lunedì 27 novembre 2017

il Fatto 27.11.17
Marco Revelli
“Liberarsi da questo Pd, o la sinistra si estinguerà”
Il politologo e le solite divisioni: “Grasso leader? È un accorgimento tattico, un tentativo tirato fuori dal cilindro”
di Luca De Carolis

Lo spettacolo è veramente scadente, e la tentazione sarebbe quella di essere sarcastici. Ma io suggerisco di essere indulgenti con i protagonisti della sinistra italiana: sono capitati nel mezzo di una tempesta quasi perfetta, e forse non se ne rendono neppure conto”.
Marco Revelli, professore di Scienza Politica presso l’università del Piemonte orientale, invoca le attenuanti generiche per una sinistra in perenne caos. Ma è pessimista sul futuro: “La crisi di questa parte politica è lo specchio della crisi della democrazia, affetta da una patologia quasi mortale”.
Professore, la sinistra è messa davvero così male?
La crisi dei meccanismi democratici l’ha investita in pieno, in tutto l’occidente. La democrazia dovrebbe rappresentare la società, ed l’unico elemento che la distingue da altre forme di governo come la monarchia o la dittatura. Ma non riesce più a farlo.
E quindi la sinistra…
Ne paga il prezzo, ovviamente anche per proprie colpe. L’intera famiglia dei socialismi europei si sta sfarinando.
Parliamo delle responsabilità di quella italiana.
La situazione della sinistra in Italia è tra le più tristi in Europa. E può sembrare un paradosso, per il Paese che ha avuto il più forte partito comunista del continente. Ma forse i due fatti sono legati. La sinistra non ha saputo riempire quel cratere lasciato dal Pci, e man mano che cambiava nome, dal Pds fino al Pd, dava l’impressione di essere in fuga da se stessa, in un percorso costellato di abiure.
Cambiare era necessario, non crede?
Certo, ma il vero tema è che l’insediamento sociale della sinistra è stato massacrato in questi anni. Pensiamo al lavoro, con tutte le ristrutturazioni e privatizzazioni, e al calo costante dei redditi dei lavoratori. Fenomeni che hanno morso anche il ceto medio, senza che i partiti di riferimento facessero nulla, anzi spesso si sono schierati con l’altra parte. E così si è prodotto un divorzio di fatto da un pezzo del Paese. Ormai con questo Pd, così come l’ha riconfigurato Renzi, è rimasto solo un ceto meno colpito dalla crisi, che ha digerito tutto, compreso il trapianto d’identità del Partito democratico.
Pier Luigi Bersani sostiene che sarebbe meglio andare divisi, Mdp e Si da una parte e Pd dall’altra, perché “uniti perdiamo”.
E ha perfettamente ragione. L’unico modo per lui di recuperare qualcuno tra i tanti elettori fuggiti dalla sinistra è quello non legarsi al Pd e a Renzi. Certo, per rimettere il dentifricio nel tubetto ci vorrebbe quasi un miracolo… Il problema è sempre la credibilità di chi parla.
I “rossi” fuori del Pd non ne hanno?
Il leader dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, non era il braccio destro di Tony Blair: ha sempre proposto un’alternativa. Ci vuole discontinuità, anche personale, rispetto alle politiche di un passato molto lungo.
Il probabilissimo futuro leader della sinistra, il presidente del Senato Pietro Grasso, è un ex pm sceso in politica solo nel 2013. Come nome nuovo potrebbe anche reggere.
È un accorgimento tattico, un tentativo tirato fuori dal cilindro. Ma la soluzione non la trovi con l’ingegneria da ceto politico.
E allora cosa serve?
Serve un cambio di mentalità. Questo ceto politico a cui accenno dovrebbe fare un passo indietro, e accettare un vero confronto sulle ragioni delle crisi.
Tomaso Montanari, volto e motore degli ex comitati del No, ha proposto una serie di condizioni ai partiti, tra cui l’obbligo di presentare nelle liste almeno il 50 per cento di neofiti, ed escludere chiunque abbia avuto in passato incarichi di governo, quindi anche Bersani e D’Alema. È d’accordo?
Io provo molta simpatia per Montanari, che ci ha messo la faccia. Le sue ricette ridarebbero un minimo di credibilità, ma temo che resteranno proposte inascoltate. Il campo a sinistra mi sembra già strutturato, con tutti i piccoli eserciti che si sono organizzati.
A proposito di regole, ma della legge elettorale che ne pensa?
Penso che possano averla scritta solo dei masochisti, perché condurrà il Pd a sicura sconfitta. L’hanno preparata pensando di puntare sul voto utile verso il partito di Renzi, ma in realtà la scelta per molti sarà tra i Cinque Stelle e Berlusconi, come è avvenuto in Sicilia e a Ostia. Difficilmente sceglieranno il Renzi ferroviere…
Il nodo della scelta tra Berlusconi e Di Maio se lo è posto anche Eugenio Scalfari, e la sua preferenza è andata al “populismo di sostanza di B.”. Poi però il fondatore di Repubblica ha fatto marcia indietro.
È un gioco stupido. La nostra Costituzione non prevede un premierato elettivo, e comunque con l’attuale legge elettorale non si verrà posti di fronte a una simile scelta.
Eppure si è aperto un ampio dibattito sul tema.
Sull’argomento ho letto delle bestialità. C’è chi ha detto che “almeno Berlusconi lo conosciamo”. E io dico, appunto: sappiamo dei suoi processi e di tutto il resto. Io non ho mai lesinato critiche ai Cinque Stelle, soprattutto per le loro posizioni sull’immigrazione. Ma chiunque abbia un animo democratico non potrebbe scegliere il pregiudicato Berlusconi.

il Fatto 27.11.17
La libertà di Sartori, antidoto all’Italia ostaggio di B. e Renzi
Il politologo di Firenze ci ha lasciato un monito sempre più attuale in questo lungo inizio di campagna elettorale: diffidare di ogni corte, di ogni servilismo, difendere la complessità del pensiero come garanzia di autonomia
di Maurizio Viroli

Giovanni Sartori ha messo al servizio della sua passione civile una scienza politica, ma forse il termine più giusto sarebbe una saggezza politica, che si avvaleva di diversi stili di pensiero: comparativo, analitico, interpretativo, storico. Grazie al suo metodo, Sartori è stato in grado di capire bene le vicende italiane.
Che Sartori non sia stato uno scienziato politico distaccato dai problemi del suo tempo, lo dimostra la prefazione a Mala tempora (2004), che raccoglie articoli scritti fra l’aprile del 1994 e il settembre del 2003: “Dio, può darsi che le mie battaglie non valgano granché. Ma anche ammesso, in ipotesi, che siano invece ben combattute, mi sa che le perderei lo stesso. Le perdo, oltretutto, perché non son imbrancato. E in un paese senza anticorpi il ‘fuori branco’ resta solo: una voce fuori coro e senza coro, senza sostegno. Ma sono oramai troppo vecchio per cambiare. A perdere sono abituato. A sottomettermi, a piegare la schiena, non mi abituerò mai. Più i tempi vanno male e più voglio stare dritto”. Tenere la schiena dritta è la lezione più necessaria di coscienza civile perché rivolta a curare il conformismo e lo spirito servile, mali secolari dell’Italia.
Fra i suoi attrezzi di lavoro aveva un posto d’onore il metodo comparativo seguito dai grandi scienziati politici moderni, primo fra tutti Alexis de Tocqueville. Quando Sartori volle capire il sistema di potere di Silvio Berlusconi, lo paragonò, accogliendo il suggerimento del suo (e mio) editore Giuseppe Laterza, al “sultanato”: un potere personale che domina come un padrone sui servi. “[Berlusconi] si è così dato a costruire, all’interno di Palazzo Chigi, e della sua personale sfera di potere, un sultanato. Mi sono divertito a battezzarlo così perché il termine (islamico) è evocativo, insieme, di fasto e di potere dispotico […] Il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre chi vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio. […] Non manca, nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultanato era un po’ così” (Il sultanato, 2009)
Devo confessare che la scelta del termine ‘sultanato’ non mi convince: troppo esotico. Preferisco ‘corte’ e ‘sistema di corte’, perché più adatto a descrivere il potere berlusconiano e meglio radicato nella storia italiana dove è nata tanto la corte, quanto la teoria della corte. Si pensi al libro Del Cortegiano di Messere Baldassar Castiglione (1528). ‘Sultanato’, tuttavia, funziona per spiegare lo spirito servile che il sistema berlusconiano ha rafforzato e diffuso, come un cancro, in Italia: “Le cose che mi spaventano sono ormai parecchie; ma il livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato in questa occasione [l’approvazione del lodo Alfano che garantiva la sospensione del processo penale alle alte cariche dello Stato] da una maggioranza dei nostri ‘onorevoli’ (sic) mi spaventa di più di tutto”.
Uno dei termini che gli oppositori usavano per denunciare il regime di Berlusconi era ‘dittatura’, anche per l’assonanza con il concetto di ‘dittatura fascista’. Ma, ammoniva Sartori, “dittatura non deve essere usato a vanvera”. Le dittature contemporanee, precisava, sono Stati caratterizzati da “Costituzioni incostituzionali”. Stati la cui forma (Costituzione) consente e autorizza un esercizio concentrato e incontrollato del potere politico. Nessuno si dichiara più dittatore”. Costituzioni incostituzionali sono per Sartori le costituzioni che i governanti privano delle strutture garantistiche che proteggono i cittadini dagli abusi di potere e danno loro la possibilità di affermare la propria libertà.
Se dittatura è questo, si chiede Sartori, Berlusconi è un dittatore? No, non viola la Costituzione. Ma sarebbe potuto diventarlo se fosse riuscito a realizzare la riforma costituzionale che aveva proposto e che mirava a “depotenziare e fagocitare i contro-poteri che lo intralciano”. Nel 2006 abbiamo respinto con il referendum la riforma di Berlusconi e fermato la sua ascesa verso un regime autoritario. Un anno fa abbiamo sconfitto, ancora con un referendum, il progetto di riforma costituzionale voluto da Renzi. Come nel 2006, Sartori è stato dalla parte del “No” perché considerava la riforma caotica e pericolosa.
La cattiva cultura alimenta la cattiva politica, e viceversa. Anche per questo, Sartori guardava con preoccupazione al degrado intellettuale che la televisione ha contribuito a diffondere. Lo preoccupava, in particolare, l’ormai diffusa inettitudine a pensare per concetti. “Tutta la nostra capacità di gestire la realtà politica, sociale ed economica nella quale viviamo, e ancor più di sottomettere la natura all’uomo, si impernia esclusivamente su un pensare per concetti che sono – per l’occhio nudo – entità invisibili e inesistenti”. Mentre l’homo sapiens sa pensare anche senza vedere, l’homo videns creato dalla televisione sa vedere ma non sa pensare. E chi vede senza pensare può essere facile vittima dei demagoghi.
Machiavelli, cinquecento anni fa, ammoniva a non giudicare i prîncipi “agli occhi”, ovvero dalle apparenze, ma a cercare di intendere il significato delle loro azioni. Sartori, fiorentino come Machiavelli, ci ha lasciato una lezione simile di saggezza che ci può aiutare a capire i nostri tempi e a difendere la nostra libertà.

il Fatto 27.11.17
Colpire i rivali: i dossier per Renzi dei Carrai boys
La battaglia sulla post-verità sarà al centro della campagna elettorale Obiettivo: denunciare “rapporti” tra Lega e M5s e screditare i media
di Wanda Marra

inviata a Firenze
“Ho fatto un report per Matteo Renzi e una parte di quello è finito sul New York Times”. Felpetta a righe, occhialoni, scarpe da ginnastica e aria timida: tra i giovani che ieri si muovevano tra i tavoli della Leopolda e i Millennials che salgono sul palco, uno è l’eroe del giorno: Andrea Stroppa, classe 1994, esperto di cyber security. Oggi titolare della Ghost Data (società citata dal New York Times ma che non risulta alla camera di commercio italiana), fu arruolato nel 2016 da Marco Carrai, imprenditore amico e sostenitore di Renzi, che ambiva a una posizione di responsabile della cyber sicurezza per conto di palazzo Chigi. Quella nomina non è mai arrivata e oggi Carrai lavora nel settore privato con la sua Cys4, sicurezza cyber per aziende.
Nella serata di partenza di L8 che sta per “lotto”, Matteo Renzi ha lanciato la sua di lotta alle “fake news”, “si tratta di una tecnica che rischia di cambiare il dibattito democratico nel nostro Paese”. Il punto di partenza e di forza è un articolo del New York Times che denuncia connessioni tra diverse piattaforme online anti-sistema e alcune vicine alla Lega Nord e al Movimento Cinque Stelle.
Stroppa è stato il pupillo di Carrai, il quale arriverà oggi nella vecchia stazione industriale renziana: da mesi sta lavorando proprio a un progetto relativo alle fake news. I suoi rapporti internazionali sono di tale livello che sicuramente ha facile accesso anche al New York Times. Ma Stroppa ci tiene a dire: “Sono anni che i miei dossier finiscono sulle grandi testate internazionali”. E chiarisce che “è la prima volta” che viene alla Leopolda: “Sono un tecnico, nel 2013 ho votato Cinque stelle”. Ieri, comunque, si aggirava sotto il palco, tra i ministri Marco Minniti e Roberta Pinotti.
Per Renzi l’attacco alle fake news sarà il centro della strategia da campagna elettorale con l’obiettivo di screditare i Cinque stelle. Lo dice così il vice segretario, Maurizio Martina: “Inquietanti i rapporti che emergono tra Movimento e Lega con alcuni siti globali di false notizie”. Seconda mossa: dominare i social ancora più che in passato. E ancora, presentarsi come una vittima del sistema dell’informazione. Vecchia tattica: alla Leopolda 6 – 2 anni fa – mise alla berlina i titoli dei quotidiani (il Fatto e Libero).
Venerdì sera, Renzi ha tenuto una vera lezione, armato al solito di video. La prima fake news: “Ultim’ora. Malore improvviso per Matteo Renzi ricoverato all’Umberto I”. Esce su News24 Roma, nel febbraio 2016. Una bufala. Poi, un video con Renzi che guida una Lamborghini, presentato come se fosse in vacanza a Ibiza. Ma stava visitando un cantiere. Ancora: la sorella di Maria Elena Boschi nominata direttrice di “un fantomatico centro coordinamento delle Regioni”. Ma la Boschi non ha sorelle e la foto era di Scarlett Johansson. Altra presunta sorella, quella di Laura Boldrini, accusata di gestire società legate all’immigrazione. Ma la sorella della presidente della Camera è morta.
La logica del gioco di Renzi, si capisce dal montaggio: mostrando una foto dei presunti funerali di Riina, con in prima fila, tra gli altri, la Boschi, l’ex premier rivela l’account “Virus5stelle” fb, vicino al Movimento. E poi, ancora quelle postate da “Beatrice di Maio”: “Ho le foto di Delrio con i mafiosi”. Ma la vera autrice – dice Renzi “si autodenuncia: è la moglie di Brunetta”.

Corriere 27.11.17Da Bersani a Errani, la corsa nei collegi rossi che può far male ai dem
In Emilia la divisione a sinistra avvantaggerebbe FI
di Olivio Romanini

La grammatica del Rosatellum rischia di favorire un inedito (e involontario) asse tra Mdp e Silvio Berlusconi nelle Regioni rosse. La possibilità concreta che gli scissionisti del Partito democratico presentino nei collegi uninominali i leader Pier Luigi Bersani e Vasco Errani, togliendo voti ai candidati dem, fa preoccupare il Nazareno e fare salti di gioia al centrodestra: in particolare, al plenipotenziario di Berlusconi in Emilia, Massimo Palmizio, ex Publitalia nelle file degli azzurri dal 1994.
A lui è toccato gestire l’inverno del grande scontento, quando FI non toccava più palla a livello nazionale e quando nell’ostile Emilia arrivava dietro tutti, Lega compresa. Ora che il vento è di nuovo cambiato — e che «imprenditori, medici e giornalisti» hanno ricominciato a contattarlo per avere notizie sulle liste per le Politiche — sente aria di rivincita. C’è stato un momento, quando si trattava di trovare i candidati per le Regionali o per le Comunali, che alle sue chiamate non rispondeva nessuno.
Adesso, sulla base dei sondaggi e dello studio dei meccanismi del nuovo sistema elettorale, Forza Italia e già quasi sicura di passare dai nove parlamentari eletti nel 2013 come Pdl ai dodici eletti come sola FI. Ma il sogno di Berlusconi è quello di dare scacco al Pd in Emilia in due collegi che, in condizioni normali, sarebbero stati impossibili: quello dove Mdp schiererà Vasco Errani (probabilmente Ravenna) e quello dove correrà Pier Luigi Bersani, ancora da definire.
Nei collegi uninominali vince chi arriva primo e il ragionamento di FI e del centrodestra è lineare: anche se Mdp vale solo il 5-6 per cento, a livello nazionale, è abbastanza facile immaginare che personalità come Bersani ed Errani, che godono di un consenso personale elevato nelle «loro» terre (entrambi sono stati presidenti dell’Emilia-Romagna), possano arrivare a un 15-20 per cento. Poco per vincere ma abbastanza per fare perdere il collegio al candidato pd, visto che i voti vengono dallo stesso bacino elettorale. E con il candidato dem «azzoppato» del 15 per cento rispetto al fisiologico bacino di voti, quel collegio diventa contendibile per il centrodestra.
Sarebbero in fondo solo due collegi, ma sarebbero oltremodo esemplari di quel che può accadere, anche in una terra come l’Emilia, ora che la sinistra è divisa. E sarebbe una rivincita fino a poco tempo fa inimmaginabile per gli azzurri: a Bologna e dintorni Berlusconi si è sempre fatto vedere poco e, a eccezione dell’impresa di Giorgio Guazzaloca nel 1999, il centrodestra in Regione ha sempre preso batoste. Ma c’è dell’altro: sempre a giudicare dagli attuali sondaggi, il Pd può garantire seggi sicuri praticamente solo in Emilia e in Toscana, e i collegi da Piacenza a Rimini potrebbero essere utilizzati dai vertici pd per piazzare i cosiddetti candidati della società civile. Senza contare che qui dovrebbero conquistarsi il posto gli emiliani Matteo Richetti, Graziano Delrio, Dario Franceschini e Andrea Rossi, responsabile organizzativo del Pd nazionale .

Repubblica 27.11.17
Mappe
L’indagine
Cultura, religione, sicurezza gli stranieri fanno più paura
Negli ultimi mesi è cresciuta la diffidenza verso gli immigrati toccando i massimi degli ultimi vent’anni. Ma per più della metà degli italiani non ci sono pericoli
ILVO DIAMANTI

Gli stranieri alle porte e dentro casa. Nostra. Sono divenuti un argomento di polemica quotidiana. Sul piano mediale e politico.
Ne abbiamo seguito l’evoluzione costante, attraverso i sondaggi di Demos. Da quasi vent’anni.
Perché l’attenzione e la tensione, sull’argomento, non finiscono mai. Gli immigrati: sollevano inquietudine come minaccia alla nostra sicurezza - personale e sociale. Ma anche verso la nostra cultura e alla nostra religione. In misura diversa. Perché la sicurezza e l’incolumità (ovviamente) preoccupano di più dell’identità.
Tuttavia, in alcune fasi questi (ri)sentimenti si percepiscono con particolare intensità.
L’avevamo osservato alcune settimane fa, commentando una precedente indagine. Ma oggi questa sensazione si rileva in modo altrettanto evidente. Negli ultimi mesi, infatti, la paura degli “altri” è cresciuta. I timori per la nostra sicurezza hanno raggiunto il livello più elevato degli ultimi anni: il 43 per cento (quota di persone che manifestano grande preoccupazione in proposito). Approssimando la misura osservata nel 2000 e nel 2007. Mentre i timori suscitati dagli immigrati come minaccia all’identità (culturale e religiosa) oggi hanno toccato il 38 per cento. Cioè: il massimo grado di intensità rilevato negli ultimi vent’anni.
Nella percezione sociale, questi sentimenti spesso si presentano associati. Circa metà degli italiani, infatti, non prova inquietudine. Sotto il profilo della sicurezza, ma neppure dell’identità. Ma un terzo mostra orientamenti opposti. E manifesta preoccupazione - spesso: paura - verso gli immigrati.
Senza particolari distinzioni, fra sicurezza e identità. Per queste persone, gli stranieri sono gli “altri” che ci minacciano. Irrompono nel nostro mondo, nella nostra vita. Da terre e culture lontane. Insomma: ci “invadono”. E, seguendo un’opinione diffusa, ci costringono a reagire.
Il grado di inquietudine, tuttavia, cambia nel corso del tempo. E dipende da diverse cause. L’andamento “reale” del fenomeno, in effetti, conta. Ma in misura limitata. Come nel caso della criminalità, che in particolari periodi solleva preoccupazione molto più intensa. Anche se, negli ultimi vent’anni il numero dei “fatti criminali” non è cambiato.
Perché risulta costante nel tempo. Lo stesso avviene per i migranti e le migrazioni. Che sollevano ondate emotive soprattutto in alcune fasi.
Perlopiù, le stesse che si osservano nel caso della criminalità. D’altra parte, immigrazione e criminalità vengono, spesso, collegati, nella narrazione mediale. Che costituisce uno dei principali motori, forse il principale, del ri-sentimento sociale. Lo abbiamo già osservato, commentando le indagini dell’Osservatorio di Pavia (per la Fondazione Unipolis).
Perché la “paura” fa spettacolo. Tuttavia, i “cicli della paura” mostrano una coincidenza significativa con i cicli politici ed elettorali. Lo abbiamo osservato – e annotato – nei mesi scorsi. Dal 1999 in poi, i picchi dell’insicurezza, sul piano sociale e dell’identità, coincidono con i periodi che precedono le elezioni nazionali. E, dunque, con le campagne elettorali. Perché la “paura degli altri” attira, oppure respinge, gli elettori.
Certo, ormai viviamo tempi di campagna elettorale permanente. Ma in alcuni periodi la mobilitazione politica appare più forte. Più intensa. Come da qualche mese. Come avverrà, a maggior ragione, nei prossimi mesi. Visto che siamo alla vigilia di elezioni “di svolta”.
Ormai, lo sono tutte. Ma l’esito delle prossime elezioni appare più “incerto” che mai. L’unica vera certezza è l’incertezza.
Visto che è improbabile – impossibile? – che uno schieramento o una coalizione riesca a conquistare una maggioranza stabile, al prossimo Parlamento. Così, l’immigrazione diventa un tema importante. Anzi, il più importante. Oggi: è il tema.
Per intercettare consensi.
Infatti, mai come oggi, negli ultimi dieci anni, è stato percepito in misura tanto intensa. In particolare, come minaccia per la nostra cultura e identità. Ma, soprattutto, mai come oggi l’immigrazione è divenuta un terreno di contesa aperto. E incerto. Perché inquieta e preoccupa tutti. In modo trasversale. Gli elettori di Centro, Destra (i leghisti: oltre il 70 per cento). E del Movimento 5 Stelle. Come è sempre avvenuto. Ma, in misura crescente, anche gli elettori del PD e di Sinistra. Fra i quali, l’inquietudine sollevata dagli “altri”, dagli “stranieri”, è aumentata sensibilmente, negli ultimi anni. Soprattutto nell’ultimo anno (circa 10 punti in più). Si spiega anche così la crescente popolarità di Marco Minniti. Il Ministro della Sicurezza.
(L’altra faccia del Ministro della Paura, impersonato, anni fa, in modo magistrale, da Antonio Albanese.) Minniti è un uomo di Sinistra. E, per questo, appare particolarmente adatto a occupare questo ruolo. Oggi.
Perché oggi la Paura degli altri non ha più colore. Politico.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Con l’avvicinarsi del voto aumenta il “timore degli altri” con conseguenze sulla campagna elettorale L’inquietudine dei cittadini è trasversale e coinvolge non solo chi è di destra ma anche chi sceglie la sinistra

Repubblica 27.11.17
Il partito della sanatoria perenne
Sergio Rizzo

In un Paese dove a fine settembre scorso secondo calcoli dell’agenzia Adnkronos avevano cambiato casacca 526 onorevoli, vale a dire oltre metà dell’intero parlamento (il 55,2%), c’è un solo partito capace di attraversare indenne gli isterismi della politica: quello del condono edilizio. Non si deprime quando il governo decide di impugnare leggine regionali che occultano nelle pieghe sanatorie indecenti. Né ripiega di fronte a sconfitte cocenti, come quella subita dalla legge che avrebbe portato il nome del senatore verdiniano Ciro Falanga, spiaggiata alla Camera a causa dell’indignazione dell’opinione pubblica. Sembra anzi che i rovesci lo rafforzino, nella convinzione che prima o poi qualcosa si porterà a casa. Gli abusi di Ischia, gli scempi siciliani, qualche ecomostro, le speculazioni sul litorale, le mansarde trasformate in case, le cantine che diventano miniappartamenti… L’importante è provarci, confidando nella confusione del momento, nella distrazione generale, magari nella complicità sotterranea di qualche presunto avversario politico. Adesso è la volta, pare, di certi immobili in una regione come la Campania nella quale l’abusivismo non è esattamente sconosciuto: alberghi, dicono i meglio informati, che proprio tutte le carte in regola non devono averle.
E magari, sempre se ci scappa, pure qualcosina d’altro. Che non fa mai male.
Ecco allora che sull’ultimo treno in transito prima delle elezioni, quello della legge di stabilità nella legislatura in procinto di spirare, arriva un emendamento che estende il condono edilizio del 1994 agli immobili diversi dalle abitazioni private. Lo sottoscrivono, tetragoni, tutti i 14 componenti del gruppo parlamentare che fa capo a Verdini. Nell’elenco dei firmatari, capeggiato dall’onorevole di Agerola (Napoli) Antonio Milo, non poteva quindi mancare lo stesso Falanga. Per far passare il provvedimento nel quale si certificava l’esistenza dell’abusivismo di necessità spedendo con una furbizia le civili abitazioni in fondo alla lista degli abusi da abbattere, lui si era dannato l’anima. Invano. E ora è di nuovo in campo per una riscossa dal sapore vintage che avvolge questo finale di partita e affonda le radici nel mitico ‘94: anno della discesa in campo di Berlusconi, che adesso ritorna con le medesime parole d’ordine.
Facendo tirare un respiro di sollievo al partito dei condoni che nella lunga epoca del Cavaliere ha potuto sperimentare autentici momenti di gloria.
Due sanatorie edilizie, altrettanti condoni fiscali tombali, alcuni scudi per il rientro dei capitali all’estero e una pioggia di altre piccole perdonanze. Un trionfo.
Ma non per il bilancio pubblico, visto che i condoni edilizi sono costati ai contribuenti molti più soldi di quelli che abbia incamerato l’erario: perché a fronte dei 15 miliardi incassati (dal 1985) lo stato ha speso 45 miliardi per mettere in regola le aree devastate dagli abusivi. Un dettaglio che il partito dei condoni omette sempre di ricordare.

Repubblica 27.11.17
Renzi: gli 80 euro anche a chi ha figli Ma per le famiglie già 11 norme diverse
Roberto Petrini,
La proposta del segretario Pd potrebbe costare fino a 6-7 miliardi in più. Gli esperti chiedono invece di razionalizzare le troppe agevolazioni

ROMA «Gli 80 euro vanno estesi anche alle famiglie con figli. Se non si fanno più figli, un paese non ha un futuro » . La bomba di Matteo Renzi parte dalla Leopolda e cade sul dibattito politico con un segnale chiaro: attenzione alla famiglia. Il primo effetto è l’accordo in commissione Bilancio del Senato, dove si discute il rifinanziamento del bonus bebè per 185 milioni dal prossimo anno fortemente voluto dai centristi di Ap e appoggiato anche da buona parte del Pd. Ma l’annuncio di Renzi guarda a una riforma del sistema di aiuti per i figli che oggi comprende ben 11 misure, spesso sovrapposte e contraddittorie, che costano 16 miliardi. E’ difficile fare calcoli precisi di fronte alle dichiarazioni assai generiche di Renzi. «Non sarà per i figli di Marchionne e di Elkann», aveva detto qualche giorno fa il segretario Pd in una intervista all’”Avvenire”. Oggi, comunque, i beneficiari degli 80 euro sono 11,6 milioni, solo lavoratori dipendenti con un reddito inferiore ai 26 mila euro, e la misura costa 10 miliardi l’anno. Se si ipotizza che il bonus venga allargato a chi ha un reddito dai 26 mila ai 30 mila euro con in famiglia almeno un minore di 18 anni, la misura dovrebbe allargarsi a 6-7 milioni di persone, compresi lavoratori non dipendenti. E così il nuovo bonus figli da 80 euro costerebbe 6-7 miliardi.
Una bella cifra che potrebbe essere trovata solo con una riforma sostanziale di tutto il sistema degli aiuti alla famiglia per i figli. E qui entra in ballo il disegno di legge depositato al Senato dal Pd Stefano Lepri sul cosiddetto “ assegno universale unico”, che potrebbe essere al centro del dibattito nella prossima legislatura.
Le vecchie prestazioni, dalle detrazioni agli assegni familiari, ai bonus verrebbero azzerate, con un risparmio sufficiente a finanziare il nuovo bonus ed allargarlo anche ad autonomi, incapienti e disoccupati. Il progetto prevede di azzerare tutto, e introdurre un unico assegno per i figli, valevole per tutti e non solo per i dipendenti: sarebbe percepito pienamente fino a 50 mila euro di reddito familiare Isee per calare poi fino a 70 mila, e potrebbe essere goduto fino a 26 anni. Del resto anche in Francia, Germania e paesi Scandinavi gli assegni sono universali e arrivano a 16- 20 anni. Sarebbe un atto radicale. Perché oggi in Italia è il caos. « Frammentazione, inefficacia, iniquità » , ha osservato la sociologa Chiara Saraceno, in una recente audizione parlamentare sul progetto di riforma. Oggi infatti si parte con una detrazione fiscale Irpef per i figli a carico di 950 euro. E’ una partita che si gioca tutta con il fisco: può sembrare tanto, ma chi non ha un reddito sufficiente per applicare le detrazioni, i cosiddetti “ incapienti”, resta a bocca asciutta. Si passa allora allo strumento successivo: il vecchio assegno familiare che ha una base di 137,50 euro per redditi sotto i 14 mila euro, aumenta per il numero dei figli e decresce con il reddito. In questo caso però bisogna essere lavoratori dipendenti. Autonomi, partite Iva, disoccupati sono fuori dal sussidio Inps. Ancora, l’assegno che scatta dopo il terzo figlio: il parametro del reddito è l’Isee e lo eroga il Comune. Negli ultimi anni si sono aggiunti i cosiddetti bonus. Ce ne sono almeno tre: il premio alla nascita che arriva al settimo mese di gravidanza e vale 800 euro, il bonus nido che vale 1.000 euro all’anno, per tre anni, e serve per finanziare le spese per l’asilo. In questo caso le misure spettano a tutti, ricchi e poveri. Infine il bonus bebè, in via di rifinanziamento: 80 euro al mese per ogni figlio, per tre anni, a chi ha reddito Isee sotto i 25 mila. Semplificare pare una strada obbligata.

La Stampa 27.11.17
“Istigazione all’anoressia”. Denunciata una blogger
Una mamma di Ivrea fa oscurare il sito della 19enne. Plagiate migliaia di ragazzine
“Ti insegno a diventare anoressica”
Migliaia di minorenni plagiate dal blog, una madre di Ivrea preoccupata per la figlia denuncia il sito. La Procura lo oscura e apre un’inchiesta per istigazione al suicidio
di Giampiero Maggio

Induceva ragazzine di 14 e 15 anni a perdere peso, le convinceva a seguire una dieta particolare con un apporto massimo di 500 calorie al giorno. Se avessero abbondato con il cibo un rimedio c’era: vomitare. E qui venivano dispensati consigli e metodi su come fare. Adesso una diciannovenne di Porto Recanati, autrice del blog “Pro Ana”, nato per alimentare il fenomeno dell’anoressia e frequentato da migliaia di adolescenti, è stata denunciata dalla procura di Ivrea per induzione al suicidio e lesioni gravissime.
A sollevare il caso è stata, infatti, una mamma di Ivrea, preoccupata perché la figlia quattordicenne Marina (la chiameremo così) continuava a perdere inspiegabilmente peso, più di 10 chili in pochi mesi. Inutile ogni tentativo di avvicinarsi alla ragazzina e chiederle che cosa le stava capitando. “Non voleva parlare con me, non voleva spiegarmi che cosa le stava capitando. E intanto continuava a dimagrire giorno dopo giorno, ero disperata”. Così la donna ha deciso di andare a fondo. Ha aperto il pc della figlia, ha sfogliato pagine e pagine, fino a quando l’occhio non è caduto su un blog al quale la quattordicenne era iscritta. Si chiama Pro Ana e illustra, secondo l’autrice, “il corretto stile di vita”. Spiega come fare a sopravvivere e a perdere peso con una dieta a bassissimo apporto calorico. La donna scopre e legge un passaggio da brividi: “Appena ti svegli la mattina non mangiare. Se proprio senti il bisogno di ingurgitare qualcosa opta per il caffè americano. Se non mangi a colazione e vai avanti così, non sentirai alcun dolore allo stomaco perché questo non è ancora stato aperto, ma è ancora chiuso (di solito i crampi vengono la sera)”. Ancora: “Bevi tantissima acqua, anche se stai per sentirti male, aspetta cinque minuti e poi ricomincia a bere (dopo un po’ di giorni che lo facevo ne sentivo sempre più il bisogno. Quindi, diventa una cosa naturale continuare a bere)”. Per la donna è una pugnalata al cuore. Capisce in che rete malata sia finita la figlia. E allora si rivolge alla polizia.
E’ la fine del 2016 quando alla donna si spalanca quel mondo virtuale frequentato da centinaia di ragazzine come sua figlia. Lo racconta al vicequestore del Commissariato di Ivrea, Gianluigi Brocca, che poi ne parla in procuratore capo, Giuseppe Ferrando. Le indagini vengono affidate al sostituto procuratore di Ivrea, Lea Lamonaca. Poi, la domanda: come bisogna muoversi? Gli uomini del nucleo investigativo, con gli esperti di sistemi informatici del Commissariato, sanno che l’unico sistema per capirne di più e venire a capo di questa storia è usare una chiave per ottenere la fiducia di chi gestisce e frequenta il blog. Soltanto così si potrà entrare a far parte del gruppo. Così una poliziotta si finge adolescente con problemi di peso. Entra usando credenziali fittizie e inizia a chiedere consigli, spiega che non sa come fare per perdere quei chili di troppo e in cambio riceve consigli su come fare per liberarsi di quelle calorie. “Ci veniva spiegato anche come dovevamo vomitare e in che occasione della giornata”. Scopre, poi, che il blog è utilizzato da migliaia di utenti, per la maggior parte minorenni. Le indagini, dopo un lavoro durato mesi, portano fino a Porto Recanati, ad una diciannovenne, anch’essa anoressica.

La Stampa 27.11.17
La malattia

L’essere magre a tutti i costi. Anche della stessa vita. L’anoressia nervosa caratterizzato dal rifiuto del cibo, che nasce per la paura morbosa di ingrassare, è - assieme alla bulimia - uno dei più devastanti disturbi del comportamento alimentare: in Italia circa 3 milioni di giovani ne soffrono. Secondo le ultime stime, ogni anno sono 8.500 i nuovi casi; per il 95% si tratta di donne, ma il fenomeno sta crescendo anche tra gli uomini. In genere si manifesta tra i 12 e i 17 anni, ma l’esordio è sempre più precoce (8-9 anni). Le due malattie sono la prima causa di morte nei giovani tra 12 e 25 anni subito dopo gli incidenti stradali.

La Stampa 27.11.17
Il boom di siti a rischio ma in Italia manca la legge per fermarli
Oltre 300 mila i gruppi web che dispensano consigliper perdere peso; in Francia vietati dal 2008
di Federico Genta

«Se non sei magra, non sei attraente. Essere magri è più importante che essere sani. Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra. Non puoi mangiare senza sentirti colpevole. Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo. Conta le calorie e riducile di conseguenza. Quello che dice la bilancia è la cosa più importante. Perdere peso è bene, guadagnare peso è male. Non sarai mai troppo magra. Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo». Eccolo qui il decalogo per anoressici. Ripetuto come un mantra su migliaia di siti internet e blog. Quelli dei Pro Ana e Pro Mia: i seguaci, quasi esclusivamente ragazze, delle diete fai da te per chi dell’anoressia e della bulimia ne fa qualcosa di molto simile a una religione.
Sono stimati in più di 300 mila, soltanto in italia, i gruppi che dispensano consigli su chi vuole arrivare a «sentirsi le ossa». Spesso si tratta di semplici pagine, con i riferimenti a chat private. Come quella di Giovanna, aperta il 16 giugno: «Contattatemi e mandatemi i vostri numeri per un gruppo WhatsApp dove aiutarci a vicenda. Io personalmente pesavo tanto e grazie ad Ana sono riuscita a dimagrire 20 kg in 1 mese». Seguono più di duecento messaggi: per lo più cellulari e riferimenti ad altri blog sul tema. È un fenomeno noto da anni e che aveva spinto la stessa Camera dei Deputati a presentare una proposta di legge bipartisan. L’articolo 580 bis del Codice Penale, infatti, punirebbe con un anno di carcere e sanzioni fino a 50 mila euro chi viene riconosciuto responsabile di «istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia o la bulimia». Pene che raddoppierebbero se il reato è commesso nei confronti di una persona minore di 14 anni oppure se priva della capacità di intendere e di volere.
Ma il condizionale è d’obbligo visto che la legge, che vede prima firmataria la deputata Pd Michela Marzano, non è mai stata approvata. Ecco spiegato perché, per la ragazza di Porto Recanati che ha rischiato di uccidere una quattordicenne di Ivrea, ancora oggi in cura da uno psicologo, si procede per istigazione al suicidio. In Francia, invece, i siti Pro Ana sono vietati già dal 2008.
Così il metodo, sui siti italiani, continua ad espandersi alla velocità di un virus. E oltre ai dieci comandamenti spuntano i suggerimenti più folli. Qualche esempio? «Sapevi che un pacco di sigarette fa bruciare 200 calorie? Se non siete fumatrici mi dispiace per voi». E ancora: «Siedi dritta, brucerai il 10% in più che sedendo curva. Al bar o in autobus stai in piedi». E, visto che il messaggio è il più delle volte rivolto a giovanissime, non mancano nemmeno le tecniche dettagliate per non farsi scoprire dai genitori. «Prima di vomitare, legati i capelli. Eventuali tracce sono per gli altri un segnale inequivocabile di quello che fai. Tira lo sciacquone almeno 2 volte. Apri la finestra, così da cancellare eventuali odori.Usa la doccia, o apri la doccia, in modo da attutire gli eventuali rumori».
Una follia che trova terreno fertile nel disagio. Tra chi si sente sola e derisa dai compagni di scuola. Ana come soluzione e rivincita: «Le persone si ricorderanno di te come quello “bello e magro”. I ragazzi vorranno conoscerti, non ridere di te e andare via. Potrai vedere finalmente le tue splendide ossa».

Corriere 27.11.17
Il blog che istigava all’anoressia «Se abusate col cibo poi vomitate»
Una mamma di Ivrea l’ha scoperto e si è rivolta alla polizia. Denunciata una 19enne
Simona Lorenzetti

IVREA «Non riconosco più mia figlia. Rifiuta il cibo e ogni giorno è sempre più magra. Qualcuno le ha messo in testa che non si può essere belle senza essere magre. Anzi, scheletriche». Quattro mesi fa una mamma si è presentata in Commissariato, a Ivrea, e ha chiesto aiuto: la figlia quindicenne era diventata assidua frequentatrice di uno dei tanti blog che inneggiano all’anoressia, che spingono le ragazzine a diete estreme a base di acqua, caffè e tisane drenanti, oppure a vomitare se avessero abbondato col cibo. «Ricette» per far perdere peso in poco tempo col rischio di ammalarsi.
Adesso la ragazzina sta meglio ed è in cura da uno psicologo. Nel frattempo, la polizia ha rintracciato la persona che stava guidando l’adolescente verso l’anoressia: è una ragazza di 19 anni di Porto Recanati (Macerata) ed è l’amministratrice della pagina web su cui la 15enne ha trovato quei consigli per un corpo «perfetto». La blogger è stata indagata dalla Procura di Ivrea per istigazione al suicidio.
Gli agenti hanno impiegato mesi a scovare la donna misteriosa di Porto Recanati. I siti «ana», così come vengono chiamati, sono gruppi segreti ai quali si accede con le credenziali. Per poter entrare in quel mondo, i poliziotti hanno creato un falso profilo e si sono spacciati per una quindicenne che voleva perdere dieci chili. Hanno navigato per giorni, guadagnandosi lentamente la fiducia dell’amministratrice. Quando sono stati ammessi tra gli adepti, è stato dato loro un numero di cellulare. Sono così entrati in contatto con la blogger e con decine di altre ragazzine pronte a tutto pur di perdere chili considerati di troppo.
La dieta «ana» segue regole ben precise. Il primo comandamento da rispettare è che non si può essere belle senza essere magre, poi ci sono le basi alimentari che prevedono grosse quantità di acqua e cibi a ridotto contenuto calorico. La blogger non prescriveva terapie o diete: il suo ruolo era quello di motivare le ragazze. «Insieme ce la faremo», diceva alla quindicenne di Ivrea.
Il sistema stava funzionando e la studentessa aveva cominciato a dimagrire, ma anche a rifiutare il cibo. È stata la madre a salvarla, rivolgendosi alla polizia. «Aiutatemi, mia figlia si sta ammalando», ha detto la donna agli agenti, fornendo loro quei pochi dettagli che conosceva del mondo «ana». Le indagini sono in corso. Tante minorenni sono finite nella trappola e sono ancora sconosciute le persone che muovono i fili di questo gioco mortale. La rete, però, le protegge. Ieri sera comunque il sito è stato oscurato.

Corriere 27.11.17
La condanna per il professore che ha umiliato l’alunna disabile
di Luigi Ferrarella

Improbabile che l’inse-gnante di musica di una scuola media nell’hin-terland milanese, se avesse trovato impreparato a lezio-ne un maschio anziché una bambina di 11 anni che tentennava davanti alla richiesta di suonare uno strumento a causa del braccio destro offesole da un tumore al cervello, avrebbe irriso la sfera inti-ma dello scolaro così come invece gli è parso normale apostrofare l’alunna: e cioè chiederle «se avesse le mestruazioni», alla risposta positiva rampognarla che era «già una donna fertile» e che se fosse stata sua figlia le avrebbe «dato un calcio in c...», e infine indicarle come modello un’altra compagna di classe in chemioterapia, «quello sì un problema serio». Una lezione che il Tribunale di Milano — ritenendola ben lungi dal fine educativo che invece il professore al pro-cesso ha poi persino difeso e rivendicato come «una sorta di educazione alla cittadinanza per tutta la classe» in riferimento «alla maternità della Madre di Gesù» — ha inquadrato in una condanna di primo grado a 2 mesi per il reato di «abuso dei mezzi di correzione», e a 5.000 euro di risarcimento danni alla ragazzina che uscì piangen-do dall’aula e per qualche tempo ebbe bisogno di «un intensificarsi del sostegno psicologico» già assicura-tole dalla scuola a motivo della sua malattia e del suo essere anche orfana di padre. Nella sentenza la giudice Anna Maria Zama-gni, a proposito delle paro-le del docente «volgari ed espressive di una partico-lare aggressività nei confronti della ragazza», «gratuite e non certo neces-sarie all’interno del discor-so educativo che il profes-sore ha spiegato voleva proporre ai discenti perché comprendessero il disvalo-re del non essere prepara-ti», scrive che la condizione di disabilità della ragazza «andava accolta e non schernita, a prescindere dal motivo che aveva determi-nato il richiamo, e in ogni caso non rivelata a tutti, da un lato palesandola all’inte-ra classe e dall’altro smi-nuendola quasi fosse una scusa utilizzata per giustifi-care la propria imprepara-zione», tanto più «in una età nella quale i ragazzi hanno il bisogno di essere accettati». Singolare, infi-ne, il fatto che il processo e la condanna a 2 mesi (pena sospesa per le scuse poi fatte alla bambina) non ci sarebbero mai stati se il professore, censurato in via disciplinare dalla scuola, avesse accettato, invece di impugnarla in giudizio, l’iniziale sanzione pecuniaria di 3.750 euro.

Corriere 27.11.17
l’analisi rischio PREVIDENZA
Pensioni, uno squilibrio di 88 miliardi
di Federico Fubini

La tenuta del sistema è garantita da tasse e deficit, necessari a colmare il disavanzo lasciato da contributi insufficienti
Quella frase l’abbiamo sentita così tante volte che a questo punto la cosa più semplice sarebbe crederci. «Il sistema è in equilibrio», dopotutto, suona bene. Verrebbe voglia di affidarsi a quella certezza, specie se applicata alle pensioni pubbliche in Italia. Resistere alla logica di una verità tanto semplice del resto diventa faticoso, soprattutto quando viene ripetuta da chi ha un accesso diretto alle informazioni e dunque sicuramente sa.
Gli esempi non mancano. Il due febbraio scorso Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, ha assicurato: «Il sistema previdenziale italiano è sostenibile nel lungo periodo ed è in equilibrio». Il 15 febbraio lo stesso Poletti si è spinto un passo più in là: «Il settore previdenziale è in attivo». In estate ha ripetuto quasi esattamente le stesse parole Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil: «Il sistema è in equilibrio, il problema semmai è l’evasione». Se questa è la realtà, era prevedibile che la tentazione della generosità si facesse largo al cuore della maggioranza. Ecco l’11 ottobre Cesare Damiano, deputato del Pd, presidente della commissione Lavoro alla Camera, già predecessore di Poletti: «Il tema previdenziale deve entrare nella manovra» perché «va spostata a giugno 2018 la decisione circa l’innalzamento dell’età previdenziale».
Più che discutere se una (anche limitata) contro-riforma delle pensioni abbia senso, sarebbe però il caso di chiedersi se il presupposto è vero. Il sistema è davvero «in equilibrio»?
Una risposta viene da un documento del quale il governo italiano è co-autore: «Il rapporto sull’invecchiamento» che la Commissione Ue pubblica a intervalli regolari; l’ultimo, del 2015, copre i costi delle pensioni e le proiezioni dal 2013 al 2060. Il ministero dell’Economia di Roma lo ha sottoscritto partecipando al gruppo di lavoro ad hoc.
Ecco l’«equilibrio» del sistema pensionistico in Italia che emerge da quel rapporto: ogni anno, la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di 88 miliardi di euro. Si tratta dello scarto più vasto dell’Unione Europea dopo quello dell’Austria, come mostra il grafico in pagina. La differenza fra quanto lo Stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico. In altri termini, se l’Italia fosse allineata alle medie europee il bilancio pubblico sarebbe in attivo e il debito in calo da anni. I tassi d’interesse per le imprese sarebbero più bassi e probabilmente il Paese non sarebbe stato travolto dalla crisi del debito.
È possibile che i politici in Italia vedano un «equilibrio» scomputando le pensioni d’invalidità e le tasse sul reddito dei pensionati. Ma le stime europee, che mostrano un ritardo enorme per l’Italia, sono trattate in modo omogeneo per tutti i Paesi. È anche possibile che la promessa di «equilibrio» si riferisca al futuro e anche su questo il rapporto della Commissione Ue contiene informazioni. L’Italia oggi è il Paese dove le pensioni costano di più in Europa (15,7% del reddito nazionale), è fra quelli dove nei fatti si va in pensione prima (62,4 anni) ma è fra quelli che segnano il maggiore calo di spesa entro il 2060 (meno 1,9%). Neanche a quel punto però il sistema sarebbe «in equilibrio»: dopo la riforma Fornero oggi in vigore, lo scarto fra contributi versati e pensioni da pagare nel 2060 sarebbe pari al 3,2% del reddito nazionale, 54 miliardi di euro attuali.
L’ammanco contributivo potrebbe però diventare più grande di così, perché le proiezioni adottate a Bruxelles purtroppo potrebbero rivelarsi ottimistiche per l’Italia: prevedono che ogni donna passi dal partorire in media 1,43 figli a 1,61 (ma dal 2013 il tasso di fertilità è sceso a 1,34); e immaginano che l’immigrazione contribuisca a un aumento di popolazione da 60,3 milioni di abitanti nel 2013 a 67 milioni nel 2040 (ma da due anni il numero di residenti in Italia è in calo).
Se questo è equilibrio, non c’è bisogno di troll russi. A mettere in circolazione fake news in Italia ci pensa chi dovrebbe governarla.

Corriere 27.11.17
«Merito le botte, è colpa mia» Gli ultimi messaggi di Emily
Picchiata dal fidanzato, si è uccisa. I suoi sms affissi nei campus
di Paola De Carolis


LONDRA «Me lo merito. È colpa mia. L’ho fatto arrabbiare». È il triste paradosso delle vittime della violenza domestica: la sensazione che le percosse siano dovute a una loro mancanza, che la responsabilità sia loro e non di chi le picchia. In questo caso, le parole sono particolarmente strazianti perché appartengono a una diciottenne, Emily Drouet, che di fronte all’incapacità di gestire la relazione e gli abusi si è tolta la vita.
Da questa settimana i pensieri che Emily affidò alle amiche con sms e email poco prima del suicidio sono riprodotte su poster che campeggiano nell’università di Aberdeen, che la ragazza frequentava, ed altri atenei scozzesi: una campagna d’informazione voluta dalla madre di Emily, Fiona Drouet, affinché la scomparsa della figlia possa in qualche modo aiutare altre giovani donne a capire che «la violenza non è mai giustificabile, che non sono sole, che una via d’uscita c’è».
Come per tante sue coetanee, l’inizio degli studi di legge all’università rappresentava per Emily non solo una nuova avventura, ma anche il primo allontanamento dalla famiglia. Aveva subito notato Angus Milligan: uno studente di psicologia di qualche anno più grande, bravo negli sport, bello, sicuro di sé. Sembrava il ragazzo ideale. Dietro l’aspetto suadente, si celava una personalità violenta, che era emersa in fretta. Se alla madre mandava foto allegre di lei in cucina che preparava da mangiare per gli amici, Emily in privato era in suo pugno: Angus la prendeva a schiaffi, le sferzava calci, le stringeva il collo.
Le amiche oggi non si danno pace. All’epoca dei fatti, lo scorso marzo, non avevano però saputo reagire con decisione ai messaggi di Emily. «Tesoro, non te lo meriti, non stare da sola con lui, denuncialo alla polizia», le aveva scritto una. «Sì, invece, me lo merito» aveva risposto Emily. Per la madre, leggere gli scambi sul telefono della figlia è stato «sconcertante». Ha chiesto lei che fossero pubblicati e diffusi tra gli studenti. «Emily era una ragazza piena di vita, equilibrata, sempre di buon umore. Che si sia ridotta a credere di essere responsabile delle violenze fisiche e psicologiche che ha sofferto mostra l’insidiosa e pericolosissima dinamica di queste relazioni».
Ancora oggi, a un anno e mezzo dalla perdita della figlia, Fiona, il marito e i fratelli di Emily vivono la tragedia del lutto. «Non ci siamo ripresi, non credo che riusciremo mai a superare completamente ciò che è successo». A torturarli sono i se: cosa sarebbe successo se le amiche di Emily avessero avuto la prontezza di intervenire? Cosa sarebbe avvenuto se il consulente per gli studenti ai quali Emily si era rivolta avesse capito che dietro le mezze parole della ragazza c’era una truce realtà? «Uno dei miei obiettivi — ha sottolineato la signora Drouet — è che ci sia un minimo di addestramento per questi consulenti, spesso giovani e inesperti quasi quanto gli studenti che dovrebbero aiutare». Al momento, precisa, non c’è una procedura chiara, non ci sono fattori identificabili che fanno scattare l’allarme. Milligan, che si è dichiarato colpevole di aver picchiato Emily e averle mandato messaggi oltraggiosi ma non della sua morte, è stato condannato a 180 ore di servizi comunitari.

Repubblica 27.11.17
“Basta corruzione”, in Romania mai così tanti in piazza
La protesta di migliaia di manifestanti in molte città di tutto il Paese contro abusi e scandali dei leader al potere
Al grido di “Tutto per la giustizia” i cittadini si sono radunati ieri a Bucarest. Manifestazioni in 80 città, mobilitate da 42 associazioni, sindacati e Ong
di Andrea Tarquini

Berlino «Hoti, Hoti » , cioè «ladri, ladri » , gridano ormai quasi ogni giorno i dimostranti: ancora una volta la società civile scende in piazza in Romania a Bucarest e, secondo i media, anche in altre ottanta città del Paese. Ieri sera l’ennesima protesta è stata organizzata a Bucarest dai sindacati e da diverse Ong e associazioni. Protestano contro una riforma fiscale che penalizza in modo brutale i salariati, e ancor più contro i ricorrenti tentativi della maggioranza di governo guidata dal Partito socialdemocratico di voler ridurre le pene per i reati di corruzione, e di affossare le indagini della giustizia sui suoi leader accusati, indagati e – nel caso del loro leader – anche già condannati.
«Non sfuggirete » , « giù le mani dalla giustizia», gridavano ieri sera migliaia e migliaia di persone nella centralissima Piata Victoriei davanti alla sede del governo nella capitale. Cortei e proteste, con migliaia di manifestanti, hanno marciato con gli stessi slogan in molti altri grandi centri del Paese. La società civile, nella dinamica Romania democratica che vanta una crescita economica attorno al 5 per cento annuo del prodotto interno lordo, dice «basta alla corruzione», «si rivela migliore dei suoi governanti » , dicono gli osservatori diplomatici occidentali a Bucarest.
Almeno quarantadue organizzazioni, dalla centrale sindacale Blocul national sindical alle ong per la trasparenza, hanno invitato con successo i cittadini a scendere in piazza, scrive il sito di Romania libera, il principale quotidiano indipendente, molto critico con il governo. «Il nostro Paese sta vivendo uno dei momenti più gravi dalla fine del comunismo, chiediamo le dimissioni dell’esecutivo », dicono i dimostranti.
Il potere fa quadrato, ma la sua posizione è difficile e compromessa. L´uomo politico piú influente e potente di Romania, il leader socialdemocratico e presidente della Camera, Liviu Dragnea, già colpito da una condanna e ora nuovamente condannato per presunta malversazione di fondi nazionali ed europei, si è visto sequestrare i beni. La Directia Nationala Anticoruptiei, organo giudiziario anticorruzione, controlla ogni suo avere. Lui si difende negando tutto: «è una macchinazione politica di certi magistrati che vogliono costituire faziosamente un contropotere politico » , ha detto nei giorni scorsi. Ma lo scontro è aperto, e lo vedi in piazza ogni giorno.

Repubblica 27.11.17
Intervista
Noemi Di Segni
“Sì ai due Stati ma i palestinesi riconoscano a Israele il diritto ad esistere”
di Gabriele Isman

ROMA «Da tempo noi sosteniamo l’idea che in quella regione sia giusto avere due Stati autonomi che vivano in sicurezza » . Noemi Di Segni è la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane.
« Il tema, però, è che per arrivare a questa soluzione occorre prima un riconoscimento del diritto a esistere di Israele da parte palestinese » dice dopo aver letto l’intervista di Repubblica ad Abu Mazen, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, che si augura che « l’Italia riconosca lo Stato palestinese secondo le raccomandazioni espresse dal Parlamento tre anni fa » .
Presidente Di Segni, questo per lei è possibile?
«Sì, ma vi sono delle precondizioni come il riconoscimento di Israele da parte palestinese a voce alta: nelle loro cartine geografiche Israele neppure c’è, ma invece le due realtà devono trattare senza intrusioni di altri Paesi e arrivare a riconoscersi nel nome della pace globale. L’Italia non può arrivare a un risultato prima che vi siano altri passaggi. Per il nostro Paese, ma anche per Israele, nel rapportarsi a quel tema c’è anche un altro problema: sappiamo che nel mondo palestinese vi sono divisioni interne, e quindi sarebbe utile sapere con quale parte si dialoga, sperando di parlare con chi si riconosce nei valori di convivenza e pace. In questi giorni in Italia ne abbiamo una dimostrazione diretta».
A cosa si riferisce?
«In questi giorni è stata invitata a parlare nel nostro Paese Leila Khaled (membro del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e prima donna, nel 1969, a partecipare a un dirottamento aereo, ndr). Io vorrei sapere cosa dice questa signora nei suoi interventi pubblici nel nostro Paese, mentre so per certo che da un oratore israeliano è difficile che escano parole d’odio viscerale e di proselitismo che in tempi come questi possono anche fomentare le tante teste calde che si sfogano nel web. Ecco, anche questo può essere un esempio di stile diverso e di maturità nel presentare la questione israelo-palestinese e la volontà di trattare per arrivare a una piena e sicura convivenza».
La posizione sua e dell’Ucei per la formula “Due popoli due stati” è chiara. Ma pensa che sia davvero l’unica posizione degli ebrei italiani?
«No, sappiamo bene che ci sono nostri correligionari italiani che di Palestina non vogliono nemmeno sentir parlare come vi sono i favorevoli a qualsiasi accordo. Ma tutti gli ebrei aspirano alla pace e chiedono agli altri Paesi di restare vigili, di aprire gli occhi sul tema del Medio Oriente. Quindi dobbiamo essere pragmatici. Quanto avviene in Medio Oriente si riverbera necessariamente in Europa. La discussione quindi non è più dire sì o no alla Palestina, ma saper incorniciare il conflitto israelo-palestinese in un quadro più ampio. La preoccupazione e il vero disagio sono per la miopia dell’interlocutore europeo nel dimenticare che quanto accade in quel quadrante oggi più che mai può espandersi in scala più ampia anche nel nostro Continente. E anche le organizzazioni internazionali come l’Onu non devono lasciarsi strumentalizzare: l’Italia, nel riconoscimento palestinese da parte dell’Unesco, con le sue critiche ha assunto una posizione coraggiosa».


Repubblica 27.11.17
 Una mostra ad Amsterdam
Se Anna Frank fosse stata una pittrice
CATH POUND
Rievocata la figura di Charlotte Salomon l’artista ebrea tedesca morta ventiseienne ad Auschwitz che dipinse l’orrore del nazismo, della guerra e l’angoscia di una tragedia familiare
L’incredibile biografia di Charlotte Salomon tende a mettere in ombra la sua opera.
Paragonata spesso ad Anna Frank, questa artista ebrea è stata plasmata dall’ascesa al potere dei nazisti e da una storia familiare di suicidi tenuta nascosta, prima che la sua vita venisse troncata ad Auschwitz, nel 1943. Ha ispirato opere teatrali, un’opera lirica, un film, un romanzo francese, e un film d’animazione di prossima uscita.
La sua arte fino a questo momento è rimasta poco conosciuta, ma il Museo di storia ebraica di Amsterdam spera di cambiare le cose esponendo per la prima volta ( fino al 25 marzo) nella sua interezza la produzione dell’artista, Vita? O teatro?, una serie di quasi 800 dipinti eseguiti con la tecnica del guazzo.
Vita? O teatro? è una serie semiautobiografica. Mescola finzione e realtà con un assortimento frastornante di riferimenti visivi, che includono l’espressionismo tedesco e il cinema di Weimar, fornendo una straordinaria analisi della tormentata storia familiare dell’artista e degli ebrei nella Germania nazista.
Evocando scene dal passato e dalla sua immaginazione, la Salomon adoperava un vasto repertorio visivo per creare immagini che ricordano Chagall, Munch e Modigliani, ma usando tecniche cinematografiche come flashback e schermi divisi in due.
Charlotte, nata a Berlino nel 1917, veniva da una famiglia ebrea dell’alta borghesia e guardava il mondo che aveva conosciuto da bambina andare in pezzi con l’arrivo al potere di Hitler. Era una bambina riservata, ma aveva una vita interiore turbolenta e appassionata, con una penetrante memoria visiva, che « stampava tutto per uso futuro » , come scrive la sua biografa Mary L. Felstiner.
Le immagini di questo periodo che dipinse in seguito rivelano un umorismo ironico, amaro.
L’elezione a cancelliere di Hitler, nel 1933, è illustrata con file di camice brune senza volto, dipinte con pennellate espressioniste indistinte. La svastica sulla bandiera è rovesciata, in un tentativo allusivo di neutralizzarne il potere.
Il terrore della Notte dei Cristalli, nel 1938 fece capire che la famiglia Salomon non era più al sicuro, e Charlotte, che aveva 22 anni, fu mandata a vivere dai nonni materni, nel Sud della Francia.
Fu lì che la nonna si uccise, un evento che condusse alla sconvolgente rivelazione di una lunga sfilza di suicidi delle donne della famiglia, compresa – e questa fu la rivelazione più devastante per Charlotte – sua madre, che credeva fosse morta di influenza.
Con il nonno che la provocava dicendole che la prossima sarebbe stata lei, Charlotte si lanciò nella creazione artistica nel tentativo di sventare una tendenza familiare all’autodistruzione, ispirata dalle idee di Alfred Wolfsohn, l’insegnante di dizione della sua matrigna, che aveva conosciuto a Berlino. Non è chiaro se Alsred e Charlotte sossero amanti.
« Guardando i dipinti, lo si può ipotizzare » , dice Mirjam Knotter.
In essetti la loro storia, reale o immaginata che sia, occupa gran parte della porzione centrale di Vita? O teatro? Ma dopo la guerra la sua matrigna liquidò come santasie tutte le teorie su una relazione amorosa tra i due.
Decisa a scavare in prosondità dentro se stessa, Charlotte si rinchiuse in casa e in una srenesia di attività creativa, sra il 1940 e il 1943, realizzò quasi 1.400 pitture a guazzo. I riserimenti musicali che accompagnano l’opera rimandano alla « musica che ascoltava nella sua testa mentre creava i suoi dipinti » , spiega la Knotter. Mentre dipingeva la Salomon canticchiava per tenere allenata la memoria, annotando poi sul retro del soglio da quale canzone era stato ispirato il dipinto.
I dipinti, i testi e i riserimenti musicali sono stati poi « montati » in una struttura teatrale, completa di coro, in cui lei e la sua samiglia appaiono sotto la maschera di pseudonimi umoristici.
Secondo Griselda Pollock, autrice di uno studio sull’opera di Charlotte Salomon, l’esigenza dell’artista di rappresentare in sorma teatrale il suo passato aveva uno scopo: aiutarla a portare alla luce una storia di abusi sessuali da parte del nonno ( che sorse includevano la Salomon sra le vittime), secondo la Pollock all’origine dei suicidi in samiglia.
La mostra contiene un’aggiunta di recente scoperta a Vita? O teatro?: una lettera dipinta, tenuta segreta dalla sua samiglia per decenni, in cui la pittrice sembra consessare di aver ucciso il nonno. Ma visto che l’opera della Salomon mescola realtà e sinzione, non potremo mai sapere se lo abbia satto.
Sentendo crescere l’angoscia, con la seconda guerra mondiale che insuriava, Charlotte impacchettò tutte le sue opere e le lasciò a un medico nell’estate del 1943, chiedendogli di tenerle al sicuro, perché, gli disse, contenevano « tutta la mia vita » . Poco tempo dopo, la Salomon su deportata ad Auschwitz. Fu uccisa appena arrivata. Aveva 26 anni.
La sua opera ha percorso un lungo viaggio prima di ottenere il riconoscimento del pubblico. Ma sorse la mostra di Amsterdam darà visibilità a quella che, per usare le parole di Griselda Pollock, è stata « un’artista eccezionalmente brillante, capace di creare opere in condizioni in cui sembrerebbe impossibile poter creare qualsiasi cosa » .
– © 2017, The New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)
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A destra, tre opere di Charlotte Salomon che figurano nel ciclo pittorico Vita? O teatro?

Repubblica  27.11.17
Stefano Rodotà il teatro è la polis
Stefano Rodotà conosceva il Diritto ma anche il suo rovescio, l’ordinare e il precipitarsi. La ragionevole follia.
di Fabrizio Gifuni

Credeva necessario battersi ogni giorno per difendere l’idea che tutte le forme di espressione artistica fanno parte del tempo unico della vita
Sapeva che la nostra esistenza ha bisogno tanto dello slancio indispensabile dell’utopia quanto della sua traduzione in ciò che è possibile fare
Fabrizio Gifuni racconta la passione del giurista per l’arte scenica considerata cruciale per un’esperienza comunitaria, luogo di conoscenza e di democrazia

Attraversava con l’innocenza di un fanciullo i rischi della convivenza e della modernità, senza mai averne paura. La vita prima delle regole, appunto.
Quando tutto sembrava nebbia e palude, il suo sguardo acutissimo e sorridente sapeva sempre illuminare una rotta, un compito. La sobrietà era uno dei suoi tratti identitari più riconoscibili.
Vinceva il tempo, gli anni, attraversava le generazioni, sorprendeva per il suo essere spesso il più giovane di tutti, anche quando stava in mezzo ai ragazzi.
Il più bello dei frammenti di Eraclito dice: «La vita è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera. Il Regno di un fanciullo». Non si potrebbe dir meglio. Stefano sapeva giocare con il diritto con la massima serietà con cui giocano i fanciulli.
La mia passione per il diritto e per la libertà delle regole – quella dei miei primi studi universitari e la passione divenuta presto totalizzante per il mio lavoro in teatro vissuto come uno dei pochi luoghi in cui sia possibile sperimentare un processo di conoscenza che passi attraverso l’esperienza viva dei corpi, hanno trovato presto in Stefano Rodotà un punto di riferimento prezioso e per molti aspetti imprescindibile. Un maestro che negli anni sarebbe diventato un compagno gentile a cui rivolgere sempre più spesso lo sguardo.
Perché Stefano aveva un modo tutto suo di essere maestro.
Annullava le distanze. Stava idealmente ai miei occhi in un punto altissimo in termini di autorevolezza eppure sempre vicinissimo, mai distante, dal punto di vista umano.
Avevo scelto lui a diciotto anni per il mio primo voto, indipendente e di Sinistra.
Più di vent’anni dopo quel mio primo voto iniziai a spedirgli regolarmente gli inviti per i miei spettacoli a cui non mancava mai. Perché Stefano, come sua moglie Carla, amava il teatro. Lo riconosceva. L’esperienza teatrale era per lui, per loro, fonte viva di riflessione.
Condividevamo l’idea che i teatri dovessero essere piazze aperte sulla città. Non luoghi chiusi, monumenti, spesso nel nostro Paese bellissimi ma inerti. Ma luogo di incontro, di riflessione, di sovvertimento temporaneo dell’ordine e degli sguardi.
D’altra parte nel cerchio magico del teatro, in quel tempo sospeso, accadono anche cose terribili, corto circuiti psichici, catarsi come dicevano i greci, che devono servire, finito quel tempo, a ripensare - in un modo prima imprevisto - a un nuovo ordine possibile. Per la Comunità. E questo corrispondeva al suo sguardo.
Stefano sapeva che il teatro era nato come momento centrale dell’esperienza della polis. Un luogo di conoscenza e dunque una necessità primaria dei cittadini prima ancora che degli artisti.
Condividevamo l’idea che il teatro fosse anche paradigma di un’idea inclusiva di società e di lotta contro ogni genere di discriminazione.
Ci ritrovavamo in un pensiero a cui io sono molto legato e che non mi abbandona mai nel mio lavoro. Che il teatro, la musica, il cinema, la letteratura, l’arte in generale non possano vivere nell’aberrazione del cosiddetto tempo libero in cui la rivoluzione industriale le ha relegate da secoli, spaccando per sempre in due il tempo dell’esperienza quotidiana. Come se esistesse davvero un tempo delle cose serie – quello della produzione e del consumo - e un tempo libero in cui si va quando si è terminato di fare le cose serie.
Ma che sia necessario battersi ogni giorno per ricordare innanzitutto a noi stessi - che ogni forma di espressione artistica con cui entriamo in contatto fa parte solo del tempo unico della nostra vita. Che ha bisogno di libertà, di fantasia, di disordine, di poesia e di bellezza quanto di regole indispensabili alla sopravvivenza del consorzio sociale. Tutte le zone dell’io devono essere costantemente nutrite, compreso il sogno, via regia per l’inconscio.
Se devo pensare a una cosa in cui Stefano era davvero maestro, forse il più bravo di tutti, era questa. Spingersi nell’ambito dello studio e della sapienza giuridica fino al punto estremo in cui era possibile tradurre concretamente lo slancio dell’utopia nel massimo risultato storicamente possibile in quel momento. Il risultato ottenuto in termini di allargamento dei diritti sarebbe diventato il punto di partenza per la battaglia successiva. Perché Stefano sapeva che la nostra esistenza ha bisogno tanto dello slancio indispensabile dell’utopia come momento di incoscienza cinetica quanto dell’immediata traduzione - successiva, concreta e cosciente - di quello slancio iniziale in ciò che è possibile fare, una volta attutita la forza del salto. Ci vuole pazienza, coraggio e luce negli occhi. E ciò che rendeva davvero unico questo modello di prassi politica e culturale è che sapeva fare tutto questo tenendo lontana qualsiasi forma di narcisismo, con quella semplicità seria e sorridente che costituiva uno dei suoi tratti umani più affascinanti.La sua partecipazione fondamentale all’esperienza del Teatro Valle, immediatamente successiva alla vittoria del referendum sull’acqua, è stata parte naturale di questo sguardo. Il teatro Valle diventò in quegli anni, allo stesso tempo, il luogo d’incontro che ospitò i lavori di una nuova Costituente sui Beni comuni e oggetto stesso di quello studio giuridico.Il modello innovativo di gestione del teatro a cui Stefano Rodotà aveva dedicato tanto lavoro, che culminò nella presentazione dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, è una delle tante pagine a cui lo smarrimento progressivo della sinistra non seppe far altro che dedicare uno sguardo infastidito e distratto. Ci vorrebbe molto tempo per raccontare in maniera minimamente esaustiva il complesso di quell’esperienza, urgente e vitalissima pur all’interno delle sue naturali contraddizioni. L’occupazione durò per la cronaca tre anni e due mesi. Sono passati tre anni e tre mesi dalla fine di quell’esperienza e la chiusura assordante di quel teatro, al di la di ogni vuota promessa, vale più di qualunque altra parola.

Repubblica 27.11.17
Quando Fo e Rame aiutavano i detenuti politici

Con quattro appuntamenti inediti in prima serata, in onda ogni lunedì da stasera alle 21.15 su Rai5, riparte il nuovo ciclo di documentari Dario Fo e Franca Rame. La nostra storia, che Rai Cultura dedica alla vita e al teatro dei due grandi artisti. Si comincia con una puntata dedicata all’organizzazione Soccorso Rosso Militante, fondata da Fo e Rame a difesa dei diritti umani dei prigionieri politici e per offrire aiuto economico e giuridico ai detenuti per motivi politici e alle loro famiglie. Un’organizzazione su base volontaria che raccoglieva oltre 20 mila aderenti tra studenti, avvocati, operai e simpatizzanti. Coadiuva Soccorso Rosso il Movimento Dannati della Terra. Parallelamente vanno costituendosi le Br ed è palese la divergenza ideologica della coppia di artisti rispetto alle posizioni dei movimenti antagonisti, vicini al terrorismo.
Il coinvolgimento di Rame nell’attività di Soccorso Rosso è grande così come il suo impegno organizzativo: in particolare è esemplare la sua lotta in favore della detenuta Franca Salerno (Nar), reclusa in gravidanza e poi madre in carcere, per garantire la tutela della sua maternità. Franca riesce anche a far visitare l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Anversa e il carcere dell’Asinara a commissioni parlamentari, mostrando le condizioni terribili in cui versavano strutture e detenuti.