martedì 5 giugno 2018

Corriere 5.6.18
l migrante del Mali
Soumaila Sacko era un eroe Proviamo a dirlo
di Pierluigi Battista


Soumaila Sacko era davvero un eroe. Lui, migrante dal Mali, assassinato da una fucilata che lo ha colpito in testa in Calabria. Senza ricevere l’omaggio funebre del nuovo governo. Era un eroe perché era un sindacalista dei nuovi schiavi, era l’unico che si occupava di loro in quella terra disgraziata.
S oumaila Sacko era un eroe. Assassinato da una fucilata che lo ha colpito in testa da un delinquente razzista, Soumaila Sacko, migrante dal Mali, non ha ricevuto l’omaggio funebre del nuovo governo incapace di dire alcunché su un giovane ammazzato in Calabria in un orrendo tiro al bersaglio. Ma Soumaila Sacko era davvero un eroe che sferza la nostra coscienza. La coscienza di tutti, anche di noi «buoni» e «civili», non solo dei razzisti, dei violenti, degli intolleranti. Era un eroe perché era un sindacalista dei nuovi schiavi, era l’unico che si occupava di loro in quella terra disgraziata.
L’unico. Noi no, e non solo quelli del nuovo governo in cui l’esodo dei poveri viene definito, senza pudore, come una «pacchia». Noi stentiamo a riconoscere i tratti del nuovo schiavismo. Soumaila Sacko, solitario ed eroico, lottava contro i nuovi schiavisti che fanno lavorare i miserabili scampati alla guerra e alla fame per due euro all’ora, quindici ore al giorno, nel caldo bollente e sotto le tempeste. Noi lo sappiamo, ma facciamo finta di niente. Stava frugando in un deposito di rottami per procurarsi il tetto dei tuguri di lamiera dove sono stipati migliaia di nuovi schiavi, con qualche bambino persino: noi lo sappiamo che esistono queste discariche di lamiera, ma facciamo finta di niente. Era malvisto dai «caporali» che ogni giorno prendono per fame questi nuovi schiavi per la raccolta di pomodori e agrumi. Un tempo la battaglia contro il «caporalato» era un fiore all’occhiello per chi lottava contro la mancanza di diritti e per la dignità del lavoro. Un tempo, si diceva, il movimento bracciantile, la parte più nobile della storia di una sinistra che non sempre è stata nobile, insegnava ai lavoratori a non «chinare il capo» davanti agli sfruttatori che si servivano dei mazzieri e dei «caporali». Oggi solo Soumaila Sacko portava quella bandiera ed è stato ucciso, come un eroe. Lasciato solo da chi non presta più attenzione agli ultimi della terra, i nuovi schiavi ammassati nei campi di lamiere a due l’euro l’ora. E nemmeno ai penultimi, il cui lavoro viene polverizzato dall’arrivo degli ultimi che prendono ancora meno, e che sono arrabbiati, e non si riconoscono più nei partiti tradizionali che li hanno abbandonati e sono tentati dal rancore xenofobo: i penultimi che si scagliano contro gli ultimi.
Noi sappiamo che la maggior parte dei nuovi schiavi lavora senza contratto. Sappiamo che mai si è visto da quelle parti un ispettore del lavoro per esaminare le irregolarità e colpire gli imprenditori italiani che approfittano del lavoro nerissimo. Noi sappiamo che per una manciata di euro i nuovi schiavi si piegano al lavoro stagionale della raccolta agricola, ma anche a massacrarsi di fatica (regolare?) nella distribuzione dei pacchi che noi siamo contenti di ricevere in casa con la fatica di un clic. Davvero non immaginiamo in che condizioni vivono e lavorano i lavapiatti pagati in nero? Chi pulisce i servizi igienici negli autogrill, nelle stazioni ferroviarie, nei grandi outlet? Di che colore è la pelle, nella maggior parte dei casi? E chi li assume, e che punizioni incombono per chi si avvale di quella manodopera sottopagata violando la legge? Non è che non sappiamo, è che facciamo finta di non sapere, avvolgendoci nel calore della retorica dolciastra dell’accoglienza, e delegando il lavoro duro di denuncia e di battaglia a Soumaila Sacko, eroe misconosciuto, assassinato come in una riedizione di Mississippi Burning . Isolato dai «cattivi», abbandonato anche da noi «buoni», dai liberali, dai tolleranti, dai moderni, che la sanno lunga ma sono incapaci di vedere che in Italia è rinato lo schiavismo.

Il Fatto 5.6.18
La rivolta dei braccianti: “Ammazzati come animali”
La marcia - Sciopero degli stagionali il giorno dopo l’assassinio di Soumayla Sacko: “Ucciso in un contesto politico. C’è chi ha detto ‘è finita la pacchia’”
di Lucio Musolino


Soumayla Sacko era un cittadino, un bracciante e un lavoratore impegnato nella lotta contro la schiavitù. Non era un ladro ma viveva in quella gabbia”.
Il sindacalista dell’Usb Abobakar Soumaoro la chiama così la baraccopoli di San Ferdinando. Viveva in quel ghetto il maliano di 30 anni ucciso due giorni fa mentre si trovava in un terreno abbandonato a San Calogero. Era lì per prendere alcune lamiere di alluminio che servivano a costruire la baracca per i suoi compagni, quando un uomo gli ha sparato un colpo di fucile alla testa ferendo lievemente altri due migranti. Nessuno di loro ieri si è recato nei campi per raccogliere le arance. Né in Calabria e né a Foggia. Non potevano in un giorno che, per tutti, è stato di sconforto e di rabbia. Hanno aderito allo sciopero indetto dall’Usb.
“Ci ammazzano come animali. Basta uccidere gli africani”. È uno dei tanti cartelli esposti durante il corteo che dalla tendopoli, nella zona industriale a ridosso del porto di Gioia Tauro, è arrivato fino al Comune di San Ferdinando. “Salvini razzista” urlano gli africani con in mano la foto del bracciante ucciso: “Sacko aveva un regolare permesso di soggiorno, una figlia di 5 anni e una compagna in Mali. Non era l’extracomunitario o il migrante ma una persona”. Dalla protesta a una rivolta, come quella del 2010, il passo poteva essere breve. Ma Soumaoro riesce a tenere calmi gli animi: “Tocchi uno e tocchi tutti”. Le parole del sindacalista dell’Usb inchiodano una politica che, negli anni, ha fatto finta di occuparsi dei migranti e del ghetto di San Ferdinando.
“Sacko – afferma Soumaoro – è stato assassinato in un contesto politico. Un ministro della Repubblica ha dichiarato in questi giorni che è finita la pacchia”. Chiaro il riferimento a Matteo Salvini che si prende le bacchettate pure di don Pino De Masi, il prete di Libera che, in merito all’omicidio del migrante, punta il dito su un “clima che certamente non è stato favorevole. Dobbiamo abbassare i toni altrimenti i frutti sono questi. Mi auguro che la campagna elettorale sia finita per tutti e che chi governa comprenda che lo faccia per il Paese”.
Prima di chiedere un incontro con il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, il sindacalista dell’Usb prende il megafono e rincara la dose contro Salvini: “Noi non siamo mai stati nella condizione di parassita a differenza del suo partito politico che, come dice la magistratura, prendeva i contributi e li mandava guarda caso in Africa. Vogliamo dire al ministro dell’Interno che la pacchia è finita per lui, non per noi. La legge Bossi-Fini, razzista e schiavista, non l’abbiamo portata dall’Africa ma l’hanno approvata loro in Parlamento. Questa terra è stata saccheggiata non dai migranti ma dai politici”.
Dal letargo si è svegliato anche il segretario del Pd Matteo Renzi che denuncia “l’orribile silenzio” attorno alla morte del trentenne maliano: “Era nero e molto probabilmente è stato ucciso per questo, per il colore della sua pelle – si legge in un tweet –. Sacko Soumayla viveva in una baraccopoli insieme a quei compagni che con lui sono stati feriti”. Sui social network, però, Renzi ha omesso che il suo è stato lo stesso governo incapace di trovare una soluzione dignitosa per quei braccianti africani. Ed è stato lo stesso governo che ha bloccato i fondi per i migranti che servivano al Comune di Riace, distruggendo quel “modello di accoglienza” costruito con fatica dal sindaco Mimmo Lucano oggi definito “zero” dal neo ministro Salvini che, così come il suo collega Di Maio e il premier Conte, fino all’ora in cui scriviamo non ha commentato la tragedia del migrante ammazzato.
Tornando alle indagini, non è escluso che i carabinieri riescano nelle prossime ore ad arrestare l’uomo che ha ucciso Sacko a fucilate.
Dagli ambienti della Procura di Vibo Valentia non trapela nulla. La sensazione, però, è che ci sia almeno un sospettato, forse già sottoposto allo stub, l’esame che consentirà agli investigatori di verificare eventuali tracce di polvere da sparo. Se così è, la “questione di giorni” a cui fanno riferimento gli inquirenti potrebbe essere legata all’esito dell’accertamento tecnico.

Il Sole 3.5.18
Mattarella: «Paese coeso e affidabile»
Conte alla parata: tenete duro, ora passiamo ai fatti - Salvini distensivo: sentirò ministri Ue, no a litigi
di Emilia Patta


Roma «I valori di libertà, giustizia, uguaglianza fra gli uomini e rispetto dei diritti sono il fondamento della nostra società e i pilastri su cui poggia la costruzione dell’Europa. Dalla condivisione di essi nasce il contributo che il nostro Paese offre alla convivenza pacifica tra i popoli ed allo sviluppo della comunità internazionale». Così il presidente della Repubblica nel messaggio per il 2 giugno al Capo di Stato Maggiore della Difesa Claudio Graziano. Sergio Mattarella parla con fiducia di un «Paese coeso e affidabile, capace di assumere responsabilità nella comunità internazionale». E il tono generale della giornata sembra in effetti voler archiviare, almeno per un giorno, le polemiche e le asprezze che hanno accompagnato la formazione del governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte.
«È la festa di noi tutti, tanti auguri a tutti», sono le parole del neo premier nel giorno delle celebrazioni per la Festa della Repubblica all’altare della Patria prima e al Quirinale dopo, dove Mattarella ha la grande soddisfazione di ascoltare 12.500 persone cantare l’Inno e gridare “viva la Costituzione” durante il suo passaggio nei giardini. «Tenete duro, ora passiamo ai fatti», risponde poi Conte alle persone che lo salutano e lo incoraggiano tra la folla. Ma è soprattutto Matteo Salvini, che ha appena giurato da vicepremier e da ministro degli Interni, a voler mandare un messaggio rassicurante, sia pure a modo suo: «Cosa dico a chi ha paura di questo governo? Siamo eleganti, sorridenti, democratici. Nelle prossime ore sentirò i ministri degli Interni di diversi paesi europei con cui collaborare e non litigare. Ci sta che chi era al governo e ora si farà un po’ di sana e robusta opposizione non sia contento...». Con Salvini nella tribuna d’onore durante la cerimonia in piazza Venezia c’è anche il leader pentastellato Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo, i presidenti delle Camere e molti nei ministri. È la prima “sfilata” istituzionale per il nuovo governo, che martedì si appresta ad ottenere la fiducia delle Camere. Dopodiché Conte partirà per il suo primo importante impegno internazionale, il G7 in Canada dell’8 e 9 giugno (ieri il neo premier ha avuto colloqui telefonici con Angela Merkel ed Emmanuel Macron).
Contro il governo, assieme al Pd e alla sinistra di Leu, si conferma Forza Italia. «Noi non possiamo che votare no alla fiducia a questo governo», ribadisce Silvio Berlusconi in un videomessaggio girato ieri in occasione della festa della Repubblica. Particolarmente dure le parole usate dal Cavaliere: «Oggi l’alternativa che abbiamo davanti è o noi o loro. Per questo gli italiani per bene e di buona volontà devono scendere in campo. Venite con noi per aiutarci a costruire il nostro comune futuro. Insieme prevarremo e con noi prevarrà l’Italia migliore». Tra le preoccupazioni di Berlusconi di queste ore, oltre al destino della coalizione di centrodestra al momento in ordine sparso (Fratelli d’Italia ha scelto un’astensione benevola nei confronti del nuovo governo), anche la partita in corso tra M5s e Lega per la delega alle Telecomunicazioni. Con Di Maio che sembra intenzionato a tenere per sé la delega, ipotesi sicuramente non gradita a Berlusconi, anche se inizialmente l’accordo prevedeva che le Tlc fossero gestite dalla Lega (si era fatto il nome di Armando Siri).

il manifesto 5.6.18
«Ora lo Stato siamo noi». A Roma la festa della repubblica grillina
Il disordine nuovo. Migliaia in piazza per festeggiare l’approdo al governo. Sul palco Grillo, Casaleggio, Di Maio e i ministri M5s. Ma non c’è Conte. Convocata la settimana scorsa contro Mattarella, la giornata ha cambiato segno dopo la pace col Colle
di Giuliano Santoro


ROMA «Da oggi lo Stato stiamo noi», dice Luigi Di Maio. E parte l’inno d’Italia: «Poropò-poropò-poropopopopoò». La marcia di Mameli risuona per la prima volta in una manifestazione del Movimento 5 Stelle. Adesso che l’obiettivo del governo è raggiunto, la piazza che serviva a scagliare l’accusa di alto tradimento del presidente della repubblica è diventata la festa della «Terza repubblica dei cittadini» celebrata dal fondatore Beppe Grillo. «Avevamo a casa le bandiere della nazionale, quelle che tiriamo fuori per campionati mondiali: potevamo portare quelle!», dice tra la folla una ragazza a suo padre mentre «Fratelli d’Italia» risuona dalla scenografia alle spalle del leader Luigi Di Maio e viene immediatamente ripetuto dalla piazza.
È QUESTO IL SENSO di una giornata di iperboli e di entusiasmo: il M5S rivendica di essere divenuto istituzione, potere, governo. Per Nicola Morra, che pure insegnava in un liceo storia e filosofia e dovrebbe conoscere il peso delle parole, il segreto sta nel fatto che «i partiti tutelano l’interesse di qualcuno, mentre noi siamo la totalità». Solo poche ore fa ha manifestato CasaPound, a sostegno del nuovo governo. Ma questa «totalità», nonostante le bandiere nazionali e alcune posture un po’ sovraniste, è composta da quel popolo proteiforme di cui ha parlato Marco Revelli. Facce diverse tra loro, sperdute ma arrabbiate, che negli anni gli esponenti grillini hanno imparato a blandire, accarezzare, riunificare con parole che surfano sopra le differenze e accarezzano mondi diversi.
«Siamo il più grande movimento post-ideologico d’Europa e stiamo riscrivendo la storia delle democrazie moderne», la spara grossa Fabio Massimo Castaldo, l’ex portaborse di Paola Taverna che nel giro di pochi anni è diventato vicepresidente del parlamento europeo. «Il popolo intero si è riappropriato della nazione», sostiene il siciliano Giancarlo Cancelleri.
«SUPEREREMO LA FORNERO, renderemo la vita più facile agli imprenditori, investiremo sui nuovi lavori» promette Di Maio nelle vesti di ministro del lavoro e dello sviluppo. Dice che finalmente potrà inventare «nuove soluzioni» e metterle in pratica in quanto ministro, ma non menziona il reddito di cittadinanza. «Sconfiggeremo i nostri avversari con il sorriso», dice ancora Morra. Ancora si parla di avversari, anche se nei capannelli che si formano qualcuno dice «ora basta insultare gli altri, è il momento dei fatti». Ma questa è l’era del battibecco social che colonizza il campo politico, e nel discorso grillino prevale l’astio per il nemico assoluto, che più di Berlusconi resta il Pd.
L’AVVERSARIO È SCONFITTO ma bisogna tenerlo in vita, perché in nome di questa rivalità si può tranquillamente soprassedere al governo con Matteo Salvini. Questa è l’argomentazione che quasi tutti tirano fuori quando gli si chiede un giudizio sui compagni di governo. La Lega non imbarazza nessuno perché la realpolitik all’improvviso sembra essersi impadronita di questo popolo di «sognatori» che affermano con orgoglio di essersi «fatti Stato». «Cosa ci fai tu qui se non hai un lavoro?», dice una donna con maglietta pentastellata a un uomo africano che fa il venditore ambulante di libri. «Ma signora, io lavoro, non vede?», dice lui senza scomporsi, e mostra la sua mercanzia.
«IL M5S NON VUOLE un Sud che sia con il cappello in mano per il reddito di cittadinanza, il M5S ha chiesto ben altro, ha chiesto equità, il Sud in questo periodo è stato saccheggiato. Faremo rialzare il Sud per rendere tutta l’Italia uguale, ma non ci saranno scontri con il Nord», dice l’altra neo-ministra Barbara Lezzi.
La sindaca Virginia Raggi si autopropone come modello di governo in piccolo: «Roma era stato solo il primo passo, non vi fidate di quando diranno che non riescono a risolvere problemi, ci vuole del tempo, noi stiamo cominciando adesso». Paola Taverna, core de Roma emozionatissima questa sera, recita impeccabile la sua parte: «Ho messo le scarpe basse, ho preso la mia macchina ho parcheggiato in fondo al Circo Massimo e sono venuta a piedi anche se sono vicepresidente del senato. Ero una donna del popolo e lo sono ancora, ero un’impiegata che ascoltava Beppe che raccontava tutto quello che avremmo vissuto». Non c’è Gianroberto, ma c’è il figlio Davide. «Chi usa Rousseau non vuole più rinunciarvi», dice Casaleggio Jr, sfidando la modestia dei numeri del suo portale, gli unici indicatori che non crescono di anno in anno come i voti e che non macinano traguardi come gli eletti. I trecento e passa parlamentari stanno alle spalle del palco, affacciati alla ringhiera che guarda la piazza.
IN BASSO, ACCLAMATISSIMO tra la gente, c’è Vittorio Di Battista, padre di Alessandro che saluta via Facebook dall’altra parte dell’Oceano. C’è la fila per fare selfie con Vittorio e postarli su Facebook. «Avrò fatto almeno 1500 foto», racconta il babbo del Dibba che si muove come un pesce nell’acqua e sfoggia la maglietta «Di Battista senior» per farsi identificare.

Repubblica 5.6.18
Intervista a Emma Bonino
“Euro e migranti da Cinquestelle e Lega un disegno eversivo”
di Giovanna Casadio


ROMA «Temo questo disegno eversivo…». Emma Bonino, leader storica dei Radicali, ex ministra degli Esteri ora senatrice e fondatrice del Movimento +Europa, giudica preoccupanti ma soprattutto «impraticabili» le uscite del neo ministro dell’Interno Matteo Salvini e pericoloso l’ attacco all’euro.
Bonino, due stragi nel Mediterraneo nelle ultime 48 ore. Il ministro Salvini ritiene che la soluzione sia una stretta sull’immigrazione, attacca paesi come la Tunisia che “esportano galeotti” e le ondate di migranti che stanno trasformando la Sicilia “in un campo profughi”.
Può darsi che questa ricetta funzioni, in definitiva?
« Non capisco: più stretta di così, con 50 morti! E 2000 salvati in questi giorni: una vera pacchia per questi infelici non c’è che dire. E quale sarebbe la strategia?
Rimandiamoli tutti indietro è una delle cose più impraticabili. Ma se l’immagina il più grande ponte aereo della storia per 500 mila persone. Oltre al fatto che dovremmo avere decine di trattati bilaterali e invece ne abbiamo solo 4 e ci vogliono anni per negoziarli.
Con la Tunisia ad esempio, sono previsti 30 rimpatri al mese con il diritto delle autorità tunisine a dire questo sì, questo no».
Salvini ha posto un aut aut all’Europa: o si cambia o l’Italia farà diversamente.
«Diversamente come? Affogandoli tutti? I respingimenti collettivi sono impossibili e illegali. Tanto è vero che quando il leghista Roberto Maroni era ministro dell’Interno fece una bella sanatoria in due round per 800 mila irregolari. A me sembra che Salvini sia ancora in campagna elettorale. Affronti la realtà dei fatti, dei rapporti con gli altri paesi e sarà un’altra musica».
Che però l’Italia sia stata lasciata sola sugli sbarchi lo dice anche Angela Merkel.
«Questo è sicuro, non lo deve scoprire la Merkel. La proposta della commissione Ue della distribuzione pro quota dei migranti è stata respinta da alcuni paesi europei, tra cui l’Ungheria di Orban, che plaude a Salvini. Il nuovo ministro dell’Interno italiano ha una impostazione inagibile e irrealistica della mobilità globale».
Cosa teme di più di questo neonato governo M5Stelle-Lega?
« Abbiamo vissuto in questi giorni e ho paura non sia finito, il più grave attacco nella storia della nostra Repubblica, alla democrazia rappresentativa, alla Costituzione, all’ordinamento liberale E questo è un disegno eversivo che contempla inoltre lo smantellamento delle norme che garantiscono alle componenti del Parlamento libertà di espressione assoluta e d è l’affermazione di un nuovo regime dei partiti. Le forze politiche maggioritarie alle ultime elezioni hanno ventilato, al di là delle convulsioni di vocabolario, un’uscita dell’Italia dalla Ue e dall’euro, le cui conseguenze sarebbero una perdita catastrofica del valore dei risparmi delle famiglie e del loro potere d’acquisto, insieme a un aumento drammatico della povertà e dell’insicurezza tra la maggioranza della popolazione».
Non crede di esagerare? Il premier Conte ha assicurato che l’Italia resterà nell’euro.
«Me ne rallegro e spero che non ci siano più tentennamenti o dichiarazioni opposte dentro o fuori del Parlamento. Per esempio, fino a qualche giorno fa l’idea di un referendum sull’euro andava di gran moda»
Però ci sono in questo governo personalità che potranno fare argine a derive anti europee, come il ministro degli Esteri, Moavero.
«È vero ma il loro margine di manovra sarà tutto da vedere. Ai vertici europei e internazionali va il premier Conte e non Moavero e alla riunione dei ministri dell’Interno su immigrazione va Salvini».
Il centrosinistra appare afono, a cominciare dal Pd e dalla coalizione di cui il suo movimento +Europa ha fatto parte. Vede un progetto politico di rilancio all’orizzonte?
«Da parte mia l’afonia è stata voluta. Io ho ritenuto non fosse utile inseguire e commentare proposte improbabili, peraltro smentite o rovesciate nel giro di qualche ora. Come quella sulla remissione di 250 miliardi di debito o il nefasto impeachment.
Di certo dobbiamo ricomporre la frattura sociale tra perdenti e vincenti della globalizzazione.
Dobbiamo raccogliere le sfide che l’innovazione e la rivoluzione industriale sollecitano, così come le storiche opportunità per un nuovo rinascimento culturale ed economico. Rigorosamente nel quadro europeo I partiti italiani fedeli ai principi costituzionali, all’Unione europea e all’Alleanza atlantica sono adeguati a raccogliere questa sfida? C’è da dubitarne. Perciò serve coinvolgere fasce più vaste della popolazione intorno a un grande e appassionante progetto di rinascimento del nostro paese».
Soumayla un bracciante originario del Mali è stato ucciso nella piana di Gioia Tauro.
Avanza il razzismo?
«È molto tempo che vediamo rigurgiti razzisti sempre più frequenti e, a mio avviso, sottovalutati. L’assalto alla legalità porta con sé la ricomparsa dei fantasmi del nazionalismo e del razzismo, accanto a un bullismo verbale di stampo squadrista contro una classe dirigente che, nonostante i suoi gravi errori, le sue inefficienze, le sue sacche di corruzione, ha assicurato lo sviluppo e il benessere del nostro paese nel corso di settant’anni di vita repubblicana».

La Stampa 5.6.18
E Salvini si schiera con Orban
“Insieme cambieremo l’Europa”
di Amedeo La Mattina


Matteo Salvini oggi non sarà presente al vertice europeo dei ministri dell’Interno che dovrà discutere della modifica del regolamento di Dublino. Il responsabile del Viminale sarà impegnato al Senato per il voto di fiducia a governo e ha incaricato l’ambasciatore italiano in Europa, Maurizio Massari e il prefetto Gerarda Pantalone, che guida il dipartimento Immigrazione, di esprimere la netta opposizione a una riforma che ci penalizzerebbe.
«Ci opponiamo con forza a una norma decisamente peggiorativa che farebbe arrivare più immigrati da mantenere per un tempo maggiore. L’Europa continua a non farsi carico della questione, i ricollocamenti tanto sbandierati non esistono», afferma il deputato della Lega Nicola Molteni, sottosegretario in pectore all’Interno. Molteni è l’autore del capitolo sull’immigrazione del contratto sottoscritto da Salvini e Luigi Di Maio. Obiettivo principale è la riduzione dei flussi e la cancellazione delle clausole che prevedono «l’approdo delle navi utilizzate per le operazioni nei nostri porti senza alcuna responsabilità condivisa dagli altri Stati europei». Ecco perchè «è necessario il superamento di Dublino». A Lussemburgo il governo italiano proporrà «il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri».
Una posizione quasi identica a quella che avrebbe espresso Marco Minniti se fosse rimasto al governo: «Procedura di ridistribuzione automatica dei richiedenti asilo nell’ambito dell’Unione europea». Salvini apprezza il lavoro fatto da Minniti. E lo dice pubblicamente che c’è un’ottima squadra al ministero dell’Interno: «Non smonteremo il lavoro del mio predecessore che ha lavorato bene. Se qualcuno ha fatto qualcosa di utile, anche se aveva una maglietta diversa, non riconoscerlo sarebbe sciocco».
L’Italia non intende sottoscrivere le clausole per la distribuzione previste dalla riforma del Trattato di Dublino: sono troppo aleatorie, lasciano troppe scappatoie a quei Paesi che chiudono le loro frontiere. Tra questi Paesi però ci sono quelli di Visegrad (a cominciare dall’Ungheria di Orban) ai quali la Lega guarda con interesse. Nonostante quei paesi sostengano una riforma opposta e non certo favorevole all’Italia. In ogni caso Salvini insiste nel costruire un asse con Budapest: «Oggi ho avuto una telefonata cordiale con il primo ministro ungherese Viktor Orban: lavoreremo per cambiare le regole di questa Unione europea».
Sarà difficile smontare la riforma di Dublino, ma oggi Salvini farà la prima mossa. Vuole, tra le altre cose, cancellare la regola che prevede la possibilità di ridistribuire solo i richiedenti asilo di cui si abbia la certezza che non rappresentano rischi per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Se questa norma venisse approvata, si prolungherebbe la durata delle verifiche fatte in Italia. C’è una ripida salita davanti al governo che si trova in queste ore ad affrontare l’incidente diplomatico causato dal leader leghista. La Tunisia ha convocato l’ambasciatore italiano a Tunisi per protestare contro le parole di Salvini che ha accusato il Paese nordafricano di esportare «galeotti». Salvini ha cercato di buttare acqua sul fuoco, dicendo di volere incontrare il suo collega tunisino. «Qualcuno in Tunisia si è offeso sbagliando, perché io ho detto solo che arrivano qui anche persone non perbene». Infine in un comizio a Fiumicino ha replicato a Balotelli: «Di politica ed immigrazione ha parlato anche Balotelli: ognuno ha il profeta che si merita...”.

Repubblica 5.6.8
Il reportage
Sul confine blindato
Il filo spinato ungherese muro del sovranismo reale


Qui i migranti vengono fermati e messi in container sorvegliati da telecamere e agenti mentre Orbán si trasforma nel capo dell’onda nera nell’Ue e la parola “ esule” è vietata
Bruxelles, per creare voglia di un forte difensore», mi spiega Péter Márki-Zay, giovane cristiano conservatore sindaco indipendente di Hódmezövásárhely. Assieme al collega socialista László Botka, primo cittadino della splendida Szeged a un passo dal confine blindato, lotta disperato per risuscitare l’opposizione.
«L’Europa sottovaluta il pericolo, Orbán è nei Popolari, ma tra corruzione, autoritarismo, patti d’acciaio con gli oligarchi, campagne d’odio, è anticristiano e per la corruzione meriterebbe la galera». Il premier, notano fonti occidentali, dopo la trionfale rielezione ha scelto escalation della linea dura con le ong e silenzio coi media stranieri, nemici con cui non serve vantare i successi economici o la supervittoria elettorale. Silenzio, e censura: l’Ungheria è l’unico paese dove la storia dell’uomo ragno sans papiers africano fatto cittadino francese da Emmanuel Macron per aver salvato un bambino è stata censurata.
Le pareti roventi dei container silenziano urla, celano drammi umani. «Fanno entrare una persona al giorno, hanno servizi igienici minimi, li fanno incontrare solo con noi loro legali e sempre sotto scorta di due poliziotti», mi dice Timea Kovács, coraggiosa avvocata che assiste i disperati. «All’inizio volevano persino imporre a quei migranti musulmani di sfamarsi mangiando maiale». Storie tremende: «Una donna che stava per partorire in condizioni critiche è stata portata in ospedale all’ultimo, e rilasciata già al quarto giorno», narra il pastore luterano Sandro Cserháty. Dall’altra parte del confine, in fattorie serbe abbandonate, vivono nutriti e soccorsi da ong e armata serba quelli che aspettano di passare.
«Ci ho provato una ventina di volte, mi hanno sempre respinto, alcuni di noi sono stati pestati, grazie ad Allah i medici militari serbi e volontari tedeschi li hanno curati. Ho speso migliaia di euro sognando un lavoro dignitoso, accetterò ciò che Allah serberà per me», mormora col sorriso triste un trentacinquenne pachistano mentre telecamere e commandos coi binocoli scrutano dalle torri della barriera magiara.

Repubblica 5.6.8
Frontiera Ungheria - Serbia
di Andrea Tarquini


I container blu a tetto bianco sono allineati come le baracche di Birkenau tra le due barriere parallele di filo spinato alte 4 metri con lame di rasoio che per 170 chilometri di confine con la Serbia blindano l’Ungheria dal terrore dei migranti. Container metallici per i dannati della terra, muori di caldo d’estate e geli d’inverno. Lame di rasoio taglientissime, se un bimbo prova a passare può perdere la vista o i connotati. Ovunque telecamere e sensori, pattuglie di commandos sugli Hummer o di auto della polizia. Ovunque arcigni militari e agenti in uniforme mimetica o divisa blu, occhiali a specchio, pistola mitra o manganello in pugno.
Controllandoti il passaporto, hanno lo sguardo ostile dei Vopos tedesco-orientali nella Guerra fredda. C’era una volta il socialismo reale, oggi eccovi il sovranismo reale, visto sul terreno. Mentre radiotv pubblica e media quasi tutti “
(sintonizzati, citazione di Goebbels) esultano per la vittoria dello xenofobo pregiudicato Janez Jansa in Slovenia, pare sponsorizzata da oligarchi magiari amici del premier, mandano in onda reportage di immaginari stupri quotidiani di donne bianche da parte di migranti a Stoccolma Berlino o Parigi e ricordano in lutto il Trattato di Trianon.
Quando l’Ungheria perse parti enormi del suo territorio, ma abitate da molti slovacchi, romeni, serbi. Come se Angela Merkel urlasse per i territori perduti dalla Germania dopo l’8 maggio 1945. Benvenuti in Ungheria: il carismatico premier Viktor Orbán si sta trasformando in leader europeo della destra sovranista xenofoba aiutata da Vladimir Putin.
Media in mano al governo o ai suoi oligarchi, media critici chiusi, soldi a palate nei villaggi per conquistare voti. Aiuti indiretti all’amico Jansa, fondi europei spesi per la propaganda: 3,9 milioni per la campagna contro il tycoon di origini ebree George Soros, 3,8 contro l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 23 per convincere che la frontiera blindata è indispensabile, «perché siamo sotto attacco».
Creare paura dei migranti e della Ue per profilarsi come grande difensore, ecco la ricetta orbánista per l’Europa intera, mi spiega un professore universitario che preferisce l’anonimato: qui si fa presto a perdere il lavoro.
Nuove leggi puniscono con multe divieti e fino a un anno di carcere le ong che aiutano i migranti. La parola «esule» è vietata.
Da giovane, sotto il comunismo – ricorda chi lo conosce – Viktor Orbán era dissidente liberal di sinistra. Ai funerali postumi che riabilitarono Imre Nagy (il leader della rivoluzione del 1956) fu l’unico a trovare coraggio di gridare: «Occupanti russi, tornate a casa». Studiò in Occidente sponsorizzato da Soros. Poi cominciò il suo
itinerarium mentis:
ora vuole guidare l’euroneodestra sovranista intera. Ricette semplici: media sotto controllo, istituzioni occupate. «Poi campagne per svegliare nella gente paura e odio, verso i migranti, verso i diversi, verso

La Stampa 5.6.18
Putin punta sui populisti europei
Da Salvini a Strache rete anti-sanzioni
di Giuseppe Agliastro


Il Cremlino continua a estendere e rafforzare la sua influenza internazionale. Anche in Europa, dove nonostante le tensioni tra Russia e Occidente, Mosca può contare su una rete di Paesi ben disposti nei suoi confronti puntando su sovranisti e populisti. Tra questi Paesi c’è l’Austria, dove oggi Putin incontrerà il presidente Alexander Van der Bellen e il cancelliere Sebastian Kurz. Ma il leader del Cremlino stringerà la mano anche a Heinz Christian Strache, vice cancelliere e leader del partito nazionalista Fpö.
Il politico xenofobo e anti-Islam ha colto l’occasione per lanciare un appello a Bruxelles chiedendo di cancellare le sanzioni imposte a Mosca per l’annessione della Crimea e il sostegno militare ai separatisti del Sud-Est ucraino. «È tempo di mettere fine a queste esasperanti sanzioni e normalizzare i rapporti economici e politici con la Russia», ha detto Strache in un’intervista.
Le parole del vice cancelliere austriaco non arrivano di certo inaspettate: il suo Partito della Libertà è infatti ufficialmente alleato con quello di Putin «Russia Unita», col quale nel 2016 ha persino siglato a Mosca un accordo di cooperazione. Ma fa riflettere il fatto che la visita di Putin arrivi a meno di un mese dall’inizio del semestre di presidenza del consiglio dell’Ue a guida austriaca e a pochi giorni da un vertice a Berlino tra Russia, Francia, Ucraina e Germania sul conflitto nel Donbass. La visita di Putin però si concentrerà probabilmente sul lato economico dei rapporti tra Russia e Austria. Il leader del Cremlino va a Vienna per il 50° anniversario dell’accordo bilaterale sulle forniture di gas: il primo di questo tipo tra i sovietici e un Paese dell’Europa occidentale.
L’avvicinamento
Vienna punta dunque a mantenere quelli che il suo cancelliere conservatore Kurz ha definito «i contatti tradizionalmente buoni» con Mosca. Ma anche l’Italia, da tempo tra i Paesi più aperti verso la Russia, potrebbe avvicinarsi al Cremlino con il suo nuovo governo giallo-verde, che ha posto tra i suoi obiettivi la cancellazione delle sanzioni Ue contro Mosca. Del resto, anche la Lega di Salvini, proprio come l’Fpö, ha firmato un accordo di cooperazione con Russia Unita. Ma il fronte degli «amici di Putin» non si chiude qui. In Cechia il presidente populista ed euroscettico Milos Zeman si è più volte detto contrario alle sanzioni e ha addirittura definito l’annessione russa della Crimea «un fatto compiuto». In Ungheria Putin trova una sponda nel premier sovranista Viktor Orbán, che col sostegno russo intende ampliare la centrale atomica di Paks. La Slovenia già due anni fa aveva chiesto «un approccio più elastico del regime delle sanzioni» e il recente successo elettorale del partito democratico - su posizioni anti-migranti e alleato di Orbán - potrebbe fare il gioco di Mosca. In Bulgaria lo scorso ottobre è stato il presidente Rumen Radev a definire le sanzioni «dannose» per l’imprenditoria. In Slovacchia l’ex premier Robert Fico è da sempre contro le restrizioni imposte a Mosca e le cose non dovrebbero cambiare con Peter Pellegrini. A completare l’opera ci ha pensato Trump, che con l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano e con la «guerra dei dazi» ha irritato sia l’Europa sia la Russia, ammorbidendo la posizione di Parigi e Berlino nei confronti di Putin. L’eliminazione delle sanzioni pare comunque piuttosto lontana.

il manifesto 5.6.18
Sánchez non «giura» ma «promette», senza bibbia e crocifisso
Spagna. Il nuovo esecutivo sarà un monocolore Psoe, composto in numero uguale da uomini e donne. Si è insediato anche il governo catalano, in solidarietà con «i prigionieri politici e gli esiliati»
di Luca Tancredi Barone


BARCELLONA Se la politica del secolo XXI è fatta di gesti, Pedro Sánchez ha vinto già il primo round. Ieri mattina ha «promesso» (e non «giurato») davanti al capo dello stato, Filippo di Borbone, e al suo predecessore, Mariano Rajoy al palazzo della Zarzuela. È il settimo primo ministro della democrazia spagnola, ma è stato il primo a «promettere» senza bibbia e crocifisso.
È ANCHE IL PRIMO PREMIER che non è deputato, il primo a diventarlo con una sfiducia (costruttiva, come è obbligatorio in Spagna) e non dopo delle elezioni. Ma è anche il primo che non è espressione del partito più votato (che è il Pp), e che dovrà governare con una camera guidata da un’altra maggioranza. Subito dopo la formalità, Sánchez ha visitato i suoi nuovi uffici alla Moncloa; davanti a lui ora un compito complicatissimo: nominare i suoi ministri – metà uomini e metà donne – ha promesso. E finalmente è scattato il totoministri, da cercare nel partito socialista.
Sembra infatti che sarà proprio un governo monocolore, nonostante Podemos stia insistendo molto per un governo di coalizione, molto più stabile dal punto di vista parlamentare (anche se per la maggioranza mancherebbe comunque una ventina di voti).
MA PER ORA SÁNCHEZ è troppo debole – soprattutto internamente – per poter azzardare un accordo strutturale con Podemos. Non importa: Podemos sta giocando bene le sue carte, dicendosi disposto a trovare accordi per le «misure progressiste« che adotterà il governo. Certo, bisognerà prima superare lo scoglio della presidenza del Congresso (in mano a Pp e Ciudadanos), che potrebbe ostacolare il suo lavoro, e la maggioranza assoluta del Pp al Senato. In teoria, nel sistema spagnolo prevale sempre il Congresso, ma il Senato potrebbe allungare all’infinito l’approvazione di qualsiasi provvedimento.
A BARCELLONA – nel frattempo – hanno anche giurato i ministri del nuovo governo catalano, chiedendo di far portare un Sant Jordi (San Giorgio, patrono della catalogna) del XV secolo per la cerimonia e ponendo fine a sette mesi di applicazione dell’articolo 155. I ministri catalani – inoltre – hanno giurato utilizzando una perifrasi che pur mantenendo «il rispetto della legge» non li obbligasse ad accettare esplicitamente la Costituzione spagnola e lo Statuto catalano. Solo un gesto appunto, privo di conseguenze giuridiche. A questo gesto si è aggiunta anche la lettura delle lettere di «rinuncia» dei ministri in carcere e all’estero che erano inizialmente stati nominati in continuità con il loro incarico nel precedente governo Puigdemont.
TUTTI I MINISTRI, compreso il presidente Torra, sfoggiavano un laccetto giallo (simbolo della solidarietà con i «prigionieri politici»), e due delle ministre hanno scelto proprio un abito giallo per il giuramento. Prima di iniziare la propria atività, i neoministri hanno affisso un enorme striscione sulla facciata della Generalitat con la scritta, in catalano e inglese, «Libertà per i prigionieri politici e gli esiliati». In un discorso che si è chiuso con le parole Visca Catalunya lliure, «Viva la Catalogna libera», Torra si è rivolto al neo presidente Sánchez dicendogli: «Rischiamo, voi e noi; sediamoci alla stessa tavola e negoziamo da governo a governo». Il riconoscimento simbolico di una «bilateralità» con Madrid è uno dei principali cavalli di battaglia del Govern di Barcellona. Torra ha già denunciato Rajoy e la sua vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría per abuso di potere per aver impedito la pubblicazione in gazzetta della lista di ministri contenente nomi sgraditi a Madrid.

Il Fatto 4.5.18
Croazia, italiani e minoranze “cacciati” dai nuovi populisti
Xenofobi e conservatori. Zeljka Markić, leader del partito di destra: “La gente decide”ì
di Ferruccio Sansa


Un referendum contro le minoranze. Ma stavolta a essere minoranza e a rischiare di scomparire dal Parlamento sono gli italiani. Accade in Croazia, dove in queste settimane si stanno raccogliendo le firme per lanciare due consultazioni popolari. L’obiettivo previsto dalla legge croata – 374mila adesioni – è quasi scontato. E rischiano di essere dolori per i 34.345 italiani ufficialmente presenti (censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Una comunità che ancora oggi in Istria è il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiunge il 40. E che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ma adesso si rischia di cambiare. Perché in Croazia, come ha raccontato il quotidiano triestino Il Piccolo, si sta verificando quello che accade in molti paesi europei. Gli ingredienti sono spesso gli stessi, pur se con una miscela che varia: un partito moderato – l’Hdz del premier – che teme di perdere l’essenziale elettorato di destra. Un’opposizione di centrosinistra, l’Spd, debole e non incisiva. E movimenti populisti che si scagliano contro le minoranze. Accade quasi ovunque. Soltanto, appunto, che in Croazia tra le minoranze c’è quella italiana.
Tutto parte dal movimento ‘La gente decide’ che ha un’ispirazione conservatrice sostenuta anche dalla chiesa croata. Quegli stessi ambienti che hanno portato 10mila persone in piazza anche contro le unioni omosessuali. Proprio in questi giorni – hanno due settimane di tempo – stanno raccogliendo le firme per due referendum. Il primo si propone di abolire la ratifica del Trattato di Istanbul, che si occupa di violenze di genere e unioni di fatto. Una consultazione che pare destinata a essere bloccata dalla Corte Costituzionale croata in quanto riguarda trattati internazionali e non leggi croate.
Ma a preoccupare la minoranza italiana è il secondo referendum. Secondo la legge elettorale disegnata da ‘La Gente decide’ nel Parlamento croato (il Sabor) i deputati dovrebbero scendere da 151 a 120. Non solo: le minoranze non avrebbero più gli 8 seggi garantiti oggi, ma soltanto 6. E ancora: i deputati delle minoranze non potrebbero votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. Una riforma che pare avere come obiettivo la minoranza etnica serba, tra l’altro invisa alla chiesa cattolica in quanto ortodossa. L’atteggiamento della destra clericale, che nessuno sembra voler arginare, è valso alla Croazia un’ammonizione dell’Unione Europea per il montante sentimento ostile verso serbi, rom e comunità lgbt. Ma giocoforza anche gli italiani, che pure sono cattolici, finirebbero per essere pesantemente penalizzati dal referendum.
Sono i discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia e Quarnaro. Verso la fine del XIX secolo erano il 40% della popolazione. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. A Fiume (oggi Rijeka) gli italiani erano il 48,6% della popolazione, mentre i croati erano intorno al 26%. In quegli anni, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, in Croazia i grandi stati giocavano con le minoranze etniche come fossero scacchi. Prima l’impero austroungarico che sostenne i croati per indebolire l’irredentismo italiano. Poi l’avvento del Fascismo e le persecuzioni degli slavi. Ad Arbe il regime di Mussolini – che li definiva “razza inferiore” – fece internare 10mila persone, molte morirono di stenti e malattie.
Quindi toccò agli italiani: ci furono le foibe, migliaia di morti, innocenti gettati nelle voragini che si aprono nella terra tra Istria e Carso. Poi le stragi come quella di Vergarolla, la spiaggia di Pola dove decine di persone (65 quelle accertate), tra cui molti bambini, morirono dilaniate dalle mine.
Venne infine l’esodo degli istriani: 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta. Intere città si svuotarono, come ha raccontato Piero Delbello, direttore dell’Irci (Istituto Regionale per la Cultura Istriano Fiumano Dalmata di Trieste): “Di notte in Istria ti bussavano alla porta e ti portavano via. Sparite, migliaia di persone. Buttate nelle foibe, voragini profonde centinaia di metri. Decine di migliaia partirono. Pola, 30mila abitanti, si svuotò. Le strade e le case restarono deserte”.
Gli italiani d’Istria per decenni sono stati ignorati. Dimenticati. Dalla Jugoslavia, ma prima ancora dall’Italia. Ricordavano la sconfitta. Erano scomodi per la sinistra. Della loro causa ha sempre tentato di appropriarsi la destra italiana. Tanto che gli istriani sono stati associati ai fascisti. Non era così: “Pola era una città piena di operai e di socialisti”, racconta ancora Delbello.
Soltanto negli ultimi anni è stato tolto il velo che nascondeva le tragedie delle foibe e dell’esodo. Tra Italia, Slovenia e soprattutto Croazia sono stati siglati accordi per tutelare quei 35mila italiani (nel 2001 furono 20.521 a definirsi di madrelingua italiana e 19.636 a dichiararsi di etnia italiana). Una comunità che resiste, che continua ad avere scuole e giornali. Basta camminare per Dignano (oggi Vodnjan), Rovigno (Rovinj) e Buie (Buje). La sera gli anziani si ritrovano sulle porte, senti voci. Ed ecco riemergere parole vecchie di secoli. Il veneto. Tracce che non sono rimaste soltanto nell’architettura delle case, nei campanili aguzzi che ricordano la chiesa di San Marco a Venezia.
Sembrava che secoli di sofferenze fossero stati superati nella casa comune dell’Europa. Ma oggi in Croazia gli italiani rischiano di sentirsi di nuovo molto minoranza.

Il Fatto 4.6.18
C’è una Goretti pro-aborto che lotta in Nord Irlanda
Dopo la vittoria dei “cugini” di Dublino il fronte si allarga all’Ulster, che non gode, infatti, della legislazione di Londra. E per interrompere le gravidanze bisogna volare in Inghilterra
di Sabrina Provenzani


La domanda è inevitabile. Goretti Horgan risponde con una risata: “Si, il mio nome è un omaggio a Maria Goretti. Sono la quinta di sette figli, famiglia irlandese cattolica… ma mia madre era molto progressista, si sarebbe fermata a due bambini se la legge lo avesse consentito, e ha sempre sostenuto il mio impegno per il diritto delle donne all’autodeterminazione”. Docente in politiche sociali all’Università dell’Ulster, Horgan è una delle anime della Alliance for choice, costola nord-irlandese della campagna TogetherforYes che il 26 maggio scorso ha portato al trionfo del Sì nel referendum irlandese sull’aborto.
“Da Derry abbiamo passato il confine e festeggiato con le compagne irlandesi. Questa è stata sempre una campagna pan-irlandese”. Eppure, in Ulster tutto è ancora da fare. Se in Inghilterra è consentito fino alla ventiquattresima settimana, qui l’aborto è ammesso solo in casi di gravissimi rischio per la salute fisica e mentale della madre: questo perché l’interruzione di gravidanza rientra fra le questioni devolute, su cui cioè vige una legislazione autonoma. Di fatto, i casi ammessi sono pochissimi, e sono circa 700 ogni anno le nord-irlandesi costrette a viaggiare in Inghilterra per portare a termine la procedura. Almeno altre 400 si procurano pillole abortive online. La Horgan si è esposta ammettendo di averne aiutate alcune: una sfida aperta alle autorità, visto che procurare un aborto illegale può costare l’ergastolo. “Nessuno finora è finito in prigione, ma chi è stata riconosciuta colpevole si è vista privato del visto per gli Stati Uniti o per l’Australia e non può, ad esempio, lavorare con minori”.
E la pressione è costante: nell’anniversario della Giornata internazionale della donna, lo scorso anno, la polizia ha lanciato una perquisizione su larga scala alla ricerca di pillole abortive. La vittoria schiacciante del Sì nella vicina Irlanda ha fatto circolare, nei media, l’ipotesi di un referendum analogo in Ulster. “Ma non puntiamo a questo. Siamo fiduciosi che lo vinceremmo, ma le condizioni per ottenerlo ora non ci sono. Puntiamo invece alla decriminalizzazione dell’aborto per via legislativa”, spiega Horgan.
E qui, gli ostacoli sono politici e amministrativi. Sulle questioni devolute dovrebbe, per legge, decidere la Stormont Assembly, il Parlamento nord-irlandese. Ma esecutivo e Assembly sono in un limbo dal gennaio 2017, da quando sono saltati i delicati equilibri politici fra fazioni opposte che governano le istituzioni nord-irlandesi in base agli accordi di Good Friday.
TogetherforYes ha quindi aperto un dialogo con Westminster, dove un gruppo bipartisan guidato dalla deputata laburista Stella Creasy guida una campagna per i diritti delle donne nel Regno. Nel giugno del 2017, la prima grande vittoria: la Creasy raccoglie voti sufficienti ad ottenere il rimborso dei costi dell’interruzione di gravidanza in Inghilterra per le donne nord-irlandesi.
Per evitare una clamorosa sconfitta in Parlamento, il governo May è costretto a giocare d’anticipo. Da allora le spese sono coperte dal Dipartimento britannico per le Pari Opportunità. Prossimo obiettivo: inserire nella riforma della legge sulla violenza domestica in discussione a Westminster un emendamento per decriminalizzare l’aborto in tutto il Regno, compresa l’Irlanda del Nord. Emendamento sostenuto, in una significativa dimostrazione di solidarietà femminile, anche da alcuni pesi massimi dei Tory come Amber Rudd, Justine Greening, Nicky Morgan e la stessa sottosegretaria alle Pari Opportunità Penny Mordaunt.
Downing Street si è affrettata a dire “no”: si tratterebbe di una indebita ingerenza di Londra su una questione di pertinenza esclusiva di Belfast. La vera ragione del rifiuto? la tenuta del già vacillante governo May dipende dall’appoggio esterno dei dieci parlamentari unionisti nord irlandesi, la cui leader Arlene Foster è contraria a qualsiasi compromesso sull’aborto. Ma Goretti è fiduciosa: “Continueremo con le pressioni. Dopotutto, la vittoria del Sì a Dublino ha dimostrato che l’alleanza fra donne può spostare montagne”.

il manifesto 5.6.18
Gaza trasformata in cimitero piange uno dei suoi «angeli»
Gaza. Razan al Najjar, in prima fila per medicare i feriti, ammazzata da un cecchino israeliano
di Michele Giorgio


«Subiamo attacchi continui da parte delle forze israeliane. Il mondo deve intervenire, non facciamo nulla di male, curiamo le persone ferite». Così scriveva qualche giorno fa sui social Razan al Najjar, 21 anni, denunciando il fuoco dei tiratori scelti sul personale sanitario (e i giornalisti) durante i venerdì della Grande Marcia del Ritorno. Il pericolo non l’aveva mai spinta a rimanere indietro. Razan per 10 settimane è stata in prima linea per dare i primi soccorsi ai feriti, indossando il suo camice bianco e il giubbotto dei paramedici.
«IL COMPITO DI SOCCORRERE i feriti non è solo degli uomini, anche le donne possono svolgerlo al meglio» aveva detto al New York Times. Due giorni fa, a est di Khan Yunis, la 21enne è stata uccisa dal fuoco di un cecchino. «Razan ed io eravamo insieme, il fumo sprigionato dai candelotti lacrimogeni toglieva il fiato ma c’erano dei feriti verso le barriere (con Israele) e volevamo soccorrerli. Quando ci siamo diretti verso di loro gli israeliani ci fanno sparato contro all’improvviso. Razan è caduta e ho visto una macchia di sangue allargarsi rapidamente su tutto il suo giubotto» ricorda Reda, un’altra paramedica.
L’esercito israeliano fa sapere che sta «indagando sull’accaduto» e che casi come questo «sono esaminati attentamente» da un comitato militare interno. Ma a Gaza nessuno crede che sarà preso alcun provvedimento punitivo nei confronti di chi ha sparato. Di solito i comandi militari spiegano che sono state seguite tutte «le regole d’ingaggio» e comunque, lo ripetono anche i centri israeliani per i diritti umani israeliani, sono rarissimi i casi di rinvio a giudizio per i soldati accusati di aver sparato deliberatamente contro i palestinesi, tutti gli altri sono archiviati.
GAZA, scriveva ieri qualcuno, si sta trasformando in un enorme cimitero. Le uccisioni di palestinesi sono quasi quotidiane e non ci riferiamo solo a quelli, almeno 120, della Grande Marcia del Ritorno. I feriti negli ultimi due mesi sono stati 13mila, tra intossicati dai gas lacrimogeni e quelli colpiti da proiettili veri. Nel triste elenco delle vittime qualche nome genera più dolore, rabbia, frustrazione. Uno è quello di Razan al Najjar, ormai simbolo della lotta della popolare contro il blocco israeliano di Gaza. Ieri migliaia di abitanti di Khan Yunis hanno accompagnato la ragazza nel suo ultimo viaggio, tra due ali di folla e con centinaia di persone affacciate alle finestre a salutarla e a pregare per lei. In prima fila dietro la salma avvolta nella bandiera palestinese i colleghi della ragazza.
«IL MIO ANGELO ora si trova in un posto migliore. Mi mancherai tanto. Possa la tua anima riposare in pace mia bellissima figlia», ripeteva ieri tra le lacrime Sabreen, la madre della giovane uccisa, mostrando il giubbotto intriso di sangue della figlia. Razan al Najjar è il secondo paramedico palestinese a essere ucciso da quando sono iniziate le proteste del venerdì lungo le linee tra Gaza e Israele. Il primo, Musa Abu Hassanein, è stato ucciso due settimane fa. Il ministero della salute di Gaza, riferisce che 223 paramedici sono stati feriti durante le manifestazioni e che le forze israeliane hanno preso di mira 37 ambulanze. L’inviato delle Nazioni unite in Medioriente, Nickolay Mladenov, ha ribadito in un tweet che «gli operatori medici non sono un obiettivo». E la Palestinian Medical Relief Society ricorda che altri tre operatori sono stati feriti dai proiettili: «Sparare contro il personale medico è un crimine di guerra secondo le convenzioni di Ginevra. Occorre una immediata risposta internazionale». Risposta che è morta prima ancora di nascere per la decisione degli Stati uniti di porre veto su un progetto di risoluzione all’Onu che reclamava la protezione dei palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania occupata.
WASHINGTON DA PARTE SUA ha provato, senza successo, a far passare una bozza di risoluzione che attribuiva al movimento islamico Hamas la responsabilità completa di quanto accade a Gaza da due mesi. Ieri infine è stato ucciso un palestinese che, secondo il portavoce militare, avrebbe cercato di investire con la sua automobile nei pressi di Hebron.

La Stampa 5.6.18
Su Gaza e Israele le parole feriscono
di Anna Masera


Il modo di raccontare il conflitto israelo-palestinese è un tema che lacera da sempre il pubblico e dopo i fatti del 14 maggio scorso è tornato di attualità. Anche i lettori de La Stampa  tendono a dividersi. Ho chiesto al direttore Maurizio Molinari, ex corrispondente da Gerusalemme-Ramallah, di rispondere alle domande sulla linea editoriale. Mi ha chiesto di affrontare il tema a bocce ferme per «evitare la sovrapposizione con emozioni e pregiudizi».
«Il conflitto israelo-palestinese è parte del più ampio conflitto arabo-israeliano iniziato nel 1880 quando i primi gruppi di pionieri sionisti in fuga dalle persecuzioni zariste in Russia arrivano nell’allora Palestina sotto dominio ottomano e le popolazioni arabe locali li accolgono con un rifiuto simile a quello che avrebbe portato, dopo la nascita di Israele nel 1948, gli Stati arabi a scendere in guerra nel tentativo di impedirne la nascita. Da allora solo due Stati arabi - Egitto e Giordania - hanno riconosciuto l’esistenza di Israele. Il conflitto israelo-palestinese inizia nel 1947 quando gli arabi residenti nella Palestina rifiutano la spartizione del territorio decisa dall’Onu fra uno Stato ebraico e uno arabo».
Molti lettori considerano inappropriati i termini «scontri» e «morti» per descrivere la strage di Gaza in cui sono rimasti uccisi solo palestinesi, tra cui bambini. «In Medio Oriente i fatti sono sempre in bilico, le parole feriscono e dunque serve cautela per evitare che il racconto diventi parte del conflitto. A confermarlo è la vicenda della bambina di Gaza Leila al-Ghandour di otto mesi la cui morte il 14 maggio è stata attribuita da fonti palestinesi ai lacrimogeni israeliani per poi essere smentita, il 27 maggio, dal ministero della Sanità di Hamas che ha depennato il suo nome dalla lista dei palestinesi la cui morte è attribuita ad Israele. Episodi simili non sono rari. “Scontri” è una definizione sufficientemente neutra per definire il confronto fra 40 mila palestinesi che tentano di invadere Israele violando un confine internazionale, e i soldati israeliani posti a difesa del medesimo confine».
E’ stata contestata la scelta sulla prima pagina de La Stampa del 15 maggio di mettere nello stesso titolo Gaza e Al Qaeda: alcuni si ribellano al nesso implicito, ma altri che non lo escludono e capiscono l’importanza della geopolitica chiedono tuttavia che il giornale trovi spazio per rivolgere un’attenzione pietosa alle vittime. «Nella giornata del 14 maggio in Medio Oriente sono avvenuti tre fatti: l’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, gli scontri al confine fra la Striscia e Israele in cui vi sono stati almeno 60 morti palestinesi e la scelta di Ayman Zawahiry, successore di Osama Bin Laden alla guida di Al Qaeda, di chiamare alla Jihad contro “il nemico sionista”. Tutti e tre meritavano la prima pagina. L’importanza dell’appello di Al Qaeda si deve alla competizione in corso, dentro i gruppi jihadisti, per imporsi gli uni sugli altri. Se Al Qaeda ha scelto il 14 maggio per l’appello è perché voleva imporsi su Hamas, fra gli stessi palestinesi a Gaza».
E’ contestata anche la mancanza di fonti terze al di fuori di quelle israeliane, salvo che per la conta dei morti. «Le informazioni arrivate il 14 maggio provenivano da giornalisti sul campo, da entrambi i lati del confine».

La Stampa 5.6.18
Porti, business e ferrovie
Così la Cina sfida l’America e domina i mari da Gibuti
di Francesco Semprini


La colonna di camion procede a passo misurato sollevando coltri di polvere sotto lo sguardo incuriosito di ragazzini, ambulanti improvvisati e vagabondi nascosti tra le lamiere abbandonate. Almeno duemila mezzi pesanti attraversano ogni giorno il tratto di strada costeggiato dalle recinzioni militari, che si susseguono come un leitmotiv da avamposto di frontiera. Siamo a Gibuti, la nuova terra delle opportunità, realtà minuscola ma cruciale, che le dinamiche geo-strategiche del nuovo Millennio hanno riportato al centro del pianeta.
Seguiamo la colonna di camion sulla strada che sbocca in Etiopia, per raggiungere la base militare italiana di supporto (Bmis) comandata dal colonnello Lorenzo Guani. Anche l’Italia ha conquistato «il suo posto al sole» con cui punta ad avere una «golden share» in questo minuscolo Stato da un milione di abitanti dove le nuove potenze, Cina ed Emirati in testa, si contendono posizioni dominanti.
Dopo l’11 settembre
Il rinato interesse per Gibuti è attribuibile a collocazione geografica e valenza politica, sempre schierato con l’Occidente contro il terrorismo, è stato tra i primi Paesi che, dopo l’11 settembre 2001 ha preso le posizioni degli Usa, aprendo alla presenza delle basi militari occidentali. La sua collocazione geografica sullo stretto di Bab al-Mandeb, alle porte del Mar Rosso, sulla rotta di navigazione dall’Europa al Golfo, la rende un luogo di grande valore strategico per il controllo dei traffici e il contrasto dei flussi terroristici e di migranti diretti verso il Mediterraneo: unico porto del Corno che si trova in terra sicura. «Questo è ben chiaro ai cinesi che hanno fatto di Gibuti un hub, un punto di snodo della “silk belt”, la via della seta marittima che giunge in Grecia e Italia», spiega il console onorario Gianni Rizzo. La forza del Dragone è riflessa nella base militare di recente costruzione. Una specie di castello medievale con tanto di torri e merli, una fortezza in stile «blade runner» che può ospitare oltre 5 mila uomini e dotata di un grande ospedale.
La centralità di Pechino è sottolineata dallo stesso Ismaïl Omar Guelleh, presidente di Gibuti: «Nessun altro Paese al di fuori della Cina ci offre supporto a lungo termine».
Porti, strade e ferrovie
Sono almeno dieci i grandi progetti infrastrutturali che vedono la Cina protagonista, tra porti, strade e ferrovie, e che stanno scalzando gli Emirati che pure vantano una presenza importante nel Paese. Lo stesso governo gibutiano ha nazionalizzato a febbraio la quota emiratina del porto di Doraleh a causa dell’inasprimento delle relazioni tra i due Paesi iniziato col diniego di costruzione di una base militare agli Emirati. Oltre ai francesi, presenti da sempre per motivi coloniali, il piccolo Stato del Corno d’Africa ospita una base Usa, dalla quale partono le missioni Africom dirette in Somalia, una base cinese e la prima base militare giapponese costruita fuori dal territorio nipponico dopo la Seconda guerra mondiale. Anche l’Arabia Saudita ha annunciato di recente la costruzione di un suo insediamento militare. Gli Emirati, invece, si sono posizionati ad Assab, in Eritrea, e nel Somaliland.
La mappatura militare conferma come la presenza delle rispettive forze armate sul territorio rappresenta un apripista per rafforzare i rispettivi interessi nazionali in questa terra, animata da forte concorrenza, ma che offre ancora nicchie importanti per le aziende italiane. «La nostra è la prima base interforze che l’Italia vanti all’estero», spiega il comandante Guani. Fondamentali sono le attività di assistenza alla popolazione attraverso la Cellula Cimic, (Cooperazione civile Militare) proveniente dal Multinational Cimic Group di Motta di Livenza. Inoltre «è la base più aperta di tutta Gibuti», con iniziative di diplomazia militare che vedono riuniti attorno allo stesso tavolo ufficiali giapponesi e cinesi.
Le forze in campo
L’Italia infine ha portato a termine la prima esercitazione per l’assistenza medica con le forze di Pechino. C’è poi il ruolo svolto dai Carabinieri (Prima e della Seconda Brigata mobile Tuscania), nell’ambito della Missione Italiana di addestramento (Miadit) con cui si preparano mediamente 180 poliziotti somali e 225 fra poliziotti e gendarmi gibutini, oltre a ufficiali, reparti investigativi, forze speciali con i Gis, e addestratori. Ci sono poi gli specialisti del Nucleo tutela patrimonio artistico (i caschi blu della cultura), inviati sul posto per addestrare gli omologhi locali. E per finire il personale civile inviato dal Comlog (Comando Logistico Esercito) come «squadra a contatto» per risolvere problematiche tecniche di optoelettronica e telecomunicazioni. Un impegno a tutto campo, insomma, quello delle forze armate italiane a Gibuti che però richiede una tempestiva e adeguata azione strategica delle istituzioni a sostegno degli interessi nazionali nella regione, come ribadisce il console Rizzo, che al nuovo governo chiede «maggiore attenzione a questa realtà, che rappresenta l’unica porta di ingresso a tutto il Corno d’Africa».teresse per Gibuti è attribuibile a collocazione geografica e valenza politica,

il manifesto 2.6.18
Picasso 1932, una mano dipinge l’altra esplora
a Londra, Royal Academy, "Picasso 1932: Love, Fame, Tragedy". A Olga si affianca Marie-Thèrese, e la bigamia si traduce sulla tela in una teoria di immagini sdoppiate... Con oltre cento opere divise mese per mese, la mostra fotografa un anno spartiacque, che «contiene» già tutto Picasso
di Stefano Jossa


LONDRA Fu un anno di capolavori assoluti, da Le rêve del 24 gennaio ai due grandiosi nudi dell’8 e 9 marzo (Femme nue, feuilles et buste e Femme nue couchée) fino a Femme couchée à la mèche blonde del 20 dicembre; ma fu anche un anno di profonda crisi personale e artistica. Aveva cinquant’anni ed era già considerato il più grande, ma sentiva il bisogno della consacrazione: il 16 giugno apriva alla galleria Georges Petit, al numero 8 di rue de Sèze, nel IX arrondissement, la sua prima retrospettiva, che veniva accompagnata dal catalogo ragionato di tutte le sue opere curato da Christian Zervos, il fondatore e direttore della rivista d’arte contemporanea più importante del momento, i Cahiers d’Art. Un numero speciale della rivista con scritti, fra gli altri, dello stesso Zervos, Apollinaire, Strawinsky, Gueguen, Gomez de la Serna, Cocteau e Sweeney, usciva in coincidenza con la mostra. Il suo nome era Pablo Picasso, sinonimo di arte contemporanea. Pochi mesi prima un suo quadro, La coiffure del 1905, era stato venduto per la cifra record di 56.000 franchi.
A quell’anno determinante di una vita durata 91 anni, per cui alla fine sarebbe diventato meno della metà sulla linea della sua attività artistica, il Musée National Picasso e la Tate Gallery hanno deciso di dedicare un’intera mostra: Picasso 1932: Love, Fame, Tragedy, fino al 9 settembre (catalogo Tate Publishing in paperback, pp. 272 con 290 illustrazioni, sterline 25). A quel tempo Picasso non sapeva che avrebbe continuato a lavorare per altri quarant’anni, ma oggi noi lo sappiamo e ci chiediamo se sia legittimo concentrarsi su un solo anno di una carriera così intensa. I curatori della mostra, Achim Borchardt-Hume e Nancy Ireson, coadiuvati da Laura Bruni e Juliette Rizzi, non hanno avuto dubbi: quell’anno contiene il prima e il dopo, include tutto Picasso, è Picasso. Non segna una fine e un nuovo inizio, una sistemazione e un rilancio, un’assunzione del passato e una proiezione verso il futuro. Sarebbe un anno di transizione, come tutti nella vita e nella storia. Lì, nel 1932 di Picasso, si verifica invece un fenomeno stupefacente: la vita e la storia si fermano. Il tempo è azzerato: tutto è compresente.
Con la retrospettiva alla galleria Petit Picasso sfidava prima di tutto la storia, per entrarci di prepotenza, al di sopra di chiunque altro: su un piedistallo antistorico, perché le classifiche guardano all’assoluto, ignorando contesti e cronologie. Lì, nella galleria Petit, aveva avuto una retrospettiva due anni prima il suo grande collega e rivale Henri Matisse, più vecchio di dodici anni (alla loro gentle rivalry ha dedicato nel 2001 un documentario Ginny Martin: da vedere), togliendogli il privilegio di poter essere il primo vivente ad avere una retrospettiva dove erano stati esposti Delacroix e Courbet. Due giorni prima, il 14 giugno, apriva al Musée de l’Orangerie una grande retrospettiva di Manet, che Picasso aveva sempre amato e spesso imitato. Entrare in questa costellazione della pittura contemporanea non sarebbe stato possibile senza uscire dalla storia e collocarsi al di sopra: Picasso decise di esporre le sue opere senza date, selezionandole dall’intera sua carriera, indipendentemente da appartenenze di tempi, luoghi, stili e generi. La galleria doveva contenere tutto Picasso, l’ieri e l’oggi, il blu e il rosa, il cubista e il surrealista, lo spagnolo e il francese, in un caleidoscopio picassiano che mostrasse la sintesi impossibile di una personalità artistica plurale. Sintesi del non sintetizzabile e biografia del non temporalizzato, la mostra nasceva come un paradosso, in cui Picasso portava la contraddizione che l’ha sempre caratterizzato e che lo ha reso così unico: l’uno rivolto al tutto, la vita vissuta fino all’estremo al punto da toccarne l’essenza, l’arte traslata da esperienza ad autosufficienza.
Tutto è doppio, infatti, nel Picasso del 1932. A partire dalla situazione che in quell’anno esplose in tutta la sua inconciliabile insostenibilità: la bigamia. Sposato da tredici anni con Olga Khokhlova, da cui aveva avuto il primogenito Paulo nel 1921, da circa cinque Picasso aveva una relazione con Marie-Thèrese Walter, da cui avrebbe avuto la sua seconda figlia, Maya, tre anni dopo. Marie-Thèrese divenne la sua musa soprattutto ai fini della retrospettiva di giugno, dove per la prima volta la sua presenza nella vita di Picasso veniva condivisa col pubblico (sul conseguente atélier di Boisgeloup ci fu una mostra a Rouen, di cui ha riferito «Alias-D» il 4/6/17). Se si vorrà leggere la genesi dell’opera d’arte ricorrendo al biografismo e allo psicologismo, l’apertura della mostra della Tate con un passo indietro, alla vigilia del cruciale 1932, il giorno di Natale del 1931, sarà fulminante: quel giorno Picasso dipingeva nella sua casa al 23 di rue La Boétie a Parigi due tele di diversissime dimensioni. Una piccola, La femme au stylet, sogno surrealista di una donna che uccide la rivale in amore, e una grande, Femme au fauteuil rouge, col volto sostituito da un cuore, in un rinnovato stile coloristico.
Il doppio è però fatto pittorico al di là delle sue origini personali e culturali: è nello sdoppiamento strutturale dell’immagine dell’amata, che rimette in circolazione le stereotipe categorie di maschile e femminile, fino a riabilitare l’autore dalla tradizionale accusa di machismo, come nell’allusione surrealisticamente fallica del volto di Marie-Thèrese diviso in due nel già citato sogno del 24 gennaio; è nella presenza di un elemento speculare che moltiplica o integra l’immagine del corpo, come in Femme nue, feuilles et buste dell’8 marzo, dove una metafisica erma sul piedistallo veglia sulla donna nuda che dorme, oppure in Le miroir di quattro giorni dopo, dove lo specchio riflette quella parte della donna che nel primo piano non solo non si vede, ma proprio non c’è; infine, è nell’impossibilità di distinguere se la figura rappresentata sia scissa interiormente o in armonia col mondo esterno, come in Femme nue dans un fauteuil rouge del 27 luglio, dove il doppio cromatico (dei pigmenti) e cubistico (dei punti di vista) impone di spostare continuamente lo sguardo, oppure, anche, se si tratti di un solo corpo incredibilmente e voluttuosamente snodato ovvero di due corpi polipescamente aggrovigliati, come in La sièste del 18 agosto, dove le masse muscolari s’individualizzano a tal punto da separarsi. Gli ultimi due esempi sono successivi alla retrospettiva di giugno, come se Picasso avesse incorporato fino in fondo il dato che la mostra aveva valorizzato, per farne strumento di un godimento rotondo, che cattura il morbido abbandono dei volumi nella nuova dimensione pittorica, arraffante, sfuggente e insieme onnipresente, del corpo femminile. Doppio tematico che non può che essere formale, prodotto della tecnica, dovuto ai nuovi, sorprendenti accostamenti di cremisi, pistacchio e malva, col colore impastato maniacalmente e pennellate più pastose e luminose.
Doppio senza dialettica, naturalmente, perché la sintesi è già data e sussunta: a priori e da scomporre. Perciò anche i grandi maestri del passato, da Tiziano a Velázquez, non sono più riferimenti esterni, ma presenze interne a una pittura che non può fare a meno, anche quando racconta l’oggi, di guardare alla totalità della storia e non rinuncia, anche quando parla di un amore presente, a parlare dell’Amore con la A maiuscola. Non tanto année érotique, come nel sottotitolo parigino, ma una chiave d’accesso a tutto Picasso. Altri capolavori, da Guernica a Las Meninas, sono di qua da venire, ma chissà che il 1932 non li spieghi e contenga, con quel lavoro sull’altare di Isenheim e quella scena di danza delle ninfe al suono del flauto che sono i due poli estremi, manieristicamente, dell’affondo tragico e della contemplazione estetica in quell’anno inesausto di affermazione e ricerca.
Comunque mescoli, surrealismo e cubismo, colorismo e disegno, plasticità e superficie, antico e moderno, erotismo privato e dramma storico, Picasso stravolge e avvolge, è qui e oltre, guarda e agisce: bimane, con una mano che dipinge e l’altra che esplora. «Vorrei dipingere come un cieco che dipinge un culo per come il culo si sente», sembra che abbia dichiarato proprio nel ’32. Energia è la forza che è dentro il lavoro, un’intensità della concentrazione che è intrinseca al fare ossessivo e implica immersione totale: in quel 1932 che vide l’apice della grande depressione e il decisivo progresso dei totalitarismi, Picasso fu energia pura, con una produzione, tra pittura, scultura e disegno, eccezionale pure per i suoi altissimi standard. Con oltre 100 opere divise mese per mese, la mostra ora alla Tate di quel ’32 vuole fare un diario, ma ne costruisce anche il monumento: lavoro quotidiano e lavoro assoluto, in inscindibile endiadi.
«Se è vero che il grande enigma, la causa permanente di conflitto dell’uomo col mondo risiede nell’impossibilità di spiegare tutto con la ragione – scriveva André Breton l’anno dopo sulla rivista «Minotaure» in un articolo dedicato proprio a Picasso – come si potrà chiedere all’artista, all’intellettuale, di rendere conto dei modi che sceglie per soddisfare l’imperioso bisogno umano di formare contro le cose esteriori altre cose esteriori, nelle quali tutta la resistenza dell’essere interiore sia al tempo stesso eliminata e inclusa?». Questa tensione continua – che è mutua esclusione e necessaria compresenza – tra il corpo che rilutta e la forma che gl’impone un altro corpo, tra la realtà e la sua rappresentazione, è il mistero della creazione artistica: ed è il 1932 di Picasso. Sarà solo uno scherzo del destino che la seconda versione della retrospettiva, spostata a Zurigo tre mesi dopo con diverso allestimento, ricevesse una recensione di Jung, che diagnosticava a Picasso una tendenza alla schizofrenia, perché le sue pitture manifestavano la loro alienazione dai sentimenti?

Corriere 5.6.18
Lettera sulla scuola
Cattedre più alte per i prof
di Ernesto Galli della Loggia


Gentile signor ministro dell’Istruzione,
immagino la quantità di pratiche, di dossier, di circolari, ognuna con relative decisioni importanti da prendere, che appena messo piede a viale Trastevere avrà trovato sulla sua scrivania. Ma non è per aggiungere altri impegni a quelli gravosi che lei già ha che le vorrei proporre di adottare subito alcune misure — peraltro assai semplici — adottabili quindi con estrema facilità. È solo perché esse darebbero subito l’idea, mi sembra, che qualcosa sta veramente per cambiare nella scuola italiana. Solo l’idea naturalmente, ma di sicuro assai importante, circa la direzione verso cui non solo a mio giudizio, mi illudo di credere, la scuola italiana deve andare. Ecco dunque in breve le dieci misure che le propongo di prendere a cominciare già dal prossimo settembre:
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico — ha scritto Hannah Arendt, non propriamente una filosofa gentiliana, come lei sa — non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche .
a ncora:
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi : «Il buon ci nema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!».
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
Gentile signor ministro, lei si trova oggi alla testa di un dicastero importante nel quadro di un governo che ama definirsi del «cambiamento»; che da quando ha cominciato a vedere la luce non ha fatto altro che ripetere questa parola: cambiamento! E allora coraggio, cambi! Cambi subito almeno qualche piccola cosa: che poi, dia retta, piccola non sarebbe proprio per nulla.

il manifesto 31.5.18
Cézanne 1907, quella pittura è una muraglia
"Paul Cézanne e Rainer Maria Rilke. Quadri da un'esposizione", Jaca Book. Bettina Kaufmann ha trovato traccia certa di 42 delle 56 opere del maestro di Aix esposte nella storica mostra tenutasi nel 1907, l'anno dopo la sua morte, al Grand Palais: visitatore folgorato Rilke, che ne riferì. Vi si rivelò uno sguardo totale, «un morire per rinascere alla realtà» (André Pératé). Anche il Cézanne ultimo era molto ben rappresentato
di Giuseppe Frangi


Il Salon d’automne in quel 1907 aprì il primo ottobre. Era alla quinta edizione e per il successo ottenuto era stato trasferito dagli spazi un po’ angusti dei piani bassi del Petit Palais a quelli immensi del Grand Palais. Quell’anno il manifesto annunciava quattro personali: Berthe Morisot, Eva Gonzales, Jean-Baptiste Carpeaux e Paul Cézanne, morto proprio nell’ottobre dell’anno prima. Il Salon, inventato da Frantz Jourdain, architetto e critico di origine belga, prevedeva sempre la pubblicazione di un piccolo catalogo, con la lista puntuale delle opere esposte. Nel caso di Cézanne ci rivela che erano 56, elencate a blocchi per collezionisti prestatori, con il solo titolo e senza misure. Stranamente di quell’edizione del Salon non si conoscono fotografie, così le sale di Cézanne sono rimaste sempre un po’ in un cono d’ombra, nonostante si fosse trattato della sua prima grande personale e di una delle mostre-cardine del secolo passato.
Ci sono voluti 110 anni per scoprire quali quadri fossero appesi negli spazi del Grand Palais. Merito del lavoro di Bettina Kaufmann, co-curatrice del Cézanne Online Catalogue Raisonné, che sulle 56 opere esposte ha trovato traccia certa di 42, mentre altre 14 non hanno potuto essere identificate univocamente, per via della genericità dei titoli e dei numerosi passaggi di mercato. Comunque siamo nell’altamente probabile. Così la sfilata di immagini nel volume ora pubblicato a conclusione del lavoro – Paul Cézanne e Rainer Maria Rilke Quadri da un’esposizione (Jaca Book, pp. 144, 56 tavv. col., euro 50 ,00) – restituiscono bene la fisionomia di quella mostra-evento che ha segnato come poche altre la storia dell’arte del secolo scorso. Si scopre che lo sguardo su Cézanne era già uno sguardo totale, con notevole attenzione anche alle opere dell’ultimo periodo dello scontroso maestro di Aix: in particolare Ambroise Vollard aveva intercettato due ritratti del Jardinier Vallier, quasi ancora freschi di pittura. Il figlio Paul aveva prestato una serie di sette meravigliosi acquerelli, tra i quali un capolavoro del 1906, La Bouteille de Cognac. Tra i prestatori c’era anche un italiano, Egisto Fabbri, il mercate fiorentino che nella sua collezione aveva decine di opere di Cézanne, tra le quali Madame Cézanne à la jupe rayée, oggi al museo di Boston. Fuori catalogo, ma documentato dalle cronache, arrivò anche una 57esima opera, che Claude Monet volle prestare in omaggio al grande collega da poco scomparso: è un quadro del 1867, una figura di uomo nero di spalle, Le Négre Scipion. Un quadro strano se pensato in rapporto agli interessi di Monet, ma che documenta un approccio a Cézanne come artista totale e non come semplice compagno nell’avventura dell’Impressionismo e di ciò che ne derivò.
Com’è noto la mostra fu teatro delle visite compulsive di Rilke che in quegli anni era a Parigi e che tra il 6 e il 24 ottobre raccontò, in una sequenza quasi quotidiana di lettere alla moglie Clara, la propria folgorazione davanti alle opere di Cézanne. Nel volume di Jaca Book le lettere sono presentate nella selezione curata da Clara Rilke in occasione della prima pubblicazione del 1952, con l’aggiunta di due lettere «cézanniane» inviate dal poeta alla pittrice tedesca Paula Modershon-Becker, sempre nel 1907. Scrive Rilke che «Cézanne è stato un evento che quasi tutti erano impazienti di ammirare, i pittori in particolare non vedevano l’ora».
Che si fosse trattato di una mostra terremotante lo conferma la circostanziata e a suo modo straordinaria stroncatura firmata da André Pératé per la «Gazette des Beaux-Arts». È una recensione che testimonia come il contraccolpo del disvelamento di Cézanne avesse causato un profondo e quasi drammatico malessere in tanti osservatori. «Le vecchie abitudini classiche o romantiche – scrisse Pératé –, il nostro idealismo, per quel poco che sussiste, il nostro desiderio di stile e di sentimento, tutto è travolto, violentato da questo pittore brutale, da questo pazzo». Cézanne «uccide il mio innocente Corot, svela le bugie di Délacroix», scrisse quasi impaurito il critico francese, davanti a quella pittura che sembrava come «una muraglia», «una realtà» davanti alla quale «tutto il resto, alla prova, sembra come un decoro». Cézanne è un barbaro, metà operaio e metà trappista, per il quale la pittura è «un morire per rinascere alla realtà» (il corsivo è di Pératé).
Lo sguardo di Rilke è più contiguo di quanto non sembri a quello di Pératé. Anche lui, come scrive Franco Rella nel saggio sulle lettere del poeta contenuto nel libro, «avverte una vertiginosa concentrazione», perché nella pittura di Cézanne c’è «tutta la realtà». Rilke arriva in mostra avendo già avuto più di un approccio con Cézanne, prima da Cassirer, in Germania, e poi alla galleria Bernheim-Jeune a Parigi, nel 1906, in occasione di una mostra di suoi acquerelli. Il 7 ottobre, durante la visita quotidiana al Salon, aveva incontrato anche Julius Meier-Graefe, lo storico dell’arte che aveva fatto conoscere l’impressionismo in Germania e di cui aveva anche apprezzato un libro su quella stagione pittorica. Inoltre Rilke aveva compulsato i ricordi e le lettere che Émile Bernard aveva pubblicato nei suoi Souvenirs sur Cézanne, riproposti dal «Mercure de France» in occasione del Salon. Quello di Rilke è dunque un approccio strutturato e consapevole, che gli permette di scavare dentro la pittura e di cogliere delle dinamiche rivelatrici. Scrive ad esempio: «È come se ogni punto sapesse di tutti gli altri. Tanta è la sua partecipazione; tanto si combinano in lui adattamento e rifiuto». Il suo è uno sguardo ravvicinato, che si tiene alla larga da un’interpretazione letteraria. È un approccio che trova un rimando in una pagina sinteticamente straordinaria dei Pensieri Verticali di Morton Feldman (una lettura di cui sono debitore a Lea Vergine), che spiega come Cézanne abbia costituito un nuovo inizio per la pittura: «Cézanne ci ha dato la “pittura per la pittura”, ma ci ha dato anche l’ultima grande rivelazione sulla natura. Questo è ciò che rende il suo approccio “analitico” così straordinariamente commovente. Per Cézanne il mezzo è diventato l’ideale».

Il Fatto 5.6.18
Raffaello e Michelangelo. I geni tornano a parlarsi
Uffizi. Nella nuova sala le opere dei due grandi del Rinascimento sono vicine
di Alessia Grossi


Una stanza tutta per loro. Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti, geni del Rinascimento, tornano a parlarsi a Firenze come nei primi anni del 500. A indicare la strada circolare verso i due è Fra’ Bartolomeo, grande dimenticato della scena del tempo, ora con loro nella sala “Raffaello e Michelangelo”, aperta da oggi al pubblico e ideata dal direttore delle Gallerie Eike Schmidt. Vi si accede da una porta chiusa dal 1500. Il percorso è una sorpresa per l’occhio e “un invito a pensare per il cervello”, spiega il direttore. In una teca posta in perpendicolare alla parete, Adorazione del bambino e Presentazione al Tempio di Fra’ Bartolomeo hanno appena catturato lo sguardo, che subito dietro, alla parete di fondo, la sua Visione di San Bernardo raddoppia lo stupore, e come in una lente di ingrandimento si rivede il bambino più piccolo ingrandito e il manto della Madonna più blu: la vista è in trappola.
È possibile uscirne solo spostandola a sinistra, dove l’aspetta la Madonna col Cardellino di Raffaello a metterne in mostra richiami e differenze tra i due autori allora amici. Sorpresa per questo capolavoro “da corridoio”, dove è rimasto per sei anni, dal 2012 e che ora si riunisce al Tondo Doni, dipinto da Michelangelo all’incirca nello stesso periodo. Già, il Tondo, affiancato ora più a sinistra ai due ritratti di Maddalena e Agnolo di Raffaello, arrivati da Palazzo Pitti. Cosicché i committenti come in casa loro, ora possono ammirare l’opera commissionata. Il Tondo, dicevamo, custodito in una teca a cassaforte, che avvisa il direttore sul cellulare se al suo interno varia anche solo di poco il microclima, e alla cui destra sta Testa detta di “Alessandro morente”. Statua questa, che non solo avrebbe ispirato uno dei personaggi sullo sfondo a destra del Tondo, il Lacoonte, ma anche il San Giovanni Battista di Raffaello e Bottega che la affianca. Eppure è assurta per decenni a ruolo di poggia-gomito per turisti nel corridoio delle Gallerie. “Sventura sua era accanto alla finestra panoramica – svela il direttore – da cui pare che i visitatori debbano vedere l’Arno – continua sarcastico Schmidt – e per questo era loro utile come punto d’appoggio”. La nuova sala è una delle rivoluzioni del tedesco, criticato fin dal suo insediamento nel 2015, che confessa di aver visto accelerare il suo programma solo quando ha dichiarato di lasciare nel 2020.
Una rivoluzione “di ispirazione rinascimentale” che vuole far tornare le opere e gli artisti a parlarsi, ma soprattutto non fatta solo di numeri. “Che te ne fai di belle cifre se la gente, a parte aver fatto qualche foto e speso dei soldi per entrare non si porta dietro niente, oppure ricorda sempre le stesse opere?”, si chiede Schmidt di ritorno dalla Cina, dove continuano a chiedergli in prestito Michelangelo, Leonardo e Raffaello, e lui continua a negarglieli. Una rivoluzione di difficoltà inaspettate come quella della lotta ai bagarini. “Abbiamo ridotto il 70% i loro affari, ma non è stato facile – confessa – sono molto protetti, non si capisce come mai”. Non ne fa neanche una questione di soldi, Schmidt: “Quelli non bastano mai – spiega – ma è come per i collezionisti, i più ricchi non mettono mai insieme le collezioni migliori”. Il suo obiettivo è “prendere sul serio i visitatori, dopo un lungo periodo in cui le opere d’arte venivano trattate come una collezione di francobolli”. Per ora, nel futuro a breve termine ci riserva l’inaugurazione della nuova sala Leonardo, che completerà il lavoro di “dialogo” tra i grandi artisti, e magari l’acquisto di nuove opere d’arte, altra attività iniziata da Schmidt e che lui stesso spera “non finisca nei depositi”. Ma il futuro sono anche tre mostre da aprire nel prossimo mese: dalla retrospettiva su Fritz Koeing (dal 21 giugno), a “Islam e Firenze” (dal 22 giugno), a “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’antichità al Medioevo” (26 giugno). Perché chi conosce il “direttore straniero” con il suo accento impeccabile e la sua cultura di Firenze, l’arte, la città e anche il campanilismo (“Una volta gli Uffizi erano divisi in scuola senese, scuola pisana, scuola pratese. La scuola veneziana è tutta nel mio ufficio”, scherza), sa che ogni mese ne inventa almeno una (di mostra). Che “da quando c’è lui non ci sono picchi di visitatori, ma solo un grande picco”, giocano i suoi collaboratori. Ma non tutti sanno che sta per togliersi un sassolino dalla scarpa: renderà noto l’elenco delle opere che dagli Uffizi sono finite negli uffici dell’amministrazione pubblica italiana. “Quella che i magazzini siano pieni di capolavori è una leggenda”, racconta. “Magari fossi così. Dal 1870, prefetti, questori, magistrati e politici, fino alle ambasciate decorarono gli uffici con opere degli Uffizi. Pubblicheremo l’inventario, così tutti sapranno dove trovarle”. È il microclima che cambia.

Corriere 5.6.18
1918-2018 Cento anni fa nasceva il grande economista, premio Nobel nel 1985, che fu costretto all’esilio dalle leggi razziali di Mussolini
È viva la lezione di Modigliani
Il primato della lotta alla disoccupazione contro l’arido monetarismo dominante
di Giorgio La Malfa

Franco Modigliani — uno dei maggiori economisti della seconda metà del Novecento, premio Nobel per l’economia nel 1985 — era nato un secolo fa, il 18 giugno 1918. Aveva perciò venti anni nel 1938 e stava per laurearsi in legge a Roma quando vennero promulgate le leggi razziali. Il consiglio di Bruno Calabi, padre della sua futura moglie e proprietario delle Messaggerie Italiane, che vennero in quella circostanza cedute alla Mondadori, fu di lasciare subito e definitivamente l’Italia. Franco e Serena si trasferirono a Parigi, si sposarono e nell’agosto del 1939 si imbarcarono a Le Havre sul Normandie — uno degli ultimi piroscafi a traversare l’Atlantico prima dello scoppio della guerra; giunsero a New York il 28 agosto, quattro giorni prima dell’invasione della Polonia.
Per sopravvivere Modigliani trovò lavoro come venditore di libri importati dall’Italia. Contemporaneamente, grazie a una borsa di studio di Max Ascoli, un antifascista italiano emigrato da tempo negli Stati Uniti, si iscrisse ai corsi serali di economia della New School for Social Research. Negli anni Venti, la New School era stata un’oscura Università per l’educazione degli adulti creata da un miliardario filantropo, ma negli anni Trenta, sotto la protezione di Franklin Delano Roosevelt e soprattutto della moglie Eleanor, divenne uno dei grandi centri universitari che accoglievano docenti e studenti in fuga dall’Europa, tanto da essere soprannominata l’Università in esilio. In quel periodo alla New School Modigliani ebbe due maestri: Jacob Marschak, un economista matematico russo che dopo la rivoluzione di Ottobre si era rifugiato in Germania da dove era dovuto fuggire all’avvento del nazismo, e Abba Lerner, anche lui ebreo, inglese, che aveva fatto i primi passi alla London School of Economics con Friedrich von Hayek, ma si era convertito alle idee di John Maynard Keynes dopo la pubblicazione nel 1936 della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.
La coincidenza fortunata per Modigliani fu che i suoi anni di apprendistato economico coincisero con «la rivoluzione keynesiana», cioè con la trasformazione radicale dell’impostazione degli studi economici seguita alla pubblicazione nel 1936 del libro di Keynes. La Teoria generale — scrisse Paul Samuelson qualche anno dopo — «colpì la maggior parte degli economisti sotto i trentacinque anni con la virulenza inaspettata di una malattia che attacchi per la prima volta e decimi una tribù isolata dei Mari del Sud». Essa, in effetti, segnò in modo indelebile Modigliani e gli economisti della sua generazione: «Keynes — scrisse Modigliani nella sua autobiografia Avventure di un economista (Laterza) — ci dava la speranza che la malattia misteriosa che aveva originato la tremenda recessione del 1929 fosse qualcosa che poteva essere compresa… Quegli studi ci infiammavano. Capimmo di essere su una linea di frontiera… stavamo combattendo una guerra importante per il futuro». Keynes per l’economia e Roosevelt per la politica sono stati la duplice ispirazione a cui Modigliani è rimasto fedele per tutta la vita.
Il ciclo vitale del risparmio
Nel gennaio del 1944 apparve su «Econometrica», una delle più importanti riviste americane di economia, un articolo di Modigliani, che aveva solo 25 anni, intitolato Liquidity Preference and the Theory of Interest and Money. L’articolo conteneva una fra le prime, se non la prima, formulazione matematica completa della Teoria generale. Modigliani sosteneva che la rigidità dei salari, e cioè il fatto che il salario monetario non si riduca in presenza di disoccupazione, spiega perché i sistemi di mercato non realizzano automaticamente la piena occupazione. Forse, con il senno del poi, si può sostenere che l’articolo contenesse un fraintendimento della Teoria generale, le cui conclusioni non richiedono questa ipotesi sulla rigidità dei salari. Ma l’articolo comunque rafforzava gli argomenti sulla necessità di una politica economica attiva per realizzare e mantenere la piena occupazione.
Oltre a mettere in dubbio le vecchie certezze sulle virtù del mercato, la Teoria generale aperse di colpo nuove promettenti aree di ricerca. Una di queste fu lo studio delle determinanti del risparmio nel breve e nel lungo periodo. Keynes aveva sostenuto che, al crescere del reddito, il consumo tende a crescere, ma non quanto il reddito. Dunque anche il risparmio cresce al crescere del reddito. Ma che cosa determina esattamente la propensione al consumo e al risparmio? Modigliani avanzò l’ipotesi che la propensione al risparmio muti nel corso della vita secondo un ciclo che essenzialmente vede le persone risparmiare da giovani e spendere da vecchie il risparmio accumulato. Su questa ipotesi continuò a lavorare a lungo traendone implicazioni importanti. Nel 1985 la Commissione del Nobel nelle motivazioni del premio si riferì soprattutto a questo filone di ricerca.
I modelli econometrici e il ritorno in Italia
Un secondo sviluppo collegato alla Teoria generale riguardò i cosiddetti modelli econometrici, cioè le stime delle relazioni funzionali fra i vari elementi del sistema economico, così da poterne ricavare delle implicazioni di politica monetaria o di politica fiscale. Modigliani fu al centro di questi sforzi di elaborazione. Collaborò alla preparazione di uno dei primi modelli econometrici dell’economia americana e, dalla metà degli anni Sessanta, fu chiamato da Guido Carli in Banca d’Italia per collaborare alla formulazione del primo modello econometrico dell’economia italiana. Questo creò un legame fra la Banca d’Italia e il Massachusetts Institute of Technology, dove Modigliani era stato chiamato a insegnare nel 1962 e dove soggiornarono e studiarono molti degli economisti della Banca, da Fazio a Padoa Schioppa, da Tarantelli a Mario Draghi.
Contro il monetarismo
Dopo venticinque anni di predominio intellettuale indiscusso, a partire dagli anni Sessanta del Novecento la rivoluzione keynesiana perse forza e smalto. Nel giro di pochi anni, con la stessa rapidità con cui la Teoria generale aveva spodestato la precedente visione economica, il cosiddetto «monetarismo» di Milton Friedman, che era una riproposizione delle idee pre-keynesiane, si impossessò — o meglio si reimpossessò — della scienza economica. Invece dell’attivismo dei governi, si teorizzò che fosse meglio ridurre il perimetro dell’azione pubblica. Nel 1974, parlando come presidente dell’associazione degli economisti americani, Modigliani mise in chiaro le differenze di fondo fra le due concezioni e le implicazioni politiche che ne discendono: «I non monetaristi accettano quello che considero il messaggio pratico fondamentale della Teoria generale e cioè che un’economia privata di mercato… ha bisogno di essere stabilizzata, può essere stabilizzata e quindi deve essere stabilizzata usando appropriate politiche monetarie e fiscali. Per i monetaristi, invece, non vi è alcuna necessità effettiva di stabilizzare l’economia; ed anche se questa necessità vi fosse, non sarebbe possibile farlo, perché le politiche di stabilizzazione probabilmente aumenterebbero e non ridurrebbero l’instabilità… e anche nel caso improbabile che queste politiche potessero essere utili, non è il caso di affidare ai governi queste responsabilità.»
Un ricordo personale
Franco e Serena Modigliani erano persone di straordinario calore umano. Accoglievano i giovani economisti che giungevano dall’Italia nella loro casa di Belmont, nei sobborghi di Boston. Serena li nutriva e li consigliava nei loro problemi personali. Franco, che aveva una curiosità intellettuale insaziabile, si informava delle loro ricerche e spesso proponeva di lavorare insieme su qualche argomento. Io stesso feci questa esperienza a metà degli anni Sessanta. Nelle cattive abitudini dell’Università italiana spesso i giovani scrivono e i «maestri» cofirmano (quando non si appropriano del tutto del lavoro dei loro collaboratori). Con Franco al più giovane era riservata la prima stesura che Franco definiva eccellente, salvo però rimetterci lui stesso le mani modificando progressivamente l’impianto, scavando nelle deduzioni, arricchendo le conclusioni. Era uno spettacolo straordinario vedere una mente di prim’ordine sezionare i problemi, scomporli, analizzarli e ricomporli. Personalmente credo che molto di quello che ho imparato in quegli anni sia venuto dal lavoro in comune con Franco Modigliani. Fu così a metà degli anni Sessanta ed è stato di nuovo così quando, fra il 1998 e il 2000, scrivemmo insieme una serie di articoli sollevando interrogativi sul Trattato di Maastricht e sulla moneta unica, allora in via di definizione.
Quando Modigliani arrivava in Italia, cosa che avvenne spesso a partire dalla fine degli anni Sessanta, scriveva sui giornali italiani, dava interviste, partecipava ai dibattiti. Aveva due nemici: gli sprechi pubblici — non gli investimenti pubblici — e l’inflazione. Con i sindacati discuteva per spiegare che l’inflazione distrugge i posti di lavoro e sottrae il potere di acquisto alle fasce più deboli. Le politiche dei redditi non erano per lui un modo per limitare la capacità dei lavoratori di ottenere una quota più ampia del reddito nazionale, ma lo strumento per difendere le conquiste del lavoro.
Il centro del pensiero economico di Modigliani restava il problema del lavoro, la piena occupazione. Scrive nell’autobiografia: «Sono indignato dell’infamia di una disoccupazione di massa che non viene affrontata con sufficiente energia dai governi… L’inaccettabilità morale di questa situazione va gridata ad alta voce. Forse sarà una voce che grida nel deserto. Ma voglio correre il rischio di essere frainteso, piuttosto che di stare zitto… Non è nemmeno vero che l’obiettivo della piena occupazione affrontato come priorità assoluta avrebbe come conseguenza quella di mettere in soffitta il trattato di Maastricht e la moneta unica. Sono in grado di dimostrare che esiste un modo per rendere la moneta unica compatibile con la piena occupazione».
Come starebbe meglio l’Europa se, invece dell’arida visione contabile che la impronta, l’Unione monetaria europea traesse ispirazione dal testamento di un grande economista che aveva attraversato ed aveva riflettuto sulle tragedie economiche e politiche del Novecento!

Repubblica 5.6.18
L’anniversario
Rossi-Doria e Revelli la voce dei vinti
Nuto Revelli e  Manlio Rossi- Doria
Trent’anni fa moriva l’intellettuale che aveva dedicato i suoi studi alle condizioni del Mezzogiorno, condividendo con l’amico Nuto l’interesse per “gli ultimi”. Pubblichiamo un carteggio inedito tra i due del 1977


CUNEO, 14/1/ 77
Caro Manlio, mi hai sempre accompagnato in questi anni di lavoro.
Mille volte mi sarò detto: «Se ci fosse qui Manlio, chissà che cosa ne penserebbe di questo e di quest’altro problema?». Devo molto al tuo incoraggiamento. Adesso ho finito, l’ho consegnata il 15 dicembre la mia fatica di sette anni. L’introduzione è di 150 pagine, e inquadra la situazione di ieri e di oggi, il mondo dei testimoni. Poi le 450 pagine delle testimonianze. Ti confesso che sento non poca nostalgia del lavoro di ricerca, il lavoro entusiasmante era proprio la ricerca, era quell’entrare in centinaia di case a dialogare, ascoltare, imparare. Pesante invece la traduzione dal dialetto o dal patois, ho dovuto risentire ogni registrazione almeno tre volte prima di realizzare i testi definitivi. Ogni testimonianza parlata ha una durata media di quattro ore. Sono 270 le testimonianze che ho raccolto, un materiale enorme, e a mio giudizio quasi tutto valido. Ma i 2/3 di questo materiale ho dovuto sacrificarlo. Ho salvato 85 racconti di vita contadina.
I temi. C’è la 2° emigrazione verso le Americhe (la più interessante è quella degli Stati Uniti), c’è molto dell’emigrazione verso la Francia, e la 2° Guerra Mondiale, il prefascismo (poco), il “Ventennio”, la 2° Guerra Mondiale, la pagina partigiana, e infine la realtà di ieri e di oggi.
La guerra è proprio “dentro” al mondo contadino, come la tempesta. Mi ero illuso di aver smaltito per sempre il tema “guerra”. Invece l’ho ritrovata come tema dominante: la guerra è la grande esperienza, è la ferita mal cicatrizzata che sanguina non appena la tocchi.
Sette anni di dialogo con la campagna povera del mio Cuneese. E finalmente ho capito quanto sono duri i contraccolpi di un’industrializzazione selvaggia e caotica. Ormai, nella nostra campagna povera, è saltato il tessuto sociale: ormai le forze giovani sono finite tutte in fabbrica. Manlio, quanta gente vorrei che finisse davanti ad un plotone di esecuzione, quanto sarebbe necessario un 25 aprile!
Malgrado tutto continuo a credere. Ho già in testa un altro lavoro di ricerca, non riesco a stare fermo. Adesso vorrei studiare i matrimoni contadini della campagna povera. Dimmi se sono matto o no. I soli matrimoni contadini che si sono realizzati nell’arco di questi ultimi quindici anni sono i matrimoni tra i nostri contadini anziani e le donne del meridione, le cosiddette “calabrotte”.
Nelle Langhe questi matrimoni si contano a centinaia, e il fenomeno si va estendendo alla montagna e alla pianura.
È la realtà sociale delle nostre campagne che sta cambiando, tra l’indifferenza di tutti. Far parlare questa gente, scoprire queste due Italie povere che si incontrano, questo il mio interesse di oggi.
Ho ancora l’azienda, voglio sempre chiuderla, poi rimando, ma giorno dopo giorno la ridimensiono.
Penso proprio che il 1977 sarà l’anno buono.
Nel 1978 scenderò finalmente nel meridione! Manlio, perdonami la lunga chiacchierata.
Un saluto affettuoso a Annie, ai tuoi figli.
A te un abbraccio Nuto
ROMA, 6 MARZO 1977
Caro Nuto, son quasi due mesi che ho la tua lettera, letta e riletta e molto importante e cara. Non vedo l’ora di avere tra le mani il nuovo libro, ma dalla tua lettera ne ho già compresa tutta l’importanza e la bellezza. Purtroppo questo maledetto e benedetto disturbo coronarico — che mi ha fermato da un anno e mezzo o (per meglio dire) mi ha obbligato a mettermi definitivamente su di un piano diverso di vita — è venuto a cadere nel momento nel quale speravo di avviare laggiù in alta Irpinia un lavoro di ricostruzione dal basso con gli emigrati, al quale mi ero preparato. Spero e dispero di poterlo riprendere d’estate, quando i pericoli delle mie coronarie sono minori; spero e dispero di persuadere a portarlo avanti alcuni dei miei giovani collaboratori e amici di Portici. Ma non è facile e forse non siamo ancora pronti e certo le condizioni generali non sono in favore.
Eppure sono sempre più convinto che, per uscire dal fosso dentro il quale da anni camminiamo, uno dei processi essenziali sarà quello di una rivitalizzazione delle nostre campagne attraverso processi di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista decentrata agricolo-industriale. Questa sola può essere capace di far rivivere — in forme e con accenti naturalmente diversi da quelli di un tempo — molti dei valori umani e civili, ai quali non soltanto noi teniamo, ma tengono istintivamente molti altri. Le premesse tecniche ed economiche per rendere possibile questo ritorno prima mancavano. Tale mancanza ha reso inevitabile e precipitosa la fuga e ha fatto «saltare — come dici tu — il tessuto sociale». Oggi — anche se di difficile sviluppo e bisognose di essere sorrette da un vigoroso slancio civile — tali premesse ci sono. Non bisogna, quindi, disperare. C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che spinge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno. Il tuo lavoro — sia quello precedente sulla guerra (la grande esperienza dei contadini italiani) sia quello recente sul grande esodo — è e sarà essenziale per dar forza ad altri per lavorare in questa direzione. Bellissimo il nuovo lavoro al quale ti accingi. Mi piacerà molto ragionarne con te ed è questa una delle ragioni per le quali mi auguro che la tua da tempo promessa visita giù sia prossima e non lontana. Se troverai il nome dei poveri di origine delle tue “calabrotte”, si potrebbe insieme e con l’aiuto di alcuni miei amici meridionali visitarli e riscoprire i legami antichi e forse cercarne di nuovi.
È mia convinzione — e oggetto di fantasiose costruzioni mentali — che tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dalla «industrializzazione selvaggia e caotica», la nostalgia oscura di quel che hanno perduto possa — non dico in tutti, ma in molti — trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione a razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo della contrada, nelle quali hanno ancora il cuore e le radici. Mi chiedo, quindi, per il tuo Piemonte — come per la mia Irpinia e Lucania o Calabria — se non si possa andare tra coloro che sono partiti, per rilegarli tra loro in associazioni aperte ai problemi delle valli e degli altopiani dove sono nati. Sarebbe questo lo sbocco operativo del tuo lungo lavoro; forse quello sbocco al quale — anche se non hai voluto confessarlo a te stesso — hai sempre pensato. Questi ed altri sono i pensieri che la tua lettera ha ravvivato in me, con il desiderio di parlare ancora con te, nel ricordo delle bellissime giornate passate da me e dai miei come tuoi ospiti nel Cuneese.
Aspetto il libro e aspetto la tua visita. Voglimi bene come te ne voglio. Ricordaci a tua moglie, ai figlioli.
Ti abbraccio Manlio

Repubblica 5.6.18
L’appello di manlio alle “forze giovani”
di Francesco Erbani


«Non bisogna, quindi, disperare». A Manlio Rossi-Doria basta una manciata di parole per sintetizzare non un ingenuo ottimismo, bensì uno stato d’animo volto comunque a cercare, restando pessimisti, un punto di forza sul quale far leva. Il suo invito Rossi-Doria, di cui ricorre oggi il trentesimo anniversario della morte (5 giugno 1988), lo rivolge all’amico Nuto Revelli il quale gli comunica – siamo all’inizio del 1977 – che ha appena completato Il mondo dei vinti (uscirà di lì a poco da Einaudi), il viaggio-inchiesta fra i contadini del cuneese spiazzati da «un’industrializzazione selvaggia e caotica». Il rapporto fra Manlio e Nuto è stretto, affettuoso, solidale. Le due lettere, che qui accanto riproduciamo, provengono dall’Archivio Rossi-Doria custodito all’Animi (l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia) e verranno pubblicate da Emanuele Bernardi in collaborazione con l’Associazione Rossi-Doria. Il punto centrale nella riflessione di entrambi non è solo la sorte dei contadini e delle campagne, quanto le conseguenze di dissipazione economica e sociale che sta producendo quel tipo d’industrializzazione.
Revelli guarda alle campagne piemontesi, Rossi-Doria a quelle in cui agisce da decenni in qualità di economista agrario e di politico, le campagne “dell’osso”, come chiama le aree interne del Mezzogiorno, distinte dalla “polpa”. Due mondi distanti, a Nord e a Sud, che viaggiano a ritmi diversi.
Eppure accomunati dalla più recente etichetta dell’abbandono e dello spopolamento. Allora erano le grandi aree urbane a riempirsi, e con loro le industrie. «Ormai le forze giovani sono finite tutte in fabbrica», scrive Revelli.
Oggi, che anche tante fabbriche si sono svuotate, si riavviano nelle campagne del Nord e anche al Sud, con diversa intensità, i percorsi del ritorno, del ripopolamento, dell’attivazione di vecchi saperi o dell’applicazione di nuove conoscenze. Ed ecco che le parole di Rossi-Doria all’amico Revelli, datate 1977, suonano come una prospettiva nient’affatto illusoria. «Per uscire dal fosso dentro il quale da anni camminiamo», scrive Rossi-Doria, «uno dei processi essenziali sarà quello di una rivitalizzazione delle nostre campagne attraverso processi di ricostruzione dell’agricoltura contadina nel quadro di un’economia mista decentrata agricolo-industriale». E aggiunge: «C’è nell’aria e nelle cose, e c’è particolarmente in molti giovani, qualcosa che spinge in questa direzione. Fino all’ultimo fiato persone come te e me sono tenute a dare sostanza a questo che a molti appare irrealistico disegno».

Il Sole Domenica 3.5.18
Goethe: «Sono nato quasi morto»
L’«Autobiografia», redatta dal 1809 al 1832, copre l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza e la prima maturità. Mentre la scrive, lo scrittore diviene un mito
di Piero Boitani


«Il 28 agosto 1749, alle dodici in punto, venni al mondo a Francoforte sul Meno. La costellazione era propizia; il sole, al culmine per quel giorno, era nel segno della Vergine; Giove e Venere lo osservavano benevoli, Mercurio non era ostile, Saturno e Marte erano indifferenti: solo la luna, ormai piena, esercitava la forza della propria luce anteliale, tanto piú che era entrata nella sua ora planetaria. Si oppose quindi alla mia nascita, che poté avvenire solo quando quell’ora fu passata». Inizia così, dopo la Premessa, la narrazione di Poesia e verità, l’autobiografia di Goethe. A giudicare dai risultati, le congiunzioni astrali che presiedettero alla nascita dello scrittore corrisposero alla realtà: mai genio più grande e multiforme è venuto al mondo nella modernità. Se Omero, Dante e Shakespeare regnano indisturbati sull’antichità, il Medioevo e il Rinascimento, Goethe domina incontrastato il periodo cruciale del passaggio tra l’ancien regime e la cultura che diverrà nostra, tra Illuminismo, Classicismo e Romanticismo. Ma Goethe, che sapeva molto bene, per averlo appreso da Cardano, Cellini, Montaigne e Rousseau, come si compone una storia di sé, taglia immediatamente l’affermazione che potrebbe suonare bombastica, aggiungendo: «Questa ottima costellazione, alla quale in seguito gli astrologi attribuirono grandi meriti, fu verosimilmente all’origine della mia sopravvivenza: a causa dell’insipienza della levatrice infatti, quando venni al mondo fui considerato morto e solo con reiterati sforzi riuscirono a farmi vedere la luce». Precisa infine, come chi voglia essere pignolo con un sorriso, che tale circostanza, «se procurò grande pena ai miei, risultò però vantaggiosa per i concittadini, perché il nonno, il podestà Johann Wolfgang Textor, colse l’occasione per assumere un ostetrico e per introdurre o rinnovare la formazione delle levatrici; il che andò, in seguito, a vantaggio di molti nascituri».
Poesia e verità è tutta qui, quanto al tono, sin dalle prime righe: il racconto è abilissima e amabilissima conversazione, affabulazione affascinante perché non solenne, attenzione al dettaglio e all’atmosfera che circonda gli eventi, alla congerie storica nella quale un uomo – il singolo individuo – si trova a vivere. Dichiara la Premessa, citando una lettera fittizia nella quale si sarebbe richiesto al poeta, dopo la pubblicazione delle Opere in dodici volumi tra il 1806 e il 1808, di fornire, «inserendole in un contesto, le condizioni di vita e gli stati d’animo che le hanno determinate, i modelli che hanno agito su di Voi, e infine i fondamenti teorici che vi hanno guidato». In prima persona, Goethe replica con la propria concezione della biografia e dell’autobiografia, sostenendo che l’obiettivo sarebbe quello di «rappresentare l’essere umano all’interno del suo tempo, per mostrare sino a che punto l’insieme lo ostacoli e fin dove invece lo favorisca, come egli riesca, a partire da esso, a farsi un’idea del mondo e del genere umano, e come, nel caso sia artista, poeta, o narratore, abbia rispecchiato questa idea verso l’esterno». «Obiettivo tuttavia quasi irraggiungibile», glossa, «poiché presuppone che l’individuo conosca se stesso e il suo secolo». «Quasi», appunto: perché se c’è qualcuno che conosce se stesso e il suo secolo, questo è Goethe, che mai lesina sforzi per obbedire all’antico motto di Delfi e sparge in tutta Poesia e verità l’anelito di conoscenza.
L’autobiografia – una delle tre, credo, nate da Goethe: il Viaggio in Italia, questa, e le Conversazioni con Eckermann – fu composta lungo un esteso arco di tempo, dal 1809 al 1832 (l’anno successivo uscirono postume le ultime cinque sezioni) è divisa in quattro parti e venti Libri: copre l’infanzia dal primo alla metà del sesto, l’adolescenza e la giovinezza dalla seconda metà del sesto sino all’undicesimo, dal dodicesimo alla fine la prima età matura. Mentre la redige, Goethe raggiunge l’età di mezzo e poi la vecchiaia: diviene, gradualmente, un mito. Quando Poesia e verità esce al completo, è morto. Ma è colui che ha scritto il Gotz e il Werther, il Torquato Tasso e l’Egmont, le Affinità elettive, il Faust, il Wilhelm Meister, il Divano, saggi critici, studi scientifici – e innumerevoli, bellissime liriche. Come è riuscito, Goethe, a diventare tutto questo? A essere il patriarca supremo della letteratura tedesca e di tutta la cultura europea? Il primo a concepire una letteratura “mondiale” o universale, una Weltliteratur vera e propria, che travalica i confini non solo nazionali ma anche continentali?
Vivendo intensamente, leggendo voracemente, scrivendo con una facilità portentosa. Si prenda il Werther, questa storia di amore e malinconia che termina nel suicidio: Goethe coglie lo “spirito del tempo” e crea con esso il primo romanzo di formazione dell’era moderna, il quale fa subito il giro d’Europa. Un’invenzione spettacolosa, e l’icona di tutta un’età. L’infanzia e la giovinezza sono, naturalmente, le incubatrici di entrambe. Della prima, sceglierei, per le differenti potenzialità, due momenti cruciali. Il primo, quando l’autore ricorda, nel Libro I, che «all’interno della casa, a richiamare piú di ogni altra cosa la mia attenzione era una serie di vedute di Roma con le quali il padre aveva decorato un’anticamera... Qui ogni giorno vedevo piazza del Popolo, il Colosseo, piazza San Pietro, la basilica, dall’interno e dall’esterno, Castel Sant'Angelo e altro ancora. Queste immagini esercitarono su di me un effetto profondo...». Ecco, qui è la radice della folle corsa di Goethe, attraversate le Alpi, per l’Italia: per giungere, con il minor numero possibile di soste, a quella “capitale del mondo” che ha sognato sin da bambino. È il nucleo del Viaggio in Italia, il classico dei classici: di tutti i resoconti del gran tour. Il secondo, nel Libro IV, sono le lezioni di ebraico e la lettura della Genesi: le vicende dei patriarchi catturano subito «l’infantile vivacità» di Goethe: il quale dedica ad essa una quindicina di pagine di Poesia e verità, concentrandosi sulle figure di Abramo, Giacobbe e Giuseppe. Quest’ultima gli appare come «un racconto naturale pieno di fascino, che tuttavia appare troppo breve, tanto che ci si sente chiamati a raffigurarlo nei dettagli». Detto, fatto: il ragazzo, sulle orme di Klopstock, si dà a comporre, prima in versi poi in prosa, la storia di Giuseppe, che poi abbandona. Ebbene, sarà proprio da queste pagine che un secolo e mezzo dopo Thomas Mann prenderà esplicitamente spunto per concepire la tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli: interrompendo a un certo punto la composizione per creare il romanzo di Lotte in Weimar, cioè una narrazione che vede protagonisti Charlotte von Stein e la grande ombra del predecessore di lei un tempo innamorato. Del resto, proprio Poesia e verità costituirà per Mann il modello sul quale costruire la parodia delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull.
Più tardi, nei Libri X e XI, il giovane Goethe incontra tra gli altri Herder e Shakespeare. Il primo è figura dall’aspetto sacerdotale, tutto vestito di nero e capelli incipriati raccolti in ciocca tonda. I suoi occhi, sotto sopracciglia nere, sono neri come la pece, sebbene uno appaia sempre arrossato e infiammato; il suo comportamento gentile e delicato, salvo quando è in possesso dell’umor nero. Non concede molto al poeta nuovo, ma questi apprende da lui un modo di pensare e di guardare alla letteratura. Quando Goethe incontra Shakespeare, è al saggio di Herder che rimanda. Ma, ancor più, alla reazione contro la “francesità” proprio “al confine della Francia”: «Il loro modo di vivere ci sembrava troppo regolato ed elitario, la loro poesia fredda, la loro critica distruttiva, la loro filosofia astrusa e ciò nonostante inadeguata». Viene in soccorso Shakespeare, che inizia a «godimenti spirituali e modi di considerare il mondo più elevati, più liberi, al contempo veri e poetici». Goethe si sente in preda alla «gioiosa consapevolezza di un qualcosa di superiore» che aleggia sopra di lui: con i suoi amici, si dedica a riprodurne i quibbles, a gareggiare con l’inglese. Chi pronunciava, nel 1771, il discorso Zum Schäkspears Tag, chi diceva «Shakespeare per sempre», era trafitto dai drammi dell’inglese: al punto di introdurre negli Anni di apprendistato di Wilhelm Meister una misteriosa e memorabile scena nella quale il protagonista recita Amleto a colloquio col fantasma del padre.
Tutta Poesia e verità è allo stesso modo piena di figurazioni e meditazioni che anticipano il futuro rispecchiando il presente: così gli anni dello Sturm und Drang, e gli intensi amori della giovinezza e della prima maturità, colorano tutta l’autobiografia. Egualmente vi sono menzionati in maniera obliqua Il Viandante e il Canto di Maometto, due delle liriche maggiori di Goethe. A pieno titolo avrebbe potuto comparirvi il Canto degli Spiriti sulle Acque («Anima dell’uomo, / come somigli l’acqua! / Destino umano, / come somigli il vento!”), e soprattutto la brevissima parabola di Ein Gleiches, Un altro: «Su tutte le vette / regna la calma, / tra le cime degli alberi / non avverti / spirare un alito; / nel bosco gli uccellini stanno silenziosi. / Aspetta un poco! Presto / anche tu avrai riposo». È e non è un requiem, questo ?ber allen Gipfeln. Goethe ha animo molteplice, e credo che ci sia una relazione tra quello che Faust si trattiene dal dire all’attimo, «Fermati, sei troppo bello», e le ultime parole di Goethe morente: «Più luce». La medesima enigmatica oracolarità, lo stesso sense of an ending in sospensione irrisolta. Ma simile, anche, alla conclusione ideale di Poesia e Verità nelle parole di Goethe a Eckermann: «Ma se non si avesse altro dalla vita, se non ciò che i biografi e compilatori di lessici dicono di noi, il nostro sarebbe un gran brutto mestiere e non varrebbe la pena di darsi tanto da fare».

La prima versione italiana di «Dalla mia vita. Poesia e verità» di Goethe, l’autobiografia che percorre gli anni dalla nascita nel 1749 alla vigilia della partenza per Weimar nel 1775, venne pubblicata da Sonzogno nel 1886. Da allora è stata periodicamente tradotta o riproposta. Ora esce una nuova versione nella collana einaudiana de «I Millenni» (a cura di Enrico Ganni, introduzione di Klaus-Detlef Müller, traduzione di Enrico Ganni, Einaudi, Torino, pagg. LX-762, € 85).
Piero Boitani, lavorando sulle bozze, ha scritto in anteprima questa recensione dell’opera che sarà in libreria il 5 giugno. Dai primi amori alle passioni per l’alchimia o le marionette, queste pagine di Goethe appartengono a uno dei testi fondamentali della letteratura moderna.
Il racconto è una amabilissima conversazione non solenne, attenta all’atmosfera che circonda gli eventi, alla congerie storica nella quale un uomo si trova a vivere
Gli anni dello Sturm und Drang e gli intensi amori della giovinezza e della prima età matura colorano tutta l’autobiografia. Ed emergela venerazione per Shakespeare

Il Sole Domenica 3.5.18
Legge 180
Le parole di Franco Basaglia
di Massimo Bucciantini

Le quattordici conferenze che tenne in Brasile a giugno e novembre del 1979 sono il testo di Basaglia più conosciuto fuori dall’Italia. E al tempo stesso – come osserva Maria Grazia Giannichedda – sono «il modo migliore per avvicinarsi al suo lavoro e alle sue idee e per ritrovare, nelle sue parole, le radici della Legge 180».
Già, le sue parole. C’è un lavoro ancora da fare sulle “parole” di Franco (di Franca e dei «goriziani»). Perché tanto si è discusso in questi mesi dell’azione che lo condusse allo smantellamento del manicomio, meno, però, delle sue parole, che accompagnano e guidano quella esperienza radicale. E il presente libro – più di altri – si presta a riflettere su questo aspetto.
Tornando a leggerlo, sono rimasto colpito dall’inquietudine che lo pervade. Eppure era trascorso appena un anno dall’approvazione della legge che prese il suo nome. Non siamo cioè all’inizio di un percorso ma a un significativo risultato di messa in pratica del progetto a cui lui – insieme al gruppo di psichiatri che partecipò a quella stagione irripetibile – dedicò quasi vent’anni della sua vita.
Ma l’aria che si respira in queste conferenze non ha niente di celebrativo. Si percepisce subito che Basaglia non si sente maestro di alcunché, né è venuto per esportare un modello di psichiatria o di salute mentale. Ciò che gli interessa è «organizzare qualcosa che vada al di là di queste riunioni, qualcosa che sia come un cemento che può unire le persone che vogliono lavorare in modo diverso». Quello che gli preme comunicare è l’urgenza di un agire che non può limitarsi al rapporto con i malati e con la follia, ma che deve coinvolgere «il popolo in generale» e le sue organizzazioni sociali e politiche. Ben sapendo che ogni conquista di libertà può tramutarsi nel suo contrario, in una nuova forma di oppressione.
Ma questa situazione di pericolo e di incertezza non vanifica i cambiamenti, come se gli sforzi di trasformazione della società fossero destinati sempre e comunque all’insuccesso perché «il potere» ha la capacità di recuperare tutto. Scrive, al riguardo, Basaglia: «Se questo fosse vero dovremmo dire che le Brigate Rosse hanno ragione, cosa che invece non è affatto vera perché sono anch’esse manipolate dal potere: il terrorismo in Europa è un’immagine speculare dello Stato».
Siamo nel 1979, a un anno dall’assassinio di Moro, e sono parole pesanti le sue. Così come lo sono quelle lanciate contro la psichiatria e la medicina tradizionali. Una lotta impari, del nano contro il gigante, di una minoranza che vuole una realtà diversa, ma che può diventare – e il nome di Gramsci ricorre più volte – una minoranza egemonica.
Le Conferenze brasiliane sono abitate da parole ed espressioni che oggi ci sembrano lontane, che appartengono a un orizzonte ideologico e politico distante ere geologiche dal nostro presente. A una prima lettura siamo quasi tentati di trascurarle, di metterle in secondo piano, come se provenissero da un passato arcaico. Ma che invece non possono essere cancellate, se vogliamo provare a calarci dentro quella pratica antistituzionale, se vogliamo capirne il senso. Ecco allora che brani come questo diventano occasione di riflessione: «Penso che in un certo senso la logica terapeutica e la logica della lotta di classe siano due cose molto vicine, e che solamente con dei passi in avanti della lotta di classe si potrà creare un nuovo codice per una nuova scienza, una scienza che sia al servizio del malato». Il passaggio a una nuova scienza assume così uno dei tratti fondamentali dell’esperienza basagliana. Ma che si caratterizza appieno solo se la associamo al timbro e alla grana della sua voce, inconfondibile: «Per noi il problema era quello di trasformare la scienza in una nuova scienza, di trovare un nuovo codice che si poteva trovare solo attraverso nuove risposte all’altra classe, la classe oppressa, il proletariato e il sottoproletariato che popolavano il manicomio».
Si tratta di avviare un’opera di restituzione, anche filologica e linguistica, di quel progetto. E ciò significa, a quasi mezzo secolo di distanza, provare a leggere quei testi pesando e bilanciando le sue parole, all’interno di quell’originale incrocio tra battaglia scientifica e battaglia politica su cui Basaglia ha tentato di costruire una nuova forma di umanesimo.
Al tempo stesso, però, si avverte la necessità di ascoltare altre voci, di entrare in quel pezzo di storia da punti diversi. Per questo, il racconto autobiografico di Antonio Slavich (1935-2009) riempie un vuoto e vorremmo che altri se ne aggiungessero.
Intanto è una testimonianza preziosa, di un protagonista. E non solo perché Slavich fu il primo allievo di Basaglia, colui che dal 1961 lavorò al suo fianco fino al 1969, fino a quando i coniugi Basaglia decisero di trasferirsi prima a Colorno e poi a Trieste, ma anche perché riesce, con una scrittura in terza persona limpida e coinvolgente, a rendere il clima di fermento e di continua sperimentazione che si respirava nei padiglioni di uno degli ospedali psichiatrici più periferici e insignificanti d’Italia, al confine del mondo occidentale.
Ci si accorge subito che siamo di fronte a uno sguardo che cattura i dettagli, anche quando vorresti che il racconto non indugiasse ed entrasse subito nel vivo della battaglia. Anzi, in un primo momento saresti quasi portato a saltare, ad andare al dunque. Poi però scopri che questa andatura minimalista ha il merito di farti vedere le persone più da vicino e di spazzare via luoghi comuni. «Il primo incontro di Basaglia con Slavich fu sobrio, breve, cortese, nessun tu asimmetrico fra barone e allievo implume. Da quella mattina di fine ottobre del ’59, fino al ’68, Basaglia e Slavich si sarebbero dati sempre del lei». E riferendosi a Basaglia: «Il francese lo leggeva bene e molto, come l’italiano e l’inglese; il tedesco, invece, se lo faceva tradurre; quanto a parlarle, le lingue, l’unica che orgogliosamente usava era il veneziano, a meno che la cosa fosse proprio inopportuna».
Ma le vicende si susseguono senza tregua, e il ricordo si fa incalzante. A cominciare dalla «bella primavera» del 1965, quando a Gorizia, arriva Agostino Pirella già primario a Mantova («lo sguardo era diritto, intelligente e un po’ ironico, uno studioso serio») e subito dopo Nico, Domenico Casagrande, e poi ancora, nell’ottobre del ’66, Giovanni Jervis, la psicologa Letizia Comba Jervis, Lucio Schittar. I sette goriziani, come li chiama Slavich. Il settimo era Leopoldo Tesi arrivato nel novembre del ’62. E attorno a questo sparuto, e a volte conflittuale, gruppo si formano in quegli anni tanti operatori, allora studenti e giovani laureandi, che diventeranno il motore della preparazione della Legge 180.
Slavich racconta la genesi del libro collettivo Che cos’è la psichiatria?, curato da Basaglia e stampato dall’Amministrazione provinciale di Parma, «con il disegno autoritratto di Hugo Pratt in divisa da matto in copertina». E subito dopo affronta i nodi concettuali che portarono all’uscita dell’Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. È uno dei capitoli più belli del libro, con la discussione delle contraddizioni che emersero all’interno del gruppo e provocate dalla presenza degli ultimi due reparti ancora chiusi, i reparti C uomini e donne.
Il libro uscì nel febbraio del ’68. E fu un successo. Slavich ricorda così la commozione di Basaglia al momento della consegna del dattiloscritto a Einaudi: «I primi di dicembre, un pomeriggio, Franco aspettava pazientemente in biblioteca la consegna degli ultimi dattiloscritti. Li impilò in bell’ordine in un faldone da ufficio, di quelli grigi con i nastrini neri subito legati a fiocco; sollevò felice il faldone stringendolo al petto, salutò tutti, guardandoci uno a uno con uno sguardo mite carico di affetto e gratitudine: poi di scattò si girò e scendendo le scale a grandi balzi s’infilò in macchina, grattò la marcia, e si precipitò a Torino». Un’immagine fulminante.

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane. Nuova edizione , a cura di Franca Ongaro Basaglia e Maria Grazia Giannichedda, Raffaello Cortina, Milano,
pagg. XI, 232, € 15
Antonio Slavich,All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961 , Edizioni Alphabeta Verlag, Merano (BZ), pagg. 271, € 16 (Collana 180. Archivio critico della salute mentale)

Il Sole Domenica 3.5.18
Neuroscienze
Un’omeostasi tutta da capire
Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose , Adelphi. Milano, pagg. 352, € 29
di Arnaldo Benini


Nel libro Self Comes to Mind (si veda la Domenica del Sole 24 Ore del 25 settembre 2011) il neuroscienziato californiano d’origine portoghese Antonio Damasio, dopo molti e osannati scritti di neurofisiologia delle emozioni e di neurofilosofia, si avventurò nell’impresa di spiegare la coscienza. La coscienza sorgerebbe quando l’Io s’associa («is added») alla mente. Nessuno, nemmeno l’altrettanto riverito filosofo della mente John Searle (New York Review of Books,9 giugno 2011), riuscì a capirci qualcosa e un lettore della Review (29 settembre 2011) chiese ai due autori il senso di accapigliarsi sul dilemma, a priori insolubile, della coscienza.
Nell’ultimo libro Damasio ha ceduto di nuovo alla tentazione di spiegare l’inspiegabile. Intende chiarire la base della vita e come essa si sviluppa. È opportuno premettere che la vita è un mistero insondato e insondabile, talché si è rinunciato al tentativo di riprodurla in laboratorio. L’elaborazione tutta teorica e speculativa di Damasio si base sulle emozioni. Con la stessa alacrità con cui, da quasi due secoli, le neuroscienze cognitive esplorano il rapporto fra razionalità e cervello che la crea, esse si occupano della connessione, altrettanto problematica, fra esperienze emotive, sistema limbico che le produce, i centri della razionalità dei lobi prefrontali e il resto del corpo.
I feelings (parola non compiutamente traducibile), cioè sensazioni, sentimenti e affettività, sono gli imprevisti anticipatori della cultura umana, alla quale rimangono intensamente collegati. Ciò è confermato dai molti comportamenti sociali nel mondo animale, che anticipano quelli umani. Ciò è noto e corroborato a sufficienza, e Damasio ne porta diversi esempi, che utilizza per collocare il rapporto fra biologia e scienza sociale in un oscuro, onnipresente e delicato balance che chiama homeostatis, omeostasi: rafforzerebbe l’esistenza fisica e garantirebbe sopravvivenza e sviluppo. L’omeostasi sarebbe l’insieme fondamentale delle operazioni vitali dall’origine della biochimica ai giorni nostri. Essa «garantisce che la vita è regolata entro un ambito che non è solo compatibile con la sopravvivenza ma porta allo sviluppo, alla proiezione della vita nel futuro del singolo individuo e della specie». L’omeostasi agirebbe all’origine delle emozioni come tramite funzionale tra le forme primarie della vita fino all’alleanza fra corpi e sistemi nervosi. L’alleanza sarebbe responsabile dell’emergere in natura delle menti coscienti e senzienti, a loro volta artefici di ciò che contraddistingue l’umanità: culture e civilizzazioni. «L’homeostasis ha guidato inconsciamente, e senza piano prestabilito, la selezione delle strutture biologiche e i meccanismi capaci non solo di mantenere la vita, ma di forzare l’evoluzione delle specie». Essa è «il governatore ubiquitario della vita in tutte le sue forme» e i feelings ne sono «le espressioni mentali».
Scoprire che le radici delle culture umane risalgono alla biologia non umana «non diminuisce per nulla» - sottolinea Damasio - «lo stato eccezionale degli esseri umani». È chiaro invece che lo stato umano è un frutto casuale dell’evoluzione come quello di tutti gli esseri viventi e, come evento biologico, non ha nulla d’eccezionale. L’affermazione che il feeling è «l’aspetto mentale» dell’unità di corpo e cervello e che «non è possibile parlare del pensiero, dell’intelligenza e della creatività senza radicarli nei feelings» sono pensieri in libertà. Come le sconcertanti considerazioni circa l’immortalità, che sarebbe l’epitome non impossibile dell’omeostasi.
Avendo creato la vita, non si vede perché essa non dovrebbe prolungarla fino all’immortalità. Sull’omeostasi ci sono molte pagine, ma il concetto rimane confuso perché privo di correlati biologici e biochimici. Damasio scrive che essa non è uno stato neutrale ma una condizione in cui i meccanismi della vita appaiono orientati al massimo grado a raggiungere il meglio per la specie. Essa pertanto sarebbe uno dei piloti dell’evoluzione, una strategia che, creando spazi cellulari protetti, consentirebbe ai cicli catalitici di creare la vita.
Damasio si rifà al milieu intérieur, alla teoria dell’ambiente interno, di Claude Bernard, con il quale però la sua homoeostasis non ha nulla in comune: Bernard, radicalmente antivitalista, postulò che i sistemi viventi presuppongono processi chimici stabili. Damasio, invece, considera l’homoeostasis un insieme di processi fisicochimici indispensabile al sorgere della vita che continuerebbero a sollecitare e dirigere per sempre. È un ritorno al vitalismo della biologia dell’800, che nessuna ricerca biologica ha confermato. Inoltre, in contrasto con quanto sostenuto dianzi circa la mancanza di un piano prestabilito, l’omeoastasi, oltre che vitalistica, è un disegno prestabilito di sviluppo evolutivo, che la biologia rifiuta.
Il libro è una raccolta di dati ed eventi noti e provati. Ad esempio che «la soggettività e l’espe-rienza integrata sono ...componenti critiche della coscienza» e il tremendo influsso negativo della ragione (cioè dei lobi prefrontali) sull’affettività (sul sistema limbico): l’uomo è l’unico essere vivente a praticare la crudeltà, cioè a gioire della sofferenza degli altri. «Nesssun scimpanzé» - ricorda Damasio - «ha crocifisso altri scimpanzé». Furono i Romani ad inventare la tortura della crocifissione, per gioire della sofferenza del condannato fino al suo ultimo istante di vita. Non mancano osservazioni banali, come, ad esempio, che lo stato di coscienza è sveglio e non addormentato, e che «le immagini che popolano la mia mente diventano automaticamente le mie immagini». Ci sono affermazioni incomprensibili, come quella che se ascoltiamo musica, le immagini del suono potrebbero essere dominanti, mentre se stiamo pranzando prevarranno immagini olfattorie e gustatorie, come se vivessimo in una perenne e universale sinestesia. Impossibile capire di che immagini si tratti. Com’è impossibile capire che cosa sia l’homoeostasis.
Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose , Adelphi. Milano, pagg. 352, € 29