lunedì 17 dicembre 2018

Corriere 17.12.18
In Massachusetts In vendita la casa della caccia alle streghe


È stata restaurata e ora è in vendita la casa dove una delle cosiddette «streghe di Salem» si ritirò con la famiglia dopo essere scampata al patibolo nel famigerato processo del 1692 tra i coloni puritani del Nord America. L’edificio, noto come Peter and Sarah Clayes House, si trova a Framingham (Massachusetts): è stato messo sul mercato per 975 mila dollari (poco più di 860 mila euro) e ieri è stato aperto ai curiosi e ai potenziali acquirenti. La casa era in stato di abbandono dal 2000 ed è stata recuperata dal Framingham History Center. Fu tra quelle mura che trovò rifugio Sarah Clayes, che venne rilasciata nel 1693 quando si era ormai esaurita la furiosa caccia alle streghe che aveva provocato la morte di 20 persone (fra le quali due sorelle di Sarah). Secondo gli storici, tuttavia, poco della struttura originaria sarebbe rimasto inalterato in una casa sostanzialmente ricostruita nel 1776.

Corriere 17.12.18
Sopraffatti dalla bellezza
Il malore del turista davanti alla Venere e la sindrome di Stendhal Schmidt, il direttore degli Uffizi di Firenze: qui è accaduto più volte
«Affrontare un museo come il nostro può anche creare uno stress emotivo
Sindrome di Stendhal. Forte emozione che può colpire di fronte a un’opera d’arte
Provoca vertigini e tachicardia e può portare fino alla perdita dei sensi:
Prende il nome dallo scrittore francese che ne fu colpito a Firenze uscendo da Santa Croce nel 1817
di Paolo Conti


È il 22 gennaio 1817 e Marie-Henri Beyle, ben più noto come Stendhal, è a Firenze. Entra a Santa Croce e ammira quello splendore, vede le tombe di Michelangelo, Canova, Machiavelli, scopre mille meraviglie, se ne sente sopraffatto. Scriverà nel suo meraviglioso Roma, Napoli e Firenze: «Assorto nella contemplazione della bellezza sublime, la vedevo da vicino, per così dire la toccavo. Ero arrivato a quel punto d’emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere». Insomma, un comprensibile mancamento da Grande Bellezza: basterebbe il Giotto della Cappella Bardi e della Cappella Peruzzi per giustificarlo. Ma Stendhal racconterà di aver amato immensamente le «Sibille del Volterrano» nella Cappella Niccolini («Mi hanno dato forse il piacere più vivo che mai mi abbia fatto la pittura»).
Ecco cos’è la Sindrome di Stendhal: un malessere da Capolavoro. La teorizzò, in un chiarissimo e, ai tempi, rivoluzionario saggio edito da Ponte alle Grazie con quel titolo nel 1979, la psichiatra fiorentina Graziella Magherini che osservò ben 106 casi di turisti stranieri, nel suo lavoro all’Ospedale Santa Maria Nuova, svenuti o presi da vertigini e turbamenti vari, tra cui panico e ansia, o lieve depressione o inspiegabile euforia, nei musei e nelle chiese di Firenze.
Sabato 15 dicembre un turista della provincia fiorentina si è sentito male agli Uffizi davanti alla «Venere» di Botticelli. Era un infarto: ora sta meglio, è stato salvato da quattro medici romani in visita, che hanno usato uno dei defibrillatori del museo. Immediato l’arrivo del 118. Possibile che sia stata l’emozione da Botticelli? Negli anni scorsi, come racconta l’attuale direttore degli Uffizi (dal novembre 2015) Eike Schmidt, i malori sono stati numerosi: «Uno svenimento ci fu all’inaugurazione delle rinnovate sale del Caravaggio di fronte alla “Medusa”». Già lì siamo di fronte a un caso veramente spiegabile solo con la Sindrome di Stendhal: altrimenti, perché perdere i sensi proprio di fronte alla «Medusa», uno dei capolavori più inquietanti e, insieme, splendidi del Caravaggio?
Lo storico d’arte
«Affrontare un museo come il nostro può anche creare uno stress emotivo»
Racconta Schmidt: «Nel 2016, sempre nella sala di Botticelli, un ragazzo straniero ebbe un attacco epilettico. Era, di nuovo, proprio davanti alla “Venere” del Botticelli. Uno degli assistenti di sala aveva ricevuto una formazione da pronto soccorso per le immediate emergenze. Ma abbiamo avuto altri malesseri, magari più leggeri, stordimenti...». Ma lei crede alla Sindrome di Stendhal? «Non sono un medico, non propongo diagnosi ma so che affrontare un museo come il nostro, così pieno di capolavori assoluti, costituisce certamente un possibile motivo di stress emotivo, psicologico e anche fisico, per lo sforzo della visita». Un grande museo come gli Uffizi (due milioni e 200 mila visitatori nel 2017, e tanti saranno a fine 2018, come prevede Schmidt, per la politica dei numeri contingentati) deve assicurare soccorsi rapidi. Spiega il direttore: «Abbiamo due defibrillatori semiautomatici, il personale è dotato di radio ricetrasmittenti, possiamo chiamare subito il 118».
Tutto pronto per affrontare una Sindrome che affascinò nel 1996 Dario Argento. Scritturò sua figlia Asia come protagonista del giallo psicologico La sindrome di Stendhal, nei panni della poliziotta Anna Manni che sviene proprio agli Uffizi di fronte alla « Caduta di Icaro» di Bruegel. Ai tempi, Asia Argento era più timida e riservata di oggi. Ma quello svenimento rinverdì il mito della Sindrome. Che oggi torna alla ribalta, sempre a Firenze, Capitale della Bellezza.


Corriere 17.12.18
La prigionia della seduzione
Matteo Nucci esplora il desiderio d’amore: una spinta mai appagata ma inesauribile
Itinerari «L’abisso di Eros» (Ponte alle Grazie) è un viaggio nella Grecia e nei suoi miti fondativi
Neppure la nascita di Afrodite è idilliaca come la rappresenta Botticelli, ma trae origine da un episodio di violenza
di Giorgio Montefoschi


Matteo Nucci viaggia da molti anni nella Grecia continentale e nelle sue isole, e ne conosce ogni metro quadrato. La sua fortuna non è solo quella di possedere l’amore per il passato di questo luogo centrale del mondo, per le testimonianze della sua bellezza, per i suoi miti, per le parole dei filosofi e della poesia. Come un Pausania dei tempi moderni, lui riesce a vedere le pietre che il cemento delle città nasconde, la campagna antica contaminata dalle periferie, il mare com’era una volta. Gli bastano pochi sassi, le modeste rovine assediate dai pini e dai grandi cespugli di lentisco, e lui rivede Atene e Sparta, la reggia in cui Menelao ed Elena hanno ricomposto il loro amore, la strada in cui Socrate si allontana con Fedro, la costa dell’Eubea nella quale si narra che un giorno lontano Esiodo e Omero si misurarono in una gara di versi. Vinse Esiodo, perché seppe andare all’inizio di tutto, mentre Omero si limitava a raccontare le cose che accadono fra gli uomini e abbiamo sotto gli occhi; ma quando, alla fine della gara, Omero condusse il rivale in riva al mare per mostrargli una corrente che a capriccio mutava di direzione (come accade nelle vicende amorose degli uomini) e cominciò a cantare quello che noi possiamo leggere nel canto XIV dell’ Iliade , «i versi si diffusero nell’aria come bagliori e miraggi», mentre Esiodo tratteneva le lacrime a stento.
L’abisso di Eros (Ponte alle Grazie), l’ultimo libro di Matteo Nucci, ha per sottotitolo: Seduzione. È un libro sapiente, colmo di suggestioni, molto bello, che consigliamo ai lettori che per qualche ora vorranno perdersi in quei paesaggi incantati, rivedere quel mare azzurro, riascoltare le parole dimenticate sepolte nel loro cuore. All’inizio — scrive Nucci, seguendo Esiodo e la sua Teogonia — era il Chaos, poi venne Gea dall’ampio seno, poi Eros, «la divinità che dà inizio alla generazione, fa tremare le gambe, sottomette il raziocinio, spinge all’accoppiamento e alla riproduzione». Ma il Chaos, diversamente da come immaginiamo, non era disordine: era un immenso squarcio nella terra. Eros si sporse e penetrò in questo abisso nero: nel medesimo squarcio che è fuori e dentro di noi, «quando sentiamo il vuoto che ci divora, l’assenza di chi desideriamo come un abisso interiore, la voglia di ricreare una unità perduta». L’amore che lacera e distrugge, unisce e rapisce, che non ha nulla a che fare con i giardini della pace. È la «spaccatura» di tutti i romanzi e poesie che parlano d’amore. Fino a quello che ogni scrittore moderno vorrebbe aver scritto: il romanzo di Malcom Lowry, Sotto il vulcano, in cui è rappresentata una spaccatura della terra agli antipodi, nella Sierra Madre messicana, e la tortura di un’impossibile riconciliazione, quella del Console ubriaco e della moglie Yvonne.
Cosa racconta Omero, facendo piangere Esiodo? Il famoso episodio di Era, che nella guerra di Troia sta dalla parte dei greci, vuole fermare l’avanzata dei troiani, e quindi deve persuadere Zeus, suo marito. Per farlo sa che l’unico modo è la seduzione. E chiama Afrodite, dalla quale si fa consegnare tutti i mezzi: «l’amore e il desiderio, il colloquio segreto,/ la persuasione, che ruba il cervello e chi pure ha saldo pensiero». Appena la vede, Zeus è colpito, la prende fra le braccia e la esorta a non avere pudori. Traduce, insuperabile, Giovanni Cerri: «Sotto di loro la terra divina produsse erba novella,/ loto rugiadoso e croco e giacinto/ soffice e folto, che riparava la terra a mo’ di tappeto./ Vi si stesero sopra, si coprirono con una nuvola/ bella dorata: ne stillavano gocce splendenti di rugiada». Poi, di quello che accade — in ottemperanza alla regola fondamentale di ogni racconto, valida tanto più quando è un racconto d’amore — nulla vien detto.
Immagini
Neppure la nascita di Afrodite è idilliaca come la rappresenta Botticelli, ma trae origine
da un episodio di violenza
La nascita di Afrodite, la dea del desiderio e della seduzione, non è quella idilliaca rappresentata dal Botticelli nel suo quadro più famoso. Afrodite nasce da un episodio primordiale di violenza, e non sempre — come accade nei sublimi versi dell’Agamennone nei quali è descritto l’arrivo di Elena a Troia — si accompagna a «una sensazione di sereno senza vento,/ un pudico ornamento di ricchezza,/ una dolce freccia degli occhi/ un fiore d’amore che penetra». Per evocare la sua nascita vera, narrata da Esiodo, Nucci suggerisce di appostarsi in alto, sull’isola di Kythira, a sud del Peloponneso, in una giornata invernale buia, col mare in tempesta. Da Gea è nato Urano, che si unisce a lei in un amplesso insaziabile e infinito. Ma Urano non vuole figli, li odia, e li comprime nel ventre di Gea che un giorno, per liberarsi, escogita un tranello: offre a Crono, l’ultimo nato, un falcetto. Con quel falcetto, Crono taglia il membro di suo padre e lo getta nel mare. Quindi, da quel membro divino, sanguinante nei flutti, sorge una bianca spuma, e da essa una fanciulla. È Afrodite.
Ed ecco perché, molto spesso, alla seduzione fa seguito un sentimento di prigionia, una prostrazione tormentosa, un desiderio insostenibile. Afrodite ha gettato il laccio. Il seduttore o la seduttrice, ingabbiati in quel laccio, sanno che a loro volta devono lanciare il loro. E scegliere il momento unico, irripetibile per la conquista, esattamente come fa il cacciatore con la preda: un momento che, essendo nel tempo e fuori del tempo, ci fa riconoscere il divino che è in noi. Come accade a Penelope e Odisseo quando dopo vent’anni si riabbracciano e formano un corpo solo.
Ma perché questo desiderio è insostenibile, non trova requie, non avrà mai soddisfazione? Forse, perché il desiderio afrodisiaco, spinto soltanto dall’attrazione sessuale, non può realizzarsi in pieno se non troviamo un modo in noi stessi, nella nostra anima, di dargli un senso più alto che lo trasferisca altrove? Nell’Abisso di Eros — il lettore lo ha già capito — come Alcibiade ubriaco nel Simposio, ha fatto la sua irruzione Platone. «Quando amiamo — dice Diotima a Socrate nel famoso discorso — non cerchiamo di ricreare una unità perduta ma cerchiamo ciò che è bene per noi. L’amore non è la simbiosi afrodisiaca che spesso sogniamo. L’amore è ricerca, tensione, aspirazione continua a qualcosa che sempre dobbiamo continuare a cercare, qualcosa che è bene per noi e che non si realizza nella perfezione ma nella inesauribile spinta». Qualcosa che è bene per noi. Matteo Nucci conosce molto bene Platone, avendolo studiato per un quarto di secolo, e lo segue. Eppure, quell’unità perduta esiste: l’unità nostra con il Tutto. La conserviamo nell’anima come una debole memoria che l’amore carnale e la bellezza risvegliano, facendoci desiderare un bene universale. È il medesimo desiderio di ricongiunzione che ci guida quando, magari segretamente, per riunirci in noi stessi, torniamo nei luoghi del nostro dolore.

Repubblica 17.12.18
Lo strano abbraccio di Sgarbi a Lucano "Lo Stato si vergogni"
Il critico, sindaco di Sutri nel Viterbese, e i primi cittadini di due comuni vicini gli hanno conferito la cittadinanza onoraria
di a.z.


CAPRANICA ( VITERBO) Che hanno da spartire Mimì Lucano e Vittorio Sgarbi? Poco o nulla se si guarda allo schieramento politico, ancor meno se si guarda la verve polemica. Fa strano vederli stretti in un abbraccio sul palco di un teatro. Ma Riace, come dice il suo sindaco ancora in esilio per ordine della magistratura, è «un’opera d’arte» e Sgarbi ne è rimasto incantato da subito. Ed eccolo allora, con indosso la fascia tricolore di sindaco di Sutri, consegnarli la targa della cittadinanza onoraria insieme ai colleghi dei due vicini Comuni della Tuscia, Oriolo e Capranica che ha come vicesindaca una somala. «Per onorare l’uomo e per rispondere con l’intelligenza al partito dell’odio», spiega Sgarbi e con l’obiettivo alquanto improbabile di far sedere ad uno stesso tavolo Lucano e Matteo Salvini, il titolare del Viminale che ha decretato, ancor prima dell’inchiesta giudiziaria che ha travolto il sindaco, la fine di quel modello Riace conosciuto in tutto il mondo. Parterre politico composito ad applaudire Lucano: il governatore Nicola Zingaretti manda l’assessora Alessandra Troncarelli, c’è l’ex governatore della Calabria Agazio Loiero e l’ex senatore Carlo Giovanardi.
Con quella che definisce "eterogenesi dei fini" Sgarbi trae le motivazioni della cittadinanza onoraria a Lucano proprio dal report dell’ultima ispezione a Riace degli ispettori della prefettura di Reggio Calabria che, paradossalmente, raccontano la Riace da favola: «Un’esperienza importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa Regione», Domenico Lucano «uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio». Quanto alle «pecche del sistema» vanno affrontate «con una azione sinergica di supporto che possa permettere di mantenere e migliorare gli standard di efficienza, sicurezza e legalità che la normativa di settore richiede». Parole di segno opposto alla decisione poi assunta dal Viminale, tenute segrete per oltre un anno e scritte da un ispettore che — rivela Lucano — è stato rimosso.
Ce n’è quanto basta perché Sgarbi abbandoni i panni ecumenici sul valore dell’accoglienza cristiana e ritrovi il suo habitus furioso attaccando a testa bassa «l’azione politica della magistratura» che ha prima disposto l’arresto e poi l’allontanamento di Lucano da Riace, annunci una raffica di interrogazioni parlamentari e lanci il suo anatema finale: «Si vergogni lo Stato che ha distrutto un modello giudicato positivo dalle sue stesse strutture». Parole a cui replica duro l’Anm che stigmatizza «i toni oltraggiosi adoperati nei confronti della magistratura e invita tutti al rispetto della continenza nell’esercizio del diritto di critica che non può mai trascendere nel dileggio».
Lucano quasi si rimpicciolisce e sussurra: «Mi faranno ancora più male». Ma anche lui punta l’indice contro le istituzioni: «Riace non esiste più, i migranti sono andati via tutti o quasi, il paese è tornato nell’abbandono e nel silenzio. E adesso, una volta che hanno smantellato tutto, voglio vedere quale sarà il ruolo dello Stato.
Quale sarà il ruolo della magistratura, della prefettura?
Ripopoleranno il paese con le forze di polizia? Dov’è ora il governo? Perché ha chiuso Riace e ha lasciato in piedi un orrore come la tendopoli di San Ferdinando che andava chiusa? Io ho una sola risposta: Riace ha ribaltato il paradigma immigrazione=paura e disagio sociale su cui qualcuno ha costruito la sua fortuna politica. E se si è fatto in un piccolo paese della Calabria vuol dire che si poteva fare ovunque. Proprio quello che non volevano.

Corriere 17.12.17
L’omaggio in teatro di Sgarbi al sindaco di Riace
Il critico d’arte: «Secondo Wenders il suo modello è più rivoluzionario della caduta del muro»
Viterbo, conferita la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano. La polemica con i giudici
di Alessandra Arachi


CAPRANICA (viterbo) Con un freddo che colora i nasi di rosso, Domenico «Mimmo» Lucano sembra portarsi dentro il caldo della Calabria. Il sindaco di Riace risponde alle domande dei cronisti con la giacca slacciata e nessuna sensazione evidente di brivido. Ha tante cose da dire: due mesi fa l’arresto per favoreggiamento dell’immigrazione, poi la revoca dei domiciliari con divieto di dimora a Riace e ora la cittadinanza onoraria che Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri (Viterbo), ha voluto conferirgli ieri con i primi cittadini di Capranica e Oriolo Romano.
Una manifestazione piena di calore nel teatro Tef di Capranica che il direttore Fabio Galadini ha tirato a lustro per l’occasione: sarebbe dovuto venire Wim Wenders, all’ultimo il regista non ha potuto, ma per il pubblico ha lasciato il suo film sul «modello Riace» e, soprattutto, una frase di cui è proprio Sgarbi a farsi ambasciatore: «Wenders ha detto che il modello Riace è più rivoluzionario della caduta del muro di Berlino».
Vittorio Sgarbi a Capranica è arrivato in un’inconsueta veste di oratore pacato, pur non risparmiando pesanti critiche ai giudici che hanno arrestato Mimmo Lucano. Ha sostenuto che persino «Armando Spataro — il procuratore di Torino appena andato in pensione — ai magistrati che hanno arrestato il sindaco di Riace non ha creduto». Poi il critico d’arte, interpellato sulle considerazioni dei giudici del Riesame su Lucano, ha detto: «Credo che siano socialmente pericolosi e siano rispecchiati nella formula del delirio di onnipotenza, che connota il mondo della magistratura». Parole a cui ha replicato l’Associazione nazionale magistrati, stigmatizzando i toni «oltraggiosi» e sottolineando che «il diritto di critica non può mai trascendere nel dileggio e nell’offesa al magistrato e alla magistratura». Al sindaco di Riace i tanti cronisti arrivati a Capranica non hanno risparmiato domande, anche quelle sulla politica della Lega sull’immigrazione, e a questo punto il sindaco di Sutri ha voluto attirare l’attenzione delle telecamere: «Vorrei dirvi che il mio obiettivo è organizzare un incontro tra Matteo Salvini e Mimmo Lucano».
Il sindaco di Riace lo guarda e sorride, e Vittorio Sgarbi rilancia: «Se potessi decidere io, vorrei candidare il sindaco Mimmo Lucano alle elezioni europee». Il sindaco di Riace guarda ancora Vittorio Sgarbi e sorride. A questo punto, però, la domanda diventa obbligatoria: ma il sindaco di Riace accetterebbe una candidatura alle elezioni? Mimmo Lucano adesso si fa serio: «No, niente candidature. Il mio sogno è tornare a fare il sindaco di Riace».

Il Fatto 17.12.18
Sgarbi-show con Lucano: “Voglio farlo candidare”
Strana coppia - Il sindaco (indagato e sospeso) di Riace diventa cittadino onorario di Sutri. Il critico d’arte: “Farà pace con Salvini”
di Tommaso Rodano


Visto che alle bizzarrie della politica e della società italiana non ci si abitua mai, aggiungiamo anche questa: Vittorio Sgarbi – critico d’arte, tele-urlatore, deputato della Repubblica e sindaco di Sutri (Viterbo) – concede la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano, primo cittadino di Riace e icona dell’accoglienza dei migranti, sospeso e indagato per una serie di reati tra cui il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Che c’azzecca Sgarbi, liberale e berlusconiano, con un comunista calabrese, amato soprattutto a sinistra per aver ripopolato una città che scompariva – Riace appunto – dando una casa a profughi e disperati di mezzo mondo? “Qualcuno dice che sia in cerca di pubblicità”. Malignità: “Sapete tutti che non ne ho bisogno”. Senz’altro ha la cittadinanza onoraria “facile”: ne ha donata una anche al magistrato Armando Spataro, appena andato in pensione.
E al teatro di Capranica – uno dei tre comuni della Tuscia che hanno deliberato l’onoreficenza a Lucano, con Sutri e Oriolo Romano – va in scena un prevedibile Sgarbi-show. Quando gli si ricorda che il tribunale del riesame di Reggio Calabria ha definito Lucano “socialmente pericoloso” e “afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza”, l’onorevole replica così: “Socialmente pericolosi sono i giudici. Il delirio di onnipotenza è della magistratura”. Ma Sgarbi sa essere anche ecumenico: “Il mio obiettivo è far dialogare Salvini e Lucano. Credo sia giusto che la Lega tenga conto di un’iniziativa umanistica come la sua” (il sindaco di Riace, accanto a lui, fa un sorriso che pare una smorfia).
Poi l’onorevole esonda: “Sono pronto a rifondare il Pci. Partito della cultura italiana. Speriamo Lucano voglia iscriversi. Io vorrei candidarlo alle Europee”. Promette quattro interrogazioni parlamentari e legge alcuni passaggi della prima ispezione del ministero dell’Interno, che aveva valutato positivamente il modello Riace: “Questo è un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della sua vita. L’esperienza di Riace ha bisogno del supporto dello Stato”. Perché – chiede Sgarbi – questa ispezione dall’esito positivo è stata nascosta all’opinione pubblica? Infine, ritorna come lo conosciamo (quello di “capra! capra! capra!”) e inizia a strillare: “Lo Stato si vergogni! A partire dal presidente della Repubblica! Si vergogni!”.
Testimone mite della performance sgarbiana, Lucano si presta: “Il mio pensiero politico è lontano da quello di Vittorio, ma la sua è una scelta di libertà”. A Capranica viene trasmesso “Il volo”, film-documentario su Riace di Wim Wenders. Sul palco del teatro c’è un cameo anche di Carlo Giovanardi, che partecipa alla cerimonia (non si sa bene a quale titolo) e si esercita in un breve trattato di storia dell’integrazione italiana, a partire dai Longobardi. Alla fine c’è un video-saluto di Alba Parietti.
Il sindaco del paesino della locride si dice provato: “Sono giorni difficili, sono in esilio (gli è stato disposto il divieto di dimora a Riace, ndr). Mi hanno fatto simbolo di uno scontro politico. Io forse avrò sbagliato ma non mi sono arricchito e non ho cercato gloria personale. Non ho intenzione di candidarmi”. Più che con Salvini, ce l’ha con il predecessore al ministero, Marco Minniti: “È stato lui a iniziare la battaglia contro Riace. In quel periodo faceva accordi con i capi tribù libici per tenere i migranti nei lager. Minniti è complice di quello che è successo. Ora a Riace è tornato il silenzio”.

La Stampa 17.12.18
L’idea di Sgarbi:
Mimmo Lucano cittadino onorario a Sutri
di  Fla. Ama.


Un viceprefetto che preferisce riceverlo al bar invece che in ufficio, i ritardi nel ricevere la relazione della prefettura che esalta il modello Riace , la «sfacciataggine» di Marco Minniti quando era ministro dell’Interno e il cinismo di Matteo Salvini che sugli immigrati e la demolizione di anni di lavoro nel paese calabro costruisce la sua campagna e la fortuna elettorale. Mimmo Lucano ieri era a Capranica per ricevere la cittadinanza onoraria di tre Comuni: Oriolo Romano, Sutri e Capranica. Da due mesi è condannato a vivere in esilio e senza lavoro. «Vado avanti grazie alle collette di chi ha deciso di darmi una mano», spiega. È triste, provato ma non rassegnato: al pubblico racconta, denuncia e attacca chi ha deciso di fermarlo.
La tripla cittadinanza è un’idea di Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri. Il motivo? «Ha indicato un modello di convivenza che supera i confini geografici e mentali, e misura le capacità degli uomini rispetto alle loro funzioni attive in una comunità viva, realizzando a Riace, al di là delle ideologie, una moderna polis. Un giorno capiranno che è stato un profeta», scrive nella motivazione ufficiale.
Nel frattempo Sgarbi annuncia quattro interrogazioni parlamentari per chiedere chiarimenti sulla rimozione del viceprefetto e sulla relazione favorevole al modello Riace rimasta inascoltata. Il critico non ha nulla in comune con il sindaco di Riace accusato di istigazione all’immigrazione clandestina, della vicenda vuole sottolineare il pericolo: «Siamo di fronte a una persecuzione identica a quelle contro gli ebrei. Voglio onorare l’uomo, dare continuità a quello che la scuola insegna attraverso la letteratura: l’umanità. E voglio rispondere all’odio con intelligenza, promuovendo il dialogo tra Mimmo Lucano e Matteo Salvini».
Obiettivo non semplice. Salvini in passato aveva definito Mimmo Lucano uno «zero» e il modello Riace inutile perché quello che gli chiedono i cittadini calabresi è «più lavoro e non più immigrati». Mimmo Lucano risponde con una domanda: «Ora Riace è vuota. Noi avevamo dato una speranza, anche sbagliando. Che ruolo vuole avere, invece, lo Stato? Come vuole combattere la criminalità? Come vuole ripopolare Riace? Riempiendola di poliziotti?». Non è detto che avrà una risposta.

Il Fatto 17.12.18
L’Anticristo è tra di noi: lo dicono i cardinali di destra contro il papa
Tiene banco l’Apocalisse, tra libri che finiscono in burletta (quello di Ceresani) e l’opposizione antibergogliana
di Fabrizio d’Esposito


Fervono le polemiche, e il dibattito, sull’ormai noto tomo apocalittico di Cristiano Ceresani, uomo di mondo e di aperitivi nel centro di Roma nonché capo di gabinetto passato con disinvoltura dalla renziana Maria Elena Boschi al cattolico integralista Lorenzo Fontana, ministro della Lega anti-gay. Il risultato è che Ceresani ha fatto scadere a burletta, per le critiche ricevute, una quistioncella che invece è seria perché costituisce uno dei pezzi forti della bagarre anti-bergogliana scatenata da tre anni dalla falange clericale di destra, non solo italiana.
Personaggi come il rotondo cardinale Raymond Leo Burke, capofila dei tradizionalisti, sono convinti che a causa di Francesco la la Chiesa stia vivendo un tempo decisivo, secondo quanto scritto dal paragrafo 675 del Catechismo cattolico, che vale la pena rileggere interamente vista l’attualità del tema.
Eccolo: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.
Per gli anti-bergogliani segni dell’Anticristo sono per esempio le aperture ai divorziati o la tolleranza per i “sodomiti”. Burke non è solo. Anche il cardinale olandese Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, parla di Anticristo a proposito dell’ultima polemica che divide il papa dai suoi oppositori: quella sull’intercomunione, ossia la possibilità dei protestanti di ricevere l’Eucaristia. Per lui, “il successore di Pietro manca di trasmettere fedelmente e in unità il deposito della fede… non posso non pensare al 675 del Catechismo”. Appunto.

La Stampa 17.12.18
La pedofilia cattolica dilaga
Troppe cause, i boy scout Usa in bancarotta
Ma almeno all’estero se ne parla, e parecchio
di Paolo Mastrolilli


I boy scout, una delle icone della società americana, rischiano la bancarotta, colpiti dalle cause per molestie sessuali e dal declino delle iscrizioni. Il Wall Street Journal ha rivelato che hanno assunto uno studio legale per valutare il possibile ricorso alla procedura del «Chapter 11», allo scopo di proteggersi dai creditori, negoziare le compensazioni alle vittime, e cercare così di sopravvivere.
Gli scout erano nati in Inghilterra, e nel 1910 l’editore di Chicago W.D. Boyce li aveva portati negli Stati Uniti, fondando i “boy scouts of America”. Il successo era stato immediato, favorito anche dall’aiuto dell’ex presidente Theodore Roosevelt, che voleva usarli per contrastare il declino dei valori fondanti del Paese. L’obiettivo iniziale era insegnare ai ragazzi il patriottismo, il coraggio e altre virtù, ma poi era stato aggiornato con l’intenzione di «preparare i giovani a fare scelte etiche e morali nel corso della loro vita, instillando in essi i valori del Giuramento dello Scout e della legge». L’organizzazione aveva trovato molti sostenitori, fra cui la
Church of Jesus Christ of the Latter-day Saints, ossia i mormoni, che l’avevano finanziata e adottata come programma per educare i loro giovani. Le attività all’aperto, i campi, le gite, erano diventate lo strumento per trasmettere questi valori. Nel corso degli anni circa 110 milioni di americani hanno frequentato gli scout, inclusi personaggi come il regista Steven Spielberg o Neil Armstrong, il primo astronauta a mettere piede sulla luna.
Le malefatte nascoste
I problemi in realtà erano cominciati già negli Anni Sessanta, quando erano avvenuti i primi incidenti per comportamenti inappropriati da parte di capi e volontari, che però erano rimasti nascosti. Nel 2012 un giudice aveva ordinato la pubblicazione di oltre 20.000 documenti confidenziali, che avevano rivelato come tra il 1965 e il 1985 più di mille leader dei boy scout erano stati allontanati per molestie sessuali. Il problema allora era esploso, portando con sé anche una serie di cause. Nel frattempo i membri sono scesi a 2,3 milioni, dal picco di oltre 4 milioni, nonostante nel 2015 sia stato eliminato il divieto per i gay di ricoprire cariche di leadership, e in seguito siano stati creati anche programmi per le ragazze, che peraltro hanno provocato un scontro legale con l’organizzazione concorrente delle Girls Scout. Nei mesi scorsi la Church of Jesus Christ of the Latter-day Saints ha interrotto la sua collaborazione, e quindi anche i finanziamenti. Nel 2017, poi, i boy scout hanno pagato 7,6 milioni di dollari agli avvocati dello Studio Ogletree Deakins, per risolvere dispute relative alle condizioni di lavoro.
Gli accordi con le vittime
Ora la situazione è diventa così complessa, che l’organizzazione ha ingaggiato i legali di Sidley Austin per valutare l’ipotesi del fallimento. L’ipotesi è quella di ricorrere al «Chapter 11», che consente di dichiarare bancarotta e ottenere la protezione dai creditori. In questo modo gli scout potrebbero negoziare accordi extragiudiziali con le vittime degli abusi, e cercare di sopravvivere. La stessa strategia è stata già adottata da una ventina di diocesi cattoliche, e più di recente da Usa Gymnastics, ossia la Federazione americana di ginnastica, colpita dallo scandalo degli abusi condotti per anni dall’ex medico della Nazionale Larry Nassar.
Michael Surbaugh, attuale leader dei boy scout, ha invitato a non trarre conclusioni affrettate: «Voglio assicurarvi che la nostra missione quotidiana continuerà, e non ci sono azioni imminenti o decisioni immediate attese». Tutte le opzioni, però, sono sul tavolo.

Il Fatto 17.12.18
“Alla Cei serve la politica, però non sarà sponsor di un partito”
Gualtiero Bassetti - Il cardinale a capo dei vescovi italiani: “I cattolici dovrebbero avere una sola voce, ma non si torna alla Dc”
Potere temporale. Papa Francesco sabato era col premier Giuseppe Conte, devoto di Padre Pio
di Carlo Tecce


Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani e arcivescovo metropolita di Perugia, ci sono varie formule in campo: scuola di formazione o forum civico, associazioni laiche o gruppi di cittadini, oggi la Chiesa ha bisogno di un nuovo impegno dei cattolici in politica, perché?
La Chiesa italiana non cerca risposte per un suo bisogno, ma incoraggia il laicato a riscoprire la politica come una vocazione, cioè come un “impegno di umanità e santità” a servizio del proprio Paese. Questa Italia così fragile e smarrita, a causa della globalizzazione e di una gravissima crisi economica che ancora fa sentire i suoi effetti, ha bisogno di ritrovare se stessa. Ha bisogno, cioè, di persone di buone volontà che rammendino il tessuto sociale del Paese che oggi appare sfibrato. Ma anche di competenze che possono essere sviluppate nelle scuole di dottrina sociale. E infine di luoghi di confronto che nascano dal basso, come potrebbe essere una rete di associazioni civiche, in cui si possano scambiare buone pratiche e dove poter valorizzare tutti quei “talenti” inutilizzati, soprattutto giovani, che sono ben presenti nel Paese. Insomma, mettersi al servizio del bene comune per cercare di superare i limiti storici dell’Italia e per allontanare i fantasmi pericolosi del rancore sociale e della xenofobia. Da questo punto di vista, i cattolici hanno moltissimo da offrire al Paese.
Quindi non ci sarà spazio per un nuovo partito dei cattolici?
Per quello che mi riguarda non c’è alcuna Todi 3 o 4 all’orizzonte, né tantomeno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla Cei. Ci sono, però, due forti esortazioni al laicato cattolico: innanzitutto, occorre riaffermare con forza l’unità del messaggio evangelico ben presente nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Per capirci: non si può difendere la famiglia e la vita nascente, dimenticandosi dei poveri e dei migranti fino a sviluppare, in alcuni casi, un sentimento xenofobo; al tempo stesso, non ci si può impegnare per i poveri e i migranti e poi essere a favore dell’utero in affitto o dell’industria della vita che mercifica il corpo umano. La dignità della persona umana è incalpestabile e va difesa sempre, in ogni circostanza. In secondo luogo, c’è un grande invito ad assumersi delle responsabilità. I cattolici sono tra i cosiddetti “soci fondatori” della Repubblica italiana. Oggi, in questo delicato passaggio d’epoca, non possono non dare il proprio contributo per la difesa e lo sviluppo dell’Italia. Le forme, le modalità e i tempi spettano a quella parte del laicato che ben conosce la dottrina sociale e che può svilupparla adattandola all’oggi e all’Italia.
Lei, cardinale, spinge molto per queste iniziative dal basso che potrebbero avere il suo sostegno e quello della Cei: cosa ne pensano Papa Francesco e il segretario di Stato Pietro Parolin?
Sono in profonda comunione con il Papa e il cardinal Parolin. E ci sono due bussole da cui traggo ispirazione: il capitolo 25 di Matteo e l’Evangelii gaudium. In particolare c’è una frase di Francesco che trovo di grande importanza: è necessario “iniziare processi più che di possedere spazi”. Questo è lo snodo decisivo. Le mie parole si collocano dunque all’inizio di un processo e sono un invito paterno al laicato cattolico a sforzarsi di cercare il bene comune senza essere “ossessionati dal potere” come ha detto Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Piuttosto bisogna chiedersi perché di fronte a queste parole così semplici, persino ovvie, che fanno parte della tradizione cristiana, ci sono coloro che si affannano ad accusare la Chiesa di fantomatici business e misteriosi complotti che esistono solo nella testa di chi ne parla.
In questa Italia che banalmente potremmo definire post ideologica, la voce della Chiesa si sente poco, anche quando viene alzata.
Perché viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, individualizzato e nichilista. Un mondo sordo dove anche il martirio non fa notizia. Un cristiano ucciso in Siria? È sangue in un mondo assuefatto al sangue. Oggi sembrano far notizia il potere e i soldi, lo scandalo e il sesso, i grandi avvenimenti mediatici e sportivi. Eppure la Chiesa parla molto e in modi diversi. A volte senza aprire bocca con le sue tantissime opere di carità. Altre volte parla per bocca dei suoi sacerdoti, delle suore e del laicato. Senza dubbio, c’è una grande sfida per la Chiesa: suonare un’unica sinfonia comprensibile al mondo d’oggi.
Tornare a impegnarsi in politica può aiutare ad avvicinare la gente alle chiese sempre più vuote?
Sono due cose temporalmente diverse. Prima di tutto viene l’annuncio del Vangelo. Un annuncio che, come ha scritto papa Francesco, deve riuscire ad esprimere con gioia “l’amore salvifico di Dio” senza imporre fardelli pesanti sulle spalle delle persone e senza ridurre la predicazione ad una dottrina filosofica. L’impegno politico è frutto, invece, di una fede matura. E soprattutto non è per tutti, ma spetta a quei laici che sono adeguatamene formati e sentono la politica come grande missione civile.
Chi sono i vostri interlocutori al governo?
Tutti coloro che vogliono parlare con noi: abbiamo sempre la porta aperta. Non abbiamo alcun problema a dialogare con il governo, com’è accaduto, per esempio, per la nave Diciotti.
Ha mai incontrato Conte, Di Maio, Salvini o ha mai parlato con loro?
Il premier Conte e il ministro Salvini li ho conosciuti. E devo dire che sono stati incontri cordiali e piacevoli. Ricordo che con il presidente del Consiglio parlammo persino di San Pio da Pietralcina e con il ministro dell’Interno dei suoi figli. Non ho ancora avuto il piacere di incontrare il ministro Di Maio, solo per una questione di impegni.
Esiste oggi un partito in sintonia con le idee cattoliche?
Esistono diverse sensibilità politiche, in comunione con il magistero sociale della Chiesa, che sono presenti in alcuni partiti. Il rischio, però, rimane l’unità del messaggio evangelico, che ne esce compromessa ogni volta che si pretende non solo di privilegiare, ma anche di contrapporre alcuni valori ad altri. Anche in politica, inoltre, serve una testimonianza autentica e una forte resistenza alla mondanità. A tutti quanti vorrei sommessamente ricordare che la Chiesa non si compra per 30 denari.

Il Fatto 17.12.18
L’impegno dei cattolici italiani in politica?
Dall’onnipotenza all’irrilevanza: si cerca un’altra via
Macerie - Il nulla dopo il patto Ruini-B.
L’ultima speranza di un “impegno politico” dei cattolici italiani.
di Ettore Boffano


Lo scetticismo e la disperazione. Sono queste le due parole-chiave che da qualche settimana, e cioè da quando sui media hanno cominciato a farsi strada riferimenti impliciti a un nuovo impegno dei cattolici italiani in politica (assieme all’esplicita citazione del prossimo centenario dell’appello ai “liberi e forti” di don Luigi Sturzo del 18 gennaio 1919), si alternano nelle considerazioni di chi quella realtà è chiamato a studiare e commentare. Sino a segnarne ragionamenti spesso coincidenti, anche quando provengono dai fronti opposti del progressismo e del conservatorismo del cattolicesimo italiano.
Il tema dello “scetticismo” è il più facile da interpretare e, per paradosso, sembra concedere ancora meno possibilità di un qualche risultato concreto rispetto a quello (all’apparenza più definitivamente negativo) della “disperazione”. I suoi sostenitori elaborano infatti la loro riflessione soprattutto attraverso un excursus a ritroso nel tempo, che mette assieme insuccessi recenti (la presenza della componente cattolica nella Lista Monti e l’impegno dell’ex ministro Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio), il fallimento di un precedente tentativo di “ricostruzione” organizzato nel 2011 e nel 2012 nei due raduni svoltisi a Todi (al primo prese parte anche l’allora presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco che poi, però, disertò il secondo) e, in particolare, il progressivo e forte declino della capacità della Chiesa italiana di influenzare l’opinione politica (e non solo sul fronte dei temi etici).
Contemporaneamente, nelle analisi, è ricorrente la citazione del convegno ecclesiale del 1985 a Loreto, sulla “Riconciliazione cristiana e la Comunità degli uomini”, avvenuto quando già si avvertivano gli scricchiolii della Prima Repubblica e della credibilità morale della Democrazia cristiana, cui seguiranno – con l’avvento della Seconda Repubblica – i contorcimenti e le prassi dell’impegno cattolico declinato secondo un collateralismo ancora potente, ma non più orientato all’interno di un unico “partito cattolico”, quanto piuttosto in maniera diffusa nei due poli del neo bipartitismo all’italiana.
Con una preferenza, nella Chiesa italiana allora guidata dal cardinal Camillo Ruini, per il centrodestra berlusconiano; e con evidenti problemi di coerenza etica e una partecipazione affidata soprattutto all’attivismo di Comunione e liberazione, secondo un giustificazionismo codificato nel 2001 dall’allora segretario della Cei, il cardinale Ennio Antonelli, secondo cui contava di più ciò che i cattolici facevano nella vita pubblica che in quella privata. Un percorso adesso indissolubilmente segnato dalla caduta e dallo scandalo politico-giudiziario di Roberto Formigoni.
Considerazioni analoghe, anche se legate certamente a un minor favore delle gerarchie ecclesiastiche, si potrebbero svolgere per quanto riguarda il Centrosinistra: dall’esperienza dell’impegno politico di Romano Prodi alle vicissitudini anche giudiziarie della Margherita e al ritiro di Enrico Letta, sino a scendere alle spregiudicatezze, un tempo alleate e oggi avversarie all’interno del Pd, di Dario Franceschini e dell’ex scout cattolico Matteo Renzi. Il risultato è un quadro complessivo che, appunto, induce la maggior parte degli osservatori allo scetticismo e alla definizione della possibile influenza odierna della Chiesa italiana come “un esercizio su una parte minoritaria di opinione pubblica all’interno di quella che è già una minoranza nella società: la comunità dei credenti”.
Un giudizio al quale, secondo altri, può opporsi ormai soltanto la carta della “disperazione”. Intesa come il sentimento che pare agitare le gerarchie ecclesiastiche, l’associazionismo e la cultura cattolica italiana di fronte al populismo, al sovranismo, all’attacco ai valori e alle istituzioni dell’Europa e, in tema di migranti, alle posizioni della Lega di Salvini. Sino a spingere Francesco Occhetta, il gesuita cui la Civiltà cattolica ha affidato la lettura della “questione italiana”, a scrivere che “l’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto di opinione e di idee”. E così proprio alla “disperazione”, ma soprattutto al suo “quantum” e alla sua estrema possibilità di determinare azioni umane, sembra ora essere affidata l’ultima speranza di un “impegno politico” dei cattolici italiani.

La Stampa 17.12.18
Migranti, il Papa difende il patto che l’Italia
non ha firmato
di Andrea Tornielli


«La comunità internazionale operi con responsabilità, solidarietà e compassione verso coloro che lasciano i loro Paesi». Papa Francesco alla fine dell’Angelus recitato a mezzogiorno di ieri dalla finestra del Palazzo Apostolico ha citato l’approvazione del Global Compact sulle migrazioni avvenuta nel corso della recente conferenza intergovernativa dell’Onu in Marocco. Com’è noto 164 governi hanno detto il loro «sì» al patto, mentre una trentina di Paesi - tra i quali l’Italia - non lo hanno sottoscritto.
«La settimana scorsa - ha detto il Pontefice - è stato approvato a Marrakech, in Marocco, il Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, che intende essere un quadro di riferimento per tutta la comunità internazionale. Auspico pertanto che essa, grazie anche a questo strumento - ha aggiunto Francesco - possa operare con responsabilità, solidarietà e compassione nei confronti di chi, per motivi diversi, ha lasciato il proprio Paese, e affido questa intenzione alle vostre preghiere».
Parolin a Marrakech
All’incontro di Marrakech era presente il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. Prendendo la parola si era felicitato a nome del Papa per l’adozione del patto.
Il Segretario di Stato vaticano aveva osservato che «un numero sempre maggiore di persone è costretto da fattori avversi a lasciare la propria casa» con «viaggi involontari, insicuri e irregolari che pongono i migranti e le loro famiglie in situazioni di vulnerabilità, presentando sfide significative per i Paesi di origine, di transito e di destinazione». E «quando queste sfide non sono gestite bene, si possono creare crisi, la retorica può eclissare la ragione, e i migranti possono essere visti più come minacce che come fratelli e sorelle che hanno bisogno di solidarietà e servizi di base».
In questo frangente, aveva detto ancora Parolin, il Global Compact «cerca di aiutare la comunità internazionale a prevenire crisi e tragedie» e la sua attuazione «aiuterà tutti i governi, così come le organizzazioni non governative, comprese quelle religiose, a gestire collettivamente la migrazione in modo più sicuro, ordinato e regolare, cosa che nessuno Stato può realizzare da solo». Il cardinale aveva concluso: «La Santa Sede è convinta che le enormi sfide che la migrazione pone siano meglio affrontate attraverso processi multilaterali piuttosto che attraverso politiche isolazioniste».

La Stampa 17.12.18
“Bloccata la mobilità fra le generazioni
Così non c’è eguaglianza”
Uno studio della Banca d’Italia: “Istruzione e reddito si ereditano Nel Paese viene meno un principio su cui si fonda la democrazia”
di Nicola Lillo


In Italia l’istruzione, il reddito da lavoro e la ricchezza continuano a ereditarsi da genitori a figli. L’ascensore sociale nel nostro Paese è fuori uso da tempo e le condizioni di partenza dei più giovani sono decisive per il loro futuro e il successo professionale. È quanto emerge da uno studio dei ricercatori della Banca d’Italia, secondo cui il nostro è tra i Paesi con «una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta».
Un fenomeno che negli ultimi anni è addirittura in aumento e che è la causa principale delle disuguaglianze. L’economista americano Alan Krueger, tra i consiglieri economici di Barack Obama, nel 2012 ha parlato in un importante discorso di «curva del Grande Gatsby». In pratica la sua teoria è che più diminuisce la mobilità sociale tra una generazione e quelle successive, più aumentano le disuguaglianze.
L’Italia ne è la dimostrazione, come spiegano i ricercatori Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio del dipartimento di Economia e Statistica di Bankitalia. «La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro - scrivono -; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia».
Nel nostro Paese però tutto ciò non si verifica. Secondo le stime di Bankitalia infatti l’impatto di diversi fattori - come la famiglia d’origine, la ricchezza, il luogo di nascita, le scuole e i quartieri frequentati del Nord o del Sud - sfiorano il 90 per cento della variabilità del reddito. Dati da prendere «con cautela», sottolineano nel report, ma che sono indicativi di quanto sia difficile migliorare la propria situazione sociale ed economica.
I giovani penalizzati
I giovani ne sono ben consapevoli. Secondo un recente sondaggio dell’istituto Demopolis per Oxfam infatti l’80 per cento di chi ha tra i 18 e i 34 anni pensa che in Italia sia accentuata la disuguaglianza intergenerazionale. Gli under 35 si sentono infatti penalizzati dalla precarietà del lavoro, dall’incertezza sul futuro, dalla bassa retribuzione, dalla difficoltà di accesso al mercato del lavoro. Una situazione di sfiducia confermata dai numeri, basti pensare che il tasso di disoccupazione under 25 è al 32,5 per cento, l’Italia è il terz’ultimo Paese in Europa.
Il rapporto di Bankitalia non dà facili soluzioni, che spettano alla politica, ma fotografa dati alla mano la situazione del nostro Paese (sono stati utilizzati dati relativi alle famiglie tra il 1993 e il 2016).
«La mobilità intergenerazionale - si legge - costituisce un elemento cruciale in termini di uguaglianza». In Italia invece le possibilità di successo sono superiori in base alle fortune dei propri genitori e questo «genera scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata».
Istruzione e lavoro
Il canale principale con cui vengono trasmesse le condizioni di benessere è l’istruzione.
La scuola pubblica non è infatti in grado di colmare le disuguaglianze di partenza: «Gli studenti si auto selezionano nelle diverse tipologie di istruzione secondaria (o nell’abbandono scolastico) sulla base dei risultati precedentemente conseguiti e della professione e del titolo di studio dei propri genitori», spiegano i ricercatori.
Questo crea una segmentazione «della popolazione di studenti (ad esempio tra licei e scuole professionali) fortemente correlata con le classi sociali di provenienza».
Stesso discorso si applica per i redditi da lavoro, dove il nostro Paese si conferma tra quelli «a bassa mobilità intergenerazionale».
Secondo i dati più recenti - relativi al 2010-2016 - la nostra società tende addirittura a diventare ancor meno mobile. L’Italia continua a non essere un Paese per giovani.

Il Fatto 17.12.18
Renzi fa l’1,8% di share. Salvini: “Meno della replica della Signora in giallo”
L’esordio - Il documentario in onda su canale Nove


“Basta con gli applausi, che poi mi monto la testa, poi finisco a fare documentari su Milano che fanno l’1,8% di share. Ha vinto anche la replica della Signora in giallo”. Con questa stilettata il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, ha aperto l’intervento alla scuola di formazione politica della Lega a Milano. L’oggetto della presa in giro del Capitano è il risultato modesto della prima puntata del documentario televisivo su Firenze dell’ex premier Matteo Renzi, andato in onda sabato sera sul canale Nove. Documentario che, nonostante se ne parli da mesi, ha “inchiodato” davanti allo schermo solo l’1,8% dei telespettatori. La risposta dell’autore non si è fatta attendere: “La trasmissione Firenze Secondo Me è il risultato di anni di sogni e di mesi di lavoro. Sono felicissimo del prodotto, del risultato, dell’accoglienza, del dibattito suscitato”, ha detto Renzi. Per poi aggiungere: “Le polemiche sull’audience lasciano il tempo che trovano: chi è intellettualmente onesto sa che il risultato è stato superiore alla media della rete, alla media del sabato, a altre iniziative culturali analoghe del canale. Per noi dunque: ottimo. Non possiamo che essere felici e grati a tutti gli italiani che hanno seguito un’ora e mezzo di Tv diversa dal solito”.

Il Fatto 17.12.18
Usa, da Joe Biden a Clooney: chi vuol essere l’anti-Trump
È cominciata la corsa verso le nomination: politici (il vice di Obama e l’ossessione Hillary Clinton), vip vari (da Oprah Winfrey che smentisce a Mr Facebook che ci pensa) e giovani promesse ancora poco note
di Giampiero Gramaglia


In fondo, non la spara grossa Joe Biden, il vice presidente di Barack Obama dal 2009 al 2017, quando dice di essere “la persona più qualificata per divenire presidente nel 2020”: fra due anni, il 3 novembre, gli americani dovranno decidere se confermare alla Casa Bianca Donald Trump o se darsi un nuovo comandante in capo. Biden, 76 anni, qualificato lo è di sicuro: senatore del Delaware per 36 anni, poi vice presidente per otto, della politica sa se non tutto molto.
L’ex numero 2 guida i sondaggi
I sondaggi fatti subito dopo la sua sortita – l’occasione era la presentazione d’un libro nel Montana, non proprio lo Stato da cui lanciare una campagna democratica, dato che vota sempre repubblicano – sembrano dargli ragione: Biden, 28%, è in testa, davanti a Bernie Sanders, senatore del Vermont, nei favori dei potenziali elettori democratici e indipendenti, secondo un rilevamento Harvard Caps & Harris.
Il fatto è che i sondaggi, oggi, misurano, più che il favore di cui un candidato gode, la sua notorietà. Biden e Sanders, indipendente e “socialista”, protagonista di un testa a testa con Hillary Clinton per la nomination democratica nel 2016, sono gli unici due personaggi democratici che possono vantare una celebrità nazionale, a parte la stessa Hillary, che per ora è fuori gioco, ma non è detto che lo resti.
Terzo arriva Beto O’Rourke, enfant prodige democratico del Texas, che però sta al di sotto del 10% – è al 7% – perché, a livello nazionale, pochi ancora lo conoscono (e quei pochi sanno che nel voto di midterm ha perso il duello con il senatore repubblicano Ted Cruz, sia pure sfiorando il colpaccio in uno Stato tradizionalmente conservatore).
Biden, comunque, ci sta pensando – s’è dato due mesi di tempo per decidere –, come stanno facendo almeno una ventina di democratici più o meno “ortodossi”: al via alle primarie mancano tredici mesi, ma già l’estate prossima i candidati alla nomination si faranno vedere nello Iowa, da dove si parte, frequentando case di riposo e centri comunitari. Di qui ad allora, sapremo, un po’ alla spicciolata, se e come intendono muoversi i vecchi Biden e Sanders, ma anche Hillary ed Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, icona liberal, che non scese in lizza nel 2016 per non imbarazzare Hillary, “campionessa” femminile.
Assenti per adesso i volti del midterm
O i “nuovi”: O’Rourke, rimasto senza seggio alla Camera e libero di fare campagna da subito; o Kamala Harris, senatrice della California, o ancora Cory Booker, senatore del New Jersey, o Julian Castro, ex sindaco di San Antonio in Texas ed ex ministro nell’amministrazione Obama, astro nascente ispanico un po’ appannato, ma intenzionato a correre. Pochi ne parlano, ma c’è chi ha già messo in tavola le proprie carte: John Delaney, 55 anni, deputato del Maryland, sarà in lizza per la nomination.
O’Rourke a parte, manca, fra i tanti nomi snocciolati, un rappresentante dell’onda democratica che un mese fa ha vinto il voto di midterm: giovani provenienti dai volontari sanderisti 2016, spesso donne, talora “diversi”, che hanno il pregio del nuovo, ma che forse sono troppo nuovi per puntare alla Casa Bianca fra due anni. Al punto che Michael Moore, il regista, scommette su Michelle Obama, popolarissima ex first lady (decisissima, però, a non correre).
Gli “alternativi” famosi e famosissimi
Ci sono invece gli alternativi: dalla celeberrima signora della tv Oprah Winfrey, che s’è chiamata fuori, all’attore George Clooney, di cui si parla a prescindere, passando per Mark Zuckerberg, un po’ appannato dal ruolo di Facebook negli inquinamenti elettorali più recenti; Tom Steyer, miliardario grazie agli hedge funds, filantropo, ambientalista, liberal, e Howard Schultz, ex boss di Starbucks tentato dalla politica.
Nomi in liberta? Non quello di Michael Bloomberg, magnate dell’editoria, sindaco di New York per dieci anni, un ermafrodita della politica: è democratico o repubblicano a seconda di chi lo candida; ed è contro Trump, “sono in disaccordo – spiega – con quasi tutto quel che fa”. Nel calderone di personaggi del business e dello spettacolo, lui pare l’unico ad avere chances e fondamento, nonostante l’handicap di essere un altro miliardario newyorchese, come Trump.
Ma il più probabile è Mister X
I sondaggi dicono che il candidato democratico a Usa 2020 si cela per ora agli americani e forse anche a se stesso: quasi un quinto degli intervistati non sa neppure chi indicare; e non è probabile che i democratici si affidino nel 2020 a Biden o a Sanders, dopo che nel 2016 la Clinton, che era l’usato sicuro, perse contro il candidato più improbabile, ma meno implicato con la politica, Trump.
“Beto O’Rourke è quel tipo di volto nuovo che potrebbe scuotere la corsa dei democratici”, spiega Mark Penn, co-direttore del sondaggio Harvard Caps & Harris. Fa meglio di tutti i nuovi che scaldano il motore, pure di Michael Avenatti, l’avvocato di Stormy Daniels, la pornostar che ebbe una storia con Trump e fu pagata per tenerla segreta: Avenatti, più che la nomination, cerca pubblicità.
Mosse e attese
Un altro sondaggio, che tiene conto di Hillary, vede sempre Biden e Sanders davanti; l’ex first lady è terza, anche se tre quinti degli intervistati non credono che si candiderà e più della metà la detesta. Ma lei continua a tenere la porta della candidatura socchiusa.
Delaney a parte, i politici nicchiano. Bloomberg e Steyer fanno invece percepire le loro intenzioni: l’ex sindaco della Grande Mela visita città dello Iowa; Steyer frequenta la South Carolina, lo Stato che dà il via alle primarie nel Sud.

La Stampa 17.12.18
Il dragone rallenta la crescita
di Mario Platero


Siamo a una svolta: la debolezza economica cinese oggi preoccupa molto più delle tensioni commerciali con l’America, che pure hanno già fatto danni ingenti. Se una retorica protezionistica aggressiva può rientrare da un momento all’altro a seconda degli umori di Donald Trump, un rallentamento dell’economia cinese - dovuto anche alle tensioni commerciali - non si fermerà da un giorno all’altro. E peggiorerà l’indebolimento dell’economia europea. Del resto da noi in Europa il quadro era già preoccupante: l’indice europeo per l’attività dei direttori acquisti è caduto in novembre al 52,4, il minimo in quattro anni. In Italia lo stesso indice è caduto dal 49,2 al 48,6 un livello che conferma una nostra contrazione economica. Questo già rendeva improbabile una ripresa per il quarto trimestre dopo le debolezze del terzo. Se alla promessa della Bce di far rientrare il «bazooka» con la fine dell’anno aggiungiamo ora l’indebolimento del tasso di crescita cinese, le prospettive a breve medio termine europee non possono che peggiorare, con una situazione di particolare fragilità per l’Italia: in tempo di crisi gli investitori cercano una fuga dal rischio verso la qualità.
E noi oggi, dopo i pasticci, le minacce e le marce indietro sulla legge finanziaria, siamo l’emblema stesso di un rischio elevato con, purtroppo, prospettive elevate di un «hard landing».
Occorre dire che la situazione cinese era già preoccupante prima di venerdì quando la crescita delle vendite al dettaglio è diminuita da un tasso dell’8,6% a un tasso dell’8,1% e l’output industriale è diminuito a novembre, su base annuale, da un tasso di crescita dell’5,9% a un tasso del 5,4%, ben al di sotto delle aspettative di un altro 5,9%. Questo capitava sullo sfondo di una fiducia debole dei direttori acquisti, di un mercato immobiliare debolissimo, di vendite di auto in caduta verticale. Cosi le aziende hanno anche lasciato a casa molti lavoratori con due mesi di anticipo rispetto alle tradizionali ferie per l’arrivo del Nuovo Anno Lunare. Attenzione, non che il locomotore cinese si sia fermato, ma un semplice rallentamento, inatteso come ci hanno detto i dati di venerdì, ha ripercussioni, come ci ha detto il Fondo monetario internazionale, non solo sull’Europa, ma su tutta l’economia mondiale inclusa quella americana, cosa che di nuovo non ci aiuta. Per questo Ken Rogoff, che guidò il Centro studi del Fondo ha scritto che le prospettive per un ingresso in recessione in America nel 2019 sono aumentate. Secondo alcune stime di mercato ci sono oggi probabilità del 30% che l’America possa entrare in recessione nel corso del 2019 rispetto a probabilità minime solo alcune settimane fa. Per questo il Dow Jones coi dati cinesi di venerdì ha perso il 2%, potrebbe testare questa settimana quota 24.000 (venerdì ha chiuso a quota 24.100,51) ed è tecnicamente in correzione rispetto ai massimi del 3 ottobre scorso.
Ed ecco la ragione della svolta, di cui vi parlavo in apertura: Donald Trump ha cercato disperatamente di correggere il tiro con un tweet che annunciava progressi sul fronte commerciale con la Cina. Ma ha fallito. È la prima volta che una buona notizia commerciale non ha conseguenze positive: dopo il messaggio del presidente l’indice Dow Jones ha perso altri 200 punti, cioè un altro 1%. Il messaggio è chiaro. Lo scontro commerciale voluto da Trump è stato un grave errore. Anche se l’amministrazione parlava di guerra negoziale piuttosto che di guerra commerciale, le aziende straniere e americane hanno reagito di conseguenza: hanno dirottato molta produzione dalla Cina ad altri Paesi del Sud-Est Asiatico. Chissà che Trump, convinto di inventare cose nuove in economia, riceva questo schiaffo del mercato al suo tweet come un avvertimento: meglio abbandonare le improvvisazioni, altrimenti nel 2020 rischierà di perdere la presidenza.

Repubblica 17.12.18
Cina
La promessa verde di Pechino che ora deve diventare realtà
di Filippo Santelli


PECHINO «In qualche modo, sta muovendo la palla nella giusta direzione».
Una vecchia frase di Al Gore sull’impegno della Cina contro il riscaldamento del pianeta, in tutta la sua ambiguità, resta più valida che mai. Anche ai negoziati Cop24 di Katowice Pechino ha avuto un ruolo da protagonista, nonostante l’asse che a Parigi si creò tra Xi Jinping e Barack Obama non esista più, spezzato dal negazionismo di Trump. Da leader dei Paesi in via di sviluppo, ruolo che con qualche ipocrisia continua a recitare, la Cina ha fatto sponda sia con l’Europa che con il Canada per salvare l’accordo. Ha chiesto un maggiore impegno economico da parte dei Paesi sviluppati nel sostenere la trasformazione "verde" di quelli poveri. Ma ha anche fatto una grande concessione, accettando che gli uni e gli altri vengano sottoposti dal 2020 agli stessi criteri di misurazione delle emissioni. Xie Xhenhua, il negoziatore di Pechino, era arrivato in Polonia con tutt’altra idea, inaccettabile per gli Stati Uniti: un trattamento più flessibile per chi deve crescere.
Un modo, dicevano i critici, per non rendere trasparenti i propri dati.
A fare davvero la differenza però sarà quello che la Cina, il più grande inquinatore al mondo, farà in casa propria. E da questo punto di vista il 2018 manda indicazioni contrastanti. Secondo le Nazioni Unite Pechino è uno dei pochi governi in linea per rispettare gli impegni presi, come raggiungere il picco di emissioni di CO 2 entro il 2030 e portare la quota di rinnovabili al 20%.
L’obiettivo di ridurre del 40% l’intensità di carbone per punto di Pil, inizialmente previsto per il 2020, è stato realizzato già la scorsa estate. Eppure quest’anno le emissioni sono tornate a crescere a un ritmo notevole, poco sotto il 5%, mentre il Paese ha ripreso a costruire a pieno ritmo nuove centrali a carbone, secondo alcuni report addirittura per 250 Gigawatt di potenza. Più ancora dei cieli azzurri promessi ai cittadini soffocati dallo smog, la priorità per il regime resta la crescita. E gli allarmanti segnali di rallentamento registrati negli ultimi mesi l’hanno spinto a comandare l’avanti tutta alle industrie pesanti e ai progetti infrastrutturali delle Province: infrastrutture, edilizia e centrali vecchio stampo, iper inquinanti.
Al quadro bisogna pure aggiungere l’impronta ecologica lasciata dalla Nuova via della seta, il grande piano di connettività globale ideato da Xi Jinping: uno studio sui maggiori progetti energetici finanziati all’estero dalle banche di Stato cinesi tra il 2014 e il 2017 mostra che il 90% è legato a combustibili fossili.
In ogni scelta di Pechino le considerazioni di politica interna contano sempre più di quelle internazionali. Il suo impegno nei negoziati per il clima è coerente con alcune priorità di Xi: migliorare la qualità dell’ambiente per i cittadini e promuovere lo sviluppo hi-tech cinese, già leader nel settore elettrico. Ma se nel breve periodo il costo per disintossicarsi dal carbone diventasse troppo alto, il rischio è che parte degli obiettivi "verdi" venga sacrificata sull’altare del Pil.

Repubblica 17.12.18
L’anniversario del moderno Dragone
Nel campo privato del signor Yan qui è nata la Cina capitalista
A Xiaogang, 40 anni dopo il discorso di Deng sulle riforme: da allora la crescita è senza freni Pechino sfida il mondo con hi-tech e bassi prezzi, ma i ritmi calano e la democrazia è lontana
reportage di Filippo Santelli


XIAOGANG È cominciato tutto qui: la nuova Cina, il nostro mondo. Nella piatta campagna a perdita d’occhio di Xiaogang, umida di canali, una notte di dicembre di 40 anni fa.
Dopo l’ennesima giornata piegato su questi campi di riso, l’anziano signore che oggi sorride in mezzo al suo ristorante aveva appuntamento con altri 17 contadini in una delle capanne del villaggio, pareti di fango essiccato e tetto di paglia. Ne discutevano da mesi: dividersi la terra significava tradire il sistema collettivo, essere bollati come proprietari, arrestati, forse uccisi. Eppure con un’impronta di inchiostro rosso su un foglio di carta hanno deciso di rischiare, ogni famiglia avrebbe coltivato il proprio campo: «Volevamo solo non morire di fame», dice con accento dell’Anhui Yan Jinchang, 74 anni e un cappotto nero con collo di pelliccia. Per loro fortuna lassù al Nord, a Pechino, anche la leadership comunista la pensava così. Qualche giorno dopo, il 18 dicembre, il segretario Deng Xiaoping lanciava le modernizzazioni del Dragone, l’era di riforme e aperture. I contadini di Xiaogang da nemici del popolo diventavano pionieri da celebrare, Xi Jinping in persona è venuto qui a farlo, le foto sono in bella mostra: «Oggi i miei sette figli hanno tutti l’automobile», dice orgoglioso Yan.
Si possono misurare così i 40 anni di miracolo cinese, in cose che la gente non aveva e ora ha: le auto, la Coca-Cola, i parchi divertimento, i grattacieli.
Perché la Cina era uscita in ginocchio dalle rivoluzioni di Mao, livelli di miseria nordcoreani, mentre le energie che un inedito capitalismo di Stato ha liberato l’hanno resa superpotenza. Hanno trascinato 800 milioni di persone fuori dalla povertà, creato una classe media di 400 milioni di consumatori corteggiati dai marchi di tutto il mondo, ma anche allargato a dismisura le diseguaglianze.
Xiaogang incarna pure queste, rimasto nonostante tutto un sonnolento paesino di cinquemila anime attorno a una strada, con un museo spropositato e un parco industriale semideserto. La metropoli di Hangzhou dista due ore di treno, ma è lontana un universo. Là un maestro di inglese autodidatta di nome Jack Ma ha creato un impero del commercio digitale, Alibaba. Là i neolaureati fanno colazione da Starbucks e immaginano startup, come i loro pari americani. Se a Xiaogang i redditi sono cresciuti di tre volte, come vanta il segretario locale del Partito, in città di dieci, cento. L’unica cosa che accomuna tutti è la fedeltà a quell’adagio originario di Deng: arricchirsi è glorioso.
«Quando i parenti mi incrociavano per strada facevano finta di non conoscermi», racconta la signora Zhang Huamei, 59 anni, capostipite di ogni startupper cinese. I suoi genitori «non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena», così nel 1979, sfidando l’idea per cui "fare profitto" significava "approfittarsi", montò un banchetto di bottoni fuori dalla porta di casa, pronta a nasconderlo al passaggio della polizia. Un anno dopo è diventata il primo imprenditore privato del Paese, licenza 10101, un’azienda con cui ancora si arrabatta: «Senza le riforme non saremmo qui».
Non che il percorso sia stato lineare. Ci sono stati bassi come Tiananmen, a spegnere l’illusione che le riforme potessero essere anche politiche. O alti come l’ingresso nel Wto che ha reso il Dragone fabbrica del mondo, inondandoci di prodotti low cost e portando via tanti posti di lavoro. Un momento basso la Cina lo sta vivendo anche ora, a cavallo dello storico anniversario. All’esterno Donald Trump l’ha trasformata in un avversario da contenere; all’interno l’economia frena mettendo in discussione il patto sociale tra regime e cittadini-consumatori. Nel concreto: a novembre le vendite di auto sono scese del 14%, non succedeva da 35 anni. Mai negli ultimi anni il Partito, la cui legittimità è nei risultati, era stato così sotto pressione.
Sanare le crescenti contraddizioni di uno sviluppo selvaggio, come l’inquinamento fuori controllo o le bolle di debito, significherebbe limare altri decimi di crescita. Viene in mente un pensiero dello scrittore Yu Hua, ossessionato dalle martellate in casa del vicino: «Che strano: hanno ultimato la ristrutturazione di un Paese, ma non quella di un appartamento».
«Oggi la Cina è ancora a metà del guado, molto distante dall’altra sponda», dice delle riforme Hao Yisheng, professore all’Università di Scienza politica e Legge di Pechino. Uno che ha contribuito in prima persona: nel 1984, a 31 anni, era tra i giovani economisti riuniti tra le colline di Moganshan per discutere su come riformare i prezzi, fino ad allora fissati dallo Stato. Racconta di un dibattito «infuocato», in cui «nessuno rispettava i tempi degli interventi», nonostante lo scampanellio del moderatore: «Avevamo una enorme passione – ricorda – sentivamo che la Cina stava abbracciando un cambiamento senza precedenti, tutte le opinioni potevano essere espresse e la distanza con la leadership era minima, cosa impensabile oggi».
Nel fronte degli economisti liberali di cui fa parte molti denunciano che il rinnovamento si è fermato, che il Partito con Xi Jinping al suo centro è tornato onnipotente, banche e industrie di Stato le sue braccia armate. La frenata di investimenti e consumi sarebbe un sintomo di sfiducia, inespressa o censurata.
Eppure negli ultimi giorni, almeno verso gli Stati Uniti, il regime ha dato segnali di apertura. Domani a Pechino Xi terrà un discorso sui 40 anni della nuova Cina, poi definirà le politiche economiche per il prossimo anno. Arriveranno altre promesse di riforma, e secondo alcuni non è detto che stavolta vengano disattese.
Servono anche alla Cina, a patto che non sembri una resa a Trump. In fondo è la grande occasione per il presidente eterno di scacciare lo spettro di Deng, già rimosso dalle celebrazioni, e di rilanciare un nuovo ringiovanimento, il suo: quello che entro metà secolo dovrebbe portare il Paese, campagne comprese, a livelli di benessere "americani". Ancora una volta il capitalismo di regime smentirà le profezie occidentali sulla sua crisi?
Nell’enorme mostra sui 40 anni allestita al Museo nazionale, a Tiananmen, il passato agricolo da cui la Cina viene non esiste più. In compenso presente e futuro sono ovunque: il programma spaziale, le portaerei, i treni alta velocità.
«Sono orgoglioso», dice uno studente venuto da Xiamen, mentre giovani e anziani si scattano foto davanti alle mute da astronauti. Secondo un sondaggio di Xinhua, il 93% degli universitari cinesi, nella prossima vita, vorrebbe rinascere cinese. Non è difficile capire perché: da 40 anni il loro Paese si sveglia ogni giorno "più": più ricco, più sano, più longevo. Ci sarà tempo per i dubbi, oggi la Cina ha un miracolo da celebrare.
Quei contadini pensarono di dividersi la terra sapendo di tradire il sistema collettivo Per loro fortuna, lassù al Nord anche la leadership cominciava a pensarla così Il miracolo economico ha condotto 800 milioni di cinesi fuori dalla povertà. Ma ha anche creato enormi diseguaglianze

La Stampa 17.12.18
Migliaia in piazza contro Orban e la sua “legge degli schiavi”


Erano anni che la notte di Budapest non veniva rischiarata dai roghi e dalle torce, dalle centinaia di bandiere in fiamme tra i fumi dei lacrimogeni sparati a tappeto dalla polizia. L’altra notte in quell’Ungheria cristallizzata nel consenso plebiscitario per il «sovrano» Orban qualcosa, per qualche ora, si è rotto. Diecimila ungheresi sono scesi in piazza per il quarto giorno consecutivo contro la riforma del lavoro, la cosiddetta «legge degli schiavi» che aumenta da 250 a 400 il numero di ore di straordinario consentito l’anno, e consente alle aziende un pagamento dilazionato in tre anni.
m. per.

Corriere 17.12.18
Sviluppo e diritti
L’Africa ci riguarda da vicino
di Angelo Panebianco


L’Europa è alle prese con molte sfide simultanee, variamente intrecciate, ed è questa simultaneità che rende così difficile fronteggiarle. C’è la crisi dei legami interatlantici che, a sua volta, esaspera la crisi europea. Ci sono le ricadute negative su settori, cospicui anche se non maggioritari, delle opinioni pubbliche dovute alla generale constatazione dei difetti dell’Unione. C’è una crisi di leadership che ha colpito, in un modo o nell’altro, tutte le grandi democrazie europee. A queste sfide ne va aggiunta un’altra: il «paradosso della società aperta». Vediamo in che consiste. Prendiamo il caso di una società che definiamo «aperta» (o libera), ossia fondata sul primato della libertà individuale, sull’economia di mercato, sulla democrazia politica, eccetera. Messa di fronte alla prospettiva di quelli che vengono percepiti come probabili, massicci, flussi migratori di un futuro vicino, una società di tal fatta può reagire in due modi. Può fare la scelta di chiudere (o di tentare di chiudere) più o meno ermeticamente le frontiere. Ma se lo fa il serio rischio che corre è di perdersi: se chiudi le frontiere alle persone rischi, prima o poi, di chiuderle alle merci e poi anche alle idee. Perdi la capacità di innovare e di rinnovarti. Declino demografico e decadenza economica marceranno insieme. Ne conseguirà il passaggio dalla società aperta alla società chiusa.
s i passerà dalla economia (più o meno) di mercato alla economia (più o meno) statalizzata, dalla democrazia rappresentativa all’autoritarismo (più o meno mascherato da democrazia plebiscitaria).
Oppure quella società può fare una diversa scelta: decide di non chiudere le frontiere. Prima o poi la prevista massiccia immigrazione si realizzerà davvero. A quel punto delle due l’una: o ci sarà un contraccolpo politico, una svolta autoritaria, oppure la crescente presenza di gruppi con tradizioni differenti innescherà feroci e interminabili conflitti di civiltà: infatti, mentre una parte dei migranti si adatterà agli usi della società ricevente, un’altra parte, soprattutto a partire dalle seconde generazioni, non lo farà.
Il paradosso della società aperta consiste dunque in questo: quale che sia la scelta (chiusura delle frontiere o no), almeno in linea di principio, l’esito finale sarà comunque la distruzione della società aperta. C’è un modo per sfuggire a questo destino? Per quanto riguarda noi europei la risposta dipende da come evolveranno i nostri rapporti con il continente africano.
Le proiezioni demografiche sono impressionanti. Ci si aspetta che l’Africa raddoppi la propria popolazione in pochi decenni. È possibile, secondo certe stime, che nel 2050 un quarto degli abitanti del pianeta sia africano. Contemporaneamente, l’Europa, sia pure con differenze fra i vari Paesi (l’Italia si è guadagnata un triste primato), è complessivamente in flessione.
Si ha un bel dire che i «numeri», oggi, smentiscono quelli che parlano di «invasione» dall’Africa. Certo che in questo momento non c’è alcuna invasione. Ma l’attesa generale è quella di flussi migratori sempre più consistenti verso la ricca Europa nei prossimi anni e decenni. Basterebbe questa attesa a spiegare perché in quasi tutti i Paesi europei siano sorti partiti anti migranti e abbiano mietuto consensi. Se si fosse ricorso in tempo a misure per controllare gli ingressi in Europa prima che i mercanti di schiavi scoprissero il remunerativo business delle migrazioni clandestine, forse le cose starebbero ora diversamente. Comunque sia, la frittata è fatta: il «paradosso della società aperta» è incombente e non sarà facile eluderlo.
La salvezza della società aperta europea, se ci sarà, dipenderà da un eventuale, massiccio, sviluppo economico dell’Africa: così massiccio da assorbire gran parte della prevista espansione demografica (ma anche tale da porre le condizioni per una successiva contrazione dei ritmi di crescita della popolazione). Gli europei hanno delle eccellenti ragioni egoistiche per desiderare che in Africa — anche in quelle parti dell’Africa ove non ve ne siano ancora i segnali — ci sia un vigoroso sviluppo economico.
La consapevolezza di ciò spiega perché circolino idee poco realizzabili o, se realizzabili, pericolose e controproducenti. Ogni tanto, ad esempio, si sente qualche politico europeo evocare un «piano Marshall» per l’Africa. Ma l’Europa non è l’America del dopoguerra, né l’Africa è l’Europa di allora. Il cosiddetto piano Marshall servirebbe solo a riempire di quattrini le tasche di ras locali corrotti, signori della guerra e simili. Lo sviluppo non dipende dagli «aiuti allo sviluppo», comunque definiti e mascherati. Dipende dall’esistenza di istituzioni (sociali, economiche, politiche) locali solide, in grado di generare ordine: quell’ordine che serve alle persone per intraprendere, lavorare, investire i propri risparmi, eccetera. Il problema però è che nessuno sa bene come si fa a costruire istituzioni solide là dove non esistono. Nell’attesa di scoprirlo, quello che gli europei possono fare per l’Africa (e quindi per se stessi) è non lasciare alla Cina campo libero negli investimenti. Conviene ai Paesi europei scommettere sul futuro dell’Africa e investirvi molte risorse. Per un vantaggio a breve scadenza: ampliare la propria presenza in un mercato in espansione. E per un vantaggio a lungo termine: tutelare la società aperta europea.

Corriere 17.12.18
Marc Schneier, da Manhattan a Dubai
Il rabbino dei divi e la sua tela (segreta) con i Paesi del Golfo per conto di Israele
di Davide Frattini


Tel Aviv Per festeggiare i cinquant’anni la quarta moglie gli ha regalato un leone. O almeno il privilegio di dare al re della foresta il suo nome — rabbino Marc — in cambio di una generosa donazione allo Zoo biblico di Gerusalemme per carne cruda a volontà. Da allora Marc Schneier si è sposato altre due volte e ha attraversato qualche controversia tirando dritto come alla parata musulmana dell’anno scorso a New York o quando ha deciso di cooperare con un’organizzazione islamica americana considerata vicina ad Hamas.
Schneier è cresciuto in una delle famiglie ebraiche più conosciute di Manhattan, fino a diventare uno dei 50 rabbini più influenti d’America secondo la rivista Newsweek e quello che i giornali chiamano «il rabbino dei divi». Scende dal pulpito per parlare con tutti: è consigliere spirituale di Russell Simmons — tra i padri dell’hip hop, cristiano, vegano e attivista contro l’islamofobia — e pure di Steven Spielberg, il regista di origine ebraica. Attraverso la sua Foundation for Ethnic Understanding, ha intessuto relazioni con le monarchie del Golfo da almeno dodici anni, molto prima che i timori comuni per l’espansionismo iraniano avvicinassero gli emiri del petrolio a Israele.
Da Tel Aviv passa spesso perché – dice – «da qui è più comodo volare in Giordania e da lì verso i sei Paesi arabi», dove è stato in visita anche tre settimane fa. I suoi viaggi creano quello spazio comune tra Israele e i regni sunniti che il premier Benjamin Netanyahu considera il futuro della regione. Ci crede anche il rabbino Schneier e si azzarda a pronosticare che l’anno prossimo «almeno una nazione del Golfo, forse due, avvierà le relazioni diplomatiche con questo Paese. C’è una corsa a essere il primo Stato a metterci la firma. Questa volta senza incatenare il gesto a un accordo con i palestinesi: è sufficiente veder ripartire il dialogo». Scommette sul Bahrain.
Nell’affanno geopolitico di mantenere l’Arabia Saudita al suo fianco — anche se per ora attraverso canali segreti — Netanyahu ha definito «orrenda» l’uccisione del giornalista e oppositore Jamal Khashoggi per poi aggiungere: «Ma la stabilità a Riad è fondamentale per la stabilità del mondo». Un sostegno a Mohammed bin Salman che Daniel Shapiro, ex ambasciatore americano in Israele, giudica «un errore strategico». Schneier non entra nei labirinti di governo, spiega le motivazioni ascoltate nei palazzi del Golfo a costruire un’alleanza che sembrava impossibile. «La prima ragione è economica: agli emiri interessano le tecnologie israeliane. Secondo punto: far fronte comune contro gli ayatollah sciiti, considerati una minaccia esistenziale. Terzo: creare un legame ancora più stretto con Donald Trump. Così arriviamo al 4° elemento: una volontà di colmare la frattura tra le religioni».
Soprattutto verso l’ebraismo. «In Qatar mi hanno chiesto consigli su come accogliere i numerosi visitatori ebrei attesi per il Mondiale di calcio nel 2022». La nuova diplomazia del Medio Oriente entra anche nelle cucine degli alberghi a Doha dove gli chef stanno imparando a cucinare kosher, rispettando le regole dettate dai rabbini.

La Stampa 17.12.18
Gerti Frankl e Montale
l’incantesimo della seduttrice segreta
di Mario Baudino


Capodanno a Firenze, 1928: una giovane austriaca fa un piccolo incantesimo divinatorio, col piombo fuso e l’acqua fredda, in omaggio a un’usanza del suo Paese natale ma anche di Trieste, la città dove vive. Siamo in casa del critico d’arte Matteo Marangoni, ospite una piccola compagnia di intellettuali e scrittori, e anche Gerti Frankl, in visita agli amici, ne fa parte. C’è Eugenio Montale, che sedotto dalla scena scriverà una delle sue poesie più famose, Il Carnevale di Gerti. «Se si sfolla la strada e ti conduce / in un mondo soffiato entro una tremula / bolla d’aria e di luce dove il sole / saluta la tua grazia, hai ritrovato / forse la strada che tentò un istante / il piombo fuso a mezzanotte quando / finì l’anno tranquillo senza spari», si legge nella prima strofa. A quella poesia lei restò fedele per tutta la vita, parlandone pochissimo, custodendola come qualcosa di molto personale nel cuore di un’esistenza che ebbe momenti di trionfale leggerezza, di cultura e di tragedia.
Daniele Del Giudice preparando il suo romanzo-saggio d’esordio, Lo stadio di Wimbledon, l’aveva incontrata ormai anziana (nata nel 1907, morì nel 1989), e ricorda che era ancora una grande seduttrice. Ma una seduttrice molto privata, quasi segreta. Un’ispiratrice, in quella che è stata definita la Bloomsbory triestina degli anni Venti, in contemporanea con il famoso circolo londinese di Virginia Woolf.
In quella trama di rapporti al cui centro, come un ragno imprevedibile e caotico, si muoveva freneticamente Roberto «Bobi» Bazlen, il futuro creatore insieme con Luciano Foà dell’Adelphi, nacquero, per così dire, da un lato Montale e dall’altra Italo Svevo, quantomeno per ciò che riguarda il suo tardivo successo e il lancio internazionale. Gerti, elegantissima, ricca (i genitori possedevano una piccola banca a Graz), sposata con Carlo Tolazzi, ingegnere bergamasco trapiantato a Trieste, ammirata per la sua eleganza intellettuale e non solo, corteggiatissima, ne era una sorta di regina. Ma era anche ebrea, e su di lei, come su altri personaggi di questo gruppo, incombeva un destino ancora imprevedibile e spaventoso.
Molto si sapeva, soprattutto dopo la biografia che Cristina Battocletti ha dedicato a Bazlen (Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste, ed. La nave di Teseo) ma la reticenza di Gerti a parlare di sé aveva lasciato zone d’ombra, perfino misteri. Ora Waltraud Fischer, studiosa austriaca che vive e insegna a Trieste, le ha dedicato un libro (Gerti, Bobi, Montale & C.. Vita di un’austriaca a Trieste, Diabasis) dove davvero tutto - o quasi - è riportato alla luce, grazie a una gran mole di documenti lasciati a un’amica e da questa donati all’Università di Trieste, in parte usati già per una mostra del 2005.
Gerti era avanti rispetto alle pur emancipate donne della sua città adottiva. Si era sposata contro la volontà dei genitori, matrimonio clandestino a Londra; guidava fieramente l’automobile, viaggiava molto anche da sola, benché sposata, accettava la discreta corte dei suoi ammiratori, primo fra tutti Bazlen che le scriveva incessantemente parlando dei propri amori ma nello stesso tempo manifestandole un’adorazione che andava oltre l’amicizia.
Se Montale visse dal ’38 con Drusilla Tanzi, la «mosca» di tante sue poesie conosciuta nel ’27 (il soprannome era stato inventato da Bazlen) quand’era la moglie dell’amico critico d’arte Matteo Marangoni (si sposarono solo nel ’62, dopo la morte di quest’ultimo), l’affascinante austriaca perse invece il marito, anche grazie a Bazlen e proprio a causa del grande amore di quest’ultimo, Duska Slavik, una giovane di condizione modesta e per nulla letterata. Bazlen - come avrebbe ricordato anni dopo Montale, era perennemente dedito a «esperimenti più o meno falliti di creare o distruggere felicità coniugali» - gliene parlò in molte lettere chiedendole di aiutarla, fino a introdurgliela in casa; risultato, esempio non raro di eterogenesi dei fini, Carlo Tolazzi se ne innamorò, lasciando la moglie e mettendo su famiglia con lei.
Gerti, che amava la fotografia, scattò com’è noto l’istantanea delle gambe di una misteriosa Dora Markus; Bazlen la spedì a Montale perché ci scrivesse una poesia, e la ottenne. Il poeta non vide mai Dora Markus, e per decenni gli studiosi si sono interrogati sulla sua identità, mettendola persino in dubbio. Dalle carte emerge invece che la donna è esistita: anche lei ebrea - e austriaca - riuscì a sottrarsi alle persecuzioni e a riparare prima in Inghilterra e poi in America. Scrisse almeno due volte a Gerti, invitandola a raggiungerla. Lei però non poteva più, o non voleva. Dopo l’invasione dell’Austria doveva salvare i genitori: tentò in ogni modo di convincerli ad abbandonare Graz, senza riuscirci. E quando finalmente capirono che bisognava fuggire, era ormai troppo tardi.
La bella dama divenne una combattente, a caccia di visti per far espatriare gli ebrei dall’Austria. Maneggiava denaro, corrompeva, «comprava» vite. Per i genitori arrivò fino a Mussolini, senza risultato. Dopo l’armistizio, riuscì persino a farsi assumere come interprete dal comando nazista - ma una vicina di casa la denunciò. E, alla macchia in montagna, continuò ormai senza un soldo ad aiutare chi fuggiva in Svizzera.
Gli anni ormai non finivano più «senza spari». Ma la poesia rimane. Anche quella di Dora Markus, scritta in due fasi. La prima parte, del ’29, è tutta dedicata alla sconosciuta. Nella seconda, del ’39, c’è invece Gerti Frankl, come spiegò il poeta stesso («Di lei e di Dora feci un unico fantasma» disse a Guido Nascimbeni, per un libro uscito nel ’69). Questi versi, peraltro notissimi: «forse / ti salva un amuleto che tu tieni / vicino alla matita delle labbra, / al piumino, alla lima: / un topo bianco, / d’avorio; e così esisti!» elencano proprio i suoi oggetti di culto.


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