisti, ha detto: «Questa non è una manifestazione né contro né a favore del Governo, è contro la precarietà». Giordano ha anche manifestato apprezzamento per il vicepremier Massimo D'Alema, il quale, in un'intervista ha riconosciuto che questa manifestazione non è contro il Governo ed ha detto di condividere la lotta alla precarietà. «D'Alema ha colto lo spirito giusto- ha detto Giordano - e io gliene sono grato».
il manifesto 5.11.06
Giordano: Ascoltare la piazza
«Questa è una manifestazione che non è nè contro nè a favore del governo. È contro la precarietà». Così il leader del Prc, Franco Giordano, presente dietro lo striscione d'apertura del corteo. «Il governo deve ascoltare le voci e osservare i volti che sono in piazza perchè bisogna bonificare la precarietà. Questo è un elemento decisivo per determinare maggiore giustizia sociale ed un cambiamento di asse nello sviluppo del Paese».
Ferrero: Ministro contento
«La grande partecipazione che ha accompagnato la manifestazione contro la precarietà che si è svolta questo pomeriggio a Roma è un segnale importante e davvero molto positivo». Questo il commento del ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «Credo che d'ora in poi questo governo dovrà considerare la lotta alla precarietà come una delle sue caratteristiche principali, allo stesso modo in cui già lo è la lotta all'evasione fiscale».
il manifesto 5.11.06
Qualcosa di sinistra
di Loris Campetti
Una bella manifestazione ha riportato la politica nelle strade di Roma. Un corteo contro la precarietà del lavoro che a sua volta produce precarietà sociale ha dato il segnale di un paese ancora vivo, e un paese è ancora vivo quando interloquisce con la Politica, chiede e orienta risposte alla crisi di prospettiva che emargina intere generazioni di giovani e non più giovani. Scendere in piazza quando al governo ci sono le forze del centrosinistra per le stesse ragioni per cui si scendeva in piazza, con tutto il centrosinistra, quando governavano le destre, trasmette due messaggi forti: il primo, di critica, dice che destra e sinistra si distinguono per le politiche che fanno, e non per la disposizione geografica che assumono nell'emiciclo parlamentare; il secondo, propositivo, indica una strada, un'alternativa all'umiliazione che la filosofia dell'unicità del mercato infligge a chi lavora. Svalorizzare il lavoro non rende più competitivi ma più precari.
Ha poco senso dividersi tra chi legge la grande manifestazione di ieri come un attacco al governo e chi vorrebbe girarla a suo sostegno: il corteo rappresentava un'idea di società «altra», sta allo schieramento che ci governa dire da che parte si colloca. E' preoccupante che un ministro intelligente come Cesare Damiano si dichiari amareggiato per un corteo che avanza critiche a una Finanziaria che non cambia rotta in tema di precarietà. Ed è ancor più preoccupante che un grande sindacato come la Cgil - capace in era Berlusconi di raccogliere 5 milioni di firme in difesa della dignità dei lavoratori e di rompere con gli altri sindacati, per le stesse ragioni per cui si è manifestato ieri, chiamando da sola allo sciopero generale - non fosse tra i promotori del corteo. Come nel luglio 2001 a Genova, il maggior sindacato italiano era presente solo con alcune sue robuste «minoranze»: i metalmeccanici della Fiom, la componente Lavoro e società, importanti Camere del lavoro e tantissimi militanti della Funzione pubblica, della Conoscenza, della Scuola. Dopo il 21 luglio di cinque anni fa la Cgil rientrò nel movimento, ci auguriamo che la stessa cosa avvenga oggi.
E' un'idea pericolosa quella che interpreta la democrazia come pura e semplice delega alla «politica»: un voto ogni cinque anni, se «vincono i nostri» se ne riparla il prossimo lustro e se vince l'avversario si presidiano le piazze. La democrazia evocata dal corteo di ieri è qualcosa di più complesso, offre idee e partecipazione, vede nel conflitto sociale democratico un motore del cambiamento. Sbaglia chi interpreta questa protesta sociale come un problema invece che come una risorsa.
In piazza a Roma, prima ancora delle sigle promotrici, c'erano le persone che subiscono le conseguenze della politica liberista: i precari nei call center, negli ospedali e nelle università, alle linee di montaggio industriali o giornalistiche; i futuri precari che sono gli studenti; chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma non per questo è meno precarizzato e ricattato, alla Fiat o alla Telecom o in Ferrovia; gli immigrati, che riassumono in sé tutti gli aspetti della precarietà; infine, la precarietà sociale che chiede case, servizi, cultura, uno straccio di reddito. Una parte consistente di un possibile blocco sociale. Un'opportunità per la sinistra.
il manifesto 5.11.06
A Roma in 200.000 da tutta Italia. Per chiedere l'abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della «riforma Moratti»
«Siamo tutti precari, e non ci piace affatto»
Le mille facce del «popolo della pace» che ha tenuto in piedi la lotta contro la guerra e il governo Berlusconi: dall'Arci ai Cobas, da «Lavoro società» ai sindacati di base, dagli studenti a una parte dei «disobbedienti» Un mare di metalmeccanici consapevoli che dentro il sindacato si gioca una partita importante, da cui dipende l'autonomia della stessa Cgil. Non ha avuto effetto la «scomunica» emessa giorni fa dalla segreteria
di Francesco Piccioni
Roma. Non tutte le polemiche vengono per nuocere. Anzi. Quel tanto di pepe sparso da una spericolata manchette dei Cobas su questo giornale ha spinto tutti gli organizzatori della manifestazione di ieri a raddoppiare gli sforzi. E i risultati si sono visti in piazza. Un fiume di gente ha attraversato Roma. Dal piccolo palco improvvisato, a piazza Navona, si parla di 200.000 persone. E non è una cifra lontana dalla realtà. Quando il corteo è già dentro la piazza, la coda sta appena iniziando a lasciare la stazione Termini.
La partenza è lenta. Bisogna organizzare un cordone di servizio d'ordine per forzare il «blocco» dei giornalisti, piovuti come mosche sullo striscione di testa per strappare una dichiarazione polemica, uno slogan buono per la politica politicante. «Stop precarietà ora!», il drappo bianco apre la marcia, sostenuto dai dirigenti di tutte le associazioni presenti nel comitato promotore. Le bandiere alle loro spalle sono tutte mescolate: Fiom, Arci, Cobas, SinCobas, molte della Cgil, tante arcobaleno. Prima ancora si potevano vedere storici dirigenti sindacali e «pericolosi autonomi» abbracciarsi per la gioia di aver messo assieme così tanta gente.
E' questa l'anima incomprimibile del «popolo di sinistra» che ha retto le piazze negli anni delle guerre e di Berlusconi; che ha imparato a conoscersi e rispettarsi nonostante le differenze e l'orgoglio di organizzazione. Quel «popolo» che ha reagito alle polemiche, e alla volontà di veder fallire questa giornata, raddoppiando treni, pullman, auto.
La precarietà è in cima alla lista dei problemi aperti. Comprende e supera, in parte, anche le questioni della scuola e dell'immigrazione. La piattaforma comune pretende l'abolizione della «legge 30», della Bossi-Fini e della Moratti. Ma la precarietà è un cancro che si diffonde ben al di là della condizione contrattuale, fino a toccare, accomunandole, l'esistenza stessa di persone per altri versi diversissime. I lavoratori della Sogei (la società che gestisce l'anagrafe tributaria) sono a fianco dei dipendenti delle «cooperative» su cui è stata «esternalizzata» parte dell'assistenza sociale. Gli studenti medi o universitari viaggiano vicini a facce di sessantenni che tengono il ritmo anche del sound system montato su un camion («siamo nati con l'esplosione del rock' roll, ci vuol altro per spiazzarci»).
Ma è lo «spezzone» della Fiom - quasi la maggioranza assoluta del corteo - a dare il colpo d'occhio più vigoroso della giornata. La «scomunica» pronunciata dalla segreteria della Cgil, la settimana scorsa, ha stimolato una reazione davvero eccezionale. I metalmeccanici hanno capito che qui si giocava una partita importante: per loro come categoria e per l'«autonomia» di tutta la Cgil. E sono arrivati in massa, inquadrati in file strette, con bandiere, pettorine, striscioni. Città dopo città, a far vedere che una parte decisiva del sindacato è qui. Solo da Torino hanno messo insieme un treno intero e sei vagoni, più di 1.500 persone.
E lo stesso hanno fatto quelli della corrente «Lavoro Società», pur interna alla maggioranza congressuale di Rimini. Con le loro pettorine gialle sono presenti un po' in tutti i settori. Soprattutto dietro gli striscioni della «funzione pubblica» (che pure non aderiva ufficialmente) e della Lombardia.
Striscioni e slogan molto critici con il governo, naturalmente, non mancano («la legge Biagi è da cancellare, è scritto nel programma, non ci provare»). Ma è sul «merito» dei provvedimenti che questo popolo si misura. E' qui che chiede cambiamenti profondi nella struttura della finanziaria. Consapevole oltretutto che la partita sarà durissima («ci vediamo a gennaio, vedrai; Bombassei - vicepresidente di Confindustria, ndr - ha già detto che vuole la flessibilità dell'orario di lavoro»), a partire dal nodo pensioni.
Non manca, come sempre, qualche imbecille che prova a farsi vedere «più estremo» della massa. Ma quasi nessuno se ne accorge. Niente a che vedere con gli allarmi interessati sparsi ad arte nei giorni scorsi.
A piazza Navona si susseguono gli interventi conclusivi, con precari in carne e ossa - invece che leader di organizzazione -a parlare da un palco striminzito, appena un furgoncino. C'è l'immigrato, il «fantasma del S. Andrea» a ricordare lo stato della sanità, quello dei call center e quello della scuola, quello di Napoli e l'occupante di case. Si applaudono tutti, con la testa già a domani, quando le «discussioni» - specie all'interno della sinistra e del sindacato - «diventerà vivace». Ma «con questi numeri davanti al naso si ragiona certamente meglio».
Poi la piazza è colma e il resto del corteo non riesce neppure ad entrare. A largo Argentina si fermano due dei camion, e la piazza diventa il «secondo polo» della serata. Un plotone di carabinieri è preso nella folla da tutte le parti, al punto che un ufficiale nervoso li obbliga a schiacciarsi contro il muro per «non farsi passare la gente alle spalle». Tra le due piazze comincia il via vai di chi si incammina per recuperare un treno o un pullman e di chi va avanti ancora un po' per arrivare «in fondo». Dopo ore di cammino ti ricordi che finché c'è il corteo le gambe vanno alla grande. La stanchezza arriva solo dopo, quando rimani solo. Anche per questo si manifesta: per non rimanere soli davanti a qualcuno che vuol disporre di te come di una cosa. Precaria.
Corriere della Sera 5.11.06
Il Prc esulta: più forti di prima
ROMA — «La manifestazione ha indubbiamente fortificato l'asse di sinistra di questo governo»: a braccetto con i compagni di partito il leader di Rifondazione comunista Franco Giordano non nasconde la soddisfazione. Il corteo è andato bene. Lui non è stato fischiato, grazie anche all'abile regia del responsabile organizzazione del Prc, Ciccio Ferrara, che lo ha fatto uscire al momento opportuno per farlo rientrare quando Cobas e centri sociali erano già sfilati via.
Nessuna protesta clamorosa e chiassosa, dunque: solo qualche slogan del tipo «Bertinotti, Prodi, Visco, la manovra non capisco» e un paio di insulti rivolti, però, al presidente della Camera («che se la fa con i fascisti»). Per il resto, baci, applausi, strette di mano, richieste di foto e di autografi. C'è persino un militante del Pdci con tanto di bandiera del partito che abbraccia il segretario di Rifondazione, lontano dagli occhi di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo. Ma il finale in bellezza, per Giordano, è la dichiarazione di Romano Prodi: «È stata una manifestazione pacifica e non antigovernativa». Appena gliela leggono al cellulare, sull'auto che lo porta a casa insieme all'affascinante compagna Griselda, Giordano si attacca al telefono per chiamare il premier e ringraziarlo. D'altra parte qualche oretta prima il leader di Rifondazione comunista aveva spiegato di aver apprezzato il Massimo D'Alema dialogante che l'altro ieri aveva «coperto» politicamente la manifestazione: «Lui — spiegava il segretario del Prc — sì che ha testa politica, mentre Piero Fassino ha scelto proprio questa giornata per parlare bene dei ricchi in una lettera al Corriere della Sera!».
Il clima è euforico e non c'è un sottosegretario, un viceministro o un capogruppo della sinistra radicale che si senta fuori posto. Tutti conoscono tutti in questo corteo. Militanti, manifestanti e passanti salutano i rappresentanti del governo chiamandoli per nome. È l'ennesimo corteo che si fa insieme. E certamente non sarà neanche l'ultimo. Paolo Cento sfila sorridendo: «Con tutti 'sti esponenti dell'esecutivo mi pare proprio una manifestazione filogovernativa», celia con i giornalisti il sottosegretario verde all'Economia, che poi aggiunge: «Comunque, scherzi a parte: non è che non si va più in piazza perché c'è un governo di centrosinistra».
Il rifondarolo Alfonso Gianni è d'accordo con Cento: «Qui ci sarà pure chi urla abbasso Prodi, ma sapete che c'è? Chi se ne frega, non è questo il segno distintivo della manifestazione» spiega il sottosegretario di Rifondazione comunista allo Sviluppo economico. Secondo Gianni il vero problema è un altro: «Con questa Finanziaria così contraddittoria — osserva — non siamo riusciti a spiegare che stiamo facendo una grande redistribuzione del reddito». Ha l'aria soddisfatta anche Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc a Palazzo Madama: «Alcuni alleati si scandalizzano perché siamo qui? Dovranno cominciare ad abituarsi a noi: Rifondazione è un animale strano» ride sotto i baffi neri come la pece il presidente dei senatori di Rifondazione comunista.
E se Cento, continuando a sfilare, definisce «inaccettabili» le critiche ai rappresentanti del governo che partecipano al corteo, un altro sottosegretario, Gian Paolo Patta, è convinto che «sia giusto stare qui». Ovviamente la pensano allo stesso modo Patrizia Sentinelli, viceministro agli Esteri e la sottosegretaria al Lavoro Rosa Rinaldi, entrambe di Rifondazione comunista. Il Pdci Marco Rizzo che profetizzava i fischi al Prc constata che i fischi non ci sono, anzi, e se la prende con il ministro Bianchi, che ha sostenuto che non era il momento di scendere in piazza: «Va bene che è un indipendente — osserva Rizzo — ma che non lo sia troppo!». Gli strali di un'altra esponente dei comunisti italiani, la capogruppo a palazzo Madama Manuela Palermi, sono invece indirizzati a Guglielmo Epifani, «che ha appoggiato con imprudenza questa Finanziaria ed è per questo — aggiunge — che qui c'è poca Cgil». In compenso, c'è tanta Fiom, con Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi in testa al corteo, ma questo aspetto riguarda un'altra partita politica che si sta giocando: quella interna alla più grossa organizzazione sindacale. La Fiom vuole dimostrare a Epifani — accusato, per dirla con Cremaschi, di trattare Prodi e i suoi come «un governo amico», rinunciando alla protesta — di essere tutt'altro che marginale.
Comunque un filino di imbarazzo per il doppio incarico «manifestante-rappresentante del governo» alla fine comincia a serpeggiare. Tant'è che tutti i sottosegretari si affannano a spiegare che non si tratta di una manifestazione antigovernativa. Fuori linea solo Palermi e il rifondarolo dissidente Salvatore Cannavò. Sbotta la prima: «La manifestazione è critica nei confronti del governo: mettiamola come ci pare, ma è così». D'accordissimo il deputato del Prc: «Questo — afferma Cannavò — è un corteo antigovernativo dove se fosse venuto uno come D'Alema, nonostante quello che ha detto a favore della manifestazione, sarebbe stato fischiato».
A sera, però, arriva la dichiarazione di Prodi. Giordano si frega le mani: «Dopo questa manifestazione, ci siamo rafforzati. Il governo ascolterà le richieste che vengono da questo corteo» commenta con i compagni di partito. Il segretario di Rifondazione tira un sospiro di sollievo. E rivolge un muto ringraziamento al buon Ciccio Ferrara che conducendolo dentro e fuori il corteo, attaccato al cellulare per capire dagli altri colleghi del Prc sparsi nella manifestazione dove, quando e se poteva accadere l'incidente, ha evitato i fischi. Magari non ci sarebbero stati lo stesso. Ma anche pochi avrebbero cambiato il segno di una giornata che per Giordano si chiude invece, come sottolinea lui stesso, «in modo più che soddisfacente».
La Stampa 5.11.06
IL DIESSINO RIFORMISTA: «VEDO UN SOLO RISULTATO: ORA I CITTADINI SONO PIU' CONFUSI CHE MAI»
Morando: «un corteo che crea danni»
di Giacomo Galeazzi
ROMA E’ «preoccupante e crea confusione nei cittadini» la novità di sottosegretari ed esponenti della maggioranza che manifestano contro il governo per una Finanziaria accusata di assecondare la precarietà. «Nell’esecutivo ci sono forze antagoniste che non sanno proprio resistere all’appello a partecipare comunque a un corteo - scuote la testa il diessino riformista Enrico Morando, presidente della commissione Bilancio del Senato -. E’ un dato di fatto che la sinistra radicale si muove per difendere il suo spazio politico perché teme che altri partiti glielo sfilino mentre è al governo». Una doppia collocazione «in piazza e nei ministeri» che è fonte di «ambiguità» e rischia di provocare «seri danni alla coalizione».
Il governo sconfessa se stesso, come protesta la Casa delle libertà?
«Gli organizzatori della manifestazione hanno un evidente pregiudizio negativo contro questo esecutivo, quindi chi ha incarichi ministeriali avrebbe dovuto tenerne conto. Purtroppo alcuni non lo hanno fatto e sono andati al corteo, malgrado le scelte fondamentali di politica economica dimostrino quanto siano ingiustificate le critiche dei manifestanti alla Finanziaria. Nessuno, per esempio, parla degli interventi compiuti per rendere vantaggioso nel Mezzogiorno assumere donne che finora avevano soltanto lavori in nero e precari».
Qual è la causa?
«Entriamo nel merito di quanto è stato deciso dal governo in questi due mesi. Ricordo a qualche sottosegretario che la Finanziaria riduce di tre punti il cuneo fiscale contributivo favorendo le imprese che hanno lavoratori a tempo indeterminato. Sono forse misure inefficaci o poco incisive a giudizio di chi fa parte del governo che le ha adottate? Eppure la Finanziaria aumenta anche l’aliquota contributiva dei lavoratori atipici per incentivare le aziende verso un’occupazione stabile. Finora, invece, all’imprenditore conveniva il lavoro flessibile proprio per il basso contributo previdenziale. Si tratta di provvedimenti concreti, costano soldi e mi preoccupa vedere che non tutti al governo li difendono e valorizzano malgrado fossero già nel programma del centrosinistra».
E adesso?
«Occorre prendere atto nella coalizione che, su una questione strategica come le misure anti-precarietà, i manifestanti non apprezzano il mutamento di indirizzo del governo. Questa contraddizione investe forze importanti che fanno parte di questo esecutivo, e ciò finisce per essere penalizzante ed è necessariamente motivo di preoccupazione per l’intero centrosinistra. L’azione di governo è ispirata alla lotta alla precarietà, dunque ignorare o non valorizzare una scelta così caratterizzante proietta ombre lunghe sull’esecutivo e sulla maggioranza che lo sostiene».
Il prossimo passo?
«Appena le condizioni della finanza pubblica lo consentiranno, partirà la riforma degli ammortizzatori per renderli universali e capaci di coprire tutti i lavoratori, a prescindere dal rapporto di lavoro che hanno in quel momento con la loro azienda. Il governo intendeva applicare già quest’anno il modello proposto dall’economista Tito Boeri, ma nel 2006 era impossibile a causa del 4,8 di indebitamento rispetto al prodotto interno lordo. L’agenda però è fissata e si dovrebbe arrivare nell’arco di un biennio a varare il sistema degli ammortizzatori universali. L’anno prossimo scriveremo le norme insieme alle parti sociali e nel 2008 le nuove misure diventeranno realtà. Un conto sono gli slogan pur condivisibili a favore del lavoro stabile, ma contro la precarietà non si può far tutto in un paio di mesi...».
La Stampa 5.11.06
Governo contro governo
La strana marcia di viceministri e segretari di partito
fra striscioni, slogan antagonisti e i cori «Pueblo unido»
di Fabio Martini
ROMA. Da dieci minuti la testa del corteo si è staccata dal piazzale della stazione Termini e il serpentone si sta allungando su via Cavour in un silenzio innaturale per una manifestazione che si preannuncia arrabbiata. Se ne accorgono dal camion dei Giovani comunisti e lo speaker - per accendere gli animi - urla dal microfono: «Siamo tantissimi, facciamoci un applauso!». Da sotto parte un pallido battimani, ma il ragazzo insiste: «Noi portiamo un pezzo di storia di precarietà e di ribellione. Facciamo un urlo per farci sentire!». Intorno si alza un timido «eh!» e lui insiste: «Più forte! Un applauso per noi!».
Finalmente i ragazzi attorno rispondono e concedono un «Eh!» più convinto.
Sono le tre del pomeriggio e nelle tre ore successive il corteo contro la precarietà si dipanerà tra le strade del centro di Roma confermando le sequenze iniziali: la grinta e l’angoscia dei tanti giovani precari non prenderà voce in slogan aggressivi, ma finirà per essere interpretata da alcuni striscioni preparati dei Cobas. E tutto il «rumore» del corteo sarà espresso da musiche ad alto volume (il solito «Pueblo unido», Bob Marley) e dalle urla degli speaker, che chiamando gli slogan, proveranno a farsi imitare dai manifestanti. Un corteo quasi afono, una processione laica, uno strano corteo. Che ha finito per risentire della semplice, plastica contraddizione che lo attraversava: in testa (e quindi tra i promotori del corteo), alcuni dei personaggi politicamente più influenti nell’Italia contemporanea: Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista, il terzo partito della coalizione di governo; il presidente dei 41 deputati del Prc Gennaro Migliore; il verde Paolo Cento, sottosegretario in un ministero strategico come l’Economia; i sottosegretari del Prc Alfonso Gianni, Rosa Rinaldi, Patrizia Sentinelli e del Pdci Giampaolo Patta. Una presenza in piazza che ha indirettamente finito per mettere la sordina a metà corteo, mentre nell’altra metà campeggiavano gli striscioni durissimi dei Cobas. Tipo: «Damiano amico dei padroni, vattene!», «No alla Finanziaria ammazza-precari», «Sindacati governativi, ladri di democrazia». O magliettine come quella che diceva: «Sono precario e mi fa male un po’ il pancino, sarà colpa di Tremonti o di Fassino?».
Una manifestazione che ha finito per risentire - ed è questa la novità politica degli ultimi giorni - della crescente divaricazione dentro la sinistra radicale che pure ha promosso il corteo: Rifondazione comunista (presente al governo con ministro e sottosegretari); i Cobas che, nel tentativo di occupare gli spazi lasciati liberi sia dal Prc che dalla Cgil, non si fanno scrupoli ad attaccare frontalmente il governo; la Fiom, che non ha ascoltato l’indicazione del segretario della Cgil Guglielmo Epifani di non partecipare. Aderenti dell’ultima ora, i Verdi e il Pdci, che ha sfilato con un centinaio di militanti, con l’eurodeputato Marco Rizzo, ma non con il segretario Oliviero Diliberto. E visto che l’unico ministro del Pdci, Alessandro Bianchi, aveva fatto sapere di non condividere: («Questo non è il momento per fare manifestazioni»), Rizzo, dalla pancia del corteo commentava: «Bianchi? Un ministro indipendente, anche troppo...». E analoghe battute si scambiavano il capo dei Cobas Piero Bernocchi («Sei vestito con una grisaglia grigio ministeriale...) e il sottosegretario comunista Alfonso Gianni: «Tu invece ti vesti in modo giovanile perché sei più vecchio di me!».
Punzecchiature tra notabili della sinistra radicale che alludono ad una conflittualità all’interno di quest’area che nelle ultime settimane si sta decisamente intensificando. Con una rincorsa a sinistra tra Rifondazione, Cgil, Cobas e Fiom che potrebbe finire per avere ripercussioni anche sul governo. Fino a pochi giorni prima del corteo, la Cgil era tra i promotori. Ma dopo gli insulti di Bernocchi a due sindacalisti della Cgil-scuola, Guglielmo Epifani informalmente aveva chiesto a Rifondazione di evitare commistioni in corteo con i Cobas. La risposta negativa del Prc ha costretto Epifani a sfilare la Cgil. Ma la Fiom è restata e ieri centinaia di bandiere dei metalmeccanici della Cgil sfilavano accanto a quelle dei Cobas.
Corriere della Sera 5.11.06
Ungheria
L'unica vera rivoluzione del Novecento
POLEMICHE Nel libro di Enzo Bettiza una forte denuncia del conformismo ideologico che ha dominato la cultura italiana
di Pierluigi Battista
Convegni, libri, commemorazioni, pentimenti. I cinquant'anni della rivoluzione ungherese hanno permesso di rivisitare eroismi e miserie, errori e oscurità di un episodio cruciale della storia del secolo scorso. Un anniversario, questo del 2006, che si intreccia con i settant'anni del colpo di Stato franchista e l'inizio della guerra civile spagnola. Una duplice occasione per rivisitare il senso e il significato di due grandi eventi storici del XX secolo. L'insurrezione e la repressione in Ungheria, intanto: davvero questo anniversario ha dato l'opportunità di riflettere in profondità su una «rivoluzione vera e popolare», quella che Enzo Bettiza definisce, nel suo
1956 pubblicato da Mondadori, «la sola rivoluzione antitotalitaria e democratica del Novecento» e che però, a differenza di quella del 1917, «nella realtà un colpo di Stato», non è riuscita a «sconvolgere il mondo»?
Molte rievocazioni (e scuse ufficiali), nell'occasione di questo cinquantennio. Ma mai, o molto marginalmente, un tentativo di risposta ai perché posti nel libro di Bettiza: perché quella rivoluzione è stata disconosciuta? Perché, nel mondo, la «rimozione a destra» e la «calunnia a sinistra» hanno sterilizzato l'unica vera rivoluzione del secolo, un'insurrezione popolare autentica e non pilotata, repressa da un immane spiegamento di forze? Immane, se ben 5000, «più di quanti Hitler ne lanciò contro la Russia nel 1941», furono «i carri amati scaraventati da Kruscev e da Zukov contro la minuta, isolata, ma focosa Ungheria». Se una città, Budapest, fu bombardata e resa ancor più spettrale di quella violentata nel 1945. L'Ungheria, scrive ancora Bettiza, ha avuto «il triste privilegio di fornire all'insonne impresa funebre del Cremino la più alta quota di impiccati e di riabilitati». Un'orgia di «tribunali speciali, forche, plotoni d'esecuzione, campi di concentramento». Recentemente Adriano Sofri ha lamentato il carattere corrivo e stereotipato di un'espressione ormai logora come «i fatti d'Ungheria». Bettiza gli dà ragione, e li chiama «i fattacci». Il fattaccio di un'insurrezione che l'Unione Sovietica supercorazzata ha schiacciato, spezzando «la spina dorsale» di una nazione intera.
Ma Budapest non è diventata il simbolo della rivoluzione democratica. Su di essa si è esercitata una memoria debole, reticente, omertosa. Imre Nagy non è stato collocato tra le icone degli eroi sconfitti. I comunisti di Togliatti hanno avuto bisogno di decenni per rinsavire e ammettere l'enormità di un errore. E gli intellettuali che hanno appoggiato gli aguzzini godono ancora di una fama di maestri del pensiero. Recentemente il settimanale Il Domenicale ha pubblicato un'antologia dell'inaudita violenza verbale che in Italia eruttò per infamare quella rivoluzione bollata da Togliatti come «terrore bianco» e «banditismo». Per il filosofo Antonio Banfi in Ungheria si assisteva a «violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo». Per Concetto Marchesi, sommo latinista, c'era solo il disgusto per «la cagnara reazionaria, clericale e fascista». Per Augusto Monti, un monumento dell'azionismo piemontese, i «borghesi di tutto il mondo» cercavano solo un pretesto per «sfogare i loro livori antirussi e anticomunisti». Cosa può essere la litania minimizzatrice dell'«abbiamo sbagliato», del «sottovalutammo» e del «non capimmo», rispetto alla portata spaventosa di ciò che accadde nell'indimenticabile '56?
E Bettiza, che di questa sottovalutazione si è molto indignato anche nel colloquio con Aldo Cazzullo sulle colonne di questo giornale, non si capacita del fatto che non solo i custodi dell'ortodossia comunista abbiano impiegato decenni prima di manifestare un minimo di vergogna per essere stati dalla parte dei carnefici, ma anche chi nella storia è passato in Italia come il campione del dissenso. È l'aspetto più amaro (e disperato) della denuncia di Bettiza: rivolta a chi non seppe rompere del tutto, non ebbe il coraggio della solitudine e abbandonò chi ruppe con il Moloch comunista a costo dell'ostracismo. Il manifesto dei «101»? Solo il ricordo enfatico di chi non seppe andare fino in fondo. Quattordici dei loro «faranno marcia indietro spaventati e confusi». Altri «se ne andranno senza clamore, in punta di piedi, sgusciando dalla porta di servizio». L'amarezza di Bettiza si rovescia anche sugli amici, sugli intellettuali che solo più in là negli anni accetteranno le conseguenze di una frattura più radicale con il mondo d'appartenenza: «Renzo De Felice, dopo aver partecipato per qualche tempo alle sfortunate iniziative editoriali di Onofri, finirà col tuffarsi interamente nella storia del fascismo; Lucio Colletti si rifugerà nella contestazione filosofica di Marx e di Hegel e in definitiva soprattutto di se stesso».
E il mito di Antonio Giolitti, la parte della sinistra che si stacca dal Pci, che fa i conti con se stessa, che non persevera nell'errore? Anche questo viene ridimensionato nella ricostruzione impietosa di Enzo Bettiza. Giolitti, «spretato sempre roso dal dubbio», giungerà solo a conclusioni «spente e deludenti», ad uso dei «comunisti infelici», che non hanno trovato la «forza morale e intellettuale per gettare con risolutezza la tonaca alle ortiche. Escono dal partito più addolorati che indignati, e con sprezzante dignità rifiutano la qualifica dell'"ex". Non osano percorrere la strada fino alla soglia dell'abiura». Bisbigli, mormorii, lacerazioni destinate, come infatti si è visto, ad essere ricomposte nella riconciliazione. Qui l'analisi amara di Bettiza prende le forme di una bocciatura senza appello di un intero ceto intellettuale: «L'Italia, nei frangenti di crisi del comunismo, non ha avuto la fortuna di sentire voci simili a quelle echeggianti nella Francia di Gide, Aron, Domenach, Souvarine, Mauriac, Malraux, Camus, Revel, Fejtö e perfino di un grande ondivago come Sartre. Noi abbiamo dovuto contentarci dei sì elargiti da Concetto Marchesi ad uno Stalin paragonato a Tiberio, dei vacillanti sì e no di Norberto Bobbio, dei sommessi borbottii di Italo Calvino, delle indulgenti omertà dei Moravia».
Ecco perché l'unica vera rivoluzione antitotalitaria e democratica (e «calunniata», come ha scritto Federigo Argentieri) del Novecento, in Italia non è stata compresa. E non si comprende l'abisso morale (archiviato come errore, ma senza pathos) in cui caddero anche i migliori e più generosi militanti del Partito comunista: Umberto Terracini — proprio lui, l'eretico — che auspicava l'intervento sovietico «a scudo dei combattenti per la costruzione del socialismo»; Giorgio Amendola, il figlio della tradizione liberale confluito nell'italo- comunismo, «che inveiva contro i " fascisti di Horthy"». Tutti contro la rivoluzione che non lascerà tracce e non sconvolgerà il mondo, perché nell'Occidente liberale «nessuno penserà a soccorrerla», lasciando l'Ungheria «insanguinata, isolata, ignorata». Un'autocensura durata cinquant'anni. Ma che anche oggi ci impedisce di ricordare senza impacci quella grande rivoluzione. L'unica del Novecento democratico.
Corriere della Sera 3.11.06
La teoria formulata da genetisti ed esperti in scienze politiche
La fede politica è ereditaria?
Uno studio su gemelli indica che è plausibile ipotizzare che le propensioni sociali possono essere ereditate. Ma c'è chi è scettico
di Alessandra Carboni
Lech Kaczynski e il gemello Jaroslaw Kaczynski, uomini politici polacchi (da Internet)
Lech Kaczynski e il gemello Jaroslaw Kaczynski, uomini politici polacchi (da Internet)
STATI UNITI - Ispirati da Aristotele, che nel 350 avanti Cristo ha scritto «l’uomo è per natura un animale politico», alcuni studiosi sono oggi intenzionati a provare scientificamente che la propensione alla politica è realmente insita nell’individuo.
GENI POLITICI - Attraverso l’osservazione del comportamento e dei cervelli di migliaia di coppie di gemelli (identici e non) gli scienziati puntano infatti a dimostrare che la prova della veridicità di quanto affermato dal filosofo greco risiede addirittura nel nostro codice genetico. John Hibbing e John Alford, professori di scienze politiche rispettivamente presso la University of Nebraska-Lincoln e la Rice University, sono convinti che le attitudini sociali possano essere ereditate, quindi tramandate di padre in figlio, e i ricercatori della genetica avrebbero già trovato diversi elementi a favore di tale teoria proprio nello studio dei gemelli identici. A differenza delle coppie di gemelli eterozigoti, quelli omozogoti hanno lo stesso patrimonio genetico: la ricerca ha messo in luce che mentre questi ultimi condividono spesso le stesse idee su temi quali la pena di morte, il nucleare, il ruolo delle donne o della religione, i primi sono sovente in disaccordo. Se si dà per appurato che in entrambi i casi i fratelli siano cresciuti nel medesimo ambiente socio-economico, allora – sostengono Hibbing e colleghi – tale disparità non può che dipendere dai geni.
VOCI CONTRO – Tuttavia, questa teoria incontra il disappunto di un professore della Duke University, Evan Charney, secondo il quale «la sola idea che una cosa come l’ideologia politica possa essere ereditaria è incoerente, non ha alcun senso ed è storicamente imprecisa». Per Charney, infatti, qualsiasi corrispondenza tra i credo politici dei gemelli deve essere attribuita sostanzialmente al contesto ambientale in cui essi vivono, non ai loro geni, poiché si tratta di una spiegazione molto più plausibile, ancorché a sua volta non effettivamente dimostrabile. Insomma, le idee sono diverse e contrastanti, ma è comunque un dato di fatto che – per il momento – il gene della politica non è ancora stato identificato.
il manifesto 5.11.06
Mi considero un costruttivista: il passato non ci è «dato», dobbiamo riferirci alle «prove» e costruirle in un discorso storico Hayden White
Il lato narrativo della storia
C'è chi ha accusato Hayden White di sbarazzarsi con troppa disinvoltura dei criteri in base ai quali distinguere tra vero e falso; mentre per altri avrebbe finalmente restituito la storia al suo dominio, quello di una pratica culturale strettamente connessa con l'esercizio del potere. In questo incontro, torna a liquidare come un residuo positivista l'idea di una immediata corrispondenza tra la realtà storica e la sua rappresentazione
di Giuliano Battiston
Proprio quando, negli anni '70, la polizia di Los Angeles lo considerava uno dei più pericolosi comunisti della West Coast, gli «storici di professione» cominciarono ad accusarlo di «agnosticismo storiografico» e di «anarchismo epistemologico». Oggi, a distanza di trent'anni, il filosofo della storia e storico della cultura Hayden White è ancora «pericoloso», perlomeno per quegli storici che si ostinano a rivendicare la neutralità e l'oggettività della loro disciplina. L'autore di Retorica e Storia (Guida editore), non ha rinunciato infatti a ripensare criticamente la distinzione aristotelica tra historia e muthos, e continua a liquidare come un residuo dello scientismo positivista l'idea di una immediata corrispondenza tra la realtà storica e la sua rappresentazione.
I suoi saggi alimentano tuttora un dibattito che, se ha avuto il merito di rendere esplicite questioni epistemologiche prima inespresse, ha assunto a tratti toni manichei, dando vita a due schieramenti contrapposti: per gli uni, White si sarebbe sbarazzato con troppa disinvoltura dei criteri in base ai quali distinguere tra vero e falso, finendo con il dissolvere lo statuto conoscitivo della storia; per gli altri, invece, avrebbe finalmente reso evidenti le implicazioni politico-ideologiche nascoste sotto la presunta trasparenza del medium linguistico e formale adottato dagli storici. Così facendo, avrebbe restituito la storia al suo dominio, quello di una pratica culturale strettamente connessa con l'esercizio del potere.
Abbiamo incontrato Hayden White alla Certosa di Pontignano, mentre esce in questi giorni da Carocci il suo Forme della storia. Dalla realtà alla narrazione, dove affronta quelle che definisce, con evidente provocazione, le «forme metafische della storiografia occidentale, così come si ritrovano in tutte le scuole di pensiero - dal marxismo allo struturalismo, dal liberalismo al postmoderno, dalla linguistica alla psicoanalisi. E con lui abbiamo discusso delle reazioni che il suo lavoro ha suscitato negli anni.
Analizzando complessivamente i suoi testi, si ha l'impressione che le sue riflessioni siano orientate in una direzione costante e che nascano dalla medesima esigenza: dimostrare come ciò che siamo abituati a considerare naturale, in particolare il passato, sia in realtà una costruzione culturale. È d'accordo con questa ipotesi di lettura?
Penso sia una lettura corretta. Mi considero infatti un costruttivista: ritengo che il passato non sia qualcosa che ci è immediatamente dato o che sia a nostra disposizione ma che, piuttosto, dobbiamo riferirci alle «prove» del passato e costruirle in un discorso storico. Questo non significa che il passato non sia mai esistito o che gli avvenimenti non siano mai accaduti. Significa, invece, che ogni resoconto storico è costruito e non semplicemente «depositato» nelle prove e nei documenti storici, poiché tali prove sono selezionate da qualcuno che le «taglia» in modi diversi, trasformandole in argomentazioni differenti. In questi termini possiamo dire che il passato è una costruzione: gli eventi del passato sono svaniti, e possiamo vederne soltanto gli effetti, le macerie, i documenti, a partire dai quali tentiamo di ricostruire quegli eventi. Ogni ricostruzione, però, è, nello stesso tempo, una costruzione. D'altra parte, molte culture non si dedicano a quell'insieme di discorsi che noi chiamiamo storia, e gli stessi sistemi di datazione cronologica sono culturalmente determinati. Perché non dovrebbe esserlo anche la storia?
Riferendosi a un saggio di Schiller del 1801 sulla storia come «oggetto sublime», lei ha sostenuto che, invece, l'intera tradizione storiografica moderna si fonda proprio sulla de-sublimizzazione e naturalizzazione degli eventi...
Fin dall'800 gli storici pretendono che il passato si manifesti nella stessa maniera in cui si presenta il passato geologico; ma, se nella geologia abbiamo l'opportunità di osservare e «toccare» i diversi strati temporali, non esiste invece alcun luogo che ci permetta di «vedere» e «toccare» la storia. Agli storici piace credere di potere semplicemente valutare i materiali, e che sulla base dei documenti siano in grado di attestare la verità dei fatti testimoniati. Io ritengo invece che gli eventi di cui parlano gli storici siano gli stessi documenti storici e che la storia come disciplina si basi su una concezione «fotografica» del rapporto che lega gli eventi e i loro effetti ai documenti: i documenti registrati, una volta che siano stati criticamente analizzati, possono restituirci un'immagine fotografica di quanto è accaduto, un resoconto «genealogico» del passato. Secondo questa prospettiva, dunque, tutto ciò che lo storico deve fare è portare alla luce gli accadimenti, scoprendoli come un archeologo scoprirebbe un edificio antico.
Il filosofo della storia Louis Mink ritiene che lei abbia contribuito all'affermarsi della «svolta retorica», proprio per l'importanza che attribuisce agli elementi retorici del discorso storico; ma lei ha sempre preferito parlare di una «svolta discorsiva». Perché?
Perché non sono un linguista, ritengo che il passato sia prodotto dalla discorsività, e che la storia stessa sia - in termini foucaultiani - un discorso piuttosto che una scienza. Ho cercato di dimostrare inoltre che, analizzando i testi storici da un punto di vista retorico, grammaticale e sintattico, e osservandone il sistema simbolico, ci si rende conto che gli storici operano in maniera tale da predeterminare il tipo di materiali su cui concentrano poi l'attenzione. In altre parole, gli storici «prefigurano» il campo storico, orientando i modelli esplicativi e predeterminando le strategie concettuali che useranno per spiegarlo, e scrivono poi un resoconto che «riempia» questa prefigurazione, che sia in grado di «soddisfarla».
Coloro che condividono le sue teorie le attribuiscono il merito di avere sostenuto il passaggio dell'interesse analitico dal referente della ricerca storica - dunque dal «cosa» - al «come»; nonché quello di aver finalmente riconosciuto la differenza che corre tra il prodotto della «costruzione» del passato operata dagli storici e il passato stesso. Coloro che la criticano - tra cui molti storici «di professione», per esempio Carlo Ginzburg - considerano questo passaggio troppo radicale, e si chiedono: «come è possibile fare storia senza il ricorso una verità storica?».
Proprio Ginzburg, un uomo molto colto, che ha una concezione della verità storica profondamente biblica e che si appella verità storica, ha scritto cose di pura fantasia, come Il formaggio e i vermi, un libro che nega ogni aspetto di finzione e che si presenta come un testo storico ma che è, in realtà, una storia fantastica, costruita sulla base di due sole pagine di documenti dell'Inquisizione. Per tornare alla questione del «come», sostengo che per lavorare a una storia della storiografia occorra concentrarsi sullo «scrivere» e sulla relazione che esiste tra la forma e il contenuto, visto che la forma scelta per presentare il materiale storico è essa stessa parte del contenuto. Ogni volta che si scrive una storia, infatti, la maniera in cui il problema viene postulato già determina il tipo di materiali che verranno considerati rilevanti o meno. La descrizione, dunque, prefigura la ricerca e la scrittura. Se assumiamo una prospettiva metalinguistica, questa prefigurazione, che si manifesta anche nella scelta del protocollo linguistico e del dominio semantico, può essere descritta in termini retorici, in tropi e figure. Dunque, dal momento che il referente storico non è più «disponibile», ogni storia sarà non tanto una rappresentazione, una Vorstellung, quanto, piuttosto, una presentazione, una Darstellung, una sorta di messa in scena, di produzione.
Di fronte alle sue teorie gli storici hanno assunto atteggiamenti diversi: alcuni si sono chiusi nello specialismo, come il Brodgelehrte di cui parla Schiller in «Cosa significa e a che scopo si studia la storia universale». Altri, invece, hanno cercato di coniugare il riconoscimento della dimensione «costruttiva» propria della ricerca e della scrittura storica con il rifiuto delle conseguenze scettiche di tale riconoscimento. Qual è il suo atteggiamento di fronte a una disposizione scettica?
Penso che lo scetticismo sia la base della ricerca scientifica, perché comporta la continua contestazione della validità e della stessa legittimità di ogni teoria, la messa in discussione del proprio lavoro, verso il quale bisogna assumere una disposizione costantemente critica. Molte persone però temono lo scetticismo perché esso respinge l'assoluto: il vero nemico dello scetticismo dunque non è la scienza, ma il dogma, religioso, metafisico o morale. All'inizio del diciannovesimo secolo gli storici hanno rivendicato per se stessi il ruolo di depositari neutrali del passato della cultura occidentale. Secondo me gli storici devono essere auto-critici, devono cercare di esplicitare i presupposti epistemologici e metodologici della propria ricerca. Un modo per essere auto-critici è quello di chiedersi in che modo la forma della propria presentazione storica dica qualcosa a proposito di ciò di cui si pretende di parlare letteralmente. Questo atteggiamento diventa tanto più indispensabile se, come faccio io, pensiamo al discorso storico come a una Welthanshauung che è alla base di gran parte della società occidentale, della sua politica, della sua etica, nonché di una certa nozione della cultura e della sua relazione con la politica.
In diverse occasioni lei ha ribadito la distanza che separa la sua concezione della temporalità e della narratività da quella di Paul Ricoeur, il quale avrebbe tentato - secondo lei - «di progettare una metafisica della narratività». Quali sono gli elementi della teoria di Ricoeur che gliela fanno considerare metafisica?
La posizione di Ricoeur è metafisica perché tende a legare la narratività alla dimensione ontologica, come se l'esperienza umana della temporalità si manifestasse e arrivasse a coscienza in una forma narrativa. La filosofia della narratività di Ricoeur può essere letta come il tentativo di conciliare Agostino con Heidegger o, in altri termini, il protestantesimo cristiano con la fenomenologia esistenzialista. Lo sforzo compiuto da Heidegger nella seconda parte di Essere e tempo - lo sforzo di dimostrare che la storicità è un modo della temporalità, un modo di essere nel tempo, ancorando la storicità all'ontologia della condizione umana - consente a Ricoeur di recuperare Agostino e di attribuire una veste «moderna» all'idea della storia come storia della salvazione. Penso che Ricoeur ritenesse di poter trovare nella filosofia di Heidegger una solida base per un certo tipo di etica e di moralità cristiana protestante. In questi termini il peculiare intreccio tra la filosofia moderna e secolare di stampo heideggeriano e la teologia medievale agostiniana gli ha permesso di interpretare il Dasein (l'esserci) come una auto-definizione, ma anche come una auto-salvazione.
A proposito di Foucault, di Barthes e di Derrida, lei ha parlato di feticizzazione del testo, di melanconia dell'attività strutturalista e di elitarismo, arrivando a definire Derrida «il Minotauro imprigionato nel labirinto del linguaggio ipostatizzato dello strutturalismo». Più tardi, lei ha un po' rivisto il suo giudizio. Oggi, in quali termini riconosce l'influenza di questi tre autori sul suo percorso speculativo?
Roland Barthes e Michel Foucault sono quelli che più mi hanno influenzato tra gli studiosi della loro generazione, mentre ho sempre guardato a Derrida come a un «fenomeno» particolare: un autore capace di scrivere su una varietà sorprendente di argomenti, alcuni dei quali troppo vicini al misticismo perché mi interessassero veramente. In termini generali, ritengo che il decostruzionismo sia uno strumento utile per definire meglio alcuni contributi del poststrutturalismo, ma rimane il fatto che per Derrida il decostruzionismo è interminabile, mentre noi siamo destinati a morire. Credo di poter dire che Derrida, che ho avuto modo di conoscere personalmente piuttosto bene, sia stato soprattutto uno scrittore. Una volta mi ha raccontato una storia significativa: mi disse che si era trasferito dall'Algeria a Parigi per diventare uno scrittore di letteratura filosofica come Camus o Sartre, e che proprio per questo aveva cercato di iscriversi alla facoltà di Lettere della Sorbonne. Non poté farlo, però, perché per essere ammessi bisognava conoscere il greco, e fu così che passò alla facoltà di Filosofia. Mi sembra che questo aneddoto possa in qualche modo rendere ragione di quella singolare combinazione tra la dimensione poetico-letteraria e quella filosoficache caratterizza i suoi lavori .
A proposito di Derrida, in uno dei suoi saggi, distinguendo tra goût e dégoût, parla della «indigeribilità» di alcuni eventi che, come fantasmi, ritornano dal passato. Non le sembra che anche le recenti polemiche relative al «caso Günter Grass» si iscrivano in questa categoria della indigeribilità?
Innanzitutto penso che queste polemiche siano soltanto un gran polverone. Alcune persone hanno un'idea della confessione piuttosto particolare: pretendono che gli altri confessino cose che loro stessi non direbbero. D'altra parte, per quanto ne sappiamo, Günter Grass, che allora era un diciassettenne, non sembra aver commesso nulla di veramente grave. Mi sembra poi che il problema del passato che ritorna sia legato più alla tradizione ebraica che non a quella cristiana, dal momento che i cristiani credono nel perdono, mentre gli ebrei non possono perdonare i nazisti (e di certo non li biasimo per questo). Non credo, comunque, a una «colpa di gruppo», mentre ammetto che ognuno individualmente possa aver compiuto azioni che desidera dimenticare, reprimendone il ricordo. Questi «fantasmi» del passato, dunque, possono essere interpretati adottando il punto di vista della psicologia individuale, non di quella collettiva. Inoltre, non credo assolutamente nel «senso del padre» in base al quale i figli dovrebbero sentirsi colpevoli delle azioni dei padri, come pretendiamo - a volte - che facciano ancora i tedeschi
Il percorso di White
Conosciuto soprattutto per la pubblicazione, nel 1973, di «Metahistory. The Historical Imagination in Nineteenth-Century Europe», professore emerito di History of Consciousness presso l'Università di California, Santa Cruz, e docente di Comparative Literature all'Università di Stanford, Hayden White è autore di numerosi saggi, raccolti in volumi, tra cui «Tropics of Discourse: Essays in Cultural Criticism», 1978; «The Content of the Form: Narrative Discourse and Historical Representation», 1987; «Figural Realism: Studies in the Mimesis Effect», 1999. È appena uscito da Carocci «Forme della storia. Dalla realtà alla narrazione» (pp. 224, euro 18.50, a cura di Edoardo Tortarolo), un testo in cui torna l'interrogativo se la storia sia una scienza o piuttosto un genere letterario.
il manifesto 5.11.06
Scatti ravvicinati dall'infinitamente piccolo
Presentata ieri al festival della scienza di Genova la mostra «Blow up. Immagini dal nanomondo». Curata dalla ricercatrice Elisa Molinari e dalla fotografa Lucia Covi, una rassegna di foto di una realtà che sfugge alla luce ottica e che è stato possibile catturare solo grazie alla nuova generazione di microscopi
di Luca Tancredi Barone
Scienza e immagini. Non a caso due parole femminili. Come donne sono il direttore del laboratorio di nanotecnologie S3 (Cnr-Infm) di Modena Elisa Molinari e la fotografa milanese Lucia Covi, che con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, hanno curato la mostra Blow up. Immagini dal nanomondo, a Genova all'interno del festival della scienza, e il cui catalogo (corredato da una bella introduzione del premio Nobel Roald Hoffmann) è stato presentato ieri a Palazzo Ducale.
Una mostra che è servita, come ha detto scherzando la giornalista Sylvie Coyaud mentre introduceva le due protagoniste, letteralmente a «migliorare la propria immagine». Verso il mondo e verso gli altri scienziati.
Come nel film di Antonioni, a catturare lo spettatore è la realtà ingrandita. Solo che stavolta non sono vere «fotografie», perché il mondo alla scala del manometro (il milionesimo di millimetro), quello in cui si muovono atomi e molecole, è invisibile alla luce ottica. È il regno della meccanica quantistica, dove le regole del mondo macroscopico che conosciamo non valgono più. È il mondo dove si manifestano fenomeni nuovi e speciali, che possono aprire strade inedite e promettenti per la ricerca. Per esplorarlo ci vogliono, come spiega la fisica Elisa Molinari, degli strumenti, disponibili solo da pochi anni, che sfruttano proprietà diverse da quelle della luce: sono i microscopi a effetto tunnel, i microscopi elettronici, i microscopi a forza atomica, che consentono di sondare anche la materia biologica. Per «vedere», questi strumenti utilizzano fasci di particelle o punte che interagiscono in vario modo con la materia. Ne vengono fuori delle mappe che visualizzino quantità diverse: le proprietà magnetiche della materia, una mappa delle loro proprietà di attrito o delle vere e proprie mappe topografiche.
«Noi ricercatori siamo sempre stati affascinati da quello che vedevamo - spiega Elisa Molinari - di qui la naturale voglia di condividerlo». Ma la motivazione più importante che ha spinto Molinari a cercare la collaborazione di una fotografa professionista è quella che le nanoscienze «proprio perché le immagini sono così difficilmente disponibili al grande pubblico, hanno certo un appeal molto forte, ma sui media di solito vengono raccontate e visualizzate più come la fantascienza terrorizzante degli anni Quaranta - con capsule di sottomarini che risalgono le nostre vene, o sciami di robot incontrollabili - che come quello che davvero facciamo. Ecco perché - conclude Molinari - sentivamo la necessità di ricomporre i frammenti di questo panorama spezzato».
Maestra di questo approccio artistico alle immagini scientifiche è la fotografa del Mit Felice Frenkel, che era al festival due anni fa, e che per Lucia Covi è una vera e propria maestra. «A differenza sua, però - dice Covi, che ha vissuto per mesi nei laboratori S3 - io non ho usato la mia macchina fotografica. Le immagini me le hanno fornite gli scienziati. Erano i risultati delle loro ricerche, ma anche immagini di fasi intermedie di lavorazione. All'inizio ero perplessa e intimidita: oltretutto non avevo mai lavorato con degli scienziati. Ma poi per me è stato bellissimo».
Molte immagini sembrano ricordare paesaggi naturali, tanto da avere un soprannome: la «tana di Bin laden» (uno scavo nanometrico), una piramide nanolavorata, una sequenza di «budini» (che sono nanotrappole per elettroni), di cui Covi sottolinea l'originale «inquadratura», le immagini delle punte in oro o argento usate per «leggere» i nanomateriali, del tutto simili a stalagmiti, una «mammella» (un'altra prova di nanolavorazione con ioni focalizzati), le strisce di Dna srotolato o i nanofili che ricordano alcuni quadri di Pollock. «Alcune immagini sembrano metafore di paesaggi naturali», dice ancora Covi. «Talvolta ho scelto volutamente colori innaturali perché questi paesaggi sono allo stesso tempo consueti, ma anche molto inquietanti, con una luce estraniante che secondo me era bello sottolineare. Altre volte mi sono emozionata quando gli scienziati, che impiegano noiosamente sempre le stesse scale di colori, mi hanno detto che ero riuscita a mettere meglio in risalto quello che loro stessi cercavano».
L'interazione con gli scienziati è stata più semplice del previsto. «Loro sono fantastici - dice Covi -. Capire qual era il soggetto dell'immagine aggiunge fascino, e per me era importante comprenderlo. Così mi hanno spiegato tutto con molta pazienza. Abbiamo fatto un po' fatica a trovare un linguaggio comune: io parlavo di inquadrature, di bassa risoluzione, di sbavature e fonti di luce. Ma per loro era già incredibile essere riusciti a ottenere queste immagini».
La collaborazione tra ricercatori e una fotografa ha fatto riflettere gli scienziati: «Una delle ricadute di questo lavoro - sostine Molinari - è l'aver imparato a fare più attenzione alle immagini anche nel nostro lavoro di ricerca. C'è molto di artefatto in una bella immagine. Molti frodi scientifiche si basano sulle immagini, e le riviste scientifiche iniziano a chiedersi come fare ad aggiungere le descrizioni dei passaggi attraverso i quali sono state ottenute. Molte operazioni sono legittime, ma il loro impatto sulle immagini è enorme. Vogliamo insegnare ai nostri studenti quanto è importante esserne consapevoli».
l'Unità 5.11.06
Anna Freud e Andreas Lou salomè
Un incontro all'università Roma Tre
Lettere inedite di Anna Freud e Andreas Lou Salomè. Il loro epistolario sarà al centro dell’incontro di domani (ore 18) nell’Aula Ignazio Ambrogio (Quarto piano) della Facoltà di Scienze della Formazione (via del Castro Pretorio 20). La professoressa Francesca Brezzi, delegata del Rettore per le Pari Opportunità, e il Master in Formatori esperti in pari opportunità - Women’s studies e identità di genere, in occasione del 150° anniversario della nascita di Freud, hanno organizzato in collaborazione con l’Associazione Alfabeti Comuni il progetto dal titolo Come se tornassi a casa da un padre e una sorella - accoglienza e sorellanza. Traduzione dal tedesco e lettura teatralizzata di parte dell’epistolario inedito di Anna Freud e Andreas Lou Salomè (1919-1937), rinvenuto casualmente e pubblicato a Vienna nel 2004, del quale non esiste una versione in lingua italiana. Il progetto e la regia sono a cura di Maria Inversi. Presiede: Mariella Gramaglia, assessore per le Pari Opportunità Comune di Roma; Laura Bocci, traduttrice, “Sintesi epistolario e differenze di linguaggio tra Anna e Lou”; Margarete Durst, Università Tor Vergata, “Andreas Lou Salomé”; Francesca Molfino, psicoanalista, “Anna Freud”; Clara Galante e Maria Inversi, lettura teatralizzata dall’epistolario 1917 - 1937; Ida Domijnianni, Università Roma Tre, “Stupidaggini clandestine”. Conclude: Francesca Brezzi, Università Roma Tre. Per informazioni: 06 54577338.
Corriere della Sera 5.11.06
A 60 anni dalla guerra si riuniscono in Germania i Lebensborn, uomini e donne nati dall'incrocio di «veri ariani» secondo il programma di Himmler
Biondi, occhi azzurri: esce allo scoperto la «razza perfetta»
di Paolo Valentino
BERLINO — Per anni hanno nascosto la vergogna, il terribile segreto che rendeva insostenibile la loro vita. Soffrendo in silenzio. Spesso incapaci anche soltanto di pensare, men che meno tentare una strada per riconciliarsi col loro passato. Ora, superata la soglia dei sessant'anni, molti di loro si accorgono che il tempo stringe, che sia giunto il momento di far pace con se stessi e la propria biografia negata. E allora pongono domande, indagano, cercando di ricomporre i frammenti delle radici tranciate. Ieri, sessanta di loro si sono ritrovati insieme in pubblico per la prima volta.
I capelli biondi sono più radi o cominciano a perdere i riflessi dorati. Ma i loro occhi restano azzurri. Così li voleva Heinrich Himmler, il capo delle SS, ossessionato dall'idea di creare la razza eletta. In dieci anni, tra il 1935 e il 1945, 10 mila bambini tedeschi e altrettanti norvegesi dalle caratteristiche rigorosamente «ariane» vennero fatti nascere, nel quadro di un programma nazista segreto chiamato Lebensborn. Voluto personalmente da Himmler, il progetto consisteva in una rete di edifici, una decina in tutta la Germania e più tardi altri 9 nella Norvegia occupata, dove «donne di buon sangue» anche non sposate potevano mettere al mondo i figli avuti da relazioni con soldati e ufficiali delle SS. Fu la parte meno conosciuta della politica razziale nazista: mentre milioni di ebrei venivano sterminati e migliaia di piccoli portatori di handicap venivano soppressi nelle cliniche dell'eutanasia, migliaia di bambini, che rispondevano ai requisiti ariani, venivano tolti alle madri naturali e dati in adozione a famiglie di membri delle SS perché li crescessero. Anche i genitori adottivi dovevano provare le loro qualità razziali e l'assenza di malattie ereditarie in famiglia.
Uno dei Lebensbornheim, chiamato Harz, si trovava a Wernigerode, nel Land orientale della Sassonia- Anhalt, dove ieri mattina il piccolo drappello dei Lebensborn si è dato appuntamento. I sessanta fanno parte di un'associazione, «Lebensspuren», tracce di vita, fondata un anno fa. Non era mai successo che parte della riunione fosse aperta al pubblico. «Finalmente, questo tragico tema viene alla luce. Se n'è scritto e parlato troppo poco nei libri di storia e sui media», dice Dagmar Jung, 64 anni, che solo a trenta seppe la verità. Ma ci volle del tempo perché il padre adottivo le desse indicazioni, utili a scoprire l'identità della sua vera madre. Dagmar è fortunata, perché ha potuto costruire un rapporto con lei. Del padre invece, dopo altri lunghi anni di ricerca, scoprì con grande delusione che avevano vissuto nella stessa città per molti anni, ma che era morto nel 1963. «Ora — spiega Jung — voglio dare coraggio agli altri: non ha importanza quale sia la loro età, vale la pena scoprire da dove vengono». Impresa non facile. Per la difficoltà di ricostruire i percorsi, visto che i nazisti distruggevano quasi sempre i documenti d'anagrafe dei nati nel programma. Ma soprattutto per pudore e paura. «Mio zio, il fratello di mio padre adottivo, mi diceva sempre bastarda SS. Ricordo di aver sempre percepito che c'era qualcosa di sbagliato con me, mi sentivo colpevole, ma nessuno mi ha mai spiegato che ero una Lebensborn », racconta Gisela Heidenreich, nata dalla fugace relazione della madre con un comandante delle unità d'élite.
Il programma subì un'accelerazione dopo l'invasione tedesca della Norvegia e della Danimarca, nel 1940. Le unità delle SS venivano incoraggiate a cercarsi donne scandinave con caratteristiche ariane, per metterle incinte. Dopo la guerra, i figli della colpa rimasero nelle famiglie tedesche di adozione. Ma quando molti di loro cercarono di contattare i genitori naturali, si videro respinti ed emarginati. Solo nel 2002 il governo norvegese ha offerto loro un'indennità. In Germania il problema non è tanto finanziario, quanto psicologico e umano. «Lebensspuren» è il primo tentativo di creare una rete di supporto morale ed emotivo.
La ballata dei circoncisi
di Luigi Manconi e Andrea Boraschi
Davanti a certi fatti e a certe di prese di posizione, viene da chiedersi se qualcuno, in questo paese, abbia deciso intenzionalmente e irrevocabilmente di opporsi a qualsiasi politica positiva in fatto di integrazione; o se, per contro, quello stesso qualcuno non sia vittima, a sua volta, di un madornale fraintendimento o di una sciagurata e irreparabile ottusità nei confronti della cruciale questione migratoria. Se escludiamo queste alternative, fatti come quelli dell'Ospedale Regina Margherita di Torino risultano incomprensibili. Dai primi giorni di ottobre in quell'ospedale è stata avviata una sperimentazione che prevede la medicalizzazione della circoncisione rituale. Centoventimila euro stanziati per 300 interventi nell'arco di un anno; interventi semplici, che non comportano rischi clinici di alcun tipo, che sono intesi a ricondurre a un ambito medico pratiche altrimenti clandestine e talvolta dannose. Come per quel bambino quasi evirato, pochi mesi fa, da sua madre: una badante nigeriana residente a Padova, improvvisatasi chirurga.
L'avvio del progetto è stato piuttosto semplice, almeno per quanto concerne le modalità di informazione delle comunità straniere della città. Madih, padre di Ilias e Nadir, tra i primi bambini circoncisi a Torino, è in Italia da otto anni e gestisce un banco ambulante di frutta e verdura in Corso La Spezia; aveva ricevuto un volantino prima dell'estate e l'aveva conservato. I criteri di ammissione al servizio apparivano chiari: permesso di soggiorno, residenza nel capoluogo piemontese, niente ticket, età dei minori cui praticare l'intervento compresa tra gli 1 e i 12 anni. E, così, entrambi i suoi bambini, ed altri con loro, sono stati sottoposti a quell'operazione in condizioni di massima sicurezza. Una sperimentazione simile è stata avviata anche dalla regione Liguria: in tutti gli ospedali della regione si può accedere a pratiche medicali di circoncisione (ed è previsto un ticket).
Fin qui, tutto semplice. Com'era semplice mettere in conto le critiche e le reazioni ostili. Dalle più accettabili («perché quel rituale religioso va finanziato con soldi pubblici?») alle più demenziali («siamo in Italia, non siamo in Arabia Saudita»; e ancora: «a quando l'infibulazione passata dalla mutua?»). Ci sarebbe, eccome, di che rispondere. Perché la circoncisione potrà, sì, avere delle valenze rituali e religiose; ma è, sopra ogni altra cosa, un intervento che molti medici ritengono opportuno, anche in assenza di specifiche patologie che lo rendano indispensabile. Esistono fior di studi scientifici che documentano come l'incidenza di balanopostiti, nei soggetti circoncisi, sia significativamente più bassa; ed esistono ricerche molto serie (una pubblicata sul Lancet), che tendono a dimostrare come la circoncisione riduca notevolmente le possibilità di infezione da Hiv. E, allora, perché non conciliare virtuosamente più esigenze, tutt'altro che contraddittorie? La sperimentazione torinese, così come quella ligure, possono offrire un servizio utile da un punto di vista medico-igienico, ridurre una pratica clandestina pericolosa e talvolta drammatica, offrire riconoscimento pubblico a una cultura, quella islamica, ormai ampiamente presente nella nostra società (tanto più che la circoncisione rituale è praticata da sempre all'interno delle comunità ebraiche in Italia). E consideriamo pure alcune delle eccezioni, come dire?, più ruvide. No, certo che non siamo in Arabia Saudita; e se continua così non siamo neppure negli Stati Uniti o in Australia, dove la circoncisione è largamente diffusa e praticata. Come lo era nel mondo ellenico, nell'antica Roma, nell'Egitto dei faraoni, tra i Caldei che abitavano l'Armenia e il Kurdistan; e ovviamente, come si è detto, tra le comunità ebraiche. Dunque, la circoncisione è una pratica, ancor prima che un rituale, diffusa tra molte culture: tra cui, certo, anche quella musulmana.
Ha qualcosa a che fare con le pratiche di mutilazione genitale femminile? Beh, comporta un intervento mutilatorio; e interessa un organo genitale. Dopodiché sta alla clitoredectomia o all'infibulazione come il taglio di un'unghia (per tener fermo il «fattore mutilante») sta all'amputazione di un braccio. Dicevamo di come potessero essere prevedibili talune critiche: c'è un elemento tuttavia, in questa vicenda, che prevedibile non era. Di venti chirurghi interessati da quella sperimentazione, solo quattro si sono effettivamente resi disponibili. Gli altri si sono appellati all'obiezione di coscienza. Il primo e più netto rifiuto è venuto dal primario di Urologia, Marco Bianchi: «Non è una patologia ma un rito - ha dichiarato - quindi né io né alcun medico del mio reparto partecipiamo alla sperimentazione». Ah, beh... non fa una piega. E però, siccome gli imprevisti sono forieri di altri imprevisti, al neonato partito dell'obiezione (il cui diritto, evidentemente, nessuno intende discutere e nemmeno svalutare o denigrare) si è aggiunto un partito di volontari, provenienti da altri ospedali della città. «Mi rendo disponibile - ha dichiarato il primario di Neurourologia dell'ospedale Maria Adelaide, Roberto Carone - Primo, perché l'intervento non ha controindicazioni, anzi. Secondo, perché questi bambini lo farebbero comunque ma in condizioni rischiose, quindi c'è una responsabilità nel negare l'intervento. Se alcuni colleghi fanno obiezione, mi metto a disposizione». Ecco: anche nei momenti peggiori esistono sempre portatori sani di buon senso.
Scrivere a: abuondiritto@abuondiritto.it
Liberazione 5.11.06
La giustizia non può essere affidata alle scelte politiche dei vincitori. Occorre istituire quella corte penale internazionale che sia in grado di tutelare i diritti dell’uomo (anche dei vinti)
Impiccheranno Saddam? E’ stato un processo-farsa
di Giuliano Pisapia
La sentenza nei confronti di Saddam Hussein, accusato di aver ordinato la morte di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, è attesa per oggi. Il pm, però, ha già dichiarato che il verdetto «potrebbe slittare di qualche giorno»: il che conferma quanto da molti ipotizzato e cioè che, anche sui tempi della decisione, inciderà la scadenza elettorale negli Stati Uniti.
La notizia della condanna di Saddam Hussein avrebbe, infatti, effetti positivi per Bush, in forte calo di consensi per la sua politica estera. Il presidente degli Stati Uniti - come emerge da un recente sondaggio effettuato in Gran Bretagna, Israele, Canada e Messico - è considerato più pericoloso, per la pace, del leader nordcoreano Kim-Jong-il e del presidente iraniano Ahmadinejad (ed è battuto solo da Bin Laden, peraltro con uno scarto minimo: 75% degli intervistati, rispetto all’87%).
Ma, per ritornare al processo nei confronti di Saddam, se non vi è certezza sui tempi della sentenza, ben pochi sono i dubbi sulla decisione finale. La condanna è data per scontata; la morte per impiccagione è ritenuta molto probabile. Non è certo questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità penali di Saddam Hussein, anche se, in tempi non sospetti, ne abbiamo denunciato i crimini e la violazione dei diritti umani (quando invece altri lo armavano e lo finanziavano). Non ci possiamo esimere, però, dal denunciare il fatto che, in tutti i processi per crimini di guerra o genocidio celebrati dopo la seconda guerra mondiale, sono stati solo i vincitori a processare i vinti, malgrado che anche quest’ultimi si fossero spesso resi responsabili di crimini analoghi o altrettanto gravi. Il che ha portato, molti, a ritenere - a torto o a ragione - che alla fine la “politica” abbia prevalso, anche nelle sentenze, sul diritto, con la conseguenza di essere state considerate non imparziali e, quindi, non eque.
E’ sintomatico, a tale proposito, che il coordinatore del comitato di difesa di Saddam Hussein abbia inviato una lettera al presidente Bush, preannunciandogli che «la condanna a morte metterà a ferro e fuoco l’Iraq e porterà la regione verso la guerra civile e quindi verso l’ignoto».
Nessuno può sapere se l’esito di un processo celebrato nel rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale sarebbe stato diverso da quello cui perverrà il Tribunale speciale istituito appositamente dalle autorità d’occupazione americane, ma - proprio per questo - bisognava fare di tutto per evitare di celebrare un processo la cui sentenza, qualunque essa sia, potrà essere tacciata di aver violato alcune regole fondamentali, anche del cosiddetto diritto bellico. Basti pensare, ad esempio, al fatto che il processo si è svolto (ed altri si stanno svolgendo) davanti a un Tribunale speciale, con giudici nominati appositamente dal potere politico e con regole processuali decise, di fatto, dai vincitori del conflitto armato. Il che non significa, meglio precisarlo per evitare equivoci, sostenere che Saddam non sia colpevole di quanto gli è contestato, ma che è sempre più urgente creare gli strumenti affinché - anche quando si giudicano crimini contro l’umanità - vi sia un Tribunale indipendente, imparziale e che all’imputato siano garantiti quei diritti processuali che sono parte integrante di un processo il cui esito non sia già precostituito (è significativo, del resto, il fatto che non è stato possibile formare un Tribunale, composto da giudici iracheni indipendenti, per i crimini di guerra, le stragi di civili, le torture ecc., commesse dalle truppe d’occupazione). Ma vi è di più. La sentenza di condanna non è appellabile; i giudici “scomodi”, solo perché non sono stati sufficientemente duri nel respingere le istanze della difesa, sono stati immediatamente sostituiti con altri “giudici”, scelti dal potere politico, alla faccia della divisione dei poteri, della parità delle parti e del principio per cui il giudice deve essere «precostituito per legge». Il diritto di difesa è stato costantemente compresso, e in alcuni casi azzerato.
Potrei andare avanti, ma il processo a Saddam può essere l’occasione per riprendere la riflessione, e la mobilitazione, rispetto a quegli istituti di giustizia sovranazionale che possano realmente, e non solo formalmente, garantire in futuro - in presenza di crimini di guerra e contro l’umanità - un processo equo che garantisca una sentenza che sia unanimemente riconosciuta dalla collettività internazionale.
E la soluzione non può che essere quella di istituire finalmente quella Corte Penale Internazionale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel lontano 1998 (e di cui l’Italia è stata la prima firmataria). Un giudice sovranazionale, con regole e norme giuridiche prefissate e approvate dalla comunità internazionale, che si occupi di diritto umanitario, che sia in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e che abbia la forza di perseguire i responsabili di crimini, ovunque siano avvenuti e chiunque ne sia il responsabile.
Il nostro Paese ha avuto, negli anni passati, un ruolo determinante nel lungo e difficile cammino per raggiungere tale obiettivo. L’Italia, l’Europa - e, in particolare, la sinistra italiana e la “Sinistra Europea” - possono oggi avere un ruolo fondamentale per far avanzare quel percorso iniziato nel 1950 nell’ambito delle Nazioni Unite. Le resistenze di alcune potenze mondiali sono tanto forti quanto inaccettabili; e possono, credo e spero, essere vinte se si riesce a creare una profonda unità tra l’Europa, le nuove democrazie sudamericane e i tanti Paesi “poveri” che già hanno mostrato la loro volontà, ratificando lo statuto della Corte penale internazionale approvato a Roma. Statuto che, invece, non è stato sottoscritto da Paesi (Russia, Cina, Usa, Israele) - che pretendono l’impunità. Non è casuale, del resto, che lo statuto della Corte penale internazionale non preveda, malgrado l’estrema gravità dei crimini che dovrebbe giudicare, la pena di morte: un Tribunale che difende il diritto umanitario non può, evidentemente, mettersi sullo stesso piano di chi quel diritto umanitario ha violato e calpestato.
Liberazione 5.11.06
Avete capito cosa vuol dire fare politica?
di Rina Gagliardi
Finalmente. Il movimento è tornato in piazza, ha invaso pacificamente e allegramente la città di Roma, ha reso visibili le sue ragioni. La manifestazione di ieri, “Stop precarietà ora! ”, è stata davvero straordinaria, sia per il numero grandissimo di persone, e di giovani, che vi hanno partecipato, sia per la qualità sociale e politica che l’ha caratterizzata. Non è stata, nient’affatto, una manifestazione “contro” - contro Prodi, il suo governo, questo o quel ministro - ma una discesa in massa “per”: “per”, a favore di quei beni che i grandi poteri (e la logica dell’”economia”) negano ai più, e che ancora la politica non riesce a conquistare come Diritto. Per chi ama la politica - la politica non intesa come mestiere più o meno privilegiato, ma come passione per il cambiamento e partecipazione di massa - il 4 novembre 2006 è stata una splendida giornata. E chi non c’era, ha perso una occasione importantissima per capire, o almeno per interrogarsi, sulle domande (e i bisogni) che muovono il popolo italiano, e sulle risposte che bisognerà costruire - con la pazienza necessaria, certo, ma non “da qui all’eternità”. Chi non c’era, a prescindere dalle motivazioni della sua assenza, dovrebbe ora rammaricarsi - e riflettere. Curioso che un politico di qualità come il ministro del lavoro Damiano abbia espresso soltanto un sentimento di “amarezza” e, soprattutto, abbia visto (da casa?) un altro corteo, che gli ha ricordato “gli anni più bui” della storia sociale di questo paese.
Noi abbiamo visto il corteo che c’era: forse centocinquantamila, forse duecentomila persone, che hanno rivendicato un diritto essenziale. Il diritto a un lavoro degno di questo nome, che non “scade” ad ogni trimestre. Il diritto alla cittadinanza piena che solo un lavoro riconosciuto può dare. Il diritto alla dignità e alla speranza. Curioso che il ministro Damiano si senta offeso da rivendicazioni che non sono solo sacrosante, ma investono in profondità la qualità di quella “sciocchezzuola” che chiamiamo democrazia. Come fa un Paese, la sesta o la settima potenza industriale del mondo, a considerarsi compiutamente democratico, se una così larga parte dei suoi cittadini sono costretti a un mercanteggiamento di se stessi così prolungato e così umiliante? Come si fa a non capire che la precarietà non fa soltanto malissimo a chi la vive, ma corrode la stessa convivenza civile e uccide la coesione sociale? Questa consapevolezza era visibile prima di tutto sulle facce delle decine di migliaia di operai metalmeccanici che hanno sfilato per ore nel centro di Roma. Non lo nascondiamo: le bandiere della Fiom-Cgil, a tutt’oggi, ci producono un’emozione del tutto speciale, non paragonabile ad altre. E ieri, gli striscioni metalmeccanici - da Mirafiori alle Rsu della Ciociaria - erano come un fiume in piena, non finivano mai, orgogliosi come le “pettorine” gialle contro lavoro nero e lavoro precario distribuite da “Lavoro e società” - e molto giovani, non solo perchè tantissimi di quei “fiommini” erano anagraficamente molto giovani, nati, quasi certamente, dopo la grande stagione degli anni ’70.
Ma insieme ai “lavoratori garantiti”, caro ministro, c’era un’altra marea - migliaia di ragazze e ragazzi “non garantiti”, con le loro musiche, le loro danze, la loro fantasia, la loro voglia di vivere, nonostante tutta la fatica di conquistarsi un’identità al mese, spedire in giro curricula, contrattare quei cento euro in più che valgono qualche giro in motorino. A larghi tratti, questi giovani inoccupati, disoccupati, interinali erano indistinguibili dai loro quasi coetanei occupati in una qualche azienda del Nord: ecco un tratto nuovo e largamente inedito del corteo, la contaminazione. Sociale, politica, simbolica - e perfino, questa volta, fisica. La contaminazione tra soggetti sociali diversi per generazione e collocazione produttiva, ma capaci ormai di riconoscersi nello stesso fronte, nello stesso “blocco storico”.
Noi di Rifondazione l’avevamo chiamato, già qualche anno fa, “nuovo movimento operaio”: nuovo, perché nato nel fuoco della globalizzazione produttiva, dopo la crisi delle grandi narrazioni novecentesche e dopo l’esaurimento del compromesso sociale socialdemocratico; movimento, perché cresciuto all’interno di una pratica politica partecipativa, capace di costruire “da dentro” piattaforme, vertenze, mediazioni; operaio, perché scopre e riscopre la liberazione del lavoro come un cardine di ogni progetto di trasformazione - e perfino di ogni “riforma” non usa a coprire, secondo l’uso attuale, la sostanza di troppe controriforme. Ieri, a Roma, il nuovo movimento operaio ha forse avuto il suo primo, solenne battesimo del fuoco. E sarà stato un caso che Rifondazione comunista non fosse soltanto presente in massa, ma fosse dovunque visibile, in testa, in coda, con le sue bandiere che andavano a ruba (insieme a quelle, richiestissime e presto esaurite, della Sinistra europea), la sua spiritosa lavagnetta con scritto “Io scado il... ”, i suoi militanti di tutte le età, i suoi bellissimi giovani, i suoi dirigenti, parlamentari, sottosegretari e viceministri? No, non è un caso, ma un risultato di cui questo partito, che ha scelto la “contaminazione” come propria cifra culturale e ragion d’essere sociale, può andare fiero. Quanto al coro di zanzare che disquisiscono (con la fastidiosità e la costanza tipica del noto dittero) sulla impossibilità di essere un partito di lotta e di governo, diciamo a tutti loro che la loro idea di politica ci pare, francamente, molto limitata - quasi aziendale. Avete visto ieri la piazza di Roma? Era un pieno di politica, di voglia di nuova politica. Chi ha a cuore - come noi - le sorti e la qualità del governo Prodi, sa che lì, in quel popolo, in quei giovani, in quella rappresentazione simbolica e corposa di nuovo movimento operaio, sta la chiave del successo possibile e auspicabile.
Liberazione 5.11.06
E’ stata una manifestazione enorme, unita, pacifica. E’ servita a denunciare le nuove forme barbare di sfruttamento e schiavitù che in Italia riguardano 7 milioni di persone. Ds, Margherita e Cgil hanno perso una grande occasione. Fortissima la presenza Fiom
199.997 in corteo contro il precariato
Mancavano Fassino, Rutelli e Epifani
di Fabio Sebastiani
Duecentomila persone hanno sfilato in corteo ieri a Roma, per ore, da piazza Esedra a piazza Navona. E’ stata una protesta fortissima, massiccia, pacifica, contro le politiche del lavoro degli ultimi governi che hanno esteso la piaga del precariato, cioè delle nuove feroci forme di sfruttamento del lavoro. Nel corteo i giovani erano la maggioranza. Sul piano delle organizzazioni, le presenze più forti erano quattro: la Fiom, Rifondazione comunista, l’Arci e i Cobas. Le assenze più forti erano quelle di Rutelli e Fassino (cioè Ds e Margherita) e poi quella di Epifani cioè della Cgil (esclusa, appunto, la Fiom). In testa al corteo, tra gli altri, Franco Giordano, Gianni Rinaldini, Paolo Beni, Piero Bernmocchi, Giorgio Cremaschi. Giordano, parlando coi giornalisti, ha detto: «Questa non è una manifestazione né contro né a favore del Governo, è contro la precarietà». Giordano ha anche manifestato apprezzamento per il vicepremier Massimo D'Alema, il quale, in un'intervista ha riconosciuto che questa manifestazione non è contro il Governo ed ha detto di condividere la lotta alla precarietà. «D'Alema ha colto lo spirito giusto- ha detto Giordano - e io gliene sono grato».
il manifesto 5.11.06
Giordano: Ascoltare la piazza
«Questa è una manifestazione che non è nè contro nè a favore del governo. È contro la precarietà». Così il leader del Prc, Franco Giordano, presente dietro lo striscione d'apertura del corteo. «Il governo deve ascoltare le voci e osservare i volti che sono in piazza perchè bisogna bonificare la precarietà. Questo è un elemento decisivo per determinare maggiore giustizia sociale ed un cambiamento di asse nello sviluppo del Paese».
Ferrero: Ministro contento
«La grande partecipazione che ha accompagnato la manifestazione contro la precarietà che si è svolta questo pomeriggio a Roma è un segnale importante e davvero molto positivo». Questo il commento del ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «Credo che d'ora in poi questo governo dovrà considerare la lotta alla precarietà come una delle sue caratteristiche principali, allo stesso modo in cui già lo è la lotta all'evasione fiscale».
il manifesto 5.11.06
Qualcosa di sinistra
di Loris Campetti
Una bella manifestazione ha riportato la politica nelle strade di Roma. Un corteo contro la precarietà del lavoro che a sua volta produce precarietà sociale ha dato il segnale di un paese ancora vivo, e un paese è ancora vivo quando interloquisce con la Politica, chiede e orienta risposte alla crisi di prospettiva che emargina intere generazioni di giovani e non più giovani. Scendere in piazza quando al governo ci sono le forze del centrosinistra per le stesse ragioni per cui si scendeva in piazza, con tutto il centrosinistra, quando governavano le destre, trasmette due messaggi forti: il primo, di critica, dice che destra e sinistra si distinguono per le politiche che fanno, e non per la disposizione geografica che assumono nell'emiciclo parlamentare; il secondo, propositivo, indica una strada, un'alternativa all'umiliazione che la filosofia dell'unicità del mercato infligge a chi lavora. Svalorizzare il lavoro non rende più competitivi ma più precari.
Ha poco senso dividersi tra chi legge la grande manifestazione di ieri come un attacco al governo e chi vorrebbe girarla a suo sostegno: il corteo rappresentava un'idea di società «altra», sta allo schieramento che ci governa dire da che parte si colloca. E' preoccupante che un ministro intelligente come Cesare Damiano si dichiari amareggiato per un corteo che avanza critiche a una Finanziaria che non cambia rotta in tema di precarietà. Ed è ancor più preoccupante che un grande sindacato come la Cgil - capace in era Berlusconi di raccogliere 5 milioni di firme in difesa della dignità dei lavoratori e di rompere con gli altri sindacati, per le stesse ragioni per cui si è manifestato ieri, chiamando da sola allo sciopero generale - non fosse tra i promotori del corteo. Come nel luglio 2001 a Genova, il maggior sindacato italiano era presente solo con alcune sue robuste «minoranze»: i metalmeccanici della Fiom, la componente Lavoro e società, importanti Camere del lavoro e tantissimi militanti della Funzione pubblica, della Conoscenza, della Scuola. Dopo il 21 luglio di cinque anni fa la Cgil rientrò nel movimento, ci auguriamo che la stessa cosa avvenga oggi.
E' un'idea pericolosa quella che interpreta la democrazia come pura e semplice delega alla «politica»: un voto ogni cinque anni, se «vincono i nostri» se ne riparla il prossimo lustro e se vince l'avversario si presidiano le piazze. La democrazia evocata dal corteo di ieri è qualcosa di più complesso, offre idee e partecipazione, vede nel conflitto sociale democratico un motore del cambiamento. Sbaglia chi interpreta questa protesta sociale come un problema invece che come una risorsa.
In piazza a Roma, prima ancora delle sigle promotrici, c'erano le persone che subiscono le conseguenze della politica liberista: i precari nei call center, negli ospedali e nelle università, alle linee di montaggio industriali o giornalistiche; i futuri precari che sono gli studenti; chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma non per questo è meno precarizzato e ricattato, alla Fiat o alla Telecom o in Ferrovia; gli immigrati, che riassumono in sé tutti gli aspetti della precarietà; infine, la precarietà sociale che chiede case, servizi, cultura, uno straccio di reddito. Una parte consistente di un possibile blocco sociale. Un'opportunità per la sinistra.
il manifesto 5.11.06
A Roma in 200.000 da tutta Italia. Per chiedere l'abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della «riforma Moratti»
«Siamo tutti precari, e non ci piace affatto»
Le mille facce del «popolo della pace» che ha tenuto in piedi la lotta contro la guerra e il governo Berlusconi: dall'Arci ai Cobas, da «Lavoro società» ai sindacati di base, dagli studenti a una parte dei «disobbedienti» Un mare di metalmeccanici consapevoli che dentro il sindacato si gioca una partita importante, da cui dipende l'autonomia della stessa Cgil. Non ha avuto effetto la «scomunica» emessa giorni fa dalla segreteria
di Francesco Piccioni
Roma. Non tutte le polemiche vengono per nuocere. Anzi. Quel tanto di pepe sparso da una spericolata manchette dei Cobas su questo giornale ha spinto tutti gli organizzatori della manifestazione di ieri a raddoppiare gli sforzi. E i risultati si sono visti in piazza. Un fiume di gente ha attraversato Roma. Dal piccolo palco improvvisato, a piazza Navona, si parla di 200.000 persone. E non è una cifra lontana dalla realtà. Quando il corteo è già dentro la piazza, la coda sta appena iniziando a lasciare la stazione Termini.
La partenza è lenta. Bisogna organizzare un cordone di servizio d'ordine per forzare il «blocco» dei giornalisti, piovuti come mosche sullo striscione di testa per strappare una dichiarazione polemica, uno slogan buono per la politica politicante. «Stop precarietà ora!», il drappo bianco apre la marcia, sostenuto dai dirigenti di tutte le associazioni presenti nel comitato promotore. Le bandiere alle loro spalle sono tutte mescolate: Fiom, Arci, Cobas, SinCobas, molte della Cgil, tante arcobaleno. Prima ancora si potevano vedere storici dirigenti sindacali e «pericolosi autonomi» abbracciarsi per la gioia di aver messo assieme così tanta gente.
E' questa l'anima incomprimibile del «popolo di sinistra» che ha retto le piazze negli anni delle guerre e di Berlusconi; che ha imparato a conoscersi e rispettarsi nonostante le differenze e l'orgoglio di organizzazione. Quel «popolo» che ha reagito alle polemiche, e alla volontà di veder fallire questa giornata, raddoppiando treni, pullman, auto.
La precarietà è in cima alla lista dei problemi aperti. Comprende e supera, in parte, anche le questioni della scuola e dell'immigrazione. La piattaforma comune pretende l'abolizione della «legge 30», della Bossi-Fini e della Moratti. Ma la precarietà è un cancro che si diffonde ben al di là della condizione contrattuale, fino a toccare, accomunandole, l'esistenza stessa di persone per altri versi diversissime. I lavoratori della Sogei (la società che gestisce l'anagrafe tributaria) sono a fianco dei dipendenti delle «cooperative» su cui è stata «esternalizzata» parte dell'assistenza sociale. Gli studenti medi o universitari viaggiano vicini a facce di sessantenni che tengono il ritmo anche del sound system montato su un camion («siamo nati con l'esplosione del rock' roll, ci vuol altro per spiazzarci»).
Ma è lo «spezzone» della Fiom - quasi la maggioranza assoluta del corteo - a dare il colpo d'occhio più vigoroso della giornata. La «scomunica» pronunciata dalla segreteria della Cgil, la settimana scorsa, ha stimolato una reazione davvero eccezionale. I metalmeccanici hanno capito che qui si giocava una partita importante: per loro come categoria e per l'«autonomia» di tutta la Cgil. E sono arrivati in massa, inquadrati in file strette, con bandiere, pettorine, striscioni. Città dopo città, a far vedere che una parte decisiva del sindacato è qui. Solo da Torino hanno messo insieme un treno intero e sei vagoni, più di 1.500 persone.
E lo stesso hanno fatto quelli della corrente «Lavoro Società», pur interna alla maggioranza congressuale di Rimini. Con le loro pettorine gialle sono presenti un po' in tutti i settori. Soprattutto dietro gli striscioni della «funzione pubblica» (che pure non aderiva ufficialmente) e della Lombardia.
Striscioni e slogan molto critici con il governo, naturalmente, non mancano («la legge Biagi è da cancellare, è scritto nel programma, non ci provare»). Ma è sul «merito» dei provvedimenti che questo popolo si misura. E' qui che chiede cambiamenti profondi nella struttura della finanziaria. Consapevole oltretutto che la partita sarà durissima («ci vediamo a gennaio, vedrai; Bombassei - vicepresidente di Confindustria, ndr - ha già detto che vuole la flessibilità dell'orario di lavoro»), a partire dal nodo pensioni.
Non manca, come sempre, qualche imbecille che prova a farsi vedere «più estremo» della massa. Ma quasi nessuno se ne accorge. Niente a che vedere con gli allarmi interessati sparsi ad arte nei giorni scorsi.
A piazza Navona si susseguono gli interventi conclusivi, con precari in carne e ossa - invece che leader di organizzazione -a parlare da un palco striminzito, appena un furgoncino. C'è l'immigrato, il «fantasma del S. Andrea» a ricordare lo stato della sanità, quello dei call center e quello della scuola, quello di Napoli e l'occupante di case. Si applaudono tutti, con la testa già a domani, quando le «discussioni» - specie all'interno della sinistra e del sindacato - «diventerà vivace». Ma «con questi numeri davanti al naso si ragiona certamente meglio».
Poi la piazza è colma e il resto del corteo non riesce neppure ad entrare. A largo Argentina si fermano due dei camion, e la piazza diventa il «secondo polo» della serata. Un plotone di carabinieri è preso nella folla da tutte le parti, al punto che un ufficiale nervoso li obbliga a schiacciarsi contro il muro per «non farsi passare la gente alle spalle». Tra le due piazze comincia il via vai di chi si incammina per recuperare un treno o un pullman e di chi va avanti ancora un po' per arrivare «in fondo». Dopo ore di cammino ti ricordi che finché c'è il corteo le gambe vanno alla grande. La stanchezza arriva solo dopo, quando rimani solo. Anche per questo si manifesta: per non rimanere soli davanti a qualcuno che vuol disporre di te come di una cosa. Precaria.
Corriere della Sera 5.11.06
Il Prc esulta: più forti di prima
ROMA — «La manifestazione ha indubbiamente fortificato l'asse di sinistra di questo governo»: a braccetto con i compagni di partito il leader di Rifondazione comunista Franco Giordano non nasconde la soddisfazione. Il corteo è andato bene. Lui non è stato fischiato, grazie anche all'abile regia del responsabile organizzazione del Prc, Ciccio Ferrara, che lo ha fatto uscire al momento opportuno per farlo rientrare quando Cobas e centri sociali erano già sfilati via.
Nessuna protesta clamorosa e chiassosa, dunque: solo qualche slogan del tipo «Bertinotti, Prodi, Visco, la manovra non capisco» e un paio di insulti rivolti, però, al presidente della Camera («che se la fa con i fascisti»). Per il resto, baci, applausi, strette di mano, richieste di foto e di autografi. C'è persino un militante del Pdci con tanto di bandiera del partito che abbraccia il segretario di Rifondazione, lontano dagli occhi di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo. Ma il finale in bellezza, per Giordano, è la dichiarazione di Romano Prodi: «È stata una manifestazione pacifica e non antigovernativa». Appena gliela leggono al cellulare, sull'auto che lo porta a casa insieme all'affascinante compagna Griselda, Giordano si attacca al telefono per chiamare il premier e ringraziarlo. D'altra parte qualche oretta prima il leader di Rifondazione comunista aveva spiegato di aver apprezzato il Massimo D'Alema dialogante che l'altro ieri aveva «coperto» politicamente la manifestazione: «Lui — spiegava il segretario del Prc — sì che ha testa politica, mentre Piero Fassino ha scelto proprio questa giornata per parlare bene dei ricchi in una lettera al Corriere della Sera!».
Il clima è euforico e non c'è un sottosegretario, un viceministro o un capogruppo della sinistra radicale che si senta fuori posto. Tutti conoscono tutti in questo corteo. Militanti, manifestanti e passanti salutano i rappresentanti del governo chiamandoli per nome. È l'ennesimo corteo che si fa insieme. E certamente non sarà neanche l'ultimo. Paolo Cento sfila sorridendo: «Con tutti 'sti esponenti dell'esecutivo mi pare proprio una manifestazione filogovernativa», celia con i giornalisti il sottosegretario verde all'Economia, che poi aggiunge: «Comunque, scherzi a parte: non è che non si va più in piazza perché c'è un governo di centrosinistra».
Il rifondarolo Alfonso Gianni è d'accordo con Cento: «Qui ci sarà pure chi urla abbasso Prodi, ma sapete che c'è? Chi se ne frega, non è questo il segno distintivo della manifestazione» spiega il sottosegretario di Rifondazione comunista allo Sviluppo economico. Secondo Gianni il vero problema è un altro: «Con questa Finanziaria così contraddittoria — osserva — non siamo riusciti a spiegare che stiamo facendo una grande redistribuzione del reddito». Ha l'aria soddisfatta anche Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc a Palazzo Madama: «Alcuni alleati si scandalizzano perché siamo qui? Dovranno cominciare ad abituarsi a noi: Rifondazione è un animale strano» ride sotto i baffi neri come la pece il presidente dei senatori di Rifondazione comunista.
E se Cento, continuando a sfilare, definisce «inaccettabili» le critiche ai rappresentanti del governo che partecipano al corteo, un altro sottosegretario, Gian Paolo Patta, è convinto che «sia giusto stare qui». Ovviamente la pensano allo stesso modo Patrizia Sentinelli, viceministro agli Esteri e la sottosegretaria al Lavoro Rosa Rinaldi, entrambe di Rifondazione comunista. Il Pdci Marco Rizzo che profetizzava i fischi al Prc constata che i fischi non ci sono, anzi, e se la prende con il ministro Bianchi, che ha sostenuto che non era il momento di scendere in piazza: «Va bene che è un indipendente — osserva Rizzo — ma che non lo sia troppo!». Gli strali di un'altra esponente dei comunisti italiani, la capogruppo a palazzo Madama Manuela Palermi, sono invece indirizzati a Guglielmo Epifani, «che ha appoggiato con imprudenza questa Finanziaria ed è per questo — aggiunge — che qui c'è poca Cgil». In compenso, c'è tanta Fiom, con Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi in testa al corteo, ma questo aspetto riguarda un'altra partita politica che si sta giocando: quella interna alla più grossa organizzazione sindacale. La Fiom vuole dimostrare a Epifani — accusato, per dirla con Cremaschi, di trattare Prodi e i suoi come «un governo amico», rinunciando alla protesta — di essere tutt'altro che marginale.
Comunque un filino di imbarazzo per il doppio incarico «manifestante-rappresentante del governo» alla fine comincia a serpeggiare. Tant'è che tutti i sottosegretari si affannano a spiegare che non si tratta di una manifestazione antigovernativa. Fuori linea solo Palermi e il rifondarolo dissidente Salvatore Cannavò. Sbotta la prima: «La manifestazione è critica nei confronti del governo: mettiamola come ci pare, ma è così». D'accordissimo il deputato del Prc: «Questo — afferma Cannavò — è un corteo antigovernativo dove se fosse venuto uno come D'Alema, nonostante quello che ha detto a favore della manifestazione, sarebbe stato fischiato».
A sera, però, arriva la dichiarazione di Prodi. Giordano si frega le mani: «Dopo questa manifestazione, ci siamo rafforzati. Il governo ascolterà le richieste che vengono da questo corteo» commenta con i compagni di partito. Il segretario di Rifondazione tira un sospiro di sollievo. E rivolge un muto ringraziamento al buon Ciccio Ferrara che conducendolo dentro e fuori il corteo, attaccato al cellulare per capire dagli altri colleghi del Prc sparsi nella manifestazione dove, quando e se poteva accadere l'incidente, ha evitato i fischi. Magari non ci sarebbero stati lo stesso. Ma anche pochi avrebbero cambiato il segno di una giornata che per Giordano si chiude invece, come sottolinea lui stesso, «in modo più che soddisfacente».
La Stampa 5.11.06
IL DIESSINO RIFORMISTA: «VEDO UN SOLO RISULTATO: ORA I CITTADINI SONO PIU' CONFUSI CHE MAI»
Morando: «un corteo che crea danni»
di Giacomo Galeazzi
ROMA E’ «preoccupante e crea confusione nei cittadini» la novità di sottosegretari ed esponenti della maggioranza che manifestano contro il governo per una Finanziaria accusata di assecondare la precarietà. «Nell’esecutivo ci sono forze antagoniste che non sanno proprio resistere all’appello a partecipare comunque a un corteo - scuote la testa il diessino riformista Enrico Morando, presidente della commissione Bilancio del Senato -. E’ un dato di fatto che la sinistra radicale si muove per difendere il suo spazio politico perché teme che altri partiti glielo sfilino mentre è al governo». Una doppia collocazione «in piazza e nei ministeri» che è fonte di «ambiguità» e rischia di provocare «seri danni alla coalizione».
Il governo sconfessa se stesso, come protesta la Casa delle libertà?
«Gli organizzatori della manifestazione hanno un evidente pregiudizio negativo contro questo esecutivo, quindi chi ha incarichi ministeriali avrebbe dovuto tenerne conto. Purtroppo alcuni non lo hanno fatto e sono andati al corteo, malgrado le scelte fondamentali di politica economica dimostrino quanto siano ingiustificate le critiche dei manifestanti alla Finanziaria. Nessuno, per esempio, parla degli interventi compiuti per rendere vantaggioso nel Mezzogiorno assumere donne che finora avevano soltanto lavori in nero e precari».
Qual è la causa?
«Entriamo nel merito di quanto è stato deciso dal governo in questi due mesi. Ricordo a qualche sottosegretario che la Finanziaria riduce di tre punti il cuneo fiscale contributivo favorendo le imprese che hanno lavoratori a tempo indeterminato. Sono forse misure inefficaci o poco incisive a giudizio di chi fa parte del governo che le ha adottate? Eppure la Finanziaria aumenta anche l’aliquota contributiva dei lavoratori atipici per incentivare le aziende verso un’occupazione stabile. Finora, invece, all’imprenditore conveniva il lavoro flessibile proprio per il basso contributo previdenziale. Si tratta di provvedimenti concreti, costano soldi e mi preoccupa vedere che non tutti al governo li difendono e valorizzano malgrado fossero già nel programma del centrosinistra».
E adesso?
«Occorre prendere atto nella coalizione che, su una questione strategica come le misure anti-precarietà, i manifestanti non apprezzano il mutamento di indirizzo del governo. Questa contraddizione investe forze importanti che fanno parte di questo esecutivo, e ciò finisce per essere penalizzante ed è necessariamente motivo di preoccupazione per l’intero centrosinistra. L’azione di governo è ispirata alla lotta alla precarietà, dunque ignorare o non valorizzare una scelta così caratterizzante proietta ombre lunghe sull’esecutivo e sulla maggioranza che lo sostiene».
Il prossimo passo?
«Appena le condizioni della finanza pubblica lo consentiranno, partirà la riforma degli ammortizzatori per renderli universali e capaci di coprire tutti i lavoratori, a prescindere dal rapporto di lavoro che hanno in quel momento con la loro azienda. Il governo intendeva applicare già quest’anno il modello proposto dall’economista Tito Boeri, ma nel 2006 era impossibile a causa del 4,8 di indebitamento rispetto al prodotto interno lordo. L’agenda però è fissata e si dovrebbe arrivare nell’arco di un biennio a varare il sistema degli ammortizzatori universali. L’anno prossimo scriveremo le norme insieme alle parti sociali e nel 2008 le nuove misure diventeranno realtà. Un conto sono gli slogan pur condivisibili a favore del lavoro stabile, ma contro la precarietà non si può far tutto in un paio di mesi...».
La Stampa 5.11.06
Governo contro governo
La strana marcia di viceministri e segretari di partito
fra striscioni, slogan antagonisti e i cori «Pueblo unido»
di Fabio Martini
ROMA. Da dieci minuti la testa del corteo si è staccata dal piazzale della stazione Termini e il serpentone si sta allungando su via Cavour in un silenzio innaturale per una manifestazione che si preannuncia arrabbiata. Se ne accorgono dal camion dei Giovani comunisti e lo speaker - per accendere gli animi - urla dal microfono: «Siamo tantissimi, facciamoci un applauso!». Da sotto parte un pallido battimani, ma il ragazzo insiste: «Noi portiamo un pezzo di storia di precarietà e di ribellione. Facciamo un urlo per farci sentire!». Intorno si alza un timido «eh!» e lui insiste: «Più forte! Un applauso per noi!».
Finalmente i ragazzi attorno rispondono e concedono un «Eh!» più convinto.
Sono le tre del pomeriggio e nelle tre ore successive il corteo contro la precarietà si dipanerà tra le strade del centro di Roma confermando le sequenze iniziali: la grinta e l’angoscia dei tanti giovani precari non prenderà voce in slogan aggressivi, ma finirà per essere interpretata da alcuni striscioni preparati dei Cobas. E tutto il «rumore» del corteo sarà espresso da musiche ad alto volume (il solito «Pueblo unido», Bob Marley) e dalle urla degli speaker, che chiamando gli slogan, proveranno a farsi imitare dai manifestanti. Un corteo quasi afono, una processione laica, uno strano corteo. Che ha finito per risentire della semplice, plastica contraddizione che lo attraversava: in testa (e quindi tra i promotori del corteo), alcuni dei personaggi politicamente più influenti nell’Italia contemporanea: Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista, il terzo partito della coalizione di governo; il presidente dei 41 deputati del Prc Gennaro Migliore; il verde Paolo Cento, sottosegretario in un ministero strategico come l’Economia; i sottosegretari del Prc Alfonso Gianni, Rosa Rinaldi, Patrizia Sentinelli e del Pdci Giampaolo Patta. Una presenza in piazza che ha indirettamente finito per mettere la sordina a metà corteo, mentre nell’altra metà campeggiavano gli striscioni durissimi dei Cobas. Tipo: «Damiano amico dei padroni, vattene!», «No alla Finanziaria ammazza-precari», «Sindacati governativi, ladri di democrazia». O magliettine come quella che diceva: «Sono precario e mi fa male un po’ il pancino, sarà colpa di Tremonti o di Fassino?».
Una manifestazione che ha finito per risentire - ed è questa la novità politica degli ultimi giorni - della crescente divaricazione dentro la sinistra radicale che pure ha promosso il corteo: Rifondazione comunista (presente al governo con ministro e sottosegretari); i Cobas che, nel tentativo di occupare gli spazi lasciati liberi sia dal Prc che dalla Cgil, non si fanno scrupoli ad attaccare frontalmente il governo; la Fiom, che non ha ascoltato l’indicazione del segretario della Cgil Guglielmo Epifani di non partecipare. Aderenti dell’ultima ora, i Verdi e il Pdci, che ha sfilato con un centinaio di militanti, con l’eurodeputato Marco Rizzo, ma non con il segretario Oliviero Diliberto. E visto che l’unico ministro del Pdci, Alessandro Bianchi, aveva fatto sapere di non condividere: («Questo non è il momento per fare manifestazioni»), Rizzo, dalla pancia del corteo commentava: «Bianchi? Un ministro indipendente, anche troppo...». E analoghe battute si scambiavano il capo dei Cobas Piero Bernocchi («Sei vestito con una grisaglia grigio ministeriale...) e il sottosegretario comunista Alfonso Gianni: «Tu invece ti vesti in modo giovanile perché sei più vecchio di me!».
Punzecchiature tra notabili della sinistra radicale che alludono ad una conflittualità all’interno di quest’area che nelle ultime settimane si sta decisamente intensificando. Con una rincorsa a sinistra tra Rifondazione, Cgil, Cobas e Fiom che potrebbe finire per avere ripercussioni anche sul governo. Fino a pochi giorni prima del corteo, la Cgil era tra i promotori. Ma dopo gli insulti di Bernocchi a due sindacalisti della Cgil-scuola, Guglielmo Epifani informalmente aveva chiesto a Rifondazione di evitare commistioni in corteo con i Cobas. La risposta negativa del Prc ha costretto Epifani a sfilare la Cgil. Ma la Fiom è restata e ieri centinaia di bandiere dei metalmeccanici della Cgil sfilavano accanto a quelle dei Cobas.
Corriere della Sera 5.11.06
Ungheria
L'unica vera rivoluzione del Novecento
POLEMICHE Nel libro di Enzo Bettiza una forte denuncia del conformismo ideologico che ha dominato la cultura italiana
di Pierluigi Battista
Convegni, libri, commemorazioni, pentimenti. I cinquant'anni della rivoluzione ungherese hanno permesso di rivisitare eroismi e miserie, errori e oscurità di un episodio cruciale della storia del secolo scorso. Un anniversario, questo del 2006, che si intreccia con i settant'anni del colpo di Stato franchista e l'inizio della guerra civile spagnola. Una duplice occasione per rivisitare il senso e il significato di due grandi eventi storici del XX secolo. L'insurrezione e la repressione in Ungheria, intanto: davvero questo anniversario ha dato l'opportunità di riflettere in profondità su una «rivoluzione vera e popolare», quella che Enzo Bettiza definisce, nel suo
1956 pubblicato da Mondadori, «la sola rivoluzione antitotalitaria e democratica del Novecento» e che però, a differenza di quella del 1917, «nella realtà un colpo di Stato», non è riuscita a «sconvolgere il mondo»?
Molte rievocazioni (e scuse ufficiali), nell'occasione di questo cinquantennio. Ma mai, o molto marginalmente, un tentativo di risposta ai perché posti nel libro di Bettiza: perché quella rivoluzione è stata disconosciuta? Perché, nel mondo, la «rimozione a destra» e la «calunnia a sinistra» hanno sterilizzato l'unica vera rivoluzione del secolo, un'insurrezione popolare autentica e non pilotata, repressa da un immane spiegamento di forze? Immane, se ben 5000, «più di quanti Hitler ne lanciò contro la Russia nel 1941», furono «i carri amati scaraventati da Kruscev e da Zukov contro la minuta, isolata, ma focosa Ungheria». Se una città, Budapest, fu bombardata e resa ancor più spettrale di quella violentata nel 1945. L'Ungheria, scrive ancora Bettiza, ha avuto «il triste privilegio di fornire all'insonne impresa funebre del Cremino la più alta quota di impiccati e di riabilitati». Un'orgia di «tribunali speciali, forche, plotoni d'esecuzione, campi di concentramento». Recentemente Adriano Sofri ha lamentato il carattere corrivo e stereotipato di un'espressione ormai logora come «i fatti d'Ungheria». Bettiza gli dà ragione, e li chiama «i fattacci». Il fattaccio di un'insurrezione che l'Unione Sovietica supercorazzata ha schiacciato, spezzando «la spina dorsale» di una nazione intera.
Ma Budapest non è diventata il simbolo della rivoluzione democratica. Su di essa si è esercitata una memoria debole, reticente, omertosa. Imre Nagy non è stato collocato tra le icone degli eroi sconfitti. I comunisti di Togliatti hanno avuto bisogno di decenni per rinsavire e ammettere l'enormità di un errore. E gli intellettuali che hanno appoggiato gli aguzzini godono ancora di una fama di maestri del pensiero. Recentemente il settimanale Il Domenicale ha pubblicato un'antologia dell'inaudita violenza verbale che in Italia eruttò per infamare quella rivoluzione bollata da Togliatti come «terrore bianco» e «banditismo». Per il filosofo Antonio Banfi in Ungheria si assisteva a «violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo». Per Concetto Marchesi, sommo latinista, c'era solo il disgusto per «la cagnara reazionaria, clericale e fascista». Per Augusto Monti, un monumento dell'azionismo piemontese, i «borghesi di tutto il mondo» cercavano solo un pretesto per «sfogare i loro livori antirussi e anticomunisti». Cosa può essere la litania minimizzatrice dell'«abbiamo sbagliato», del «sottovalutammo» e del «non capimmo», rispetto alla portata spaventosa di ciò che accadde nell'indimenticabile '56?
E Bettiza, che di questa sottovalutazione si è molto indignato anche nel colloquio con Aldo Cazzullo sulle colonne di questo giornale, non si capacita del fatto che non solo i custodi dell'ortodossia comunista abbiano impiegato decenni prima di manifestare un minimo di vergogna per essere stati dalla parte dei carnefici, ma anche chi nella storia è passato in Italia come il campione del dissenso. È l'aspetto più amaro (e disperato) della denuncia di Bettiza: rivolta a chi non seppe rompere del tutto, non ebbe il coraggio della solitudine e abbandonò chi ruppe con il Moloch comunista a costo dell'ostracismo. Il manifesto dei «101»? Solo il ricordo enfatico di chi non seppe andare fino in fondo. Quattordici dei loro «faranno marcia indietro spaventati e confusi». Altri «se ne andranno senza clamore, in punta di piedi, sgusciando dalla porta di servizio». L'amarezza di Bettiza si rovescia anche sugli amici, sugli intellettuali che solo più in là negli anni accetteranno le conseguenze di una frattura più radicale con il mondo d'appartenenza: «Renzo De Felice, dopo aver partecipato per qualche tempo alle sfortunate iniziative editoriali di Onofri, finirà col tuffarsi interamente nella storia del fascismo; Lucio Colletti si rifugerà nella contestazione filosofica di Marx e di Hegel e in definitiva soprattutto di se stesso».
E il mito di Antonio Giolitti, la parte della sinistra che si stacca dal Pci, che fa i conti con se stessa, che non persevera nell'errore? Anche questo viene ridimensionato nella ricostruzione impietosa di Enzo Bettiza. Giolitti, «spretato sempre roso dal dubbio», giungerà solo a conclusioni «spente e deludenti», ad uso dei «comunisti infelici», che non hanno trovato la «forza morale e intellettuale per gettare con risolutezza la tonaca alle ortiche. Escono dal partito più addolorati che indignati, e con sprezzante dignità rifiutano la qualifica dell'"ex". Non osano percorrere la strada fino alla soglia dell'abiura». Bisbigli, mormorii, lacerazioni destinate, come infatti si è visto, ad essere ricomposte nella riconciliazione. Qui l'analisi amara di Bettiza prende le forme di una bocciatura senza appello di un intero ceto intellettuale: «L'Italia, nei frangenti di crisi del comunismo, non ha avuto la fortuna di sentire voci simili a quelle echeggianti nella Francia di Gide, Aron, Domenach, Souvarine, Mauriac, Malraux, Camus, Revel, Fejtö e perfino di un grande ondivago come Sartre. Noi abbiamo dovuto contentarci dei sì elargiti da Concetto Marchesi ad uno Stalin paragonato a Tiberio, dei vacillanti sì e no di Norberto Bobbio, dei sommessi borbottii di Italo Calvino, delle indulgenti omertà dei Moravia».
Ecco perché l'unica vera rivoluzione antitotalitaria e democratica (e «calunniata», come ha scritto Federigo Argentieri) del Novecento, in Italia non è stata compresa. E non si comprende l'abisso morale (archiviato come errore, ma senza pathos) in cui caddero anche i migliori e più generosi militanti del Partito comunista: Umberto Terracini — proprio lui, l'eretico — che auspicava l'intervento sovietico «a scudo dei combattenti per la costruzione del socialismo»; Giorgio Amendola, il figlio della tradizione liberale confluito nell'italo- comunismo, «che inveiva contro i " fascisti di Horthy"». Tutti contro la rivoluzione che non lascerà tracce e non sconvolgerà il mondo, perché nell'Occidente liberale «nessuno penserà a soccorrerla», lasciando l'Ungheria «insanguinata, isolata, ignorata». Un'autocensura durata cinquant'anni. Ma che anche oggi ci impedisce di ricordare senza impacci quella grande rivoluzione. L'unica del Novecento democratico.
Corriere della Sera 3.11.06
La teoria formulata da genetisti ed esperti in scienze politiche
La fede politica è ereditaria?
Uno studio su gemelli indica che è plausibile ipotizzare che le propensioni sociali possono essere ereditate. Ma c'è chi è scettico
di Alessandra Carboni
Lech Kaczynski e il gemello Jaroslaw Kaczynski, uomini politici polacchi (da Internet)
Lech Kaczynski e il gemello Jaroslaw Kaczynski, uomini politici polacchi (da Internet)
STATI UNITI - Ispirati da Aristotele, che nel 350 avanti Cristo ha scritto «l’uomo è per natura un animale politico», alcuni studiosi sono oggi intenzionati a provare scientificamente che la propensione alla politica è realmente insita nell’individuo.
GENI POLITICI - Attraverso l’osservazione del comportamento e dei cervelli di migliaia di coppie di gemelli (identici e non) gli scienziati puntano infatti a dimostrare che la prova della veridicità di quanto affermato dal filosofo greco risiede addirittura nel nostro codice genetico. John Hibbing e John Alford, professori di scienze politiche rispettivamente presso la University of Nebraska-Lincoln e la Rice University, sono convinti che le attitudini sociali possano essere ereditate, quindi tramandate di padre in figlio, e i ricercatori della genetica avrebbero già trovato diversi elementi a favore di tale teoria proprio nello studio dei gemelli identici. A differenza delle coppie di gemelli eterozigoti, quelli omozogoti hanno lo stesso patrimonio genetico: la ricerca ha messo in luce che mentre questi ultimi condividono spesso le stesse idee su temi quali la pena di morte, il nucleare, il ruolo delle donne o della religione, i primi sono sovente in disaccordo. Se si dà per appurato che in entrambi i casi i fratelli siano cresciuti nel medesimo ambiente socio-economico, allora – sostengono Hibbing e colleghi – tale disparità non può che dipendere dai geni.
VOCI CONTRO – Tuttavia, questa teoria incontra il disappunto di un professore della Duke University, Evan Charney, secondo il quale «la sola idea che una cosa come l’ideologia politica possa essere ereditaria è incoerente, non ha alcun senso ed è storicamente imprecisa». Per Charney, infatti, qualsiasi corrispondenza tra i credo politici dei gemelli deve essere attribuita sostanzialmente al contesto ambientale in cui essi vivono, non ai loro geni, poiché si tratta di una spiegazione molto più plausibile, ancorché a sua volta non effettivamente dimostrabile. Insomma, le idee sono diverse e contrastanti, ma è comunque un dato di fatto che – per il momento – il gene della politica non è ancora stato identificato.
il manifesto 5.11.06
Mi considero un costruttivista: il passato non ci è «dato», dobbiamo riferirci alle «prove» e costruirle in un discorso storico Hayden White
Il lato narrativo della storia
C'è chi ha accusato Hayden White di sbarazzarsi con troppa disinvoltura dei criteri in base ai quali distinguere tra vero e falso; mentre per altri avrebbe finalmente restituito la storia al suo dominio, quello di una pratica culturale strettamente connessa con l'esercizio del potere. In questo incontro, torna a liquidare come un residuo positivista l'idea di una immediata corrispondenza tra la realtà storica e la sua rappresentazione
di Giuliano Battiston
Proprio quando, negli anni '70, la polizia di Los Angeles lo considerava uno dei più pericolosi comunisti della West Coast, gli «storici di professione» cominciarono ad accusarlo di «agnosticismo storiografico» e di «anarchismo epistemologico». Oggi, a distanza di trent'anni, il filosofo della storia e storico della cultura Hayden White è ancora «pericoloso», perlomeno per quegli storici che si ostinano a rivendicare la neutralità e l'oggettività della loro disciplina. L'autore di Retorica e Storia (Guida editore), non ha rinunciato infatti a ripensare criticamente la distinzione aristotelica tra historia e muthos, e continua a liquidare come un residuo dello scientismo positivista l'idea di una immediata corrispondenza tra la realtà storica e la sua rappresentazione.
I suoi saggi alimentano tuttora un dibattito che, se ha avuto il merito di rendere esplicite questioni epistemologiche prima inespresse, ha assunto a tratti toni manichei, dando vita a due schieramenti contrapposti: per gli uni, White si sarebbe sbarazzato con troppa disinvoltura dei criteri in base ai quali distinguere tra vero e falso, finendo con il dissolvere lo statuto conoscitivo della storia; per gli altri, invece, avrebbe finalmente reso evidenti le implicazioni politico-ideologiche nascoste sotto la presunta trasparenza del medium linguistico e formale adottato dagli storici. Così facendo, avrebbe restituito la storia al suo dominio, quello di una pratica culturale strettamente connessa con l'esercizio del potere.
Abbiamo incontrato Hayden White alla Certosa di Pontignano, mentre esce in questi giorni da Carocci il suo Forme della storia. Dalla realtà alla narrazione, dove affronta quelle che definisce, con evidente provocazione, le «forme metafische della storiografia occidentale, così come si ritrovano in tutte le scuole di pensiero - dal marxismo allo struturalismo, dal liberalismo al postmoderno, dalla linguistica alla psicoanalisi. E con lui abbiamo discusso delle reazioni che il suo lavoro ha suscitato negli anni.
Analizzando complessivamente i suoi testi, si ha l'impressione che le sue riflessioni siano orientate in una direzione costante e che nascano dalla medesima esigenza: dimostrare come ciò che siamo abituati a considerare naturale, in particolare il passato, sia in realtà una costruzione culturale. È d'accordo con questa ipotesi di lettura?
Penso sia una lettura corretta. Mi considero infatti un costruttivista: ritengo che il passato non sia qualcosa che ci è immediatamente dato o che sia a nostra disposizione ma che, piuttosto, dobbiamo riferirci alle «prove» del passato e costruirle in un discorso storico. Questo non significa che il passato non sia mai esistito o che gli avvenimenti non siano mai accaduti. Significa, invece, che ogni resoconto storico è costruito e non semplicemente «depositato» nelle prove e nei documenti storici, poiché tali prove sono selezionate da qualcuno che le «taglia» in modi diversi, trasformandole in argomentazioni differenti. In questi termini possiamo dire che il passato è una costruzione: gli eventi del passato sono svaniti, e possiamo vederne soltanto gli effetti, le macerie, i documenti, a partire dai quali tentiamo di ricostruire quegli eventi. Ogni ricostruzione, però, è, nello stesso tempo, una costruzione. D'altra parte, molte culture non si dedicano a quell'insieme di discorsi che noi chiamiamo storia, e gli stessi sistemi di datazione cronologica sono culturalmente determinati. Perché non dovrebbe esserlo anche la storia?
Riferendosi a un saggio di Schiller del 1801 sulla storia come «oggetto sublime», lei ha sostenuto che, invece, l'intera tradizione storiografica moderna si fonda proprio sulla de-sublimizzazione e naturalizzazione degli eventi...
Fin dall'800 gli storici pretendono che il passato si manifesti nella stessa maniera in cui si presenta il passato geologico; ma, se nella geologia abbiamo l'opportunità di osservare e «toccare» i diversi strati temporali, non esiste invece alcun luogo che ci permetta di «vedere» e «toccare» la storia. Agli storici piace credere di potere semplicemente valutare i materiali, e che sulla base dei documenti siano in grado di attestare la verità dei fatti testimoniati. Io ritengo invece che gli eventi di cui parlano gli storici siano gli stessi documenti storici e che la storia come disciplina si basi su una concezione «fotografica» del rapporto che lega gli eventi e i loro effetti ai documenti: i documenti registrati, una volta che siano stati criticamente analizzati, possono restituirci un'immagine fotografica di quanto è accaduto, un resoconto «genealogico» del passato. Secondo questa prospettiva, dunque, tutto ciò che lo storico deve fare è portare alla luce gli accadimenti, scoprendoli come un archeologo scoprirebbe un edificio antico.
Il filosofo della storia Louis Mink ritiene che lei abbia contribuito all'affermarsi della «svolta retorica», proprio per l'importanza che attribuisce agli elementi retorici del discorso storico; ma lei ha sempre preferito parlare di una «svolta discorsiva». Perché?
Perché non sono un linguista, ritengo che il passato sia prodotto dalla discorsività, e che la storia stessa sia - in termini foucaultiani - un discorso piuttosto che una scienza. Ho cercato di dimostrare inoltre che, analizzando i testi storici da un punto di vista retorico, grammaticale e sintattico, e osservandone il sistema simbolico, ci si rende conto che gli storici operano in maniera tale da predeterminare il tipo di materiali su cui concentrano poi l'attenzione. In altre parole, gli storici «prefigurano» il campo storico, orientando i modelli esplicativi e predeterminando le strategie concettuali che useranno per spiegarlo, e scrivono poi un resoconto che «riempia» questa prefigurazione, che sia in grado di «soddisfarla».
Coloro che condividono le sue teorie le attribuiscono il merito di avere sostenuto il passaggio dell'interesse analitico dal referente della ricerca storica - dunque dal «cosa» - al «come»; nonché quello di aver finalmente riconosciuto la differenza che corre tra il prodotto della «costruzione» del passato operata dagli storici e il passato stesso. Coloro che la criticano - tra cui molti storici «di professione», per esempio Carlo Ginzburg - considerano questo passaggio troppo radicale, e si chiedono: «come è possibile fare storia senza il ricorso una verità storica?».
Proprio Ginzburg, un uomo molto colto, che ha una concezione della verità storica profondamente biblica e che si appella verità storica, ha scritto cose di pura fantasia, come Il formaggio e i vermi, un libro che nega ogni aspetto di finzione e che si presenta come un testo storico ma che è, in realtà, una storia fantastica, costruita sulla base di due sole pagine di documenti dell'Inquisizione. Per tornare alla questione del «come», sostengo che per lavorare a una storia della storiografia occorra concentrarsi sullo «scrivere» e sulla relazione che esiste tra la forma e il contenuto, visto che la forma scelta per presentare il materiale storico è essa stessa parte del contenuto. Ogni volta che si scrive una storia, infatti, la maniera in cui il problema viene postulato già determina il tipo di materiali che verranno considerati rilevanti o meno. La descrizione, dunque, prefigura la ricerca e la scrittura. Se assumiamo una prospettiva metalinguistica, questa prefigurazione, che si manifesta anche nella scelta del protocollo linguistico e del dominio semantico, può essere descritta in termini retorici, in tropi e figure. Dunque, dal momento che il referente storico non è più «disponibile», ogni storia sarà non tanto una rappresentazione, una Vorstellung, quanto, piuttosto, una presentazione, una Darstellung, una sorta di messa in scena, di produzione.
Di fronte alle sue teorie gli storici hanno assunto atteggiamenti diversi: alcuni si sono chiusi nello specialismo, come il Brodgelehrte di cui parla Schiller in «Cosa significa e a che scopo si studia la storia universale». Altri, invece, hanno cercato di coniugare il riconoscimento della dimensione «costruttiva» propria della ricerca e della scrittura storica con il rifiuto delle conseguenze scettiche di tale riconoscimento. Qual è il suo atteggiamento di fronte a una disposizione scettica?
Penso che lo scetticismo sia la base della ricerca scientifica, perché comporta la continua contestazione della validità e della stessa legittimità di ogni teoria, la messa in discussione del proprio lavoro, verso il quale bisogna assumere una disposizione costantemente critica. Molte persone però temono lo scetticismo perché esso respinge l'assoluto: il vero nemico dello scetticismo dunque non è la scienza, ma il dogma, religioso, metafisico o morale. All'inizio del diciannovesimo secolo gli storici hanno rivendicato per se stessi il ruolo di depositari neutrali del passato della cultura occidentale. Secondo me gli storici devono essere auto-critici, devono cercare di esplicitare i presupposti epistemologici e metodologici della propria ricerca. Un modo per essere auto-critici è quello di chiedersi in che modo la forma della propria presentazione storica dica qualcosa a proposito di ciò di cui si pretende di parlare letteralmente. Questo atteggiamento diventa tanto più indispensabile se, come faccio io, pensiamo al discorso storico come a una Welthanshauung che è alla base di gran parte della società occidentale, della sua politica, della sua etica, nonché di una certa nozione della cultura e della sua relazione con la politica.
In diverse occasioni lei ha ribadito la distanza che separa la sua concezione della temporalità e della narratività da quella di Paul Ricoeur, il quale avrebbe tentato - secondo lei - «di progettare una metafisica della narratività». Quali sono gli elementi della teoria di Ricoeur che gliela fanno considerare metafisica?
La posizione di Ricoeur è metafisica perché tende a legare la narratività alla dimensione ontologica, come se l'esperienza umana della temporalità si manifestasse e arrivasse a coscienza in una forma narrativa. La filosofia della narratività di Ricoeur può essere letta come il tentativo di conciliare Agostino con Heidegger o, in altri termini, il protestantesimo cristiano con la fenomenologia esistenzialista. Lo sforzo compiuto da Heidegger nella seconda parte di Essere e tempo - lo sforzo di dimostrare che la storicità è un modo della temporalità, un modo di essere nel tempo, ancorando la storicità all'ontologia della condizione umana - consente a Ricoeur di recuperare Agostino e di attribuire una veste «moderna» all'idea della storia come storia della salvazione. Penso che Ricoeur ritenesse di poter trovare nella filosofia di Heidegger una solida base per un certo tipo di etica e di moralità cristiana protestante. In questi termini il peculiare intreccio tra la filosofia moderna e secolare di stampo heideggeriano e la teologia medievale agostiniana gli ha permesso di interpretare il Dasein (l'esserci) come una auto-definizione, ma anche come una auto-salvazione.
A proposito di Foucault, di Barthes e di Derrida, lei ha parlato di feticizzazione del testo, di melanconia dell'attività strutturalista e di elitarismo, arrivando a definire Derrida «il Minotauro imprigionato nel labirinto del linguaggio ipostatizzato dello strutturalismo». Più tardi, lei ha un po' rivisto il suo giudizio. Oggi, in quali termini riconosce l'influenza di questi tre autori sul suo percorso speculativo?
Roland Barthes e Michel Foucault sono quelli che più mi hanno influenzato tra gli studiosi della loro generazione, mentre ho sempre guardato a Derrida come a un «fenomeno» particolare: un autore capace di scrivere su una varietà sorprendente di argomenti, alcuni dei quali troppo vicini al misticismo perché mi interessassero veramente. In termini generali, ritengo che il decostruzionismo sia uno strumento utile per definire meglio alcuni contributi del poststrutturalismo, ma rimane il fatto che per Derrida il decostruzionismo è interminabile, mentre noi siamo destinati a morire. Credo di poter dire che Derrida, che ho avuto modo di conoscere personalmente piuttosto bene, sia stato soprattutto uno scrittore. Una volta mi ha raccontato una storia significativa: mi disse che si era trasferito dall'Algeria a Parigi per diventare uno scrittore di letteratura filosofica come Camus o Sartre, e che proprio per questo aveva cercato di iscriversi alla facoltà di Lettere della Sorbonne. Non poté farlo, però, perché per essere ammessi bisognava conoscere il greco, e fu così che passò alla facoltà di Filosofia. Mi sembra che questo aneddoto possa in qualche modo rendere ragione di quella singolare combinazione tra la dimensione poetico-letteraria e quella filosoficache caratterizza i suoi lavori .
A proposito di Derrida, in uno dei suoi saggi, distinguendo tra goût e dégoût, parla della «indigeribilità» di alcuni eventi che, come fantasmi, ritornano dal passato. Non le sembra che anche le recenti polemiche relative al «caso Günter Grass» si iscrivano in questa categoria della indigeribilità?
Innanzitutto penso che queste polemiche siano soltanto un gran polverone. Alcune persone hanno un'idea della confessione piuttosto particolare: pretendono che gli altri confessino cose che loro stessi non direbbero. D'altra parte, per quanto ne sappiamo, Günter Grass, che allora era un diciassettenne, non sembra aver commesso nulla di veramente grave. Mi sembra poi che il problema del passato che ritorna sia legato più alla tradizione ebraica che non a quella cristiana, dal momento che i cristiani credono nel perdono, mentre gli ebrei non possono perdonare i nazisti (e di certo non li biasimo per questo). Non credo, comunque, a una «colpa di gruppo», mentre ammetto che ognuno individualmente possa aver compiuto azioni che desidera dimenticare, reprimendone il ricordo. Questi «fantasmi» del passato, dunque, possono essere interpretati adottando il punto di vista della psicologia individuale, non di quella collettiva. Inoltre, non credo assolutamente nel «senso del padre» in base al quale i figli dovrebbero sentirsi colpevoli delle azioni dei padri, come pretendiamo - a volte - che facciano ancora i tedeschi
Il percorso di White
Conosciuto soprattutto per la pubblicazione, nel 1973, di «Metahistory. The Historical Imagination in Nineteenth-Century Europe», professore emerito di History of Consciousness presso l'Università di California, Santa Cruz, e docente di Comparative Literature all'Università di Stanford, Hayden White è autore di numerosi saggi, raccolti in volumi, tra cui «Tropics of Discourse: Essays in Cultural Criticism», 1978; «The Content of the Form: Narrative Discourse and Historical Representation», 1987; «Figural Realism: Studies in the Mimesis Effect», 1999. È appena uscito da Carocci «Forme della storia. Dalla realtà alla narrazione» (pp. 224, euro 18.50, a cura di Edoardo Tortarolo), un testo in cui torna l'interrogativo se la storia sia una scienza o piuttosto un genere letterario.
il manifesto 5.11.06
Scatti ravvicinati dall'infinitamente piccolo
Presentata ieri al festival della scienza di Genova la mostra «Blow up. Immagini dal nanomondo». Curata dalla ricercatrice Elisa Molinari e dalla fotografa Lucia Covi, una rassegna di foto di una realtà che sfugge alla luce ottica e che è stato possibile catturare solo grazie alla nuova generazione di microscopi
di Luca Tancredi Barone
Scienza e immagini. Non a caso due parole femminili. Come donne sono il direttore del laboratorio di nanotecnologie S3 (Cnr-Infm) di Modena Elisa Molinari e la fotografa milanese Lucia Covi, che con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, hanno curato la mostra Blow up. Immagini dal nanomondo, a Genova all'interno del festival della scienza, e il cui catalogo (corredato da una bella introduzione del premio Nobel Roald Hoffmann) è stato presentato ieri a Palazzo Ducale.
Una mostra che è servita, come ha detto scherzando la giornalista Sylvie Coyaud mentre introduceva le due protagoniste, letteralmente a «migliorare la propria immagine». Verso il mondo e verso gli altri scienziati.
Come nel film di Antonioni, a catturare lo spettatore è la realtà ingrandita. Solo che stavolta non sono vere «fotografie», perché il mondo alla scala del manometro (il milionesimo di millimetro), quello in cui si muovono atomi e molecole, è invisibile alla luce ottica. È il regno della meccanica quantistica, dove le regole del mondo macroscopico che conosciamo non valgono più. È il mondo dove si manifestano fenomeni nuovi e speciali, che possono aprire strade inedite e promettenti per la ricerca. Per esplorarlo ci vogliono, come spiega la fisica Elisa Molinari, degli strumenti, disponibili solo da pochi anni, che sfruttano proprietà diverse da quelle della luce: sono i microscopi a effetto tunnel, i microscopi elettronici, i microscopi a forza atomica, che consentono di sondare anche la materia biologica. Per «vedere», questi strumenti utilizzano fasci di particelle o punte che interagiscono in vario modo con la materia. Ne vengono fuori delle mappe che visualizzino quantità diverse: le proprietà magnetiche della materia, una mappa delle loro proprietà di attrito o delle vere e proprie mappe topografiche.
«Noi ricercatori siamo sempre stati affascinati da quello che vedevamo - spiega Elisa Molinari - di qui la naturale voglia di condividerlo». Ma la motivazione più importante che ha spinto Molinari a cercare la collaborazione di una fotografa professionista è quella che le nanoscienze «proprio perché le immagini sono così difficilmente disponibili al grande pubblico, hanno certo un appeal molto forte, ma sui media di solito vengono raccontate e visualizzate più come la fantascienza terrorizzante degli anni Quaranta - con capsule di sottomarini che risalgono le nostre vene, o sciami di robot incontrollabili - che come quello che davvero facciamo. Ecco perché - conclude Molinari - sentivamo la necessità di ricomporre i frammenti di questo panorama spezzato».
Maestra di questo approccio artistico alle immagini scientifiche è la fotografa del Mit Felice Frenkel, che era al festival due anni fa, e che per Lucia Covi è una vera e propria maestra. «A differenza sua, però - dice Covi, che ha vissuto per mesi nei laboratori S3 - io non ho usato la mia macchina fotografica. Le immagini me le hanno fornite gli scienziati. Erano i risultati delle loro ricerche, ma anche immagini di fasi intermedie di lavorazione. All'inizio ero perplessa e intimidita: oltretutto non avevo mai lavorato con degli scienziati. Ma poi per me è stato bellissimo».
Molte immagini sembrano ricordare paesaggi naturali, tanto da avere un soprannome: la «tana di Bin laden» (uno scavo nanometrico), una piramide nanolavorata, una sequenza di «budini» (che sono nanotrappole per elettroni), di cui Covi sottolinea l'originale «inquadratura», le immagini delle punte in oro o argento usate per «leggere» i nanomateriali, del tutto simili a stalagmiti, una «mammella» (un'altra prova di nanolavorazione con ioni focalizzati), le strisce di Dna srotolato o i nanofili che ricordano alcuni quadri di Pollock. «Alcune immagini sembrano metafore di paesaggi naturali», dice ancora Covi. «Talvolta ho scelto volutamente colori innaturali perché questi paesaggi sono allo stesso tempo consueti, ma anche molto inquietanti, con una luce estraniante che secondo me era bello sottolineare. Altre volte mi sono emozionata quando gli scienziati, che impiegano noiosamente sempre le stesse scale di colori, mi hanno detto che ero riuscita a mettere meglio in risalto quello che loro stessi cercavano».
L'interazione con gli scienziati è stata più semplice del previsto. «Loro sono fantastici - dice Covi -. Capire qual era il soggetto dell'immagine aggiunge fascino, e per me era importante comprenderlo. Così mi hanno spiegato tutto con molta pazienza. Abbiamo fatto un po' fatica a trovare un linguaggio comune: io parlavo di inquadrature, di bassa risoluzione, di sbavature e fonti di luce. Ma per loro era già incredibile essere riusciti a ottenere queste immagini».
La collaborazione tra ricercatori e una fotografa ha fatto riflettere gli scienziati: «Una delle ricadute di questo lavoro - sostine Molinari - è l'aver imparato a fare più attenzione alle immagini anche nel nostro lavoro di ricerca. C'è molto di artefatto in una bella immagine. Molti frodi scientifiche si basano sulle immagini, e le riviste scientifiche iniziano a chiedersi come fare ad aggiungere le descrizioni dei passaggi attraverso i quali sono state ottenute. Molte operazioni sono legittime, ma il loro impatto sulle immagini è enorme. Vogliamo insegnare ai nostri studenti quanto è importante esserne consapevoli».
l'Unità 5.11.06
Anna Freud e Andreas Lou salomè
Un incontro all'università Roma Tre
Lettere inedite di Anna Freud e Andreas Lou Salomè. Il loro epistolario sarà al centro dell’incontro di domani (ore 18) nell’Aula Ignazio Ambrogio (Quarto piano) della Facoltà di Scienze della Formazione (via del Castro Pretorio 20). La professoressa Francesca Brezzi, delegata del Rettore per le Pari Opportunità, e il Master in Formatori esperti in pari opportunità - Women’s studies e identità di genere, in occasione del 150° anniversario della nascita di Freud, hanno organizzato in collaborazione con l’Associazione Alfabeti Comuni il progetto dal titolo Come se tornassi a casa da un padre e una sorella - accoglienza e sorellanza. Traduzione dal tedesco e lettura teatralizzata di parte dell’epistolario inedito di Anna Freud e Andreas Lou Salomè (1919-1937), rinvenuto casualmente e pubblicato a Vienna nel 2004, del quale non esiste una versione in lingua italiana. Il progetto e la regia sono a cura di Maria Inversi. Presiede: Mariella Gramaglia, assessore per le Pari Opportunità Comune di Roma; Laura Bocci, traduttrice, “Sintesi epistolario e differenze di linguaggio tra Anna e Lou”; Margarete Durst, Università Tor Vergata, “Andreas Lou Salomé”; Francesca Molfino, psicoanalista, “Anna Freud”; Clara Galante e Maria Inversi, lettura teatralizzata dall’epistolario 1917 - 1937; Ida Domijnianni, Università Roma Tre, “Stupidaggini clandestine”. Conclude: Francesca Brezzi, Università Roma Tre. Per informazioni: 06 54577338.
Corriere della Sera 5.11.06
A 60 anni dalla guerra si riuniscono in Germania i Lebensborn, uomini e donne nati dall'incrocio di «veri ariani» secondo il programma di Himmler
Biondi, occhi azzurri: esce allo scoperto la «razza perfetta»
di Paolo Valentino
BERLINO — Per anni hanno nascosto la vergogna, il terribile segreto che rendeva insostenibile la loro vita. Soffrendo in silenzio. Spesso incapaci anche soltanto di pensare, men che meno tentare una strada per riconciliarsi col loro passato. Ora, superata la soglia dei sessant'anni, molti di loro si accorgono che il tempo stringe, che sia giunto il momento di far pace con se stessi e la propria biografia negata. E allora pongono domande, indagano, cercando di ricomporre i frammenti delle radici tranciate. Ieri, sessanta di loro si sono ritrovati insieme in pubblico per la prima volta.
I capelli biondi sono più radi o cominciano a perdere i riflessi dorati. Ma i loro occhi restano azzurri. Così li voleva Heinrich Himmler, il capo delle SS, ossessionato dall'idea di creare la razza eletta. In dieci anni, tra il 1935 e il 1945, 10 mila bambini tedeschi e altrettanti norvegesi dalle caratteristiche rigorosamente «ariane» vennero fatti nascere, nel quadro di un programma nazista segreto chiamato Lebensborn. Voluto personalmente da Himmler, il progetto consisteva in una rete di edifici, una decina in tutta la Germania e più tardi altri 9 nella Norvegia occupata, dove «donne di buon sangue» anche non sposate potevano mettere al mondo i figli avuti da relazioni con soldati e ufficiali delle SS. Fu la parte meno conosciuta della politica razziale nazista: mentre milioni di ebrei venivano sterminati e migliaia di piccoli portatori di handicap venivano soppressi nelle cliniche dell'eutanasia, migliaia di bambini, che rispondevano ai requisiti ariani, venivano tolti alle madri naturali e dati in adozione a famiglie di membri delle SS perché li crescessero. Anche i genitori adottivi dovevano provare le loro qualità razziali e l'assenza di malattie ereditarie in famiglia.
Uno dei Lebensbornheim, chiamato Harz, si trovava a Wernigerode, nel Land orientale della Sassonia- Anhalt, dove ieri mattina il piccolo drappello dei Lebensborn si è dato appuntamento. I sessanta fanno parte di un'associazione, «Lebensspuren», tracce di vita, fondata un anno fa. Non era mai successo che parte della riunione fosse aperta al pubblico. «Finalmente, questo tragico tema viene alla luce. Se n'è scritto e parlato troppo poco nei libri di storia e sui media», dice Dagmar Jung, 64 anni, che solo a trenta seppe la verità. Ma ci volle del tempo perché il padre adottivo le desse indicazioni, utili a scoprire l'identità della sua vera madre. Dagmar è fortunata, perché ha potuto costruire un rapporto con lei. Del padre invece, dopo altri lunghi anni di ricerca, scoprì con grande delusione che avevano vissuto nella stessa città per molti anni, ma che era morto nel 1963. «Ora — spiega Jung — voglio dare coraggio agli altri: non ha importanza quale sia la loro età, vale la pena scoprire da dove vengono». Impresa non facile. Per la difficoltà di ricostruire i percorsi, visto che i nazisti distruggevano quasi sempre i documenti d'anagrafe dei nati nel programma. Ma soprattutto per pudore e paura. «Mio zio, il fratello di mio padre adottivo, mi diceva sempre bastarda SS. Ricordo di aver sempre percepito che c'era qualcosa di sbagliato con me, mi sentivo colpevole, ma nessuno mi ha mai spiegato che ero una Lebensborn », racconta Gisela Heidenreich, nata dalla fugace relazione della madre con un comandante delle unità d'élite.
Il programma subì un'accelerazione dopo l'invasione tedesca della Norvegia e della Danimarca, nel 1940. Le unità delle SS venivano incoraggiate a cercarsi donne scandinave con caratteristiche ariane, per metterle incinte. Dopo la guerra, i figli della colpa rimasero nelle famiglie tedesche di adozione. Ma quando molti di loro cercarono di contattare i genitori naturali, si videro respinti ed emarginati. Solo nel 2002 il governo norvegese ha offerto loro un'indennità. In Germania il problema non è tanto finanziario, quanto psicologico e umano. «Lebensspuren» è il primo tentativo di creare una rete di supporto morale ed emotivo.