Un'Europa senza manicomi
Salute mentale. Il parlamento di Strasburgo chiede maggiori servizi, assistenza e ricerca
Superamento di ogni istituzione segregante, maggiore rispetto della dignità delle persone affette da disturbi mentali e sviluppo dei servizi di cura legati al territorio: sono queste alcune delle più rilevanti novità approvate ieri dal parlamento europeo. Il libro verde curato dalla Commissione e la discussione che esso aveva aperto si sono dunque arricchiti di un importante contributo per modificare nel profondo terapie e metodi di cura nel campo della psichiatria. Tocca ora alla stessa Commissione e ai singoli Stati dare piena attuazione alle strategie indicate nel rapporto Bowis e giungere alla realizzazione di un'Europa senza più manicomi, come con forza dall'Italia avevano chiesto le rappresentanze dei malati, delle loro famiglie, degli operatori che in questi anni di sono impegnate per affermare i fondamentali diritti delle persone con disturbi mentali.
Il Parlamento europeo chiede una profonda riforma nella strategia europea sulla salute mentale che ponga maggiormente l'accento sui problemi specifici delle donne e dei giovani. Inoltre invita a dare priorità al miglioramento dei servizi ed alla lotta contro la discriminazione subita dalle persone affette da questo tipo di malattie, sollecita la chiusura definitiva dei manicomi, il rispetto del diritto dei pazienti "ad essere o non essere curati" ed iniziative per ridurre il numero dei suicidi.
In una risoluzione redatta dal deputato conservatore britannico John Bowis, l'assemblea di Strasburgo, dopo aver dato ieri il suo consenso al Libro verde presentato sul tema dalla Commissione Ue, invita innanzi tutto le istituzioni europee a battersi per garantire ai malati un'assistenza di qualità, in famiglia o in centri protetti, mettendo fine a lunghi ricoveri nei manicomi che "possono portare al prolungamento e all'aggravarsi della patologia psichica e al rafforzamento della stigmatizzazione e emarginazione sociale".
In Europa, una persona su quattro è affetta da patologie mentali gravi almeno una volta nel corso della vita e, ogni anno, 18,4 milioni di persone fra i 18 e i 65 anni sono colpiti da forme gravi di depressione.
Pur compiacendosi del fatto che la strategia della Commissione attribuisca la priorità ai bambini, ai lavoratori dipendenti, agli anziani e alle persone svantaggiate, i deputati ritengono che la dimensione di genere non sia stata tenuta in debito conto e pertanto propongono che essa sia sistematicamente inserita nelle misure proposte per promuovere la salute mentale, nelle azioni preventive e nella ricerca. Considerano infatti che "esiste une chiara dimensione di genere nel campo della salute mentale", in particolare per quanto riguarda i disordini alimentari, le malattie neurodegenerative, la schizofrenia, i disturbi dell'umore, l'ansia, il panico, la depressione, l'abuso di alcol e di altri agenti psicoattivi, nonché per quanto riguarda i suicidi e la delinquenza, "settori che postulano una ricerca più sistematica".
Considerando poi che, ogni anno, nell'Unione europea circa 58.000 persone si suicidano, l'assemblea di Strasburgo invita agli stati membri a cooperare per mettere a punto e applicare strategie efficaci volte a ridurre il numero dei suicidi, in particolare fra i giovani e altri gruppi a rischio.
Per gli europarlamentari, le persone colpite da patologie mentali devono essere curate e assistite con dignità e umanità. I servizi di cura e di assistenza medica devono quindi essere efficaci, di elevata qualità e accessibili a tutti e va garantito il loro carattere universalistico.
Il Parlamento, infine, sottolinea che il diritto delle persone a essere curate o a non essere curate "dovrebbe essere chiaramente inteso" e ritiene che il ricorso alla forza "sia controproducente", così come la somministrazione coatta di farmaci.
ADN Kronos 6.9.06
Salute mentale: Ue - Malato un europeo su 4. Nuove regole in arrivo
Milano, 6 set . (Adnkronos Salute) - Dall'Ue nuove regole in arrivo contro i disturbi psichiatrici. In Europa una persona su quattro sperimenta almeno una volta nella vita una malattia mentale grave; ogni anno 18,4 milioni di 18-65enni vengono colpiti da depressione, e 58 mila cittadini circa si suicidano. Per promuovere prevenzione e assistenza il Parlamento europeo ha approvato oggi il Libro Verde della Commissione sulla salute mentale nellUnione, elaborato su iniziativa di John Bowis. Gli eurodeputati chiedono però più attenzione ai problemi di donne e giovani, priorità per la lotta a stigma e discriminazione, e una riforma dei servizi affinché si basino su un'assistenza di qualità, in famiglia o in centri protetti, con controlli e valutazioni regolari.
Il Parlamento sostiene le osservazioni della Commissione sulla deistituzionalizzazione - si legge in un comunicato da Strasburgo - perché il ricovero a lungo termine in istituti psichiatrici può prolungare e aggravare la malattia, rafforzando pregiudizi ed emarginazione. E ancora. Il Parlamento condanna il ricorso alla forza, controproducente come la somministrazione coatta di farmaci. Qualsiasi forma di ricovero in strutture con posti letto e di somministrazione coatta di farmaci deve essere limitata nel tempo e, per quanto possibile, regolarmente riveduta ed effettuata con il consenso del paziente o, in assenza di esso e in ultima istanza, con la convalida di unautorità civile. Il Parlamento esorta inoltre la Commissione a sostenere la prosecuzione di riforme ad hoc negli Stati membri che hanno abusato della psichiatria, dell'uso di medicinali, del ricovero obbligato o di pratiche disumane come letti gabbia o celle di isolamento. Infine - prosegue la nota - il Parlamento invita la Commissione a inserire la riforma della psichiatria fra i punti da esaminare nel quadro dei negoziati di adesione allUe.
Secondo il Parlamento europeo, dunque, le persone colpite da malattie mentali vanno curate e assistite con dignità e umanità. I servizi devono perciò essere efficaci e accessibili a tutti; al personale sanitario incaricato va assicurata una formazione continua, ed è necessario un approccio a sportello unico per i servizi sanitari, sociali, di alloggio, di formazione e di trasporto. Da Strasburgo arriva inoltre l'invito a riflettere sul miglior modo di avvalersi degli strumenti comunitari disponibili, quali il VII programma quadro per la ricerca.
I deputati dellEuroparlamento ritengono che il Libro Verde non tenga in debito conto la dimensione di genere che esiste nel campo della salute mentale, specie per quanto riguarda i disordini alimentari, le malattie neurodegenerative, la schizofrenia, i disturbi dell'umore, l'ansia, il panico, la depressione, l'abuso di alcol e di altre sostanze psicoattive, i suicidi e la delinquenza. In altre parole, il Parlamento evidenzia la necessità di ricerche sulle variazioni comprovate nelle strutture e nell'attività del cervello di uomini e donne, al fine di mettere a punto approcci e cure differenti per i due sessi nel campo della salute mentale.
I deputati invitano poi ad affrontare in modo interdisciplinare i problemi relativi all'assistenza di bambini o adolescenti con disturbi dello sviluppo, comportamentali o della nutrizione. Il Parlamento rileva che la diffusione di modelli estetici socialmente definiti incide sulla salute mentale e sul benessere di ragazze e donne, con un aumentato rischio di disordini alimentari, e sostiene l'avvio del progetto di Igiene mentale del bambino e dell'adolescente in un'Europa ampliata.
L'assemblea di Strasburgo suggerisce di attribuire carattere prioritario anche all'assistenza di categorie deboli quali le persone con gravi patologie mentali, i malati cronici o terminali, i disabili, i detenuti, le minoranze etniche, le persone senza fissa dimora, i migranti, i lavoratori precari e i disoccupati. Gli eurodeputati chiedono che i datori di lavoro introducano politiche di salute mentale sui posti di lavoro, e che qualsiasi strategia futura attribuisca la priorità alla lotta per sconfiggere lo stigma. Ad esempio organizzando campagne annuali per combattere l'ignoranza e l'ingiustizia che portano all'emarginazione sociale dei pazienti. Per migliorare le loro condizioni, in conclusione, per il Parlamento occorre garantire ai malati basilari diritti sociali e civili: diritto alla casa, al sostegno economico a chi non può lavorare, al matrimonio e alla gestione del proprio patrimonio.
(Red-Opa/Adnkronos Salute)
l’Unità 7.9.06
La nuova famiglia: siamo tutti genitori?
di Manuela Trinci
MENTRE il nucleo familiare tradizionale è attraversato da profondi cambiamenti l’idea di condividere la responsabilità parentale può essere una risposta ai problemi e alla solitudine propri della società moderna
Il trionfo borghese della privacy ha comportato una divisione netta tra il familiare e l’extrafamiliare, tra i valori di tenerezza, confidenza, solidarietà della nicchia privata e la prevaricazione, l’anonimia, l’indifferenza della sfera pubblica.
I genitori, è opportuno ri-dirselo, non sono soltanto tali. Oltre che della famiglia fanno parte della società e molti problemi che oltrepassano le mura domestiche, sono epocali: la disoccupazione, la carenza di alloggi, la mancanza di iniziative, la difficoltà di affrontare la relazione con l’altro sesso, il rapporto conflittuale con il proprio corpo (anoressia e bulimia) costituiscono motivi di crisi in tutto il mondo occidentale. Se li chiudiamo nel privato rischiamo soltanto di farli implodere.
I media stessi tendono a ridurre ogni malessere e conflitto alla dimensione intimistica, ai rapporti interpersonali, per cui sembra che basti parlare, non importa dove, come e con chi (preferibilmente sotto i riflettori) perché tutto si risolva. La chiacchiera dei cosiddetti «esperti» è spesso fuorviante perché non fornisce veramente gli strumenti per comprendere e giudicare.
Lo slogan degli anni ’70: «Il privato è politico» e i conseguenti tentativi di riformulare il rapporto pubblico-privato sono stati travolti da nuove tendenze. Tra queste, l’invecchiamento della popolazione, il declino della fecondità, la questione dell’immigrazione. Fenomeni che hanno suscitato e che suscitano sentimenti contrastanti, ad alto tasso di emotività. «Siamo pochi», «siamo vecchi», «siamo invasi dagli stranieri» sono constatazioni stereotipate, luoghi comuni, poco disponibili al confronto e alla critica e perciò facilmente manipolabili ideologicamente. La reazione più immediata è quella di chiudersi a riccio nel privato, di alzare sempre nuove barriere protettive nei confronti di un mondo che spaventa. Ne sono vittime soprattutto i bambini che, per crescere, hanno invece bisogno di affrontare ciò che sta oltre le mura domestiche. Se escono di casa è sempre in compagnia di un adulto e per recarsi in luoghi protetti, dove svolgono attività già organizzate, secondo modi programmati e sotto l’occhio vigile e attento di un educatore. La paura del traffico, dello smog, del ladro, del pedofilo ha desertificato le nostre strade.
Sinora la responsabilità dei più piccoli è stata unico appannaggio della famiglia, della scuola e delle figure professionali socialmente delegate a questo compito. Ma per quanto si infittiscano le presenze e le competenze, vi saranno sempre delle smagliature del tessuto sociale. Per questo è importante prevedere un’educazione permanente alla responsabilità, vale a dire alla disponibilità all’accoglienza dell’altro, pur nel rispetto della sua alterità.
La comunità tradizionale, come abbiamo visto, non esiste più ma può essere evocata come un’utopia di convivenza, basata sulla sicurezza, la fiducia, l’identità collettiva. Ognuno di noi possiede una dimensione intima, privata, un sé segreto che non può però sottrarsi completamente all’esposizione all’altro. La comunità utopica prevede al tempo stesso l’ospitalità e il rispetto, l’elaborazione di un modello di umanità condiviso e la molteplicità di percorsi di autorealizzazione.
I periodi di crisi potrebbero essere più facilmente affrontati se non vi fosse l’abbandono che sinora contraddistingue le giovani coppie che, oltre alle famiglie d’origine, non hanno spesso alcun altro punto di riferimento. Senza contare l’isolamento in cui si trovano i nuclei familiari di immigrati, sradicati dal paese d’origine e senza trovare da noi vera ospitalità.
Le politiche di sostegno alla famiglia costituiscono la risposta a un reale problema sociale ma credo che lo sguardo vada esteso a tutta la società, superando, per quanto possibile, la contrapposizione pubblico-privato. In tal modo il disagio sociale, quello dei figli in particolare, può essere forse prevenuto o per lo meno attutito.
D’altra parte, la difesa ad oltranza della famiglia tradizionale, ottenuta con proibizioni e incentivazioni, è troppo rigida per contenere le spinte innovative che pur esistono all’interno dei processi di disgregazione. Tra il negare il valore della famiglia e il pietrificarla in un blasone, vi è una strada più difficile, che consiste nel riconoscimento e nella valorizzazione di una vasta, complessa, ramificata, capillare rete di relazioni reciproche che consenta a ciascuno di «scrivere la propria storia» senza dimenticare che, della nostra storia, fanno parte le storie altrui per cui la realizzazione di sé è inscindibilmente connessa alla realizzazione dell’altro. Si prospetta qui un rapporto di responsabilizzazione reciproca che, nei confronti dei più giovani, assume la forma della genitorialità diffusa.
Una proposta, tutta da discutere, consiste appunto nell’estensione e condivisione pubblica della genitorialità privata. Protagonista di questo progetto può essere ogni adulto, inteso come cittadino, così come ogni famiglia, in quanto soggetto sociale. Le due possibilità non sono in contrasto in quanto chi ha assunto un’ottica parentale porterà nella sua famiglia questa disponibilità, evitando di far coincidere la genitorialità con la generatività. In questa prospettiva il tema della genitorialità diffusa si propone come un incentivo a pensare, come un modo di transitare dall’individualismo narcisistico a forme comunitarie di vita e di progettualità che ci insegnino a vivere bene, coniugando eguaglianza e differenza. Il movimento non è di per se stesso una garanzia di positività: può rappresentare infatti tanto una spinta emancipatoria e progressista quanto una forma di ripiegamento su forme di aggregazione prepolitiche, una sorta di regressione spontaneistica in un momento di crisi dello stato e delle istituzioni pubbliche. In ogni caso è utile riflettere su queste proposte, sulle motivazioni che le animano, sulle difficoltà che incontrano. In un’epoca in cui la storia sembra essersi fermata, ogni germe di progettualità sociale merita attenzione.
Un’obiezione che si può porre alla proposta di diffondere la disponibilità e la competenza genitoriale è che la famiglia sta attraversando anni particolarmente travagliati ma proprio la situazione di crisi richiede di tentare riformulazioni nuove del più antico aggregato umano. Le analisi psicologiche del malessere familiare concordano su di un unico dato: esiste una correlazione strettissima tra l’isolamento della famiglia e il suo disagio. Perciò l’apertura delle poche o tante risorse familiari alla comunità circostante non servono soltanto agli altri ma aiutano la famiglia stessa a risolvere i propri problemi.
Aristotele sosteneva che «la famiglia è il luogo della tragedia». Che cosa intendeva dire? Che tutte le nostre più grandi passioni - l’amore, l’odio, l’invidia, la gelosia, la paura e la speranza - albergano nel nostro cuore e si rappresentano prima di tutto all’interno del contesto familiare, nell’ambiente in cui sono più forti i vincoli di interdipendenza. Se la famiglia si rinserra, barrica porte e finestre che danno sul mondo, le forze passionali che la abitano finiranno con l’implodere e con trascinare i suoi membri nel conflitto dichiarato o nel rancore freddo. In ogni caso la famiglia è un sistema energetico che, per sopravvivere e funzionare, deve restare aperto allo scambio, al confronto, che deve potersi modificare col passare del tempo. Eppure sono proprio le famiglie che più avrebbero bisogno di cambiare quelle che, spaventate dalla propria fragilità, si oppongono a ogni trasformazione.
Benché sembri un progetto piccolo piccolo, la genitorialità condivisa si colloca in quella dimensione di escatologia secolarizzata che, teorizzata da S. Agostino, è stata poi ripresa, in modi diversi, da tutti gli utopisti. Il suo modello ideale prevede il superamento della proprietà privata, dei privilegi accordati ai legami di sangue, dei ruoli precodificati, la possibilità per tutti di realizzare le proprie potenzialità. Nel frattempo, tra l’ideale realizzato e l’individualismo imperante, si possono identificare percorsi parziali, che apportino nella realtà segmenti di socialità diversa, elementi di una morale nuova. Perché, se è vero che ogni periodo storico conosce una sfida determinante: quella morale è la nostra.
l’Unità 7.9.06
Parla la ragazza rapita per 8 anni: credevo di impazzire
La tv austriaca intervista Natascha Kampusch
di Marina Mastroluca
«HO CREDUTO DI IMPAZZIRE». I capelli biondi sfuggono dal foulard lilla che li copre, un’astuzia che le hanno suggerito per non svelare del tutto il suo aspetto. Natascha Kampusch se lo aggiusta ogni tanto, ma non sembra troppo preoccupata di na-
scondersi. L’ha già fatto troppe volte e per troppo tempo, prigioniera di Wolfgang Priklopil, l’uomo che l’ha rapita a 10 anni, infilandola in un ripostiglio nascosto sotto al garage, in un quartiere tranquillo alle porte di Vienna. Al buio e senza cibo, quando gli sembrava che lei sfuggisse alla sua volontà di dominio. «Ho sofferto di claustrofobia e ho battuto contro le mura della cella con i pugni e con bottiglie di acqua minerale - ha raccontato -. Ho creduto di impazzire».
Ma il suo aguzzino non l’ha domata, è evidente nello sguardo azzurro e sorridente che Natascha infila nelle telecamere: intervista esclusiva sul canale pubblico austriaco Orf 2, nell’ora di massimo ascolto, i diritti venduti alle tv di una sfilza di Paesi stranieri (in Italia La7 che stasera propone uno speciale) i soldi destinati a lei: così spiega il suo portavoce, Dieter Ecker, che ha trattato con stampa e tv, contro il parere del padre e anche degli psicologi.
Eccola Natascha, una bella ragazza che gesticola con le mani magre e ogni tanto chiede conferma a qualcuno fuori campo, sui suoi primi passi da persona libera. «Sono andata a prendere un gelato in incognito. Era meraviglioso sorridere a tutta la gente. Nessuno mi ha riconosciuto», racconta, quasi un’avventura per lei che ha vissuto otto anni segregata e con la sola alternativa tra la solitudine assoluta e la compagnia del suo carceriere. Quando Christoph Feuerstein, il giornalista che per anni ha seguito la vicenda del suo sequestro e che finalmente l’ha intervistata ormai diciottenne, le chiede di chi si fidi, Natascha elenca il nome degli psicologi che la stanno seguendo, la famiglia. «Ma soprattutto me stessa».
È quello che ha dovuto spiegare un po’ a tutti, ora che è tornata a galla. «È davvero difficile - ha raccontato - tutti vogliono in un certo modo influenzarmi. Le prime notti hanno tentato di farmi dormire. Non volevano capire perché alle 4 del mattino sono già sveglia e solo verso le 11 vado a dormire». Non volevano capire che era abituata a cavarsela da sola, come da sola ha tenuto testa al suo sequestratore. Di lui, lo ha detto al settimanale News andato a ruba ieri nelle edicole austriache, non vuole parlare, ora che è morto suicida subito dopo la sua fuga: «Non può difendersi». Ma pietà davvero non ne ha, non ne mostra: «Ho sognato di staccargli la testa, se avessi posseduto un'ascia».
Lucida, intelligente. Sa di essere stata la più forte, nella strana partita che ha dovuto giocare per forza. «Io ero cresciuta in una famiglia circondata da affetto, mentre lui no». Lui «labile e paranoico», lui a cui «mancava la sicurezza in se stesso». Lui che non si fidava di nessuno e che - questo Natascha ha raccontato a News - le aveva promesso una strage se lei fosse fuggita.
A questo pensava quando ha cominciato a correre, aprendo la porta della sua prigione sulla strada dove i primi passanti a cui ha chiesto aiuto hanno tirato dritto. E intanto, anche in preda al panico, rivedeva il film della sua fuga immaginata tante volte, nella consapevolezza che uno sbaglio sarebbe stato fatale.
Fatti i conti, la testimonianza della sua assurda prigionia potrà valere un mezzo milione di euro, quanto basta per trovarsi una casa, studiare, pensare al futuro. Lei vorrebbe fare una crociera con la madre - «nessun problema con i miei genitori» - e poi studiare, per fare la psicologa, la giornalista, forse l’attrice. Occuparsi della fame in Africa e aiutare le ragazze rapite e stuprate in Messico. I soldi delle interviste serviranno anche a questo. A dimenticare quando «mi sentivo come un pollo in batteria e mi chiedevo: ”Perché proprio a me tra milioni di persone?”».
l’Unità 7.9.06
Pochi diritti, molti abusi per 95 milioni di emigrate
Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione mondiale. Donne il 50% dei migranti. «Servono tutele di genere»
di ma.m.
Sono 95 milioni, eppure quasi invisibili. Metà dell’immigrazione mondiale (49,6%) è al femminile: per lo più donne che sostituiscono il lavoro di altre donne nei paesi avanzati, in ambito domestico o nella cura della famiglia. Avviene in Europa e in Oceania, dove le donne immigrate sono più degli uomini già dal 2000. E anche in Asia i flussi di immigrazione sono sempre più femminili: donne che si spostano dove c’è più lavoro, varcando il confine spinte dalla fame per finire in nuove povertà e in uno sfruttamento molto prossimo alla schiavitù. Donne e bambine, anche, che finiscono preda dei «ladri di sogni», gonfiando il fiume inarrestabile della tratta di essere umani: ogni anno 600-800.000 persone finiscono nelle reti dello sfruttamento sessuale, per l’80 per cento sono donne e ragazze.
Punta l’obiettivo sulle migranti il rapporto annuale dell’Unfpa, Fondo dell’Onu per la popolazione, presentato ieri a Roma e in altre sei capitali, in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata alla migrazione internazionale (in programma a New York il 14 e il 15 settembre prossimi). Un ingrandimento necessario, perché come ha spiegato Daniela Colombo, presidente dell’Aidos, che ha curato l’edizione italiana del rapporto (scaricabile dal sito www.aidos.it), le migranti «corrono rischi di sfruttamento particolari»: perché emigrate appunto e perché donne. Nessun paese europeo, per inciso, ha ancora ratificato la Convenzione Onu sui diritti dei migranti del ‘90, come ha notato Carlo Reitano dell’Unfpa. E di rado le politiche sull’immigrazione tengono conto delle differenze di genere.
Il primo livello di sfruttamento è naturalmente quello sessuale, ma non è il solo. Nel mondo si calcola che ci siano 12 milioni di persone costrette al lavoro forzato in diversi settori, compreso l’ambito familiare dove la natura privata del lavoro espone le donne al rischio di abusi - sono solo 19 sui 65 paesi esaminati ad avere leggi e regolamenti specifici sul lavoro domestico. Il 56% delle vittime dello sfruttamento economico forzato sono donne o bambine, una percentuale che sale al 98% quando si parla di schiavitù sessuale. Il traffico di esseri umani produce profitti per una cifra annua che può arrivare ai 44 miliardi di dollari.
Altra emergenza legata all’emigrazione è la fuga di cervelli. Nel caso delle donne è soprattutto fuga di medici e infermiere. «Ci sono più medici del Malawi nella città inglese di Manchester che nel Malawi», afferma il rapporto. Nel 2003, l’85% delle infermiere filippine era impiegato all’estero. Un doppio impoverimento per paesi già poveri. Se le cose però funzionano, le migranti sono un potente fattore di sviluppo per i paesi d’origine, in termini di disponibilità di denaro e di saperi acquisiti all’estero. Le donne inviano una grossa fetta di quei 232 miliardi di dollari che rappresentano l’ammontare globale delle rimesse e tendono a spendere soprattutto per assistenza sanitaria e istruzione. Gli uomini al contrario sono più inclini a comprare auto, elettrodomestici o terreni e case.