lunedì 12 marzo 2018

internazionale 11.3.18
Pechino alle prese con l’abuso di antibiotici
La diffusione di batteri sempre più resistenti a causa dell’uso eccessivo di antibiotici è un problema mondiale che colpisce in particolare l’Africa e l’Asia. Le autorità cinesi corrono ai ripari
Di Eeje Rammeloo, MO, Belgio


Il trasferimento a Shanghai non ha lasciato indifferente Adam. Il ragazzo di 22 anni è tornato a vivere con i genitori dopo quindici anni passati in campagna con i nonni. I pomi e le macchie rosse sulle sue braccia si sono estese al petto e alle gambe. Sua madre gli mette pomate e prepara infusi con le erbe mandate dalla nonna, ma nulla sembra funzionare. Neanche il dottore sa fare una diagnosi. In Cina in questi casi si ricorre all’artiglieria pesante: per tre mattine il medico somministra ad Adam una flebo di antibiotici. Se non funziona, proveranno un’altra cura. L’artiglieria pesante in Cina non è più così pesante: anche per un semplice raffreddore viene prescritta una terapia. In fondo gli antibiotici costano poco e funzionano quasi sempre.
Nel 2010 la Cina ha usato dieci miliardi di dosi di antibiotici contro i sei miliardi abbondanti degli Stati Uniti. Significa che i medici hanno prescritto antibiotici al 22 per cento dei pazienti. Per quelli ricoverati in ospedale la quota saliva al 68,9 per cento. Solo che i batteri si sono abituati ai farmaci e hanno trovato un modo di sopravvivere, così gli antibiotici non funzionano più. “È una crisi internazionale”, dice il professor Xiao Yonghong, specialista della materia. “Nel 2050 in Asia occidentale moriranno 473 milioni di persone all’anno per infezioni provocate da batteri resistenti agli antibiotici”, avverte. “La mancanza d’informazioni dai paesi a basso e medio reddito fa sì che non conosciamo con precisione le dimensioni del fenomeno, ma è chiaro che abbiamo un problema”, spiega Marc Sprenger, direttore del dipartimento dell’Organizzazione mondiale della sanità contro la resistenza agli antibiotici. “Il nodo del problema è in Africa e in Asia. I paesi con un sistema sanitario debole avranno le difficoltà maggiori”.
Xiao guida la battaglia in Cina. Ha stilato un piano d’azione per fare in modo, tra le altre cose, che i medici siano più cauti nella prescrizione di antibiotici. Dal 2010 la preparazione di medici e farmacisti è migliorata, vengono formati più microbiologi e le regole sulle prescrizioni sono diventate più severe. Ma l’economia alimenta le abitudini pericolose. Il dottor Yao, nel paesino di Xincheng, ha un ambulatorio di tre stanze. Dietro alle listelle di plastica che fanno da porta c’è un bancone dove il dottore vende i medicinali. Accanto, ci sono uno stanzino usato come studio e una sala d’aspetto con tre persone sedute. Un liquido marrone filtra dalle flebo. La penicillina dovrebbe dare sollievo, dice una donna con gli occhi umidi. “L’influenza non vuole saperne di passare”, sospira. Il fatto che i medici di famiglia, che in campagna sono anche farmacisti, abbiano un tornaconto se prescrivono un antibiotico è un problema in tutta la Cina. Negli ospedali solo un decimo della spesa sanitaria è coperto dal governo, il resto è a carico delle strutture. La nuova regola che proibisce di aggiungere un sovrapprezzo ai medicinali toglie la tentazione di venderne il più possibile, ma non è chiaro come faranno le autorità a controllare che la legge sia rispettata nelle zone più sperdute.
Altre vie
L’assunzione di antibiotici, in ogni caso, avviene anche attraverso altri canali. La Cina è il paese che usa più antibiotici negli allevamenti: 16mila tonnellate all’anno che potrebbero diventare 34mila nel 2030, molto più delle 10mila tonnellate degli Stati Uniti. I residui degli antibiotici finiscono nella carne e, attraverso gli escrementi, nelle falde acquifere. Nel 2013 tra il bestiame è comparso un batterio resistente alla colistina, un antibiotico molto usato negli allevamenti. Di recente il governo di Pechino ha deciso di vietarne l’uso sugli animali e non è chiaro per quanto il farmaco sarà efficace sulle persone (per i suoi effetti collaterali, la colistina è comunque poco impiegata). La Cina non è l’unico paese a dover affrontare il problema dell’uso degli antibiotici negli allevamenti. Ma è l’unico in cui si producono tutte le sostanze di base di questo tipo di farmaci e in cui c’è poco controllo sul trattamento delle sostanze di scarto. Eppure gli esperti sono relativamente ottimisti. Se non altro le autorità corrono ai ripari. E se i grandi ospedali cambieranno politica, anche gli ambulatori come quello del dottor Yao li seguiranno. Adam non è riuscito ad ambientarsi a Shanghai e si è ritrasferito dai nonni. E lo sfogo cutaneo è scomparso come neve al sole.