Le Scienze, 07.01.06
Una proteina contro la depressione
Regola attivamente il metabolismo della serotonina
Una proteina che potrebbe avere un ruolo determinante nella lotta alla depressione è stata identificata da Paul Greengard, già vincitore del premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 2000 per i suoi studi sui sistemi di comunicazione fra neuroni. Insieme ai colleghi della Rockefeller University ha scoperto che la proteina chiamata p11 ha una funzione essenziale nella regolazione del metabolismo della serotonina, la cui alterazione è notoriamente collegata allo sviluppo di patologie depressive e ansiose. Non a caso gli antidepressivi più diffusi sono gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) che, per compensarne la scarsa produzione da parte dei neuroni presinaptici, consentono una sua più prolungata permanenza sui recettori dei neuroni post-sinaptici. La proteina p11 sembra da un lato stimolare una maggiore produzione di un particolare tipo di recettori della serotonina, chiamati 5-HT1B, sulla superficie della membrana dei neuroni e, dall’altro, stimolarne una maggiore funzionalità.
Una volta studiato il meccanismo sul modello animale – in questo caso il topo, nel quale la depressione provoca effetti comportamentali del tutto simili a quelli che si riscontrano nell’essere umano – i ricercatori hanno cercato un riscontro nell’uomo, trovando che la risposta positiva dei pazienti alle terapie con SSRI era sempre collegata a una migliore espressione della proteina p11.
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Il Manifesto, 07.01.06
Sotto il segno dell'arte ventura
Una scelta delle mostre più interessanti cercando di individuare le tendenze emergenti, che troveranno alla Biennale di Berlino una loro compiuta rappresentazione. E nel campo dell'arte classica, alle Scuderie del Quirinale quarantanove dipinti di Antonello da Messina
ELENA DEL DRAGO
Se ogni semestre è segnato da una Biennale in qualche luogo del mondo, il prossimo sarà decisamente «berlinocentrico» con l'inaugurazione di un'attesa Berlin Biennal (dal 24 marzo) curata da un trio d'eccezione: Maurizio Cattelan, il più noto e controverso degli artisti italiani, accompagnato dai due suoi più fidati e collaudati alter-ego, Massimiliano Gioni e Ali Subotnik, nel frattempo diventati stimati direttori, tra l'altro della minuscola galleria newyorchese Wrong Gallery. La caratteristica principale di questa Of mice and men si deve innanzitutto individuare nella volontà di uscire dagli spazi deputati dell'arte per coinvolgere ampi strati dell'opinione pubblica. Così, mentre i curatori hanno tenuto dallo scorso settembre una serie di dialoghi con gli artisti della città sul bimestrale «Zitty» e una rubrica sulla «Frankfurter Allgemeine», le opere dei sessanta artisti selezionati saranno esposte non soltanto nei luoghi istituzionali, come il Kw Institute for Contemporary Art, ma anche in officine abbandonate e appartamenti privati, fino a invadere un'intera via, la AugustStrasse, nel celebre quartiere di Mitte. Tema comune, nella solita vasta declinazione di linguaggi e tecnologie utilizzati, il senso impellente della perdita e la minacciosa atmosfera di insicurezza personale e collettiva che produce la contemporaneità. Questa biennale, irriverente e popolare, sarebbe forse piaciuta a uno degli artisti tedeschi più influenti e rivalutati di questi anni, Martin Kippenberger, che sta vivendo un momento postumo di grande attenzione internazionale. L'8 febbraio sarà la Tate Modern di Londra a inaugurare una sua grande personale che riunirà quaranta dipinti, quattro grandi installazioni, dieci sculture e diversi disegni per raccontare il lavoro geniale, eterogeneo e continuamente reinventato dell'artista che meglio di ogni altro ha saputo comprendere quel diffuso desiderio di abolire ogni categorizzazione che si produsse durante gli anni Ottanta.
A contribuire non poco alla rinnovata attenzione verso questo artista sarà la curatrice Allison Gingeras, che dopo aver organizzato memorabili esposizioni al Centre Pompidou di Parigi (Cher Paintre, tra le altre), si occuperà di Palazzo Grassi a Venezia, comprato dal magnate francese François Pinault, dove la stagione espositiva si inaugurerà ad aprile con l'allestimento della straordinaria collezione, dal 1945 ad oggi, del suo proprietario. Diversi i cambiamenti di direzione in questi primi mesi del 2006 (che sembra finalmente segnato, non soltanto all'estero, da un'inedita attenzione al lavoro dei critici e dei curatori più giovani): alla De Appel Foundation arriva la trentenne Ann Demeester che debutterà in primavera risvegliando, speriamo, il clima artistico di Amsterdam (nel frattempo in mostra da febbraio Katherina Grosse), mentre al Palais de Tokio di Parigi, che in questi anni si è fatto notare per uno stile espositivo chic-underground capace di riunire in un museo orde di adolescenti, è la volta dell'elvetico Marc Olivier Walher. Sempre nella capitale francese, dopo lo strepitoso successo di Dada, in arrivo al Centre Pompidou esposizioni altrettanto interessanti, come una personale dell'artista sudafricana Marlene Dumas e una collettiva dedicata a Los Angeles (dall'8 marzo al 17 luglio). Oberati da informazioni riguardo la scena newyorchese conosciamo meno quella di L A che, tra gli estremi del cinema hollywoodiano, i movimenti undergroung e Disneyland ha sviluppato una capacità comunicativa multiforme. A Trento, per tutto l'inverno (fino al 17 maggio) continua invece la grande mostra del Mart dedicata alla nascita della danza come espressione artistica sperimentale e alla sua relazione con le avanguardie. Da Degas a Keith Haring, oltre mille opere raccontano un rapporto che in Italia non era mai stato esplorato e ai visitatori di questa esposizione, raccomandiamo di non mancare How far to Fårö, l'ultimo video di Runa Islam, giovane artista inglese presente quest'anno alla Biennale di Venezia, dedicato a Ingmar Bergman e ai suoi luoghi (fino al 29 gennaio). Mentre nella sonnolenta Milano l'inverno sarà vivacizzato dall'ennesima mostra di Marina Abramovic (all'Hangar Bicocca, 19 gennaio-30 Marzo), reduce da un vero e proprio tour mondiale, la primavera arriverà come sempre con il Salone del Mobile e le molte mostre allestite per questa occasione. In particolare Il diavolo del focolare (5-30 aprile), alla Triennale di Milano, rappresenterà la casa come territorio simbolico della donna moderna attraverso i lavori di venti artiste internazionali. A Modena, invece Egomania, Appena ho capito d'aver capito, alla Galleria Civica, al Palazzo Santa Margherita e presso la Palazzina dei Giardini, riflette sul protagonismo eccessivo dell'ego (dal 19 gennaio al 17 aprile). Si procede per temi (il solipsismo e la prigionia, il fallimentare incontro con l'altro, l'espansione del sé) attraverso lavori di artisti notissimi ed emergenti, da Katharina Fritsch che introduce il percorso espositivo al coreano Naneun, da Mike Kelley a Roberto Cuoghi. A Roma, infine, il Macro continua con i dialoghi espositivi a distanza, in questo caso tra Gianni Dessì, della scuola di San Lorenzo, e l'argentino Leandro Erlich che lavora sul concetto di «spaesamento»; ma la mostra da non perdere sarà alle Scuderie del Quirinale dove si è riusciti in un'operazione storica: dal 19 marzo saranno riuniti, per la prima volta, trentanove dei quarantacinque capolavori dipinti dal grande Antonello da Messina.
Il Manifesto, 07.01.06
Alla verifica dello sguardo il bello si dissolve negli affetti
STEFANO CHIODI
Che l'arte contemporanea continui a vivere in questo 2006 appena iniziato una stagione di eccezionale visibilità ce lo dicono indizi minori ma non trascurabili, come il numero oramai vertiginoso di e-mail che più volte al giorno, ogni giorno, musei, gallerie, associazioni, bollettini di ogni tipo, artisti e curatori, agenzie e uffici stampa inviano infaticabili ai nostri recapiti telematici. Arte come onda planetaria e fervore inesauribile, come onnipresente flusso di energia unificato dall'inglese e dalle tecniche di marketing: un unico immenso indice che punta instancabile lì, lì, lì. Frutto maturo della globalizzazione, dell'appiattimento della terra, della caduta delle frontiere e dei recinti di ogni tipo, che non smette di sbalordire con record sempre più sensazionali: milioni di spettatori, milioni di chilometri, di tonnellate, milioni di dollari. Persino la sonnolenta scena italiana sembra percorsa da fremiti elettrici, da un inedito fervore di annunci, pubblicazioni, vernissage. Ma sono tutte cose note. Come pure il sospetto che al fondo di tutto questo rumore, di queste imperiose convocazioni, di questa agitazione mondana, non ci sia altro che vuoto, ripetizione, impostura. Al limite, un ben ordito inganno che occulterebbe i «veri» valori dell'arte, quelli eterni in altre parole: il bello, il ben fatto, l'autentico... Un destino beffardo attende insomma gli artisti in questo nostro tempo così incerto: condannati a un'immediata, brillante riuscita, e dunque al tradimento del proprio essere più autentico, oppure all'oscurità e all'oblio. A noi resta la scelta tra una virtuosa astensione, magari condita di qualche preferenza controcorrente (ovviamente conservatrice, se non reazionaria), e l'integrazione più cieca. Si tratta, va detto subito, di una tipica falsa alternativa. Le opere d'arte sembrano sì diventate effimere, vane, inconsistenti, disponibili a ogni manipolazione, a ogni feticismo, assimilate al presente immemoriale del consumo e della pubblicità, ma la corrosione imposta della logica spettacolare che domina il nostro orizzonte culturale ha prodotto ben più di un'ennesima «morte dell'arte»: essa ha determinato il tracollo di un intero sistema di prassi e di idee, di abitudini percettive e di aspettative intellettuali che risalivano alla grande epopea del romanticismo.
La trasformazione complessiva della cultura occidentale ha infatti eroso l'idea stessa di «gusto», di qualità estetica speciale, opposta alla banalità del kitsch, dell'inautentico, insieme ai concetti di autonomia e purezza: ciò che dava unità e sostanza alla pratica dell'artista moderno - la ricerca di una soggettività e di un'originalità incondizionate, l'apertura utopica, l'esigenza etica, lo stato di «veglia» - è oggi esposto, banalizzato, consumato e rapidamente evacuato. Reso insomma irrilevante: se l'arte non si salva più è perché oggi più nessuno si salva. Il nostro è così, davvero, un tempo postumo che si apre dopo la fine dell'arte. Ma è anche un crudele finale di partita che ha scoperchiato i sotterranei bui della modernità, offrendoci un quadro veritiero dell'illusione di unità, di ragionevolezza, tipica di quella tradizione umanista e idealista che aveva assegnato all'arte il compito di rispecchiare le proprie ambizioni di perennità. Quanto alla tradizionale fiducia nello stile, nel medium come garanzia di valore, su di essa è oggi impossibile costruire alcunché: posta in questi termini, l'esperienza artistica appare condannata a una deriva verso la periferia del tempo libero, del culto del genio e del capolavoro, a ridursi insomma a lingua morta, ad archivio. In fondo questa è anche la radice del tono, anzi della modalità malinconica e aforistica che si manifesta nello scenario dell'arte contemporanea: malinconia come nozione dell'irrilevanza della propria azione, come paradosso di un appuntamento mancato in anticipo che pure continua, testardamente, a essere reclamato.
Perché invece di questo, alla fine, ancora si tratta: di edificare una possibilità, di rendere accessibile il presente, tutto il presente, portando con sé la natura ambigua e recalcitrante di ogni creazione, la sua colpevole disponibilità a ogni tradimento ma anche a diventare una prova che ha come posta non l'arte ma la vita stessa. Ha ragione perciò Rosalind Krauss a parlare di condizione «postmediale» per l'arte contemporanea: uno stato di coinvolgimento e di dissidio permanente rispetto al reale in cui i linguaggi artistici fanno affiorare ciò che è nascosto o rimosso, portando in luce le stratificazioni sepolte, temperando le ambizioni totalitarie dell'immagine con le esitazioni della parola e della materia, con l'azione del tempo e della memoria, facendo dell'interdipendenza e della mediazione - i paradigmi del nostro tempo - altrettante possibilità di iniettare e diffondere nel proprio corpo i germi di una nuova comprensione del mondo. Fare arte appare più che mai, oggi, un'attività in cui la secolare supremazia dello sguardo e dell'estetica si trova a fare i conti con l'opacità del reale e delle strutture oggettive che lo definiscono; di qui la necessità di far convergere originalmente pratica e teoria dell'arte in un'inedita ed esigente dialettica, in cui il sospetto per le virtù del «visivo» diviene la condizione per una sua verifica impietosa; in cui l'impetuosa obbligazione sociale all'obsolescenza, al consumo e al ricambio frenetico degli oggetti e delle abitudini, diviene per gli artisti una risorsa tramite cui reclamare l'integrità di una presenza, di un'irriducibilità emozionale.
Il bello diviene insomma un processo, un gesto performativo, un gancio, un azzardo, al limite: perché, oggi, un'immagine è davvero il risultato impersonale della moltitudine di occhi e di pensieri che ci precedono e completano nell'operazione abissale del guardare e, al tempo stesso, un atto segreto, denso di affetti - cioè emozione fatta corpo, ombra perturbante, eccedenza - in cui ritrovare la traccia labile ma indispensabile di una singolarità anarchica e umana.
Il Manifesto, 07.01.06
Una stagione di rinnovata vitalità per il disegno
A illustrare i più recenti approdi di questa tecnica esce da Phaidon «Vitamin D, New Perspectives in Drawing»
E. D. D.
L'anno che verrà sancirà il grande ritorno, sulla scena artistica sperimentale, del più diffuso e banalizzato dei linguaggi, il disegno. Nessun medium, infatti, nonostante la proliferazione massiccia di tecnologie che consentono di scrivere, prendere appunti e segnare appuntamenti senza mai prendere la penna in mano, continua ad essere altrettanto presente nelle nostre vite, a partire dalla primissima infanzia. Attraverso il disegno si segue l'evoluzione mentale e psichica del bambino, che crede di assistere a un miracolo quando riesce, per la prima volta, a unire fra loro le diverse parti del corpo umano o di una macchina; mentre in età adulta il disegno viene pragmaticamente piegato alle necessità più quotidiane e utilizzato quando la comunicazione verbale non è più sufficiente: si schizza una mappa, si descrive una casa o un vestito. In campo più prettamente artistico, il disegno, che durante il Rinascimento italiano venne lentamente trasformato in una scienza con modelli, proporzioni e prospettive da rispettare, si distingueva dal lavoro con i colori per l'utilizzo esclusivo di una linea che, nonostante tutte le classificazioni, conservava qualcosa di divino: eppure veniva considerato una tecnica minore, propedeutica alla pittura o alla scultura. Soltanto oggi gli artisti sono liberi di scegliere il disegno come mezzo principale senza temere di vedere svilito, dalla critica o dal mercato, il risultato finale. L'implosione di ogni gerarchia del linguaggio artistico, che ha consentito alla performance, al video e alla fotografia di vedere riconosciuto il proprio status, ha aperto la strada anche al disegno. Durante gli ultimi due anni, mostre internazionali, fiere e biennali, soprattutto negli Stati Uniti, hanno testimoniato l'emergere di un diffuso utilizzo del disegno da parte di artisti legati anche ad attività performative e pittoriche. La recente pubblicazione poi, da parte della casa editrice inglese Phaidon di un documentato volume dedicato proprio al disegno (Vitamin D, New Perspectives in Drawing, a cura di Emma Dexter, Phaidon, Londra) elimina ogni ulteriore dubbio. Le ragioni di questa nuova, progressiva, affermazione, sono molteplici e vanno cercate soprattutto, nell'assenza di sovrastrutture teoriche e tecniche. Come scrive la curatrice del volume Emma Dexter, Senior curator presso la Tate Modern di Londra, «disegnare offre agli artisti la libertà, essendo un ambito sottovalutato dal pubblico e dai critici, di esplorare aspetti della creatività finora tralasciati o repressi.» Il disegno insomma è antiretorico, veloce, comunicativo: può essere agilmente declinato nei modi più differenti, per svincolarsi dalle pastoie della produzione e della collaborazione, piegarsi alle necessità più intime della narrazione senza perdere la forza simbolica che l'arte concettuale degli anni Sessanta ha contribuito a infondergli. Esso consente il dispiegamento, senza alcun ostacolo tecnico, di una vasta gamma di sentimenti diversi: si adatta tanto all'ironia che contraddistingue molta della produzione attuale, quanto al recupero di certi aspetti del Romanticismo, che sembrano tornati in auge da qualche tempo: come il mito della libertà, dell'unità dell'individuo e l'amore per il folklore locale.
Dal lavoro sulle fotografie del californiano Alvarez alle strutture microscopiche di David Zeller, passando per nomi notissimi come Francis Alys, Kara Walker, Raymond Pettibon, Vic Muniz ad altri emergenti come Anna Sigmond Gudmondsdottir, Sebastian HannWöhner, Chloe Piene, sono centonove gli artisti che il team di advisors ha selezionato per Vitamin D ; e alcuni di loro saranno certamente protagonisti di questo 2006 appena cominciato.
La Repubblica, 08.01.06
IL PERSONAGGIO. Albert Hofmann, inventore della sostanza
"La controcultura di quegli anni ha rovinato la mia scoperta"
La scomunica del dottor Lsd
"Rovinata la mia creatura"
di CRAIG SMITH
ALBERT Hofmann, padre dell'Lsd, sperava di mostrarmi il panorama che nelle belle giornate si spalanca davanti ai suoi occhi. Fuori dal suo ufficio nella casa alpina, però, c'era solo una spessa coltre di nebbia. Così ha preso e mi ha mostrato una fotografia poggiata sulla sua scrivania, lasciata lì apposta per convincere i visitatori di ciò che normalmente si trova al di là dei vetri della finestra. Mercoledì compirà cento anni, e questo traguardo coinciderà con un simposio - nella vicina Basilea - sul composto chimico da lui scoperto, che ha schiuso le porte della percezione, alterando la coscienza in tutto il mondo.
La conversazione di Hofmann s'incentra sempre più su un argomento in particolare, ovvero l'unicità dell'uomo nella natura: "È molto, molto pericoloso perdere contatto con la natura vivente". Al centro del tavolo davanti a lui c'era un vaso di vetro contenente un bouquet di rose. "Nelle grandi città ci sono persone che non hanno mai visto la natura vivente, e dove ogni cosa è prodotta dagli uomini". Poi ha aggiunto che sì, l'Lsd - che chiama il suo "bambino difficile" - può effettivamente riconnettere le persone all'universo. È propenso alle digressioni, lieto di divagare tra i ricordi della sua infanzia. Gli occhi s'illuminano ancor più ricordando l'esperienza mistica avuta oltre 90 anni fa, lungo un sentiero nella foresta. L'esperienza lo lasciò smanioso di provare ancora l'emozione di vedere quella che egli chiama "una miracolosa, potente, insondabile realtà". "Rimasi totalmente sconvolto dalla bellezza della natura. Nessuno studioso di scienze naturali che non sia al contempo un mistico può dirsi effettivamente studioso di scienze naturali.
Esternamente ogni cosa è energia allo stato puro e materia incolore: tutto il resto esiste solo per i nostri sensi. I nostri occhi vedono solo una minima frazione della luce naturale. È perciò un errore considerarlo un mondo colorato: esso non esiste al di fuori di noi esseri umani".
Da giovane Hofmann rimase particolarmente affascinato dal meccanismo tramite il quale il regno vegetale trasforma la luce del sole nel presupposto stesso della vita per i nostri corpi: "Ogni cosa nasce dal sole per mezzo del regno vegetale". Studiò chimica e iniziò a lavorare con la società farmaceutica svizzera dei Laboratori Sandoz perché essa aveva avviato un programma mirante a identificare e sintetizzare i composti attivi di alcune piante. Iniziò subito a studiare il fungo velenoso della segale cornuta che cresce in spighe. Le levatrici da secoli lo impiegavano per accelerare il parto, ma i chimici non erano mai riusciti a isolare la sostanza chimica che produce l'effetto farmacologico. Alla fine alcuni chimici statunitensi identificarono il principio attivo noto come acido lisergico, e Hofmann iniziò a combinare tale sostanza chimica instabile con altre molecole, alla ricerca d'un composto utile.
Il suo lavoro sull'ergotina portò a mettere a punto svariati farmaci importanti, tra cui un composto tuttora usato per prevenire le emorragie post-partum. Il composto che doveva avere però il più grosso impatto fu il 25° da lui sintetizzato: l'Lsd, dietilammide dell'acido lisergico. In un primo momento, quando lo sintetizzò nel 1938, il composto non evidenziò alcun effetto farmacologico significativo, ma quando egli portò a termine le sue ricerche sull'ergotina, decise di riprendere in mano l'Lsd-25, sperando che migliori test potessero individuare l'effetto stimolante sul sistema circolatorio corporeo che si aspettava. Fu mentre stava sintetizzando la sostanza, un venerdì pomeriggio dell'aprile 1943, che egli sperimentò per la prima volta lo stato d'alterazione della coscienza per il quale la sostanza è divenuta famosa. "Ho subito riconosciuto la stessa esperienza avuta da bambino. Non sapevo che cosa l'avesse causata, ma sapevo che era molto importante".
Ritornato in laboratorio il lunedì successivo, cercò d'identificare ciò che aveva causato la sua esperienza, credendo in un primo momento di averla avuta per le esalazioni di un solvente simile al cloroformio che aveva adoperato. Eppure inalare le esalazioni non produceva effetto e si rese conto che doveva aver inavvertitamente assorbito una minima parte di Lsd. "L'Lsd mi parlò: è venuto da me e mi ha detto: "Devi trovarmi. Non passarmi al farmacologo perché non troverà nulla"".
Così Hofmann si accinse a sperimentare il farmaco, prendendone una dose talmente minuscola che perfino la tossina più attiva nota all'epoca non avrebbe potuto avere altro che un minimo effetto. Il risultato delle sperimentazioni dell'Lsd, tuttavia, fu un'esperienza straordinaria, durante la quale egli andò in bicicletta verso casa, accompagnato da un assistente. Quel giorno, il 19 aprile, più tardi fu commemorato dagli entusiasti dell'Lsd come "il giorno della bicicletta".
Hofmann prese parte ad alcuni test nei laboratori della Sandoz, ma scoprì che l'esperienza gli incuteva paura e si rese conto che la sostanza doveva essere utilizzata solo in circostanze controllate. Nel 1951 scrisse al romanziere tedesco Ernst Junger, che aveva fatto esperimenti con la mescalina, e gli propose di assumere insieme l'Lsd: assunsero insieme 0,05 milligrammi di Lsd puro a casa di Hofmann, in un'atmosfera piena di rose, inondata dalla musica di Mozart, impregnata d'incenso giapponese. "Quello fu il primo test psichedelico programmato", ha detto Hofmann.
Dopo quella volta Hofmann ha assunto la sostanza decine di volte; una volta, quando era particolarmente stanco, sperimentò un "viaggio dell'orrore" e Junger gli diede delle anfetamine. I giorni delle allucinazioni, tuttavia, sono ormai molto lontani. "Conosco l'Lsd e non ho più bisogno di prenderne", ha detto Hofmann. Poi ha aggiunto: "Forse lo farò quando dovrò morire".
Hofmann definisce l'Lsd una "medicina per l'anima" ed è deluso che sia proibito farne uso, così che la si consuma di nascosto. "È stata usata con successo per almeno dieci anni in psicoanalisi", ha detto, aggiungendo poi che l'uso della sostanza fu dirottato dal movimento giovanile degli Anni Sessanta e poi demonizzato dall'establishment a cui il movimento si opponeva. Egli ha detto che l'Lsd poteva diventare pericoloso e ha definito un "crimine" la distribuzione che ne veniva fatta da Timothy Leary e altri. A suo dire "dovrebbe essere una sostanza a distribuzione controllata, come la morfina".
Hofmann vive con la moglie nella casa che si sono costruiti 38 anni fa. Ha avuto 4 figli e ha assistito alla battaglia combattuta da uno di loro contro l'alcolismo, prima di perdere la vita a 53 anni. Ha 8 nipoti e 6 bisnipoti e, per quanto ne sa, nessuno nella sua famiglia al di fuori di sua moglie ha mai provato l'Lsd. Quando gli ho chiesto se il farmaco lo abbia aiutato a sondare il mistero della morte, è apparso stupito e ha risposto: "Faccio ritorno al luogo dal quale sono venuto, prima di essere messo al mondo. Tutto qui".
Copyright New York Times
Traduzione di Anna Bissanti
Liberazione, 07.01.06
Le Parabole di Gesù Nazareno, la fede, l’ateismo, il comunismo, la condizione umana… un dibattito “complicatissimo”
Rifondazione e i credenti
Come cattolico che simpatizza per la nuova ricerca di Rifondazione sulle questioni etiche, sulla nonviolenza e sulla religione mi sento interno al dibattito di questi giorni su “Liberazione” a proposito della pubblicazione, come allegato al quotidiano, delle “Parabole di Gesù Nazareno”. Sono tra quanti condividono l’affermazione di Sandra Frangioni (27 dicembre): «Il messaggio di Gesù di Nazareth non è patrimonio esclusivo dei credenti e tanto meno delle gerarchie ecclesiastiche». Però, cara Sandra, bisogna – mi sembra - avere il coraggio intellettuale e politico di andare anche oltre la tua, pur lucida, osservazione. Perché si deve dire, come tu dici nel prosieguo della tua lettera, che «essere laici, atei, comunisti non deve impedire di valorizzare messaggi positivi solo perché non sono dei “nostri” messaggi»? E’ questa appartenenza quasi necessaria, logica, ovvia, alla categoria del “laico-ateocomunista” per chi è di Rifondazione (o della sinistra alternativa) che proprio non va e che ti fa dire che il messaggio del Vangelo è positivo ma non è uno dei “nostri” messaggi. Perché non può essere uno dei “nostri” messaggi? Arriveremo finalmente a una Rifondazione comunista in cui, per tutte e per tutti, titolo di adesione e di militanza è, alla pari, essere credenti o non credenti (o in ricerca) e in cui il Vangelo è, quanto altri, testo ispiratore di tensione etiche e “rivoluzionarie” (come scrive don Vitaliano Della Sala nella sua bella presentazione delle “Parabole”)? So bene che i tempi di oggi, con l’incombenza di questi Papi e di questi Ruini (e dintorni), non facilitano una nuova riflessione e tendono a fare apparire la fede solo un aspetto delle strutture ecclesiastiche (vedi, per esempio, le lettere di Giancarlo e di Fulvia del 30 dicembre).
Ma, in passato, a lungo, con molti importanti contributi, negli anni ‘70 e ‘80, eravamo già arrivati a dei punti fermi sul rapporto tra il Vangelo e la politica, ai tempi del movimento dei Cristiani per il Socialismo e della teologia della Liberazione. Ne possiamo riparlare? Penso che Rifondazione e “Liberazione” possano assumersi questo impegno.
Vittorio Bellavite Milano
Militanza plurale
Caro direttore, vorrei
rispondere alla lettera che Vittorio Bellavite ha inviato oltre che a voi anche a me.
Caro Vittorio e cari tutti, Rifondazione ha tra i suoi soci fondatori dei compagni credenti e questo dato risulta nelle tesi dei primi congressi oltre che dagli statuti, nessuno deve concedere niente in proposito, non poteva del resto essere diversamente perché sia nel Pci che in Dp (i due filoni storici da cui proveniamo) era già così, così nel movimento dei movimenti, al quale tanti di noi hanno partecipato, in particolare i più giovani...
Purtroppo oggi sembra che qualcuno se ne sia dimenticato, probabilmente si tratta di compagni o lettori che non hanno partecipato alle esperienze fondative del partito né ai momenti più innovativi della sua vita recente, comunque anche nella nuova realtà della sinistra europea (per non parlare dei movimenti altermondialisti e/o di quelli per la pace) si realizza la stessa pluralità di militanza e di culture, che devono comunicare fra di loro dovremo certamente prendere delle iniziative per approfondire questo dato che dovrebbe essere considerato da tutti e da tutte una ricchezza e per approfondirne le implicazioni culturali e politiche.
Domenico Jervolino via e-mail
Sentimenti scippati
Caro direttore, mi intriga molto il dibattito sul tema dell’ateismo e anche io vivo una sensazione di incertezza quando leggo di un ateo che mi propone l’immagine ed il pensiero di Gesù, direi pure con una certa insistenza.
Premetto subito che non sono un intellettuale. Figlio di un operaio e di una casalinga della periferia di Roma, mi sono formato da solo, raggiungendo anche importanti traguardi nella professione che svolgo (mi occupo di restauro) e questo mi rende semplicemente soddisfatto, ma non sicuro di dire cose appropriate. E allora, volendo esprimere un’idea, cerco di superare questo mio reale senso di inferiorità, prendendo spunto da ciò che leggo sul giornale che preferisco, da ciò che vivo direttamente e da ciò che mi viene spontaneamente di pensare. Dunque, Gesù è l’unico uomo nella storia che ha salvato una prostituta.
Senza voler mancare di rispetto ad una figura così importante, io ho salvato una ragazza drogata, svenuta e verde in faccia, raccogliendola dal selciato e portandola in braccio all’ospedale, tra l’indifferenza della gente, compresa quella del compagno al quale dovetti gridare di aiutarmi. Cos’era, amore cristiano per il prossimo? Per me semplicemente interesse per un essere umano uguale a me, che aveva bisogno di una mano. Episodi di questo genere accadono a molti ed in silenzio… A me sembra che sentimenti nobili come Pace, Fratellanza, Solidarietà e altri che non mi viene da elencare, vengano costantemente scippati all’uomo dalla Chiesa e dalle “Parabole” e rimandati a lui attraverso vie celesti, come se non gli appartenessero naturalmente…
Marco Bruma via e-mail
Comunista o buon cristiano?
Caro Sansonetti, diventa sempre più interessante il dibattito che si sta svolgendo tra i lettori sulle pagine di “Liberazione” e che è nato dalla sua proposta di dare un senso, o meglio, di trovare l’idea corrispondente – come giustamente dice Massimo Fagioli - alle parole della rivoluzione francese. Mi soffermerei su un punto che sembra essere emerso in alcuni dei recenti interventi (penso alle lettere di Sandra Frangioni, di Roberto Longobardi, di Gian Carlo, di Fulvia, tra le altre), ma che ancora non ha trovato, secondo me, una risposta esplicita, e cioè: che differenza c’è tra l’essere “comunista” e l’essere un “buon cristiano”?
Rileggendo l’inserto natalizio di “Liberazione”, in cui don Vitaliano Della Sala racconta un suo natale, vedo che una parte della risposta è già stata scritta. Scrive don Vitaliano, rivolgendosi a Gesù: Sei il barbone, il drogato, l’immigrato, il diversamente abile, il malato di mente».
Leggo: essere cristiano significa annullare la realtà umana dell’altro, soprattutto quando è difficile da accettare, e fantasticare di sostituirla con quella divina. Ma allora, se nel malato di mente c’è Dio, come si fa anche solo a pensare di poterlo cambiare, di poterlo guarire? Se la sofferenza mana è uno strumento di comunicazione divina, allora serve e non va eliminata. L’agire del buon cristiano, la carità, l’assistenza benevola, in realtà nascondono l’intenzione di fare qualcosa per sé, per placare una propria angoscia e guadagnarsi il paradiso. L’altro è solo uno strumento, un mezzo, un tramite tra un sé spaventato e un paradiso fantasticato. Ma, mi chiedo, non è forse questa è la vera violenza? Ecco, forse, da dove partire per cercare la differenza tra un pensiero religioso e un pensiero genuinamente umano. Essere “comunista” allora, forse dovrebbe significare agire e fare veramente qualcosa per l’altro come ad esempio provare a rendere il malato di mente non più malato, il non più uomo uomo, a cominciare da se stessi…
Carlo Cafiero Napoli
O si pensa o si crede?
Cara “Liberazione”, ho letto con molto interesse la lettera di Gian Carlo apparsa su “Liberazione” del 30 dicembre: chiara, onesta ma che mette il dito su una problematica (una piaga?) che un partito come quello della Rifondazione comunista non può non affrontare e approfondire con la partecipazione di tutte le competenze e pratiche presenti in esso o vicine ad esso. Come studioso di filosofia e di teologia, vorrei contribuire con questa breve riflessione ad aprire una strada diversa tra coloro che affermano che l’unico modo di credere sia quello di Ruini e della sua corte e di coloro, come sosteneva Schopenhauer e altri prima e dopo di lui, che dicono che occorre scegliere tra credere e pensare. Concordo con Gian Carlo che occorre superare il linguaggio credentinoncredenti, credenti-atei, fede-miscredenza, credentilaici perché esso è retaggio ancora di una società cristiana dove era segnato in negativo appunto chi non era credente; in Italia poi credente ha significato fino a non molto tempo fa cattolico tout court.
Come, in seguito a processi storici secolari, il termine laico sia diventato e sia usato (ahimè!) per definire una persona che non ha riferimenti religiosi non posso svilupparlo qui, ma voglio solo chiarire che per me l’unica distinzione-opposizione è tra laici e integralisti e non tra laici e credenti; ci sono infatti “laici” integralisti e credenti “laici”. Per me la laicità è accettazione della pluralità di visioni della vita, è pratica di convivialità delle differenze, è inclusività senza discriminazione di genere, è responsabilità nell’esercizio attivo della democrazia. Gian Carlo ha tutto il diritto, ci mancherebbe, di dire no a chi crede all’esistenza di un “figlio di Dio” soprattutto se alla formulazione si dà un significato essenzialistico e ontologico; per me, come per altri emeriti biblisti e teologi, esso ha un significato funzionale ed esistenzialistico.
Per qualcuno Gesù era un maestro, per altri un fanatico, per altri ancora un agitatore criminale. Pochissime persone che all’inizio conobbero Gesù conclusero non che lui era Dio o figlio di Dio nel senso ontologicoessenzialistico ma che in lui avevano incontrato Dio: un’affermazione certo religiosa, che cioè ritiene che l’esistenza umana abbia un senso in relazione ad una realtà trascendente. Anche per l’evangelista Marco, di cui don Vitaliano cita in modo esegeticamente discutibile un verso per affermare la divinità di Gesù, non è che un uomo, il profeta dei tempi nuovi la cui missione è di manifestare l’amore liberatore di Dio che “passa il tempo” con peccatori, lebbrosi, portatori di handicap, sordi, ciechi, prostitute, gabellieri, ogni sorta di persona vittima dell’ingiustizia. Gesù, ebreo marginale come lo ha definito nel contesto economicosociale del tempo John Meier, colui che rivela nella storia le vie di Dio, la cui luce risplende su ciò che è considerato insignificante e marginale. Mi permetto di segnalare un libro, tra i tanti, utile per tutte e tutti, di Stephen J. Patterson “Il Dio
di Gesù - Il Gesù storico e la ricerca del significato”.
L’importante comunque è che gli uomini e le donne di buona volontà, gli uomini e le donne che credono nella giustizia, nell’uguaglianza camminino insieme per realizzarla qui ed ora… Che i cristiani, le cristiane nel loro impegno di aprire le vie di altri mondi possibili facciano riferimento alla prassi di Gesù che abbatteva ogni muro, eliminava ogni divisione, s’impegnava a costruire ponti, a trasformare le relazioni tra uomini e donne da relazioni di dominio a relazioni di reciproco riconoscimento e di contaminazione costante, non può costituire un impedimento all’alleanza con tutti/e coloro che vivono la medesima sfida, se riconoscono che il loro non è né l’unico né l’esclusivo riferimento di senso di questo nostro vivere in maniera liberatrice la drammatica vicenda umana.
Peppino Coscione via e-mail
Liberazione, 07.01.06
Né radicale, né centrista - I gesuiti disegnano il loro centrosinistra ideale
di Fulvio Fania
Dove va il centro-sinistra? Chi lo tira da una parte, chi dall’altra, chi lo vuole di sinistra e chi lo sogna confindustriale, chi nutre invidia per la Spagna di Zapatero e chi invece mette il silenziatore alle coppie di fatto. Una cosa è certa. Quella domanda interessa molto anche alla Chiesa cattolica. Ce ne eravamo accorti, non c’è che dire. Ma la Chiesa è fatta di tante anime e ancor più di diversi stili e varietà di tempi. E così l’interrogativo, più politico che intellettuale, è rimbalzato dentro le silenziose stanze del palazzotto della “Civiltà cattolica” sul Pincio a Roma ed è finito sull’ultimo numero della prestigiosa rivista dei gesuiti a far da titolo ad un articolo del vicedirettore padre Michele Simone. Prima di essere pubblicato è stato sicuramente letto dalla Segreteria di Stato vaticana, secondo regola e prassi del periodico. Benché non sempre si possa dire che i testi siano “ispirati” da Oltretevere, è però certo che non sono stati bocciati e probabilmente sono risultati graditi. “Civiltà cattolica” osserva, commenta, giudica con stile sobrio, sempre con l’aria di raccontare i fatti separati dalle opinioni; ma a sua volta lascia intendere dove preferirebbe “tirare” il centro sinistra. Sono forse i soliti, immancabili strali delle gerarchie contro i divorzi brevi, le pillole del giorno dopo, le famiglie extramatrimoniali, le revisioni del Concordato? Ovviamente, ma non si tratta soltanto di questo. Per la rivista dei gesuiti potrebbe esserci anche un altro rischio in agguato: il «liberismo selvaggio». Riservandosi di esprimere un giudizio quando il programma dell’Unione sarà definito, padre Simone annota infatti: «Tradizionalmente il centro-sinistra non è ispirato da un liberismo selvaggio e quindi, in genere, non risulta in contraddizione con la dottrina sociale cattolica per quel che riguarda i temi economici e istituzionali». Proprio così, incluso quell’aggettivo “istituzionali” che allude allo spezzatino di Costituzione che ha invece cucinato il governo. Oltre che una speranza, quella della “Civiltà cattolica” è un’autentica messa in guardia. Per parte nostra, sappiamo bene quanti liberisti stanno tirando dalla loro parte il centrosinistra e certo lo sanno bene anche i gesuiti. Maestra di sottili dialettiche, la rivista cerca però di prendere i classici due piccioni con una fava. E siccome non gradisce affatto le proposte della “Rosa nel pugno” sui temi della famiglia e della procreazione, si mette a elencare con minuzia alcuni referendum promossi nel passato dai radicali che erano il massimo del liberismo, come quelli con cui si volevano abrogare il Servizio sanitario nazionale e i finanziamenti ai patronati sindacali.
«Non ci sembra – chiosa Simone - che la stragrande maggioranza dei partiti e degli elettori dell’Unione condivida l’ispirazione individualista di tali richieste». Resta il fatto che stavolta la “dottrina sociale” della Chiesa non viene invocata unicamente a baluardo e ammonimento contro l’eutanasia dei corpi ma anche contro quella dei poveri cristi. Senza contare l’osservazione finale dell’articolo: se per il centro sinistra è ancora presto per pronunciare un giudizio, per la Casa delle libertà «non si hanno ancora notizie del programma». La frecciata non piacerà certo a Berlusconi, neppure a Casini, tanto meno per l’impressione positiva che la “Civiltà cattolica” riferisce nei confronti delle primarie dell’Unione. Che fossero ritenute una bella invenzione negli ambienti ecclesiali ed anche curiali si era già capito. Perfino un cardinale non sospettabile di amori di centro-sinistra come Camillo Ruini, nella sua relazione all’ultima assemblea dei vescovi italiani citò la «larga partecipazione» all’iniziativa, usandola un po’ come primo segnale di attenzione verso lo schieramento che oggi è all’opposizione ma domani potrebbe trovarsi al governo. “Civiltà cattolica” tratta bene Prodi perfino sui temi più scottanti come le coppie di fatto. Prende atto che il candidato dell’Unione non ha voluto definire la «soluzione legislativa» con il nome di Pacs per «evitare equivoci» e ricorda che «una parte dell’elettorato» non accetterebbe «alcuna forma istituzionale di matrimonio o patto di serie B» e non vorrebbe andare oltre «accordi privati di convivenza». Insomma, i gesuiti non vogliono i Zapatero. Sicuro. Ma non sembrano tirare la volata nemmeno ai Montezemolo.
Liberazione, 07.01.06
Sanguineti accusa: «Un pezzo di sinistra ha perso l’etica. Io sto con Bertinotti»
Intervista al poeta. Impegno intellettuale, politica, questione morale: «S’è rotto il rapporto di fiducia con i lavoratori»
Per Edoardo Sanguineti la separazione tra politica e etica, a sinistra, inizia prima del caso Unipol. Ha radici lontane. Anche se non troppo. Quando il centrosinistra stava al governo e avviò quella deriva che ha portato al tradimento della Costituzione, con la partecipazione alla guerra nel Kosovo, e al tradimento dei diritti degli sfruttati. «E’ per questa ragione che a D’Alema e Fassino preferisco Fausto Bertinotti: per lui dettato costituzionale e classe lavoratrice restano punti fondamentali». Settantacinque anni (computi lo scorso dicembre) il grande poeta, tra i maggiori esponenti del Gruppo ’63, è tra gli intellettuali che non ha mai smesso di prendere posizione, di dire la sua. Ha aderito fin dal suo nascere alla Sinistra europea.
Quale situazione generale segnala il caso Unipol nei rapporti tra politica e società, tra politici e cittadini?
C’è una sfiducia diffusa nei confronti della classe politica. E’ un nuovo qualunquismo, diverso dal passato. Il qualunquista di una volta era colui che non prendeva mai posizione, che era scettico davanti a tutto e a tutti. Ora è diverso. Una grande quantità di cittadini non riesce a trovare politici che difendano i loro interessi reali. Chi è di destra ha perso fiducia nei confronti di un presidente del Consiglio che ha perseguito solo i suoi interessi e che continua a fare promesse non mantenute.
La situazione cambia per chi vota a sinistra?
A sinistra accade qualcosa di molto simile. I politici di questa area dovrebbero tutelare gli interessi del mondo del lavoro e soprattutto del non lavoro, dei disoccupati e precari oggi così numerosi. Invece quando la sinistra era al potere è stata molto deludente. Ha avviato una politica che ha portato alla situazione attuale. E’ iniziata allora una riforma universitaria che non funziona, la flessibilità del lavoro che ha avuto effetti disastrosi. E’ iniziato allora un atteggiamento di indifferenza nei confronti del dettato costituzionale che è culminato nella partecipazione alla guerra del Kosovo in violazione dell’Articolo 11 e dello stesso Patto Atlantico. Siamo arrivati al punto che oggi il proletario e il sottoproletario hanno difficoltà ad individuare qualcuno che li possa difendere.
Un giudizio senza distinzioni?
Se qualcuno mi chiede: ma tu che fai? Rispondo che appoggio Fausto Bertinotti. Ci sono punti su cui concordiamo, altri su cui abbiamo posizioni diverse e discutiamo. Non mi convince, per esempio, l’idealizzazione che secondo me lui fa dei movimenti, né quella del Chiapas. Ma ha due meriti grandissimi: la difesa della Costituzione su un punto fondamentale qual è il rifiuto della guerra. Il Prc è l’unica forza politica che ha detto no alla partecipazione a quella nei Balcani. In secondo luogo Bertinotti si è posto per davvero il problema di rappresentare gli interessi dei lavoratori e dei sottoccupati, precari e disoccupati con una consapevolezza di classe: la consapevolezza che si possono fare anche dei compromessi, nel senso alto del termine, ma che non si rinuncia al proprio programma e ai punti che si considerano fondamentali.
Torniamo al caso Unipol.Come giudica l’informazione sul coinvolgimento dei Ds?
Non capisco bene una cosa. Il caso Unipol è oggi oggetto di inchiesta da parte della magistratura. Sarebbe quindi giusto aspettare che i giudici si pronuncino e via via farsi un’idea sulla base di quello che dicono gli avvocati e gli indagati. C’è invece una campagna molto dubbia nella stampa, che dà per certo una colpevolezza sicura e allargata. Io aspetterei l’esito processuale prima di formulare un giudizio definitivo. E’ però vero che coloro che sono in qualche modo sospettati o accusati invece di pronunciare parole chiare, fanno dichiarazioni sul piano giudiziario e politico che sono tutto un dico e non dico. Situazioni di questo genere spiegano come ci sia un clima generale di nuovo qualunquismo.
E gli intellettuali: non sarebbe il caso che si pronunciassero? Luperini,su queste pagine, rimpiangeva figure del calibro di Pasolini, Fortini, Volponi, capaci di intervenire nel dibattito pubblico perché conoscevano bene di cosa parlavano, cioè il capitalismo, i suoi poteri, i suoi effetti.
Vorrei spiegare su che cosa sono d’accordo e su che cosa non lo sono. Lo sono sulla sua linea ideologica. Da un intellettuale non mi aspetto che intervenga su punti specifici e particolari delle vicende politiche che spesso richiedono una specializzazione, salvo il caso che sia davvero esperto in un determinato ambito. Mi aspetto però che prenda posizione sulle grandi linee ideologiche. Mi sembra che questa sia anche la posizione di Luperini: un intellettuale cerca in qualche modo di chiarire un sistema di interessi morali, politici e materiali, in quanto si sente organico a un gruppo sociale.
In che cosa, invece, non è d’accordo?
Quando Luperini dice: ah che bei tempi quelli in cui c’erano Pasolini, Fortini, Volponi. Allora non sono affatto d’accordo. I tre intellettuali non erano assolutamente su posizioni avanzate; erano invece su posizioni o retoriche o sentimentali. Pasolini non si capiva che cosa volesse: essere marxista, cattolico o radicale. Era pieno di nostalgia per il mondo rurale, per le mitologie dell’arcadia viva e violenta delle borgate e del vecchio mondo. Fortini era un opportunista, moralista di ferro a parole, ma anche lui uscito dal quel gruppo di intellettuali che insieme a Volponi e altri lavorarono per Adriano Olivetti per ammorbidire i conflitti di classe e per creare e propagandare l’immagine di un capitalismo dal volto umano. Insomma, erano nella migliore delle ipotesi utopisti sbandati.
Quale dovrebbe essere il compito degli intellettuali?
Prendere posizione: restituire alle forze proletarie della nazione, e se possibile anche di più, la coscienza che sono degli sfruttati, che i loro interessi non sono quelli che oggi vengono ventilati e che la politica non è mai la realizzazione di ideali predisposti, è il massimo che si possa ottenere in una situazione concreta. Allora io scelgo Bertinotti. In un contesto orribile, con conflitti di classe, miserie, sfruttamenti, guerre preventive, terrorismo scelgo la posizione più vicina a un punto di vista critico, realista, che si pone il compito essenziale di restituire al proletariato la coscienza di classe. Qui si colloca anche il rapporto tra etica e politica: chi difende i miei interessi non può che essere una persona onesta, cioè prima di tutto qualcuno che combatte a fondo gli interessi del capitale.
di Angela Azzaro