venerdì 30 marzo 2018

Repubblica 30.3.18
L’autobiografia del leader degli Iron Maiden
Quando il rock va alla guerra
di Bruce Dickinson


Bruce Dickinson, leader della band heavy metal Iron Maiden, pubblica la storia della sua vita. E ricorda quando nel 1994 sotto le bombe riuscì ad arrivare a Sarajevo per un concerto che tutti cercarono di ostacolare
Il telefono di casa squillò.
«Ti va un concerto a Sarajevo?».
«Non si sparano addosso sul serio, da quelle parti?».
«Oh, sì, ma è una cosa organizzata dalle Nazioni Unite, sarai assolutamente protetto, è tutto organizzato». Non eravamo protetti, non c’era alcuna organizzazione e i proiettili erano veri, ma chi se ne fotte, andammo lo stesso. I Metallica e i Motörhead a quanto pare rifiutarono, e non mi stupisce, perché se fossi stato il loro manager avrei fatto lo stesso. Ma al mio non lo dissi.
(…) Il piano era di arrivare a Spalato, indossare giubbotti antiproiettile e caschi blu delle Nazioni Unite, salire su un elicottero Sea King, volare a Sarajevo, suonare e tornare indietro. Missione compiuta. Riuscimmo ad arrivare a Spalato, e vidi i caschi e i giubbotti impilati in un angolo dell’atrio degli arrivi. Un certo colonnello Green ci venne incontro e no, non era una partita di Cluedo. «Siete i ragazzi della band inglese?» chiese.
Era una delle domande più ovvie che mi avessero mai fatto. Annuii.
«Be’, mi dispiace, dovete tornare a casa. Ecco le vostre carte d’imbarco». Ci allungò i biglietti di ritorno, saremmo tornati indietro con lo stesso velivolo che ci aveva portati fino a lì. «E che succede se non partiamo?» chiesi.
«Il prossimo volo è tra una settimana» rispose il colonnello.
«In ogni caso, non abbiamo elicotteri liberi e il tempo è brutto. In più, le Nazioni Unite l’hanno saputo e Akashi non vuole indispettire i serbi».
(…) Un cameraman di una troupe della Reuters piazzata in un angolo dell’atrio degli arrivi si avvicinò. «Sono bosniaco.
È una stronzata, vi portiamo noi in città» disse. A rischio di perdere eventuali coperture assicurative sulla vita osai chiedere altre informazioni: «Continua». «C’è un tunnel, un passaggio segreto.
Possiamo farvi entrare. È così che portiamo i rifornimenti in città».
«Okay» risposi, mentre facevo girare piano le rotelle nel cervello.
(…) Avevamo un paio di bacchette da batteria, una chitarra acustica e la mia voce, così iniziammo a suonare per strada, con Alex Elena, il nostro batterista italiano, che picchiava sul muro sporco di fuliggine. Fu un momento un po’ strano perché ci rendemmo conto che molti di quei bambini non avevano mai visto né toccato una chitarra, e ne erano rimasti incantati. «Ehi!» urlò Alex, «battete tutti le mani, forza!».
E iniziò a battere le mani con entusiasmo. In un momento, che è ancora inciso nella mia mente, uno dei ragazzi più grandi saltò su e cominciò a battere le mani — rat-tat-tat — verso il gruppo di bambini più vicino a lui, e questi caddero come morti. Il suono delle mani che battevano era un suono di morte, il suono dei cecchini e delle mitragliatrici. Anche il gruppo seguente si lasciò cadere, finché anche i bambini più piccoli si sdraiarono a terra con le membra scomposte, immobili nell’attimo della morte.
Ci fermammo, sbalorditi, mentre i bambini si rialzavano e scoppiavano a ridere. Mi colpì che una cosa così piccola come battere le mani potesse essere travisata e distorta dalla realtà crudele di una zona di guerra.
(…) Il concerto fu immenso, intenso e probabilmente lo spettacolo più bello del mondo, per noi e per il pubblico. Il fatto che il mondo non lo sapesse non ci importava.
Tornati nei nostri quartieri oscurati dal nastro adesivo, bevemmo birra con il contingente delle Nazioni Unite, per lo più composto di soldati britannici, più alcuni norvegesi che parlavano tutti con un accento scozzese, chissà perché. Chiesi a un giovane ufficiale del Reggimento Paracadutisti come ci si sentisse a essere sotto assedio. «È noiosissimo, cazzo» disse.
«Sinceramente, mi piacerebbe andare su per la montagna e ammazzarli tutti, quei bastardi.
Sono dei vigliacchi».
(…) L’unico elicottero disponibile ci portò via, stile Apocalypse Now, con mitragliatrici a nastro che spuntavano dalle fiancate.
Attraversammo poi la terra di nessuno a bordo di alcune Land Rover fino alla strada che circondava l’aeroporto e al checkpoint serbo, che era diretto da una soldatessa stile Rosa Klebb, conosciuta localmente come la stronza infernale. Lungo la strada, in un fossato, vidi un carro armato russo bruciato, e in un altro dei miei stupidi atti di incoscienza feci fermare la Land Rover, uscii nel bel mezzo della terra di nessuno e feci quello che ora si chiamerebbe un selfie. «Ti è andata bene» commentò l’autista.
«L’ultimo che ha fatto una cosa del genere si è preso una pallottola».
Ci avevano detto di non guardare troppo da vicino la stronza infernale: da lontano sembrava abbastanza attraente, ma quando ti avvicinavi ti accorgevi che il trucco nascondeva quel tipo di cicatrice che ci si può procurare baciando una bomba a mano.
Secondo Trevor non è più su questa terra, perché è stata uccisa in un bombardamento.
Era implicata nell’omicidio e nella tortura di numerose famiglie.
Accostammo di fronte a lei, al checkpoint. Non guardare in faccia la Gorgone, mi dissi, ma mi misi immediatamente a fissare la cicatrice. La cogliemmo di sorpresa. «Da dove venite?» chiese. «Sarajevo». «Perché eravate lì?». «Ehi, avevamo un concerto. Siamo un gruppo rock.» «Sarajevo è un posto pericoloso, non tornate più».