mercoledì 21 novembre 2018

La Stampa 21.11.18
Fondi antiviolenza sulle donne, la burocrazia blocca 2 euro su 3
La denuncia di ActionAid Italia: poco personale e procedure complesse Le Regioni hanno liquidato ai centri solo un quarto delle risorse
di Flavia Amabile


I fondi ai centri antiviolenza? Ne arrivano pochi, tardi e male. È la conclusione a cui è giunto il secondo monitoraggio messo a punto da ActionAid Italia sui fondi antiviolenza nazionali ripartiti tra le Regioni per il 2015-2016 e per il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere 2015-2017.
In base al rapporto «i fondi antiviolenza per il triennio 2015-2017 del Dipartimento Pari Opportunità e dei soggetti partner ammontano a 85.774.736 euro». È una cifra importante, avrebbe permesso ai centri di lavorare meglio e più di quanto sia accaduto. Se fosse arrivata.
In realtà, prosegue il rapporto, «in base alla documentazione consultata disponibile al 20 ottobre 2018, risultano essere stati erogati 30.842.006 euro, corrispondenti al 35,9% del totale». Due euro su tre di quelli stanziati restano bloccati altrove, tra burocrazia, lentezze e procedure, come spiega il rapporto. Sono stati stanziati 59,1 milioni di euro per la Protezione, circa il 74% delle risorse totali. Di questi fondi, la quota più importante, il 50,2%, è stata destinata al potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio: 32.659.140 euro (pari al 38,3%) per i centri antiviolenza e case rifugio già esistenti e 10.177.861 euro (pari a circa il 12%) per l’istituzione di nuovi centri antiviolenza e nuove case rifugio.
Va ancora peggio se si considerano soltanto i fondi attribuiti direttamente alle Regioni. Al 31 ottobre 2018, a circa due anni di distanza dalla pubblicazione del decreto che ripartiva i fondi «le Regioni hanno liquidato solo il 25,9 % delle risorse. Nello specifico, è stato erogato il 30,6% dei fondi destinati al potenziamento dei centri antiviolenza, delle case rifugio esistenti e degli interventi regionali già operativi, e il 17% dei fondi per l’istituzione di nuove strutture», è scritto nel rapporto.
Insomma, in questo caso, ai centri arriva effettivamente 1 euro su 4 di quelli stanziati. «Ci troviamo di fronte a un ritardo generale, in alcuni casi anche grave, in tutte le fasi di programmazione, stanziamento ed erogazione delle risorse», spiega Isabella Orfano, esperta Programmi Diritti delle Donne di ActionAid Italia. Il ritardo riguarda il Piano 2015-2017 che avrebbe dovuto concludersi a luglio di un anno fa ma è ancora in pieno svolgimento e, anzi, prevede attività che ancora devono partire. E riguarda già il piano successivo, quello 2017-2020, che alla vigilia del 2019 è ancora soltanto un pezzo di carta.
Perché non vengono assegnati? «Ci troviamo di fronte a procedure molto complesse - risponde Isabella Orfano- Sarebbe stato giusto dotarsi di personale adeguato per garantire l’attivazione di tutte le procedure. Invece assistiamo a ritardi di mesi da parte del Dipartimento Pari Opportunità e ulteriori ritardi da parte delle Regioni., Per fare un esempio, il Dpcm del 2016 si riferiva a fondi del 2015 che sono arrivati soltanto nel 2017. È impensabile che si vada avanti così. Si tende a credere che si tratti soltanto di numeri o di atti burocratici, invece questa è la vita delle donne. Questi ritardi possono avere un’incidenza notevole nelle singole situazioni: dalla presenza o meno dei fondi può dipendere la possibilità di una donna di essere assistita oppure no. È necessario che l’amministrazione inizi ad assumersi la responsabilità del rispetto delle scadenze».