venerdì 6 ottobre 2006

il manifesto 6.10.06
l'opinione. Venature di sinistra nel partito democratico
di Pietro Folena


Quando, oltre un anno fa, abbandonai non senza sofferenza i Ds, scrissi in una lettera a Piero Fassino i motivi che mi spinsero a quella scelta. Tra questi, la convinzione che il processo che portava al partito democratico era oramai irreversibile. Allora molti non mi capirono perché non credevano a questa previsione. E in effetti nei mesi successivi non sono stati pochi gli alti e bassi. Ma se uno si allontana un attimo dalle contingenze del momento, è facile comprendere che quel progetto ha una sua forza che va al di là della volontà dei singoli dirigenti, i quali possono riuscire a rallentarne il percorso, ma non a fermarlo. Il Partito democratico è la logica conseguenza di un cammino. Non quello che parte dalla Bolognina - come sostiene Fassino - e neppure quello che parte dal «compromesso storico» - come ha affermato D'Alema -. Neanche quello che nasce con l'Ulivo del '96, come sostiene Prodi. Tutte e tre queste cose sono ben diverse dal Partito democratico, che invece trova a mio parere la sua origine non in un momento preciso della storia degli ultimi anni, quanto in un «filo rosa» che l'ha percorsa: l'introiezione graduale, da parte della sinistra riformista, del liberalismo e persino del liberismo. E così l'ipotesi, in un certo senso ragionevole e non priva di fascino, che in Italia si possa costruire un grande partito liberale democratico, con venature progressiste, si è fatta strada. Non si tratta di una «anomalia italiana»: Blair in Gran Bretagna, ma anche l'ultimo Schroeder in Germania non sono più «a sinistra» dei Ds. Anzi. La left of the center della Terza Via, il Neue Mitte dei socialdemocratici tedeschi e molti contenuti e toni della campagna di Ségolène Royal in Francia, sono forme diverse, in contesti diversi, per indicare lo stesso obiettivo del partito democratico: il superamento della sinistra verso quell'approdo liberal-democratico. E' pur vero che negli altri paesi resiste un certo invidiabile attaccamento alla parola «socialismo», ma nei contenuti c'è un'identità sostanziale. Anzi, si potrebbe dire che nel Partito democratico permangono venature di sinistra - per fortuna, perché così si rende possibile la grande alleanza dell'Unione - più visibili di quelle del New Labour o dell'Spd, almeno di quella dell'Agenda 2010.
Oggi credo che la mia previsione trovi una clamorosa conferma nei fatti. Il seminario ulivista di Orvieto, lungi dall'essere «solo» un seminario su qualcosa di futuribile e incerto, ha assunto i tratti di un vero e proprio atto pre-fondativo. Una carta dei valori, una discussione sulle forme organizzative, persino la calendarizzazione dei congressi dei due soggetti fondatori. A questo atto le minoranze dei Ds hanno deciso di dire no, disertandolo. Si tratta di una posizione molto interessante per chi crede nella costruzione di un nuovo soggetto della sinistra. C'è un'area consistente che non vuole essere portata verso i lidi del liberalismo (ben) temperato, ma che ritiene necessaria la presenza di una sinistra riformatrice. Per chi come me ha compiuto già da tempo una scelta di separazione, non può che far piacere vedere che anche il gruppo dirigente della Sinistra Ds ha maturato la convinzione che non vi siano spazi residui per combattere una battaglia quando l'esito è già scontato, dopo che nei mesi scorsi aveva aderito ai gruppi unici del Partito democratico. Numerosi dirigenti locali della Sinistra Ds avevano in precedenza segnato la loro distanza e credo che non sia stato indifferente che mentre procedeva il cammino del Partito democratico, a sinistra nasceva il cantiere della Sinistra Europea e a Orvieto tre associazioni davano vita a una riflessione sulla futura sinistra. Un cantiere per il quale una parte della Sinistra Ds - quella «per il socialismo» di Cesare Salvi - ha mostrato subito interesse anche in virtù della sua critica costante al Partito democratico.
Ognuno fa le sue scelte. Rispetto lo scetticismo di una parte del gruppo dirigente della Sinistra Ds nei confronti della Sinistra Europea. E' legittimo e forse persino salutare per noi, perché ci spinge a dimostrare che questo cantiere è migliore di quanto appaia ai loro occhi. O, se non lo è, a renderlo migliore. Sicuramente occorre prendere atto che parti crescenti della Sinistra Ds si sono avvicinate in questi mesi. Alcuni hanno preso anche la pala e si sono messi a lavorare. Altri ci hanno incitati a proseguire. Rifondazione - con Bertinotti e Giordano - ha compiuto un grande atto di generosità, mettendosi in discussione, accettando di essere un partner alla pari degli altri. Certo non tutto è luce, e vi sono delle ombre che vanno diradate. Come in tutti i percorsi politici ci sono resistenze, ma come per il Partito democratico credo che oramai siamo di fronte a un processo irreversibile che porterà in futuro ad avere un soggetto della sinistra di trasformazione, socialista, pacifista e libertario (mai liberale).
Nessuno, ora, chiede alle Sinistre Ds di aderire alla Sinistra Europea. Ma alle compagne e ai compagni più scettici dico che il nostro incontro forse non è per domani mattina, ma sicuramente ci sarà e credo presto. Non ha senso, infatti, nel 2006 (per me neppure negli anni '90), sventolare una bandierina - ieri il comunismo, oggi il socialismo -: ha senso invece ragionare su quale socialismo, quale società, quale lavoro, quale trasformazione. Lo chiedono i fatti, lo chiede il popolo della sinistra, per il quale sarebbe incomprensibile avere un nuovo piccolo partito quando c'è l'occasione di fare insieme un soggetto più grande, competitivo con i riformisti. E l'occasione c'è perché le nostre culture politiche sono oramai largamente coincidenti, altrimenti io e tanti compagni che vengono dalla Sinistra Ds mai avremmo potuto dare il nostro contributo, così com'è nell'esperienza di Uniti a Sinistra, alla Sinistra Europea.
Se perdessimo un'occasione come questa saremmo tutti puniti. Giustamente.
* Prc-Sinistra europea

il manifesto 6.10.06
croce uncinata
Il Führer e il prelato, cattolici con la svastica
di Martino Patti


L'apertura degli archivi del vescovo filonazista Alois Hudal, rettore per decenni del Collegio pangermanico di Santa Maria dell'Anima a Roma ripropone la necessità di una analisi in profondità dei rapporti tra la gerarchia cattolica tedesca e l'ideologia hitleriana

Da tempo, ormai, il dibattito storiografico sui rapporti tra chiesa cattolica e Germania nazista sembra essersi impantanato sull'enigmatica figura di Pio XII. Ben sapendo che una porzione consistente delle carte resta ancora sotto chiave negli archivi vaticani (ognuno ha i suoi tempi, per carità) si continuano a costruire le ipotesi più fantasiose sui presunti silenzi del pontefice, sul suo presunto antisemitismo, sulle sue presunte responsabilità nelle vicende legate al secondo conflitto mondiale e all'Olocausto, quasi fosse questa la sola cosa essenziale. Certo il reality - vero o falso che sia - vende discretamente bene e a molti, in fondo, imbastire polemiche conviene.
Ma sul serio non c'è dell'altro? Sul serio, per comprendere in che modo - tanto per iniziare - il cattolicesimo tedesco reagì alla virulenta ondata hitleriana e alla demolizione definitiva della Repubblica, non possiamo prescindere dal povero Pacelli, e provare a ritagliare un numero esauriente di casi empirici, da cui dedurre - come richiederebbero le leggi più elementari della storiografia - situazioni, convergenze ricorrenti e eventualmente una prima interpretazione? «Guré, guré behet kalaja» recita un antico proverbio albanese: pietra su pietra, si fa il castello.
Un prelato arrivista
Gli spazi di lavoro, del resto, sono ampi e variegati. Talvolta, persino al di qua del Brennero: come ci dimostra il Collegio Pangermanico di Santa Maria dell'Anima in Roma, che con un doveroso gesto di coraggio (tardivo anch'esso, ma comunque ammirevole) inaugura oggi l'apertura agli studiosi degli archivi personali di monsignor Alois Hudal. Il passaggio è di notevole importanza, anche se forse sull'infame Netzwerk Odessa saranno poche le sorprese. I novantasei faldoni hudaliani, infatti, oltre a gettare luce sulla personalità (contorta e arrivista) dell'autorevole prelato austriaco, a confermare in maniera non più discutibile le tristi immagini affrescate da Ernst Klee nei suoi brillanti reportage (tradotti in italiano in Chiesa e nazismo, Einaudi 1993) e a suggerire nuove piste di ricerca, mettono bene in risalto l'ingombranza fastidiosa dell'enorme piattaforma mentale e culturale offerta da ampi settori del cattolicesimo di ambientazione germanica alla presunta «rivoluzione nazionale» ventilata dal Führer e dal suo movimento.
Le simpatie di monsignor Hudal per il nazismo non sono una novità per nessuno né si dimentica che, ancora nei primi anni '60, fu lo stesso rettore emerito del prestigioso istituto pontificio a ribadire con superbia, dall'esilio forzato di Grottaferrata, tra le righe dei Römische Tagebücher (i «Diari romani»), la sua tesi ributtante: sempre meglio Hitler che la paccottiglia giudeo-bolscevica, la democrazia socialdemocratica o per contro il capitalismo americano. E ai forni polacchi neanche un accenno, una allusione di pietà.
Trent'anni addietro, inoltre - al chiaro scopo di convincere le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici più «illuminati», e tuttavia ancora timorosi, circa l'intrinseca bontà o recuperabilità in chiave cristiana del nazismo - Hudal aveva dato alle stampe il ponderoso trattato Die Grundlagen des Nationalsozialismus («I fondamenti spirituali del nazionalsocialismo», Lipsia-Vienna, 1936).
Condanne in contumacia
Nessuno sgomento, dunque, nel ritrovare, tra i forzieri rinascimentali dell'Anima, obbrobri clamorosi quali la dedica del volume al dittatore tedesco («Al Führer del Risorgimento tedesco. Al novello Sigfriedo della grandezza e della speranza della Germania - Adolf Hitler») o la copia del telegramma datato 15 luglio 1937, con cui Hudal, ormai vescovo titolare di Ela, esprimeva alla dirigenza del Reich le proprie cordiali congratulazioni per la buona riuscita dell'Anschluß. Di fronte a simili sbottate lo sdegno è sacrosanto. E tuttavia, condannare in contumacia i monsignori - com'è d'uso da almeno mezzo secolo - basta davvero a far progredire la ricerca? Evidentemente no. Quel che serve, semmai, è afferrare le radici nel profondo, stabilire legami verosimili tra il presente e il passato - e poi, è ovvio, agire e contestare se necessario. È una questione anche di strategia: per poterlo sconfiggere, prima bisogna conoscerlo, il nemico. Ma da questo punto di vista è desolante constatare quanto superficiale sia stato finora, in generale, l'approccio analitico al fenomeno del consenso cattolico nei confronti dei regimi autoritari fioriti in mezza Europa tra le due guerre mondiali. Che non si sia compreso come il sostegno di Hudal al nazismo, lungi dal rappresentare il singolare esito patologico di una qualche deviazione individuale, riassuma in miniatura una intera stagione teologico-intellettuale, e forse persino magistrale, precisamente questo è grave.
Ma cosa dicono le fonti? In realtà, le più recenti acquisizioni documentarie, e segnatamente gli scritti di monsignor Hudal, suggeriscono la netta impressione che, specie nei primi ventiquattro mesi di dittatura - sullo sfondo della modernità illuminista e liberale, della secolarizzazione, del Kulturkampf «d'infausta memoria» e della minacciosa rivoluzione d'Ottobre - sia scattata una sciagurata interferenza tra la profezia ideologica divulgata, e in parte poi inverata, dalla Nsdap (il partito nazista) e le correnti teologiche più avanzate dell'epoca. Nella congiuntura di sofferta transizione scaturita da Versailles, contrassegnata dalla depressione economica e dal radicalizzarsi del conflitto sociale, la lezione aristotelico-tomista e agostiniana (mediata tra Otto e Novecento da pensatori neoscolastici del calibro di Josef Kleutgen, di Martin Grabmann, di Erich Przywara) sembra infatti aver fornito ai genî più volenterosi - tra cui Hudal in prima fila - il presupposto logico necessario per tradurre in certe istanze restaurative della condizione di Ordine la riproposizione del primato, tutto medievale, del dato oggettivo su quello soggettivo, dello stato (civitas) e dell'auctoritas sul contrattualismo illuminista, dell'unità responsabile sugli egoismi frammentari e particolaristici. In tal modo, la collaborazione con il nuovo stato avrebbe potuto concretizzarsi (e si concretizzò, sovente) intorno a quattro poli fondamentali.
La coscienza tedesca
Prima di tutto l'impero, perché l'unico schema politico-istituzionale in grado di salvaguardare l'ordine cristiano della creazione, l'ordine buono vero e giusto del reale (natürliche Weltordnung), era quello in cui l'autorità derivava da Dio e non dall'uomo, cioè dalla repubblica democratica: come del resto esigeva la migliore tradizione nazional-germanica che, a prescindere dalla volgare retorica hitleriana, contemplava già per conto suo il Führerprinzip autoritario. Al riguardo, basti pensare al caso paradigmatico di Otto von Bismarck. In secondo luogo l'unità, perché del Kulturkampf, almeno una conseguenza non potrà mai esser posta in discussione dagli storici: aver approfondito l'infausta spaccatura ereditata da Lutero, frantumando ulteriormente la coscienza nazionale dei tedeschi e generando, nei cattolici, la sgradevole sensazione di essere, in fondo, una minorità ingiustamente perseguitata dallo Stato. Ma cosa sventolava il buon Ottone redivivo, sotto il naso dei tedeschi, se non proprio la solenne immagine programmatica della Volksgemeinschaft, della Volkswerdung ossia dell'agognata riunificazione di tutti i Volksgenossen (termine che non si traduce in italiano con «cittadini», ma piuttosto con «membri» cioè «fratelli nel sangue, nella lingua e nella terra condivisa») nella ritrovata comunità nazionale ed ecclesiale? Terzo punto, la totalità: sin dai tempi di Pio IX, il magistero ufficiale aveva adottato l'antica visione teologica, anche questa di chiara matrice patristica e aristotelico-tomista, secondo la quale, nei limiti della Creazione divina, la sfera politico-civile si vedrebbe destinata, secondo natura, ad armonizzarsi alla dimensione religiosa e sovrannaturale, pur restando entrambe ermeticamente separate. Ed ecco, se da un lato la politica religiosa del regime in via di normalizzazione a nient'altro mirava che alla spoliticizzazione coatta delle chiese in quanto associazioni tra le tante, dall'altro lato larghi settori del cattolicesimo tedesco non disdegnarono affatto la formula del «cristianesimo positivo», che avrebbe permesso loro di affossare, insieme agli altri partiti d'epoca liberale, il Zentrum scellerato, riducendo la chiesa al suo più genuino ufficio spirituale. Infine, il corporativismo organicista: con rara fermezza, nell'enciclica Quadragesimo anno, Pio XI aveva preso posizione contro «la lotta di classe fratricida fomentata dal bolscevismo marxista», invitando i cristiani a ristrutturare il corpo sociale in direzione sia della definitiva redemptio proletariorum sia, soprattutto, della berufsständische Volksordung. Questa espressione - legata per definizione ai concetti di natura (Natur), di ordine cosmico naturale (natürliche Ordnung) e di ordine stabilito da Dio (gottgewollte Ordnung) - non gode di una traduzione immediata in italiano ma è densa di significato perché sottende una forte valenza non solo metafisica, ma anche etica. Stando alla lettera, infatti, essa raffigura per un verso quell'Ordine ideale, quell'articolazione «ontologica» che il Volk (che non vuol dire «popolo» quanto piuttosto «nazione», anch'essa creata nel sangue dalla mano paterna di Dio) tenderebbe ad assumere in ragione dell'attuazione da parte di ogni suo membro delle proprie doti naturali (natürliche Fahigkeiten) ma per un altro verso, anche, quella realtà comunitaria (Gemeinschaft, non Gesellschaft) che, strutturandosi per ceti o corporazioni professionali (Berufstände, berufsständische Körperschaften), esclude o congela la possibilità stessa della mobilità sociale: giacché, in quella prospettiva, «professione» significa né più né meno «risposta a una vocazione naturale» (si pensi a Max Weber). Ma, quantomeno sul piano delle similitudini formali, non è possibile rilevare una certa contiguità tra questa visione ideale e l'impianto classista della riforma giuslavorista varata dai ministeri Schmitt-Mansfeld il 20 gennaio 1934 nel quadro più o meno emergenziale della nuova economia di guerra? Inoltre, se è vero che il dottor Angelico aveva sentenziato «Bonum commune melius est et divinius bono unius», non è altrettanto vero che Hitler e i suoi scherani inneggiavano nei discorsi ufficiali e negli scritti programmatici al primato del bene comune sull'interesse privato («Gemeinnutz vor Eigennutz!»)?
Sebbene sia ancora troppo presto per lanciarsi in categoriche asserzioni positive, alla luce di queste osservazioni si è comunque tentati di stabilire un paio di conclusioni. In primo luogo, dal punto di vista metodologico (come amava insegnare Edward Hallett Carr), colui che vuol spiegare la storia in tutta la sua complessità materiale deve non solo introdurre una gerarchia tra diverse cause in inter-relazione, ma anche rivivere interiormente ciò che avvenne nelle menti delle sue dramatis personae, ascoltando prima di giudicare. Ma nel nostro caso specifico questo può significare una cosa soltanto: abbandonare quell'ottica forzatamente laicizzante che da decenni ormai ci impedisce di discutere in maniera adeguata questioni le cui radici affondano anche in un humus palesemente storico-religioso e teologico.
Oltre le versioni ufficiali
In secondo luogo, premesso che in effetti sarebbe rischioso «anche solo supporre un atteggiamento univoco o unitario di tutta la Chiesa cattolica o di tutta la Curia romana nei confronti del nazionalsocialismo» (Hubert Wolf), e che certo vi è una differenza sostanziale tra la fase della Machtergreifung (30 gennaio 1933) e quella successiva - inaugurata il 30 giugno 1934 con la liquidazione del fronte conservativo: la cosidetta «notte dei lunghi coltelli» - viene da chiedersi se alla fine dei conti non sia ingenuo accettare la versione ufficiale dei fatti e credere che la «grande conciliazione» (Günter Lewy) dischiusa alle relazioni tra stato e chiesa cattolica in Germania dalla storica conferenza di Fulda (30 maggio-1 giugno 1933), con l'abolizione del divieto episcopale di adesione alla Nsdap ad esempio, sia stato il semplice risultato di una serie di circostanze accidentali e di eventi contingenti. Non è forse arrischiato ridurre il concordato, siglato con il Reich nel luglio '33, al provvidenziale strumento giuridico intessuto dall'astuta diplomazia pacelliana per attuare una improbabile opposizione al regime oppure per salvare il salvabile ed evitare il collasso letale - e niente più? Smettiamo di fare apologia, da una parte e dall'altra, e affrontiamo la realtà.
Molto probabilmente, nella misura in cui il nuovo Stato totale avesse conformato anche solo in via preliminare la propria politica interna a un modello rigido di tipo etico e organicista, lasciando intravedere la restaurazione, da operarsi anche manu militari, della Weltanschauung dell'Ordine naturale, il ripristino dell'Ordine della Creazione, la Chiesa avrebbe sostenuto senza troppo tergiversare e anzi con viva sollecitudine l'opera del Führer. E del resto, dato quel passato, dato quel presente, data quella mentalità, data quella sensibilità morale, non è verosimile pensare che, quantomeno a livello gerarchico e organizzativo, difficilmente sarebbe potuto accadere altrimenti?

A convegno
Nell'archivio di monsignor Hudal
In occasione dell'apertura degli archivi di monsignor Alois Hudal, rettore dal 1923 al 1952 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima di Roma, l'Istituto storico austriaco organizza oggi e domani due giornate di studio. Nel corso del simposio, che si terrà presso la sede dell'Istituto pontificio di Santa Maria dell'Anima, studiosi di diverse aree e provenienze analizzeranno la figura controversa del vescovo austriaco, noto per le sue aperte simpatie hitleriane e per il ruolo giocato nel dopoguerra nella Ratline, la rete che consentì a numerosi criminali nazisti di scappare dall'Europa. Fra gli altri, Jure Kristo, dell'Istituto storico croato, che parlerà appunto dei rapporti fra Hudal e la Ratline, e Philippe Chenaux, che approfondirà il complesso intreccio di relazioni fra il prelato e la curia romana.

Il Giornale 6.10.06
Diritto d'adozione per gli omosessuali in Spagna
La rivoluzione che ha cancellato i diritti dei bimbi

di Bruno Fasani


L'adozione di un bambino da parte di due uomini gay spagnoli, regolarmente sposati, segna l'ovvio compimento della rivoluzione Zapatero. Era il 2005 quando, legalizzando le coppie omosessuali, dichiarava con enfasi compiaciuta: «Oggi il nostro Paese fa un ulteriore passo in avanti verso la libertà e la tolleranza». In realtà è difficile pensare ad un caso spagnolo come a una questione locale. Ciò che in Italia raccontiamo con malcelato stupore è il frutto più evidente di quella rivoluzione sessuale, che si sta verificando in Occidente da trent'anni a questa parte. È vero che le applicazioni pratiche risentono di diverse sensibilità politiche, culturali e religiose, ma il dato di fondo rimanda a un comune denominatore, dalle cui premesse deriva quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. Una rivoluzione che è consistita nella privatizzazione della dimensione affettiva e sessuale. Con l'introduzione generalizzata delle leggi sull'aborto e sul divorzio è avvenuto un radicale mutamento culturale.
La famiglia e la procreazione hanno cessato d'essere temi socialmente rilevanti, per ridursi a puro affare privato. È come se lo Stato avesse consegnato due chiavi, con cui il cittadino può gestire tutti i problemi inerenti la propria vita affettiva e le sue ricadute.
Dietro i grandi canti di vittoria si decretava, di fatto, la fine della famiglia come bene pubblico e sociale, lasciando allo Stato il compito di notaio, intento esclusivamente a prendere atto di ciò che il cittadino liberamente decideva.
Si è trattato di una rivoluzione culturale, che avrebbe prodotto, a cascata, tutta una serie di modificazioni sostanziali. I diritti sociali lasciavano sempre più spazio a quelli individuali mentre, sul piano del costume, ognuno reclamava il riconoscimento del proprio sentire individuale. L'idea di bene perdeva il carattere di oggettività a vantaggio di una concezione soggettiva e poliforme. La domanda, partendo dal caso spagnolo, a questo punto ci porta su due fronti. La prima riguarda il bene oggettivo di un bambino.
Davvero una coppia di uomini o di donne è in grado di garantire quell'armonia e completezza formativa, che normalmente dovrebbe garantire una coppia eterosessuale? Sento già le obiezioni che ho sentito tante altre volte: se un bambino soffre perché senza genitori, tanto vale affidarlo ad una coppia gay. Altro argomento: ci sono tante famiglie dissestate e bambini che vivono in situazioni di sofferenza. Perché due omosessuali dovrebbero garantire meno amore rispetto a queste situazioni? A quest'ultima considerazione bisognerebbe rispondere che non si possono creare nuovi disagi, giusto per il fatto che i bambini li soffrono anche altrove. Il punto di partenza è il diritto alla felicità di ogni bambino che esige, se mai non sia retorico ricordarlo, l'urgenza di ripristinare la tenuta della famiglia eterosessuale come condizione fondamentale per una sana ecologia sociale. La politica, prima di dare risposte economiche, deve dare indirizzi culturali, andando a definire in maniera non equivoca cosa sia famiglia e cosa non lo sia. Se non ci si pone in questo orizzonte saranno sempre i desideri degli adulti a tenere banco sul piatto delle rivendicazioni legislative, piuttosto che la preoccupazione di dare risposta ai diritti dei minori.
Personalmente sono poi indignato dal silenzio di tanta scienza circa la ricaduta psicologica di un'educazione gestita da due «genitori» dello stesso sesso. Chi ha una qualche infarinatura minima di queste discipline, sa quanto inchiostro è stato versato per richiamare la differenziazione del ruolo paterno e materno nell'evoluzione psicologica di un bambino. Il complesso di Edipo, la «morte» del padre, il ruolo femminile e maschile non sono invenzioni bibliche.
Sono piuttosto l'osservazione di quel processo di natura, sì proprio di quella natura che si vorrebbe piegare alle variabili culturali, che esige una adeguata ecologia applicativa, se non vogliamo ritrovarci con il «clima delle coscienze» improvvisamente impazzito.