giovedì 7 febbraio 2019

Radici
La Stampa 7.2.10
Andrej Belyj
Il sottosuolo religioso della rivoluzione bolscevica
Il comunismo interpretato con l’occhoonirico del verbo simbolista
di Andrea Colombo


Passeggiando per le vie polverose e caotiche della Mosca di inizi ‘900, il giovane professore Andrej Belyj non passava inosservato. Capelli lunghi nonostante la precoce calvizie, baffi folti, occhi allucinati, il poeta russo adorava i vestiti eleganti, all’occidentale, ma nascondeva un’anima profondamente slava. A 23 anni, nel 1903, scriveva: «La parte di ‘folle in Cristo’, anarchico, decadente, pagliaccio, mi è stata mandata dall’alto…». Una descrizione che ben si attaglia al personaggio. Ora una nuova edizione di Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi, pp. 378, €18) permette di addentrarci nel bizzarro mondo di questo scrittore simbolista. Ormai riconosciuto tra i capolavori della letteratura russa, pubblicato nel 1910, è un romanzo che narra le atmosfere febbrili, animate da istanze messianiche, che contraddistinguono gli anni che precedono la rivoluzione bolscevica.
Belyj si forma da matematico, ma abbandona presto i numeri per le lettere. Nel suo apocalittico (ma non privo di punte d’umorismo) «colombo d’argento» è presente un po’ tutta la sua filosofia, condensata nel protagonista, il giovane Pȅtr, scrittore nutrito di cultura occidentale decadente, ma anche di Böhme, Swedenborg e Marx. Un cittadino cosmopolita che entra in contatto con una setta eterodossa, simile ai «chlysty» di Rasputin, che, tra richiami esoterici e riti orgiastici, lo immerge nelle profondità mistiche della Russia profonda, quella rurale, antica, in un’esperienza che lo illude di fondersi con le masse, di scoprire il vero sentire del suo popolo. Un predicatore delirante riassume così il credo del gruppo: «Ascoltate, gente ortodossa, il regno della Bestia si avvicina, e soltanto con il fuoco dello Spirito potremo incenerirla; fratelli, la morte rossa procederà in mezzo a noi, e la sola salvezza è il fuoco dello Spirito che il regno di Colombo prepara per noi…». Pȅtr finirà malamente, ucciso dagli stessi seguaci della setta, oscuro presagio dell’esito tragico degli impeti rivoluzionar-messianici russi.
Non è un caso se uno dei libri più affascinanti di Belyj, Pietroburgo, sia ambientato durante i moti del 1905. Le rivoluzioni lo attraggono come una calamita, anche se lui le interpreta con l’occhio onirico ed esoterico del verbo simbolista. Intanto si macera tra amori impossibili e aneliti spiritualisti. Durante la prima guerra mondiale soggiorna a Dornach, nella Svizzera tedesca, per partecipare all’edificazione del tempio-teatro steineriano di Goethenaum. E’ affascinato dal messaggio dell’antroposofia, una mistica orientaleggiante adattata ai tempi moderni. Quando torna in Russia nel 1916 assiste con grande interesse a tutti gli eventi che porteranno ai moti dell’Ottobre rosso, a cui dedica il romanzo in versi Cristo è risorto!”(alludendo al saluto-invocazione in uso tra gli ortodossi). Annuncia l’avvento di una «rivoluzione dello spirito», ma nessuna resurrezione è in serbo per il popolo russo e Belyj verrà ben presto sconfessato dalla dura realtà dei primi anni del regime sovietico, fatta di conflitti civili, persecuzioni e povertà. Tuttavia s’impegna nelle organizzazioni culturali dei bolscevichi e fonda la Libera Associazione Filosofica. Nel 1921, abbandonato dalla moglie, in piena crisi esistenziale si reca a Berlino dove frequenta assiduamente i bar notturni esibendosi in improbabili foxtrot, che sembrano più una danza macabra di un flagellante che un ballo alla moda. Tornato in una patria ulteriormente incupita dal nuovo corso staliniano, marcato stretto dalla censura, si dedica a riscrivere le sue opere secondo il nuovo stile del «realismo socialista», ma con scarso successo.
I suoi libri, principalmente di memorie, rimangono zeppi di richiami al simbolismo, all’avanguardia letteraria, alla religiosità bizantina. Quando muore nel 1934 per un colpo di sole durante una vacanza in Crimea, risulta iscritto al sindacato degli scrittori dell’Urss, ma in realtà è completamente isolato. Verrà subito condannato all’oblio dai dirigenti della politica culturale sovietica e sarà più letto in Occidente che in patria. Amaro destino per lo scrittore che voleva essere il più russo tra i russi.

il manifesto 7.2.19
Quando l’orologio non è in sincrono
Tra passato e presente. Riflessioni intorno al libro di Piero Bevilacqua, «Ecologia del tempo», pubblicato da Castelvecchi
di Luciana Castellina


Ma come ho fatto a non interrogarmi su quando erano nati gli orologi? E da quando dai campanili sono passati ai polsi? Non mi ero mai resa conto che è solo a partire dall’introduzione di questo oggi così familiare attrezzo che viene via via sempre più soppressa la spontaneità dell’uomo, costretto dentro le maglie strette dello scandire delle ore. È da allora che prende le mosse il lungo processo che porta sempre più il tempo a sovrastare la vita quotidiana delle persone: astratto, divisibile, esterno all’esperienza umana e invece strumento di ordine e di controllo sociale. Oggigiorno sempre più ossessivo.
È INDUCENDOCI a riflettere sul tempo costretto dall’arco percorso dalle lancette dell’orologio che Piero Bevilacqua ci conduce via via nel suo ultimo libro (Ecologia del tempo, Castelvecchi, pp.108, euro 13) a ripercorrere la storia di questa macchina, nata intorno al Duecento, che non avevo mai percepita come micidiale e invece lo è e che, dal momento in cui viene immessa nello spazio sociale, diventa lo strumento che distribuisce il potere gerarchico fra gli uomini, divisi fra chi il tempo lo impone e chi lo subisce.
A inventarsi l’orario, vale a dire l’applicazione sociale dell’orologio, è stato san Benedetto – ci racconta l’autore– al fine di ordinare il tempo dei monaci, sicché il monastero diventa un modello virtuoso per l’intera società, la costrizione presentata come ordine superiore. E persino come fondamento etico: chi non misura il tempo è più vile delle bestie.
La gabbia temporale che consente l’appropriazione del tempo di vita di chi non ha il potere si sposa naturalmente con il capitalismo, ne è, anzi, la condizione. Il meccanismo per cui il lavoro estratto dall’operaio va ben oltre quanto è necessario alla sua sussistenza, il plusvalore di cui il capitale si appropria, porta a compimento la trionfale carriera dell’orologio. Un meccanismo sempre più schiacciante, che finisce per pervadere ogni momento della vita e verrà perfezionato nella fabbrica moderna disegnata dall’ingegner Taylor, che per sottrarre ulteriore tempo ai dipendenti finisce addirittura per immobilizzarli, affinché non sprechino neppure un minuto. A muoversi saranno le macchine, il pezzo da lavorare, la scocca, che passerà davanti a loro sulla catena di montaggio, il lavoro umano definitivamente disumanizzato. Lo sbocco glorioso della carriera sociale dell’orologio sarà a questo punto il cronometro.
L’OBIETTIVO del libro di Bevilacqua non è tuttavia denunciare il furto del tempo di vita umano, ma la disattenzione verso un’altra misurazione pur vitale: quella per il tempo di lavoro della natura. Quanto ne serve perché crescano il legno, i minerali, l’energia? La velocità delle macchine, e l’intensificazione del lavoro umano, servirebbero a poco – ci dice – se i tempi di riproduzione dei materiali che esse usano dovessero essere tanto lenti da renderli indisponibili per la fabbrica veloce.
Sta già drammaticamente accadendo con l’accelerazione vertiginosa del consumo delle materie necessarie alla crescita della produzione industriale che così brucia in poco tempo risorse che hanno avuto bisogno di millenni per accumularsi. Le cifre sono impressionanti: fra il 1950 e il 1988 la produzione di energie è aumentata del 500%; fra il 1950 e il 2005 quella dei metalli è cresciuta di sei volte, del petrolio di otto, del gas naturale di quattordici. Colpevoli non sono solo i vecchi opifici, ma anche le modernissime aziende elettroniche, per niente affatto «pulite»: basti pensare all’acqua usata per la lavorazione del silicio, o ai minerali necessari a telefonini e computer. Senza contare i guasti di quello che l’autore chiama «meccanismo dissipativo»: rendere i prodotti volutamente obsoleti in tempi brevi sì da accelerare la loro sostituzione.
Perché di questo tempo, della pur drammatica asimmetria che si è stabilita fra ritmi di produzione della terra e i ritmi di consumo dei suoi prodotti non ci si è preoccupati? C’è in proposito una omissione di Marx, che avrebbe calcolato solo la ricchezza sociale prodotta dal lavoro umano e della sua appropriazione privata e avrebbe invece ignorato quella delle risorse messe a disposizione dalla terra, vittima anche lui del mito dell’infinità della natura, una finzione che ha permesso per secoli l’appropriazione privata di acqua, ossigeno, suolo, sottosuolo, per il solo fatto che non si presentavano sotto forma di merce?
SI TRATTA DI UNA VECCHIA discussione su Marx che sarebbe restato cieco difronte a una verità di cui solo oggi possiamo prendere atto con pienezza, perché solo oggi è emerso il trucco che aveva occultato la scarsità delle risorse naturali e insieme il loro collegamento con la nostra organizzazione sociale. Giustamente Bevilacqua, pur riconoscendo un limite di «attenzione» in Marx, sottolinea contemporaneamente come egli sia stato ben consapevole che gli umani della terra sono solo possessori, non proprietari: «usufruttuari», ci dice citando un passaggio del III volume del Capitale, per cui la terra devono tramandarla, migliorarla, «come buoni padri di famiglia alle generazioni successive».
Questa discussione su Marx mi riconduce ai tempi – all’incirca alla fine degli anni ’70 – in cui per la prima volta entrarono sulla scena politica i Verdi e più in generale i movimenti ecologici. Fu un momento di furibondo confronto all’interno della stessa sinistra, fra chi attaccò chi aveva cominciato a parlarne asserendo che volevano tornare all’età pastorale (Lotta Continua, segnatamente, prese in giro il Manifesto con un famoso titolo «Come era verde la vostra vallata», accusandoci di voler distrarre l’attenzione dalla lotta di classe); e chi, con qualche approssimazione, pensò di invocare un Marx verde. Polemiche che scossero del resto anche il Pci, dove ancora alla metà degli anni ’80 non si riuscì a far passare una mozione antinucleare.
IN REALTÀ IN MARX i riferimenti alla natura sono numerosi, il più esplicito nel I capitolo del Capitale, laddove scrive (fra l’altro con un ironico uso della parola «progresso»): «Ogni progresso dell’agricoltura capitalista costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della fertilità per un dato periodo di tempo costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità». Per Marx, insomma, la natura sono la terra e l’operaio, queste «merci improprie» (perché non riproducibili dal capitale), ambedue fonti di ogni ricchezza. Un concetto che ripeterà in mote delle sue opere, in particolare nella polemica con Liebig.
È vero però che questi accenni che oggi chiameremmo ecologici, così come del resto altri temi proposti dalla ricchissima opera di Marx, sono stati via via lasciati cadere dal movimento operaio che, negli anni, ha finito per subire l’egemonia economicista del sistema capitalista che pur combatteva. Forse solo oggi si sono create le condizioni storiche per riscoprirli. Se posso ricordare il titolo di una relazione che feci a un convegno di paludati marxisti 35 anni fa, quando i primi movimenti ecologisti avevano cominciato a turbare lo scenario politico della sinistra europea, Il verde è componente necessaria del rosso. Piero Bevilacqua con questo suo Ecologia del tempo. Uomini e natura sotto la sferza di Crono ci dà un contributo decisivo nella battaglia che tuttora troppo timidamente la sinistra conduce per proporre e imporre una svolta atta a prevenire le catastrofi naturali annunciate. E lo fa scrivendo un libro che è anche una gradevolissima lettura.

Il Fatto 7.2.19
Concita De Gregorio
“Pago le cause di Berlusconi all’Unità, il Pd si è dileguato”
Da 8 anni è condannata a rifondere i danni per le sentenze di diffamazione: “Dovrebbe farlo l’editore, che però fa finta di niente”
di Salvatore Cannavò


Ci sono molti modi di umiliare la libertà di stampa e il lavoro dei giornalisti. Da otto anni Concita De Gregorio, storica firma di Repubblica, ex direttrice dell’Unità, ne sperimenta uno particolarmente subdolo: “Ogni centesimo che ho guadagnato mi è stato sequestrato per pagare le cause civili dell’Unità al posto di un editore che nel tempo si è fatto nebbia”. Cioè, è scomparso dietro i tecnicismi del concordato fallimentare. Quell’editore, la Nie, Nuova iniziativa editoriale, di fatto è il Partito democratico che dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci ha mantenuto il controllo nel corso del tempo.
Perché dici di pagare per responsabilità non tue?
Perché nel 2008 vengo chiamata da Renato Soru, astro nascente dell’imprenditoria italiana, per assumere la guida dell’Unità. Accetto senza essere mai stata iscritta al Pci o al Pd, ma perché in quegli anni, Berlusconi che torna al governo, il Bunga bunga che avanza, mi sembra giusto impegnarmi per fare qualcosa.
La direzione dell’Unità dura dal 2008 al 2011.
Tre anni di opposizione in cui lo scontro con Berlusconi e il suo governo è totale. Noi la conduciamo con un giornale aperto, plurale, anche ‘pop’, ma pieno di nuovi talenti.
Tu lavoravi a Repubblica?
Mi licenzio per andare a guadagnare meno della metà. Portiamo l’Unità a 75 mila copie per poi scendere a 50 mila: una cifra non indifferente. Quando il segretario del Pd diventa Pier Luigi Bersani, mi chiama Matteo Orfini, allora responsabile dell’Informazione, e mi spiega che è venuto meno il rapporto di fiducia.
Ed è qui che comincia il calvario.
Quando la Nie, il mio editore, chiude con un concordato preventivo, tramite il quale cede la testata alla cordata guidata dall’imprenditore Pessina (e partecipata anche dal Pd, tramite la Eyu, ndr.) dismette la responsabilità civile per le cause di diffamazione. In quanto direttore, e in base alla legge sulla stampa del 1948, rispondo in solido per tutte le cause civili. Pago io, quindi, al posto dell’editore.
Le cause non riguardano tue colpe precise?
In 35 anni non ho mai perso una causa per diffamazione, non ho mai dovuto rifondere alcun danno. Se pago è solo per condanne che riguardano l’editore e i giornalisti sotto la mia direzione.
Da dove provengono le cause?
Le più importanti hanno nomi scontati: Berlusconi Paolo, Berlusconi Silvio, il generale Mori, la famiglia Angelucci, Fedele Confalonieri, Augusto Minzolini, Mediaset… e così via. Sono liti temerarie. Ma costano sia in termini di spese legali sia per le sentenze cautelative che dispongono pignoramenti e sequestri fino al giudizio definitivo. Parliamo di milioni di euro.
Come è possibile che Nie non sia responsabile?
In realtà io posso rivalermi su Nie, una sentenza del 2017 mi ha dato ragione su questo. Ma a chi mi rivolgo? In quella scatola non c’è nessuno che si assuma la responsabilità.
E il Pd?
Ne ho parlato con Lorenzo Guerini e Luca Lotti. La risposta è stata la stessa: tecnicamente non siamo gli editori e la legge non ci impone nulla. Ma qualcuno può davvero sostenere che il Pd non fosse l’editore dell’Unità?
Con Matteo Renzi hai mai parlato?
Non si è mai fatto vivo e io non l’ho cercato. Anche perché non lamento niente. Io ho la forza di difendermi da sola, ma vorei difendere i ragazzi che fanno questo mestiere con editori volatili.
Servirebbe una legge?
Servirebbe una norma che affermi che in caso di fallimento di un editore non siano i giornalisti a pagare per colpe non loro. Mi pare un principio di civiltà, e di difesa del nostro mestiere. L’Ordine dei giornalisti e il sindacato di categoria dovrebbero occuparsene seriamente. La minaccia economica sul nostro mestiere è più subdola di altre e va contrastata con forza.
Ti rimproverano di aver fatto chiudere l’Unità e di essere solo una radical chic.
Dopo di me ci sono stati sei direttori e l’Unità ha chiuso dopo sette anni. Io ho sempre vissuto del mio lavoro e non posseggo nient’altro che la mia dignità e la passione per questo mestiere. Non possono farmi smettere di farlo, lo farei anche gratis perché è tutta la mia vita.

Il Fatto 7.2.19
Il reddito non piace al Pd classista
di Daniela Ranieri


La sinistra italiana (non ridete, esiste: fa riferimento un po’ a Renzi e frattaglie, un po’ a Calenda, un po’ agli ectoplasmatici candidati alle primarie del Pd) si erge indignata contro il Reddito di cittadinanza, quel dispositivo partorito per i poveri nella sordida fabbrica di illusioni del M5S. Bene, era ora che l’opposizione si facesse sentire. Purtroppo, con nostro sincero sconcerto, il principale appunto che gli eredi di Berlinguer muovono alla misura non viene dalla sinistra del loro cuore, ormai atrofizzata nel cinismo degli arrivati; bensì da quell’inestirpabile, servile, interiorizzato classismo che li contraddistingue da almeno 10 anni.
La linea la detta Carlo Calenda, pompatissimo da Repubblica e da se stesso come prossimo leader di un partito al 30% – percentuale plausibile se si limitasse il suffragio a tre condomìni dei Parioli, l’area C di Milano e 6 delle 7 madamine Sì Tav che non votano l’ex compagna Ghiazza, lanciatissima verso proprie elezioni. “Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”, ha twittato il trascinatore di folle, il che, a leggere tra le righe, potrebbe voler dire o che i salari secondo Calenda sono troppo bassi, evento evidentemente imprevedibile e inevitabile come le calamità naturali; oppure che il Rdc secondo Calenda è troppo alto, ipotesi che temiamo come più verosimile.
Siccome semmai il Rdc ricalca il Rei di Gentiloni aumentandolo un po’ ed estendendolo a una platea più larga, ci chiediamo cosa dia tanto fastidio ai suoi critici. Avessimo capito male, Calenda chiarisce: “Il Rei eroga sussidi inferiori al reddito di cittadinanza. Ed è esattamente quello di cui sto parlando. Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”. Eh sì, voleva proprio dire quello che pensavamo: il Rdc è troppo alto, ergo va abbassato, perché meglio avere tra i nostri concittadini eserciti di zombie senza pane che, Dio non voglia, fare concorrenza sleale ai salari che le imprese elargiscono graziosamente ingrassando il loro intoccabile Sacro Profitto. “Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”: così è scritto.
Si è subito accodata l’autorevole ex ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca Valeria Fedeli, che dall’alto della sua terza media e del suo meritato stipendio monita: “Chi lavora 8 ore al giorno prenderà molto meno di chi avrà il #redditocittadinaza (sic). Questo è contro cultura del lavoro”. Cultura del lavoro dal suo partito così faticosamente costruita attorno al principio che fosse lecito lavorare 8 ore al giorno e restare sotto la soglia di povertà dei 780 euro.
I competenti non trovano da ridire sul fatto che ai beneficiari del Rdc venga imposto di spendere tutto l’ammontare della somma erogata entro il mese pena il suo azzeramento, cioè non criticano del sussidio la natura di carburante appena sufficiente a vivere e a produrre un doping della domanda, cosa che, come dice Rizzo del Partito Comunista, produce una torsione irreversibile della cultura del lavoro in cultura del consumo e trasforma i proletari di un tempo in cavie del neo-liberismo all’ingrasso.
Quello che gli preme nel petto, a questi miliardari e/o miracolati, è manifestare l’insopprimibile fastidio per il fatto che l’idea-bandiera dei 5Stelle concorra e vinca sul reddito da lavoro di molti italiani, sconcezza che non li ha mai portati sulle barricate. Anzi, col Jobs Act, che è costato una ventina di miliardi in sgravi fiscali alle imprese per i cosiddetti contratti a tutele crescenti (che non hanno spostato di un centimetro l’occupazione stabile), hanno incoraggiato la frana dentro la palude della precarietà e della povertà di persone che pure lavorano, cioè la non-cultura del lavoro basata sul principio che i diritti delle persone devono essere calpestati e il loro lavoro svalutato materialmente e simbolicamente a vantaggio della spinterogena narrativa dell’Italia che riparte.
Finché i poveri erano polli da batteria da allevare nei call center o nelle start-up o pennuti da spennare agitando davanti ai loro occhi la mancetta degli 80 euro prelevati dalle casse dello Stato, a quelli del Pd andava benissimo. È adesso, che quelli battono cassa pretendendo di sopravvivere anche se sono disoccupati, che gli statisti amici dei padroni si mobilitano e ritrovano l’antica fiamma della politica.
Tralasciamo di riportare le altre miccette anti-Rdc e anti-poveri sparate dai pidini cultori del lavoro, come quelli che dileggiano il “bibitaro” Di Maio e come la povera Boschi che, da figlia di banchiere, irride i beneficiari dèditi al divano e a una “vita in vacanza”.
L’eventualità che questa disputa in punta di penna condotta dalle migliori menti del Pd possa trovare soluzione solo in una crescente miseria tanto per chi non ha lavoro quanto per chi ce l’ha, non li riguarda, o comunque non li commuove.

il manifesto 7.2.19
Cucchi, il generale Casarsa indagato per il depistaggio
L’allora colonnello, comandante del Gruppo Roma, finisce nell’inchiesta integrativa al processo bis. Fino a un mese fa era comandante dei Corazzieri del Quirinale, accusato di falso
di Eleonora Martini


E ora c’è il primo generale dei Carabinieri indagato per il depistaggio delle indagini sulla morte di Stefano Cucchi. Si tratta di Alessandro Casarsa, fino a quattro settimane fa comandante dei Corazzieri del Quirinale, immediatamente rimosso quando le indagini hanno iniziato a lambire gli ambienti del Gruppo Roma, di cui Casarsa all’epoca dei fatti era comandante.
Nel 2009 il generale occupava un gradino più in basso nella carriera militare, era colonnello. Finora il più alto in grado nei vertici dell’Arma finiti nell’inchiesta integrativa al processo bis aperta dal pm Giovanni Musarò per fare luce sui tentativi di insabbiamento del pestaggio subito dal geometra romano da parte di due carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre 2009, è stato il tenente colonnello Luciano Soligo che allora era comandante della compagnia Talenti Montesacro.
Il generale Alessandro Casarsa
La scorsa settimana il generale Casarsa si è recato a Piazzale Clodio dove è stato interrogato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dal pm Musarò che lo accusa di falso, per aver permesso di modificare le annotazioni di servizio stilate da due carabinieri della caserma di Tor Sapienza, dove il giovane arrestato trascorse la notte, che contenevano particolari sullo stato di salute attuale di Cucchi. Secondo il resoconto dell’interrogatorio ricostruito sul Corriere della Sera, il generale si sarebbe difeso negando ogni addebito ma soprattutto – particolare importante, se confermato – avrebbe detto di ricordare bene a distanza di nove anni «l’indicazione data ai carabinieri che avevano avuto a che fare con Cucchi di essere il più precisi e dettagliati possibile nelle loro ricostruzioni».
Il nome di Alessandro Casarsa compariva nell’elenco dei testimoni chiamati a processo dall’avvocato Diego Perugini, difensore di Nicola Menichini, uno dei tre agenti di polizia penitenziaria erroneamente accusato di lesioni e abuso di contenzione nel primo processo (a causa del depistaggio) e che oggi è parte lesa. Nella lista di testimoni del legale compaiono anche il generale Vittorio Tomasone, all’epoca comandante provinciale, e il capitano Tiziano Testarmata, accusato di favoreggiamento per non aver messo agli atti una mail nella quale un altro indagato, il tenente colonnello Francesco Cavallo, indicava come falsificare le annotazioni su Cucchi.
«Ma ora che il generale Casarsa è indagato, la sua deposizione al processo diventa questione ancora più delicata», riferisce Perugini che spiega al manifesto i motivi per i quali ha chiamato a deporre anche i vertici dell’Arma: «Che ci fosse un filo rosso che portava più in alto lo si era capito fin dall’inizio, l’aria fetida la si percepiva già, ma quello che sta venendo fuori era sinceramente inimmaginabile».
«Ciò che sta emergendo ogni giorno di più, è spaventoso – commenta la notizia Ilaria Cucchi, sorella di Stefano -. I depistaggi e i tentativi di insabbiamento della verità ci sono stati nel 2009, poi nel 2015 e continuano ancora oggi, malgrado un magistrato come Musarò stia cercando di fare luce sull’accaduto. Non hanno paura di nulla né rispetto di alcuno, neppure della magistratura. Da cittadina, mi fa paura».

La Stampa 7.4.19
Caso Cucchi, un generale indagato per depistaggio
diFrancesca Paci


C’è un nuovo nome nella lista degli indagati per i depistaggi sulla morte di Stefano Cucchi, si tratta del generale dei carabinieri Alessandro Casara che sarà ascoltato per il reato di falso in atto pubblico nell’ambito dell’inchiesta-bis sulle settimane e i mesi seguiti all’arresto del trentunenne geometra romano. L’iscrizione di Carsara, che all’epoca era comandante del Gruppo Roma, è legata alle presunte manipolazioni di due relazioni di servizio sullo stato di salute di Cucci, fermato per detenzione di stupefacenti il 15 ottobre del 2009 e deceduto una settimana dopo nel reparto protetto dell’ospedale capitolino Sandro Pertini.
La ricerca delle responsabilità
La storia di Stefano Cucchi, ricostruita dal film di Alessio Cremonini «Sulla mia pelle», è anche la storia della battaglia per la verità della sorella Ilaria, che solo l’11 ottobre scorso ha riconosciuto una svolta nel fino ad allora fumoso processo, quando il pm Giovanni Musarò ha rivelato che all’inizio dell’estate l’agente Francesco Tedesco, dopo nove anni di silenzio, aveva accusato i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.
È cominciata la scalata ai vertici delle forze dell’ordine nella ricerca delle responsabilità? Nei giorni scorsi Casarsa, che fino a Natale era a capo dei corazzieri in servizio al Quirinale, è stato sentito dai magistrati romani e ha respinto le accuse ma, trapela da Piazzale Clodio, potrebbe non essere l’unico alto graduato nel mirino degli inquirenti. Nei faldoni sul depistaggio compaiono attualmente una decina di persone tra ufficiali e sotto ufficiali dei carabinieri, funzionari diversi da sentire a vario titolo come il generale Vittorio Tomasone che nei prossimi mesi comparirà al tribunale Roma su convocazione dal legale della famiglia Cucchi (dieci anni fa era il comandante provinciale e, secondo alcuni testimoni, ordinò le verifiche interne su quanto accaduto in caserma la notte dell’arresto di Cucchi).
Le nuove ipotesi sul coinvolgimento del generale Casara saranno sul tavolo venerdì, quando i pm ascolteranno il professor Carlo Masciocchi - convinto che l’analisi della terza vertebra lombare di Cucchi sarebbe stata ignorata dai periti della Corte d’Assise di Roma - e , ancora una volta, Davide Antonio Speranza, il maresciallo in servizio presso la stazione del Quadraro nei giorni del fermo, del pestaggio e della morte.

Il Fatto 7.2.19
Sanità, la svolta di Fontana non piace ai privati
di Gianni Barbacetto


Modello Formigoni ciao ciao. La Regione Lombardia cambia registro e cerca di riequilibrare sanità pubblica e sanità privata. Il Celeste magnificava la sanità lombarda – quella da lui riformata modificando il modello nazionale – come una “eccellenza”, un esempio per tutto il Paese. Intanto in Lombardia la spesa pubblica sanitaria aumentava e soprattutto cresceva la quota per le strutture private, a danno della sanità pubblica. Crescevano anche i “benefit” per Roberto Formigoni, il presidente della Regione Lombardia che godeva di viaggi, vacanze, yacht, pranzi, cene, villa in Sardegna e coccole varie ed eventuali, gentilmente messe a disposizione dai boss della sanità privata, che hanno il senso della riconoscenza. La Corte d’appello di Milano lo ha condannato per questo, nel settembre 2018, a 7 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di corruzione. E la Corte dei conti gli ha sequestrato 5 milioni di euro, valutando che questa sia la somma dei benefit ricevuti negli anni.
Al di là dei “benefit”, il Modello Formigoni consisteva nell’equiparare strutture pubbliche e strutture private, in nome della libertà di scelta del paziente. Impostazione unica in Italia, che ha lasciato, in realtà, ai privati la libertà di crescere, aumentare i fatturati e scegliere i settori dove offrire più servizi: quelli più remunerativi, naturalmente, lasciando al pubblico quelli che rendono meno e creando per alcune prestazioni lunghissime liste di attesa. Roberto Maroni, succeduto a Formigoni al vertice della Regione, ha cambiato i nomi delle strutture sanitarie, ma non il sistema. Così sono cresciute le fortune e i fatturati di imprese come Humanitas (di Gianfelice Rocca), San Donato e San Raffaele (della famiglia Rotelli), Multimedica (di Daniele Schwarz).
I ricoveri in Lombardia sono 1,4 milioni all’anno: circa 500 mila (il 35 per cento) sono in strutture private, con un fatturato di oltre 2 miliardi, sui 5,4 totali. Le visite e gli esami ambulatoriali sono 160 mila all’anno: 67 milioni (il 42 per cento) fornite dai privati, che incassano 1,2 miliardi di euro, sui 2,9 miliardi totali.
Ora ad annunciare la svolta, provando a uscire dal Modello Formigoni, è il presidente Attilio Fontana. Ce la farà? Il primo atto è un documento intitolato “Regole di sistema 2019” in cui chiede ai privati di programmare le attività non in base ai propri fatturati, ma alle esigenze dei pazienti, fornendo innanzitutto le cure più necessarie e quelle con maggiori tempi di attesa. Chiede di vincolare 35 milioni di euro per prestazioni non scelte dai boss privati, ma dall’assessorato alla Sanità. “Bisogna evitare che gli erogatori si concentrino su attività caratterizzate da buona redditività e da non verificata necessità epidemiologica”, si legge nelle nuove regole della Regione. Per questo 35 milioni saranno sottratti alla discrezionalità dei privati e impiegati per prestazioni scelte dal pubblico.
Lo stesso succederà per dodici visite ed esami specialistici ad alti tempi di attesa, che oggi hanno code di più di 30 o di 60 giorni. Più stringenti saranno anche i controlli, per verificare se siano davvero necessarie alcune prestazioni molto di moda (e molto remunerative) come per esempio gli interventi di chirurgia anti-obesità.
Richieste legittime, visto che i privati incassano, ma a pagare, con soldi pubblici, è sempre la Regione. Che Fontana sia sulla strada giusta lo dimostra la reazione rabbiosa dei boss della sanità privata, arrivata attraverso Confindustria Sanità e le altre associazioni dei padroni delle cliniche. Ma riuscirà a scalzare il Modello Formigoni?

Il Fatto 7.2.19
Perché i giornali stanno soffrendo
Web e non solo - Negli anni della crisi i consumi delle famiglie sono scesi, quelli per la cultura sono crollati. La conoscenza è più democratica, ma sempre meno persone la cercano nei canali tradizionali. E l’attendibilità non conta
di Domenico De Masi


In cinque anni Repubblica e Corriere hanno perso 45.000 copie; La Stampa 34.000. Sia in versione cartacea che in versione digitale. Anche tutti gli altri giornali sono in calo. Repubblica ha sostituito Mario Calabresi (49 anni) che ha tentato innovazione e diversificazione con Carlo Verdelli (61 anni) che non è neppure sui social network.
La crisi dei giornali, che tutti i commentatori considerano irreversibile, viene attribuita a quattro cause: la decrescente credibilità dei giornalisti; l’eccessiva somiglianza e sovrapponibilità dei giornali; il proliferare delle fonti informative non cartacee, il progressivo prosciugarsi delle fonti di finanziamento, tutte in declino (la pubblicità, gli abbonamenti, le edicole, i finanziamenti pubblici, gli imprenditori che investono a fondo perduto).
Dal punto di vista sociologico i due fenomeni più rilevanti nella galassia dell’informazioni sono la proliferazione delle fonti informative e dei produttori di cultura e la democratizzazione della falsità.
Per secoli, prima dell’avvento dei mass media, le informazioni e la cultura sono state prodotte da pochi e destinate a pochi. L’arcivescovo di Salisburgo commissionava a Mozart una composizione e, ottenuto lo spartito, la faceva eseguire per la ristretta cerchia di gentiluomini e gentildonne che componevano la sua corte. Il conte Hermann Carl von Keyserling, che soffriva d’insonnia, chiese a Bach di comporgli quelle che poi sarebbero state chiamate Variazioni Goldberg, destinate solo a lui e, eccezionalmente, agli “intenditori, per il ristoro del loro spirito” come dice il frontespizio dello spartito.
Gli “intenditori” erano ben pochi in un mondo dove solo i preti e pochissimi laici sapevano leggere e scrivere ma bastavano per certificare proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia, della politica e della guerra. Carlo Magno e Carlo V stentavano anche a scrivere la propria firma e fu la riforma protestante che, eliminando la mediazione del clero, attribuì a tutti i fedeli il diritto e il dovere di leggere la Bibbia. Per esigenze organizzative fu poi l’industria, soprattutto quella di grandi dimensioni, a esercitare un ulteriore impulso all’alfabetizzazione.
Nel 1861, subito dopo l’unificazione, gli italiani erano 28 milioni e gli analfabeti rappresentavano il 78%, con punte massime del 91% in Sardegna. Nello stesso anno gli analfabeti erano il 47% in Francia, il 31% in Inghilterra, il 10% nei Paesi scandinavi. A metà del Novecento l’Italia, dove ancora prevale l’agricoltura, ha 48 milioni di abitanti, per metà analfabeti. Nel 2002 gli italiani sono ormai 57,5 milioni e i cittadini senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare, sono pari al 36,5% della popolazione sopra i sei anni.
Oggi in Italia gli abitanti sono 60,4 milioni e, secondo le statistiche ufficiali, solo il 3% sono analfabeti. Ma in un articolo pubblicato nel 2008, Tullio De Mauro scriveva: “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea… Solo lo Stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori”.
Tutt’altra cosa è se si considerano gli analfabeti funzionali, cioè le persone che sanno leggere e scrivere ma non riescono a sviluppare un pensiero critico e hanno difficoltà a comprendere testi semplici, come ad esempio le istruzioni di montaggio di un oggetto appena acquistato. Un recente studio di Info Data e Sole 24 Ore ha calcolato le percentuali di analfabeti: in Italia sono il 28%, contro il 18% negli Stati Uniti e in Germania, il 13% in Svezia, l’11% in Finlandia.
Ma oggi saper leggere e scrivere non basta. Occorre essere connessi con il mondo circostante. Nella società industriale e con l’avvento dei mass media (giornali, radio e televisione) la cultura è diventata una faccenda di pochi per molti: quella stessa sinfonia che l’arcivescovo di Salisburgo commissionava, Mozart componeva, i musici eseguivano e solo la corte ascoltava, oggi può essere fruita da miliardi di persone grazie alle riproduzioni discografiche, alle trasmissioni radiofoniche e televisive, alle applicazioni quasi gratuite come Spotify. Stessa cosa avviene, tramite eBook reader, per quanto riguarda articoli, letteratura e saggi.
Poi, nella società postindustriale, con l’avvento dei social media, la cultura è diventata una faccenda di molti per molti. Tutti collaborano alla produzione di Wikipedia e tutti vi attingono informazioni. Stessa cosa avviene con Facebook, Instagram, WhatsApp, Youtube e con tutti gli altri sistemi interattivi.
Le tre modalità di produzione e consumo della cultura oggi convivono consentendo la loro ibridazione: secondo gli ultimi dati del Censis, il 94% degli italiani guarda la televisione, il 79% ascolta la radio, l’84,5% legge i quotidiani e il 31% legge i settimanali.
Il 42% per cento della popolazione dai 6 anni in su ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi, e a leggere sono molto più le donne (28%) che gli uomini (16,5%), gli anziani più dei giovani, i laureati più degli altri, gli imprenditori e i liberi professionisti più degli impiegati e degli operai, i residenti nel Nord-Est (49%) più dei residenti nel Sud (28%), i ragazzi che vivono con genitori che a loro volta leggono (80%) più di quelli che hanno i genitori che non leggono (40%).
Ma tutti questi mezzi “industriali” di trasmissione culturale sono usati molto meno di dieci anni fa: i quotidiani hanno perso il 30% dei lettori, i libri il 17% e i settimanali il 9,5%. In grande ascesa, invece, i mezzi postindustriali: l’88% possiede un cellulare, il 78% è abbonato a Internet, il 29,5% usa il tablet. Rispetto a dieci anni fa, i possessori di smartphone sono aumentati del 59%, gli abbonati a Internet del 33%, i lettori di quotidiani online del 5%.
Negli anni della crisi, tra il 2007 e il 2017, la spesa totale delle famiglie si è ridotta del 2,7%; quella per giornali e libri si è ridotta del 38,8%; quella per computer e audiovisivi è aumentata del 54,7%; quella delle famiglie per il telefono è aumentata del 221,6%.
Dunque i sistemi elettrici e cartacei di produzione e di consumo culturale stanno cedendo il passo ai sistemi elettronici, anche se questo passaggio non è uguale in tutti i segmenti di pubblico: Internet è usato dal 42% degli anziani (65-80 anni) contro il 90% dei giovani (14-29 anni). Questi ultimi rappresentano il 55% dei fruitori di Instagram, il 71% dei fruitori di Facebook e di YouTube, l’82% dei fruitori di WhatsApp. E, man mano che gli adulti accedono a WhatsApp, i giovani emigrano verso Instagram, rifiutando persino la convivenza virtuale con chi è più anziano di loro. Interessante notare che il 66% degli italiani è convinto che i social network siano poco o per nulla affidabili. Il fatto è che i giovani (14-29) usano il web soprattutto per ascoltare musica, guardare film e telefonare; gli anziani (66-80), i laureati e i diplomati soprattutto per svolgere operazioni bancarie, trovare strade e località, trovare informazioni su aziende, prodotti e servizi. In entrambi i casi, l’affidabilità non conta.

La Stampa 7.2.19
Italiani in fuga, all’estero sono 5,5 milioni
Adesso partono anche famiglie e over 60
di Francesca Sforza


In Europa è in atto un flusso migratorio di dimensioni paragonabili a quello successivo alla Seconda Guerra Mondiale: sono gli italiani che se ne vanno dall’Italia. A dirlo sono i registri dei connazionali residenti all’estero, a cui vanno sommati i dati incrociati da fonti esterne, come ad esempio le statistiche anagrafiche dei maggiori Paesi europei. Il fenomeno dunque misura almeno il doppio rispetto ai numeri effettivamente censiti, che si riferiscono a cittadini italiani residenti all’estero per più di 12 mesi e che adempiono agli obblighi di legge iscrivendosi all’Aire (non tutti lo fanno, soprattutto fra i più giovani).
La Farnesina si sta attrezzando per rendere l’iscrizione ai registri una prassi consolidata: «Davanti alla sfida dei nuovi flussi di mobilità e degli oltre 5,5 milioni di italiani residenti all’estero - dice il direttore della Direzione degli italiani all’estero Luigi Maria Vignali - il ministero sta puntando decisamente sulla digitalizzazione dei servizi consolari: abbiamo attivato il Portale Fast-It e pensiamo di renderlo un vero e proprio “sportello consolare virtuale”, per richiedere servizi e ottenere certificati direttamente on line».
Stando ai dati del ministero degli Esteri, se si guarda agli ultimi cinque anni, la mobilità italiana è passata dai 3,1 milioni di iscritti nel 2006 agli oltre 5,1 milioni del 2018. La fotografia scattata nel 2018 parla di 5.114.469 di italiani residenti stabilmente all’estero sui quasi 60 milioni e mezzo censiti nella stessa data in Italia. E solo nell’ultimo anno la comunità di iscritti è aumentata di 140 mila persone (+2,8%). Alcuni sono italiani che nascono già all’estero, altri sono quelli che acquisiscono la cittadinanza, altri ancora (pochissimi) quelli che si trasferiscono da un comune all’altro nella nazione estera in cui già vivono. Molti però espatriano, per la precisione il 52,8%; questo significa che gli italiani che hanno scelto di trasferire stabilmente la loro residenza fuori dai confini nazionali sono 123.193. Un po’ come se si fosse svuotata, nell’ultimo anno, una città delle dimensioni di Monza o di Pescara.
Ma chi sono gli italiani che se ne vanno? Il 37,4 per cento ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, ma la tendenza registra un aumento dell’età: rispetto all’anno precedente c’è stato nel 2017 un aumento di quasi il 3 per cento di persone che hanno tra i 35 i 49 anni. E il trend da allora è tutto in aumento. La maggioranza degli espatriati (56%) si trova oggi nella forbice compresa tra i 18 e i 44 anni, a cui si deve aggiungere un 19% di minorenni. Quest’ultimo dato è indicativo: la partenza di questi 24.570 minori (di cui il 16,6% ha meno di 14 anni e l’11,5% meno di 10 anni) significa infatti che a spostarsi sono interi nuclei familiari.
Via dalle città
Rispetto al passato, i nuovi italiani sono più istruiti: il 34,6 per cento ha la licenza media, il 34,8 è diplomato e il 30 è laureato. E come altri migranti, mandano i soldi a casa: le stime del 2016 parlano di sette miliardi di euro di rimesse dall’estero, circa mezzo punto di Pil. Cifra che non va a compensare l’investimento perduto, se si calcola che ogni dottore di ricerca che se ne va è costato allo Stato italiano circa 230 mila euro (un laureato 170 mila, un diplomato 90 mila).
A conferma che tra le ragioni della partenza possa esserci la ricerca di opportunità migliori di quelle offerte dal panorama nazionale c’è il dato geografico: sono le grandi aree metropolitane, quelle con forti o importanti strutture formative e professionali - dalle università alle grandi aziende - a produrre il maggior numero di «expat». Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. Tra le Regioni in testa c’è la Lombardia, seguono Veneto, Sicilia, Emilia-Romagna e Liguria. Si va soprattutto in Europa, e poi in America (che significa anche America Latina, Brasile e Argentina in particolare).
Il Paese che accoglie in assoluto più italiani è la Germania, che a inizio 2018 ha registrato 20.007 nuovi ingressi, seguono Regno Unito e Francia, rispettivamente a quota 18.517 e 12.870. L’effetto Brexit si è fatto sentire: le presenze sono precipitate nel Regno Unito del 25,2%, ma il dato è probabilmente dovuto anche alla mancata iscrizione all’Aire di tanti che non sanno se restare o fare ritorno a casa. A una minore attrattività della Gran Bretagna corrisponde un aumento di interesse nei confronti della Francia, che a dispetto di tutto, ha visto, più di tutte le altre nazioni, l’arrivo di giovani nuclei familiari provenienti dall’Italia.
I migranti di rimbalzo
Tra i cambiamenti sostanziali c’è da registrare poi un aumento della fascia d’età di chi parte: + 20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35, 3% nella classe 65-74 anni; +78,6% dagli 85 anni in su. Molti, tra gli over 60, fanno parte della cosiddetta «emigrazione previdenziale», ovvero coloro che decidono di trascorrere la pensione in luoghi in cui le tasse e i costi della vita sono decisamente inferiori che in Italia; la testa della classifica è dominata come sempre dal Portogallo, che ha registrato un aumento del 140,4%, seguono Brasile (+32,0%), Spagna (+28,6%) e Irlanda (+24,0%). Altri invece sono genitori e nonni che raggiungono i figli e i nipoti stabiliti all’estero, oppure sono «migranti di rimbalzo», che rientrano in Italia, ma dopo un po’ preferiscono tornare da dove erano partiti, o «migranti maturi disoccupati», quelli che a un certo punto si rendono conto di non riuscire a mantenere la propria famiglia in patria. E allora se ne vanno.

il manifesto 7.2.19
La Marina porta l’industria delle armi in crociera nel Golfo
Difesa. La fregata Margottini fa da vetrina alle compagnie italiane. Nel 2018 una missione analoga sponsorizzata dall’Aeronautica
di Luciano Bertozzi


Le Forze armate sono al servizio degli interessi commerciali dell’industria della difesa italiana nel promuoverne l’export? Sembra proprio di sì.
LA FREGATA MARGOTTINI della Marina è partita per il Medio Oriente e sarà anche una vetrina dell’industria della difesa italiana. La crociera rappresenta, si legge nel sito della Marina, «un’importante occasione per promuovere in modo integrato il “Sistema Paese”, affiancando e supportando le attività di importanti rappresentanti dell’industria nazionale per la difesa come Fincantieri, Leonardo, Mbda ed Elettronica, la cui collaborazione con la Marina Militare e la Difesa ha reso possibile la stessa campagna».
La nave parteciperà alla fiera delle armi di Abu Dhabi (Idex 2019) e ciò «dimostra l’attenzione della Marina militare – secondo il sito – verso gli sviluppi tecnologici e il ruolo che ricopre nelle collaborazioni con l’industria nazionale nella progettazione e realizzazione di piattaforme e sistemi avanzati quali le unità della classe Fremm». La nave andrà anche in Arabia saudita a Dammam e a Kuwait City.
IL VIAGGIO INTERESSA Paesi tra i principali acquirenti di armi dell’Italia, ma anche quelli coinvolti nella guerra in Yemen che ha prodotto immani lutti e rovine e dove l’Arabia saudita ha anche utilizzato bombe prodotte in Sardegna. Non solo: a marzo si terrà il primo Saudi Air Show a Riyadh, importante esposizione con la partecipazione delle principali industrie aeronautiche, comprese alcune società italiane: Leonardo, AgustaWestland, Elettronica e Mbda. Evidentemente il governo «del cambiamento» pensa in questo modo di rilanciare il Paese scegliendo di non utilizzare la leva degli aiuti militari per imporre il rispetto di quei diritti umani che, soprattutto in Arabia saudita, sono inesistenti.
ANCHE CON L’ESECUTIVO giallo-verde sembra siano le grandi aziende statali delle armi e dell’energia a guidare la politica estera italiana. Del resto, anche l’Aeronautica ha fornito supporto all’industria: a fine 2018 si è svolta un’analoga missione dell’Aeronautica militare in Kuwait, Bahrein e Qatar.
«Il tour – si legge nel sito dell’Aeronautica – organizzato in collaborazione con Leonardo Spa si pone a coronamento di programmi di cooperazione internazionale rivolti in particolare al settore dell’addestramento e della formazione, che la Difesa e l’Aeronautica Militare hanno da tempo avviato con tali Paesi».
NON È ACCETTABILE questa sponsorizzazione, tanto più che la normativa vigente vieta le vendite a Paesi belligeranti. Le vendite di armi all’Arabia saudita, tuttavia, sono state pari (secondo i dati ufficiali governativi) a 427 milioni di euro nel 2016 e a 52 milioni nel 2017; agli Emirati arabi 59 milioni nel 2016 e 29 milioni nel 2017; al Kuwait, grazie alla vendita di 28 aerei Eurofighter, ben 7,7 miliardi di euro nel 2016 e 2,9 miliardi nel 2017.
IL GOVERNO ha anche consentito la partecipazione di Leonardo e Fincantieri, due aziende peraltro pubbliche, alla fiera delle armi del Cairo di fine 2018, nonostante l’assassinio di Giulio Regeni. I 5Stelle hanno cambiato drasticamente opinione: da opposizione erano contro il commercio di armi verso Paesi in guerra o retti da regimi liberticidi, ma ora non creano problemi.
OCCORREREBBE un sussulto di dignità della politica: è necessario troncare i rapporti militari con i Paesi in conflitto, dando concreta attuazione alla legge e alle mozioni del Parlamento europeo che si è espresso per porre fine alle vendite di armi ai sauditi. I sindacati dovrebbero rilanciare la riconversione dell’industria militare verso il civile, per migliorare la qualità della vita invece che inventare armi sempre più distruttive.

La Stampa 7.2.19
Italia, nella missione in Niger anche l’accordo per vendere armi
di Francesco Grignetti


L’Italia è sbarcata in Niger, militarmente parlando, per cooperare all’addestramento delle sue forze armate e forze di sicurezza, ma anche e soprattutto per estendere il suo «soft power», il che significa ad esempio vendere armamenti. Sono all’opera da alcuni mesi almeno 70 istruttori italiani; operano a favore della Gendarmeria e della Guardia nazionale.
Un cartello di associazioni (Asgi, Cild e Rete Disarmo) ha intanto ottenuto dal Tar una copia dell’Accordo Italia-Niger firmato il 26 settembre 2017 dall’allora ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Un Trattato che finora era stato negato al Parlamento, così come le due lettere intercorse successivamente tra i due governi. «Ed è abbastanza misterioso che sia stato tenuto segreto - scrivono le tre associazioni - visto che è un documento abbastanza ripetitivo, uguale ad altri accordi similari». È talmente di routine, il documento secretato, che è stato scritto con pochissima attenzione. Al punto 2.3 si prevede addirittura la possibilità di «visite di navi» in un Paese come il Niger che non ha affaccio al mare.
Se finora due governi- quello Gentiloni e quello Conte - hanno negato la divulgazione dell’Accordo, ed è stata necessaria una sentenza del Tar, probabilmente è perché gli articoli 6 e 7 dell’Accordo si diffondono minuziosamente sui «prodotti per la difesa». Si prevede la cooperazione negli equipaggiamenti per le navi (di nuovo l’errore!), aeromobili, sistemi aerospaziali, carri e veicoli, armi e relativo munizionamento, grossi calibri, esplosivi e propellenti, bombe, mine anticarro, razzi, missili, siluri (terzo errore) e infine materiali speciali blindati.
Con un accordo bilaterale del genere, la strada è spianata a successivi contratti o accordi per la cessione a titolo gratuito di armamento dismesso dalle nostre forze armate. E da quel che si sa, il governo nigerino avrebbe già chiesto una fornitura di auto e camion dismessi dal nostro esercito.
«Le Parti si presteranno reciproco supporto tecnico-amministrativo, assistenza e collaborazione al fine di promuovere l’esecuzione del presente Accordo da parte delle industrie e/o delle organizzazioni interessate, nonché dei contratti sottoscritti in virtù del presente Accordo».
Dato che si prefigurano vendite di armamenti anche sofisticati, al punto 7, le Parti si impegnano «a attuare le procedure necessarie per garantire la protezione della proprietà intellettuale, inclusi i brevetti». E questa garanzia a lungo è mancata, evidentemente perché il Niger non ha mai avuto la necessità di garantire una legge a tutela dei brevetti stranieri. Perciò non si ha notizia, al momento, di contratti stipulati con quel Paese da parte della nostra industria. Ma non tarderanno.
Come di consueto, il nostro governo ha fatto anche inserire la clausola che ciascuno dei due contraenti si impegna «a non riesportare il materiale acquisito senza il preventivo benestare della parte cedente».

La Stampa 7.2.19
Con i curdi a Kobane
“L’Isis è piegata. La prossima guerra sarà con la Turchia”
di Francesco Semprini


La donna alata, simbolo di libertà, illumina i due mezzi cingolati consacrati in uno spartano altare della patria. Siamo a Kobane, cuore del Rojava - regione curda del Nord-Est siriano - nella piazza dedicata ai martiri, i caduti della furente battaglia che nel luglio del 2015 portò alla liberazione della città occupata dai miliziani dello Stato islamico.
Quel mausoleo, cicatrice di ferite profonde, simboleggia il riscatto del popolo curdo iniziato, appunto, con la riconquista di Kobane e la successiva liberazione di Raqqa, sino a spingersi alle pendici della Siria, dove l’ultimo bastione delle bandiere nere ha ormai i giorni contati. Per arrivare nella città martire dobbiamo compiere un viaggio che parte più ad Est, da Peshabor estremo lembo di terra del Kurdistan iracheno sotto il controllo Peshmerga, i guerrieri che «guardano in faccia la morte». Le pratiche per varcare il confine richiedono pazienza, a causa delle procedure di sicurezza e di una burocrazia bizantina provata da un litania di richieste.
«Quando Trump parla sono costretta a fare gli straordinari», ci dice Juana, giovane donna che coordina l’ufficio permessi di Peshabor. Il riferimento è alle dichiarazioni sul ritiro delle forze americane dalla Siria, che alimenta le speranze di chi ritiene che il Califfato sia stato ormai consegnato alla storia e aspira a tornare nella martoriata terra siriana.
Passato il ponte provvisorio che attraversa un affluente del Tigri ci attende un’altra fermata, questa volta all’Azayis, l’intelligence delle Forze democratiche della Siria (FdS), la coalizione anti-Isis che tiene assieme curdi, arabi sunniti e combattenti cristiani. Intascati nuovi permessi ci avviamo verso Ovest sulle linee del tramonto, a ridosso dei promontori che segnano il confine turco, aspro e minaccioso. In circa tre ore arriviamo a Qamishli, unica città del Rojava che le bandiere nere le ha viste sventolare da lontano. Qui i jiahidisti di Abu Bakr al Baghdadi non sono mai entrati, grazie anche ai bastioni di Damasco che presidiano una delle più importanti basi aeree del regime.
Una convivenza difficile, raccontata dall’alternarsi di piazze con il volto di Ocalan, guida suprema dei curdi, e il distretto adornato da ritratti di Bashar al Assad. «Con Damasco c’è un canale di dialogo aperto», ci racconta un alto ufficiale delle FdS del quartier generale di Remillah, il quale ci dice che la legittima aspirazione del Kurdistan siriano non è l’indipendenza, ma lo status di regione autonoma in una Siria democratica. «Temiamo tuttavia che il regime abbia la stessa mentalità che aveva prima della guerra - avverte -, noi però non siamo disposti a tornare indietro». Assad non è comunque in cima ai pensieri dei curdi, almeno per ora. «C’è una guerra da chiudere e una da combattere», ci racconta Cudi, coordinatore di uno dei reparti operativi delle Unità di protezione popolare (Ypg) del Kurdistan siriano.
La seconda guerra è quella contro Ankara, convinta che i curdi siriani sono l’emanazione dei terroristi turchi del Pkk: «Ci sono 60 mila soldati turchi pronti ad attaccarci usando anche droni e aerei, come hanno fatto ad Afrin, per questo voglio credere che gli americani non ci abbandoneranno. Noi comunque siamo pronti». Prima però c’è un conflitto da chiudere, quello contro il califfato, oggi ridotto a un fazzoletto di terra di qualche chilometro tra l’Eufrate e il confine con l’Iraq. Si tratta dell’ultima sacca di resistenza di 500 jihadisti, asserragliati tra Marashdah e Baghuz al-Fawqani, pochi km sotto Hajin, bersagliata dai raid americani, stretta d’assedio a ovest dai governativi e dall’altra parte del confine dalle milizie filo-iraniane, posizionate su quel valico di Al-Qaim, da dove i terroristi di Baghdadi entrarono in Iraq nella fase espansiva dello Stato islamico del Levante. «La fine è vicina, questione di un paio di settimane, forse meno», ci continuano a ripetere i combattenti curdi. Lo conferma il fatto che gli stessi jihadisti abbiano offerto la consegna dei prigionieri, l’apertura di un corridoio per raggiungere Idlib, ultimo feudo jihadista nella Siria governativa, o la «tollerante» Turchia, in cambio della deposizione delle armi. «Non accetteremo mai», affermano i curdi, convinti che nell’ultimo bastione ci siano anche alti gradi dell’Isis, forse lo stesso al-Baghdadi.
A complicare le operazioni è il fatto che gran parte degli irriducibili sono ceceni, «i combattenti più temibili», pronti a trasformarsi in kamikaze, anche se il califfo in persona avrebbe dato ordine di «non farsi saltare in aria, tenere un profilo basso e rispondere al fuoco». Per prendere tempo forse, aiutati dai circa 1.500 civili usati come scudi umani ed esposti a rischio di incidenti fatali. Simili a quello che ha causato la morte, due giorni fa, di donne e bambini uccisi per fatalità dal fuoco amico, nel corso di un’offensiva delle FdS. Sul posto «sono in corso operazioni congiunte di unità scelte Ypg, forze speciali Usa e Cia, a conferma che la fine del califfato è vicina». Ma non quella delle bandiere nere avvertono i curdi, facendo eco ai moniti di Langley, che parlano di «seconda fase» dell’Isis quella degli attentati sparsi compiuti dalle metastasi jihadiste disseminate tra i deserti di Siria e Iraq, pronte, al momento opportuno, a raggrupparsi di nuovo.

La Stampa 7.2.19
In Siria i missili russi capaci di abbattere i jet di Gerusalemme
di Giordano Stabile


La Siria attiva i sistemi di difesa anti-area S-300 e il premier Benjamin Netanyahu annuncia che andrà Mosca per incontrare Vladimir Putin. La battaglia nei cieli siriani non è finita e il confronto fra Israele e Iran coinvolge sempre più direttamente la Russia.
Il nuovo allarme è scattato quando la società ImageSat International ha pubblicato immagini satellitari che mostrano tre dei quattro lanciatori dislocati a Masyaf, nella Siria nordoccidentale, in posizione operativa. Un quarto lanciatore è ancora coperto dai teli mimetici. Quando a settembre Mosca ha annunciato che avrebbe fornito i sistemi a Damasco, gli analisti avevano previsto che ci sarebbero voluti circa sei mesi prima che fossero pronti. A conferma di ciò fonti siriane ribadiscono che l’addestramento dei militari siriani dovrebbe concludersi a marzo e a quel punto la Siria, sotto supervisione russa, sarebbe in grado di abbattere i cacciabombardieri israeliani fino a 150 chilometri di distanza, in pratica anche se attaccassero senza entrare nello spazio aereo siriano.
È un cambio degli equilibri che preoccupa il premier Benjamin Netanyahu. Il 21 febbraio ci sarà un vertice con Vladimir Putin a Mosca. È il primo incontro dall’abbattimento per errore di un aereo militare russo il 17 settembre scorso, durante un raid israeliano. Subito dopo Putin ha deciso di fornire gli S-300 a Damasco e ha avuto soltanto colloqui telefonici, anche burrascosi, con Netanyahu. I rapporti però non si sono mai interrotti. Dopo una pausa di alcuni mesi i bombardamenti israeliani contro obiettivi iraniani sono ripresi, in «coordinazione» con le forze armate russe che hanno il controllo dei cieli siriani. Prima limitati, questi attacchi hanno assunto proporzioni mai viste un mese fa, quando ondate di bombe di precisione e missili hanno causato gravi danni all’aeroporto internazionale di Damasco. Almeno 21 persone sono morte compresi, secondo fonti dell’opposizione al regime, 12 Pasdaran.
I raid hanno distrutto parte delle difese anti-aeree di fabbricazione russa attorno a Damasco: alcuni vecchi S-125 e un più moderno lanciatore Pantsir S-1. Nulla di paragonabile però agli S-300, che costituiscono una seria minaccia anche alle versione più avanzate degli F-15 e F-16 di fabbricazione americana. L’aviazione israeliana ha ribadito di essere in grado di aggirare queste difese ma il rischio che si ripeta l’abbattimento di un cacciabombardiere, come è avvenuto con un F-16 il 10 febbraio dell’anno scorso, è reale. Mosca cerca di tenere una posizione equidistante. Ha fatto pressioni, almeno a parole, sull’Iran perché allontani i suoi consiglieri militari a 100 chilometri dalla frontiera israeliana. La scorsa settimana sono arrivati in Israele l’inviato speciale per la Siria Alexander Lavrentiev e il viceministro degli Esteri Sergey Vershinin con l’obiettivo di allentare le tensioni e proporre una «coordinazione» più avanzata fra russi e israeliani in Siria. Ma i nodi dovranno essere sciolti da Netanyahu e Putin.

La Stampa 7.2.19
Nel triangolo fra religioni monoteiste è decisiva una parola: Abramo
di Gabriel Levi


Nella tradizione cristiana, che si richiama al libro biblico della Genesi, Abramo è considerato il padre di tutti i credenti. Con molta coerenza, San Paolo sostiene che Abramo è il primo uomo che è stato giustificato principalmente per la fede.
Nella tradizione islamica, che riprende un discorso talmudico, Abramo è il primo uomo che, da solo, ha scoperto il Dio unico e misericordioso. Il Corano deriva da lui e da suo figlio Ismaele il precetto vincolante della circoncisione, per l’islam in età consapevole.
La tradizione ebraica è, come di solito, complessa o problematica.
Nella Genesi Abramo è presentato come colui che parla con il Dio unico e lo proclama come il Giudice che deve fare giustizia su tutta la terra. Nel libro dell’Esodo viene poi detto che Abramo, come i suoi discendenti fino a Mosè, conosceva soltanto il nome divino Shaddai.
Nel pensiero talmudico, queste due posizioni vengono confrontate molto fortemente. Da una parte viene ribadito che Abramo ha praticato in prima persona la circoncisione a 99 anni e l’ha accettata per i suoi discendenti agli 8 giorni. Dall’altra parte viene detto che Abramo non voleva proprio accettare la circoncisione, perché pensava che questa pratica lo avrebbe separato dalla religione universale di tutti i popoli. Si sarebbe convinto solo quando Dio gli avrebbe spiegato «pensa a te, mi chiamo Shaddai (che faccio e che dico basta) perché ho abbastanza divinità per ogni essere vivente».
Il principio universalistico di Abramo viene così illuminato in un’altra prospettiva: Dio mette Abramo alla prova davanti alla distruzione di Sodoma e Gomorra (il Male Assoluto). Abramo sostiene, contro Dio, che Sodoma e Gomorra non debbano essere distrutte se ci sono nelle città almeno dieci giusti. E, qualunque sia stata la decisione divina, Abramo rimane fermo al suo posto.
Un altro metodo piuttosto semplice per comprendere la religione di Abramo è quello di studiare il suo vocabolario religioso: le 10/12 parole e concetti che compaiono nel testo biblico per la prima volta nella narrazione di e su Abramo.
Queste parole e concetti sono: fiducia/fede, giustizia, diritto, pietà-amore, verità, integrità, camminare davanti a Dio, timore-senso della presenza divina, messa alla prova, educazione.
Come si vede, nel pensiero ebraico, Abramo ha due ruoli. E’ il primo ebreo (ed i suoi discendenti dovranno fare un lungo percorso educativo di 400 anni per arrivare al patto definitivo del Sinai). E’ il primo sacerdote universale, il continuatore consapevole del patto che Dio ha fatto con tutta l’umanità, dopo il Diluvio con Noè, a cui sarebbe stato detto esplicitamente che ogni essere umano è creato ad immagine della divinità.
Queste riflessioni e questa viva memoria sono ben attuali, ancor più in questi giorni in cui papa Francesco e l’imam Al Tayyib con la loro dichiarazione hanno fatto un passo importantissimo ma incompleto, omettendo il nome di Abramo nel loro documento. Incompleto nel senso di incompiuto e cioè che i due firmatari presumibilmente sanno di dover completare la loro dichiarazione, nel ricordo dei quasi quattro millenni di Abramo.
La presenza ben evidenziata di alcuni rabbini all’evento dimostra chiaramente che la questione è stata compresa e che la soluzione è stata soltanto rimandata.
La dichiarazione del pontefice e dell’imam stabilisce: che Dio non può essere mai invocato per ferire altri credenti; che per i credenti Dio è sempre e soltanto il Dio di tutti; dei credenti e dei non credenti.
Proprio per queste ragioni il nome di Abramo non può mancare in questa nuova riflessione cattolico-islamica. Forse anche il nome di Noè dovrebbe essere ricordato. Ancora oggi gli ebrei, quando vedono l’arcobaleno, che è il segno del patto di pace tra Dio e Noè, benedicono Dio che ricorda il patto con tutta l’umanità.
Un ricordo personale affettuoso. Tullia Zevi aveva un grande sogno politico- morale: il Trialogo fra le tre religioni monoteistiche. Per come l’ho capito negli anni, solo il Trialogo può essere allo stesso tempo un discorso laico e universale, religioso e politico. Poiché ci obbliga a guardare soltanto i punti che uniscono ogni uomo ad ogni uomo.

Repubblica 7.2.19
 Englaro
“Eluana è viva perché dieci anni fa ci ha insegnato a dire no”
Intervista di Piero Colaprico


Signor Beppino Englaro, 9 febbraio 2009, dieci anni senza Eluana, più diciassette anni di Eluana in stato vegetativo, dal gennaio 1992. Eppure Eluana non scompare: da padre come lo spiega?
«Perché è un grande caso costituzionale e riguarda il problema universale della vita e della morte. Eluana ha esercitato sino in fondo la libertà assoluta di esprimere diritti fondamentali, come l’autodeterminazione. Con nostra figlia si è capito che si può dire “no, grazie” alle cure, e dirlo in qualsiasi momento».
Da destra dicevano provocatoriamente che lei stava usando la sua tragedia familiare per entrare in politica. Nei fatti li ha smentiti, ma glie l’hanno chiesto?
«Sì, altroché, inutile dire chi. Ho detto no perché non sono un politico e non lo sarò mai. Sono stato il capofamiglia carnico. Gli uomini della mia generazione sentivano forte il dovere di tutelare ogni componente della famiglia, tutto qui, un classico».
Però contro la scelta degli Englaro è stata organizzata una massiccia campagna politica.
Per esempio c’era la processione di chi portava l’acqua perché Eluana stava morendo, così sostenevano, di fame e di sete. Lei che pensava?
«Che erano completamente fuori dalla vicenda. La medicina non è una scienza assoluta, ma i medici, Carlo Alberto De Fanti in primis, dopo i suoi attenti esami, ci dissero che Eluana non aveva alcuna sensazione di fame e sete. Hanno voluto giocare pesante, in modo violento, fuorviando le persone meno attrezzate culturalmente.
Alla fine, più che seminare confusione e cattiverie non hanno ottenuto».
Chi ha visto Eluana tutto poteva dire meno che fosse “tranquilla e serena”, come pure è stato scritto…
«Eluana non era né una malata terminale né una morta cerebrale, respirava, non deglutiva da sola, ed era morta dal punto di vista biografico. Come ha scritto Ceronetti, era “priva di morte e orfana di vita”. Definirla tranquilla è terribile».
E sentire Silvio Berlusconi affermare che avrebbe potuto restare incinta?
«O non sapeva quello che diceva o è stato consigliato male da chi stava intorno a lui. Peggio di così non avrebbe potuto esprimersi, e non credo che anche lui volesse giocare a effetto, dicendo simili parole penose».
Lei all’inizio disse: “Darò voce a mia figlia senza voce”.
Sente di esserci riuscito?
«Senza il minimo dubbio, sin dal primo colloquio con i medici io e mia moglie Sati avevamo espresso le idee di Eluana e, quindici anni dopo l’incidente, troviamo la sua lettera, in cui scrive che siamo un gruppo familiare molto forte, che siamo un nucleo affettuoso sul quale contare, e condividiamo i grandi valori. I genitori che hanno avuto questo privilegio cosa potevano fare se non darvi seguito? Se ho parlato io è solo perché mia moglie non resisteva al dolore che provavamo».
Com’è venuta l’idea di muoversi attraverso la giustizia civile?
«Per la verità, per quattro anni siamo stati due randagi che abbaiavano alla luna. Poi ho trovato a Milano la Consulta di bioetica e così abbiamo dato il via a una strategia giurisdizionale di legalità dentro la società. Allora non era quasi concepito che qualcuno potesse dire ai medici: non voglio le cure. La cultura della società di allora non accettava la scelta di Eluana, e di questo ce ne siamo accorti cadendoci dentro, vedendo che nostra figlia veniva trattata come mai avrebbe voluto.
Noi eravamo persone comuni, avevamo contro partiti e non solo, ma la magistratura, dalla suprema corte di Cassazione in poi, s’è comportata alla grande. I giudici non sono stati servi di alcun potere esterno, hanno risposto al meglio del meglio».
Mettendoci molto tempo, o no?
«No, sono stati serissimi, non hanno lasciato nulla al caso, hanno richiesto persino un curatore speciale in contradditorio al tutore, che ero io, proprio per cautelarsi al massimo. Ma non potevano non scoprire che i convincimenti di Eluana erano fissati sin dal primo giorno. La nostra forza sono state la semplicità e la trasparenza, ripetevamo sempre e solo le stesse cose, che corrispondevano alla realtà».
Che cos’ha dato fastidio degli Englaro?
«Credo la mancanza d’ipocrisia, il nostro rivendicare la libertà dei singoli, avere la Costituzione come legge suprema e aver mosso ogni passo alla luce del sole, in base alle leggi. Infatti, adesso c’è una nuova legge, la 219 sul biotestamento, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, allineata alle sentenze Englaro e alla Costituzione».
Non ha l’impressione che il dibattito sul fine vita sia ormai esile?
«No, non langue, è cambiato.
Adesso c’è questa legge che è “facoltizzante”, cioè dà la facoltà di scegliere. Noi abbiamo trovato il deserto e i pericoli, adesso chi vuole ha le prove provate dei pericoli che corre se non stabilisce il suo “fine vita”. Vuoi essere curato? Non vuoi essere curato?
Siccome non c’è chi possa decidere al posto nostro, siamo noi che, fatto l’approfondimento, dobbiamo far sapere la scelta che abbiamo fatto attraverso le nostre disposizioni».
E se uno non ha le idee chiare?
«Purtroppo resta in balìa del posto dove arriva per esempio dopo un grave situazione clinica e son dolori, si rischia la tragedia nella tragedia. Eluana, da purosangue della libertà, avrebbe detto no grazie appena finita l’emergenza.
Purtroppo per la medicina ancora oggi tutto quello che non è morte cerebrale è vita».
Eluana, dj Fabo, Welby, sono aspetti diversi di come ci si pone davanti al fine vita. Ma a volte sembra una sorta di “mischione”, o no?
«C’è chi vuole fare confusione, ma non è così, anche se il tema generale e comune resta l’autodeterminazione. Eluana però nulla c’entra con l’eutanasia o il suicidio assistito, per lei il tema era il rifiuto delle terapie. Ma Marco Cappato sta cercando di andare oltre e fa bene a cercare una risposta legale ad altre esigenze che meritano di essere prese seriamente in considerazione».

Repubblica 7.2.19
Prodi
"Al Pd serve un padre Zingaretti può diventarlo decisivo votare alle primarie"
Intervista di Andrea Bonanni


L’ex premier: "L’affluenza sarà fondamentale, un leader prende forza dal suo popolo. Importante il segnale delle regionali, alle europee va fermata la tendenza nazionalista e autoritaria dei populisti"
BOLOGNA
«Da ormai troppo tempo ci si azzuffa nel governo e nel Pd.
Eppure l’Italia e il Pd avrebbero tanto bisogno di un padre: è un sentimento che vedo crescere in tutti gli italiani.»
Presidente Prodi, ma il padre del Pd non sarebbe lei?
«Al massimo io sono un nonno.
Uno che fa molte prediche e cerca di ispirare buoni comportamenti E tale voglio rimanere».
Quali buoni comportamenti?
«Il primo è quello di andare assolutamente a votare alle primarie. L’affluenza ai gazebo avrà un’importanza enorme. Il numero degli elettori dovrà essere così elevato da dimostrare che il Partito democratico si pone come un’alternativa credibile: oggi è l’unica alternativa possibile.
Andare a votare significa affermare la nostra identità. E il vincitore del confronto deve essere il leader indiscusso del partito. Basta leadership per interposta persona».
Un padre, dice?
«Certo. Usciamo da anni in cui sia il partito, sia il Paese, si sono estenuati in diatribe continue, rancori, isterismi, proclami ignoranti e liste di proscrizione.
Per il Paese, spero che il padre non sia qualcuno che ha sempre bisogno di mettersi in divisa per apparire forte. Per il Partito democratico c’è bisogno di una figura autorevole, che sappia finalmente ascoltare, riconciliare, tranquillizzare ma anche decidere».
Questa figura può essere Zingaretti?
«Se intensifica il lavoro di allargamento e di pacificazione che ha iniziato, le sue possibilità sono molte, ma lo dovranno decidere le centinaia di migliaia di cittadini che voteranno alle primarie. Un leader prende forza dal suo popolo. E per dare forza alle primarie saranno di grande importanza i segnali che manderanno le elezioni in Abruzzo e in Sardegna. Il Pd ha in entrambi i casi i candidati più autorevoli: sono fiducioso proprio perché sento che si sta esaurendo il tempo nel quale competenza ed esperienza sono visti come un valore negativo. E poi, naturalmente, ci saranno le europee».
Le elezioni europee si avvicinano mentre i due partiti populisti al governo polemizzano con Bruxelles, con Parigi, con Berlino e perfino con l’Olanda. E invece il campo progressista stenta a ritrovarsi sotto la bandiera europea.
Dovunque governino gli antieuropeisti, dalla Gran Bretagna all’Ungheria alla Polonia, le bandiere dell’Europa sventolano in piazza come segno di protesta.
Qui da noi non sventola nulla...
«Le vedremo, le bandiere dell’Europa. Forse non si è ancora riflettuto abbastanza sull’importanza di ritrovarci sotto simboli comuni. Per questo ho lanciato l’idea che il 21 marzo in tutte le case si esponga la bandiera europea accanto a quella italiana. L’Unione europea è indispensabile per il nostro benessere e per il nostro futuro di cittadini liberi. Dobbiamo capirlo e dobbiamo dirlo con forza».
Invece gli italiani sembrano diventati euroscettici...
«Quando abbiamo fatto l’euro e quando abbiamo voluto l’allargamento, gli italiani erano i più decisi sostenitori di quelle scelte. E sa perché? Perché capivano che l’Europa prendeva decisioni per il futuro di tutti. Ma da allora questa capacità di prender decisioni si è indebolita nell’Ue. Con la bocciatura del progetto di Costituzione da parte dei francesi, il potere è passato dalla Commissione al Consiglio. È ritornato agli stati membri. Non si guarda più al bene collettivo ma all’interesse nazionale. I populisti vorrebbero accentuare ancora questa rinazionalizzazione del nostro destino. Le prossime elezioni europee devono ribaltare questa tendenza».
Che valore politico ha, oggi, la bandiera europea?
«Innanzitutto rappresenta il nostro futuro, quello dei nostri figli e dei nostri nipoti. Come ripeto sempre agli studenti, gli italiani sono quelli che meglio dovrebbero capirlo. Nel Rinascimento l’Italia dominava il mondo. Ma gli staterelli italiani divisi furono spazzati via dalla prima globalizzazione della storia: la scoperta dell’America. Oggi, con la globalizzazione totale, neppure la Germania, da sola, ha la forza di costruire le nuove caravelle, che si chiamano Google, Amazon, Alibaba, Tencent, Microsoft. Dobbiamo fare l’Europa prima che l’intelligenza artificale e la rete 5G ci distruggano completamente».
Non sembra proprio l’aria che tira, presidente.
Tantomeno in Italia...
«Questa maggioranza ha dovuto intanto prendere atto che chiedere l’uscita dall’euro e dall’Unione europea sarebbe un suicidio, anche se non perde occasione per sparare sulla Francia, sulla Germania e persino sull’Olanda, per soffiare sul fuoco del nazionalismo come ha fatto su quello del razzismo e della xenofobia. Vogliono un’Europa debole e divisa perché vogliono una società debole anche in Italia.
Si tratta di forze che praticano una politica autoritaria e verticale, dall’alto verso il basso, ignorando i corpi intermedi e la società civile, che siano i sindacati, gli enti locali, le imprese o la stampa. Persino il Parlamento è stato svuotato della sua funzione, violando nei fatti il dettato costituzionale. Certo, quello dell’autoritarismo è un vento che soffia su tutto il mondo.
Ma la complessità e la ricchezza del tessuto democratico sono gli elementi costitutivi dell’Europa e della nostra libertà. Anche per questo dobbiamo difenderla».
E invece nel Pd sono riusciti a produrre due manifesti sull’Europa: quello di Calenda e quello degli eurodeputati. Non le sembra un po’ troppo?
«I valori, i concetti e i programmi dei due manifesti sono identici e condivisi da tutti. Le divergenze sono su come applicarli».
Grande coalizione europeista o liste separate che corrono in parallelo?
«Ma è proprio questo il punto. Si tratta di decisioni solo pragmatiche, da prendere tenendo in considerazione che esiste il sistema proporzionale ma esiste anche la soglia di sbarramento del 4 per cento. Gli europeisti devono muoversi in modo da ottimizzare il loro risultato complessivo. E queste decisioni spettano al nuovo leader del Partito democratico. Per questo deve ricevere una investitura popolare forte, tale da conferirgli di fatto la paternità non solo del partito ma di quella maggioranza di italiani che continua a credere nell’Europa.
Come me».
Consigli al presidente del Lazio? Intensificare il lavoro di allargamento e di pacificazione che ha iniziato
L’Europa è la garanzia della nostra libertà, dobbiamo farla prima che intelligenza artificiale e rete 5G ci distruggano
Il professore
Romano Prodi, 79 anni, due volte presidente del Consiglio, ha guidato la Commissione europea dal 1999 al 2004

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