giovedì 7 settembre 2006

Aprileonline 7.9.06
Un'Europa senza manicomi
Salute mentale. Il parlamento di Strasburgo chiede maggiori servizi, assistenza e ricerca


Superamento di ogni istituzione segregante, maggiore rispetto della dignità delle persone affette da disturbi mentali e sviluppo dei servizi di cura legati al territorio: sono queste alcune delle più rilevanti novità approvate ieri dal parlamento europeo. Il libro verde curato dalla Commissione e la discussione che esso aveva aperto si sono dunque arricchiti di un importante contributo per modificare nel profondo terapie e metodi di cura nel campo della psichiatria. Tocca ora alla stessa Commissione e ai singoli Stati dare piena attuazione alle strategie indicate nel rapporto Bowis e giungere alla realizzazione di un'Europa senza più manicomi, come con forza dall'Italia avevano chiesto le rappresentanze dei malati, delle loro famiglie, degli operatori che in questi anni di sono impegnate per affermare i fondamentali diritti delle persone con disturbi mentali.

Il Parlamento europeo chiede una profonda riforma nella strategia europea sulla salute mentale che ponga maggiormente l'accento sui problemi specifici delle donne e dei giovani. Inoltre invita a dare priorità al miglioramento dei servizi ed alla lotta contro la discriminazione subita dalle persone affette da questo tipo di malattie, sollecita la chiusura definitiva dei manicomi, il rispetto del diritto dei pazienti "ad essere o non essere curati" ed iniziative per ridurre il numero dei suicidi.
In una risoluzione redatta dal deputato conservatore britannico John Bowis, l'assemblea di Strasburgo, dopo aver dato ieri il suo consenso al Libro verde presentato sul tema dalla Commissione Ue, invita innanzi tutto le istituzioni europee a battersi per garantire ai malati un'assistenza di qualità, in famiglia o in centri protetti, mettendo fine a lunghi ricoveri nei manicomi che "possono portare al prolungamento e all'aggravarsi della patologia psichica e al rafforzamento della stigmatizzazione e emarginazione sociale".

In Europa, una persona su quattro è affetta da patologie mentali gravi almeno una volta nel corso della vita e, ogni anno, 18,4 milioni di persone fra i 18 e i 65 anni sono colpiti da forme gravi di depressione.
Pur compiacendosi del fatto che la strategia della Commissione attribuisca la priorità ai bambini, ai lavoratori dipendenti, agli anziani e alle persone svantaggiate, i deputati ritengono che la dimensione di genere non sia stata tenuta in debito conto e pertanto propongono che essa sia sistematicamente inserita nelle misure proposte per promuovere la salute mentale, nelle azioni preventive e nella ricerca. Considerano infatti che "esiste une chiara dimensione di genere nel campo della salute mentale", in particolare per quanto riguarda i disordini alimentari, le malattie neurodegenerative, la schizofrenia, i disturbi dell'umore, l'ansia, il panico, la depressione, l'abuso di alcol e di altri agenti psicoattivi, nonché per quanto riguarda i suicidi e la delinquenza, "settori che postulano una ricerca più sistematica".
Considerando poi che, ogni anno, nell'Unione europea circa 58.000 persone si suicidano, l'assemblea di Strasburgo invita agli stati membri a cooperare per mettere a punto e applicare strategie efficaci volte a ridurre il numero dei suicidi, in particolare fra i giovani e altri gruppi a rischio.
Per gli europarlamentari, le persone colpite da patologie mentali devono essere curate e assistite con dignità e umanità. I servizi di cura e di assistenza medica devono quindi essere efficaci, di elevata qualità e accessibili a tutti e va garantito il loro carattere universalistico.
Il Parlamento, infine, sottolinea che il diritto delle persone a essere curate o a non essere curate "dovrebbe essere chiaramente inteso" e ritiene che il ricorso alla forza "sia controproducente", così come la somministrazione coatta di farmaci.

ADN Kronos 6.9.06
Salute mentale: Ue - Malato un europeo su 4. Nuove regole in arrivo


Milano, 6 set . (Adnkronos Salute) - Dall'Ue nuove regole in arrivo contro i disturbi psichiatrici. In Europa una persona su quattro sperimenta almeno una volta nella vita una malattia mentale grave; ogni anno 18,4 milioni di 18-65enni vengono colpiti da depressione, e 58 mila cittadini circa si suicidano. Per promuovere prevenzione e assistenza il Parlamento europeo ha approvato oggi il Libro Verde della Commissione sulla salute mentale nellUnione, elaborato su iniziativa di John Bowis. Gli eurodeputati chiedono però più attenzione ai problemi di donne e giovani, priorità per la lotta a stigma e discriminazione, e una riforma dei servizi affinché si basino su un'assistenza di qualità, in famiglia o in centri protetti, con controlli e valutazioni regolari.

Il Parlamento sostiene le osservazioni della Commissione sulla deistituzionalizzazione - si legge in un comunicato da Strasburgo - perché il ricovero a lungo termine in istituti psichiatrici può prolungare e aggravare la malattia, rafforzando pregiudizi ed emarginazione. E ancora. Il Parlamento condanna il ricorso alla forza, controproducente come la somministrazione coatta di farmaci. Qualsiasi forma di ricovero in strutture con posti letto e di somministrazione coatta di farmaci deve essere limitata nel tempo e, per quanto possibile, regolarmente riveduta ed effettuata con il consenso del paziente o, in assenza di esso e in ultima istanza, con la convalida di unautorità civile. Il Parlamento esorta inoltre la Commissione a sostenere la prosecuzione di riforme ad hoc negli Stati membri che hanno abusato della psichiatria, dell'uso di medicinali, del ricovero obbligato o di pratiche disumane come letti gabbia o celle di isolamento. Infine - prosegue la nota - il Parlamento invita la Commissione a inserire la riforma della psichiatria fra i punti da esaminare nel quadro dei negoziati di adesione allUe.

Secondo il Parlamento europeo, dunque, le persone colpite da malattie mentali vanno curate e assistite con dignità e umanità. I servizi devono perciò essere efficaci e accessibili a tutti; al personale sanitario incaricato va assicurata una formazione continua, ed è necessario un approccio a sportello unico per i servizi sanitari, sociali, di alloggio, di formazione e di trasporto. Da Strasburgo arriva inoltre l'invito a riflettere sul miglior modo di avvalersi degli strumenti comunitari disponibili, quali il VII programma quadro per la ricerca.

I deputati dellEuroparlamento ritengono che il Libro Verde non tenga in debito conto la dimensione di genere che esiste nel campo della salute mentale, specie per quanto riguarda i disordini alimentari, le malattie neurodegenerative, la schizofrenia, i disturbi dell'umore, l'ansia, il panico, la depressione, l'abuso di alcol e di altre sostanze psicoattive, i suicidi e la delinquenza. In altre parole, il Parlamento evidenzia la necessità di ricerche sulle variazioni comprovate nelle strutture e nell'attività del cervello di uomini e donne, al fine di mettere a punto approcci e cure differenti per i due sessi nel campo della salute mentale.

I deputati invitano poi ad affrontare in modo interdisciplinare i problemi relativi all'assistenza di bambini o adolescenti con disturbi dello sviluppo, comportamentali o della nutrizione. Il Parlamento rileva che la diffusione di modelli estetici socialmente definiti incide sulla salute mentale e sul benessere di ragazze e donne, con un aumentato rischio di disordini alimentari, e sostiene l'avvio del progetto di Igiene mentale del bambino e dell'adolescente in un'Europa ampliata.

L'assemblea di Strasburgo suggerisce di attribuire carattere prioritario anche all'assistenza di categorie deboli quali le persone con gravi patologie mentali, i malati cronici o terminali, i disabili, i detenuti, le minoranze etniche, le persone senza fissa dimora, i migranti, i lavoratori precari e i disoccupati. Gli eurodeputati chiedono che i datori di lavoro introducano politiche di salute mentale sui posti di lavoro, e che qualsiasi strategia futura attribuisca la priorità alla lotta per sconfiggere lo stigma. Ad esempio organizzando campagne annuali per combattere l'ignoranza e l'ingiustizia che portano all'emarginazione sociale dei pazienti. Per migliorare le loro condizioni, in conclusione, per il Parlamento occorre garantire ai malati basilari diritti sociali e civili: diritto alla casa, al sostegno economico a chi non può lavorare, al matrimonio e alla gestione del proprio patrimonio.
(Red-Opa/Adnkronos Salute)


l’Unità 7.9.06
La nuova famiglia: siamo tutti genitori?
di Manuela Trinci


MENTRE il nucleo familiare tradizionale è attraversato da profondi cambiamenti l’idea di condividere la responsabilità parentale può essere una risposta ai problemi e alla solitudine propri della società moderna

Il trionfo borghese della privacy ha comportato una divisione netta tra il familiare e l’extrafamiliare, tra i valori di tenerezza, confidenza, solidarietà della nicchia privata e la prevaricazione, l’anonimia, l’indifferenza della sfera pubblica.
I genitori, è opportuno ri-dirselo, non sono soltanto tali. Oltre che della famiglia fanno parte della società e molti problemi che oltrepassano le mura domestiche, sono epocali: la disoccupazione, la carenza di alloggi, la mancanza di iniziative, la difficoltà di affrontare la relazione con l’altro sesso, il rapporto conflittuale con il proprio corpo (anoressia e bulimia) costituiscono motivi di crisi in tutto il mondo occidentale. Se li chiudiamo nel privato rischiamo soltanto di farli implodere.
I media stessi tendono a ridurre ogni malessere e conflitto alla dimensione intimistica, ai rapporti interpersonali, per cui sembra che basti parlare, non importa dove, come e con chi (preferibilmente sotto i riflettori) perché tutto si risolva. La chiacchiera dei cosiddetti «esperti» è spesso fuorviante perché non fornisce veramente gli strumenti per comprendere e giudicare.
Lo slogan degli anni ’70: «Il privato è politico» e i conseguenti tentativi di riformulare il rapporto pubblico-privato sono stati travolti da nuove tendenze. Tra queste, l’invecchiamento della popolazione, il declino della fecondità, la questione dell’immigrazione. Fenomeni che hanno suscitato e che suscitano sentimenti contrastanti, ad alto tasso di emotività. «Siamo pochi», «siamo vecchi», «siamo invasi dagli stranieri» sono constatazioni stereotipate, luoghi comuni, poco disponibili al confronto e alla critica e perciò facilmente manipolabili ideologicamente. La reazione più immediata è quella di chiudersi a riccio nel privato, di alzare sempre nuove barriere protettive nei confronti di un mondo che spaventa. Ne sono vittime soprattutto i bambini che, per crescere, hanno invece bisogno di affrontare ciò che sta oltre le mura domestiche. Se escono di casa è sempre in compagnia di un adulto e per recarsi in luoghi protetti, dove svolgono attività già organizzate, secondo modi programmati e sotto l’occhio vigile e attento di un educatore. La paura del traffico, dello smog, del ladro, del pedofilo ha desertificato le nostre strade.
Sinora la responsabilità dei più piccoli è stata unico appannaggio della famiglia, della scuola e delle figure professionali socialmente delegate a questo compito. Ma per quanto si infittiscano le presenze e le competenze, vi saranno sempre delle smagliature del tessuto sociale. Per questo è importante prevedere un’educazione permanente alla responsabilità, vale a dire alla disponibilità all’accoglienza dell’altro, pur nel rispetto della sua alterità.
La comunità tradizionale, come abbiamo visto, non esiste più ma può essere evocata come un’utopia di convivenza, basata sulla sicurezza, la fiducia, l’identità collettiva. Ognuno di noi possiede una dimensione intima, privata, un sé segreto che non può però sottrarsi completamente all’esposizione all’altro. La comunità utopica prevede al tempo stesso l’ospitalità e il rispetto, l’elaborazione di un modello di umanità condiviso e la molteplicità di percorsi di autorealizzazione.
I periodi di crisi potrebbero essere più facilmente affrontati se non vi fosse l’abbandono che sinora contraddistingue le giovani coppie che, oltre alle famiglie d’origine, non hanno spesso alcun altro punto di riferimento. Senza contare l’isolamento in cui si trovano i nuclei familiari di immigrati, sradicati dal paese d’origine e senza trovare da noi vera ospitalità.
Le politiche di sostegno alla famiglia costituiscono la risposta a un reale problema sociale ma credo che lo sguardo vada esteso a tutta la società, superando, per quanto possibile, la contrapposizione pubblico-privato. In tal modo il disagio sociale, quello dei figli in particolare, può essere forse prevenuto o per lo meno attutito.
D’altra parte, la difesa ad oltranza della famiglia tradizionale, ottenuta con proibizioni e incentivazioni, è troppo rigida per contenere le spinte innovative che pur esistono all’interno dei processi di disgregazione. Tra il negare il valore della famiglia e il pietrificarla in un blasone, vi è una strada più difficile, che consiste nel riconoscimento e nella valorizzazione di una vasta, complessa, ramificata, capillare rete di relazioni reciproche che consenta a ciascuno di «scrivere la propria storia» senza dimenticare che, della nostra storia, fanno parte le storie altrui per cui la realizzazione di sé è inscindibilmente connessa alla realizzazione dell’altro. Si prospetta qui un rapporto di responsabilizzazione reciproca che, nei confronti dei più giovani, assume la forma della genitorialità diffusa.
Una proposta, tutta da discutere, consiste appunto nell’estensione e condivisione pubblica della genitorialità privata. Protagonista di questo progetto può essere ogni adulto, inteso come cittadino, così come ogni famiglia, in quanto soggetto sociale. Le due possibilità non sono in contrasto in quanto chi ha assunto un’ottica parentale porterà nella sua famiglia questa disponibilità, evitando di far coincidere la genitorialità con la generatività. In questa prospettiva il tema della genitorialità diffusa si propone come un incentivo a pensare, come un modo di transitare dall’individualismo narcisistico a forme comunitarie di vita e di progettualità che ci insegnino a vivere bene, coniugando eguaglianza e differenza. Il movimento non è di per se stesso una garanzia di positività: può rappresentare infatti tanto una spinta emancipatoria e progressista quanto una forma di ripiegamento su forme di aggregazione prepolitiche, una sorta di regressione spontaneistica in un momento di crisi dello stato e delle istituzioni pubbliche. In ogni caso è utile riflettere su queste proposte, sulle motivazioni che le animano, sulle difficoltà che incontrano. In un’epoca in cui la storia sembra essersi fermata, ogni germe di progettualità sociale merita attenzione.
Un’obiezione che si può porre alla proposta di diffondere la disponibilità e la competenza genitoriale è che la famiglia sta attraversando anni particolarmente travagliati ma proprio la situazione di crisi richiede di tentare riformulazioni nuove del più antico aggregato umano. Le analisi psicologiche del malessere familiare concordano su di un unico dato: esiste una correlazione strettissima tra l’isolamento della famiglia e il suo disagio. Perciò l’apertura delle poche o tante risorse familiari alla comunità circostante non servono soltanto agli altri ma aiutano la famiglia stessa a risolvere i propri problemi.
Aristotele sosteneva che «la famiglia è il luogo della tragedia». Che cosa intendeva dire? Che tutte le nostre più grandi passioni - l’amore, l’odio, l’invidia, la gelosia, la paura e la speranza - albergano nel nostro cuore e si rappresentano prima di tutto all’interno del contesto familiare, nell’ambiente in cui sono più forti i vincoli di interdipendenza. Se la famiglia si rinserra, barrica porte e finestre che danno sul mondo, le forze passionali che la abitano finiranno con l’implodere e con trascinare i suoi membri nel conflitto dichiarato o nel rancore freddo. In ogni caso la famiglia è un sistema energetico che, per sopravvivere e funzionare, deve restare aperto allo scambio, al confronto, che deve potersi modificare col passare del tempo. Eppure sono proprio le famiglie che più avrebbero bisogno di cambiare quelle che, spaventate dalla propria fragilità, si oppongono a ogni trasformazione.
Benché sembri un progetto piccolo piccolo, la genitorialità condivisa si colloca in quella dimensione di escatologia secolarizzata che, teorizzata da S. Agostino, è stata poi ripresa, in modi diversi, da tutti gli utopisti. Il suo modello ideale prevede il superamento della proprietà privata, dei privilegi accordati ai legami di sangue, dei ruoli precodificati, la possibilità per tutti di realizzare le proprie potenzialità. Nel frattempo, tra l’ideale realizzato e l’individualismo imperante, si possono identificare percorsi parziali, che apportino nella realtà segmenti di socialità diversa, elementi di una morale nuova. Perché, se è vero che ogni periodo storico conosce una sfida determinante: quella morale è la nostra.

l’Unità 7.9.06
Parla la ragazza rapita per 8 anni: credevo di impazzire
La tv austriaca intervista Natascha Kampusch
di Marina Mastroluca


«HO CREDUTO DI IMPAZZIRE». I capelli biondi sfuggono dal foulard lilla che li copre, un’astuzia che le hanno suggerito per non svelare del tutto il suo aspetto. Natascha Kampusch se lo aggiusta ogni tanto, ma non sembra troppo preoccupata di na-
scondersi. L’ha già fatto troppe volte e per troppo tempo, prigioniera di Wolfgang Priklopil, l’uomo che l’ha rapita a 10 anni, infilandola in un ripostiglio nascosto sotto al garage, in un quartiere tranquillo alle porte di Vienna. Al buio e senza cibo, quando gli sembrava che lei sfuggisse alla sua volontà di dominio. «Ho sofferto di claustrofobia e ho battuto contro le mura della cella con i pugni e con bottiglie di acqua minerale - ha raccontato -. Ho creduto di impazzire».
Ma il suo aguzzino non l’ha domata, è evidente nello sguardo azzurro e sorridente che Natascha infila nelle telecamere: intervista esclusiva sul canale pubblico austriaco Orf 2, nell’ora di massimo ascolto, i diritti venduti alle tv di una sfilza di Paesi stranieri (in Italia La7 che stasera propone uno speciale) i soldi destinati a lei: così spiega il suo portavoce, Dieter Ecker, che ha trattato con stampa e tv, contro il parere del padre e anche degli psicologi.
Eccola Natascha, una bella ragazza che gesticola con le mani magre e ogni tanto chiede conferma a qualcuno fuori campo, sui suoi primi passi da persona libera. «Sono andata a prendere un gelato in incognito. Era meraviglioso sorridere a tutta la gente. Nessuno mi ha riconosciuto», racconta, quasi un’avventura per lei che ha vissuto otto anni segregata e con la sola alternativa tra la solitudine assoluta e la compagnia del suo carceriere. Quando Christoph Feuerstein, il giornalista che per anni ha seguito la vicenda del suo sequestro e che finalmente l’ha intervistata ormai diciottenne, le chiede di chi si fidi, Natascha elenca il nome degli psicologi che la stanno seguendo, la famiglia. «Ma soprattutto me stessa».
È quello che ha dovuto spiegare un po’ a tutti, ora che è tornata a galla. «È davvero difficile - ha raccontato - tutti vogliono in un certo modo influenzarmi. Le prime notti hanno tentato di farmi dormire. Non volevano capire perché alle 4 del mattino sono già sveglia e solo verso le 11 vado a dormire». Non volevano capire che era abituata a cavarsela da sola, come da sola ha tenuto testa al suo sequestratore. Di lui, lo ha detto al settimanale News andato a ruba ieri nelle edicole austriache, non vuole parlare, ora che è morto suicida subito dopo la sua fuga: «Non può difendersi». Ma pietà davvero non ne ha, non ne mostra: «Ho sognato di staccargli la testa, se avessi posseduto un'ascia».
Lucida, intelligente. Sa di essere stata la più forte, nella strana partita che ha dovuto giocare per forza. «Io ero cresciuta in una famiglia circondata da affetto, mentre lui no». Lui «labile e paranoico», lui a cui «mancava la sicurezza in se stesso». Lui che non si fidava di nessuno e che - questo Natascha ha raccontato a News - le aveva promesso una strage se lei fosse fuggita.
A questo pensava quando ha cominciato a correre, aprendo la porta della sua prigione sulla strada dove i primi passanti a cui ha chiesto aiuto hanno tirato dritto. E intanto, anche in preda al panico, rivedeva il film della sua fuga immaginata tante volte, nella consapevolezza che uno sbaglio sarebbe stato fatale.
Fatti i conti, la testimonianza della sua assurda prigionia potrà valere un mezzo milione di euro, quanto basta per trovarsi una casa, studiare, pensare al futuro. Lei vorrebbe fare una crociera con la madre - «nessun problema con i miei genitori» - e poi studiare, per fare la psicologa, la giornalista, forse l’attrice. Occuparsi della fame in Africa e aiutare le ragazze rapite e stuprate in Messico. I soldi delle interviste serviranno anche a questo. A dimenticare quando «mi sentivo come un pollo in batteria e mi chiedevo: ”Perché proprio a me tra milioni di persone?”».

l’Unità 7.9.06
Pochi diritti, molti abusi per 95 milioni di emigrate
Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione mondiale. Donne il 50% dei migranti. «Servono tutele di genere»
di ma.m.


Sono 95 milioni, eppure quasi invisibili. Metà dell’immigrazione mondiale (49,6%) è al femminile: per lo più donne che sostituiscono il lavoro di altre donne nei paesi avanzati, in ambito domestico o nella cura della famiglia. Avviene in Europa e in Oceania, dove le donne immigrate sono più degli uomini già dal 2000. E anche in Asia i flussi di immigrazione sono sempre più femminili: donne che si spostano dove c’è più lavoro, varcando il confine spinte dalla fame per finire in nuove povertà e in uno sfruttamento molto prossimo alla schiavitù. Donne e bambine, anche, che finiscono preda dei «ladri di sogni», gonfiando il fiume inarrestabile della tratta di essere umani: ogni anno 600-800.000 persone finiscono nelle reti dello sfruttamento sessuale, per l’80 per cento sono donne e ragazze.
Punta l’obiettivo sulle migranti il rapporto annuale dell’Unfpa, Fondo dell’Onu per la popolazione, presentato ieri a Roma e in altre sei capitali, in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata alla migrazione internazionale (in programma a New York il 14 e il 15 settembre prossimi). Un ingrandimento necessario, perché come ha spiegato Daniela Colombo, presidente dell’Aidos, che ha curato l’edizione italiana del rapporto (scaricabile dal sito www.aidos.it), le migranti «corrono rischi di sfruttamento particolari»: perché emigrate appunto e perché donne. Nessun paese europeo, per inciso, ha ancora ratificato la Convenzione Onu sui diritti dei migranti del ‘90, come ha notato Carlo Reitano dell’Unfpa. E di rado le politiche sull’immigrazione tengono conto delle differenze di genere.
Il primo livello di sfruttamento è naturalmente quello sessuale, ma non è il solo. Nel mondo si calcola che ci siano 12 milioni di persone costrette al lavoro forzato in diversi settori, compreso l’ambito familiare dove la natura privata del lavoro espone le donne al rischio di abusi - sono solo 19 sui 65 paesi esaminati ad avere leggi e regolamenti specifici sul lavoro domestico. Il 56% delle vittime dello sfruttamento economico forzato sono donne o bambine, una percentuale che sale al 98% quando si parla di schiavitù sessuale. Il traffico di esseri umani produce profitti per una cifra annua che può arrivare ai 44 miliardi di dollari.
Altra emergenza legata all’emigrazione è la fuga di cervelli. Nel caso delle donne è soprattutto fuga di medici e infermiere. «Ci sono più medici del Malawi nella città inglese di Manchester che nel Malawi», afferma il rapporto. Nel 2003, l’85% delle infermiere filippine era impiegato all’estero. Un doppio impoverimento per paesi già poveri. Se le cose però funzionano, le migranti sono un potente fattore di sviluppo per i paesi d’origine, in termini di disponibilità di denaro e di saperi acquisiti all’estero. Le donne inviano una grossa fetta di quei 232 miliardi di dollari che rappresentano l’ammontare globale delle rimesse e tendono a spendere soprattutto per assistenza sanitaria e istruzione. Gli uomini al contrario sono più inclini a comprare auto, elettrodomestici o terreni e case.

mercoledì 6 settembre 2006

il manifesto 6.9.06
Enti ecclasiatici, evasione per 6 miliardi l'anno
Il governo Prodi mantiene i privilegi concessi da Berlusconi, basta che le strutture commerciali facciano anche altro
di Stefano Raiola


Sconto del 50% dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche, esenzione dall'Iva, esenzione dall'imposta sui terreni e - nonostante le promesse fatte in campagna elettorale dal premier, Romano Prodi - esenzione dall'imposta comunale sugli immobili (la famigerata Ici). Non si tratta di un'anticipo delle promesse della nuova campagna elettorale di Silvio Berlusconi, ma sono solo alcune delle gentili concessioni fiscali che lo stato italiano riconosce agli enti ecclesiastici, i quali otterrebbero grazie a ciò benefici per almeno 6 miliardi di euro annui.
Dallo studio effettuato dall'Ares (agenzia ricerca economica e sociale) intitolato «Enti ecclesiastici: le cifre dell'evasione fiscale» emerge infatti che se le attività commerciali possedute e gestite dalla chiesa fossero sottoposte allo stesso regime di tassazione di quelle gestite dai comuni mortali, il 20% del fabbisogno per la prossima finanziaria sarebbe già nelle casse dell'erario.
La norma che rende possibile questa inspiegabile e intollerabile disparità di trattamento è contenuta nella legge 121/85 che considera «non commerciali» - quindi meritevoli di una tassazione soft - gli enti ecclesiastici con strutture dedicate al culto o ad attività religiose.
In Italia la santa sede e gli enti ecclesiastici possederebbero non meno di 90mila immobili, anche se un censimento preciso non è mai stato fatto e molti di questi non figurano nel catasto. Un patrimonio valutabile nella stratosferica cifra di 30 miliardi di euro, che viene utilizzato per ospitare chiese e parrocchie, ma anche veri e propri esercizi commerciali. Non solo strutture ricettive di ogni genere - da alberghi a case di cura - ma anche negozi, appartamenti e interi stabili «di pregio» destinati all'uso commerciale.
Nella sola Roma, ad esempio, ci sono centinaia di pensionati per studenti gestiti secondo le più ferree logiche di mercato: i costi sono ridotti all'osso - grazie all'utilizzo di personale religioso che non ha molte pretese -, ma sul lato dei prezzi la politica è totalmente diversa. Per un posto letto in una stanza doppia, i caritatevoli ordini cattolici sono pronti a chiedere il pagamento di una retta che supera agevolmente i 500 euro al mese. Facendo due calcoli è lecito ipotizzare che tali strutture siano capaci di accumulare utili abbondanti; che però sfuggono per grandissima parte alle maglie del sistema impositivo. E' assai difficile, infatti, dimostrare che l'ente, accanto all'attività lucrativa, non eserciti anche attività di culto o religiosa, quella che dà diritto alle esenzioni fiscali. Per di più la classe politica italiana non ha mai esitato a schierarsi dalla parte del Vaticano quando qualcuno ha cercato di limitarne i privilegi: nel 2005 il governo Berlusconi decideva di stanziare 25 milioni di euro nella finanziaria per saldare il debito che la santa sede aveva nei confronti dell'Acea (società che fornisce acqua potabile e gestione delle acque reflue). Ma l'ultimo intervento «provvidenziale» in favore del Vaticano è arrivato da parte del governo di centrosinistra di Romano Prodi. Dopo aver dichiarato guerra al regime di esenzione totale dall'Ici - favorito dal governo precedente - per i beni immobili della chiesa, l'esecutivo di centrosinistra è riuscito ad approvare un inutile decreto legge che non ha cambiato di una virgola la situazione precedente. Nel decreto si legge infatti che «l'esenzione si applica solo nel caso in cui nei locali degli enti le attività svolte non abbiano natura esclusivamente commerciale». Grazie a quella parolina «esclusivamente» l'esenzione viene mantenuta per quasi tutti gli enti, e le casse dei comuni continuano a restare vuote.
Basta infatti che una clinica privata (o un labergo) di proprietà ecclesiastica riservi una struttura alle funzioni religiose per neutralizzare l'«esclusività commerciale» ed evitare il pagamento dell'Ici.

Redattore Sociale 4.9.06
MINORI
Antidepressivi e suicidi, legame stretto: nuovo studio della Columbia University
Su 263 bambini ed adolescenti che hanno tentato il suicidio, riuscito in 8 casi, il 60% usava antidepressivi. Il commento di Poma, del coordinamento ''Giù le mani dai bambini''
di Gabriele Del Grande


ROMA - La somministrazione di antidepressivi a bambini e adolescenti aumenta il rischio di suicidio. A lanciare l´allarme è un recente studio del professor Mark Olfson della Columbia University, che ha analizzato le cartelle cliniche di 5.500 pazienti statunitensi ospedalizzati per depressione, misurando i casi di tentato e riuscito suicidio in funzione del trattamento farmacologico. Risultato? Il rischio di suicidio è 1,5 volte maggiore tra bambini e adolescenti che assumono psicofarmaci antidepressivi. La possibilità che il suicidio riesca è addirittura 15 volte maggiore. Questo per i pazienti da 6 a 18 anni, mentre per gli adulti il numero di tentati suicidi sembra non dipendere dal trattamento farmacologico. Gli autori della ricerca però invitano alla cautela. L´analisi di soli 263 tentati suicidi, di cui 8 riusciti, non esclude che i bambini trattati con gli antidepressivi rappresentino i casi più gravi e per questo più inclini al suicidio. "Questi primi risultati tuttavia - dichiara Olfson - ci suggeriscono l'utilità di maggiori precauzioni e monitoraggi durante l'uso di tali sostanze su minori seriamente depressi".
Sulla lista nera degli antidepressivi sospettati di favorire l'induzione al suicidio nei bambini compaiono al primo posto i Triciclici, a partire dalla Venlafaxina (Effexor) - bloccante della ricaptazione della serotonina (Snri) - con un rischio suicidio pari al 230% di quello per i pazienti che non usano farmaci. Sotto accusa anche la Mirtazapina (Remeron) (164%) e il Nefazodone (Serzone) (162%). Tra gli inibitori della ricaptazione della Serotonina (Ssris), non sono rilevati rischi particolari, ad eccezione della Sertralina (Zoloft) (180%) e della Paroxetina (Paxil) (136%). Non si tratta delle prime accuse contro la somministrazione di psicofarmaci ai bambini. Nell´ottobre 2004 la "Food and drug administration" (l'istituto federale Usa per il controllo sulla salute e i farmaci) impose alle case prodruttrici di Celexa, Paxil, Prozac e Zoloft (Ssris) di porre un "black box" sulla confezione, come sui pacchetti delle sigarette, che indicasse il rischio di di suicidio per bambini e adolescenti. Nel luglio 2005 un parere adottato dalla Fda sosteneva la possibilità che l´aumento del rischio di suicidio potesse riscontrarsi anche negli adulti trattati con Ssris. Nel febbraio 2006 (vedi lancio 14/02/06), dopo 25 casi di morte - tra cui 19 bambini - la Fda chiese alle case produttrici di psicofarmaci a base di metilfenidato (Ritalin, Concerta, Methylin, Metadate, Adderall), prescritti per la cosiddetta sindroma da deficit di attenzione e iperattività (Ahdh), di indicare sulle confezioni i rischi di suicidio.
La ricerca della Columbia arriva in un momento di crisi della credibilità degli studi sugli psicofarmaci, accusati di essere condizionati dagli interessi dei committenti, ovvero le stesse case farmaceutiche (vedi lanci 27/04/06). Uno studio pubblicato a febbraio sull'American journal of psychiatry e ripreso dal Whashington Post il 12 aprile, ha dimostrato che su 42 studi comparativi tra farmaci diversi, 33 erano finanziati dall"industria farmaceutica e tra questi, nel 90% dei casi, il prodotto migliore risultava quello del committente della ricerca. Recentemente è finito sotto accusa anche il "Diagnostic and statistical manual of mental disorder” (Dsm) dell’American Psychiatric Association, considerato la bibbia dei disturbi mentali negli Usa e all´estero. Una ricerca delle università di Massachussetts e Tufts pubblicato il 20 aprile sulla rivista statunitense “Psychotherapy and Psychosomatics” ha infatti rivelato che il 56% degli psichiatri che hanno realizzato l´ultima edizione del manuale ha legami economici non dichiarati con le case farmaceutiche. La percentuale sale al 100% tra chi ha curato la sezione dei disturbi dell´umore e quelli schizofrenici/psicotici. Due settori questi ultimi che nel 2004 hanno registrato complessivamente 34,7miliardi di dollari di vendite secondo il Chicago Tribune. Per Luca Poma - portavoce della campagna italiana di farmacovigilanza "Giù le mani dai bambini" - la ricerca di Olfson "non fa che confermare i warning lanciati in Italia dal nostro ente. L'utilizzo disinvolto di questi farmaci psicoattivi su bambini ed adolescenti - continua Poma - è assolutamente da censurare: chi non lo fa e tace davanti a queste evidenze scientifiche si assumerà la responsabilità di questi suicidi".

nexusitalia.it 5.9.06
Pubblici i legami finanziari tra psichiatria e aziende farmaceutiche
di Davis Fiore


Il New Scientist e il Washington Post, due tra le più autorevoli riviste a livello mondiale, l'hanno recentemente reso noto. Dei 170 membri che collaborarono alla stesura del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, la cosiddetta "bibbia" psichiatrica, 95 di loro, più di metà, avevano legami con le industrie farmaceutiche, prima o dopo la pubblicazione.
La percentuale sale al cento per cento nel gruppo che lavorò ai disturbi schizofrenici, psicotici e dell'umore. Proprio i settori che secondo il Chicago Tribune hanno registrato la massima vendita di psicofarmaci, con un giro d'affari che nel 2004 si attestò a oltre 30 miliardi di dollari. Più è redditizio il mercato, maggiori sono i collegamenti.
Lo scandalo, non a caso, si è verificato in concomitanza al crescente dibattito sugli psicofarmaci, divenuti il principale trattamento psichiatrico, se non l'unico.
Simili accuse erano già state mosse nel 2002 da Allen Jones, investigatore dell'OIG (Pennsylvania Office of the Inspector General), nei confronti del "Texas Medication Algorithm Project" dell'amministrazione Bush. I finanziamenti, infatti, partivano in realtà dalla Pfizer e dalla Janssen Pharmaceuticals. Jones in seguito a queste sue dichiarazioni fu licenziato.
Spesso gli autori dei testi psichiatrici sono anche consulenti, ricercatori o conferenzieri di multinazionali e molte malattie sarebbero inventate dopo che la cura è stata preparata. In pratica, prima si cercano i farmaci e poi si crea la malattia.
Secondo un'inchiesta del Guardian britannico, pubblicata nel marzo del 2002, gli universitari ricevono ingenti somme di denaro dalle industrie per decantare nei loro articoli scientifici le proprietà terapeutiche dei nuovi psicofarmaci. Joe Sharkey, altro investigatore nel settore dei medicinali, si spinge oltre, sostenendo che molti psichiatri sono membri, consiglieri o azionisti delle stesse industrie farmaceutiche.
Non è facile prevedere le conseguenze a lungo termine di simili ingerenze, ma certamente hanno contribuito all'ampliamento delle definizioni delle malattie mentali, inventandone di nuove, per cui possano essere prescritti "farmaci" d'ultima generazione.
Mildred Cho, della Stanford Univeristy spiega: "L'esistenza di categorie di malattie convalida la necessità di farmaci. Le aziende farmaceutiche hanno un incentivo ad esercitare la propria influenza su coloro che formulano tali categorie". Resta comunque il fatto che ad oggi la psichiatria non ha dimostrato l'esistenza di squilibri biochimici che giustifichino l'uso di sostanze chimiche.
http://www.nexusitalia.com/nexus_new/index.php?option=com_content&task=view&sectionid=16&Itemid=79&id=804

xagenasalute.it 6.9.06
Gli antidepressivi SSRI e SNRI ed i triptani possono causare la sindrome da serotonina


L’FDA (Food and Drug Administration) ha informato che alcuni tipi di farmaci anti-emicranici (triptani) e di farmaci antidepressivi (SSRI, SNRI) possono causare una condizione nota come sindrome da serotonina.
L’FDA sta revisionando 27 segnalazioni di sindrome della serotonina, con 13 pazienti che sono stati ospedalizzati, mentre 2 casi sono stati considerati minaccianti la vita.
Secondo l’FDA la sindrome da serotonina può presentarsi con maggiore probabilità nella fase iniziale del trattamento ed al momento in cui il dosaggio viene aumentato.
I farmaci antidepressivi che possono causare la sindrome da serotonina sono gli SSRI (inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina) e gli SNRI (inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina e della noradrenalina).
Tra i farmaci anti-emicrania, i triptani possono causare la sindrome da serotonina.
I pazienti che assumono contemporaneamente un antidepressivo SSRI o SNRI ed un triptano dovrebbero essere strettamente monitorati, soprattutto nel periodo in cui il dosaggio viene modificato.
La sindrome da serotonina si manifesta con irrequietezza, allucinazioni, perdita di coordinazione, accelerazione dei battiti cardiaci, rapidi cambiamenti nella pressione sanguigna, aumentata temperatura corporea, nausea, vomito e diarrea. (Xagena)
Fonte: FDA

martedì 5 settembre 2006

Repubblica Almanacco 2.9.06
Le basi scientifiche dell'uomo moderno
di Franco Volpi


Quando apparve nel 1928, un anno dopo Essere e tempo, l'opera fu salutata come un controcanto al capolavoro di Heidegger. Questi aveva reciso il cordone ombelicale che lega la comprensione della vita umana alle scienze, inventando quell'originale programma chiamato "ermeneutica della fatticità" o "analitica esistenziale", e superando magistralmente con il nuovo concetto di Esserci le aporie dell'antropologia tradizionale. Con altrettanta risolutezza, nei Gradi dell'organico e l'uomo Plessner ricollega riflessione sull'uomo alla sua base scientifica, senza tuttavia ridurre la realtà umana alle sue determinanti biologiche. Al contrario, egli sviluppa un'analisi della posizione dell'uomo nel cosmo che ne mette in risalto l'eccentricità, ossia il comportamento non soggetto a un istinto sicuro e dunque aperto alla libera invenzione delle sue forme, cioè alla plurivocità delle risorse simboliche che ne costituiscono la "seconda natura". Il problema è che Dio è morto, e i concetti-pilastro dell'antropologia umanistico-cristiana vacillano sotto le accelerazioni del progresso. Sono entrate in crisi l'idea greca di uomo come essere vivente dotato di ragione e linguaggio, e quella biblica che lo concepisce come persona fatta a immagine e somiglianza di Dio, cioè capace di intendere e volere. Ma quando Dio muore, l'uomo si animalizza: «I Vangeli e il Manifesto del Partito comunista impallidiscono. Il futuro del mondo è nelle mani della Coca Cola e della pornografia» (N. Gomez Davila). In questa situazione, è possibile ridare al concetto "uomo" un senso condiviso? E come? è la grande sfida che viene affrontata nel pensiero tedesco tra le due guerre da una nuova disciplina di cui questo libro è uno dei manifesti più importanti, e Plessner con Max Scheler e Arnold Gehlen il massimo rappresentante: l'antropologia filosofica.

Il caso Magnani-Cucchi 1951

Valdo Magnani
Nato a Reggio Emilia il 17 novembre 1912, morto a Reggio E. il 4 febbraio 1982, laureato in Filosofia e in Scienze economiche, uomo politico, Medaglia di Bronzo al Valore Militare.
Il percorso politico di questo figlio di artigiani reggiani è stato quanto mai contrastato. Già da studente militava nell’Azione Cattolica e, nel 1929, ne divenne, per un anno, presidente dell’organizzazione di Reggio. Faceva l’insegnante quando, nel 1936, decise di aderire ad un nucleo clandestino di intellettuali comunisti. Chiamato alle armi nel 1940, fu inviato come sottotenente di artiglieria nella Venezia Giulia.
Nel 1942 era in Jugoslavia come capitano, promosso per meriti di guerra. Un anno dopo, all’armistizio, Magnani si schiera con la Resistenza jugoslava e combatte, come commissario politico, nella Divisione Garibaldi, meritandosi la decorazione al valore. Tornato in Italia nel 1945, entra a far parte della Commissione per il riconoscimento dei partigiani italiani che hanno combattuto all’estero e presiede l’Associazione nazionale combattenti e reduci. Nel 1947 è segretario della Federazione comunista reggiana e l’anno dopo è eletto deputato nelle liste del PCI.
Nel 1951 Magnani, con Aldo Cucchi, in contrasto con le posizioni assunte dal PCI nei confronti di Tito, esce clamorosamente dal partito e fonda un Movimento dei lavoratori italiani, che diventa poi Unione socialisti indipendenti. Con questa formazione Magnani e Cucchi si presentano alle elezioni del 1953, ma l’USI, con 250.000 voti su scala nazionale, non ottiene nessun deputato, anche se quei voti (con quelli ottenuti da Unità popolare, di Parri, Codignola e Calamandrei e dall’Alleanza democratica di Corbino), contribuiranno a non far scattare la “legge truffa”.
Quattro anni dopo Magnani, con una parte degli aderenti all’USI, passa allo PSI dove diventa membro del Comitato centrale e dell’apparato. Esce dal Partito socialista quando il PCI modifica la sua posizione nei confronti del partito comunista jugoslavo e nel 1961 chiede di essere riammesso nel Partito comunista italiano; vi rientra, infatti, nel 1962 e da allora, sino alla morte, ricopre importanti incarichi nel movimento delle cooperative.
http://www.anpi.it/uomini/magnani.htm

Unione Socialista Indipendente (USI)
L'Unione Socialista Indipendente (USI) è stato un partito politico italiano, d'ispirazione socialdemocratica. Fu fondato in un congresso svoltosi a Milano il 28 e il 29 marzo 1953, per iniziativa di Aldo Cucchi e Valdo Magnani, usciti dal PCI il 27 gennaio 1951 e poi espulsi il 1° febbraio successivo, per le loro posizioni critiche sui legami tra il PCI e l'URSS.
Nel nuovo partito confluirono:
* il Movimento dei Lavoratori Italiani (MLI), costituito nel giugno 1951 da Cucchi e Magnani;
* socialisti autonomisti, come Giuseppe Garetto e Giuseppe Pera, separatisi dal PSI nel gennaio 1953;
* ex esponenti del PSLI, come Carlo Andreoni e Lucio Libertini, e del PSU;
* dirigenti del Gruppo Socialisti Cristiani, come Gerardo Bruni, già segretario del Partito Cristiano Sociale;
* ex militanti del Partito d'Azione, come Mario Giovana e Giulio Pischel.
Alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 ottenne circa 225 mila voti alla Camera (pari allo 0,8%), senza conseguire seggi.
Il 3 febbraio 1957, il 2º congresso dell'USI deliberò lo scioglimento del partito e la confluenza nel PSI, che avvenne il 24 marzo, mentre già nel 1956 Aldo Cucchi aveva aderito al PSDI.
(da Wikipedia)

da "L'uomo che sognava la lotta armata" di Miriam Mafai
«Il "tradimento" di Magnani e Cucchi che avevano sostenuto che se l'Armata Rossa avesse invaso l'Italia, i comunisti avrebbero dovuto battersi per l'indipendenza del paese, accentua questo clima; diviene obbligatoria la vigilanza stretta su coloro che con Cucchi e Magnani abbiano avuto, in passato, troppo stretti rapporti.
Nel 1961 Valdo Magnani, ritenendo superati i motivi della sua secessione del 1951, chiese di essere riammesso nel PCI, che accolse la sua richiesta nel 1962»
(Il libro è scaricabile da http://www.ercanto.it/uomo.htm)

Nei fondi dell'Archivio dell'Istituto Gramsci Emilia-Romagna:
sono qui conservate le carte di Valdo Magnani 1943-1982.
I documenti testimoniano l'attività politica svolta da Magnani sia su scala nazionale che su scala regionale. In particolare sono conservati materiali relativi alla sua partecipazione alla guerra e alla resistenza in Jugoslavia, alla militanza nel PCI nell'USI e nel PSI. A questo fondo sono allegati i fascicoli di Giuliano Pischel e Mario Giovana.

Repubblica 5.9.06
LA DISCUSSIONE
Ecco perché il socialismo non può morire
di MASSIMO L. SALVADORI


I critici del socialismo come movimento sia ideale sia organizzato hanno a mio avviso pienamente ragione a denunciare il dato evidente che al suo interno regna una forte confusione e a ritenere che con esso occorra fare i conti. Stando alle voci che hanno trovato eco su questo giornale, la grande maggioranza pensa che si tratti di chiudere i conti con un´esperienza che ha avuto un´enorme importanza storica, ma che ora si presenta definitivamente esaurita. Amato va controcorrente, però solo in parte, poiché anch´egli non ritiene auspicabile o difendibile la persistenza della sua autonomia organizzativa. In effetti, nessuno può chiudere gli occhi di fronte al fatto che sopravvive un´Internazionale socialista, esiste un Partito socialista europeo, operano nel mondo un numero assai elevato di partiti socialisti, ma che tutti navigano in un mare incerto, nella prevalente difficoltà di elaborare strategie, programmi di governo che diano loro una distinta fisionomia, insomma di presentare un volto ideale e politico ben definito. Se si tratti di morte come affermano Lloyd e Giddens o meno, certo la malattia è grave. Ma l´interrogativo che pongo è il seguente: è solo il socialismo a non essere in buona salute? Dove e chi sono le correnti, le organizzazioni e i partiti in grado di lanciare messaggi limpidi, di proporre piattaforme davvero efficaci in relazione ai problemi sempre più complessi della governabilità dell´Occidente e più in generale del mondo?
Mi pare di ben comprendere le critiche rivolte allo stato attuale del socialismo da Lloyd, Giddens e Touraine, ma devo d´altra parte dire di non poter fare altrettanto per quanto attiene alle loro conclusioni.
Poiché il socialismo è morto o muore se altri è ben vivo, se altre forze sono in grado di recepirne le istanze di fondo che si ammette abbiano una loro autentica validità e di incorporale in sé; altrimenti le cose si complicano. Oggi si parla della morte del socialismo perché esso è in crisi. Ma quante volte è parso che il liberalismo fosse defunto e che lo fosse anche la democrazia? Al solo socialismo bisogna negare la possibilità di una ripresa?
Chi guardi alla scena che si presenta la vede, a mio giudizio, dominata dai seguenti fattori. L´ondata neoliberista nell´era della globalizzazione ha innalzato la bandiera della libertà dei soggetti economici e dell´espansione del mercato; ma i soggetti protagonisti del mercato globale sono i grandi potentati finanziari ed industriali, che piegano la società ai loro prevalenti interessi, esercitano un´influenza decisiva sulle politiche degli Stati e non esitano quando loro conveniente a difendere monopoli e a invocare politiche protezionistiche, sono responsabili in molti paesi di vaste pratiche di corruzione, generano una distribuzione delle risorse che negli ultimi anni ha portato ad un divario sempre crescente tra le quote di reddito dei ceti alti e quelli medio-bassi. La solidarietà sociale viene largamente invocata, ma si attacca come statalismo il prelievo fiscale che può rendere disponibili le risorse necessarie ad attuarla. L´assistenza sanitaria è assicurata ad alti livelli per chi può pagarla e lo è sempre meno a chi dipende da un settore pubblico impoverito. Mentre i ricchi godono di mezzi che garantiscono loro una tranquilla continuità di reddito ed elevati consumi, troppi sono coloro che dispongono di retribuzioni insufficienti o che lottano in condizioni di precarietà o di povertà per avere un salario. Ma vorrei sottolineare un altro elemento di importanza allarmante. La libertà dei grandi soggetti economici alla ricerca del profitto è accompagnata dal saccheggio dell´ambiente che non trova gli ostacoli dovuti in molti paesi da parte degli Stati a partire dalla ricca America per arrivare, con scenari inquietanti, ai paesi attualmente più rampanti come la Cina e l´India. Orbene chi se non il potere pubblico, che si vorrebbe ridotto sempre più ai minimi termini, può dotarsi dei mezzi per affrontare le questioni sopra indicate?
Il socialismo moderno è sorto per rispondere a tre esigenze: lottare contro le forme di società che privano gran parte degli individui dei beni materiali e spirituali per sviluppare in modi "umani" la propria personalità; organizzare e mobilitare gli strati sociali privati in parte o in tutto di questi beni; dare alla società indirizzi di governo per pervenire a una distribuzione delle risorse che impedisca a una parte di costruire il proprio benessere sul malessere altrui. Storicamente questi obiettivi sono stati interpretati e applicati nel Novecento in due maniere diverse: l´una radicale intesa ad agire mediante la rivoluzione, la dittatura e l´abolizione della proprietà privata; l´altra con le riforme, la democrazia, il ricorso al potere pubblico per regolare il mercato, impedire un uso predatorio delle risorse prodotte a favore degli strati privilegiati, varare istituzioni in grado di proteggere i più deboli e di promuoverne il miglioramento non contingente delle loro condizioni. I critici del socialismo anche democratico fanno carico a questo di aver perseguito forme accentuate di statalismo economico con il potenziamento del "sistema misto". Sennonché questo tipo di statalismo – è il caso di ricordare – è stato il prodotto di una tendenza che ha largamente dominato il secolo, tanto da essere stato fatto proprio anche da governi liberaldemocratici e fascisti. I governi socialdemocratici e laburisti ne hanno rappresentato una variante orientata a scopi umanistici e sociali.
La via comunista è andata incontro ad un fallimento; quella socialdemocratica ha ottenuto grandi risultati. Ha però anch´essa irrimediabilmente chiuso il suo ciclo nel 1989? Touraine sostiene che oggi, dopo la fase neoliberista contrassegnata dalla "onnipotenza" dei dirigenti dell´economia, dalla "pioggia d´oro" finita nelle tasche dei manager, dall´acquiescenza degli Stati ai loro interessi particolari, l´opinione pubblica chiede "una sterzata a sinistra". Sennonché non la vuole posta sotto il segno del socialismo. Osservando la debolezza dei partiti socialisti e dei sindacati ritiene che i soggetti atti a farsene carico possano essere piuttosto i movimenti di base, le associazioni, le organizzazioni non governative ovvero "la società civile" (e a opporre al ruolo dei partiti socialisti quello della società civile sono anche Lloyd e Giddens). Qui sorge la questione di fondo. E´ possibile attuare una sterzata a sinistra senza farlo dalle sedi del potere politico, senza disporre delle leve del governo? Chi può mai accedere al potere e al governo se non i partiti? E quale il contenuto di quella sterzata se non la ripresa e il rilancio degli obiettivi propri dei partiti socialisti democratici: fare leva sugli interessi colpiti, offrire loro un referente politico organizzato, affidare al potere pubblico il compito di regolare con obiettivi sociali il mercato (anche con le liberalizzazioni quando queste valgono a colpire rendite di posizione), avendo come stella polare una più giusta distribuzione delle risorse così da conseguire importanti valori e un ordine civile più umano?

Il Mattino 4. 9.06
UNA SCELTA DI SCRITTI
Nietzsche superuomo quotidiano
di Giuseppe Tortora


Nietzsche attrae sempre. I suoi grandi temi - la trasmutazione dei valori, il superuomo, l’eterno ritorno - fanno volare l’intelligenza e la fantasia. Ma questo presentato nel volume, Divieni ciò che sei (Marinotti, pagg. 194, euro 17) è il Nietzsche delle piccole cose. Non un Nietzsche raccontato, ma presentato attraverso le sue stesse parole. Il testo infatti è una raccolta mirata di passi tratti dalle sue opere. Interessante dunque, anche se la modalità antologica, scelta dai curatori - Mirella Carbone e Joachim Jung - è molto discutibile e peraltro pone questioni di metodo storiografico che non è il caso di affrontare qui. Nietzsche mette al bando le domande «decisive», i quesiti dei religiosi dei filosofici dogmatici. Preti, insegnanti, filosofi - idealisti, materialisti o realisti -: tutti pessimi maestri; ci hanno allontanato da noi stessi, dai nostri istinti. Dunque occorre recuperare un giusto egoismo. «Dobbiamo tornare a essere buoni vicini di ciò che ci circonda e smetterla di ignorare sprezzanti le piccole cose, elevando lo sguardo verso nuvole e mostri notturni». Corpo, anima e intelletto costituiscono un unico sistema. Sono interdipendenti e interagenti. Se il loro equilibrio - unico per ogni individuo - si sbilancia, insorgono il dolore e la malattia. Beninteso: la salute non è assenza di malattia. Non è uno stato, ma un processo di ricerca di armonia nella realizzazione di sé. Dunque è un compito e insieme un obiettivo a cui tendere continuamente con la sperimentazione. Il dolore caratterizza il mutamento e la crescita. Ogni processo generativo, come ben sanno le donne per i dolori del parto. La malattia dunque è benefica: è «un potente stimolo» che consente di riappropriarsi, di raggiungere un nuovo equilibrio. Un primo passo verso la «salute superiore». Essa, costringendo all’ozio, induce a riflettere sui propri stili di vita. O meglio: ad acquistare lucidità di verifica delle proprie inclinazioni, dei propri bisogni fisici e spirituali; a individuare le potenzialità e le vere risorse della propria personalità; nonché ad attivare la volontà e il coraggio per riorganizzare la propria esistenza. Che poi significa conferimento di nuovo senso e nuovo valore a cose ed eventi. Ma guai a separare il corpo dall’intelligenza: lo sapevano bene gli antichi quando pensavano che il saggio fosse «sapiens», colui che sa avvertire il sapore delle cose. Che sa sceglierle per provarle; e quindi farle proprie se rispondono ai suoi veri bisogni fisici e spirituali, o, in caso contrario, abbandonarle senza rimpianti. Un’impresa, in quest’epoca moderna. In cui non si riesce a cogliere l’aspetto positivo dell’ozio, del vuoto, della noia: le sole esperienze che aprono la porta alla autoriflessione. Epoca in cui non siamo capaci di «attaccare all’aratro» - di rendere produttivi - l’irrequietezza interiore, il disorientamento, la paura, il senso di vuoto. E operiamo rimozioni. Oppure ricorriamo a narcotici o eccitanti. O c’identifichiamo stupidamente con i modelli sociali dominanti, interiorizzando comportamenti considerati comunemente virtuosi. E ci lasciamo dominare dal dolore, dal malessere, rimandando sine die la riappropriazione creativa di noi stessi, l’individuazione dei nostri giusti ritmi, il recupero del nostro passo. Una vera requisitoria contro l’epoca moderna, quella di Nietzsche. Epoca in cui è difficile trovare un posto per l’attività filosofica. Il lavoro è tutto. Domina il modello dell’uomo freneticamente attivo, non di quello oziosamente meditativo, contemplativo e inventivo. E si dimenticano persino le più fondamentali istanze del proprio corpo. Eppure: «C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza». Si viaggia, sì, ma non per prendere le distanze dalla quotidiana routine, dai doveri sociali e professionali. Non per aprirsi alle esperienze di vita altrui. Non per attivare la nostra mente alla considerazione dei modi di vita in vigore in altri paesi, in altre terre. In fondo siamo sordi alla voce interiore che comanda: «Via da qui! In marcia, viandante! Ci sono ancora molti mari e terre che ti aspettano: e chissà quanti incontri dovrai fare ancora».

Liberazione 5.9.06
Finanziaria, il Prc: troppi 30 miliardi. Prodi rassicura: sarà condivisa
di Gemma Contin


Molti, troppi, punti ancora da chiarire, in questa Finanziaria che avrebbe dovuto essere “equa e solidale” e che sta diventando un nodo scorsoio al collo dei soliti e con i soliti tagli, che adesso si chiamano risparmi: scuola, sanità, pensioni, funzione pubblica centrale e periferica, e via come sempre, sulla scia dei diktat europei e di una “borsa” che Joaquin Almunia non ha nessuna intenzione di allargare a favore del governo italiano di centrosinistra, in forza del rigorismo europeo, dopo averlo fatto con ampio favore e disponibilità per il centrodestra e per quelli tedesco di Angela Merkel e francese di Dominique de Villepin, in nome forse di ben altre affinità elettive e politiche.
«Ci sono molte questioni che restano aperte» dice il presidente dei senatori di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, all’uscita dal “vertice” che il governo ha convocato a Palazzo Chigi con i capigruppo dei partiti della maggioranza di Camera e Senato. «Sento di poter esprimere anche apprezzamento per il senso che il presidente del Consiglio ha voluto dare alla riunione, ma ribadisco l’importanza del metodo della compartecipazione alle scelte, come abbiamo fatto per la politica estera, e il rispetto del programma elettorale».
Un incontro difficile e delicato, quello di ieri, seguìto da un primo giro di orizzonte sulla manovra 2007 con i sindacati confederali a cui hanno partecipato un Guglielmo Epifani scurissimo in viso, scappato via sùbito per la riunione della segreteria della Cgil, e i segretari di Cisl e Uil Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, delle cui posizioni si dà conto in altra parte.
All’uscita dei presidenti dei gruppi parlamentari dell’Unione da Palazzo Chigi - dopo tre ore di discussione imperniata su quelle scarne formule usate da Prodi: una “catena di comando” che non lascerebbe troppo spazio alla discussione; la richiesta ai gruppi parlamentari di “non presentare emendamenti che stravolgano l’impianto della legge di bilancio” - il capogruppo del Prc alla Camera Gennaro Migliore ha detto che si è trattato di «un incontro interlocutorio nel quale Rifondazione ha ribadito di non aggravare le condizioni già pesanti di chi vuole andare in pensione prima di 60 anni, e ha avanzato una richiesta forte di investimenti per il Sud, come peraltro era stato indicato in campagna elettorale».
Naturalmente non è tutto qui, ma questi due paletti: pensioni e Mezzogiorno, sono tra le richieste “qualificanti e irrinunciabili”, non le sole, di Rifondazione comunista, anche se la questione dirimente, ribadita ieri pomeriggio dal segretario Franco Giordano nella riunione della segreteria di Viale del Policlinico, rimane quella di “non far pagare alle fasce sociali più deboli il prezzo di una Finanziaria che può essere ancora alleggerita” e di “chiedere a Bruxelles di poter allungare l’onere del rientro nei parametri europei”.
Di cifre effettive nessuno osa al momento formulare la minima ipotesi. Si sta ragionando attorno alla possibilità di ridurre ancora la cifra complessiva da 30 a 25 miliardi, numero che il viceministro alle Finanze Vincenzo Visco non vuole neanche sentir pronunciare, non tanto perché non ci siano maggiori entrate che lo consentirebbero, ma perché l’irrigidimento di Almunia sul recupero nel 2007 riguarda il livello stratosferico del debito che non permette deroghe ed anzi richiede un severo progressivo rientro che la spalmatura su due anni non avvierebbe.
Altra questione che non si può eludere ma che preoccupa i sindacati è quella che vorrebbe avvicinare e accelerare la riforma Maroni, non più con lo “scalone” del 2008 ma con una “scaletta” a partire già dal 2007, anticipando di un anno la chiusura di due finestre di esodo pensionistico e articolando l’età di uscita a 58 anni nel 2007, 59 nel 2008, 60 nel 2009, “penalizzando” con disincentivi chi lascia il lavoro prima dei 60 anni e “premiando” con bonus chi decide “su base volontaria” di prolungalo.
Sulla spinosa questione che sta incendiando il confronto con i sindacati ieri è intervenuto anche il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ritiene positiva l’ipotesi di eliminare dalla Finanziaria il capitolo sulle pensioni: «Si tratterebbe di un passo in avanti. Se si toglie dalla finanziaria questo capitolo si toglie dalla discussione sul risparmio il tema della previdenza... Non vedo i conti pensionistici fuori norma, non vedo che questa sia una emergenza. Ci sono già state delle riforme pensionistiche, non occorre tornarci sopra ogni quattro anni».
Sindacato in fermento, su questo e altri punti, anche se il presidente del Consiglio continua a spargere acqua sul fuoco: «Non dobbiamo completare tutto con la Finanziaria, comunque la cifra finale verrà scritta l’ultimo giorno» e dopo aver sentito tutti, ma proprio tutti, dentro e fuori dalla coalizione, dentro e fuori dal Parlamento, tra i sindacati e con le organizzazioni imprenditoriali, preallertate per giovedì.
Nell’ambito di questi “confronti con le forze sociali” ieri mattina c’è stato anche l’incontro tra il segretario del Prc Franco Giordano, il responsabile economico Maurizio Zipponi e il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. «Un incontro cordiale e proficuo», primo di altri appuntamenti già fissati con Cgil e Uil, alla fine del quale in un comunicato si dice che «è emersa la comune necessità che il governo avvii un confronto a tutto campo con le forze sociali, senza decisioni precostituite, dopo un’attenta verifica del nuovo andamento delle entrate, tenendo conto dell’aumento del Pil superiore alle previsioni e dei tempi necessari per coniugare il risanamento con la crescita e la redistribuzione della ricchezza a favore dei lavoratori e dei pensionati... (Sulla) questione delle pensioni il Prc ha ribadito la sua netta contrarietà all’aumento dell’età pensionabile e all’introduzione di disincentivi per chi dovesse andare in pensione prima dei 60 anni, come chiesto dalle organizzazioni sindacali e ribadito da Raffaele Bonanni».
A questo proposito: «Attenendosi a quanto scritto nel programma dell’Unione (pagine 55-57 dell’inserto di “Left”, ndr) il Prc chiede che venga cancellato il “gradone” introdotto dal governo Berlusconi (60 anni di età e 35 di contributi dal 2008) e ripristinata la riforma Dini (57 anni di età e 35 di contributi)». E sul tema della sanità «il Prc conferma una ferma opposizione all’introduzione di ticket ospedalieri e ulteriori balzelli che penalizzano la sanità pubblica, mentre considera prioritario avviare un severo controllo ispettivo delle convenzioni private che hanno determinato un enorme innalzamento della spesa sanitaria». Infine, «il confronto appena iniziato deve proseguire in modo serrato: la Finanziaria dovrà essere condivisa dalle forze sociali, discussa in Parlamento, segnare il fatto che a pagare deve essere chi in questi anni non ha mai pagato».


Corriere della Sera on line 5.9.06
L'uomo è irrazionale, di natura
Lo sostiene lo psicologo Bruce Hood, professore alla Bristol University
La lotta degli scienziati alle credenze e alle superstizioni è inutile. La mente umana è profondamente legata all'irrazionale.
di Serena Patierno


BRISTOL (GRAN BRETAGNA) - È un'antichissima querelle quella che oppone i sostenitori dell'uomo razionale agli assertori dell'irrazionalità umana, ma il tema non è mai esaurito: le argomentazioni e le apologie sembrano non essere in nessun caso sufficienti. L'unica novità sembra essere che oggi, per decidere da che parte si sta, non si va a leggere Cartesio né si consulta Pascal, piuttosto si guarda con fiducia solo ai risultati della scienza. E proprio dalla scienza arriva uno studio dello psicologo Bruce Hood, della Bristol University, che dimostra la «naturalità dell'innaturale», anzi, l'esigenza dell'irrazionale, che agisce in ognuno fin dall'infanzia.
RAGIONE O SENTIMENTO - Le credenze magiche e religiose non sono una scomoda reminiscenza del passato dell'umanità. Inutile credere di liberarsene associandole alle tribù primitive, all'infanzia del pensiero, all'ignoranza o peggio alla follia. Sono invece - spiega il professor Hood - parte integrante della nostra mente. «Credo sia ottuso pensare che sia possibile indurre la gente ad abbandonare i propri sistemi di credenze, e non c'è evidenza scientifica che tenga». Le posizioni più intransigenti dei sostenitori dell'evoluzionismo, se si vuol mantenere una ragionevole neutralità e libertà di pensiero, sono alla fine controproducenti. Non è vero infatti che esistono persone razionali e altre irrazionali, le prime progressiste e le altre conservatrici e portate all'interpretazione religiosa del mondo. Ognuno di noi, invece, ha in sé un corredo di irrazionalità - di cui la religione non è che la cornice ideale - in cui sentimenti e istinti giocano un ruolo di primo piano. È sufficiente pensare a tutte le decisioni che ogni individuo si trova a dover compiere nel corso dell'esistenza. Chi è pronto a sostenere di aver sempre preso la strada più razionale, scagli la prima pietra: spesso è l'amore, o l'istinto, a decidere nei momenti topici. Fra l'altro, non di rado si tratta di meccanismi «vitali». L'approssimazione, ad esempio, ci protegge dai pericoli che impongono risposte immediate, in cui una serie di calcoli corretti sarebbe assolutamente controproducente.
ESPERIMENTI CONCLUSIVI? - Bruce Hood ha prodotto degli esempi rivelatori: ad un gruppo di persone è stato chiesto di indossare un normale cardigan in cambio di 10 sterline. Naturalmente le mani alzate sono state la maggioranza. Poco dopo è stato rivelato che il maglione era stato indossato da un famoso killer. Risultato: le mani alzate si sono ritratte. Ma ogni giorno è fin troppo comune riscontrare comportamenti di questo genere, dal pedone che fermo al semaforo decide di attraversare col rosso quando vede che qualcun altro lo fa - effetto gregge - fino agli studiatissimi e innumerevoli errori cognitivi, che accomunano il comportamento e le scelte della maggior parte degli individui. Impossibile tirare le somme? L'idea di un progresso del pensiero coronato dalla conoscenza perfetta e totale dello scibile è nata in compagnia del pensiero stesso. Ma la scienza è ricerca, per sua natura rivoluzionaria, e proprio dalla scienza arriva puntualmente l'impulso alla decostruzione. La tela di Penelope è ancora, di diritto, un ottimo spunto di riflessione.



l'Unità 5.9.06
Frammenti da «Invenzione di Don Chisciotte»
di Edoardo Sanguineti


Don Chisciotte anticipa e calcola, prende e abbandona
- nessuno sa chi e quando, e nessuno sa come:
pensa che presto morirà, che occorre camminare in fretta
- e guarda i suoi paesaggi:
Don Chisciotte parla, state in silenzio ad ascoltare, voi che siete una buona brigata, e tu Dulcinea
- che sai capire e soffrire:
Don Chisciotte
si espone e si dichiara e si spiega e si dimostra
- questo è Don Chisciotte:
io apro il tempo che viene, come una porta o una finestra:
o come una qualunque cosa chiusa:
- Don Chisciotte
canta le sue canzoni di fronte a tutti i luoghi della terra:
ho poco da dire, nulla anzi, nulla da dire:
- io affretto
il passo, per ritrovarlo:
le pulite ragazze sulla spiaggia che leggono racconti
di altre terre
non sono più con noi:
noi non siamo più con loro:
e tu con me:
la stagione dei gassometri e delle ciminiere è evaporata nel vento:
la pioggia ci ha colti in corsa, il bavero
era proprio rialzato:
e ridi incomprensibile:
sei l’amico indifferente, senza peso:
sai soffiare sulle tue mani, inventare il tuo vento -
ti lascerò personaggio, anche se Dulcinea non vorrebbe,
homme plein de sens
- a fingere da solo le storie poliziesche
a inseguire le fanciulle verdi:
avrai la tua solitudine:
- il gatto si rifugia sull’albero:
ha raggiunto i rami più sottili - la turba dei meschini ha le scale e le scope:
il chiarore è un cerchio, segue una zona oscura, il terzo
settore è di luce:
la pioggia arriva a tratti diseguali,
le formiche ti insidiano, ti assediano, Dulcinea,
non puoi fuggire:
sul ponte gli uomini oziosi contemplano
ombre, biciclette nere controluce, mentre cercano le donne:
le caserme si illuminano, i soldati si gettano sul prato,
Dulcinea sta sugli alberi -
- viaggia sull’elefante candido di marmo, ma per una
repentina conclusione è scagliata a terra:
la ragione
è nei ponti, che sono pieni di significati:
- il ragazzo
bruciava le formiche concentrando la luce nella lente:
- le assorbiva crepitanti nello zolfo -
wir haben, wo wir lieben, je nur dies: sinander lassen:
dove l’orizzonte è più basso, ormai appena visibile,
per Dulcinea si solleva, e per lei soltanto, il profilo
di sogno del viaggiatore sensibile:
inchini augurali
per la luna che ritorna, per la cenere che sui giardini
si consuma:
per il tuo profilo che resiste nel silenzio:
ma se le trombe si inerpicano nel cielo e il buttasella
insistente mi evoca, io sono l’uomo che deve partire:
il torneo riprende - la risata si fa acuta:
i frati
non gettano più le caramelle e ritrovano la loro testa
pesante,
e io sono l’uomo che sale sulle nuvole -
e nei paesaggi colloca figure:
se la tua si sciupa
e tu precipiti, la tua partenza è soprattutto la mia:
la distanza è immobile:
nessuna misura può risolversi
in una tua felicità - le bandiere continuano
a torcersi altissime:
e confondono i colori
IL TESTO Tre fogli scritti a macchina del 1949
Le capriole del cavaliere tra i versi del poeta
di Corrado Bologna
Tre fogli inediti, scabri, battuti a macchina con due dita su una vecchia Olivetti: così si scriveva negli anni arcaici in cui la mano inseguiva a fatica, inciampando sulla tastiera, i ghiribizzi fulminei del cervello. Edoardo Sanguineti li ha scovati fra le sue sbiadite carte di ventenne, questi frammenti di un’Invenzione di Don Chisciotte forse mai scritta, forse solo sognata: chissà, progetto di un poema o di un romanzo, o invece già maturi in questa forma essenziale.
Affiorano più di mezzo secolo dopo essere stati pensati (era il 1949, c’era la guerra fredda, le ragazze portavano gonne lunghe fino alle caviglie, e si ricostruivano i ponti crollati sotto i bombardamenti). Oggi che, in un altro mondo, salutiamo questo inedito come un fresco neonato quasi sessantenne, Sanguineti è uno scrittore celebre, poeta e saggista fra i nostri più fini, e spolvera quei foglietti con tenerezza materna, offrendoli a Mimmo Paladino per il suo film su Don Chisciotte. Nel film, con il volto e l’anima donchisciotteschi che gli conosciamo, il Sanguineti del Duemila legge i frammenti del Sanguineti diciannovenne: e intanto, in un pastiche elegante e fantasioso, un poco bizzarro, che sarebbe piaciuto a Cervantes, prende vita per gli artifici dell’elettronica, e fa le capriole sotto il suo naso, il Don Chisciotte acquerellato da Mimmo Paladino per la splendida edizione del romanzo che ha stampato Editalia. Editalia li rende pubblici con fierezza ed entusiasmo, questi tre fogli asciutti, tutti in lettere minuscole. Li offre nella veste sobria, povera, che diede loro Sanguineti nel 1949.
Ora però, nell’estate 2006, giunti nelle mani di Paladino mentre lavorava insieme al suo film e agli acquerelli del nostro Don Chisciotte, essi non sono più solo testo, ma diventano testo-immagine, ispirano altre idee e figure nel libro e nella pellicola, in una mirabile confusione creatrice, in un perfettamente sanguinetiano Wirrwarr.
Li pubblichiamo, dunque, così come sono stati «pasticciati» da Mimmo Paladino con i suoi appunti di regia: frammenti iperframmentati, sbalzati dalla pagina alla pellicola, dalla Olivetti alla telecamera digitale, e tornati infine, ora, sulla vecchia, cara carta. Questo è il novissimum testamentum di Don Chisciotte: il suo ultimo messaggio, che approda, addobbato di parole e di segni da due grandi artisti, nella civiltà del Duemila, quella in cui «la stagione dei gassometri e delle ciminiere è evaporata nel vento», e intanto, dissolta la Cavalleria nelle guerre totali, «le caserme si illuminano, i soldati si gettano sul prato».
È un Don Chisciotte messianico e apocalittico, che «anticipa e calcola, prende e abbandona» e, pietoso, malinconico Angelus Novus, scandisce con fatale ermetismo: «io apro il tempo che viene, come una porta o una finestra: o come una qualunque cosa chiusa»; e ancora: «ho poco da dire, nulla anzi, nulla da dire: - io affretto il passo, per ritrovarlo»; «e io sono l’uomo che sale sulle nuvole - e nei paesaggi colloca figure»: «nessuna misura può risolversi in una tua felicità - le bandiere continuano a torcersi altissime: e confondono i colori».



La Stampa 5.8.06
Il dolore come cura
E l’anestesia era un’idea satanica
CENTOSESSANT’ANNI FA LA PRIMA OPERAZIONE SU UN PAZIENTE ADDORMENTATO. PERÒ MOLTI MEDICI NON ACCETTARONO LA NOVITÀ
di Eugenia Tognotti


A prima vista, quello rappresentata in uno dei primi e più noti dagherrotipi sembrerebbe un normale intervento chirurgico in ambito ospedaliero, col paziente ancora disteso sul tavolo operatorio. Ma, a osservarla meglio, quella scena - che rappresenta la prima operazione indolore della storia - ha ben poco d’ordinario. E lo dimostra la centralità di quel corpo arreso, addormentato, e l’espressione attonita, quasi incredula, del gruppo di chirurghi e testimoni che sostano nella sala operatoria del Massachussets General Hospital di Boston, il 16 ottobre 1846: attoniti, quasi increduli, consapevoli di essere di fronte a una tappa fondamentale nell’eterna lotta per lenire o eliminare il dolore. E, di certo, dovevano misurare tutto il contrasto tra le immagini che avevano davanti e quelle cruente e drammatiche proprie della grande interventistica pre-anestetica: i fiotti di sangue; il terrore e le urla; i contorcimenti del paziente legato con cinghie di tela al tavolo di legno; le spugne imbevute d’acqua ghiacciata sul campo operatorio; il rapidissimo movimento dei ferri, il più possibile lontano dai grossi vasi sanguigni. E, naturalmente, il dolore nella sua dimensione corporea. Quello che atterrisce e sgomenta nella muta implorazione impressa nel marmo della statua di Laocoonte, straziato dai denti del serpente nelle carni. Quell’evento, che apriva la strada alla possibilità di produrre insensibilità al dolore mediante l’inalazione di gas chimici, è ricordato nelle cronologie delle scoperte scientifiche e debitamente celebrato, anche quest’anno, negli anniversari, con convegni e libri, in particolare negli Stati Uniti, dove la pratica era stata sperimentata per la prima volta da due dentisti - Horace Wells e William Morton - destinati all’oblio e, il primo, persino al disonore.
Per secoli, la medicina aveva dovuto confrontarsi con la quasi totale impossibilità di controllare il dolore fisico - il «dolor corporis» di cui parla Seneca -, caratteristica essenziale della malattia. Lenirlo era (ed è) il fine essenziale d’ogni medicina: «Divinum opus est sedare dolorem», era il detto della tradizione.
Ma nell’Antichità, per tutto il Medioevo e per buona parte dell’epoca moderna c’era ben poco che i medici potessero fare se non, dicevano i francesi, «consoler et amuser», consolare e rasserenare il paziente. In chirurgia si ricorreva agli impacchi di ghiaccio, all’alcool, alla mandragora, alla canapa indiana, all’oppio, dal greco «òpion» (succo), la cui efficacia contro il dolore era conosciuta da sempre: ne parla, tra gli altri, il naturalista ed esperto d’arte medica Celso, nel suo De Medicina (30 d.C.) e, secoli dopo, colui che volle chiamarsi Paracelso, «più di Celso», cioè il medico iconoclasta Philippus Theophrastus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), il primo a inventare «l’acqua bianca», l’etere, facendo reagire l’acido solforico con alcol. Ma l’implacabile demolitore della tradizione della medicina arabo-galenica mise a punto anche il laudano (tintura di oppio), destinato, invece, ad affermarsi prima in campo terapeutico: vi ricorrono artisti e grandi dame per curare languori e pene d’amore, ma anche uomini d’arme e condottieri come Napoleone e Orazio Nelson, tormentato dai dolori dopo la maldestra amputazione del braccio ferito, nel 1797, nel corso dell’ardimentoso attacco a Santa Cruz di Tenerife.
Nella seconda metà di quel secolo, la ricerca di presidi antidolorifici conosce prima il capitolo dell’ipnosi del medico tedesco Franz Anton Messmer, sostenitore dell’impiego terapeutico del magnetismo animale; quindi, quello del protossido d’azoto, detto anche «gas esilarante» per la sua capacità di modificare il tono dell’umore. Ma le applicazioni pratiche delle ricerche si faranno attendere fino a metà del XIX secolo. Nel terzo decennio, il rituale operatorio è lo stesso del passato, Ecco, ad esempio, come due chirurghi procedono all’amputazione della gamba del giovane patriota, scrittore e musicista Pietro Maroncelli, rinchiuso nella tetra fortezza dello Spielberg. Niente tavolo operatorio. Niente pratiche di asepsi e antisepsi. Niente antidolorifici. A sostenere l’«eretico e sedizioso» prigioniero, il suo pietoso amico, Silvio Pellico, cui si deve la sobria descrizione: «Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù... Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò tutto intorno, la profondità d’un dito; poi tirò in su la pelle tagliata, e continuò il taglio sui muscoli scorticati. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo, si segò l’osso».
Di lì a poco, la pratica dell’anestesia avrebbe cominciato il suo cammino. E, intanto, entravano in scena gli antidolorifici, che suscitavano inquietudini e dilemmi morali, la cui eco arriva ai nostri giorni. I medici dovevano destreggiarsi tra due imperativi solenni: alleviare la sofferenza e, allo stesso tempo, non danneggiare il malato («Primum non nocere»): ma come era possibile prevedere gli effetti precisi dei trattamenti con oppiacei? Per molti medici il dolore era un «segnale» importante e alcuni pensavano che la sua eliminazione influisse negativamente sul processo di guarigione spontanea.
Non è, dunque, una marcia trionfale quella dell’etere e del cloroformio. Il superamento del dolore metteva in crisi la visione cristiana e antropologica. L’anestesia - definita «satanica» dal presidente dell’associazione dei dentisti americani e non sicura da un giornale medico a metà Ottocento - implicava un intervento su pazienti non coscienti e poteva avere effetti indesiderati. Persino medici e scienziati affermarono che non si sarebbero mai affidati a un chirurgo nello stato d’incoscienza reso possibile dall’anestesia e dalla narcosi da etere, più tardi dalla morfina (da Morfeo, dio del sonno) e da altre tecniche. Il cloroformio stentò ad affermarsi in ginecologia perché sembrava contrastare l’inesorabile sentenza biblica «Tu partorirai con dolore». E soltanto la notizia che la Regina Vittoria l’aveva accettato in uno dei suoi parti ne favorì la diffusione tra le dame dell’alta società europea.
È una lunga storia - di successi e fallimenti - quella della lotta contro il dolore che, in ogni tempo, ha sollecitato nelle culture occidentali la riflessione di pensatori e filosofi: che significato ha il dolore nelle nostre vite? Perché un Dio d’amore permette la sofferenza? Fin dove ci si può spingere nella ricerca di mezzi per trovare sollievo? Queste domande hanno accompagnato le grandi trasformazioni nella percezione del dolore, dei mezzi per rilevarlo e della conoscenza scientifica, fino agli analgesici e agli efficaci presidi dei nostri giorni. A più di un secolo e mezzo dal primo successo dell’uomo nella lotta contro il dolore, la sfida continua e la medicina, nel farvi fronte, non può che porsi a cavallo tra le scienze della natura e quelle dello spirito, affrontando il dolore non solo sul piano fisiologico e psicologico, ma interrogandosi anche sul suo «senso», antropologico e filosofico, per superare la tecnica e arrivare a una cultura della guarigione.


Festa Nazionale
Liberafesta
6/24 SETTEMBRE / ROMA
PARCO DELLA RESISTENZA
VIALE AVENTINO

VENERDI 15 SETT. LIBERAVOCE (Spazio dibattiti) - h. 21
L’informazione a sinistra. Prospettive
Intervengono
Luca Bonaccorsi Left
Valentino Parlato Il Manifesto
Piero Sansonetti Liberazione
Pierluigi Sullo Carta
Coordina Daniela Santroni Segreteria nazionale Prc

lunedì 4 settembre 2006

l'Unità Lettere 4.9.06
1956: quella lettera di Togliatti a Pertini
su Riccardo Lombardi
di Carlo Patrignani


Caro Direttore,
ti chiedo un po’ di ospitalità tra i tanti illustri interventi e servizi sui fatti dell'Ungheria del 1956. E lo faccio unicamente per segnalare questa breve citazione tratta dal «Fondo Togliatti, corrispondenza 0091» conservata presso la Fondazione «A.Gramsci».
Palmiro Togliatti indirizzava una nota autografa il 14 gennaio 1957 a Sandro Pertini per informarlo circa «l'attività del compagno R.Lombardi di tentare di disgregare il nostro partito...È cosa umiliante per lui vederlo ridursi a questa funzione, di colui che cerca la spaccatura in casa altrui e crede di potersene nutrire». Togliatti si rivolgeva direttamente al futuro Presidente della Repubblica, per evidenziare l'attività dell'ingegnere «acomunista» che criticava lo stalinismo, l'Urss come «stato-guida», la scelta del «Fronte Popolare» del 1948. C'era stata da poco l'invasione dell'Ungheria, il XX° Congresso del Pcus che aveva svelato i crimini di Stalin e Antonio Giolitti, insieme ad altri intellettuali, usciva dal Pci ed aderiva alla «sinistra lombardiana». «È cosa che può portare ad un antipatico inasprimento dei rapporti tra i due partiti - proseguiva la lettera di Togliatti, conservata nel «Fondo Togliatti, corrispondenza 0091» presso la Fondazione Gramsci - a vantaggio di Saragat e C.. Mi pare che poiché Lombardi è della vostra direzione, ci dovrebbe essere in senso a questa l'iniziativa di dargli un ammonimento». Il Psi di Nenni, Morandi e Pertini aveva scelto nel 1948 il Fronte Popolare, Lombardi l'autonomia socialista; poi fino al 1956 i primi tre ritenevano l'Urss «Stato-guida» indiscutibile, Lombardi no. «Nulla potrà sostituire la mobilitazione delle masse popolari per la propria liberazione: nessuna parata di truppe liberatrici...- rispondeva Lombardi a Morandi, ma anche a Nenni, Pertini, Lizzadri dopo la sconfitta del Fronte Popolare -. Reagire alle illusioni rese manifeste dallo slogan ha da veni’ Baffone comporta l'accusa di eresia tradimento insensibilità di classe perfino di follia». Poi venne l'invasione dell'Ungheria e il XX° Congresso del Pcus a svelare i crimini di «Baffone»: e allora se Nenni, dopo aver vinto molti premi Stalin, condannò l'invasione dell'Ungheria ma ci arrivò ben dopo Lombardi per cui rispetto alla storia non bisognerebbe, a mio modesto avviso, dire «Nenni aveva ragione», ma «Nenni aveva ragione ma arrivando tardi rispetto a Lombardi».
Carlo Patrignani, Inviato Speciale AGI di Roma

Repubblica 4.9.06
LA DISCUSSIONE
Le nuove sfide e il socialismo da non rinnegare
Energia, invecchiamento, emigrati: un pianeta da riorganizzare
di DOMINIQUE STRAUSS KAHN


Essere di sinistra nasce dalla rabbia per l'ingiustizia. Riflesso salutare, però non basta
Abbiamo il dovere di comprendere il capitalismo per trasformarlo
L'Europa invecchia. L'immigrazione è un antidoto. Bisogna però anche che lo sviluppo del Sud non sia alimentato solo bei discorsi. Diamogli medicine, per iniziare
Viviamo tra progressi e iniquità. Il mercato migliora democrazia, sanità e consumi da un lato, genera sfruttamento e immani saccheggi ambientali dall´altro

Essere di sinistra nasce da un rifiuto, da un grido, da una rabbia davanti all´ingiustizia sociale o politica. È un riflesso salutare. Ma non basta. Molti socialisti vogliono trasformare il mondo senza capire com´è. Altri travestono la realtà per convincere meglio che non la si può trasformare. Per me, un socialista ha il dovere di comprendere il mondo, di interpretarlo per trasformarlo - e nello stadio attuale del capitalismo ci sono contemporaneamente un progresso considerevole e un´ingiustizia incommensurabile. La rivoluzione dell´immateriale ha unificato il mercato mondiale. La caduta del comunismo in Unione Sovietica e nell´Europa dell´est, l´apertura del mercato in Cina e in India e l´emergenza dei paesi dell´America Latina hanno reso il capitale più raro del lavoro. I mercati finanziari e i loro predatori vanno a caccia di rendita e profitto. Ne consegue – e presumibilmente sarà così per molto tempo – un nuovo rapporto tra le forze di lavoro e capitale. D´altro canto, il mercato ha portato progressi nel settore sanitario, del consumo e della comunicazione, se non dell´estensione del controllo democratico dell´umanità. Ma nel contempo ha comportato disuguaglianze senza precedenti, il saccheggio delle risorse naturali, lo sfruttamento sfrenato della manodopera e soprattutto nuove alienazioni imponendo degli standard di vita culturali e alimentari.
Non si può quindi operare per la giustizia con le stesse armi di ieri e le riflessioni dell´altro ieri. E non si può nemmeno rinunciare alla giustizia sociale, a meno di rinunciare al socialismo, e io non rinuncio! Ecco perché bisogna ripensare le sfide del mondo attuale per trovare il cammino dell´uguaglianza reale.
La prima di queste sfide riguarda il nostro approvvigionamento di energia. L´arrivo della Cina e dell´India sul mercato del petrolio fa infuocare le quotazioni e la dipendenza del mondo dal Medio Oriente ne risulta aumentata. Ora, la geopolitica del petrolio è instabile e non possiamo accettare che il nostro avvenire dipenda da un´alternanza omicida tra gli atti terroristi e la repressione di Stato.
E quel che è peggio è che il consumo massiccio di energie fossili ha conseguenze ambientali disastrose. Oggi, quindi, siamo costretti a rimettere in discussione una concezione dell´energia che abbiamo ereditato dal secolo scorso.
In senso più ampio, è tutto il nostro modello di sviluppo a essere in discussione. Big Oil, Big Three: per molto tempo questo è stato il mantra della crescita americana. Del Big Oil ho appena parlato, quanto al Big Three, i tre principali costruttori di automobili, anch´essi fanno parte di uno schema obsolescente, mentre il modello imminente si basa principalmente sui servizi alla persona e i problemi della sanità saranno uno dei punti cruciali. Questo modello porta con sé la biologia come scienza dominante, le preoccupazioni ambientali come principio della gestione pubblica, la qualità della vita come scelta collettiva.
Ma in più c´è la durata della vita! Ecco il punto nodale. La nostra società non ha mai affrontato un cambiamento simile in un tempo così breve. Questo stravolgimento affonda le radici nei progressi della biologia, rimodella i rapporti tra le generazioni, minaccia di portare al collasso il sistema previdenziale. Inoltre ripropone in termini nuovi la questione della demografia e, di conseguenza, quella dell´immigrazione.
Un´Europa che invecchia è, a lungo termine, un´Europa che muore. Incoraggiare la natalità non basterà a frenare il movimento: quando la fiducia nel futuro è scarsa, la ripresa è lenta. Se può essere utile favorire l´adozione, la soluzione principale resta comunque l´immigrazione. Dobbiamo perciò spazzar via i vecchi timori e concepire una politica dell´immigrazione positiva.
Perché la pressione migratoria resti sopportabile, bisogna però che lo sviluppo del Sud smetta di essere soltanto l´argomento di tanti bei discorsi. Oggi sappiamo che il sostegno monetario, spesso mal utilizzato, è meno efficace degli incoraggiamenti allo sviluppo dell´educazione e al miglioramento delle condizioni sanitarie. Per questa ragione le discussioni interminabili sull´accesso delle popolazioni del Sud ai farmaci generici devono finire. L´urgenza coinvolge l´intero pianeta e implica necessariamente una revisione del concetto di proprietà intellettuale, peraltro già messo in crisi dalla civiltà informatica.
La nostra democrazia è malata. Non solo perché i nostri popoli faticano a farsi ascoltare ma soprattutto perché i politici tergiversano davanti alla necessità di prendere provvedimenti risolutivi. Ecco perché il socialismo contemporaneo è anche una rottura col passato. Questa rottura non dovrebbe essere un rinnegamento ma un ritorno alle origini.
Prepararci a uscire da secoli di energia fossile e trarne le conseguenze geopolitiche, ridefinire il nostro modello di sviluppo incentrandolo sulla vita degli uomini, concentrare gli sforzi sulla conoscenza e riconsiderare le età della vita, aprirci ai popoli del Sud sgombrando il campo dagli ostacoli che ne ostacolano la sopravvivenza, riformulare il contratto democratico globale e locale: ecco quali sono i compiti del socialismo contemporaneo.
(traduzione di Elda Volterrani)

Repubblica 4.9.06
L'intervento alla Festa dell'Unità: nessuno tiri fuori il problema dell'identità, è il momento di parlare al popolo delle primarie
"Il partito democratico vale il 40%"
Veltroni rilancia l'alleanza. Appello ai cattolici delusi della Cdl
Il governo Può trovare il sostegno da chi vive con malessere la propria presenza nel Polo
di Alessandra Longo


PESARO - E venne il giorno di Walter Veltroni alla Festa dell´Unità. Eccolo il sindaco di Roma che, al secondo mandato, ha cancellato la destra romana, eccolo il «romanziere» che in pochi giorni ha portato a centomila copie la tiratura del suo primo vero romanzo, «La scoperta dell´alba», lasciando a terra i colleghi di partito ancora inchiodati ai saggi di politica, eccolo il candidato leader del partito democratico. Si farà, non si farà. Al calar della sera, nella cornice techno della kermesse nazionale del partito, lui rilancia con forza quel che ha definito «il sogno politico della mia vita». Risponde così alla platea di militanti e a Giovanni Floris che lo interroga: «Da tutte le feste dell´Unità che sto girando in questi giorni mi viene la stessa sollecitazione. Sì, io dico che si può fare, che un partito del 40 per cento, nel campo riformista e democratico, può essere alla nostra portata, immediatamente. Purché, come ho già detto, e ripeto, non si viva questa sfida come la fine della sinistra, purché non si cerchino tutti i motivi per non farlo, il partito».
L´importante è cominciare. Non possiamo ignorare il messaggio chiaro che da dieci anni ci mandano milioni di elettori italiani, quelli che non si riconoscono nel panorama attuale, spiega il sindaco: «E´ sempre lo stesso messaggio, ve ne siete accorti?: "Se state uniti, vi votiamo, se state divisi vi penalizziamo"». Partono gli applausi, clima surriscaldato. Lui, il sindaco di Roma, è abbronzato, in maniche di camicia, strattonato da compagne che, poche ore prima l´hanno corteggiato per avere l´autografo e quasi piangevano a sentire la trama del suo libro, quel vuoto dichiarato dell´autore per l´assenza della figura paterna, quel rancore sordo per il terrorismo di casa, che «ci ha portato via la vita per un decennio».
Veltroni ha sentito il polso dei militanti, fiutato l´immutata richiesta della base per l´avvio della nuova creatura: «Se l´Ulivo, non esistendo in quanto tale nella vita politica, ha preso il 33 per cento», allora sì, si può, si deve osare. E nessuno tiri fuori il problema dell´identità, del rischio di perdersi. «La sinistra - dice Veltroni - è cambiamento, lo è stata sempre, nel passato, quando scelse in ore drammatiche di trasformarsi da Pci in Pds e poi Ds. Anche allora pensammo che iniziava un´altra storia e bisogna avere riconoscenza nei confronti di chi ebbe il coraggio della svolta». Veltroni il buonista, Veltroni che fa applaudire Occhetto e rende omaggio alla memoria. Ma per andare avanti, detestando le nostalgie.
Sarà lui il leader del partito democratico? Floris insiste, scava. Ormai Veltroni non dice più che nel 2011, alla fine del suo mandato di sindaco, sparirà nell´Africa ma sta anche attento a non esporsi troppo. L´ha già detto: la sua disponibilità futura è legata a «mutazione radicali» delle regole del gioco, più poteri al premier, ritorno al maggioritario, elezione diretta. E sennò, pazienza, «posso fare altro: preferisco stare con i bambini di un ospedale africano che sedere in un cda». Si vede che questo approccio piace ai militanti: «Walter» c´è sempre, fa politica, ma non vuol dare l´impressione di essere potente, non vuol calpestare nessuno, alimentare competizione interna al partito o alla coalizione.
Dunque «Piero», intendendosi Fassino, «dice cose giuste sulle pensioni» e «Romano, che invoca il rigore, ha ragione. Perché è giusto non perdere il treno della coerenza con le regole europee, non si può assolutamente attenuare la tensione riformatrice. Nessuno può chiedere a questo governo, nessuno può chiedere di diluire lo sforzo o spalmarlo sui cinque anni». E sul governo, sulla sua forza, Veltroni è ottimista: «Penso che ci sono tante persone, non dico partiti, che vivono con malessere l´appartenenza alla Cdl; ad esempio tanti cattolici. Mi auguro dunque che la maggioranza possa trovare nuova espansione, puntando soprattutto sul risanamento finanziario e la politica estera». Il risanamento è sacrosanto, dice il sindaco di Roma, purché si tenga conto delle esigenze dei Comuni, purché il sostegno alla ripresa si accompagni alle esigenze di equità sociale». E´ la tecnica di Veltroni, peso e contrappeso, molti «tavoli di concertazione», come nella gestione di Roma: «Devi dare alla gente obiettivi e valori. Adesso bisogna raccogliere le energie e parlare ai quei quattro milioni delle primarie. Se ci riusciremo cambierà il futuro di questo Paese».

Repubblica 4.9.06
Francia, appello ai giovani
L'anatema di Sarkozy "Il Sessantotto da cancellare"
"I giovani di oggi pagano il conto"
figli viziati La verità è che gli studenti del Maggio erano i figli viziati di trent'anni di benessere che volevano vivere senza costrizioni
di Anais Ginori


PARIGI - Contro il Sessantotto, contro la sinistra che ha tradito i suoi padri, contro il modello francese che ha paralizzato la società. La campagna elettorale di Nicolas Sarkozy è cominciata, con otto mesi di anticipo e con i fuochi di artificio. Mentre la sinistra fatica a trovare un candidato che metta tutti d´accordo, il ministro dell´Interno gioca d´anticipo. In un´ora di discorso davanti ai giovani militanti dell´Ump (Union pour un Mouvement Populaire) ha accusato la generazione della fantasia al potere di aver provocato una «inversione dei valori e creato un pensiero unico di cui i giovani di oggi sono le prime vittime». E non si è accontentato. Ha aggiunto anche un attacco al Partito socialista, «reo» di aver tradito i padri fondatori della sinistra francese, come Jean Jaurès e Leon Blum. E poi ha annunciato rivoluzioni in tutti i campi, dal lavoro alla cultura, confermandosi come l´uomo della «rottura» con la tradizionale destra gollista e la sua idea di Francia.
Con il suo modo di parlare franco e diretto - così diverso da gran parte dell´establishment politico - ha snocciolato un elenco interminabile di proposte (ha ripetuto per sessantaquattro volte «Io propongo»). Elogiando il coraggio dei giovani che hanno fondato la Francia (dalla Rivoluzione francese, alle guerre del Novecento, alla Resistenza) ha poi lanciato un attacco frontale agli enfants del maggio 1968. «La verità - ha detto Sarkozy - è che gli studenti del maggio ‘68 erano i figli viziati di trent´anni di benessere. Voi siete i figli della crisi - ha continuato rivolgendosi ai giovani militanti - Loro vivevano senza costrizioni e oggi siete voi a pagare il conto». Quella del ‘68 è stata una generazione che ha bloccato il cambiamento, creando il mito dell´eterno giovanilismo. «Hanno tarpato le ali delle altre generazioni» ha concluso.
Dopo qualche mese di quiete, Nicolas Sarkozy ha reindosssato la maschera aggressiva che lo ha reso così popolare. Il suo è stato un discorso programmatico, quasi l´ufficializzazione della propria candidatura, che in realtà sarà votata dal suo partito soltanto a gennaio. Tra le altre cose, l´attuale ministro dell´Interno ha promesso di fare diminuire la disoccupazione al 5% in cinque anni (oggi è pari all´8,9%), di riformare il sistema scolastico, e introdurre il servizio civile obbligatorio. Ha dimostrato di voler appropriarsi di temi cari alla sinistra come l´ambientalismo («Una questione troppo importante per lasciarla in mano ai Verdi») o il lavoro («E´ un valore fondamentale anche per la destra»).
Applausi, ovazioni e cori da stadio, «Nicolas president». In prima fila, Cecilia Sarkozy, la moglie tornata all´ovile. Il leader della destra francese è rimasto senza più rivali. Le ambizioni del primo ministro Dominique de Villepin, delfino designato del presidente Jacques Chirac, sono naufragate negli ultimi mesi con le crisi sociali delle banlieues e le manifestazioni degli studenti contro il contratto di primo impiego. Secondo un ultimo sondaggio, l´80% dei militanti di destra è con Sarkozy e il 45% dei francesi sarebbe pronto a eleggerlo presidente della Repubblica nell´aprile 2007..

Repubblica 4.9.06
La risposta di Cohn-Bendit "Così fa vincere Ségolène"
l´intervista
"Vuole emozionare la provincia, identificare il ‘68 con Parigi"
di Andrea Tarquini


BERLINO - Daniel Cohn-Bendit, cosa ne pensa dell´attacco di Sarkozy al ‘68 e ai Sessantottini?
«Parte della Droite in Francia, sia politici sia intellettuali, soffre del complesso del ‘68. Una nuova generazione di sociologhi e psicologi tra qualche anno lo analizzerà, vedrà quanti bei libri. Quarant´anni dopo vengono a dirci che a causa del ‘68 la società francese ha gettato alle ortiche l´etica del lavoro e il grande slancio produttivo del gollismo? Non è possibile. Forse Sarkozy ha dimenticato di accusare i sessantottini per i problemi che ha avuto con sua moglie».
Il giudizio sul ‘68 diventa tema centrale della battaglia per l´Eliseo?
«Sarebbe bello. Potrei impegnarmi a fondo. Per Ségolène Royal. E divertirmi nel confronto ideologico. Ma il problema è questo: se concretamente parliamo delle conquiste del ‘68 - l´indipendenza della gente, libertà per le donne, per i gay, autonomia dei giovani, eccetera - Sarkozy non può parlare contro. Sono viste spesso come conquiste positive dalla società francese. Allora deve ricorrere a formulazioni generiche».
Sarkozy può avere successo così?
«Cerca di emozionare la provincia francese, di identificare il ‘68 con Parigi e la decadenza. Credo che faccia un errore».
Un presidente Sarkozy provocherebbe una rivolta giovanile, un nuovo ‘68?
«Non ne ho idea. Credo che non vincerà lui ma, spero, Ségolène Royal. Il problema è se il Ps capirà che lei è la chance. Contro di lei Sarkozy, anche oggi, usa gli stessi argomenti dei rivali di lei nel Ps».
Maschi conservatori od ortodossi contro una donna brava e moderna, figlia della società post-68?
«Beh, lei è giovane, figlia d´un generale, ha un´idea tradizionale della famiglia. Ma ha 4 figli e non è sposata. È molto moderna. Senza il ‘68 lei candidata all´Eliseo e madre non sposata di quattro figli non sarebbe stata un fatto possibile».