giovedì 31 maggio 2018

il manifesto 31.5.18
Dal dramma alla farsa dei frontisti
di Norma Rangeri


Mentre è ancora nebbia fitta sull’irto Colle, e il Quirinale, arrivati all’ottantaseiesimo giorno di attesa, fa sapere che non bisogna avere fretta, per ingannare il tempo si pronunciano discorsi impegnativi e volano parole grosse come «fronte repubblicano».
Sulla linea Maginot di tutti i talk-show avanzano campioni di democrazia che invitano a fare delle prossime elezioni uno spartiacque tra europeismo e nazionalismo.
Naturalmente per il Pd, capofila dello schieramento combattente, spingere verso un cartello macroniano che chiama a raccolta i volenterosi, dai delusi di Forza Italia agli scissionisti pentiti, dovrebbe servire a fermare l’emorragia elettorale. Obiettivo legittimo, considerando i recenti tracolli, ma che a ben vedere ha poco a che fare con la resistenza al «golpe» di Salvini e Di Maio.
Se pensiamo che la sfida sia tra democrazia e barbarie, allora altro che fronte repubblicano, dovremmo presidiare le piazze con la vigilanza democratica contro masse popolari ostili, ma facilmente si passerebbe il confine tra il dramma e la farsa. Oltretutto fa un po’ sorridere come grido di battaglia, quell’adesso «ci godiamo lo spettacolo, pop corn per tutti» da parte di chi rivendica la testa della nuova resistenza ai nuovi barbari che accerchiano il Palazzo dal nord al sud.
È l’ennesima giravolta di Renzi, che infatti un minuto dopo aver chiamato tutti i «repubblicani» alla lotta, ricomincia con i soliti toni arroganti verso i vecchi compagni scissionisti di Leu che vorrebbero entrare a far parte del Fronte.
Il partito che ha tentato la rottamazione delle istituzioni, che ha provato a scassare parlamento, governo e rappresentanza con una legge elettorale che si chiamava Italicum e una riforma costituzionale nefasta, bastonato per questo dagli elettori di sinistra, si propone come l’alfiere della difesa della Carta e degli equilibri istituzionali.
Morire per Calenda e/o per Gentiloni? La credibilità in politica, specialmente di questi tempi, non gode di grande considerazione, ma c’è un limite anche al trasformismo, si possono ingannare tutti qualche volta, non si possono ingannare tutti per sempre.

Corriere 31.5.17
I limiti e la fragilità della nostra Costituzione
di Ernesto Galli della Loggia


Il confronto non proprio diplomatico tra il Quirinale e la coalizione incaricata di formare il governo a proposito della nomina del professor Paolo Savona a ministro dell’Economia ha messo ancora una volta in luce i limiti e la fragilità della seconda parte della nostra Costituzione, quella che riguarda l’ordinamento della Repubblica. In particolare laddove si parla dei poteri politico-istituzionali e dei rapporti tra questi.
Limiti e fragilità che diventano sempre più evidenti mano a mano che avanziamo in una fase storica distante ormai anni luce da quella in cui la Costituzione fu pensata e scritta.
Quando infatti nel 1946-47 si trattò di delineare il quadro dei poteri della Repubblica, subito prevalse — a causa del timore comune a tutti che il vincitore delle elezioni potesse abusare della propria vittoria — un sostanziale accordo per non costituire un potere di governo dotato di autonoma legittimazione e quindi troppo stabile e troppo forte. Proprio per questo è a mio giudizio alquanto improprio parlare, a proposito del nostro sistema di governo, di un insieme di «checks and balances» (freni e contrappesi). Ha un senso infatti parlare di «freni e contrappesi» quando si tratti d’impedire che un potere ecceda dall’ambito proprio, quando si tratti cioè di controllarne ed eventualmente controbilanciarne gli abusi. Ma una cosa del tutto diversa è invece il caso italiano, dove si tratta non già di «freni e contrappesi» posti a evitare gli eccessi del potere, le sue usurpazioni, bensì di un potere che viene istituito fin dall’inizio con dei limiti ristretti. Un conto insomma è un governo il cui potere non può superare certi limiti — ed è il caso, naturalmente, dei governi di tutte le democrazie costituzionali — un altro, assai differente, è quello di un governo che per sua natura è dotato di poteri notevolmente limitati, che invece è il caso della democrazia italiana. Fare del presidente del Consiglio, come fa la nostra Costituzione, sostanzialmente un primus inter pares, togliendogli perfino la possibilità di licenziare un ministro, non significa porre un freno a un suo potenziale colpevole eccesso di potere: significa solo farne un capo a metà.
Un potere di governo così concepito può esistere e funzionare più o meno efficacemente solo a certe condizioni: innanzitutto che per ragioni storiche si sia venuta formando un’atmosfera di reciproco riconoscimento e «rispetto» tra i principali partiti e culture politiche e tra questi e le istituzioni, frutto di una certa omogeneità di fondo (con il relativo tacito accordo a non oltrepassare certi confini nello scontro politico). È anche necessario che si sia stabilita una sostanziale sintonia di modi d’essere, di sentire e di pensare, tra il personale e la classe politica in generale (dunque anche quella di governo) e l’establishment del Paese nel suo complesso: le forze economiche, la stampa, gli ambienti della cultura.
Ma non basta. C’è bisogno di un’ultima, decisiva condizione: vale a dire di un centro di gravità permanente, di un dominus al quale sia riconosciuto da tutti gli attori un potere regolatore generale, ancor più di fatto che di diritto. Un’autorità di ultima istanza che faccia sempre valere la natura consensualistica del sistema fondata sull’esistenza di un potere limitato del governo. C’è bisogno cioè di una figura quale quella che è venuta incarnando nel nostro ordinamento il presidente della Repubblica.
Tutte le condizioni ora dette, in qualche modo presenti fin dall’inizio nella Prima Repubblica, sono venute via consolidandosi nel corso della sua storia. Ma sono rimaste sostanzialmente in vigore pure nella Repubblica successiva, quella iniziata nel 1994, la quale più che seconda si dovrebbe chiamare prima e mezza per i suoi molteplici tratti di continuità con la precedente. Esse sono invece venute meno oggi, all’indomani del 4 marzo. La maggioranza dei voti complessivamente ottenuta da forze politiche che in nessun modo si riconoscono nelle regole non scritte in vigore finora (Lega, Cinque Stelle e mettiamoci pure Fratelli d’Italia superano di un paio di punti il 50 per cento) ha creato infatti una situazione del tutto nuova.
Grillini e leghisti, infatti, non si riconoscono né vogliono riconoscersi come parte di una classe politica più ampia e tanto meno di un establishment sociale (se realmente sia così, e se anche tra sei mesi sarà così, è un altro discorso: per il momento questa è l’immagine che vogliono dare di sé). Desiderano in tutti i modi affermare il proprio carattere di rottura, la propria alterità. Proprio per questo non possono che essere contro il modello del governo «per mutuo consenso», o «a dissenso dolce» — chiamiamolo cosi — che ha dominato la scena italiana. Tanto meno riconoscersi nell’esigenza di una qualche necessaria continuità.
Viene così in primo piano la profonda difficoltà del nostro sistema politico a funzionare sulla semplice base del risultato elettorale: dunque, per esempio, accogliendo senza problemi un netto cambio nell’indirizzo di governo. Difficoltà che si fa tanto più sentire in quanto rimanda alla difficoltà che a causa dei valori assai particolari e incisivi da essa proclamati ha la nostra Costituzione a metabolizzare e integrare la successione delle classi politiche e delle loro culture quando queste si connotano (sia pure, magari, a puro titolo propagandistico) per un tratto più o meno pronunciato di rottura rispetto al passato, di messa in discussione dei valori tramandati e dei programmi consolidati, di diversità rispetto al modo d’essere, ai circuiti d’influenza o agli interessi delle élite tradizionali. Non è un caso che — sia pure in forme diverse perché diversi erano ogni volta i protagonisti e i contesti — una simile difficoltà si sia presentata al momento dell’avvento sia di Berlusconi che di Renzi come oggi del duo Salvini-Di Maio. Con l’inevitabile risultato, per le ragioni dette sopra, che alla fine tutti i problemi e le tensioni si scaricano sul capo del solo presidente della Repubblica.

Corriere 31.5.18
il caso Savona
i poteri del presidente in un sistema parlamentare
di Valerio Onida


Caro direttore, non condivido molto delle idee politiche delle due forze (M5S e Lega, specie di quest’ultima: le «idee» dei 5 Stelle ci sono ancora in larga parte ignote) che sembravano essersi accordate per formare il governo. Alcuni dei propositi (non tutti) espressi nel cosiddetto «contratto di governo» mi trovavano dissenziente o addirittura mi sembravano contro la Costituzione (così certi propositi sulla giustizia e il sistema penitenziario, sulla legittima difesa, sulla flat tax, sul «vincolo di mandato» per i parlamentari); mentre per lo più sembrava di trovarsi di fronte a un catalogo di buone intenzioni privo di indicazioni sul come realizzarle e sul come trovare le risorse necessarie. Qualcosa decisamente poi mancava, come ad esempio la previsione di misure dirette ad affrontare il problema del pesante debito pubblico (anzi ci si dichiarava contrari a «misure di tassazione di tipo patrimoniale»).
Ciò premesso, mi permetto di dissentire da chi (come Sabino Cassese, Corriere 26 maggio) ha affermato che le nomine del presidente del Consiglio e dei ministri sono «atti presidenziali», a cui si aggiungerebbe una «autorizzazione» parlamentare, «la cosiddetta fiducia». Per «atti presidenziali», nel linguaggio costituzionalistico abituale, si intendono quelli il cui contenuto è rimesso ad una ampia discrezionalità di scelta del presidente, come la nomina di cinque giudici della Corte costituzionale o dei senatori a vita, o come i provvedimenti di concessione della grazia. In realtà la «cosiddetta fiducia» è istituto centrale della forma di governo parlamentare, in cui i compiti attivi di indirizzo politico sono demandati, oltre che al Parlamento, al governo espressione della maggioranza parlamentare, che si manifesta appunto attraverso la concessione o la negazione della fiducia al governo. «Il governo deve avere la fiducia delle due Camere», recita l’art. 94 della Costituzione, che poi regola precisamente le modalità dei voti di fiducia e di sfiducia. E la «politica generale del governo» è diretta dal presidente del Consiglio, che ne è responsabile e che «mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri» (art. 95). Questo è il sistema di governo parlamentare, e la nostra è una Repubblica parlamentare, non una Repubblica presidenziale né semi-presidenziale. Il presidente della Repubblica non è certo un notaio: è organo (oltre che di rappresentanza dell’unità nazionale) di coordinamento e di garanzia, che partecipa a quasi tutti gli atti di governo rilevanti, ma non con poteri di decisione personale né di veto (se non sospensivo, come il rinvio delle leggi alle Camere per una nuova deliberazione), bensì potendo esercitare in ogni forma quelle funzioni di suggerimento, consiglio, moral suasion che ben si riassumono nella definizione, data all’epoca costituente, del capo dello Stato come «magistrato di persuasione e di influenza». Si capisce bene allora che, quando ci si trova di fronte alla scelta delle persone, che dovranno ricoprire le cariche di ministri, il compito di indicarle è del presidente del Consiglio, il quale deve però anche in questo perseguire l’intento di dar vita ad una compagine ministeriale che possa ottenere in Parlamento la fiducia della maggioranza. Il presidente della Repubblica può interloquire, suggerire, far presenti obiezioni e ragioni di perplessità, ma non potrebbe imporre la propria volontà e una propria scelta o un proprio indirizzo politico contro quello del presidente del Consiglio e della maggioranza parlamentare. Altro è che il capo dello Stato possa far presenti impedimenti o obiezioni che riguardino un candidato a una carica ministeriale in relazione non alle sue opinioni politiche, ma a ragioni di opportunità legate alla persona (come ad esempio un evidente conflitto di interessi). Insomma, egli può consigliare, cercare di persuadere: non contrapporre sue scelte di indirizzo a quelle espresse da un presidente del Consiglio che conti sull’appoggio della maggioranza parlamentare. Sulle scelte politiche governative, quando tradotte in leggi o atti del governo, il capo dello Stato ha del resto molte possibilità di intervento, specialmente per segnalare e impedire violazioni della Costituzione.
Ciò che si è osservato, tuttavia, non offre alcun fondamento alla rabbiosa reazione di chi ha cominciato a parlare di una possibile messa in stato d’accusa del capo dello Stato ad opera del Parlamento in seduta comune, che l’art. 90 della Costituzione prevede come possibile solo «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Salvo queste ipotesi estreme, come si sa, il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, per la cui validità è necessaria la controfirma dei ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità (art. 89).
Si dovrà invece continuare a riflettere e a discutere democraticamente sui modi e le condizioni (culturali, economiche e politiche) per far sì che il sistema costituzionale e quello politico operino, nel rispetto della Carta, a favore di una società, nazionale, sovranazionale e internazionale, più giusta o meno ingiusta.

Il Fatto 31.5.18
Le nostre paure
“Il lettino dello psicanalista è una tribuna elettorale”
Luigi Zoja, lo psicanalista con una laurea in Economia e studi di Sociologia
L’analista: “Un paziente in crisi familiare ha voluto parlare della situazione politica e dell’affidabilità dei vari leader”
di Antonello Caporale


Mi è capitato un paziente immerso in una acuta crisi familiare seguita al divorzio. È riuscito a destinare una fetta del nostro colloquio alla situazione politica. Quello mi convince, quell’altro no…
Sul lettino del professor Luigi Zoja, psicanalista di fama mondiale, con ricche esperienze e studi in economia e sociologia, va in onda la tribuna politica.
Per uno psicanalista junghiano è il massimo possibile della fortuna. I problemi personali, le questioni identitarie irrisolte si affrontano anche guardando e parlando al mondo.
La crisi sta divenendo romanzo popolare con innesti da reality show. Il fatto terrorizza o coinvolge?
Può sconvolgere, può anche coinvolgere. Le dicevo che nel mio studio la vicenda è molto sentita.
È anche molto confusa. L’evoluzione della crisi sta assumendo caratteri parossistici. Prima la scena mutava una volta a settimana, poi una volta al giorno, adesso sono minuti. Ti distrai un attimo e qualcosa di nuovo è già successo.
A proposito, Cottarelli ha rinunciato?
Attualmente è in riserva. Avrebbe la lista dei ministri pronta.
Ha fatto il governo addirittura? Stamane pareva che tornasse a casa.
Per adesso non torna a casa né fa il governo.
Scusi, ho trascorso la giornata in studio e non ho avuto tempo di cogliere gli ultimi sviluppi.
Mutano le quotazioni come si fosse al cambio della moneta argentina.
Conosco l’Argentina, si scherza troppo con la parola default. Per avere un’idea di cosa significa si faccia una passeggiata laggiù.
Professore, e se i politici fossero nelle condizioni dei suoi pazienti?
Attualmente non ho politici in cura.
Nel senso che sottoposti a un forte stress emotivo, come i suoi pazienti, perdano contezza del principio di realtà
Lo stress può benissimo dar luogo a quello che chiamiamo sgomento o sconforto.
Qualcuno in questa crisi si è fatto prendere dallo sconforto per aver giocato male le sue carte.
Tecnicamente lo sgomento è una infezione psichica.
Qui si fa dura la questione.
Diminuiscono le difese civili, e si ha una regressione allo spirito animale.
Un immiserimento dello status. Iper-reattività, se vogliamo essere precisi.
Pensi al panico da strada. Una piccola scintilla in mezzo alla piazza produce la paura che si trasforma in panico. Le scene di Torino di piazza San Carlo sono ancora vive. Si guardava la partita, eppure…
La scintilla quale può essere?
Beh, ho studiato Economia e so che non vale il principio di realtà ma quello che si chiama indice di percezione che in inglese si traduce sentiment. Perciò semplicemente affacciare l’ipotesi di uscita dall’euro produce danni più significativi del previsto. Conta l’apparenza non la realtà.
Anche i suoi pazienti avranno una percezione alterata della realtà.
Pensi alla sicurezza. In assoluto i reati diminuiscono ma la percezione è che siano aumentati.
Anche la politica lavora sulla percezione.
E infatti spesso trova nel capro espiatorio la via di fuga. Illustro bene la questione nel mio libro “Paranoia nella storia”.
Ciascuno elegge il suo capro espiatorio.
Gli antropologi ci spiegano questo rito premoderno e magico, proprio delle società tribali. Eliminato il capro espiatorio la coesione ritornava nella tribù.
I suoi pazienti sono coinvolti comunque nell’agone.
Li vedo molto motivati, sì. Però siamo abituati a lunghe vacanze del governo… Sa la storia dello sciopero dei medici di New York?
Dica.
Nel periodo di assenza delle cure i decessi diminuirono.
Quindi si può ipotizzare una ripresa economica se cincischiano un altro po’.
Tutto deve finire.
Sennò viene lo sgomento, poi la paura.
Panico.
Infezione psichica.
Dovrà prendersene cura lei.
Sa che cosa mi fa ricordare adesso? Sono membro di un gruppo internazionale di psicoanalisti junghiani e scambiamo opinioni di varia natura. Un collega, scherzando ma non troppo, ha immaginato che al pari delle agenzie di rating per l’affidabilità economica dovrebbe istituirsi un’agenzia che rilevi la maturità mentale degli italiani.
Tutti a ridere.
La questione, invece, si fa seria.

Il Fatto 31.5.18
I sondaggi spiegano perché Salvini non ha paura del voto
Col vento in poppa - In tutti sondaggi, rispetto al 4 marzo, la Lega cresce di almeno 7 punti e spinge la coalizione di centrodestra oltre il 40 per cento
di Daniele Erler


La Lega che si rinforza, il Movimento 5 Stelle che perde quasi due punti percentuali, Forza Italia che cala ancora, il resto dei partiti che ottengono lo stesso voto di marzo. Insieme l’asse giallo-verde ha il 56% dei voti, mentre il centrodestra, nella sua composizione naturale, il 40,7%. È quello che succederebbe se si andasse al voto già oggi: o almeno questo è il ritratto che disegnano i sondaggisti italiani. Che sia in piena estate o quasi in autunno, comunque l’ipotesi di nuove elezioni è tutt’altro che remota. E i dati fanno capire perché Matteo Salvini non ha paura di correre quanto prima alle urne: la Lega è il partito che nei sondaggi cresce di più rispetto a marzo e trascina con sé il centrodestra.
Come sempre le percentuali variano nelle diverse indagini, bisogna tenere conto dell’errore statistico e della limitatezza del campione. Confrontando però i dati più recenti di quattro diverse rilevazioni, tutte pubblicate in questi giorni, la tendenza è chiara: la Lega ha già guadagnato quasi otto punti percentuali rispetto al 4 marzo.
A perdere qualcosa – presumibilmente gli elettori più a sinistra – è il Movimento 5 Stelle: in media poco meno di due punti percentuali.
Il Movimento rimane il primo partito con quasi il 31% delle preferenze, a marzo aveva il 32,7. Ma nell’asse giallo-verde è cambiato il rapporto di forza: la Lega viaggia ora intorno al 25% dei voti, a marzo era al 17,4. All’interno del centrodestra, Salvini rafforza il ruolo di leader, con Forza Italia che perde ancora (-2,5%). Anche se in quest’ultimo caso c’è un dato ancora difficile da valutare: quanto cambieranno le cose con la candidatura di Silvio Berlusconi.
Queste cifre sono la media matematica dei sondaggi di Antonio Noto per Cartabianca, di Euromedia e Piepoli per Porta a Porta e di Swg per La7: i dati sono tutti di questi giorni e sono successivi al dietrofront di Giuseppe Conte e all’incarico a Carlo Cottarelli. Anche chi non ha dati così aggiornati, o sta lavorando in questi giorni a nuovi sondaggi, conferma comunque la stessa tendenza: “Già una decina di giorni fa, quando ancora si discuteva del contratto di governo, avevamo capito che la Lega si stava rafforzando e che c’era un calo sia dei Cinque Stelle, sia di Forza Italia – spiega Roberto Weber, sondaggista e presidente dell’istituto Ixè –. Sono dati politici che noi diamo ormai abbastanza per scontati, le prossime indagini che faremo si concentreranno semmai sul rancore verso l’Unione europea: vogliamo capire se è aumentato dopo i fatti di questi giorni”.
Ed è un altro dato importante, perché proprio sull’Europa potrebbe giocarsi la prossima campagna elettorale. “Ci sono una serie di variabili che possono mutare ancora il quadro – spiega Fabrizio Masia, sondaggista di Emg Acqua – Ma finché le forze politiche sono stabili è facile per i sondaggisti riuscire a cogliere le tendenze. È solo quando ci sono forti cambiamenti politico-sociali che aumenta la possibilità di errori”.
E così è interessanteanche l’esperimento fatto da Antonio Noto: “Se alle prossime elezioni si andasse al voto con un’improbabile alleanza fra Movimento 5 Stelle e Lega – spiega il sondaggista – allora gli elettori si comporterebbero in modo diverso e ci potrebbe essere il sorpasso: la Lega arriverebbe al 28%, mentre i Cinque Stelle al 27%. A quel punto Salvini avrebbe tutte le carte in regola per fare il premier, pure con Paolo Savona come ministro”. Cinque Stelle e Lega avrebbero 437 seggi, il centrodestra 51, il centro sinistra 120, Liberi e uguali 22.
Senza immaginare questo scenario improbabile, comunque i sondaggi concordano sull’exploit della Lega. Rispetto al 17,4% di marzo, si va da un 23,7% (Euromedia) a un 27,5% (Swg).
Il Movimento 5 Stelle (32,7% a marzo) cresce solo nella rilevazione di Euromedia (33,7%), mentre cala in tutti gli altri sondaggi, fino al 29% di Noto.
Il Pd aveva il 18,7% a marzo, nei sondaggi oscilla fra il 17% (Noto ed Euromedia) e il 19,4% (Swg). Nel complesso, la coalizione di centrosinistra (22,9% a marzo) va dal 20% (Noto ed Euromedia) al 24,9% (Swg). Il centrodestra unito (37% a marzo) fra il 40% (Swg) e il 41,5% (Piepoli), con Forza Italia che era al 14% e viaggia fra l’8% (Swg) e il 13,5% (Piepoli). Fratelli d’Italia era al 4,3% a marzo, ora è fra il 3,5% (Noto e Piepoli) e il 3,8% (Swg ed Euromedia).
Liberi e Uguali era al 3,4%, nei sondaggi varia dall’1,5% (Piepoli) al 3,5% (Noto).

Corriere 31.5.18
Orbán ha vinto, aiutare un migrante è reato
L’uomo del muro - Rischia la prigione chi darà informazioni legali, volantini o anche pane
Orbán ha vinto, aiutare un migrante è reato
di Michela A. G. Iaccarino


Nell’Orszaghaz, il Parlamento magiaro, la maggioranza c’è. Ma non è più una sfida o un’anomalia: è una direzione. A Budapest le voci sono state un coro, i voti medesimi, le certezze uguali: aiutare i migranti è reato. Adesso, per legge, finirà in carcere chi dà a un richiedente asilo un consiglio legale, un volantino, un’informazione, o, semplicemente, anche solo un pezzo di pane. “Stop Soros”: il nome del disegno approvato è anche lo slogan dell’ultima campagna elettorale del fondatore della “democrazia cristiana del 21º secolo”, Viktor Orbán. Perché “l’incubo delirante degli Stati Uniti d’Europa” va fermato. “Coloro che forniranno aiuto finanziario o compiranno attività organizzativa su base regolare saranno punibili con un anno di prigione”, dice il documento che vieta agli “stranieri che tentano di entrare in Ungheria da un paese terzo, in cui non sono perseguitati, di ricevere il diritto all’asilo”. Secondo i dati ufficiali, attualmente in Ungheria ci sono in totale 1291 migranti, arrivati da Afghanistan, Siria e Iraq.
“Il governo minaccia chi difende i diritti umani con il codice penale”, ha dichiarato il Comitato ungherese di Helsinki, “ha intimidito le ong e reso la migrazione una questione di sicurezza nazionale”, ha ribadito Todor Gardos, Human Right Watch. La condanna arriva anche dalle Nazioni Unite: questa legge “priverà rifugiati dei servizi vitali e incrementerà attitudini xenofobe”. Ma l’Ungheria vuole essere il paese della sicurezza non dei migranti, ha detto Csaba Domotor, segretario di Stato.
Il voto definitivo ci sarà la settimana prossima, e sul percorso di Orbán non rimane ormai alcun ostacolo. Il prossimo passo è cambiare la Costituzione affinché “popolazione aliena non possa stabilirsi entro i confini del Paese”.
Orban agita lo spettro della migrazione dal 2010, quando ha raggiunto per la prima volta la cima del potere. Da allora ha ottenuto quello che voleva: nessuna quota migranti, ma tutti i fondi destinati allo sviluppo del paese dall’Unione europea. Fiumi di milioni di euro. Quando il premier dice che “l’Unione deve funzionare come un’associazione di libere nazioni”, “deve tornare alla realtà e il primo passo per farlo è ripensare alla migrazione” ormai non parla più al suo popolo, che ha già convinto, ma al resto d’Europa, quella che pensava di poterlo piegare. “Non penso ai prossimi 4 anni, ma ai prossimi 12” risponde a chi lo critica: moltissimi all’estero, pochissimi in patria.
Il bastione ungherese anti-rifugiati sta dritto insieme alle sue tre sorelle dell’est: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, la famiglia del gruppo di Visegrad, che si è rifiutata all’unisono di accogliere 160 mila siriani ed eritrei in arrivo da Italia e Grecia.
Orbán è diventato per la terza volta premier ad aprile scorso promettendo di combattere “contro questo piano in nome della libertà ungherese”, perché “la migrazione porterà alla fine delle nazioni, a un solo governo europeo”, insomma a una Open Society, il nome dell’organizzazione del tycoon George Soros i cui uffici sono ormai vuoti nella Capitale, costretta a trasferirsi a Berlino. Il primo ministro ha accusato più volte il magnate ebreo “di supportare l’avanzata islamica in Europa” con i suoi finanziamenti, fondi di cui però anche molti giovani ungheresi hanno usufruito.

Corriere 31.5.18
L’intervista Yanis Varoufakis
«Savona? Non mi somiglia Io volevo la Grecia nell’euro, la Lega punta a uscirne»
L’ex ministro: il mio nuovo partito alle elezioni con de Magistris
di Aldo Cazzullo


Varoufakis, dove eravamo rimasti?
«Sono sempre stato qui».
Perché si dimise dopo la vittoria del No al referendum greco?
«Perché proprio quella notte, quando gli parlai, Tsipras disse che era pronto a rovesciare il sontuoso 62% di No in un Sì. Rimanere ministro delle Finanze avrebbe significato approvare un paradosso: un governo che rovescia il popolo, e non viceversa».
Sta dicendo che Tsipras già aveva deciso di accettare un piano ancora più duro di quello respinto dai greci?
«Certo. La Trojka non voleva politiche per la Grecia e per l’Europa. Voleva spezzare la primavera greca e umiliare Tsipras per dare un segnale agli irlandesi, ai portoghesi, agli spagnoli, agli italiani, financo ai francesi: ecco cosa vi succede se non obbedite a Berlino e a Francoforte».
Come sono ora i suoi rapporti con Tsipras?
«Inesistenti. Non abbiamo nulla da dirci. Per continuare a fare quel che fa, ha bisogno di raccontarsi una storia. E lui sa che io so che lui sa che è falsa».
Oggi la Grecia è bloccata dallo sciopero generale. Come andranno le prossime elezioni?
«Tsipras e la destra lottano per convincere il popolo che saranno i migliori nel realizzare misure che ognuno è certo siano destinate a fallire. Per uscire dalla grande depressione abbiamo messo in campo un nuovo partito, nel silenzio di piombo dei media ufficiali».
Qual è il suo progetto politico, Varoufakis?
«Trasformare le Europee del maggio 2019 in una campagna transnazionale sia contro il tirare a campare dell’establishment, sia contro le false promesse dei nazionalisti. Per questo il nostro movimento Democrazia in Europa, DiEM25, con altre forze di ogni Paese, presenterà una lista progressista internazionale, #European Spring».
La Primavera europea. La lista Tsipras in Italia prese il 4%. Quanto può valere la lista Varoufakis?
«Non ci sarà una lista Varoufakis. I partiti personali hanno fatto il loro tempo. Io sono soltanto il cofondatore del primo partito transnazionale, per uscire dal falso dilemma tra Trojka ed Exit, pro Europa e anti Europa».
Chi sono i suoi riferimenti in Italia? Cosa pensa di Liberi e uguali, il partito di D’Alema e Vendola?
«Mettere il vino vecchio in bottiglie nuove non farà rinascere gli spiriti del progressismo. I militanti di DiEM25 Italia hanno tenuto assemblee in ogni regione, abbiamo già 10 mila membri. A Napoli lavoriamo con de Magistris, seguiamo con interesse quel che fa Pizzarotti a Parma. Lo sforzo è guidato da Lorenzo Marsili».
E chi è?
«Un trentenne romano, laureato in Filosofia a Londra, ben noto in Europa, cofondatore di DiEM25».
Ci sarete già alle elezioni anticipate italiane?
«Lo annunceremo il 13 giugno a Milano».
Ci sarete o no?
«Ci saremo».
Le dispiace che — per ora — non sia nato il governo Lega-5 Stelle?
«Mi dispiace che Mattarella avesse accettato come ministro degli Interni un misantropo come Salvini. Mi dispiace che Renzi abbia rinunciato a ottenere da Berlino una politica che rendesse i nostri Paesi compatibili con l’eurozona, lasciando così il campo a Salvini e a Di Maio. E mi dispiace che l’unica preoccupazione di Mattarella fosse bloccare un ministro dell’Economia che aveva espresso ragionevoli preoccupazioni sull’architettura dell’euro».
Savona aveva un piano per uscirci, dall’euro.
«Anche la Bce ha un piano che prevede l’uscita dell’Italia dall’euro, si chiama Plan Z. Anche la Germania ce l’ha. Anche Padoan. È normale avere un piano per la gestione delle crisi. Anche i ministri della Difesa hanno un piano in caso di invasione nemica; questo non significa che auspichino l’invasione. Quand’ero ministro, ho sentito Macron dire le stesse cose di Savona».
Quali cose?
«Che l’euro è insostenibile senza riforme».
Draghi ha detto che l’euro è irreversibile.
«Di irreversibile c’è solo la morte».
Cosa pensa di lui?
«Dovrei avercela con Draghi, visto che soffocò il mio governo. Ma riconosco che a Francoforte ha avuto successo. Dopo la catastrofe Trichet, Mario Draghi è stato il primo vero governatore della Banca centrale europea».
Perché definisce Salvini misantropo? Lo conosce?
«Mai incontrato. Ma come altro definire uno che vuole ingabbiare e deportare mezzo milione di esseri umani? Si rende conto quale disastro sarebbe per l’immagine dell’Italia nel mondo intero?».
Di Maio aveva chiesto l’impeachment per Mattarella.
«Una sciocchezza. Il presidente secondo me ha commesso un errore, ma ha esercitato le sue prerogative. In una crisi istituzionale come quella che vive l’Italia, l’ultima cosa da fare è sfiduciare il capo dello Stato».
Come giudica i 5 Stelle?
«Non sono di sinistra, ma nascono dal fallimento della sinistra. Mescolano idee che gioverebbero alla gente comune con inaccettabili visioni xenofobe».
I due populismi possono stare insieme, in un’ottica sovranista e ostile ai burocrati di Bruxelles e Berlino?
«Considero il populismo una grave minaccia per la democrazia. C’è una profonda differenza tra essere popolare ed essere populista. I populisti usano la rabbia e la paura per prendere il potere e usarlo contro la maggioranza. Se Bruxelles e Berlino saranno sconfitte dai populisti, tutti noi saremo sconfitti. DiEM25 nasce per creare un’alternativa democratica ed europeista sia all’incompetenza autoritaria di Bruxelles e Berlino, sia alla xenofobia autoritaria dei populisti».
La distinzione destra-sinistra ha ancora senso? O la nuova frattura è tra élite e popolo, tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra globalisti e sovranisti?
«Finché vivremo sotto il capitalismo, la divisione destra-sinistra sarà sempre pertinente e inevitabile. Ma ci sono momenti nella storia, come gli anni 30 e come questo, in cui la crisi del capitalismo è così profonda, la democrazia è tanto minacciata, da richiedere un programma comune tra liberali antisistema, marxisti, ecologisti e anche moderati. Io sono un uomo di sinistra; ma DiEM25 è più che un movimento di sinistra».
Savona è considerato anti tedesco. Da parte della Germania c’è l’arroganza di voler comandare a casa degli altri, come lasciano credere le parole di Oettinger?
«Il problema con le élite tedesche è che rifiutano di essere egemoniche, e finiscono così per essere autoritarie. Celebrano il proprio surplus e rimproverano agli altri il loro deficit. Non si rendono conto delle conseguenze macroeconomiche sui partner europei. E il nuovo ministro socialdemocratico delle Finanze è ancora più austero e meno creativo di Schäuble».
La «Bild» per spiegare chi è Savona ha scritto che è il nuovo Varoufakis.
«Esagera. Io chiedevo condizioni — compresa la ristrutturazione del debito — per tenere la Grecia nell’euro. Savona è stato indicato da un partito, la Lega, il cui sogno non troppo segreto è uscire dall’euro».
La Merkel è finita? Chi verrà dopo di lei?
«Sì. La Merkel ora è totalmente alla mercé di coloro che nel suo partito stanno già tramando per sostituirla. Ha avuto un potere enorme, e l’ha usato per dividere l’Europa anziché unirla, attraverso un orribile mix tra austerity universale per i molti e socialismo per i banchieri. Purtroppo il successore, chiunque sia, ce la farà rimpiangere».
E Renzi?
«Ha rinunciato a chiedere un cambio di sistema, limitandosi a pretendere di non rispettare le regole vigenti. Così è finito per apparire agli occhi dei tedeschi come un bambino viziato. Diceva: “Finalmente ci siamo liberati di Varoufakis”. Ora gli italiani si sono liberati di lui».
Macron che impressione le fa?
«Nel 2015 mi diede la sua solidarietà. Ma da presidente sta facendo una politica socialmente regressiva. Le sue proposte di riforma dell’Europa sono giuste, ma tiepide; e non sono accompagnate da nessuna seria minaccia a Berlino. Che infatti le ignora».
E Podemos in Spagna, che litiga sulla villa di Pablo Iglesias?
«Il problema non è la villa: per parlare in nome degli indigenti non devi essere per forza indigente. Il problema è che Podemos non ha un piano per l’Europa. Cosa farebbe nell’Eurogruppo? Come affronterebbe i fallimenti bancari? Se non risponde a queste domande, non può vincere le elezioni».
Ora potrebbe toccare a Cottarelli. Che ne pensa?
«Conosco Cottarelli da quando era al Fondo monetario. Ho lavorato con lui nel 2015. Lo stimo. Ma il suo governo, a differenza di quello di Monti, non avrebbe uno straccio di maggioranza. Sarebbe un governo di ripiego. Una guarnigione per tenere la fortezza fino alle nuove elezioni, che rischiano di rafforzare l’ultradestra; con grave danno dei migranti, dei progressisti italiani e di tutti noi che sogniamo di fare dell’Europa il regno della prosperità condivisa».
L’Italia del 2018 rischia di diventare la Grecia del 2015?
«No! L’Italia è troppo grande per poterla minacciare con l’espulsione dall’euro. Se questa minaccia venisse da Berlino, Francoforte o Bruxelles porterebbe al collasso dell’euro. Potrebbero provare gli stessi maneggi del 2015, ad esempio provocando una crisi di liquidità, per mettere pressione su Roma, ma non funzionerebbe neanche questo; poiché una crisi finanziaria è quel che Salvini vuole veramente».

Il Fatto 31.5.18
Il Miracolo che risolse la crisi di governo
Fantacronache - In fila da Sergio Mattarella per portare la lista: e alla fine vinsero tutti
Il Miracolo che risolse la crisi di governo
di Stefano Benni


Scena: lo studio di Mattarella, ore 18
– Buongiorno, presidente. Sono Di Maio,
– Buongiorno a lei. Come mai si ripresenta?
– Ho cambiato idea, siamo pronti a collaborare. Fateci ripartire. Ecco la lista dei ministri, come vede Savona non c’è più.
– Vedo. Al suo posto c’è scritto dottor Pistacchio. Non lo conosco. Ha un curriculum sostanzioso?
– Così sostanzioso che deve portarlo in giro con un carrettino. Dodici lauree come Ice manufacturing multiflavors manager.
– È un economista?
– No, è un gelataio. Piace moltissimo in Germania, non c’è tedesco che non abbia comprato un suo gelato. Lo spread si squaglierà in un istante. Mi dica sì, se no si vota a agosto.
– Non mi ricatti, va bene. È un sollievo, finalmente abbiamo un governo. Firmo.
Ore 18,30
– Buongiorno, signor presidente
– Mi dica, Salvini. Non mi dica che anche lei…
– Sì. Abbiamo cambiato idea, ecco la lista dei ministri.
– Un’ altra? E Di Maio?
– Questo è un governo molto più cazzuto. Niente concessioni ai crucchi. Come vede il ministro dell’economia è Ulyukajev. Me l’ha segnalato Putin. È onesto, fidatissimo, e di razza bianca.
– Ma non sarà per il ritorno alla lira?
– A lui interessano solo i rubli, quindi il problema è risolto.
– Ah, poffarbacco. Allora abbiamo due governi.
– Esatto, due al prezzo di uno. Mi dica subito sì o si vota a luglio. Posso far partire le ruspe?
– Aspetti ancora un po’. Va bene, firmo.
Ore 19
– Buongiorno. presidente. Sono Cottarelli.
– Caro Cottarelli, non la aspettavo così presto.
– Ho anticipato i tempi, ecco la lista dei ministri. Il governo è pronto.
– Oh, poffarbacco, anche lei. E la maggioranza?
– Di Maio e Salvini son già contenti dei loro governi, quindi voteranno per me, tanto non conto niente.
– Quindi da zero siamo a tre governi. Non sono troppi?
– Se cade uno è pronto l’altro. È una soluzione geniale. Firmi, oppure si vota lunedì.
– Firmo.
Ore 19,30
– Buongiorno, presidente.
– Renzi. Anche lei qui?
– Sì, indovini cosa voglio.
– Oh dio no.
– Sì, mi propongo come mediano garante e mallevadore. Ecco la mia lista dei ministri.
– E la maggioranza?
– Quando mai io ho avuto la maggioranza? Firmi, oppure a Firenze domattina aprono i seggi.
– Uffa. Firmo.
Ore 20
– Buongiorno, signor presidente
– Che sorpresa, signora Merkel. Cosa ci fa qui?
– Provi a indovinare che cosa ho qui nella borsa? Una bella lista…
Nooo! – urla il presidente, e salta dalla finestra. Un corazziere lo prende al volo e lo salva
Fuori la folla festeggia e grida: -Ieri non avevamo un cazzo e oggi abbiamo cinque governi.
Lo spread cala. I mercati riprendono vigore. La Cei parla di miracolo. Pochi facinorosi si scazzottano. Sventolano bandiere. Da cinque palchi risuona lo slogan “abbiamo vinto”.
Una signora osserva e dice al suo bimbo: – Vedi, alla fine basta poco per farli felici.

(Dalla pagina facebook dell’autore)

il manifesto 31.5.18
L’ibrida seduzione del nuovo fascismo nell’età della crisi
Scaffale. «CasaPound Italia» di Elia Rosati, per Mimesis. Un’indagine storiografica con il piglio del reportage
di Guido Caldiron


Come si è compiuta l’apparentemente inarrestabile ascesa dei «fascisti del terzo millennio» dentro la crisi italiana dell’ultimo ventennio e cosa rappresenta davvero questo fenomeno? In quello che si segnala come il volume più completo e rigoroso, sia sul piano del metodo storiografico adottato che dell’ampia messe documentaria cui attinge, dedicato fin qui al tema (CasaPound Italia, Mimesis, pp. 238, euro 18, con una prefazione di Marco Cuzzi), Elia Rosati propone diverse risposte a tali quesiti e indica ulteriori e stimolanti piste di indagine per continuare una ricerca che interroga in modo inevitabile un presente in continua evoluzione.
GIÀ AUTORE, insieme a Aldo Giannuli di una Storia di Ordine Nuovo pubblicata lo scorso anno sempre da Mimesis, Rosati, che svolge attività di ricerca presso la Facoltà di Scienze politiche e il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Milano, ripercorre l’intera vicenda di questa formazione. Dagli ambienti «creativi» del Fronte della Gioventù e della «scena» giovanile neofascista romana degli anni Novanta, segnate dal primo emergere di autentiche sottoculture di destra, allo sviluppo di quella «comunità» che si è trasformata dapprima in aggregazione politica con l’occupazione di un palazzo in via Napoleone III, nel cuore della Capitale, e quindi in un partito tout court.
LA PRIMA, DECISIVA indicazione che arriva da questo studio è perciò racchiusa nella consapevolezza che tentare di definire la «weltanschauung di un movimento politico di destra radicale degli anni Duemila significa analizzare un background misto e sincretico». Se questo riguarda in primo luogo la visione storica del fascismo cui, come si vedrà, si rifanno gli animatori della «tartaruga frecciata», attiene infatti con tutta evidenza anche alla genesi stessa della struttura.
TRE IN PARTICOLARE gli elementi, e per così dire le fonti primarie che si sono sedimentate e mescolate nella costruzione del brand politico-identitario di CasaPound. La già citata militanza eretica dell’ultimo Fronte della Gioventù, innovativa e in qualche modo sperimentale rispetto ai lunghi decenni di nostalgica ortodossia missina, turbati solo dalla stagione dei Campi Hobbit, ma utile anche per l’abitudine, che emerge oggi, ad un costante interrogarsi sulle forme della politica mainstream.
Quindi, la visione comunitaria metapolitica di ascendenza francese, definita dalla Nouvelle Droite parigina di Alain de Benoist e riletta via via da Gabriele Adinolfi, figura di primo piano della stagione dei Nar e di Terza Posizione, e oggi sorta di «intellettuale organico» al progetto di rinnovamento del neofascismo italiano di cui CasaPound è l’incarnazione più compiuta.
Infine, la socialità sottoculturale del mondo White Power, vale a dire il pieno irrompere anche nella penisola di quella sorta di «’68» in sedicesimo che ha rappresentato per le destre radicali lo sviluppo di una compiuta scena giovanile, in questo caso prima di tutto musicale, legata ai linguaggi contemporanei. Non a caso, il primo nucleo dell’organizzazione si costituì intorno alla band degli ZetaZeroAlfa.
L’ALTRA CARATTERISTICA peculiare a CasaPound riguarda ancora una volta un approccio «innovativo», ed in questo caso fondante, al fascismo. Come sottolinea con una punta di ironia Rosati, «in realtà più che De Felice o Perfetti, in Via Napoleone III è in voga, senza saperlo, Emilio Gentile». Nel senso che, proprio come osservato più volte dal celebre storico «il fascismo non si può restringere al mussolinismo, ma rappresenta una sintesi turbolenta tra la reazione anti-socialista dei ceti medi, la retorica patriottica della Grande Guerra e alcune culture politiche radicali precedenti, presenti in vari movimenti (nazionalismo, sindacalismo rivoluzionario o il futurismo)».
IN QUESTA PROSPETTIVA, i «fascisti del terzo millennio» scelgono consapevolmente di ispirararsi alla molteplicità di questa vicenda, «provando a riprodurne la carica dirompente e il sentirsi orgogliosamente una minoranza attiva al servizio della nazione; poco gli interessa, invece, ribadire il proprio resistere per esistere del neofascismo italiano post-’45». Più che la mistica della morte volta solo a costruire un’identità stabile e perpetua della tradizione missina, in questo caso «della retorica mussoliniana o dannunziana sono esaltati i contenuti dinamici, vitalistici e giovanili», mentre sembrano riapparire quelle caratteristiche del fascismo delle origini, che ancora Emilio Gentile ha identificato nei termini di «realismo tattico e dinamismo rivoluzionario (alternando elezioni a violenze di piazza, l’essere partito a muoversi come movimento)».
IL DECISIVO CONTRIBUTO a comprendere la matrice storico-ideologica di CasaPound, fa poi il paio nel volume di Elia Rosati con una articolata ricostruzione della storia e della strategia del gruppo. Dall’«entrismo» praticato nei confronti delle formazioni sorte dopo la svolta di Fiuggi di An fino allo stretto rapporto con la Lega di Salvini, dal connubio con la violenza – approfondito in particolare dalle appendici curate dal giornalista Velerio Renzi e dedicate rispettivamente alle «relazioni pericolose» con il mondo criminale, dal caso Ostia all’omicidio Fanella, e agli omicidi razzisti compiuti nel 2011 a Firenze da Gianluca Casseri -, fino alla visione complottista, e razzista, dell’immigrazione in base alle tesi della «Grande Sostituzione». Per concludere con l’uso sistematico e innovativo dei social, cui si accompagna spesso il tentativo di radicamento elettorale, attraverso le campagne di vicinanza agli italiani in difficoltà e l’importazione del «modello Alba Dorata».
Uno sviluppo, quello conosciuto dalle «tartarughe frecciate», che si intreccia inesorabilmente alla crisi italiana, sempre più di «sistema», e che, come segnala Rosati fa intravedere un possibile ulteriore protagonismo di questa nuova estrema destra, cui guardano già come ad un modello movimenti e formazioni di tutta Europa.
Il libro di Elia Rosati, sarà presentato questo pomeriggio al Nuovo Cinema Palazzo di Roma (Piazza dei Sanniti, 9) alle 18. Oltre all’autore interverranno il giornalista di Fanpage Valerio Renzi, Natascia Grbic di Dinamo press e Guido Caldiron.

il manifesto 31.5.18
Andrea Soldi, morto durante un Tso. Condannati i tre vigili e lo psichiatra
Trattamento sanitario obbligatorio. Un anno e otto mesi di carcere, nella sentenza di primo grado, per il medico e i tre agenti di polizia municipale chiamati ad eseguire il ricovero coatto dell'uomo malato di schizofrenia


Un «Trattamento sanitario obbligatorio» necessario ma condotto in modo inappropriato dal personale sanitario intervenuto sul posto causò, il 5 agosto 2015, la morte del quarantacinquenne torinese malato di schizofrenia Andrea Soldi. È quanto hanno riconosciuto i giudici di Torino che ieri hanno condannato in primo grado per omicidio colposo il medico psichiatra e i tre vigili urbani che, intervenuti in piazza Umbria, uno dei luoghi che «il gigante buono» – così veniva chiamato – era solito frequentare, costrinsero con la forza e con manovre errate l’uomo a salire sull’ambulanza del 118.
I quattro imputati dovranno scontare una pena di un anno e otto mesi perché nell’eseguire il Tso concordato il giorno prima dalla famiglia Soldi con lo psichiatra, riuscirono ad immobilizzare quell’omone di oltre cento chili che dava in escandescenze ammanettandolo e stringendolo con forza al collo fino a fargli perdere i sensi. Nel trasportarlo poi lo tennero sdraiato sulla barella a pancia in giù, senza tentare di rianimarlo né preoccupandosi se fosse posto in condizioni di respirare. A stabilire il nesso di causa ed effetto tra la costrizione subita e la morte, è stata l’autopsia disposta dalla procura di Torino e riconosciuta valida nelle sentenza di ieri.
«Una condanna non fa mai piacere a nessuno – ha affermato ieri Giovanni Maria Soldi, cugino della vittima e avvocato di famiglia – Sicuramente questo è il riconoscimento di un percorso che è iniziato nell’agosto 2015 e che ha sempre avuto come unico obiettivo la giustizia per Andrea e con questa la restituzione della dignità che gli è stata tolta».
Annunciano invece il ricorso in appello i legali dei tre agenti di polizia municipale condannati: «Leggeremo le motivazioni e faremo appello – ha detto l’avvocato Stefano Castrale – nella certezza che i giudici di appello emetteranno una valutazione diversa che porterà a dimostrare l’innocenza dei tre vigili urbani».
Rimane comunque aperta la questione della inadeguata preparazione professionale del personale sanitario chiamato ad eseguire i Tso. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha recentemente annunciato l’avvio di un monitoraggio delle strutture sanitarie territoriali nelle quali vengono eseguiti i trattamenti obbligatori soprattutto di pazienti psichiatrici.

Corriere 31.5.18
Il medico lo aveva in cura da anni «È una ferita che non passerà mai»
Pier Carlo Della Porta e il rapporto di fiducia con la famiglia della vittima
di Giusi Fasano


TORINO Per una volta Pier Carlo Della Porta è lo psichiatra di se stesso. «Per me è una ferita che non passerà mai» dice. «A prescindere dall’esito del processo mi porterò dentro per sempre una sofferenza e una tristezza enorme per quello che è successo ad Andrea e per il dolore della sua famiglia che in parte è anche mio».
Lui, psichiatra da trent’anni, medico stimatissimo del Dipartimento di salute mentale della Asl Torino 2, ci pensa e ci ripensa da tre anni. Quel giorno, quel 5 agosto del 2015, era lì, in piazza Umbria, alle spalle di Andrea e «purtroppo non ho percepito che la situazione fosse così grave come ho saputo poi al pronto soccorso», giura. Il paziente fu caricato sulla barella ammanettato e a faccia in giù, in una posizione in cui era difficile respirare «ma io ero sicuro che in ambulanza lo avrebbero girato» giura il medico. Nessuno lo fece.
Il dottor Della Porta aveva in cura Andrea da anni e Renato, il padre del paziente, nel tempo era diventato quasi un amico di quel medico così gentile e disponibile. Era un padre attentissimo, tanto da segnalare lui stesso le volte che suo figlio non seguiva la terapia, e infatti così era successo in quei giorni di agosto di tre anni fa. Lui e il dottor Della Porta si erano messi d’accordo: il padre avrebbe assistito da lontano alla scena del Tso. Così quando arrivarono i vigili Renato, che era a duecento metri da lui, tornò a casa tranquillo («Mi sono detto: è in buone mani»).
Ma poco dopo l’amico psichiatra aveva la voce che tremava quando lo chiamò per dirgli: «Ha problemi di cuore, stanno facendo un massaggio cardiaco». E poi una seconda volta: «Le cose sono peggiorate».
I testimoni che lo videro davanti ad Andrea ormai morente raccontano che «il dottore era sconvolto, incredulo».
Da quel giorno a oggi il dottor Della Porta ha lavorato, soltanto lavorato. Non ha mai saltato un appuntamento con un paziente, mai preso un giorno di malattia o di permesso, nemmeno in quell’estate del 2015, quando aveva i riflettori di tutti i media puntati addosso.
Chiamò la sorella di Andrea. «Le dispiace se vengo al funerale?». Lei rispose che le porte delle chiese sono aperte a tutti e lui alla fine rinunciò, per evitare che quel gesto fosse male interpretato. Voleva andarci per stringere le mani ai familiari e dire «mi dispiace», come ha fatto più tardi durante il processo nel quale ha giurato che no, «non è vero, non ho mai ordinato a nessuno di lasciare il paziente a faccia in giù mentre lo caricavano sull’ambulanza». I vigili invece, deponendo in aula, hanno detto che «per girarlo dovevamo togliere le manette ma lui disse di lasciarlo così».
Il padre di Andrea ieri ha visto lo psichiatra passeggiare avanti e indietro nell’androne del palazzo di giustizia dopo la lettura della sentenza. «Per conto mio è una brava persona» ha commentato guardandolo da lontano, «quel giorno evidentemente la situazione gli è sfuggita dalle mani». Probabilmente anche alla Asl Torino 2 la pensano allo stesso modo visto che non hanno mai aperto contro di lui nessun procedimento disciplinare.

Il Fatto 31.5.18
Steve B. trasandato e feroce: stile grillesco, piglio trumpista
Bannon - L’ex guru di The Donald visto da vicino
di Giampiero Gramaglia


“L’Italia è importante”, scriveva e spiegava, ieri, in prima pagina, il New York Times. “L’Italia è importante”, diceva, giorni fa, a Roma, Steve Bannon, prima di salire sul palco di un evento (e lo ripeteva poi a una platea gremita). È forse la prima volta che l’autorevole quotidiano, punto di riferimento con il WP dell’America anti- Trump, e l’ex guru della campagna elettorale del magnate ed ex consigliere strategico del presidente Usa alla Casa Bianca, appaiono sulla stessa lunghezza d’onda.
Ma non è così. L’Italia preoccupa il NYT perché “il rischio di una calamità in Europa è cresciuto”.
E, invece, l’Italia conta per Bannon perché è, con l’Ungheria, il perno europeo del suo progetto populista globale. È stato in Italia prima delle elezioni, ci è tornato – provenendo dall’Ungheria – per salutare la nascita di un governo populista – appuntamento abortito –, assicura di volerci tornare per la prossima campagna elettorale. Chi gli paga le missioni transatlantiche? “Pago io, di tasca mia”, dice l’ex produttore a Hollywood ed ex presidente di Breitbart News, che si definisce “un osservatore del movimento populista internazionale”.
Intorno non ha funzionari dell’ambasciata, che lo considera “un privato cittadino”, ma collaboratori che agiscono da guardie del corpo. Bannon non presta attenzione alla forma: è vestito dimesso, quasi trasandato, la camicia non fresca sopra la polo, una giacca stazzonata, tutto sul blu, la barba lunga. Al confronto Thomas Williams, corrispondente dall’Italia di Breitbart News, è un damerino, con le scarpe lucidissime.
Quando Bannon parla, o ti guarda, gli occhi s’accendono a tratti d’una luce di furbizia, o di malizia: il fare è sempre cordiale, da pacca sulle spalle; le parole sono taglienti, se lo contraddici ti becchi dell’ignorante. Su certe cose, mette i puntini sulle i: “Non sono stato licenziato da Trump, mi sono dimesso”. Su altre, glissa: “Vi sentite ancora, lei e il presidente?”. “Si sentono i nostri avvocati”, per via del Russiagate.
Di America parla poco. Trump – dice – sta attuando la sua agenda: “Deve ancora tirare su il Muro”, il resto è fatto.
Sull’Italia, pare informato: ha manifestato con vigore il suo appoggio al professor Savona e al duo Di Maio-Salvini; ma ammette di non conoscerli e non averli mai incontrati e di non avere neppure letto i libri di Savona. Ma ha letto – sostiene – il Contratto di governo tra M5S e Lega, di cui fa l’elogio: un documento “preciso, dettagliato”, in cui c’è tutto (e di tutto).
Quanto sta avvenendo in Italia è “disgustoso” e pure “fascista e antidemocratico”: “Poteri, capitali e media stranieri hanno strappato la sovranità all’Italia”, sostiene Bannon, che contrappone il “Partito di Davos e di Bruxelles” al “Partito del Popolo”. Quanto al premier incaricato Carlo Cottarelli, è solo “un altro tecnocrate dell’Fmi”.
Nel backstage, prova le battute: “È il momento più importante per l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Azzardo: “Beh, ci capitò di scegliere tra monarchia e Repubblica”. Sul palco, attenua l’affermazione: “Uno dei più importanti”, perché “il potere s’è tolto la maschera”; e s’infervora: “Il 60% degli italiani vogliono indietro il loro Paese. Cosa c’è di più fascista di portare loro via ciò per cui hanno votato?”.
Procede ‘alla Trump’ – cui, magari, l’ha insegnato – per affermazioni apodittiche, magari icastiche, che suonano tonde (e sono vuote). “Bruxelles, Francoforte, Davos, Wall Street non hanno lasciato formare il governo, perché se avesse funzionato il modello si sarebbe diffuso anche altrove”. “Italy matters”, l’Italia conta, nel disegno populista internazionale; e Bannon, 65 anni e mille mestieri, se ne fa paladino.

Il Fatto 31.5.18
Orbán ha vinto, aiutare un migrante è reato
L’uomo del muro - Rischia la prigione chi darà informazioni legali, volantini o anche pane
Orbán ha vinto, aiutare un migrante è reato
di Michela A. G. Iaccarino


Nell’Orszaghaz, il Parlamento magiaro, la maggioranza c’è. Ma non è più una sfida o un’anomalia: è una direzione. A Budapest le voci sono state un coro, i voti medesimi, le certezze uguali: aiutare i migranti è reato. Adesso, per legge, finirà in carcere chi dà a un richiedente asilo un consiglio legale, un volantino, un’informazione, o, semplicemente, anche solo un pezzo di pane. “Stop Soros”: il nome del disegno approvato è anche lo slogan dell’ultima campagna elettorale del fondatore della “democrazia cristiana del 21º secolo”, Viktor Orbán. Perché “l’incubo delirante degli Stati Uniti d’Europa” va fermato. “Coloro che forniranno aiuto finanziario o compiranno attività organizzativa su base regolare saranno punibili con un anno di prigione”, dice il documento che vieta agli “stranieri che tentano di entrare in Ungheria da un paese terzo, in cui non sono perseguitati, di ricevere il diritto all’asilo”. Secondo i dati ufficiali, attualmente in Ungheria ci sono in totale 1291 migranti, arrivati da Afghanistan, Siria e Iraq.
“Il governo minaccia chi difende i diritti umani con il codice penale”, ha dichiarato il Comitato ungherese di Helsinki, “ha intimidito le ong e reso la migrazione una questione di sicurezza nazionale”, ha ribadito Todor Gardos, Human Right Watch. La condanna arriva anche dalle Nazioni Unite: questa legge “priverà rifugiati dei servizi vitali e incrementerà attitudini xenofobe”. Ma l’Ungheria vuole essere il paese della sicurezza non dei migranti, ha detto Csaba Domotor, segretario di Stato.
Il voto definitivo ci sarà la settimana prossima, e sul percorso di Orbán non rimane ormai alcun ostacolo. Il prossimo passo è cambiare la Costituzione affinché “popolazione aliena non possa stabilirsi entro i confini del Paese”.
Orban agita lo spettro della migrazione dal 2010, quando ha raggiunto per la prima volta la cima del potere. Da allora ha ottenuto quello che voleva: nessuna quota migranti, ma tutti i fondi destinati allo sviluppo del paese dall’Unione europea. Fiumi di milioni di euro. Quando il premier dice che “l’Unione deve funzionare come un’associazione di libere nazioni”, “deve tornare alla realtà e il primo passo per farlo è ripensare alla migrazione” ormai non parla più al suo popolo, che ha già convinto, ma al resto d’Europa, quella che pensava di poterlo piegare. “Non penso ai prossimi 4 anni, ma ai prossimi 12” risponde a chi lo critica: moltissimi all’estero, pochissimi in patria.
Il bastione ungherese anti-rifugiati sta dritto insieme alle sue tre sorelle dell’est: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, la famiglia del gruppo di Visegrad, che si è rifiutata all’unisono di accogliere 160 mila siriani ed eritrei in arrivo da Italia e Grecia.
Orbán è diventato per la terza volta premier ad aprile scorso promettendo di combattere “contro questo piano in nome della libertà ungherese”, perché “la migrazione porterà alla fine delle nazioni, a un solo governo europeo”, insomma a una Open Society, il nome dell’organizzazione del tycoon George Soros i cui uffici sono ormai vuoti nella Capitale, costretta a trasferirsi a Berlino. Il primo ministro ha accusato più volte il magnate ebreo “di supportare l’avanzata islamica in Europa” con i suoi finanziamenti, fondi di cui però anche molti giovani ungheresi hanno usufruito.