A proposito della rivolta ungherese del '56 e della posizione degli ex Pci sull'invasione sovietica
Il pentimento tardivo dei comunisti
Solo con la Bolognina il cambiamento del Partito diventa credibile
di Giuseppe Campione
Un 33 giri, ormai gracchiante, sul vecchio stereo. Sergio Zavoli ed Enzo Biagi che raccontano i primi 20 anni della Repubblica. Da De Gasperi col trattato di pace all'esito del referendum, dall'attentato a Togliatti a Bartali al Tour, da Pio XII a Giovanni XXIII con l'apertura del concilio: tra questi e molti altri momenti, una voce alterata che scandisce un appello in una lingua per noi sconosciuta. I due giornalisti ci dicono essere quella di Imre Nagy, il leader ungherese, che alle 5.15 di domenica 4 novembre 1956 dice al mondo, dai microfoni della radio, che le truppe sovietiche hanno attaccato Budapest. La richiesta accorata di Nagy, il premier che poi sarà impiccato per alto tradimento in Romania, è perché l'Occidente faccia qualcosa. L'Occidente, diranno a commento Zavoli e Biagi, non risponderà perché è impegnato a Suez contro Nasser che ha nazionalizzato il canale.
In realtà la loro è una battuta a effetto sicuro ma alquanto semplificatrice. È la logica dell'equilibrio della guerra fredda che impedirà qualunque possibilità di intervento. Così sarà la tragedia ungherese che confermerà la sostanza dell'egemonia del comunismo sovietico sull'est europeo e brucerà le speranze in un comunismo diverso quale sarebbe potuto apparire dopo la denuncia dei crimini di Stalin fatta da Krusciov al XX congresso. Adesso c'è tutta una ridda di riletture su quegli anni da parte di esponenti del vecchio Pci per il bisogno di interpretare quella storia e di ricollocare le singole esperienze personali all'interno di quegli avvenimenti certamente sconvolgenti. Per ultimo il presidente Napolitano che con toni commossi ha voluto testimoniare i suoi errori senza scusa, e «senza un qualche espediente per spiegare il comportamento di 50 anni prima» riconoscendo invece la giusta visione delle cose da parte di Antonio Giolitti, del leader dei socialisti, a lungo compagno di viaggio, Pietro Nenni e di quanti allora erano al governo dell'Italia e ha reso in modo commosso omaggio ai caduti di quella repressione e alla tomba di Nagy a Budapest. E in verità che queste riflessioni di Napolitano vengono da lontano, ancor prima della sua sincera e impegnata autobiografia dell'anno scorso. Potremmo citare la Rossanda, quasi vincitrice con le sue memorie dello Strega, che ha parlato con sincerità di sottovalutazione di questi e di altri avvenimenti.
Poi Ingrao, allora direttore dell'Unità, che, nel suo «Volevo la luna», dice di aver vissuto «l'errore più grave» della sua vita. L'editoriale che scrisse in quell'occasione «condannava la rivolta ungherese e aveva un titolo roboante: "Da una parte della barricata a difesa del socialismo"». Comunque Ingrao ricorda che in quell'occasione, dopo il fatidico 4 novembre, provò sorpresa e sgomento. Togliatti invece gli «rispose asciuttamente: Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più...». Anche Macaluso ricorda quegli anni nel suo «50 anni nel Pci», parla di un partito dopo quei fatti assediato: e allora bisognava «fronteggiare l'attacco, presidiare sezioni e federazioni». Sembra un'analisi senza giudizi di valore, poi però aggiunge, quasi anticipando riflessioni che poi porterà più avanti, che quell'anno segnò uno spartiacque, «un punto di non ritorno per tutto il comunismo internazionale», e anche l'anno «delle prime significative rotture a sinistra. Macaluso poi aggiunge ancora che, anche se Mosca «era nello stesso tempo il centro di tutto il movimento e il luogo che esprimeva l'identità stessa del partito», questo non vuol dire che i «dirigenti dell'epoca fossero fatti con uno stampino moscovita», c'erano invece personalità con culture e sensibilità diverse, e Togliatti però non era, «come qualcuno pensa il padrone assoluto»(?).
Più avanti però, riferendosi a un grande intellettuale come Emilio Sereni, di cui ricordiamo il citatissimo «Storia del paesaggio agrario in Italia», ce lo descrive sì come personaggio drammatico, ma che «non ammise mai di credere: non nel '56, quando l'Ungheria fu invasa e l'obbedienza significò allontanamenti e censure» e nemmeno in altre situazioni drammatiche come quelle del Medio Oriente e soprattutto di Praga nel '68. Certo direbbe Bobbio il pentimento non produce effetti significativi e neanche le domande di perdono. Una volta riferendosi alle ammissioni di errore di antisemiti, magari indiretti, disse che queste non cambiavano nulla nella sostanza: Anna Frank era morta ad Auschiwtz e niente avrebbe potuto farla tornare in vita. Il punto era di interrogarsi sul perché degli errori. Il dibattito del '56, dopo il XX congresso e la tragedia ungherese, si chiedeva se gli orrori denunciati o le violente repressioni potevano trovare appigli giustificativi, se erano incidenti di percorso, anche se gravissimi, della vicenda comunista o se invece, come sembrava più verosimile, erano errori ascrivibili ontologicamente al comunismo. Qualcosa di connaturato a storici modi di essere, intrisi di una filosofia in debito di umanità.
Se il tema era questo dobbiamo dire che non è possibile far fare alla storia accelerazioni improvvise o addirittura salti, come sembra fare, profeticamente, Macaluso, proponendoci, sin dal '56, anticipazioni di cambiamento, con relativi album di famiglia di antichi improbabili rinnovatori. Spartiacque l'Ungheria, dice Macaluso. Ma di quale storia? Non certamente del Pci, e nemmeno della sua area di riferimento e di consenso, che restò compatta o addirittura in crescita, con qualche dubbio è vero, ma asserragliata a difesa dei valori della rivoluzione. Si dovette aspettare invece 20 anni, la metà degli anni Settanta, coronata da nuovi rilevanti successi elettorali, per ottenere le ammissioni di Berlinguer sull'esaurirsi della carica propulsiva della rivoluzione di ottobre e sull'insufficienza del modo di realizzarsi del socialismo reale, o quelle, più nette ancora, di Amendola e Napolitano.
E comunque dobbiamo ricordare che, pur dando atto a Berlinguer dello strappo, e della proposta eurocomunista, che attualizzava in qualche modo il prudente policentrismo togliattiano, non possiamo non fare riferimento alla sua concezione di una moralità superiore nei Paesi dell'Est: era questo che poneva a fondamento della cosiddetta diversità comunista. Perché diversi i comunisti? Non certo per il burocraticismo corrotto e poliziesco delle nomenclature sovietiche. E allora per un particolare modo di pensare alla libertà e alla democrazia? Da quali basi, da quali teorizzazioni ed esperienze concrete ricavava il succo di queste considerazioni? Il Pci, con Berlinguer, resterà in mezzo al guado, incapace di continuare ad assecondare persino un disegno di collaborazione per il superamento della crisi democratica del Paese. L'incarognirsi della situazione italiana fino al Craxi, Andreotti, Forlani (il cosiddetto Caf) dipese sì dalla tragica vicenda di Moro, ma subito dopo dalla fuga della responsabilità comunista. (Se fossimo in vena di possibili analogie dovremmo per un momento andare fuori tema e ricordare che dopo i delitti Falcone e Borsellino, in Sicilia, dopo una qualche generosa collaborazione per uscire dal tunnel riscrivendo le regole, nei post-comunisti prevalse la fuga dalle responsabilità). Quindi è evidente che il solo approccio di ripensamento e di cambiamento reale è quello che si verifica dopo il crollo e/o l'implosione sovietica. Il Pci non sarà più il Pci. Alla Bolognina, Occhetto metterà in scena la «cosa» che poi diventerà il partito dei democratici di sinistra. La Bolognina, come l'Apocalisse, fa «nuove tutte le cose»: freudianamente, come tutte le rivoluzioni, non può non mangiarsi il padre e così culminò nell'accantonamento di Occhetto. Colpevole di aver cambiato tutto? Ma si sa: le rivoluzioni non odorano di gelsomino.
Repubblica 8.10.06
Niente paradiso senza battesimo la Chiesa rinvia l’addio al limbo
Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi, però che gente di molto valore conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi
ROMA - Al limbo nella Chiesa non ci crede più nessuno, ma chi si aspettava che il Papa lo abolisse formalmente è rimasto deluso. Dopo le voci dei giorni scorsi Benedetto XVI non ha fatto parola dell´argomento nell´udienza alla Commissione teologica internazionale, e così bisognerà attendere che sia proprio la commissione a varare un documento, che verosimilmente non verrà stilato prima del 2008. Soltanto allora, con la firma del papa, la Chiesa cancellerà ufficialmente dalla propria dottrina, quell´idea ben radicata e cara ai poeti che esista un luogo, il limbo, dove vanno a finire le anime dei bambini morti senza battesimo.
In realtà la Commissione teologica internazionale che si è riunita a Roma dal 2 al 6 ottobre ha sancito che l´idea del limbo «non è essenziale nè necessaria», anzi «può essere abbandonata senza problemi di fede». Gli esperti hanno spiegato di non voler «rompere la grande tradizione di fede», ma solo «eliminare l´uso di immagini e metafore che non tengono adeguato conto della ricchezza del messaggio di speranza portatoci da Gesù Cristo». Ieri sono stati ricevuti da papa Ratzinger, già da cardinale favorevole all´abolizione del limbo, ma il Papa non ha affrontato l´argomento. Questo vuol dire che cancellare il concetto delle anime vaganti senza battesimo bisognerà aspettare un nuovo documento della Commissione.
Il concetto di limbo non ha mai avuto una definizione magisteriale da parte della Chiesa, anche se nel catechismo di San Pio X si affermava che «i bambini morti senza battesimo vanno al limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono, perché avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l´inferno o il purgatorio». Il catechismo del 1992 invece afferma, al numero 1261, che «quanto ai bambini morti senza battesimo la Chiesa non può che affidarli di Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvati, e la tenerezza di Gesù verso i bambini... ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza battesimo». Nel 1984 l´allora cardinale Ratzinger, nel libro «Rapporto sulla fede» scritto con Vittorio Messori, affermava che «il limbo non è mai stato una verità definita di fede, ma solo un´ipotesi teologica». La via che porterà alla abolizione del limbo è stata chiarita da monsignor Bruno Forte: «Il Peccato originale è una realtà che segna la fragilità della condizione umana ed il battesimo è necessario per rimuoverlo» Ma, nel caso di un bambino che non è stato battezzato, senza alcuna sua colpa, «il potere salvifico di Cristo deve prevalere sul potere del peccato».
il manifesto 7.10.06
Eutanasia. L'ultima cura, la legge olandese della scelta
Un incontro a Roma con Jahannes van Delden, docente di etica medica all'università di Utrecht
di Franco Voltaggio
Da quando nel 1648 ottenne l'indipendenza dalla corona spagnola, l'Olanda si è presentata come il primo Stato d'Europa in cui fossero tutelati i diritti umani fondamentali. Fedele a questa tradizione, l'Olanda ha fatto proprio il diritto alla salute e alla cura sancito dalla Dichiarazione di San Francisco del 1945. Certamente non è stato il solo paese della comunità internazionale a farlo, ma, almeno sinora, è stato l'unico a trarne tutte le conseguenze. Ne è prova, a nostro parere, la «Legge di controllo dell'interruzione della vita su richiesta e suicidio \ assistito» del 1 aprile 2002. Il consenso all'eutanasia accoglie infatti il principio secondo cui il malato ha diritto di essere curato sino in fondo il che, nel caso di una malattia terminale, implica la libera scelta, da parte del malato, fra tre possibili opzioni: sottoporsi a terapie e interventi magari invasivi allo scopo di prolungare l'esistenza il più possibile, anche a dispetto di incredibili sofferenze; chiedere e ottenere cure palliative che leniscano il dolore; infine, a fronte di una combinazione devastante di pene e di un degrado estremo della qualità della vita, chiedere e ottenere di essere aiutato a morire con dignità. L'eutanasia propriamente detta (morte causata da un farmaco somministrato con l'esplicita intenzione di affrettare il decesso su richiesta, altrettanto esplicita, del paziente) e il suicidio medicalmente assistito (morte causata dall'assunzione volontaria di un farmaco adottato su prescrizione medica) sono, a ben vedere, espressione di un approccio terapeutico che riguarda la cura, ogni cura in generale, anche quella adottate nelle patologie non infauste, come liberazione dal male, un affrancamento non meno sacrosanto che intensamente sperato. Ne consegue che, se la vita è talmente penosa da coincidere totalmente con la patologia in atto, la sua soppressione, se richiesta, è, in senso pieno, una cura estrema.
Questa tematica è stata presentata mercoledì nella residenza romana dell'ambasciatore olandese, da Johannes J.M. van Delden, docente di etica medica dell'università di Utrecht, accompagnato da Jos M. D. de Waardt, capo della sezione etica del ministero olandese della salute. Un incontro informale con studiosi e giornalisti, un'atmosfera conseguentemente distesa che non ha però impedito che gli interrogativi posti a van Delden fossero molti e intriganti. In particolare si è chiesto: se l'eutanasia e il suicidio medicalmente assistito prevedono la lucidità e consapevolezza della richiesta, è sufficiente per il medico, nel caso di paziente non lucido - per esempio se affetto da Alzheimer - disporre di un documento scritto, precedente la malattia, in cui l'interessato abbia espresso con chiarezza la sua volontà o, in assenza di tale scritto, prender per buone le dichiarazioni dei familiari? Se il terminale è un minore, specie in tenera età, è possibile limitarsi alle opinioni dei genitori? A tali quesiti van Delden ha risposto che il medico non si fonda unicamente su questi dati, ma soprattutto sul percorso terapeutico. Come dire che il vero documento che conforti decisioni tanto ultimative è la costellazione dei fatti, eventi, dialoghi in cui si compendia un'autentica comunicazione terapeutica. L'ultimo atto è certamente un atto medico, l'assunzione di una responsabilità e dunque una scelta, ma non è un atto del medico soltanto. E', piuttosto, la conclusione di un viaggio fatto insieme al paziente che al terapeuta restituisce, sia pure nell'aura asettica della moderna pratica professionale, la figura, che d'altronde affiora nelle fantasie oniriche dei terminali, di un Ermete psicagogo che accompagna il malato all'ultima sponda. Ma c'è ancora un'altra cosa. Il governo olandese vuole comunicare un messaggio non equivoco: l'Olanda è pervenuta a legiferare in questa delicata materia non già sull'onda di un edonismo imperante, all'insegna di una proterva battaglia contro l'essenza religiosa del dolore e la cristiana rassegnazione al degrado dell'esistenza, ma per garantire la salvaguardia sempre e comunque del diritto umano alla cura. Crediamo sia questa una lezione di civiltà della quale il mondo italiano della salute ha certamente bisogno. O crediamo forse che possa farne a meno?
Comunicato della mostra:
Inside - Daria Calvelli
Il giorno 8 ottobre alle ore 18.30 si inaugura a Roma presso l’associazione Atelier 35 in V. Valpolicella 35/37 la mostra personale di Daria Calvelli “Inside”. Il lavoro dell’artista si evolve su tematiche astratto-informali realizzate con materie anomale, quali le gelatine teatrali che rendono particolari effetti di luce alle opere.
Daria Calvelli presenta quadri creati con acrilico e gelatine teatrali, un materiale plastico trasparente che è in grado di regalare suggestioni di luce e colore.
Nasce come pittrice figurativa, ma la sua sensibilità verso le forme di sperimentazione, la spinge ben presto a dedicarsi ad una visione maggiormente astratta dell’arte. Elabora spesso un discorso fatto di materiali particolari che conferiscono una originale atmosfera legata all’uso della luminosità. Uno tra i suoi tanti estimatori è il regista Marco Bellocchio che di lei dice: “Sono quadri che mi piacciono molto. Con semplici parole, e senza voler dimostrare nulla, dirò che sono belli per una facilità-felicità naturale che si riconosce soprattutto nel colore. Nella forma del colore, nell’accostamento dei colori, nella vivezza, nella densità dei colori; Nel colorare d’istinto e senza pensarci un momento…”
Vanta numerose esposizioni ricordiamo Galleria “Monogramma” di Via Margutta a Roma, il Palazzo Comunale di Bobbio, il centro Culturale Egiziano a Roma nonche presso la “Great Expectation Gallery” di Londra.
Marina Zatta
Inaugurazione domenica 8 ottobre 2006 ore 18.30
ASSOCIAZIONE ATELIER 35
VIA VALPOLICELLA 35/37
UFFICIO STAMPA: MARINA ZATTA
soqquadro@interfree.it
http://www.atelier35.it
(da teknemedia.net)