domenica 28 ottobre 2018

Repubblica 28.10.18
Addio all’Irlanda ultracattolica. Dopo l’aborto sì all’abolizione del reato di blasfemia
di Enrico Franceschini


Londra Un passo alla volta, l’Irlanda rompe con le tradizioni. Dopo avere approvato il divorzio, il matrimonio gay e il diritto d’aborto, ora cancella la legge che punisce la blasfemia come un reato. In un altro passo verso la secolarizzazione di quello che era il Paese più ferventemente cattolico d’Europa, gli exit-poll sul referendum tenuto venerdì sulla delicata questione indicano che il 71% ha votato sì alla rimozione dell’articolo della Costituzione secondo cui la bestemmia e ogni insulto alla divinità vanno considerati illegali. La percentuale è significativa dell’evoluzione laica degli irlandesi. Nel 1995, il divorzio fu approvato di un soffio, 50,3 a 49,7. Nel 2015, un altro referendum ha introdotto le nozze gay, 62 a 38%. Nel maggio scorso 66 a 34% al referendum sull’aborto. Se l’exit poll è esatto, l’annullamento della legge contro la blasfemia ha prevalso con un margine ancora più ampio, sopra il 70%. In tutti e quattro i referendum, la Chiesa cattolica locale si era schierata contro le modifiche alla Costituzione. In tutti e quattro i casi la Chiesa ha visto gradualmente diminuire la sua influenza sulla popolazione.
Ma venerdì l’Irlanda ha votato anche per la presidenza della repubblica: Michael D. Higgins, poeta e letterato 77enne, figlio di un combattente nella guerra d’indipendenza dalla Gran Bretagna e molto popolare, è stato riconfermato con il 56 per cento dei voti. La carica di presidente, nonostante l’elezione diretta, è soprattutto cerimoniale: la guida effettiva della nazione spetta al primo ministro Leo Varadkar, figlio di un immigrato indiano, gay dichiarato. Per la prima volta in mezzo secolo, un presidente che cerca di venire rieletto ha dovuto affrontare un altro candidato, ma l’uomo d’affari Peter Casey, ha ottenuto solo il 21 per cento.

La Stampa 28.10.18
Usa, strage in sinagoga: “Morte agli ebrei”
Pittsburgh, un suprematista bianco irrompe durante le preghiere del sabato: almeno una decina di morti
di Francesco Semprini


È un cittadino americano, bianco, di 46 anni e con frequentazioni in siti Internet vicini all’ultra destra il protagonista della mattanza compiuta ieri in una sinagoga di Pittsburgh. Il bilancio è di undici e almeno sei feriti, tra cui quattro agenti della polizia e lo stesso attentatore. «Tutti gli ebrei devono morire»: è l’invettiva carica di odio antisemita con cui Robert Bowers - questo il nome dell’assassino - ha fatto irruzione ieri nella sinagoga “Tree of Life” della città della Pennsylvania, armato di Ar-15, il fucile semiautomatico usato spesso nelle stragi che insanguinano gli Stati Uniti, una pistola Glock e altre due armi nascoste. L’uomo ha iniziato a sparare, implacabile, arrendendosi solo all’arrivo della squadre speciali Swat. Il bilancio poteva essere più pesante visto che in quella sinagoga, il sabato si tengono tre funzioni, come ha spiegato l’ex presidente della congregazione, Michael Eisenberg: una nella sala principale, una nel seminterrato e la terza nello studio del rabbino. In media vi partecipano un centinaio di persone. Le autorità stanno indagando l’episodio come un crimine d’odio, e l’Fbi ha assunto il controllo dell’inchiesta. Intanto è emerso che Bowers era attivo su Gab, social media popolare fra l’ultra-destra: la sua pagina è stata oscurata ma gli archivi rivelano commenti anti-semiti, fra i quali la scritta «gli ebrei sono figli di satana». In uno dei suoi ultimi messaggi ha scritto che alla no profit Hebrew Immigrant Aid Society «piace portare invasori che uccidono la nostra gente. Non posso stare fermo a guardare mentre il mio popolo viene massacrato». Non a caso la sinagoga dove è stata compiuta la strage si trova a Squirrell Hill, quartiere residenziale a prevalenza ebraica.
Gli agenti di polizia che sono entrati nella sinagoga sono sotto choc: «È una scena orribile, una delle peggiori che abbia mai visto. E in passato sono stato anche in luoghi di sciagure aeree» dice Wendell Hissrich, direttore della sicurezza pubblica di Pittsburgh. Una scena cruda e violenta che spinge le autorità alla massima cautela sui numeri delle vittime: la polizia, nelle ore immediatamente successive ai fatti, si limita a parlare ufficialmente di 8 feriti senza alcun accenno al numero dei morti.
Trump e la pena di morte
«L’odio negli Stati Uniti è terribile, qualcosa deve essere fatto», commenta a caldo Donald Trump il quale evoca la revisione delle leggi sulla pena di morte per casi come questo. E a chi gli chiede di approvare leggi più severe sulle armi, l’ex tycoon risponde che se ci fossero state guardie armate all’interno del luogo di culto si sarebbe potuta prevenire la tragedia. «Forse - ha sottolineato - sarebbe potuta andare in un altro modo». La first lady Melania, invece, ha lanciato un appello su Twitter: «La violenza deve fermarsi. Il mio cuore è spezzato. Che Dio benedica, guidi e unisca gli Stati Uniti». «L’America è più forte degli atti di un bigotto depravato e antisemita», twitta Ivanka Trump, figlia primogenita e consigliera del presidente, che si è convertita all’ebraismo quando ha sposato Jared Kushner.
Da Israele Benyamin Netanyahu si dice «affranto e sbigottito».

il manifesto 28.10.18
Franco Fortini e i nostri «dieci inverni»
I comunisti. L'intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico - come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989
di Rossana Rossanda


Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.
Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».
Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.
Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.
In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».
Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.
Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.
IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.
Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.
Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.
Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).
NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.
Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.
Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.
Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.
ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.
IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.
L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.
Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).

Repubblica 28.10.18
Giorgio Agamben
Uno dei più noti filosofi italiani
Il capitalismo è la nuova religione, la banca ha preso il posto della Chiesa, la democrazia è perduta. E lei, professore?
"La mia vita è una mappa costruita con gli stracci della Storia"
Colloquio con Antonio Gnoli


Sono trascorsi poco più di vent’anni da quando Giorgio Agamben inaugurò una ricerca filosofica orientata, fin nelle radici, sui grandi temi della teologia, del diritto e della politica. Dal 1995 al 2015 sono usciti nove libri che ora tornano tutti insieme in un solo grande volume di quasi 1400 pagine. Un’opera monstre, già apparsa in Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Spagna e Francia, che ha conservato il titolo originale Homo sacer appunto, pubblicata da Quodlibet. Guardo quest’uomo accomodarsi su una grande poltrona di bambù. Gli dico se non scorge qualcosa di utopico in questo suo lavoro. Prende tempo, poi dice: «Sono il contrario di un utopista, perché penso che l’unico luogo dell’utopia sia qui e ora. A meno che questa non sia in realtà l’intenzione segreta di tutti gli utopisti».
Come è nata l’idea di raccogliere i nove libri in un solo volume?
«Ciascuno di essi è parte di un’unica ricerca che si potrebbe definire come un’archeologia della politica occidentale. Li ho sempre pensati mentre li scrivevo come un tutto unitario. Solo così diventa visibile il fitto gioco di rimandi interni, delle riprese e dei contrappunti che li compone quasi musicalmente in unità. In ogni opera, penso, c’è come un nucleo incandescente che coincide con la sua origine, col suo momento sorgivo».
Quel momento lo hai trovato nell’homo sacer. Chi è, cosa rappresenta, perché ritieni sia così importante?
«Quest’oscura figura del diritto romano arcaico, un uomo che chiunque poteva uccidere senza commettere omicidio, ritengo sia il nucleo incandescente che non ha ancora spento il suo fuoco. Quel che ho subito capito è che in quella formula enigmatica si nascondeva la struttura segreta della politica occidentale: l’inclusione della vita nella sfera del diritto e della politica attraverso la sua esclusione come nuda vita».
Il richiamo alla " nuda vita" rinvia all’idea di biopolitica che Michel Foucault elaborò negli anni Sessanta e Settanta. In che misura sei erede di quella visione filosofica?
«La biopolitica segna per Foucault il passaggio dallo Stato dell’Ancien Régime fondato sulla sovranità a quello moderno fondato sulla popolazione e la cura della vita. Io ho cercato di svolgere questo concetto sia verso il passato, mostrando che la biopolitica ha radici più antiche, sia verso il presente, mostrando come la deposizione attuale delle ideologie politiche in nome dell’economia significhi in realtà l’assunzione della vita biologica come ultimo compito storico dell’umanità».
Perché definisci la tua ricerca archeologia filosofica?
«Qualunque altra forma la filosofia assumesse finirebbe immancabilmente nella chiacchiera. Se uno dei compiti del pensiero è quello di condurci nel cuore del presente, esso può farlo solo inseguendo le ombre che l’interrogazione del presente proietta nel passato. Ho sempre trovato estremamente seria la battuta di Flaiano: " Io faccio progetti solo per il passato". Tutte le mie ricerche vanno in quella direzione, per scoprire che cosa nel passato è ancora possibile».
Il tuo rapporto con il passato si fonda su un concetto che chiami " archè" che significa inizio, principio ma anche comando. Più volte hai precisato che non va confuso con origine.
Cioè con il concetto che è alla base delle religioni monoteiste. Come quando si dice: "Dio è origine di tutte le cose".
«Ciò che chiamo archè non è l’origine ma lo scarto tra il punto di insorgenza di un fenomeno e la tradizione storica che ce lo ha trasmesso. Nella preistoria in senso stretto, dove non ci sono documenti, questo intervallo è evidente; ma un momento preistorico è sempre presente anche in ogni ricerca storica e la grandezza di uno storico si misura proprio dalla sua capacità di non occultare e di portare alla luce la preistoria nella storia».
"Archè" per esempio è la parola democrazia. C’è una sostanziale differenza tra il modo in cui la concepirono gli antichi e il nostro?
«La differenza essenziale è che per gli antichi la democrazia era un concetto di cui diffidare o comunque da prendere con le pinze, mentre per noi sembra essere immediatamente positivo. L’ambiguità del termine viene dal fatto che esso designa due cose distinte: da una parte un principio filosofico- politico, cioè la sovranità popolare, dall’altra una tecnica di governo, che nel nostro tempo ha assunto la forma di quel sistema mediatico- elettoralistico che ha svuotato di ogni senso il primo. Il vero problema non è oggi la sovranità, ma il governo, non il re, ma il ministro, non la legge, ma la polizia. Se la democrazia greca si fondava su una politicizzazione della cittadinanza, quella attuale si fonda su una progressiva spoliticizzazione dei cittadini. Una società fatta di telecamere e di dispositivi di sicurezza non può essere democratica».
Nelle tue indagini archeologiche hai spesso affrontato il tema della teologia politica. Qual è il rapporto tra religione e politica?
«Ho cercato di mostrare che dalla teologia cristiana derivano due paradigmi politici in senso lato, distinti ma collegati: la teologia politica che fonda nell’unico Dio la trascendenza del potere sovrano e la teologia economica che fonda nella provvidenza divina il paradigma del governo degli uomini. In questa prospettiva la lettura degli innumerevoli trattati sugli angeli come ministri del governo divino è stata molto più utile e divertente di quella dei manuali di filosofia politica e di politologia».
Questo divertimento si estende anche alle liturgie della politica?
«L’analisi delle liturgie, delle acclamazioni e degli aspetti cerimoniali del potere tanto religioso che profano, mi ha permesso di capire perché il potere, che sembra essere essenzialmente azione efficace, ha invece bisogno del momento apparentemente inutile e inoperoso della gloria. Del resto, proprio nel libro Il regno e la gloria, ho mostrato che la gloria e le acclamazioni non appartengono al passato, ma sono più presenti che mai nelle società moderne nella forma della pubblica opinione e dei media che organizzano e controllano il consenso».
Accennavi prima alla teologia economica. C’è un nesso, come pensava Walter Benjamin, tra religione e capitalismo? Davvero la banca ha preso il posto della Chiesa?
«Che il capitalismo sia una religione non è una metafora. Il capitalismo è una religione in cui Dio è il denaro. Dopotutto, il denaro non è che un titolo di credito che, da quando il governo americano ha sospeso la convertibilità in oro, si fonda solo sulla fiducia, cioè sulla fede. La parola greca che nel Nuovo Testamento significa fede è la stessa che significa credito. La banca, che non è altro che una macchina per creare e gestire credito, ha preso il posto della Chiesa e dei preti e, governando il credito, amministra la fede, l’ultima incerta fiducia che il nostro tempo ha ancora in sé stesso».
La scrittura è una parte fondamentale del tuo lavoro. A questo proposito hai spesso parlato della poesia e del pensiero come due intensità che percorrono l’unico campo della lingua. Quale compito attribuisci alla scrittura?
«C’è un momento poetico in ogni opera di pensiero e un momento filosofico in ogni opera poetica. Per questo la scrittura è importante, per questo un filosofo che non si pone un problema poetico non è un filosofo, il che non significa che debba scrivere poesie o romanzi; al contrario, è solo nella scrittura filosofica che consiste il suo compito poetico».
In che rapporto sta questa scrittura con la verità?
«Vi sono delle verità che non è possibile dire senza mettere in questione se stessi nell’atto di enunciarle. Chiamerei questi atti "veridizioni", per distinguerli dalle asserzioni di tipo scientifico o fattuale, in cui il soggetto è del tutto indifferente alla verità dell’enunciato. La verità dell’asserzione "due più due fa quattro" è indipendente dal soggetto che la pronuncia, mentre in una veridizione il soggetto si costituisce e si mette in gioco nell’atto stesso di proferirla».
La tua idea di filosofia punta meno all’argomentazione logica e più all’intensità. Cosa vuol dire?
«Divido le cose in due grandi classi: le sostanze e le intensità. Le prime possono essere definite e separate chiaramente l’una dall’altra, le seconde sono invece delle tensioni che, come la corrente elettrica, possono investire e animare qualsiasi ambito. Un esempio di intensità è la politica che, come oggi vediamo, può di colpo investire tanto la religione che l’economia, tanto il vestiario che l’arte. Va da sé che il pensiero è per eccellenza un’intensità».
Nella tua riflessione filosofica insisti sul concetto di " inoperoso". Che significato gli attribuisci?
«L’inoperoso — un concetto che è stato spesso frainteso — non significa per me inattività o inerzia. Significa piuttosto un’operazione tesa a rendere inoperose le opere della religione, dell’economia, della politica e di ogni sfera dell’agire umano, per aprirle a un nuovo possibile uso».
Spiegati meglio.
«Un esempio è proprio la poesia. Che cos’è infatti una poesia se non un’operazione nel linguaggio che disattiva le sue funzioni informative per rendere possibile quel particolare e più felice uso della lingua che chiamiamo appunto poesia?».
Senza alcun trionfalismo guardi con attenzione agli stracci della storia, cioè a quanto in essa è implicito, residuale, marginale. Cosa comporta questa scelta di campo?
«L’attenzione agli stracci della storia è per me, come per Benjamin, un principio di metodo. Non bisogna dimenticare che ciò che è veramente importante si presenta spesso nel mondo attuale in forme marginali, malfamate e perfino ridicole. Simone Weil ha scritto una volta che solo uomini caduti nello stato estremo di degradazione sociale possono dire la verità. Credo che questo sia vero anche per le testimonianze storiche che devono interessarci: sono come relitti che rischiano continuamente di andare perduti, ma proprio questo rischio costituisce la forza incomparabile della loro testimonianza».
Mi ha stupito l’idea di voler scrivere un’autobiografia in forma di cartografia.
«È un’idea che mi affascina da sempre. Ho anche provato a incollare insieme le mappe di città diverse, in modo che una strada di Roma sboccasse in una piazza di Napoli e una via di Parigi in un campo veneziano. Mi affascina, inoltre, l’idea di una compresenza dei tempi, di cui l’esempio perfetto è la città in cui sono nato, Roma, dove sopra un mitreo c’è una basilica paleocristiana, e sopra ancora una chiesa romanica, che si trasforma alla fine in una cattedrale barocca».
Verrebbe da dire archeologia della città. Ma cos’è oggi una città?
«Credo che le città stiano morendo e si vadano sempre più trasformando in musei. Forse per questo mi trovo bene a Venezia, una città che è morta da decenni e si trova quindi nello stato che segue alla morte, cioè lo spettro. E a Venezia ho imparato che uno spettro può essere più vivo di quasi tutte le città che ho conosciuto».
I libri a volte sopravvivono a coloro che li hanno scritti. Tu ne hai raccolti ben nove in uno solo. Bobi Bazlen parlò dell’importanza del " libro assoluto". Ti riconosci in questa asserzione?
«Ogni opera filosofica — forse ogni opera — è sempre un frammento, è sempre incompiuta. Non si conclude un’opera come non si conclude una vita: la si abbandona. Abbandonare significa in questo senso lasciare andare. E come nella specie umana l’essere che nasce è sempre immaturo, così l’opera è sempre incompiuta, proemio o prologo a una conclusione che resta sempre a venire. Malgrado la sua mole, dunque, il mio non è un libro assoluto nel senso di Bazlen, perché ha bisogno di un prima e di un dopo, di una preistoria e di una poststoria».
Una curiosità: hai mai conosciuto Bazlen?
«L’ho incontrato una sola volta, quando avevo poco più di vent’anni. Che mentre mi interrogava sulle mie preferenze letterarie indovinasse a prima vista il mio segno astrologico non poteva non sorprendermi. Credo però che per avvicinarsi alla verità del personaggio occorra prima rimuovere la leggenda cartacea che gli è stata costruita intorno. Una volta, rispondendo a chi insisteva perché scrivesse, egli si è definito in questo modo: "Sono una persona perbene che passa quasi tutto il suo tempo a letto fumando e leggendo».
La vera originalità, hai detto una volta, si conquista da epigono. Sei epigono di chi?
«Quando si cerca di sviluppare quel che nell’opera di un autore è rimasto non detto, si raggiunge fatalmente un punto in cui non si sa più se quello che si è trovato appartiene a noi o a lui. La vera originalità è in questa zona di indifferenza, dove è impossibile assegnare un nome e un’identità. Come autore, sono in questo senso un essere che si genera solo a partire da altri».

il manifesto 28.10.18
Il Platone smascherato
Saggi di filosofia. Adriana Cavarero ha fornito per tutta la vita un’appassionata e originale lettura «di genere» del filosofo greco: ora i suoi saggi sono raccolti da Raffaello Cortina
di Fulvia de Luise


La raccolta di studi platonici di Adriana Cavarero, appena uscita a cura di Olivia Guaraldo, è qualcosa di più di un’occasione per tornare a parlare di uno dei contributi più originali che una studiosa abbia fornito a una lettura ‘di genere’ del grande filosofo antico. Mi riferisco al libro Nonostante Platone (Editori Riuniti, Roma 1990) e in particolare al saggio Diotima (un capitolo del libro riproposto nella raccolta), che ebbe il merito di catalizzare l’attenzione sull’ambiguità del personaggio che figura al centro del Simposio platonico: Diotima, appunto, la sapiente straniera che rivela a Socrate il significato esistenziale dell’eros, in termini talmente impregnati di femminilità da fare del suo nome un simbolo di opposizione alla visione maschilista e patriarcale del mondo.
La potenza del personaggio, che dalle pagine platoniche propone la metafora del «parto (tokos)» come modello di azione creativa e la cura riparatrice della «mancanza» (endeia) come antidoto alla fragilità della condizione umana, era tale da affascinare le pensatrici, in una stagione combattiva e intellettualmente feconda del femminismo italiano. Fino a dare corpo reale a Diotima, come se si trattasse di una voce diversa da Platone stesso; e intitolare a lei la ricerca del collettivo veronese, intrapresa col fine di riscrivere la storia, reinventare il linguaggio, rovesciare la rete simbolica dell’universalismo maschile, per fare spazio al «pensiero della differenza». Studiose come Luce Irigaray (L’amour sorcier, in Irigaray, Ethique de la difference sexuelle, Les éditions de minuit, Paris 1985, 27-39) e Luisa Muraro (La maestra di Socrate e la mia, in Diotima. Approfittare dell’assenza, Liguori, Napoli 2002, 27-43) videro in Diotima la maestra di un’ironia sovversiva. Adriana Cavarero diede invece subito corpo al sospetto che l’operazione platonica fosse più complessa e a suo modo subdola: conferire una straordinaria potenza espressiva a una donna sapiente per far compiere proprio a lei un vero e proprio inganno filosofico, un «furto» simbolico della potenza generativa, che è quanto appartiene nel modo più proprio alla figura femminile e all’esperienza delle donne, per farne solo una metafora della produttività del pensiero maschile. Mantenendo il primato della mente sul corpo, che è, come è noto, l’asse portante della gerarchia di genere.
Intorno all’idea di «furto», Cavarero stava costruendo in realtà un’operazione ben più ambiziosa e non solo anti-platonica: praticare a sua volta questa forma di attività criminale, penetrando nella scrittura poetica e filosofica degli antichi Greci per trafugare le eroine intrappolate in ruoli concepiti da menti maschili (Penelope, la servetta di Tracia, Demetra e Persefone, oltre Diotima), ridisegnando le loro figure e riscrivendo con voce di donna le loro storie.
Richiamare tutto ciò mi è necessario per dire della sorpresa con cui ho accolto questa raccolta di saggi platonici: una sequenza di studi distribuiti tra il 1973 e il 2017, che testimonia non solo di un corpo a corpo accanito e sempre critico con Platone, durato l’intera vita da studiosa di Adriana Cavarero, ma di un’ammirazione profonda per un pensiero che si dà in forma aperta e sperimentale, per una scrittura che conserva la drammaticità irrisolta delle questioni, senza perdere la sua tensione verso la trasparenza dell’idea. Il nome della raccolta, semplicemente «Platone», suggerisce l’interesse e la continuità del confronto con il padre della filosofia occidentale, di fatto il primo scrittore filosofico, che resta referente obbligato e oggetto del contendere di un secolare conflitto interpretativo.
Trattandosi appunto del “padre” della filosofia occidentale, è ovvio che l’attenzione di Cavarero resti armata, lucida nel seguire le tracce di operazioni teoriche sospette, che, pur avendo le loro radici in un tessuto discorsivo e dialogico, tendono però a chiudere molti percorsi come impraticabili e ad assottigliare pericolosamente il sentiero della verità. In ognuno dei dieci saggi raccolti nel volume, la questione della «differenza» resta banco di prova per individuare il sotto-testo della scrittura platonica, le implicazioni non dette di una strategia sempre mirata ad accedere all’area di coerenza assoluta dei paradigmi. Ed è qui che il femminile (ma anche, in senso lato, l’alterità dei soggetti sociali più deboli rispetto all’egemonia dei soggetti eccellenti) appare talvolta la posta in gioco, talvolta l’oggetto di un sacrificio necessario alla “neutralizzazione” del discorso che Platone persegue con la costruzione teorica.
In realtà, nei quattro saggi che precedono (temporalmente e nell’ordine del volume) Diotima, Adriana Cavarero spezza diverse lance a favore di un Platone più “pluralista” di quanto si immagini chi vede in lui l’inventore di una metafisica del mondo vero, che schiaccia e nega ogni alterità nel mondo reale: un Platone che in veste di critico della democrazia risulta «meno antidemocratico della democrazia dei sofisti» (saggio 1, p.26); o che, di fronte al disordine politico di Atene, «assume l’operare dei tecnici come polo positivo» (saggio 2, p.44); o ancora un Platone che, mentre indaga nel Cratilo il valore di verità del linguaggio, immaginando che esista o possa esistere in futuro un vero «legislatore dei nomi», lascia anche aperta la possibilità che proprio l’essenza del nome e del nominare, e non l’ousia immateriale dell’idea, sia «ciò su cui verte ogni ricercare» (saggio 3, p. 72); o infine, sulla scia (nietzschiana) di Giorgio Colli, un Platone che registra le ultime tracce del vitale dionisiaco, svelando la matrice erotica di ogni metafisica del bello, prima di cedere all’istanza razionalistica dell’apollineo, «consegnando al destino occidentale il primo sistema, la prima costruzione piramidale finalisticamente ordinata» (saggio 4, p.76).
Dopo Diotima si fa più evidente lo sforzo di smascheramento che Adriana Cavarero rivolge alle pagine platoniche. Direttamente ispirato al tema della «differenza» e alla problematica femminista sviluppata, in quegli stessi anni Ottanta-Novanta, anche da altre studiose e antichiste (Luce Irigaray, Giulia Sissa, Silvia Campese), appare l’impegnativo saggio Corpo in figure. Il discorso di Timeo, che scandaglia l’ambiguo racconto del Timeo platonico sulla costituzione del mondo naturale, da cui risulta che la sessuazione, destinata a legare il maschile e il femminile nell’unità sincronica della specie umana, si sviluppa tuttavia nella forma di una degradazione: dal «modello originario universale» del maschio, alla figura corporea manchevole della donna, che, occupando il primo gradino di una serie discendente verso l’animalità, va «a lacerare la monosessuata perfezione originaria del prototipo maschile» (saggio 6, p.116); e ciò mentre, sul piano cosmico, il femminile va a occupare lo spazio informe della Chora, compagna e antagonista dell’opera plasmatrice del Demiurgo secondo le idee.
La requisitoria procede per altre vie nei tre saggi che seguono, prevalentemente legati all’incontro di Cavarero con la prospettiva di ricerca di Hanna Arendt, studiosa tutt’altro che consonante con il filone di indagine della «differenza» femminile, ma incline a leggere Platone sotto l’angolatura fornita da Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici (1944), e cioè come un portatore non innocente dei germi di un pensiero politico tendenzialmente totalitario, in quanto ostile alla pluralità dei soggetti e delle opinioni del mondo politico reale. Sarebbe difficile entrare davvero nel merito dell’analisi puntuale e acuta svolta nei saggi 7-8-9, che percorre luoghi cruciali della Repubblica platonica, dall’allegoria della caverna (libro VII) alla condanna di Omero (libro X), al nesso tra teoria e pratica dell’utopia politica (libro IX). Mi permetto però di esprimere il mio dissenso sul fil rouge che li lega e che, a mio parere, costringe la ricchezza analitica dell’indagine testuale di Cavarero dentro la rete di un presupposto ermeneutico infondato: «che Platone sia l’antesignano di una clamorosa fuga dalla realtà della politica» (saggio 9, p.175).
Riportato correttamente come principio-base della lettura arendtiana, l’assunto si appoggia sull’importanza che la theoria riveste nella ricerca platonica della Repubblica e su quell’enfasi del ‘vedere’ che si rinviene in particolare alla fine della costruzione della «città perfettamente buona», quando essa si rende visibile come «paradigma in cielo» e se ne discute il possibile uso sul piano della realtà. Trasformare in un metafisico «primato della teoria sulla politica» un risultato teorico faticosamente raggiunto in aperto contrasto con le voci dissonanti della città reale, significa ignorare (come è sicuramente il caso della Arendt) le premesse conflittuali della ricerca platonica della giustizia, compreso il disagio morale espresso dai principali protagonisti della Repubblica a vivere in un ambiente politico degradato, in cui la possibilità stessa di praticare un comportamento di corretta reciprocità è negata, nel nome del più violento e naturale desiderio di sopraffazione. La visione arendtiana di una vocazione tipicamente umana alla vita activa era probabilmente di ostacolo a cogliere il valore propositivo di quel distacco dall’esistente, che è il cuore normativo dell’utopia platonica. Quale che sia il nostro giudizio sui contenuti specifici di quella utopia.
Tornando a Cavarero, io credo che la passione autentica per la forza provocatoria della scrittura platonica abbia alla fine avuto la meglio e trovato la strada per esprimersi. Nell’ultimo saggio della raccolta, un intervento del 2017, dedicato a rinvenire «un’archeologia della post-verità», la studiosa torna al Platone critico delle opinioni incontrollate, che suggestionano e orientano senza difficoltà la volubile mente dei «molti»; e ricollega la portata epocale del tema, nella città della democrazia, sia al dibattito sul rapporto ‘demagogico’ tra capo e masse, che segnò un momento cruciale della storia del Novecento, sia all’attuale dominio delle verità “virali”, attraverso l’immenso potere anonimo della rete in cui passano le comunicazione di massa.
È in questo contesto che la studiosa esprime un sostanziale apprezzamento della diffidenza platonica per quel demos raffigurato come un «vigoroso bestione», vezzeggiato e usato dai professionisti della politica, con sovrano disprezzo per una verità che non esiste o non può essere distinta da una menzogna efficace. L’interesse politico per Platone si riaccende di fronte a quella «descrizione della fenomenologia di una politica patologica» (p.190), che richiama, con tutte le dovute differenze, «l’attuale circo della post-verità» (p.195). Così, restituendo a Platone tutta la ragione che aveva sulla difficoltà a comunicare ai «molti» sensibili alle tempeste emozionali il semplice rigore di un ragionamento fondato, Adriana Cavarero si spinge fino a una sorta di riabilitazione di quel «primato della teoria sulla politica», che era stato arendtianamente usato come capo d’accusa:
Ritengo che l’elitario Platone, la cui dottrina antidemocratica affascina così tanto le tradizioni di estrema destra e le ideologie fasciste, l’esecrabile Platone che disprezza i molti nel nome della verità razionale, ci possa aiutare a riflettere sulla vena demagogica che percorre il corpo democratico, trasformandolo in qualcosa di irresistibilmente patologico (p.197)
Da parte mia, credo sia possibile imboccare ancora, «nonostante Platone», ma ancora con lui e con i suoi fulminanti paradossi, la strada contraddittoria che unisce il realismo all’utopia, permettendo anche a noi di immaginare un «paradigma in cielo» che abbia la forza teorica di portarci fuori dalle angustie del presente politico. E potremmo ancora domandarci, pur mantenendo il sospetto del «furto» sulla creazione platonica di Diotima, quale straordinaria potenza di pensiero abbia permesso al filosofo di raffigurare la differenza profonda di una sapienza femminile, sullo sfondo del desolante e corale disprezzo delle donne che pervade la cultura del mondo greco.

la lettura cattolica della filosofia antica e classica
Il Sole Domenica 28.10.18
Ma che bella storia d’amore
Filosofia antica. Torna in libreria l’opera di Giovanni Reale: non è un arido manuale ma il resoconto di un’avventura, il diario di un’appassionata ricerca durata una vita
di Maria Bettetini


«Anche in questo i Greci sono stati e restano maestri: si è filosofi solo se e finché si è totalmente liberi, ossia solo se e finché, in assoluta libertà, si contempla o si cerca il vero come tale, senza ulteriori ragioni predeterminanti». Qualcuno forse giudicherà ingenua questa affermazione, tratta da uno dei saggi che accompagnano la Storia della filosofia greca e romana di Giovanni Reale, soprattutto leggendo il seguito: «Conoscendo in modo disinteressato, l’uomo si accosta alla verità, e in questa maniera realizza la sua natura razionale al più alto grado, e di conseguenza raggiunge la felicità».
In uno dei miei primi interventi in pubblico, tanti anni fa, pronunciai parole simili, libertà, felicità, verità. Ricordo alcuni sguardi ironici, e perfino una voce che componeva una poesiola, taratà taratà verità. Ero di certo ingenua nell’esposizione, incapace del giusto pathos. Ma avevo alle spalle anni di frequentazione con l’uomo più entusiasta mai conosciuto per la ricerca filosofica, il maestro che aveva trasformato studi da «museo archeologico», come usava dire, in ricerca appassionata, anzi, «innamorata». Come tutti i grandi, aveva le sue idiosincrasie, ma il dono di trasformare pagine antiche in questioni di vita o di morte è stato incredibilmente fecondo. Per questo, quando si è pensato di pubblicare la sua Storia della filosofia greca e romana in un unico volume nella collana da lui fondata, il Pensiero Occidentale, nessuno ha sollevato obiezioni.
Perché non si tratta di una storia della filosofia, piuttosto del resoconto di un’avventura, del diario di una ricerca. Senza nulla togliere all’attenzione filologica e ai rimandi bibliografici, chi leggesse questo libro come si affronta un arido manuale perderebbe molto. Giovanni Reale infatti, nell’opera per cui è più conosciuto nel mondo non solo accademico, ha lasciato traccia dei suoi studi, certo, ma anche della sua stessa vita.
Mi sono innamorato della filosofia, così aveva intitolato l’ultima delle sue fatiche e così dichiarava con fierezza quando gli si chiedeva da dove fosse partita la sua avventura. Proprio questo amore lo aveva condotto a una passione non secondaria, la divulgazione, la trasmissione dei testi e dei contenuti lasciati dai grandi pensatori. La riproposizione della Storia della Filosofia Greca e Romana vuole essere quindi un omaggio al suo ideatore e infaticabile sostenitore.
Da ragazzo, Giovanni Reale voleva dedicarsi alla filosofia contemporanea, ma il suo maestro Francesco Olgiati lo inviò invece a Marburgo per studiare quella antica, intuendo l’importanza del mondo greco e romano per la cultura italiana. Se il motto del neokantismo era stato «Torniamo a Kant», l’imperativo per il giovane Reale fu «Torna ad Atene!»: un’espressione che gli piaceva molto ricordare e ripetere.
I primi lavori furono dedicati ai seguaci di Parmenide, poi venne la fatica della Metafisica di Aristotele, in polemica con chi voleva fare dello Stagirita un autore destrutturato, già quasi postmoderno. La vis che poi percorrerà tutti i lavori di Reale è già in ogni pagina del commento alla Metafisica, le idee di fondo sono pedagogicamente riproposte, la scrittura vivace cattura il lettore. Tutto questo si ritroverà fin dalle prime edizioni delle diverse storie della filosofia, dove emergerà il personaggio centrale, il protagonista di quello che si rivela sempre più un romanzo piuttosto che un manuale. «Sembra di leggere un giallo», mi diceva ai tempi dell’università una compagna di studi: in attesa dell’arrivo di Platone, tutto è come sospeso, dopo di lui, le sue tracce brillano da Aristotele agli ultimissimi neoplatonici. Platone, l’autore della «seconda navigazione»lo scopritore del soprasensibile, colui che ha aperto al mondo la via di un «oltre», di un mondo che è altro rispetto alla materia. Come chi fatica con i remi, felice si abbandona alla forza del vento se impara a usare le vele, passando dalla prima alla seconda navigazione (la metafora è nel Fedone), così al pensatore si spalanca il respiro dell’oltresensibile, che gli permette di comprendere senza fatica tanti perché. Gli anni Ottanta vedranno poi sorgere passione nella passione, con la grande battaglia per il «Platone non scritto», testimoniata anche in questo volume.
La passione platonica vira poi verso le opere del Santo vescovo di Ippona, Agostino. Siamo alla «terza navigazione», l’oltresensibile ancora studiato dalla ragione si apre agli aspetti dell’imponderabile, di ciò che può essere oggetto solo di fede. In verità, nella vita degli uomini, così come nelle opere di Agostino, non tutto è così chiaramente definibile e individuabile come materia, logos, misteri della fede. Ma l’avventura di Reale segue invece queste tappe con precisione matematica, e mentre difende il suo Platone non scritto, in contatto con la Scuola di Tubinga, con Hans-Georg Gadamer, con i traduttori ormai in arrivo da tutti i continenti, inizia a dedicare tempo e attenzione solo al vescovo di Ippona, in compagnia del quale desidera trascorrere gli ultimi anni della vita.
Anni incredibilmente fecondi: da Rusconi, che chiude l’attività editoriale di filosofia, al volgere del millennio le collane di Reale arrivano in Bompiani, e pubblicano in meno di quindici anni più di trecento libri mentre ne preparano decine tra contratti e lettere di intenti. Inoltre, Reale accanto alla cura per centinaia di titoli scriveva e pubblicava di arte, di Platone, di Agostino e della filosofia, la sua innamorata. Ora la Storia della Filosofia Greca e Romana troverà certo il favore delle migliaia di lettori che lo hanno incontrato al liceo, in università, o dopo, come studiosi, cultori, appassionati, curiosi. Benvenuti dunque in questa avventurosa storia d’amore.
Storia della filosofia greca e romana, Giovanni Reale Bompiani, Milano, pagg. 2.816, € 70

Repubblica 28.10.18
Giordano Bruno remix
Perché il grande monaco nolano è stato messo al rogo quando era pronto a ritrattare? Quale minaccia politica celava il suo neoplatonismo? Che ruolo ebbero le chiese riformate e le lotte dinastiche di fine Cinquecento?
di Marco Bracconi


Perché il grande monaco nolano è stato messo al rogo quando era pronto a ritrattare? Quale minaccia politica celava il suo neoplatonismo? Che ruolo ebbero le chiese riformate e le lotte dinastiche di fine Cinquecento? Una nuova lettura rimischia le carte in tavola: e il processo, signori, è da rifare
17 febbraio 1600, benvenuti nel cuore della Controriforma e nel mistero di una morte che non smette di interrogarci con i suoi lati oscuri. È questo infatti il giorno fatidico in cui vanno in fumo corpo e anima di Giordano Bruno, condannato al rogo dopo otto anni di detenzione, ed è qui l’epilogo di un secolo dilaniato da conflitti religiosi, eresie e guerre di successione. Fede e filosofia, scienza e idea della natura, modernità e ancien régime: la sfida è aperta, aspra e spesso mortale, e la sorte del filosofo degli infiniti mondi lo dimostra al punto da essere diventata, nella contemporaneità, simbolo, icona, paradigma. Vulgata, anche, la stessa che nel tempo ci ha consegnato l’idea di un intellettuale fermo al punto di ostinarsi, in nome della propria verità, a rinunciare alla propria vita. Ma è così che sono davvero andate le cose?
Fino a un certo punto, e con un corposo saggio dal titolo Io dirò la verità lo storico Germano Maifreda si incarica di dimostrarcelo, ricostruendo uno scenario complesso e avanzando ipotesi suggestive quanto inevitabilmente aperte.
Attingendo alle più diverse fonti, dai documenti del Sant’Officio ai conti delle carceri pontificie, l’autore ci dice che per far luce su quel corpo in fiamme non si può prescindere dallo scenario di un’Europa alla spasmodica ricerca di nuovi equilibri, pullulante di trame e intrighi: sono gli anni del Navarra che diverrà Enrico IV, di Filippo II in Spagna, dei pontefici che si succedono rapidamente fino all’avvento di Clemente VIII; tempi di caccia all’eresia che però non bastano a spiegare il destino di quel domenicano intriso di platonismo e mnemotecnica, viaggiatore instancabile, frequentatore di luterani e calvinisti. Perché Giordano Bruno, disponibile all’abiura come già era accaduto in passato, e fino a poco prima impegnato nella stesura di memoriali diretti agli accusatori, sceglie all’improvviso la sorte di martire et volentieri? E che ruolo ha nello svolgimento del suo processo lo scontro sordo tra Clemente e Giulio Antonio Sartori, il Grande Inquisitore?
Per Maifreda qualcosa non torna, e va addebitato a connessioni e dettagli finora trascurati dalla storiografia. Se il diavolo — nome omen — si rintraccia nei particolari, ecco allora emergere una figura ambigua e sfuggente, quel frate da Verona di nome Celestino eretico ma "protetto" dal Sant’Officio che Roma cattolica dirà di aver mandato al rogo pochi mesi prima di Bruno e che invece, forse, a quella catasta non fu mai allacciato.
È lui, Celestino, a dare sostanza giuridica con la sua denuncia a una azione fino a quel momento sostenuta da un unico testimone; è sempre lui a ricomparire nelle celle dove Bruno sta scrivendo il suo ennesimo memoriale, nei decisivi mesi prima del verdetto. Senza formulare teoremi, Io dirò la verità
non nasconde la tesi: è da queste parti che va cercata la ragione delle anomalie procedurali e delle incongruenze che condussero un uomo disposto al compromesso — magari di facciata — a congiungersi al suo destino di martire. Perché sta nelle coincidenze che in questo caso non sono tali l’innesco che portò all’incendio di un corpo e di un obiettivo visionario ma tutto politico, al quale Giordano Bruno aveva continuato a lavorare fino all’ultimo: la pace religiosa, niente di meno, un nuovo mondo tra gli infiniti mondi che il suo pensiero aveva partorito. Tra ordini monastici, lettere anonime e sostituzioni di persona Maifreda non risolve l’enigma, ma ci consegna una figura più coerente al gioco di potere del suo tempo, illustrando tra le righe ma con esattezza cos’era e come funzionava l’ingranaggio inquisitorio della Controriforma, le sue procedure e le sue eccezioni. Quella eccezione che non toccò il Nolano ma avrebbe potuto farlo, se la giostra dei poteri avesse girato in direzione ostinata, ma non contraria.

Il Sole Domenica 28.10.18
Neuroscienze
C’è qualcosa nella mente che non c’è nel cervello
di Francesca Rigotti


Dov’è localizzata la mente e che relazione ha col nostro corpo? La mente è diversa dal cervello o sono la stessa cosa? C’è qualcosa nella mente che non c’è nel cervello? Ce lo chiediamo oggi come se lo chiedevano nel passato Descartes e Hobbes, Cavendish e Vico, per non citare che i quattro filosofi «esemplari» scelti da Hustvedt per aiutarla ad articolare domande e dubbi sul tema, e il cui pensiero viene dall’autrice intrecciato con le più recenti teorie dell’informazione e della computazione, senza trascurare le loro propaggini fantascientifiche.
Siri Hustvedt, scrittrice, poeta, saggista e studiosa di neuroscienze ampiamente tradotta in lingua italiana, nata negli Stati Uniti da madre norvegese e padre nordamericano divenuto egli stesso cultore della lingua e della cultura della Norvegia, mette qui in rilievo, con grande acutezza d’ingegno e giocando con «scienza, psicologia, arte, letteratura e vita» (dalla quarta di copertina), la constatazione bizzarra di come i vecchi problemi di monismo e dualismo, mente e corpo, continuino a riproporsi nella ricerca scientifica come pure nell’opinione pubblica.
L’ideologia transumanista della «singolarità» (nozione che rinvia all’idea che a un certo punto dell’evoluzione della robotica e dell’intelligenza artificiale gli umani saranno superati e sostituiti da macchine autonome, o, per meglio dire, dalla comparsa di una coscienza e intelligenza globale migliaia di volte superiori a quella dell’umano attuale) riposa per esempio su un materialismo che riduce la coscienza umana a riflesso meccanico del macchinario cerebrale, come se il mistero della libertà e della creatività umana potesse essere ridotto all’attività di macchine capaci di passare il famoso test di Turing: grosso modo un test che dice che un umano in dialogo con un calcolatore non sarebbe più in grado di sapere se dialoga con un altro umano o con una macchina, tanto le risposte di quest’ultima saranno appropriate e inventive.
In tali ambienti il dualismo mente/materia è nettamente minoritario e la pretesa di specificità umane è ritenuta una posizione retrograda e reazionaria. La teoria computazionale della mente sostiene infatti che la mente umana funziona letteralmente (non metaforicamente!) come un computer che elabora informazioni, e che l’intelligenza si riduce a elaborazione di simboli dal momento che la mente è un computer. Come dire, osserva Hustvedt, che per essere compresa la mente aveva bisogno che la macchina venisse inventata...
Interrogandosi all’ombra continua del dubbio, e cercando grazie al dubbio ben articolato di distruggere le illusioni (le «delusioni», dice però il titolo originale!) della certezza, Hustvedt interviene sulla questione di come corpo e anima, cervello, mente, psiche, interagiscano tra di loro, tema che ha ripreso e sviluppato nel suo intervento di giugno al Festival di Filosofia di Colonia (Phil. Cologne 2018). Riesce difficile, qui sta il suo dubbio, comprendere come un computer possa sentire stati emotivi come noia e tristezza, e non limitarsi a simularli. Le simulazioni della vita sono la vita? Per l’Intelligenza Artificiale (almeno nella sua forma GOF, Good Old Fashioned) il provare noia, piacere o paura può trasformarsi in un processo razionale traducibile in simboli inseribili nel computer. Eppure dubitiamo che sia facile infilare le emozioni che provengono dai nostri corpi organici, umidi e pieni di umori – sangue, urina, lacrime, sudore, muco, feci – nel metallo asciutto e nei circuiti secchi dei transistor.
L’immagine della umidità del cervello umano e della fluidità corporea è la metafora guida di Hustvedt; nel seguirla, l’autrice si inserisce nel filone di pensatrici e pensatori che individuano, tra le specificità della mente umana, il linguaggio, coi suoi fattori ineffabili come l’ironia, e con la sua capacità di creare immagini e collegamenti mentali e soprattutto metafore, meccanismi di traslazione in cui le parole significano una cosa in un contesto e un’altra altrove. In questo accorgendosi dell’importanza di Giambattista Vico, invece ignorato, quanto inconsapevolmente (forse) copiato, da Lakoff e Johnson nella loro teoria della metafora che mette in rilievo il valore del corpo nel pensiero, lo stesso valore esaltato da Hustvedt.
Le illusioni della certezza, Siri Hustvedt Einaudi, Torino, pagg. 288, € 21

Corriere La Lettura 28.10.18
La nascita delle (in)civiltà
James C. Scott, una controversia
Da sempre ci siamo abituati a credereche la formazione dei grandi regni agricoli sia stata un passo avanti verso il progresso.
Ma i popoli nomadi vivevano molto meglio delle masse di sudditi dediti a coltivare la terra, non di rado ridotti in schiavitù ed esposti alle epidemie
D’altronde lo scopo delle mura non era soltanto difendere gli imperi dai cosìdetti «barbari» ma anche trattenere dalla fuga i contadini sottoposti a una gravosa pressione fiscale
Nomadismo e migrazioni ridefiniscono la storia
di Alessandro Vanoli


E se ci fossimo sbagliati? O almeno, se non avessimo tenuto conto di tutti i punti di vista? Nello studio della storia capita spesso. Ma in questo caso il problema è più profondo; così profondo da riguardare il senso stesso delle nostre vicende storiche. Prendete lo Stato, nel suo senso più generico: se c’è una cosa che da sempre segna e scandisce l’interpretazione del passato, essa è appunto lo Stato, a cominciare dalle prime forme neolitiche: cioè le prime concentrazioni di piante, animali domestici e persone organizzate sotto un solo potere. Qualsiasi racconto di progresso e di civiltà parte in fondo da quelle realtà agricole e continua poi parlando di regni e di imperi.
La storia, così come tutti la conosciamo e l’abbiamo ripetuta, è quella del progresso e della civiltà codificati dai primi grandi regni agricoli: società nuove e potenti determinate a distinguersi il più possibile dalle popolazioni da cui erano nate e che ancora si agitavano minacciose ai loro confini. Una storia di «ascesa dell’uomo» dove il mondo selvaggio, primitivo, senza legge e violento dei nomadi e dei cacciatori-raccoglitori era stato rimpiazzato dall’agricoltura stanziale che, invece, era l’origine e la garanzia della vita stabile, della religione formale, della società e del governo della legge. In questa storia era più o meno implicito che chi si opponeva all’agricoltura lo faceva per ignoranza o per rifiuto dell’adattamento: perché assieme ai prodotti della terra stava la casa, il luogo per antonomasia della civiltà, dove gli uomini potevano per sempre sistemarsi, ponendo fine a centinaia di millenni di nomadismo. E questa immagine della nostra storia ha avuto sempre, per di più, il vantaggio dell’evidenza: perché sono gli Stati che lasciano agli archeologi i resti monumentali; e sono sempre gli Stati che elaborano forme di scrittura in grado di preservare la memoria pubblica.
Ma la domanda è proprio qui: e si ci fossimo sbagliati? Se stessimo esagerando l’importanza di tali forme di sedentarizzazione? Sono molte le recenti scoperte che legittimano un simile dubbio: sappiamo ad esempio che l’agricoltura stanziale nacque ben prima degli Stati e sappiamo che, in termini di benessere umano, il lavoro dei campi si dimostrò molto spesso tutt’altro che vantaggioso. Inoltre stiamo cominciando a capire quanto gli Stati antichi furono fragili di fronte a malattie, carestie e guerre. Dunque, dato tutto questo, siamo poi sicuri che i nomadi non vedessero davvero l’ora di sistemarsi e smetterla con i loro spostamenti stagionali? In fondo, dai Galli ai Sioux, la storia è piena di esempi di popolazioni intere che hanno combattuto sino all’ultimo per non essere controllate da uno Stato. E siamo davvero sicuri che i nomadi se la passassero peggio dei sedentari dal punto di vista della salute e della qualità della vita? In realtà forse è vero il contrario, erano cioè gli agricoltori, legati alle terribili fatiche della terra, a fare una vita grama e a ritrovarsi con una dieta a dir poco ristretta. E soprattutto, siamo davvero sicuri che lungo il corso della storia, lo Stato abbia poi contato davvero così tanto ai fini degli scambi economici, delle trasformazioni culturali e dei rovesci militari?
Il politologo americano James Scott, nel libro Le origini della civiltà (Einaudi), parte da qui per mettere in discussione uno dei cardini stessi del nostro senso della storia e della politica. Lo fa cominciando da lontano, dagli albori del Neolitico, sulla scorta di una tradizione di studi ormai decennale che si sta sforzando di indagare il nostro passato più profondo alla luce di scienze come la biologia e la paleontologia, per trarne interpretazioni valide per i più ampi processi storici. E in effetti la storia politica proposta da Scott lega profondamente biologia e cultura; e facendolo rimette in discussione alcuni degli assunti più scontati del nostro immaginario storico. A cominciare dallo Stato appunto. Una storia antica, antichissima, quella ricostruita da Scott, che prende le mosse dall’uso del fuoco e dalle prime modificazioni del paesaggio, per arrivare alla coltivazione dei cereali. Poi passa all’addomesticamento degli animali per il lavoro agricolo; e affrontando questo argomento traccia un parallelo con l’addomesticamento di esseri umani, gli schiavi, utilizzati per alimentare la vita economica degli Stati con la loro forza lavoro. E questa concentrazione di esseri umani dediti all’agricoltura appare certamente la precondizione per la fondazione dello Stato, con le sue gerarchie politiche, la tassazione estrattiva e il servizio di massa.
Lo sguardo si volge poi alle narrazioni prodotte da queste nuove forme politiche, che agirono sin da quei tempi lontani e che si vedono già nella propaganda prodotta dai primi regni agricoli sorti tra Tigri ed Eufrate intorno al 3000 a.C.: una mitologia incentrata sulle origini divine del grano; una mitologia, aggiunge Scott, che avrà una lunghissima fortuna, tanto che appare ormai incancellabile l’associazione tra civiltà e cereali, grano, orzo, mais o riso che siano. E, assieme alla mitologia del grano, l’idea che i sedentari avessero adottato una forma di vita superiore e più attraente delle forme mobili di sussistenza. L’idea che l’essere sedentario, abitare una casa, fosse il segno di una raggiunta civiltà.
Ma è a questo punto che si mostra tutta la complessità della storia. Perché in realtà, con buona pace dei sedentari, gran parte della popolazione mondiale, quella definita dallo Stato come «barbari», continuò a vivere fuori dai confini. Certo, i nomadi hanno lasciato poche registrazioni delle loro attività e delle loro visioni del mondo, ma questo non vuole dire affatto che se la passassero peggio degli stanziali. Anzi non è per nulla detto che lo Stato fosse la migliore offerta possibile, l’occasione per un salto di civiltà.
Certo, la maggior parte delle tracce storiche sono state prodotte dallo Stato e dunque ad esso favorevoli, ma a guardar bene vi sono anche moltissimi indizi contrari: la coercizione, la schiavitù, le forti tassazioni, le malattie epidemiche. E se è vero che molti tra i nomadi desiderarono le ricchezze degli Stati, non è affatto detto che tutti volessero farne parte.
Prendete le mura, ad esempio. Alla fine del II millennio avanti Cristo buona parte delle città della Mesopotamia era circondata da mura: per la prima volta lo Stato aveva generato una corazza protettiva. E l’esistenza di una simile corazza era il segno evidente di qualcosa di prezioso: almeno una coltivazione permanente e un deposito di provviste. Sin da quei tempi lontani lo Stato raccontò come le mura fossero state innalzate per difendere il suo popolo dalle minacce esterne. È questo che si legge già nell’epopea di Gilgamesh ed è questo che sarebbe stato ripetuto per secoli e millenni, dall’Impero cinese, dai Romani e da tutti gli altri costruttori di potenti civiltà. Ma ci sono ottime prove per dimostrare che la vicenda fu decisamente più complessa: la Grande Muraglia, per fare un esempio importante, non era solo un baluardo per arginare le incursioni dei nomadi, ma anche un ottimo strumento per tenere dentro i confini statali i contadini che dovevano pagare le tasse. Due scopi apparentemente contrapposti, ma che nella storia si sarebbero trovati spesso congiunti: difendersi dai barbari ed evitare la fuga dei sudditi. Sì, perché gli Stati non ne hanno mai parlato volentieri, ma la tentazione di passare tra le file dei barbari e, dunque di ritornare nomadi, è sempre stata più forte di quanto si racconti normalmente. In fondo essere ai margini o completamente al di fuori del controllo statale presentava non pochi vantaggi: la libertà da un fisco opprimente ad esempio, oppure la possibilità di arricchirsi lungo le grandi direttrici di traffico commerciale.
Così eccoci arrivati, senza mai dirlo apertamente, alle soglie del nostro presente. Occorre tenere conto dei precedenti lavori di James C. Scott per capire meglio questo suo viaggio nel passato profondo: l’autore di Seeing Like a State (Yale University Press, 1998) e di Elogio dell’anarchismo (Elèuthera, 2014) da decenni spiega come gli interessi di uno Stato quasi mai coincidano con gli interessi degli individui che gli appartengono: perché, dice, al di là delle apparenze, quelle tra dominati e dominanti sono sempre relazioni conflittuali e intrise d’inganno, dove i subordinati simulano la propria deferenza all’autorità costituita, mentre i detentori del potere inscenano la propria supremazia e il proprio amore per il popolo. In quest’ottica il suo ultimo libro fa in fondo solo un piccolo passo in più: il tentativo di leggere tali dinamiche su una scala storica infinitamente più ampia.
Ma se dal punto di vista della scienza politica tutto questo rappresenta un insieme di salutari riflessioni, per uno storico una simile opera offre un’evidente sfida: siamo in grado di pensare le vicende umane facendo per un attimo astrazione dagli Stati? Siamo in grado di pensare i nomadi o i cacciatori-raccoglitori come protagonisti di pari dignità del nostro passato? La risposta è probabilmente no, ma varrebbe la pena di compiere qualche piccolo sforzo in quella direzione, specie oggi. In fondo è vero che abbiamo sempre tenuto lo Stato al centro della scena, talvolta anche inconsapevolmente: da Thomas Hobbes a Georg Wilhelm Friedrich Hegel, sino alle moderne riflessioni di Francis Fukuyama, siamo stati educati a pensare l’ascesa dello Stato come realizzazione della libertà individuale, come culmine della storia del mondo. Eppure le nuove prospettive aperte dalla storia globale ci mostrano l’importanza millenaria dei grandi flussi di individui e ci abituano a guardare al mondo relativizzando l’importanza dei grandi centri di potere.
I nomadi delle steppe che insidiarono l’Impero romano; gli Xiongnu che infestarono le terre a nord della Cina; i Normanni che giunsero dalla Scandinavia fino in Sicilia, i Turchi che si impadronirono dei territori musulmani; i Mongoli che unificarono l’Asia. L’elenco potrebbe continuare a lungo mostrando l’incredibile varietà di queste condizioni di nomadismo e la loro innegabile importanza storica. Talvolta i barbari prosperarono lungo le grandi vie di commercio o negli spazi aperti della pastorizia. Altre volte conquistarono infine lo Stato e si trasformarono così nella nuova classe dominante. Molto più spesso diventarono la cavalleria o i mercenari dello Stato, che li utilizzò allo scopo di tenere sotto controllo altri barbari.
E da qui, come storici, dovremmo magari fare ancora un passo avanti, sino al presente. Perché è evidente che in questo nostro mondo, che ci appare ormai pensabile solo in termini di Stati, i nomadi sono ancora in movimento: enormi flussi di persone attraversano mari e continenti sfuggendo dagli Stati o vivendone ai margini. E allora, non fosse che per questo, di fronte al rigurgito di tanta vecchia retorica nazionalista e al desiderio primitivo di nuovi muri, forse varrebbe la pena di volgerci anche al passato profondo, per tornare a chiederci quanto di antico vi sia in questo nostro mesto presente.

Corriere La Lettura 28.10.1
Senza Stato si sta meglio
La saggezza dei «barbari»
I cacciatori-raccoglitori erano prosperi e avevano molto tempo da dedicare alla socialità. Oggi ci sono popoli che non si adattano alla logica delle autorità costituite
di Adriano Favole


«Popoli statali e non statali, agricoltori e raccoglitori, “barbari” e ”civilizzati” sono gemelli». Il libro di James Scott non solo archivia la visione evoluzionista del rapporto tra «civiltà» e «barbari», ma difende un’idea di complementarità tra società che scelsero agricoltura e Stato e società che scelsero (o furono costrette a scegliere) la raccolta e la caccia, la pastorizia, il nomadismo o, semplicemente, un’altra agricoltura rispetto a quella dei cereali. «Le tribù», scrive ancora Scott, «sono innanzitutto una fantasia amministrativa dello Stato: iniziano dove lo Stato finisce».
Scott si muove alle «origini» della civiltà dei cereali e nelle periferie degli antichi imperi. La sua lettura però è illuminante su pagine della modernità e della contemporaneità. Per esempio a metà Ottocento la Francia prendeva possesso della Nuova Caledonia, un arcipelago melanesiano che proprio nelle prossime settimane si esprimerà in un referendum per l’indipendenza. Le popolazioni locali, in seguito chiamate kanak, praticavano una forma di orticoltura itinerante basata sulla coltivazione di tuberi. La ricerca di terre nuove e fertili portava queste popolazioni a disegnare nel paesaggio degli chemins («cammini», «sentieri»), scanditi dal succedersi di genealogie e topologie. Una volta insediati in un nuovo terreno, i kanak tornavano periodicamente sui propri passi, alla ricerca di specie alimentari ibride, nate dall’incontro tra tuberi domestici e selvatici. Come scrisse l’etnobotanico André Haudricourt, i kanak erano orticoltori xenofili, sempre alla ricerca di nuove varietà di tuberi. Un atteggiamento, la xenofilia, che si riverberava nelle modalità con cui persone di origine «straniera» (per esempio locutori di altre lingue melanesiane) venivano innestate nei clan locali.
L’arrivo dei francesi e della civiltà dei cereali fu sconvolgente. La coltivazione del grano e l’allevamento di bovini richiedevano grandi e stabili appezzamenti di terra che furono assegnati ai coloni, spingendo i kanak verso le montagne. Le economie e gli immaginari itineranti dei kanak diventarono problematici in un sistema che «fissava» la proprietà delle fattorie. La legge dell’indigenato «inventò» di fatto le tribù, confinando i locali in riserve dai confini precisi, imponendo tasse, scoraggiando la mobilità e proibendo i matrimoni misti. La civiltà dei cereali creò una netta distinzione tra «grano» e «zizzania», basata, fuori di metafora, su una logica di purezza etnica che frammentava il mondo in «bianchi» e «negri» e divideva i secondi in tribù. All’estrema periferia dell’impero francese nasceva un nuovo popolo di «barbari», rimasti fino a oggi in posizione marginale rispetto allo Stato.
La bella idea a cui Scott dà voce, la gemellarità di civiltà e barbarie, ha una lunga storia in antropologia culturale, una disciplina nata per dare volti e voci a popoli in-disciplinati che sopravvivevano nelle periferie dei grandi centri di potere. Negli anni Settanta del secolo scorso, sulla scia dei rinnovati studi sulle società acquisitive, Marshall Sahlins lanciò una tesi provocatoria. I «cacciatori e raccoglitori», come venivano chiamati un tempo, erano società dell’abbondanza, altroché un’umanità sempre al limite della sussistenza. La limitazione dei bisogni le rendeva società ricche e soprattutto con molto tempo libero da dedicare alla socialità. Negli stessi anni Pierre Clastres sottolineava, a partire dai suoi studi sulle società amerindiane, che alcune culture scelgono di proposito di porsi «contro lo Stato».
E oggi? È tutto finito? Gli Stati si sono mangiati il mondo? Non proprio. Più che come società contro lo Stato, oggi i «barbari» si manifestano come società nello Stato, popoli che chiedono riconoscimento e legislazioni particolari. I nativi del Canada sono autorizzati a sfruttare in modi peculiari il territorio e gli aborigeni australiani recuperano i vecchi land titles, «titoli» di accesso alle terre. Come mi ha detto un bushinengue in Guyana francese, in risposta alla mia preoccupazione relativa al fatto che mi aveva portato sull’altra riva del fiume, in Suriname, senza un visto di ingresso: «Noi siamo i figli del fiume. Non conosciamo i confini!». Come altre società, i bushinengue, discendenti di schiavi fuggiti ai padroni a partire dal XVI secolo, vivono ai margini dello Stato, sfruttando la loro posizione. Ma non vanno dimenticate le privazioni di una cittadinanza più libera e incompleta al tempo stesso.

Corriere La Lettura 28.10.1
Il quarto illuminismo
Edward G. Wilson, Le origini della creatività, a cura di Telmo Pievani
Ha fondatola sociobiologia
di Mauro Bonazzi


Quando era ancora giovane, all’inizio di una carriera che si sarebbe rivelata folgorante, Edward Wilson, il futuro padre della sociobiologia, andò in visita da un eminente collega di Harvard. Era un entomologo ancora poco conosciuto fuori dagli ambienti accademici, di nome faceva Vladimir Nabokov. Parlarono a lungo, di farfalle, soprattutto di quelle sconosciute, e di tutto quello che ancora attende di essere scoperto nell’universo. Anche Aristotele, il filosofo per eccellenza, si accalorava per ragioni analoghe: «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili», scriveva, «in tutte le realtà naturali c’è qualcosa di meraviglioso». Non sembrano argomenti particolarmente intriganti. In realtà sono questioni di vitale importanza, se solo si capisce che cosa c’è in gioco. La spiegazione, comunque, era già nelle farfalle, quelle ancora da scoprire e quelle che svolazzano davanti a noi tutti i giorni.
«Effimero» è l’aggettivo che viene usato per descriverle. È una parola greca, letteralmente significa «di un giorno». Così sono le farfalle, belle nella loro fragilità, che dura lo spazio di un momento prima di rieclissarsi nel nulla da cui sono emerse. Qual è il senso, o il valore, dell’esistenza di una farfalla nella storia dell’universo che si dispiega davanti a noi? È lo scandalo della morte, che toglie colore a tutto.
I Greci, però, quell’aggettivo non lo riferivano alle farfalle. Lo usavano per parlare di noi, i mortali per eccellenza. Di fronte al precipitare dei secoli, in questi spazi infiniti che mai potremo percorrere, quale sarebbe la differenza rispetto alle farfalle? Forse nessuna. O forse sì, qualche differenza c’è. Diversamente dalle farfalle possiamo pensare, ad esempio, porci domande, cercare di capire e conoscere. Magari le cose non sono come sembrano, magari il tutto che ci circonda non è così privo di senso come sembra. Il desiderio di conoscere non è la semplice curiosità di alcuni personaggi eccentrici che un po’ di erudizione basterà a soddisfare. Conoscere è un bisogno: scoprire il senso della nostra esistenza — nella convinzione che un senso c’è. Non è vero che la nostra vita è priva di valore e che noi passeremo invano. È una ricerca che non accomuna solo scienziati e filosofi. Anche il monaco sperduto nel deserto era in cerca delle stesse risposte, seppur per altre vie: scoprire il disegno che dà bellezza a tutto, che per lui si chiamava Dio.
Niente di sorprendente per il padre della biologia e della scienza, il solito Aristotele: anche per lui l’obiettivo ultimo, il fine più alto, era arrivare a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Non è una vita umana quella di chi non si chiede che cosa sia nato a fare. Vedere con gli occhi di Dio significa comprendere che c’è un posto per noi in questa immensità: il disordine era solo apparente, intorno si dispiega un disegno ordinato, in cui tutto (persino la farfalla, persino noi) ha un suo valore. La morte, che vuole togliere senso a tutto, è sconfitta. La felicità è tutta qui, nella consapevolezza che quello per cui viviamo, combattiamo o soffriamo ha valore, merita di essere perseguito.
«I fisici hanno conosciuto il peccato, ed è una conoscenza che non potranno perdere». Lo ha detto uno dei più grandi fisici del Novecento, Julius Oppenheimer. L’allusione riguarda Adamo ed Eva: anche loro, in fondo, desideravano la conoscenza, quando avevano colto la mela. Il serpente, oggi, è la scienza: difficile esprimere meglio i cambiamenti che hanno investito il nostro mondo. Muovendo dalle stesse esigenze e dagli stessi bisogni, scienza, filosofia e religione hanno sempre cercato di conquistare il centro della scena, intrecciando tra di loro relazioni complicate. Il posto centrale, in questi ultimi anni, è occupato dai saperi scientifici, in forza di successi incontrovertibili che hanno spinto molti a sostenere che ormai alla filosofia resta solo da accodarsi, se vuole conservare qualche speranza di sopravvivere, e sulla religione non c’è quasi più nulla da dire. Con la rivoluzione scientifica del Seicento, che alcuni chiamano oggi il secondo illuminismo (contrapposto al primo illuminismo greco, di Socrate, Platone e Aristotele) la nostra comprensione dell’universo e di noi stessi è radicalmente cambiata. C’era l’universo ordinato di Platone e Aristotele, che ogni lettore di Dante conosce, con la Terra al centro di tutto e l’uomo al centro della Terra, osservatore privilegiato di questo spettacolo divino. E c’è l’universo degli scienziati moderni e contemporanei, infinito e tumultuante, in cui la Terra occupa una posizione assolutamente marginale e la vita degli uomini è il risultato di una fortunata coincidenza e di millenni di evoluzione. Sarebbe difficile, in effetti, o meglio assurdo, continuare come se nulla fosse cambiato. Ma i problemi rimangono.
Oppenheimer pronunciò quella frase durante gli esperimenti sulla bomba atomica. È una frase angosciante, ed è la descrizione perfetta della condizione moderna. Conoscere per Aristotele e Dante voleva dire contemplare Dio, vedere il mondo con i suoi occhi, comprendere il disegno che tiene tutto insieme. Ma non era solo quello, come aveva spiegato Platone e avrebbero chiarito ancora meglio i grandi arabi, Avicenna ad Averroè, esponenti anch’essi di un illuminismo che, dal punto di vista cronologico, risulta quindi il secondo: chissà perché ci dimentichiamo sempre di chi non è europeo o americano.
Il punto decisivo era che, conoscendo ciò che è, si sarebbe conosciuto anche ciò che è bene e ciò che è male. Dio, il creatore del cielo e della terra, l’arbitro del bene e del male. Il primo «illuminismo», quello di Platone e Aristotele, per usare le categorie di Wilson, e il secondo illuminismo arabo portavano direttamente a Dio (il che spiega tra l’altro l’uso che Ratzinger faceva dell’espressione: in questi termini è legittimo parlare persino di illuminismo cristiano), e alla conoscenza del bene. Nell’universo di Oppenheimer, derivante dal terzo illuminismo di matrice scientifica, ci sono solo particelle che si fondono. E mentre prendeva forma il progetto della bomba, se ne chiariva la portata mostruosa. Dubbi e perplessità tra gli scienziati non mancarono. Ma la gioia di scoprire i misteri profondi dell’universo, l’atomo e le sue proprietà, era qualcosa di ancora più grande e travolgente. Questo significava l’allusione al peccato: il desiderio di conoscere, che prendeva il sopravvento sulle preoccupazioni etiche. Ecco la verità del serpente: una conoscenza quasi divina, nessun fondamento possibile per il bene e il male. Perché i filosofi platonici dovessero governare è chiaro: conoscendo l’essere (le idee, Dio) conoscevano il bene. Chi stabilisce cosa è bene e cosa è male nel mondo di Oppenheimer?
È la sfida dei nostri giorni. Dalla genetica all’intelligenza artificiale, dall’astrofisica alla sociobiologia, le conoscenze a cui siamo arrivati significano una potenza inimmaginabile fino a poco tempo fa, ma che ancora non sappiamo come usare. Il problema non è la scienza di per sé — il desiderio di conoscere è quanto di più umano ci possa essere — ma l’uso che se ne fa, e la tendenza degli uomini a cercarsi nuovi idoli quando quelli vecchi sono scomparsi. Chi deciderà se vi sono limiti e quali, che cosa è giusto fare e cosa no, cosa è bene e cosa male? Sembrano domande astruse, per chi, come un medico o uno scienziato, è impegnato a sviluppare una tecnica che migliorerà la vita di qualcuno. Sono problemi immensi nel momento in cui queste stesse tecniche possono modificare in modo radicale quello che siamo (o pensiamo di essere).
In effetti viviamo in un’epoca paradossale. L’ambizione della scienza era di arrivare a conoscere quello che siamo, la nostra natura, che è il risultato di una storia lunghissima. E adesso che siamo così vicini a svelarne il mistero, ecco che le nuove tecniche genetiche ci rivelano che siamo in grado di modificare questa natura profonda (il Dna). L’intelligenza artificiale, intanto, sembra preparare un futuro in cui condivideremo alcune delle nostre caratteristiche fondamentali (il pensiero, e magari la coscienza) con esseri, le macchine, che difficilmente potremmo considerare «umani». Ma allora chi, che cosa, siamo?
Insomma: impossibile prescindere dai risultati delle scienze. Confrontandosi con questi saperi, la filosofia e la religione troveranno nuovi stimoli e impulsi. Inaugurando un nuovo illuminismo, che a questo punto sarebbe il quarto, come auspica Wilson nel libro Le origini della creatività (Raffaello Cortina)? Magari. Non è detto però che tutte le risposte di cui siamo in cerca possano venire dalla scienza soltanto — anzi. Il problema della sua tesi, per quanto interessante, è che tende a relegare i saperi umanistici nel regno dell’immaginazione (la creatività) o della divulgazione, riservando alla scienza l’indagine seria sulla realtà. Davvero i saperi umanistici come la filosofia (o la letteratura) non hanno niente da dire sul mondo, quando usano il loro linguaggio e seguono le loro strade? Perché non tenere aperti altri modi di pensare e cercare, che aiutano comunque a chiarire la portata dei problemi? Del resto, da dove vengano la vita o il pensiero non lo sappiamo. Molto resta da fare. Nel 384 d.C. Quinto Aurelio Simmaco rivolse un discorso appassionato all’imperatore Valentiniano, che aveva deciso di rimuovere dal Senato romano l’altare dedicato alla dea della Vittoria, pagana. Per l’imperatore la verità era solo cristiana: per questo l’altare pagano andava rimosso. La verità? «Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande» replicò Simmaco. Difficile dargli torto. Un po’ di confusione male non fa.

Repubblica 28.10.18
Intervista a Ilaria Cucchi
"Da Nistri parole di cui avevo bisogno ma troverò pace solo con la verità"
di Maria Novella De Luca


ROMA «Sì, forse siamo davvero a una svolta e si sta sgretolando la congiura del silenzio. Ieri per la prima volta mi sono svegliata e ho sentito di non dover chiedere scusa a Stefano per quello a cui l’abbiamo sottoposto in questi nove anni. Perché la verità ormai è sotto gli occhi di tutti. Ma quello che non mi dà pace è pensare a quante volte nelle aule di tribunale ci dicevano: carabinieri e polizia sono con voi, vogliono giustizia per Stefano. E invece ripetevano bugie, organizzavano depistaggi, spargevano menzogne sulla pelle di un povero ragazzo».
Parla come sempre con la voce venata di amarezza Ilaria Cucchi, mentre commenta la lettera del comandante generale dei carabinieri Giovani Nistri, pubblicata ieri su Repubblica, in risposta all’editoriale del direttore, Mario Calabresi.
«Il comandante generale dell’Arma dovrebbe rispondere a una situazione straordinaria con un segnale altrettanto straordinario, con parole definitive che stronchino la catena dei sospetti e indichino una strada di riscatto», ha scritto Calabresi. Ieri la risposta di Nistri: «Chi si rende colpevole di reati infamanti, non potrà più indossare la divisa».
«Sono parole che ha bisogno di sentirsi dire un cittadino perbene», risponde pacata Ilaria.
Ilaria, si è rotta l’omertà dell’Arma?
«Speriamo. Accolgo con fiducia la promessa del comandante Nistri.
Con la fiducia che ha sempre caratterizzato i rapporti tra la mia famiglie e le forze dell’ordine.
Certo, continuo a chiedermi cosa sarebbe accaduto se non ci fossimo stati noi. Se ci fossimo arresi. Mio padre, mia madre, io stessa, sempre più provati, mentre in tanti appartenenti allo Stato ci insultavano e minacciavano i loro colleghi che avevano avuto il coraggio di parlare. Saremmo arrivati così in alto?».
Nove anni di calvario e dolore. Adesso però la verità affiora.
«Una verità sconvolgente. Capite che mentre noi in tribunale combattevamo per trovare i colpevoli del pestaggio di Stefano, "loro" lavoravano per nascondere le prove? Perché un qualunque cittadino che sbaglia può essere processato e chi indossa una divisa no? Ma adesso i colpevoli forse pagheranno davvero, altrimenti l’intera Arma ne uscirà infangata. A discapito di tutte quelle donne e uomini perbene che lavorano nelle forze dell’ordine.
Ora che sulla morte di Stefano la luce si fa più chiara, lei ha detto che alla sua famiglia è stato restituito l’onore.
«È ormai evidente che la mia famiglia ha sempre e soltanto combattuto a fianco delle istituzioni. Nonostante le istituzioni abbiano consentito che affrontassimo anni di dolore e di processi sbagliati, sapendo quali erano le vere responsabilità».
Lei era stata molto critica con il generale Nistri, dopo il vostro recente incontro.
«In quell’occasione, in cui forse mi avrebbe dovuto porgere delle scuse, aveva invece attaccato i carabinieri che hanno rotto il muro di omertà su quella notte.
Ma ho apprezzato la sua lettera, in cui annuncia che chi commettere reati così infamanti, non potrà più indossare la divisa».
Prima però bisognerà aspettare la conclusione del processo contro i carabinieri accusati di aver pestato Stefano.
«Non possiamo fermarci adesso.
So che sarà una strada in salita. Poi ripenso, però, al corpo di Stefano massacrato dalle sevizie, a quei due energumeni che forse si sono divertiti a pestarlo, allora mi dico che andremo fino in fondo».
E i suoi genitori?
«Sono stanchi, stanchissimi. Pensi che mio padre ogni sera rivede il film su Stefano. E giorno dopo giorno costruisce con le sue mani una nuova tomba per lui. In una bella valle scaldata dal sole. Ma non è giusto che un padre costruisca la tomba del figlio. Poi verrà il tempo di salutare mio fratello».
Perché? Non avete avuto ancora il tempo del lutto?
«No. Ci vuole pace per elaborare il lutto. Noi siamo ancora in battaglia. Soltanto quando tutta la verità sarà accertata potremo dire a Stefano "ciao, riposa in pace". E finalmente, anche noi, piangere la sua morte».

Il Fatto 28.10.18
Non essere cattiva, Desirée
La provincia dell’adolescenza
“Avevo un lato dolce… ma l’ho mangiato” – È uno dei post che Desirée ha scritto sul suo profilo Facebook
di Enrico Fierro


I ragazzi sono appollaiati al buio su quella costruzione stramba di acciaio e plastica. Una scala che finisce su una specie di piattaforma. Bizzarrie di un architetto americano. “Da queste scale – mi racconta un commerciante che sta per chiudere il suo negozietto di alimentari – scendevano le modelle delle sfilate di moda”. Lussi semplici, non erano delle moderne Wanda Osiris, ma belle ragazze dell’Agro che indossavano ricchi costumi da sposa. Ora solo buio e le solite stanche, inutili promesse e progetti di riqualificazione urbana per una piazza che stenta finanche ad avere un nome: piazza Amedeo di Savoia, piazza taxi, no piazza viola. Pochi metri oltre, le luci di “Randy kebab”, “Stuzzicheria” e “Medirock wine bar”, illuminano il marciapiede. Qualche tavolino, pochi ragazzi seduti a mangiare. Quelli sulla piattaforma chiacchierano. Fumano e si raccontano. “Desirée non la conoscevo. Ho letto che si faceva, che andava a Roma, che usava roba pesante. Pasticche, eroina, cose che puoi trovare anche qui, in zona. Noi, intendo il mio gruppo, fumiamo solo erba. Ogni tanto”. Il ragazzo che decide di scambiare due chiacchiere ha pochi anni più di Desirée. Felpa nera e testa avvolta nel cappuccio. Cerco di capire da lui come si vive a Cisterna di Latina, come vive la sua vita un ragazzo con i suoi sogni, le sue fragilità, la sua rabbia. Mi guarda, sbuffa e risponde: “Qui si vive con la speranza di scappare, di andar via. All’estero ma anche a Roma, dovunque si possa rompere questa noia che ti soffoca. Prendi il treno, ‘na mezz’oretta e sei nella Capitale e il mondo è tuo”. Ride, il ragazzo con la felpa. A pochi metri, seduti sulle panchine attorno alla fontana Biondi, dallo scultore che nel 1890 diede corpo alla bella Ninfa, maestosa mentre impugna un ramoscello di ulivo, ci sono gli anziani con le loro badanti bulgare. “Domenica faremo una grande fiaccolata per quella povera ragazza, ci saremo tutti con le candele e il cuore. Povera figlia!”. Vecchi e giovani. Due solitudini in questa città che a passi veloci si avvia a essere una triste appendice metropolitana di Roma.
Cisterna di Latina. Nessun cinema, tanti palazzi e qualche villetta, una panchina. Il quartiere di Desirée, San Valentino
Cisterna di Latina, città del kiwi, delle fabbriche e di antichi butteri che qualche schiaffo, narra la leggenda, lo diedero anche a Buffalo Bill. Città sempre in crescita vertiginosa. Ventottomila abitanti nel 1981, 31 mila nel ’91, 32 mila nel 2001, 35 mila dieci anni dopo. Agricoltura, fabbriche e affitti sostenibili attirano gente dalla Capitale. Antonio Pennacchi, lo scrittore dell’Agro vincitore di un Premio Strega, ambientò qui uno dei suoi racconti di operai e rabbia, Shaw 150. Il quartiere San Valentino, dove Desirée ha vissuto la sua breve vita, e dove vivono il padre, la madre e i nonni che l’avevano in protettivo affidamento, è il più grande della città, con i suoi settemila abitanti. Palazzi dell’Ater (edilizia popolare), ma anche villette a schiera. Proletariato, sottoproletariato e piccola borghesia. Tanto verde e nient’altro. Poche luci. Alle nove di sera anche quelle del bar vengono spente. C’è la guardia medica e una pubblicità che inneggia al Roipnol, un farmaco contro l’insonnia che spesso viene usato per sballarsi. Di fronte, il Centro polivalente, una bella struttura abbandonata da almeno tre anni. C’erano sale per concerti, spazi per i giovani, punti di ascolto. Tutto chiuso per i soliti inenarrabili motivi burocratici. Solo una luce è accesa, quella del centro per anziani. Ci parla il signor Alvaro. “Ci riuniamo qui, giochiamo a bocce, a carte, mangiamo una pizza. La nuova amministrazione comunale ha promesso che riaprirà il centro. Speriamo”.
Intanto, tutto è chiuso e i ragazzi del quartiere per andare a passare un po’ di tempo sono costretti a scavalcare muri e cancelli. Il resto è una panchina, la scuola di danza privata dove ballare zumba e balli latinoamericani, la palestra privata per farsi i muscoli, il campo da calcio gestito da società sportive. Altro non c’è. Neppure un cinema. I 35 mila cisternesi non hanno il diritto di sedersi in una sala al buio e godersi un film. È la provincia italiana sempre in bilico tra isolamento e rischio di essere schiacciata dalla metropoli. Ha ragione Andrea Di Consoli, quando nel suo bel romanzo La collera (Rizzoli 2012), scrive che tra case e palazzi come questi dove si vivono esistenze scollegate l’una dall’altra e senza più alcun senso di comunità, “l’anima si riduce a corpo”.
“Avevo un lato dolce, ma l’ho mangiato”, scrive la piccola Desirée in un ingenuo post su Facebook. E inconsapevolmente, forse, ci rivela i tormenti della sua vita difficile. Una madre che da bambina appena cresciuta ha dovuto sopportare il peso della maternità. E da giovane donna non ce l’ha fatta a capire la sofferta ribellione di sua figlia. Che oggi chiede “giustizia per Desirée: voglio che questa tragedia non accada ad altre ragazze”. Un padre sbandato, uno che morde il mondo e che le cronache giudiziarie raccontano come un boss dello spaccio, proprio a San Valentino. Pure lui, affidandosi al Messaggero, parla. “Non sono riuscita a tenerla lontano da quelli come me”. E i nonni, l’ultima spiaggia. Una coppia perbene, villetta nel verde di via Procida nello stesso quartiere. Lei funzionaria del ministero di Grazia e Giustizia, lui sindacalista apprezzato in città. La famiglia non ce l’ha fatta a salvare Desirée. E insieme a loro il Sert (il centro contro le dipendenze che è ad Aprilia), gli assistenti sociali, il Consultorio che a Cisterna non c’è, il Comune, la scuola. Lo Stato. “La verità – dice allargando le braccia al cielo don Livio, l’anziano parroco del quartiere – è che questi ragazzi sono soli. Non parlano, ti chiedono aiuto con gli occhi. Ma noi, i nostri figli non li guardiamo mai negli occhi”.
Lo psicologo: “Gli adolescenti oggi si sballano per colmare vuoti, cercano visibilità e non rifuggono il senso di inadeguatezza”
“L’adolescenza è un periodo della vita terribile, soprattutto nel mondo di oggi”. Il dottor Rosario Capo, direttore della scuola di specializzazione in psicoterapia psicosomatica dell’ospedale Cristo Re di Roma, da anni si occupa di ragazzi difficili. “Alcuni adolescenti sono più impulsivi di altri. Hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, in parte congenita, in parte dovuta a esperienze conflittuali. Nella droga vedono una via d’uscita per governare questi impulsi emotivi che gli altri non riescono neppure a comprendere. Sballarsi, come si dice, serve a colmare vuoti esistenziali terribili. Anche la ricerca del brutto, del buco nero dove precipitare, e non solo in termini metaforici, fa parte di questo meccanismo, essere fuori dalle regole, avere visibilità sociale, sfuggire alla massa che ci giudica inadeguati. E lo spacciatore diventa un amico, uno che mi capisce col quale ho affinità. Questi ragazzi hanno bisogno di adulti forti e gentili, altrimenti vivono in un vuoto di presenza e di gioie e nessuno li aiuta a capire e progettare il futuro”.
Lo specialista parla dei ragazzi in generale e a noi vengono in mente le scene che abbiamo visto in via dei Lucani a San Lorenzo. Quella fogna dell’umanità dove Desirée ha vissuto la sua via crucis. La droga che l’ha uccisa. L’umiliazione di sé e del suo corpo. Le grida ubriache e sguaiate di chi ha abusato di lei. E l’ultima violenza, il suo corpo straziato, la sua storia, le sue fantasie, i turbamenti e i sogni di bambina che si credeva già donna, i silenzi, l’indifferenza di chi gli stava accanto, la triste impotenza di una famiglia che non ce l’ha fatta. Tutto questo usato per la politica, quella bassa e volgare, per dare altra legna al fuoco di campagne di odio, per protagonismi televisivi, per il vomitevole chiacchiericcio sui social.
Tutti oggi sanno di lei, il suo volto è già stampato sulle magliette, tutti oggi hanno bocca per parlare e parole da dire. Nessuno, ieri, aveva occhi e cuore per capire il suo disperato grido d’aiuto. La famiglia no. Non ce la fa, non ce la facciamo. E poi lo Stato con il suo welfare morente: chi si occupa dei nostri ragazzi? “Il sistema Paese, come si dice, usa gli adolescenti come target per campagne pubblicitarie e prodotti da consumare. È indifferente alle loro esigenze, non c’è nessuna connessione tra psicologia evolutiva e clinica e la formazione delle leggi che regolano il sistema educativo e formativo. Gli sportelli per l’ascolto nelle scuole non funzionano, sono una farsa nella maggior parte dei casi. Spesso sono affidati a giovani laureati in Psicologia pagati pochissimo o nulla. I servizi per l’età evolutiva hanno sempre meno risorse”. È l’analisi disperante che ci consegna il dottor Capo.
Le sue parole ci risuonano in testa mentre inizia la notte di Cisterna di Latina. I ragazzi sulla piattaforma a parlare, parlarsi e scrutare i telefonini. I loro coetanei sulle panchine del Valentino. Tra poco torneranno a casa, stanchi e vinti dalla noia posteranno un “buonanotte” su FB. Soli con le loro vite. Desirée, che non voleva perdere la sua dolcezza, è morta e ci lascia un messaggio semplice e forte: siamo morti con lei, un Paese che non sa occuparsi dei suoi giovani è morto, e non lo sa. Il resto è la lenta agonia di urla, invocazioni di ruspe e castrazioni chimiche, tweet e post rabbiosi, tv del dolore. Il resto è una Italia senza pietà.

il manifesto 28.10.18
San Lorenzo antifascista per Desirée
Roma. Una manifestazione lunga quattro giorni nel quartiere romano dove è stata stuprata e uccisa la ragazza sedicenne. Anche l’Anpi è scesa in piazza per fermare la strumentalizzazione delle destre
di Giansandro Merli, Giuliano Santoro


ROMA È stato un pomeriggio lungo quattro giorni. Tanto è durata la mobilitazione permanente che da mercoledì scorso, da quando Salvini ha provato a fare passerella nel quartiere scosso dalla tragedia dell’omicidio di Desirée Mariottini, è riuscita a cambiare di segno agli automatismi mediatici innescati dal caso di cronaca. Si scende in piazza e tutti insieme, cittadini e cittadine di diversa estrazione, si misurano con gli spettri xenofobi evocati dall’omicidio. C’è stato il momento della paura: per qualche ora sembrava che la scintilla che incendia la prateria dell’odio si fosse diffusa e stesse per bruciare tutto. Poi è successo qualcosa.
La svolta è arrivata venerdì pomeriggio, quando questo territorio ha mostrato di non essere un mondo a se stante e le donne hanno invaso le strade di San Lorenzo puntando il dito contro la violenza di genere e smontando pezzo per pezzo la strumentalizzazione delle destre. Fino al punto che persino uno dei preti del quartiere ha comunicato la sua approvazione agli antirazzisti che avevano contestato Salvini: «Avete detto bene, chi fa campagna elettorale sulla pelle di una povera ragazza è uno sciacallo: non si potrebbe definirlo in altro modo», è il messaggio che giunge dal passaparola che dai credenti arriva ai manifestanti.
DA QUI SI ARRIVA ALLA PIAZZA di ieri. In un primo momento era stata convocata per rispondere alla manifestazione di Forza Nuova. Poi diventa qualcosa di più, che sovrasta di cento volte, anche dal punto di vista numerico, i trenta estremisti di destra schierati a Porta Maggiore, in mezzo al nulla del traffico romano. «Questa è la Roma migliore – dice il presidente provinciale dell’Anpi ‎Fabrizio De Sanctis – Questa è la città che ha ottenuto la medaglia d’oro al valore militare per i fatti eroici della Resistenza. Roma ha combattuto strenuamente. Per i nazisti Roma era metà partigiana e l’altra metà li sosteneva. Questa è stata, questa è e questa sarà Roma. Non si possono tollerare le strumentalizzazioni: le donne sono tutte uguali e gli aggressori sono tutti uguali».
Dopo di lui interviene la partigiana Tina Costa, 92 anni. «Di fronte ai ragazzi che oggi si richiamano al fascismo io provo sgomento – urla al microfono – Me la prendo con chi ha il dovere di crescerli ed educarli. Devono conoscere e studiare le nostre radici».
DOPO DI LEI È IL TURNO di Stefano Zarlenga, uno degli occupanti del Cinema Palazzo di piazza dei Sanniti: «Non vogliamo essere confusi con quelli che spacciano l’eroina. Se il palazzo in via del Lucani fosse stato occupato invece di essere abbandonato, Desirée non sarebbe stata uccisa e questa tragedia non sarebbe avvenuta», dice per rispondere a chi vorrebbe usare gli eventi di questi giorni per sgomberare le occupazioni romane. Poi racconta delle proposte che erano state fatte per riempire il vuoto nel quale è stata risucchiata una giovane vita: «Dal 2005 il quartiere aveva elaborato un piano di trasformazione di quello spazio, ma nessuno, da allora a oggi, lo ha ascoltato».
Filippo Miraglia, dell’Arci, racconta: «La vicenda di Desirée, che ha l’età dei miei figli, ci spinge a pensare che nonostante negli ultimi anni sia cresciuta la repressione, la sicurezza non c’è. Con questa nuova legge sulla legittima difesa, aumentano le armi in mano alle persone. Senza vere soluzioni, la tensione che si crea avrà come conseguenza la moltiplicazione delle situazioni di conflitto. Utilizzano il disagio per raccogliere il consenso. Salvini fa di questo un’arte e noi non possiamo che opporci».
«LA VIOLENZA LA FANNO gli uomini e non ha passaporto – insiste Serena Fredda di Non una di meno – Forza Nuova minaccia di attraversare le strade del quartiere antifascista, perché secondo loro i padri dovrebbero difendere le loro figlie bianche. Non abbiamo bisogno di uomini forti che ci difendano. La speculazione sul corpo di Desirée ci disgusta. Dobbiamo fermare lo sciacallaggio dei fascisti che usano il nostro corpo. Ci difendiamo da sole con le nostre idee e i nostri progetti, costruendo reti, spazi e agibilità politica. Il nostro corpo non è una merce».
C’erano anche alcune donne argentine, attiviste del movimento Ni Una Menos che ha innescato il movimento globale delle donne. «Ogni volta si cerca di nascondere l’identità di chi commette violenza. Attraverso la classe sociale o la razza. Ma noi sappiamo che la violenza la commettono gli uomini. Migrare è un diritto umano. Desirée non è stata uccisa dalle migrazioni, ma dal patriarcato», dicono. Intorno a loro i pañuelos, i fazzoletti verdi e fuxia per l’aborto libero e contro i femminicidi. Due battaglie complementari per la libertà di autodeterminazione delle donne. «Il pañuelo è un simbolo che abbiamo adottato dalle madri di Plaza de Mayo. È un simbolo globale che parla di antifascismo, antisessismo e antirazzismo. È un simbolo di libertà e autodeterminazione», spiegano.
Quando gli interventi al microfono si esauriscono, arriva un boato da un lato della piazza. Qualcuno si allarma, le teste di girano. Sono centinaia di persone che salutano cantando «Bella Ciao» e che fino a quel momento si erano sparpagliate per il quartiere, per presidiarne i varchi e impedire che i fascisti pensassero di entrare da qualche parte. Un applauso collettivo li saluta, la piazza si scioglie in un sorriso. San Lorenzo si sente più libera dalla paura.

Corriere 28.10.18
il branco ha impedito i soccorsi
Desirée, un italiano tra i ricercati
di Fulvio Fiano e Fiorenza Sarzanini


«Meglio lei morta che noi in galera». Questo hanno gridato a chi voleva soccorrerla, gli aguzzini di Desirée. Tra loro anche due donne, un’italiana e una straniera. Ed è caccia all’italiano che avrebbe portato le pasticche utilizzate per stordire la ragazzina, poi in balìa degli orrori del branco per 12 ore e infine lasciata morire.
Roma Desirée poteva essere salvata. Mentre la giovane era ormai incosciente, stordita da un miscuglio di droghe e psicofarmaci, i suoi aguzzini hanno impedito i soccorsi: «Meglio lei morta che noi in galera», hanno gridato a chi voleva aiutarla. Tra loro anche tre donne, un’italiana e due straniere che frequentavano abitualmente il palazzo occupato di San Lorenzo. Le loro testimonianze, così come quelle degli altri pusher e tossici che trascorrono le giornate in quel luogo infernale, ricostruiscono quanto accaduto tra il 17 e il 19 ottobre. E dimostrano che l’indagine non è affatto chiusa.
Ci sono altri tre ricercati. Uno è italiano. Si chiama Marco, riforniva il gruppo di pasticche. Proprio quelle — antiepilettici e antipsicotici — utilizzate per «privare Desirée di capacità di reazione» e dunque ridurla «a un mero oggetto di soddisfazione sessuale», come scrive la giudice nell’ordinanza che lascia in galera i tre extracomunitari fermati a Roma con l’accusa di omicidio volontario e violenza sessuale pluriaggravate. Gli altri due stranieri — tuttora in fuga — potrebbero aver partecipato allo stupro. È stato uno degli arrestati a fare i loro nomi e la polizia sta cercando di rintracciarli. Ma non è finita. Perché tra i testimoni c’è anche una straniera che ha ammesso di aver «rivestito e poi aiutato gli altri a spostare Desirée» quando era ormai in fin di vita o forse già morta. Dettagli di un orrore che appare senza fine.
L’astinenza
Si torna dunque al 18 ottobre quando la 16enne, che è arrivata nel palazzo già il giorno prima, è in cerca di droga. Non ha soldi, si rivolge ai tre stranieri che già conosce. I racconti di chi c’era ricostruiscono quanto accade. Narcisa «dice di essere giunta intorno alle 13,10 con due uomini e di aver visto la ragazza insieme a Ibrahim (Brian Minteh, ndr ) steso su un giaciglio dove è stato poi rinvenuto il corpo della ragazza, nonché Youssef (Yusif Saila, fermato venerdì a Foggia, ndr ) e Sisco (Chima Alinno, ndr ). Quest’ultimo era intento a fumare, Desirée gli aveva chiesto eroina perché era in crisi di astinenza, ma lui aveva rifiutato». Poi riferisce quello che le ha detto Muriel, straniera di circa 35 anni. Scrive la gip: «Muriel ha raccontato che a Desirée è stato somministrato un mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche. Poi è stata violentata da Paco e Youssef, io li ho visti». Racconta ancora Narcisa: «Il giorno dopo ho incontrato Paco e gli ho detto “sei un pezzo di m..., hai dato i farmaci a Desirée per poterla stuprare. Lui ha ammesso che avevano fatto sesso, mi ha detto che le aveva dato solo pasticche».
«L’ho rivestita»
È Muriel ad ammettere di aver rivestito Desirée quando non era più in grado di muoversi, probabilmente morta. Lo fa con una lucidità che lascia agghiacciati. Poi indica un altro componente del gruppo, ancora in fuga. Scrive la gip: «Muriel racconta di essere giunta nel palazzo alle ore 20 del 18 ottobre chiamata da un certo Hyten che le chiedeva di rivestire una ragazza mezza nuda all’interno del container. Aveva trovato Desirée nuda dalla vita in giù e aveva provveduto trovando nei pantaloni una boccetta di Tranquillit mezza vuota. Riferiva di aver ritenuto che fosse stata violentata in quanto aveva pensato che nel caso in cui avesse avuto un rapporto consenziente avrebbe provveduto a rivestirsi da sola e che prima dello stupro le erano stati fatti assumere Tranquillit e Metadone».
Le pasticche di Marco
Muriel racconta anche di aver visto «il Tranquillit qualche giorno prima nella disponibilità di tale Marco, italiano frequentatore del palazzo. Marco le aveva riferito che i medicinali erano psicofarmaci per sua madre, sostitutivi del Seroquel». A confermare le sue dichiarazioni è Giovanna, una ragazza che sta spesso in quel complesso di San Lorenzo «che — come è scritto nell’ordinanza — ha riferito come fosse possibile reperire qualsivoglia sostanza stupefacente o medicinale, precisando come gli psicofarmaci fossero procurati da Marco». È proprio Giovanna, quando si accorge che Desirée è morta, a scagliarsi piangendo contro gli stupratori. Lo racconta Cheick, un altro testimone: «Piangeva e urlava. Diceva “voi l’aveta uccisa, l’avete violentata” rivolgendosi ai tre uomini presenti nel locale. Li chiamava per nome, Paco (Mamadou Gara, ndr ), Sisco e Ibrahim».
Soccorsi impediti
Sono gli stessi che impediscono a chiunque di aiutare la 16enne. Scrive la gip: «Sin dal pomeriggio del 18 ottobre, la ragazza manifesta lo stato di stordimento strumentalizzando il quale gli indagati abusano di lei. Ma esso si aggrava così da tramutarsi in una condizione di dormiveglia prima e incoscienza poi che viene immediatamente avvertita dai presenti allorché trasportano il corpo della ragazza dal container al capannone». Spiega ancora il giudice che «è in tale fase che Youssuf, Ibrahim e Sisco, che pure sono presenti, ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi, assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita per garantirsi l’impunità o comunque qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell’ordine». L’ordinanza cautelare viene così motivata: «La pervicacia, la crudeltà e la disinvoltura con la quale i prevenuti hanno posto in essere le condotte contestate manifestano la sussistenza di un concreto e attuale pericolo di recidiva». Inoltre, trattandosi di «tutti soggetti che hanno dimostrato una elevatissima pericolosità e irregolari sul territorio nazionale, rispetto al quale non presentano alcun tipo di legame familiare e lavorativo, si manifesta un altrettanto inteso pericolo di fuga, eludendo agevolmente qualsivoglia controllo».

Corriere 28.10.18
Governo & opposizioni
L’irrealtà politica di un Paese sul baratro
di Ernesto Galli della Loggia


Anche se faccio parte del popolo italiano, con buona pace del vicepresidente Salvini non mi sento affatto sotto attacco se l’euro-commissario Moscovici critica la manovra finanziaria del governo pentaleghista di Roma. Penso che nel merito, infatti, Moscovici abbia sicuramente degli argomenti dalla sua(quelli davvero decisivi ce l’hanno in realtà gli acquirenti del nostro debito pubblico). Peccato però che sia l’istituzione che egli rappresenta, cioè l’Unione Europea, questa Unione Europea, a non avere più alcuna presentabilità e credibilità politica. Da questo punto di vista Moscovici ricorda Gorbaciov, l’ultimo segretario del Pcus: diceva cose giuste ma parlava a nome di qualcosa, l’Unione Sovietica, che palesemente stava ormai per esalare l’ultimo respiro.
L’Unione Europea si sta avvicinando a una condizione simile. Le elezioni che vi si terranno tra sei mesi, decretando la probabile vittoria delle forze nazional-populiste potrebbero essere l’inizio del suo collasso definitivo. La cosa strabiliante è che perfino di fronte a una simile prospettiva ormai chiara da tempo nessuno dei partiti e degli esponenti politici che hanno fin qui governato l’Unione si sia dato la pena di pensare o fare qualcosa per invertire il corso degli eventi. Quale testimonianza più evidente del carattere ormai quasi comatoso della sua crisi e del marasma che domina i suoi vertici?
A nche gli esponenti di quelle forze politiche italiane che si dicono europeiste, e che si schierano ormai sistematicamente con il punto di vista di Bruxelles servendosene in ogni occasione per la lotta politica interna, anch’essi, dicevo, pur affermando da anni che l’Unione Europea è necessaria, necessarissima, e pur aggiungendo sempre che però oggi l’Unione così com’è non funziona, che quindi deve cambiare e che se non cambia sarà un disastro, tuttavia finora non sono stati capaci neppure loro di pensare una mezza idea, una proposta qualsiasi, per dirci in che modo essa dovrebbe (e potrebbe: l’aggiunta non è irrilevante) cambiare. Tace Forza Italia, che però ha l’attenuante di essere ormai in via di dissoluzione, ma tace egualmente il Partito democratico.
Tace anche nel suo «manifesto» (così definito da Repubblica di domenica 21 ottobre dove esso si stende per ben due pagine) Nicola Zingaretti, il più accreditato candidato alla prossima segreteria del Pd. Sulla questione cruciale dell’agonia dell’Unione Europea neppure una parola: solo un brevissimo invito a «difendere» l’Unione che lascia il tempo che trova. Pure da questo punto di vista, insomma, quel manifesto è esemplare della mancanza di idee, dell’incapacità di cogliere la drammaticità ultimativa dei tempi, in cui si dibattono le tradizionali élite politiche del continente, specie quelle di sinistra. Della loro difficoltà a capire l’usura spaventosa delle parole e delle formule a cui sono state fin qui avvezze. A capire l’esigenza se si vuole anche brutale, di concretezza che oggi domina la comunicazione politica.
Cosicché per chi come il sottoscritto ricorda gli interminabili programmi che ad ogni vigilia elettorale sfornava all’epoca della prima Repubblica il Partito comunista (ma anche quello socialista o la Dc non erano da meno), il testo zingarettiano, infatti, ha, diciamo così, un rassicurante sapore di antico. Si comincia con l’intramontabile «costruiamo un nuovo modello di società» (e naturalmente anche «di sviluppo») e con l’esigenza di dar vita a «un’economia più giusta», per poi snocciolare l’abituale lunghissimo elenco di buone intenzioni. Riassumendo: stabilire «la mobilità sociale» e «l’equità», «ricostruire il tessuto produttivo», «adottare globalmente misure per la sostenibilità ambientale», «aiutare tutte le persone in condizione di povertà assoluta», «dare gratis i libri di testo agli studenti», conferire «una dote per i giovani attivabile al compimento dei 18 anni per finanziare un progetto formativo o imprenditoriale», «rendere flessibile l’età di pensionamento», «alleggerire il carico fiscale» e qualche altra cosa ancora che tralascio. Solo l’impegno a costruire in ogni centro abitato fontane che invece dell’acqua diano vino è rimandato alla prossima volta.
Ma dove trovare, ci si chiede, le risorse per un simile gigantesco programma? Niente paura: «le risorse ci sono», assicura Zingaretti, «abbiamo miliardi di euro già programmati per le infrastrutture dai precedenti governi di centrosinistra»; basta «fare un grande sforzo di semplificazione e accelerazione delle procedure». Ed è tutto.
Ho parlato a lungo del «manifesto» di Zingaretti perché è esso che dà l’esatta misura della gravità della crisi politica in cui si trova il nostro Paese. La rappresentazione più evidente di tale crisi è per l’appunto la disputa citata all’inizio che da settimane ci sta opponendo all’ Ue. Ma il cuore vero della nostra crisi sta solo per una metà negli obiettivi irrealistici, nei propositi scervellati e nel fare da gradassi del governo e dei suoi partiti. Per l’altra metà sta nell’ irrealtà programmatica, nell’inconsapevolezza assoluta dei tempi, delle esigenze e dei modi loro propri, che regnano nel campo dell’opposizione.
Comune a entrambi è l’abitudine degli attori della politica nostrana di essere tanto divisivi nelle parole quanto poco divisivi nei fatti. Cioè nel volersi distinguere ferocemente dagli avversari, trattandoli regolarmente da farabutti o da mentecatti, ma poi una volta che si ottiene il potere o ci si vuole andare cercare di non scontentare mai nessuno. E quindi, ad esempio, se si è al governo come oggi sono i 5Stelle e la Lega, guardarsi bene dal prendere la minima iniziativa capace di incidere sulle grandi questioni dove si rischia di dar fastidio a molti che contano — ad esempio l’evasione fiscale, l’assetto della giustizia, le regole della Pubblica Amministrazione — preferendo invece distribuire soldi a più gente possibile; se invece si è all’opposizione, come Zingaretti, promettere a tutti il Paese di Bengodi.

La Stampa 28.10.18
Il calvario delle famiglie dei malati di mente tra la nostra indifferena e quella dello Stati
di Maria Corbi


Cara Maria, sono una mamma. Mi piacerebbe essere «solo» una mamma, di quelle che parlano del futuro dei loro figli, sognando per loro grandi traguardi. Io quando mi addormento ho solo un incubo: cosa ne sarà di lui, Piero, quando io non ci sarò più? Lo ho avuto che ero molto giovane. Insieme con mio marito, due ragazzi, dalla Calabria ci siamo trasferiti in Veneto, a Treviso per dare un futuro a quel piccolo esserino che ancora era nella mia pancia. Quanto siamo stati orgogliosi di lui. E allora sì che facevo sogni, anche a occhi aperti. Poi il destino ci ha fatto pagare con gli interessi tanta gioia. Nostro figlio ha iniziato a frequentare cattive compagnie, iniziando a drogarsi. Droga «leggera» come dicono, ma quell’aggettivo non è corretto. La droga non è mai leggera. Mi dicevo: ragazzate, riuscirà a smettere e a riprendersi la sua vita. Ma non è stato così. Il padre non ha retto e se ne è andato (adesso ha una nuova famiglia e noi siamo solo un ricordo sgradevole). La droga ha agito sul cervello di Piero, e a un certo punto non è stata più la dipendenza il problema. La diagnosi è feroce: schizofrenia. O comunque qualcosa che gli si avvicina. Mi hanno detto che capita spesso a chi si droga. Come se quelle maledette sostanze aprissero la strada alla malattia mentale. Sono come un «detonatore». E io ci credo avendo vissuto questo calvario. Dovrebbe prendere delle medicine, ma non lo fa e io non posso costringerlo. E i medici non gli fanno il trattamento sanitario obbligatorio, non vogliono prendersi questa responsabilità. E così tutto il peso è su di me. Ma le mie spalle sono ormai deboli e stanno per cedere. E ti chiedo: che Stato è quello che abbandona le famiglie dei «malati di mente»? Come si può pensare che una persona non in sé decida di curarsi? Tutti santificano Basaglia per aver chiuso i manicomi.E certamente i lager andavano chiusi, ma occorreva anche trovare un’alternativa. La soluzione non può essere quella di abbandonare malati e famiglie.
Ada Maria

Cara Ada Maria,
la tua non è la sola lettera che mi è arrivata su questo tema così drammatico e purtroppo ancora così irrisolto. Franco Basaglia diceva che lui era più interessato al malato che alla malattia. Ed è giusto. Ma chi è interessato alle famiglie dei malati? In un mondo perfetto, e con una perfetta applicazione della legge Basaglia, il problema che tu sollevi non ci sarebbe. Perché al fianco delle famiglie dovrebbero esserci efficienti Servizi di igiene mentale pubblici. E un sistema che intervenga con immediatezza sulle criticità. Il problema è che se non si ha la fortuna di essere residenti in una regione virtuosa si è completamente soli nell’affrontare il dramma di un familiare affetto da malattia o disturbo mentale. Anche perché i malati non vogliono essere curati.
La legge Basaglia è stata una legge sacrosanta, «umana», che ha detto basta ai manicomi/lager rendendo anche i «matti» dei cittadini la cui dignità non può essere violata. Il problema è che spesso i malati non vogliono essere curati e non riconoscono il loro disagio. E qui sta il problema. E anche il vizio della legge.
La legge si ispira al principio di volontarietà delle cure. Il trattamento sanitario obbligatorio deve essere solo estrema ratio, quando ci sono in condizioni di pericolo per sé e per gli altri. E la difficoltà dei familiari nel gestire la situazione del malato di mente non è considerata condizione sufficiente per disporre un ricovero coatto. E visto che i malati non riconoscono di esserlo, spesso rifiutano non solo le cure ma anche farmaci che potrebbero farli stare meglio. Una situazione paradossale. Per le famiglie è un calvario e un peso insopportabile. Come è angoscioso vivere con la paura di quello che capiterà «dopo», quando non ci sarai più tu a sostenere tuo figlio. Dove andrà? Chi se ne prenderà cura? Anche perché spesso in questi casi il malato non vuole essere preso in carico da nessuno.
Quindi a distanza di 40 anni la Legge Basaglia più che fallita, come sostieni tu, direi che non ha avuto ancora piena applicazione. I servizi che dovevano sostituire le cure in ricovero non sono fruibili da tutti e comunque il «peso» rimane sempre sulle spalle delle famiglie. Quando poi un «matto» è solo, senza famiglia, allora la situazione è ancora più drammatica. Molti di loro vagano come zombie per le nostre città, dormendo sui marciapiedi, nelle stazioni, nei parchi, con addosso i loro pochi beni racchiusi in sacchetti di plastica. Tra l’indifferenza di tutti noi. Ma soprattutto dello Stato. Ed è un gran brutto segnale del livello di civiltà di un Paese.

Corriere 28.10.18
«Le scuse mancate a chi soffre di autismo»
risponde Aldo Cazzullo


Caro Aldo, vorrei che lei si facesse portavoce della l’indignazione, della tristezza e dell’umiliazione delle persone autistiche, di quelle affette da sindrome di Asperger, dei loro familiari, amici e delle migliaia di volontari che vivono accanto a loro per le parole di Beppe Grillo. Indignati, tristi e umiliati due volte: la prima quando Grillo domenica scorsa ha utilizzato i riferimenti a queste malattie per parlare in maniera alquanto rozza di politica eccitando, tra una battuta e l’altra, gli animi dei suoi sostenitori che hanno anche riso e applaudito. La seconda, dopo aver letto la sua replica in cui non appare mai la parola «scuse», ma una giustificazione, appellandosi alla metafora e al politically correct, e arrivando persino a ribaltare il punto di vista quando chiede di non lasciarsi strumentalizzare da chi gli ha semplicemente sottolineato la volgare «caduta di stile» che ha mortificato decine di migliaia di persone, anzi di cittadini, tra cui magari anche molti dei suoi, inconsapevoli, elettori. Precisazione, che come spesso accade è già caduta nel dimenticatoio, ma non delle persone che ha offeso. Sarebbero bastate due parole: chiedo scusa. Parole che qualificano la persona che le pronuncia o non le pronuncia, soprattutto se si tratta di personaggi pubblici con la responsabilità di comunicare con milioni di persone.
Giampaolo

Corriere Salute 28.10.18
La solitudine è una vera malattia
di Marco Trabucchi

*Associazione Italiana di Psicogeriatria

La solitudine è nemica delle donne e degli uomini di ogni età. L’esperienza clinica e gli studi riportati dalla letteratura scientifica in tutto il mondo dimostrano che chi è solo rischia di ammalarsi di più e di avere una vita più breve. Non è quindi solo una vicenda dolorosa del singolo, ma diventa un problema di salute a livello delle comunità. È quindi necessario che queste si sentano coinvolte nel compito di ridurre la pervasività della solitudine. Non è facile ipotizzare il cambiamento nell’ambito della cultura attualmente dominante, contro la quale sembra inutile ogni richiesta di cambiamento. Su quali basi si può fondare una ricostruzione culturale adeguata? Rischia di essere accusata di rappresentare una visione retrograda della società, perché non riconosce il diritto di fare sempre e in ogni modo quello che si ritiene più conveniente per un guadagno immediato. Ma come potrà rappresentare un domani sicuro e sereno una collettività dominata dal narcisismo, dall’irresponsabilità sociale, dal desiderio di accumulare vantaggi e di rifiutare responsabilità? La solitudine, che è sempre dietro l’angolo, potrebbe essere la nemica che rompe questi giochi, che costringe a capire che volendo bene solo a se stessi si finisce per morire.
Ma ancora oggi, nonostante di solitudine si discuta sempre più spesso, non sembra stia cambiando lo stile dell’autoreferenzialità senza modulazioni nella ricerca di una felicità che non accetta critiche né indicazioni e di un libertà senza un progetto comune. Combattere la nemica: il titolo impone un ruolo per i singoli e le comunità. «Io sono perché noi siamo» è il grande slogan dell’attivista brasiliana per i diritti civili Mariel Franco in tanti anni di impegno drammatico per la sua gente. Noi apparentemente viviamo in tempi meno difficili, anche se gli eventi ogni giorno ci presentano aspetti dolorosi sulla solitudine di tanti cittadini; ma, se comprendiamo il legame tra il «sono» e il «siamo» nel suo significato più vitale, sentiremo il dovere di difendere noi stessi e la collettività dalle crisi provocate dalla solitudine. Non solo a parole, ma con un impegno che si esplica nelle singole azioni di ogni giorno. La solitudine è «nemica», «patogena», in grado di rovinare il futuro; per questo la sua sconfitta deve essere considerata come un obiettivo primario di ogni comunità, fondandosi sia sulle competenze in ambito clinico-assistenziale, sia sull’attenzione dei cittadini per i loro vicini.

La Stampa 28.10.18
Sánchez, l’anti-Salvini
“La mia Europa non sfrutta la paura”
di Francesco Olivo


«In primavera si deciderà il futuro dell’Europa». Nella sala il boato è ancora in corso, Pedro Sánchez, star insospettabile fino a pochi mesi fa, ringrazia, forse persino stupito e scappa verso l’auto che lo porta in aeroporto. La visita lampo a Milano sta per finire, una giornata con una parte istituzionale, incontro con il sindaco Giuseppe Sala e l’Alto commissario Federica Mogherini, e una politica, con l’intervento al «Forum per l’Italia» del Pd. Gli applausi di una platea in cerca di punti di riferimento, Sánchez è uno dei rarissimi capi di governo socialista, lo confortano e responsabilizzano: «Il mio ruolo ora è quello di iniettare ottimismo - spiega prima di tornare a Madrid - il progetto europeo non è affatto finito».
Allusioni senza citazioni
L’ordine di scuderia è chiaro: evitare lo scontro diretto con il governo italiano. Salvini non viene mai citato, «vogliamo dare un messaggio di ottimismo» sottolinea, «dobbiamo rispettare i suoi elettori», spiegano fonti della Moncloa. «L’Europa ha bisogno dell’Italia», insiste Sánchez con tono di chi include. Ma non serve molta fantasia per capire quale sia la «forza reazionaria che genera sofferenza alla società», o «gli estremisti che sanno solo calunniare e insultare, senza avere alcun progetto per il Paese». La Spagna al contrario è l’esempio di chi «non sfrutta la paura e l’odio per mettere frontiere». La polarizzazione, con un occhio alla campagna delle Europee di primavera, è già nelle cose, con due modelli alternativi: da una parte la Lega, dall’altra i socialisti spagnoli. Tra Roma e Madrid c’è un rapporto puramente istituzionale che tende alla freddezza, tanto che ieri il premier spagnolo non ha incontrato alcun esponente dell’esecutivo, a differenza di quanto avvenuto, per dirne una, con la visita (ugualmente non ufficiale) di Viktor Orban un mese fa, ricevuto con grande enfasi da Matteo Salvini in prefettura.
La relazione dell’Italia con il governo socialista, d’altronde, è partita male: Sánchez appena arrivato alla Moncloa, decise di accogliere l’Aquarius, la nave di migranti rifiutata dall’Italia. E ieri ha rivendicato quella mossa che irritò Roma: «La vita di un essere umano che rischia di annegare nel Mediterraneo riguarda tutti. Per questo la Spagna accolse l’Aquarius. Ci sentiamo solidali con i rifugiati e con un popolo nostro fratello come l’Italia e chiediamo ai governi europei la stessa solidarietà». La voglia di esibire una distanza siderale dall’Italia di Lega e M5S era già emersa qualche ora prima, nell’incontro a Palazzo Marino con il sindaco di Milano Giuseppe Sala: «Ha fatto diventare la sua città un punto di riferimento di integrazione e apertura» sottolinea Sánchez.
La platea del Pd, in cerca di punti di riferimento, si infiamma. Federica Mogherini lo ringrazia pubblicamente: «Pedro, stai mostrando il volto migliore dell’Europa». Il segretario Martina lo celebra: «Sei una speranza per l’Europa». Lui risponde: «So cosa sono le difficoltà: pochi mesi fa si diceva che non ci sarebbe mai più stato un governo progressista in Spagna, e invece eccoci qui».
Niente fronte con Macron
La smania di Sánchez di mettersi alla testa degli avversari del populismo, non implica però un’adesione al progetto «frontista». La sacra alleanza contro la destra xenofoba non è nella testa del premier spagnolo, che nonostante l’età (46 anni) è un socialdemocratico classico e molto difficilmente farà parte di un’alleanza con Macron (più legato quest’ultimo a Ciudadanos, il partito di centrodestra all’opposizione in Spagna). Pedro ritorna a casa, felice dell’accoglienza: «Questa è l’Italia che non si rassegna alla paura».

Il Sole28.10.18
A rischio la riforma dell’eurozona
Il futuro della Merkel appeso al risultato del voto in Assia
L’ascesa dei Verdi potrà minare la sopravvivenza della Grande Coalizione
di I.B.


Francoforte A poche ore dalla chiusura delle urne in Assia, il ricco Land termometro della politica in Germania e all’avanguardia per il suo governo nero (Cdu) e verde (Die Grünen), la cancelliera Angela Merkel ha promesso una nuova norma: in una città come Francoforte si potrà evitare di introdurre il divieto alle auto diesel quando lo sforamento della soglia dell’inquinamento sarà minimo. I commentatori politici hanno ironizzato su questa mossa elettorale dell’ultim’ora, visto che ci vuole ben altro per raddrizzare i pronostici che danno la Cdu in crollo al 28-26% dal 38,3% dell’ultima votazione statale-regionale del 2013. Altri però hanno fatto notare che il blocco alla circolazione delle auto è il problema più grande dei cittadini dell’Assia, un Land con alto tasso di occupazione, Pil in crescita, immigrazione contenuta e alto Pil pro-capite. Anche l’Spd, che si prepara in Assia a una batosta come quella in Baviera con un calo dal 30,7% al 20-21%, non sa bene cosa proporre a un elettore colto e benestante il cui orientamento a sinistra si sta identificando sempre più con i Verdi: come in Baviera, potrebbero essere i veri vincitori di questa tornata elettorale con un risultato che se sarà confermato al 20-21% raddoppierà l’11,1% del 2013. E con Afd che potrebbe triplicare i suoi consensi, dal 4 al 12%, la Grande Scossa politica è dietro l’angolo per una Germania che non ama le scosse, gli strappi.
Assia e Baviera sono due Stati talmente importanti in Germania da poter dare una spallata all’establishment politico tedesco già entro l’anno, confermando il declino di Angela Merkel. Sebbene non ci sia all’orizzonte alcun leader di elevato standing merkeliano, dato da quel mix di pragmatismo ed europeismo dai toni moderati, quel fare conciliante e rassicurante che tanto piace ai tedeschi, la Germania inizia ad abituarsi all’idea che ci dovrà pur essere, prima o poi, un dopo-Merkel.
La prima crisi di governo potrebbe arrivare dall’Spd, partito devastato e in gran subbuglio. Se i socialdemocratici dovessero decidere di uscire dalla GroKo ora, ritenendo la coalizione con Cdu-Csu la fonte di tutti i mali, le elezioni anticipate sarebbero un’opzione ma anche un rischio da scongiurare: per Csu-Cdu e Spd un disastro. La Merkel potrebbe anche andare avanti con un governo di minoranza. E la Csu potrebbe metterci del suo con la rimozione di Horst Seehofer subito dopo il voto in Assia, facendo venir meno il ministro degli Interni.
Iniziano intanto a girare i nomi di potenziali successori alla guida della Cdu: per la prima volta Merkel potrebbe rimanere cancelliera senza detenere al tempo stesso la leadership del partito. L’attuale segretario della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, è considerata una capace politica ma potrebbe rivelarsi nulla più che la brutta copia della Merkel. E per rilanciare le sorti del partito forse ci vuole altro. È risaltato fuori, come avviene di fronte alle crisi, Wolfgang Schäuble, ex-ministro delle Finanze di ferro ora presidente del Bundestag: ma potrebbe essere un traghettatore. Il giovane leader della corrente di destra Cdu, Jens Spahn, sarebbe invece appannato: non tanto per quel che fa come ministro della Sanità, ma per l’assidua e controversa frequentazione con il nuovo ambasciatore americano in Germania Richard Grenell, fedelissimo di Trump.
In tutto questo, a rimetterci potrebbe essere proprio l’Agenda Europa e l’ambizioso pacchetto di riforme europee che dovrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno, su spinta e proposta di un Emmanuel Macron che nel frattempo si è molto indebolit o. Come ha sottolineato il presidente della Bce Mario Draghi nella conferenza stampa di questa settimana, l’Eurozona è ancora fragile e riforme come l’Unione bancaria vanno portate a termine. Ma l’elettorato tedesco, che resta fondamentalmente europeista, si schiera più facilmente con posizioni pro-euro come quelle della Bundesbank, senza risk sharing, o della Merkel e dei Verdi (nessuna concessione a un’Italia che pretende di avere il diritto di non rispettare le regole). Senza contare che oltre all’estremismo di destra dell’Afd, in crescita sarebbe anche una minoranza per ora poco rumorosa a favore di Dexit, l’uscita della Germania dall’euro.

Corriere 28.10.18
Giordania, la frontiera
Un regno in posizione strategica amministrato da un sovrano illuminato, scopritelo con noi
di Antonio Ferrari


Ho fatto l’inviato per quasi 45 anni e ho sempre pensato che il vantaggio di un inviato (la qualifica, fino a pochi anni fa, comprendeva anche l’aggettivo «speciale») sia, nella professione giornalistica, davvero notevole. Probabilmente superiore a quello del corrispondente stabile in un singolo Paese. Infatti l’inviato, come dice la parola, viaggia molto, conosce diverse realtà, generalmente non mette radici, quindi non è necessario che sia inseparabilmente legato a un luogo. Avendo visitato, se la memoria non mi inganna, almeno cinquanta Paesi, cerco spesso con la mente o con i sogni di rivisitare le tappe di una vita. Nella mia classifica ideale dei Paesi frequentati la Giordania è sempre stabilmente tra i primi tre, perché è a misura d’uomo, è limpida, gronda storia allo stato puro, è affascinante; conosce — assieme — povertà e generosità; perché è capace di ricevere con quella che i greci chiamano «filoxenia», cioè senza distinguere fra straniero e ospite.
Avendo frequentato, tra gli altri, tutti i Paesi del Medio Oriente, ho trovato nel regno un’accoglienza sempre straordinaria. Una delle mie prima interviste, in quell’area, è stata con il grande Re Hussein. Ricordo che quando mi trovai davanti al sovrano ero abbastanza emozionato. Primo perché ero conscio della statura politica e morale di quell’uomo, e poi perché aveva un sorriso aperto e avvolgente. Quando gli ricordai che anch’io ero, come lui, nato a novembre, quindi sotto il segno dello scorpione, mi strinse la mano e mi disse: «Bene, così parleremo un po’ dei nostri pregi, e ovviamente dei difetti». Il dramma si manifestò quando mi resi conto che il registratore non si muoveva. Cominciai a sudare. Regalmente, Hussein sorrise e mi disse: «Ho capito. Io e lei, in tecnologia, siamo carenti». E mi fece portare un altro registratore.
Conoscevo la storia della sua vita e della sua saggezza, pienamente ereditata dall’attuale Re Abdullah II, il figlio suo successore, sposato a quell’angelo che è la meravigliosa regina Rania, madre dei suoi quattro figli. Abdullah, che mi onora della sua amicizia, era emozionato alla sua prima conferenza stampa da sovrano. Allora estrassi dalla borsa la maglia numero 10 di Roberto Mancini, a quei tempi perla della mia Sampdoria, e dissi al re:«Maestà, questa è la maglia di un grande campione che ha preso per mano una piccola squadra e l’ha portata a vincere il campionato». Metafora azzeccata per il giovane sovrano, che accettò il dono con compiacimento e simpatia, e per la sua Giordania. Questa straordinaria famiglia hascemita, guidata dal diretto discendente del profeta Maometto, è al vertice di un Paese che non si può non amare. Un piccolo Paese, senza risorse energetiche, stretto tra cinque frontiere che possiamo definire assai problematiche: Siria, Iraq, Arabia Saudita, Israele e Territori palestinesi. Non solo. È la stessa maggioranza della popolazione del regno di origine palestinese, ed è quindi comprensibile che ogni sussulto al di là del fiume Giordano abbia immediate conseguenze proprio nel regno. Una moltitudine di giordani ha legami famigliari dall’altra parte del piccolo ma storico corso d’acqua. Ed è logico, giusto e sacrosanto che la custodia dei luoghi Santi di Gerusalemme sia sotto il controllo del re di Amman.
Sarà davvero stimolante accompagnare i lettori del Corriere, per Capodanno, in Giordania. Non soltanto per godere dell’eccitante atmosfera festiva, ma per condividere con chi verrà le meraviglie di quel Paese di frontiera. Dalla storica Jerash agli angoli più affascinanti di Amman, visitando i castelli che trasudano le emozioni del passato. Poi il Monte Nebo, l’altura dalla quale Mosè ebbe la visione della Terra Promessa. Dalla terrazza si possono vedere, meteo permettendo, Gerusalemme e gran parte della valle del Giordano. Ancora più a sud, Petra e Little Petra, con gli edifici scavati nella roccia dai Nabatei. Infine il Wadi Rum e la tappa sul Mar Morto, a 400 metri sotto il livello del mare.
Una visita in Giordania davvero completa, lo dico per esperienza personale, meriterebbe ancor più tempo, magari per vedere il castello di Aqaba «dal quale i cannoni già puntano verso il mare» come scrisse Lawrence d’Arabia. Ma già il programma del viaggio è ricchissimo e quasi esaustivo. E forse ricco di sorprese.

Corriere La Lettura 28.10.18
Testimonianze Un patrimonio che include anche ballate preesistenti. Così l’italiano univa le truppe
Vittoria mutilata. Il mito dannunziano sotto processo
Contro la guerra e i comandanti
di Marco Cuzzi e Giordano Bruno Guerri
di Antonio Carioti


Nell’autunno del 1918 la Grande guerra volge a favore dell’Intesa. In Francia i tedeschi perdono terreno e i loro alleati austro-ungarici, schierati sul Piave, sono ormai allo stremo. Ma il 24 ottobre, proprio mentre scatta l’offensiva italiana che porterà al successo decisivo di Vittorio Veneto e alla fine del conflitto il 4 novembre, Gabriele d’Annunzio lancia l’allarme con un intervento in versi sul «Corriere». Il titolo è Vittoria nostra, non sarai mutilata: l’autore teme che i sacrifici della patria non saranno compensati al tavolo della pace e inventa uno slogan formidabile, che diventerà l’insegna delle recriminazioni nazionaliste e verrà adottato dal fascismo. Per discutere la vicenda abbiamo messo a confronto due storici: Marco Cuzzi, autore di un saggio sul mito della «vittoria mutilata», e Giordano Bruno Guerri, biografo di d’Annunzio e presidente del Vittoriale degli italiani.
MARCO CUZZI — Quello slogan non è una «voce dal sen fuggita». D’Annunzio usa l’espressione «vittoria mutilata» a ragion veduta, come un’arma politica. E, dopo Vittorio Veneto, gli stessi negoziatori italiani alla conferenza di pace di Parigi, il capo del governo Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, sposeranno la sua impostazione, reclamando per l’Italia non solo le terre promesse dall’Intesa con il patto di Londra del 1915, ma anche la città di Fiume, la cui annessione non era prevista nel trattato. Ma il poeta e i politici si sono svegliati tardi: tra il 1915 e il 1918 lo scenario è cambiato. La Russia è uscita dal conflitto con la rivoluzione d’Ottobre e c’è la necessità di contenere l’influenza bolscevica. Sono entrati in guerra gli Stati Uniti, il cui presidente Woodrow Wilson non ha firmato il patto di Londra e chiede di rispettare il principio di autodeterminazione dei popoli. Si è costituito un comitato jugoslavo, che avanza rivendicazioni territoriali sull’Adriatico. Occorreva muoversi in modo accorto a livello diplomatico: gridare alla «vittoria mutilata», proprio mentre si stava per coglierla, significava delegittimare i governanti italiani e restringere i loro spazi di trattativa.
GIORDANO BRUNO GUERRI — D’Annunzio fa una scelta politica precisa: vuole che l’Italia ottenga il massimo possibile. Del resto raccoglie un sentimento diffusissimo nel Paese, sintetizzandolo in una frase evocativa di grande presa. Se la gestione delle trattative a Parigi non fu felice, la responsabilità va attribuita a una classe politica di cui il poeta aveva compreso l’inadeguatezza.
Ma aveva senso insistere per ottenere la Dalmazia, abitata in netta maggioranza da popolazioni slave?
MARCO CUZZI — Gli stessi vertici militari, a cominciare dal comandante supremo Luigi Cadorna, avevano ripetuto più volte che sotto il profilo strategico annettere la Dalmazia non serviva, anzi era pericoloso. Le Alpi Dinariche erano popolate da slavi e i porti sull’Adriatico si sarebbero trovati in una posizione vulnerabile. Invece d’Annunzio non si mostra consapevole del problema etnico: è vero che, quando occuperà Fiume con i suoi legionari tra il 1919 e il 1920, concederà nelle scuole l’insegnamento delle lingue diverse dall’italiano (poi vietate invece dal fascismo), ma sottovaluta le difficoltà che comporta acquisire sotto la sovranità del nostro Paese mezzo milione di slavi, tra croati e sloveni.
GIORDANO BRUNO GUERRI — Senza dubbio d’Annunzio non considerava la questione da un punto di vista strategico e militare, ma emotivo e storico. Voleva un Adriatico interamente italiano come ai tempi della Repubblica di Venezia e non si curava d’altro. Ma non era contrario all’integrazione culturale, che a Fiume cercò di realizzare, come osservava Cuzzi, con la Carta del Carnaro. Era favorevole a un’italianizzazione della Dalmazia, ma certo non nelle forme violente attuate dopo il 1945 dagli jugoslavi di Tito contro i nostri connazionali in Istria. Del resto era convinto che serbi, croati e sloveni non sarebbero riusciti a unirsi, quindi giudicava secondario il problema nazionale jugoslavo.
MARCO CUZZI — Il dato fondamentale è però che la denuncia della «vittoria mutilata», da parte di d’Annunzio, si fondava su due presupposti deboli: che l’Italia avesse combattuto da sola contro l’Austria-Ungheria e che il suo sforzo fosse stato superiore rispetto a quello degli alleati britannici e francesi. Sono affermazioni smentite dai numeri. L’Italia ebbe circa 10 militari caduti ogni cento mobilitati contro 12 per la Gran Bretagna e 17 per la Francia. E gli aiuti dell’Intesa alle nostre forze armate furono consistenti: a parte le tre divisioni britanniche e le due francesi mandate sul Piave dopo Caporetto, importanti ma non decisive, pesò soprattutto il sostegno in mezzi e materiali giunto dagli Stati Uniti. Forse avevamo fatto da soli nella prima parte del conflitto (del resto solo nell’agosto 1916 avevamo dichiarato guerra anche alla Germania), ma nel 1918 la situazione era del tutto diversa. Certo, resta sempre difficile valutare quanti chilometri quadrati valevano i nostri 650 mila morti.
Ma allora la «vittoria mutilata» era una specie di fake news?
GIORDANO BRUNO GUERRI — Non parlerei di fake news. Direi piuttosto che era uno slogan enfatico per insistere sulla necessità che l’Italia annettesse quelle terre. Una parola d’ordine alla quale il poeta fece seguire fatti molto concreti quando prese Fiume nel settembre 1919. Quell’azione in un primo tempo rafforzò la posizione del governo italiano che rivendicava la città in sede di trattative internazionali, ma alla lunga lo indebolì, perché era chiaro che d’Annunzio andava per conto suo, era incontrollabile. Le accuse di viltà, con l’epiteto ingiurioso di «Cagoia» rivolto dal poeta al presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, successore di Orlando, evidenziavano l’impotenza delle autorità italiane al cospetto degli altri Paesi.
MARCO CUZZI — L’impresa di Fiume ha molti aspetti. D’Annunzio dichiarò: «Ardisco, non ordisco». Ma l’azione ebbe anche un aspetto di congiura. I legionari non erano solo giovani volontari romantici e un po’ sventati. Anzi in netta prevalenza erano militari ammutinati contro le scelte del loro stesso governo. Il poeta dimostrò la capacità di incanalare la rivolta con il suo carisma, ma di fatto comincia qui la lunga sequela dei settori deviati dello Stato che vanno fuori controllo: comportamenti che tanti danni hanno prodotto in Italia.
Quindi d’Annunzio si fece strumentalizzare da chi voleva colpire le istituzioni liberali? E l’ammutinamento di Fiume alimentò l’eversione violenta?
GIORDANO BRUNO GUERRI — Non vedo complotti oscuri: l’iniziativa partì dal basso, da ufficiali di rango inferiore che trovarono sostegno nelle autorità civili di Fiume. E non credo che quell’azione abbia attizzato il clima da guerra civile causato in Italia dai conflitti di classe e dallo scontro tra socialisti e fascisti. A Fiume non ci furono atti gravi di violenza fino al Natale 1920, quando le truppe regolari cacciarono i legionari dalla città con la forza. Come ha scritto Claudia Salaris, d’Annunzio mise in scena «la festa della rivoluzione». Però l’impresa fiumana dimostrò che l’esercito italiano non era completamente affidabile e che lo Stato liberale poteva essere sfidato. Una lezione involontaria di d’Annunzio, della quale avrebbe approfittato il ben più abile Benito Mussolini.
MARCO CUZZI — D’Annunzio non era un politico. E rimane spiazzato da Giovanni Giolitti, che era tornato a capo del governo e approfitta di alcune mosse sconsiderate del poeta. Quando l’«ufficio colpi di mano» istituito a Fiume prende d’assalto una nave con materiale bellico destinato ai russi antibolscevichi, le autorità di Roma agitano lo spauracchio sovversivo e convincono gli alleati occidentali e gli jugoslavi ad accettare le condizioni italiane in cambio dello sgombero di Fiume. Il risultato è il trattato di Rapallo del novembre 1920, piuttosto vantaggioso per l’Italia, che Mussolini accetta e d’Annunzio rifiuta.
GIORDANO BRUNO GUERRI — In questo passaggio contarono molto gli umori personali. Nel 1915 l’interventista d’Annunzio aveva definito «boia labbrone» Giolitti, contrario all’ingresso in guerra dell’Italia, esortando il popolo a impiccarlo. Però anche lo statista liberale sbagliò evitando di coinvolgere nei negoziati con la Jugoslavia il poeta, che a sua volta sbagliò più gravemente impuntandosi contro il trattato di Rapallo.
MARCO CUZZI — Intanto però d’Annunzio aveva prodotto la Carta del Carnaro, una costituzione per la città Stato di Fiume che andava oltre i confini tra destra e sinistra, ben più ricca e interessante dell’iniziale programma fascista di San Sepolcro, velleitario e destinato a un rapido abbandono. Invece la Carta dannunziana è un tentativo di unire patriottismo e socialismo umanitario, in sintonia con alcune posizioni massoniche dell’epoca.
Dunque è sbagliato presentare d’Annunzio come un precursore del fascismo?
GIORDANO BRUNO GUERRI — Certo, è un errore: lo spiego nel libro che sto preparando su Fiume. D’Annunzio era davvero, come disse, al di sopra della destra e della sinistra, mentre Mussolini cavalcò la sua impresa, si appropriò di riti e slogan inventati a Fiume, ma in sostanza tradì il poeta e lo emarginò mentre puntava alla conquista del potere.
MARCO CUZZI — Già nel settembre 1919 Mussolini censurò le accuse di pavidità che d’Annunzio gli rivolgeva in una lettera al suo giornale, «Il Popolo d’Italia». Ma certo il fascismo mutuò un certo lessico dannunziano contro la classe dirigente liberale, bollata già allora come «casta» dal poeta, che fu per certi versi un antesignano dell’antipolitica. Ovviamente bisogna tenere conto dell’atmosfera brutale creata dalla guerra, che portava a demonizzare i nemici e contagiava un po’ tutti, ma certo d’Annunzio esagerò con il nazionalismo. Parlava di «ciucoslavi», «porcilaia serba», «pidocchieria greca», «banche giudaiche». Non fu il battistrada del fascismo, ma ebbe delle responsabilità nell’introdurre forme d’ingiuria molto aspre nel dibattito politico.
GIORDANO BRUNO GUERRI — Attenzione, non incolpiamo il solo d’Annunzio per l’esasperazione generale prodotta da una guerra atroce. Non è che, firmato l’armistizio, dopo anni di stragi, gli ex combattenti diventino agnelli. Al contrario sono tutti lì con il sangue agli occhi, pronti a proseguire il conflitto sul piano interno. Ma a Fiume c’è dell’altro, oltre al nazionalismo. Per esempio l’invocazione dannunziana originaria era «eia, eia, viva l’amore, alalà», poi i fascisti la cambiarono togliendo il richiamo all’amore. Il poeta diede un’impronta multiculturale alla Carta del Carnaro, eliminò i gradi militari tra i legionari, faceva raccogliere fiori per infilarli nelle canne dei fucili. Più che del fascismo fu un anticipatore del Sessantotto. Non c’è niente di più dannunziano dell’immaginazione al potere.

Il Sole Domenica 28.10.18
Apollinaire tra versi e scherzi
Anniversari. Il 9 novembre 1918 si spegnevaa Parigi l’estroso poeta, amico di Picasso. Poco prima di morire urlò al medico: «Mi salvi! Ho ancora molte cose da dire!»
di Giuseppe Scaraffia

Era quasi buio quando, il 7 settembre 1911, due poliziotti bussarono alla porta di Guillaume Apollinaire, per fare una perquisizione. Non doveva essere una visita inattesa: il poeta se l’aspettava fin dal 21 agosto, quando qualcuno aveva rubato la Gioconda di Leonardo da Vinci dal museo del Louvre. Benché il quadro non avesse ancora la celebrità che avrebbe ottenuta grazie al furto, la facilità dell’impresa aveva scatenato la stampa contro le forze dell’ordine. Come se non bastasse, un giornalista aveva rivelato l’imbarazzante numero delle opere d’arte sottratte dal museo: 323.
Mentre la polizia setacciava invano tutti gli ambienti, dagli irregolari ai muratori italiani che avevano segnalato per primi la scomparsa, un belga, tale Géry Piéret, era andato al «Paris Journal» per mostrare una statuina iberica da lui sottratta al Louvre. Nessuno ancora lo sapeva, ma Piéret aveva fatto sporadicamente da segretario ad Apollinaire, nascondendo a casa sua altre due statuine prese dal museo prima di rivenderle al grande amico di Guillaume, Pablo Picasso, che se ne era ispirato per le orecchie delle Demoiselles d’Avignon.
Apollinaire era terrorizzato; era straniero e quindi nel rischio perenne di essere espulso dalla Francia alla minima scorrettezza proprio nel momento in cui si stava finalmente affermando. Nella bohème letteraria e artistica tutti conoscevano quel giovanottone spiritoso e apprezzavano le sue straordinarie poesie e la sua impareggiabile conversazione, in grado di spaziare tra Buffalo Bill e Petronio, Fantomas e Picabia. Mentre il magistrato lo interrogava, lui si chiedeva come l’avrebbe presa la sua fidanzata, la pittrice Marie Laurencin, molto cauta dietro l’apparente eccentricità. Marie abitava con la mamma che diffidava di quello strano personaggio che viveva di lavoretti e romanzi pornografici. Inoltre Guillaume non era un compagno facile. Amava l’estrosità e il viso irregolare di Marie, di cui era gelosissimo, ma era anche capriccioso e infedele.
Come se non bastasse, l’irascibile madre del poeta, la nobildonna polacca Angélique de Kostrowitzky, malgrado il suo passato movimentato, avrebbe voluto che il figlio facesse un buon matrimonio. Guillaume, o Wilhelm Apollinaris come figurava sui documenti, portava il cognome della genitrice, dato che il padre, il capitano Francesco Flugi d’Aspremont, non l’aveva mai riconosciuto. Chissà se in quella notte di luna piena, mentre i pesanti battenti del carcere si chiudevano alle sue spalle, era riandato agli ultimi giorni prima dell’arresto.
Mentre Piéret continuava a provocare con rivelazioni e bugie la polizia, ansiosa di dare in pasto ai giornali un colpevole per il furto della Gioconda, Apollinaire e Picasso, terrorizzati, avevano discusso sul da farsi. Dopo avere scartato l’ipotesi di espatriare – Parigi era indiscutibilmente l’unico posto in cui lavorare – avevano pensato di sbarazzarsi delle statuette buttandole nella Senna. All’ultimo però non ne avevano avuto la forza ed erano tornati indietro. Apollinaire aveva sperato di risolvere la situazione consegnandole al «Paris Journal», ma era riuscito solo a farsi sospettare di essere a capo di una gang specializzata in furti d’arte. Convocato davanti al giudice, Picasso, spaventatissimo, prima aveva negato di conoscere l’amico, poi quando Apollinaire, affranto, era scoppiato in singhiozzi, aveva iniziato a piangere a sua volta.
Sei giorni di prigione avevano reso Apollinaire irriconoscibile. Malgrado l’assoluzione, il suo sorriso abituale era scomparso. Quando gli chiesero se avrebbe trasformato la sua esperienza in un romanzo, rispose con una smorfia di disgusto: «Oh! No! Era troppo tremendo!».
Poco a poco sembrò tornare quello di un tempo, ma gli intimi sentivano che quella ferita non si sarebbe più rimarginata. Tuttavia, malgrado il disastro che Piéret gli aveva combinato, rimase in contatto con lui per molti anni. Tra il 1911 e il 1918, Apollinaire riempì giornali e riviste di un fiume di articoli. Pollop, come lo chiamavano gli intimi, si divertiva di tutto; per ispirarlo gli bastano una frase sentita al caffè, un oggetto, un incontro. Perennemente incline alla meraviglia, avvolgeva gli emblemi della modernità, dalle auto al cinema, in un’incantevole rete di malinconia. «Qui persino le automobili sembrano antiche». Inseparabile dalla pipa a forma di palla da rugby, recitava male le sue meravigliose poesie, come aveva capito il giorno in cui il progresso gli aveva offerto un’occasione inaspettata, sentirsi declamare Le pont Mirabeau: «L’amour s’en va comme cette eau courante / L’amour s’en va / Comme la vie est lente / Et comme l’Espérance est violente».
Stenografo diplomato, si vantava di scrivere alla stessa velocità con cui pensava. Mentre componeva canticchiava sempre lo stesso motivo. Sotto il suo sguardo le parole formavano le immagini dei calligrammi. Mentre componeva canticchiava sempre lo stesso motivo.
Quando era scoppiata la prima guerra mondiale, Apollinaire aveva deciso di arruolarsi per cancellare la macchia di quell’arresto. «La guerra durerà solo tre anni e la cosa migliore è fare il soldato». Affascinato dal rigore della vita di caserma, contemplava amorevolmente il suo cannone, che gli sembrava un’arma bella, forte e dolce come i suoi versi. Gustava i fuochi d’artificio delle bombe, intrecciandoli con due amori paralleli: la sfuggente Lou e la dolce Madeleine. Apollinaire si innamorava con la stessa sensuale golosità con cui divorava i piatti preferiti. Nelle lettere a Lou rievocava nostalgicamente la volta in cui «mi sono vendicato in modo così cocente sulle tue deliziose, amate natiche». Con Madeleine si abbandonava a fantasticherie voluttuose, pregustando gli incontri futuri. Gli scriveva anche la povera Marthe, un’ex-amante legata a Ungaretti: «Ho appena ricevuto una poesia da Ungaretti, che mi ama e che trovo sporco e privo del minimo talento».
Poi, lentamente, il tono dei messaggi si era appannato. «Vi faccio grazia di cos’è la guerra, il suo orrore, il mistero e la selvaggia bellezza sono incomprensibili». Si era nascosto sotto un pezzo di tenda: «Ero convinto che quella stoffa ondeggiante al vento offrisse una protezione alla quale nessuno aveva ancora pensato». Ma, alle 16 del 17 marzo 1916, una scheggia di granata squarciò l’elmetto di Apollinaire, colpendo alla tempia sinistra il corpulento ufficiale che stava leggendo placidamente l’ultimo numero di una rivista letteraria, il Mercure de France.
Dopo un’operazione al cranio, Apollinaire accolse allegramente gli amici in ospedale. Appena finito un secondo intervento, per scongiurare un inizio di paralisi, aveva cominciato a tamburellare con le dita sul tavolo operatorio. Presto era ricomparso nei caffè letterari con la fronte bendata, pavoneggiandosi nell’uniforme azzurro cielo con la croce di guerra. Appoggiandosi al bastone da passeggio con il pomo a testa di nero, eco del suo interesse per l’arte primitiva, raccontava, ridendo, come era rimasto ferito.
La vita, per Apollinaire, sembrava riprendere con gli amici, le mostre cubiste, i balletti russi. Pubblicava racconti, poesie, drammi. Poi, con una rapidità degna dei suoi versi, aveva finalmente incontrato e sposato la sua donna ideale, la rossa Jacqueline. Apollinaire era superstizioso; frequentava attivamente chiromanti e cartomanti e faceva attenzione a non passare sotto una scala. Una sera di cinque anni prima il poeta si era macchiato dell’unica violenza della sua vita. Quando un suo amico, il poeta Max Jacob, il pince-nez incastrato nelle orbite, gli aveva letto il futuro – «Vedo una vita breve e la gloria dopo la morte» – Apollinaire, estremamente superstizioso, l’aveva schiaffeggiato, ma poi se ne era pentito. Otto giorni prima di morire si era preoccupato molto quando, durante una cena, era stato versato del sale sulla tovaglia. La spagnola, che avrebbe mietuto più vittime della guerra appena finita, lo sorprese in piena rinascita. Poco prima di spegnersi, cento anni fa, il 9 novembre 1918, aveva gridato al medico: «Mi salvi, dottore, ho ancora tante cose da dire!».

Micaela Quintavalle
Corriere 28.10.18
Giletti torna sul caso Atac

Massimo Giletti torna sul caso Atac di Roma e poi si dedica a temi economici come lo scontro tra Italia e UE, e l’attacco di Di Maio a Draghi e BCE.
Non è l’arena La7, ore 20.35