domenica 26 febbraio 2006

Liberazione, 23.02.06
“Liberazione”
Sessualità e realtà umana
Simona, Roma


Caro Sansonetti, la settimana scorsa leggendo l’articolo di Vladimir Luxuria intitolato “Noi transgender non siamo contronatura; vi racconto di chiocciole, iene e galline”, per poco non ho avuto un mancamento! Mi dico, ma come si fa a paragonare la sessualità dell’uomo a quella della gallina, come si può essere così miopi da non vedere la ricchezza e la complessità della realtà umana, fatta non solo di biologia ma anche di pensiero, affetti, creatività, immagini? Poi oggi ho comprato “Liberazione”, ed è stata per me una boccata di ossigeno trovare il bell’articolo di Lidia Menapace. Qui, con mio grande sollievo, viene affermato con estrema chiarezza che uomo ed animale non sono uguali; nonostante l’unione dei genitali sia simile all’accoppiamento animale, la sessualità umana è qualcosa di completamente diverso. Adesso sì, questa impostazione di pensiero mi piace, e penso sia assolutamente giusto ribellarsi a Ratzinger che ci vorrebbe ridurre a bestiame da riproduzione. Ma non mi basta. Voglio cercare di capire quale è, dov’è questa differenza dell’umano che va oltre il funzionamento del corpo. Continuo a leggere l’articolo della Menapace, e tra i tanti termini che la giornalista utilizza due mi hanno colpito in particolar modo; piacere e desiderio. Sembrano simili, ma in realtà credo che abbiano un significato completamente diverso... Non so, penso che ci sia ancora molta confusione, molta nebbia che può essere diradata solo se continuiamo questa ricerca; mi sembra l’unica strada da percorrere se vogliamo costruire una politica di sinistra veramente nuova, che tenga conto del benessere non solo materiale di uomini e donne. Un saluto affettuoso
Simona, Roma

Sì, va bene, Simona, è giusto continuare la ricerca. Però guarda che l’articolo di Vladimir era pieno di ironia. Serviva solo a contrastare una parola usata in genere a mo’ di clava dagli omofobi: “contronatura”. Cioè “pervertito”. Cioè “malvagio”. Un saluto affettuoso anche a te. (p. s.)











Liberazione, 22.02.06
Sesso per piacere non per natura
Lidia Menapace


Se si vuole essere attenti a quanto dice Ratzinger, anzi in questo caso papa Benedetto XVI (perché parla in quanto papa e non in quanto re assoluto dello stato della città del Vaticano) e ci si domanda: che cosa è una sessualità “secondo natura”? Per rispondere in modo da non ricominciare a dire che l’omosessualità è una perversione o una malattia, tesi ambedue respinte dalla scienza e anche dall’Oms, per poco che si sappia che cosa è natura, si può dire che sessualità secondo natura è un genere di rapporto tra organismi di diverso genere che riproduce la specie. Questa definizione vale per tutti i viventi, ha specificità per le varie forme della vita ecc. Comunque, se ci fermiamo ai mammiferi (stranamente definiti al maschile, anche se mammelle utili le hanno solo le femmine mammifere, appunto) è un rapporto tra un mammifero e una mammifera attraverso gli organi genitali.

Gli Umani tra tutti i mammiferi (per quanto ne sappiamo) si riproducono così, anche se hanno perso circa diecimila anni fa un indicatore“naturale” specifico della riproduzione cioè l’estro delle femmine: non è stata una diabolica invenzione di scienziati cattivi, nemmeno una malizia di noi femministe, bensì, a quanto se ne sa, un evento “naturale”. Da quando comunque le femmine umane non hanno più l’estro, nella specie umana la riproduzione non è più governata dall’istinto e dal fatto che la femmina quando è feconda emette odori suoni movenze ecc. che eccitano i maschi della stessa specie (che in ogni altro momento lasciano tranquille le femmine e non si accorgono nemmeno di loro). Nella specie umana quel segnale non c’è più e il rapporto sessuale può esercitarsi in ogni momento, per “natura”. Ciò significa che nella specie umana la sessualità non è mai o non più da circa diecimila anni una attività appoggiata a “leggi” naturali, come sarebbe la gravità, bensì una attività libera. Essa continua a rispondere all’imperativo di riprodurre la specie, ma questo non è né il solo né il suo principale fine, dato che non vi è più obbligo biologico bensì scelta gusto desiderio piacere anche nel mettere al mondo bambini e bambine. Nella specie umana la sessualità attiene al piacere e alla sua sperirmentazione, che la Bibbia chiama “conoscenza”. Si ricorderà che Maria all’angelo che le dice che avrà un figlio non risponde: «Non sono mai stata a letto con nessuno», ma invece di usare l'eufemismo del letto usa quello molto profondo «non conosco l’uomo».

Il piacere che è legato al rapporto tra sessi (in qualsiasi forma libera) è una importantissima componente degli esseri umani e delle essere umane e ha prodotto sessualità sensualità desiderio passione erotismo amicizia amicizia amorosa, una serie infinita di affettività e di relazioni non offensive né legate solo all’utile.

Il massimo frutto del piacere senza altri fini è l’arte, che non ci sarebbe se tra gli umani la sessualità fosse ancora “naturale” come se la immagina Benedetto XVI, cioè come quella tra animali: violento scontro tra maschi che competono per accaparrarsi il maggior numero di femmine feconde. Non vi sembra che guerra e competizione economica assomiglino molto a tale sessualità e questo spieghi l’alleanza tra capitalismo e patriarcato? Arrivano parole selvagge dalle sedi del potere religioso assoluto (che non ha niente a che fare con la fede sincera, beninteso) arcaiche, indegne di ascolto. Naturalmente pericolose, e da rifiutare con secco piacere.









Liberazione, 21.02.06
Uomo, donna e ordine “naturale”.
Il Vaticano usa la differenza per attaccare i gay
Angela Azzaro


L’istituto “Giovanni Paolo II per la famiglia” ha organizzato un seminario che fa ulteriore chiarezza sulle basi ideologiche e sugli obiettivi politici della crociata vaticana contro gay, lesbiche, transgender, contro gli uomini e le donne etero che non si riconosco più nei ruoli tradizionali. L’incontro, che dura fino a venerdì, ha l’intento esplicito di «oltrepassare l’ideologia gay» per sostenere che «l’omosessualità è un’alterazione dell’identità sessuale», «una perturbazione della personalità, che dipende dai conflitti intrapsichici non risolti». Il termine malattia viene evitato, ma la condanna del desiderio omosessuale è altrettanto forte. Ne deriva la negazione di una cittadinanza piena, a partire dal no sui Pacs che condiziona le posizioni e le scelte della politica italiana.

Ma qual è la base ideologica che muove il ragionamento di studiosi, psicoanalisti, teologi, che in questi giorni si trovano riuniti per il seminario rivolto agli operatori pastorali? La base di discussione è la Lettera ai vescovi dell’allora cardinale Ratzinger “sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, in cui c’è una forte affermazione della differenza tra i sessi. Nell’estate del 2004, appena resa nota, fu al centro di un dibattito, anche molto aspro, dentro il femminismo. C’era chi, rallegrandosene, sosteneva che finalmente Ratzinger riconosceva l’importanza del pensiero della differenza sessuale. Si trattava, cioè, di una grande apertura culturale e politica. Molte affermavano il contrario: il tentativo era quello di riproporre i ruoli tradizionali, un’idea del femminile e del maschile legata alla biologia, che schiaccia le donne sull’identità di madre, moglie, figlia. La Lettera pastorale dell’attuale papa era cioè l’esplicazione di un’idea delle identità sessuali basata su un presunto ordine naturale di cui dio e la chiesa si farebbero difensori.

Oggi quel documento e quell’ordine cosiddetto naturale viene ripreso per attaccare il desiderio omosessuale, per dire che è un perturbamento della personalità, per spiegare che chi ama una persona dello stesso sesso o non si riconosce in un solo genere ha problemi. E quindi non ha diritti.

Sarebbero affermazioni ridicole, catalogabili come residuali rispetto alla libertà con cui tante persone vivono oggi la loro sessualità. Sono, però, pericolose perché dettano l’agenda politica italiana, rischiano di riportare indietro le conquiste ottenute, continuano a formare il senso comune. Resta il problema di come contrastare questa tendenza. Oltre a garantire a tutti e tutte una piena cittadinanza, qualsiasi sia l’identità o l’orientamento sessuale, c’è un passaggio da fare che viene prima. E’ il passaggio più difficile: mettere in discussione un’ideologia basata su un ordine naturale che è invece culturale e che è servito storicamente ad affermare un unico modello di sessualità e di relazioni, quello della famiglia tradizionale, cioè patriarcale. E’ uno sforzo che riguarda in primo luogo noi. E’ una domanda che interroga il dibattito nel femminismo e il ruolo che ha avuto in Italia il pensiero della differenza sessuale. E’ una domanda che la sinistra non può evitare: pena l’essere in balia del Vaticano e della sua morale che riporta indietro di un secolo.










Liberazione, 20.02.06
Violenza sulle donne. Il corpo di Maria
di Ritanna Armeni


Una svista? Un errore? Una smagliatura in un sistema giuridico e culturale oramai contrario alla violenza sulle donne? Possiamo dire questo dopo le decine di prese di posizione nei confronti della sentenza della terza sezione penale della Cassazione che definisce meno grave lo stupro di una ragazzina di 14 anni da parte del suo patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali? Certo non è da sottovalutare ed è sicuramente positiva questa levata di scudi dell’opinione pubblica nei confronti di una sentenza così evidentemente ingiusta, così indiscutibilmente maschile, così priva di comprensione e di pietà nei confronti di una vittima di violenza. Ma viene da chiedersi se questa sentenza va semplicemente considerata una svista che poco ha a che fare con quel sistema sociale, giuridico e politico che oggi diffonde a piene mani così tanto stupore e indignazione. Perché - questo è il dubbio - forse non è così. Questa sentenza appare “un segno dei tempi”, l’indizio preoccupante di un umore profondo e diffuso, di valori maschili sempre presenti, di una convinzione che è difficile estirpare, l’espressione visibile di convinzioni che ancora guidano la società.
La convinzione è quella - antica quanto il mondo - secondo cui corpo di una donna è un oggetto da usare. E l’oggetto - ovviamente - se è vecchio, se è stato già usato, ha minor valore. Oggi l’opinione pubblica si concentra sul quel “minor valore” che viene dato al corpo di Maria, 14 anni, stuprata da un patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali. Ma esso - va sottolineato - è la conseguenza logica e necessaria del fatto che esso è solo “un oggetto”.
Se è così, è doveroso e legittimo chiedersi se questa società, l’insieme di relazioni e di valori che la guida e che oggi protesta contro l’ingiustizia perpetrata ai danni di Maria, ha davvero cancellato l’idea alla quale il femminismo si è ribellato, del corpo della donna come puro oggetto e strumento del piacere e del potere degli uomini.
Direi di no. A rischio di apparire provocatoria direi che a dimostrarlo c’è la storia di questi ultimi anni e almeno due fatti politici. L’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e l’attacco alla libera scelta di abortire sancita 25 anni fa dall’approvazione della legge 194.
Perché, nel primo caso - giova ricordarlo - si è deciso che il corpo della donna che vuole diventare madre sia sottoposto ad un insieme di controlli e di regole che ricordano come esso non possa essere che lo strumento, il luogo fisico nel quale “altri” esercitano il potere della prosecuzione della specie. Nel secondo, a fianco di una più che condivisibile affermazione del valore della vita, si è manifestata con forza una battaglia tutta ideologica e tesa alla colpevolizzazione della donna che si è riappropriata faticosamente della propria libera scelta e si è detto che questa corrisponde ad un assassinio se porta ad eliminare il frutto “non voluto” del suo ventre.
In entrambi i casi al corpo della donna è stata riconosciuta solo la possibilità di essere ricettacolo passivo, luogo della fecondazione, i cui tempi e metodi vengono decisi da altri.
Non stiamo affermando - sia ben chiaro - che c’è un legame diretto fra quella sentenza e questi due fatti politici. Stiamo solo dicendo che quella sentenza non è una stranezza, la stravagante affermazione di una cultura arretrata che ci riporta a tempi in cui esisteva il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e lo stupro era un reato contro la morale. Essa vive purtroppo in una nuova e moderna “oggettualizzazione” del corpo femminile. In una temperie culturale in cui le conquiste delle donne sono messe in discussione e in cui i ritorni indietro sono sempre in agguato. Questa moderna oggettualizzazione e questa temperie culturale revanscista va combattuta tutta. Nelle leggi, nelle sentenze e nei comportamenti.









Corriere della Sera, 19.02.06
Secondo la rivista «New Scientist» è meglio delle anfetamine
Ecco la pillola che cancella la stanchezza
Negli Usa ha conquistato il mercato. Chi la prende riesce a non dormire per 48 ore di fila. Ma i medici accusano: è pericolosa


Quarantott’ore di non-sonno filate. E senza neanche sentirsi un po’ stanchi. Si può. Artificialmente certo. Ma è possibile. Un sogno per chi considera il dormire uno spreco di tempo, la soluzione ideale per chi vorrebbe una giornata lunghissima, senza fine. Basta una pillola. Si chiama modafinil ed è capace di dimezzare il bisogno di sonno.
INSOSTITUIBILE - Lanciata nel ’98 negli Stati Uniti, per moltissimi americani è diventata insostituibile. Basti pensare che il fatturato delle vendite è passato dai 25 milioni di dollari del ’99 ai 575 milioni nel 2005. Un fenomeno di cui si è accorto il settimanale scientifico Usa New Scientist che al modafinil ha dedicato la copertina e un lungo articolo. «Il modafinil è il simbolo di un nuovo stile di vita che promette di fare per il sonno quello che la pillola contraccettiva fece per il sesso: da secoli gli esseri umani hanno strutturato le loro vite intorno al sonno; in un futuro molto vicino, per la prima volta adegueremo il modo di dormire al nostro stile di vita». Non solo. «Tra 10 o 20 anni - sostiene il biologo Russell Foster - saremo in grado di spegnere farmacologicamente il sonno», arrivando a stare svegli per 22 ore al giorno e a dormirne solo due. Il tutto, assicurano gli esperti, senza effetti collaterali: «Al massimo un mal di testa», sostiene Jeffrey Vaught, dirigente della Cephalon che produce il farmaco.
SENSAZIONE DI RIPOSO - Perché la pillola anti sonno riesce a fornire al fisico la stessa sensazione di riposo data da 8 ore di sonno. Ma è diversa da tutte quelle sostanze che si usano per mantenersi svegli come la caffeina o le anfetamine, perché, scrive New Scientist , «il modafinil ha cambiato le regole del gioco, il farmaco è quello che si può chiamare un "buon risveglio": dà una sensazione naturale di allerta e mancanza di sonno senza il potente sbalzo fisico e mentale dei precedenti stimolanti». E lascia senza debito di sonno: «Di solito, se stai sveglio per 48 ore - scrive il settimanale -, il fisico ha bisogno di almeno 16 ore per riprendersi, con il modafinil ne bastano 8». Sarà per questo che già dal 2003, i piloti dell’Air Force statunitense ne fanno uso per combattere la stanchezza.
PERICOLI - Nonostante tante rassicurazioni, i dubbi sono molti. «Non possiamo dire che il modafinil non sia stato studiato, però bisogna essere estremamente prudenti», interviene il professor Gianni Benzi, farmacologo all’università di Pavia, consulente scientifico del pm Raffaele Guariniello e rappresentante italiano all’Emea, l’Agenzia europea di valutazione del farmaco. «Questi farmaci - spiega - agiscono sul sistema nervoso centrale, sulla parte anteriore dell’ipotalamo, rilasciano dopamina, inibiscono lo stop alla noradrenalina, il tutto con effetti molto lunghi: si tratta di modificazioni così violente e durature che non mi convincono». In più, spiega Benzi, «innalzano la ricerca del piacere, cioè il soggetto che ne fa uso si sente molto bene perché agiscono sull’umore». Il che può diventare pericoloso. Secondo Benzi, il modafinil sarebbe da usare «sempre sotto stretta tutela di un medico e solo in gravissime patologie, come l’Alzheimer o la narcolessia». Il rischio è che queste pillole, conclude il farmacologo, «possano sfuggire di mano e finire nella Coca Cola dei ragazzi». Meglio farsi un bel sonno.
Claudia Voltattorni

venerdì 24 febbraio 2006

una segnalazione di Elena Canali:
http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=61821
vita.it 22.11.2005
Embrioni in adozione: i nodi della polemica
di Sara De Carli (s.decarli@vita.it)
Venerdì la decisione del Cnb: anche donne single possono adottare embrioni. Ed è di nuovo polemica

Venerdì 18 novembre il Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb) ha approvato il documento sulla adottabilità degli embrioni congelati in stato di abbandono. Due i voti contrari, quelli di Carlo Flamigni e di Mauro Barni. Il documento, "Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivata da procreazione medicalmente assistita" prevede che potranno adottare embrioni congelati in stato di abbandono anche donne single e coppie non sterili, entrambi soggetti non ammessi alla fecondazione medicalmente assistita dalla legge 40.

“L'adottabilità degli embrioni congelati e in stato di abbandono”, ha spiegato il presidente del comitato nazionale per la Bioetica Francesco D'Agostino, “non è comparabile ad una adozione ordinaria, né ad una fecondazione eterologa e nemmeno ad una gravidanza surrogata. Il principio che guida questa decisione del Cnb”, ha aggiunto, “è l'interesse per alcuni - per altri il diritto - a nascere”. Quanto all'adozione degli embrioni da parte di donne single si tratta di “una soluzione eticamente accettabile, posto che bisognerebbe dare la priorità ad una coppia; ma non possiamo escludere questa evenienza, perché il principio prioritario è la nascita dell'embrione”.

Il testo passato, scritto da D'Agostino e Lorenzo d'Avack, filosofo del diritto, riprende in larga parte le proposte sostenute da Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, per cui il principio primo da tenere fermo è l'interesse a nascere dell'embrione. Il ginecologo Falmigni, che non condivide l'equiparazione dell'embrione a persona, ha abbandonato l'aula. Flamigni spiega che “la probabilita' che un embrione scongelato nasca non supera il 10%”. E sulla sopravvivenza nel tempo degli embrioni crioconservati, Flamigni sottolinea che ad oggi non esistono evidenza scientifiche che indichino alcunché al riguardo. “C'e' un'assoluta mancanza di moderazione tra opinioni diverse da quelle oltranziste cattoliche, non c'e' traccia di atteggiamento laico, ma neppure si prende in considerazione l'opinione di molti cattolici che la pensano diversamente. Tanto da arrivare - conclude - a contraddizioni evidenti. Si arriva a conclusioni per cui anche una vedova puo' adottare un embrione”. Qualche scontento in realtà c'è anche tra i cattolici, per l'equiparazione di sposi e coppie di fatto, e la non esclusione di adattabilità da parte di donne single.

Cinzia Caporale, vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica, nonché presidente del Comitato intergovernativo di Bioetica dell'Unesco, ha dichiarato: “Come donna sono molto felice, perche' per le donne single e' uno spiraglio che si apre e dimostra anche che la bioetica non è statica, ma c'e' un'evoluzione della morale e della bioetica. Questo mi fa pensare che si potra' poi ragionare in modo piu' sereno anche su altri aspetti”. Un punto ancora controverso, ha poi aggiunto la vicepresidente del Cnb, è un passaggio che riguarda l'accertamento dello stato di abbandono. L'adottabilita' per nascita infatti ''potrebbe sottendere un'idea di un “esproprio”, laddove i genitori non vogliano farlo nascere. Su questo punto - ha concluso la vicepresidente - molti colleghi mantengono perplessita' e probabilmente ci saranno chiarimenti in merito”.

Quanto al contrasto fra questo documento e la legge 40 sulla fecondazione assistita, che vieta la fecondazione eterologa, D'Agostino nega. ''La distinzione e' sottile ma sostanziale - spiega D'Agostino - e il Comitato ha dedicato a questa questione un lungo e complesso paragrafo. Non si tratta di fecondazione eterologa, perche' la fecondazione e' gia' avvenuta. Anzi, probabilmente, a suo tempo e' stata omologa, come si registra nella maggior parte dei casi oggi esistenti. Inoltre - aggiunge D'Agostino - e' un'adozione, e dunque i genitori sono ovviamente diversi da quelli naturali. Ma soprattutto e' diversa la motivazione: la coppia sterile mira ad avere un figlio biologico, mentre chi adotta un embrione mette alla luce un embrione gia' vivo ma in stato di abbandono. Semmai si potrebbe parlare di 'gravidanza eterologa'”.

Non appena la notizia è arrivata, dalla Fondazione Policlinico di Milano hanno fatto sapere che sarà pronta ''nel giro di poche settimane'' la cosiddetta 'casa degli embrioni' che l'ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, aveva pensato per accogliere gli embrioni in sovrannumero frutto degli interventi di fecondazione assistita. Embrioni congelati e ''per ora in fase di inventario'' presso l'Istituto superiore di sanita' (Iss). Ad annunciare l'imminente conclusione dei lavori per la nuova struttura e' Paolo Rebulla, direttore del Centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti che ospitera' la Casa. Dodici coppie italiane della Comunità Papa Giovanni XXIII invece sono in partenza per Barcellona per adottare embrioni congelati abbandonati.

Moltissimi, in questo week end, i commenti politici e le reazioni del mondo sanitario e intellettuale, scaldati anche dalla polemica sulla legge 194 e sull'opportunità di mettere volontari antiaborto all'interno dei consultori. Il clima che si sta riconfigurando è lo stesso - poco sereno e dunque molto fumoso - del referendum di fine primavera, con le barricate tra laici e cattolici. Stefano Rodotà, in un pezzo sulla prima pagina di Repubblica, "Se l'embrione è più importante di una donna", con il consueto acume mette in luce i nodi della questione. Si può essere d'accordo o meno sui giudizi e sui toni, ma le contraddizioni legate all'apertura del Cnb alle donne single sembrano condivisibili: perchè una donna single non può accedere nè alla procreazione medicalmente assistita nè all'adozione (se non in casi straordinari) e può invece adottare un embrione? la risposta che l'embrione è già non basta: anche il bambino è già, ma per lui avere solo la mamma non sembra essere una cosa buona. Cosa vogliamo? Che una mamma-incubatrice faccia nascere l'embrione per poi darlo in adozione a una coppia? Questa è una delle conseguenze logiche - portate al limite, certo - dell'apertura del Cnb. L'altra strada porta invece a riconoscere che anche un single può adottare. Restare in mezzo al guado però è un po' ridicolo...


Gabriella Cetroni segnala i seguenti articoli:

Liberazione 23.2.06
«Contro il fondamentalismo? L’esempio di Trotsky»
Intervista al filosofo della scienza Giulio Giorello, ospite oggi a Roma del festival di filosofia. Quale rapporto deve avere il pensiero scientifico e laico di fronte alle ingerenze della religione nella sfera pubblica?
Tonino Bucci


Perché la religione riesce ad accreditarsi come una chiave di lettura della sfera pubblica? Non c’è bisogno di fornire l’elenco dettagliato delle circostanze in cui la Chiesa, negli ultimi tempi, è entrata prepotentemente nella politica italiana su temi centrali, dalla bioetica alla fecondazione assistita, dalla libera ricerca scientifica alla sessualità. In tutti questi casi, la religione ha finito per legittimarsi come l’unico discorso in grado di fondare valori etici saldi in un clima di presunto relativismo e arbitrio soggettivo. Un potere condizionante rispetto al quale la capacità di resistenza della comunità scientifica appare molto ridotta, come se questa fosse incapace di accompagnare le proprie innovazioni - soprattutto, le biotecnologie - con una cornice etica efficacia. Quale atteggiamento il pensiero laico e razionalista debba avere di fronte al ritorno del fondamentalismo sulla scena pubblica della nostra società, è uno dei temi di riflessione del filosofo della scienza Giulio Giorello, tra gli ospiti del festival di filosofia oggi a Roma - al teatro Palladium, ore 18 e 30.

La scienza, anche se forte nel suo potere materiale di condizionare la nostra esistenza, soprattutto per il tramite della tecnologia, appare estremamente debole nel distinguere il bene dal male. Ci dà gli strumenti, ma non il fine, non le indicazioni per l’uso. E’ d’accordo?

Le Chiese, o meglio le burocrazie dello spirito religioso, hanno strutture tali che permettono di schierare tutte le forze sotto una bandiera. Il mondo della scienza, invece, è un mondo strutturalmente pluralistico nel quale ci sono formazioni molto diverse. Le donne e gli uomini che lavorano alla ricerca possono avere educazioni, sensibilità religiose o morali molto diverse. In Italia ci sono, da una parte, forze che possono agire come un sol partito, mentre dall’altra non esiste né il partito dei laici né il partito degli scienziati. La scienza è un’impresa plurale. Bisogna aggiungere che gli scienziati, per buone ragioni, si dimostrano molto spesso timidi, restii nel buttarsi in politica e nel dibattito pubblico. Siamo il paese che ha condannato Galileo Galilei e in cui la comunità scientifica è stata a parole valorizzata, ma in realtà duramente controllata nel periodo dell’odiosa dittatura fascista. Non bisogna dimenticare queste premesse storiche.

Ma non ci sono reazioni nella comunità scientifica di fronte alla recrudescenza di certe tendenze che mettono in discussione persino l’evoluzionismo?

Le cose stanno cambiando. In alcuni casi gli scienziati hanno dimostrato di saper parlare in prima persona sulla grande questione della libertà di ricerca. All’estero ci sono state autorevoli prese di posizione, ad esempio, contro la deplorevole moda del disegno intelligente usata per sterilizzare e neutralizzare gli approcci darwiniani e neodarwiniani. La reazione contro il disegno intelligente, la difesa del darwinismo e il bisogno di rispondere in modo forte e chiaro alle sciocchezze dei creazionisti è un elemento presente nella comunità scientifica, soprattutto in quella anglosassone. Altro esempio: gli interventi del professor George Coyne, un grande astrofisico, a difesa della teoria dell’evoluzione anche quando gli attacchi provenivano da alcuni esponenti della gerarchia cattolica. Non dimentichiamo che Coyne è un gesuita che dirige la Specula Vaticana. Un bell’esempio di coraggio scientifico e morale. E vanno poi citati i casi di ricercatori italiani nel campo della biologia, quello di Edoardo Boncinelli o, ancora, quello di Umberto Veronesi nella campagna referendaria sulla fecondazione assistita. E non mancano neppure riviste come Darwin che cercano di fare chiarezza. Nonostante l’Italia abbia visto più volte affermarsi, nella sua tradizione filosofica, delle tendenze antiscientifiche, oggi si comincia a prendere coscienza che la libertà di ricerca scientifica è una componente ineliminabile della più generale libertà del filosofare e della nostra cultura. Qui vorrei ricordare il mio maestro Geymonat, non solo un grande ricercatore ed educatore, ma anche rigoroso combattente antifascista. La liberazione dai pregiudizi nei riguardi dell’impresa tecnoscientifica rappresentava per lui una componente della lotta contro il fascismo. Era parte di un’unica battaglia che Geymonat, da marxista, identificava nell’ottica dell’emancipazione del movimento operaio.

Geymonat poteva ancora scorgere il nesso tra l’impresa scientifica e l’utopia della politica, dell’emancipazione dell’uomo dall’ingiustizia e dalla miseria. Oggi, invece, l’alleanza tra politica e scienza sembra essersi rotta. I politici contemporanei preferiscono, invece, ergersi a paladini della religione occidentale, come dimostra il caso di Calderoli. Perché?

Se i politici vedono la religione come uno strumento utilizzabile, è segno che ne stanno facendo una strumentalizzazione cinica. Piegano il bisogno delle persone di fede ai loro più bassi scopi. Dovrebbero essere gli autentici spiriti religiosi per primi a insorgere contro simili operazioni. Questo vale non solo per i casi più clamorosi - come quello dell’ex ministro leghista, un razzista che si era già permesso d’insultare una giornalista palestinese e che probabilmente ha dimenticato i suoi riti pagani sulla riva dell’inquinato Po - vale, dicevo, non solo per i casi più eclatanti, ma per tutti quei politici che una volta si proclamavano atei e oggi devoti, che utilizzano la religione a proprio instrumentum regni. Quanto alla scienza, non credo che la grande maggioranza degli uomini e delle donne oggi al governo abbiano competenze tecnico-scientifiche. Ma, essendo io uomo di sinistra, mi preoccupa di più il fatto che l’ignoranza dell’impresa scientifica domini anche tra i politici di sinistra. Non so se sia colpa degli uomini di scienza, poco bravi a spiegarsi, o dei politici della sinistra che non capiscono l’importanza della cultura scientifica per la maturazione del paese.

Forse, a dispetto delle continue ingerenze nella sfera pubblica, anche la religione non è così forte come si crede. Non crede che la presa delle Chiese tradizionali sulla società sia indebolita a causa dell’insorgere di tendenze irrazionaliste e new age proprio nei paesi occidentali?

Le voci che strillano alto, le voci del cosiddetto fondamentalismo - e mi riferisco qui non all’islam, ma all’occidente cristiano, in particolare al protestantesimo Usa - ho l’impressione che tradiscano una debolezza. Questo strillare isterico dei fondamentalisti copre la loro profonda paura nei confronti del potere liberante dell’impresa tecnoscientifica. Sarebbe compito dei laici svelare la loro vigliaccheria.

Le religioni tradizionali hanno timore della modernità?

Le religioni tradizionali sono fatte dagli uomini e dalle donne che si riconoscono in esse. Non sono un corpo di idee platoniche definite una volta per tutte, ma organismi viventi. Come farle evolvere lo decidono coloro che ci sono dentro, nonché l’interazione di questi organismi con l’ambiente esterno. Non si possono dare definizioni univoche di realtà così composite come islam, protestantesimo, cattolicesimo, ebraismo e via dicendo. Il mio giudizio è che se le religioni sapranno scegliere una flessibilità e un sano scetticismo di base - la capacità di mettere in discussione i propri pregiudizi - potranno coesistere benissimo con molte innovazioni tecnico-scientifiche. Fra queste tradizioni, quella che ritengo più preparata a questo dialogo è il buddismo. Non ho nessuna adesione personale a questa religione, è solo un giudizio. Beninteso, anche il cristianesimo ha, alle sue spalle, una grande tradizione anche di dialogo con la scienza. Pensiamo all’evoluzione del protestantesimo durante la rivoluzione scientifica o allo spirito di libertà di Tommaso d’Aquino, un pensatore che molti “filosofi” cattolici mi pare non conoscano. Altrimenti si sarebbero guardati dal dire “l’embrione è uno di noi”. Ricordo un cattolico studioso di bioetica che diceva “l’embrione è uno di noi perché se viene perturbato, dà segno di reagire”. Ma, allora, anche un coccodrillo reagirebbe, e malamente, se qualcuno gli pestasse la coda. Dovremmo cercare di spostare il discorso su argomentazioni più serie e rigorose. Una società matura non deve aver paura di fondamentalisti che portino le proprie ragioni. Ma che queste ragioni ci siano e tutti abbiano la libertà di esaminarle. E confutarle. Questa era la tesi esposta da un certo signore in alcuni scritti sull’arte e la letteratura, nei quali difendeva il pluralismo come processo emancipativo dei lavoratori. Si chiamava Lev Davidovich Bronshtein, in arte Trotsky.

Liberazione 23.2.06
Perché il declino dell’Italia non fa dibattito?
Giorgio Cremaschi


“Parla d’economia, stupido! ”. Pare che questa scritta stesse alle spalle della scrivania di Clinton, durante la campagna presidenziale del 1992, che lo vide vincente contro Bush (padre). Ieri Francesco Giavazzi lamentava su Il Corriere della Sera l’assenza di un reale dibattito economico nella campagna elettorale. Anche se non siamo d’accordo sulle conclusioni e le proposte, dobbiamo dire però che l’editorialista del Corriere ha messo il dito nella piaga.
Non si capisce per quale ragione il disastro economico del Paese non sia al centro della campagna elettorale. O meglio, lo si capisce dal lato della destra. Il fatto che l’Italia sia il paese con la peggiore tendenza economica d’Europa, la peggiore inflazione, la peggiore distribuzione del reddito, suona come una condanna senza appello per il governo Berlusconi ed è evidente l’interesse di tutta l’attuale maggioranza di parlare d’altro. E’ meno comprensibile il fatto che l’opposizione, pur nelle sue evidenti differenze e distinzioni, non riesca a portare l’economia al centro del confronto elettorale e si faccia continuamente trascinare a parlare d’altro. Se c’è una sola possibilità per Berlusconi di vincere le elezioni, essa deriva proprio dal fatto che egli riesca a impedire che si segua l’imperativo di Clinton, che, invece, riuscì a non farsi trascinare altrove da Bush (padre).
Qual è la spiegazione di questa difficoltà? Probabilmente ce ne sono tante, di spiegazioni, che ci portano anche a cosa è diventata la politica, al suo rapporto con l’economia e la società, con la cultura e lo spettacolo. Ma probabilmente c’è una ragione precisa. La crisi italiana è di dimensioni tali da non poter essere affrontata con nessuna delle politiche del passato.
Tutti i paesi europei hanno dei malanni, ma noi siamo l’unico che li ha tutti. Il debito pubblico più alto del continente, un’industria che ha perso competitività anno dopo anno perché ha rinunciato a investire sul futuro. Una distribuzione del reddito tra le più inique, che accentua da noi quei fenomeni di impoverimento dei cosiddetti ceti medi, che sono caratteristiche di tutte le società occidentali. Un’evasione fiscale vergognosa. Un nuovo aggravarsi del distacco economico e sociale, tra il Nord e il Mezzogiorno. Carenze storiche sul piano delle infrastrutture, dei servizi, della formazione e della scuola. Una disonestà di fondo del sistema degli affari che disincentiva gli investimenti esteri ben più di quel costo del lavoro che dovrebbe essere cancellato dalle priorità della politica. Il dominio di sistemi criminali e mafiosi su interi territori del nostro paese. Ecco, nella competizione internazionale, noi sommiamo tutti i difetti e i limiti di tutti i paesi occidentali, non ce ne siamo risparmiato uno.
(...)

il manifesto 23.2.06
Usa, il diritto d'aborto sotto attacco
La Corte suprema rimodellata da Bush con l'entrata dei due giudici iper-conservatori Alito e Roberts, deciderà sulla costituzionalità di una legge del presidente del 2003 che limita quel diritto
S.D.Q.


WASHINGTON. Diritto d'aborto sotto attacco negli Stati uniti dove la Corte suprema, rimodellata ad hoc da George Bush, ha deciso di discutere una legge firmata dal presidente nel 2003 che limita il diritto di aborto. I 9 giudici hanno annunciato che nella prossima sessione di ottobre della Corte, prenderanno in esame il Partial-Birth Abortion Ban Act per decidere se sia costituzionale o meno in quanto manca di un eccezione che protegga la salute della donna incinta. Il caso è di straordinaria importanza perché va a toccare, su scala nazionale, un punto decisivo da quando nella causa «Roe contro Wade» la Corte suprema sentenziò nel `73 che le donne hanno il diritto costituzionale di abortire. Nel 2000 la Corte suprema dichiarò incostituzionale, per 5 a 4, una legge del Nebraska proprio in quanto non conteneva una eccezione a salvaguardia della salute della madre. La decisione di ottobre potrebbe segnare il punto di svolta della nuova Corte, sempre più marcatamente conservatrice: non è un caso che abbia deciso di occuparsi della legge in coincidenza con l'entrata del giudice Samuel Alito che va ad affincarsi al suo presidente John Roberts, entrambi conservatori e voluti da Bush. La loro visioni sul diritto di aborto furono al centro delle udienze di conferma che hanno sostenuto (e passato) in senato.

I gruppi di difesa dei diritti civili e in particolare del diritto all'aborto, sono in allarme. L'entrata in scena della Corte «significa che il principio di fondo di proteggere la salute della donna, garantito dalla "Roe contro Wade", è in chiaro e immediato pericolo», ha detto Nancy Keeran, del gruppo Naral-Pro Choice America. Di «pericoloso atto di ostilità diretto chiaramente contro la salute e la sicurezza delle donne» parla Cecile Richards, presidente della Planned Parenthood Federation of America.

Da destra solo elogi. Jay Sekulow, dell'American Center for Law and Justice, ha detto di «sperare che l'Alta corte proclamerà la costituzionalità della legge» e Andrea Lafferty, della Traditional Values Coalition, si è detta certa che l'entrata «dei due nuovi giudici conservatori segnerà la fine della presa della lobby abortista sulla Corte».

La Legge firmata da Bush nel 2003 non è mai entrata in vigore finora a causa dei ricorsi e in quanto sei corti federali l'hanno giudicata incostituzionale. Approvata dopo 9 anni di dibattito, il Congresso vi incluse solo l'eccezione sulla vita della madre ma non quella sulla sua salute. Prevede due anni di reclusione per i medici che la trasgrediscano. Il Dipartimento della giustizia, affidato a un altro fedelissimo di Bush, il conservatore Alberto Gonzales, ha chiesto alla Corte suprema di dichiarare la piena costituzionalità della legge. Il Center for Reproductive Rights di New York afferma invece che una simile decisione «costituirebbe un significativo arretramento da più di tre decenni di giurisprudenza della Corte che ha finora sempre respinto ogni regolazione dell'aborto che non prevedesse la salvaguardia della salute della madre».

mercoledì 22 febbraio 2006

Liberazione 22 febbraio 2006
L’Islam non è l’aggressore, è l’aggredito. Inciviltà occidentale
di Rina Gagliardi

Domani, dunque, Marcello Pera, seguito da una sfilza di intellettuali di destra, e sostanzialmente benedetto da Benedetto XVIesimo, presenterà il suo “Europa, svegliati! ”: un vigoroso appello alla coscienza giust’appunto europea, acciocché difenda le sue radici giudaico-cristiane dall’attacco islamico e dichiari, a sua volta, una sorta di “guerra santa” a mezzo Sud del mondo. Sono posizioni che il presidente del Senato, esponente illustre dei così detti “atei devoti” e di un vero e proprio fondamentalismo “occidentalista”, porta avanti da un pezzo (anche qui in buona compagnia, dal Corriere della sera al Foglio, passando per il Riformista). Ora, però, a rilanciare questa piattaforma concorrono due eventi: a livello internazionale, le rivolte fondamentaliste seguite, dal Pakistan alla Libia, alla vicenda delle vignette blasfeme danesi; al livello più nostrano, o provinciale che dir si voglia, la campagna elettorale. Tutto concorre, ahimé, alla crescita dell’estremismo fanatico e delle crociate ideologiche: il clima si approssima sempre di più a quello scontro frontale delle civiltà che, a forza di esser nominato o paventato, rischia di diventare la vera “cifra” della crisi del nostro tempo. E comincia a non apparire più così paradossale che la seconda carica dello Stato (sia pure, speriamo, solo per qualche settimana) vesta l’elmetto, tuoni contro le “imbelli” cancellerie d’Europa, apra il fuoco contro la politica di “appeasement”. Proprio come fossimo nel ’38, alla vigilia dell’aggressione di Hitler all’Europa.
Si rifletta bene sulla campagna attuale, dominata quasi soltanto da parole di guerra: il richiamo esplicito è al secondo conflitto mondiale e agli anni torbidi che lo hanno preceduto - il pericolo evocato del “pacifismo”, di una ripetizione del patto di Monaco (quello che le potenze europee stipularono nel ’38 col nazismo, nella speranza di rinviare la guerra), di una “umiliazione” crescente dell’Occidente. Sono parole gravissime, irresponsabilmente provocatorie, ispirate da un insensato bisogno di buttare benzina sul fuoco. A stare alla lettera di queste dichiarazioni, l’Europa - o chi per lei - dovrebbe al più presto rompere le relazioni diplomatiche con i paesi e i governi musulmani, aggredire militarmente Siria, Iran, Nigeria e magari il Pakistan (per altro fedele alleato dell’Occidente e segnatamente degli Stati Uniti), espellere da sé quindici milioni di migranti di religione islamica che occupano il suo territorio, progettare infine l’attacco “finale” a un miliardo e trecento milioni di persone: in breve, quel che si evoca è, né più né meno, una nuova guerra mondiale. Che, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, avrebbe come propri nemici dichiarati non potenze politiche, non governi, non Stati, ma popoli interi - e una fede religiosa. Una tale enormità, certo, non la dice Pera e non la dice (forse) neppure Magdi Allam. Ma in qualche modo, questa enormità, la fanno balenare - la fanno correre nei loro scritti, nelle loro interviste, nei loro appelli. Perché? Perché riscoprono le Crociate, esattamente come l’ex-ministro Calderoli, nel mondo globalizzato avido di petrolio, di acqua e di materie prime, dove denaro e business, anche e soprattutto con il mondo islamico, la fanno da padroni?
Se proviamo a cercare il nucleo di verità che c’è sempre nelle posizioni altrui, anche in quelle degli avversari, possiamo scoprire che sì, che c’è qualcosa di cupamente veritiero nei discorsi del presidente del Senato e dei molti che lo seguono o lo assecondano. Questo qualcosa è la crisi oramai conclamata della “civiltà occidentale”, del suo modo di produrre, consumare e vivere: un “male oscuro” che attanaglia l’Europa e l’Occidente. Una paura diffusa, a volte sotterranea, a volte consapevole. Ma qual è l’agente “patogeno”, il virus che sta producendo questa malattia di massa? Qui emerge tutta la disonestà intellettuale dei Pera, dei Quagliarello, degli oscurantisti cattolici: non indagano la malattia - la crisi - ma parlano di “malocchio” - di minaccia esterna, da estirpare con la violenza. Proprio come fanno i “maghi” o i guru di fronte a persone infelici e malcapitate. Proprio come le classi dirigenti hanno sempre fatto, nella storia, per salvarsi: buttarla sul capro espiatorio “giusto”. Un rituale barbarico, che, del resto, la civiltà cristiana ha usato molte volte, e con risultati tragici - come contro gli ebrei, sterminati a milioni non dai seguaci di Maometto ma dai capi della più grande nazione cristiana d’Europa.
Noi lo sappiamo bene. Non è l’Islam, ma il capitalismo dell’era liberista che sta letteralmente divorando la civiltà occidentale, ne mina le basi strutturali (il lavoro, che non “vale” più nulla), ne svuota ogni valore condiviso. Noi viviamo in società ancora relativamente benestanti, ma sempre più disgregate, insicure, che non promettono futuro - e offrono un presente all’insegna della precarietà, l’unico Grande Valore che la borghesia ha scoperto e praticato in questi decenni. Noi, se ancora nutriamo qualche speranza, la collochiamo ormai “fuori” - fuori da qui, dal dove siamo, dalle città in cui abitiamo, dai luoghi che percorriamo abitualmente. La più recente ricerca dell’Eurispes ci dice che un terzo degli italiani, ma soprattutto la grande maggioranza dei giovani, vorrebbe andare, appunto, “fuori” - all’estero. Vorrebbe emigrare, proprio come fanno milioni e milioni di cittadini del Sud del mondo, alla ricerca di qualcosa che, lì dove sono, non trovano e non sperano di trovare. Forse qui, in questa vocazione globale al “fuori”, alla migrazione, c’è in nuce anche un sogno nuovo di libertà, c’è in potenza la nascita di una nuova umanità migrante - tutta migrante - capace di ridefinire se stessa e un’altra civiltà. Intanto, però, il segno dominante resta quello della crisi, del disagio esistenziale, talora della disperazione. Accade così che questo Occidente che non sa più dove andare scopra, per l’ennesima volta, il Nemico contro il quale scaricare la sua crisi.
Questo nemico, naturalmente, è oggi l’Islam. L’Islam in quanto tale, senza più distinzioni tra moderati ed estremisti, tra governi e popoli, tra le mille e mille confessioni nelle quali si suddivide. L’Islam di cui l’Occidente ha allevato e foraggiato con cura tutti i fanatismi e tutti i fondamentalismi - comportandosi da vero apprendista stregone, dai Talebani ad Hamas, dai waabiti sauditi agli sciiti irakeni - per vincere le sue guerre, ieri in Afghanistan contro i russi, oggi contro le oligarchie al potere in Medio Oriente. L’Islam che è stato, per secoli, parte integrante della civiltà europea, l’ha contaminata, ne è stato contaminato - ed oggi viene rappresentato corpo estraneo, alieno, minaccioso. L’Islam astratto e “memorizzato”, che schiaccia popoli e persone su un credo fanatico e “anticristiano”, e non è mai fatto di contesti concreti: come la colonizzazione italiana della Libia, una ferita mai davvero cancellata, un esempio feroce e sanguinario di colonizzazione e oppressione. Ma sulle responsabilità occidentali è silenzio totale: quelle storiche, e quelle attuali. Quel mix di aggressione e “miraggi lusinghieri”, di oppressione sistematica e spoliazione identitaria, di neocolonialismo e pelosa “integrazione”, che oggi fa esplodere le masse di questi paesi. Quella arrogante e violenta pretesa di modellare il pianeta intero su se stessi, come l’export a viva forza non della democrazia, ma dei suoi simboli e dei suoi riti formali. Non è l’Islam l’aggressore, ma l’aggredito. E la replica a cui oggi stiamo assistendo reca - ahimé - il segno profondo della “inciviltà occidentale” che l’ha alimentata: a forza di rubare le risorse, di imporre (Fmi) politiche liberiste che provocano per milioni di persone una condizione di povertà e sofferenza sociale; a forza di allevare classi dominanti corrotte e\o subalterne, di vendere armi e strumenti di morte, di far chiudere le scuole pubbliche laiche, facendo trionfare quelle coraniche; a forza di devastarlo, questo pezzo di mondo, e alla fine di schernirlo con le vignette, si poteva pensare che esso non si ribellasse? Non si facesse conquistare, ahimé, dall’unico valore - il fanatismo religioso - che sembra il solo a promettere una possibilità di riscatto? Così la ruota della storia ha ripreso a girare, vorticosa, verso la catastrofe, verso lo scontro dei fondamentalismi. C’è un dio pietoso che ci può salvare?

sabato 18 febbraio 2006

Liberazione, 18.02.06
Sentenza shock: stupro meno grave se non sei più vergine
Monica Lanfranco


E’meno grave picchiare una persona fino a romperle un braccio se già la persona percossa un braccio l’ha rotto, e per giunta ingessato mentre subisce le botte? Forse sì, secondo l’opinione della Terza sezione penale della Cassazione. Questi giudici, di certo persone perbene ai quali la comunità si affida per dirimere questioni legali delicate e fondanti per la civile convivenza ieri hanno sentenziato che lo stupro su una minorenne è meno grave se la vittima ha già «avuto rapporti sessuali».
Perché «è lecito ritenere» che siano più lievi i danni che la violenza sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti rispetto a chi non ne avuti affatto. Lo scenario dal quale, in un paese ritenuto civile come il nostro, si snoda questa vicenda vede una quattordicenne abusata dal convivente della madre.
Siamo in Sardegna, una regione nella quale è presente, a macchia di leopardo, un forte problema di violenza familiare, scolastica e sociale.
L’uomo, un quarantenne con alle spalle una storia di tossicodipendenza, racconta che avrebbe voluto un rapporto come si suol dire completo, ma che la figlioccia lo aveva convinto a soddisfarlo, temendo i rischi di sieropositività, con un rapporto orale. In virtù di questo fatto l’imputato, condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi, si sente un po’ vittima, e chiede lo sconto di pena.
Da subito il ricorso non viene accolto: la corte d’Appello di Cagliari nel novembre 2003 gli rifiuta lo sconto sulla base delle «modalità innaturali del rapporto», ritenuti tali da compromettere «l’armonioso sviluppo della sfera sessuale della vittima».
Meno male che c’è la Terza sezione della Cassazione, che adesso lo soccorre. E per estensione, (dopo il precedente caso della sentenza sui jeans, ritenuti indumenti troppo stretti per essere strappati, e quindi se li hai addosso e dici che hai subito violenza stai mentendo), soccorre qualunque futuro simpatico stupratore, familiare, singolo, o gruppetto di amici, che intenda trascorrere momenti lieti. Certo, i rischi purtroppo restano. Se sei sfortunato e incappi in una giovane vergine allora sì che sono guai. Altrimenti non importa se hai quattordici anni, se chi ti insidia sessualmente è il convivente di tua mamma. Non sei più illibata, quindi che sarà mai.
E’ più o meno lo stesso rigore logico dei colleghi avvocati di Processo per stupro, un documento che risale ad oltre 25 anni fa. Alla sbarra all’epoca i giovani fascisti massacratori di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Ora la Corte d’appello di Cagliari dovrà tenere in “debito conto” le considerazioni della Suprema Corte per valutare la possibilità dello sconto di pena al patrigno. E l’Italia ha sceso ancora un gradino nella scala della civiltà dei rapporti umani e tra i generi. Siamo in pericolo.









AprileOnLine, 18.02.06
Medioevo in Cassazione
Con una sentenza shock i giudici affermano che lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina non è illibata. Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale
Carla Ronga


E' meno grave lo stupro di una minorenne - anche se si tratta di una ragazzina di appena quattordici anni - se la vittima ha già "avuto rapporti sessuali". Perché "é lecito ritenere" che siano più "lievi" i danni che la violenza sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti, con altri uomini, prima dell'incontro con il violentatore. E' questa l'opinione della Terza sezione penale della Cassazione. In sostanza i supremi giudici pensano - anzi ne sono più che sicuri, tanto che hanno accolto questo punto di vista (sostenuto dall'autore delle stupro) - che sia di più modeste proporzioni l'impatto devastante della violenza sessuale quando a subirlo è una adolescente non più vergine.
Questo perché - spiegano gli "ermellini' - "la sua personalità, dal punto di vista sessuale" è "molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età".
Così chi violenta una minorenne - come quella del caso affrontato dalla Cassazione - vissuta in un ambiente socialmente degradato e difficile, e della quale abusa essendo per di più il convivente della madre, può ottenere il riconoscimento della "attenuante" del "fatto di minore gravità" invocato in nome della perduta illibatezza della vittima.
Una decisione shock,che torna a giudicare le vittime piuttosto che gli aggressori. I più colpiti sono coloro che lavorano con le donne e i minori. "Ho pensato di essere tornata indietro di 50 anni e come se mi fosse arrivato un pugno nello stomaco", ha detto Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, " E' inconcepibile che un reato contro la persona così grave, possa avere due pesi e due misure, se la ragazza è vergine o non lo e''. Anche perché, proprio i dati confermano che la violenza contro le donne è in crescita, specialmente nelle fasce più giovani. Elisabetta Canitano, medico, presidente dell'Associazione "Vita di donne" è fuori di se. " La cosa che più colpisce è il fatto che si faccia confusione fra il danno e la colpa. Se noi possiamo parlare in termini di risarcimento del danno – spiega Canitano - allora possiamo dire che una ragazza che non ha mai avuto rapporti ha diritto a un risarcimento maggiore, ma questo non si capisce come possa essere un attenuante per chi commette il reato".

Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale, mettendo per una volta tutti dalla stessa parte. Se Alessandra Mussolini la definisce una " sentenza vergognosa e devastante", di "sentenza di sapore medievale, fuori dal tempo" ha parlato Gloria Buffo (Ds) con Livia Turco che ne chiede la cancellazione, mentre per Giovanna Melandri si fa un "balzo indietro di decenni". "Lo stupro è sempre inaccettabile. Non c'è giustificazione, mai, a un gesto così odioso e questa verità è ancora più vera e forte se quel gesto viene rivolto contro una minorenne. Perché la violenza è un modo per annullare la soggettività di una persona e le soggettività meno formate ricevono un danno doppio". Così commenta il pronunciamento della Cassazione Anna Serafini, responsabile del dipartimento Infanzia e Adolescenza della direzione nazionale dei Ds. Dorina Bianchi (Margherita) non vorrebbe mai trovarsi "nei panni delle mogli o delle figlie di quei supremi giudici". Per Elettra Deiana (Prc) "l'inviolabilità' del corpo femminile non è ancora diventato principio vincolante per la magistratura italiana", di una "sorta di incitazione allo stupro, seguita dall'impunità" ha parlato Andrea Gibelli (Lega).

Una sentenza "errata tecnicamente e moralmente" è stata definita dal presidente nazionale degli avvocati per i minori e le famiglie, Manuela Maccaroni. Un errore "tecnico", prima di tutto: l'articolo 609 quater, comma due, del codice penale prevede la reclusione da cinque a dieci anni per chi compie atti sessuali con una persona che al momento del fatto non ha compiuto sedici anni, come la ragazza di cui parla la sentenza, quando il colpevole sia l'ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore o altra persona cui per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia il minore è affidato, o che abbia con quest'ultimo "una relazione di convivenza". Un articolo sufficiente a comminare una pena grave senza alcuna necessità di approfondire le abitudini della ragazza o il suo sviluppo fisico.

Dure le prese di posizione anche in ambito governativo, con il ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo: una sentenza "che ci lascia interdetti, in un momento in cui il nostro paese ha varato nuove normative su pedofilia e mutilazioni genitali" ribadendo la "posizione di estremo rigore nei confronti di tutti gli atti che scalfiscano l'inviolabilità fisica della persona, soprattutto se minore".












Liberazione, 17.02.06
Laicità
Il crocefisso e i giudici
Giorgio Rappo, via e-mail

Caro direttore, ho letto la sentenza sull’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche e sono allibito per il tipo di argomenti portati dai signori giudici (suppongo vadano chiamati così): ne suggerisco la lettura. Non sono un giurista e neanche laureato, ciò nonostante seguendo le argomentazioni dei signori giudici si perviene a conclusioni paradossali, ovvero che il crocefisso andrebbe inserito in ogni contesto rappresentando il fondamento stesso della Repubblica. Strani tempi: la Croce Rossa Internazionale modifica i suoi simboli recependo l’esigenza di maggiore laicità, qui invece finiscono in una sentenza tesi respinte dalla carta europea.










AprileOnLine, 16.02.06
Crocifisso sì, laicità forse
Libera Chiesa. Il Consiglio di Stato ha parlato: il simbolo cristiano deve rimanere appeso nelle scuole, in quanto riferimento ''idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili''
E. S.


Appare per molti aspetti discutibile la sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso della cittadina svedese Solle Lauti, in merito alla presenza del crocifisso nell'aula di scuola media inferiore frequentata dai suoi figli ad Abano Terme, in provincia di Padova.
In primo luogo, nel documento il crocifisso viene ritenuto "abilitato" a restare al suo posto non in quanto oggetto di culto, ma perché "simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili", intendendo per valori civili la tolleranza, il rispetto reciproco, quello dell'individuo in sé, e dei suoi diritti. Una serie di considerazioni che inevitabilmente sembrano trasferire competenze e funzioni di uno stato laico alle attenzioni e alla premura della religione che il crocifisso rappresenta.

Non a caso, dunque, sfogliando attentamente le 19 pagine della sentenza emergono diretti riferimenti al concetto di laicità, la quale secondo il Consiglio di Stato, "benché presupponga e richieda ovunque la distinzione tra la dimensione temporale e la dimensione spirituale, e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti e uniformi nei diversi Paesi ma, pur all'interno della medesima civiltà, è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com'è al divenire di questa organizzazione". Da quanto scritto sembra esserci un tentativo, francamente piuttosto maldestro, di coniugare valori laici e cattolici, cosa di per sé assolutamente legittima e storicamente fondata, ma con l'intenzione di giustificare in questo modo una specifica e simbolica presenza religiosa all'interno di uno spazio pubblico, e dunque obbligatoriamente da tutelare attraverso principi laici, che prevedono in tema religioso la libertà e il rispetto di qualsiasi orientamento di fede. Oltre questo, la teoria così esposta in qualche modo invita a distinguere tra vari tipi di laicismo, in base alle evoluzioni storico-religiose avutesi nel corso del tempo, nelle realtà più diverse.

Detto questo, è lo stesso Consiglio di Stato che lascia alle dispute dottrinarie la definizione "delicata" e astratta di laicità: "In questa sede giurisdizionale si tratta in concreto e più semplicemente di verificare se l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di laicità che connota oggi lo Stato italiano, e al quale ha fatto più volte riferimento la Corte Costituzionale". "È evidente – si legge più avanti – che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo in cui è posto". Se dunque in un luogo di culto "è propriamente ed esclusivamente un simbolo religioso", la situazione può essere interpretata in maniera diversa "in una sede non religiosa, come la scuola, destinata all'educazione dei giovani", perché in questo caso "il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i già accennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo), valori civilmente rilevanti".

Stando alle motivazioni della sentenza, si potrebbe allora obiettare che non solo il crocifisso deve considerarsi l'emblema perfetto di valori universali; perché, se questo è l'obiettivo "simbolico", accanto al Cristo sofferente per l'umanità, nelle aule ci starebbe bene anche una bandiera con i tanti colori della pace. Ma questa (forse) è un'altra storia.














Liberazione, 16.02.06
Quale Marx per il XXI secolo? Lo studioso olandese interviene nella discussione provocata
dalla pubblicazione del volume collettivo “Sulle tracce di un fantasma”
L’economia, una fede che si traveste da scienza
Michael R. Kraetke


Il dibattito “Quale Marx per il XXI secolo? ” che, a partire dalla discussione sul recente volume collettivo curato da Marcello Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), si è sviluppato sulle pagine di Liberazione, ha il merito di attirare l’attenzione, anche in Italia, sul risveglio d’interesse, in corso in molti paesi, verso il pensatore di Treviri.

Proverò a illustrare “perché abbiamo ancora bisogno di Marx”, limitando le mie argomentazioni a un unico punto: la critica dell’economia politica, senza rinunciare, sullo sfondo, a considerare il rapporto tra teoria e prassi, trattato in molti degli interventi che mi hanno preceduto.

Contrariamente al ritornello assolutamente dominante fino a pochi anni fa - There is no alternative - l’economia in quanto scienza sociale vive oggi una crisi profonda. Molti economisti sono preoccupati per lo stato della loro disciplina e invocano una riforma dell’intero e mastodontico corpo della teoria economica. Sempre più spesso la professione economica deve confrontarsi con coloro che si ribellano al pensiero dominante. Un movimento di dissenso ha accusato il pensiero economico dominante di “autismo”, di assoluta cecità e sordità di fronte alla realtà economica del mondo attuale e riaperto la battaglia per qualcosa di nuovo e di diverso: un’economia “post-autistica”.

Sfortunatamente la maggioranza della classe politica, anche a sinistra, non è ancora consapevole della profonda crisi che vive la scienza economica. Essa continua a parlare di economia invece che di politica. Non crede più in Dio, ma nella presunta “scientificità” del pensiero economico e nelle verità universali di cui sembra portatore. Usa il linguaggio, i principi e i parametri della scienza economica dominante e ne ha bisogno perché ciò che conta nella prassi politica contemporanea è la competenza nella gestione dell’economia e della finanza.

Poiché le politiche di tutti i paesi a capitalismo avanzato sono centrate sull’economia, la classe politica e il pubblico si sono sottomessi alla logica implicita propagata dall’ortodossia dell’economia dominante. Si conoscono le migliori soluzioni (e a volte anche quelle di riserva) per ogni problema particolare. Quindi non c’è motivo, né ragione, per una contesa politica. Il libero mercato e la libera competizione non solo risolveranno ogni problema politico o sociale, ma forniranno automaticamente la miglior soluzione possibile, se ci dimostreremo sufficientemente saggi da lasciarli lavorare. Ci viene fatto credere che non ci sia spazio e nessun fondamento logico per nessuna soluzione politica, persino nella nostra società frammentata e complessa. Ne deriva una completa depoliticizzazione della vita politica, l’ascesa al potere della tecnocrazia economica e l’egemonia del pensiero economico ortodosso. Ecco perché la crisi del pensiero economico e la ribellione di molti economisti rappresenta un tema politico di enorme importanza. Molti di essi, infatti, hanno abbandonato il campo dell’ortodossia neoclassica e si sono uniti ai ribelli con la volontà di analizzare il mondo dei mercati nell’economia contemporanea senza il paraocchi del mondo ideale delle utopie capitaliste e di cercare un’alternativa.

Naturalmente, benché non sia facile afferrarla e ancora più complesso svilupparla, un’alternativa esiste e qui entra in gioco Marx. Le dicotomie tra politica ed economia, Stato e mercato sono già state criticate e risolte da Marx, nella sua critica dell’economia politica. Il doppio progetto della vita di Marx, mai portato a termine, della critica della politica e dell’economia, benché frammentario e giunto a noi non ultimato, ha molti spunti da offrire ai ribelli della scienza economica. L’analisi critica del capitalismo fatta da Marx è un’analisi critica delle categorie e delle teorie economiche altamente politica - di vera economia politica che rompe il dualismo tra teoria e prassi - e sottolinea la natura politica delle relazioni economiche nel capitalismo moderno così come dei ruoli e delle funzioni acquisite dallo Stato moderno all’interno del processo di sviluppo capitalista. Un’indagine piena di storia e aperta all’analisi storica, in grado di dialogare analiticamente con i processi, con le strutture e con varie tipologie di relazione e in grado di cogliere i cambiamenti storici. Un’indagine che possiede una chiara visione della nascita, della costruzione, dello sviluppo e perfino del decadimento delle istituzioni. In grado di dialogare con i mercati e con le aziende, capace di integrare il mondo “reale” della produzione con il mondo “monetario”, comprese le più sofisticate forme di moneta e capitale fittizi. Dalle premesse alle conclusioni sistematiche, l’analisi di Marx si dedica ai conflitti inerenti il mondo reale dei mercati - inclusi i mercati di merci fittizie come la forza lavoro, la moneta, il capitale, la natura - e sviluppa i modi e i mezzi attraverso cui questi conflitti o problemi strutturali, inerenti le relazioni economiche del capitalismo moderno, non vengono risolti, ma trasformati e trasferiti in nuove e differenti forme. In altre parole, ci indica come e perché, il capitalismo cambia ed è destinato a cambiare. Da molti punti di vista, Marx rappresenta un termine di paragone di critica politica e di economia sociale che deve ancora essere scoperto dal movimento dell’economia “post-autistica”.

Limitarsi a una ripetizione del passato - il vecchio grido di battaglia “Torniamo a Marx” - sarebbe ingenuo. Meglio sarebbe andare avanti con Marx e oltre Marx, risolvendo i problemi che lui non ha potuto risolvere, rispondendo alle domande che lui aveva posto e a cui non ha potuto rispondere. La battaglia per l’egemonia è in corso e il suo esito non è ancora deciso. Potrà forse essere decisa una volta che l’antico impegno di Marx, la sua critica dell’economia politica e il suo serio lavoro, verranno riesumati. La crisi del pensiero economico ci offre quantomeno la possibilità di una battaglia intellettuale di valore e persino la possibilità di vincerla.



















Liberazione, 16.02.06
Contro gli stereotipi, per trasformare la politica
Nel libro della psicanalista Francesca Molfino “Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia?” il ruolo della differenza di genere nella realtà italiana è osservato attraverso il permanere di limiti e tabù
Bianca Pomeranzi


Il libro di Francesca Molfino Donne, Politica e Stereotipi: perché l’ovvio non cambia? , pubblicato da Baldini Castoldi Dalai editore (pp. 360, euro 14,00) esce in un momento quanto mai opportuno: prima delle elezioni che ci dovranno liberare del regime mediatico-istituzionale che ha angustiato la vita delle donne in Italia per ormai troppi anni e dopo il riaffacciarsi nello spazio pubblico di un movimento che intende aprire con forza una nuova fase nella politica delle donne e degli uomini.

L’autrice, interrogandosi sugli stereotipi di genere come strato “roccioso” della differenza sessuale, utilizza molteplici approcci disciplinari per l’interpretazione della realtà italiana. Per far questo tiene conto da un lato dei dati dell’analisi sociologica, come ad esempio i risultati di una ricerca europea sugli ostacoli che gli stereotipi di genere oppongono alla partecipazione delle donne ai ruoli decisionali e alla politica in Lettonia, Estonia, Danimarca e Italia, e dall’altro delle scienze della comunicazione e della semiotica, come gli studi sulla rappresentazione femminile in tv. Infatti, nel libro vi è l’inserimento di un interessantissimo studio di Anna Maria Lo Russo sulla rappresentazione delle donne politiche nell’arena televisiva. Allo stesso modo e con grande dovizia fornisce una analisi storica sulla rappresentanza femminile in Italia dalle origini alle elezioni europee del 2004 e le Amministrative del 2005. Quasi “en passant” si citano il piccolo incremento sulla media della presenza delle donne nelle elezioni regionali, ora del 11,39%, dovuto principalmente alle liste del centrosinistra, a fronte di un 9,89% nazionale e il ritardo italiano rispetto alla media europea che è del 25% e a quella mondiale che è del 15%.

Tuttavia non è questo il campo di analisi privilegiato dall’autrice che è psicanalista e femminista. Il “cuore” della pubblicazione sta tutto nell’analisi culturale, con forte segno psicanalitico, delle interviste a una serie molto ricca di rappresentanti parlamentari e di giornaliste italiane che si occupano di politica. Da qui nasce la domanda sullo strato roccioso rappresentato dall’analisi degli stereotipi. In quanto la stragrande maggioranza delle intervistate, tra cui ci sono alcune donne con un percorso decisamente femminista come Franca Chiaromonte, Elettra Deiana, Mariella Gramaglia e Giovanna Grignaffini, tende a identificare la politica come passione, collegandola alla realizzazione di istanze fortemente ideali e nello stesso tempo inserendola in una visione legata ai sentimenti e alla soggettività.

Il sospetto dell’autrice è che dietro a queste dichiarazioni, peraltro oneste da parte di chi le ha fatte, vi sia il permanere di uno stereotipo, condiviso da uomini e donne, che attribuisce una maggiore valenza etica alle donne che sono abituate al lavoro di cura e alla custodia degli affetti. Fino a qui non ci sarebbe nulla di male se il permanere degli stereotipi non mettesse in luce un processo di ripetizione, peraltro esaltato dai media per comunicare con il maggior numero di persone possibile, e di rimozione. Dice Molfino, citando Freud e Deleuze, che gli stereotipi sono stati necessari per dare come risolto il «mistero della differenza sessuale», per riuscire a fare pensare delle diversità che non si conoscevano. Quindi ne deduce che gli stereotipi rappresentano una delle zone di resistenza al cambiamento più occulte e pericolose, soprattutto per una realtà come quella italiana dove «rispetto ad altri paesi europei colpisce la quasi assoluta impermeabilità delle istituzioni alle tematiche del genere e del femminismo».

Molto esplicitamente l’autrice chiama in causa la religione cattolica che si illude di conoscere cosa sia effettivamente la differenza sessuale e che così facendo mantiene e nutre lo strato roccioso e l’immutabile dell’ovvio. In questo c’è un esplicito riferimento alla “Lettera ai Vescovi” dell’allora cardinale Ratzinger. Molfino tuttavia non polemizza con nessuno, procede per la sua strada fornendo alle lettrici e ai lettori strumenti interpretativi della realtà che derivano dalle discipline sopraccitate. In questo lavoro, tutto positivo, tende a collegarsi con altre autrici della cultura femminista europea e italiana come Braidotti e Boccia per ciò che concerne la “politicità” della costruzione della differenza sessuale. Infatti sia la Braidotti di Metamorfosi che la Boccia di Una Differenza Politica sono consapevoli che l’autonomia delle donne richiede una profonda distanza dai modelli socialmente imposti, anche a livello inconscio.

Il contributo di Molfino al sapere delle donne si dispone dunque su questo piano che costituisce da molti anni il suo specifico campo di esperienza femminista. Di questo gliene siamo grate perché in questa fase, in cui occorre una profonda trasformazione della politica, la capacità di tenere insieme il livello delle istituzioni con la cultura femminista costituisce un prezioso contributo per tutte le donne. Soprattutto siamo grate all’autrice per la sua capacità di comporre un libro a lettura multipla dove la parte informativa e quella analitica rendono accessibile a tutti la comprensione della vicenda politica che si vuole analizzare.

Insomma un libro femminista, ma dedicato anche ai giovani, agli uomini e alle donne che intendono saperne di più sulla “anomalia italiana” della rappresentanza e della rappresentazione delle donne in politica. In questa capacità di Francesca Molfino si riconosce un percorso comune a molta parte del femminismo “romano” che ha avuto sin dalle origini una vocazione al confronto con la politica istituzionale e che per questo è stato giudicato da alcune, in passato, troppo legato allo spontaneismo degli anni Settanta. Oggi, tuttavia, la capacità di analizzare la contemporaneità sapendo coniugare il partire da sé, ovvero il punto di vista singolare, con gli strumenti e i dati che parlano di una dimensione collettiva, è da considerare in parte anche una derivazione di quelle pratiche politiche che l’autrice contribuì a realizzare. Probabilmente quell’esperienza torna anche nell’esplicito interesse a collegare l’analisi degli stereotipi con la necessità di aprire una nuova fase politica in cui femminismo e politica “istituzionale” siano capaci di dialogare per la trasformazione del senso della politica tout court. Infatti, il messaggio chiaro del libro è che il salto di civiltà, ormai necessario all’umanità, non si può costruire senza l’agire delle donne su tutti i livelli di esperienza.










Liberazione, 15.02.06
Luxuria, i linciaggi e l’orrore per le idee
Piero Sansonetti


Su Repubblica di ieri c’è mezza pagina dedicata alle candidature dell’Unione e della destra. E’ intitolata così: «Alle frontiere delle coalizioni il carosello degli impresentabili». L’articolo è firmato da Filippo Ceccarelli, uno dei giornalisti italiani più arguti, seri, anche fini. Ceccarelli sceglie con cura alcuni impresentabili. A sinistra Marco Ferrando, Francesco Caruso e Vladimir Luxuria. A destra Gaetano Saya, Mario Borghezio e Adriano Tilgher.

Lasciamo stare il caso Ferrando, del quale parliamo in un’altra parte del giornale, e che riguarda la lotta politica aperta all’interno di Rifondazione. (Io credo che Ferrando abbia espresso sul medioriente opinioni sbagliatissime e non condivisibili, e che questo apra un problema politico, relativo alla sua candidatura al Parlamento, che toccherà a Rifondazione Comunista risolvere, in piena autonomia, nel modo che riterrà più giusto: in qualunque modo sarà risolto questo problema, non vedo come possa essere messa in discussione la figura morale e la rispettabilità di Marco Ferrando). E lasciamo stare anche il caso-Caruso (definito da Gianfranco Fini un criminale) del quale si occupa a pagina 5, con saggezza, Haidi Giuliani.

Occupiamoci per un momento solo di Vladimir Luxuria. Sapete chi è? Un editorialista di Liberazione, un opinionista, un intellettuale molto preparato, un esponente di punta del movimento dei gay delle lesbiche e dei transgender. Non ha mai alzato un dito su chicchessia anzi è assolutamente nonviolento. E potremmo continuare per parecchie pagine a tessere le sue lodi, perché se le merita. Perché allora un giornalista intelligente, quale è Ceccarelli, lo paragona a personaggi come Gaetano Saya (che in questi giorni sta coprendo di insulti e di minacce di morte il nostro amico Furio Colombo) o come Adriano Tilgher, che fu tra i fondatori del gruppo nazista “Avanguardia nazionale” e fu il braccio destro di Stefano Delle Chiaie, uno dei più pericolosi e agguerriti terroristi neri degli anni ’70 e ’80?

E’ un’enormità. Non vogliamo neppure rispondere a Fini, che usa quel frasario perché è un fascistello, allevato - insieme a molti del gruppo dirigente di An - dagli squadristi del Fronte della Gioventù. E’ normale che di fronte a un gay dichiarato perda la testa e inizi a straparlare. Il razzismo e il tremore per la diversità, e per la diversità sessuale soprattutto, è una caratteristica fondante dell’ideologia fascista (ai tempi di Mussolini uno come Luxuria non sarebbe stato lasciato in vita...). Ma Ceccarelli? Se anche uno come lui si piega al diffondersi del senso comune razzista e omofobo, fino a paragonare gay e nazi, c’è davvero da preoccuparsi.

E poi c’è da preoccuparsi, molto, per un’altra cosa: possibile che non si riesca a fare decollare questa campagna elettorale, cioè a portarla sui temi veri, sulle questioni che riguardano il futuro dell’Italia, sui progetti, le idee, le proposte, i sogni e le speranze che i partiti politici e i due schieramenti devono illustrare e sottoporre al giudizio degli elettori? La campagna elettorale è una grande occasione di discussione politica e di partecipazione. La posta è altissima: su quale idea di società costruire l’Italia del terzo millennio, cioè per quale via uscire dal berlusconismo che ha rattrappito il nostro paese in questi cinque anni. Su questo ci sono moltissime idee. Alcune anche in contrasto tra loro, all’interno degli schieramenti. Quale sviluppo, quale redistribuzione delle risorse, quale impianto per l’istruzione, per il lavoro, per i diritti, per le persone, per i generi, per la natura. Siamo in grado di discuterne? Per esempio di capire che Vladimir Luxuria è una persona che ci pone di fronte a problemi complicatissimi, e molto seri, che riguardano le relazioni personali, i diritti delle coppie, la libertà sessuale, di comportamento, di sentimento e di affetto delle persone. Ci parla di amore, di diritto all’amore, di difesa dell’amore. Recentemente in una discussione televisiva, mi è capitato di dire queste cose, e mi sono sentito rispondere da una persona saggia e coltissima come Giovanni Sartori: «non saprei, perché sono cose che non mi interessano...». Quali sono, allora, le cose che ci interessano: le risse tra leader e punto e basta?






















Il Manifesto, 14.02.06
Con lo sguardo dell'inizio
Pubblicata da Donzelli «Hannah Arendt. La vita, le parole», la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al «genio femminile».
Simona Forti


Atutta prima, sembra un'inedita Kristeva l'autrice di Hannah Arendt. La vita, le parole. (Il volume, uscito per le edizioni Fayard nel `99 e ora tradotto da Donzelli - pp. VI-296, € 23, traduzione di Monica Guerra -, è parte di una trilogia intitolata «Il genio femminile», dedicata ad Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette). Insolito, infatti, è il tocco leggero e chiaro della scrittura con cui l'intellettuale di origine bulgara e di cultura francese dipana il racconto biografico. Ironico e paradossale può apparire l'intento del libro: esporre il pensiero di Hannah Arendt - così esplicitamente avverso alla psicoanalisi - a una sorta di sguardo «analitico». Il risultato, per quanto teoreticamente discutibile, è comunque molto interessante. Credo, infatti, che sebbene vogliano tenersene lontano, le opere arendtiane si prestino più di quanto si possa credere a questo tipo di lettura. Il messaggio che Kristeva tacitamente invia ai suoi lettori richiama innanzitutto l'esemplarità dell'esistenza di Hannah Arendt: una vita femminile che riesce a rendere «produttivi» i paradossi del secolo che attraversa. E il gioco di specchi tra la vita di chi racconta e la vita raccontata, che senza dubbio trapela tra le righe, riesce a tenersi distante da ogni fastidioso narcisismo. Con grande finezza vengono ritratti tutti i segni della «differenza» arendtiana: il suo essere una donna, costantemente immersa in ambienti quasi esclusivamente maschili; il suo essere ebrea, ma non praticante e non sionista, studiosa appassionata di teologia cristiana e filosofia tedesca.

Per Kristeva, insomma, tutto nella vita di Hammah Arendt, dalle opere alle scelte personali, parla dal punto prospettico di un'irriducibile estraneità. Non soltanto gioca un ruolo centrale l'esilio, che la vede a Parigi negli anni Trenta e poi a New York dal 1940. Ogni episodio della sua esistenza, persino i lineamenti somatici così precocemente invecchiati, reca tracce di una lotta, la lotta tipica di chi è costretto a strapparsi da ciò che è familiare: luoghi, abitudini, lingua.

Ecco allora che la differenza tra il semiotico e il simbolico - nucleo teorico della riflessione kristeviana - trova nel dedalo dei segni offerti dall'«universo-Arendt» una possibilità d'applicazione particolarmente promettente. Questo fa del testo non un volume di semplice «esegesi» arendtiana, che si aggiungerebbe a una produzione ormai sterminata, ma un godibile esempio di come possono interagire tra loro, in maniera intelligente e misurata, narrazione e psicoanalisi, analisi testuale e critica filosofica. Alla fine, Julia Kristeva riesce davvero a trasformare la biografia di Hannah Arendt nella testimonianza di un percorso tortuoso, sofferto, contraddittorio quanto si vuole, ma «riuscito», in quanto capace di rispondere alla chiamata del proprio daimon. Il «demone» arendtiano chiedeva già tirannicamente alla giovane ebrea di cultura tedesca di spendere l'esistenza nella ricerca del senso, nell'interminabile inseguimento di una verità: la radicale finitezza del mondo umano intessuta da una pluralità irriducibile.

In controtendenza rispetto a tante recenti interpretazioni «iperpolitiche» della filosofia arendtiana, l'autrice francese ritiene che l'interrogativo che assorbe, affatica e appassiona Hannah Arendt - dalla tesi di dottorato su Agostino a La vita della mente - sia in fondo uno solo: che cos'è diventata la vita umana; che cosa resta di essa dopo il crollo dei sistemi di riferimento normativi? Se ancora la vita ci appare il «bene ultimo», come pensarla a partire dal fatto incontrovertibile che ciò che ha accomunato e accomuna tutti gli «animali totalitari» - quelli del passato e quelli latenti - è esattamente la pulsione a renderla superflua e a distruggerla nella sua singolarità? Sarebbe infatti questa la minaccia a fronte della quale The Human Condition, l'opera del `58, intona un inno all'unicità della vita spesa nell'azione e nella narrazione (bios), di contro a una vita biologicamente riproducubile (zoe). E' la disperazione prodotta dalla storia del secolo, a far scommettere Hannah Arendt su un agire politico pensato come espressione e prolungamento del «miracolo della natalità». «Donna senza figli - ci dice Julia Kristeva - la Arendt ci lascia in eredità una versione moderna (e secolarizzata?) del legame giudaico-cristiano con l'amore per la vita, attraverso il suo canto reiterato del `miracolo della nascita', dove si coniugano la casualità dell'inizio e la libertà degli uomini di amarsi, pensare e giudicare». E' perché ci sono nascite - frutto della libertà di donne e di uomini, prima che prodotti delle combinazioni genetiche - che esiste la possibilità di essere liberi. La nostra libertà, infatti, - commenta Kristeva - non è soltanto una costruzione psichica, è la conseguenza dell'inizio come esperienza della rinnovabilità del senso.

Proseguendo in modo assai eterodosso il discorso arendtiano - in questo caso portandolo al limite del tradimento - l'autrice francese ribadisce qui la propria visione dello psichismo materno come luogo di passaggio dalla zoe al bios. Più in generale, presenta il legame con la madre - o meglio, l'incontro primario col femminile - come radice, nel singolo, della possibilità di «amore per il qualunque», condizione, in ognuno, dell'apertura verso il prossimo, verso la sua stessa fragilità. E questo varrà, conclude Kristeva, almeno fino a quando la tecnica non avrà eliminato, oltre alla novità della nascita, anche la minaccia della morte. Fino ad allora, l'unico modo per la vita umana di trascendere la propria «naturalità» sarà riposto nell'immortalità della narrazione, o nella possibilità istantanea, da parte della vita singolare, di essere «riconosciuta» dal gioco plurale delle parole e degli sguardi altrui.

Proprio sull'«enigmatica essenza» del chi arendtiano si concentrano le pagine più belle e penetranti del libro. Altamente problematica appare a Kristeva la sottovalutazione dell'espressività del corpo e della psiche nella «rivelazione» dell'identità del singolo che agisce. Per eccesso di coerenza con gli assunti della filosofia heideggeriana, Hannah Arendt si precluderebbe così la strada per una compiuta decostruzione della soggettività metafisica. Come sostenere, infatti, che la psiche è abitata in ognuno dalle stesse e identiche pulsioni? Come ignorare che anche a livello del Dna il corpo biologico è altissimamente individualizzato? Certo rifiutarsi di riconoscere la singolarità della psiche e del corpo è un gesto intenzionalmente provocatorio, la cui forza dovrebbe servire a marcare la differenza tra un soggetto che può essere tale solo se e quando agisce in mezzo agli altri e un individuo che diviene inevitabilmente un oggetto ogni volta che è preso nella rete delle funzioni sociali e dei determinismi biologici.

La nettezza di questa separazione sembra attenuarsi nell'ultima opera di Hannah Arendt, La vita della mente. La parte dedicata al Pensare, soprattutto, riuscirebbe a ridare al processo del pensiero il carattere di un'esperienza incarnata e sensibile. Tuttavia una nuova insidia teorica si ripresenta nella sezione su Volere. E' chiara, e per Kristeva anche condivisibile, la scelta nietzscheana della filosofa di contrastare una volontà, che in virtù del senso di impotenza verso il passato, si trasforma in risentimento, a sua volta foriero di appetito di vendetta e sete di dominio. Se, per sospendere l'accanimento contro il tempo, la risposta di Nietzsche è l'oblio, quella arendtiana è il perdono. Tuttavia, come è possibile per «qualcuno» perdonare, se si trova privato della sua interiorità psichica? E' ancora una volta il medesimo desiderio arendtiano di negare la profondità della psiche a rilanciare una libertà del tutto svincolata dalla volontà e abbandonata alla dinamica plurale dell'«io posso». Ma, si chiede polemicamente Julia Kristeva, il potere politico, quand'anche separato dal dominio, può davvero fare a meno dell'intenzionalità della volontà? Nella sua ricerca di un fondamento non soggettivistico della politica - polemico tanto nei confronti del marxismo quanto dell'esistenzialismo francese - Hannah Arendt non solo non risolve, ma nemmeno affronta queste aporie.

Secondo l'autrice francese, auspicare il perdono al posto della vendetta risentita, puntare sul legame della promessa invece che sul controllo del dominio, significa lasciar emergere, filosoficamente, le risonanze cristiane della formazione giovanile. E insieme a questa eredità, mai esplicitamente ammessa da Arendt, verrebbe alla luce la negazione - in senso propriamente analitico - su cui regge l'intero edificio arendtiano. Hannah Arendt avrebbe avuto bisogno, per continuare a vivere, ad agire e a pensare, di «attaccarsi» alla possibilità che da qualche parte - al di là forse delle singole persone concrete - e in qualche modo - al di fuori delle parentesi totalitarie - il «senso comune» rimanga «sano». Era questa già la tesi di Lyotard che Kristeva sviluppa rintracciandone i segni palesi. «Non è la lingua tedesca che è impazzita!»; perché Hannah Arendt ripete così spesso e ansiosamente questa affermazione? Come ad esempio nella bellissima intervista con Gaus (confronta Archivio Arendt 2. Feltrinelli, 2003). Perché, per quanto abbia genialmente ripensato alla vita come alla possibilità del miracolo dell'inizio, Hannah Arendt non è riuscita ad ammettere fino in fondo che in ogni cosa - sia essa la lingua, l'umanità, la madre, il padre, ogni singolo, persino l'essere - è racchiusa la sua possibilità di non essere. Resta, tuttavia, l'unica filosofa, non a caso una donna, che ci ha offerto un pensiero dell'inizio come possibilità per ciascuno di rilanciare la questione del senso della propria vita.












Il Messaggero, 13.02.06
Provocazioni/ La ricetta di Corinne Maier per rilanciare la scienza dell’inconscio in crisi.
Grazie all’umorismo
«Che risate, sul lettino dello psicoanalista»
di G.ROCCA


«LA logica della “redditività” non risparmia la psicoanalisi di cui ignoriamo se sopravviverà al Prozac e al Viagra, medicinali che permettono di ottenere erezioni e felicità a comando». Con questa premessa Corinne Maier, la fortunata scrittrice di Buongiorno pigrizia , in cui spiegava come convivere con i luoghi comuni della vita aziendale, si ripresenta ai suoi lettori con un nuovo libro,Buongiorno lettino (Bompiani, 206 pagine, 9,90 euro), che si prefigge un altro obiettivo: come far uso dell’analisi ridendo.

Perché è pessimista sul futuro della psicoanalisi?
«Dopo il grande successo degli anni Sessanta e Settanta, almeno in Francia, si è registrato un calo di interesse. Non dico che sia finito, ma le persone che entrano in analisi sono molto meno di una volta. Le lunghe terapie, anni e anni di sedute, sconcertano e poi non si è mai sicuri del risultato. Al giorno d’oggi la gente vuole efficacia e rapidità; così vengono privilegiate pratiche che ottengono un relax immediato. Come il massaggio, oppure ci si rivolge a metodi orientali. C’è poi il problema dei costi: da noi l’assistenza sociale rimborsa solo le visite psichiatriche».

Al contrario il vocabolario “psi” è sempre più di moda. Come mai?
«Le parole derivate dalla sfera “psi” si sono affermate nei settimanali femminili, nei media, nella vita corrente dando l’impressione che ci sia una sorta di cultura generale in materia. E’ davvero un paradosso che con l’espandersi dei termini associati alla psicoanalisi, la sua sfera d’influenza sia arretrata».

E spesso se ne fa anche uso in campagna elettorale. In Italia ultimamente nel duello Berlusconi-Prodi si è parlato perfino di attacchi di panico...
«Non so se dietro ai politici ci sia un consigliere psicologo. Le rispondo con l’esempio di Giscard d’Estaing e Mitterrand nelle presidenziali del 1981 che videro la vittoria di quest’ultimo in una lotta davvero dai toni duri. Ebbene dopo la sconfitta, Giscard d’Estaing si rivolse a uno psicoanalista per riconquistare il suo equilibrio. Mi chiedo: che cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto prima, avrebbe vinto?»

Ha una ricetta per risollevare le sorti della psicoanalisi?
«No, ma dico che tutti dovrebbero farla. S’imparano molte cose di noi stessi e di conseguenza si capisce meglio la vita. Per quanto riguarda il lato economico invece penso che il costo delle sedute dovrebbe essere relazionato alle condizioni finanziarie del paziente e che non ha senso chiedere a uno studente la stessa cifra di un professionista».

Lei economista pubblica un libro sulla psicoanalisi, come mai?
«Non credo che l’economia sia veramente la disciplina della realtà, come alcuni pensano. Comunque mi sono sempre occupata anche attivamente di psicoanalisi. Sono appassionata e una seguace delle teorie lacaniane. Lacan era un grande il cui pensiero è andato oltre la psicoanalisi, permettendo di riflettere sul mondo e sulle cose».

Che cosa vuole dimostrare con questo libro?
«Che la psicanalisi non è una vecchia pratica noiosa. Per farlo sono ricorsa a ritratti nei quali ciascuno si può riconoscere o può ritrovare il suo vicino».

Perché come Corinne Maier spiega nel libro, la normalità non esiste. E’ inutile illudersi: siamo tutti dei casi clinici.




























Il Manifesto, 12.02.06
Padri senza figli

Che i padri americani - e non solo - non se la passino bene lo aveva già confermato la recenta uscita di una doppietta cinematografica: «Non bussare alla mia porta» (Don't Come Knocking) di Wim Wenders e «Broken Flowers» di Jim Jarmusch. Due strani film, praticamente gemelli, con Sam Shepard, nel primo, e Bill Murray, nel secondo, a incarnare il maschio americano al tramonto, depresso, attaccato alla bottiglia, spaesato, disorientato e alla ricerca del figlio perduto. Ora una notizia, che arriva dalla cronaca e non dalla fiction, conferma questo stato di crisi permanente: un numero sempre più elevato di uomini incerti del proprio marchio doc impresso sulla figliolanza, si affidano ai test di paternità in cerca della «verità». Saliva, sangue, capelli, pelle per ottenere la «certezza» scientifica di essere «veramente» padri. Un esame (che costa tra i 200 e gli 800 euro) pubblicizzato online, perché gli Stati uniti sono un grande paese, moderno e digitalizzato - che assicura «affidabilità, qualità, precisione e discrezione». s.g.

sabato 11 febbraio 2006

La repubblica – salute, 10.02.06
Mamme depresse
Lasciate sole in un momento delicato L'importanza dell'ascolto e dell'aiuto Colpito il 10-15 per cento delle donne dopo il parto: molte negano o dissimulano. Alterazioni nel rapporto con il neonato, il bisogno di una "rete di contenimento". Un progetto mirato della Regione Emilia Romagna
di Johann Rossi Mason


Le immagini del video scorrono sullo schermo: una donna parla con una terapeuta, e, da un lato, lontano, un passeggino con un neonato. Avrà sei mesi circa, è silenzioso, non guarda la madre e la madre non guarda lui. Per tutta la durata del video, la registrazione di una seduta di psicoterapia tra i due non ci sono contatti.
Secondo video, stessi soggetti: la terapeuta invita la donna ad allattare il neonato. La donna lo prende in braccio impacciata, il bambino apre la bocca per attaccarsi al seno ma i loro sguardi non si incontrano mai; ad un certo punto il neonato si chiude gli occhi con le mani.
Terzo video, girato alcuni mesi dopo: il passeggino è accanto alla madre e mentre parla ogni tanto si gira a guardare il figlio, che allunga le braccia verso di lei.
Si percepisce che molto è cambiato, che si è ristabilito un rapporto, che ora e solo ora c'è una comunicazione non verbale tra i due. Sia pure lentamente si è creato un legame. Sono le immagini eloquenti che commentanoun appuntamento del progetto dell'Emilia Romagna sulle depressioni dopo il parto, un piano specificamente rivolto ai primi anni di vita.
La depressione post-partum colpisce il 10-15% delle donne che hanno un bambino, ma molte negano e dissimulano: la società è permeata del luogo comune che una nascita sia un evento meraviglioso e la donna non abbia diritto di sentirsi meno che felice. Specialmente in anni in cui di figli ne nascono sempre meno e su quei pochi viene investito immensamente. Alla donna che sta male non rimane che la vergogna, il che aumenta il proprio senso, schiacciante, di inadeguatezza.
"Le madri che arrivano, sono per lo più consapevoli delle difficoltà di relazione con il loro bambino, ed hanno chiesto aiuto, anche se spesso in modo indiretto, alle persone a loro vicine", spiega Marilisa Martelli, Direttore dell'Unità operativa di Neuropsichiatria dell'età evolutiva dell'Ausl di Bologna e del Centro Clinico per la Prima Infanzia: "Nel 33% dei casi madre e bambino ci vengono inviati da un collega neuropsichiatra o psicologo, nel 29 per cento dal pediatra di famiglia e nell'undici per cento da divisioni ospedaliere".
"Quando c'è una depressione", continua la neuropsichiatra, "la relazione madre-bambino viene alterata precocemente. Madre e bambino arrivano insieme, accompagnati anche dal padre nel 65,7% dei casi. Arrivano da noi perché i bambini manifestano problemi di comportamento, di relazione con i genitori, di sonno, di alimentazione, o difficoltà di comunicazione".
Le cause? Tramontata l'ipotesi dominante sino a qualche anno fa dello '"sbalzo ormonale", sono più verosimili ipotesi di natura sociale e ambientale: ricoveri molto brevi, solitudine fino all'isolamento della donna al ritorno a casa, scarso supporto familiare e sociale. Manca insomma una "rete di contenimento" della donna che la accompagni nelle prime settimane e che le dia consigli specialmente se ha un bambino irrequieto, che non dorme, non mangia o piange molto.

"E anche papà sta giù"
Gli uomini

E gli uomini? Non partoriscono e quindi non hanno la depressione? Sbagliato. Sembrerebbe invece che la nascita di un figlio possa avere risvolti negativi anche sui padri e, a cascata anche se a lungo termine, sui figli. Lo affermano i ricercatori della prestigiosa Università di Oxford in Gran Bretagna, guidati da Paul Ramchandani: "Gli effetti della depressione paterna durante i primi anni di vita dei bambini hanno ricevuto scarsa attenzione sinora. Abbiamo sottoposto 8431 padri al test EPDS (Edinburgh postnatal depression scale) otto settimane dopo il parto delle partner e eseguito un controllo 21 mesi dopo. Ebbene la depressione paterna nel periodo dopo la nascita era associata a comportamenti ed emozioni negative nei figli dai 3 ai 5 anni". Resta da indagare se la causa della depressione maschile in occasione dell'evento nascita sia la causa reale del disagio.









AprileOnLine, 10.02.06
Il ricatto di don Gelmini

Le vie del Signore sono infinite, mentre quelle di Don Piero Gelmini sono poche ma buone, e portano tutte dritte dritte ad Amelia, provincia di Terni, dove ha fondato la “Comunità Incontro”, casa madre di oltre 200 comunità nel mondo. E in effetti, di incontri nel regno incontrastato di Gelmini se ne possono fare parecchi, e di interesse più che rilevante per l’andamento del nostro paese, ogni giorno che passa sempre più terreno di conquista di una chiesa tornata ai fasti migliori dell’epoca delle crociate: ma la conquista degli infedeli italiani, stavolta viene intrapresa a colpi di inaccetabile collateralismo con i poteri teoricamente laici dello Stato. Questo almeno è quanto emerge da un’intervista, rilasciata al maggior quotidiano nazionale dal prete nato a Pozzuolo Martesana nel 1925, sacerdote dal 1949, che pensavamo (e speravamo) in questi giorni venisse se non smentita, almeno edulcorata in alcuni suoi passaggi apparsi francamente pesanti e difficili da digerire, almeno per chi pensa di aver già subìto sufficienti ingerenze ecclesiastiche nella storia del proprio paese. Invece, neanche una parola sulle dichiarazioni rilasciate a commento della nuova legge sullla droga, nelle quali don Piero si lascia andare a confidenze degne di una camera caritatis torbida e oscura, dagli inquietanti risvolti pseudo-massonici.
Sembra infatti che al momento della votazione in parlamento, il telefono di (don) Pierino la peste abbia cominciato a squillare all’impazzata, per ricevere i complimenti commossi di numerosi esponenti del Palazzo, da Gasparri a Buttiglione, passando per Cutrufo e, naturalmente, per il (demo)cristianissimo e (forza)italiota Giovanardi. Sì, perché il vero demiurgo di questa ennesima norma repressiva partorita dalla maggioranza in zona Cesarini, approfittando dell’urgenza del decreto sulle Olimpiadi, è stato proprio lui, don Gelmini, servito e riverito da una fitta schiera di politici di centro-destra, desiderosi di accontentarlo prima della fine della legislatura, così da rispettare un patto siglato addirittura nell’anno della discesa in campo dell’Unto dal Signore: “Quando scese in politica, nel ’94, Silvio arrivò qui con i capi di centrodestra, e io feci sottoscrivere a tutti un documento per sostenere che ogni tipo di droga andava vietata. Lo scrisse Buttiglione, altri lo firmarono qui, su questo tavolo. Oggi l’obiettivo è stato raggiunto”.
Dunque potente e tenace il nostro prete, che non si è lasciato infiacchire dalla caduta del primo governo-Berlusconi, tessendo con pazienza la tela della sua legge antidroga sino alla vittoria, bissando il successo incassato all’epoca della prima modifica voluta da Craxi circa vent’anni prima, come conferma quest’altra affermazione: “Le radici di entrambi le leggi antidroga sono state piantate qui, ad Amelia...Craxi aveva ancora idee libertarie, gli ho parlato a lungo, si è convinto, e ha combattuto la buona battaglia che ha portato alla legge allora chiamata Iervolino-Vassalli”. A dir poco agghiacciante; ma il meglio, anzi il peggio, deve ancora venire, perché alla fine della sua generosa confessione, don Gelmini ci regala la chiusura col botto.
“In questi quarant’anni sono passati dalle nostre comunità 300 mila ragazzi solo in Italia. Salvare un figlio dà un certa influenza sulla sua famiglia (!). Sono tre milioni le persone cui posso arrivare. Berlusconi lo sa, e mi dà retta”.
Detto questo, rimane soltanto pregare che il bravo Don Gelmini, prima di questa intervista, si fosse fatto una bella canna, con principio attivo fortemente elevato. Altrimenti siamo nei guai fino al collo.








Il Manifesto, 10.02.06
Il dio dell'odio
Domenico Starnone


Mi pare necessario, di questi tempi, ricordare con chiarezza che tutte le religioni sono, proprio in quanto religioni, un canale attraverso cui è possibile esprimere con estrema forza l'odio. Avere un dio serve a moltissime cose e tutte danno parecchio conforto. Tra queste bisogna mettere al primo posto l'idea che un'offesa a me è sempre un'offesa al mio dio. Io sono debole, forse vile, forse meno capace del mio avversario. Lui perciò mi umilia, mi schiaccia, mi toglie tutto quello che ho, anche la dignità. Allora provo odio, ho desiderio di vendetta, voglio fare scempio del suo corpo infame. Bene, la mia unica consolazione, in quel caso, è pensare che il mio dio è offeso quanto me e sperimenta il mio stesso odio. Lui però, a differenza di me che sono piccolo, è grande e schiaccerà il mio nemico, quello che per adesso primeggia. Presto la gerarchia si rovescerà e il mio persecutore sarà l'ultimo, io il primo. Non solo le rissose divinità omeriche hanno questa funzione primaria.
Ma anche il dio unico della tradizione giudaico-cristiana. Ogni dio, proprio in quanto dio, assume su di sé il sentimento dell'odio, il bisogno di vendetta, e così fa in modo che io mi acquieti, mi raffreddi. Questo dio non elimina i miei cattivi sentimenti e gli altrettanto cattivi propositi, ma se li attribuisce e nel farlo mi persuade che faccio bene ad attendere: la vendetta è un piatto che va servito freddo, basta sedere sulla riva del fiume e presto passerà il cadavere del mio nemico. Una delle funzioni divine, quindi, è proprio lo smistamento dell'odio e del bisogno di violenza. Come il ragazzino soggetto a soprusi sogna di rifarsi quando interverrà il suo fratello maggiore o l'amico grande e grosso che mena impavidamente, l'uomo schiacciato si rivolge al suo dio e aspetta che lui provveda. C'è insomma un dio punitore sempre, in ogni religione, che presto o tardi si manifesta come dio degli eserciti. Il mio compito è non fargli torto, agire sempre nel suo nome più che nel mio, evitare che rompa il suo patto con me e mi abbandoni. Questo, si sa, non è affatto in contraddizione con un dio dell'amore, del perdono, del dialogo. È il dio che preferiamo, naturalmente, specialmente se siamo stati bene allevati e abbiamo la propensione a migliorare noi stessi e gli altri. Persino se non abbiamo un dio, amiamo questo dio che ci vorrebbe tutti testimoni del suo amore per gli ultimi, non solo i poveri, ma i reietti, i braccati dal male che fanno a loro volta del male. Questo dio d'amore e di perdono è il progetto più alto che sia nato dall'interno delle religioni. Ma non deve far dimenticare il dio dell'odio e della violenza, perché altrimenti tutto si confonde e pare che ci siano le religioni buone e quelle cattive. Anche il dio dell'amore e del dialogo resta sempre, in ultima istanza, un dio punitore, un dio che promette ai suoi fedeli un risarcimento, un riscatto, un regno, dal quale resteranno esclusi tutti quelli che non hanno voluto o saputo eleggerlo. Questa persistenza del dio del Giudizio è ciò che rende potenzialmente pericolosa ogni fede religiosa.

Certo, si può obiettare che il dio che fa giustizia è pur sempre un dio d'amore, nient'affatto un dio dell'odio e della violenza. Ma è proprio un'obiezione del genere che oggi ci dovrebbe allarmare. Il pericolo delle religioni viene dal loro versante apocalittico che svela come il dio d'amore sia sempre pronto a mutarsi nel dio del Giudizio. Voglio perciò azzardare che le fedi religiose, proprio per disinnescare il loro lato esplosivo su cui fanno leva da sempre i poteri mondani, dovrebbero cancellare dalla loro ragion d'essere il bisogno di giustizia e potenziare invece nei fedeli la capacità di riconoscere l'ingiustizia e correggerla subito o almeno alleviarla.

Il dio più pericoloso per il genere umano, oggi specialmente, con le atomiche già negli arsenali e le altre in via di realizzazione, è il dio che assume su di sé i torti fatti ai suoi fedeli e promette giustizia. In un mondo in cui la disperazione di massa è sempre più trasformabile politicamente e militarmente in fuoco e fiamme per via religiosa, il patto del fedele col suo dio tende continuamente a trasformarsi in patto di rivalsa, in patto di annientamento. L'amore quindi sbiadisce e prevale l'odio per tutta la modernità. I fondamentalismi - tutti - non sono più il versante fanatico delle religioni, ma «le ragioni divine» gridate contro il mondo contemporaneo sazio, annoiato, corrotto, che si è introdotto nelle stesse fedi e le ha annacquate. I fondamentalismi diventano il patto rinnovato col dio grande, che punirà presto, caso mai per mano dei suoi servi più vigili, i troppi cedevoli traffici degli stessi fedeli con la carnalità disperante, senza più spirito, di oggi. Questo patto non sa che farsene del dio d'amore e di dialogo, che almeno è il simbolo di un rovello quotidiano logorante da parte di chi crede. Perciò questo dio sbiadisce. Compare, più urgente, più attuale, quello che invece vuole le donne, per esempio, tutte pronte a confessare la loro colpa di sterminare tramite aborto vite innocenti; o quello che si erge contro ogni immedesimazione relativizzante nell'Altro, nelle verità dell'Altro, tradendo la Verità. Il fatto è che questo davvero, pur nella differenza degli occhiali con cui lo guardiamo, è un mondo abbastanza brutto, esposto a tutte le apocalissi. Perciò vi hanno facile gioco quelli che vogliono menare le mani persuadendo la gente che sia un dio, offesissimo, a volerlo. La forza crescente del versante pericoloso delle religioni è nella più disperante assenza di politiche capaci, subito, di rendere il mondo almeno un poco meno immondo.















Liberazione, 10.02.06
Vale la pena di partire da una singolare anomalia: se tanti movimenti rivoluzionari nella storia si sono caratterizzati per aver avuto un inizio e una fine la singolarità di quello delle donne[…]
Laura Capobianco


Vale la pena di partire da una singolare anomalia: se tanti movimenti rivoluzionari nella storia si sono caratterizzati per aver avuto un inizio e una fine, la singolarità di quello delle donne, a partire dal ’900, consiste nel fatto che può inabissarsi, assumere un andamento carsico, ma prima o poi rinasce, visibile ed efficace. E’ quello che sta accadendo in questo momento in Italia.

Senza dubbio a fondamento del nuovo femminismo, come hanno voluto definirlo i media, c’è un sentimento forte di indignazione, un urlo prolungato che è risuonato da Milano a Roma e di lì in tutta Italia. “Basta”. E’ come un’onda che alzandosi produce effetti a cascata moltiplicandosi in tanti altri rivoli. Di nuovo un tentativo di riportare la politica ad un significato originale di condivisione dello spazio pubblico, senza la prepotente occupazione dell’oggi? Uno degli effetti è stato sicuramente il passaggio del testimone, da Milano a Napoli, già pronta ad accoglierlo; l’altro è la contaminazione, l’apertura, il salto in avanti che si produce all’interno di contesti dove più numerose sono le donne.

Ci è capitato di vivere questa esperienza il 6 febbraio scorso quando i fili che si stavano tessendo in città per la manifestazione nazionale del prossimo 11 febbraio, con naturalezza si sono riannodati nella Convention delle donne Ds che a Napoli ha una storia molto particolare, di grande apertura e di costruzione di relazioni tra donne. E così il tema della laicità, proposto da una storica del Cristianesimo e da Simona Marino, filosofa del pensiero della differenza, ha buttato sul tappeto interrogativi inquietanti ripresi da appassionati interventi dal pubblico. Se “laicos” è in origine colui che è escluso dalla legge, (fondata sul sacro) perché non appartiene al demos, ma è volgare e popolare; e se tutta la cultura occidentale scaturisce dal patto che gli uomini stipulano tra di loro, escludendo, dando in cambio per questo patto, il corpo delle donne (come si legge nella Genesi) la domanda da farsi è proprio come le donne possano occupare lo spazio del “fuori” e dare origine ad una laicità non oppositiva ma che includa l’altro.

Un concetto che viene forse da troppo lontano ma che comunque serve a guidarci a ritrovare un percorso in un contesto come quello da cui parliamo dove l’illusione forte di governi di sinistra ci aveva portato a credere che la libertà femminile “naturalmente” potesse esservi iscritta. Verità molto parziale se si considera che non molte ma abbastanza donne sono nelle istituzioni e che rende più urgente affrontare la domanda di come ci stanno e soprattutto di che relazione esse mantengono con il “fuori”. E ancora, come si raccontano, se lo fanno, quelle che ostentano un di più di libertà e occupano con gli uomini i luoghi del potere e che relazione hanno con questi uomini, soprattutto con quelli che si mostrano disponibili al dialogo?

Un laboratorio, Napoli, (e rispondiamo a Paola Melchiori) di nuovo interessante, dove la sindaca non ha prodotto direttamente effetti di trasformazione né valorizzato ciò che le donne avevano prodotto ma che è ancora vitale sotto la cenere. Dopo l’11 da Napoli riannodiamo i fili magari con maggiore generosità, sicuramente con rinnovate energie.





Liberazione, 10.02.06
L’anniversario della nascita dello scienziato inglese è l’occasione per un inventario delle diverse associazioni europee impegnate a difendere la cultura dei non-credenti. In Italia incontri organizzati dalla Uaar presso le librerie Feltrinelli
Darwin day, la libertà di non religione per i diritti di tutti
Valeria Magnani


Circa la metà della popolazione europea non professa alcuna religione, eppure negli anni scorsi si sono succedute sconsolanti diatribe sulla necessità che figurasse il richiamo alle radici cristiane sul testo della Costituzione europea. Le parole quindi hanno peso e misura, realizzano conseguenze concrete; e dal riconoscimento costituzionale di un’Europa cristiana, potrebbe nascere una situazione quantomeno ambigua: cioè che l’approvazione di una norma in frizione con le aspettative di una chiesa, e potrebbe essere solo quella cattolica, sarebbe una violazione della Costituzione europea, con tutte le plausibili conseguenze. Dare vero significato alle parole, o alla loro omissione, è un gesto mentale di cui non si sente quasi più il bisogno, le parole garriscono al ritmo della fretta quotidiana, se ne afferra un senso ingessato di consuetudini che sempre qualcuno ha preventivamente stabilito. La “libertà di religione” di cui si parla, ad esempio, ci sembra esaustiva di tutte le libertà possibili in ambito morale; passa inosservato che venga invece esclusa la “libertà di non-religione”. Eludere questo avverbio che identifica e rafforza un opposto: anche questo è un gesto che ha peso e misura, perché decreta l’accettazione, consapevole o meno, che i diritti morali dei non credenti non abbiano pari dignità nel mare magno degli atteggiamenti di tendenza, che raramente sono di coerenza quanto invece quasi sempre di conformismo alla prassi del potere cattolico. Così, dai preti chiamati a benedire opere pubbliche alle non-stop televisive che divorano l’emotività della gente con i funerali del papa, la libertà di non-religione e la pari dignità morale degli atei, viene ingoiata da un’arroganza culturale fagocitante. La laicità rimane un concetto vuoto come un gesso tolto, una parola tra le tante di cui vedere solo la piega apparente.

L’anniversario della nascita di Charles Darwin il 12 febbraio è l’occasione per interessarsi alle diverse associazioni europee impegnate a dare alla libertà di non-religione un significato più impegnativo. Ognuna di queste tiene a precisare che non ci sono distinzioni politiche, né sociali od economiche tra i partecipanti; l’anticlericalismo è ovviamente il minimo comune denominatore, e l’ateismo o l’agnosticismo il filo conduttore; ma la cultura del rispetto che in genere coltivano fa sì che alcune associazioni raccolgano anche quei credenti che sanno fare della fede un dogma unicamente individuale.

Con “Uaar” (Unione atei e agnostici razionalisti) è approdata anche in Italia la commemorazione che in Inghilterra celebra già da tempo il Darwin day, con incontri e dibattiti realizzati in molte città italiane presso le librerie Feltrinelli (info: www. uaar. it). L’ateo è la sua pubblicazione bimestrale, occasione di incontro delle idee e di raccordo tra i soci.

Ancora in area veneta opera da circa vent’anni il “Mai”. (Movimento anticlericale italiano), nato sulla base di esperienze radiotelevisive e di ricerche storico-antropologiche; il mezzo radiofonico serve da cassa di risonanza dell’organizzazione, che sensibilizza sui danni prodotti dalla contraddittoria morale clericale, dai soprusi e dalle ingiuste cause perpetrate dalla chiesa. Il dato di attualità è supportato da notizie storiche che ne attestano la continuità culturale con la tradizione ecclesiastica (sui 94 Mhz di Radio Gamma 5).

Nel 1989 nasce il movimento anticoncordatario “Carta 89”, radicato nell’ambito delle iniziative per l’abolizione del concordato, e per la tutela del diritto di non partecipazione all’ora di religione nelle scuole. Si è impegnato in istanze anche giuridiche, ed è stato presente in tutte le lotte istituzionali per il progressivo smantellamento dell’obbligo religioso nelle scuole a favore dei diritti dei non avvalentisi. Da notare la parabola costitutiva del movimento che si forma da comitati e collettivi operanti già nel 1983 per la laicità nella scuola: di tali processi associativi facevano già parte il concistoro della chiesa valdese e la federazione evangelica italiana insieme a collettivi come Rossoscuola e associazioni sindacali. La variegata composizione testimonia ancora una volta di come la vera laicità sia un valore universale per le mentalità più aperte della società, di qualunque estrazione ideale (www. arpnet. it).

L’associazione dei liberi pensatori italiani intitolata a Giordano Bruno è forse tra le più antiche. Si ufficializza nel 1903, ma raccoglie le tensioni composite delle associazioni di liberi pensatori che nel 1869 si erano riuniti nell’Anticoncilio di Napoli, un convegno organizzato da alcuni deputati appoggiati da Giuseppe Garibaldi e Victor Hugo. Attaccata prima da Pio X come oltraggiosa e provocatoria, l’associazione fu sciolta perché dichiarata antinazionale da un regio decreto di Mussolini, che ne boicottò i lavori in accordo con il Vaticano, mentre le squadre nere distruggevano sede e archivi. Duri di sangue e di confino gli anni seguenti, all’insegna degli umori della storia mondiale. In anni più recenti l’associazione “Giordano Bruno” (www. liberopensiero.20m. com) si muove in prima fila nelle battaglie per il laicismo e i diritti civili di tutte le minoranze. Dal 1919 pubblica il periodico La Ragione. Correlata a livello europeo è la “Fèdèration Nazionale de la Libre Pensèe”, attiva in Francia dal 1848; anche i suoi militanti hanno vissuto in prima persona storie di persecuzioni; ma seppero portare a casa, tra gli altri, un risultato importante: l’abolizione della schiavitù dei neri nelle colonie francesi (www. librepenseefrance. ouvaton. org/buts. htm1).

Con piglio teutonico opera in Germania la “Lega contro il conformismo”, che per consapevolezza degli obiettivi e per eterogeneità dei nuclei si autodichiara l’equivalente moderno dei bolscevichi nella Russia zarista o degli ebrei nel medioevo cristiano. Segue tre principi generali: controllo delle nascite, perché solo un certo numero di uomini trova posto sul globo; riduzione dell’orario di lavoro, perché il lavoro è fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro; uguaglianza: non delle risorse legate alle qualità personali ma dei beni terrestri distribuiti nel mondo. Si possono trovarne le pubblicazioni in italiano su www. ahriman. com.

Nel Regno Unito, dal 1866, opera la “National Secular Society”, che si propone come principali obiettivi lo smantellamento del potere della chiesa d’Inghilterra, l’abolizione della destinazione alle chiese di parte delle tasse, il regolamento degli studi di religione nelle scuole, l’abolizione del reato di blasfemia. Anche la “Nss” tiene a precisare che pur essendo un’associazione costituzionalmente di non credenti, non accampa diritti maggiori per questi ultimi nei confronti dei credenti, che pienamente rispetta, giudicando inalienabili i diritti di tutti. Condanna invece gli effetti negativi a cascata dell’uso strumentale che le chiese operano sulla fede delle persone (www. secularism. org. uk).

Il quadro è dunque vario, ma un’impressione svetta nitida; che i non cattolici, comprendendo tra questi anche le altre confessioni religiose che si battono per i diritti civili, nella maggioranza dei casi siano capaci di qualcosa che va ben oltre la tolleranza: si chiama rispetto e vero senso d’uguaglianza.







Liberazione, 10.02.06
Religioni
Quando il papa suggerisce
Mauro, Roma


Caro direttore, queste le parole di Ratzinger il 12 gennaio 2006 in Vaticano davanti al sindaco di Roma Veltroni e all’onorevole Marrazzo: «E’ un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna esigenza sociale»; «occorre aver cura che non manchino di concreti aiuti le gestanti che si trovano in condizioni di difficoltà ed evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell’aborto». C’è un nesso tra il silenzio mediatico sulla notizia che il capo dello Stato Vaticano “suggerisca”, ai rappresentanti di un altro Stato come governare, ed il modo in cui il mondo islamico si ribella a 12 vignette raffiguranti Maometto? Le due notizie, apparentemente slegate l’una dall’altra, dimostrano la violenza che porta in sé ogni religione. E poi, che la destra vada a braccetto con la chiesa è cosa risaputa, è sempre stato così, ma la sinistra ha bisogno di queste alleanze? Lasciamola a Silvio la folle illusione che dio, la chiesa e la castità gli faranno vincere queste elezioni.
































Liberazione, 10.02.06
Bentornata dialettica, altro che fine della storia
I significati, gli sviluppi, la complessità di una categoria dalle tante implicazioni politiche.
A Bologna un incontro internazionale tra studiosi, oggi e domani
Alberto Burgio


Chiunque abbia qualche dimestichezza con la storia del termine «dialettica» sa che la questione centrale riguarda la presenza di due distinte prospettive teoriche. Nel corso del tempo sono state elaborate teorie nelle quali «dialettica» concerne il terreno del discorso (le contraddizioni e le impasses logiche o le contrapposizioni tra interlocutori) e teorie in cui invece «dialettica» riguarda i processi reali (la relazione tra le cose o il divenire storico). Possiamo dire con sicurezza che la storia di «dialettica» conosce una cesura e una sola, che si verifica con Hegel.

Perché? Non certo perché Hegel sia il primo a considerare la realtà come un tessuto di contraddizioni. Ma perché Hegel è il primo a impiegare «dialettica» per formulare una teoria della contraddizione reale. Il problema della tensione tra identità e mutamento è un problema classico. Sin da Eraclito la percezione di questo problema induce concezioni conflittuali della realtà. Questo problema è visto prima di Hegel, ma non è assimilato all’insieme delle questioni concernenti la «dialettica». Fino a Hegel, «dialettica» è riferita al solo ambito del discorso, del dialogo, della conoscenza e della teoria.

Hegel, d’altra parte, non nasce dal nulla. La sua rivoluzione concettuale ha un antefatto, legato al complicato trattamento della questione da parte di Kant. Nella ricostruzione hegeliana, in gioco non è quello che Kant aveva inteso sostenere, ma il Kant di Hegel, ciò che Kant diventa in forza dell’uso che Hegel decide di farne. «Dialettica», per come Kant dapprima definisce il termine, concerne ancora il discorso - le sue tecniche - e si collega a una intenzione ingannevole, persino truffaldina. Richiama l’esperienza della sofistica, della «eristica» aristotelica. Ma Giano guarda anche verso il futuro. Quelle illusioni non sono, in realtà, sempre volontarie. Non sempre è questione di capriccio o della volontà di ingannare l’interlocutore. Kant introduce una distinzione fondamentale. L’apparenza dialettica e gli errori che ne conseguono nascono dalla nostra stessa natura, da come è fatta la ragione umana. Si tratta pertanto di «illusioni naturali e inevitabili», destinate a riprodursi «incessantemente», nonostante la critica le abbia già una volta smascherate.

E’ chiaro che qui Kant scopre qualcosa: una inquietante terra di nessuno (che Hegel definirà «in sé del per sé» e il Novecento istituzionalizzerà come «inconscio») posta tra ciò che è altro da noi e ciò che noi siamo, consapevoli di esserlo. Scopre quell’altro da noi che è in noi: quel nostro altro che non ci è dato conoscere ma in virtù del quale siamo ciò che siamo. Come sappiamo, Kant perviene a questa scoperta muovendo dal riconoscimento di un bisogno di totalità, di senso e di consistenza che egli considera costitutivo della nostra relazione con noi stessi e con il mondo della vita. Questo «bisogno della ragione», non eludibile ma nemmeno pienamente appagabile (vorremmo avere certezza della nostra consistenza nel tempo e dell’esistenza di dio, così come vorremmo poter conoscere e non soltanto pensare il mondo come totalità e come contesto dotato di senso), costituisce la radice antropologica dell’illusione dialettica.

E’ un’idea effettivamente ambigua, il che darà a Hegel il destro di aggrapparsi a uno dei suoi versanti per suffragare le proprie pretese. A fabbricare sofismi e antinomie è la natura stessa, dunque si potrebbe dire che la natura - la realtà oggettiva - è fonte e sede di contraddizioni. Hegel non si lascerà sfuggire la possibilità di metterla in questi termini.

Per Kant siamo noi - noi in quanto portatori di bisogni sproporzionati alle nostre facoltà - i soli vettori di contraddizione. Fondare presunte conoscenze su catene logiche alle quali non corrisponde alcunché di esperibile è come cedere a una tentazione, come abbandonarsi a «prospettive lusingatrici e speciose». La dialettica è accusata di «adescare» la ragione, alla quale, pure, è «inscindibilmente legata». La contraddizione è dunque il perturbamento, la deviazione dalla norma. Hegel dirà, criticando tradizione e senso comune: «un’anomalia, un transitorio parossismo morboso», a fronte di una realtà extraumana concepita, di per se stessa, come un tutto coerente. Se questo è vero, quello che Hegel compie ribaltando tale prospettiva è davvero un gesto sacrilego.

E’ il primo a chiamare «dialettica» la contraddizione reale. La scelta terminologica riflette una innovazione teorica di incalcolabile portata. Il fatto che in Hegel lo stesso nome designi sia le contraddizioni logiche che innervano lo sviluppo della scienza, sia quelle reali, è l’indicatore di una nuova idea della realtà e dei suoi processi di trasformazione: di una nuova idea di interscambio tra oggettività (realtà materiale: natura e mondo storico) e soggettività. «Dialettica» copre adesso l’intero campo discorsivo relativo alle contraddizioni di ogni genere e al loro superamento teorico e pratico. Questa convergenza dipende da una precisa interpretazione dei conflitti che presiedono ai processi reali di trasformazione e che proprio questa scelta lessicale riconduce all’attività della soggettività storica. Le precedenti teorie della contraddizione oggettiva vengono così riformulate in una nuova teoria in cui, tra la soggettività efficiente e l’oggettività attraversata dal conflitto e dal mutamento, sussiste un fondamentale continuum ontologico. Ciò equivale a dissolvere lo iato che precedentemente sussisteva tra la sfera del soggettivo e l’ambito di un reale naturalisticamente concepito come totalità autosufficiente e dunque, a maggior ragione, indipendente dal soggetto. E’ questo il motivo della insistita polemica hegeliana contro la «filosofia della riflessione», incapace, agli occhi di Hegel, di superare una prospettiva incompatibile con la comprensione del divenire storico, cioè tanto dei processi di produzione del reale (la realtà è un operoso cantiere in costante attività), quanto dei processi di oggettivazione del soggetto (che realizza se stesso per mezzo del lavoro e modifica se stesso per mezzo dell’esperienza).

La teoria hegeliana della contraddizione logico-reale consiste in una teoria del mutamento storico come oggettivazione del soggetto. In due sensi: il soggetto trae dall’esperienza la materia che gli consente di trasformarsi e di evolversi e, nello stesso tempo, esercita la propria crescente potenza nel plasmare la realtà a propria immagine e somiglianza.

Con ogni probabilità, è lo sguardo sul mondo contemporaneo a suggerire a Hegel la plausibilità, anzi la necessità di una nuova concezione dell’esperienza storica. Ma che cosa, precisamente, del mondo contemporaneo? Evidentemente, una metamorfosi del soggetto. E’ Il soggetto in quanto si costituisce come universale ad apparire a Hegel come il protagonista di una vicenda progressiva, nella quale le contraddizioni reali (i conflitti del mondo storico) appaiono in tutto e per tutto come contraddizioni logiche, dotate di senso e soggette a una dinamica risolutiva.

Dire universalità e autodeterminazione del soggetto equivale a dire eguaglianza e libertà, e ciò permette di riconoscere senza incertezze l’ispirazione borghese del progetto hegeliano. Senonché è proprio Hegel - lo Hegel della dialettica logico-reale - a consegnare ai posteri l’arma teorica più distruttiva, in grado di mandare in frantumi la pretesa armonia dell’utopia borghese (un universo di liberi ed eguali) e le sue «magnifiche sorti e progressive».

Del resto, l’ultima sua grande opera contiene chiari indizi di quanto Hegel ne fosse consapevole. Basti pensare alla lucida analisi delle crisi di sovrapproduzione, riconosciute nella loro dimensione oggettiva, sistemica, quindi nella loro ciclica ineluttabilità. Lo sviluppo economico, osserva Hegel, ha luogo su basi che inevitabilmente generano povertà. Con ciò le contraddizioni immanenti nella società borghese sono messe a nudo e sottratte a qualsiasi eziologia rassicurante. E’ dai suoi stessi meccanismi riproduttivi che «la società civile, soprattutto questa determinata società, è spinta al di là di sé». Che cos’altro mai sarà a determinare questo movimento, se non il carattere antagonistico della riproduzione sociale (Marx dirà: della valorizzazione del capitale)? E come altrimenti chiamerà, Hegel, questa dinamica contraddittoria, quale altro nome potrebbe darle, se non quello, sulfureo e beffardo, di «dialettica»?














































Liberazione, 10.02.06
Domenica a Roma prende il via un ciclo di seminari organizzato da Rifondazione comunista.
Obiettivo, interrogare la realtà sessuata del mondo in un’epoca caratterizzata da guerre ed integralismi
Patriarcato postmoderno: inganni e maschere del potere
Linda Santilli


Domenica prossima prenderà il via a Roma un ciclo di seminari che a scadenza bimestrale affronterà il tema del patriarcato. “Il patriarcato postmoderno: inganni e maschere del nuovo potere maschile” sarà il titolo del primo incontro, che si svolgerà dalle 10 alle 16 nella sala Libertini (viale del Policlinico 129). Tante e significative le presenze previste: da Lidia Menapace ad Angela Azzaro a Stefano Ciccone, Pino Ferraro, Lea Melandri, Michele De Palma, Pasquale Voza, Betta Piccolotti, ed altre e altri ancora.

A promuovere l’iniziativa è il “Gruppo di ricerca e iniziativa sul patriarcato” che si è di recente costituito nel Prc (area nuovi diritti e poteri istituzionali) come gruppo di lavoro aperto ad uomini e donne provenienti da percorsi politici e culturali diversi, iscritti e non iscritti a Rifondazione. In comune c’è la passione di interrogare la realtà sessuata del mondo e di farsi interrogare da essa per individuare nessi, contraddizioni e complessità della nostra epoca storica.

Il patriarcato, come costruzione storica culturale sociale e simbolica, è tutt’altro che una astrazione metastorica, o un argomento anacronistico da confinare in epoche arcaiche, o un tema che poco c’entra con la politica, ma è il telone di fondo su cui si muove drammaticamente la nostra contemporaneità. E’ l’ossatura che continua a reggere il mondo, in forme inedite, inquietanti, contraddittorie, pervasive. E’ il contesto in cui viviamo e da cui siamo attraversate. Sono i rapporti sociali di potere tra i sessi che noi produciamo, donne e uomini, anche illuminati/e, anche di sinistra. Dentro le case e dentro i partiti, nella sfera privata e in quella pubblica
E’ il substrato che alimenta e connette tra loro guerre, fondamentalismi, rigurgiti di razzismi, etnicismi, integralismi, in oriente come in occidente, con la pretesa di chiese e cleri di imporre dall’alto le loro verità assolute e i loro modelli di comportamento, convivenza, relazione tra i sessi.

Non si può negare che in Italia vantiamo un punto d’osservazione privilegiato: il patriarcato nostrano in tempi recenti ha dato prova di sé, ha tuonato - nei banchi del Vaticano e in quelli del Parlamento - con un fanatismo misogino e una spregiudicatezza d’altri tempi, ha sventolato spavaldamente la sua bandiera in difesa della vita contro le donne, tutte madri assassine o potenziali tali, da controllare, tutelare, indirizzare verso la retta via.

Un nuovo capitolo va aperto. Una nuova pagina va scritta affinché si apra un percorso di svelamento che nomini ciò che fino ad oggi hanno avuto il coraggio di nominare solo le donne. Liberazione ci ha provato coraggiosamente: ha affrontato il tema della violenza sulle donne in modo asimmetrico, ha chiamato in causa su questo tema direttamente la parte maschile. Ha rotto un tabù, disarticolato un immaginario patriarcale potentissimo.

E’ questa la direzione da prendere, non ci sono vie di fuga possibili: aprire una riflessione a 360 gradi e sollecitare una presa di parola collettiva su temi di importanza nodale che non possono più essere demandate solo alle donne, tante o poche che siano, organizzate in piccoli gruppi o libere pensatrici o accademiche o donne di partito. Sapendo che tante delle elaborazioni preziosissime prodotte dal femminismo, perfino quello stesso lavoro di decostruzione del patriarcato compiuto dalle donne negli anni 70 e 80, oggi chiede di essere aggiornato, ampliato, arricchito di nuove analisi e nuove parole. Alcuni punti di domanda vanno riformulati alla luce dell’avvento delle biotecnologie, della mutata percezione che hanno di sé e del proprio corpo le donne e gli uomini, della cosiddetta femminilizzazione della società, del lavoro, del maschile. Ma anche alla luce della precarietà come condizione esistenziale oltre che materiale dell’esistenza, di ciò che si intende per vita, nel momento in cui sembrano essersi erosi i margini che tradizionalmente separavano in modo netto pubblico e privato, produzione e riproduzione, sentimento e ragione.

Il punto di domanda essenziale è il seguente: come si manifesta dentro/fuori di noi il patriarcato nell’epoca postmoderna “liquida” e “femminilizzata”? Si vuole tentare di indagare sui nuovi meccanismi di potere, quelli più sotterranei, mascherati, camuffati nella cosiddetta femminilizzazione. Si vuole farlo insieme agli uomini. Partire da sé, parlare di sessualità, corpi, desideri liberi o colonizzati, relazioni di potere politiche/personali, relativizzare il proprio sguardo e considerarlo una parzialità: tutto questo può diventare parte importante di un rinnovato percorso di liberazione umana, oltre che di ricerca di nuove pratiche che superino le forme date della politica.





































il Manifesto, 10.02.06
E venne il giorno di Charles Darwin
Sono partite a Napoli le iniziative per ricordare il naturalista inglese e in difesa della teoria sulla origine della specie
La scienza in azione Da Roma a Venezia, da Ferrara a Milano un mese di incontri, convegni e performance teatrali contro il fondamentalismo che vuole cancellare Darwin in nome di un «disegno intelligente»
Jacopo Pasotti


La teoria evoluzionista esposta da Charles Darwin nel 1859 in Italia è approdata a Napoli. E qui ha messo la sua radice più profonda e duratura. Infatti nel capoluogo campano si trova il più antico centro edificato per applicare l'evoluzionismo alla ricerca sulla vita. Con questa premessa si è dato inizio questa settimana ai Darwin Day in Italia, una serie di incontri distribuiti su tutta la penisola per celebrare il compleanno di Darwin e della sua teoria sulla origine della specie. Organizzati dalla «Unione Atei e Agnostici» o dalla Associazione dei docenti di materie scientifiche o di storia naturale, sono incontri accomunati dalla volontà di approfondire e rilanciare l'elaborazione darwiniana, proprio quando è stigmatizzata se non «criminalizzata» da una pervicace campagna fondamentalista (Per maggiori informazioni, vedere i siti internet: darwinday.anisn.it o www.uaar.it/uaar.it/darwin_day/2006/). Non è però un caso che le celebrazioni di Darwin siano iniziate a Napoli, anche se il naturalista inglese a Napoli non ci è mai stato. «Darwin è giunto in Italia con Anton Dohrn, e con il suo progetto di una centro per le osservazioni sulla fauna marina», così ha introdotto la giornata di seminari napoletani Giorgio Bernardi, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, il centro di ricerca costruito proprio dallo zoologo di origine polacca a costruire nella seconda metà del 1800.

La teoria sull'origine delle specie basata sulla selezione naturale proposta da Darwin 150 anni fa è il fondamento della biologia moderna. Da allora la teoria si è modificata, ma nel mondo scientifico il suo nocciolo non è certo in discussione. Ma celebrare lo scienziato inglese «è importante per mille motivi - ha sostenuto Giorgio Bertorelle, docente di genetica alla Università di Ferrara - tra cui ricordare una figura fondamentale per comprendere il mondo vivente e divulgare il pensiero evoluzionistico, soprattutto in momenti in cui tendono a diffondersi idee oscurantiste o religiose che affrontano temi scientifici con un approccio antiscentifico».

L'applicazione dell'evoluzionismo darwiniano può essere inoltre molto utile per la medicina e la sanità pubblica. Per esempio «la virulenza degli agenti che causano le malattie infettive è regolata da processi evolutivi», ha affermato Gilberto Corbellini, docente di storia della medicina alla Università degli Studi di Roma La Sapienza. Corbellini ha infatti spiegato come i microorganismi sviluppano la resistenza ai farmaci attraverso meccanismi evolutivi. Cioè per selezione naturale. I processi di variazione genetica fanno infatti emergere delle forme che non sono sensibili al farmaco utilizzato, ma che anzi si sono adattate al farmaco e quindi possono mantenere l'infezione. Lo si è visto con tutti gli antibiotici, ma anche con i farmaci antivirali, per esempio quelli contro il virus dell'Aids o contro i virus dell'influenza.

Ma l'evoluzionismo è fondamentale anche in ecologia, per proteggere le specie animali e vegetali. Studi di genetica evolutiva hanno mostrato ad esempio che il ghepardo possiede una scarsa diversità genetica forse dovuta ad un rapido declino della popolazione avvenuta già migliaia di anni fa. Questo significa che il felino ha un limitato successo nella riproduzione, fatto che lo rende particolarmente vulnerabile.

Ma allora a chi stanno scomodi Darwin e la teoria evoluzionista? Vittorio Sgaramella, biologo molecolare al Parco Tecnologico Padano non ha mezzi termini: «Darwin non piace a coloro che temono il pensiero libero, critico ed indipendente».

E' stata forse questa la causa della eliminazione del darwinismo dai programmi di insegnamento delle scuole italiane nel 2004. Sgaramella era parte della commissione Darwin istituita dal Ministro Moratti a seguito delle proteste del mondo accademico. Lo scopo era di «riportare il nome di Darwin» senza troppi clamori nelle aule scolastiche, come ha raccontato il biologo in una affollata aula a Napoli.

Secondo Sgaramella alla base di tutto c'è l'eterno conflitto tra scienza e politica ed una diffusa «ostilità verso la scienza» che è di casa nel governo. Sulla scienza, ha continuato Sgaramella, si applica il principio: «se non la conosci, mortificala».

Ecco che allora che i gruppi neo-creazionisti o i promotori del disegno intelligente (intelligent design) hanno sferrato l'attacco all'evoluzionismo. Lo hanno fatto «sfruttando alcune controversie ancora in discussione all'interno della comunità scientifica», usandole per attaccare l'intero sistema evolutivo, spiega Telmo Pievani, docente di filosofia della scienza alla Università della Bicocca di Milano. Oppure negando «l'evidenza scientifica».

Sotto l'insegna del cavalluccio marino, simbolo della Stazione Zoologica di Napoli ha chiuso gli incontri Luigi Luca Cavalli Sforza, una autorità nel campo della genetica umana. Sforza ha ricordato che si riescono a descrivere con processi evolutivi anche la distribuzione e la storia dei linguaggi umani che sono influenzate dalla evoluzione del patrimonio genetico delle varie popolazioni mondiali.


























il Manifesto, 10.02.06
Artemidoro, il mondo in un papiro
In mostra al pubblico da oggi a Torino il prezioso rotolo egizio recuperato nel corso di scavi all'inizio del secolo scorso. Solo negli ultimi anni è stato restaurato, ricomposto e indagato per le cure di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis. Un oggetto unico, in cui coesistono ampi frammenti di un testo di geografia del II secolo avanti Cristo, mappe, disegni di volti umani e di animali veri o favolosi, e perfino incerti esercizi di «ragazzi di bottega» dell'antichità
Franco Montanari


Le sabbie dell'Egitto continuano a parlare, anzi, in questi ultimi tempi sembrano diventare sempre più loquaci e provocatorie. Pezzi di opere perdute della letteratura greca antica e testimonianze di grande interesse, magari attraverso percorsi tortuosi, spuntano fuori a popolare i sogni e le scrivanie degli studiosi e a stimolare eccitate curiosità. Impossibile dimenticare le migliaia di versi di Menandro (prima quasi sconosciuto), la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, i poemi di Bacchilide, i papiri filosofici di Ercolano e le innumerevoli altre scoperte che hanno costellato il ventesimo secolo, fino ai frammenti di Stesicoro e di Callimaco dei papiri di Lille, arricchendo in modo sorprendente la conoscenza della letteratura greca antica, rispetto a quanto la tradizione bizantina ci aveva conservato nei suoi codici. Provenienti direttamente da scavi archeologici oppure da cartonnage (lo strato di carta pressata che ricopriva la mummie egiziane) oppure ancora dal mercato antiquario (scrigno di tesori abilmente nascosti e ancor più abilmente disvelati), i papiri offrono sempre nuove scoperte. Qualche anno fa, un pezzo di rotolo papiraceo acquistato dall'Università Statale di Milano restituì diversi epigrammi del poeta ellenistico Posidippo, pubblicati da Guido Bastianini dell'università di Firenze e da Claudio Gallazzi dell'università statale di Milano: in un colpo solo, il numero dei versi conosciuti di questo poeta fu raddoppiato. Ancor più di recente, presso la collezione dei Papiri di Colonia è stato decifrato un frammento, che è risultato appartenere a una copia del III secolo a.C. delle poesie di Saffo: il più antico testimone dell'opera della poetessa greca. In attesa di edizione a stampa, ma già presentato a un congresso, è un nuovo pezzo del poeta arcaico Archiloco: ultima novità della più grande collezione di papiri editi e inediti: gli Oxyrhynchus Papyri di Oxford.

«Verso la metà degli anni Novanta, in una ristrettissima cerchia di papirologi e di studiosi di arte antica, cominciò a circolare, molto discretamente, la voce che un collezionista non meglio precisato possedeva un papiro eccezionale, in cui, accanto a un testo greco, comparivano decine di disegni di fattura squisita. Qualcuno si mise alla ricerca del pezzo, qualcun altro si propose di acquisirlo per la propria istituzione, ma nessuno realizzò i suoi propositi e le notizie sul papiro favoloso rimasero quanto mai vaghe. Finalmente, negli ultimi mesi del 1998, il proprietario del reperto, dimostrando un'encomiabile attenzione per le esigenze della scienza, propose a chi scrive e alla professoressa Bärbel Kramer dell'Università di Treviri di esaminare il suo prezioso oggetto e di presentarne una descrizione sulle pagine di una rivista specializzata». Scritte dal papirologo Claudio Gallazzi, queste righe non costituiscono l'incipit di un romanzo nel quale un manoscritto antico si trova al centro di mirabolanti avventure, ma sono l'inizio del saggio di apertura del catalogo della mostra che si apre al pubblico oggi a Torino (vedi box) intorno a quello che è ormai noto come il «Papiro di Artemidoro»: un reperto di straordinario valore, acquistato sul mercato antiquario, studiato, edito e restituito al mondo della cultura. L'ultimo arrivato sulla scena che abbiamo evocato: una star indiscutibile, dalla triplice vita e dal duplice fascino.

La prima notizia sul papiro apparve nella primavera del 1999, sulla rivista tedesca «Archiv für Papyrusforschung». Si rese noto che il pezzo di rotolo presentava sul recto un brano perduto del geografo Artemidoro con l'aggiunta di una grande carta geografica e sul verso un vero e proprio cahier d'artiste con una quarantina di figure. Gli specialisti cominciarono a parlarne (fissando l'uso di chiamarlo «Papiro di Artemidoro») e crebbe l'attesa per un'edizione completa, alla quale Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis poterono dedicarsi solo nell'estate del 2004, dopo che il reperto era stato acquistato dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo e portato nel laboratorio di papirologia dell'Università Statale di Milano per il restauro e per lo studio con l'ausilio di adeguate apparecchiature ottiche. I risultati sono nel volume Il papiro di Artemidoro, curato dai tre studiosi con la collaborazione di Gianfranco Adornato, di prossima pubblicazione per la casa editrice Led di Milano.

Seguendo le pagine di Gallazzi, vale la pena di descrivere, sia pur brevemente, la storia del papiro e la sua ricostruzione. Recuperato da scavatori locali e finito in una collezione privata egiziana nella prima metà del secolo scorso, un ammasso di cartapesta da un cartonnage di mummia fu legalmente venduto nel secondo dopoguerra a un collezionista europeo e passò per varie mani fino all'ultimo acquisto, avvenuto appunto nel 2004. Da un gran numero di frammenti, la perizia degli studiosi ha ricavato venticinque documenti di carattere burocratico-amministrativo, appartenenti alla seconda metà del I secolo d.C. (intorno al 100 d.C. si può dunque collocare la fabbricazione del conglomerato con papiri gettati al macero), e ha messo insieme, unendo una cinquantina di frustuli talvolta minuscoli, un pezzo lungo due metri e mezzo dell'inizio di un rotolo, scritto poco dopo la metà del I secolo a.C. (diciamo fra il 50 e il 25 a.C.: datazione su base paleografica). In quest'ultimo è stata identificata l'opera del geografo Artemidoro di Efeso, vissuto a cavallo fra il II e il I secolo a.C. e autore di Geographoumena in 11 libri, nei quali descriveva tutta la terra conosciuta alla maniera degli antichi peripli. Un'opera di grande importanza, purtroppo perduta, di cui abbiamo ora ritrovato il frammento più consistente che possediamo, anzi l'unico passo esteso conservato per tradizione diretta: le cinque colonne di testo appartengono all'inizio del II libro, dedicato alla penisola iberica, e la copia fu prodotta pochi decenni dopo la morte dell'autore. Gli specialisti avranno di che indagare sulla sua collocazione nella storia del pensiero geografico antico, in rapporto con predecessori, contemporanei (come il filosofo Posidonio di Apamea) e successori, come il più noto Strabone.

Nel suo insieme il contenuto del frammento non ha paralleli nelle migliaia di papiri pubblicati. Sul recto, nella parte normalmente lasciata bianca all'inizio sono disegnati due volti; ci sono poi tre colonne del trattato geografico, seguite da una lacuna di circa 13,5 cm. e poi da una carta geografica evidentemente rimasta incompiuta; infine, dopo altre due colonne di testo, diversi schizzi di mani, piedi e volti. Il verso è invece di contenuto omogeneo e presenta una quarantina di figure di animali, sempre accompagnati da una didascalia con il nome in greco. La compresenza di testo, carte geografiche e disegni è del tutto straordinaria e si spiega con la «vita» del papiro, che si può ricostruire praticamente con certezza.

Il rotolo fu concepito per produrre una copia di pregio dello scritto di Artemidoro ed evidentemente era previsto che il testo geografico fosse accompagnato da carte (per questo lo scriba utilizzò un rotolo alto 32,5 cm., ben più della media dell'epoca). Un fatto del tutto eccezionale, almeno stando alla nostra documentazione - si tratta infatti del solo esempio che abbiamo di un testo con carte incorporate - che consente di approfondire il problema dell'illustrazione geografica nel mondo antico. Nessuno può dire se si trattasse di una copia destinata a un privato oppure a una grande biblioteca, come quella di Alessandria. Il copista lasciava nel testo spazi bianchi per le carte geografiche: ne abbiamo uno dopo la III colonna e uno dopo la V. Ma il disegnatore non completò la prima carta e non iniziò neppure la seconda. Una ipotesi plausibile è che egli abbia commesso un errore, riproducendo al primo posto una carta sbagliata, per cui non avrebbe proseguito il lavoro: in una simile copia non si poteva concepire un rimedio raffazzonato. Non sappiamo cosa succedesse dopo la V colonna del testo, dove si interrompe il frammento conservato: è possibile che il pezzo sbagliato fosse stato eliminato, per essere sostituito con un altro correttamente eseguito, da incollare al resto.

Il papiro scartato rimase nell'atelier del disegnatore e pochi anni dopo fu riutilizzato per disegnare il bestiario che si trova nel verso, fatto di animali reali (come giraffa, tigre, elefante), animali esistenti ma rappresentati in modo fantasioso (il pesce-sega, con la sega sulla coda), creature mitologiche e fantastiche (draghi e grifoni): questo primo riuso può essere datato a poco dopo il 25 a.C., di nuovo su base paleografica grazie alla scrittura delle didascalie che accompagnano le figure. Di cosa si tratta? Un prontuario di bottega, una serie di modelli per mostrare agli apprendisti come eseguire certe figure? Un repertorio da mostrare ai clienti? Un disegno di progetto per un affresco o un mosaico?

Ma la vita del pezzo di Artemidoro non era finita e fu riutilizzato ancora: la parte iniziale non scritta e le zone bianche fra le colonne, lasciate per carte mai realizzate, servirono presumibilmente a giovani di bottega per provare a copiare parti anatomiche di statue, tracciando disegni che rivelano spesso mani incerte e inesperte: dunque, una sorta di quaderno di esercizi, che costituisce la più abbondante serie di grafica dell'antichità. Questo terzo riuso è più difficile da datare, ma certo avvenne prima che il papiro fosse usato - come si è detto - per un cartonnage entro il 100 d.C.

Il Papiro di Artemidoro riveste dunque una importanza eccezionale anche per la storia dell'arte antica, offrendo uno straordinario esempio di cahier di bottega multiuso. Considerando lo scarso numero di papiri figurati, la novità assume un rilievo forse ancora difficile da determinare. A tutte le tematiche coinvolte su questo versante, Settis dedica un magistrale saggio pubblicato nel catalogo della mostra (Le tre vite del papiro di Artemidoro, Electa, pp. 256, euro 35): «La prepotente evidenza offerta dai disegni che affollano, con ricchezza e intensità senza precedenti, il recto e il verso del nostro papiro induce a guardare con occhio nuovo ad alcune questioni assai discusse negli ultimi trent'anni: il ruolo del disegno nella pratica artistica antica, la natura e i meccanismi della tradizione iconografica, e più in generale il funzionamento della bottega. Come in molti altri casi, la scoperta e la pubblicazione del Papiro di Artemidoro sono dovute in misura prevalente a una serie di circostanze, la cui fortunata sequenza è del tutto casuale. Tuttavia, essa cade in un momento favorevole, mentre la storia dell'arte (anche dell'arte antica) viene sperimentando un significativo spostamento d'accento, rispetto al tradizionale studio della personalità degli artisti e delle loro opere, in due direzioni simmetriche: all'indietro, verso le pratiche e le tecniche di formazione, di esecuzione e di bottega; e in avanti, verso i meccanismi della recezione e il ruolo dell'osservatore».

Venuto fuori per noi dai meandri che portano dalle sabbie egiziane ai magazzini degli antiquari e infine alle scrivanie degli specialisti, grazie alle sue tre vite il Papiro di Artemidoro sale sul palcoscenico della storia della letteratura greca e della storia dell'arte antiche con un ruolo di protagonista e un fascino carico di mistero.












Liberazione, 10.02.06
L’esperienza scioccante del ritorno in Italia dall’Inghilterra
Un blog contro il razzismo. Storia di mamma Flora, single con due figlie di “colore ambrato”
Monica Lanfranco


Flora è una mamma single di due bimbe, vive a Roma, fa l’impiegata. Come tante altre madri italiane, direte voi: e allora? Allora Flora è una di quelle genitrici le cui figlie sono di colore diverso dal suo, e qui la cosa si fa complessa, e interessante. Tanto da aprirci un blog, e progettare di fare una associazione di famiglie e singole persone che abbiamo figlie e figli frutto di “mixitè”, un fatto ancora problematico, in Italia.

«Io ho due figlie che sono di un colore diverso dal mio nel senso che le ho concepite con un nero, e io sono bianca. Le mie figlie sono appunto miste, dello stesso colore ambrato di alcuni bimbi rom (che per questo sento molto vicini a noi) ed in più con i tratti somatici africani e capelli ricci.

Io sono molto pallida, occhi blu. E pur essendo madre biologica e politicamente impegnata da sempre nell’antirazzismo mi pongo continuamente il problema di quel giudice che disse che non è giusto che i bimbi neri vengano dati in adozione e quindi crescano in un paesino totalmente bianco».

E’ così che Flora apre la home page del suo “blog afroitaliani” attivato da poche settimane su http: //afroitaliani. splinder. com/, uno spazio nel quale ogni giorno segnala iniziative, offre al pubblico riflessioni, brani di libri, indicazioni di links, e ospita commenti di chi ha voglia di comunicare con lei. Quando le si chiede come è nata l’idea di tenere il blog, Flora racconta l’esperienza scioccante del suo ritorno in Italia dall’Inghilterra: paese a due ore di volo dal nostro che dalle sue parole appare però lontanissimo, come già alcuni anni fa segnalava, nel suo spassoso e profondo “Imbarazzismi” lo scrittore e medico togolese Kossì Komla Ebrì, narrando l’ignoranza del bel paese in materia di rapporti tra persone con diversa pigmentazione.

«Ho vissuto alcuni anni a Londra, dove ho insegnato spagnolo e inglese nelle scuole, oltre che inglese nei corsi gratuiti per i rifugiati politici pagati dallo stato. Già questo illustra bene come sia diversa la situazione inglese: una italiana che insegna lingue diverse dalla sua a persone altrettanto straniere. Ma le differenze con l’Italia continuano.

Le mie figlie non sono mai state una minoranza a scuola: c’erano insegnanti di colore, bambine e bambini di tutte le provenienze in classe, e di questo si tiene conto nella didattica e nei programmi, favorendo così l’esplicitazione positiva delle differenze. Non si negano. Tornata in Italia mi sono sentita dire da alcune madri che le loro figlie, tutte bianche, non vedevano la differenza di colore della pelle rispetto alle mie. Sono sicura che me lo dicevano per sembrare non razziste, e rassicurarmi. Perché, ho chiesto loro, sono forse daltoniche le vostre figlie, che non vedono la pelle scusa delle mie? Il problema è che facendo così, negando quella che è l’evidenza, ovvero il diverso colore, si omogeneizzano le differenze, e in questo modo non si vedono le sfumature diverse e i colori differenti come una risorsa, ma come un problema. Ecco perché le mie figlie cominciano a dimostrare insicurezza, a chiedersi perché le principesse sono sempre bianche e bionde e con gli occhi azzurri. Ho persino visto alcuni libri di scuola nei quali i bambini e le bambine erano invitati ad abbinare case diverse con diversi bambini di differenti provenienza geografica, e a quello africano indovinate un po’? Era allegata la capanna di legno, come se a Nairobi non esistessero i grattacieli. Vi ricordate la figuraccia fatta da uno dei concorrenti dell’isola dei famosi, che disse a Idriss che lui sarebbe stato avvantaggiato nel vivere un’esperienza “selvaggia” in quanto nero? Idriss rispose che lui nella giungla non c’era mail stato, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di fare quella battuta, se Idriss fosse stato un bianco».

Nella battuta sulla visione daltonica di chi non vede i colori laddove ci sono, che riassume bene lo spirito combattivo e creativo di questa coraggiosa alfiera della mixitè, c’è tutta la problematica italiana sullo stato dell’intercultura. E sul tasso (purtroppo alto) di razzismo, latente e manifesto.

«Si dice, spesso con buone intenzioni, che i bambini e le bambine sono tutte uguali, ma si fa un errore: i bambini e le bambine, come gli uomini e le donne, sono tutti diversi, ed è un bene nominare e valorizzare questa differenza come una ricchezza. Altrimenti accade che il colore della pelle diventa un tabù, un fattore di imbarazzo, come succede quando i bambini notano una persona handicappata e chiedono spiegazioni, e le dovrebbero avere, alla persona adulta, che invece li zittisce, perché “di certe cose” non è bello parlare. Credo che un bambino o una bambina per crescere sano e felice non ha bisogno soltanto del grande amore che noi come genitori possiamo dare. Ha bisogno anche di costruirsi un’identità di sé e di gruppo. L’identità di sé è costituita essenzialmente dal sesso, cioè dal sentirsi maschio o femmina e dal colore, cioè nero, o bianco o marroncino. Perchè sono i primi due elementi che gli altri, e anche noi, notiamo. Coltivare l’identità razziale di un bambino nero è fondamentale per il suo benessere. Ma come fare in assenza di role-models di colore, senza maestre o amichetti di colore?»

Domande importanti, che Flora offre al popolo della rete come un approdo verso la ragionevolezza, l’empatia e il senso di giustizia che ogni giorno viene messo in forte pericolo in Italia, un paese che si scopre razzista sempre più spesso e che vede rappresentanti del governo proporre, per esempio, che l’assegno per i nuovi nati non sia destinato ai figli e figlie di immigrati nati qui. Come a dire che la cittadinanza è una prerogativa selettiva, ed ha un colore solo. Indovinate quale.


























Liberazione, 10.02.06
A che serve la laicità? Senza, la democrazia
diventa teocrazia. La sfida dell’11 febbraio
Il coordinamento Facciamo breccia chiama a manifestare a Roma
Graziella Bertozzo


La manifestazione “No Vat” che si svolgerà a Roma sabato 11 febbraio, con partenza da Piazza Bocca della Verità alle 14 e arrivo in Campo dei Fiori, organizzata dal Coordinamento Facciamo Breccia, ha come tema la laicità dello stato e l’autodeterminazione.

Le continue ingerenze del Vaticano negli affari interni del nostro paese sono ormai insopportabili: dalla riproduzione alla scuola, dalla pesante condanna di gay, lesbiche e trans alla pretesa di sempre crescenti benefici economici, non passa giorno in cui il Vaticano non intervenga nelle scelte politiche del nostro paese. Per farlo utilizza una destra di governo a cui la posizione della chiesa cattolica è funzionale, ma anche una certa sinistra che si ostina a glissare sulle conseguenze di un ritorno all’indietro delle conquiste civili degli ultimi quarant’anni.

Non dimentichiamo che fu proprio un governo di centrosinistra a compiere un’operazione che non era riuscita alla Democrazia cristiana in decenni: finanziare le scuole private a danno della scuola pubblica.

Perché la laicità è così necessaria? Si potrebbe rispondere per tutti i motivi elencati nella piattaforma della manifestazione di Facciamo Breccia: per i diritti riproduttivi delle donne (legge 194, legge 40), per i diritti di gay, lesbiche, trans e contro ogni discriminazione, per il riconoscimento delle unioni civili, per l’istruzione pubblica e laica, contro i privilegi economici del Vaticano e per l’autodeterminazione.

Ma c’è un altro motivo che li comprende tutti: perché non esiste democrazia senza laicità, ma solo teocrazia. Dov’è il confine? Quando inizia il percorso che porta i vari Ruini a ritenersi i migliori interpreti della Costituzione Italiana? Inizia dalla verità. Quello che differenzia il mondo migliore in cui vorremmo vivere da un mondo teocratico, è che non esiste una sola verità. La chiesa fa il suo mestiere: evangelizza. In particolare la chiesa cattolica ha costruito il suo essere al mondo sull’evangelizzazione, cioè sulla volontà di convertire il mondo intero al suo credo, alla sua unica verità. E’ diffusa ovunque, e ovunque fa danno quando pretende di dispensare verità: pensiamo alla politica assassina di negare l’uso del preservativo in Africa. Allora la prima anomalia nella politica italiana è proprio la presenza di un potere evangelizzatore che è penetrato nello Stato. L’abolizione del concordato è infatti uno dei punti della piattaforma di Facciamo Breccia.

Anomalia italiana che ben si sposa con una tendenza mondiale di riscossa delle destre che passa attraverso l’invasione della sfera pubblica da parte di chiese di vario tipo, dai teocons negli Stati Uniti ai fondamentalismi islamici.

Durante un dibattito sulla laicità a cui ho assistito l’altro giorno, un ragazzo chiedeva: ma allora, non ci sono preti buoni? E don Milani? E padre Zanotelli? Ecco: non dobbiamo temere di dare un giudizio politico anche sui preti buoni: essere “buono” o “cattivo” non è una misura politica. In uno stato laico non esistono buoni o cattivi, così come non esistono peccati ma solo reati. Ed il giudizio non ha mai da essere sulle persone, ma sugli atti che queste persone compiono.

Ho riflettuto a come il ragionamento su “buono” e “cattivo”, ragionamento confessionale e non laico, sia compenetrato nella nostra cultura. L’anomalia italiana è allora l’incapacità di distinguere fra legge dello stato e dottrina della chiesa, e su questo si gioca il potere della chiesa cattolica. Riflettiamoci insieme sabato alla manifestazione: rifiutare l’ingerenza della chiesa nello stato italiano significa pretendere garanzie per tutti e tutte, indipendentemente dal loro conformarsi o meno alla dottrina di una chiesa, a una sola verità.













































Liberazione, 10.02.06
Lettera aperta alle promotrici di “Usciamo dal silenzio”
Laicità e conflitto tra i sessi per noi sono la stessa cosa


Cara Lea, cara Assunta, care tutte,
sono passate tre settimane dalle manifestazioni del 14 gennaio, la milanese e la romana, ma non abbiamo ancora smesso di rallegrarci per un sentimento comune a tutte e per ragioni che proveremo a esporre a nostro modo.

Una manifestazione non solo femminile, e quindi non separatista, ma pensata e organizzata da donne, e quindi femminista, ha risposto a un fenomeno grave di regressione politica e culturale. Il fenomeno può essere detto integralismo, fondamentalismo, riduzione drastica dei livelli di laicità di una società e di uno Stato. Come è noto, la cosa non riguarda solo l’Italia e solo il mondo cattolico. Come è noto, l’ascesa di forze regressive si appoggia anche altrove alla pretesa di chiese e di cleri di dettare le norme della vita pubblica e privata.

Si tratta delle stesse forze che, per esempio negli Usa, fanno da sostegno materiale e ideologico alla guerra permanente, al razzismo e alla società dell’ingiustizia.

Gli uomini della sinistra avrebbero quindi anch’essi forti ragioni di allarme, ma non è un caso che a preoccuparsi siano prima di tutto - e talvolta quasi esclusivamente - le donne. Anzi, delle donne che ci piace continuare a chiamare femministe. Ci sembra che questo elementare dato di fatto dimostri che il femminismo non è solo lotta, pratiche, pensiero delle donne per se stesse, ma anche soggetto civilizzatore delle comunità umane nel loro complesso. La cosa è meno ovvia e acquisita di quanto oggi sarebbe lecito pensare.

Per quel che ci riguarda, non consideriamo la questione della laicità e quella della relazione uomo-donna cose diverse. La prima è solo il modo in cui un rapporto di dimensioni antropologiche si storicizza e si dispone quindi sul terreno specifico della politica.

Chiese e cleri che resistono ai processi di modernizzazione, cristallizzano nelle loro strutture organizzative e nelle loro narrazioni le manifestazioni più arcaiche delle relazioni tra i sessi, che poi ripropongono come verità immutabili ed eterne. Quando un modo di produzione, un sistema sociale o un conflitto politico non trovano forme di consenso razionali, ripescano nel pozzo senza fondo di una relazione di potere persistente perché con radici profonde nell’inconscio. Nel fondamentalismo protestante statunitense (per esempio) l’ossessione misogina è dominante e la sua stessa nascita, agli inizi del Novecento, fu una reazione alla femminilizzazione delle chiese. Diciamo queste cose forse ovvie per tutte per ribadire che rifiuto di integralismi e fondamentalismi, lotta per la laicità e conflitto tra i sessi non sono cose diverse. Nella complessità del nostro mondo essi si dispongono su piani diversi e si presentano in modi diversi, ma fanno riferimento alla stessa realtà.

Le donne, nel corso della loro vicenda politica, hanno saputo tenere conto di quei modi e di quei piani, alleandosi contro il patriarcato più arcaico con il patriarcato meno regressivo e confliggendo poi anche con questo, ma in altre forme e in altre dimensioni.

Vogliamo dire che mentre ci rallegriamo e misuriamo le poste in gioco, ci poniamo anche un problema. Si tratta di un problema che non solo ci intriga da tempo, ma che abbiamo cercato a nostro modo di affrontare in diverse occasioni. Siamo convinte che il femminismo italiano debba continuare a sperimentare forme di collegamento meno occasionali di quelle che lo vedono unito nelle grandi o grandissime manifestazioni, che negli ultimi quindici anni - dal 3 giugno 1995 al 14 gennaio 2006 - si sono succedute alla distanza di cinque anni circa tra l’una e l’altra.

Non abbiamo mai pensato a organizzazioni, a gruppi dirigenti e a strutture rigide. Ci è sembrata sempre più idonea la forma delle reti, che del resto attraversano ormai movimenti di donne e femminismi a livello globale. Per questo abbiamo partecipato a esperienze successive dalla Convenzione di donne contro le guerre, alla Marcia mondiale delle donne, a Parigi-diverse. Tra queste esperienze ci è sembrata particolarmente interessante la Marcia per la sua dimensione internazionale, per il suo radicamento in realtà femminili popolari di culture e di paesi diversi. La Marcia ancora oggi in Italia si ricompone come rete in occasione delle scadenze internazionali proprie e dei Social Forum.

Non possiamo fare a meno di pensare che il seguito del 14 gennaio rappresenta una straordinaria occasione per fare un ulteriore passo avanti e per tentare relazioni tra noi un po’ più stabili e non legate solo a temi e a scadenze specifiche. Per esperienza sappiamo che convivere richiede un rispetto reciproco e un’attenzione alle suscettibilità di ciascuna maggiori che in altri luoghi della politica. La stessa esperienza suggerisce di darci un minimo di strutture organizzative, anche per evitare che l’eccesso di informalità costringa alla fine poche a fare e a decidere per tutte. Con la conseguenza di sempre, cioè con la progressiva sottrazione delle altre e dell’inefficacia.

Ci sembra infine che la vicina scadenza elettorale rappresenti una possibilità concreta di misurare la nostra capacità di incidere sulle istituzioni, non proponendo il voto a questo o quel partito, ma imponendo l’attenzione al tema che ci ha caratterizzato in questi anni:
la difesa dei corpi dalla guerra, dalla povertà e soprattutto dal bio-potere. Intendiamo per bio-potere il potere di decidere sulla nostra sessualità, sui nostri orientamenti sessuali, sulle maternità che non vogliamo o che desideriamo. Affettuosamente
La redazione dei Quaderni Viola
























il Manifesto, 10.02.06
KOSELLECK
Nel laboratorio della storia possibile
La morte di Reinhart Koselleck. Un grande studioso di «scienza della storia» che ha indagato la crisi della scansione lineare tra passato, presente e futuro che caratterizza la modernità. Dall'illuminismo alla monarchia prussiana, una prassi teorica tesa ad affermare che la storia si colloca nel punto di convergenza di vocabolari politici messi in tensione dalla realtà sociale che vorrebbe nominare
Sandro Chignola


Reinhart Koselleck amava dire di sé che era uno storico generale. O, ancora più volentieri, di essere un profano degli studi specialistici. E' stato, probabilmente, uno degli ultimi grandi storici capaci di aderire alla richiesta di Johan Gustav Droysen, che pretendeva dallo storico uno sguardo aperto, che questi sapesse tutto e che si formasse alla sua disciplina proveniendo da studi esterni alla storia: dalla scienza politica, ad esempio. Il rifiuto dello specialismo da parte di Koselleck non era soltanto espressione di una resistenza al moltiplicarsi delle storie settoriali, ma anche il portato di una tradizione, alla quale egli è rimasto sempre interno, in grado di valorizzare gli effetti di totalizzazione ricomposti dalla scienza della storia. La sua vasta produzione si situa infatti all'incrocio di diverse discipline e muove da una riflessione teorica sulla condizioni generali di possibilità della storia. Da un lato, un'idea di struttura in cui si compendia un progetto di ricerca volto a comprendere la fenomenologia politica al di là della gabbia con cui lo stato moderno ne ha circoscritto e formalizzato i limiti. Dall'altro, un'indagine sulle categorie metastoriche trascendentali che permettono la storicizzazione la genesi stessa di ciò che chiamiamo «storia». Si potrebbe dire che Koselleck lavora in costante discussione con Carl Schmitt e Martin Heidegger.

Già nel suo primo libro, Critica illuminista e crisi della società borghese (1959) - proprio come Carl Schmitt ebbe a rilevare - Koselleck eccede i profili della storia delle idee e apre un decisivo cantiere di riflessione «metodologica». L'indagine sul pensiero illuminista viene condotta evitando di incarnarla in grandi personalità e, al contempo, concentrando l'attenzione sulla zona di scambio tra i processi sociali alimentati e tenuti in tensione dal vocabolario illuminista e il modo in cui quest'ultimo viene formandosi proprio nel concreto dei conflitti, dei compromessi e degli equilibri dinamici dell'azione e del pensiero politico.

Tra riforma e rivoluzione

Le idee dunque non agiscono nei cieli rarefatti della pura teoria. Non si connettono le une alle altre in maniera più o meno coerente offrendosi linearmente alla funzione rappresentativa dello storico. Ciò che il libro di Koselleck pone al proprio centro è al contrario la «funzione politica» assunta dal pensiero nel quadro politico che gli corrisponde. Ed in questo caso, nello spazio di neutralizzazione dell'Assolutismo.

Di qui non soltantro una tesi destinata ad un certo successo - l'illuminismo come effetto di una sfera pubblica che si consolida all'interno dei meccanismi disciplinari della monarchia, nel segreto del «privato» che questa tollera come rovescio dei dispositivi attraverso i quali monopolizza l'espressione pubblica delle idee - ma la messa in opera di una riflessione costantemente rilanciata sul rapporto tra pensiero e prassi, tra concetti e storia.

In La Prussia tra riforma e rivoluzione (1791-1848) (1967) - lo scritto di abilitazione che valse a Koselleck una cattedra di teoria politica - questa impostazione si fa ancora più esplicita. La storia dei concetti viene ricondotta, come sua variante interna, alla storia sociale. L'analisi della costituzione e del dibattito costituzionale tedesco nell'epoca delle Riforme eccede programmaticamente i confini disciplinari della storia giuridica e quelli, più ampi perché più indeterminati, della storia intellettuale. L'analisi costituzionale si fa qui analisi del processo costituzionale. Dunque Verfassungsgeschichte, cioè analisi del complesso intreccio dei fattori sociali, economici, amministrativi, ideali e politici della costituzione e non indagine sull'enunciato formale della Konstitution.

Quanto Koselleck elabora è la «soglia» (il termine è di Hans Freyer) che agisce da spartiacque dell'esperienza politica tedesca nello spazio di tensione che si allarga tra società e stato come forma specifica del processo di modernizzazione della monarchia prussiana.

La società tedesca sviluppa - tra XVIII e XIX secolo - i propri processi di innovazione economica e culturale all'interno di un guscio che tende a non corrisponderle più sul piano politico ed istituzionale. E fatica a trovare le parole per dire la sua nuova realtà. La discrasia tra il vocabolario politico dell'antica società per ceti che la monarchia ancora utilizza come suo lessico ufficiale ed i processi di dislocazione, riformulazione ed innovazione radicale che lo investono per nominare il nuovo, disegna quella zona di «convergenza» tra lingua e storia che Koselleck assume a punto focale del proprio lavoro.

L'impresa principale di cui - assieme a Otto Brunner e Werner Conze - si è fatto promotore, e cioè, il Lessico dei concetti politici fondamentali di lingua tedesca (1972-1993) - lavora nel solco di quella stessa intuizione. Da un lato, la politica pensata per come si cristallizza nei suoi usi concettuali; nelle parole per mezzo delle quali si organizza e si dice. Dall'altro, una teoria del mutamento concettuale imperniata sull'analisi dei processi di democratizzazione, temporalizzazione, ideologizzazione e politicizzazione che investono il vocabolario politico nell'epoca delle Rivoluzioni.

Quello che va in frantumi è un intero mondo intellettuale. Il dilatarsi della forbice tra «spazio d'esperienza» (descritto dai concetti e dal loro uso «contestuale») e «spazio di aspettativa» (che si apre con le filosofie della storia) inaugura la possibilità di storicizzare l'esperienza del tempo e di guadagnare la possibilità del futuro: i concetti della politica vengono piegati alla pratica politica e usati per scatenare e per vincere battaglie. Se per un lungo tratto di tempo la politica è stata pensata all'ombra del motto historia magistra vitae - e cioè nella forma della ripetizione -, la transizione tra XVIII e XIX secolo inaugura la politica moderna come progettazione e sequenzialità della prassi (la morsa stringente della futuribilità del passato), organizzazione di pratiche collettive, irriducibile polemologia.

Tra Schmitt e Heidegger

Koselleck teorico della storia si muove a quest'altezza. Tra Schmitt e Heidegger, si diceva. L'analisi storico-concettuale gli permette di pervenire, in termini filosoficamente più radicali, al cuore del nesso tra lingua e storia. Non solo nella forma dell'incrocio tra sincronia (il nesso tra il vocabolario e il suo contesto d'uso) e diacronia (l'asse della trasformazione che la storiografia è in grado di rappresentarsi come forma generale del processo) che gli permette di innovare profondamente la storia delle idee. Ma anche in quello dell'isolamento delle categorie trascendentali che rendono possibile la storia. Ogni storia possibile.

Heidegger presenta in Essere e Tempo un'ontologia fondamentale che mira tra l'altro a far derivare la storia dall'analisi esistenziale dell'«esserci finito». L'orizzonte di senso è reso possibile dalla prospettiva della morte che si affaccia come possibilità più propria per ogni singolo essere umano. Koselleck - ed in particolare nella discussione condotta con Hans Georg Gadamer alla metà degli anni `80 (raccolta in italiano in un volume dal titolo Ermeneutica e istorica), ritiene che la posizione di Heidegger sull'essere per la morte debba essere completata con la possibilità della sua azione attiva, con il poter uccidere.

Le storie degli uomini - e così l'esperienza generale della storia, che viene integralmente posta, con Carl Schmitt, sotto il segno della politica - sono caratterizzate dal fatto che essi «hanno sempre avuto come obiettivo dei loro sforzi la sopravvivenza e non solo nel quadro del dover-morire». Un gruppo si mantiene - e si dota di una memoria storica - solo nella misura in cui difende sé stesso e la propria identità contro altri uomini. La relazione fondamentale tra amico e nemico, in cui si compendia per Schmitt il criterio del politico, è per Koselleck la categoria fondamentale per mezzo della quale viene storicizzata l'esperienza collettiva del tempo.

La politica oltre lo stato

Se la storia dei concetti gli permette di de-limitare l'area di vigenza della modernità liberale - e per mezzo di ciò, di assumere la politica come qualcosa di irriducibile ad essa - la riflessione sulle condizioni di possibilità della storia, e cioè sulla morte come esperienza singolare e collettiva della finitezza, inaugura un vasto campo di ricerche ulteriori: dall'analitica degli strati di tempo (lo scorrimento, la sovrapposizione, le interruzioni dei campi semantici sedimentati come usi linguistico-concettuali dai diversi attori storici) all'iconografia, alle rappresentazioni monumentali delle identità collettive e delle memorie storiche. Gli ultimi libri e saggi di Koselleck, Zeitschichten. Studien zur Historik (2000) e Der politische Totenkult. Kriegerdenkmäler in der Moderne (1999), affrontano il nesso tra politica e storicizzazione definitivamente al di fuori ed oltre lo stato.

Reinhart Koselleck ha pensato all'incrocio tra lingua e storia una totale denaturalizzazione del tempo. La storia si fa solo nell'appropriazione politica del tempo. Come definizione e mantenimento di identità che condividono un passato e un'immaginazione del futuro. Perché la storia è una possibilità e non un destino.

Vi è probabilmente più di un riflesso conservatore, in questa teoria. Che sarebbe forse auspicabile sondare anche con il riferimento all'antropologia filosofica di Gehlen e di Plessner. Koselleck è venuto a mancare proprio quando - sullo sfondo delle retoriche identitarie dello scontro di civiltà e degli esausti dibattiti sulle radici culturali d'Europa - avrebbe potuto contribuire a definire cos'è una memoria e cos'è un'identità. Forse, potremmo dire appoggiandoci ai suoi ultimi interessi di ricerca, nulla di più di un grigio monumento ai caduti spazzato dal vento.















il Manifesto, 10.02.06
Una grande madre contro la famiglia
La scomparsa di Betty Friedan, alla vigilia del suo ottantacinquesimo compleanno. Femminista di orientamento liberale, pragmatica e riformista, autrice di un testo cruciale, «La mistica della femminilità», uscito negli Stati uniti nel 1963
Stefania Giorgi


Alla vigilia del suo ottantacinquesimo compleanno il suo cuore ha ceduto, stroncato da un infarto. Betty Friedan era nata il 4 febbraio 1921 a Peoria nell'Illinois, da una famiglia ebraica del Midwest. Porta la sua firma un libro cruciale per il femminismo - La mistica della femminilità - testo di riferimento e formazione per generazioni di donne venute dopo di lei, al pari di Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949) e di altri libri, tutti datati tra gli anni `60 e `70, come La politica del sesso di Kate Millet, La dialettica dei sessi di Shulamith Firestone, L'eunuco femmina di Germaine Greer, Noi e il nostro corpo del Boston Women's Health Book Collective. Figura e testimone di passaggio tra il «prima» di Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, e il «dopo» della seconda ondata del femminismo dal 1968 a oggi, Friedan - di orientamento liberale, pragmatica, riformista, sensibile ai diritti e all'uguaglianza - non ha mai avuto pretese di pensatrice, non ha elaborato teorie ma è stata soprattutto la straordinaria cronista del malessere delle donne americane del dopoguerra. Una saggista che, con uno stile brillante, ha contribuito a dare la sveglia alle americane, all'America intera e al mondo.

Betty Naomi Goldstein - il padre, Harry Goldstein, era un gioielliere, la madre Miriam aveva lasciato il suo lavoro di giornalista per dedicarsi alla famiglia - si era laureata in psicologia allo Smith College nel 1942 e, dopo un anno di perfezionamento a Berkeley, si era trasferita a New York. Nel 1947 si era sposata con l'impresario teatrale Carl Friedan (dal quale divorzierà nel 1969). Per i successivi dieci anni fu moglie e madre di tre figli, lavorando al contempo come giornalista freelance. Ma nella sua vita, come in quella di milioni di americane, qualcosa non quadrava. Nel 1957, Friedan decise così di inviare un questionario alle sue ex compagne dello Smith College. Chiedeva loro se erano soddisfatte della loro vita. Solo una ristretta minoranza rispose di sì. Si trattava di donne bianche, di classe media che avevano preferito per lo più abbandonare studi e carriera per realizzarsi come casalinghe. Ma si sentivano incomplete, prive di identità, ridotte a un lavoro patologicamente ripetitivo, deluse, depresse, ingannate.

«C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso nella mente delle donne americane. È una strana inquietudine, un senso di insoddisfazione che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla metà del ventesimo secolo», scrive Friedan. Uno stato di frustrazione e insoddisfazione privo di parola, «the problem that has no name».

«Il problema senza nome era condiviso da innumerevoli donne americane... ma che cos'era questo problema? Quali parole usavano le donne quando cercavano di esprimerlo? Talvolta c'era chi diceva: "Ogni tanto mi sento vuota... incompleta". Oppure: "Mi pare di non esistere"». Talvolta questa sensazione veniva annullata con un tranquillante, una nuova casa, un nuovo marito... Ma erano ormai sempre più quelle che le confessavano: «Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa».

Friedan decide allora di allargare la ricerca con altri questionari, interviste, incontri e discussioni. Il risultato della sua lunga indagine si traduce in La mistica della femminilità. Un libro potente e deflagrante, forse oltre le intenzioni della stessa Friedan. Il libro giusto al momento giusto. Scioccò l'America del baby boom, della crescita delle aree suburbane, venne riconosciuto come proprio, aderente al proprio vissuto, da milioni di donne, venne tradotto in moltissime lingue e divenne un bestseller mondiale (in Italia fu tradotto per la prima volta nel 1970 dalle edizioni di Comunità).

Friedan in quel libro parlava della donna che aveva retto l'home front ed era stata poi prontamente rimandata a casa al ritorno degli uomini in armi. Tutto doveva tornare come prima. Quale migliore destino per le donne se non quello di vestirsi, acconciarsi, cucinare, fare figli, piacere agli uomini e render loro più piacevole l'esistenza? Gloria in eterno alla femminilità domestica. Friedan denunciava con inflessibilità e preoccupazione il regresso americano: alla fine degli anni `50 l'età media del matrimonio era scesa a 20 anni e stava scendendo ancora; nel 1920 la proporzione delle donne che frequentavano il college, rispetto agli uomini, era del 47%, nel 1958 era scesa al 35. Cent'anni prima le donne si erano battute per l'istruzione superiore, ora le ragazze andavano al college per trovarvi marito. A metà degli anni `50 il 60% di loro lasciava il college per sposarsi o perché temeva che «troppa» istruzione potesse essere un impedimento al matrimonio.

La casalinga perfetta del quartiere residenziale era (o sembrava essere) l'immagine ideale delle giovani americane. Reginette incoronate con elettrodomestici fiammanti, frigoriferi, aspirapolvere, lavatrici, televisori, alle prese con peonie e bambini. Protagoniste dell'happy ending di tanti film e romanzi dell'epoca. L'essere inchiodate al ruolo eterno di seconde, come denunciava de Beauvoir, era un problema francese, non certo americano.

Friedan descrive e denuncia, ma le sue proposte di uscita dalla condizione in cui la mistica della femminilità ha cacciato le donne, spesso con il loro consenso, sono modeste e tutt'altro che radicali. Friedan ritiene infatti che per curare la «malattia» provocata dall'accettazione della triade della mistica della femminilità (marito-figli-casa) la donna deve trovarsi un lavoro fuori di casa, senza però rinnegare la famiglia. Cercando di coniugare carriera e famiglia.

Il ruolo dell'uomo, la cultura patriarcale restano in ombra. Ruolo e responsabilità che vengono invece messi in luce da Mary MacCarthy nel suo straordinario romanzo Il gruppo (scritto l'anno dopo, nel 1964) dove si intrecciano i destini di un gruppo di amiche che hanno frequentato il prestigioso Vassar College.

La tesi di Friedan era che le donne venivano spinte a credere che la felicità risiedesse nella devozione alla casa e alla famiglia, mentre - spiegava - le aspirazioni femminili non dovevano limitarsi al matrimonio e ai bambini. Nel solco di questa convinzione nel 1966, Friedan fondò, insieme ad Aileen Hernandez e Pauli Murray e a un gruppo di attiviste decise a promuovere e rafforzare il riconoscimento dei diritti civili delle donne, il Now (National Organization for Women). Di orientamento esplicitamente liberale, promotore di iniziative per modificare la legislazione per eliminare le ineguaglianze derivanti dalla differenza sessuale. Come sua presidente, Friedan condusse campagne contro la pubblicità che rafforzava le rappresentazioni convenzionali della donna, per accrescere la presenza femminile nel governo, legalizzare l'aborto, estendere la cura dei figli ai servizi sociali. Anche dopo aver lasciato la presidenza del Now, nel `70, Friedan continuò la sua battaglia: fu una delle principali promotrici del Women's Strike for Equality del 26 agosto 1970 (cinquantesimo anniversario del suffragio femminile negli Usa) e lavorò per la ratifica dell'Equal Rights Amendment alla Costituzione americana. Dal 1977 il Now fece della ratifica all'Equal Rights Amendment (Era) il suo principale obiettivo, insieme alle battaglie contro la violenza sulle donne, le discriminazione nel lavoro e la difesa della legislazione sull'aborto.

Nel 1981 pubblica il libro The second stage nel quale il suo atteggiamento ancor meno radicale e più «riformista» provocò un certo sconcerto in molte femministe. Nel novembre del 1985, Friedan pubblicò sul «New York Times Magazine» un documento politico dove, da un lato analizzava la crisi del movimento femminista americano, e dall'altro avanzava delle proposte per superarla. Tra queste, l'invito a smetterla «con l'ossessione della pornografia e affrontare la vera oscenità, che è quella della povertà». Per oltre 15 anni, dal 1975 al 1989 circa, il femminismo americano si era infatti molto concentrato intorno a un acceso dibattito sulla pornografia, con una parte schierata a sostenere che la pornografia è la causa principale della violenza sulle donne. Alla conferenza mondiale delle donne di Pechino, nel 1995, Friedan aveva denunciato la degradante e stereotipata immagine delle donne che i media continuano a proporre e la condizione di miseria di tante donne del terzo mondo e di tante nere americane. Nel 1993, quando aveva già varcato la barriera dei 70, aveva applicato la lezione femminista del «partire da sé», alla propria vecchiaia, L'età da inventare (pubblicato in Italia da Frassinelli).

Ma Betty Friedan resterà per tutte noi la donna capace di squarciare il velo di una rappresentazione falsa e mortificante, di un altarino familistico che in cambio domandava (e domanda) l'annullamento di desideri e capacità femminili. Di aver saputo offrire alle donne le parole per nominare abissi di depressione e cupezza e scommettere nella propria libertà. Per una di quelle strane coincidenze che la storia spesso ci pone dinnanzi, La mistica della femminilità uscì lo stesso anno in cui, dopo aver riordinato la casa e accompagnato i figli a scuola, Sylvia Plath si toglieva la vita.


































Il Giornale, 08.02.06
Il male di vivere L’infelicità di essere uomini

Magro, capelli neri, pelle scura, testa inclinata, la bocca contratta in una smorfia. È il ritratto del melancolico secondo Galeno, medico del II secolo dopo Cristo. Il melancolico: ovvero colui nel quale, tra gli umori corporei, prevale la bile nera (melaina cholé, in greco) che la scienza antica riteneva responsabile degli stati di malessere psichico. Altri chiamavano in causa l'influenza nefasta di Saturno, mentre in età cristiana la malinconia sarà inglobata nel vizoi capitale dell'accidia, un'eredità del peccato originale che porta l'uomo a infiacchirsi tra pensieri vaghi e volontà incerte. Sarà così che, attraverso la noia e lo spleen dei romantici e dei decadentisti, si arriverà infine al «male del secolo» (scorso e presente): la depressione. Che però non è il frutto dei tempi moderni ma l'ultimo nome di un mal di vivere millenario. Solo che oggi la società dell'euforia, la civiltà dei consumi e dello spettacolo, impone il quasi dovere dell'allegria. E il depresso è uno scandalo, un intralcio che va rimosso a colpi di pillole e psicoterapie. Questa la tesi del libro di George Minois Storia del mal di vivere. Dalla malinconia alla depressione (edizioni Dedalo, pagg. 346, euro 25): una difesa delle severe ragioni dei depressi contro la tirannia di un edonismo citrullo e contro l'illusione che esista una terapia per il mal di vivere.
Che l'umanità non abbia mai avuto grandi motivi per essere allegra, va da sé. Ma sono i greci i primi a individuare le manifestazioni patologiche di questo senso di infelicità.
La malinconia è una malattia che provoca, come già scriveva Ippocrate, il padre della medicina, nel IV secolo a.C., «ansia e abbattimento costanti», «insonnia, irritabilità, agitazione», ma anche calvizie o balbuzie. Fin dall'inizio essa appare come una patologia che può e deve essere curata. I rimedi consigliati a volte sono molto semplici ma di innegabile efficacia: mangiare meglio e fare l'amore più spesso (gli antichi peraltro concordano nel fatto che il malinconico sia per natura un lussurioso). La malinconia però è anche il segno di una particolare acutezza e sensibilità. «Coloro la cui intelligenza è molto sottile e penetrante scivolano facilmente nella malinconia, poiché agiscono con rapidità e sono fervidi di immaginazione», scriveva Rufo di Efeso, un medico di età romana. Osservazione già contenuta in un trattato attribuito ad Aristotele: «Tutti gli uomini che furono eccezionali in filosofia, in politica, in poesia o nelle arti erano manifestamente malinconici».
C'è dunque una malinconia indotta dalle circostanze esterne, su cui il medico deve intervenire, e una malinconia innata, che è segno di un'indole più acuta. Saturno (Kronos, in greco), il pianeta che secondo gli astrologi governava i malinconici, è del resto capace di produrre apatia e tristezza ma è anche simbolo della contemplazione e della speculazione intellettuale. Per quanto la malinconia non sia sempre appannaggio del saggio: c'è uno stato di ansia, di inquietudine, di fastidio per se stessi che - scrive Seneca - caratterizza molti uomini annoiati.
Come quelli che, per distrarsi, passano da una viaggio all'altro, ma senza successo, perché ovunque vadano portano dietro se stessi. E qui la Roma imperiale prefigura già la dimensione del nostro turismo di massa.
Il Medioevo conobbe molti malinconici, da Papa Gregorio Magno fino a Petrarca. L'accidia, versione cristiana della malinconia pagana, allignava soprattutto tra i monaci. San Tommaso la descrive così: «È una tristezza opprimente che produce nell'animo dell'uomo una depressione tale per cui non si ha più voglia di fare nulla».
Per certi versi era un male necessario, che si accompagnava allo stato di peccato dell'uomo, ma il buon cristiano era comunque chiamato a combatterlo. Gli umanisti invece recuperano l'idea aristotelica della malinconia come segno di distinzione, pur conoscendone gli effetti dolorosi. Marsilio Ficino si descrive sempre agitato, inquieto: «Riteniamo di poter scacciare la tristezza nascosta nel nostro animo tramite gli svaghi e la frequentazione con altri uomini. Ahimé, ci sbagliamo. Nel bel mezzo dei divertimenti spesso sospiriamo e, alla fine della festa, ce ne andiamo più tristi di come ci eravamo venuti». L'iconografia di Kronos (il dio Saturno, nume dei malinconici) si sovrappone a quella di Chronos (il demone del tempo): la malinconia diventa angoscia del tempo che passa, resa poi quasi tangibile dall'invenzione dell'orologio meccanico. Fioriscono studi come L'anatomia della Malinconia di Robert Burton, pubblicata pochi anni dopo che William Shakespeare ha mandato in scena il suo Amleto, icona di tutti i malinconici.
I romantici, i maledetti, i decadentisti cercheranno nelle droghe la consolazione rispetto a un dolore senza nome e senza ragione, battezzato come noia o come spleen. Ma proprio nell'Ottocento, le magnifiche sorti e progressive della nascente civiltà industriale iniziano a produrre la demonizzazione della malinconia. Il medico alienista Brierre de Boismont scrive nel 1856 che ogni tristezza può essere vinta con il lavoro: «La pigrizia è causa frequente di morte volontaria». La malinconia non c'è più.
Al suo posto c'è la nevrastenia, una debolezza che va curata e superata da una società operosa. Invano il geniale (e malinconico) Kierkegaard scriverà che «il lavoro può far scomparire l'ozio ma non la noia».
Emile Durkheim, nel suo saggio Il suicidio (1897), sosterrà che una società euforica non è sana. Charles Péguy rileverà sarcasticamente, all'alba del XX secolo, il grottesco tentativo di rimuovere ogni senso tragico dell'esistenza: «Come un cristiano si prepara alla morte, il moderno si prepara alla pensione».
Ma ora siamo ritornati a quella demonizzazione della malinconia che caratterizzò l'epoca delle prime macchine a vapore. La mistica del lavoro è stata sostituita da quella del tempo libero, ma la tristezza resta una devianza, l'euforia lo stato naturale. La società ci vuole tutti allegri e garruli, psicanalisi e antidepressivi sono accessori di massa. Chi non si svaga è perduto






























la Repubblica, 09.02.06
Un articolo sulla stampa Usa punta il dito contro il degrado dello storico sito romano. Vi sono sepolti i poeti Keats e Shelley
Il Nyt: "Rischia di scomparire il cimitero dei poeti a Roma"
All'ombra delle Mura Aureliane il camposanto degli acattolici
di Rosaria Amato


ROMA - Non ci sono solo stranieri, ci sono sepolti anche Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza, ma il cimitero acattolico di Roma è caro particolarmente ai Paesi anglosassoni. Ed ecco probabilmente perché a denunciare lo stato di degrado del monumento all'ombra delle Mura Aureliane sono stamane il New York Times e l'International Herald Tribune.

L'articolo è il medesimo, firmato da Elisabeth Rosenthal. Il titolo cambia: "Il cimitero dei poeti è in crisi" sul New York Times, "Un piccolo paradiso che scivola via" sull'Herald Tribune.

Al cimitero degli acattolici di Roma, ricorda Rosenthal, sono sepolti, tra i tanti, i poeti Shelley e Keats, la famiglia Bulgari, l'unico figlio di Goethe, il padre fondatore del comunismo europeo Antonio Gramsci, decine di diplomatici. Potrebbe essere il Père Lachaise (il cimitero parigino degli artisti) di Roma, ma soffre per una cronica mancanza dei fondi necessari al suo mantenimento ottimale.

"Oggi questa preziosa parte di paradiso - si legge nell'articolo - è in decadenza e in crisi finanziaria, tanto da essere stato recentemente aggiunto alla 'World monument fund's 2006 watch list' che comprende i cento siti più a rischio estinzione della terra. Parte dei problemi del cimitero, fondato nel 1734, derivano dal fatto che è da sempre stato considerato come un qualcosa di estraneo in una città cattolica come Roma, dove il Vaticano per tradizione ha sempre pagato i più costosi lavori pubblici. Oggi però neanche il governo italiano lo ritiene degno di un aiuto finanziario. Per questo il sito è gestito da una commissione volontaria di ambasciatori stranieri a Roma. Ma anche questa struttura creata appositamente non ha le risorse finanaziarie necessarie al suo mantenimento".

Tuttavia sul sito del cimitero si mostrano le immagini di un recente restauro, avvenuto nel 2000, e che ha avuto per oggetto sia alcune tombe di particolare importanza che alcuni reperti di epoca romana.

"Ci si potrebbe innamorare della morte, pensando di poter essere sepolti in un luogo così dolce", scriveva Shelley. Forse anche adesso che il cimitero sta morendo a poco a poco, con la vegetazione selvatica che cresce indisturbata. "Sembra bello e romantico, ma le lapidi stanno cadendo a pezzi", denuncia Valerie Magar, una specialista nella conservazione dei beni culturali del Centro per lo Studio e la Conservazione e il Restauro dei beni Culturali dell'Onu.

"Questo è un sito che richiede molte cure - spiega ancora l'esperta - ma il loro costo va oltre il budget del cimitero". Anche perchè, rimprovera l'autrice dell'articolo, non ci sono contributi da parte italiana. I visitatori sono invitati all'ingresso a dare un contributo, ma evidentemente neanche questo è sufficiente. E così quello che lo scrittore Oscar Wilde definì "il luogo più sacro di Roma", rischia di precipitare nel degrado.



AprileOnLine, 09.02.06
L'ammonimento pugliese all'Unione
Società. La ricostruzione dell'iter di approvazione del ddl che ha esteso i diritti della famiglia alle coppie di fatto
A. Not.



Il ddl sulla famiglia pugliese che ha esteso i diritti - da sempre specificità della famiglia tradizionale - a tutti i nuclei di persone stretti da vincoli solidaristici, incluse le coppie di fatto etero e omosessuali, arriva in Giunta regionale il 18 gennaio scorso. L’ autrice Elena Gentile, Assessora diessina alle politiche sociali, fin da subito sente il bisogno di fare alcune precisazioni: “Non miniamo la famiglia tradizionale, ma cerchiamo di andare incontro a tutte le famiglie, soprattutto a quelle in difficoltà, a quelle che affrontano, ad esempio, problemi di povertà o legati alla non autosufficienza”. “Non tocca a noi – continua la Gentile - normare i pacs; non è a livello regionale che questo deve avvenire, lo sappiamo bene. Ma vogliamo che altre forme di convivenza vengano in qualche modo tutelate con servizi sociali adeguati”.
Scoppia la bagarre. Insorge il centrodestra: "Caro presidente Vendola – dichiara Angelo Cera capogruppo dell’Udc in regione - sono le famiglie da aiutare e subito e dispiace che gli unici a non accorgersene siano proprio quelli della Margherita e dell'Udeur a cui, evidentemente, non interessano più le parole della chiesa pugliese e di monsignor Cosmo Francesco Ruppi. Al posto loro mi vergognerei”.

In questo modo viene tirato dentro la vicenda il presidente della Conferenza episcopale pugliese, già tristemente famoso per le vicende che l’hanno visto coinvolto nell’arresto di don Angelo Lodeserto, lo scorso 11 marzo. Il sacerdote era direttore del Cpt “Regina Pacis” di San Foca a Melendugno (Lecce). Il centro dipendeva dalla curia della provincia pugliese, a capo della quale c’era appunto monsignor Cosmo Francesco Ruppi. Il rapporto tra quest’ultimo e il presidente Nichi Vendola è sempre stato di evidente ostilità.
Dopo che Nichi Vendola aveva criticato apertamente Camillo Ruini sui Pacs, il monsignore si era espresso in questi termini: “Non è nostra intenzione entrare in polemica con chi, pur dichiarandosi cattolico, si scosta visibilmente dall'insegnamento della Chiesa in materia di famiglia, di etica e di costumi sessuali, ma non è possibile essere cattolici e disattendere il magistero”. “Non si può essere cattolici a metà. O lo si è o non lo si è”, aveva aggiunto il prelato.
Il no politico al ddl sulla famiglia di Ruppi quindi, poteva indurre partiti cattolici come la Margherita e l’Udeur a privare l’Esecutivo regionale del proprio sostegno.

Il ddl ha rischiato seriamente di arenarsi. L’approvazione in prima istanza di questo disegno di legge, il 23 gennaio scorso, è così slittata al 6 febbraio. L'attrito con la Margherita era dovuto all’art.22, più precisamente al punto che definiva come nucleo familiare: “la famiglia di diritto e l'unione di fatto quali insiemi di persone legate rispettivamente da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela e da altri vincoli affettivi, aventi una convivenza abituale e continuativa e dimora abituale nello stesso Comune”. Questo è il momento in cui si è rivelata determinante l’opera negoziale di Guglielmo Minervini, Assessore alla trasparenza, in quota Margherita ed ex sindaco di Molfetta, cresciuto nella diocesi di Don Tonino Bello, il fondatore di Pax Christi, a cui lo stesso Nichi Vendola ha, negli anni scorsi, aderito.

Le indiscrezioni dicono che Minervini, da profondo conoscitore del cattolicesimo pugliese e dei suoi meccanismi interni, si sia recato a Lecce per incontrare monsignor Ruppi. Nelle segrete stanze della curia l’Assessore ha raggiunto il compromesso. Il prelato ha fatto un passo indietro. Non ci è dato sapere quali argomentazioni abbia utilizzato Minervini. Di sicuro, però, sono state efficaci.
La formulazione dell’art.22 in discussione è cambiata, ma non in modo sostanziale: le “unioni di fatto” sono state sostituite da “unioni solidaristiche”. Non si parla più, quindi, esplicitamente, come nella prima stesura, di unioni di fatto, eterosessuali e omosessuali, ma, in pratica, di realtà di fatto in cui ci sono elementi di solidarietà tra le persone. La sostanza non cambia. La Puglia migliore ha vinto.












































il Manifesto, 08.02.06
UNA VECCHIA ENCICLICA
di Rossana Rossanda


Molti commentatori, amici ed amiche presumibilmente non credenti, sono rimasti positivamente colpiti dalla prima Enciclica di Benedetto XVI come un invito all’amore quanto mai attuale in un mondo tutto intriso d'odio. Non credo che vada letta così. Se nel preambolo si dichiara che nessuna guerra può essere fatta in nome di Dio, ed è un passo avanti rispetto alle ancora recenti guerre giuste, questo è anche il solo passo avanti, mentre l'asse della lettera più volte ribadito è un rigido alt messo alla secolarizzazione che avevamo salutato nel Concilio Vaticano Il. Amatevi, dice Ratzinger, ma sappiate che ogni amore è impuro, salvo quello di Dio per noi e noi per Dio o fra noi in Dio. Non ce n'è un altro che non sia imperfetto e per natura degenerativo. Benedetto XVI fa qui un passo indietro perfino dalla lezione paolina, che riconosce dignità e valore anche ad aspetti prettamente e solamente umani. Quel che nella prima lettera di Giovanni, più volte richiamata, è un canto tutto indirizzato alla fraternità con l’altro, l'estraneo, o perfino mortalmente colpevole, qui diventa una barriera contro l'amore puramente terreno traversato dalla sessualità. Una chiusura totale alla problematica del moderno e dell’umano in quanto umano.

Toccherà ai teologi discernere i fili dell'argomentazione sottile, talvolta causidica, di Ratzinger. Ma intanto il non credente non ha di che estasiarsi, esimendosi dal coglierne l'intenzione centrale che è tutta politica — in senso pieno e perfino nobile della parola — e si allinea alla tradizione più retriva ottocentesca della chiesa di Roma. L'inizio — un po' filosofico scrive Ratzinger, un po’ filologico diremmo noi — sul significato della parola «amore» in greco e nella cultura cristiana la definisce la prima eros come desiderio egoista o ricerca per sé, per un proprio bisogno mentre la seconda agape sarebbe tutta volta al bene e al bisogno dell’altro, amore perfetto. L'eros è declassato a mero egoismo, a mera materialità del corpo (la psiche nella lettera non ha posto), tendente alla degenerazione e alla mercificazione, il cui simbolo sarebbe la prostituzione sacra. L'Enciclica non concepisce un rapporto con l'altro che non passi attraverso la purificazione, parola continuamente ripetuta, dell'amore di Dio e in Dio. Quasi che il corpo porti in sé indelebile come il peccato un originale perversità. Dio amerà l'uomo, ma Ratringer certamente no. Allora è più toccante e persuasiva la disperazione del mondo e propria di Agostino, che l'attuale papa non condivide, in quanto sicuro che con l'ascesi e secondo il magistero della chiesa ogni cattolico può trascendere se stesso. Se non vi riesce cade fuori dalla salvezza, o almeno dalla mente pedagogica dell'attuale pontefice.

Ne consegue che la sola unione possibile è fra un uomo e una donna in forma «esclusiva» e «per sempre», come il patto di Javeh con Israele, lui sposo sapiente, lei facilmente infedele che soltanto dalla generosità di lui può essere «perdonata». Il matrimonio non è che il riflesso del nocciolo fondamentale delle religioni monoteiste: amare Dio, un solo Dio e per sempre. Impensabile dunque il divorzio, impensabile l'unione precaria, neanche evocata l'unione fra due creature del medesimo sesso, impura ogni relazione non consacrata dal sacramento. Ratzinger erige un baluardo granitico contro le conquiste già avvenute nel diritto civile e quelle che, come i Pacs che hanno già preso piede in Francia e in Italia, minacciano anche il nostro paese.

La seconda parte dell’Enciclica rivendica il magistero della chiesa anche come istituzione e nelle forme che ha preso dalla donazione costantiniana in poi. Neanche pensare a una ridiscussione del Concordato. Non che la chiesa faccia politica in prima persona, ma ha diritto e dovere di indicare ai fedeli come la devono fare. Siamo lontani dal «non expedit». Adesso i cattolici sono chiamati ad impegnarsi contro le imminenti o già avvenute degenerazioni dei rapporti fra gli uomini, come appunto fa il cardinal Ruini. Anche in tema di giustizia: neanche essa può essere raggiunta soltanto dall'umanità, come si sono arrogantemente permessi di dire l'illuminismo e il marxismo. Perché è vero che il mondo è pieno di ingiustizie, ma è un errore fatale credere che gli uomini possano ridurle, mentre possono soltanto alleviarle con la carità, prima di tutto fra i membri della comunità dei fedeli. «Per la verità», ammette Ratzinger, il cristianesimo degli inizi voleva la partecipazione comunitaria dei beni, ma questo «con il crescere della chiesa non è stato più possibile». Per la verità chi o che cosa lo avrebbe reso impossibile? Forse il primato che il sacerdote deve assicurare ai sacramenti e alla liturgia rispetto al dovere di soccorrere gli infelici? Tanto che deve delegare questo secondo compito ai diaconi? Ma è una domanda maliziosa. Resta che l'enciclica assume come proprio il concetto avanzato anche dalla Commissione europea di sussidiarietà: arrivi l'istituzione pubblica soltanto dove il singolo o l'associazionismo privato, nel quale la chiesa ha un peso rilevante, non arriva. E ci si guardi bene dall'interrogare Dio sul male o le ragioni della sofferenza e delle ingiustizie. Questo non è lecito, come dimostra il Libro di Giobbe. Se lo tenga per detto, par di capire, anche chi si è chiesto: ma quale Dio dopo Auschwitz?

Insomma l'Enciclica ci deresponsabilizza di tutto fuorché dalla necessità di trascenderci nella volontà divina, che è imperscrutabile. Ci pare di averlo già sentito dire dal nostro parroco quando eravamo bambini.

martedì 7 febbraio 2006

Corriere della Sera – Salute, 06.02.06
Quella nebbia è calata sull'anima
La depressione non è la tristezza o la sottile malinconia che possono provare tutti nella vita. È una malattia come le altre. E come queste va accettata e curata, con prontezza e senza vergogna.


■ Come riconoscerla per individuare con precisione quali sono i suoi veri segnali e le sue conseguenze, imparando a distinguerla dalla normale tristezza, dalla malinconia o dall'ansia

■ Come capirla per sapere che va accetata e trattata come una qualsiasi altra malattia, da affrontare con tempestività, coraggio e fiducia, senza nessuna vergogna, paura o senso di colpa

■ Come curarla con l'aiuto dei farmaci e delle altre terapie a disposizione, che possono fare uscire da questo tunnel buio dell'anima nel 70-80 percento dei casi

A tutti può capitare di alzarsi alla mattina già stanchi, senza voglia di affrontare la giornata. Oppure di essere malinconici, di attraversare un momento di pessimismo o di tristezza.
Sono stati d’animo normali, che possono capitare a chiunque in momenti difficili della vita. Se però questi stati d’animo non accennano a finire, sono sproporzionati rispetto agli eventi che li hanno provocati, o non sono riconducibili a nessun evento particolare, occorre valutarli diversamente. Soprattutto se, oltre a prolungarsi nel tempo, si accompagnano alla perdita di ogni interesse per attività che prima si trovavano piacevoli, per il cibo, per il sesso: allora è possibile che invece che a normale tristezza ci si trovi di fronte a una delle varie forme possibili di depressione.

Il sospetto, a maggior ragione, è giustificato qualora, contemporaneamente a un calo dell’umore che dura troppo a lungo, si verificano cambiamenti anche in alcune funzioni naturali: per esempio non si riesce più a dormire bene, oppure si dorme fin troppo, si perde l’appetito o, al contrario, si cercano in continuazione, con insistenza, sempre gli stessi cibi. Infine, ultimo e probabilmente più importante segnale: è legittimo sospettare una depressione soprattutto se, pur nello sconforto, nell’abbattimento, non si riesce a conservare nemmeno un po’ di ottimismo, un germe di sensazione che, comunque, le cose prima o poi andranno meglio.

Al Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica dell'Università La Sapienza di Roma hanno messo a punto un indice semplicissimo per individuare la depressione e per quantificarne la gravità: l'indice di attitudine al riso.

Quando si é depressi cambia la nostra disposizione a confrontrarci con la risata delle altre persone e sarebbe possibile correlare il livello d'incapacità di ridere col livello di gravità della malattia.
La depressione, intesa come malattia, è una condizione in cui la tristezza si è adagiata sulla vita, come una nebbia che non lascia intravedere nessuno spiraglio di luce.

È quindi diversa dai comuni cambiamenti d'umore che possono derivare da circostanze sfavorevoli della vita, non tanto per la sua intensità, quanto, soprattutto, per la sua persistenza e la scarsa capacità di reagire che insinua nelle persone che colpisce.
La differenza tra depressione-malattia e normale malinconia, dicono gli esperti, sta nella capacità della depressione di produrre derangement, parola inglese che significa modificazione, turbamento, mentre la malinconia non riesce a cambiare la nostra vita.

E' un po' come la differenza che corre tra una polmonite e un banale raffreddore. Ma se un tempo per la polmonite non si poteva fare nulla, oggi basta semplicemente una terapia adeguata. E lo stesso vale per la depressione, che può essere efficacemente trattata nel 70-80% dei casi, evitando lunghe e inutili sofferenze.
Ma questo non lo sanno in molti.

Avrebbero voluto saperlo, e farne esperienza, molti grandi personaggi del passato che, secondo diversi storici della medicina, hanno sofferto di depressione.
Per esempio Mozart, forse il genio musicale che meglio ha saputo rompere gli schemi con le sue note particolarmente “brillanti”.
E così Baudelaire, Kierkegaard, Leopardi, probabilmente Lincoln, forse Michelangelo.

Evidentemente invece lo sapevano e hanno potuto sperimentarlo personaggi contemporanei come gli attori Vittorio Gassman e Sandra Mondaini o il giornalista Indro Montanelli, famosi anche per la loro comunicatività tutt’altro che “grigia” e “spenta”.
Insomma tutt’altro che personaggi “grigi”, “spenti”. Tanto per chiarire che la depressione non è un tratto del carattere, ma una vera malattia, che può coinvolgere tutti, anche le personalità più di spicco, le intelligenze più vivaci.
È importante sottolinearlo, perché chi soffre di depressione spesso si sente in colpa: pensa di non riuscire a reagire per pigrizia o incapacità, crede di non essere contento di nulla perché “è viziato”. E pretende, quindi, di farcela da solo, non accettando l’idea di essere malato. È convinto di essere solo un “buono a nulla”, “un incapace”. Ed è proprio questo uno dei motivi che spesso induce chi è depresso a rinunciare alle cure, pensando che tanto per lui non ne valga nemmeno la pena.
Riuscire invece a prendere coscienza del fatto che si tratta di una malattia come tante altre è il primo passo per accettare di farsi aiutare: chi ha una polmonite non pensa certo di poter guarire da solo.
E, ancora, chi soffre di questo problema o ha qualche familiare che ne è colpito, non deve pensare di essere solo.
Sono in molti a condividere le stesse sofferenze.


È molto diffusa
La depressione, infatti, non è una malattia rara, che interessa pochi sfortunati “ai margini” della società dei felici.
È invece un disturbo piuttosto comune, con il quale sono in tanti a trovarsi a fare i conti: nelle nazioni occidentali colpisce, in media, una persona su cinque/sei, almeno una volta nel corso dell’esistenza (secondo l’Oms, nel nostro Paese ci sono almeno cinque milioni di depressi).
Tuttavia, è bene saperlo, la depressione qualche preferenza ce l’ha.

Più donne che uomini
Per esempio preferisce le donne.
Ogni tre persone depresse due sono donne e ogni anno due donne su cento si ammalano, mentre per gli uomini l’incidenza è la metà.
Tuttavia va considerato che probabilmente questi dati sono in parte influenzati dal fatto che le donne vanno più facilmente dal medico, mentre gli uomini hanno più difficoltà ad ammettere questo genere di problemi.
Inoltre, bisogna aggiungere, la predilezione della depressione per le donne vale molto meno tra gli anziani e tra i bambini: in queste fasce d'età, infatti, ambo i sessi sono colpiti più o meno nella medesima percentuale. Le differenze tra i sessi sembrano attenuarsi non soltanto per l'aumentare degli anni, ma anche con il progressivo livellamento dei ruoli sociali.

Soprattutto giovani, ma non solo
Fra le preferenze della depressione c’è anche quella per i giovani e i giovani-adulti.
La vulnerabilità dei giovani, tra l’altro, sembra aumentata negli ultimi anni, probabilmente anche a causa dei molti cambiamenti intervenuti nella struttura familiare, sociale e occupazionale, che, rispetto al passato, hanno comportato la perdita di punti di riferimento sicuri, prospettive più instabili e la necessità di un continuo confronto con una realtà che muta a velocità molto maggiore rispetto a solo pochi anni fa.
Nell'età matura, fino a 65 anni, l’incidenza della depressione diminuisce, (anche se possono essere più frequenti altri disturbi dell’umore) per poi tornare ad aumentare soprattutto nei maschi, spesso in relazione al pensionamento.
In passato c'erano meno anziani depressi: la popolazione anziana era più ridotta, ma soprattutto c’erano altri valori e un altro stile di vita.
L’anziano restava sempre il perno della famiglia, un vedovo non restava mai da solo e poteva contare su un nucleo familiare, su parenti che potevano accoglierlo.
La sua progressiva emarginazione, in una società in cui tutto si misura in base alle performance, l'ha portato a perdere sempre di più il suo ruolo.
Oggi la depressione interessa il 15% degli anziani, ma la percentuale sale fino al 40% fra quelli che si trovano in una Casa di Riposo.
Spesso sono quelli con una malattia cronica e disabili a correre più rischi, senza contare la maggior fragilità emotiva legata al progressivo invecchiamento cerebrale che aumenta la precarietà del loro equilibrio psicologico.


Famiglie predisposte
Una particolare categoria di persone più vulnerabile alla depressione è rappresentata da chi avuto altri casi di depressione in famiglia soprattutto quando si tratta di uno o di entrambi i genitori.
In questi casi, infatti, il rischio di depressione è maggiore rispetto alla popolazione normale, anche se ciò non significa che la malattia sia ereditaria in senso stretto.

Nessuna distinzione di censo e di cultura
Se i sintomi della malattia possono essere parzialmente diversi da caso a caso in base al sesso o all'età, nessuna differenza si riscontra invece in funzione del livello culturale e del ceto sociale. La depressione è una malattia molto “democratica”: colpisce tanto i ricchi quanto i poveri, sia gli scienziati sia chi non ha avuto la possibilità di studiare.
Per un certo tempo si è pensato che le persone con una minore istruzione, oppure appartenenti a classi sociali meno abbienti tendessero a manifestare i sintomi "fisici" della depressione con maggiore frequenza rispetto ai pazienti degli strati sociali più elevati.
Poi, invece, si è visto che sintomi quali la “mancanza di energia”, le variazioni di peso, il “sentirsi deboli e a pezzi”, vengono riferiti dai depressi di qualsiasi classe sociale.
Non solo: la depressione non fa nemmeno distinzioni fra i popoli.
Secondo la maggior parte degli studiosi, infatti, analizzando i sintomi con cui i disturbi dell’umore si presentano nelle diverse culture, si trovano più somiglianze che differenze.


Va accettata e curata
Giovani, donne, adulti, bambini o anziani che siano, le persone colpite da depressione, comunque, possono trovare cure efficaci. Ma a una condizione: che riconoscano la depressione e non la trascurino scambiandola per malinconia passeggera, e che ammettano con sé stesse di essere malate, di doversi far aiutare. Queste forme di “mancato riconoscimento”, infatti, fanno sì che - secondo molti studi - soltanto un caso di depressione su quattro venga correttamente riconosciuto e adeguatamente trattato. E ciò è particolarmente grave non soltanto perché prolunga inutilmente le sofferenze di chi è investito dal problema e dei suoi familiari, ma anche perché una depressione non riconosciuta e/o non curata adeguatamente può provocare guai spesso gravi: per esempio, nei giovani una depressione lasciata a sé stessa può diventare una porta aperta verso la tossidodipendenza. Senza contare che, secondo le stime più recenti, oltre il 15% dei depressi si suicida.

COME RICONOSCERLA

Come riconoscere i segni della depressione

Esistono criteri precisi per diagnosticare la depressione. I sintomi più importanti sono calo dell’umore e perdita di interessi. Ma ne servono anche altri per essere certi di avere a che fare con questa malattia


I sintomi più ricorrenti della depressione sono perdita di interesse, tristezza cronica, ecc. Tuttavia non si può rimanere così nel vago. A tale scopo gli esperti concordano sul fatto che per parlare “veramente” di depressione occorre che si presentino contemporaneamente e in modo persistente (per almeno due settimane) cinque o più di nove sintomi (e almeno uno dei due cosiddetti sintomi cardine “rivelatori”). È una specie di test che usano i medici, ma che può essere utile anche a chi sospetta di essere depresso, o ai suoi familiari, per controllare se nei sintomi che lo riguardano si possono riconoscere i tratti di questa malattia. Qualora il timore venisse confermato vale la pena di rivolgersi a un medico. Ecco i sintomi, seguiti da una breve spiegazione e da qualche esempio sui modi e sulle parole con cui si traducono nel “vissuto” di chi è colpito da depressione. Sia i sintomi del primo gruppo sia quelli del secondo, per essere significativi, devono essere presenti per due settimane ogni giorno o quasi ogni giorno.

Sintomi cardine rivelatori

Questi due sintomi sono ritenuti i più importanti per la diagnosi di depressione.

1)Umore depresso
“Non ho più speranza”, “Nessuno mi può aiutare”, “Tutto è inutile”, “Neppure il pianto mi consola”. Queste sono alcune delle frasi che è più facile sentir pronunciare da chi soffre di depressione. Ma l’umore depresso può manifestarsi anche con aumento dell’irritabilità (soprattutto nei bambini e negli adolescenti), con facilità a lasciarsi andare a veri e propri accessi di rabbia oppure a un incongruo senso di frustrazione.

2) Diminuito interesse o piacere per tutte, o quasi, le attività precedentemente ritenute piacevoli
“I miei hobby non mi interessano più”, “Non provo più piacere per nulla”, “Non mi interessa più niente del sesso”, “Non sono più capace di far niente”. Un piccolo segnale rivelatore di questo sintomo è accorgersi di cercare sempre scuse per non accettare inviti, per evitare di partecipare a eventi sociali.

Sintomi associati

I sette sintomi che seguono possono anche non essere presenti tutti contemporaneamente. Sono indice di depressione solo se associati ai due sintomi cardine rivelatori.

3) Perdita o aumento significativi del peso o dell’appetito
Chi è depresso può anche non avere meno appetito del solito, può anche soltanto non apprezzare più come prima il cibo, non sentire i gusti con la stessa intensità. Ma, attenzione, è possibile anche il contrario: una bramosia per determinati alimenti (soprattutto i dolci). Un indice abbastanza evidente in questi casi sono i chili in più o in meno che segna la bilancia, spesso parecchi anche in poche settimane.

4) Insonnia o ipersonnia
L’insonnia è uno dei più comuni sintomi nella depressione. Ma questo non vuol dire che i depressi non riescano più a dormire, ma solo che possono avere alterazioni del loro normale ritmo di sonno, dormendo di più o di meno rispetto al solito.
È facile per esempio che riferiscano di svegliarsi spesso durante la notte, oppure di destarsi più presto al mattino rispetto a come erano abituati a fare prima.
La conseguenza è avere continuamente sonno durante il giorno.
Anche in questo caso, però, attenzione: un depresso può avere sonnolenza diurna anche se dorme molto di notte. Altro disturbo possibile, infatti, è la cosiddetta ipersonnia, cioè la tendenza a dormire molto di più di prima, col desiderio di non svegliarsi mai la mattina, quasi a cercare rifugio nel sonno per non affrontare la vita.

5) Rallentamento o agitazione psicomotoria
Chi soffre di depressione spesso parla con voce bassa e monotona, ha pochi argomenti di conversazione e si muove anche più lentamente. Non è insolito, però, nemmeno l’opposto: per esempio, spesso, i depressi si tormentano continuamente le mani, non riescono mai a stare seduti.

6) Affaticamento o perdita di energia
“Sono sempre stanco“, “Ci metto il doppio di prima a fare le stesse cose”, “Mi sento prostrato”. Ai depressi mancano le energie, tutto riesce più faticoso, anche attività di minimo impegno, come per esempio il vestirsi, richiedono molto più tempo ed energia del normale.
Chi è depresso, non di rado, non pensa nemmeno a lavarsi, ad avere cura del proprio corpo e del proprio aspetto e, in maniera abbastanza tipica (ma non necessariamente), veste in modo “grigio” e piuttosto trascurato.

7) Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati
“Non valgo niente”, “non sono capace”. I depressi si sentono insicuri e questo li porta spesso a pensare che la prostrazione che provano continuamente sia colpa loro (e per tale motivo non accettano di farsi aiutare).

8) Diminuita capacità di pensare o di concentrarsi, indecisione
“Non riesco più a ricordare niente”, “non riesco a concentrarmi”. Il depresso si distrae facilmente, non riesce più a ricordare con la facilità di prima, non riesce a concentrarsi. Molto significativa è la difficoltà a prendere decisioni.

9) Ricorrenti pensieri di morte, ricorrenti idee di suicidio
Per il paziente questo si traduce in idee del tipo: “La morte è l’unica cosa che mi può aiutare” quando non in pensieri o veri progetti di commettere suicidio. Ovviamente questo è in assoluto il segnale più preoccupante e pericoloso.

Disturbi depressivi dell’umore

Finora abbiamo parlato di depressione intendendo quella che i medici chiamano in linguaggio scientifico depressione maggiore.
Infatti la depressione fa parte di un gruppo di disturbi che hanno diversi punti in comune e come caratteristica dominante l’alterazione dell’umore. Nei disturbi depressivi dell’umore rientrano:

- la distimia (umore cronicamente depresso per la maggior parte del giorno per almeno due anni, ma con intensità minore rispetto alla depressione maggiore);

- la depressione maggiore, che, tra tutti i disturbi dell’umore, è il più frequente e rilevante;

- i disturbi bipolari, che consistono nell’alternarsi di periodi di euforia e di depressione (la cosiddetta sindrome maniaco-depressiva). Chi soffre di questa particolare forma di depressione passa da un estremo all’altro. Nei periodi in cui è “giù” presenta i sintomi classici della depressione,mentre in quelli in cui è “su” diventa iperattivo, si sente benissimo, ha mille idee che gli si accavallano nella mente.
Questa condizione può generare non pochi problemi perché durante le fasi di euforia può perdere in parte la percezione della realtà assumendo comportamenti eccessivi, quando non addirittura pericolosi.
Per esempio fa spese al di sopra delle sue possibilità, acquista automobili o gioielli che non si potrebbe mai permettere, sorretto da un incontrastabile ottimismo. Miete idee in continuazione, fa mille progetti, parla rapidamente, è fin troppo brillante, è infaticabile, veste in modo appariscente e incongruo. Classicamente rifiuta di farsi curare (pensa che sia il medico ad aver bisogno di aiuto, non lui, che sta benissimo). Salvo passare, improvvisamente, senza alcun preavviso, dalla fase “su”, alla fase “giù”, piombando nel pessimismo più nero e ritrovandosi a volte anche in circostanze drammatiche in conseguenza delle azioni intraprese nella fase maniacale. Le persone affette da disturbi bipolari sono chiamate maniaci-depressivi ma i loro alti e i loro bassi sono “più alti” e “più bassi” di quelli che hanno le persone normali. La durata e il ritmo di alternanza di questi periodi sono imprevedibili: possono durare mesi come giorni e fra gli alti e bassi si interpongono periodi di normale benessere dalla durata altrettanto imprevedibile.
Il rischio, in media, è di avere 3-4 episodi l’anno, ognuno della durata di vari mesi. Questo disturbo, tuttavia, se diagnosticato in modo adeguato può essere trattato con efficacia.
Recentemente c'è stata un'ulteriore conferma dell'importanza di un precoce riconoscimento diagnostico del disturbo bipolare: infatti, più tardi s'interviene con un corretto trattamento, più i periodi di benessere fra un ciclo di alterazione dell'umore e l'altro si accorciano, fino ad arrivare addirittura alla loro scomparsa, con pazienti che continuano ad oscillare direttamente fra mania e depressione, senza mai un attimo di tregua con umore normale.
Inoltre l'intervallo libero fra un episodio e l'altro è spesso segnato da sintomi sottosoglia che possono minare la qualità di vita, restando a lungo inosservati nei molti casi in cui non si verifica una completa remissione dagli episodi acuti di umore alterato.
In mancanza di un adeguato trattamento, con ogni nuovo episodio di mania e depressione il rischio di recidive aumenta, ma fortunatamente si sta dimostrando sempre più promettente l'uso di farmaci nati per altri scopi che a dosaggi diversi sono efficaci anche in questo disturbo: l'antiepilettico lamotrigina o l'antipsicotico olanzapina, che sembra, fra l'altro, anche quello che tiene più a lungo lontane le recidive.
La precocità del trattamento appare sempre più importante, soprattutto al primo episodio quando ancora la malattia non ha cominciato la sua esponenziale progressione, perché si va facendo strada l'idea di disturbo bipolare anche nell'adolescente, dove rischia di essere confuso con altre condizioni, prima fra tutte l'ADHD (il disturbo da inattenzione e iperattività) o altre manifestazioni spesso superficialmente ascritte alle comuni "paturnie" giovanili.
A differenza di queste, però, il disturbo bipolare giovanile può gravemente compromettere la carriera scolastica e lo sviluppo sociale ed emotivo dei ragazzi, sfociando a volte addirittura nel suicidio (30 volte più frequente che nella popolazione generale), ma che un corretto trattamento riduce drasticamente.


COME CAPIRLA

Tutte le cause del male

La malattia depressiva può sopraggiungere senza una ragione apparente oppure a seguito di periodi difficili della vita. Ma anche malattie, farmaci o eventi naturali, come il parto, possono innescarla


Quando arriva la depressione? E perché? Quali ne sono le sue cause? Le risposte possono essere molte e molto diverse, ma la depressione è sempre sinonimo di perdita: perdita della tranquillità (stress), perdita dell'autonomia (malattia), perdita di uno status quo fisiologico (mestruazioni, parto, menopausa) o psichico (lutto, licenziamento, divorzio, ecc) .
Ecco alcune tra le situazioni più ricorrenti.

Stress
La depressione può essere scatenata da situazioni difficili o stressanti come lutti, separazioni, delusioni, isolamento sociale, affettivo, frustrazione. Può essere provocata anche da problemi di salute, da disabilità, dalla vecchiaia stessa. Questo vale per chiunque, ma soprattutto per chi è più vulnerabile a questa malattia, come coloro che hanno già avuto casi in famiglia.

Ciclo mestruale
Talvolta i caratteri della depressione possono contrassegnare anche normali eventi fisiologici. Per esempio molte donne hanno sintomi depressivi in occasione del ciclo mestruale.

Parto
Molte madri possono soffrire di depressione dopo il parto. Questa forma di depressione si sviluppa più spesso entro le prime quattro settimane dopo la nascita del bambino (ma anche fino a 12 mesi dopo) e in taluni casi da una forma transitoria e moderata può trasformarsi in una grave psicosi col pericolo di suicidio e di soppressione del minore.

Menopausa
Per molte donne la menopausa può essere un momento critico. I cambiamenti fisici e psichici che avvengono in questo periodo sono un terreno favorevole per l’instaurarsi di episodi depressivi di varia entità.

Farmaci
La depressione può essere causata, in soggetti predisposti, anche da alcuni farmaci. Queste persone dovrebbero essere caute soprattutto nel prendere:
- alcune medicine contro la pressione alta (antiipertensivi, bloccanti l’adrenalina),
- anti-Parkinson (dopaminergici),
- cortisonici,
- estroprogestinici,
- determinati antitumorali,
- alcuni farmaci per il sistema nervoso (per esempio i neurolettici).

Malattie
Oltre all’alcolismo di cui è ormai certa la relazione con i disturbi depressivi, esistono diverse patologie che possono occasionalmente scatenare depressione. Per esempio:
- malattie della tiroide,
- disturbi neurologici (malattia di Parkinson, sclerosi multipla e demenza di Alzheimer spesso determinano anche sintomi depressivi),
- patologie autoimmuni (come il Lupus eritematoso sistemico) o infettive (AIDS),
- tumori.
Ma anche malattie “insospettabili” come tubercolosi, polmonite, artriti, diabete e più generalmente tutte le malattie croniche possono favorire la depressione.

- Diabete
Questa malattia viene presa spesso come esempio di disturbo cronico in cui la disabilità si associa a depressione, anche se molti medici, preoccupati più degli altri sintomi, non se ne curano abbastanza: secondo uno studio condotto dalla Washington University su oltre 20mila diabetici sia insulino che non-insulino dipendenti, in 1 caso su 3 il medico non si preoccupa di trattare la contemporanea depressione che invece affligge il 28% delle donne e il 18% degli uomini.

Parkinson e cefalea
Secondo uno studio comparso su Clinical Neuropharmacology anche il 40% dei parkinsoniani soffre d'ansia e la metà di depressione.
Ma forse l'esempio più limpido è il mal di testa.
Oltre alla cefalea tensiva e alle algie atipiche, dove quest'associazione è ormai certa, anche la più nota emicrania non sembra esserne esente.
In uno studio pubblicato l'anno scorso su Neurological Sciences, 52 neurologi italiani hanno esaminato centinaia di pazienti affetti da questo mal di testa e, usando specifici criteri di valutazione psicologica, hanno verificato che la depressione é una reazione quasi obbligata al continuo stress psicofisico correlato alla gravità del dolore e alla frequenza degli attacchi, con una grave compromissione del benessere che fa decadere enormemente la qualità di vita.

Cardiopatie e ictus

La depressione influenza anche i rischi legati alle malattie cardiovascolari: dopo un infarto spesso si sviluppa depressione e, se non viene curata, in 3 casi su 4 é significativamente associata a reinfarto.
In maniera simile, anche nello stroke il trattamento di una concomitante depressione ottiene una riduzione dei casi, indipendentemente dai fattori di rischio cardiovascolare "classici".

Dolore e depressione

Sono comunque soprattutto le malattie che comportano dolore cronico ad associarsi a depressione e molti sintomi spesso superficialmente giudicati come puramente fisici testimoniano come il corpo possa "accorgersene" per primo quando ancora noi non ci rendiamo conto di esserci ammalati di depressione o, come dicono in America: your body may know you're depressed before you do, dal titolo dato alla campagna di sensibilizzazione avviata negli Stati Uniti (www.paindepressionlink.com) per insegnare alla gente come riconoscere questo importante aspetto della depressione rimasto finora sempre in ombra.
Non ci si rende infatti abbastanza conto di quanto sia frequente l'associazione fra dolore fisico e depressione e di come sintomi fisici ed emotivi siano strettamente correlati: le più recenti ricerche indicano che solo quando anche i disturbi fisici vengono eliminati, il male di vivere può essere vinto.
Quando si sta curando una depressione, un qualsiasi dolore cronico, (ad esempio cefalea o mal di schiena) peggiora sempre la prognosi e allunga i tempi di guarigione.
Gli psichiatri diretti da Matthew Blair dell'Indiana University School of Medicine d'Indianapolis hanno ad esempio pubblicato su Psychosomatic Medecine uno studio partito dai risultati dell'indagine ARTIST STUDY condotta contemporaneamente in 37 ospedali americani per verificare cosa succede quando si cura solo la depressione, senza badare al dolore.
Al momento del ricovero, il 25% dei pazienti accusava vari tipi di dolore lieve, il 30% dolore moderato e il 14% dolori molto forti.
Pur usando tre diversi antidepressivi della nota famiglia degli SSRI (fluoxetina, paroxetina e sertralina), dopo 3 mesi il risultato era sempre lo stesso: con tutti e tre i farmaci, il miglioramento della depressione di chi aveva anche un dolore lieve è stato una volta e mezza peggiore rispetto a chi era "solo" depresso, per arrivare addirittura a valori di scarsa efficacia quadruplicati (4,1 volte) in chi accusava dolori molto forti.
Riferire al medico sensazioni di dolore anche vaghe costituisce uno dei tre sintomi (gli altri sono la sensazione di non essere a posto e quella di non sentirsi mai in grado di fare le cose), che, quando emergono nel corso di una qualsiasi visita, vanno sempre considerati buoni predittori clinici di una sottostante situazione depressiva o ansiosa: l'ha stabilito un altro studio condotto su quasi 2mila pazienti dal gruppo di Lawrence Wu della Duke University del Nord Carolina pubblicato sul Journal of American Family Practice.

Tutte le volte che depressione e dolore sono associati non basta utilizzare antidepressivi che agiscono solo sul neurotrasmettitore serotonina (si veda nel capitolo sulla terapia).
Sono invece più adatti gli antidepressivi SNRI, capaci di agire più incisivamente anche sul dolore perché la loro azione, oltre che sulla serotonina, si esplica anche sul neurotrasmettitore noradrenalina, risultata implicata nella trasmissione degli impulsi dolorifici.
Sia la venlafaxina, capostipite di questa classe di farmaci, che la recentissima duloxetina, grazie al loro doppio meccanismo d’azione su serotonina e noradrenalina, da una parte potenziano il cosiddetto sistema oppioide (le sostanze che il nostro cervello produce naturalmente per alleviare le sensazioni dolorose) e dall'altra aumentano il filtro verso il dolore che tutti abbiamo alla porta d'ingresso delle sensazioni, cioè a livello dei nervi periferici e del midollo spinale.
Questi antidepressivi agiscono direttamente sul dolore potenziando tali circuiti già ai dosaggi bassi dei primi giorni di terapia, per esprimere poi, dopo un paio di settimane, il massimo della loro potenza mentre stanno curando anche la componente depressiva che complica il dolore.

COME CURARLA

I farmaci che aiutano a curare

Contro la depressione sono stati ormai messi a punto molti farmaci, quasi tutti di provata efficacia. Sarà il medico a scegliere quelli più adatti alle caratteristiche della malattia e alle condizioni del paziente

La depressione clinica é una malattia cosiddetta "cronica recidivante": se non curata dà luogo a episodi di durata variabile da otto mesi a un anno, che poi tendono a ripresentarsi. Se si tratta davvero di depressione, cercare di guarire da soli fa soltanto prolungare inutilmente la sofferenza, col rischio aggiuntivo di cronicizzare ulteriormente la malattia. Con terapie appropriate, invece, si può cominciare a star meglio già dopo qualche settimana. Il trattamento più efficace contro la depressione prevede l'uso dei farmaci associati alla psicoterapia, che, così come altre forme di trattamento, conserva in questo disturbo un ruolo, di supporto alle medicine che, da sole, hanno successo nel 60-70% dei casi, mentre abbinando farmaci e psicoterapia si arriva all’80%.

Come agiscono i farmaci

I farmaci antidepressivi hanno lo scopo di riequilibrare i disturbi nella trasmissione nervosa che s'instaurano nel corso della depressione.
In particolare, queste medicine aumentano nel cervello la disponibilità di serotonina e noradrenalina, i due neurotrasmettitori al cui calo appare legata la maggior parte dei sintomi.
Per capire bene il modo in cui agiscono i farmaci antidepressivi è necessario osservare un po’ più da vicino il meccanismo della trasmissione nervosa.
Abbiamo visto che i neuroni si “passano” le informazioni, sotto forma di impulsi elettrici, attraverso particolari giunzioni chiamate sinapsi. Le sinapsi, sebbene piccolissime, sono strutture piuttosto complesse.
Per capire come sono fatte si può immaginarle come un fiume dove i messaggi che i neuroni si inviano sono carichi da trasportare tra una sponda e l’altra a bordo di piccole imbarcazioni, i neurotrasmettitori. Per far arrivare il loro “carico” a destinazione, non basta che queste barche arrivino sulla sponda opposta del fiume in un punto qualsiasi: è necessario che “attracchino” a dei “moli” dove c’è qualcuno pronto a riceverle. Questi “moli” sono i recettori. Le barche, inoltre, possono essere attaccate da “predoni” che li distruggono, che nella realtà sono particolari enzimi: le monoamino-ossidasi (per dopamina, serotonina e noradrenalina) e l’acetilcolinesterasi (per l’acetilcolina).
Infine, i neurotrasmettitori possono anche essere “richiamati” alla sponda di partenza: questo fenomeno è chiamato ricaptazione. Ebbene, la maggior parte dei farmaci che vengono usati contro la depressione agiscono su uno di questi meccanismi. Per esempio, un farmaco può bloccare gli enzimi che distruggono i neurotrasmettitori, oppure può esercitare un’azione di contrasto nei confronti del richiamo dei neurotrasmettitori alla sponda di partenza. In ogni caso, tutti i farmaci, indipendentemente dal loro meccanismo d’azione, hanno lo scopo di permettere che quante più “imbarcazioni” possibile arrivino alla loro destinazione e lì gettino a lungo l'ancora, rendendo disponibile il loro prezioso carico.
L’effetto dei farmaci, di solito, comincia a farsi sentire dopo tre settimane-un mese, ma può essere necessario anche più tempo per raggiungere i risultati desiderati. Anche se tutte le molecole utilizzate per la terapia antidepressiva sono potenzialmente efficaci non tutti i pazienti reagiscono altrettanto bene al trattamento: la risposta alla cura è infatti abbastanza personale e quindi la scelta dell’antidepressivo da parte del medico dipende dalle caratteristiche con le quali si presenta la malattia in ciascuna persona (per esempio può essere importante agire su alcuni sintomi piuttosto che su altri), dagli effetti collaterali che il farmaco può indurre, e dall’efficacia che quella particolare medicina ha su quel singolo individuo.
Questo modo di procedere è reso possibile anche dal fatto che oggi la scelta tra i farmaci antidepressivi è piuttosto ampia.

Farmaci classici

1) Antidepressivi triciclici

Quali sono
Amitriptilina, imipramina, clomipramina, desipramina, dotiepina, nortriptilina.

Cosa fanno
Questi farmaci sono “bloccanti non selettivi della ricaptazione”. In parole più semplici: inibiscono il “richiamo” sia della noradrenalina che della serotonina alla “sponda di partenza”, senza distinzioni.

Quanto sono efficaci
Sono utilizzati già da molti anni. La loro efficacia nella cura della depressione è quindi ampiamente riconosciuta. Il loro limite è rappresentato dal fatto che non sono selettivi e bloccano anche altre barche simili a quelle giuste, cioè influenzano altri neurotrasmettitori, minimamente implicati nella malattia, ma connessi invece ad altre funzioni che vengono così stimolate dalla presenza di un carico eccessivo che non avrebbe dovuto essere lì.
Per questo motivo possono dare alcuni effetti collaterali: in particolare di tipo sedativo, a carico dell’apparato cardiovascolare, nei movimenti e in altre funzioni.

2) Inibitori delle monoaminossidasi (IMAO)

Quali sono
Fenelzina, tranilcipromina, moclobemide.

Cosa fanno
Sono capaci di “difendere” i neurotrasmettitori dall’attacco delle monoaminossidasi, gli enzimi che ne favoriscono la distruzione.

Quanto sono efficaci
Sono efficaci, ma anch'essi sono poco selettivi, soprattutto per quanto riguarda la zona in cui agire e possono indurre ipertensione perché a volte vanno ad inibire anche i "pirati buoni" che in altre cellule svolgono un'azione positiva di stabilizzazione della pressione sanguigna evitando che certi carichi arrivino in porto. Inoltre il loro utilizzo richiede alcune restrizioni di carattere alimentare.

Farmaci di nuova generazione

1) Inibitori selettivi della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI)

Quali sono
Venlafaxina, duloxetina, mirtazapina..

Cosa fanno
Inibiscono la ricaptazione di serotonina e noradrenalina. Per l’azione sono quindi simili ai triciclici, ma , come dice il loro stesso nome, sono estremamente selettivi ed è difficile che sbaglino barca.

Quanto sono efficaci
Producono miglioramenti in modo un po’ più rapido dei triciclici e hanno meno effetti collaterali. Sono efficaci soprattutto nei depressi con caratteristiche melanconiche, quando la depressione è associata ad ansia e nei pazienti maniaco-depressivi. Sono anche efficaci nella disassuefazione dall'alcol che spesso si associa alla depressione e, in virtù della loro doppia azione, agiscono meglio nei numerosi casi in cui è presente dolore cronico derivante da un'altra malattia.

2) Bloccanti selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)

Quali sono
Fluoxetina, fluvoxamina, sertralina, paroxetina, citalopram.

Cosa fanno
Inibiscono la ricaptazione della serotonina “selettivamente”, cioè senza coinvolgere altri neurotrasmettitori.

Quanto sono efficaci
Hanno rappresentato una svolta molto importante nella cura della depressione. La loro capacità di agire solo sul neurotrasmettitore maggiormente implicato nel controllo dell’umore rappresenta un beneficio importante e il fatto che non interferiscano con altri neurotrasmettitori spiega la loro buona tollerabilità. L’efficacia è infatti analoga a quella degli antidepressivi classici, senza averne gli effetti collaterali, tranne alcuni disturbi gastrici e della sfera sessuale, legati sempre alla stimolazione della serotonina.

3) Inibitori selettivi della ricaptazione della noradrenalina (NARI)

Quali sono
Reboxetina.

Cosa fanno
La reboxetina è il capostipite di questa classe, che è quella introdotta più di recente per il trattamento della depressione. L’azione consiste nel contrastare la ricaptazione della noradrenalina, senza interferire con altri neurotrasmettitori.

Quanto sono efficaci
Questa classe, oltre che all’azione sul tono dell’umore, mira sopratutto al recupero del cosiddetto funzionamento sociale del depresso, cioè della sua capacità di ristabilire un’attiva relazione con il mondo esterno. Infatti non sempre la diminuzione dei sintomi depressivi coincide con un vero e proprio superamento completo della malattia. Quest’ultimo è, in parte, anche legato alla ritrovata capacità del depresso di mettersi in relazione con gli altri. L’obiettivo è legato al meccanismo farmacologico, che mira ad aumentare la disponibilità di noradrenalina, al cui calo è soprattutto legato l’affievolirsi dell’iniziativa. L’efficacia è paragonabile a quella dei triciclici, ma la tollerabilità è migliore, proprio per la selettività d’azione. Anche in questo caso i possibili effetti collaterali (tachicardia, disturbi urinari) sono legati all’aumento del neurotrasmettitore interessato, la noradrenalina.











Liberazione, 05.02.06
Sulla Terra c’è vita. Artificiale.

Ha l’aspetto di C3-PO (quello di “Star Wars”) ma è molto più piccolo. Una sorta di scatola di latta per cioccolatini su rotelle. E’ un robottino, e assieme ai suoi fratelli abita a Roma, non lontano dalla stazione Termini. Tutti insieme formano uno swarmbot, uno sciame di robot. Non sono molto evoluti, perché i loro “padroni”, gli scienziati che li hanno costruiti, ora li stanno facendo crescere. Si tengono per mano mentre vanno in giro alla ricerca di cibo, salvandosi vicendevolmente in caso di pericolo. In una stanza vicino alla loro c’è un altro robot, anche lui nato da poco. Non ha ancora un nome, ma ha già capito che nella vita dovrà seguire un umano e aiutarlo nei suoi bisogni. Presto tutti loro potrebbero entrare a far parte attiva della collettività della capitale.

E’ uno dei tanti progetti di Domenico Parisi, psicologo sui generis, padre - assieme a pochi altri - di questi piccoli robot, membro della direzione dell’Istituto di Scienza e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma. Davanti alle stanze dei robot spera, fondi permettendo, di poter mettere dei grandi schermi in grado di riprodurre all’esterno quello che succede dentro i laboratori. Una scienza non segreta, quella cui aspira. Una scienza che serva davvero la collettività e di cui questa sia consapevole.


Professore, lei dal curriculum risulta uno psicologo. Ci spiega allora cosa ci fa qui, al Cnr, in mezzo ai robot?

E’ vero, sono uno psicologo poco riconoscibile, soprattutto dai miei colleghi. In realtà nasco filosofo, ma dopo la laurea sono andato in America dove ho studiato Psicologia. Poi sono tornato qui, nella mia città per lavorare al Cnr. Precisamente all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione, ex Istituto di psicologia. In pratica, mi occupo di robotica e di vita artificiale, usando una metodologia che noi definiamo della simulazione. Il principio della simulazione è semplice, ma molto rivoluzionario, soprattutto per le scienze umane: per capire una cosa la devo riprodurre.


Riprodurre immagino principalmente su computer. Quindi è un metodo di ricerca abbastanza recente.

Sì, in psicologia le simulazioni si fanno da una ventina d’anni.


L’idea originaria di usare robot per fare psicologia nasce qui, dal suo gruppo di studio al Cnr?

In parte, sì. La comunità scientifica studia le reti neurali, ovvero modelli simulati al computer del cervello, già dagli anni Ottanta. Noi ci siamo inseriti in quest’area, spingendola però verso la robotica.


Cosa vuol dire?

Vuol dire che al computer, o in un robot fisico, io non simulo solo le attività del suo cervello, ma tutta lei, il suo corpo, il suo sistema endocrino, quello immunitario…La vita artificiale insomma, non si preoccupa solo delle funzioni cerebrali, come l’Intelligenza Artificiale, ma simula l’intero corpo. Ecco, negli ultimi anni ci occupiamo esattamente di questo. Il termine “robotica” vuol dire semplicemente che lavoriamo con i robot. Riprodotti su computer oppure nella realtà fisica. Alcuni li facciamo noi qui, altri li compriamo.


Però mi scusi, ancora non mi è chiaro il ruolo di un gruppo di psicologi in tutto questo.

Intanto dovrebbe ricordarsi che, per quanto non sempre in modo coerente, la psicologia è una scienza come le altre. E tutte le scienze, da quando esiste la tecnologia digitale, tendono a riprodurre pezzi della realtà dentro il computer. Uno ha ancora l’idea dello scienziato che osserva la realtà, la misura e poi elabora le sue teorie. Ma oggi la scienza si muove anche in un altro modo: osserva i fenomeni e li rifà, li riproduce in un artefatto, che può essere una simulazione al computer, oppure una cosa fisica. Si studiano le cellule e le molecole ma si cerca anche di costruire nuove cellule e nuove molecole. Sto scrivendo un libro che si intitolerà “Le sette nane”, cioè le sette scienze dell’uomo: la psicologia, la liguistica, la sociologia, l’economia, la storia, l’antropologia, la scienza politica. Sono discipline “nane” se confrontate con le scienze della natura, ma prima o poi cresceranno, e uno dei modi per farle crescere è proprio sviluppando questo tipo di approccio riproduttivo e simulativo.


Mi faccia un esempio.

Se io riesco a “rifare” lei, cioè costruisco un robot che si comporta come lei e ha la sua stessa vita mentale, cosa ovviamente ancora tutt’altro che facile, potrò dire che i princìpi che ho seguito per costruire il robot sono gli stessi princìpi che governano il suo comportamento e i suoi meccanismi mentali, e quindi li ho capiti. Simulazioni di questo tipo attualmente si fanno in tutti i campi. In economia abbiamo fatto simulazioni di mercati e di organizzazioni sociali. In storia abbiamo riprodotto l’espansione dell’impero assiro o il diffondersi dell’agricoltura in Europa.


E con questo metodo scoprite cose diverse da quelle teorizzate?

Certamente. Perché una volta che ho costruito una simulazione mi posso mettere lì ad osservarla e spesso scopro cose a cui non avevo pensato. Inoltre, questo metodo ha un altro grande vantaggio, soprattutto per le scienze umane che di solito sono piuttosto vaghe, verbose. Tradurre le teorie in qualcosa di oggettivo e di meccanico mi costringe ad essere più preciso nella definizione dei vari processi.


Vediamo se ho capito. Se io avessi ucciso qualcuno e lei riuscisse a riprodurre una perfetta copia di me stessa, sul computer o addirittura in forma di robot, lei potrebbe studiarmi nella mia versione simulata per capire perché e cosa mi ha spinto a compiere quel gesto?

L’esempio non è carino ma è esatto. Dovrei costruire, anzi far crescere, un robot che a un certo punto del suo sviluppo arriva a uccidere qualcuno. E tramite lui potrei capire perché lei ha compiuto quel gesto. Perché deve essere chiaro che noi, occupandoci di vita artificiale non costruiamo robot “già” capaci di certe funzioni. Noi creiamo le condizioni di partenza e poi li facciamo crescere, li lasciamo imparare, anche attraverso gli errori.


(A questo punto Parisi mi mostra uno sciame di robot su computer. Se ne vede un esempio nella foto qui in alto a sinistra. Sono tutti vicini l’uno all’altro, si tengono per mano e avanzano su un terreno accidentato. Uno di loro si è staccato dal gruppo. Al primo dosso, inciampa e non riesce più ad alzarsi. Gli altri, invece, rimasti in gruppo, quando uno di loro è in pericolo riescono ad aiutarlo)

I robottini che sto vedendo ora si muovono perché rispondono a qualche istinto?

Sì, devono andare in giro a cercare il cibo.


Avete scelto uno stimolo primario, comune a tutti gli esseri viventi.

E’ la base fondamentale della biologia. Mangiare e riprodursi, altrimenti si muore e ci si estingue. Vale anche per loro. Noi gli diamo il compito di cercare il cibo e poi selezioniamo quelli più bravi, quelli che allineano meglio le ruotine...


Li selezionate voi o si selezionano da soli?

In buona parte ci pensano da soli. Si selezionano quelli che si muovono meglio, che tendono a riallineare le proprie ruote a seconda delle esigenze del gruppo. Perché se uno va da una parte e un altro spinge dall’altra, finiscono per non muoversi. Invece questi qui, quando hanno un problema girano le ruote, ma poi subito si riallineano.


Una domanda interessata. Quello che vedo è un gruppo di eguali, non ci sono differenze di ruoli o di classe, diciamo. E’ sempre così?

No, sono costretto a deluderla. Quando i compiti si fanno più complessi, l’esistenza di un capo può essere necessaria. Ma con l’arrivo del capo nascono tutta una serie di complicazioni: rivalità, ribellioni, liti. E poi bisogna sempre verificare che il capo sia all’altezza del suo compito e faccia gli interessi del gruppo.


Torniamo alla psicologia fatta con la robotica. E mi spieghi meglio dove queste due discipline si incontrano.

Già i robot di oggi sono utili alla mia disciplina, ma i robot del futuro lo saranno ancora di più. Da qualche tempo infatti si parla di robot con emozioni, di robot che sognano, che pensano, che possono ammalarsi con il corpo o con la mente. Si comincia a pensare a reti neurali che non hanno solo esperienze dovute agli stimoli esterni, ma anche auto-generate al loro interno. Capaci di riprodurre quindi quella che noi chiamiamo “vita mentale”.


A che punto è la scienza nella costruzione di queste reti neurali più complesse?

Il cervello umano contiene circa 100 miliardi di neuroni, una rete neurale in media ne contiene, diciamo, cento. Eppure si possono cominciare a simulare, ad esempio, alcune malattie mentali.


Scusi, come fa a simulare una malattia psichiatrica che non ha alcun riscontro con una lesione cerebrale, con un fatto fisico?

Chi ha detto che una malattia psichiatrica, o anche uno stato di disagio psicologico non abbiano un riscontro fisico? Le sue esperienze fanno sì che il suo cervello si organizzi in un certo modo. Quando lei parla con uno psicologo o con uno psicoanalista perché ha una paura o una fobia, lei colloquiando riesce a modificare il suo cervello, cioè la sua rete neurale, in modo che quelle situazioni di paura o fobia diminuiscano. Su questa base noi possiamo iniziare a fare delle simulazioni, facendo passare il robot attraverso esperienze che negli esseri umani producono paure e fobie, magari sulla base di particolari predisposizioni genetiche, anche queste simulate.


Come è visto questo tipo di approccio dal mondo della psicologia in generale?

All’interno della comunità degli psicologi, così come degli economisti o degli storici, siamo una piccola minoranza. Perché questo tipo di approccio comporta delle novità anche molto faticose da digerire.


Siete ben visti?

Perloppiù... no. E’ una novità troppo forte, comporta cambiamenti pesanti, non sempre ben accetti.


Glielo dico in modo più schietto. Su Internet ho letto di qualcuno che la definiva uno “scienziato pazzo”. C’è chi ritiene che i robot, del presente e del futuro, debbano servire ad aiutare gli uomini, non a creare ulteriori problemi…
Un momento.


Un conto è la scienza, un conto la tecnologia e le applicazioni pratiche. E’ vero che le due cose vanno sempre più confondendosi, ma bisogna mantenere certi distinguo. La scienza si occupa della conoscenza fine a se stessa, la tecnologia delle possibili applicazioni. Delle applicazioni si occupa una comunità ben precisa, nel campo della robotica formata principalmente da ingegneri. Agli ingegneri non importa nulla se il robot ha dei disturbi psicologici. Anzi, fare un robot matto o un robot che sogna, per loro è anche nocivo, confonde le acque e in più non lo vendono a nessuno. Agli ingegneri piacciono tanto i robottini piccoli, quelli che abbiamo visto insieme sul computer, con una socialità da insetti, perché sono ricchi di possibili applicazioni. Per esempio, sono capaci di aggirarsi tra le rovine di un palazzo crollato, come le Torri Gemelle a New York. La robotica sociale è un’altra cosa e certo non ha grandi applicazioni sul mercato, ma solo per il momento. Personalmente sono interessato ad entrambe le cose. La scienza e le sue applicazioni. Ma bisogna saper tenere gli ambiti ben distinti, cosa non facile.


Lei e il suo gruppo ci riuscite?

Oggi stiamo lavorando ad alcuni progetti europei. La Comunità Europea ci dà dei soldi con un intento sostanzialmente applicativo. Del resto, il contribuente che paga le tasse non è disposto a destinarne una quota troppo alta per ricerche che hanno come obbiettivo solo la conoscenza di come è fatta la realtà. C’è quindi una forte pressione economica e politica riguardo le applicazioni della ricerca. Personalmente mi piace molto la ricerca di base. Ma penso che oggi la tecnologia sia uno dei campi in cui si esprime di più la creatività umana.


E’ vero, come si pensa comunemente, che la robotica e l’Intelligenza Artificiale finora si sono mosse a rilento rispetto alle aspettative?

Se parliamo delle aspettative teoriche, sì. Dal punto di vista della ricerca applicata invece la robotica è andata molto avanti, ed è uno dei settori in cui oggi si investe di più. Meno in Italia, molto di più in paesi come il Giappone.


Su cosa lavorano, loro?

Per quanto riguarda la robotica sociale, ad esempio, si stanno concentrando sulla “Silver engeneering”, ovvero sull’ingegneria per la terza età. I giapponesi culturalmente hanno una certa difficoltà ad interagire con gli altri. E non amano molto i lavoratori immigrati. Preferiscono insomma essere assistiti, nella vecchiaia, da un robot magari un po’ affettuoso, piuttosto che da una badante o un badante stranieri.


Forse sarebbe più auspicabile che i giapponesi imparassero ad interagire meglio con gli altri esseri umani…
Forse sì. Del resto, non solo la tecnologia, ma anche la scienza non è tutta rose e fiori. E può avere anche influenze di carattere negativo sulla società. Per esempio, la scienza tende a cancellare tutte le forme religiose, mitologiche, intuitive di conoscenza, dimensioni che invece all’essere umano servono moltissimo per far fronte all’ansia verso eventi che la scienza non riesce più di tanto a prevedere o ad impedire. Io sono uno scienziato entusiasta e materialista, ma questo non mi impedisce di giudicare la scienza anche nelle sue conseguenze negative. Purtroppo la vita è piena di conflitti.


Un modo per risolverli non potrebbe essere una maggiore vicinanza con altre discipline umane? Di questi tempi, ad esempio, si avvicinano spesso scienza e pensiero filosofico.

Sull’interdisciplinarietà sono assolutamente d’accordo. Uno dei problemi della scienza è proprio quello di essere divisa in discipline, mentre la realtà non lo è. Per quanto riguarda il rapporto con la filosofia, ho invece molti dubbi. Nel senso che i filosofi sono persone intelligenti e vale la pena di ascoltarli, ma rispetto agli scienziati fanno un altro mestiere e si muovono in modo differente. I filosofi parlano, pensano, discutono. Lo scienziato parla, pensa, discute, ma in più va a vedere se quello che pensa corrisponde alle osservazioni fatte con gli occhi e con le mani.


Eppure, in alcuni suoi scritti avevo avuto l’impressione che lei invitasse i filosofi ad entrare più a fondo nei meandri della scienza.

Non c’è bisogno di invitarli, oggi molti filosofi sono schiacciati sulla scienza. Non parlo di tutti, ovviamente. Ma soprattutto i più giovani fanno finta di essere scienziati, e finiscono per non fare più filosofia. Conviene che filosofi e scienziati si parlino, ma restino distinti. Perché la scienza è un carroarmato, uno schiacciasassi che non guarda in faccia a nessuno. E se ci si avvicina troppo, si rimane schiacciati.


Ne parla come se ci fosse da aver timore.

Io l’ho definita un carroarmato con tre cannoni: scienza, tecnologia ed economia di mercato. Una macchina impossibile da fermare, da contrastare. Distrugge ogni altra forma di conoscenza ed è responsabile della globalizzazione come occidentalizzazione delle civiltà umane. E’ bene dunque che la filosofia continui a studiare e ad elaborare su una strada separata.


Lei ha un’idea di dove ci porteranno le ricerche sulla robotica? Se dovesse fare una simulazione e dirmi quale sarà lo scenario da qui a qualche anno...

Le rispondo così. Quest’anno ricorre il 250mo anniversario della nascita di Mozart. Pochi sottolineano che è anche il 150mo della nascita di Freud. Tra le diverse cose geniali che quest’ultimo ha scritto, ce n’è una che fa al caso nostro. Freud diceva che il narcisismo, l’amor proprio umano, ha subìto, nella sua storia, tre grandi umiliazioni. La prima ci fu inferta da Copernico quando dimostrò che la Terra non era al centro dell’universo, ma solo un pianeta tra i tanti che ruotano intorno al sole. La seconda umiliazione ci è arrivata da Darwin, quando ha detto che non siamo esseri speciali ma parenti abbastanza stretti di una scimmia. La terza umiliazione ce l’ha inferta lo stesso Freud quando ci ha fatto notare che non siamo nemmeno padroni di noi stessi e della nostra mente. La robotica credo sarà una possibile quarta umiliazione. Perché quando saremo in grado di riprodurre perfettamente un essere umano in un robot, quando faremo crescere robot che parlano, che sognano, si commuovono ascoltando la musica, dovremo fare i conti con uno specchio di noi stessi fatto di materiali come plastica, ferro e magari bimolecole artificiali, e con una mente che non è altro che un insieme di neuroni e connessioni simulati. Il nostro specchio dunque sarà un assemblaggio di materie. E questo vuol dire non solo che, come dice Darwin, noi siamo simili agli animali, ma non siamo tanto diversi nemmeno da un tavolo, da una sedia o da una busta per la spesa. Se ci dovessimo arrivare, cosa che credo avverrà, sarà un bel colpo per tutti noi.



















Liberazione, 05.02.06
Darwin: Un gesto di rottura con la religione
di Patrick Tort


L’antropologia di Darwin si edifica su una base tanto chiaramente opposta alla religione - ridotta in sostanza alla credulità superstiziosa - quanto può esserlo la sua visione naturalistica del mondo. Se per la sua cultura, i suoi affetti e le sue proprie convinzioni aderisce alla morale dei Vangeli, egli sa per conto che questi non ne sono l’origine profonda e nemmeno l’espressione credibile e coerente, né il sublime fondamento. Il mito cristiano, al pari di tutti gli altri miti, è legato per sua costituzione alla metafora e all’allegoria. Il suo senso profondo è dettagliato dalla sfida che contiene, e questa sfida è civilizzatrice, quindi politica.

Nel 1871, con L’Origine dell’uomo, Darwin esplicita il ricongiungimento dell’uomo alla serie animale e, per conseguenza, l’evoluzione biologica. Compiendo il gesto indispensabile di coerenza e di completamento discorsivo che gli detta la razionalità trasformista, egli compie allo stesso tempo, dal punto di vista della Chiesa, il gesto più grave. In effetti, se la Chiesa, attraverso le sue revisioni successive, poteva integrare, a prezzo di concessioni interpretative sul dogma, il contenuto naturalista dell’Origine della specie, che riguardava espressamente solo i gruppi vegetali e animali, per contro essa non ha mai potuto spingersi fino a integrare una concezione unicamente biogenetica dell’evoluzione dell’uomo e delle manifestazioni individuali e sociali della sua coscienza, includendo naturalmente la morale, ed è ciò che sperimentiamo ancora oggi. Se lo spettro dell’immoralità congenita del darwinismo è stato brandito da tutti gli avversari cristiani di Darwin - i quali, invariabilmente, applicano alle società umane un darwinismo “bestiale” stabilito all’insegna della “legge del più forte” ignorando, e questa fu la regola dominante, la genealogia della morale e l’etica del soccorso introdotte nel 1871 -, è proprio perché l’antropologia filogenetica di Darwin racchiudeva questa teoria delle origini naturali della morale che rendeva superfluo e riduceva alla sua condizione di mito civilizzatore il racconto biblico del Decalogo, introducendo in sua vece un insieme di determinazioni immanenti perfettamente in grado di spiegare la maniera in cui si genera, evolutivamente, una morale senza obbligazioni trascendenti, una morale senza Dio.

Nell’Origine dell’uomo (1871), Darwin attribuisce in maniera logica all’azione persistente della selezione naturale il trionfo tendenziale degli istinti sociali in seno all’umanità che progredisce sulla strada della civilizzazione. Lo sviluppo degli istinti sociali - le cui manifestazioni primordiali negli animali superiori e, singolarmente, negli esseri umani sono legate alla formulazione della diade sessuale così come all’estensione crescente delle cure parentali - è accompagnato da una costellazione di conseguenze psicoaffettive e comportamentali che, con l’aumento delle capacità razionali, istituzionalizzano l’altruismo e i comportamenti di solidarietà sulla base di una simpatia sempre più diffusa. Così, mentre la simpatia dischiude i comportamenti individuali al riconoscimento dell’altro come proprio simile, facendo in tal modo regredire la legge guerresca della competizione e dell’eliminazione dei vinti, la razionalità apre in modo coestensivo i comportamenti collettivi all’invenzione di forme di organizzazione che integrano questa evoluzione morale all’universo del costume, delle istituzioni e della legge. La selezione naturale si trova in tal modo all’origine delle istanze (simpatia e ragione) la cui evoluzione congiunta, in quanto facoltà, determina la propria estenuazione come meccanismo eliminatorio, e le assicura, gradualmente e senza rottura, per mezzo di un meccanismo di rovesciamento progressivo che ho sempre paragonato alla torsione del nastro di Möbius, un nuovo trionfo evolutivo fondato non più sul vantaggio biologico ma sul vantaggio sociale. Laddove la selezione naturale elimina, la civilizzazione, essa stessa selezionata nei suoi meccanismi fondatori, protegge. Nella civilizzazione, la selezione naturale favorisce i comportamenti anti-selettivi, mentre la razionalità, essa stessa selezionata, istituisce le regole di una vita sociale da cui l’eliminazione tende a essere vantaggiosamente proscritta. La morale individuale e collettiva si trova in tal modo spiegata al di fuori di ogni riferimento a un dogma dell’obbligazione trasparente. Essa è, a un tempo, un prodotto e un operatore dell’evoluzione. Essa, è, fin dentro il suo stesso carattere normativo, la risultante di un’evoluzione congiunta di facoltà e una produttrice di regole di comportamento che si inscrivono in una tendenza evolutiva che essa contribuisce, simultaneamente, a ridefinire. Essa è un fatto dell’evoluzione umana che si teorizza in quanto tale tramite il concetto di effetto reversivo dell’evoluzione. Essa non è certamente il prodotto di una qualsiasi “filosofia” di Darwin.
da “Darwin e la filosofia. Religione, morale, materialismo” (edizioni Meltemi, pp. 96, euro 12)







Liberazione, 05.02.06
Bibbia e bandiera alla Casa Bianca
di Guido Caldiron

La prima battaglia è stata vinta nel 2002, ma la guerra scatenata negli Stati Uniti dagli avversari di Darwin è stata dichiarata già da più di mezzo secolo. Dall’ottobre del 2002 l’Ohio è diventato il primo Stato dell’Unione a stabilire che nei corsi di scienze gli studenti debbano «conoscere come gli scienziati continuino a indagare e analizzare criticamente alcuni aspetti della teoria evoluzionistica».
Nello spazio di pochi anni il cosiddetto “creazionismo”, che contrappone l’idea di una Creazione divina alle tesi evoluzionistiche di Darwin, è diventato la punta più avanzata e minacciosa del nuovo schieramento religioso integralista degli Usa. Parallelamente all’espandersi delle culture politiche dell’estrema destra oltre il proprio tradizionale bacino sociale, anche il movimento anti-evoluzionista si è esteso a tutto il paese, portando le proprie tesi fin dentro la Casa Bianca.
Ma se un tempo questa destra religiosa poteva sembrare disposta a condurre soltanto una “battaglia di idee”, che oggi l’obiettivo sia quello di imporre una nuova impronta creazionista all’educazione nazionale e alla ricerca, è fin troppo evidente. «In un distretto scolastico della contea di Cogg, Georgia, si esortano gli insegnanti a discutere le “concezioni controverse sull’evoluzione”», raccontano John Micklethwait e Adrian Wooldridge in La destra giusta, un saggio sulla destra d’oltreoceano. «I conservatori repubblicani - aggiungono i due giornalisti inglesi - sono anche riusciti a far inserire nel rapporto congressuale relativo al No Child Left Behind Act un passo in cui si invitano le scuole (pur non imponendoglielo) a insegnare «tutta la gamma delle concezioni scientifiche». Tutti indizi, a cui se ne aggiungono anche molti altri del medesimo segno, «della crescente volontà della destra di combattere contro quello che considera “l’establishment scientifico” liberal affrontandolo sul suo stesso terreno e mettendo in campo un’autonoma capacità di ricerca scientifica». Non a caso l’ultima risorsa della destra su questo terreno è rappresentata dal cosiddetto “disegno intelligente”, sorta di tentativo di spiegare in termini religiosi anche le scoperte scientifiche.
Non si deve però credere che quella contro le idee di Charles Darwin sia una crociata tra le tante lanciate dalla destra evangelica (protestante) americana nel corso degli ultimi anni. Infatti, come sottolinea Fabrizio Tonello nel suo Da Saigon a Oklahoma City. Viaggio nella nuova destra americana, «non tutti gli evangelici sono fondamentalisti: questi ultimi nacquero all’inizio del Novecento come reazione alla pubblicazione, nel 1859, della “Origine della specie” di Darwin e alla teologia progressista che accettava una lettura storica, anziché letterale, della Bibbia». Questi ambienti, scrive ancora Tonello, «presero il nome dalla pubblicazione, tra il 1910 e il 1915, dei “Fundamentals”, un “manifesto” in 12 volumi indirizzato ai cristiani che “considerano un dovere (...) battersi senza compromessi contro la teologia modernista e certe tendenze culturali laicizzanti”». Così, credere in senso letterale «al resoconto biblico della creazione del mondo, significava ovviamente condannare le teorie dell’evoluzione».
In verità fu un processo che si svolse a Dayton nel Tennessee a partire dal luglio del 1925 a segnare il vero debutto della guerra a Darwin a cui stiamo assistendo ancora oggi. «Imputato era il giovane insegnante di biologia John Thomas Scopes - spiega l’americanista Roberto Giammanco in L’immaginario al potere - Chiamato a fare una supplenza nella classe del direttore della scuola pubblica di Dayton, Scopes si era servito, per le spiegazioni, di un testo che faceva riferimento alle teorie evoluzioniste». Teorie che una legge dello stesso Tennessee aveva messo al bando. «Prima ancora che si aprissero le porte della stanzuccia in cui si riuniva il consiglio comunale, l’unica a Dayton che poteva vagamente rassomigliare a un’aula di tribunale - spiega Giammanco - il significato del processo era già chiaro. Era lo scontro tra la Bibbia e la Scimmia di Darwin».
Da questo primo episodio, le dimensioni della sfida lanciata dai fondamentalisti alle istituzioni laiche - si tratti della scuola, della ricerca scientifica, perfino della legislazione dei singoli Stati e di quella federale - non ha fatto che crescere e estendersi. «Se la destra religiosa non è riuscita a raggiungere pienamente i suoi scopi, non è certo per mancanza di convinzione, quanto piuttosto perché qualcuno ha cercato di impedirglielo - scrivono Caroline Fourest e Fiammetta Venner in Tirs croisés - Nella società americana si sono manifestati dei contro-poteri come la Corte suprema, ma anche una vera opposizione sociale formata dai movimenti femministi, gay, antirazzisti che hanno fin qui cercato di impedire che il peggio si realizzasse».
Questo mentre dall’establishment politico di Washington arrivavano segnali sempre più inquietanti. La contro-rivoluzione culturale che la destra americana ha lanciato contro le pur timide conquiste della stagione della lotta per i diritti civili degli afroamericani, del pacifismo e dei movimenti democratici e espressione delle minoranze del paese, ha infatti trovato nella stessa Casa Bianca aperti sostenitori. Secondo il sociologo francese delle religioni Sébastien Fath, autore di Dio benedica l’America e In God We Trust, gli Stati Uniti appaiono oggi come «una nazione con l’anima di una Chiesa». In particolare, sottolinea Fath, «molti osservatori rimangono perplessi davanti alla palese religiosità del presidente Bush e alla retorica manichea della sua amministrazione». Del resto, un suo illustre predecessore, Ronald Reagan, aveva annunciato già una ventina di anni fa questa deriva fondamentalista del Partito repubblicano. Nel 1983 Furio Colombo notava in Il Dio d’America come Reagan, partecipando durante la campagna elettorale del 1980 a un’assemblea di pastori evangelici e fondamentalisti a Dallas in Texas, avesse fatto alcune dichiarazioni molto nette. In una di queste si era ad esempio dichiarato apertamente «creazionista». E Colombo, nel dare conto dell’evento, sottolineava: «L’offerta di approvazione e sostegno all’assemblea significa sposare posizioni di vero e proprio integralismo. L’assemblea proponeva infatti la fine della separazione tra chiesa e stato, la sottomissione di ogni legge civile ai precetti morali derivati dalla particolare interpretazione biblica proposta dal gruppo».










Liberazione, 05.02.06
“Disegno intelligente”. Istruzioni per il non uso
di Christian de Duve
Intervento tratto da un numero speciale del settimanale francese “Nouvel Observateur” dal titolo “La Bible contre Darwin”

Non vi è alcun bisogno di concordare con la tesi della guida intelligente per riconoscere che un percorso evolutivo può essere pressoché obbligato, a dispetto del carattere aleatorio delle mutazioni genetiche soggiacenti.
Da tempi immemorabili, la vita e le sue misteriose facoltà di spontaneità, di adattamento e di diversificazione, costituiscono oggetto di ammirazione e di stupore da parte degli esseri umani. Si è ritenuto a lungo che proprietà così straordinarie non si potessero spiegare altrimenti che con l’intervento di un principio speciale, o “soffio vitale”, che animerebbe la materia costringendola a assolvere determinate funzioni o a realizzare determinati scopi, pur se in contrasto con il secondo principio della termodinamica.
I recenti progressi della biochimica hanno fatto cadere la concezione vitalistica, stabilendo che tutte le manifestazioni della vita si possono spiegare in termini rigorosamente fisici e chimici. Per altro verso, la teoria darwiniana, consolidata e precisata dalla biologia molecolare, ha reso giustizia rispetto alla visione vitalistica dell’evoluzione biologica dimostrando come le modificazioni genetiche offerte alla selezione naturale siano fenomeni puramente accidentali, completamente privi di intenzionalità. Nel corso degli ultimi anni, il finalismo e stato reintrodotto in biologia in una forma più sottile che, pur accettando le acquisizioni scientifiche e non ricorrendo esplicitamente ad alcun principio vitale, crede di dimostrare con argomenti scientifici che la vita non sarebbe mai potuta nascere, e neppure imboccare determinati percorsi evolutivi, senza il soccorso di “qualcos’altro”.
Questa teoria del cosiddetto “disegno intelligente”, sostenuta da una ristrettissima minoranza, ha avuto maggiore eco di quel che non meriti, dal momento che sembra apportare un sostegno scientifico legittimo a tutte le tendenze che, dai creazionismi e fondamentalismi più intransigenti fino alle varie filosofie cosiddette “spiritualiste”, mettono in risalto come la scienza non spieghi tutto. Si tratta di un’affermazione chiaramente difficile da contrastare, perlomeno finché la scienza non avrà spiegato tutto; essa tuttavia diventa praticabile solo dopo che si siano esauriti tutti i tentativi di spiegare ciò che ancora non si capisce.
E’ ben lungi dall’essere questo il caso della biologia. Non è, viceversa, difficile mostrare le falle presenti nelle argomentazioni avanzate in favore del disegno intelligente. Una di queste argomentazioni si basa su quella che il biochimico americano Michael J. Behe chiama “l’irriducibile complessità” di alcuni sistemi, ad esempio le reazioni a cascata che regolano la coagulazione del sangue, l’attivazione del complemento o dell’assemblaggio delle appendici motorie, ciglia e flagelli, costituiti da microtubicini. Simili sistemi, egli sostiene, non avrebbero potuto nascere senza il concorso di un’intelligenza che ne avrebbe modellato le parti in funzione di un piano prestabilito. Il biologo neozelandese Michael Denton affronta allo stesso modo alcuni eventi-chiave dell’evoluzione, ad esempio il polmone aviario, nei quali è convinto di discernere una forma di predestinazione. L’argomento non è nuovo. Già due secoli or sono, lo attestava il teologo inglese William Paley, nella sua celebre teoria dell’“orologiaio”. Comprensibile e magari valido all’epoca di Paley, quel ragionamento non lo è più ora che si conoscono i tempi lunghissimi in cui molecole e strutture hanno potuto essere assemblate e messe alla prova della selezione naturale e che si comincia a valutare i percorsi, talvolta tortuosissimi, attraverso i quali spesso l’evoluzione ha prodotto qualcosa di nuovo con qualcosa di vecchio. Un’ulteriore argomentazione, a prima vista più impressionante, si fonda sull’estrema improbabilità dei proessi da cui sono nati gli esseri viventi attuali.
Ad esempio, il matematico americano William Dembski, uno dei più eloquenti sostenitori del disegno intelligente, ha fatto proprio il classico calcolo che dimostra come le proteine occupino un posto infimo nello spazio immenso, addirittura inimmaginabile, delle possibili frequenze polipeptidiche. Secondo Dembski, quel posto non si sarebbe mai potuto raggiungere senza una guida. Un’asserzione del genere ignora la dimensione storica della nascita delle proteine, che quasi sicuramente è cominciata con molecole di piccolissima dimensione, che un gioco di combinazioni ha portato progressivamente a dimensioni maggiori. A ogni stadio del gioco, la selezione ha ridotto il numero delle molecole disponibili per la tappa successiva a una cifra compatibile con una vasta, se non esaustiva, esplorazione delle combinazioni dello stadio successivo.
Lo stesso vale per le mutazioni. Queste ultime possono benissimo essere accidentali e sprovviste di qualsiasi finalità, come dimostrano tutte le conoscenze della biologia molecolare, e portare ugualmente a un risultato “pressoché obbligato” nelle condizioni del contesto dato, grazie all’enorme numero degli individui implicati e alle lunghissime durate chiamate in causa.
Come ho fatto notare, il caso non esclude l’inevitabile. Tutto dipende dal rapporto tra il numero di occasioni di prodursi offerte a un evento perché si produca e la probabilità dell’evento stesso. Anche nella lotteria è garantito che un numero di sette cifre esca con una probabilità del 99,9% se si effettuano qualcosa come 69 milioni di estrazioni. Non si tratta della ricetta per vincere alla lotteria, ma spesso è così che si gioca la partita dell’evoluzione.
Si potrà notare come questa argomentazione sia rivolta tanto ai fautori del disegno intelligente tanto agli avversari più accaniti di questa, sostenitori della totale contingenza dei fenomeni evolutivi. La guida postulata dai primi si rivela non essere necessaria, mentre un dato percorso evolutivo può essere pressoché obbligato, a dispetto del carattere aleatorio delle mutazioni genetiche soggiacenti, contrariamente a ciò che sostengono i secondi.

Per concludere, la vita e la sua evoluzione verso la complessità sono iscritte nelle proprietà della materia e non esigono l’intervento di qualcos’altro per manifestarsi.
(Traduzione dal francese di Titti Pierini)







Liberazione, 05.02.06
Natura e società tra ideologia e scienza
di Giuseppe Prestipino

«Come Darwin mise fine alla concezione secondo la quale le specie animali e quelle vegetali non avevano nessun legame tra loro, erano prodotti del caso, “creazioni di Dio”, ed erano immutabili - e per la prima volta portò la biologia su un terreno del tutto scientifico, stabilendo la variabilità delle specie e la loro successione -, così Marx mise termine alla concezione che considerava la società come un aggregato meccanico di individui»; egli «portò la sociologia su un terreno scientifico, stabilendo il concetto di formazione economico-sociale» e analizzando il passaggio dall’una all’altra come “un processo storico-naturale”. Così scriveva V. I. Lenin in “Che cosa sono gli amici del popolo”. In questo passo sono enunciate insieme la negazione materialistica tanto del creazionismo tradizionale quanto dell’indeterminismo sedicente innovatore (che reintrodurrebbe il caso nella concezione del mondo) e la difesa incondizionata di un criterio scientifico rigoroso, la cui estensione al mondo sociale ne farebbe un processo storico-naturale non dissimile da quello scoperto da Darwin nelle mutazioni di ogni altra specie vivente. In seguito, il Lenin dei Quaderni filosofici, convertitosi al metodo dialettico, scriverà un capitolo su “Darwin e Hegel” considerando quest’ultimo, non soltanto precursore di Darwin in quanto anch’egli “monista”, ma autore di una teoria dello sviluppo “più universale” di quella darwiniana. La critica di un certo darwinismo è l’altra faccia delle “affinità elettive” dichiarate da Friedrich Engels, da Karl Marx e dai loro continuatori.
Il confronto Marx-Darwin dev’essere svolto almeno su tre piani: concezione evoluzionistica o, più rigorosamente, dialettica della storia naturale e sociale; metodo conoscitivo di matrice empirista o di tipo ipotetico-deduttivo; equiparazione tra le dinamiche della vita organica e quelle della società umana in generale o assunzione della lotta animale per selezionare il più forte come metafora applicabile soltanto alla società borghese. La prima è, per così dire, la questione “ontologica” riguardante il che cosa avviene nel processo reale. La seconda questione, epistemologica, riguarda il come si procede nella scoperta o nell’esposizione dei nostri concetti scientifici sul processo reale. La terza (la questione del “cui prodest”) è quella che può dar luogo a deformazioni ideologiche: nel caso specifico, al cosiddetto “darwinismo sociale”.
La prima questione sembrerebbe almeno in parte risolta da quando un consistente neo-darwinismo del secolo XX ha fatto propria la tesi che, nel passaggio da una specie alla successiva, “natura facit saltus”: ossia si verifica un’accelerazione improvvisa o un’improvvisa rottura di equilibri preesistenti. A questa svolta nelle scienze biologiche hanno contribuito anche fisici come I. Prigogine con la teoria delle strutture dissipative e matematici come R. Thom con la teoria delle catastrofi. Nel secolo XIX, invece, il gradualismo evoluzionistico approdava al sistema filosofico di H. Spencer, il cui positivismo ottimistico ripropone, e insieme svilisce, l’idea illuministica di progresso, trasferendola dal campo della conoscenza o da quello della “civilisation” umana al divenire cosmico. In ambito marxista, l’evoluzionismo si rifà vivo in tutti e due i secoli sotto forma, principalmente, di strategia politica per la trasformazione sociale proposta da riformisti o da socialdemocratici, a partire dal marxismo prevalente nella Seconda Internazionale e nella ricorrente polemica con l’ala rivoluzionaria dei partiti o dei movimenti operai.
La seconda questione può essere posta nei seguenti termini: è o non è procedimento epistemologico arbitrario quello che ritrasferisce negli stadi storicamente anteriori concetti derivati da uno stadio superiore? Charles Darwin, nato il 1809 e morto il 1882, suggeriva indirettamente un tale quesito sotto forma autobiografica. Durante il 1876, infatti, scrivendo la propria autobiografia, raccontava che nel 1838, pochi mesi dopo aver dato inizio alla sua ricerca sistematica, gli accadde di leggere con piacere (amusement) l’Essay on the Principle of Population dell’economista Th. R. Malthus, che lo aiutò ad approfondire in quali condizioni sfavorevoli o favorevoli si estingue una specie o si forma una specie nuova. Anche nel terzo capitolo del suo Origin of Species (1859) Darwin faceva menzione delle suggestioni ricevute dalle tesi di Malthus sulla tendenza alla crescita della popolazione in proporzioni geometriche, per la specie umana (e, s’intende, per ogni specie), qualora si giovi di condizioni favorevoli. Sui presunti debiti di Darwin nei confronti dell’economia politica contemporanea si sono svolti accesi dibattiti, ad esempio tra R. C. Lewontin e M. F. Perutz. Peraltro, potrebbero forse aver contribuito a far nascere o a consolidare le scoperte di Darwin anche alcuni impliciti richiami culturali all’hobbesiano “bellum omnium contra omnes” (che avrebbe caratterizzato lo stadio, per così dire, ferino della specie umana), oltre che le vicende della lotta di classe nell’Inghilterra del suo tempo, benché egli potesse sembrare, secondo alcuni interpreti, più attento e scontento per le persecuzioni degli indo-americani ad opera degli spagnoli. Sulla questione epistemologica è stato sufficientemente chiaro Marx, a giudizio del quale l’anatomia dell’uomo ci aiuterebbe a capire l’anatomia della scimmia. In una nota del I Libro del Capitale, Marx afferma che ricostruire la storia della formazione degli “organi produttivi” umano-sociali dovrebbe essere, a noi che ne siamo, come afferma Vico, direttamente gli autori, ancor più congeniale e accessibile che ricostruire l’evoluzione degli organi vegetali o animali avvalendosi correttamente del metodo darwiniano. Quest’affermazione è forse riconducibile al criterio che alcuni studiosi hanno definito come quello del “presupposto-posto”. Possiamo infatti constatare come Marx, non soltanto teorizzi la legittimità di rovesciare, nell’esposizione scientifica dei concetti, l’ordine di successione reale attestatoci dall’esperire storico, ma si spinga fino a sostenere che la stessa realtà si rovesci, ossia che uno stadio storicamente successivo possa sussumere caratteri presenti in forma più embrionale nello stadio antecedente o possa, in certo modo, rigenerarli a partire dalla propria superiore compiutezza storica.
Scorretta e sospetta perché ideologica nei suoi intenti riposti (e ora passiamo all’esame della terza questione) è, invece, l’operazione inversa, quella che parte dalle logiche della selezione naturale per trasferirle invariate nel mondo umano e sociale come legge di natura eterna e inamovibile, anziché limitarsi a cogliere semplici analogie con una determinata e transeunte forma sociale: quella “belluina” in quanto, appunto, borghese. Lo stesso Marx ironizza, in una lettera a Laura e Paul Lafargue del 15 febbraio 1869, osservando che Darwin ha riconosciuto tra gli animali e i vegetali la società inglese del suo tempo; e anche quando, in una lettera a Engels, dove gli comunica di aver letto il recente libro di quell’autore sulla selezione naturale trovandovi le basi di una storia della natura vista secondo la “nostra” ottica, non può astenersi dall’ironizzare sul cattivo “stile inglese” del libro. In una lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, Marx contesta a Oskar Lange, autore di una monumentale Storia del materialismo, di essersi fermato a considerare la “struggle for life” alla stregua di una legge generalissima, senza esaminare come essa si presenti nelle diverse forme sociali. Lenin commenterà in Materialismo ed empiriocriticismo: l’espressione di Darwin diviene in Lange una “frase vuota”. Anche Engels, che pure aveva nel dicembre 1859 segnalato per primo all’amico come “splendido” il libro di Darwin, e accosterà quest’ultimo allo stesso Marx nel necrologio pronunziato alla sua morte, Engels che non si pentirà, in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, di aver lodato Darwin perché capace di assestare «alla concezione metafisica della natura il colpo più vigoroso» e che, nell’Anti-Dühring attribuirà al darwinismo l’“impulso decisivo” verso la nuova scienza della natura, nondimeno cercherà, in una lettera a P. L. Lavrov del novembre 1875, di circoscrivere quelle scoperte facendo valere, anche nei comportamenti biologici competitivi o aggressivi, i simultanei rapporti di cooperazione già indicati dai materialisti classici (Vogt, Büchner, Moleschott). Ancora Engels, peraltro, tenterà di integrare la selezione darwiniana con l’adattamento haeckeliano, del quale recepirà il concetto di una finalità interna, in quanto avente origini specialmente hegeliane, più che kantiane.
Fa parte, invece, degli aneddoti messi in dubbio dalla critica, come spiega anche F. Vidoni in un’accurata monografia del 1985, la progettata dedica del Capitale, o del II Libro, a Darwin e la risposta negativa ma cortese di quest’ultimo, il quale avrebbe declinato l’offerta adducendo la sua scarsa familiarità con gli argomenti trattati in quel libro, la sua incerta conoscenza della lingua tedesca e i suoi timori per le possibili reazioni familiari contro ogni concezione anti-religiosa. In realtà, l’equivoco sarebbe sorto da uno scambio di lettere tra Edward B. Aveling (marito di una figlia di Marx) e Darwin per l’offerta, da parte dello stesso Aveling, di un libro che non doveva riuscire gradito al prudente destinatario, già messo in difficoltà per le prime voci di allarme suscitate dalle proprie teorie sui fondamenti evolutivi della vita in generale. L’allarme non cessa neppure nei giorni nostri, nei quali l’ottusa velleità di decretare un ostracismo ideologico accomuna gli opposti integralismi pseudo-religiosi nei fautori della guerra perpetua e in quelli di un terrorismo ancora tutt’altro che debellato.












Liberazione, 05.02.06
La storia di un ragazzo trentenne sfuggito ai pregiudizi e al manicomio
«Così ho vissuto legato ad un letto e così sono riuscito a slegarmi»
Luigi Attenasio* e Angelo di Gennaro**
Direttore e ** Psicologo del DSM della ASL C di Roma - Psichiatria Democratica


Questa è la storia di un ragazzo romano ricoverato per anni in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura e poi “slegato” da una task-force di operatori del Dipartimento di Salute Mentale della Asl C di Roma e della cooperativa sociale Aelle Il Punto. Il Dsm e i suoi operatori sono stati premiati da Cittadinanzattiva e dal Tribunale del Malato, perché grazie agli insegnamenti di Franco Basaglia e alla sua legge 180 hanno saputo liberare un paziente. Ci piace immaginare che quel giovane racconti la propria storia, sperando che un giorno lo possa fare senza più i filtri della nostra immaginazione.
«Sono nato a Roma trent’anni fa. Da quanto mi hanno lasciato intuire i miei genitori, sono stato considerato quasi subito un bambino difficile. A scuola non ho mai ottenuto risultati soddisfacenti ed ho avuto sempre bisogno di sostegni sia di tipo psicologico che sociale, e della continua presenza dei miei genitori. Senza di loro mi sentivo perso, non ero capace di fare nulla, neppure di lavarmi e vestirmi. Mi sembrava di non esistere senza di loro. Il loro accudimento e il loro contatto costante mi facevano sentire vivo sebbene bisognoso di cure e di attenzioni.
Durante le scuole elementari iniziarono le mie peregrinazioni attraverso i vari centri specializzati di neuropsichiatria infantile. Prese avvio così una catena di consigli e di definizioni sul mio stato. La psichiatria stava per manifestare fino in fondo la sua presunzione. Un medico finì per dichiarare ufficialmente che ero un bambino autistico. Io - a dire il vero - non ho mai ben capito che cosa volesse dire questa parola, ma nelle mie fantasie di bambino mi sembrava che volesse dire che “guidavo”, controllavo il comportamento degli altri. E forse tutto questo poteva essere vero. Infatti, mi sarebbe piaciuto che i miei genitori e i miei amici avessero tenuto conto un po’ di più delle mie esigenze, della mia diversità, per così dire. Del resto, non ero davvero come gli altri. Non riuscivo a capire come funzionava il mondo. Anche i contatti con i miei compagni di scuola sono stati sempre spigolosi. Mai una parola di conforto e di stima nei miei confronti. Tutto questo provocava in me un continuo e irrefrenabile senso di ribellione, perché non capivo e non accettavo quella dose massiccia di rifiuto e di incomprensione. Dopo tutto perché allontanarmi, respingermi? Finiva sempre che mi ritrovavo ai bordi, alla periferia della cosiddetta normalità, sia essa la scuola, gli amici, il mondo nella sua interezza… direi la vita. E non capivo perché. Gli anni passano, con la scuola i rapporti si interrompono.
La mia famiglia fa di tutto per aiutarmi portandomi di qua e di là in consultazione da vari medici e specialisti. Ma le cose non vanno.
Per molto tempo i miei genitori - lasciati soli dalle istituzioni e da chi dovrebbe dare aiuto - non trovano altra soluzione che legarmi al letto al fine di evitare danni a me, almeno così dicevano, alle cose e a loro stessi e soprattutto proteggermi dalla loro stessa preoccupazione. Ora li capisco. Era davvero difficile aiutarmi ed io mi sentivo veramente male, confuso, per di più avevo bisogno di mantenere viva una mia diversità, un mio modo di essere al mondo, anche al mondo periferico in cui sono cresciuto. Ciò nonostante il senso di reciproca fiducia tra me e il mondo veniva piano piano a cadere.
Le istituzioni che volta per volta mi prendevano in carico non riuscivano a curarmi, nel senso tradizionale del termine, ma tutt’al più a proteggermi da quella che io consideravo la violenza della società che mi turbava e faceva stare male. A volte credevo di aver perso tutta la mia dignità e qualsiasi diritto di vivere come gli altri. La mia vita sembrava consegnata alle istituzioni che, nonostante gli sforzi, si sentivano impotenti e inefficaci.
Per la prima volta ho avuto l’impressione che qualcosa stesse veramente cambiando quando, qualche tempo fa, mi sono visto obbligato, “legato” a vivere dentro una delle strutture ospedaliere del Dipartimento di Salute Mentale. E’ durante questo lungo periodo di costrizione che mi sono tornate in mente le parole di M. Partridge «Le malattie bizzarre possono richiedere trattamenti bizzarri, ed in psichiatria ciò è avvenuto spesso. Queste malattie si rivelano spesso così pervicaci e resistenti alla cura e mettono in luce così chiaramente l’ignoranza della loro patologia ed eziologia da suscitare reazioni aggressive nel terapeuta sconcertato e frustrato». Per me era l’ultima chance: vivere o morire. Gli operatori, accettando le mie difficoltà (un serio problema alla vista le aggrava ulteriormente) - e, potrei dire, la mia presunta miseria - mi hanno insegnato gradualmente e con fermezza che vivere in libertà è possibile, che attraversare i Servizi per la salute mentale post 180 è doloroso ma si può anche non restarne schiacciati, che immaginare il cambiamento è doveroso ma anche utile. Essi, infatti, coinvolgendo nel processo di cura anche i giovani operatori di una cooperativa sociale integrata e ribaltando il ruolo assegnato ai miei genitori (da oggetti a protagonisti della cura), hanno costruito una vera e propria impresa collettiva, dove le diverse figure professionali e familiari hanno trovato il loro posto e la loro funzione trasformativa.
Ora, sto per entrare in Comunità e benchè il mio processo di liberazione sia appena agli inizi penso di potercela fare».










Liberazione, 03.02.06
"Liberazione"
“A proposito di "preti in politica"
Roberto Giorgini, Firenze

Caro direttore, mi spiace, ma l'articolo di don Vitaliano della Sala apparso su "Liberazione" del 1 febbraio sui preti in politica che portano l'amore di Dio non riesce proprio a convincermi della bontà dell'enciclica di quella persona che molti anni fa faceva parte della gioventù hitleriana. É L'idea di amore cristiano è un precetto astratto che forse può far sentire in pace con se stesso chi ci crede ma in realtà ha come soggetti da una parte l'essere umano e dall'altra una entità divina creata dallo stesso essere umano (ma non l'aveva già detto Feuerbach tanto tempo fa?). Ritengo indispensabile che la sinistra continui a rappresentare e difendere i diritti materiali dei ceti meno abbienti, ma è altresì indispensabile acquisire una mentalità laica che permetta di impostare quella ricerca sull'amore, su quello strano essere umano così simile ma completamente diverso da me che, per me, è la donna.




Liberazione, 03.02.06
L'amore, la libertà
Marco Pizzarelli, via e-mail


Caro direttore, compro ogni giorno "Liberazione" con l'emozione e la speranza, spesso soddisfatta, di leggere qualcosa di veramente nuovo. Poi vedo l'articolo di don Vitaliano in prima pagina. Scappo, mai poi prendo coraggio e mi immergo nella lettura. É Terza pagina, un pugno allo stomaco, senza fiato resisto e leggo fino in fondo. E mi sento trascinato nei ricordi della mia infanzia, quando ero alle scuole dei preti. Tante volte ho sentito parlare, come oggi con un linguaggio che sa di esaltazione, di un amore che odora di astrattezza e di asessualità. Allora non capivo e mandavo giù tutto. Leggo di impegno sociale e politico che coinvolge ogni battezzato (come se il battesimo fosse una libera scelta e l'impegno fosse solo dei credenti), di sanità del corpo regalataci dal cristo per poter entrare nel regno dei cieli, di un cristo che si sarebbe sacrificato per noi e questo sacrificio del corpo è il velo che… soffoca la mente? Quanta violenza in questi messaggi che suscitano sensi di colpa, che ingabbiano i movimenti, che inibiscono la libertà. Riparto dalla parola libertà, quella che si associa al concetto di sanità mentale e derivante da un altrettanto sano rapporto con il diverso (ricerca che si è sviluppata su queste pagine), per invitare lei e il giornale ad approfondire il senso di questa parola. Non era l'impegno che ci eravamo presi tempo fa?
Vedrai che sulla parola libertà, tra non molto, potrai leggere su "Liberazione" parecchio materiale. Forse riusciremo anche a stupirti. Io sono convinto che la libertà sia un diritto per tutti e un dovere (raramente osservato) per i giornali. Libertà e ampiezza di opinioni. Compresa l'opinione, mai banale, di don Vitaliano.








il Messagero, 02.02.06
Il regista Carlos Reygadas parla di “Battaglia nel cielo”, pellicola-scandalo da domani nelle sale vietata ai 18
Sesso e sangue nel Messico nudo
di L. Jattarelli


«Non mi avvalgo di attori professionisti. La tecnica mi piace applicata al teatro. Dietro la macchina da presa preferisco lavorare come un fotografo: deve essere il cinema a costruire i personaggi e non viceversa». Il comandamento del trentacinquenne regista messicano Carlos Reygadas sta tutto nel suo ultimo film, Battaglia nel cielo (da domani nelle sale distribuito dalla Lucky Red con il vietato ai 18), presentato già a Cannes e bollato come “scandaloso”. I personaggi che lo popolano, Marcos e sua moglie e la giovane e sensuale Ana, sembrano quasi vecchi dagherrotipi che fanno della immobilità la loro forza, forse perché tutta interiore. Sullo sfondo di una Città del Messico, megalopoli povera che non sembra vivere ma trascinarsi in un’esistenza logora arpionata al quotidiano, lui, lei e l’altra si amano, si accoppiano, si denudano, si masturbano quasi in silenzio, senza mai gridare la propria sofferenza e solitudine. Il film si apre e si chiude con due sequenze esplicite di fellatio, protagonisti Marcos (Marcos Hernandez) e la bella e giovane Ana (Anapola Mushkadiz), scene che risultano quasi asettiche, meccaniche «perché il sesso è una parte di questo lavoro ma non il tutto. Probabilmente - ci spiega il regista sorridendo - ci sarà chi vorrà vederci solo pornografia ma cosa posso farci? La materia del porno c’è ma la forma è assai diversa. Io rappresento ciò che succede all’interno dei miei personaggi, racconto conflitti umani provocati da azioni precise che scatenano reazioni altrettanto limpide. Marcos è un criminale, insieme a sua moglie ha rapito un bambino che poi è morto. Arriverà il castigo. Ma non aspettatevi una narrazione cinematografica. Pensate ad un sogno, ad una esperienza sensoriale formata da diverse emozioni collegate tra loro». Un film di finzione costruito su materiale autentico. Colpisce comunque il fatto che Reygadas citi come pellicola ispiratrice Roma città aperta : «Anche Rossellini - dice - in quel caso stava raccontando una fiction all’interno di una cornice concreta, reale». La fisicità, in Battaglia nel cielo , sembra volutamente mortificata; all’obesità di moglie e marito fa da contrappunto la perfezione della adolescenziale Ana: «Non si tratta di mortificare o abbruttire - precisa Reygadas - ma di rappresentare la realtà. Ci hanno detto fin da bambini che non conta l’apparenza ma la sostanza, che non bisogna guardare al colore della pelle? E allora ecco che Marcos e sua moglie sono due esseri come tanti altri: brutti, grassi e il loro sudore, mentre fanno l’amore, si può quasi toccare». Rapporto carnale e metafisico, espiazione, religiosità e redenzione; c’è tutto questo in Battaglia nel cielo ma alla parola redenzione, il regista preferisce quella di «Soluzione finale ad un conflitto. Perchè io non condanno Marcos, sarà lui stesso a trovare il finale estremo».






Liberazione, 02.02.06
Laicità
Essere crocifissi oggi
Antonella Pozzi, via e-mail


Caro direttore, apprendo con sgomento dal Tg2 (mentre il Tg1 non ha neppure passato la notizia) che il giudice Luigi Tosti, che si asteneva dalle udienze chiedendo la rimozione dei crocefissi dalle aule dei tribunali, in nome di Uguaglianza e Giustizia per tutti, è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. In qualità di cittadina atea e laica, che vive come una quotidiana violenza la pesante ingerenza della Chiesa cattolica, così come la presenza dei simboli religiosi in scuole, ospedali e uffici pubblici, desidero esprimere la mia solidarietà al coraggio e alla resistenza del magistrato vittima, a mio parere, dell’attuale Stato teocratico Italia, esortandolo a sperare non soltanto nel giudizio della Corte europea, ma anche nelle prossime elezioni politiche nostrane!








Liberazione, 31.01.06
Vaticano
Par condicio in terra...
Paolo Izzo via e-mail


Caro direttore, secondo lei è auspicabile che in un prossimo futuro a qualcuno (uno a caso...) salti in mente di proporre una legge che imponga la par condicio anche alle opinioni in materia religiosa? Se ogni volta che il Vaticano si esprime sulla natura umana o sulle presunte verità divine, fosse garantito il diritto di replica alle altre confessioni, nonché agli atei, non crede che nell'odierno reality show trasmesso dai nostri tg diminuirebbero sensibilmente i collegamenti con la Casa di Ratzinger e Ruini?









Liberazione, 31.01.06
Argentina 30mila scomparsi...e la Chiesa a braccetto con i militari
Marcelo, via e-mail

Caro Sansonetti, mi ha colpito la lettera di Giancarlo del 27 gennaio a proposito dei prelati col braccio teso ("Quai prelati col braccio teso"). Nel giorno della memoria vorrei ricordare un altro genocidio ovvero quello della dittatura militare in Argentina. Com'è tristemente noto in quegli anni il terrorismo di Stato veniva sistematicamente esercitato contro "el pueblo" argentino con il risultato della sparizione e tortura di 30mila persone in 364 campi di concentramento. E' stata spazzata via una generazione di operai, di giovani ed intellettuali che volevano un Argentina diversa. Gli insegnamenti di Pio XII sono stati ben accolti dall'allora Nunzio Apostolico in argentina Monsignor Pio Laghi che era molto impegnato a frequentare l'ammiraglio Massera, responsabile della terribile Scuola di Meccanica della Armata da dove nessuno usciva vivo (6mila morti). Pio Laghi giocava a tennis quotidianamente con l'Ammiraglio, battezzava le sue nipotine e gli ha pure sposato qualche figliolo. Molto probabilmente non avevano tempo di parlare di "quell'incidente fastidioso" delle donne fatte partorire nei campi di tortura e poi gettate al Rio della Plata, dei bambini rubati, oppure dei campi di sterminio. Nelle sue famose omelie il prelato poneva sempre l'accento sulle "pericolose ideologie" che "contaminavano" i giovani. Alle disperate richieste della mia famiglia sulla mia vita, Pio Laghi allora rispose che purtroppo «non poteva fare niente». Oggi Pio Laghi frequenta il salotto di "Porta a Porta", è stato il "messaggero di pace" di Papa Woytila per convincere Bush a non attaccare l'Irak, ha sposato il figlio dei Savoia ecc. La storia si ripete o forse no?

venerdì 3 febbraio 2006

Corriere della Sera, 03.01.06
Nuove terapie
Il ritorno dell'elettroshock?
In Usa si sperimenta una nuova tecnica per combattere la depressione, «a base» di stimolazioni magnetiche


Una scarica elettrica per sedare le persone, curare i «matti», «addomesticare» i ribelli. Lo immortalò «Qualcuno volò sul nido del cuculo», quando Jack Nicholson e il «grande capo» furono sottoposti a questa terapia. Oggi questo trattamento è stato riabilitato , ma i suoi possibili correlati fanno ancora paura. Ma la ECT (electroconvulsive therapy), gradatamente dimenticata in favore degli psicofarmaci, forse sarà sostituita dalla più soft TMS, un trattamento su cui c'è un crescente intersse in usa, che promette di rimuovere la depressione in cambio di molta gentilezza e nessun danno.
COME FUNZIONA - La nuova procedura (già in sperimentazione anche in Italia) farebbe uso di impulsi magnetici (e non elettrici) come descrive Wired . Sperimentata dalla società Neuronetics, si basa sullo stesso principio dell'elettroshock: i disordini dell'umore possono essere curati alterando l'attività elettrica del cervello. Nella TMS le scariche sarebbero indirizzate verso la corteccia pre-frontale, deputata alla gestione delle emozioni negative.
CRITICHE - Il trattamento provoca un aumento del livello della serotonina, regolatore del benessere e del ciclo circadiano. L' «elettroshock gentile» può essere effettuato su pazienti allergici ai farmaci. Inoltre il TMS non provocherebbe quello stato emozionale atarassico che caratterizza molti medicinali di questa famiglia.
Emanuela Di Pasqua




























ANSA, 03.02.06
FIGLI PIGRI E MAMMONI? SONO I GENITORI A TARPARE LE ALI


Altro che figli pigri e mammoni: la ragione che fa degli italiani i più propensi a starsene a casa con mamma e papà fino alla tarda giovinezza, non è la beata spensieratezza di cene e bucati fatti per loro, bensì la calcolata abilità dei genitori nel 'corrompere' i figli e convincerli a non lasciare il nido materno.

E' quanto affermano due ricercatori, anch'essi italiani, del Centre for Economic Performance della London School of Economics, secondo i quali a guadagnare da tale situazione non sarebbero i figli, bensì i genitori. In Italia l'80% dei giovani tra i 18 ed i 30 anni vive con i genitori: una percentuale enorme in confronto al 50% dei britannici e al 40% degli statunitensi. Secondo Marco Manacorda ed Enrico Moretti, che hanno pubblicato la loro ricerca sulla rivista Centrepiece, tale fenomeno è dovuto al fatto che al contrario dei genitori anglosassoni, a quelli italiani "piace avere i propri figli intorno e pur di convincerli a vivere con loro sono disposti a 'corromperli' in cambio di favori e soldi".

I genitori traggono beneficio dalla compagnia e dai servizi che i figli possono offrire e soprattutto, spiegano gli studiosi, dall'opportunità di costringere i figli a osservare le loro regole. Mentre quindi per i genitori la situazione risulta vantaggiosa, al contrario i giovani si trovano con le ali tarpate, sono spesso disoccupati, viaggiano di meno e faticano a mettere su famiglia. "Il prezzo che i giovani italiani si trovano a pagare è una scarsa indipendenza e, a lungo termine, poca soddisfazione nella vita.
In conclusione, riteniamo che i genitori italiani si sforzino molto per farsi amare dalla loro prole, ma in un certo senso comprano questo amore in cambio dell'indipendenza dei figli", hanno concluso i ricercatori.
























Liberazione, 03.02.06
Lo scontro tra due civiltà che si sentono deboli
di Piero Sansonetti


La libertà di stampa, e di opinione, va sempre difesa. Raramente si accompagna alla libertà di informazione (cioè la libertà non di informare, ma di essere informati) anzi quasi mai. La libertà di essere informati è ancora una chimera. La libertà di stampa comunque è la più grande conquista della civiltà occidentale moderna. Si è sviluppata soprattutto nel Novecento. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, più che in altri. Da noi per esempio questa libertà è stata affermata solo con la Costituzione del 1948 e non è ancora pienamente realizzata.
La campagna lanciata da settori integralisti islamici contro i giornali che hanno pubblicato vignette di offesa all’Islam e a Maometto è una campagna che punta a mettere in discussione la libertà di stampa. Bisogna opporsi.
Poi dobbiamo anche chiederci: questa vicenda delle vignette anti-islamiche e della reazione furiosa di pezzi di mondo islamico, e di mondo arabo, riguarda solo la questione della libertà di stampa, oppure ha qualcosa a che vedere con i rapporti ormai infuocati tra mondo arabo e occidente, e va letta dentro lo scontro di civiltà - voluto, o temuto, o favorito, o provocato, o auspicato - che dal 2001 è il fantasma della politica mondiale, e tutti i giorni sfiora il nostro pensiero, la nostra politica, le nostre discussioni, le nostre vite?
Penso che la vicenda delle vignette, nella sua paradossalità, c’entri molto con lo scontro di civiltà. E’ indubbio che nelle vignette pubblicate in Danimarca, poi in Norvegia e ora in mezza Europa, ci fossero elementi di insulto verso il profeta dell’Islam. Quei disegni, un po’ goffi, suonavano - e suonano - come fortemente offensivi per la sensibilità religiosa di quel mondo. C’è in quelle vignette un significato e, credo, una intenzione razzista. Per la sensibilità della cultura islamica, disegnare il profeta come un terrorista è una grandissima offesa. Come, per la cultura cattolica è la bestemmia. Ve lo immaginate un giornale italiano - non satirico - che pubblichi, magari in prima pagina, un titolo che contiene una bestemmia? Un insulto a Dio, o alla Madonna, o a Gesù? Non è mai successo. Non mi sembra neppure di ricordare vignette con l’immagine di Cristo associata a quella delle brigate rosse. E sulla nostra stampa è molto rara persino la presa in giro dei sacerdoti o del papa, che pure ha un impatto molto minore sulla sensibilità religiosa (una volta che sul nostro giornale abbiamo preso in giro, con delle immagini di scherno, il papa cattolico, si sono aperte polemiche accese, anche al nostro interno, e un sito internet è stato, per questo motivo, chiuso dalla autorità costituita).
Ciò che è angosciante, in questa crisi delle vignette, è esattamente la definizione di questa crisi: è angosciante che possa esistere una crisi delle vignette. Cioè che su una cialtronata un po’ volgare possa aprirsi uno scontro così forte, nel quale i contendenti pongono in modo drammatico e formale la propria questione di identità. Il mondo arabo scatta indignato perché sente offesa la sua dignità e la sua identità islamica. L’Europa reagisce a difesa della propria identità, e cioè l’insindacabilità della stampa e la definizione di libertà di stampa come libertà infinita e senza tutori.
Questa enorme sproporzione tra i fatti e le reazioni dimostra che ormai lo scontro di civiltà è sfuggito di mano. Incattivito dalla guerra, dalla questione mediorientale, dalle grandi difficoltà politiche e militari degli Stati Uniti, dall’incapacità dell’Europa di svolgere una sua politica estera e di esprimere un suo punto di vista. E incattivito, naturalmente, dall’ascesa dei fondamentalismi islamici, che indeboliscono in modo devastante la forza politica e culturale di quella civiltà.
Lo scontro avviene tra due civiltà sempre più deboli. Così deboli da rischiare di finire seppellite da uno stupido disegno ironico. E’ uno scontro pericolosissimo.




http://canali.libero.it, 02.02.06
Padre Fedele/ Il professor Francesco Bruno ad Affari: "La suora? E' pazza"


Padre Fedele Bisceglia "sta bene, almeno fisicamente E' in convento, dove si riprenderà spiritualmente e psicologicamente". Parola del professor Francesco Bruno, che parla con Affari del caso del monaco cosentino ora agli arresti domiciliari nel 'monastero dell'amore' di Belvedere Marittimo (CS). Il criminologo, noto per la sua assidua presenza nella trasmissione televisiva Porta a Porta sul caso Cogne, è stato chiamato dagli avvocati difensori del religioso come perito di parte, in attesa che venga autorizzata la perizia psichiatrica sulla suora che ha accusato padre Fedele di averla violentata. E Bruno, parlando di lei, dice: "non mi sembra che sulla base del materiale a mia disposizione, si possano rintracciare elementi che dicano con molta probabilità che questa persona abbia avuto traumi così profondi. Non recentemente, insomma". E le intercettazioni a luci rosse? "Molte cose non si dicono, molte cose non emergono, molti contesti sono diversi. Quindi è difficile interpretarle correttamente". Anzi, il vero problema in questa vicenda è quello del "celibato sacerdotale, il problema della Chiesa cattolica dei nostri tempi. Questo non possiamo ignorarlo ed è anche il motivo per cui questo scandalo viene usato con tanta partecipazione mediatica".

Ecco l'intervista:
Professore, ha già incontrato Padre Fedele? Come sta ora?
"Non l'ho ancora incontrato. Comunque sta bene, almeno fisicamente. E' in convento, dove si riprenderà spiritualmente e psicologicamente".

Lei ha chiesto la perizia sulla suora. Di che cosa crede che soffra?
"Mah, io penso che la suora sia sofferente. Penso che abbia dei problemi di personalità, per ora chiamiamoli così, che hanno molte persone e che non sono un dato patologico, ma sono alla base di molti nostri comportamenti e in qualche modo ci chiariscono. Questo è il primo punto: il secondo punto è che in ogni caso non mi sembra che sulla base del materiale a mia disposizione, si possano rintracciare elementi che dicano con molta probabilità che questa persona abbia avuto traumi così profondi. Non recentemente, insomma".

Ma potrebbe avere, per esempio, manie di grandezza o sdoppiamenti di personalità?
"Sì, sì".

O anche la stessa schizofrenia?
"No, questo non mi pare. Però potrebbero esserci situazioni, così, al limite tra la norma e la patologia insomma".

Il problema è che ultimamente sono state pubblicate le intercettazioni. Non è già un uno a zero in favore dell'accusa?
"Un uno a zero molto 'facile'. Nel senso che padre Fedele è indubbiamente una personalità particolare, quindi non è un frate chiuso nel convento, ma un frate che ha girato il mondo, è andato per sua stessa ammissione 'all'inferno'".

Perché?
"Perché è lì che dovrebbe andare un frate a prendere persone che hanno più bisogno di lui, e come tale ha dato luogo a conclusioni, interpretazioni più o meno malevole. Ora, anche le intercettazioni sono un po' come guardare dal buco della serratura, e quindi molte cose non si dicono, molte cose non emergono, molti contesti sono diversi. Quindi è difficile interpretarle correttamente"

Quindi lei ritiene che siano state usate in termini inquisitoriali?
"Io dico questo: sono stati usati una serie di elementi per colpirlo diciamo in quello che è un problema eventualmente della sua coscienza, ed eventualmente della Chiesa cui appartiene. Io sto parlando da laico, sono un laico, e quindi anche ammesso e non concesso, ma ammesso che padre Fedele avesse una vita sessuale, cosa riprovevole per la sua condizione, questo non solo non è un reato, come ovviamente tutti sappiamo, ma non ha minimamente a che vedere con l'utilizzazione della violenza a questi fini e questi scopi, perché non c'entra assolutamente nulla".

Quindi è un problema giuscanonistico?
"E' eventualmente un problema su cui la Chiesa non potrà rimanere indifferente. Il problema del celibato sacerdotale è il problema della Chiesa cattolica dei nostri tempi. Questo non possiamo ignorarlo ed è anche il motivo per cui questo scandalo viene usato con tanta partecipazione mediatica".

Antonino D'Anna






















AGI, 02.01.06
NEONATOLOGI, VITA UMANA INIZIA DA 24 SETTIMANE IN SU

Per la vita umana occorre che il nascituro arrivi alla 24esima settimana di gestazione che e' il limite di vitalita' indispensabile: sotto tale limite la sopravvivenza e' pari a zero nonostante interventi e cure intensive che, qualora praticate, sono accanimento terapeutico.
E' la tesi della Sin, Societa' Italiana di Neonatologia, che nel documento, 'Raccomandazioni per le cure prenatali nelle eta' gestazionali estremamente basse', propone di non intervenire al di sotto del limite di vitalita' delle 22-24 settimane.
Rapportati ai 600 mila nati, i prematuri tra la 22esima e la 24esima settimana sono l'1,60% pari a 924 neonati: di questi il 30% muore in sala parto; il 45% in terapia intensiva; il restante 25% sopravvive ma con esiti in handicap grave nella maggior parte dei casi. "Intevenire medicalmente con cure intensive in quei casi, al di sotto del limite minimo di vitalita', diventa inevitabilmente accanimento terapeutico, tentativo, desiderio di onnipotenza che sconfina nella medicina sperimentale", afferma il neonatologo e pediatra, direttore dell'Ospedale Pediatrico 'Meyer' di Firenze, Gianpaolo Donzelli per il quale, "la letteratura scientifica ci dimostra chiaramente che e' partire dalla 24esima settimana che crescono le probabilita' di vita umana per cui la medicina puo' interagire con una struttura biologica in grado di rispondere e agli stimoli dell'ambiente e alle cure mediche per dare salute e salute gioiosa".



















Repubblica, 02.02.06
Firenze, per la prima volta un documento di pediatri e commissione bioetica: tutte le raccomandazioni
"Fermiamo le cure intensive per i neonati troppo prematuri"
I medici: limitiamo l´accanimento terapeutico
Un accompagnamento dolce alla morte per chi nasce di 22-23 settimane "Ma spetta alla coscienza del singolo pronunciarsi caso per caso"
MARIA CRISTINA CARRATU


Venti centimetri di lunghezza, 380 grammi di peso. Quando nasce sotto le 22, 23 settimane di gestazione, un bambino è questo. Va dunque trattato con «rispetto, amore e delicatezza», tenendolo al caldo e dandogli un po´ di glucosio. Ma nient´altro. Tentare di più sarebbe accanimento terapeutico, contrario all´etica medica. Per la prima volta, la comunità scientifica italiana si pronuncia su un dilemma reso sempre più acuto dai progressi delle tecniche di terapia intensiva neonatale (nonché dall´aumento di gravidanze plurigemellari da fecondazione artificiale), ma di fronte a cui, finora, ogni medico ha dovuto decidere da solo. È giusto far sopravvivere prematuri di 22-3 settimane destinati comunque a morire, o a sopravvivere con handicap gravissimi? No, dicono, unanimi, tutti gli organismi più rappresentativi del settore (dalle Società italiane di pediatria, neonatologia, medicina perinatale, ginecologia e ostetricia, dei medici legali e delle assicurazioni, alla Federazione degli Ordini dei medici, a rappresentanti della Commissione nazionale di bioetica come il vicepresidente Mauro Barni), chiamati a raccolta dalla Clinica di medicina perinatale dell´Università di Firenze diretta da Giampaolo Donzelli, e da quella di ostetricia e ginecologia di Gianfranco Scarselli. "Raccomandazioni per le cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse" è il documento che sarà presto reso pubblico e dove per la prima volta è scritto chiaro: niente cure intensive per il neonato di 22-23 settimane, ma solo un accompagnamento dolce alla morte; trattamento intensivo per quello di 24 solo se la rianimazione produce «sforzi respiratori spontanei, frequenza cardiaca, ripresa del colorito»; rianimazione e cure intensive obbligatorie, invece, per i nati dalle 25 settimane in poi.
Stretti, finora, fra problemi di coscienza, dovere di «adottare ogni misura» (come dice la legge 194) per salvare il feto, indipendentemente dall´età gestazionale, rischi di denunce per omissione di soccorso, o per accanimento terapeutico, «adesso» dice Donzelli, «i neonatologi potranno lavorare con più serenità». Continua, certo, in Italia, a mancare un riferimento normativo: «Ma si potrà mai dire per legge chi deve vivere e chi morire?» osserva il presidente della Società italiana di neonatologia Giorgio Rondini. «Spetta alla coscienza del medico pronunciarsi, caso per caso. Una legge dovrebbe però tutelarlo nelle sue scelte». La medicina, in ogni caso, dice Donzelli, «dovrà sempre più interrogarsi sull´esatto beneficio del suo agire per il cittadino-neonato». Ormai, nota il presidente nazionale della Società di medicina perinatale Giulio Bevilacqua, «dobbiamo accettarlo: almeno per ora, interventi estremi su certi prematuri non sono né giusti né etici». E le "Raccomandazioni" saranno fondamentali anche per le famiglie: «In passato si parlava di aborto tardivo, e tutto finiva lì» dice Maria Serenella Pignotti, aiuto della Clinica di medicina neonatale di Firenze: «Oggi una famiglia si aspetta sempre il massimo. E invece, bisogna darle speranze vere, non finte».








Liberazione, 02.02.06
Le donne si fanno sentire, la Commissione sulla legge 194 smentisce Storace
Elettra Deiana


L’indagine conoscitiva sulla legge 194 è arrivata a conclusione. L’aveva voluta Storace, nella sua frenetica campagna antiaborista che ogni giorno si fregia di nuove performance, ed è stata realizzata dalla Commissione affari sociali della Camera. Si è trattato, per chi l’ha promossa, di un vero e proprio flop. Poche settimane di audizioni hanno confermato dati già ampiamente noti, dal momento che la legge 194 è una tra le più monitorate della Repubblica e, a parte medici abortisti e consultori che funzionano a singhiozzo, di essa non si può dire che bene. Ovviamente i dati dell’inchiesta non impediscono al ministro Storace di gonfiare i muscoli e di fare nuove minacce sulla necessità che le associazioni antiabortiste entrino nei consultori e l’accesso alla RU486 diventi un percorso ad ostacoli. Ma il flop non è dipeso soltanto dalle informazioni raccolte in sede parlamentare. E’ stato soprattutto il clima nuovo che si è creato nel Paese in seguito alla grande e straordinaria manifestazione di Milano, le 200mila donne che hanno fatto sentire la voce forte e determinante di una parte fondamentale del nostro Paese, quella che non è disposta a tornare indietro su questo terreno.
Usciamo dal silenzio, hanno detto le donne convenute a Milano e la loro voce è diventata un rimbombo che dura e invita ad abbassare la cresta della misoginia maschile.
L’indagine conoscitiva, come tante altre iniziative su questo terreno, era un tutt’uno con la campagna di criminalizzazione delle donne che abortiscono. Una campagna, lo sappiamo bene, che dura da anni, anzi da decenni, da quando con la 194 è stato riconosciuto nell’ordinamento il principio di autoderminazione femminile e la responsabilità delle donne rispetto al proprio corpo - l’asimmetrico habeas corpus femminile è radicato nella sessualità e nella capacita generativa di quel corpo - è diventata parte integrante del diritto di cittadinanza delle donne.
Questo è il punto di fondo, l’elemento centrale che ha animato e anima le invettive della Chiesa di Roma e delle forze politiche oscurantiste del centrodestra tutte unite nell’obiettivo di riportare al disciplinamento sociale e al controllo patriarcale il corpo delle donne.
Un colpo di spugna sulla libertà femminile: questa la posta in gioco.
Il mondo complesso e complicato delle donne, i percorsi di soggettività, di responsabilità, di autonomia, le differenti percezioni e decisioni del diventare madri o del non compiere una tale scelta anche abortendo, tutto schiacciato e cancellato nella dimensione dell’indifferenziato, della colpa e del peccato.
O del dramma. Perché non c’è via di scampo, neanche da parte di quante difendono la 194 rispetto a questa dimensione fusionale in cui tutte le donne sono accomunate dal loro essere donne, oggetto del pensiero maschile, corpi a disposizione, natura che assicura la perpetuazione della specie.
C’è da riprendere il dibattito sul tema dell’aborto, spostando decisamente il baricentro della riflessione, del punto di vista.
Ogni donna è una donna. Ogni scelta in un senso o nell’altro - diventare madre o decidere di no - è una storia a sé, che parla di quella donna, della sua storia.










Liberazione, 02.02.06
«Prossimo obiettivo l’8 marzo»
Le donne di “Usciamo dal silenzio” si riorganizzano per dare nuova visibilità a quella politica espressa lo scorso 14 gennaio
Claudio Jampaglia


Obiettivo 8 marzo, non solo per ritornare a una giornata di lotta, ma per presentare in quella data domande concrete alla politica. Le donne milanesi di “Usciamo dal silenzio” ripartono dove tutto è cominciato, dalla Camera del Lavoro, e vogliono portare a risultato le centinaia di migliaia che hanno manifestato il 14 gennaio. La scadenza elettorale non è il fine, ma tra i tempi lunghi per la riflessione e quelli stretti per incidere, si tesse l’intreccio.

«Non so dire se è fantastico o normale tutto quello che è successo», inizia così l’assemblea di circa 400 donne. Sono venute per organizzarsi, per dare un passo alla gigantesca domanda di visibilità e di interlocuzione con la politica espressa dalla manifestazione milanese e farlo subito. Il dibattito va dritto al cuore della proposta di cui si sono fatte carico, a nome di tutte le organizzatrici, Assunta Sarlo, Lea Melandri e Susanna Camusso: un mese di lavoro in gruppi tematici e strutturati per dare vita a una lettera/documento da consegnare a tutte le forze politiche (tutte) per le elezioni. Si direbbe “piattaforma” in politichese, loro invece parlano di una proposta/canovaccio. I gruppi di lavoro sono quelli già abbozzati nelle assemblee: dal lavoro sulla salute e i diritti, a quello sul lavoro e la precarietà, laicità e religioni, donne migranti, donne e politica, ma anche donne e media e quelli che si aggiungeranno in altre città e realtà. L’importante è arrivare presto a sintesi, in autonomia di pensiero e pratiche, senza strapparsi nell’urgenza, fissando i primi tasselli di una riflessione politica di lungo termine. Una politica dei due tempi. Come spiega l’ideologa (ci perdonerà), Lea Melandri: «E’ in atto un percorso di accomunamento, la politica delle donne che c’è sempre stata desidera tornare a incidere in tutta la realtà, e per farlo ancora una volta ci è richiesta elasticità e mobilità che intrecci riflessione e strategia». Lo scopo finale? «Intaccare la neutralità maschile rispetto alla condizione femminile vissuta come qualcosa da proteggere». L’universale per essere tale, più che neutro, dovrebbe almeno riconoscere due sessi.

Tre ore di discussione tra denunce di censura nei consultori milanesi, inviti a iniziative nei luoghi di lavoro o nelle università con il gruppo sulla rappresentanza politica al femminile alla Bicocca, esortazioni all’uso della democrazia digitale delle donne di “Io partecipo”, la disponibilità delle giornaliste di “Controparola”, delle precarie della “Casa di Ilaria”, fino al collettivo “Donna Mostra” che porta in dote un lavoro di un anno per una storia (fotografica e documentale) del movimento delle donne milanesi negli ultimi trent’anni.

Alcuni gruppi di lavoro veri e propri ci sono già, come l’Osservatorio sulla salute della donna, con operatrici del settore e medici che raccontano come l’applicazione della 194 sia ancora da attuare e aiutare, con alcune proposte (presentate da Eleonora Cirant): risposta certa in tempi brevi alla richiesta di interruzione di gravidanza, mediazione culturale, quota di medici non-obiettori obbligatoria negli ospedali (a Milano sono assunti solo antiaboristi), scambio con l’esperienza francese sulla pillola Ru486. Altri hanno più urgenza di ripartire, come la riflessione sul lavoro che torna a contrapporsi con violenza alla scelta di maternità, ricorda Adriana Nannicini. Mentre Nadia De Mond invita tutte a non scordarsi la forza delle due piazze del 14 gennaio e continuare ad approfondire e battersi sui temi della «molteplicità delle scelte sessuali ed affettive».

Il comune denominatore? «Non perdiamo l’occasione», come hanno detto in tante (tra cui Paola Melchiori e Grazie De Benedetti). «Abbiamo bisogno che le nostre parole arrivino subito esempi forti per dire cose forti», dice Nicoletta Gandus di Magistratura democratica. Poi chi entrerà in parlamento vedrà, perché il movimento rimane altro: «Nella fabbrica del programma noi non vogliamo starci, la rete di relazioni rimane il nostro modo di vivere, pensare, fare politica». In breve, come sintetizza Donatella Bassanesi, «va bene interrogare la politica, ma ci vuole un percorso perché il movimento sia un vero interlocutore». Per tutte è chiaro il conflitto da sciogliere tra tempi della politica, necessità di elaborazione e incontro. Giovanna Capelli del Forum donne del Prc è convinta della proposta in campo, «ma ho bisogno di qualcosa di più che non perda l’intimità dei gruppi di affinità, la capacità di stare insieme e affrontare le contraddizioni e i conflitti tra donne». Perché le accelerazioni sono sempre un trauma.

Un solo intervento dissenziente, di Monica Bianchi, che teme «la litania della parità dei luoghi di potere rispetto alla necessità di liberazione, di ridisegnare la propria vita con la ripresa dell’impegno femminista». Le due cose non si escludono, le risponderanno in tante, tra cui Susanna Camusso (appena rieletta alla segreteria generale della Cgil lombarda) che proverà la sintesi finale: «Sono un’inguaribile ottimista, ma non credo si elidano i tempi della politica con quelli dell’elaborazione. Tutte abbiamo bisogno di dare un senso più compiuto e più collettivo alle parole forti del 14 gennaio». Anche per darsi respiro per elaborare e non darlo a chi ha il dovere di rispondere agli attacchi alle donne, alla parola d’ordine più scandita dalla mobilitazione: «Nessuno decida per noi».














Liberazione, 02.02.06
La rivoluzione culturale, un mito finito sotto il controllo dell’esercito
Quarant’anni fa iniziava il gigantesco processo nella società cinese messo in movimento da Mao all’insegna dello slogan “sparate al quartier generale”. Oggi un volume collettivo ne ripercorre la storia
Antonio Moscato


Abbiamo più volte lamentato che gran parte della sinistra che aveva esaltato la rivoluzione culturale cinese, compresi i compagni del Manifesto, importanti numericamente e anche culturalmente, avessero avuto una specie di rimozione nei confronti degli antichi amori senza trarre un bilancio degli esiti e delle stesse sviste interpretative. Oggi Tommaso Di Francesco, della redazione internazionale de “il manifesto”, ma anche scrittore e poeta, affronta la questione in modo stimolante, anche se forse per certi aspetti ancora insufficiente, in un libro collettivo (L’assalto al cielo. La rivoluzione culturale cinese quarant’anni dopo).

L’insoddisfazione viene dal fatto che, se è innegabile che la rivoluzione culturale sia stato un grande fenomeno di massa, almeno inizialmente spontaneo e generato da profonde contraddizioni sociali e politiche, come aveva sottolineato efficacemente Livio Maitan in un libro di grande respiro su Esercito partito e masse nella rivoluzione culturale cinese (che fu allora respinto e ridicolizzato dalla “nuova sinistra” italiana senza farci i conti, con l’unica eccezione di Aldo Natoli, che lo presentò a Roma insieme all’autore), è altrettanto innegabile che fin dalla seconda metà del 1967 questo movimento aveva subito una battuta d’arresto ed era stato sottoposto a un controllo dell’esercito e dell’apparato, ed era poi stato sostanzialmente chiuso con la deportazione di un gran numero di Guardie rosse nell’estate del 1968, cioè proprio quando in Italia, dimenticato e banalizzato rapidamente Che Guevara, iniziava la più smoderata esaltazione acritica di un processo già concluso.

Il pregio del libro principale del libro curato da Di Francesco è l’ampiezza del ventaglio di contributi, da quelli recenti e originali di vari autori, ai due saggi “storici” di Rossana Rossanda e K. S. Karol del gennaio 1978, a un anno dalla morte di Mao e dalla seconda “resurrezione” di Deng Xiaoping, entrambi interessanti e con l’ammissione di alcuni errori di valutazione («concepimmo la palingenesi come più “semplice” del creato», scriveva la Rossanda), ma che consideravano allo stesso modo concluso il processo solo con la morte di Mao.

Il libro curato da Di Francesco invece fornisce la possibilità di una datazione ben diversa. Infatti un pregevole saggio di Alain Badiou, pur rivendicando orgogliosamente la sua partecipazione alla «corrente maoista, l’unica vera creazione politica degli anni ’60 e ‘70», presenta una periodizzazione che rende perlomeno anacronistica la fase di maggiori entusiasmi europei per la rivoluzione culturale, perché vedeva già nel 1967 i robusti tentativi di subordinare il movimento delle Guardie rosse a comitati tripartiti in cui i giovani rivoluzionari erano in minoranza (le altre due componenti erano la cosiddetta “parte sana” dell’apparato e l’esercito, che pur avendo una non lontana origine rivoluzionaria e una funzione non paragonabile a quella che hanno le forze militari nella società capitalistica, non poteva essere neppure considerato uno strumento di partecipazione democratica.

In ogni caso per Alain Badiou fu l’invio di grossi contingenti di lavoratori nelle università alla fine di luglio del 1968 a rappresentare «l’episodio finale dell’esistenza di organizzazioni studentesche indipendenti». Nel 1968, non nel 1978…
Ma la testimonianza più importante sulla chiusura della rivoluzione culturale è quella di Mao. La troviamo nel saggio di Alessandro Russo, buon conoscitore della realtà cinese, che dei tanti documenti delle Guardie rosse non destinati inizialmente alla pubblicazione ma poi apparsi dopo la loro sconfitta in occidente, ha riportato larghi stralci di uno finora inedito in Italia, il verbale della «scena conclusiva», come chiama l’incontro tra i principali esponenti delle Guardie rosse della capitale con Mao, Lin Biao, Jang Qing e Zhou Enlai ed altri dirigenti. Il testo meriterebbe un’analisi più dettagliata, soprattutto per le considerazioni di Mao sulla scarsa utilità degli studi in Cina (ma quanto ci si ritrovano i nostri studenti di oggi!), dato che «i corsi di base sono ripetitivi» e scarsamente utili, mentre quelli «specialistici neanche gli insegnanti li capiscono. I filosofi non sono in grado di parlare della filosofia. Che cosa s’impara a scuola?». L’attacco era diretto soprattutto a Nie Yuanzi, la giovane docente che aveva affisso il primo dazibao nel 1966, ma si allarga a temi più generali: «A che serve studiare filosofia? La filosofia è qualcosa che uno può imparare all’Università? Se uno non è mai stato operaio o contadino e va a studiare filosofia, di che filosofia si tratta?»

E la stessa cosa viene riproposta per la letteratura, che secondo Mao si studiava in modo che «il cervello si pietrifica». E Zhou Enlai ricorda a questo proposito che uno scrittore autodidatta di origine contadina, Gao Yubao, esaltato e inviato all’università come esempio della democratizzazione degli studi, aveva smesso subito di scrivere. Mao sottolineava che tutti i grandi marxisti non avevano laurea o se l’avevano, a partire da Marx, non avevano fatto certo carriera accademica. «Chi ha fatto l’esame a Marx? A Engels? A Lenin? Al compagno Lin Biao? I nostri insegnanti sono stati i bisogni delle masse e Jang Jeshi», cioè il nemico. Ben vengano invece le biblioteche per uno studio libero e autonomo: «le università sono mortalmente noiose, dovrebbero funzionare con maggiore libertà».

Mi rendo conto che forse questi brani mi hanno colpito tanto perché coincidono col giudizio sull’Università che avevo da studente e ho ancor oggi da docente “atipico”. In realtà in quel momento quel giudizio drastico preludeva a quanto si stava preparando: chiudere per un certo tempo le università e disperdere ai quattro angoli del paese le Guardie rosse. Deportarli, in altre parole, nelle zone più remote della Cina più arretrata. E questo fu deciso appunto alla fine del luglio 1968, prima della grande ondata di entusiasmo acritico per la rivoluzione culturale in Europa.

Bisognerà riprendere la discussione, facilitata indubbiamente da questo libro efficace e ben articolato, ma che dovrebbe affrontare direttamente i testi, in particolare quelli scritti da Mao in quegli anni e non compresi nella raccolta ufficiale delle opere. Parecchi di essi, essendo stati riprodotti in centinaia di migliaia di copie underground durante la rivoluzione culturale, hanno finito per arrivare anche a Hong Kong e poi in Europa e negli Stati Uniti.

Tra questi, riprodotti in due volumi interessantissimi (Mao Tse-tung, Note su Stalin e il socialismo sovietico, a cura di Hu Chi-hsi, Prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Roma-Bari, 1975; Mao Tse-tung, Su Stalin e sull’Urss. Scritti sulla costruzione del socialismo, Introduzione di Gianni Sofri, Einaudi, Torino, 1975) ma che ebbero scarsa eco per il periodo in cui apparvero in Italia, c’era anche una critica allo stesso Manuale di Economia stroncato nel 1966 da Che Guevara nel più importante degli inediti, che ha alcuni punti di contatto sicuramente non casuali e che illuminando sul complesso rapporto di Guevara con la Cina. Il Che potrebbe averne avuta una copia nel suo ultimo viaggio a Shangay nel 1965, o da un ignoto simpatizzante presente nella affollatissima ambasciata di Pechino a Dar es Salaam, durante il suo soggiorno in quella città dopo il ritorno dal Congo e prima del suo passaggio clandestino per Praga, prima della Bolivia. Un problema stimolante, su cui ritornare.




La Stampa, 01.02.06
RITORNA UN CLASSICO DI BOBBIO: E' L'OCCASIONE PER FARE CHIAREZZA SU DUE TERMINI CHE MOLTI CONFONDONO, CON CONSEGUENZE PARADOSSALI
Si fa presto a dire liberaldemocratico
di Franco Sbarberi



Da tempo la prospettiva della rivoluzione comunista non riscalda più i cuori delle masse diseredate del mondo. Si sta dunque affermando un'egemonia indiscussa dei valori autenticamente liberali (come sostengono alcuni) o siamo invece entrati nell'era di un liberalismo eclettico, cinicamente cavalcato dai soggetti più spregiudicati? L'uso vago e teoricamente indifferenziato dei concetti di liberalismo, democrazia, liberaldemocrazia da parte di vasti settori dei mass media e della classe politica viene giustamente sottolineato da Franco Manni nella sua introduzione alla ristampa del libro di Norberto Bobbio Liberalismo e democrazia (Simonelli editore, pp. 153, e10): «quasi tutti confondono tali parole, e le danno rassegnatamente per sinonimi, sì che la confusione diventa la norma, la norma diventa inconsapevole, l'inconsapevolezza si diffonde per contagio, ed ecco che abbiamo quel che si dice un Luogo Comune».

Si è giunti, per molti aspetti, a una situazione paradossale. Dopo un secolo in cui hanno dominato le ideologie totali, chi aveva delle identità forti costruite sull'antitesi amico/nemico tende a rimuoverle o ad annacquarle; chi non ha mai avuto radici proprie va a cercarle in casa altrui, variamente distorcendole. La riduzione dei principi liberali e democratici a nozioni elastiche, buone a tutti gli usi, si deve a disparate convenienze politiche, maturate perlopiù nell'ultimo decennio. Ma a questo maquillage ideologico contribuisce anche la scarsa consapevolezza generale che il liberalismo e la democrazia provengono da famiglie distinte, diversamente orientate al loro interno sin dalle origini e solo parzialmente convergenti nel corso del Novecento.

Chiariamo questo problema cruciale. Il liberalismo politico è una teoria moderna nata dalla confluenza tra due correnti di pensiero: un filone inglese inaugurato da Locke, empirico e moderato, e un filone continentale legato all'illuminismo francese, razionalista sul piano filosofico e radicale a livello politico. Nell'Ottocento, questi due diversi orientamenti si trovano fusi nel pensiero di John Stuart Mill, sostenitore fervido di una «eguale libertà di sviluppo per tutti». Ma una corrente moderata e una avanzata del liberalismo europeo sono facilmente percepibili fino ai giorni nostri.

Oggi come ieri, per liberalismo si intende quella concezione della politica che introduce la limitazione del potere e delle funzioni dello Stato attraverso lo strumento della legalità costituzionale. L'opposto dello Stato liberale è dunque lo Stato assoluto, in qualunque forma si presenti. Per un verso, il liberalismo traccia un confine netto tra sfera pubblica e sfera privata per salvaguardare le libertà fondamentali degli individui; per un altro, esige che sia applicato in termini rigorosi il principio della divisione dei poteri, cosicché «il potere limiti il potere». Sono queste le parole illuminanti di Montesquieu, convinto che l'istinto di dominio sia quella «malattia eterna \ di cui ogni uomo che ha potere è portato ad abusare finché non incontra dei limiti» (Lo spirito delle leggi, XI, 4).

La difesa appassionata dell'indipendenza individuale, riproposta nell'Ottocento anche da Constant, ha una validità permanente. Il potere politico, infatti, se non è limitato per legge e sottoposto a controlli pubblici, tende per sua natura a espandersi, e in taluni casi a fondersi pericolosamente con altre forme di potere, come l'esperienza prima del fascismo, poi dell'ultimo decennio ha insegnato anche al nostro paese. È singolare che leader politici che fanno martellante professione di liberalismo non rinuncino motu proprio alla concentrazione dei poteri pubblici e privati. Essa infatti genera rapporti neo-patrimoniali con lo Stato, tipici dei regimi assoluti. Ma su questo problema converrà tornare in un altro momento.

Passiamo ora al termine democrazia. Con esso si allude a quella forma di governo in cui il potere è gestito dai più, siano essi il popolo dei liberi, come nell'antichità, o la maggioranza dei cittadini attraverso i loro rappresentanti, come negli Stati democratici moderni. Se l'opposto dello Stato liberale è lo Stato assoluto, l'opposto dello Stato democratico è l'autocrazia, tanto nella forma monarchica quanto in quella oligarchica. In altre parole: il liberalismo porta l'attenzione sui limiti strutturali che deve avere il potere statale; la democrazia privilegia i soggetti che devono esercitarlo. Governo limitato in un caso, governo dal basso nell'altro.

Se liberalismo e democrazia sono nati come dottrine tendenzialmente in conflitto, la pratica politica dei paesi più avanzati ha reso possibile tra Ottocento e Novecento la formazione di Stati liberaldemocratici, prima mediante l'allargamento del suffragio ristretto, poi con il suffragio universale maschile e femminile, sotto l'impulso costante dell'associazionismo politico. Il rapporto tra liberalismo e democrazia si è poi consolidato anche per altre vie. Una democrazia rappresentativa a suffragio universale esige infatti precise regole del gioco a salvaguardia della libera partecipazione dei cittadini: la tutela delle libertà personali e della libertà di pensiero; l'esistenza di una pluralità di partiti che competano in piena autonomia per le alternanze di governo; decisioni collettive assunte in base al principio di maggioranza; rigorosa salvaguardia dei diritti delle minoranze.

Un altro problema va ora chiarito. La nascita e lo sviluppo del movimento socialista hanno posto (e continuano a porre) all'intera famiglia liberaldemocratica la «questione sociale». La storia dei diritti dell'uomo ha vissuto una svolta decisiva quando si è passati dalla richiesta dei diritti civili e politici (i diritti della «prima generazione») a quella dei diritti sociali (i diritti della «seconda generazione»). Dal principio di universalità, sancito nel 1789 («Tutti gli uomini nascono e rimangono eguali e liberi nei diritti»), al principio di differenza, che privilegia la persona storicamente determinata. Nel caso delle differenze di età, salute, potere economico, cultura, sesso, è la specificità delle singole persone, e non tanto la comune appartenenza al genere umano, che deve essere riconosciuta e tutelata.

Mentre la battaglia per l'universalizzazione dei diritti civili è stata intrapresa dall'intera famiglia liberale, solo l'ala radicale del liberalismo, il movimento democratico e quello socialista si sono prima battuti per l'universalizzazione dei diritti politici e poi per l'acquisizione dei diritti sociali. Ciò che ha diviso (e continua a dividere) la famiglia liberale non è l'idea che gli uomini debbano essere eguali nel diritto alla libertà, bensì il giudizio su quali beni primari debbano essere inclusi nella nozione di libertà e quali no.

Anche nel Novecento, per un filone conservatore del liberalismo - esemplarmente rappresentato da Mises e da Hayek, da Nozick e da Milton Friedman - una società che si autoregola sulla base della proprietà privata e del contratto deve rispettare i principi della giustizia commutativa (in primo luogo lo scambio alla pari tra prestazione e controprestazione), ma non quelli della giustizia distributiva (ovvero la perequazione permanente dei beni da parte dell'autorità pubblica), perché ciò livellerebbe illegittimamente capaci e incapaci.

Altri teorici del liberalismo invece, come Rawls e Dworkin, Walzer e Sen, più sensibili alla tradizione solidaristica del movimento democratico, sostengono che la politica non è riducibile alla lotta per acquisire vantaggi economici. Essa deve creare anche le condizioni oggettive di una partecipazione libera e consapevole dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, attraverso il riconoscimento e la soddisfazione dei diritti sociali (a partire dal diritto all'istruzione, al lavoro e alla salute).

Se ora torniamo al problema sollevato all'inizio, possiamo trarre la seguente conclusione. Soltanto la piena consapevolezza delle diverse opzioni presenti all'interno della famiglia liberaldemocratica è funzionale a una democrazia «di indirizzo» (come l'ha definita Leopoldo Elia), che antepone la scelta ragionata di un programma di governo a quella del leader che è chiamato a realizzarlo.

La generica adesione a non meglio precisati valori liberaldemocratici favorisce invece una democrazia «di investitura», che privilegia la scelta del capo rispetto a quella di un coerente progetto politico. La democrazia di indirizzo presuppone e sollecita soggetti individuali e collettivi informati e partecipi (una comunità di cittadini organizzati). La democrazia di investitura sorregge e incentiva i «partiti personali» e l'apatia politica dei più. Se non sono precisati i valori che la ispirano e le priorità programmatiche che ne derivano, la politica, da chiunque gestita, si riduce a pura competizione per il potere





















Corriere della Sera, 31.01.066
Percezione
Perché i cinque sensi non ci bastano più
Ne sono stati accertati almeno 21. Ma per alcuni sono oltre 30.
Oggi si va scoprendo una complessa rete sensoriale, per lo più inconsapevole


Hanno avuto successo a Berlino, a Parigi, a Londra, a New York e da qualche mese sono approdate anche a Milano. Sono le «Cene al buio» (Dinner in the dark, per dirla con gli americani), studiate per far riscoprire sensi sopiti. Ad occhi bendati si «annusa» un piatto, lo si tocca, si cerca di identificare gli ingredienti. E si fanno belle scoperte, a quanto sembra. Ma se il gradimento per questa iniziativa dimostra che non usiamo al meglio i cinque sensi canonici (gusto, olfatto, vista, tatto e udito), la ricerca nel campo del sensoriale, passando dal macroscopico al microscopico, potrebbe approdare ad esperimenti e conclusioni ben più arditi. Ne è convinto Bruce Durie, scrittore e giornalista scientifico scozzese, presidente dell’Edimburgh Science Festival, che lancia una provocazione: senso è tutto quello che fa riferimento a un’informazione sensoriale specifica che arriva al cervello, indipendentemente dalla nostra consapevolezza dell’evento. In questa chiave diventa senso anche la percezione, ad esempio, di avere lo stomaco pieno. Ma andiamo per gradi.

L’informazione sensoriale viene captata da minuscoli «sensori», i recettori, presenti negli occhi, nelle orecchie, sulla lingua, sulla pelle, ma anche negli organi interni, nelle arterie, nei muscoli, nelle articolazioni. Recettori dei quali si conosce sempre di più, scoprendone funzioni altamente specializzate. Nell’occhio, ad esempio, questi si dividono in coni e bastoncelli che captano tre colori diversi, sulla lingua sono piccoli bottoni gustativi che distinguono l’acido, l’amaro, il dolce, il salato. Da poco si è scoperto che ce n’è uno specifico per il glutammato, l’umami, identificato per la prima volta, non a caso, nei giapponesi. Si può continuare a dire che la vista è una sola e non lasomma di quattro sensi diversi (luce, colore rosso, verde e blu) e il gusto graniticamente uno?

In questa chiave analitica, recettoriale, se andiamo avanti, di sensi ne contiamo parecchi: ventuno, accettati dalla maggior parte dei ricercatori in questo settore, forse di più. C’è chi dice oltre trenta. «I sensi sono basati su informazioni sensoriali numerose quanto i recettori che le trasportano, ma per promuoverle a "sensi" ci vuole la dimostrazione che arrivino alla corteccia e vengano elaborate, identificate come t a l i — commenta Gianpiero Zucca, professore di fisiologia generale dell’Università di Pavia, ricercatore sui recettori sensoriali —. Questa prova ancora non c’è. D’altro canto non possiamo nemmeno escludere un’ipotesi del genere. Esistono nell’uomo sensi ancora inesplorati, la sensibilità al campo elettrico o al campo magnetico, ad esempio. D’altro canto è ben noto che certe persone avvertono i terremoti in arrivo: analogamente agli animali ne sentono l’imminenza. Perché? Si pensa che sia in gioco un’estrema sensibilità alle vibrazioni, capace di percepire il fenomeno sismico ai suoi albori. Altro esempio sono i gemelli monovulari, capaci anche a distanza di sentire se all’altro sta succedendo qualcosa. E perché ancora, il dolore dell’infarto e solo quello, si accompagna alla sensazione di morte imminente? Non lo sappiamo.

In realtà il mondo sensoriale dell’uomo non ci è ancora noto quanto sarebbe necessario. Così come sarebbe importante rianalizzare le nostre convinzioni sulle informazioni della posizione del corpo nello spazio, fornite dai recettori presenti nei muscoli e nelle articolazioni. Non ne abbiamo coscienza, però arrivano senza dubbio alla corteccia cerebrale. Lo dimostra il fatto che, anche chiudendo gli occhi, siamo consapevoli della posizione del braccio, se è sul bracciolo di una poltrona, lungo il corpo o sollevato ». Ma Bruce Durie va ben oltre, ipotizzando che i recettori presenti nelle arterie e nelle vene siano veri e propri sensi perché vengono elaborati dalle corteccia cerebrale in quella che i medici chiamano omeostasi, equilibrio metabolico dell’organismo, ovvero la percezione di benessere e di stare in buona salute. Questi recettori sono tanti, sparsi all’interno di tutti gli organi e ormai ben conosciuti: percepiscono la pressione del sangue dentro i vasi, il contenuto di ossigeno del sangue, la differenza del livello degli zuccheri fra il sangue venoso e quello arterioso,ma anche il grado di riempimento dello stomaco e della vescica, quanta aria è presente nei polmoni. Gli studi sul mondo animale quanto ci possono essere d’aiuto in questa ricerca? «Per capire il sistema sensoriale dell’uomo abbiamolavorato soprattutto sulla rana.Manon dimentichiamo che gli animali sono dotati di sensi che non esistono nell’uomo — risponde Zucca —. La sensibilità agli ultrasuoni che i pipistrelli utilizzano come sistema di navigazione, ad esempio. Noi umani non abbiamo sensibilità a quelle frequenze.

I serpenti vedono l’infrarosso che in loro, animali a sangue freddo, identifica la preda. Gli insetti, vedendo l’ultravioletto e la luce polarizzata, riescono ad orientarsi nella ricerca del cibo. È evidente che siamo di fronte ad un percorso evolutivo completamente diverso che ha condizionato pesantemente le capacità sensoriali: gli animali hanno nel tempo ipertrofizzato quei sensi che erano più utili alla sopravvivenza e al controllo del territorio. L’uomo, al contrario, non ha guadagnato nei millenni il privilegio di un senso particolarmente spiccato; in compenso, ha sviluppato un cervello enormemente complesso. «Forse il problema è proprio qui—conclude il fisiologo— . Gli scienziati oggi sono assolutamente convinti che il "sesto senso" dell’uomo sia la corteccia cerebrale e sottovalutano l’importanza di ulteriori studi in campo sensoriale. L’enorme successo delle neuroscienze e gli investimenti di risorse in questo tipo di studi ne sono la prova più evidente ». Che sia arrivato il momento di studiare i pranoterapeuti? Chissà!
Franca Porcini





















La Stampa, 01.02.06
E’ un jogging interiore che fa restare sani
CERVELLO, CUORE, POLMONI E SISTEMA IMMUNITARIO SI TRASFORMANO. «E L’ORGANISMO SI RAFFORZA»


PARTE dal cervello, passa per la bocca ma arriva fino a cuore, polmoni e oltre. Una risata coinvolge l’intero organismo, tanto che la medicina prende in considerazione sempre più seriamente il suo valore terapeutico. Secondo il pioniere degli studi sugli effetti della risata, lo statunitense William Fry, psichiatra a Stanford, ridere è un «jogging interiore»: 100 risate al giorno avrebbero lo stesso effetto di 10 minuti al vogatore. Perché ridere mette in movimento apparato respiratorio, sistema cardiovascolare, muscolatura di tutto il corpo. Ma che cos'è una risata? E’ una reazione nervosa che può essere scatenata da molte cause, accomunate da un senso di sorpresa di fronte all'interpretazione di un evento. Studi di «imaging cerebrale» (l’osservazione dell'attività del cervello con la risonanza magnetica e l'elettroencefalogramma) hanno mostrato che nei momenti che precedono il riso, per esempio durante l'ascolto di una barzelletta, alcune aree del cervello diventano particolarmente attive in sequenza, da quelle coinvolte nella comprensione del linguaggio a quelle emotive, fino a un picco di attività (il momento in cui si capisce la barzelletta) a cui fa seguito la risata. Che, dal punto di vista fisiologico, è una espirazione spasmodica, con la glottide aperta e la vibrazione delle corde vocali. In quei momenti aumentiamo la quantità d'aria scambiata tra i polmoni e l'esterno, liberandoci di quell'aria residua, ricca di anidride carbonica, che la normale espirazione non elimina. Così si aiuta a prevenire le infezioni e migliora l'ossigenazione del sangue. Inoltre, il battito cardiaco accelera e la pressione sanguigna sale, favorendo il ritorno al cuore del sangue venoso e la pulizia dei vasi sanguigni. E’ un dato confermato sulla rivista «Heart» da Michael Miller dell'Università del Maryland, che ha mostrato a due gruppi di persone sequenze di un film comico («Tutti pazzi per Mary») e di uno drammatico («Salvate il soldato Ryan»): nel primo gruppo il flusso sanguigno nei vasi aumentava del 50%. Quanto ai muscoli, per ridere se ne mettono in moto una sessantina, da quelli facciali e quelli delle spalle, del diaframma e dell'addome. E se quelli coinvolti nella risata si contraggono, il resto della muscolatura si rilassa, alleviando le tensioni. Anche il sistema endocrino (quello formato dalle ghiandole che secernono ormoni) viene coinvolto. Diversi studi suggeriscono che ridere riduca i livelli di cortisolo, epinefrine, dopac e ormone della crescita, i cosiddetti «ormoni dello stress», che restringono i vasi sanguigni e ostacolano l'attività del sistema immunitario. È poi un’ipotesi condivisa che venga stimolato il rilascio di endorfine (gli analgesici naturali), aumentando la resistenza al dolore. Ridere, infine, sembra dare una mano al sistema immunitario: Kathleen Dillon del Western New England College, Massachusetts, ha dimostrato che nella saliva di soggetti che guardano un film comico aumenta la concentrazione di immunoglobuline A. Queste molecole sono la prima difesa contro gli agenti infettivi che entrano dai canali respiratori. Studi della Loma Linda University, California, hanno anche documentato che ridere aumenta i linfociti T e le cellule «natural killer» presenti nel sangue, tutti elementi fondamentali della risposta immunitaria. Il messaggio è chiaro: ridere è una medicina, per di più senza controindicazioni.
Nicola Nosengo









La Stampa, 01.02.06
PSICOLOGIA, MATEMATICA E MEDICINA
La femmina umana si conquista ridendo


LE donne apprezzano gli uomini spiritosi e gli uomini apprezzano le donne che ridono alle loro battute. Se l'amore è cieco, il senso dell'umorismo ha invece il pregio di attirare l'attenzione e di preparare il terreno all'innamoramento e ai rapporti intimi. A questa duplice conclusione sono giunti due studi americani pubblicati su «Nature»: uno svolto nell’università dell'Ontario da Eric Bressler e Sigal Balshine e l'altro nell’università del New Mexico da Geoffrey Miller. Entrambi gli studi sono stati condotti con il metodo dell'intervista, a cui hanno risposto studenti e studentesse di college americani. Che dire di questi risultati? Che il senso dell'umorismo contribuisca a creare un clima di intimità favorevole alla formazione di un rapporto sentimentale o sessuale è un fatto senza dubbio condivisibile: le persone spiritose sanno cogliere il lato lieve della vita, sdrammatizzano, comunicano allegria e, quando vogliono conquistare qualcuno, il loro impegno nel rendersi simpatici aumenta ulteriormente. E' una delle strategie vincenti del corteggiamento e della vita in società. Il fatto invece che donne e uomini, pur valutando entrambi positivamente il senso dell'umorismo, si posizionino diversamente - l'uno prendendo l'iniziativa, l'altra mostrando di divertirsi e di apprezzare - indica che tra gli studenti nordamericani continuano a funzionare i vecchi cliché. In quel gioco delle parti che si crea durante il corteggiamento le donne continuano a lasciare il ruolo principale agli uomini: una strategia molto antica e molto nota alle donne che sanno come alimentare il narcisismo maschile. Ciò su cui invece si può avere qualche riserva è un'altra spiegazione, molto teorica e generale, fornita dai ricercatori. Secondo Bressler, Balshine e Miller, all'origine di questa sottile dinamica tra i due sessi, ci sarebbe quello che gli psicobiologi definiscono un «vantaggio evolutivo». Le donne resterebbero bene impressionate dall'umorismo degli uomini e gli uomini dalla capacità delle donne di apprezzare il loro humor, perché saper scherzare è indice di creatività e intelligenza: scegliere come proprio partner un uomo spiritoso e/o una donna che ha il senso del comico aumenterebbe le probabilità per entrambi di avere dei figli intelligenti e con maggiori possibilità di sopravvivenza. Ma per il momento si tratta di un’ipotesi, non certo di una prova. Uno dei meriti di questo studio è però anche quello di far nascere altri interrogativi. Superata la fase iniziale del corteggiamento, quali possono essere le evoluzioni successive? Quali i vantaggi e i potenziali svantaggi dell'umorismo sul lungo periodo? Su questo punto i ricercatori americani non si sono pronunciati, ma non è difficile immaginare degli scenari. I vantaggi sono lampanti. Una battuta spiritosa può capovolgere una situazione e riportare il buon umore. A volte nulla funziona meglio di un po' di umorismo, specialmente se proviene dall'interno della coppia piuttosto che dall'esterno. C'è dinamismo, creatività, allegria e la sensazione che molti problemi possono essere risolti. Ci sono però anche dei rischi potenziali. Il maggiore è forse quello di voler risolvere tutto con battute di spirito anche quando bisogna affrontare questioni che richiedono serietà e approfondimento. L'umorismo ad oltranza può anche essere un modo per creare una distanza tra i membri della coppia: in casi del genere la battuta spiritosa invece di facilitare la comunicazione e favorire l'intimità finisce per creare delle barriere. Un altro potenziale svantaggio si verifica quando un dei due usa l'umorismo come arma per colpire l'altro senza assumersi la responsabilità dell'attacco («era solo uno scherzo!») oppure per ridicolizzarlo. L'umorismo ha molte facce e sfumature. Dato il potere di seduzione che possiede, quando un uomo lo usa per far colpo su una donna questa dovrebbe domandarsi se è interessata a quell'uomo o no. Se la risposta è «no», dovrebbe cercare di non ridere troppo alle sue battute, perché questa reazione viene interpretata, dalla controparte, come un via libera per «avances» e profferte amorose.
Anna Oliverio Ferrarsi



La Stampa, 01.02.06
Dai numeri le formule dello humor


C’E’ una formula per lo humor? I matematici e i logici ne sono convinti: i rapporti tra numeri e umorismo sono più stretti di quanto si possa immaginare. La matematica, infatti, è gioco, risata, divertimento e usa le stesse operazioni e le stesse strutture dell'umorismo. E' quindi lo strumento più appropriato per tentarne una misura e una valutazione. Gabriele Lolli, logico dell'università di Torino, ha messo in evidenza queste affinità nel saggio «Il Riso di Talete - Matematica e Umorismo» e ha costruito un percorso che analizza le diverse situazioni del «riso matematico», partendo da quelle più semplici, vale a dire dalle risate provocate dai matematici imbranati, protagonisti di tante barzellette. Per esempio: Il figlio di un logico torna a casa e racconta che è arrivato a scuola un nuovo compagno, ma è difficile parlargli, perché non sa una parola di italiano. «Ah sì?», chiede il padre soprappensiero: «Quale?». Ma secondo i matematici il divertimento più grande proviene proprio dal loro lavoro, che considerano il più grande gioco mai inventato dall'uomo. Ed è sufficiente ripercorrere la storia della matematica per vedere lo stretto rapporto tra numeri e gioco: dalle filastrocche matematiche dell'Antico Egitto ai giochi di Archimede (lo «Stomachion»), dai giochi di Eulero fino a «Life», inventato da John Conway, uno dei più celebri matematici viventi.
I paradossi sono alla base dell’umorismo. Borges pensava che fossero la prova del carattere allucinatorio del mondo. «Quello che li accomuna - spiega Lolli - è l'aspetto divertente, perché si tratta di sorprese, e all'inaspettato, come alla paura, si reagisce con il riso». Per esempio: «Pietro è apostolo, gli apostoli sono 12, quindi Pietro è 12». Un paradosso che è già barzelletta. Nel saggio «Mathematics and Humor» John Allen Paulos arriva a presentare un modello matematico della barzelletta, partendo da alcune idee della «teoria delle catastrofi». Il modello è ben evidente nel caso di una storia ambigua, in cui sono presenti due diversi significati, e lo sviluppo può portare verso l'uno o più verso l'altro, finché non si arriva alla battuta cruciale, la «punch line», che provoca la «catastrofe» dello scambio delle interpretazioni. Nella barzelletta, come nella matematica, si parte da fenomeni all'apparenza confusi per trovare schemi e «armonie». Un esempio: Che differenza c'è tra il primo amore e una chitarra? Il primo amore non si scorda mai...
Federico Pei retti




















La Liberazione, 01.02.06
Lettera a Storace «Lascia decidere me e le donne come me»
Cara "Liberazione", ho scritto una lettera a Francesco Storace, ma non ho trovato un suo recapito sul web. Te ne inoltro una copia.


Caro Francesco Storace, sono una studentessa-lavoratrice di 28 anni. Non sono molto brava con le parole, vorrei solo raccontarti la mia storia, e quella di altre ragazze che mi camminano accanto in questo difficile e splendido percorso dell'essere donna. In casa mia non si è mai parlato di sesso, non almeno quando ne avevo il bisogno. Nell'età in cui ho iniziato a farmi domande e ad essere curiosa la mia famiglia non se ne è mai preoccupata. Ho dovuto fare tutto da sola, informarmi su quei giornaletti per adolescenti cercando di carpire qualche informazione in più. Non sapevo proprio a chi rivolgermi. Mi sono sentita così inadeguata in quel periodo delicato della mia vita! Dovrebbe essere questa la prevenzione di cui tu parli tanto, non prevenzione dell'aborto, ma informazione! Le giovani donne devono essere informate. Ad esempio, prendiamo in considerazione il coito interrotto. E' assurdo che sia ancora uno dei metodi più usati! Ha la percentuale di fallimento più elevata!
Ma dov'è l'informazione? E i consultori gestiti da volontari super partes? Le donne che decidono di interrompere una gravidanza indesiderata lo fanno comunque, con o senza la RU486. Perciò trovo sia una barbarie il fatto che vengano sottoposte ad un intervento chirurgico quando se ne potrebbe fare a meno, come se il dolore fosse una punizione per aver vissuto appieno un rapporto umano, intimamente legato alla realtà sessuale. E se la tua preoccupazione è un'eccessiva "leggerezza" nella considerazione della serietà della cosa, ti consolo io con le storie delle persone che mi vivono accanto: nessuna che io conosca delle mie più grandi amiche e compagne di viaggio ha mai affrontato la propria vita e la propria sessualità con leggerezza, e neanch'io. Quando si interrompe volontariamente una gravidanza si è già al passo successivo. E' il momento in cui succede quello che mai e poi mai avresti voluto.
Francesco, lascia decidere a me, e a milioni di altre donne come me, come camminare e chi portarci dietro, o meglio accanto. Solo noi possiamo saperlo.
Serena via e-mail











La Liberazione, 01.02.06
Approvata l'indagine conoscitiva sull'aborto.
Si astiene Moroni. Aria fritta per l'Unione, ma Volonté (Udc) rilancia: «La modificheremo nella prossima legislatura»
Il flop del ministro Storace: la 194 è una legge giusta
di Gemma Contin


Erano andati per suonarle, alle donne, rimettendo le zampe sulla legge 194. E invece, come i pifferi di montagna, sono stati suonati, il segretario dell'Udc Cesa il presidente della Camera Casini e il cardinal Ruini, una prima volta, il 14 gennaio, dalla possente manifestazione delle donne a Milano, e una seconda, ieri, dai risultati della «indagine conoscitiva sull'applicazione delle norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza».

Indagine, come si ricorderà, voluta, con gran battage mediatico e vociazzate inaudite, dalla Chiesa cattolica e dal centrodestra e sponsorizzata elettoralmente dal ministro della Salute Francesco Storace che adesso, per ritorsione, si accanisce contro la pillola Ru486.

Ieri a Montecitorio, nella sala del Mappamondo, la commissione voluta, anzi pretesa, dalle anime governative più obbedienti all'oscurantismo clericale sulle questioni che riguardano famiglia sessualità maternità e aborto, ha dovuto ammettere, per bocca della deputata berlusconiana Chiara Moroni (Nuovo Psi di Gianni De Michelis) che l'indagine conoscitiva era inutile e che i dati (raccolti in fretta e furia in tre settimane a fine legislatura, sperando di poterli utilizzare per un altro manifesto elettorale) hanno smentito l'intero impianto critico che le anime belle della Casa delle Libertà avevano cercato di "montare" sull'Ivg, l'interruzione volontaria della gravidanza già riscaricata come una colpa sulla schiena delle donne e sulla "cattiva" coscienza femminile, anzi femminista.

Scorno totale, per Casini Ruini Cesa e Storace, perché l'indagine - non ha potuto non dire il presidente della Commissione Affari sociali Giuseppe Palumbo - ha confermato nei numeri, nelle statistiche e nelle audizioni dei rappresentanti delle strutture sanitarie, dei consultori, degli ordini professionali e delle associazioni di volontariato, compreso quello parareligioso, l'impianto della 194, la correttezza della sua applicazione, la validità del supporto fornito dai consultori famigliari, l'alto livello professionale degli operatori sanitari e sociali.

Dunque nessun abuso. Semmai una ancora insufficiente capacità di far conoscere la legge, la sua applicazione, le strutture di assistenza e di sostegno a cui rivolgersi, alle immigrate e alle minorenni, verso le quali sarebbero necessari appositi programmi di informazione e di educazione alla prevenzione. E una carenza di servizi, dagli asili nido al tempo scolastico prolungato, e di iniziative a sostegno delle donne che vivono di lavoro instabile e in precarie condizioni di vita.

«La relazione dice che la legge 194 è giusta e che l'indagine è inutile», ha detto la deputata di Rifondazione comunista Tiziana Valpiana, anticipando che il centrosinistra non avrebbe neppure l'avrebbe neppure votata e stigmatizzando il comportamento del presidente della Commissione che, introiettando i comportamenti irrispettosi delle istituzioni del berlusconismo, ha consegnato il documento conclusivo ai giornalisti prima ancora che la Commissione ne avesse discusso i contenuti e lo avesse formalmente approvato.

«Come si è visto - afferma Valpiana - i problemi non si risolvono con crociate ideologiche ispirate dal cardinal Ruini, ma si affrontano con strumenti, sostegni, servizi e opportunità». Cosa fatta dal centrosinistra con le leggi sui consultori dove operano una pluralità di figure professionali e di voci, non tentando verso le donne strumentali prediche dissuasive ma assicurando loro il sostegno medico, psicologico e sociale necessario ad affrontare una difficile decisione; «senza spacciare l'apostolato cattolico, che dovrebbe essere gratuito, per volontariato privato da infilare nei consultori, per il quale tra l'altro si chiedono risorse pubbliche».

Furibonda la reazione dell'Udc che per bocca del capogruppo alla Camera Luca Volonté ha attaccato "la crociata anticlericale" della parlamentare del Prc, anticipando e minacciando che comunque il centrodestra rimetterà le mani sulla legge «nella prossima legislatura» per limitarne usi e abusi. Insomma, questi non ascoltano e non imparano niente neppure dalle indagini che conducono e dai documenti che votano in splendida solitudine.

Prima di lasciare la Commissione, anche l'ex ministra della Sanità Rosi Bindi, a nome della Margherita, ha parlato di «un'indagine in cui non ci riconosciamo, usata con cinismo dalla maggioranza come arma impropria a fine legislatura. Un inutile atto propagandistico». E di «inutilità e pretestuosità» ha parlato anche la deputata diessina Grazia Labate, che ha accusato la maggioranza, tra l'altro, di non aver fatto «neanche il minimo accenno alla riduzione delle misure già insufficienti nelle Finanziarie del centrodestra».

In conclusione tutte le parlamentari dell'Unione si sono rifiutate di votare il documento finale, approvato dalla sola maggioranza con l'astensione di Chiara Moroni, e hanno tenuto una conferenza stampa in cui si è detto che «si evince dallo stesso documento della maggioranza che le uniche leggi a sostegno della famiglia e della maternità sono state quelle fatte dal centrosinistra. Una pratica - ha detto alla fine l'ex ministra diessina Livia Turco - che riprenderemo ritornando al governo, per coprire il vuoto fatto dal Polo attorno alle donne e alle questioni che le riguardano».

















La Liberazione, 01.02.06
«La Chiesa non fa politica» ma ci prova
di Fulvio Fania


Il Papa: interveniamo «non in prima persona». La Cei insiste: famiglia e "vita" sono contenuti irrinunciabili per scegliere chi votare. Criticata la legge Far West
Città del Vaticano - La Chiesa non fa politica. E no, la fa, eccome. La giostra delle affermazioni che sembrano contraddirsi, spesso solo in apparenza ma non completamente, ha ripreso a girare, con una lettera del Papa a Famiglia cristiana e un documento del Consiglio permanente della Cei. Con l'aggiunta di un duro messaggio antiaborto dei vescovi, già presentato a novembre e rilanciato proprio ieri in vista della "Giornata per la vita".

Spiegando la sua recente enciclica ai lettori del settimanale paolino, Benedetto XVI scrive: «Di sua natura la Chiesa non fa politica in prima persona bensì rispetta l'autonomia dello Stato». E tuttavia - precisa il Papa - «la Chiesa partecipa appassionatamente alla battaglia per la giustizia». In un altro documento dedicato alla Quaresima Ratzinger sostiene che i «cristiani dovranno imparare a valutare i programmi di chi li governa».

Anche i vescovi italiani, ripetendo Ruini, fanno dichiarazioni di principio rassicuranti ma per entrare poi in campo politico. La Cei promette il «non coinvolgimento della Chiesa e quindi dei pastori e degli organismi ecclesiali rispetto agli schieramenti politici e ai partiti». Ci sono però «contenuti irrinunciabili» ai quali i cattolici dovranno prestare «una speciale attenzione» e, manco a dirlo, in prima fila figurano la famiglia fondata sul matrimonio e «la difesa della vita dal concepimento al termine naturale». Traduzione: no all'eutanasia e no all'aborto, che secondo il "messaggio per la vita" sarebbe una «soppressione diretta di vite innocenti» alla quale le donne ricorrerebbero nientemeno che «con leggerezza».

Nella sua relazione all'esecutivo dei vescovi, il cardinale Ruini si era aggrappato a Ratzinger: i valori sostenuti dalla Chiesa «non sono norme peculiari della morale cattolica ma verità elementari della comune umanità». Deve essergli sembrato ancora insufficiente. E così nel comunicato finale Cei, la pressione sui "contenuti irrinunciabili" è aumentata, chiamando a conforto anche Wojtyla il quale, dopo la fine della Dc, esortò i cattolici ad evitare la «diaspora culturale» e la «facile adesione a forze» in contrasto con la dottrina. Persona, rispetto della vita umana, famiglia, libertà scolastica (ovvero scuola privata), solidarietà, giustizia e pace erano i principi cardine ai quali elettori ed eletti cattolici dovevano ispirarsi. E tra questi - ci spiega il segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori - «famiglia e vita sono particolarmente interrogati dalla situazione di oggi». Ma che cosa vuol dire «speciale attenzione» prima di votare? I parroci consiglieranno i fedeli? «La persona - ci risponde il vescovo - dovrà tener conto del modo in cui questi contenuti sono difesi e promossi in ogni programma politico. Non sta alla Chiesa dire a quale dare sostegno». Un partito favorevole ai Pacs, non bisogna votarlo? Risposta: «Ci sono tantissime forme di riconoscimento giuridico e alcune non possono essere accettate in quanto violano il riconoscimento che spetta soltanto alla famiglia fondata sul matrimonio».

Il quaderno dei desideri episcopali è già scritto, almeno sulle questioni "etiche". «Ci pronunciamo adesso, prima che siano definiti i programmi degli schieramenti», rimarca Betori, volendo dimostrare che non esistono pregiudizi. La Cei vuole influire sui programmi delle coalizioni e contrariamente al solito non fa regali nemmeno a Ciampi. Sulla par condicio, infatti, il segretario Cei non si pronuncia: tocca alle istituzioni decidere come assicurare serenità al confronto politico.

Ma tra le cose che non piacciono alla Cei, per fortuna, c'è la legge del far-west delle armi. La libertà d'uccidere potrebbe «oscurare o relativizzare il valore della vita umana» o anche «indebolire l'impegno delle istituzioni per la tutela dei cittadini». I vescovi «auspicano» che non produca questi effetti e Betori osserva che la legittima difesa deve essere «proporzionata» al pericolo incombente. E si domanda: «La difesa dei beni è proporzionata alla vita»?

Poco gradite ai vescovi inoltre le «intercettazioni usate ancora una volta in forma di processi sommari diffondendo dati che andrebbero invece tutelati». Betori si riferisce a frate Fedele Bisceglia, accusato di violenza sessuale in un «contesto - afferma - di comportamenti moralmente deplorevoli». Ma il cappuccino di Cosenza non è l'unico ad aver letto le sue telefonate sui giornali. Per lui comunque l'inchiesta interna alla chiesa ci sarà, ma probabilmente soltanto dopo quella civile.















Liberazione, 01.02.06
Quale Marx per il XXI secolo? Nella discussione interviene lo studioso marxista Christopher Arthur, tra gli autori del volume collettivo "Sulle tracce di un fantasma". Propone di recuperare l'idea hegeliana di totalità
E se per sconfiggere il capitale avessimo bisogno di Hegel?
di Christopher J. Arthur


Come uno degli autori che hanno contribuito al volume Sulle tracce di un fantasma, curato da Marcello Musto, sono lieto che le questioni lì trattate abbiano dato vita a un dibattito sulle pagine di questo giornale. Il libro, in effetti, testimonia di un recente interesse al rapporto Hegel-Marx. Questa "Nuova Dialettica" è però molto diversa da due diversi modi di appropriarsi di Hegel da parte dei marxisti: il Diamat di Engels e Plekhanov, e lo storicismo di Luk‡cs.

A mio parere, la lezione più importante che Hegel fornisce alla teoria contemporanea è la necessità di una dialettica sistematica delle categorie nella ricostruzione della logica interna della società capitalistica. I critici post-moderni attaccano ogni tentativo di pensiero sistematico come totalitario, e ovviamente Hegel viene presentato come un autore la cui logica sarebbe esempio di un sistema di pensiero "chiuso", e secondo cui la storia inesorabilmente si muoverebbe verso un fine prestabilito. Come può dunque la filosofia della liberazione avere alcunché a che fare con Hegel? Per me la pertinenza di Hegel viene dal fatto che l'"Idea Assoluta" è l'eternizzazione della logica specifica del capitale. Il fondamento del sistema capitalistico è la realtà di quella astrazione nello scambio che è dovuta all'identificazione di merci eterogenee in quanto "valori". Questa "astrazione pratica" produce una realtà "rovesciata", nella quale le merci presentano la loro essenza astratta come valori, e i lavori concreti contano solo come diverse quantità di lavoro astratto.

Anche la logica di Hegel ha inizio con una astrazione da tutto ciò che è determinato, per lasciare solo "pensieri puri". Per questo può essere utilizzata nella teoria marxiana, in quanto il capitale ha origine da un processo di astrazione pratica, nello scambio, sostanzialmente analogo alla dissoluzione e ricostruzione della realtà di Hegel, predicata sulla base del potere di astrazione del pensiero. Quando abbiamo a che fare con la logica del capitale siamo di fronte proprio a una Idea hegeliana: ovvero, a una astrazione che si muove autonomamente, benché questa idealità emergente sia racchiusa dentro una materialità sociale. E' precisamente questa omologia con le forme della logica di Hegel che mostra il capitale quale realtà rovesciata, sistematicamente alienata dai suoi portatori. Visto che tale inversione implica una interpenetrazione tra ideale e materiale, la relazione capitalistica è una unità contraddittoria.

Tale contraddizione non è quella tra capitalista e lavoratore (questo in realtà è semplicemente un conflitto): la contraddizione interna nasce dalla circostanza che "capitale" e "lavoro" pretendono entrambi di costituire l'intero della relazione che li implica. Ciascuno dei due lati rappresenta l'altro come differenza dentro di sé. Il capitale pretende di assorbire il lavoro nella forma del capitale variabile, in quanto, attraverso il salario, ha preso possesso del lavoro. Dall'altro lato, il lavoro vivo pretende che il capitale sia nient'altro che lavoro morto poiché, in quanto sorgente del valore, il lavoro aliena la propria sostanza. Dunque, il capitalismo è caratterizzato da una contraddizione nell'essenza. Comunque, il Capitale è il momento principale della contraddizione perché, attraverso questo rapporto realizza se stesso. Il lavoro salariato, invece, si nega nel produrre plusvalore. Il capitale è accumulazione continua; il lavoro continuamente ritorna alla sua mancanza di proprietà.

Dunque: da una parte, in quanto Idea hegeliana, il capitale pone se stesso come totalità chiusa; dall'altra parte, il sistema è aperto nella misura in cui l'opposizione non risolta tra capitale e lavoro gli è propria. Se la principale contraddizione del capitale è tra capitale e lavoro, allora il "capitale" compare due volte, una volta come tutto e una volta come parte. Se il fondamento sociale delle azioni degli agenti è costituito da questa totalità relazionale, allora il lavoro salariato, nel momento in cui è costituito dal rapporto di capitale, vi è pure anche negato. Quindi, è dentro e contro di esso come un tutto, non semplicemente implicato in una lotta parziale contro posizioni capitalistiche parziali.

Una conseguenza dell'inversione tra astratto e concreto, caratteristica del capitale come "Idea" che si rende attuale, è che all'interno della forma-valore il lavoro viene riconosciuto socialmente solo come astrazione di se stesso. E' attraverso lo scambio che l'astrazione si comunica al lavoro, perché è la forma dello scambio che innanzi tutto stabilisce la sintesi sociale, prima che i lavori spesi possano esservi commensurati. Inoltre, l'astrazione è presente nella stessa produzione: il capitale tratta qui tutti i lavori come identici, dal momento che ha un pari interesse a sfruttarli indipendentemente dalle loro specificità concrete. Quando il capitale organizza il processo di produzione, il lavoro vivo occupato conta solo come trascorrere del tempo. Il lavoratore diventa la «carcassa del tempo», secondo l'espressione di Marx [dalla Miseria della filosofia, ndt].

E' però un errore identificare il lavoro socialmente astratto, ovvero la sostanza del valore, con il preteso carattere "astratto" del processo di lavoro contemporaneo nella sua forma fisica. Il capitale ha di fronte un insieme di lavori specifici, inclusi nella loro totalità in modo astratto, ma i membri dell'insieme non mancano di specificità; persino il movimento più semplice ha qualche qualità, non può essere astrazione in quanto tale. Ovviamente, è necessario per il capitale che la forza-lavoro sia flessibile quanto basta per essere una totalità vivente a disposizione del capitale. Ma questa universalità concreta del lavoro è sussunta sotto la totalità astratta del capitale.

I postmoderni contestano la validità della categoria di "totalità", implicando che Hegel e Marx avrebbero avuto torto nell'impiegarla: ma il punto è che entrambi riflettono - Hegel, non criticamente; Marx criticamente - la logica totalizzante del capitale che sussume sotto di sé ogni possibile contenuto.

Un'ultima conseguenza di questo modo di vedere il capitale è che gli stessi "molti capitali" esistono solo dentro un intero unitario. Preoccuparci esclusivamente di combattere manifestazioni particolari del capitale - siano essi la Ford, la Shell, o la McDonald's - rischia di non tener conto di questa verità. Inteso in senso proprio, il nemico è il "Capitale": perché il capitale è un potere sociale "totale", logicamente prioritario rispetto ai suoi momenti individuali. Dire: "la malattia è il nemico" sembra grammaticalmente simile a "il capitale è il nemico". Nella realtà, noi moriamo di malattie differenti, e dire "la malattia è il nemico" significa personificare un'astrazione. Non vi è nulla, in realtà, come "la malattia", con la M maiuscola. Vi è solo una successione di malattie specifiche. Ma il "Capitale", con la C maiuscola, esiste davvero. Dire "il capitale è il nemico" non è retorica.

traduzione a cura di Riccardo Bellofiore











Il Manifesto, 01.02.06
Prodi difende la pillola abortiva


«L'aborto è un fatto drammatico e gli strumenti devono alleviare il dramma che in quel momento si compie: l'introduzione della pillola abortiva non incide sull'aborto ma sulla tecnica sanitaria». Questo il commento del leader dell'Unione Romano Prodi alla decisione del ministro della salute Francesco Storace di limitare l'importazione di prodotti farmaceutici non registrati in Italia tra cui la Ru486. Per Prodi, oltre che guardare agli altri paesi europei e riflettere sulle loro scelte, è ora necessario dare la parola alla scienza. «E' evidente - ha affermato il presidente del gruppo Udc alla camera, Luca Volontè - che Prodi si sta vendendo mani e piedi alle forze più laiciste della sua coalizione e che il professore deve accontentare le ali più estreme del centrosinistra. In tutti i casi è bene che si sappia come la pensa sulla vita, sulla morte, sulla scienza». E quello dei centristi è un attacco compatto. «Proprio nel giorno in cui la Cei ricorda a tutti i politici i riferimenti a cui i cattolici debbono richiamarsi - afferma il senatore Udc Maurizio Ronconi - considerare, come fa Prodi, la pillola abortiva uno strumento della scienza per far abortire meglio e con meno rischi, significa abbracciare in pieno le tesi dei radicali più incalliti». Immediata la replica di Rosi Bindi, responsabile Politiche sociali della Margherita: «Solo la cattiva coscienza di chi nasconde, a se stesso e agli altri, la verità può far esprimere giudizi così grossolani come quelli di Mantovano e Volontè. La verità è che la legge 194, con le sue regole e le sue limitazioni, non è aggirata se invece dell'intervento chirurgico la donna assume, sotto controllo medico, un farmaco».



















Il Manifesto, 01.02.06
Un amore comune


Caro Parlato, ho letto la tua lettera a Ida Dominijanni dal titolo «Se torna l'amore» e debbo dire che trovo positivo che tu ti sia sentito chiamato in ballo, penso però obiettivamente che noi uomini possiamo e dobbiamo fare di più. Da tempo seguo la rubrica Politica o quasi, trovo quella rubrica un laboratorio fertilissimo che cerca di sviluppare un pensiero del presente che si sforza di reinventare la politica, per dare un senso al nostro agire quotidiano. Per fare questo non possiamo che onestamente guardare dentro di noi. Scrivi nella tua lettera, «tornare ad amare è giusto e vitale, ma si può tornare ad amare dimenticando l'amore per il quale sei stato in lutto?». Credo che rielaborare il lutto, ci modifica, ci cambia, ci fa essere migliori, ma anche l'oggetto del nostro amore, in questa operazione si è modificato, l'idea di comunismo che avevo nel `68 e che inizialmente ho perseguito, si è modificata profondamente. All'inizio il comunismo per me era garantito e favorito da una struttura statale, certo molto diversa da ciò che si era realizzato in Urss, più vicina alla forma che si era realizzata in Cina con Mao. Pensavo che la rivoluzione culturale in Cina avesse gettato le basi per un comunismo non imposto ma che cresceva dal basso, ma anche su questo mi sono dovuto ricredere. Ormai è già da un bel po' che il comunismo per me, perché non si riduca a «una vecchia lapide», non è solo ciò che rende il mondo più giusto, meno egoista, più umano, ma è qualcosa che deve trasformare innanzi tutto me e quelli con cui sono in relazione, uomini e donne, avendo consapevolezza delle differenze innanzitutto sessuali e giovarmi di queste differenze per trasformare la politica e il mondo. Trasformare la politica è indispensabile, la politica come ricerca e conquista del potere, anche quando il potere non è fine a se stesso, ma è perseguito per realizzare un mondo migliore, mostra ormai tutti i suoi limiti. Le donne del pensiero della differenza, Ida Dominijanni nell'articolo - «Se la sinistra si tornasse ad amare» - suggeriscono un altro approccio: «imparare ad amare di nuovo». Nella tua risposta mi sembra di leggere un leggero scetticismo «In tutti i modi ti ringrazio per il tuo invito ad amare», anche se credo che non sia sufficiente, eppure i tuoi appelli a sottoscrivere un abbonamento, a costruire la casa comune a permettere a questo nostro giornale di vivere e diffondersi che altro è se non una richiesta di amore, se non la richiesta di vivere insieme un amore comune?
Fernando Lelario

Caro Lelario, a 75 anni un po' di scetticismo è inevitabile, ma proprio questo scetticismo rende più radicati e forti il desiderio e la volontà di amore, di non essere freddi spettatori di quel che accade. E quando dico così non mi riferisco all'irrazionalista «ottimismo della volontà», (chiedo scusa alla memoria di Gramsci), bensì all'ottimismo della ragione che nasce dall'osservazione e dallo studio delle cose di questo mondo. Anche per questo ti ringrazio molto (anche da parte di Ida).
Ciao, a rileggerci.
valentino parlato













Il Manifesto, 31.01.06

Ministro in pillola
MICAELA BONGI


Premiato per la sua sconfitta alle elezioni regionali con la poltrona di ministro della salute, il nazional-alleato Francesco Storace porta avanti in ogni dove la sua missione per conto di Ruini. Ossessionato dalla pillola Ru486 e in generale dall'aborto, dopo aver pensato di sguinzagliare le milizie del movimento per la vita nei consultori, dopo aver sponsorizzato un'inchiesta sull'applicazione della 194, dopo aver tentato di bloccare la sperimentazione torinese della pillola abortiva, ecco che l'infaticabile Storace ne ha pensata un'altra: ha annunciato che oggi stesso modificherà il decreto ministeriale del 1997 che regola l'importazione in Italia dei farmaci non registrati. In Toscana grazie a quel decreto, ma anche a seguito di un'apposita delibera regionale e dei pareri positivi del consiglio sanitario e della commissione di bioetica, è possibile fare ricorso alla Ru486. E poiché a questo punto per Storace quella regione è diventata la «regina dell'incentivo all'aborto», ecco fatto, basta rendere più complicato l'arrivo dei farmaci dall'estero per ottenere due piccioni con una fava: uno schiaffo alla Toscana (evidentemente Storace è anche in missione per conto del premier che vuole «detoscanizzare l'Italia»), ma soprattutto uno alle donne. Se proprio - tanto per fare un dispetto a papa Ratzinger, a Camillo Ruini e a Marcello Pera - hanno deciso di interrompere la loro gravidanza, che almeno lo facciano chirurgicamente. Senza contare che lo schiaffo, da bravo titolare della sanità, Storace lo somministra a tutti i malati che dall'estero aspettano farmaci urgenti. Compenserà il disguido occupandosi della salute degli immigrati: visite mediche per chiunque arrivi in Italia, annuncia il ministro, assicurando che è solo per il bene degli stranieri. E allora non si capisce perché Roberto Calderoli si complimenti per la trovata.

Ma tant'è: quando la destra più becera si mette in testa una cosa - che sia vietare la Ru486 o gli spinelli, tutto finisce in un indistinto brodo pre elettorale - è inutile andare per il sottile e ogni scorciatoia è lecita: si può piegare a proprio piacimento il decreto sulle Olimpiadi per infilarci la legge sulle droghe ma anche provare un brivido nostalgico nel riproporre l'autarchia, almeno farmaceutica. Dimenticando che la pillola che si vuole bandire è riconosciuta dalla competente agenzia europea. Il prossimo passo potrebbe essere la richiesta di uscire dalla Ue. Nel frattempo Storace alza la voce accusando altre istituzioni di «aggirare le norme»: è quello che secondo il ministro sta facendo la Toscana.

E invece la destra le norme le cambia senza troppe timidezze. Si modifica oggi il decreto sui farmaci, con la speranza di cambiare in peggio, domani, la 194. Una speranza che, con l'aria che tira, non è necessariamente legata al risultato elettorale. Del resto la corsa a ingraziarsi le alte sfere vaticane è partita da tempo. E ultimamente non è stato Romano Prodi a dirsi «amareggiato» per la manifestazione sui Pacs?













Il Manifesto, 31.01.06

Storace scatenato
Il ministro della Salute annuncia di voler cambiare il decreto che autorizza l'importazione della pillola abortiva. E sugli immigrati avverte: «Li sottoporremo a visita medica»
LEO LANCARI


Attacca la Regione Toscana definendola «regina dell'incentivo all'aborto». Poi annuncia che oggi modificherà il decreto che consente di acquistare farmaci all'estero, in modo da rendere più difficile per le strutture sanitarie l'importazione della Ru486, la cosiddetta pillola abortiva. Infine se la prende anche con gli immigrati per i quali dice di voler istituire visite mediche per verificare le loro condizioni di salute al momento della richiesta del permesso di soggiorno. Per carità, «non per cacciare chi sta male, ma per curarlo» spiega mettendo le mani avanti, dal momento che «è ovvio che qualcuno strillerà, perché a sinistra non capiscono niente di queste cose». Non si trattiene Francesco Storace. Il ministro della Salute ha condotto ieri una personale e scatenata campagna elettorale utilizzando vecchi cavalli di battaglia come la lotta alla legge 194, ma cercando anche di stimolare, allo stesso tempo, le paure degli italiani agitando i peggiori e infondati luoghi comuni della destra sugli immigrati come portatori di malattie. Storace parla a Firenze, dove ieri si è svolta la Consulta nazionale della salute di Alleanza nazionale, ma è chiaro che quella che ha in testa è una platea ben più ampia. Le sue proposte, però, ricevono solo il consenso d'ufficio dell'Udc per quanto riguarda l'aborto, e del solito Calderoli sugli immigrati. Tante, invece, le critiche provenienti da medici, associazioni dei consumatori ed esponenti politici del centrosinistra.

Ru486. Quello di Storace è un attacco mirato. Diversamente da quanto accade a Torino, dove sulla pillola abortiva è in corso una sperimentazione all'ospedale Sant'Anna, in Toscana l'interruzione di gravidanza attraverso l'uso della Ru496 è ormai quasi una pratica consolidata. In particolare alla Asl di Pontedera, tra le prime a rivendicare il diritto a un metodo meno invasivo dell'intervento chirurgico grazie anche alla possibilità offerta dalle legge - un decreto del 1997 - di poter acquistare la pillola all'estero. Procedura vista come il fumo negli occhi dal ministro della Salute, che del resto non lo ha mai nascosto. Così, ieri, l'attacco a testa bassa: «Domani modificherò il decreto del `97 che regola l'acquisto all'estero di farmaci non registrati in Italia», annuncia. «Dal 1997 al 2004 - prosegue Storace - ci sono state in media 10.000 confezioni arrivate in Italia ogni anno, ma nemmeno una di Ru486. Tutto si è scatenato nel 2005. Per la Ru486 il 90% delle procedure è venuto dalla Toscana e, di queste, il 55% da uno stesso medico. La Toscana è la regina dell'incentivo all'aborto», è la conclusione.

Quello che Storace non dice è che il decreto che vorrebbe cambiare - e con esso le procedure messe in atto dalla regione Toscana - ha avuto di proprio di recente l'approvazione del Consiglio superiore della sanità, ma soprattutto che la sua ansia di ostacolare l'applicazione della 194 rischia di costare caro a pazienti in cura con farmaci salvavita che in Italia non sono in vendita. «Quella intrapresa dal ministro è una china pericolosa», commenta l'assessore alla sanità della Toscana, Enrico Rossi. «Ci accusa di incentivare gli aborti ma non è vero, e la prova è che da quando utilizziamo la Ru486 il numero degli aborti è diminuito». Ma a Storace Rossi critica anche un'altra cosa: «Vuole cambiare una legge dello Stato per seguire i suoi principi ideologici, e questo è grave».

Una decisione che «non ha basi scientifiche» anche per Silvio Viale, il ginecologo promotore della sperimentazione al Sant'Anna di Torino. «Non c'è alcun motivo per non utilizzare in Italia un farmaco registrato nei Paesi dell'Ue proprio perché approvato dalle rispettive agenzie farmacologiche e riconosciuto da quella europea», afferma il medico esponente della Rosa nel pugno. Per Francesco Fioroni (Margherita), a rischiare maggiormente sarebbero i malati di patologie particolarmente gravi: «Ci sono migliaia di pazienti affetti da cancro o da patologie degenerative - spiega - che aspettano dall'estero farmaci che possono salvargli la vita e che in questo modo rischieranno di non averli per tempo».

Visite agli immigrati. Una battuta il ministro della Salute l'ha riservata anche agli immigrati per i quali ipotizza apposite visite mediche: «Si tratterà di test specifici per le persone che arrivano in Italia con i permessi di soggiorno», ha spiegato. Un'idea che però piace solo al ministro leghista Roberto Calderoli. Critiche, invece, dal centrosinistra: «Il ministro si preoccupi di curare il razzismo e l'antisemitismo dilagante di certi ultrà, invece di agitare impropriamente temi di salute pubblica che non conosce», ha commentato Rosy Bindi (Margherita), mentre per Ali Baba Faye, responsabile immigrazione dei Ds, «le esternazioni del ministro evocano fantasmi che hanno prodotto pagine tristi nella storia del secolo scorso».












Il Manifesto, 31.01.06

«Nessun rischio dagli stranieri»
Secondo il medico degli immigrati i controlli sanitari non si possono imporre


Aldo Morrone, dell'ospedale San Gallicano di Roma: «Il vero problema per la salute è l'aumento della povertà, ma questo vale anche per gli italiani»
ELEONORA MARTINI
«Sicuramente l'immigrato non porta malattie e ormai su questo c'è un'ampia letteratura. E va detto chiaramente che il rischio di contagio non esiste». E' deciso il professor Aldo Morrone, responsabile del servizio di Medicina preventiva delle migrazioni dell'ospedale San Gallicano di Roma. Quest'anno il servizio compie 25 anni di attività.

Innanzitutto, si può imporre una visita medica a chi chiede di entrare in Italia?

No, non si può imporre a nessuno, nemmeno agli italiani. Noi dobbiamo far in modo di accogliere persone e facilitare, anche attraverso modelli culturali, il fatto che accettino di essere visitati . Negli Usa si era pensato di richiedere il test dell'Hiv alle persone in ingresso, ma poi ci hanno rinunciato perché la stessa Oms ha dimostrato l'inefficacia di questo tipo di intervento. Infatti, come anche l'Europa ha capito, la cosa importante è far accedere alle cure il maggior numero di malati possibile, per ridurre fortemente il rischio di diffusione della malattia. Questo è un grande vantaggio per tutti.

C'è una differenza tra le malattie degli immigrati e le nostre?

Visitiamo circa 200 persone al giorno e, in questi 25 anni di attività a contatto con gli immigrati, ci siamo resi conto che la differenza non sta tra immigrati e italiani, ma tra persone povere e meno povere, cioè garantite o no. Questa è la grande novità. Negli ultimi anni abbiamo notato che una larga fascia di popolazione in Italia si è impoverita ed è aumentato il bisogno di facilitare il loro ingresso al sistema sanitario nazionale. E' aumentato il numero di nuovi poveri, sia nelle famiglie monoreddito, che negli anziani e nei disoccupati, che spesso si rivolgono tardivamente al Ssn.

Che tipo di malattie riscontrate in media nelle persone provenienti dal sud del mondo?

Sono più o meno le stesse malattie che si osservano negli italiani. Faccio però due esempi di malattie con un tasso diverso: l'Hiv e la tubercolosi. Nel primo caso il motivo è che molte persone vengono in Italia, come nel resto d'Europa, attratte dall'idea di poter ricevere quelle cure che nei loro paesi non possono avere. E questa è una caratteristica europea che, per esempio, non viene offerta dagli Usa. La tubercolosi ha un'incidenza leggermente più alta, ma non a rischio contagio, dovuta alle cattive condizioni di salute spesso riscontrate da chi ne è affetto. Molte anemie, per esempio, dovute a una scarsa alimentazione, possono abbassare le difese immunitarie.

Malattie della pelle?

Certo, ce ne sono, ma con la stessa incidenza con cui vengono riscontrate tra gli italiani. L'unica differenza è che gli immigrati arrivano un po' in ritardo dal medico, come arrivano in ritardo, va detto, fasce di pensionati a reddito minimo che hanno difficoltà ad accedere comunque al Ssn. Gli immigrati mediamente usano male e in maniera tardiva il Ssn perché non si è investito molto nell'informare e, ovviamente, più precoce è la diagnosi, meno si rischia un aggravamento delle malattie.



Il Manifesto, 31.01.06

La videoarte ha perso Nam June Paik
Se ne va il grande giocoliere elettronico grazie al quale l'interazione tra immagini, suoni, luci e colori divenne un linguaggio artistico di primaria importanza sulla scena contemporanea
ELENA DEL DRAGO


Se si pensa a un nome al quale associare l'invenzione della videoarte viene immediatamente in mente Nam June Paik: è dopo il suo lavoro pionieristico attorno alle possibilità offerte dall'interazione tra l'immagine, il suono, le luci e i colori che il video comincia ad essere considerato un linguaggio artistico di primaria importanza. Nato a Seoul settantaquattro anni fa, Paik da lungo tempo era residente negli Stati Uniti, prima a New York, dove era diventato un referente indiscusso per tutte le sperimentazioni legate all'immagine, dunque a Miami dove è morto per cause naturali domenica sera, dopo un lungo periodo di sopravvenuta paralisi. La sua formazione, però, era stata europea: agli studi di estetica era seguita la tesi su Arnold Shönberg all'Università di Tokyo, poi la partenza per Monaco, Friburgo e quindi Darmstadt, città nelle quali si era recato per completare il suo percorso musicale. In Germania conobbe, tra gli altri, John Cage, Karlheinz Stockhausen e Joseph Beuys. Entrò prestissimo a fare parte delle innumerevoli, rivoluzionarie, performance di Fluxus, il movimento artistico nato in America nei primi anni della guerra fredda, che si era dato tra i suoi obiettivi quello di sottrarre importanza all'oggetto artistico per consegnarla invece alle situazioni, alla messa in scena di quello avrebbe dovuto essere uno spettacolo. Dal 1960 per Nam June Paik fu un continuo viaggiare tra New York e Berlino, Parigi e Londra, assecondando quella vocazione alla mobilità che solo la malattia lo forzò ad abbandonare. Nel 1963 aveva avviato il suo lavoro con i tubi catodici e nel giugno di quell'anno aveva presentato alla galleria Parnasse di Wuppertal un percorso espositivo fondamentale per il futuro sviluppo della videoarte. Exposition of Music/Electronic Television sperimentava, infatti, per la prima volta, la relazione tra l'immagine e il suono attraverso l'utilizzo del dispositivo elettronico della televisione: il tutto si presentava come un'installazione di tredici video-monitor, disposti casualmente, che riproducevano altrettante immagini distorte, riempiendo con le loro luci lo spazio e interagendo con gli spettatori. Nell'allestimento della coreografia che faceva da sfondo mobile alla performance erano presenti anche pianoforti rovesciati, diversi oggetti passibili di sonorità come pentole e chiavi, un manichino femminile disarticolato in una vasca da bagno e una testa di toro grondante sangue. Ma, più interessante ancora, è il fatto che Nam June Paik seppe portare la verifica delle potenzialità realizzabili nell'incrocio tra i vari mezzi espressivi fino a inventare nuovi strumenti: alla fine degli anni Settanta, infatti, mise a punto l'Abe-Paik Sinthetizer, mentre successivamente utilizzò le trasmissioni via satellite. Non meno fondamentale resta il suo video realizzato a New York nel 1965, l'anno del suo trasferimento, per il quale si servì, per la prima volta, di una telecamera portatile: Café à Gogo, 152 Bleeker Street, October 4 and 11, 1965 si concentrava su un momento del caotico traffico scatenato dalla visita di Paolo VI: il video venne riproposto - la sera stessa in cui il papa era arrivato in città - in un ritrovo del Greenwich Village: fu una sorta di evento artistico in diretta, che contribuì a creare un clima di grande libertà espressiva, potenziato dal fermento legato alla continua evoluzione tecnologica. La straordinaria genialità di Nam June Paik, indipendentemente dal media utilizzato di volta in volta, è dunque consistita nel creare forme-immagini che sapessero, nella loro tridimensionalità, offrire un'esperienza aperta allo spettatore, affatto condizionata da considerazioni meramente estetiche, linguistiche o da tentazioni virtuosistiche.

Nessun artista come Nam June Paik ha avuto, in definitiva, un'influenza altrettanto profonda sull'immaginazione e la realizzazione delle virtualità offerte dal linguaggio sperimentale del video; tuttavia il suo contributo maggiore riguarda il ruolo dell'artista nel suo complesso, che diventa più che mai agente in prima persona dell'incontro sempre auspicato tra poetiche e prospettive differenti. Un ruolo catalizzatore di energie e di progetti, incurante della distanza eventuale tra interessi e sensibilità eterogenee: un ruolo, insomma, troppo spesso dimenticato dalla grande maggioranza degli artisti, raramente capaci di abbandonare una prospettiva univoca ed esclusivamente concentrata sul proprio mezzo espressivo privilegiato. Grazie alla sua parabola artistica Nam June Paik è stato definito da Curti - in occasione di una mostra a Torino dove veniva chiamato Giocoliere elettronico - un «nomade capace di percorrere strade e storie, di leggere tra passato e presente, di trasformare e di trasformarsi, di unire ingegno tecnico e invenzione artistica. Uomo di conoscenza, sciamano, padrone del metodo scientifico, del sapere informatico e audiovisivo, viaggiatore ed esploratore di mondi. Medium egli stesso, dispositivo e ponte fra comunicazione e tecnica, tra agente e interlocutore».



















Citato al martedì:

Corriere della Sera, 26.01.06

Severino: ma alla fine il vincitore è il filosofo
«Il Papa ha colpito, ma il colpo gli torna indietro
Non si liquida un pensatore così in poche frasi»


Il Papa ha avuto buon fiuto: «Effettivamente Nietzsche è uno degli avversari più radicali e rigorosi del cristianesimo». Ma, alla fine, «Nietzsche ha avuto la meglio». Il discorso, dunque, non è chiuso. Il Papa ha colpito, ma il colpo gli torna indietro. Professore Emanuele Severino: il cristianeimo ha distrutto l' eros, come sostiene Nietzsche, o lo ha purificato, come scrive il Papa?
«Il problema dell' eros è iscritto nel più ampio richiamo di Nietzsche ad essere fedeli alla terra. E allora è inevitabile che lui, e prima ancora Leopardi, vedano nel cristianesimo un rifiuto della terra e una esaltazione di quell' aldilà che, dal loro punto di vista, è il nulla». Il riferimento a Nietzsche, nell' enciclica, ha un obiettivo chiaro: confutarlo dal punto di vista della speculazione, dimostrare che ha torto. «Non si può liquidare un pensatore così con poche frasi. Da tempo invito la Chiesa a fare seriamente i conti con il significato più profondo della filosofia del nostro tempo. Lo scontro non si decide dicendo che l' avversario nega il cristianesimo, anche se dal punto di vista massmediatico è un messaggio forte. Occorre invece saggiare la consistenza della sua critica. Per Nietzsche il cristianesimo è nichilismo perché annienta i valori della terra fra cui l' eros, l' erotismo, la carne, la bellezza, la potenza e attribuisce l' essere vero a quell' aldilà che in verità è niente». Deluso, professore, dell' enciclica papale? «Se cominciassimo a fare un discorso diverso dalla propaganda della fede, dovremmo dire che il Papa ha sì individuato l' avversario giusto, ma questo avversario ha tutti i titoli per mettere fuori combattimento la tradizione alla quale il cristianesimo appartiene». La citazione di Nietzsche porta il Papa ad altre conclusioni. «Ma il pensiero del nostro tempo prevale e ha diritto di prevalere.
Dopo avergli dato una mano, si tratta però di mettere in questione il terreno su cui si scontrano i due avversari: la tradizione, in cui primeggia il cristianesimo, e la contemporaneità che lo distrugge.
Nell' uno come nell' altro caso si pensa che le cose siano oggetto della volontà di potenza, di un dio o degli uomini. E' questa volontà a unirli. Certo: l' amore terreno separato dal divino è errore, violenza, depravazione. Ma Dio esiste? Se si sorvola su questa domanda, i conti tornano. Ma Nietzsche non sorvola. E i conti bisogna farli con Nietzsche (e non solo con lui)». Daniela Monti
Monti Daniela