domenica 12 novembre 2017

Corriere 12.10.17
La denuncia
L’ex chierichetto accusa: molestato in Vaticano
di Gian Antonio Stella

«Quante volte hanno abusato di te?» «Mah… Ho perso il conto, negli anni. Non è che sia successo una volta o due o tre o dieci. È successo un numero grandissimo di volte». Tirato in ballo dalle ultime rivelazioni, l’ex «chierichetto del Papa» Marco (nome di fantasia) ha deciso d’uscire allo scoperto. E raccontare la sua storia.
L’ha fatto con le «Iene». Che manderanno in onda il servizio, firmato da Gaetano Pecoraro e Riccardo Spagnoli, questa sera. Una confessione sofferta. Qua e là sull’orlo delle lacrime. E marcata da dettagli destinati per la loro crudezza a incendiare la polemica. «Tutte falsità. Calunnie», ribatte secco agli inviati del programma l’ex rettore del preseminario, monsignor Enrico Radice, «Voi inventate tutto! Inventate tutto!».
Che la storia vada presa con le pinze è fuori discussione. Troppo facile maramaldeggiare su temi come questi dopo anni di dibattiti, polemiche, risse, condanne e risarcimenti nella scia dell’inchiesta avviata dal quotidiano The Boston Globe e raccontata nel film «Il Caso Spotlight» di Tom McCarthy, vincitore nel 2016 di due Oscar. I fatti, per ora, sono questi: da una parte ci sono due ex allievi che, prima nel libro «Peccato originale» di Gianluigi Nuzzi e ora alle Iene, raccontano una catena di molestie sessuali nel preseminario San Pio X, dall’altra varie autorità ecclesiastiche che negano con indignazione che quelle molestie («quando mai!») siano accadute.
Una spina nei fianchi per papa Francesco. L’ennesima per un pontefice che più volte si è espresso sul t ema in modo chiaro e netto. L’ultima poche settimane fa, alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori. Dove prima ha ammesso che spesso «la Chiesa è arrivata tardi» e che «forse l’antica pratica di spostare la gente ha addormentato un po’ le coscienze». Poi ha promesso tolleranza zero: «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò». Punto. «Se ci sono le prove la pena è definitiva. La pedofilia è una malattia. Oggi si pente, va avanti, lo perdoniamo, ma dopo due anni ricade». In questo contesto, le ricostruzioni sul gay party con la cocaina interrotto dai gendarmi vaticani, la scabrosa intercettazione tra un prelato e un giovane seminarista birmano o le molestie denunciate intorno ai chierichetti del «San Pio X» sono state le ultime stille di uno sgocciolio di rivelazioni ustionanti. L’ultima, soprattutto.
Kamil Tadeusz Jarzembowski, l’ex chierichetto polacco che per primo, pare, sollevò il tema raccontando delle molestie in una lettera al suo padre spirituale («sapevo che era obbligato a tenere il segreto») ha deciso di metterci la faccia fino in fondo. E di ripetere le accuse, lanciate nel libro di Nuzzi, davanti alle videocamere. «Ho visto il mio compagno di stanza abusato da un altro seminarista che in quel momento era già entrato dentro il percorso specifico che lo portava verso il sacerdozio», ha spiegato a Pecoraro.
Anche quel molestatore, se è vero il racconto, era poco più che un ragazzo. Aveva però, denuncia Kamil alla «iena» che lo intervista, «una posizione di potere all’interno del seminario e anche della basilica di San Pietro». Insomma, «non era un normale seminarista perché godeva della massima fiducia del rettore. Era lui che sceglieva cosa facevo io, cosa faceva il mio amico e così via». Per capirci, piccoli compiti rituali che avevano però per i chierichetti una estrema importanza: versare l’acqua sulle dita di un celebrante qualunque o d’un cardinale significava una punizione o un premio. E questo dava a quella specie di tutore, nel piccolo mondo dei ragazzini in cotta, un potere vero. Che poteva sfociare, racconta, nel bullismo.
Accanto a Kamil, che già si era esposto con le sue lettere alle gerarchie e che rilancia ora con parole che solo un video può rendere appieno, si aggiunge ora come dicevamo «Marco», il compagno di stanza vittima delle molestie. Il quale, protetto dalle «Iene» con accorgimenti tecnici che ne alterano il viso e la voce, ricorda di aver vissuto un trauma che lo ha segnato.
Era entrato tra «i chierichetti del Papa», racconta, inseguendo un sogno: «Era tutto molto bello… molto nobile… sembrava una favola». Finché non era finito nelle mire di quel seminarista di poco più anziano: «Durante la notte, quando non c’era più nessun superiore nei corridoi, entrava nella camera, si infilava nel letto, cominciava a toccare le parti intime…». «Quanti anni avevi la prima volta?», chiede Pecoraro. «Tredici». «Avevi mai avuto prima a che fare con il sesso?». «No, è stato il mio primo approccio. Neanche capivo esattamente cosa stesse succedendo. Non avevo coscienza piena di quegli atti…».
Un giorno, racconta in un passaggio incandescente, accadde perfino «dietro l’altare maggiore della Basilica di San Pietro» dove «c’è un corridoio e un piccolo bagno…». Possibile? E lui non si ribellava? «Era come una paralisi. Come se fossi pietrificato. Non riesci a muoverti. Ti senti in colpa. Ti senti responsabile. Pensi che avresti potuto allontanarlo, parlarne. Ma non ce la fai. Non ci riesci e ti senti in colpa…».
Dice che il padre spirituale sì, lui solo, gli chiese se era vero quanto diceva Kamil. «E tu cosa gli hai detto?». «Ho confermato». «E poi cos’è successo?». «E poi mi ha chiesto, come aveva chiesto a Kamil, se poteva informare i suoi superiori». «E voi?». «Noi abbiamo acconsentito». «E poi?». «Non ci son stati provvedimenti».
Vero? Falso? Lo dirà la magistratura, se dovesse decidere d’intervenire. Ma certo, se il presunto autore degli abusi diventato nel frattempo prete (scovato dalle «Iene» e lui pure oscurato per la privacy) sceglie di non dire una parola e così il padre spirituale che ricevette la prima denuncia e fu poi trasferito a seicento chilometri di distanza, è durissima come dicevamo la reazione di monsignor Radice, il superiore che comunicò a Kamil l’esclusione dal preseminario: «Tutte falsità. Se le hanno verificate più di cento vescovi e il Papa in persona e han ritenuto che siano solo calunnie vuol dire che la cosa è caduta». «Scusi, monsignore, lei ha cacciato un ragazzo…». «Non l’ho cacciato…». «Lei si è presentato al ragazzo una mattina…». «Voi inventate tutto. Calunnie». «Ma gli abusi sessuali…». «Non è vero. Le inventate voi queste cose qua».
Non bastassero le nuove accuse, Gianluigi Nuzzi ieri mattina ha lanciato un tweet che aggiunge mistero a mistero. Dove dice che, per quanto gli risulta, papa Francesco avrebbe incontrato un terzo testimone… C’è da scommettere però, a questo punto, che le rivelazioni non siano destinate a finire qui.

Repubblica 12.13.17
La suora psicologa “Anche i preti soffrono li curo con l’ascolto”
Ho superato il pregiudizio Per loro, che io sia donna non è più un problema
Suor Pina Del Core è preside della Pontificia facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium
Pina Del Core ha un’esperienza di 40 anni: “Solitudine e crisi di vocazione le fragilità più diffuse”
di Andrea Gualtieri

ROMA. Finora, assicura, non è mai dovuta intervenire come Nanni Moretti per soccorrere un Papa appena eletto in preda agli attacchi di panico. In oltre 40 anni, però, suor Pina Del Core si è trovata a seguire preti sull’orlo di una crisi di nervi, religiosi tentati dal peccato o soltanto depressi, novizi in crisi vocazionale e prelati con bramosia di potere.
Psicologa, preside della Pontificia facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium di Roma, è considerata una delle massime esperte nella cura delle forme di disagio che possono affliggere sacerdoti e consacrati. Nei giorni scorsi è stata invitata a parlare di prevenzione davanti al Cism, la conferenza dei più importanti ordini religiosi italiani. Era l’unica donna. «Mi capita spesso, anche quando vado nei conventi — racconta — . All’inizio si percepiva resistenza, si chiedevano cosa mai potesse capire dei loro problemi quella che chiamavano “una suorina”. Ma ormai ho superato i pregiudizi e mi dicono di sentirsi rasserenati nel confrontarsi con una sensibilità femminile su temi così delicati».
Ai superiori, preoccupati per il dilagare di scandali sessuali ed economici e per l’impennata di abbandoni tra i loro confratelli, la suora psicologa ha parlato con chiarezza: «Quello che vi dirò può provocare imbarazzo. Ma ci sono sofferenze che si manifestano abbastanza chiaramente e sarebbe doveroso che interveniste provocando un confronto schietto. Spesso, invece, i tentativi di soluzione che vengono messi in atto non hanno fatto altro che dilazionare la vera soluzione del problema». È uno dei temi per i quali la Chiesa finisce spesso sotto accusa quando emergono scandali di natura sessuale o economica.
Suor Pina, ritiene ci sia una tendenza a coprire o sottovalutare i rischi del disagio psicologico di preti e religiosi?
«In questa fase si sta acquisendo una consapevolezza nuova. Il fatto che il Cism abbia dedicato la propria assemblea annuale a questo tema è un segno positivo: i religiosi stanno maturando l’idea che per capire e accompagnare le situazioni di disagio è necessario possedere una specifica preparazione».
Quali sono le debolezze che incontra più spesso?
«Ci sono fragilità individuali ma anche malesseri che si trascinano nel tempo: la solitudine, l’inserimento in ambienti pastorali difficili, anche la consapevolezza della crisi di vocazioni che in alcuni sembra destinata a bloccare ogni sforzo missionario. Tutto questo può creare spaesamento».
È sufficiente per scatenare pulsioni che poi diventano incontrollabili?
«In alcuni casi subentrano tipologie di depressione più o meno gravi che spesso si trascinano nel tempo, forme di innamoramento che non si possono più tenere nascoste; incapacità di gestire le risorse emotive che si possono manifestare nei confronti dei minori; dipendenze da alcol, erotismo, iperattività, Internet. Possono esserci spaccature interiori non più tollerabili, un senso di profonda confusione o di conflitto».
A chi spetta vigilare su un frate o un parroco?
«L’esperienza dice che si dovrebbe partire in origine: nel percorso vocazionale serve una psicodiagnosi che aiuti a fare emergere il vissuto per valutare eventuali traumi sui quali avviare un percorso. Alcuni istituti lo hanno fatto a tappeto, altri solo in casi particolari. In alcuni seminari sono iniziative marginali. E comunque non basta: formazione e accompagnamento devono continuare durante tutta la vita religiosa».
Anche abati e vescovi, però, sono finiti al centro di scandali: cosa succede quando sono i superiori a perdere il controllo di se stessi?
«È una situazione molto più delicata. In questi casi dovrebbe intervenire chi sta ancora più in alto ma a volte non c’è un legame così stretto che permetta di cogliere i segnali di disagio. E allora deve essere la comunità a farsi corresponsabile segnalando il caso».

Corriere Salute 12.11.17
La solitudine va curata
Diversi studi indicano ormai che il sentirsi soli dovrebbe essere cinsiderato una sugnificativa variaile di salute
La sensazione di solitudine è come un vero dolore fisico e proprio questo ci spinge a trovare il modo per difenderci, creando nuove reti di amicizie o recuperando quelle vecchie. Ogni età della vita ha però le sue esigenze. C’è anche chi ha bisogno d’aiuto per riattivare le proprie capacità relazionali
Sentirsi soli fa male Ma abbiamo gli anticorpi
di Danilo di Diodoro

Tante seccature della vita quotidiana nascono dall’interazione con altre persone, ma uscire da queste rete di relazioni può portare a un situazione da tutti temuta: sentirsi soli.
E il sentimento di solitudine fa stare male e può farci persino ammalare, a dimostrazione di quanto la nostra natura sia profondamente sociale.
Una ricerca sugli effetti deleteri che la solitudine può avere sullo stato di salute è stata pubblicata da psichiatri e cardiologi tedeschi che hanno studiato oltre quindicimila persone, tra i 35 e i 74 anni, seguendole per cinque anni, durante i quali è stato tenuto sotto costante controllo il livello di salute psicofisica associato alla valutazione della presenza di un sentimento di solitudine. «La solitudine crea significativi rischi in termini di salute mentale, sia per quanto riguarda la depressione, sia per quanto concerne il livello di ansia», affermano i ricercatori tedeschi, guidati dal professor Manfred Beutel del Department of Psychosomatic Medicine and Psychotherapy della Johannes Gutenberg University di Mainz .
«La solitudine aumenta anche la probabilità di essere fumatori, un classico indicatore di uno stile di vita sbagliato. La ridotta qualità della salute mentale può poi essere causa di un maggior numero di visite dal medico, di ricoveri e di utilizzo di psicofarmaci. Presi nel loro complesso questi risultati danno un solido supporto alla convinzione che la solitudine dovrebbe essere considerata di per sé una significativa variabile di salute».
Ma questo sentimento non è però semplicemente l’equivalente dello stare da soli, si tratta piuttosto di uno stato emotivo che riflette l’esperienza spiacevole del soffrire di isolamento sociale.
Viceversa, se non esiste questo specifico stato emotivo, anche se si hanno pochi contatti sociali, non si producono effetti negativi sulla salute.
Per la vera solitudine, insomma, deve esistere una discrepanza tra i nostri bisogni sociali e la loro possibilità di realizzazione nell’ambiente in cui ci si trova a vivere.
Fortunatamente quando si percepisce davvero un doloroso senso di abbandono si attiva una spontanea ricerca di contatti sociali.
Secondo Pamela Qualter, della School of Psychology dell’University of Central Lancashire, autrice di uno studio su come evolve la solitudine nelle varie età della vita, proprio l’attivazione di questa spontanea ricerca di contatti fa sì che la vera e profonda solitudine sia spesso un’esperienza transitoria.
L’evoluzione ci ha infatti portato a sviluppare una serie di meccanismi interiori che ci spingono a ricercare connessioni per vincere la sensazione di isolamento, un processo che è stato chiamato spinta alla riaffiliazione .
Spiega la professoressa Qualter in un articolo pubblicato in Perspectives on Psychological Science : «Proprio come il dolore fisico è un segnale che si è evoluto per spingere una persona ad avviare azioni per minimizzare il danno al proprio corpo, così la solitudine motiva la persona a minimizzare il danno al proprio corpo sociale».
È questa spinta alla riaffiliazione che motiva a rimettersi in gioco, a riallacciare vecchi contatti, a cercarne di nuovi.
Tutte le età della vita sono soggette al rischio di solitudine, ma le caratteristiche del rischio sono diverse con il passare degli anni.
Se nella prima infanzia è la capacità di condividere le attività e i giochi a determinare la possibilità di stare nel gruppo dei pari, presto i bambini procedono verso più articolate esigenze dello stare insieme.
«I piccoli passano dal semplice desiderio di stare fisicamente vicini gli uni agli altri al bisogno di un’amicizia più intima caratterizzata da una sensazione di “validazione di sé”, di reciproca comprensione, di possibilità di aprirsi con l’altro, di sentirsi in empatia», chiarisce Qualter. «Un’amicizia con maggiori aspettative si sviluppa poi durante l’adolescenza e fino alla prima gioventù, quando aumenta il bisogno di intimità. E se la “quantità” di amicizie può essere importante nel predire un senso di solitudine nell’infanzia, la “qualità” sembra contare di più nell’adolescenza».
Attorno ai 14-16 anni il bisogno di stare con gli altri diventa ancora più complesso: c’è bisogno di amici intimi, ma anche di un intero gruppo di riferimento, finché la situazione diventa ancora più articolata con la necessità di relazioni amorose. Sensazioni di solitudine si possono provare per il malfunzionamento di ciascuno di questi aspetti della vita relazionale.
Poi nella fase centrale della vita, almeno per chi non è rimasto single, è la qualità della relazione con il partner a definire soprattutto il rischio di sentirsi soli.
«Infine negli anziani emergono altri specifici fattori di rischio per la solitudine — aggiunge la ricercatrice britannica —. Sono la possibile perdita del partner, il ridursi delle attività sociali a causa delle disabilità fisiche e della salute compromessa, l’eventuale condizione di fragilità del partner».
Una curiosità: nella nostra epoca i social-network sono un antidoto efficace contro la solitudine? Si sarebbe portati istintivamente a dire che con tanti amici virtuali siamo meno soli, ma secondo David Sbarra, psicologo dell’University di Arizona, curatore di un numero della rivista Psychological Science sulla solitudine, finora non ci sono prove che l’amicizia virtuale abbia davvero effetti positivi su benessere psicologico e salute.

Corriere Salute 12.11.17
Temperatura
La buona compagnia «riscalda»

Chi prova un senso di solitudine sente più freddo di chi è in buona compagnia e tende a preferire cibi e bevande calde come per scaldarsi il cuore. È quanto emerge da uno studio sperimentale realizzato da due ricercatori dell’University di Toronto, Chen-Bo Zhong e Geoffrey Leonardelli, che hanno indotto sensazioni di solitudine a gruppi di studenti facendo ricordare loro situazioni passate in cui si erano sentiti soli, o ricreandole attraverso un’interazione virtuale. Lo studio mostra come le sensazioni di solitudine e freddo tendano a essere una metafora l’una dell’altra. «Questi risultati suggeriscono che le esperienze sociali delle persone non sono indipendenti dalle percezioni fisiche», dicono i due ricercatori. E suggeriscono anche l’idea «che le metafore non sono solo forme linguistiche, ma canali attraverso i quali gli individui comprendono e sperimentano il mondo».

Corriere Salute 12.11.17
Impariamo a pensare positivo degli altri
D.d.D.

Diversi interventi consentono di aumentare il numero di contatti di un individuo, ma non sempre ne deriva una reale diminuzione del sentimento di solitudine, che dipende più dalla qualità delle relazioni che dalla loro quantità. Però ci sono anche interventi destinati a migliorare le abilità sociali di chi è solo. «Per chi non ha tali abilità, questi sistemi possono avere una certa efficacia, ma la realtà è che le persone si ritrovano da sole per molti e diversi motivi oltre a quello di non avere sufficienti abilità sociali», puntualizza Stephanie Cacioppo del Center for Cognitive and Social Neuroscience dell’Università di Chicago, autrice di diversi studi sull’argomento.
Quindi c’è bisogno anche d’altro, e recenti metanalisi di studi clinici hanno mostrato come i migliori risultati si ottengano con la psicoterapia individuale cognitivo comportamentale. Dice ancora la professoressa Cacioppo: «La chiave di questa forma di trattamento sta dell’educare le persone a identificare i pensieri negativi automatici che hanno nei confronti degli altri e più in generale rispetto alle interazioni sociali, e nel considerare questi pensieri negativi come possibili ipotesi false che necessitano di essere verificate piuttosto che come fatti sui quali basare il proprio comportamento».
Quando poi l’individuo solo è un bambino o un adolescente, la questione diventa ancora più delicata. «Lo sguardo attento di un genitore o di un educatore può individuare situazioni in cui i bambini e gli adolescenti rimangono spesso da soli, seppure inseriti in contesti di gruppo, e distinguere le situazioni da osservare con preoccupazione da quelle da valorizzare come risorse evolutive», puntualizza Paola Corsano dell’Università di Parma, autrice di molte pubblicazioni sulla solitudine in età infantile e adolescenziale. «Criteri di valutazione quantitativi e qualitativi possono essere utili: la frequenza dei comportamenti solitari, il gioco o l’attività a essi associati, la tonalità emotiva manifestata, sono tutti indicatori del significato della condizione solitaria e soprattutto del sentimento di solitudine provato. «Partendo da questo primo sguardo — prosegue la professoressa Corsano — si può passare, e meglio sarebbe se lo facessero dei professionisti, all’utilizzo di strumenti che consentono di individuare una vera e propria condizione di solitudine, distinguendo anche gli ambiti in cui è vissuta, ad esempio rispetto ai pari, ai genitori, alla scuola».
Gli interventi oggi messi in atto dagli specialisti sono strettamente legati all’origine del sentimento di solitudine. «Se deriva dalla difficoltà a inserirsi nel contesto relazionale, o dal rifiuto da parte dei pari, sono fondamentali interventi di potenziamento delle abilità sociali — dice ancora Corsano — come interventi di rafforzamento dell’autostima e la creazione di “nicchie di opportunità sociale”, situazioni sociali semplici e protette, ad esempio piccoli gruppi, in cui è più facile inserirsi e dove acquisire sicurezza sulle proprie capacità relazionali. Questi interventi possono essere attuati in collaborazione con insegnanti e genitori con la supervisione di uno psicologo. La loro efficacia è maggiore quanto più l’intero contesto, gruppo, classe, famiglia, viene coinvolto.
«Oggi poi, soprattutto tra gli adolescenti — conclude Corsano — il sentimento di solitudine può essere originato dalla difficoltà a tollerare di non essere “connessi”. In ambito familiare, ma anche nel contesto scolastico e a livello culturale e sociale, sarebbe importante far acquisire la capacità di stare soli, di accettare che gli inevitabili momenti di solitudine possano diventare una risorsa personale»

Corriere Salute 12.11.17
L’isolamento, fattore di rischio quanto il fumo di sigarette
D.d.D.

Esiste un complicato intreccio fra le abitudini di vita di chi si trova a sperimentare un sentimento di solitudine protratta e gli effetti negativi che la solitudine ha già di per sé sullo stato di salute.
La questione è stata affrontata in uno studio, realizzato da ricercatori inglesi e australiani, guidati dal William Lauder della School of Nursing and Health dell’University di Dundee in Gran Bretagna e pubblicato sulla rivista di settore Psychology Health and Medicine .
Da una parte, come hanno ribadito i ricercatori, la solitudine rappresenta un fattore di rischio per la salute, paragonabile a quello generato dal fumo di sigaretta, da elevati livelli di pressione del sangue, dall’obesità, dalla mancanza di attività fisica e dalla depressione. Dall’altra, chi vive da solo è più probabile che sia depresso e che abbia abitudini insalubri, come fumare e non svolgere attività fisica.
Sono anche noti alcuni meccanismi biologici del danno indotto all’organismo dalla solitudine, per esempio l’aumento del livello delle resistenze periferiche del sistema cardiovascolare, la riduzione della gettata cardiaca, l’abbassamento delle risposte immunitarie.
Per uscire da questo circolo vizioso sono necessari interventi a livello individuale ma anche sociale, finalizzati ad aiutare chi è rimasto solo a riprendere attività di relazione e interrompere comportamenti dannosi per la salute, dall’alimentazione scorretta al fumo di sigaretta, alla sedentarietà.

il manifesto 12.11.17
«Ostia non si piega ai violenti: noi cittadini ci siamo»
La manifestazione. In migliaia al corteo che attraversa il quartiere di Roma. In piazza la sindaca Raggi, Mdp e Sinistra italiana. Assente il Pd. Una troupe di Rai2 era stata aggredita, ma non mancano i fischi di alcuni grillini ai giornalisti. Un invito a votare al prossimo ballottaggio, a partecipare alla vita pubblica: «C’è il mare, potremmo essere la nuova Barcellona: e invece qui regnano paura e rassegnazione»
di Antonio Sciotto

OSTIA (ROMA) «Io non sono così». «Casa, lavoro e dignità: no alla violenza fascista e mafiosa». «Io voto perché amo Ostia». Ostia non si arrende e due giorni dopo l’aggressione alla troupe di Rai 2 da parte di Roberto Spada scende in piazza per dire no alla mafia e alla sopraffazione. Domenica 19 si vota il ballottaggio per l’elezione del municipio (Ostia è una maxi circoscrizione di Roma con 250 mila abitanti) ma vista l’altissima astensione al primo turno ogni persona scesa a manifestare è preziosa. A dieci minuti dall’avvio del corteo, in piazza della Stazione c’erano solo poche centinaia di cittadini, ma poi in una mezz’ora il corteo si è ingrossato parecchio, portando a sfilare migliaia di persone verso piazza Gasparri, a Nuova Ostia – il luogo in cui il giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi e il videomaker Edoardo Anselmi sono stati aggrediti e picchiati.
IN PIAZZA ANCHE LA SINDACA di Roma, Virginia Raggi, che aveva chiamato alla mobilitazione dal blog di Grillo, sovrapponendo il proprio messaggio a quello degli organizzatori originari, la piattaforma civica di associazioni e liste politiche «Ostia solidale», tra cui il Laboratorio civico X di don Franco De Donno. Questa circostanza ha determinato l’assenza polemica del Pd dal corteo, fatta eccezione per il sindaco della vicina Fiumicino, Esterino Montino; il Partito democratico, tra l’altro, non ha voluto dare indicazioni di voto per il ballottaggio. A scontrarsi saranno la candidata Cinquestelle, Giuliana di Pillo, e Monica Picca del centrodestra, ma anche simbolicamente pesa quel 9% che ha votato i neofascisti di Casapound. La sinistra, con Mdp e Sinistra italiana, invece è scesa in piazza: i due partiti hanno dato indicazione di voto per la candidata Cinquestelle, necessario in ogni caso non far avanzare le destre.
Nota particolarmente stonata, i fischi e le invettive che a un certo punto una parte dei militanti grillini ha indirizzato verso le telecamere e i giornalisti, al solito indicati come «di regime». Creando un corto circuito con una manifestazione indetta proprio per difendere un giornalista nello svolgimento del suo lavoro.
PRESENTE UNA DELEGAZIONE ANPI, e molti studenti. Alessandro e Matteo, di 16 e 17 anni, frequentano l’istituto tecnico di Ostia: «Volevamo essere in piazza insieme agli altri cittadini – ci spiegano – Le nostre famiglie sono andate a votare, e anche noi lo faremo da maggiorenni, ma c’è tanta gente, anche ragazzi come noi, che non credono che il voto cambi le cose». Matteo, in particolare, crede nel messaggio dei Cinquestelle: «Innanzitutto perché sono nuovi – dice – Mi convincono perché dicono di voler cambiare, e qui a Ostia abbiamo molto bisogno di un cambiamento». Alessandro aggiunge che «non in tutti i quartieri si percepisce la violenza che abbiamo visto in questi giorni, ma noi sappiamo che nella periferia ce n’è tanta. E i ragazzi di quelle periferie, le periferie della stessa Ostia, molto probabilmente oggi non sono venuti a sfilare in corteo».
La sindaca di Roma fa lo slalom tra le telecamere, e spiega di non voler polemizzare per l’assenza del Pd in piazza. Il Pd ha già annunciato che sarà presente alla manifestazione di giovedì prossimo, il 16, con Fnsi e Libera. «Noi saremo anche al corteo di Fnsi e Libera – replica Raggi ai giornalisti – perché la mafia è qualcosa che si deve combattere quotidianamente».
PER ARTICOLO UNO-MDP c’è una delegazione, composta tra gli altri dai deputati Roberta Agostini e Alfredo D’Attorre. Un altro deputato di Mdp, Arturo Scotto, aveva replicato a Beppe Grillo, che aveva respinto qualsiasi alleanza con la sinistra a partire dalle proposte di legge sull’articolo 18, mettendo in relazione il voto della Sicilia con quello di Ostia: «Abbiamo visto in Sicilia – ha spiegato – che questa volta il richiamo del voto utile è scattato nei confronti dei Cinque Stelle e non del Pd. Pur di non far vincere Musumeci, una quota degli elettori del centrosinistra ha votato per Cancelleri. Noi non siamo stalker di nessuno: con i Cinque stelle non parlerei di alleanze, ma di convergenze su battaglie politiche. Per questo saremo a Ostia per solidarietà nei confronti del giornalista e dell’operatore aggrediti da uno Spada e al ballottaggio ci impegneremo per impedire che si affermino scenari inquietanti che diano respiro ai fascio-mafiosi».
Per Sinistra Italiana una delegazione con, tra gli altri, Loredana De Petris e Stefano Fassina. «La sinistra deve ritrovare il suo popolo e uscire dall’arroccamento nei centri storici delle città. Il nostro abbandono di queste zone è coinciso con l’arrivo di altri ma sono arrivate risposte sbagliate», dice Fassina. Il riferimento è alla destra e a Casapound, e infatti anche Fassina ha invitato a votare Cinquestelle al ballottaggio del 19: «Sinistra Italiana ha riaffermato in modo netto la discriminante antifascista e antimafiosa – ha spiegato – Se fossi residente a Ostia voterei Cinquestelle, non si può essere equidistanti come fa il Partito democratico: mi pare una tattica politicista irresponsabile».
IL CORTEO PROCEDE spedito verso piazza Gasparri, anche se poi verso la fine la parte «civica», quella dei movimenti e delle associazioni, si fermerà in piazza delle Sirene per tenere un’assemblea, mentre la prima cittadina Virginia Raggi proseguirà con un altro spezzone verso Nuova Ostia, non senza polemiche e tensioni tra le due parti presenti in piazza.
«Io non delego!!! Voto!». Adriana Fornaro porta un cartello con molti punti eslcamativi, a segnalare quanto sia importante andare a votare al ballottaggio del 19. Lei è presidente del comitato di quartiere «Amici della Madonnetta», vive nell’entroterra di Ostia. «Se la violenza a Ostia è diffusa? A parte il comprensibile rilievo mediatico dato all’aggressione al giornalista – risponde Adriana – in molte zone di Ostia il malaffare e l’intimidazione sono gesti quotidiani». «A me è capitato di dover combattere con il mio comitato delle speculazioni edilizie – riprende – La prima volta mi hanno offerto soldi, dicevano per aiuto al comitato. Poi addirittura un appartamento. Non ho ceduto e alla fine mi hanno fatto trovare dei messaggi intimidatori in giardino».
GIACOMO HA 20 ANNI e studia Storia, fa parte della piattaforma civica di associazioni «Ostia solidale»: «Abbiamo organizzato noi questa manifestazione, che è di tutti i cittadini di Ostia e non soltanto dei Cinquestelle», ci tiene a sottolineare. «Io sono andato a votare, certo, ma sicuramente qui a Ostia c’è ormai uno scollamento tra i cittadini e le istituzioni, i partiti politici. E allora poi passa un voto interpretato come “di rottura”, come quello dato a Casapound». «Ma purtroppo – riprende – i giornali e le tv adesso raccontano solo le loro iniziative nelle periferie, ma qui non c’è solo mafia o fascismo: esistono altre realtà, anche di autorganizzazione, alternative a quelle delle destre. Certo, forse a Ostia è più difficile che altrove, ma vorremmo che i media raccontassero anche quelle: i giornalisti dovrebbero contribuire a non far sentire noi cittadini isolati».
Maria Grazia e Giovanni sono fratello e sorella: vivono ad Acilia e studiano Roma, lei Economia e lui Fisioterapia. «Io ero scrutatrice – spiega Maria Grazia – Al mio seggio su 1251 aventi diritto sono venuti a votare solo in 360, e molte erano schede nulle. Un panorama sconfortante. Mi fa rabbia perché Ostia potrebbe essere il quartiere più bello di Roma, la nuova Barcellona: abbiamo il mare». Eppure esistono, aggiunge Giovanni, «due Ostie»: «Quella centrale, tranquilla e benestante, e poi, andando verso Nuova Ostia, ci sono le periferie, totalmente abbandonate: a parte i politici, è difficile perfino trovare un posto di blocco che possa mettere paura alle mafie che le controllano».

La Stampa 12.11.17
“Segnali già evidenti negli Anni 80 ma il fenomeno è stato sottovalutato”
Il procuratore generale Salvi: l’omertà può diventare consenso
intervista di Francesco Grignetti

Giovanni Salvi, procuratore generale di Roma, era titolare di inchieste delicatissime sulla criminalità già negli Anni Novanta. Indagando su un traffico internazionale di droga, per la prima volta incrociò Michele Senese, il napoletano. «Storie che sembrano lontane, ma sono alle radici di oggi. Della camorra e Cosa Nostra, lo sapevamo. Anche la ’ndrangheta probabilmente si è insediata in tempi lontani, anche se la pervasività emerge solo ora».
Come è successo, dottor Salvi, che i clan siano diventati i padroni delle periferie?
«Guardi, la procura di Roma già negli Anni Ottanta e Novanta aveva individuato il pericolo. Non c’era solo la Banda della Magliana. I Fasciani, per dire, erano stati individuati e i procedimenti penali si sono conclusi con condanne. Così con altri. Nel periodo seguente, probabilmente, ne è stata sottovalutata la rilevanza. E questo, assieme a molti altri fattori, ha consentito che queste organizzazioni prendessero piede come stiamo vedendo ora. Di sicuro ci sono state altre emergenze. E la criminalità organizzata ha evitato di dare troppo nell’occhio».
Si sono inabissati?
«Ci sono stati qua e là alcuni omicidi, ma effettivamente non c’era più il clima degli Anni Ottanta. Ripeto: uno dei fattori è che si è sottovalutato il fenomeno. Poi c’è da fare il discorso sul tessuto politico-sociale. Le grandi aggregazioni fuori Roma si sono sviluppati lontano dalla doverosa attenzione».
E siamo finiti con Ostia, ma non solo, dove dominano i clan.
«Si sono consentiti comportamenti illegali, solo apparentemente marginali, di enorme impatto sociale. Penso all’occupazione sistematica delle case popolari. Si è così modificata la struttura dei quartieri, non più abitati dalla popolazione regolare che ne aveva diritto. È subentrata una popolazione irregolare; ci è andato ogni genere di persone. Ciò ha determinato il radicarsi di gruppi criminali nella società prima ancora che nel territorio».
Al punto che vediamo non omertà, ma addirittura consenso nei confronti dei malavitosi?
«Qualcosa del genere. Aggiungo che la crescita di questa criminalità organizzata di nuovo tipo è difficile da inquadrare con lo strumento giudiziario. In questo senso, Roma è davvero apripista e molte sentenze di Cassazione ci confortano. Ma abbiamo difficoltà ad inquadrare con il codice queste forme nuove, diverse da quelle tradizionali. I clan non hanno più bisogno dell’esercizio effettivo della violenza. E l’omertà non è necessariamente quella di tipo tradizionale. Il rischio è che subentri il consenso nei confronti della malavita per mancanza dello Stato».
La procura generale si batte nei tribunali per affermare la “mafiosità” di questi nuovi gruppi criminali. Però i giudici non vi seguono sempre. Perché?
«Noi ci crediamo veramente. Se parliamo di sentenze, è un panorama a macchia di leopardo. Nei giorni scorsi è stata confermata la caratteristica di organizzazione mafiosa per i Fasciani. Due giorni fa, invece, nel processo a Michele Senese, è stata esclusa l’aggravante mafiosa per un omicidio, circoscritto a vendetta personale. È stato comunque condannato a 30 anni con sentenza definitiva ed è un buon risultato».
Allude anche alla posizione di Massimo Carminati?
«Io penso che ci siano state critiche ingenerose sull’impostazione dell’inchiesta Mondo di mezzo. La procura ha avuto il merito di disvelare un meccanismo di sistematica corruzione attraverso un sodalizio che esercitava la violenza e allo stesso tempo incideva sulla politica. È da questi dati di fatto che bisogna ripartire, se vogliamo recuperare questa città. Il problema c’è. Bisogna che se ne abbia piena consapevolezza e non cercare alibi, trincerandosi dietro le difficoltà di configurazione giuridica. E’ molto importante anche recuperare il funzionamento effettivo della giustizia quotidiana, quella che dà al cittadino la sicurezza della presenza dello Stato».

Il Fatto 12.11.17
La marcia della legalità nella piazza del clan Spada
Migliaia di persone attraversano i territori controllati dai boss: nessuna bandiera di partito, solo slogan contro mafia e neofascisti
di Enrico Fierro

“Io non sono così”. È lo slogan che in tanti hanno scritto sui cartelli. “Non sono così, non sono come loro, non vivo di violenza e prepotenza, voglio uno Stato che funzioni e che sia presente anche nel cuore di Nuova Ostia”. Le parole di questo cinquantenne che marcia insieme a migliaia di persone, sono la sintesi migliore della giornata vissuta ieri ad Ostia.
Una grande mobilitazione antifascista, si sarebbe detto un tempo. Espressione che oggi conserva intatta tutta la sua attualità. Perché il fascismo c’è, ha rialzato la testa, sta tornando, occupa spazi da anni lasciati vuoti dalle forze democratiche, e in questo enorme quartiere di Roma si è sposato con la peggiore criminalità. I neri, quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, vanno a braccetto con spacciatori, estorsori, lenoni, picchiatori. Dove il racket comanda loro prendono i voti.
La verità è questa e Ostia ieri lo ha capito. C’è la sindaca della Capitale nel corteo. “Virginia Raggi può piacere o meno, io non l’ho votata, ma è la sindaca della città delle Fosse Ardeatine, e ha fatto un grande gesto a volere questa manifestazione”, dice Alberto, che ha sessant’anni e fino al crollo del Muro ha militato nel Partito Comunista Italiano. “Quando c’era da scendere in piazza contro il fascismo, noi eravamo contenti se c’erano i democristiani e finanche i liberali con noi, perché eravamo riusciti ad unire le forze democratiche”, aggiunge. E il Pd che non c’è? Le altre associazioni che hanno promosso la manifestazione del 16 insieme a Libera e alla Federazione della Stampa? “Sulla posizione del Pd non mi pronuncio, è una scelta loro. Io sono qui”. Esterino Montino ci parla mentre indossa la fascia tricolore. “Il sindaco di Fiumicino (comune a pochi passi da Ostia, ndr) non poteva non esserci. Dico solo che sarebbe stato molto meglio fare una sola, unica, grande manifestazione”.
Il Pd è assente, ma ci sono gli uomini del governatore Zingaretti, l’assessore Rita Visini e Gianpiero Cioffredi, dell’Osservatorio regionale contro le mafie.
Sfila il corteo, le telecamere inseguono la sindaca, lei sfila tra le bandiere rosse dei centri sociali. Stefano Fassina rappresenta una sinistra che ancora non c’è. “Leggo gli striscioni e sento gli slogan, sono contro mafia e fascismo, ma anche contro chi non ha visto il degrado delle periferie. Noi abbiamo iniziato un lavoro qui ad Ostia, insieme a De Donno (il prete che ha dato vita ad una lista di sinistra, ndr), ma non basta”.
Fassina è onesto e chiaro nell’autocritica. “Noi, penso al Pd ma anche alla sinistra, abbiamo abbandonato i quartieri popolari delle metropoli, ci siamo arroccati al centro delle città con i professional, il ceto medio riflessivo e non abbiamo visto che la sofferenza aumentava nelle periferie. Abbiamo lasciato vuoti enormi, altri li hanno occupati”.
“La bellezza è un’arma contro la mafia”, recita uno striscione mentre il corteo attraversa la parte di Ostia dove vive il ceto medio. La gente è affacciata ai balconi, molti applaudono, tantissimi fanno foto. Sfilano anche Vauro e Michele Santoro. “Famose un selfie”, chiedono in tanti. Tamburi e fischietti di un gruppo di musica brasiliana, portano allegria e calore. “Mafiosi e fascisti vogliono il silenzio, noi rispondiamo con il ritmo”, dice una ragazza. “La povertà ingrassa la mafia”. “Case, lavoro, dignità”. Gli striscioni hanno il pregio della chiarezza.
“Lo Stato – riflette un ragazzo – deve riconquistare Nuova Ostia, ma da sola la repressione non è sufficiente. In quel quartiere vanno risanate le case, costruiti punti di aggregazione per i giovani. Gli Spada hanno una palestra? Bene, lo Stato ne faccia due. Fanno entrare anche chi non può pagare? Lo Stato faccia altrettanto. Qui c’è gente che non ha lavoro, non sa come sfamare i figli. Si intervenga altrimenti vinceranno sempre loro”.
Intanto dal furgone in testa al corteo partono slogan e parole d’ordine. Contro la sindaca (“si metta in coda e non faccia passerelle”), contro i giornalisti (“Servi, venite qui solo quando menano uno di voi, dovete starci sempre”), e appelli alla divisione, come se non bastasse quella che c’è già. Gli ultimi distinguo su come e dove concludere il corteo. Parte degli organizzatori vogliono andare fino in Piazza Gasparri, il cuore degli affari degli Spada. La sindaca Raggi è con loro. Un’altra parte vuole fermarsi al Largo delle Sirene e fare un’assemblea pubblica. Si dividono in due tronconi, entrambi affollati. Uno si dirige verso il regno degli Spada. Strade poco illuminate, casermoni popolari, nessuno alla finestra, bar con le saracinesche abbassate. Si vive così dove regnano i boss.

il manifesto 12.11.17
Anime belle e fascismo 2.0
di Alfio Mastropaolo

Le attuali vicende politiche, anche le più disparate, ripropongono un antico punctum dolens per i regimi democratici: il principio di maggioranza. Meglio ancora il suo possibile abuso. Il popolo, è stato detto molto saggiamente, è manipolabile. Quindi il governo del popolo va rigorosamente imbrigliato, a cominciare dal principio di maggioranza. Sono cautele elementari, che chiunque abbia anche solo orecchiato i classici del pensiero liberale e democratico conosce molto bene.
Ciò malgrado, dimenticati i disastri che un impiego sconsiderato del principio di maggioranza produsse tra le due guerre, da un quarto di secolo in qua la contesa intorno al principio di maggioranza e alle sue limitazioni si è vivacemente riaccesa. Con due varianti principali. La prima è quella cosiddetta populista. Il popolo è sovrano e quindi ha sempre ragione. Pertanto la sua volontà, e chi se ne fa portavoce, sono al di sopra della legge.
La seconda variante è quella delle anime belle della governabilità democratica. Per loro i regimi democratici pretendono governi stabili, solidi ed efficienti, sorretti da maggioranze omogenee e anch’esse stabili. E poiché nel complicato e pluralistico mondo in cui viviamo simili maggioranze non si producono per natura, servono appropriati artifici per produrle.
Le anime belle tengono a distinguersi dai populisti. I populisti sono grossolani, sguaiati, anche razzisti. I loro progetti di governo sono sgangherati. Quando gli capita di governare, sono, ben che vada, dei pasticcioni. Le anime belle sono democraticamente inappuntabili. Hanno rispetto per la legge, inneggiano alla divisione dei poteri, ai diritti fondamentali, alle tutele delle minoranze, alle intangibili libertà civili.
Non fosse che il populismo si è per loro rivelato una manna. È forte anzi il sospetto che il populismo se lo siano inventato a loro misura le anime belle (mediatiche e accademiche, a servizio di quelle politiche), che hanno conferito una patente di democraticità, volutamente ambigua, a forze politiche cripto e parafasciste dell’acqua, le quali hanno però l’accortezza di immaginare un fascismo adeguato ai tempi e in grado di sfruttare le opportunità offerte dalle istituzioni democratiche: il fascismo 2.0.
Il populismo è una manna per le anime belle anche perché permette loro una profittevole equidistanza rispetto alle antiquate lamentazioni dei parrucconi che tuttora diffidano dell’indiscriminata applicazione del principio di maggioranza, nonché delle maggioranze create artificialmente dalle leggi elettorali, e che le temono in quanto possibili premesse di rischiosi sconvolgimenti nell’equilibrio tra istituzioni e nelle stesse libertà civili. Va bene che sono paesi lontani. Ma sono confratelli dell’Ue: simili sconvolgimenti sono già occorsi in Polonia e Ungheria. Scritte sotto dettatura delle anime belle, le regole del gioco vi hanno consegnato il governo ai populisti, che di quelle stesse regole si avvalgono anzitutto per tacitare i dissenzienti. Conviene ricordarlo. I populisti governano in Polonia col 35% dei consensi, quando ha votato circa la metà degli elettori. Quanto all’Ungheria, la maggioranza di Orbàn si fonda sul 45% dei voti su una platea di votanti che supera di poco il 60% degli aventi diritto.
Le anime belle strumentalizzano con grande spregiudicatezza lo spauracchio populista. Lungi da noi il sospettare che almeno alcune lo facciano nutrendo smodate ambizioni di potere. Osserviamo solo che ne hanno fatto il grande tema delle elezioni. Altro che programmi! Conta solo la finale tra anime belle e populisti (o fascisti 2.0). Eppure, non è difficile riconoscere un qualche vincolo di parentela tra gli uni e gli altri. Sono tempi difficili. Nei tempi difficili il disorientamento è ovvio. Frutto ovvio del disorientamento è la tendenza a rivolgersi a figure salvifiche, cui si riconoscono gli attributi del carisma. Non è passato molto tempo dacché in Germania tali attributi furono riconosciuti nientemeno che a un modestissimo imbianchino. Fascisti 2.0 e anime belle sono uniti nella loro smania oscura per l’autorità personale.
Non serve far nomi e conviene piuttosto fare un giretto sui social. È impressionate il culto adorante del capo che circonda taluni leaders politici: tanto quelli che piacciono ai populisti, quanto quelli graditi alle anime belle. Anche l’astiosità verso gli avversari di tali leaders, e quella con tali leaders sono difesi da ogni più sommessa critica, offrono motivo di riflessione. Ciò su cui tocca però in special modo riflettere è la democrazia. Non l’idea, che ha qualche fascino, ma le sue concrete attuazioni. Che sono sempre più mediocri e più ambigue. La democrazia non è un valore in sé. Anche dalla democrazia occorre difendersi. Il cielo ci salvi dai populisti. Ma ancor di più dalle anime belle.

Il Fatto 12.10.17
Caro Minniti, zone franche come Ostia esistono
di Antonio Padellaro

Caro Minniti, zone franche come Ostia esistono
di Antonio Padellaro | 12 novembre 2017
|
“È la dimostrazione che in Italia non esistono zone franche”.
Marco Minniti, ministro degli Interni  (dopo l’arresto a Ostia di Roberto Spada, aggressore del giornalista di “Nemo”, Daniele Piervincenzi)

Gentile Ministro,per la nostra lunga conoscenza e per la considerazione che ho verso il suo impegno nell’azione di governo, mi permetto di rivolgermi a lei con estrema franchezza. Purtroppo non è così: in Italia di zone franche ne esistono ancora, spesso ignorate dalle istituzioni e abbandonate al proprio destino. Fino a quando accade qualcosa di grave, i media illuminano la scena e allora lo Stato interviene e applica la legge con il massimo rigore. Meglio tardi che mai.
Su Ostia, in questi giorni, abbiamo appreso cose sconcertanti che lei conosce perfettamente e che non ripeterò. La lettura dei giornali e l’informazione televisiva assai ricca di testimonianze e analisi rendono tuttavia ineludibili alcuni interrogativi. Come è stato possibile che in quell’importante municipio (la tredicesima città più popolosa d’Italia) dopo anni di indagini giudiziarie sulla presenza invasiva della mafia, seguite da arresti eccellenti e da un commissariamento prefettizio, come è stato possibile che esponenti mafiosi con le collaudate tecniche dell’estorsione e dell’intimidazione, compreso l’uso della violenza fisica, abbiano continuato a fare i loro comodi? Come è stato possibile che (come abbiamo appreso), soprattutto nei quartieri popolari di Nuova Ostia, sia la legge del crimine ad assegnare le abitazioni, a risolvere le controversie, ad amministrare perfino la “giustizia”, e tutto ciò nel più completo degrado e abbandono? Forme radicate di antistato che pensavamo esistessero soltanto nelle fiction di Gomorra o Suburra e che invece comandano indisturbate a pochi chilometri dal Quirinale, da Palazzo Chigi e, mi lasci dire, dal Viminale.
La cosa peggiore, però, è che tutto ciò sia considerato “normale” da numerosi abitanti di Ostia. E che la capacità di consenso mafioso abbia inquinato le falde profonde della democrazia fino a distorcere le più elementari regole del vivere civile. Lo dimostrano la solidarietà espressa a gran voce nei confronti dello Spada (e della sua potente famiglia) mentre costui veniva arrestato dai carabinieri; e gli insulti rovesciati contro i giornalisti colpevoli di aver turbato con inopportune domande l’“ordine costituito”. Lo sappiamo bene: se la famosa testata avesse raggiunto un cittadino qualsiasi invece che un cronista provvisto di telecamera, chi lo avrebbe mai appreso? E quanti nasi sono stati spaccati in questi anni a scopo dimostrativo dai vari Spada a piede libero, e mai denunciati da chi in quella landa è costretto a vivere, anzi a sopravvivere ogni giorno?
Signor ministro, non ci dice niente che in queste elezioni due cittadini del litorale romano su tre non siano andati a votare perché (riassumo) “tanto non cambierà nulla”? E che tra gli elettori dell’arrembante CasaPound ci siano soprattutto giovani e giovanissimi che nei lugubri rituali del fascismo “del Terzo millennio”, così come nella caccia “al negro” da pestare trovano le terribili e irrazionali risposte a un drammatico risentimento generazionale, a un’esistenza che non lascia intravedere un futuro degno? Come vede in queste poche righe non ho citato le responsabilità politiche di questo o di quello. Non servirebbe a niente accusare le colpe di quelli che c’erano prima o l’inettitudine di quelli che ci governano ora. L’unica cosa di cui i cittadini di Ostia non hanno bisogno sono ulteriori dosi di disgusto verso la politica e le istituzioni. Che tuttavia, ne converrà, non può salvarsi l’anima grazie a una provvidenziale (non certo per il coraggioso collega) testata sul naso. Con immutata stima.

Corriere 12.11.17
Aggredita sul bus perché di colore «E nessuno ha mosso un dito»
Torino, 15enne colpita con un calcio e insultata: «Finirai a lavorare in strada»
di Paolo Coccorese

Torino Sul quel bus numero 63 che unisce la periferia al centro di Torino, si è sentita sola e abbandonata anche se alle otto di mattina il pullman era strapieno. Raggiunto il liceo, ha varcato il cancello, dove nelle parole di conforto delle compagne e dei genitori, ai quali ha subito telefonato, ha trovato la forza per confessare l’aggressione subita. «Ero appena salita sul bus quando un uomo di circa 60 anni, con giacca e pantaloni sporchi di vernice, mi ha urlato: “Togliti dalla mia vista”. E prima che potessi allontanarmi, mi ha sferrato senza motivo un calcio al ginocchio sinistro». Poi sono arrivati i pesanti insulti razzisti. E quel «tornatene al tuo Paese, è inutile che vai a scuola tanto finirai a lavorare per strada» che ha ferito nel profondo la quindicenne, italiana con un padre di origine africana, aggredita per il solo colore della sua pelle.
Ieri mattina i carabinieri della stazione di Grugliasco, che hanno raccolto la denuncia della giovane, hanno prelevato le immagini del sistema di videosorveglianza installato sul pullman per ricostruire l’episodio di venerdì. Le telecamere hanno ripreso la studentessa e il suo aggressore. Dopo aver ricevuto il calcio, la quindicenne spaventata ha raccontato di aver provato ad allontanarsi dallo sconosciuto. Ma sul quel bus zeppo di passeggeri, non è riuscita a mettersi in salvo. L’uomo ha continuato a fissarla, gridando insulti pesantissimi. «Quelle cattiverie mi hanno paralizzata. Gli altri viaggiatori mi guardavano senza muovere un dito. Ho avuto paura, ho abbassato gli occhi. Ho rimesso le cuffie nelle orecchie per cancellare gli insulti con la musica. In silenzio, ho preferito fuggire. Sono scesa alla fermata successiva».
A convincere la studentessa a denunciare l’accaduto è stato il presidente della società di basket dove è tesserata. Per rincorrere il sogno di diventare una campionessa dello sport, la giovane si era trasferita a Torino. «Quello che è successo è vergognoso — dice Alessandro Cerrato, il dirigente della squadra — . La ragazza è molto colpita. E desidera solo mettersi alle spalle questa brutta storia che l’ha davvero scossa».
È arrivata anche, con un post su Facebook, la solidarietà della sindaca della città Chiara Appendino: «Il razzismo non può trovare nessuno spazio e nessuna tolleranza. Torino è vicina alla ragazza insultata. Mi auguro che le autorità risalgano presto al responsabile».
Le indagini intanto vanno avanti. I carabinieri hanno invitato i passeggeri del bus 63 a farsi avanti per aiutarli a risalire all’identità dell’aggressore della ragazza. Per fare giustizia. E farla sentire meno sola davanti a così tanto odio.

il manifesto 12.11.17
Il racconto di Roma Capitale delle povertà dove cresce la classe dei «working poors»
Rapporto Caritas. Città di case senza gente e di gente senza case, atroce bellezza per nulla grande, vasta periferia, geografica e dell’anima. La crisi assedia centro e periferie. Crescono le dipendenze: droga alcol e azzardo. 9,8 per cento è la disoccupazione registrata in città. In dieci anni, dopo i finti fasti veltroniani, è aumentata del 2,6%. Era al 7,2%. 130 mila alloggi sfitti nella città delle «case senza gente e della gente senza casa». Quello immobiliare è un mercato spietato che genera precarietà e sfratti. 7,8 miliardi di euro è il giro di affari nel Lazio, ma in gran parte romano. Crescono le ludopatie e le richieste di cure psichiatriche mentre servizi sono tagliati
di Roberto Ciccarelli

ROMA È nata una «classe» di nuovi poveri, cresciuta nelle periferie e nelle classi meno abbienti, come pure nella classe media. Si tratta di una condizione sociale, economica e psicologica trasversale determinata dall’austerità dei tagli alla spesa sociale, ai trasporti, dalla precarietà di massa e dall’abbandono dei servizi che scaricano sulle famiglie costi intollerabili.
Capitale di un paese impoverito, impaurito e risentito. In sé città dell’esclusione che si manifesta in maniera imprevedibile. Quello che colpisce nel rapporto della Caritas, presentato ieri all’università Lateranense, è il racconto del «barbonismo domestico», persone che vivono nell’abbandono più totale anche se possiedono una casa e non sono esposte allo sfacelo di uno sfratto violento, magari con la forza pubblica e il pignoramento dei beni. Non esiste più solo la povertà economica «tradizionale», quella visibile dei senza dimora, ma anche quella dei «working poors» che pagano un affitto, lavorano o hanno lavorato e che non arrivano a fine mese. Anzi «non hanno di che vivere». Dopo i finti fasti veltroniani, e le successive compensazioni urbanistiche, si è alzato il sipario su una crisi a lungo messa sotto il tappeto da speculatori di ogni genere. In dieci anni la disoccupazione è passata dal 7,2% al 9,8%, mentre la povertà ha raggiunto il centro città, unendola alle periferie.
ROMA, CITTÀ dell’abbandono, atroce bellezza per nulla grande. Impietosa con chi abita la periferia, geografica e dell’anima. Perché il deserto nasce anche da abitudini compulsive che si rispecchiano nelle dipendenze da droga, alcol e gioco di azzardo. Da quando le consolari si sono riempite di casinò, luoghi che si sono installati stabilmente anche in quartieri centralissimi, ad esempio Trastevere, il gioco d’azzardo movimenta un volume di affari calcolato in 7,8 miliardi di euro. Il dato si riferisce al Lazio, ma è probabile che Roma abbia dato un contributo decisivo. Com’è decisivo il numero delle persone, in prevalenza maschi oltre i 40 anni, con un titolo di studio medio-basso, che si rivolgono ai servizi per le dipendenze (SerD).
In questa città dell’incomunicabilità alla Caritas risulta che quasi il 50% degli studenti tra i 14 e i 19 anni ha giocato d’azzardo nello scorso anno scolastico. Lì dove hanno chiuso i biliardi, dove si andava quando si faceva «X» a scuola, oggi crescono le «macchinette».
LE PERIFERIE della solitudine qui non hanno confini. È così ovunque e anche a Roma dove si sente tutta quella enorme «fatica di essere se stessi» che già una quindicina di anni fa Alain Ehrenberg raccontava a proposito del protagonista del nostro tempo: il soggetto performativo e compulsivo, oscillante tra depressione e entusiasmo, oggi chiamato anche «uomo indebitato». C’è un’annotazione nel rapporto «la povertà a Roma» sull’aumento delle persone affette da «disturbo mentale»: 68.217 nel Lazio. A Roma si registra una crescita della domanda di cure psichiatriche a elevata complessità mentre i tagli al sistema sanitario nazionale continuano, creando un’offerta impoverita e disomogenea tra municipio e municipio.
LA CAPITALE della povertà è anche una città di «case senza gente e di gente senza casa». La visione di un sindaco e storico dell’arte come Giulio Carlo Argan ha avuto un valore profetico. Questa immensa città, tra le prime per estensione in Europa, è ancora così: una landa di 130 mila alloggi sfitti. L’emergenza casa è stata urlata in ogni modo dai movimenti per il diritto all’abitare in questi anni. Vilipesi, repressi, perseguitati con il «Daspo», sono loro che affrontano il dramma di 5 mila persone che non hanno altra strada che vivere in occupazione e di altre 30 mila che vivono in emergenza.
Perché la povertà è anche generata dal capitale più aggressivo, e vetusto, che ci sia: quello palazzinaro che specula su una vita in cerca di casa. Un mercato spietato impedisce di creare un’offerta abitativa e affitti accessibili. Gli esclusi si ritrovano nelle occupazioni con famiglie immigrate e italiani senza casa mentre in città c’è uno sfratto per morosità incolpevole (cioè manca il salario per pagare spese e affitto) ogni 279 abitanti. La media nazionale è uno sfratto ogni 419 abitanti. Solo nel 2016 sono state sfrattate con la polizia 3.215 famiglie. Davanti a questo scempio, restano i movimenti e i sindacati degli inquilini. Da soli, contro tutti, inascoltati. E, in ultima istanza, i centri di ricovero della Caritas, o di Sant’Egidio. Qui i senza tetto sono 7.500 ma stime ufficiose parlano di stime fino a16 mila persone. Il doppio.
CHE RABBIA, questa povera capitale di una nazione ipocrita. Oggi le destre speculano sull’odio anti-immigrati, ma i dati Caritas raccontano tutt’altro: i richiedenti asilo sono 4.063, e il sistema Sprar e Cas in affanno, ma gli stranieri sono il 13,1%, e il 44% di loro sono europei, un valore inferiore a Milano o Firenze. Roma, capitale della povertà dove vittima è anche la verità.

Il Fatto 12.10.17
Atac: i macchinisti “infedeli” sabotano la metro di Roma
Top secret - Il documento riservato: i treni cittadini, specie la linea “B”, si fermano per “guasti inesistenti”. 67 procedimenti discliplinari
di Luca De Carolis

Tanti, troppi treni che non partono per guasti in realtà inesistenti. Al punto da portare a un crollo delle corse del 23 per cento. E ad alimentare il sospetto di “un’azione mirata” di macchinisti e dipendenti, che ha portato all’apertura di 67 procedimenti disciplinari. Cifre e analisi del disastro delle due linee di metropolitana di Roma, raccontate da un’analisi riservata dell’Atac, la municipalizzata dei trasporti, che il Fatto ha visionato. E da cui emerge un quadro che porta al timore di uno “sciopero bianco” di alcuni dipendenti. Irritati – è il cattivo pensiero – dall’annuncio della tolleranza zero sul controllo dei badge, i tesserini elettronici di riconoscimento da timbrare all’entrata e all’uscita dal servizio. “Si tratterebbe comunque di una minoranza, perché la gran parte dei lavoratori di Atac lavora sodo”, assicura una fonte interna. Una minoranza capace però di portare a un drastico rallentamento del servizio, essenziale per una città già strangolata dal traffico.
Un fenomeno evidente soprattutto sulla linea B, quella che collega l’Eur e la periferia sud con il nord-est della città, con una diramazione (la B 1). Stando al rapporto di Atac, a partire da luglio il numero di corse sulla B è calato progressivamente, fino a giungere nella settimana tra il 23 e il 29 settembre a una soppressione di 966 corse su 4152 programmate, ovvero il 23,3 per cento. Con cancellazioni concentrate nel pomeriggio e nella sera (la mattina è possibile sostituire il veicolo). Ma il calo c’è stato anche sulla linea A, quella che passa anche per Piazza di Spagna e a pochi metri da Piazza San Pietro, nel cuore di Roma, dove il livello di produzione è calato dal 96 per cento del marzo scorso, all’87 per cento di settembre, a parità di macchinisti e treni. “Le cause di soppressione sono dovute quasi interamente a mancanza di treni e di guasti”, osserva l’azienda. Ovvero, “è cresciuto il numero di treni non ritenuti idonei (scarto) dai macchinisti, a valle dei controlli previsti all’atto della partenza. Parallelamente, è aumentato il numero di guasti riscontrati in linea durante il servizio”. Ed è sulla natura di questi problemi tecnici che Atac formula gravi riserve, scrivendo: “È significativo il numero dei guasti non bloccanti, ovvero che consentirebbero la prosecuzione del servizio, rispetto al totale dei guasti riscontrati. E da qui, l’accusa: “È evidente un’azione mirata che porta a una notevole diminuzione delle corse”. E i numeri sembrano confermarlo, visto che “la percentuale di guasti non bloccanti è passata dal 25 al 70% nel giro di due sole settimane”. Non solo: l’analisi rileva come il 10 per cento dei macchinisti dichiari quasi il 40 per cento dei guasti, mentre il 30 per cento degli altri addetti alla guida ne dichiari il 70 per cento. Di conseguenza, conclude il rapporto, “non si tratta di un disagio diffuso tra tutti i macchinisti, con una distribuzione uniforme delle segnalazioni, ma piuttosto dell’azione di un gruppo ristretto di soggetti”. E così si è arrivati all’apertura di un’inchiesta interna, “per comportamenti potenzialmente anomali”, con 67 procedimenti disciplinari avviati da inizio agosto a oggi. In gran parte a carico di macchinisti della linea B, 20 dei quali sono oggetto di almeno due procedimenti. Per 16 dipendenti è già arrivata la sanzione, con sospensione temporanea dalla paga e dal servizio, mentre gli altri sono ancora sotto inchiesta.
Nel frattempo, l’azienda “ha rafforzato i controlli in linea e durante la presa in carico dei treni”, e introdotto “modalità più rapide per la valutazione dei guasti dichiarati e per un intervento immediato da parte della manutenzione, laddove necessario”. Provvedimenti avviati mentre è in corso l’iter del concordato preventivo per l’Atac, un Moloch su cui gravano debiti per oltre 1,3 miliardi di euro, di cui 275 milioni solo verso i fornitori. Ma la soluzione del concordato ha suscitato mal di pancia diffusi tra lavoratori e sindacati, nonostante le ripetute rassicurazioni del Campidoglio (“Non toccheremo i posti di lavoro”). Un altro motivo di tensione nella pancia dell’azienda dove spariscono le corse. Per guasti che forse non esistono.

Il Fatto 12.10.17
Il mondo mantenuto dai poveri
di Furio Colombo

Le cifre immense di ricchezze immense poste al sicuro nei “paradisi fiscali” con una vasta collaborazione tecnica, politica, economica, da coloro che consideriamo leader o classe dirigente, sono la prova che il mondo è sostenuto dai poveri. Apparentemente i sistemi di tassazione sono in vari tipi di proporzione al reddito, più pesanti per alcuni e più lievi per altri. Ma la realtà è rovesciata. Sui medi, i piccoli e i modesti compensi di lavoro la tassa è un peso sociale, un buco nella lotta per sopravvivere, che diventa più insopportabile per i lavoratori più poveri.
Ma un sistema inesorabile di controllo non lascia scampo all’intero universo del lavoro subordinato. Le Forze armate. Le scuole, gli ospedali, le autostrade, sono finanziate dalla parte povera del mondo, ciascuno con i pochi soldi che sarebbero indispensabili per finire il mese, o con la metà di un salario che consentirebbe una modesta agiatezza.
Fuori di questi confini, comincia il trucco della tassazione della ricchezza, sia essa di impresa, o di scambio o di rendita, che dispone di numerose e fantasiose piazzole di sosta dove può attendere mentre si studiano vie di fuga, disponendo di tempo e di libertà che non sarebbero mai concessi al reddito da lavoro. Ci hanno spiegato la strategia. Un atteggiamento benevolo e relativamente tollerante verso il capitale, incoraggia una parte dei grandi pagamenti che, altrimenti, potrebbero non avvenire mai. In questa fase (che sembra la battaglia finale di difesa della ricchezza, ma riguarda invece una serie di espedienti per tenere impegnata e dividere la politica fino a quando più o meno tutti, salvo pochi fuori gioco, si convincono che, con le buone, qualcosa si ottiene sempre, e che qualcosa è meglio di niente) cambiano i ruoli dei protagonisti della scena sociale.
Gli operai diventano ostaggi. “Spiacenti, ma dovremo chiudere e licenziare tutti se non accettate le nostre richieste”. Ma anche: “È necessario un taglio di una certa parte del personale, altrimenti non potremo rilanciare l’impresa e non saremo in grado di pagare”. Si parla di tasse, e dunque i governi si fanno attenti. Accade che i ministri del Lavoro partecipino (a volte con i sindacati) a preparare le liste degli ostaggi da offrire, qualche migliaio di vittime per il bene di tutti, un rito sacrificale che si ripete infinite volte. I politici diventano gabellieri. E devono essere gabellieri inesorabili con il lavoro, da cui bisogna esigere l’ultimo centesimo, e aggiungono le tasse nascoste dei ticket e degli improvvisi aumenti di tariffe (elettricità, treni), ma rispettosi con le imprese, altrimenti collezionano dati e valutazioni economiche che non favoriscono le rielezioni.
Alcuni intellettuali (specialisti di sociologia e di lavoro) assumono spontaneamente il ruolo dei prigionieri che facevano i comici nei campi di sterminio: ti spiegano che sono arrivati in massa i robot e non c’è più bisogno di operai. Ti dicono che bisogna imparare l’uso proficuo delle ore libere, che non sono poi così male. Ti suggeriscono uno slogan popolare in tempi completamente diversi: “Lavorare meno per lavorare tutti”.
Gli economisti contano in piccolo e, se possono, non alzano gli occhi per vedere dove si nascondono le grandi ricchezze. Sono medici militari che si prestano a dichiarare “abili al servizio” uomini e donne per compensi sempre più bassi. Intanto arrivano le cifre della ricchezza dislocata in un altrove che non fa più parte di ciò che chiamiamo “gli Stati” o “la società”.
Ti dicono che è evaporato il 10 per cento, il 20 per cento, il 30 per cento dei Pil del mondo. Devi per forza trarre alcune conseguenze. La prima è che si tratta, in realtà, di cifre molto più alte, perché, se questo sistema di separazione dei mondi funziona, non è ragionevole pensare che vi sia continenza e una propensione a dire “adesso basta”. Sottrarre tutto sembra un progetto possibile.
La seconda conseguenza è che tutti i conti del mondo sono falsi e che adesso si spiega, in modo antico, quasi da favola, la frase che precede tanti sacrifici: “Sono finiti i soldi” oppure “una volta si poteva ma adesso non si può più”.
La terza conseguenza è che, dopo un simile furto, non rimediabile e non punibile, se con gravi giudizi morali, non può continuare la politica come prima. E gli economisti devono smettere di non vedere l’immenso scarabocchio che cambia il senso dei loro trattati. Tutto, in condizioni immensamente difficili, deve ricominciare da capo. Deducendo le enormi perdite, ma smettendo di metterle a carico dei poveri.

il manifesto 12.11.17
La marcia dell’estrema destra si prende la festa polacca
Allarme nero. «Noi vogliamo Dio», la celebrazione dell’Indipendenza nazionale ostaggio dei fascisti. Il corteo sfila nel centro della capitale: «Restiamo il bastione della fede e della religiosità in Europa»
Varsavia, la marcia dell’estrema destra; sotto Donald Tusk alle celebrazioni ufficiali per l’Indipendenza polacca
di Giuseppe Sedia

VARSAVIA La Polonia scende divisa in strada per festeggiare il giorno dell’Indipendenza nazionale. Decine di migliaia di persone hanno preso parte alle celebrazioni in tutto il paese.
Come ogni anno, a sfilare ieri a Varsavia gli organizzatori della marcia nazionalista Marsz Niepodleglosci (corteo dell’indipendenza in polacco). Questa volta hanno ottenuto l’esclusiva delle principali arterie della città in quanto l’evento è stato ritenuto «ricorrente». È passato un anno dall’approvazione della legge sull’ordine pubblico che garantisce la precedenza delle autorizzazioni alle manifestazioni ricorrenti. Il Marsz Niepodleglosci ha rubato e continuerà a rubare la scena a tutti ogni 11 novembre, almeno per i prossimi quattro anni, così prevede la legge sulle manifestazioni, grazie all’attivismo del Campo nazional-radicale (Onr), una sigla para-fascista che ha invitato ieri nella capitale polacca un campione della cornucopia dell’estremismo europeo di destra.
ALMENO CINQUANTAMILA i manifestanti che hanno preso parte al corteo all’insegna dello slogan «Noi vogliamo Dio», le tre parole con cui fu accolto a Varsavia nel 1979 papa Wojtyla, ripetute da Donald Trump a luglio scorso durante il suo viaggio in Polonia: «Quel giorno tutti i comunisti a Varsavia hanno capito che il sistema oppressivo cui avevano dato vita sarebbe presto crollato», ha detto il presidente Usa.
«Vogliamo ricordare a tutti che la Polonia resta il bastione della fede e della religiosità in Europa», ha spiegato Robert Bakiewicz uno degli organizzatori del Marsz Niepodleglosci. C’erano anche Roberto Fiore di Forza Nuova, e Laszlo Toroczka, esponente di Jobbik, il partito xenofobo ungherese che scavalca ideologicamente a destra anche Fidesz di Viktor Orbán. Non ce l’ha fatta invece a essere dei loro il suprematista bianco americano Richard B. Spencer. Non sono mancati i saluti romani che i militanti di Onr usano disinvoltamente anche al pub, per ordinare cinque birre.
Per fortuna alla fine della giornata nessuno scontro tra l’Onr e gli esponenti dei controcortei indetti dal Comitato per la difesa della democrazia (Kod) e dalla Coalizione antifascista (Antifa). «Il governo polacco preferisce difendere i fascisti e lasciarli marciare nel cuore di Varsavia», si legge in comunicato di Antifa che riunisce diverse sigle tra le quali anche lo «Sciopero nazionale delle donne» (Osk), una rete nata in occasione di quel lunedì nero che aveva portato lo scorso anno in piazza migliaia di donne contro l’introduzione di misure ancora più restrittive in materia di aborto.
tusk-varsavia
A VARSAVIA, IERI, c’era anche Donald Tusk che ha preso parte alle commemorazioni dell’Indipendenza nazionale su invito del presidente polacco Andrzej Duda, esponente del partito della destra populista Diritto e giustizia (PiS). Il presidente del Consiglio europeo, la cui rielezione a Bruxelles a marzo scorso era stata osteggiata in modo plateale dal PiS, ha accettato per la prima volta l’invito di Duda. Un’iniziativa che suona come una pura formalità per molti commentatori ma che di certo non ha entusiasmato i falchi della formazione fondata dai fratelli Kaczynski. «A Tusk comincia a mancare lavoro a Bruxelles ed è per questo che torna in Polonia», ha commentato sarcasticamente il deputato del PiS Marek Suski.
MEGLIO SOLI che male accompagnati e così il numero uno del partito Jaroslaw Kaczynski ha lasciato Varsavia in pasto agli altri puntando invece sul castello di Wawel a Cracovia. E lì che ogni mese il leader del PiS va a deporre dei fiori nella cripta in cui giace il fratello Lech, scomparso sette anni fa nella catastrofe aerea di Smolensk. Un evento costantemente strumentalizzato in patria dal PiS per macinare tesi complottiste e sottolineare l’atteggiamento remissivo del governo precedente nei confronti della Russia nelle indagini sull’incidente costato la vita anche ad altre 95 persone. Ogni anno l’11 novembre la Polonia si ritrova divisa come prima più di prima.

Corriere 12.11.17
L’ultradestra xenofoba «ruba» la festa nazionale E divide la Polonia in tre
Raduno anti-immigrati nel giorno dell’indipendenza
di Maria Serena Natale

Nel giorno dell’unità, Varsavia si è divisa. Tre anime, stesse bandiere bianco-rosse. La Polonia delle istituzioni davanti al monumento al Milite ignoto. A poca distanza il corteo antifascista. Infine la marcia dell’ultradestra raccolta intorno allo slogan «Noi vogliamo Dio», richiamo a un’identità che fa perno su radici cristiane strumentalmente aggiornate in chiave anti-immigrazione. Novantanovesimo anniversario dell’indipendenza che nel 1918 segnò la rinascita della Repubblica: dopo le spartizioni tra Russia, Prussia e Impero Asburgico che per 123 anni l’avevano annientata, al termine della Grande guerra la Polonia ricompariva sulla mappa d’Europa sotto la guida del Maresciallo Józef Pilsudski, il Padre della patria erede della tradizione multiculturale dell’antica Confederazione polacco-lituana. Ieri, però, sono stati i nazionalisti a rubare la scena, regalando a questo 11 novembre la più forte partecipazione degli ultimi anni.
In 60 mila (stime della polizia) hanno sfilato in difesa della Polonia «baluardo» dell’Occidente cristiano, minacciata da presunte invasioni islamiche e liberismo selvaggio: un popolo eterogeneo che ha trovato una causa comune in quel «Vogliamo Dio» intonato dalla piazza il 2 giugno 1979, nella storica visita di Giovanni Paolo II. Parole citate ancora la scorsa estate dal presidente americano Donald Trump nel discorso di Varsavia, omaggio alla resistenza di una nazione che del cattolicesimo militante ha fatto un pilastro della lotta al comunismo.
Non era questo, tuttavia, lo spirito della piazza ieri. Accanto a cartelli «per un’Europa bianca di nazioni sorelle» si sono rivisti simboli dell’estrema destra xenofoba e antisemita degli anni Trenta. Slogan che avvicinano sempre più la galassia dell’estremismo europeo — alla marcia erano attesi rappresentanti di movimenti svedesi, slovacchi, ungheresi — e il suprematismo bianco della «destra alternativa» Usa.
Non aiuta a disinnescare l’aggressività crescente di questi gruppi il clima creato dal governo nazional-conservatore di Beata Szydlo, la premier «scelta» dal vero regista della politica di Varsavia, Jaroslaw Kaczynski. Un esecutivo entrato in conflitto diretto con le direttive di Bruxelles, a cominciare dal piano di redistribuzione dei richiedenti asilo. Ma deciso anche a ignorare gli ammonimenti su violazioni dello Stato di diritto come le recenti limitazioni all’autonomia della magistratura. «Dal 1918 non siamo stati sempre del tutto indipendenti», ha dichiarato ieri Kaczynski in riferimento all’occupazione nazista e alla dominazione sovietica. Richiami neanche troppo indiretti alle ragioni storiche della difesa a oltranza della sovranità nazionale.
Alla cerimonia istituzionale con il presidente Andrzej Duda, l’Europa era rappresentata dal capo del Consiglio Ue Donald Tusk, ex premier polacco e rivale di Kaczynski che lasciando Varsavia ha commentato: «Nessun politico in Polonia ha il monopolio del patriottismo».

il manifesto 12.11.17
Segnali di crisi in Alba Dorata
Grecia. Perde consensi il partito xenofobo ellenico, anche i tassisti si allontanano. Mentre è in corso il processo a 65 tra membri e deputati della formazione di estrema destra
di Teodoro Andreadis Synghellakis e Fabio Veronica Forcella

Dopo i recenti fatti di Ostia dei giorni scorsi – il risultato elettorale di CasaPound e la brutale e inquietante aggressione di Daniele Piervincenzi, il giornalista Rai della trasmissione Nemo – in Italia in molti temono il dilagare di fenomeni simili ad Alba Dorata, la forza neonazista greca. Eppure, il partito xenofobo dell’estrema destra ellenica, sta attraversando, una crisi molto profonda. I segnali sono molteplici e vanno tutti nella stessa direzione.
IL CAPO DEL PARTITO, Nikos Michaloliákos, nella città di Trikala, in Tessaglia, ieri è stato duramente contestato da parte di studenti, lavoratori, membri del consiglio comunale e dai rappresentanti di tutti i partiti. Nella piazza centrale della città, è stata organizzata una manifestazione antifascista, con lo slogan «il Führer è indesiderato, il fascismo non passa».
Inoltre, negli ultimi giorni, è arrivato un altro segnale, che potrebbe apparire di secondaria importanza, ma che invece è da ritenere molto significativo. Nelle elezioni sindacali dei tassisti greci, quattro anni fa, Alba Dorata era riuscita a superare la percentuale del 13% e dichiarava apertamente di puntare almeno al raddoppio dei consensi. L’anno scorso ha subito un crollo verticale, è quest’anno ha deciso di non presentarsi neanche alle votazioni di categoria.
Si tratta di un «termometro sociale» molto importante, dal momento che, quella dei conducenti e dei proprietari di taxi, non è mai stata, propriamente, una delle categorie più progressiste del paese. Inoltre, in un veloce quanto efficace video diffuso su internet, l’osservatorio Golden Dawn Watch, attraverso un rapido montaggio paragona la tensione e la violenza provocata dai neonazisti, in molte zone periferiche di Atene negli anni passati, e la tranquillità di oggi.
La conclusione a cui arrivano gli autori del filmato è che «senza Alba Dorata i nostri quartieri sono migliori», facendo capire, allo stesso tempo, che il processo in corso contro i membri del partito ha fatto comprendere a moltissimi greci la vera natura di «Chrysì Avghì-Alba Dorata». Si tratta del processo cominciato nell’aprile del 2015, che ha portato alla sbarra complessivamente sessantacinque membri e deputati del partito, con l’accusa principale di appartenere a un’organizzazione criminale. Una organizzazione che, dai pubblici ministeri, è ritenuta responsabile dell’uccisione del rapper di sinistra Pàvlos Fìssas, il 17 settembre 2013, di innumerevoli attacchi contro cittadini immigrati, in particolar modo venditori ambulanti, come anche di aggressioni contro sindacalisti di sinistra.
In una delle testimonianze rilasciata in aula, una donna, ex membro di Alba Dorata (che si trova sotto protezione ed ha deposto sotto anonimato, in teleconferenza), ha descritto i metodi usati dall’organizzazione: «Ci dicevano di menare i pachistani, era il loro hobby, non li consideravano delle persone», ha dichiarato la testimone. Che ha anche rivelato che un giorno, nell’estate del 2013, uno degli imputati per l’omicidio di Fìssas, insieme a un altro membro del partito neonazista, scendendo da un monte ha incontrato due pachistani. «Uno è riuscito a fuggire. L’altro è stato colpito in maniera durissima, gli sferravano calci sulla testa come se stessero tirando un rigore. È probabile che quest’uomo sia morto», ha deposto la testimone sotto protezione.
Dal processo, inoltre, emergerebbe anche che alcuni neonazisti avevano ottimi rapporti con la polizia, tanto da riuscire ad assicurarsi una sorta di «protezione» nel corso delle loro manifestazioni così da evitare di essere fermati, anche in casi eclatanti, come successe dopo un’aggressione ad una donna incinta.
ELEMENTI E TESTIMONIANZE raccapriccianti, che stanno rafforzando la coscienza democratica dei greci. Anche di chi – si spera – nei primi anni di una crisi economica dalla durezza inimmaginabile, si era fatto ingannare dalle promesse di finti e pericolosissimi patrioti, che desideravano sostituirsi, se possibile, a tutte le istituzioni dello stato, ad iniziare dalla polizia, per finire col paramento.
È chiaro che non si può ancora abbassare la guardia, come dimostra anche l’aggressione di Alba Dorata nei confronti dell’avvocata «dei migranti» Evghenìa Kouniàki, e di altre due donne, pochi giorni fa, accanto all’ingresso del tribunale di Atene.
Secondo gli ultimi sondaggi, Chrysì Avghì raggiungerebbe ancora il 6,7% delle intenzioni di voto, una percentuale molto vicina alle elezioni dell’autunno del 2015. Ma è impressione diffusa che nella società greca si stia iniziando a manifestare una nuova e salutare consapevolezza (grazie soprattutto a testimonianze e elementi inequivocabili), che ci si augura si possa rafforzare anche dopo la sentenza del processo in corso, prevista tra circa un anno.

Il Fatto 12.11.17
La guerra fredda del giornalismo
Soft power. La Piazza Rossa di Mosca con le celebrazioni per i cento anni della Rivoluzione del 1917, e il presidente Putin che interviene in una trasmissione tv con domande dirette dal pubblico
di Stefano Feltri

“I nostri soldati sono pronti a tutto, con il loro equipaggiamento possono affrontare ogni situazione, io li chiamo così i nostri giornalisti: soldati”. Irina Kedrovskaya si occupa di progetti web da un decennio e il suo successo maggiore è Sputnik: “In tre anni siamo diventati uno dei siti di informazione più importanti, sui social network raggiungiamo oltre 2 milioni di persone ogni giorno”.
Basta un tour nella redazione centrale di Spuntik, a Mosca, per capire le ambizioni: centinaia di giornalisti lavorano in silenzio assoluto sui loro computer, maxi-schermi a parte proiettano le varie home page di Sputnik e Bbc, molti editor hanno davanti un doppio schermo, su uno ci sono testi in russo, su altri in arabo, perché è in Medio Oriente che si combatte una delle battaglie decisive sull’opinione pubblica, la guerra in Siria si vince o si perde più sui media che sul campo, visto che quasi nessuno è in grado di verificare cosa accade davvero. Dal soffitto pende un cilindro su cui scorrono le news a rullo. Anche se il palazzo è sede dell’agenzia governativa Rossotrudnichestvo (al piano terra si tengono conferenze stampa dei ministri), l’atmosfera è quella di una vera agenzia stampa globale. Quando arriva una breaking news, per esempio un attentato, i giornalisti sanno perfettamente cosa fare: lanciano la notizia flash, poi si attivano i protocolli per preparare infografiche e approfondimenti, i cronisti sanno come muoversi, da Mosca gli editor coordinano il lavoro in 80 città nel mondo, gli algoritmi adattano le diverse home page in inglese, in russo e in tutte lingue in cui i contenuti vengono diffusi. A Sputnik non si considerano concorrenti di Tass o Interfax, due storiche e un po’ polverose agenzie russe, bensì di Reuters o Bloomberg.
La “macchina della propaganda”
Assieme al gruppo televisivo RT, già Russia Today, Sputnik è il principale strumento della “macchina della propaganda del presidente Vladimir Putin”, secondo un report della Cia americana datato 6 gennaio 2017. Il sito e la tv, scrive la Cia, “ha contribuito a influenzare la campagna elettorale (del 2016, ndr) come piattaforma per i messaggi del Cremlino al pubblico russo e internazionale”. A Sputnik e al Cremlino sono consapevoli di questa fama, ma la nuova Guerra fredda, come quella vecchia, si combatte anche sul piano psicologico. E la Russia considera un diritto contrattaccare. Irina Kedrovskaya è uno dei relatori alla “Scuola Sputnik per giovani giornalisti”, programma organizzato dall’agenzia governativa Rossotrudnichestvo per rappresentanti dei media, cinque giorni a Mosca per “facilitare una percezione oggettiva dei cambiamenti economici, scientifici, culturali ed educativi che avvengono in Russia”.
Quaranta giornalisti, da Cuba all’Iran alla Serbia alla Slovacchia all’Italia, anche il Fatto Quotidiano ha potuto partecipare. I giornalisti dei Paesi più ostili a Vladimir Putin mancavano: nessun americano, finlandese, francese o tedesco.
Sputnik è il cuore di quella che Usa e Ue considerano la macchina della propaganda di Putin, capace addirittura di cambiare l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, a favore di Donald Trump. Twitter ha annunciato di non accettare più inserzioni a pagamento da RT e da Sputnik, “vogliamo proteggere l’integrità dell’esperienza degli utenti”, ha spiegato l’azienda. “Non pensavo che Twitter fosse sotto il controllo dei Servizi segreti Usa, ma ora Twitter sembra ammetterlo”, ha risposto Margarita Simonyan, direttore di Rt e architetto di questa nuova era dei media governativi russi. Twitter donerà in beneficenza 1,9 milioni di dollari ricevuti da RT e Sputnik durante le elezioni del 2016.
Dimitri Peskov, il potente portavoce di Putin, ha spiegato a Jim Rutenberg del New York Times che non è la Russia ad aver scelto di combattere questa guerra a colpi di news, si è limitata al “contrattacco”: tutto comincia con le “rivoluzioni colorate” nei primi anni del potere putiniano a inizio anni Duemila. Georgia, e poi Ucraina, Kirghizistan: al Cremlino si convincono che l’Occidente usa organizzazioni non governative e media per sobillare le opinioni pubbliche nell’area di influenza russa e si prepara a fare lo stesso a Mosca. Tra le controffensive, nel 2005, Putin decide di finanziare il progetto di Russia Today, affidato a una giornalista 25enne, Margarita Simonyan. L’idea era di creare un network tv che trasmettesse ai russi all’estero un’immagine rassicurante del Paese, ma la Simonyan lo ribattezza Rt e lo trasforma nella risposta alla Cnn. Rt non parla di Russia, parla del mondo da una prospettiva russa. Nel 2014 la stessa operazione viene replicata sul web: la radio Voice of Russia e l’agenzia di stampa Ria diventano Sputnik (il satellite lanciato nel 1957 è l’ultimo trionfo tecnologico che la Russia può vantare).
Modello Al Jazeera
Il progetto nasce con una esplicita matrice governativa, da un decreto del Cremlino. “Quando qualcuno voleva scrivere di Russia, non poteva accedere direttamente a contenuti prodotti qui e doveva basarsi su media locali che li mediavano, con molte distorsioni, per questo è nato Sputnik – spiega Vasily Pushkov, responsabile dei progetti internazionali di Sputnik –. Il modello sono Al Jazeera del Qatar e l’agenzia cinese Xinhua, Sputnik deve essere un prodotto competitivo con le grandi agenzie di stampa internazionali”. Ma che credibilità può avere una testata che è espressione diretta del potere di Vladimir Putin? Vasily Pushkov si aspetta la domanda, anzi, si può dire che è proprio per dare la risposta che organizza la “Scuola per giovani giornalisti”. E la risposta è articolata: “Io sono nato nell’Unione sovietica, negli anni Ottanta, e voi in Occidente denunciavate un regime che bloccava la pluralità delle fonti di informazione, ci spiegavate l’importanza di ascoltare ogni punto di vista, io ora guardo Euronews ogni mattina, ma perché dovrebbe bastarmi?”. Tradotto: avete voluto la libertà di espressione? Ora dovete accettare che pure la Russia si esprima. Propaganda e indipendenza, poi, sono due concetti scivolosi: “Ne parliamo ancora come se fossimo nella Guerra fredda, ma davvero oggi qualcuno pensa che si possano manipolare le opinioni, quando perfino in Corea del Nord la gente si informa con i telefoni comprati al mercato nero? A tutti i giornalisti piace definirsi indipendenti, ma c’è sempre qualcuno che paga il loro stipendio e a nessuno piace spendere per leggere cose che non apprezza”.
Se Sputnik fosse soltanto un sito che racconta l’attualità con una prospettiva russa, nessuno lo noterebbe. Ma quello che scrive ha conseguenze politiche, tanto che il Congresso americano non accetta più gli accrediti dei suoi giornalisti, li tratta come rappresentanti di un governo estero invece che da cronisti. E il presidente francese Emmanuel Macron ha espulso il corrispondente di Sputnik dal team autorizzato a seguire l’Eliseo: durante tutta la campagna elettorale il sito russo pubblicava articoli come “Macron potrebbe essere un agente americano, lobbista degli interessi delle banche” (Sputnik vuole sempre mantenere una patina di oggettività: non si tratta di un editoriale ma di un’intervista a un oscuro deputato dei Republicains, Nicolas Dhuicq le cui parole il sito si limita a riportare). Decidere che posizione tenere sulle elezioni in Francia, o su quelle imminenti in Italia, sembra più una questione di politica estera che di linea editoriale. Anton Ansimov, giovane vicedirettore di Sputnik, rivendica: “Mai ricevuto una telefonata dal Cremlino per dirmi come coprire le elezioni in Francia”. Poi, forse con una punta di ironia, aggiunge: “Vorrei che fosse successo, così sarei stato sicuro di non sbagliare”.
Non si tratta tanto di inseguire le dichiarazioni di Putin, o di anticiparle. Sputnik ha un metodo, prima che un contenuto: seminare il germe del dubbio sul Web e sui social, mettere in discussione la versione dei media tradizionali, cioè occidentali. Un esempio: il dittatore Bashar al Assad è sostenuto dalla Russia, ma è anche considerato il principale responsabile della morte di oltre 400.000 siriani dal 2011 a oggi. La principale fonte dei dati sulle vittime è l’Osservatorio siriano per i diritti umani. “Sapete quanta gente ci lavora?”, chiede Oleg Dimitriev, consulente per la formazione di Spuntik, alla platea di 40 giornalisti internazionali. Risposta: “Una sola persona e da Londra”. Quindi non ha nessuna credibilità, come ha denunciato Rt nel 2015. Ma nel 2013, il New York Times aveva dato anche alcuni dettagli che i media russi omettono: a Londra, l’Osservatorio è gestito soltanto da Osama Suleiman, che però si avvale di uno staff di quattro persone in Siria e 230 attivisti sul campo. Chi avrà ragione? Rt o il New York Times? Già farsi la domanda indica che qualche giorno nella “scuola” di Sputnik inizia a produrre i suoi effetti.
A ciascuno le sue “fake news”
Oleg Shchedrov, già giornalista e poi direttore della russa Interfax, un ventennio alla Reuters è il profeta supremo del dubbio: divide noi “giovani giornalisti” in quattro gruppi e assegna due temi: il veto della Russia nel Consiglio di sicurezza Onu sulla risoluzione anti-Assad sulle armi chimiche e il pericolo nucleare della Corea del Nord. Due gruppi devono analizzare la copertura dei media occidentali, altri due dei media russi in inglese, per identificare i pregiudizi, le “parole emozionali” che vogliono provocare reazioni nel lettore, il rispetto della regola che prevede di sentire sempre la controparte (cioè i russi). Non è difficile intuire lo scopo dell’esercizio. “Se vuoi uccidere una storia, rendila molto oggettiva”, è una delle massime che Shchedrov dispensa per spiegare la linea della Russia sulla Corea del Nord (critica ma senza arrivare a trovarsi a fianco degli Usa contro Kim Jong-un).
I “giovani giornalisti” ascoltano e prendono appunti: molti arrivano da agenzie di stampa o televisioni pubbliche di Paesi con una democrazia dalla qualità discutibile. Sono abituati a questi paletti. Per alcuni partecipare alla scuola di Sputnik è un problema: il gruppo di giornaliste bulgare viene criticato in patria, un giornalista di un Paese dell’Europa ex sovietica (evitiamo il nome) evita di fare domande così non deve presentarsi e citare la testata per cui lavora. Teme di ritrovarsi sulla lista nera dei giornalisti filo-putiniani e di rovinarsi la carriera. Perché Sputnik è ancora piccolo e marginale in Paesi come l’Italia – ci scrivono dal veterano Giulietto Chiesa a Marco Fontana, che è anche responsabile dell’ufficio stampa dell’Ordine dei pediatri – in zone più sensibili per gli interessi russi Sputnik è una voce influente: in Libano viene rilanciato da una tv, in Slovacchia l’agenzia di stampa pubblica Tsar ha dovuto cancellare il suo contratto con Sputnik dopo un solo mese per le proteste. E così via.
Ogni settimana, la Commissione europea produce una “Rassegna di disinformazione”, a cura di una specifica task force, che censisce i casi di fake news o manipolazioni dei media russi o filo-russi, Sptunik è spesso il bersaglio delle accuse. Ma il ministero degli Esteri guidato da Sergej Lavrov reagisce di conseguenza. “Abbiamo lanciato anche noi un progetto di lotta alle fake news, analizziamo gli articoli che parlano di Russia sui principali media e poi denunciamo sul sito del ministero quelli che contengono bugie”, spiega al Fatto Sergey Nalobin, il funzionario a capo delle strategie digitali del ministero degli Esteri. È uno degli ultimi incontri nel seminario di Sputnik e sembra confermare quanto negato a più riprese nei giorni precedenti, cioè che i nuovi e aggressivi media internazionali basati in Russia e voluti dal Cremlino siano strumenti della politica estera di Putin. “Noi vogliamo soltanto offrire risposte a chi viene privato delle informazioni corrette da parte di giornalisti poco professionali che neppure sentono il parere dell’ambasciata o del ministero quando scrivono di Russia”, spiega Sergey Nalobin che ama citare Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ridono di te, poi combattono, poi vinci”. Al ministero sembrano pensare di essere nella penultima fase: nessuno ride più ma si combatte. Tra le varie attività, il team di 85 persone che si occupa di informazione duella anche via Twitter e Facebook con le fake news anti-russe: “Cerchiamo di rispondere in tempo reale, valutiamo se l’autore dell’affermazione è un troll o un esperto, un politico o un giornalista e se l’interlocutore è rilevante replichiamo subito”.
L’unica Russia da mostrare all’estero
Oltre ai seminari, la “scuola per giovani giornalisti” prevede anche una breve passeggiata sulla Piazza Rossa e una singolare scelta turistica per l’unico momento dedicato alle visite di monumenti: il Cremlino Izmailovo, una specie di ricostruzione della Russia in miniatura, molto lontano dal centro dove guide autoctone in abiti finto-tradizionali di poliestere illustrano come si faceva il pane nelle campagne, la storia delle Matrioske e l’arte ceramica. Tutto finto, incluse le chiese ortodosse di legno senza chiodi, questa imitazione risale al 2001, al debutto dell’era Putin. Chissà, forse è un modo di trasmettere ai giornalisti dei Paesi considerati amici l’immagine di una Russia che rimane connessa alle sue radici ma si è liberata di tutta la sua storia recente, dagli zar al comunismo al caos degli anni Novanta.
C’è il finto Cremlino e poi c’è quello vero, da dove Vladimir Putin governa su una Mosca immacolata e ordinatissima pronta ad accogliere trionfalmente i Mondiali di calcio del 2018. E questa è la sola Russia che Sputnik e gli altri media di Mosca vogliono che venga raccontata.

il manifesto 12.11.17
Sui marciapiedi della rivoluzione
Per il centenario del 1917 al Partito comunista di Zyuganov viene consentito di sfilare solo sulla corsia laterale. Ma agli ospiti stranieri il comune di Mosca offre una sontuosa cena sul fiume. Ufficialmente si festeggia solo l’Armata Rossa e si approfitta di un lungo ponte. Putin è attento a costruire un immaginario che può coinvolgere tutti, ma in chiave nazionalista
Anniversario del 1917 a Mosca: si festeggia l'Armata rossa
di Luciana Castellina

MOSCA Sulla fusoliera dei velivoli Aeroflot, ma anche sulle mostrine delle divise di piloti e hostess, e persino sul dorso dei durissimi biscottini che passano a bordo, la falce e il martello sono rimasti. Così anche sulle uniformi della marina, non su quelle della fanteria e della polizia, tantomeno sulle bandiere. Come per le statue e i nomi della toponomastica le regole, dopo più di un quarto di secolo dalla fine dell’Urss, rimangono incerte, affidate al rispetto della fluttuante sensibilità dei singoli corpi dello stato. (L’Aeroflot mi ha colpito perché mi ha ricordato quando, nel ’91, nel bel mezzo del crollo, il Komsomol dell’università di Novosibirsk mi invitò assieme a un folto e variegato gruppo di sinistra europea a discutere di cosa era il socialismo; e, poiché non avevano i mezzi finanziari per farci viaggiare, ci fecero caricare su un aereo militare col quale, seduti per terra come reclute, raggiungemmo la lontana meta siberiana. «L’aviazione – fu la loro criptica spiegazione – è amica del Komsomol». Qualcosa dell’ anarchia del tempo, nonostante Putin, è forse rimasta). Falce e martello le ho ritrovate in abbondanza anche sulla piazza Rossa, proprio il 7 novembre. Non, sia chiaro, per via della Rivoluzione del 1917, che, ufficialmente, non si celebra più, bensì per via della vittoriosa resistenza dell’Armata Rossa, sostenuta dalla popolazione in armi, nel 1941, quando l’esercito nazista era arrivato quasi sotto le mura della capitale. Un’ennesima «furbata» di Putin, attento a costruire un immaginario sincretico che coinvolga tutti, per non offendere nessuno e però stemperare la rivoluzione nel nazionalismo.
LA RUSSIA CON LE ICONE del passato, e soprattutto col calendario delle ricorrenze, non ha ancora trovato pace. E perciò, per non creare troppi problemi, si è intanto finiti per allungare oltremisura un ponte che consente in qualche modo di rispettare almeno le abitudini stagionali dei cittadini, da un secolo abituati a festeggiare il 7 novembre come fosse Natale.
Moltissimi i cinesi venuti per la ricorrenza, accorsi insieme a tanti di tutte le nazionalità sulla piazza Rossa riaperta al pubblico quando le autorità se ne sono andate. Uno di loro ha snodato assieme a molti amici uno striscione che recava una scritta rivoluzionaria nella loro lingua. Lo noto perché porta un cappotto blu di taglio londinese, ed è seguito da moglie e due figlie decenni, tutte e tre in pelliccia di visone. Ha ragione di ringraziare l’Ottobre: senza quella rivoluzione il suo paese, e lui stesso, chissà cosa sarebbero.
Tutto, certo, è un po’ surreale. Il massimo si raggiunge all’hotel Ucraina, collocato in una delle «sette sorelle» (così venivano chiamati i sette grattacieli a pinnacoli dell’epoca staliniana che a lungo sono stati lo skyline moscovita, oggi in gara con Moscow City, un mazzo di grattacieli modernissimi dove vive la finanza russa e internazionale).
L’HOTEL UCRAINA, dove ricordo di aver alloggiato nel ’61 con una delegazione della Fgci guidata da Occhetto, ora si chiama Radisson. È stato lussuosamente rimodernato e però – stravaganti ospiti – sono rimaste a decorare gli atri di marmo le statue che ritraggono operaie e contadini.
Difficili da decifrare anche gli intrecci che continuano a collegare questo o quel gruppo politico. I delegati stranieri ospiti del «Forum Internazionale delle forze di sinistra», indetto dal Partito comunista di Zyuganov, un po’ in declino ma tuttora forte di una delegazione di deputati alla Duma che supera il 20 per cento, hanno potuto godere di una sontuosa cena a bordo di tre lussuosi battelli che hanno navigato di notte lungo la Moskova, fra il tripudio di luci della capitale notturna: offerta dal Comune di Mosca! (Il quale al Pcr, dopo questo regalo, ha però recato l’offesa di autorizzare la marcia del 7 novembre solo lungo il marciapiede della centralissima Ulitza Tverskaya).
Sono stata contenta di esserci andata anche io, grazie all’inclusione offertami dai compagni italiani accreditati: Rifondazione Comunista, il PCd’I. Contenta perché, sebbene molti fossero partiti comunisti residuali, si tratta pur sempre di militanti che combattono in condizioni durissime. Cito per tutti quello dello Yemen. Forze, comunque, talvolta anche vincenti: al mio tavolo – con grande commozione – ho ritrovato i compagni dello Swapo, la coraggiosa guerriglia namibiana, che, accompagnata dal Mpla angolano, avevo incontrato negli anni ’80 nel loro accampamento nella giungla, a ridosso della linea del fronte, bombardata dagli aerei del Sud Africa, subentrato come occupante coloniale all’Impero tedesco. Una guerriglia vittoriosa anche nel tempo: dal 1990, data dell’indipendenza finalmente conquistata, ad oggi, al governo è rimasta la Swapo, e fino all’anno scorso presidente il compagno Sam Nujoma, conosciuto allora. Il suo successore ha ottenuto in democratiche elezioni l’86,73% dei voti.
piazza rossa anniversario 52
CURIOSO ANCHE IL LEGAME fra il gruppo «Alternative», organizzatore della Conferenza sul centenario cui ho partecipato e di cui ha scritto già Yuri Colombo. La sera del primo giorno tutti gli ospiti stranieri sono stati invitati nella bellissima antica sede della «Società degli economisti liberi», fondata dall’imperatrice Caterina, poi sovietizzata, ora nuovamente «libera». Ospiti del suo attuale presidente, Sergey Bodrunov, oggi diventato molto ricco e però rimasto a suo modo comunista, tanto da aver offerto la grande sede dell’Università di scienze finanziarie e giuridiche da lui fondata, per tenere i nostri lavori.
Prima della cena un dibattito introdotto dal padrone di casa con una lunga relazione di politica economica in cui ha rivendicato l’importanza di Keynes, «fratello gemello di Marx». Ha sostenuto con destrezza una sorta di via tecnologica al comunismo: come diceva Marx, grazie all’alto livello del lavoro cognitivo, l’uomo non sarà più subalterno alla macchina, ma suo controllore. In piena sintonia con lui Cheng Enfu, membro dell’Accademia cinese di scienze sociali. Poi è toccato parlare a Samir Amin, che, seduto accanto a me sentivo scalpitare: gliene ha «cantate» a tutti e due. Così come ha fatto, subito dopo, il professor Kotz della Massachusetts University di Amherst.
Bodrunov ha risposto a tutti con serietà e gentilezza, chiedendo di poterli chiamare compagni; poi ha premiato con una bellissima statuetta d’oro sia Cheng Enfu che Samir Amin (di cui ha anche edito un libro).
LA CONFERENZA promossa da Alexander Buzgalin, uno dei pochi giovani russi che si è unito a noi nei Forum sociali mondiali, ora importante docente di economia all’Università di Mosca ma anche instancabile militante, è stata molto interessante. Impossibile darne conto qui. Solo un cenno: un’inconsueta informazione dei docenti cinesi di marxismo su un dibattito interno più ricco di quanto sappiamo.
Più difficile trovare sintonie con la problematica dei russi, tutt’ora intenti a chiedersi come è potuto capitare lo stalinismo. Sono rimasta colpita dall’assenza di ogni riferimento a Gramsci, sostanzialmente uno sconosciuto (ma con noi c’era suo nipote Antonio, molto simpatico e però, ovviamente, non sostitutivo del nonno).
Piccoli o grandi gli appuntamenti del centenario sono stati tantissimi. E tutte le reti tv hanno dato spazio infinito alla Rivoluzione: da sconosciuti film documentari, a dibattiti sul significato di quell’evento, a due popolarissimi film televisivi a puntate, uno sulla vita (anche privata) di Lenin, uno su quella di Trotsky.
Quel che colpisce di questo paese, e ritrovo ogni volta che ci torno, è quanto forte e diffuso, nonostante la sua storia tormentata, sia l’orgoglio per essere stato il popolo che ha assaltato il cielo con quella indimenticabile rivoluzione; e che ha dato vita per settant’anni a un paese che ha segnato la storia del mondo. Se Putin trionfa col suo nazionalismo e la sua politica antidemocratica è perché il furibondo e stupidissimo anti russismo occidentale gli ha dato spazio.
PER FINIRE la mia cronaca di queste giornate: al termine della nostra conferenza Buzgalin ha allestito una sorta di cabaret. Sul palco Samir Amin che ha impersonato Stalin; Savas Matsas, docente all’Università di Atene, Trozky; due eminenti russi di cui non ricordo il nome, Plekhanov e Zinoviev. Nessuna donna prevista, ma appena ho protestato mi hanno consentito di rappresentare Aleksandra Kollontaj. A tutti è stato chiesto cosa avrebbero fatto oggi, 2017. Ne ho approfittato per dire che nessuno aveva parlato della sola rivoluzione che da cento anni a questa parte ha mietuto qualche non secondario successo: quella femminista. Purtroppo ignorata da tutti gli eventi.

Il Fatto 12.11.17
“Il comunismo era il regno di Dio sulla terra”
A 95 anni la spia che tradì l’Occidente non si pente: “007 sovietici dalla parte del bene”
“Il comunismo era il regno di Dio sulla terra”
di Sabrina Provenzani

Ora si fa chiamare George Ivanovich. Ma il mondo lo conosce con un altro nome: George Blake. Agente al servizio di Sua Maestà – e del Kgb – durante la Guerra fredda.
È la spia che ha fatto più danni, rivelando ai russi, negli anni Sessanta, l’identità di tutti gli agenti britannici a Berlino. Non si è mai considerato un traditore. “Per tradire qualcosa devi prima appartenervi. Io non sono mai stato parte della società britannica”.
Nato a Rotterdam nel 1922 in una famiglia alto borghese, padre ebreo e madre calvinista, da bambino vuole diventare pastore protestante. Sogno infranto dalla morte del padre e dallo scoppio della guerra. Trascorre un’adolescenza cosmopolita da ricchissimi parenti al Cairo, poi entra nella Resistenza olandese. L’MI6 lo nota giovanissimo: a 26 anni è già in Corea, allora sull’orlo della guerra civile, per reclutare agenti russi.
Catturato dai Comunisti del Nord, nei tre anni di prigionia assiste ai bombardamenti americani sulla popolazione civile. “È stato allora che ho capito di non essere dalla parte giusta”. È anti-americano come Kim Philby, ma lo muove anche una dimensione religiosa, residuo del calvinismo che lo ha formato: “Ho sempre visto il Comunismo come un tentativo di creare il regno di Dio sulla terra. I comunisti tentavano di farlo tramite le azioni, invece che con preghiere e precetti”, spiegherà in seguito alla Bbc.
Quando torna nel Regno Unito è accolto come un eroe e assegnato al Foreign Office. All’ora di pranzo, quando i colleghi escono per mangiare, fotografa documenti riservati, poi prende la metropolitana e li passa ai suoi contatti nel Kgb. Viene scoperto nel 1961. Dopo tre giorni di interrogatorio Blake ammette tutto, ma assicura di aver posto al Kgb la condizione che nessuno degli agenti “bruciati” venga giustiziato. Viene condannato a 42 anni di detenzione, pena forse corrispondente ad un anno per ogni collega “scomparso”. Scappa dal carcere di Wormwood Scrub nell’ottobre 1966 con due complici e l’aiuto di una coppia di attivisti antinucleari che lo nascondono in uno scomparto segreto del loro furgoncino.
Ripara nell’allora Unione Sovietica, che lo tratta con tutti gli onori anche dopo la caduta del regime. Sabato ha compiuto 95 anni e il giorno prima, tramite i servizi di sicurezza russi, ha rilasciato una dichiarazione controversa come tutta la sua vita: “Gli agenti segreti russi sono gli eroi di una vera battaglia fra il Bene e il Male” e tocca a loro “la difficile e cruciale missione di salvare il mondo in una situazione in cui i rischi di un conflitto nucleare e la conseguente auto-distruzione dell’umanità sono tornati attuali per colpa di politici irresponsabili”.
Quasi certamente l’ennesima operazione di propaganda putiniana. A Putin, George Ivanovich deve tutto: la sua dacia, la sua pensione, la sua sicurezza. Ma in privato avrebbe dichiarato di disprezzarlo, come disprezza la Russia che Putin ha creato.
“Io sono rimasto comunista – avrebbe confessato di recente ad un vecchio collega del Foreign Office – sono i russi che hanno mandato tutto a puttane”.

Il Fatto 11.11.17
“Il comunismo delle intenzioni vivrà quello sulla Terra non è mai riuscito”
Paolo Mieli - Al Teatro Vittoria di Roma con “Era d’ottobre”. Cento anni dalla Rivoluzione russa
di Alessia Grossi

“C’è un comunismo delle intenzioni, che tutti coloro che istintivamente reagiscono a soprusi, ingiustizie, sopraffazioni, ruberie di pochi su tanti, hanno nel cuore e un comunismo in Terra. Il primo esisterà sempre, anche se non avrà più quel nome. Il secondo non si è mai realizzato, almeno non senza accompagnarsi alle più feroci dittature, stermini e uccisioni”.
È il bilancio, a cent’anni dalla Rivoluzione russa che Paolo Mieli, già direttore del Corriere della Sera, mette in scena in Era d’ottobre oggi e domani al Teatro Vittoria di Roma, dopo il debutto al Festival dei due Mondi di Spoleto. Un gioco per immagini, un viaggio nel quadro I funerali di Togliatti di Renato Guttuso. “Un dipinto che si colloca a metà strada nel cammino del comunismo: più o meno a cinquant’anni dalla rivoluzione del 1917 e da oggi”, spiega Mieli. Ed è proprio “il viaggio nel quadro a darci il senso anche della consapevolezza che del comunismo si aveva in quel momento storico”, chiarisce il giornalista. “Guttuso, infatti, non era un artista come un altro, essendo membro del Comitato centrale del Partito comunista italiano. E proprio attraverso lo stratagemma del ‘chi c’era e chi non c’era’ nel suo dipinto capiamo tante cose”.
L’opera, che venne esposta a Mosca nel 1972, al suo interno rappresenta anche “membri del partito comunista, dirigenti oscuri come Dimitrov, segretario dell’Internazionale comunista negli Anni 40, ad esempio. Accanto a Lenin, Stalin, Dolores Ibarruri, Ho chi Minh”, elenca Mieli. “Ma non ci sono Trotzky, Krusciov, Mao, Fidel Castro, Che Guevara, Solgenitsin e Dubcek, anche se ognuno di loro al momento della creazione dell’opera era già presente nella Storia”. Un escamotage teatrale quello di Paolo Mieli, bilanciato su assenze e presenze da cui sul palco fa nascere la riflessione dello spettacolo e che “è nata – chiarisce – da un’idea di Pepe Laterza che mi invitò a una conferenza ‘Le lezioni di Storia’ a Milano a Santa Maria delle Grazie”. La lezione teatrale è sulla storia del comunismo. “Quello che si è provato a mettere in atto in Terra”, spiega Mieli, “e che ha fallito” divaricandosi dal comunismo delle intenzioni, che ognuno di noi può avere nel cuore e che può rivendicare senza pagare dazio proprio perché il primo non ha mai avuto una sua Norimberga: un processo cioè che condanni tutti gli atti terribili di cui si è macchiato”.
Una disamina, quella del giornalista e conduttore de La grande Storia, che ripercorre un secolo di comunismo – a differenza dello spettacolo dell’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, che a teatro porta le cronache dalla rivoluzione uscite sul quotidiano – “un opera straordinaria”, secondo Mieli, “diversa dalla mia perché si focalizza su quello che per me è un punto di partenza, cioè il momento in cui è nato, ed è stato concepito per essere applicato ai paesi sviluppati dell’Europa occidentale” ciò che oggi “è rimasto invece in Asia e nei paesi meno sviluppati”. E se dovesse essere dipinto nel 2017 chi ci sarebbe e chi no nel quadro di Guttuso? “Sicuramente molti asiatici”, risponde Mieli. E se dovessimo rincontrarci tra cento anni, ne è sicuro “esisterà ancora il comunismo, anche se con un altro nome. Non esisterà più nei paesi asiatici, che saranno andati oltre, ma – azzarda un pronostico – saranno passati ad altri regimi, come in Russia”. Mieli ne è convinto infatti: “Si terranno il dispotismo pur mollando gli emblemi, i simboli del comunismo”.
Il bilancio secolare dunque non è positivo per il comunismo storico. E, a proposito di simboli, nello spettacolo non c’è soltanto analisi, critica e Storia con la maiuscola, ma anche un finale consolatorio. Slegato dal bilancio di un centenario perché “viaggiava già da 30 o 40 anni prima della Rivoluzione, veniva da lontano e arriva ancora oggi a chi crede nell’emancipazione degli oppressi”.

La Stampa 12.11.17
Giappone, tra i giovani dilaga il suicidio assistito in rete
Soli e senza aiuti psicologici, molti ragazzi affidano la loro depressione al web L’ultimo caso scoperto nelle casa di un 27enne: in nove si sono tolti la vita
di Cristian Martini Grimaldi

A Tokyo 54 ragazze adolescenti commettono un suicidio di massa gettandosi davanti ad un treno. Poco dopo, in un ospedale, due infermieri si lanciano da una finestra. Tre detective vengono informati da un hacker che esiste un collegamento tra i suicidi e un sito web. Era il 2002 quando usciva Jisatsu Sakuru (Suicide Club), il film cult di uno dei più geniali registi nipponici, Sion Sono.
In quella fiction c’erano già tutti gli elementi di una realtà che da lì a poco sarebbe esplosa: i suicidi e l’uso della rete.
I primi casi di suicidio collettivo «assistito dal web» risalgono ai primi anni del 2000. Nel 2003 tre persone decisero di togliersi la vita ad Iruma City addormentandosi in una stanza con dei tizzoni di carbone accesso. Le vittime non avevano nulla in comune eccetto il fatto che si erano incontrati su un sito dal nome «Bacheca dei suicidi collettivi», dove avevano scoperto che esisteva un metodo indolore per morire.
Legati dalla rete
La ricerca di un metodo indolore per commettere un suicidio è una delle chiavi per comprendere anche l’ultimo dei casi di suicidio-assistito/omicidio (le indagini sono ancora in corso) legati all’uso della rete.
Nove corpi smembrati (la più giovane una ragazza di appena 15 anni) sono stati scoperti nella casa di un ragazzo di 27 anni nella prefettura di Kanagawa.
Il ventisettenne aveva preso ad esplorare la rete alla ricerca di persone che manifestavano il desiderio di volersi uccidere. Le contattava dicendo di voler commettere egli stesso suicidio, suscitando immediatamente empatia. Suggeriva loro di conoscere un modo facile e indolore per togliersi la vita. Era questa l’esca perfetta: «Se sbagli a impiccarti soffrirai solamente», scriveva nei suoi messaggi via Twitter. Informava le sue «prede» di essere in possesso della «corda giusta» e il posto ideale (un loft) dove l’aspirante suicida non poteva correre in alcun modo il rischio di una penosa agonia per un nodo magari sbagliato. In nove si sono fidati e l’hanno raggiunto nel suo appartamento.
È da almeno quindici anni che il governo giapponese è alla ricerca di soluzioni per arginare il tasso di suicidi del Paese, si va dai programmi di consulenza all’oscuramento di siti web che offrono indicazioni e consigli su come togliersi la vita, ma l’uso di Twitter attraverso account anonimi rende tutto molto più complicato.
Per di più in Giappone non esiste una vera e propria cultura del counseling analoga all’Occidente, dove ci si rivolge allo psicologo magari anche solo per l’elaborazione di un lutto sentimentale. Qui lo psicologo è una figura terribilmente seria, un dottore che tratta importanti malattie della mente, ma il desiderio di commettere sudicio non rientra tra queste. Si va da uno psicologo per confessare i propri dubbi, le proprie paure e le proprie debolezze, ma tutto ciò nella cultura giapponese equivale a una vergogna, sono cose che si tengono per sé o al massimo le si «gridano al mondo intero» dal megafono del web, con la precauzione fondamentale di un nome fittizio.
La prigione
I giovani giapponesi trovano così su Twitter il canale perfetto per sfogare difficoltà familiari, noie lavorative o solo banali frustrazioni quotidiane.
Quando la vita non sembra più avere un senso l’aspirante suicida, sia esso lo studente bullizzato o l’impiegato sfiancato dagli orari d’ufficio, si trova davanti a un bivio: continuare con la vita di sempre, diventata però intollerabile, o interrompere il percorso iniziato, sia esso scolastico o lavorativo. Spesso ci si trova incapaci di scegliere tra queste due strade: abbandonare il lavoro (o la scuola) è un venire meno alle proprie responsabilità, un «nigeru», una scappatoia imperdonabile. Come asini di Buridano gli aspiranti suicidi restano intrappolati in questo spazio di logorante indecisione che col tempo assume i contorni di una prigione, e l’unica soluzione a quel punto è togliersi la vita.
Il giapponese medio non può contare su amici o professionisti dell’ascolto cui confessare ciò che veramente ne tormenta l’animo, e così capita che ne trova uno qualsivoglia in rete. Dunque non stupisce se l’ultima dichiarazione del presunto killer dei nove aspiranti suicidi è stata proprio l’ammissione che, secondo lui, quelle persone in fondo non volevano commettere suicidio (una cosa è scriverlo una cosa è farlo). Ecco, forse cercavano solo qualcuno a cui confessare i propri problemi.

La Stampa 12.11.17
Un milione e mezzo di donne molestate
Nove donne italiane su cento subiscono ricatti hard e abusi sul posto di lavoro. Secondo l’Istat le molestie avvengono già al primo colloquio.
La Cgil: “Fenomeno considerato normale, zero denunce”
di Paolo Baroni

«Ma mica le molestie ci sono solo nel mondo del cinema. Adesso va di moda questa narrazione, ma la questione non si ferma certo solo ad attrici e registi», avvisa Loredana Taddei responsabile delle politiche di genere della Cgil. Basta infatti alzare il velo sul mondo del lavoro per scoprire una realtà, purtroppo quotidiana, che presenta cifre impressionanti e che è fatta di avance, ammiccamenti, battute, ricatti e violenze, che nei casi estremi posso arrivare finanche allo stupro.
Gli ultimi dati li ha forniti a fine settembre in Parlamento il presidente dell’Istat Giorgio Alleva spiegando che 9 donne su 100 nel corso della loro vita lavorativa sono state oggetto di molestie o di ricatti a sfondo sessuale. Parliamo di qualcosa come 1 milione e 403 mila casi. Dalla carezza non gradita alla pacca sul sedere, dal bacio rubato sino alla richiesta esplicita di prestazioni sessuali per avere un lavoro, per mantenere il posto o magari per fare carriera. Poi ci sono gli stupri, consumati o anche solo tentati (84% dei casi): 76 mila in tutto sempre considerando l’intero arco lavorativo delle donne.
Chi sono le vittime
Molestie e ricatti sono sostanzialmente trasversali, ma riguardano innanzitutto le donne di età compresa fra i 25 ed i 44 anni, diplomate o laureate, residenti al Nord, nei grandi centri, occupate nel settore dei servizi (trasporti e comunicazioni) e nel settore pubblico. «I ricatti sessuali si verificano nei momenti in cui le donne si trovano più in difficoltà e nascono da una situazione asimmetrica: la donna ricerca lavoro dopo averlo perso, lo cerca al Sud dove è difficile trovarlo, si mette in proprio, vuole fare carriera e la sua carriera dipende dal giudizio o dall’azione di qualche superiore», segnalava tempo addietro Linda Laura Sabbadini che dai tempi dell’Istat segue questi temi. «In molti casi non c’è nemmeno bisogno di esplicitare il ricatto, la donna lo percepisce subito, lo capisce dagli atteggiamenti dei superiori - spiega Taddei -. Quello delle molestie purtroppo è un fenomeno che c’è da sempre e che per questo è considerato normale, tant’è che nella maggioranza dei casi non lo si denuncia nemmeno, perché ci si vergogna o perché si teme di venir ridicolizzati dai colleghi». E in effetti, segnalava Alleva, «solo una donna su 5 racconta la propria esperienza». E, soprattutto, «quasi nessuna ha denunciato il fatto alle forze dell’ordine», lo fa appena lo 0,5%. Per il resto gli esiti finali sono altrettanto sorprendenti: l’11% viene infatti licenziata, il 34% cambia volontariamente lavoro o rinuncia a far carriera, un altro 1,3% è stata trasferita di ufficio. Poi c’è un 4,7% che continua a lavorare ed un 1,4% che cede alle richieste.
Norme inadeguate?
«Certamente, soprattutto in tempi di crisi, pesa molto la sudditanza psicologica della donna, che nel campo del lavoro ha sempre poche opportunità» segnala la presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare sul femminicidio Francesca Puglisi (Pd). In Italia occorre rafforzare l’apparato legislativo, come segnala anche l’Ocse in un suo recente rapporto? «Con la legge del 2013 sulla violenza di genere abbiamo fatto molti passi avanti - risponde - ma è vero che sul fronte delle molestie sui posti di lavoro siamo meno attrezzati. Per questo abbiano deciso di ampliare il nostro raggio d’azione e già la prossima settimana ascolteremo Cgil, Cisl e Uil». «La questione delle norme merita una analisi approfondita - risponde a sua volta la Taddei -. Però, in quanto a regole, voglio ricordare che in Italia solo nel 2016 siamo riusciti a recepire l’accordo quadro europeo sulle molestie. Confindustria ha fatto resistenza e ci abbiamo messo 9 anni».

La Stampa 12.11.17
La tempesta che travolge il patriarcato
di Francesca Sforza

Può accadere che i quadri si stacchino dal muro in cui erano rimasti appesi per decenni. E quando accade, proprio in ragione della loro passata e rassicurante immobilità, si tende a pensare che sia accaduto «all’improvviso», «senza una vera ragione», o si tende a individuare il responsabile in «quell’inaspettato colpo di vento».
In realtà quel quadro era instabile da anni, anche se da fuori non sembrava: poi certo, se non ci fosse stato quel colpo di vento il quadro avrebbe resistito un altro po’, ma prima o poi, non c’è dubbio, sarebbe comunque caduto.
Non è molto diverso quanto sta accadendo sul fronte delle accuse di molestie sessuali, che giorno dopo giorno investono nuovi nomi dello sport della politica dello spettacolo, in una sorta di caotico e sempre più indecifrabile poltergeist. Dietro ci sono decenni di soprusi vissuti nel silenzio, di donne colpevolizzate per essersi vestite in un modo anziché in un altro, per aver esagerato con alcol o droghe, per aver sbagliato orario, e di infinite variazioni sul tema «stai attenta a non metterti nei guai», «l’hai provocato», «occhi bassi» e via dicendo.
Adesso che il patriarcato sta scricchiolando - perché le donne sono più emancipate, ma anche perché le loro ricette si rivelano più funzionali in un numero sempre maggiore di ambiti - ecco che quel sovraccarico di violenze accumulate diventa insostenibile, e si rovescia in maniera inevitabilmente scomposta. Non aspettiamoci educazione, in questa fase, né rispetto o attenzione per conclamati meriti e virtù. Sono in molti, in queste ore, a temere di veder saltare in aria carriere e annate di rispettabili apparenze, così come sono state molte, in passato, le ragazze e le donne costrette a cedere a ricatti (chi ha avuto la forza di dire no è perché se lo poteva permettere, anche soltanto grazie al fatto di essere stata più amata e per questo aver raggiunto una maggiore considerazione di sé). Non è escluso che si registreranno ingiustizie, e forse più d’uno sarà rovinato senza colpa, trovandosi così a condividere lo stesso destino di quelle vittime di violenza che pure, di colpa, non ne avevano alcuna. Quando la furia giacobina sarà passata - presto, ci auguriamo, e senza troppi danni, ma è bene non farsi illusioni al proposito - ci attenderà il compito di rimettere a posto la sconquassata casa della relazione uomo-donna. Si tratterà di studiare codici seduttivi diversi rispetto al passato, di immaginare narrative più egualitarie e non per questo meno amorose. Si potrebbe farlo insieme, uomini e donne.

Corriere 12.10.17
Brizzi si difende e minaccia querele Asia Argento: «Non ci fai paura»

Il regista romano smentisce le accuse di molestie. Il legale: «Solo ipotetiche segnalazioni»
di Giovanna Cavalli

ROMA Nessuna molestia, mai. Il regista Fausto Brizzi, che sussurri, sospetti e veleni tra addetti ai lavori e social network avrebbero indicato come il Weinstein italiano, ovvero il «regista romano e quarantenne» che secondo un’inchiesta delle Iene avrebbe sottoposto le sue attrici a ripetuti e pesanti approcci sessuali non graditi, isolato nella sua casa all’Aventino, si affida a un avvocato di fiducia, Antonio Marino, e respinge le accuse infamanti, derubricandole a «ipotetiche segnalazioni fatte da persone di cui non viene precisata l’identità».
Nessuna in effetti ha mai fatto esplicitamente il suo nome, non ancora, perlomeno, anche se per stasera la trasmissione di Italia Uno promette nuove rivelazioni. «Mai e poi mai nella mia vita ho avuto rapporti non consenzienti o condivisi», sostiene il regista, scrittore e sceneggiatore, e stavolta non è il sequel del suo Femmine contro maschi . Nel comunicato inoltre smentisce anche la voce secondo la quale aveva dato mandato «per trattare il risarcimento in favore di presunte vittime» e minaccia di querelare «chiunque affermi il contrario», ammette però di aver sospeso la propria attività «in via precauzionale, per evitare strumentalizzazioni».
Non sembra credergli Asia Argento che su Twitter provoca così: «Querelaci tutte! Non ci fai paura!». Giorgia Ferrero invece, una delle tre attrici (le altre erano Giovanna Rei e Tea Falco che ora risponde: «Non ho più niente da dire») intervistate nel primo servizio della Iena Dino Giarrusso, conferma che «non parlavo affatto di Brizzi e mi dispiace che sia venuto fuori il suo nome».
Il mittente di una lunga catena di messaggi pecorecci, compresa richiesta di foto intime, sarebbe un regista napoletano sui cinquanta. «Famoso, sì. Ho dovuto pure smentire che si trattasse di Paolo Sorrentino, visto che ho avuto una particina ne La grande bellezza . Ma è il sistema che è marcio, questi mostri giocano con i nostri sogni, le nostre povere illusioni. Sanno che siamo fragili, che non siamo tutti premi Oscar e magari non lavoriamo da mesi e che una loro parola ti può cambiare la vita ed è questa la peggiore umiliazione».

il manifesto 12.11.17
Una terra per millenari incroci di destini
Tra passato e presente. «Storia mondiale d’Italia», a cura di Andrea Giardina, per Laterza. Il monumentale volume, che uscirà il 16 novembre, presenta un racconto aperto, contro la boria di ogni nazionalismo
di Piero Bevilacqua

Costituisce un evento editoriale e culturale di prima grandezza la pubblicazione della Storia mondiale d’Italia, a cura di Andrea Giardina (Laterza, pp.820, euro 30) e per più di una ragione. L’idea del libro, mutuata da Giovanni Carletti, editor laterziano, dalla recente edizione in Francia dell’Histoire mondiale de la France a cura di Patrick Boucheron, trova nella vicenda millenaria del nostro paese una realizzazione che si può definire monumentale. Se non fosse che il termine allude più alle dimensioni e alla organicità dell’opera che non al carattere programmaticamente sovvertitore che anima il testo.
UNA STRATEGIA INNOVATIVA già saggiata dal prototipo francese, ispirata, come scrive Boucheron nel suo Invito al viaggio, che accompagna l’introduzione di Giardina: «la scelta di seguire il tracciato di una storia discontinua, sorprendente, aperta, che consentisse al lettore di attraversare liberamente un racconto nel quale ci si riconosce ma dove, nel riconoscersi, ci si scopre diversi da ciò che si credeva di essere».
Il fine è quello di «disorientare la storia» e, ancor di più arditamente, «defatalizzare il tempo». Vale a dire correggere soprattutto l’immaginario identitario di popoli che hanno attraversato vicende «nazionali» di straordinaria ricchezza e ampiezza di influenza e che oggi si trovano immersi in una storia mondiale molto più ravvicinata e quotidiana di quanto non sia stato in passato. Una storia in cui appare urgente riconoscere i propri apporti di lungo periodo e i condizionamenti subiti perché «è nel loro rapporto con l’universale che i sentimenti nazionali si costruiscono tanto in Francia che in Italia».
Il testo coordinato da Giardina, parte dalle Alpi preistoriche e termina con la Lampedusa di oggi, un quadro geografico ben delimitato e chiuso entro cui si svolge una vicenda millenaria di straordinaria e forse unica varietà.
Il «popolamento eccezionalmente misto dell’Italia nel corso dei millenni – ricorda Giardina – la politica già romana della cittadinanza e dell’integrazione, le invasioni germaniche, le presenze islamiche, francesi, spagnole e così via, quasi un caleidoscopio etnico in perenne rotazione» ne fanno un caso esemplare per questo nuovo modo di fare storia. Per millenni dentro i confini territoriali della Penisola si è svolta una vicenda che ha coinvolto le culture, le religioni, le consuetudini di decine di altri popoli insediati in spazi prossimi e lontani del pianeta. Ma al tempo stesso mondiale è stata la proiezione dell’Italia, con i suoi uomini, le sue idee, il suo cibo, la sua arte e le sue tradizioni religiose. Si pensi all’universalismo cattolico, incarnato dalla centralità di Roma, che sorge nel mondo antico e vive ancora nella spiritualità e nell’immaginario di oggi. Questa molteplicità etnica e culturale del nostro Paese, consente di guardare in maniera ricca e spiazzante al cosiddetto carattere degli italiani, «uno dei principali protagonisti di questo libro, anche perché forse nessun altro popolo ha ricevuto un numero altrettanto grande di aggettivi».
MA GIARDINA tiene conto dell’insegnamento di Croce: «Qual è il carattere di un popolo? La sua storia: tutta la sua storia e nient’altro che la sua storia». Ed è questa storia che oggi ci riappare, grazie al lavoro corale di diverse decine di specialisti italiani e stranieri, sotto una luce nuova, più aderente al modo in cui essa realmente si è andata svolgendo, più vicina all’orizzonte universale con cui noi oggi osserviamo l’accadere nella nostra epoca. Occorre infatti considerare quanto di «tolemaico», subalterno all’apparente, c’è ancora nel nostro modo di guardare al passato, come se a una storia mondiale approdassimo oggi, grazie alla globalizzazione. E invece la storia mondiale precede quella nazionale, non solo perché le nazioni nascono tardi, ma perché per millenni la geografia ha imposto il suo dominio al movimento di uomini e merci che dovevano ricorrere agli spazi internazionali del mare.
UN MODO DI GUARDARE al passato che manda in frantumi ogni «boria delle nazioni» e annichilisce alla radice ogni pretesa chiusura identitaria, il pregiudizio di una storia delimitabile entro muri e confini. E il messaggio civile di Giardina è esplicito «non sono pochi gli italiani che oggi vorrebbero serrare il mare come se fosse l’uscio di casa… Ma il fatto è che l’istinto della tana conduce verso spazi sempre più stretti: dalla nazione alle città, dalle città ai quartieri, dai quartieri agli isolati, alle case e infine agli appartamenti. E dopo, cosa viene dopo?».
NON È FACILE dar conto dei centottanta saggi contenuti nel libro, che occupano otto pagine di indice. La segnalazione sarà necessariamente casuale come in parte erratica è stata sinora la nostra lettura. E tuttavia sufficiente per fornire più che una suggestione, per un testo che potrebbe diventare un breviario di storia da tenere sul comodino, un vademecum per la formazione cosmopolita dei giovani, un’«enciclopedia» da consultare costantemente.
I capitoli sono scanditi da date, spesso un anno, talora un preciso giorno, qualche volta un gruppo di secoli. Si pensi al saggio 150 a.C. Dall’Italia alla Groenlandia (Elio Lo Cascio). I carotaggi effettuati nei ghiacciai della Groenlandia rivelano che l’inquinamento atmosferico generato dalla produzione di rame e argento giunge al massimo, prima della rivoluzione industriale, tra i secoli II a.C. e il II d.C. Una straordinaria conferma della potenza dell’economia romana e del primato della Penisola in quell’epoca.
MA LA POTENZA ha i suoi lati oscuri e mostra la multiforme umanità che ha contribuito a costruirla. La rivolta di Spartaco, che con 70mila uomini infligge non poche sconfitte all’esercito romano, rivela la natura multietnica del proletariato dell’epoca: «Schiavi-merce portati da ogni angolo del Mediterraneo. Uomini soprattutto, ma anche donne e bambini acquistati sui mercati orientali», oppure prigionieri di guerra trascinati a Roma come bottino (Orietta Rossini).
Il carattere internazionale della storia della Penisola non è meno rilevante quando, nel medioevo, la potenza sovranazionale dell’Impero vive solo nell’immaginario dell’epoca e l’Italia non è neppure uno stato-nazione. Ma le sue città sono già terminali dell’economia-mondo.
Nel saggio 1088 Una comunità sovranazionale basata sulla conoscenza (Annick Peters-Custot) l’autrice mostra come l’Università di Bologna – che ha avuto più seguito e fortuna della scuola medica salernitana – diventi, a partire da quell’anno, uno straordinario centro di attrazione mondiale dei giovani dell’epoca, ansiosi di conoscenza e di manifestare il libero pensiero. Un’altra città, Firenze, che nel 1252 avvia la coniazione del fiorino d’oro – dopo un millennio che l’oro era scomparso dalla monetazione – ne fa «il dollaro della crescita medievale», destinato a governare il commercio internazionale. Mentre, nello stesso anno, viene coniato a Genova il «genovino d’oro», Firenze e la Penisola vengono acquistando «una posizione di primo piano nell’economia europea» (Franco Franceschi).
ANCHE IN ETÀ MODERNA e contemporanea, tra primati e fallimenti, il profilo della nostra storia appare inscindibilmente legato a quella di altri popoli e di altri spazi nazionali e continentali: per commercio, migrazioni, guerre e avventure coloniali, influenze culturali (arte e cibo soprattutto) e perfino sport. C’è un 1982 Italia-Germania 3 a 1 (Fabien Archambault) a indicare la popolarità identitaria guadagnata dal calcio in Italia e il nuovo prestigio mondiale acquisito in questo sport. Felice poi la chiusa del libro con la tragedia dell’affondamento del peschereccio di migranti, africani e asiatici, di fronte a Lampedusa il 18 aprile 2015 (Ignazio Masulli).
Una vicenda che ci ricorda come le Penisola continui a essere terra d’incrocio dei destini di vari popoli e come il nostro abbia concorso, e concorra, nel bene e nel male, alla storia degli altri, per farne una vicenda plurale comune.

il manifesto 12.11.17
Ripudiata, maga, assassina, Medea nel prisma del mito
Mitologia classica. Giuseppe Pucci, in un volume monografico Einaudi uscito nella collana diretta da Bettini, ha selezionato le tappe-chiave, da Euripide a oggi, di un personaggio antropologicamente complesso
di Maria Jennifer Falcone

Quando, nel terzo secolo a.C., il poeta Ennio portò per la prima volta sulle scene romane la storia di Medea, su quel palcoscenico provvisorio (il primo teatro in pietra, quello di Pompeo, fu costruito solo molto dopo) la maga della Colchide, rivolgendosi al coro di donne di Corinto come nel modello euripideo, le chiamava matronae e optumates, e parlava loro usando concetti tipici della mentalità romana (la patria, il vincolo del matrimonio, il ruolo della donna, i temi del destino e della libertà individuale). Quel racconto lontano rinasceva a Roma, ne assorbiva la cultura per trarne nuova linfa. È quello che succede ogni volta che un artista decide di dare voce al mito: esso prende vita, e parlando di sé ci racconta molto della civiltà che lo ha accolto e rielaborato.
Nel nuovo titolo della serie «Mythologica» Einaudi: Maurizio Bettini e Giuseppe Pucci, Il mito di Medea Immagini e racconti dalla Grecia a oggi («Saggi», pp. XI-321, € 30,00), sono descritte alcune delle numerose rinascite di questo mito (più di quattrocento) che ha affascinato gli antichi e continua a turbare i moderni. Come accade in tutti gli altri volumi della collana (dedicati di volta in volta a Elena, Narciso, Edipo, le Sirene, Circe, Enea, Arianna), il libro inizia con un racconto scritto da Bettini. La scena si svolge sull’Isola dei Beati, ultima destinazione di Medea, che qui – secondo una variante del mito – sta per sposare Achille. Prima delle nozze, esitante e inquieta, la donna si abbandona ai ricordi: il flusso dei pensieri dà corso al racconto. Ripercorrendo la sua vita, dall’amore per Giasone («in quel momento lui era entrato dentro di lei e da allora non era più uscito») ai crimini commessi per lui, Medea è contemporaneamente personaggio e interprete di sé stessa. «Ma io sono una dea, e sono differente. Cioè indifferente»: questa sequenza, che si ripete con variazioni come un ritornello e si incide nella memoria anche grazie al gioco di parole di gusto ‘romano’, mostra in filigrana la sensibilità dell’antropologo e del classicista e risuona in sottofondo durante la lettura del saggio.
Nell’ampia seconda parte del volume Giuseppe Pucci esplora le tappe più significative del lungo percorso artistico e letterario di Medea: dopo aver analizzato le rappresentazioni antiche del mito, mostra i caratteri principali di alcune riprese medievali, rinascimentali e moderne, distinguendole per generi (teatro, cinema, opera, arti figurative).
Di fronte a un mito così fortunato, il primo ostacolo è la selezione. Per il mondo greco, senza trascurare altri autori (in particolare Eumelo di Corinto, Pindaro, e poi Apollonio Rodio), Pucci riserva opportunamente lo spazio maggiore alla tragedia di Euripide, verisimilmente la prima in cui Medea fu associata al terribile atto del figlicidio. La sua lettura è l’occasione per mostrare l’attualità del dramma negli anni in cui fu messo in scena e così esplorare alcuni caratteri della cultura greca. La philía, per esempio, ovvero l’appartenenza a un gruppo di ‘amici’, ospiti e congiunti, da cui ci si aspetta solidarietà: Giasone ne esclude Medea quando la ripudia, giacché la considera una «concubina» priva di diritti, proprio come avrebbe fatto un qualsiasi cittadino ateniese del tempo nei confronti di una compagna straniera; conseguentemente, Medea, «l’esclusa», può giustificare l’assassinio dei figli, che non sono più ‘suoi’ perché Giasone non li chiama mai ‘nostri’. E, ancora, l’importanza della retorica, all’epoca rappresentata da Gorgia (al suo Encomio di Elena la ‘sofista’ Medea è particolarmente debitrice), e l’ottemperanza al codice eroico maschile da parte di una donna che preferirebbe «tre volte imbracciare lo scudo piuttosto che partorire» (un verso, questo, tra i più noti e fortunati del dramma).
Per il mondo latino, Pucci si sofferma sulle Medee repubblicane, fondamentali per comprendere lo sviluppo del racconto a Roma, ma di cui ci sono rimasti solo frammenti: la Medea di Ennio, il Medus di Pacuvio e la Medea sive Argonautae di Accio di cui – soprattutto grazie a Cicerone – conosciamo bene le prime scene, con il celebre prologo e la descrizione espressionistica della nave Argo che solca il mare. Seguono (prima di Seneca, Valerio Flacco e Draconzio) le sfaccettate rappresentazioni ovidiane: la maga delle Metamorfosi; la donna abbandonata delle Eroidi, e quella vista con gli occhi della rivale, Ipsipile, che Giasone ha lasciato per lei. Della Medea di Seneca, punto di riferimento per molti moderni affascinati dal mito, Pucci offre una lettura «a una dimensione», che mette al centro la ferocia, ma non trascura il tema del nefas Argonautico (la colpa, cioè, di aver profanato il mare e rovesciato così le leggi della natura). Anche in questo caso, la tragedia è occasione di riflessione sulla cultura che l’ha espressa, come mostrano, ad esempio, le considerazioni sul repudium (situazione giuridica chiara, per cui i figli restano col padre e avranno una matrigna) e quelle sui figli come pignora (pegni di un’alleanza di sangue tra i coniugi).
Numerose davvero, e perciò qui solo cursoriamente accennabili, le riprese moderne analizzate nel saggio, dalle più note alle più, per così dire, esotiche: Pavese, Alvaro, Pasolini e Maria Callas (forse un’autentica Medea moderna, anche grazie alla sua vita tormentata: Pucci ricorda l’abbandono di Onassis e il probabile aborto per cui finì sui tabloid quasi come ‘infanticida’); ma anche la Medea da telenovela messicana di Arturo Ripstein e quella ecologista dell’americano Robinson Jeffers. Oltre a queste, e a riprova della fortuna del mito in diverse forme d’arte, mi piace ricordare anche gli spunti che possono venire da un’analisi delle Medee nella danza classica e contemporanea, da Noverre a Preljocaj, passando per le sperimentazioni di Martha Graham: in esse il puro linguaggio del corpo si fa immediata rappresentazione del cosiddetto ‘complesso di Medea’ discusso da Pucci.
La sezione sull’iconografia, pienamente integrata nel tessuto argomentativo, consente di chiarire i rapporti tra i testi e le arti figurative (molto belle le tavole a colori) e di queste mette in luce il linguaggio. È il caso della composizione ‘sinottica’: l’artista introduce la sequenza temporale nello spazio unico della rappresentazione, e così, su un cratere apulo del 320 a.C., sotto il riquadro che rappresenta la morte di Glauce già si vede il carro pronto a portare via Medea da Corinto.
Per spiegare la fascinazione ambivalente di questa figura inafferrabile Pucci ricorre, insieme agli altri, ai necessari strumenti dell’antropologia: si interroga sulla natura liminale di Medea, a metà tra l’umano e il divino, ne indaga l’ambiguità connessa con la magia, esplora le ragioni della sua marginalità difficile da integrare, tenta di interpretare il figlicidio tenendo conto dell’androcentrismo che caratterizzava le società antiche.
Almeno a partire dal V secolo a.C. Medea continua a suscitare domande e a sfuggire alle risposte. La tensione in lei fra umanità e alterità ne scatena una ‘simmetrica’ tra immedesimazione e repulsione. Umana e terribilmente disumana. Insieme simile e ‘altra’, donna e dea. E mentre ripete che «gli dèi sono differenti, cioè indifferenti», la sua tremenda femminilità, così antica e così moderna, sembra squarciare il velo dell’indifferenza divina. Un’altra contraddizione, un altro enigma.

La Stampa 12.11.17
Quando la Chiesa amava tutti gli uomini esclusi gli africani
Il libro di un prete nigeriano svela il ruolo dei papi nella pratica dello schiavismo fino al 1839
di Rita Monaldi Francesco Sorti

I papi hanno abusato della Bibbia per lucrare sul traffico di schiavi». Queste parole non vengono da qualche autore di thriller trash a base di scandali vaticani, ma da uno storico serio che sul tema vanta una doppia legittimazione. È nigeriano (quindi partie en cause) e soprattutto è un prete cattolico. Si chiama Pius Adiele Onyemechi ed esercita da 20 anni il suo ministero in Germania, nella regione del Baden-Württemberg.
La sua innovativa indagine The Popes, the Catholic Church and the Transatlantic Enslavement of Black Africans 1418-1839 (pp. XVI/590., €98 Olms, 2017), che tra gli storici già suscita discussioni, capovolge il vecchio dogma secondo cui il Papato è stato sostanzialmente estraneo alla più grande strage di tutti i tempi: la tratta degli schiavi. Una tragedia secolare che - come ricorda il grande scrittore danese Thorkild Hansen nella sua classica trilogia sullo schiavismo - ha seminato oltre 80 milioni di morti.
Una sorpresa
Proprio in questi mesi la prestigiosa Accademia delle Scienze di Magonza ha concluso un colossale progetto di ricerca sulla storia della schiavitù durato ben 65 anni, con la collaborazione di studiosi di primo piano come il sociologo di Harvard Orlando Patterson (egli stesso discendente di schiavi) e lo storico dell’antichità Winfried Schmitz. Quasi a suggello è arrivato il libro di don Onyemechi: una radiografia minuziosa del ruolo dei papi nel commercio di schiavi in Africa dal XV al XIX secolo, l’epoca dorata del business schiavistico. Per la prima volta a suon di date, fatti e nomi don Onyemechi punta il dito su responsabilità morali e materiali, avviando un regolamento di conti col passato proprio nel momento in cui la Chiesa di Roma, nella sua tradizione secolare di sostegno ai più deboli, chiama alla solidarietà verso i migranti. Come riassume l’autore, i risultati «fortemente sorprendenti» venuti alla luce «affondano un dito nelle ferite di questo capitolo oscuro della Storia, e nella vita della Chiesa cattolica».
«La Chiesa», spiega il religioso, «ha abusato del passo biblico contenuto nel capitolo 9 della Genesi», in cui si afferma che tutti i popoli della terra discendono dai figli di Noè: Sem, Cam e Iafet. Dopo il diluvio, Cam rivelò ai fratelli di aver visto il padre giacere ubriaco e nudo. Noè maledisse Cam insieme a tutti i suoi discendenti, condannandoli a diventare servi di Sem e Iafet. La Chiesa allora affermò che gli africani sarebbero i discendenti di Cam. Pio IX, ancora nel 1873, inviterà tutti i credenti a pregare affinché sia scongiurata la maledizione di Noè pendente sull’Africa.
Documenti scomparsi
Nel nostro romanzo Imprimatur abbiamo reso noto il caso di Innocenzo XI Odescalchi (1676-1689), che possedeva schiavi, era in affari con mercanti negrieri e vessava i forzati in catene sulle galere pontificie. I documenti che lo provano, pubblicati nel 1887, sono poi misteriosamente scomparsi. Certo, nel Seicento i moderni diritti umani erano di là da venire, ma poi papa Odescalchi è stato beatificato nel 1956, e in predicato per la canonizzazione nel 2002.
Di simili contraddizioni don Onyemechi ne ha scovate a migliaia. Il commercio di schiavi in origine toccava Cina, Russia, Armenia e Persia; mercati internazionali si tenevano a Marsiglia, Pisa, Venezia, Genova, Verdun e Barcellona. Col tempo queste rotte sono tutte scomparse, tranne quelle africane. Come mai? Sarebbe stata la Chiesa a giocare il ruolo decisivo, raccomandando a sovrani e imperatori di «preferire» schiavi africani. Lo fecero vescovi e perfino Papi come Paolo V.
La giustificazione veniva non solo dalla Bibbia ma anche da Aristotele, per il quale alcuni popoli erano semplicemente «schiavi per natura». Una visione poi ripresa da San Tommaso e dall’influente facoltà teologica di Salamanca nel XV e XVI secolo. Padri della Chiesa come Basilio di Cesarea, Sant’Ambrogio, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo e lo stesso Sant’Agostino invece giustificavano la schiavitù come frutto del peccato originale.
Il Portogallo
A metà del XV secolo il portoghese Niccolò V concesse al suo Paese di origine il diritto di evangelizzare, conquistare e deportare «in schiavitù perenne» gli africani, bollati come nemici della Cristianità insieme ai saraceni (che in verità erano ben più pericolosi e martoriavano, loro sì, i regni cristiani). I successori Callisto III, Sisto IV, Leone X e Alessandro VI non fecero altro che confermare e ampliare i diritti concessi al Portogallo. Altri Pontefici (Paolo III, Gregorio XIV, Urbano VIII, Benedetto XIV) nelle loro Bolle ufficiali si schierarono contro la schiavitù degli Indiani d’America, ma non contro quella degli africani.
Dallo schiavismo la Chiesa ha avuto un concreto ritorno economico. Attivissimi i missionari portoghesi e soprattutto i gesuiti, che compravano gli schiavi per impiegarli nelle loro piantagioni in Brasile e nel Maryland. Oppure li rivendevano con la loro nave negriera «privata», che trasportava la merce umana da Congo, Luanda e São Tomé verso il Brasile. Don Onyemechi cita il contratto con cui nel 1838 il Provinciale dei Gesuiti del Maryland, Thomas Mulledy, vendette 272 schiavi africani. Prezzo: 115.000 dollari al «pezzo». L’evangelizzazione consisteva per lo più nel battezzare in fretta e furia gli schiavi prima di imbarcarli. Anzi, tutto il meccanismo faceva sì che essi venissero tenuti ben lontani dalla parola di Cristo. I profitti venivano reinvestiti in nuove campagne di aggressione e deportazione.
Riconoscimento tardivo
«Solo nel 1839 la Chiesa ha riconosciuto gli africani come esseri umani al pari di tutti gli altri», ricorda lo storico di origine nigeriana. Lo sancì una Bolla di Gregorio XVI, in verità piuttosto tardiva: i commerci di schiavi erano stati già aboliti da quasi tutti gli Stati tra 1807 e 1818 e gli Inglesi ne avevano preso le distanze sin dalla fine del Settecento. Don Onyemechi ha lavorato su fonti originali nell’Archivio Segreto Vaticano e negli archivi di Lisbona (per decifrare i manoscritti lusitani ha imparato da zero il portoghese) e ha dato un contributo duraturo (realizzato con routine teutonica ogni giorno dalle 3 alle 8 del mattino) alla ricerca della verità storica. A Roma non dovrebbe riuscire sgradito, vista l’attenzione di papa Francesco - anche lui gesuita - per i popoli d’Africa.

Corriere 12.11.17
Dem sotto quota 25, la minoranza preoccupata dai sondaggi
I commenti nel partito dopo la rilevazione Ipsos. Ma Orfini: «Altri studi ci danno in testa»
di Giuseppe Alberto Falci

Roma Dentro il Nazareno i sondaggi preoccupano. A partire dalla rilevazione Ipsos, pubblicata ieri dal Corriere , secondo la quale il Pd sarebbe sceso al 24,3%. Un numero al di sotto della percentuale ottenuta da Pier Luigi Bersani, che alle elezioni politiche del 2013 si era fermato al 25,4%. In particolare, le minoranze all’unisono chiedono un cambio di strategia. Perché fin qui, spiega l’orlandiano Andrea Martella, «inseguire il voto moderato e non curarsi della sinistra è stato un errore e i numeri lo dimostrano». Cesare Damiano ironizza: «Preoccupato? Certo, siamo distanti dal 40% delle Europee del 2014. Da soli si va verso la sconfitta». Quanto all’area di Emiliano, Francesco Boccia la mette così: «I sondaggi non sono il Vangelo ma indicano sempre una rotta degli umori del Paese da non sottovalutare. Oggi la rotta per il Pd e per tutti gli altri partiti di sinistra è chiara e obbligata: non si può prescindere dall’unità del centrosinistra».
Lo stato maggiore del Partito democratico fetta invece acqua sul fuoco. I collaboratori più stretti del segretario Pd dissimulano ed esternano tranquillità.
«Onestamente ci sono altri studi che ci danno in testa e con percentuali superiori», è la replica di Matteo Orfini. «Più semplicemente — spiega — il dato è un rimbalzo psicologico che c’è sempre dopo una sconfitta. Dopo la direzione di lunedì c’è la necessità di iniziare la campagna elettorale. Al momento paghiamo anche il fatto che gli altri sono già in campo». Dello stesso avviso il responsabile degli Enti locali del Pd Matteo Ricci: «Non mi sembrano realistici. Ma al di là dei sondaggi è adesso necessario fare la coalizione del lavoro, del coraggio e della competenza contro gli estremisti e gli incompetenti. Sono convinto che una coalizione di centrosinistra abbia le carte per vincere». Luigi Zanda, presidente dei senatori dei democrat, preferisce invece servirsi della diplomazia per rispondere: «Preoccupato? Ho grande rispetto dei sondaggi, ma l’unico vero sondaggio lo avremo il giorno delle elezioni politiche».

Corriere 12,11.17
L’intervista Giuliano Pisapia
«Ora il leader pd faccia uno sforzo di umiltà. E Grasso stia con noi»
di Maurizio Giannattasio

L’ex sindaco: Mdp? Io non mi rassegno alla sconfitta
Milano Avvocato Pisapia, lei oggi aprirà una manifestazione che si chiama «Diversa». Diversa dal Pd di Renzi? È chiuso ogni dialogo con Renzi al comando?
«Diversa da un Pd che crede di bastare a se stesso, che approva una legge elettorale che immagina le coalizioni e poi sparge il sale sulle ferite, che sbatte di qua e di là come un gattino cieco e che ancora non si capisce se voglia davvero costruire il ponte oppure voglia minarlo definitivamente. Ma voglio sempre ricordare una cosa: il Pd è un popolo, non è solo una persona. Il Paese ha bisogno di un governo riformista che lo accompagni con equità e giustizia sociale fuori dalla crisi e per fare questo ci vuole uno sforzo, anche umile, di dialogo ammettendo che si sono fatti degli sbagli e che ci sono cose da cambiare. Se tutto fosse stato perfetto la sinistra e il Pd non avrebbero perso quasi tutte le elezioni degli ultimi anni».
Diversa anche da Mdp di Bersani-D’Alema?
«All’iniziativa di oggi abbiamo anche invitato Roberto Speranza. Lo ascolterò con molto interesse. Certo, diversa da chi si è rassegnato alla sconfitta. Che non sarebbe solo una sconfitta elettorale ma una disfatta politica che peserebbe per chissà quanti anni».
Come valuta il ruolo del presidente del Senato, Pietro Grasso? È conciliabile con il suo progetto? Vi presenterete insieme unendo la cosa rossa con il mondo che lei sta raggruppando?
«Tutte le persone che condividono il quadro di valori di un centrosinistra radicalmente innovativo c’entrano con il nostro progetto. Ci sono stati molti ostacoli, gli scenari sono mutati più veloci del cielo quando c’è il temporale, ma se non si trova il modo di mettere insieme tutti quelli che nella nostra storia sono stati dalla stessa parte siamo destinati a finire fuori dal campo di gioco. E questo vorrà dire che le partite importanti le giocheranno gli altri. Dunque, sì, spero che il presidente Grasso, che conosco da tempo e stimo, e tanti altri siano parte dello stesso progetto. Oggi ascolteremo tutte le varie persone che rappresentano tanti mondi diversi. Sarà importante comprendere in quale direzione vanno».
Oggi ci saranno Cuperlo e Damiano del Pd e Speranza di Articolo 1, c’è ancora una possibilità di tenere insieme il centrosinistra?
«Se Cuperlo, Damiano, Speranza hanno accettato di essere con noi all’iniziativa, spero che significhi che anche loro si batteranno fino all’ultimo minuto. Abbiamo invitato personalità con storie e collocazioni politiche che oggi sono diverse offrendo una occasione di discussione. In comune queste persone hanno ancora la voglia di non rassegnarsi. Una sconfitta annunciata non è un grande obiettivo».
Prodi dice che il tempo è scaduto, Parisi ha parlato di «funerale». I «grandi vecchi» dell’Ulivo dovrebbero invece tornare a impegnarsi?
«Non è mio costume dire agli altri quello che devono fare, tantomeno mi permetterei di farlo con personalità che hanno già dato tanto al Paese. Il governo dell’Ulivo, al quale ho votato la fiducia, è stato probabilmente il migliore della storia recente. Ma se il fuoco sta per mandare in fumo la casa, è necessario che ognuno porti l’acqua col suo secchio… Ritirarsi perché scoraggiati, o perché arrabbiati, significa solo certificare che non c’è alternativa alla distruzione. Forse è una scelta saggia, ma quando si cammina sull’orlo del baratro ci sono sempre due possibilità: di caderci dentro o di salvarsi. E a volte la follia riesce a vincere sulla saggezza. Penso che dovremmo essere tutti l’ultimo dei giapponesi. Mi piacerebbe un impegno diretto di Prodi, Letta, Veltroni e altri. In parte tocca a loro ma d’altra parte qualche volta è stata data l’impressione che si preferisse che non si intromettessero e questo è stato un grave errore».
Un programma comune, magari di pochi punti, potrebbe essere l’ultima possibilità di stare assieme?
«Questo è il vero nodo. Una condivisione del programma è fondamentale: 10 proposte per l’Italia. Guardando a costruire il nuovo, che può essere un modo per correggere e cambiare, non a demolire il vecchio. Cinque subito e cinque nell’arco di una legislatura. Altrimenti le proposte per l’Italia le realizzeranno Salvini o Di Maio».
Se ogni sforzo di riconciliazione sarà alla fine vano, Campo progressista, insieme ai Radicali, ai Verdi, al mondo civico, si presenterà alle elezioni di marzo?
«Oggi con noi ci saranno il segretario dei Radicali, la presidente di Legambiente, sindaci importanti, la presidente della Camera Laura Boldrini che sta facendo un lavoro rilevante contro le discriminazioni. E ci sarà anche chi si è impegnato nelle “Officine delle idee”, un mondo di persone che con questo strumento si sono avvicinate alla politica. Esprimono una volontà di partecipare che credo non possa essere disattesa».
Per lei sono stati mesi non facili. Polemiche anche con amici come Vendola. Una professione non le manca, è uno dei più importanti avvocati italiani, ha mai pensato chi me lo ha fatto fare?
«In effetti mi hanno detto un po’ di tutto… Ho incassato con molta pazienza perché quello che mi interessa non è il mio destino personale, è il destino del Paese. Vede, l’esperienza di Milano, e di tanti altri comuni e regioni in cui ha vinto il centrosinistra, è stata la prova di due cose fondamentali: che uniti, si può battere il centrodestra e che, con competenza e ragionevolezza, governando si possono cambiare le cose. Alcuni momenti non sono stati facili e alcuni attacchi ingenerosi. Se avessi voluto dei “posti” avrei fatto altre scelte quando ho rifiutato ad esempio due volte di fare il ministro e anche più recentemente quando mi sono state fatte delle proposte di ruoli istituzionali… La verità è che ho sempre pensato che ne valesse la pena, nel 2010 mi sono candidato a Milano perché non volevo rassegnarmi ad un’altra vittoria della destra. Questa volta non mi rassegno ad una sconfitta che talvolta sembra assomigliare a un suicidio».

Corriere 12.11.17
Indagata la madre di Renzi. «Il caso non c’è»
Nella stessa inchiesta sulla coop fallita già coinvolto il marito Tiziano. Ma i legali: «Nessun avviso»
di Fabrizio Caccia

RIGNANO SULL’ARNO (Firenze) In cima al Poggio di Torri, frazione di Rignano, Laura Bovoli, la mamma di Matteo Renzi, si affaccia sull’uscio di casa richiamata dal cane lupo dei vicini che abbaia al visitatore. Subito richiude la porta. Un istante dopo, però, ecco Tiziano Renzi, il «babbo» del segretario dem: «Non voglio essere sgarbato, buona domenica», taglia corto.
Il quotidiano La Verità , diretto da Maurizio Belpietro, ha svelato ieri che oltre a lui anche la moglie è indagata dalla Procura di Firenze, che vuole far luce sul crac della cooperativa «Delivery service Italia», fallita nel 2015. L’ipotesi degli inquirenti — scrive Giacomo Amadori su La Verità — è che a tirare le fila dell’azienda fiorentina dissestata ci fosse la società «Eventi 6», che ha come presidente e rappresentante d’impresa (con la figlia Matilde) proprio Laura Bovoli.
Nel fascicolo risulta iscritto pure il consigliere delegato di «Eventi 6», Roberto Bargilli, amico di famiglia ed ex autista del camper di Matteo Renzi durante la campagna per le primarie. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere», si schermisce all’inizio Bargilli, raggiunto al telefono dal Corriere . Ma poi decide di passare al contrattacco: «Io indagato? Non mi risulta. Ricordate come finì l’inchiesta di Genova, tre anni fa, sempre su Tiziano? Non fu nemmeno rinviato a giudizio! Insomma, vedrete, il tempo anche questa volta sarà galantuomo. Sono tutte invenzioni che fanno parte di una campagna per colpire il figlio».
Il legale di Laura e Tiziano Renzi, Federico Bagattini, nel pomeriggio diffonde una nota: «Spiace dover deludere le attese ma il presunto scoop de La Verità richiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto alcun avviso di garanzia ma la sola richiesta di informazioni e documenti, che i signori Renzi hanno già presentato, in merito al fallimento di una terza società».
Lasciando la casa in cima al Poggio, si scende verso il centro del paese costeggiando l’argento degli ulivi. É tempo di raccolta e i contadini sono tutti al lavoro. Rignano fa quadrato intorno ai Renzi: «Ancora giornalisti alla mia porta — sbuffa Anna Renzi, in via XX Settembre, cugina alla lontana di Tiziano ma ugualmente molto affezionata —. Che debbo dire? Matteo è giovane ed è un bravo politico, per questo dà noia a qualcuno e lo vogliono eliminare».

Repubblica 12.11.17
 L’UOMO SOLO AL COMANDO NON BATTE I POPULISMI DI MASSA
EUGENIO SCALFARI
DEBBO cominciare l’articolo politico che intendo scrivere con una citazione di Freud ricordata di recente sul nostro giornale da Massimo Recalcati. «L’uomo non è padrone nemmeno a casa propria». Ma perché non è padrone? Perché è certamente alle prese con l’ingovernabilità tra la sua vita e la sua coscienza. L’Io dovrebbe impedirla e spesso questa ingovernabilità viene risolta, ma l’Io a sua volta è un vigilante vigilato: da un lato vigila sulle sue passioni, buone o cattive che siano, e dall’altro le festeggia anche lui ed anzi ne accresce la potenza. Così le passioni diventano sempre più irruenti e rendono la tua coscienza verso il tuo prossimo e verso te stesso sempre più fragile. Questo è il problema. È politico? Sì è anche politico, anzi lo è soprattutto perché la politica è il confronto tra il pubblico e il privato, tra gli interessi particolari e quello generale.
Noi italiani ed anche noi europei siamo giunti ad un punto in cui quel confronto è diventato generale. Gli esempi più evidenti li danno in questa fase l’Italia e la Germania dal punto di vista della governabilità. L’Italia avrà probabilmente, dopo le elezioni del 2018, tre partiti maggiori di pari forza, che non saranno in grado di stabilire alleanze e questo complica ulteriormente il problema.
La Germania ha già avuto le elezioni e la conseguenza è stata quella di un taglio totale della sinistra: la Merkel rappresenta il centro ed è alleata con la destra.
SEGUE A PAGINA 25
NIENTE di male, può accadere ed è infatti accaduto più volte, ma c’è un’aggiunta da fare: nella situazione attuale aumenta il populismo. L’unico vero vincitore in tutta Europa è il populismo, con la sola eccezione della Francia dove è stato duramente sconfitto. Germania, Spagna, Italia e insieme a loro gran parte dell’Europa dell’Est sono dominate dal populismo nelle sue varie forme che costruisce per accrescere la sua influenza sul popolo (cosiddetto) sovrano.
Il nostro populismo è ultra-trionfante. Se si guarda al referendum costituzionale dell’anno scorso, esso registrò il massimo dell’affluenza come non si era mai vista da molti anni e il massimo dei No, alcuni dei quali furono espressi da personaggi di rilevante autorità culturale, a cominciare da Mario Monti, o da rappresentanti della sinistra dissidente, ma a dir poco il 70 per cento dei No fu votato da persone che avrebbero votato contro qualsiasi referendum proposto da partiti costituzionalmente riconosciuti.
In fondo la sostanza di quel referendum, al di là di imperfezioni (numerose) si basava su un punto di notevole importanza: il passaggio da un Parlamento fondato su due Camere a una Camera unica, come avviene in tutti i Paesi democratici dell’Occidente.
Se dal referendum vinto dal populismo passiamo all’esame politico del campo attuale troviamo il populismo in tutta la destra: quella di Berlusconi ha le caratteristiche del grande attore di teatro che però impersonava qualunque personaggio e recitava qualunque testo, comico o drammatico che sia, ma l’attore è sempre lui e piace ad un pubblico molto numeroso. Un altro populista è Salvini. Bossi non lo era, Zaia e Maroni non lo sono, ma Salvini sì ed opera entro tutti i Comuni e le Regioni del Nord identificati con un Nord che voleva dominare sull’Italia intera dopo averla conquistata. Non potendo conquistare come nordisti l’odiata Roma, l’odiata Napoli, l’odiata Firenze, preferiscono andarsene in nome dell’autonomia. Soprattutto il popolo veneto che non può dimenticare che furono i loro bisnonni o meglio i loro trisavoli a conquistare l’intero Mediterraneo, da Costantinopoli alla Turchia e alle sue colonie, alla Libia e al Marocco compresi Malta e Creta e Cipro e Rodi. E vi pare che chi ha nel suo spirito questo ricordo e questo messaggio non voglia l’autonomia dal governo dell’odiata Roma? E il Piemonte? E la Lombardia delle Cinque Giornate contro l’Austria?
È vero, questo è il nostro Risorgimento senza il quale l’Italia non sarebbe stata unita. Ma un fondo populista vede ancora in polemica il Nord e il Sud, oltre all’autonomismo siciliano e quello pugliese.
***
Torno allo scacchiere politico (il populismo è un elemento psicologico). La destra di Berlusconi, di Salvini e di Meloni è unita all’esterno, disunita all’interno. Ma per la raccolta dei voti si presentano tutti e tre sottobraccio; tre personaggi da avanspettacolo di notevole qualità, sia in commedia sia in tragedia. In opera musicale Meloni è un contralto, Salvini un baritono-basso, Berlusconi tenore o baritono alto. Orchestra al completo. Del resto il Berlusca con Fedele Confalonieri intrattennero da giovani il pubblico delle sale da ballo e perfino quello dei transatlantici da crociera di sessant’anni fa. Che trionfo, che carriera!
Segue Grillo, lui fa il burattinaio dei vari Arlecchini dei Cinquestelle. Da qualche tempo tuttavia gli Arlecchini si sono liberati dalla loro divisa di pezze a colori e hanno scoperto di essere uomini politici. I quali, fedeli in questo alle istruzioni di Grillo, non fanno alleanze se non con il loro popolo. E il loro popolo chi è, da dove viene, che cosa vuole? Il loro popolo non ama affatto la cosiddetta classe dirigente del Paese, buona o cattiva che sia. Vuole abbatterla, vuole che il terreno sia spianato, distrutte le siepi, i giardini con i cancelli, le spiagge libere a tutti, i partiti che non condividono queste richieste battuti e liquidati. L’Europa? Chissenefrega dell’Europa. L’euro? Forse era meglio la lira.
Se non ci fosse il Cinquestelle, che deve chiamarsi Movimento anziché partito perché partito è un pastrocchio che non dovrebbe più esistere e loro sono lì appunto per liquidarlo, probabilmente andrebbero a rafforzare la massa degli astenuti e viceversa: gli astenuti che decidono di votare vanno alle urne e votano scheda bianca o Cinquestelle.
Allora facciamo i conti: la destra berlusconiana, salviniana, meloniana, è fondamentalmente populista, magari sofisticata perché un programma di governo gli piacerebbe averlo e in parte ce l’hanno a cominciare dall’anti-immigrazione, sono guidati da un vecchio miliardario e da un combattivo padano che piace anche all’isola che sogna addirittura l’indipendenza.
I grillini sono populisti senza menzionare la parola. Gli astenuti (salvo un 20 per cento che è la normalità), sono populisti anch’essi. Abbiamo in questo modo due formazioni politiche arricchite (o disturbate) da frange minori che stanno in coda al corteo ma comunque ne fanno parte. Ciascuna di queste forze rappresenta tra il 25 e il 30 per cento dell’elettorato, al quale bisogna aggiungere un 25-30 per cento degli elettori che non votano, senza conteggiare quel 20 per cento suddetto.
Il totale — destra, grillini, astenuti — dà più o meno il 75 per cento. Resta un 25 per cento dove si insedia il centrosinistra e la sinistra. Queste sono le operazioni numeriche datate al presente; ci vorranno altri sei mesi prima che si apra la corsa e molte cose possono accadere. Se cambiassero però, cambierebbero soltanto in meglio perché peggio di così è difficilissimo.
Dobbiamo però aggiungere che tutte le forze (tutte) fin qui esaminate non spendono nemmeno una parola sull’Europa, salvo talvolta Berlusconi il quale sostiene di piacere ad Angela Merkel e che lei piace a lui. I seduttori sono simpatici, anche se spesso fanno danni come i processi sulle “olgettine” hanno dimostrato.
E qui siamo a Renzi e al partito a lui d’intorno e non tutto schierato in suo favore. Nel suo caso mi permetto un’altra citazione dall’articolo di Massimo Recalcati: «Anche dalla psicoanalisi può venire un’indicazione preziosa: l’accanimento nella volontà di governo che pretende di sopprimere il disordine tende sempre a rovesciarsi nel suo contrario; un ordine ottenuto con l’applicazione crudele del potere è peggio del male che vorrebbe curare; ogni volta che l’ambizione umana cerca di realizzare un ordine senza disordine si scontra fatalmente con delle manifestazioni straripanti e anarchiche del disordine. Il governo giusto non è quello che persegue lo scopo di annullare l’ingovernabile ma quello che lo sa ospitare».
Più volte ho sostenuto che Matteo Renzi era un uomo capace di buon governo, ma aveva un grave difetto caratteriale: voleva a tutti i costi comandare da solo, sistema incompatibile con una democrazia, soprattutto di sinistra (quella non più comunista dopo l’arrivo alla testa del Pci di Enrico Berlinguer). Probabilmente non si tratta di un difetto caratteriale ma psicoanalitico: se conoscesse bene il fondo dell’anima e le sue conseguenze sul suo comportamento forse quel difetto scomparirebbe.
Lui nega sempre con forza di voler comandare da solo. Sostiene che, come in tutti i partiti, c’è un leader anche in quello da lui guidato, ma è affiancato da una direzione con la quale spesso si consulta e a volte anche con persone autorevoli per capacità e per storia che aderiscono al suo partito e che lui incontra assai spesso per confrontare i punti di vista e acquisire esperienze e suggerimenti.
In una recente conversazione telefonica mi ha fatto i nomi di queste persone, tra i quali ricordo quello di Piero Fassino, di Dario Franceschini, di Andrea Orlando e di personalità tra le quali primeggia il nome di Walter Veltroni. Gli ho ricordato che le sue consultazioni sono però a sua propria disposizione. Per esempio sull’attacco — a mio avviso del tutto improprio — contro il governatore della Banca d’Italia non ha informato nessuno, non Veltroni, tantomeno Prodi e non credo che Fassino lo sapesse. La sua quindi è una consultazione che avviene su sua propria decisione, non è uno Stato Maggiore che opera con un Capo e con i comandanti delle varie armate. Se lui non creerà una sorta di Stato Maggiore non nel governo, dove Gentiloni ce l’ha, ma nel partito, la questione di un leader che comanda da solo resta ferma e questo non va affatto bene. Debbo dire che l’ha riconosciuto. Non so quanto valga questo riconoscimento ma mi sembra doveroso riferirlo.
Il secondo problema che riguarda il leader e l’intero partito è quello dell’ingovernabilità che, anzi, è un problema dell’intero Paese. L’ingovernabilità comporta alleanze e queste bisogna farle prima delle elezioni. Un’alleanza con Bonino sarebbe molto opportuna e comunque il partito deve essere aperto non solo nei confronti dell’esterno ma anche all’interno. Questo significa che il leader si consulta con gli esponenti più autorevoli del partito su tutte le decisioni da prendere.
Se questo avverrà il partito sarà profondamente rinnovato e potrà risolvere in qualche modo positivo il problema dell’ingovernabilità. Altrimenti la sinistra, quella dentro il Pd e quella che ne sta fuori, sarà liquidata dal populismo che sta dilagando e se vincerà decadranno i valori e gli ideali e crescerà purtroppo l’ingovernabilità dei corpi e delle anime.

Repubblica 12.11.17
 Con i militanti di Pd e Mdp a Torino: tra i veti di chi non vuole tornare con i dem e l’amarezza di chi vede sparire una storia politica
Ma nella base crescono i conflitti “Mai più con chi ci ha deriso”
PAOLO GRISERI
TORINO.
Ieri mattina, sede del Mario Dravelli, a Moncalieri, periferia sud di Torino. La riunione in quello che è stato dagli anni Cinquanta uno degli storici circoli operai di Torino, è organizzata da Mdp. Si parla di lavoro. In sala ci sono delegati e sindacalisti. Prende la parola Pasquale: «Lavoro qui vicino in una fabbrica chimica». Si rivolge a Giorgio Airaudo, deputato di Sinistra italiana: «Compagno Airaudo, guarda che se tornate con il Pd io non vi voto. Capiamoci. Io ho scelto Bersani sia alle primarie sia alle elezioni politiche. Ma non ho votato per il Jobs Act e per l’abolizione dell’articolo 18. E oggi non voglio tornare a votare lo stesso candidato del Pd, magari uno di quelli che ci prendevano in giro perché dormivamo sui pullman per andare a Roma a manifestare contro la riforma delle leggi sul lavoro».
Un mese fa, Settimo Torinese, periferia Nord di Torino. Circolo del Pd, dopo la fuoriuscita di una trentina di iscritti verso Mdp. Il segretario provinciale, Mimmo Caretta, prova a ragionare sulla necessità di unire la sinistra: «Da soli perdiamo tutti. Dovremo pensare a trovare un accordo alle prossime elezioni ». Lo stesso Caretta racconta la reazione: «C’è stata una levata di scudi. Un iscritto si è alzato e ha urlato: ‘Con quelli io non ci torno. Piuttosto voto Forza Italia’ ». Parole grosse. «Parole che io non condivido - dice il segretario - ma che si spiegano con quel che è accaduto in questo anno. Ci sono episodi che restano impressi. Se la notte del referendum che il Pd ha perso vedo dei miei compagni di partito che vanno a festeggiare, penso a che cosa succederebbe se il giorno del derby un gruppo di torinisti si mettesse a esultare per un gol della Juventus».
In questa situazione né Airaudo né Caretta, né gli altri dirigenti sembrano avere margini di manovra. Sono generali prigionieri dei loro eserciti. Qualsiasi tentativo di ricomporre una frattura che è arrivata alla base, che ha rotto rapporti personali di decenni, verrebbe vissuto come un esercizio di cinismo della politica, avrebbe l’effetto di allontanare ulteriormente parti dell’elettorato di sinistra dalle urne.
Al termine della riunione a Moncalieri Airaudo sembra pessimista: «Abbiamo troppo poco tempo. Dovremmo accettare che ciascuno di noi azzeri la propria biografia, altrimenti rischiamo di rinfacciarcela in eterno». Nessuna possibilità di ricucitura? «Ci sono ormai poche settimane a disposizione. Se si vota a marzo le liste vanno presentate entro gennaio. Mi pare inevitabile che ciascuno vada al voto per conto suo. Probabilmente si perde ma oggi la cosa più importante è ricostruire l’identità della sinistra».
Un’operazione Corbyn, insomma: consolidarsi per ripartire. Anche se così a Torino Pd e Mdp perderanno probabilmente tutti i seggi nell’uninominale. Ipotesi che preoccupa il senatore del Pd Stefano Esposito. Ma non è il suo cruccio principale: «La mia preoccupazione è che il partito riesca a motivare chi è tuttora iscritto. Invece può ancora capitare che siamo noi stessi a scoraggiare i nostri. Com’è accaduto a Orbassano».
Orbassano, periferia sud oves di Torino. La storia la racconta Gino Bianco, 66 anni, operaio alla Fiat a 17, 47 anni di iscrizione al partito. «Ce ne siamo accorti una mattina appena aperto il tesseramento. Normalmente noi abbiamo un’ottantina di iscritti. Hanno cominciato ad arrivare persone malate. Qualcuno addirittura con la bombola dell’ossigeno». La bombola dell’ossigeno? «Certo. Abbiamo ricostruito dopo che erano i malati curati da un medico di base della zona. Lui li curava e diceva: ‘Se volete darmi una mano andate ad iscrivervi al Pd. Così mi candido in politica’. Sono arrivati in 170 e si sono presi la sezione. Il medico porta i voti a uno della Famiglia ». La Famiglia? «Io non faccio il nome ma tutti sanno chi sono i signori delle tessere da queste parti. Ho segnalato tutto al partito ma non è successo nulla. Perché io dovrei rimanere? Chi me lo fa fare se la politica è diventata questo? Con altri stiamo ragionando se restare o andarcene ». Dove volete andare? «Qualcuno andrà in Mdp. Ma altri più semplicemente smetteranno di fare politica».

Repubblica 12.11.17
Dopo la sconfitta in Sicilia e l’affondo di Prodi: dividersi i seggi uninominali Renzi pronto ad aprire sul lavoro
La grande trattativa
Allo studio accordi a sinistra nei collegi per battere le destre e l’onda populista
di Goffredo De Marchis

ROMA. Dopo il grido di allarme raccolto da
Repubblica, il Professore lo cercano tutti. Perchè “copra” e sostenga questa difficile operazione.
La prima mossa tocca a Matteo Renzi, che domani riunisce la direzione del Pd. Il segretario ha parlato a lungo con Dario Franceschini e Andrea Orlando, i ministri che spingono per un’alleanza con tutti dentro. Gli ha garantito alcuni passi indietro rispetto alla strada dell’autosufficienza: «Proporrò un accordo significativo e strutturato anche a Bersani. Non parlerò più dei mille giorni e dei provvedimenti del mio governo. Parlerò di quello che si può fare non di quello che è stato fatto». A partire dal Jobs Act: «Senza abiure, ma se si vuole ragionare di cosa non ha funzionato facciamolo. Per esempio: sui contratti a tempo indeterminato, che devono ancora crescere». Questa è la “cornice” di cui Franceschini discute con i suoi interlocutori. Con Renzi prima di tutto. La linea del ministro della Cultura è chiara: «A destra hanno trovato il modo di parlare a mondi diversi, di fare campagne diverse, di presentare candidati premier diversi, ma, nei collegi, di sommare i voti anzichè sottrarseli a vicenda. Noi possiamo fare lo stesso». I leader si stanno sentendo. Intanto dentro il Pd perchè la direzione si tiene tra poche ore. C’è la possibilità di un voto unanime sulla relazione del segretario, se contiene le aperture promesse. Ma c’è anche il rischio concreto di una rottura se torna l’eco di imprese solitarie, di un Renzi alla Macron. A quel punto le minoranze di Orlando e Michele Emiliano presenteranno un loro documento (già pronto) di critica alle politiche renziane degli ultimi anni. «Per distinguere nettamente le responsabilità», dicono gli orlandiani.
Il governatore pugliese viene descritto sul piede di guerra o meglio, di nuovo con un piede fuori dal partito. Per lui è difficile resistere alla calamita di Piero Grasso, collega magistrato e amico. I due si telefonano continuamente. Spesso è il presidente del Senato a chiamare Emiliano per chiedergli come muoversi nel mare ondoso della politica, ben diverso da quello delle istituzioni. Ed Emiliano lo guida: «Hai sbagliato con quella dichiarazione sul Pd», gli ha detto l’altro giorno.
Come spiega Parisi ad Affari italiani, l’accordo tecnico nei collegi può diventare qualcosa di più concentrandosi sui tratti comuni: la politica europea, l’immigrazione, lo ius soli, i diritti civili, l’ambiente. La “cornice”. Lasciando fuori i punti di contrasto. Eppoi si reggerebbe sulla convenienza, diciamo la verità. Per questo Renzi non crede che sarà domani la giornata decisiva, però entro due settimane la situazione sarà sotto gli occhi di tutti. «Quando ciascuno, noi compresi - dice un renziano - si farà due conti sulle chance di vittoria collegio per collegio». Con l’obiettivo di fermare quelli che nei suoi colloqui privati Renzi chiama i «barbari» riferito ai leader non agli elettori. Di bloccare l’ascesa di Beppe Grillo e Matteo Salvini.
Il segretario giura che ci proverà. Facendosi poche illusioni. La coalizione più realistica, nel quartier generale renziano, viene confinata ai nomi di Emma Bonino e Giuliano Pisapia «che con Bersani e D’Alema non andrà mai». Le reazioni pubbliche di Mdp in effetti continuano a essere gelide. «Archiviare il renzismo», dice Roberto Speranza. Richiesta irricevibile a Largo del Nazareno. Vasco Errani, parlando con gli amici, non è meno severo: «Il sistema era tripolare, ma adesso i poli sono due e mezzo. E il mezzo è la sinistra. Non c’è politicismo che tenga, non bastano gli appelli a fermare i populisti. Bisogna riprendere i voti e ci vogliono atti concreti. Questo è un problema molto più grande di un tavolo di trattativa per i collegi ». Ma un tavolo è necessario, se c’è la volontà di parlarsi. E se il problema non è solo ed esclusivamente la sorte di Renzi, come pensano tanti nel Pd. «Noi indicheremo un metodo di lavoro e un percorso. Per provare a fare tutti un passo avanti », dice il vicesegretario Maurizio Martina. Senza guardare indietro. Modello centrodestra, come sottolinea Franceschini. In quel campo chi parla più di uscita dall’Euro o della Le Pen, le bandiere leghiste? «La partita ce la giochiamo solo se stiamo insieme. Altrimenti è cupio dissolvi », avverte Francesco Boccia, vicinissimo a Emiliano.
Il filo è sottile e si può spezzare da un momento all’altro per molti motivi. Renzi, nemmeno una settimana fa, ha rilanciato l’obiettivo 40 per cento e il Jobs Act 2. Ovvero, porta in faccia a Mdp. Bersani e D’Alema sanno che la loro ragion d’essere è distinguere politiche e leadership dal Pd renziano. Come collante, resta il pericolo della destra e dei grillini, così plasticamente dimostrato dal voto in Sicilia e a Ostia. In più c’è l’allarme di molti mondi, a cominciare da quello cattolico di base. Basta andare in molte parrocchie per scoprire quanto sia attrattiva la storia umana di Piero Grasso e quanti dubbi ci siano sugli avversari del centrosinistra. I padri nobili, da Prodi a Veltroni a Enrico Letta, sono pronti a intervenire ma solo se si apriranno degli spiragli reali, se i “figli” mostreranno di avere a cuore la famiglia unita. La loro parola è in grado di superare le rigidità dei vari campi. Non farà presa su D’Alema e Fratoianni forse, ma non lascerebbe indifferente Pierluigi Bersani. L’accordo per stare uniti nei collegi è tutto da costruire. Ma se gli ambasciatori si parlano, il tentativo rimane in piedi.

Repubblica 12.11.17
Prima del voto, le leggi utili
Dal biotestamento alla nuova cittadinanza sarebbe saggio approfittare di quest’ultima finestra temporale
di Michele Ainis

AMEN, la messa è finita. O no? O c’è invece spazio per qualche altro scampolo di legislatura, dopo l’approvazione della legge di bilancio? L’ultimo dubbio che accompagna questo finale di partita ne investe difatti la durata, il calcolo dei tempi regolamentari. Siccome vari giocatori in campo li considerano esauriti, siccome alcuni aggiungono che ogni prolungamento truccherebbe il gioco democratico, urge chiedere soccorso a un ragioniere, magari potrà aiutarci a ragionare.
Perché è questione di numeri, di date. E perché le date aprono un problema di matematica costituzionale. Che si presenta con un ambo: 60 e 61. Due norme iscritte nella Costituzione, due cerchi in rosso nel nostro calendario collettivo. La prima stabilisce la durata della legislatura: 5 anni, prolungabili soltanto in caso di guerra. La seconda prescrive l’elezione delle nuove Camere entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. A questo punto ci aiuta a far di conto il ragioniere. La XVII legislatura ha avuto inizio il 15 marzo 2013, dunque la sua scadenza naturale si consuma il 14 marzo 2018. E dunque il prossimo turno elettorale dovrebbe cadere nei 70 giorni successivi, fra il 15 marzo e il 23 maggio 2018. Tuttavia, poiché si vota di domenica, la finestra temporale si restringe: la prima domenica utile coincide con il 18 marzo, l’ultima con il 20 maggio.
Però questa è la regola, la norma. In Italia, viceversa, è normale l’anormalità, il trionfo dell’eccezione sulla regola. E infatti, nelle 16 legislature trascorse, abbiamo rispettato puntualmente la data di scadenza una volta soltanto, nel 1968. Negli altri 15 casi o è intervenuto uno scioglimento anticipato delle Camere (8 volte), oppure uno scioglimento tecnico, magari di qualche settimana. Successe, per esempio, nel 2001, allo scopo d’evitare una consultazione elettorale in piena estate. Oppure nel 2006, per superare l’«ingorgo istituzionale» con l’elezione del capo dello Stato. O altrimenti è successo per qualche accordo strampalato fra i partiti, perché alle nostre latitudini la puntualità è sempre fonte di sconcerto, perché per gli italiani la Costituzione non è mai troppo vincolante, come i consigli della suocera. Accadeva, del resto, anche quando al Quirinale c’era un re, anziché un signore in doppiopetto: dal 1848 al 1926, fino all’avvento del fascismo, gli scioglimenti anticipati delle Camere furono in tutto 26, ogni due anni e mezzo.
Insomma, siamo alle prese (tanto per cambiare) con una doppia legalità, con una regola scritta e una regola non scritta; ma nella storia patria la seconda ha sempre prevalso sulla prima. Sarà per questo che adesso giunge al presidente Mattarella un altolà: guai a tirarla per le lunghe, un altro paio di mesi e stop, liberi tutti. Ma quali poteri ha il presidente? Nessuno, dicevano i costituzionalisti quando la Repubblica era ai suoi primi vagiti: la decisione è tutta del governo. Però questa dottrina non trova più discepoli, sicché adesso le tesi in campo sono due. Una minoritaria (Barile, Cheli, Guarino), secondo cui il capo dello Stato decide in solitudine; e l’interpretazione prevalente (Mortati, Elia, Martines, Crisafulli, Carlassare e molti altri), che configura lo scioglimento delle Camere come un potere diviso, esercitato in condominio dal presidente e dalla maggioranza di governo. Se infatti quest’ultima sceglie le elezioni anticipate, se non sorregge più l’esecutivo in carica, prima o poi il capo dello Stato dovrà arrendersi, mica può votarla lui la fiducia in Parlamento.
Da qui la responsabilità delle forze politiche, da qui l’irresponsabilità di chi reclama un colpo d’acceleratore nella corsa al voto. Con l’aria che tira, la prossima legislatura rischia di celebrare la paralisi, lo stallo; sarebbe perciò saggio profittare di quest’ultima finestra temporale per mettere un timbro su qualche altro provvedimento normativo. Dal biotestamento alla nuova cittadinanza, dalla riforma del processo civile al testo sugli orfani di femminicidio, al riordino delle professioni sanitarie, ai vitalizi, alle aree protette, sono fin troppe le leggi in dirittura d’arrivo, che lo scioglimento anticipato riporterebbe ai nastri di partenza. Per metterle in salvo, tuttavia, dovremmo rispettare il calendario delle urne, dovremmo salvare la regola legale, a scapito di quella materiale. In Italia capita di rado.

Corriere 12.11.17
L’appuntamento Torna Visioni in Dialogo e stavolta il dibattito ruota intorno ai moti dell’animo. Questi attivano zone cerebrali tutte ancora da studiare. Con una sorpresa: amore e odio convergono in un'unica «insula»
Lampadine della mente nel cervello le passioni accendono aree che raccontano la nostra vita
di Anna Meldolesi

La scienza è (o dovrebbe essere) fredda e rigorosa, pronta a correggersi quando sbaglia, democratica perché basata sul confronto dei dati e delle idee. Tutto il contrario della passione, che è per definizione calda, illogica, recidiva, tirannica. Eppure lo sguardo delle neuroscienze non ha nulla da invidiare a quello della filosofia o dell’arte quando si sofferma sul turbinio delle emozioni per rintracciare i fondamenti della nostra umanità. È appropriato dunque che sia un gruppo interdisciplinare, di scienziati oltre che di umanisti, quello che l’Associazione Fare arte nel nostro tempo ha chiamato a Lugano per discutere di passioni.
Lo psicologo morale Jonathan Haidt ha paragonato la mente emotiva a un «elefante», ingombrante e istintivo, e la mente razionale al piccolo uomo che gli sta seduto in groppa cercando di guidarlo. La vita di ciascuno di noi è uno sforzo di bilanciamento continuo. Faticoso, ma non senza speranza.
La scienza non si è ancora accordata sul numero delle emozioni esistenti: il film di animazione Inside Out ne mette in scena cinque (gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto), ma recentemente la rivista Pnas ne ha contate addirittura ventisette. Classificare le passioni appare un’impresa anch’essa problematica, perché la parola non si presta a definizioni univoche. Nell’uso più comune, secondo la Treccani, una passione è un «sentimento intenso e violento che può turbare l’equilibrio psichico e le capacità di discernimento e di controllo».
Può essere un’attrazione irresistibile o una repulsione viscerale. Per quanto amore e odio possano sembrare opposti, non lo sono in quel famoso carme di Catullo ( Odi et amo ) e neppure per le neuroscienze.
Se pensate alla persona che più amate e a quella che più odiate, in entrambi i casi si attiverà una regione del cervello che è chiamata insula. I due sentimenti sono molto diversi, ma è nell’intensità che si somigliano.
Quanto all’amore, tra sentimento romantico e passione sensuale esistono chiare differenze sul piano dei circuiti neurali. Monitorando il cervello di centinaia di persone, Stephanie Cacioppo ha scoperto che la parte anteriore dell’insula si attiva con l’amore ma non col desiderio. La parte posteriore invece è attivata dal desiderio e non dall’amore.
Un andamento simile si nota in un’altra regione cerebrale, lo striato, questa volta con un gradiente verticale. In un certo senso l’attrazione fatale sta indietro e in basso, l’affetto puro davanti e in alto, ma ogni relazione amorosa ha le proprie coordinate e una mappa tutta sua.
La combinazione magica comprende sia fuoco che poesia, e si chiama amore appassionato. Altri psicologi distinguono tra la passione sessuale armoniosa e quella ossessiva, la prima è ben integrata con gli altri aspetti del sé, la seconda è capace di far deragliare l’esistenza. Togliendo alla vita la passione resta l’apatia. Ma chi soffre di disturbo borderline di personalità, ad esempio, sa quanto sia faticoso mitigare gli eccessi di entusiasmo, gli scoppi d’ira, le botte di ansia, i moti d’odio. Se sopprimerli è impossibile, ci si allena a riconoscerli e si impara a diffidarne.
Esistono poi altri usi della parola, che può indicare un’inclinazione vivissima o un forte interesse per qualcosa. Questo tipo di passione alimenta la perseveranza ed è un ingrediente ancora poco studiato di quel cocktail di virtù che può portare al successo nella vita, con la complicità della fortuna.
Le biografie dei grandi scienziati vanno alla ricerca della miccia che ha acceso la passione per la scoperta. Mentre la passione per la musica e per le altre forme di arte è un tema che intriga la scienza perché è considerato un elemento universale, cablato nel cervello della nostra specie per ragioni evolutive su cui si dibatte ancora.
Chi ha la passione per il pericolo, viene ripagato in brividi per i rischi corsi. Chi ha una passione per determinati oggetti vuole coltivare il proprio senso dell’identità. L’elenco potrebbe continuare a lungo ma la passione politica non può restare esclusa. Progressisti e conservatori non si appoggiano allo stesso modo sui medesimi pilastri morali, perciò vedono il mondo attraverso lenti diverse e sviluppano un senso di appartenenza quasi tribale.

Corriere 12.11.17
«Agli Uffizi ho visto gente svenire davanti a Botticelli»
di Roberta Scorranese

Il direttore parlerà delle emozioni nell’arte. E della sua esperienza a Firenze
Nel 2015, quando si insediò alla direzione degli Uffizi, Eike Schmidt accolse con humour tedesco una definizione che gli cucirono addosso, cioé «lo Schumi dei musei», perché annunciò svecchiamenti e velocità nell’innovazione.
E oggi, dopo aver annunciato che nel 2020 andrà al Kunsthistorisches Museum di Vienna e alla vigilia della sua lezione sulle passioni nell’arte a «Visioni» di Lugano, conferma la definizione (triste attualità a parte)?
«Posso essere sincero?»
Certo.
«Mi sento pieno di meraviglia. Ancora oggi, a due anni esatti dall’insediamento, vado a lavoro come un bambino che scopre giocattoli nuovi».
Ha avuto elogi e critiche.
«Ma io non mi lascio mica spaventare. Io penso ancora che gli Uffizi siano una macchina straordinaria, e se me ne vado a Vienna è perché il Kunsthistorisches è una delle istituzioni più importanti, ma insieme al Louvre, agli Uffizi e ai Musei Vaticani».
Solo questo?
«No, c’è anche il fatto che lì si fa tanta ricerca. Il museo non è solo un luogo di esposizione, ma è vivo, scopre ogni volta cose nuove. Come fanno all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze: ogni restauro non si limita a questo, ma è anche un pezzo di ricerca scientifica».
Ma perché ha annunciato così in fretta la sua dipartita quando mancano ancora più di due anni?
«Per correttezza. Non mi piacciono i giochetti e poi la riforma italiana prevede proprio la rotazione dei direttori, nell’ottica di non essere più inamovibili, incollati alle poltrone. Era quello che si chiedeva, no?».
Passioni nell’arte: lei avrà solo l’imbarazzo della scelta.
«Eh sì, il Rinascimento è stato un trionfo di passioni. Faccio un esempio: il Laocoonte di Baccio Bandinelli degli Uffizi, restaurato qualche anno fa. All’epoca la gente si fermava a guardarlo e cercava di interpretare il suo volto, per decifrarne le emozioni. Era uno spettacolo non solo artistico ma anche psicologico. Ma a Lugano vorrei parlare anche dell’importanza dell’arte nella terapia. Una cura che parte dalle passioni che un dipinto o una scultura possono generare in chi guarda».
Restando alle passioni: nei fiorentini prevale rabbia, tristezza o gioia?
«Gioia, ovviamente».
Ma la polemica è qualcosa di connaturato alla città.
«Non lo dico io, ma la sua storia. Dante, le guerre tra Guelfi e Ghibellini, tanto per fare due esempi. E chi fu a interpretare in modo così magistrale le guerre interne? Ma un artista, ovviamente, Leonardo nella Battaglia di Anghiari ».
A proposito: l’Adorazione dei Magi del Vinci è un altro restauro che si è concluso sotto la sua gestione.
«Sì e ne sono orgoglioso. Ma sono orgoglioso anche delle nuove sale con le opere di Botticelli. Lo sa che prima, con gli spazi angusti e con i primi caldi, la gente sveniva davvero davanti alla Venere?»
Una Sindrome di Stendhal?
«Una specie. Ma è comprensibile: gli Uffizi registrano migliaia di visitatori al giorno. La gente, costretta prima a lunghe code e poi al disagio di spazi angusti, soffre e così avevamo una sequenza di colpi apoplettici. Adesso tutto funziona molto bene».
Due milioni i visitatori l’anno scorso.
«E questo ovviamente è un bene. Ma quello che un buon museo deve fare è rendere fruibili le opere. È inutile avere una collezione vastissima se la gente ne vede solo una parte».
Qual è la sfida più ardua per un museo che guarda al futuro?
«Quella digitale. E non parlo solo di siti o di attività sui social network. Parlo di una divulgazione sempre più allargata dei saperi che la scienza deve compiere, senza restare arroccata su se stessa. Oggi ci sono ancora le comunità scientifiche si trasmettono all’interno delle conoscenze come se si trattasse di un rito iniziatico. Ma non può funzionare a lungo. La gente viene al museo perché sa già che ci troverà quell’artista o quel capolavoro. Trovare il modo di divulgare con serietà, sì, ma anche col giusto tono che si deve usare con un pubblico vasto, è la vera grande sfida».
Una passione recente?
«Quella per il cinema».
Certo, lei ha portato per la prima volta agli Uffizi una mostra su Ejzenštejn.
«Titolo: La rivoluzione delle immagini . Ecco, quello che ci vuole è una rivoluzione ejzensteniana: meno didascalie, più cultura del montaggio».

Il Sole 12.11.17
Medio Oriente. Confini inalterati ma Trump e Putin ridisegnano le aree di influenza
Usa e Russia d’accordo sulla spartizione della Siria
Mosca ha vinto Ora i due leader devono bloccare la crisi in Libano
di Alberto Negri

Trump e Putin, che in Siria coabitano in un turbolento “condominio militare”, hanno deciso a Da Nang, ben lontano dal Medio Oriente, la loro Sykes-Picot, l’accordo di spartizione del Medio Oriente raggiunto 101 anni fa da Gran Bretagna e Francia. In sintesi gli Usa riconoscono la vittoria di Mosca.
Stati Uniti e Russia si sono pronunciati in una dichiarazione congiunta per l’integrità territoriale e la sovranità della Siria dopo la sconfitta del Califfato che voleva esattamente il contrario: cambiare i confini coloniali e abbattere insieme al fronte sunnita - Turchia e monarchie del Golfo - il regime alauita di Bashar Assad, l’unica minoranza rimasta al potere in Medio Oriente, sostenuto da Iran e Hezbollah libanesi.
La spartizione è nei fatti, anche se precaria perché tutto viene rinviato ai negoziati Onu di Ginevra, diventati una sorta di appendice di quelli di Astana sponsorizzati da Russia, Turchia e Iran, lontani eredi dei tre ex imperi, zarista, ottomano e persiano.
Il passaggio di Ankara, storico membro della Nato, al campo opposto, attraverso l’intesa con Mosca e Teheran, è stata la svolta decisiva: Erdogan, per bloccare l’irredentismo curdo, è sceso a patti con gli avversari e sguarnito il fronte sunnita rinunciando a diventarne il leader.
La sconfitta dell’Isis affonda il progetto utopico di Califfato ma subisce un duro colpo anche l’islam politico come soluzione ai problemi della regione: questo non significa la fine delle correnti integraliste, come del resto la sconfitta di Al Qaida nel 2001 in Afghanistan, dopo l’11 settembre, non fu la fine del terrorismo. Il Medio Oriente di rado consente sentenze definitive.
La Siria, il Libano e l’Iraq diventano quindi una sorta di Jugoslavia araba dove l’Est - la Russia - e l’Ovest - gli Usa e la Nato - manterranno la loro presenza militare dovendo convivere con nemici e alleati.
La Turchia, grazie all’accordo con Mosca, è entrata con le sue truppe in Siria del Nord, sollevando le proteste di Damasco; l’Iran continuerà ad avere il suo asse sciita in Iraq, Siria e Libano con gli Hezbollah, nonostante l’ostilità di Arabia Saudita Israele. Ma se i sauditi si sentono sconfitti, Israele continua a occupare dal 1967 le alture siriane del Golan, dato strategico ineludibile. Turchia a Nord, Israele a Sud: solo ai sauditi non è stata lasciata una fetta di torta siriana.
Quanto all’indipendenza curda, è stata congelata dopo la devastante sconfitta di Massud Barzani a Kirkuk mentre i curdi siriani, alleati degli americani a Raqqa, dovranno contrattare la loro autonomia con Damasco e fare i conti con la Turchia che li ritiene dei terroristi affiliati al Pkk di Abdullah Ocalan.
La dichiarazione di Da Nang è un messaggio che Mosca e Washington recapitano ai rispettivi alleati nel pieno della crisi tra Arabia Saudita e Libano, tinta di giallo per la sorte del premier dimissionario Saad Hariri, ospite-ostaggio a Riad del principe ereditario Mohammed bin Salman. Con la guerra in Siria e l’intervento della Russia nel 2015 a fianco di Assad, il fronte sunnita è stato sonoramente sconfitto.
La responsabilità è degli errori clamorosi di valutazione compiuti dagli avversari dell’Iran come l’Arabia Saudita che ha sostenuto l’opposizione jihadista in Siria e si è impantanata in una guerra in Yemen, nel cortile di casa, contro gli Houthi appoggiati da Teheran. Sono 37 anni, dalla guerra Iran-Iraq del 1980, che le monarchie del Golfo, con gli Usa, tentano senza successo un cambio di regime a Teheran. Trump, per accontentare i suoi maggiori acquirenti arabi di armi e gli israeliani, vuole uscire dall’accordo sul nucleare del 2015 e imporre nuove sanzioni: gli europei, che nel 2017 hanno aumentato del 94% gli scambi con l’Iran, forse non saranno contenti. Ma se gli Usa sbagliano ancora una volta bersaglio gli errori li pagheremo anche noi, come è avvenuto Iraq nel 2003 e in seguito in Libia nel 2011.
Si stanno definendo i contorni del Medio Oriente post Isis. Questo non è più soltanto uno scontro sciiti-sunniti ma dentro lo stesso campo sunnita, come dimostra la crisi tra Riad e Doha. Il Qatar vive da giugno in uno stato d’assedio imposto da Riad e dalle altre monarchie del Golfo, con il risultato che Doha, dove si trova una base militare Usa con 8mila uomini, ha dovuto appoggiarsi alla Turchia e all’Iran, l’arci-nemico dei sauditi.
Sono in competizione due agende, l’una con l’altra. La prima punta a rafforzare l’asse sciita, alleato di Mosca, che unisce Teheran con Baghdad, Damasco e Beirut (Hezbollah). La seconda, sostenuta da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mira a imporre un nuovo ordine regionale sunnita. Secondo la stampa israeliana, i sauditi premono su Tel Aviv perché apra un conflitto in Libano con gli Hezbollah.
Le spese militari del secondo asse sono impressionanti. L’Arabia Saudita investe circa 64 miliardi di dollari annui in spese militari, gli Emirati (con appena 1,5 milioni di abitanti) 23, Israele 18, gli Stati Uniti 611. Per contro l’Iran è fermo a 12 miliardi annui, la Russia a 69.
Il principe ereditario Mohammed bin Salman, dopo avere fatto fuori con le purghe i suoi concorrenti, adesso cerca un fronte esterno in Libano dove sfogare le tensioni interne e coprire i fallimenti in Siria e Yemen. Dopo Da Nang Stati Uniti e Russia sembrerebbero d’accordo (il condizionale è d’obbligo) ad attuare una sorta di “doppio contenimento” dei loro alleati regionali: dal loro impegno passano le chance di un negoziato o gli scenari per una nuova guerra devastante.

Il Sole 12.11.17
Corea del Nord. Da ieri le esercitazioni
Portaerei nucleari e incontri bilaterali per fermare Kim
di Stefano Carrer

SEUL Mentre Donald Trump arriva oggi nelle Filippine, è scattata la più minacciosa esercitazione aeronavale americana mai avvenuta al largo della penisola coreana, con lo specifico obiettivo di lanciare un severo monito a Pyongyang.
Tre portaerei a propulsione nucleare – Ronald Reagan, Nimitz e Theodore Roosevelt – hanno iniziato quattro giorni di esercitazioni, alle quali partecipano anche 11 navi lanciamissili Usa e sette unità della Marina sudcoreana. Esercitazioni così complesse non venivano effettuate da 10 anni (l’ultima volta fu nel 2007 nei dintorni di Guam, ma allora non tutte le portaerei erano a propulsione nucleare). Nel weekend le tre portaerei stanno entrando separatamente nella zona di esercitazioni in acque internazionali a Est della penisola coreana, dove da lunedì opereranno congiuntamente in un impressionante dispiegamento di potenza aeronavale.
Separatamente, fonti governative giapponesi hanno fatto sapere che tre unità della Forze di Autodifesa Marittime effettuano oggi una esercitazione congiunta con gli americani. Si evita accuratamente di parlare di esercitazione a tre perché i sudcoreani non le vogliono, nella teoria più ancora che in pratica: la Corea del Sud non ha una alleanza con il Giappone e non intende averla né dare l’impressione di averla, per motivi non solo storici legati al passato ma politici molto contemporanei. Secondo indiscrezioni, l’inatteso riavvicinamento tra Seul e Pechino annunciato lo scorso 31 ottobre – dopo un anno di tensioni connesse all’installazione nella penisola del sistema antimissilistico americano THAAD – è avvenuto anche perché il Governo sudcoreano ha dato assicurazioni che mai la sua alleanza militare con gli Usa si estenderà a una alleanza a tre con il Giappone.
Se sui mari si evoca lo spettro della guerra, al vertice Apec in Vietnam si invoca la pace: i presidenti Moon Jae-in e Xi Jinping hanno avuto ieri un incontro bilaterale, da cui è emerso che i due Paesi opereranno congiuntamente per una soluzione pacifica del problema nordcoreano attraverso il dialogo, oltre a rimettere i loro rapporti economici su un binario normale «in tutti i campi». Moon andrà a Pechino il mese prossimo, mentre Xi ricambierà a febbraio in occasione delle Olimpiadi invernali di PyeongChang. Anche se la visita di Trump a Seul ha esaltato l’alleanza militare bilaterale e aperto alla vendita di più sofisticate armi americane ai sudcoreani, è evidente che Seul resta attenta a non sbilanciarsi contro Pechino. Lo dimostra anche il disagio con cui ha accolto il nuovo concetto americano di «regione Indo-Pacific», che appare orientato al contenimento della crescita dell’influenza regionale cinese. Ieri, infine, l’incontro bilaterale tra Xi e il premier giapponese Shinzo Abe ha avuto risultati più vaghi: i due leader - recentemente rafforzati politicamente - hanno concordato sulla potenzialità di migliorare le relazioni bilaterali, oltre che sulla necessità di premere per una denuclearizzazione della penisola coreana.

Il Sole Domenica 12.11.17
Ogni luogo diventa Taksim
Piazza Taksim, nel cuore di Istanbul, ha fatto da sfondo a tutte le svolte della storia turca di questi decenni Dal carcere, o in esilio, ora gli intellettuali riscrivono le vicende del loro Paese e di questa piazza simbolica
di Alberto Negri

Soffia forte il Poyraz, il vento di Nord Est, dalle stradi laterali che portano a Piazza Taksim, il cuore di Istanbul. Aprendo il taccuino del Bosforo trovo sempre meno nomi da chiamare, dalla A di Ahmet Altan all’Ypsilon di Yavuz Baydar, il primo in carcere, il secondo in esilio da noi. Sono oltre 150 i giornalisti e gli scrittori dietro le sbarre in Turchia, un record mondiale. Ogni giorno il nome di qualcuno si aggiunge alla lista degli arrestati, come quello di Osman Kavala, rispettato intellettuale ed editore. L’imputazione, in generale, è quella di avere cospirato contro lo Stato o di essere complici del movimento dell’imam Fethullah Gulen: in carcere sono andati a decine di migliaia dopo il colpo di Stato fallito del 15 luglio 2016.
Alla fine di Istiqal Caddesi si schiude piazza Taksim che porta direttamente al nome di Deniz Yucel, giornalista turco-tedesco, anche lui in carcere. Ogni luogo è Taksim è il titolo del suo libro appena tradotto da Rosenberg & Sellier. A ogni tornante della storia turca di questi decenni sono passato da qui. Nel 1994 quando il sindaco Tayyip Erdogan, ancora sconosciuto, già voleva ricostruire a Taksim le vecchie caserme ottomane; nel 2003 quando mi esplose sulla testa una delle bombe che fecero saltare il vicino consolato britannico con una dozzina di morti; nel 2013 ero qui per le manifestazioni di Gezi Park, tra un turbinio di manganellate e lacrimogeni. Di fianco a Taksim sono passati i jihadisti per disintegrare la discoteca Raia e mettere le bombe allo stadio del Besiktas, qui sopra hanno sorvolato i jet la notte del tentato golpe.
Questa piazza, con il monumento ad Ataturk di Pietro Canonica, è un simbolo per tutta la Turchia, come racconta Deniz Yucel. Un fotogramma in bianco e nero ci restituisce l’immagine di un lavoratore stilizzato con i baffoni folti, un’espressione triste, una mano legata alla catena, nell’altra una bandiera rossa. È lo stile degli anni Settanta, quando il Primo Maggio 1977 si radunarono mezzo milione di persone. Si scontrarono formazioni di sinistra con quella dell’estrema destra dei Lupi Grigi, e dall’alto della terrazza dove oggi c’è l’hotel Marmara la polizia sparò a raffica, mentre i blindati fendevano la folla: ci furono 34 morti. La Turchia era passata da una società agricola a una industriale e i partiti di sinistra in tutte le loro declinazioni (anche terroristiche) portavano milioni di persone in piazza. I militari erano intervenuti nel 1960 e nel 1971 e quando lo fecero poco dopo, nel 1980, sulle strade e nella piazze della Turchia erano già state uccise 4mila persone.
Piazza Taksim fu vietata alle manifestazioni del Primo Maggio e anche quest’anno è andata così, appena dopo il referendum che ha assegnato a Erdogan pieni poteri presidenziali. È qui che nel giugno 2013 si radunò l'opposizione giovanile quando Erdogan annunciò il piano per ricostruire, al posto di Gezi Park, la caserma ottomana Halil Pasha: fu la più grande ondata di protesta contro il Partito della Giustizia e dello Sviluppo che vince da 15 anni tutte le elezioni.
Piazza Taksim è simbolica non soltanto per i laici e la sinistra. Anche per gli islamisti è un luogo assai importante proprio per quella famosa caserma d’artiglieria costruita dal sultano Selim III nel 1806. Era un modernizzatore e voleva riformare l’esercito: i giannizzeri, le tradizionali truppe d’élite, timorosi di perdere i loro privilegi, si rivoltarono. Selim, inviso al clero musulmano per le simpatie filo-occidentali e al popolo infuriato per le nuove tasse, fu costretto ad abdicare: «Non essere sovrano e califfo - disse con amarezza - è meglio che provare a comandare questi sudditi ribelli».
Il suo successore, Mahmud II, fu meno flessibile: nel 1826 fece trucidare 6mila giannizzeri con l’artiglieria. Era la fine della guardia pretoriana, formata da cristiani convertiti e prigionieri di guerra (mamelucchi), che aveva deciso per secoli la sorte dei sultani. Il nuovo esercito di Mahmud denominato “i vittoriosi soldati di Maometto” non vinse mai nessuna guerra ma i “vittoriosi” furono i primi a indossare i pantaloni in stile europeo.
La caserma di Taksim qualche tempo dopo tornò al centro di un’altra battaglia storica. Il 31 marzo 1909 la guarnigione di Halil Pasha si ribellò al triumvirato rivoluzionario dei Giovani Turchi che aveva detronizzato il sultano Abdul Hamid II.
I ribelli occuparono la città con lo slogan ”Vogliamo la sharia”, la legge islamica. Ancora oggi è controverso se si trattò di una ribellione islamista o di un complotto ordito da agenti provocatori. Lo scrittore Ahmet Altan(di cui è stato appena pubblicato in Italia il romanzo Scrittore e assassino, edizioni e/o), nel romanzo L’amore ai tempi della ribellione, suggerisce che si trattò di una lotta di potere tra militari. Il risultato, comunque, fu che vinsero i Giovani Turchi, e la caserma di Selim fu in gran parte rasa al suolo.
«Quando il primo semestre interrogo gli studenti su eventi precisi della storia ottomana, mi rendo conto che nessun data è rimasta così impressa come questa del 31 marzo 1909», racconta lo storico Mehmet Alkan.
Per i kemalisti, i seguaci secolaristi di Ataturk, questo è il giorno della vittoria dei poteri progressisti su quelli reazionari, per gli islamisti l’inizio di cento anni di predominio dei militari e dei laici. Qualche tempo dopo la battaglia Abdul Hamid II abdicava, mentre i Giovani Turchi, capeggiati da Enver Pasha, trascinavano la Turchia nella Prima guerra mondiale e le truppe straniere occupavano il Paese. Fu Ataturk a liberarlo da greci e occidentali, proclamando nel 1922 l’abolizione del sultanato e del califfato.
In realtà per gli islamisti turchi il sultano Abdul Hamid II rimane un eroe perché aveva combinato il risveglio dell’Islam con il progresso tecnologico: lo chiamano Ulu Hakan, il Grande Sovrano, un termine coniato dallo scrittore Fazil Kisakurek, morto nel 1983. «Gli aleviti (circa 10 milioni, ndr) e i deviazionisti dell’Islam - diceva Kisakurek - devono essere sradicati come erbaccia e buttati via». Non proprio un tollerante. «Il suo libro I Musulmani Oppressi mi ha cambiato la vita» ha detto una volta Erdogan. E citò un suo verso per sigillare la repressione di Gezi Park a Taksim nel giugno 2013, quando definì i manifestanti dei capulcu, «un’orda di mercenari macedoni».
Ma intanto, dopo la sconfitta nella guerra di Siria, per salvare i confini e contenere l’irredentismo curdo, anche Erdogan ha dovuto mettersi d’accordo con i miscredenti scendendo a patti con Putin e l’Iran sciita degli ayatollah.
Con il vento dai Balcani, in autunno Taksim appare ancora più grigia e fredda, attraversarla dà quasi i brividi, anche con il bavero alzato e in tasca tutti quei numeri di colleghi e scrittori che dal carcere non possono più rispondere. Leggo nel libro di Deniz Yucel che sulla piazza c’era anche uno stadio con 8mila posti, eretto nel cortile della famosa caserma ottomana.
Qui fu giocata un partita di calcio memorabile. Nel 1923, mentre si negoziavano gli accordi di Losanna ed era già stato deciso il ritiro delle truppe straniere da Istanbul, il comandante inglese Harrington sfidò con la sua squadra una selezione del Fenerbahce. I britannici andarono in vantaggio con una rete dello scozzese Willie Ferguson, ma i turchi replicarono con una doppietta fenomenale di Bedri Gursoy, il quale, alzando la “Coppa del generale Harrington” disse: «Siamo l’unico Paese che ha vinto una guerra sia con il mortaio che con la palla». Davvero, come scrive Yucel, ogni luogo è Taksim.

Il Sole Domenica 12.11.17
Il ruolo degli aleviti
In strada l’altro volto dell’Islam

Le manifestazioni di piazza Takism degli scorsi anni hanno fatto conoscere al grande pubblico fuori dalla Turchia che qui c’è un Islam diverso e tollerante che chiede di essere riconosciuto. Ci sono musulmani che non hanno l’obbligo delle cinque preghiere rituali, che celebrano le loro cerimonie accompagnandole in luoghi che non sono le moschee ma i cemevis, le case comuni, dove uomini e donne senza il velo stanno fianco a fianco danzando al suono del liuto, musulmani per i quali la convivenza tra le fedi è un valore fondamentale: tutto questo sono gli aleviti, 12 milioni su 70, una minoranza comunque consistente che non si trova in nessuna statistica della Turchia dove ufficialmente la popolazione è al 98% sunnita. Ma gli aleviti ci sono, eccome: lo è il capo del partito repubblicano Chp, Kemal Kilicdaroglu, il magnate dei media Aydin Dogan, il finanziere Mustafa Suzer, lo sono soprattutto migliaia di turchi scesi in piazza ad Ankara e Istanbul per chiedere l'abolizione del direttorato degli affari religiosi che monopolizza ogni versione dell’islam omologandola a quella sunnita ortodossa.
Per molto tempo la loro vicenda, che si snoda anche in Siria, Iraq e Iran, è stata ignorata: ritenuti eretici, gli aleviti hanno mantenuto nei secoli, e anche dopo la repubblica di Mustafa Kemal Ataturk, un profilo basso, praticando la taqyya, la dissimulazione della propria fede, per sopravvivere alle persecuzioni. Milioni di turchi non sanno neppure esattamente chi siano, basandosi su pregiudizi o storie infamanti che portarono nel 1993 a un attacco integralista in cui 37 cantori aleviti furono arsi vivi nell'incendio doloso dell'hotel Madimak di Sivas.
Alla base della dottrina c’è l’opposizione tra ciò che è manifesto, zahir, e quanto invece resta nascosto, batin, espressa nella metafora del guscio e della mandorla: il segreto del culto alevita è estrarre dall’Islam “la mandorla della conoscenza” e lasciare ai bigotti “il guscio vuoto della legge”. Gli aleviti, da non confondere con gli alauiti siriani, non osservano il Ramadan ma digiunano per il martirio di Hussein, consentono gli alcolici, non compiono il pellegrinaggio alla Mecca, venerano il Corano ma non lo recitano.

Il Sole Domenica 12.11.17
Tra percezione e deviazione
Aprirsi alle illusioni
Il sistema visivo non è una copia della realtà esterna, l’evoluzione lo ha ricostruito per consentirci di agire fuori dagli schemi
di Paolo Legrenzi

Il 23 maggio 1794 Joshua Garnett cede il posto di Assistente dell’Astronomo Reale di Greenwich a David Kinnebrook. Era una professione ambita perché si lavorava nell’Osservatorio più importante del mondo, diretto da Lord Nevil Maskelyne. L’osservazione della volta celeste, oltre che a scopi scientifici, serviva per tracciare longitudini e rotte. E dalla precisione delle rotte dipendeva l’efficienza dell’Impero Britannico fondato sul dominio dei mari. Bisognava avere resistenza, durante lunghe notti fredde, e attenzione distribuita su quattro punti: un orologio, il cielo, il reticolo del telescopio, il battito di un metronomo che scandiva i secondi. Questo dimostra ancora una volta che il multitasking, cioè lo stare attenti simultaneamente a più cose, non è nato con gli smartphone e le nuove tecnologie, come spiega bene Carlo Umiltà, grande studioso dell’attenzione (cfr. Una cosa alla volta, saggio del 2016).
Kinnebrook tiene l’occhio appoggiato all’oculare del telescopio su cui è tracciato un reticolo. Quando un corpo celeste si avvicina a un punto del reticolo egli sbircia la lancetta dei minuti di un orologio e torna a guardare il reticolo calcolando quanti battiti del metronomo c’erano stati prima e dopo l’attraversamento di una linea sul reticolo. Poi sposta l’oculare del telescopio e fa un’altra lettura della posizione spazio-temporale del corpo celeste ripetendo tutto cinque volte. La posizione esatta della stella era stimata grazie a una media delle cinque misurazioni.
Un compito non facile: bisognava imparare a farlo con perizia. L’Astronomo Reale controllava che l’Assistente lo eseguisse sempre con precisione. Maskelyne era convinto che il margine di errore non potesse superare i 100 millesecondi, ma si accorge che Kinnebrook ha un ritardo sistematico di circa 800 millesecondi rispetto a lui. Registra nel diario dell’osservatorio queste differenze sistematiche e le attribuisce a leggerezza e sbadataggine, senza domandarsi come mai fossero costanti. Scopre infine che, senza avergli detto niente, Kinnebrook intrattiene una corrispondenza relativa al passaggio di una cometa con l’astronomo tedesco Herschel. L’insieme di queste cose – forse anche il rifiuto di sposare una nipote – portano alla sua sostituzione con Thomas Evans il 12 febbraio del 1796. Kinnebrook torna in famiglia. Non si riavrà mai dal dolore per il torto subito, lui che credeva di essere stato rispettoso, coscienzioso e preciso, non un “deviante” rispetto alle regole sociali e professionali.
Il diario di Greenwich viene pubblicato nel 1816 da von Lindenau e l’astronomo tedesco Bessel di Königsberg (oggi Kaliningrad, città russa), si stupisce della differenza sistematica. Si mette a studiare il fenomeno confrontando le rilevazioni di diversi assistenti in molti osservatori tedeschi. Scopre così che in realtà ogni rilevatore, per quanto provetto, ha una sua «equazione personale», e cioè un modo individuale ma costante di eseguire un compito così complesso. Il commovente episodio di Kinnebrook, che morirà a trent’anni, e lo studio sistematico di Bessel saranno ricordati come la data di nascita della psicologia sperimentale e della teoria della misura. L’occhio degli astronomi verrà ben presto sostituito dalle registrazioni fotografiche, ma avremo sempre più spesso a che fare con radar, contraeree, e altri macchinari che producono un margine di errore nelle rilevazioni (si veda il mio articolo sulla Domenica dello scorso 22 ottobre).
L’equazione personale affascinò lo stesso Freud. Anche in psicoanalisi come in astronomia non si potevano fare esperimenti, anche in psicoanalisi non si era sicuri che terapeuti diversi avessero “visto” le stesse cose nei colloqui con i pazienti. Ma se l’esame dei corpi celesti aveva proceduto nonostante un certo margine di incertezza, non si vedeva come lo stesso non potesse accadere con i contenuti mentali.
Nelle presentazioni delle scienze cognitive le illusioni ottiche giocano un ruolo rilevante tanto quanto gli errori sistematici di giudizio nello studio del pensiero. I casi in cui la percezione non ci restituisce la realtà ambientale e in cui il pensiero abbandona i canoni della razionalità sono indizi per scoprire i meccanismi che l’evoluzione ha incorporato nel nostro cervello.
La recente e ottima traduzione del saggio di Beau Lotto, ha come titolo Percezioni e sottotitolo C ome il cervello costruisce il mondo. Si potrebbe pensare che si tratti di un manuale aggiornato sulla percezione e sulle sue basi neurali. Il titolo originale era Deviare con il sottotitolo scritto in verticale: la scienza di vedere le cose in modo diverso. Deviare è proprio quello che è successo per la prima volta a Greenwich più di due secoli fa: Kinnebrook aveva “deviato” rispetto a quella che Maskelyne considerava la strada maestra fondata sull’esame di una realtà oggettiva. Solo Bessel «aveva visto le cose in modo diverso».
Lotto cerca di fare qualcosa di differente dal classico manuale divulgativo, qualcosa di più (forse meno, per uno studioso tradizionale?). Lo studioso inglese è un amante dello spettacolo delle meraviglie, insomma di quella che gli anglosassoni chiamano pop-science, tant’è vero che il suo saggio è stato apprezzato particolarmente da un sommo curatore di mostre come Hans Ulrich Obrist, responsabile della Serpentine Gallery a Londra.
Lotto sfrutta figure simili a quelle create dal noto studioso triestino Gaetano Kanizsa, come il famoso triangolo che si vede anche se dal punto di vista fisico, non esiste. Ma lo scopo di Lotto non è indagare i meccanismi della visione, e le sue basi neurali, bensì stupirci come fa un mago nel corso di uno spettacolo. E la meraviglia dovrebbe convincerci che etichettare come illusorie le classiche illusioni ottiche è anch’esso un abbaglio: il sistema visivo non è una copia della realtà esterna. Al contrario, l’evoluzione l’ha costruito in modo che noi ricostruiamo il mondo per agire meglio in esso. Proprio per questo possiamo de-costruire la realtà oggettiva e usare le illusioni come una chiave per spingerci a “deviare” dai modi consueti di affrontare le cose. Lotto vuole insegnarci a vedere gli altri e la realtà esterna in più modi, fuori dagli schemi, dalle regole, proprio come per solito fanno gli studiosi che analizzano il pensiero.
Insegnare la creatività e l’innovazione: questo è il suo vero obiettivo. Lo stupore di fronte alle illusioni ottiche non è altro che l’inizio di un cammino di de-costruzione, di valorizzazione delle incertezze con cui oggi dobbiamo convivere. Lotto vorrebbe indurci a vedere oltre le regole consuete, sfruttando il casuale e il deviante per innescare nuove visioni in ogni campo dell’attività umana. Persino dagli infingimenti ottici più spettacolari può forse partire un percorso di addestramento al dubbio, al pensiero critico, alla messa in crisi dell’illusione della conoscenza. In questa prospettiva Kinnebrook è stato una vittima del conformismo. L’Assistente dell’Astronomo Reale, con il suo stile personale e la sua indipendenza, aveva dato la chiave per iniziare questo percorso. Nessuno nella Gran Bretagna di allora volle proseguirlo.
Beau Lotto, Percezioni. Come il cervello costruisce il mondo , traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 332, € 25

Il Sole 12.11.17
Neuropsicologia
A che velocità passa il tempo
di Arnaldo Benini

Col passare degli anni e in età avanzata il senso del tempo passato è più veloce: «Mi sembra che sia sempre sabato e San Silvestro» diceva mia madre dopo gli 80 anni. La compressione del tempo trascorso può cominciare già in gioventù per diventare più evidente nella seconda metà della vita. In genere è una sensazione che non disturba l’esistenza, anche se può influenzare il rapporto psicologico col proprio passato e indurre alla malinconia.
Neuropsicologia e neuroscienze cognitive ne indagano la fenomenologia e cercano i meccanismi nervosi della compressione del tempo trascorso. Sono uscite interessanti ricerche su come l’età avanzata acceleri il senso del tempo trascorso, con dati in parte contraddittori, tanta è l’elusività dello scorrere del tempo. La constatazione non è nuova. William James, nei Principles of Psychology, dopo aver espresso meraviglia per l’accuratezza con cui gli esseri umani, di giorno e di notte, percepiscono l’ora e la durata di un intervallo senza guardare l’orologio, distinse il senso del tempo nel presente, che rimane grosso modo costante, da quello del passato, che, con l’età, diventa breve, molto più breve.
Se, da anziani, si ripensa agli ultimi 8 o 10 anni di vita, essi sembrano passati, dice James «in un’ora». Petrarca ha messo in versi mirabili che «il breve viver» suo non era più di un giorno, bambino al mattino, vecchio la sera. Il senso del tempo nel presente e nel passato recente, di giorni fino al massimo di un mese, rimane di regola stabile, con l’eccezione che varia (ma di poco) secondo lo stato d’animo e quel che si fa: in un’attività che interessa esso scorre più veloce di quando ci si annoia; un’attesa in stato di ansia sembra non aver mai fine, a conferma che il tempo soggettivo, fenomenologico, è un costrutto dei meccanismi nervosi della mente e del sistema limbico dell’emotività. A differenza della fisica, che considera il tempo la quarta dimensione dello spazio, le neuroscienze cognitive considerano il tempo un evento reale di meccanismi nervosi distinto dal senso dello spazio. Questo è dovuto a meccanismi nervosi congeniti in buona parte diversi da quelli del tempo.
Lo psicologo Paul Janet, citato da James, credette di aver trovato la legge della massiccia compressione della durata trascorsa, che chiama une illusion d’optique interne: la lunghezza sentita di un intervallo trascorso sarebbe inversamente proporzionale all’età. Un bambino di dieci anni sentirebbe un anno trascorso come un decimo della vita, un uomo di 50 anni come un cinquantesimo. La legge è rigida e non considera gli eventi che possono influire sul senso del tempo, ma riflette un evento universale: il senso del tempo nel presente è più o meno costante, quello del passato è sempre più compresso con l’età che avanza.
Di ciò ci sono testimonianze letterarie e poetiche dall’antichità, da tutte le latitudini e da lavori di psicologi da quasi due secoli, a conferma che l’accelerazione del senso del tempo trascorso non dipende dall’ambiente, dalle condizioni sociali e tecnologiche e dall’esperienza, ma solo dall’età. La compressione del tempo passato non può che dipendere da eventi cerebrali propri della specie, che coinvolgono meccanismi del tempo e della memoria.
Si sa quanto essa sia importante per la relazione della coscienza col mondo e con sé stessa, ancora poco sui meccanismi nervosi che la determinano. Chiedersi come si sente la velocità del tempo nel presente («Da quanto tempo sono in attesa del tram?») attiva verosimilmente meccanismi nervosi diversi dalla domanda circa il tempo passato. Una donna di 87 anni, riportano gli psicologi S.Droit-Volet e J.H. Wearden, era solita dire che i mesi volano mentre i giorni son fermi. Il dilemma fisiologico irrisolto é come possano i mesi «volare» se i giorni stanno fermi. Il senso del tempo presente e del passato recente è verosimilmente condizionato dai meccanismi della memoria di lavoro a breve, quello del passato remoto dalla memoria a lungo termine.
Una delle cause che accorciano il senso del tempo trascorso sarebbe, per diversi autori, la rarità di nuove esperienze nell’età avanzata: una circostanza che non vale per tutti, mentre l’accelerazione del tempo trascorso é universale. Il concetto di tempo sembra intuitivo, ma la sua neurofisiologia è di un’enorme e in parte inesplorata e difficilmente esplorabile complessità. La difficoltà della ricerca, di ridurre i vari eventi del senso del tempo ai meccanismi nervosi che li determinano è certamente grande, ma non dovrebbe essere insuperabile.
I. Winkler, K. Fischer et al. , Has it really Been that long? Why Time Seems to Speed up with Age? ,Timing& Time Perception 5,168-189,2017;
S.M.J. Janssen, Autobiographical Memory and the Subjective Experience of Time , Ibidem 99-122, 2017;
S.Droit-Volet, J.H.Wearden, Experience Sampling Methodology reveals similarities in the experience of passage of time in young and elderly adults ,Acta Psychologica 156, 77-82,2015

Il Sole Domenica 12.11.17
Manuali
Come usare il cervello
di Gilberto Corbellini

Un libro sul cervello scritto nella forma di un manuale per l’utente, con tanto di informazioni sulla garanzia, la risoluzione degli inconvenienti, le note legali, etc. è un originale e intelligente modo di divulgare le neuroscienze. L’ha pubblicato Marco Magrini, giornalista che scrive di economia e scienza, e contiene una semplificata ma aggiornata e corretta sintesi delle conoscenze neuroscientifiche. Del device che porta incorporato, l’utente, cioè il lettore, sa pochissimo, dando per scontate non poche false credenze in circolazione. L’autore illustra le caratteristiche tecniche del cervello, i modi di funzionare e le prestazioni della macchina che governa ogni essere umano. Ne descrive le potenzialità straordinarie, ma anche i limiti, cioè a quali problemi può andare incontro per difetti, malfunzionamenti o invecchiamento, con relative conseguenze per la qualità e la continuità della sanità mentale. La forma del manuale d’uso consente di comunicare le informazioni a diversi livelli, di produrre tabelle di sintesi, di trattare con ironia luoghi comuni e miti.
Tra questi, accanto all’ingenuità di credere che noi useremmo solo il 10% del nostro cervello, o che ascoltare Mozart farebbe diventare più intelligenti, o che il sudoku e altri giochetti logici rallenterebbero il decadimento mentale dovuto a senilità, da alcuni anni ci sono anche i neuroni specchio. Magrini si è assunto l’onere di leggere le prove, chissà come inaccessibili agli autorevoli scienziati che hanno premiato Giacomo Rizzolatti con un milione di euro di soldi pubblici dei cittadini lombardi (in quale paese civile si usano soldi pubblici per farne premi scientifici?), che i neuroni specchio, benché di una certa importanza, non spiegano il meglio della natura umana, e non c’è uno straccio di dimostrazione che entrino in gioco nell’autismo.
Il manuale insiste sulla modificabilità o plasticità, cioè adattabilità ai contesti o trasformabilità in funzione dell’esperienza, del cervello. Nel libro si leggono cose in larga parte vere e alcune ancora da controllare, su come funzionano e dove si distribuiscono anatomicamente memoria, apprendimento, immaginazione, linguaggio, etc. Un concetto enfatizzato è che il cervello è una macchina che risponde agli stimoli non passivamente, cioè registrandoli come tali, ma usandoli per selezionare risposte pertinenti all’interno di sterminati repertori di possibilità costruiti in anticipo e spontaneamente.
L’autore parla di «predizione» e correttamente paragona la strategia decisionale del cervello al ragionamento bayesiano. Il cervello è la macchina più complessa al mondo proprio perché usa la serialità, la gerarchizzazione e la modulabilità dei collegamenti fra strutture e aree per esplorare attivamente in anticipo infinite possibilità di risposta a situazioni previste o impreviste, conservando poi una memoria riorganizzativa ed emotivamente pesata di quell’esperienza. All’interno di queste regole emerge probabilmente l’illusione del libero arbitrio. Il cervello ha moltissimi gradi di imprevedibilità, benché sempre all’interno di uno spettro predefinito dalla genetica e dall’epigenetica della macchina. Questo non vuol dire che ci sia qualcuno (un Io) che decide indipendentemente dai processi neuronali che hanno luogo e che determinano completamente il comportamento individuale.
Anche di coscienza e libero arbitrio si parla nel libro in modi pertinenti, cioè riportando informazioni che vengono da esperimenti e ricordando che non è ben chiaro da quali strutture e collegamenti dipendano (anche se si sa da quali NON dipendono). L’autore dice che «noi siamo il nostro cervello» e nient’altro, ma spesso sembra rivolgersi al lettore come se parlasse a qualcuno che può decidere, per un atto di libera volontà, di fare cose diverse da quelle che il suo cervello gli fa fare. La coscienza, credere nel libero arbitrio e altre manifestazioni funzionali della macchina che danno l’idea che ci sia un sé immateriale ma capace di agire sulla materia del cervello, si sono probabilmente selezionate per autoingannarci e favorire le capacità di autocontrollo, che davano vantaggi riproduttivi agli esemplari della specie che le sperimentavano.
Insomma il libero arbitrio non esiste, della coscienza non c’è da essere solo orgogliosi, il sé è una costruzione molto precaria che può fare ben poco: allora chi siamo noi? Perché in alcuni casi il cervello ci tira fuori dai guai e in altri no? Sappiamo per esperienza comune di persone che riescono a uscire da dannosi loop mentali (e mettere in atto apparentemente alcune strategie che suggerisce Magrini per attivare la motivazione) e altre che nella stessa condizione sprofondano. I geni e le esperienze producono alla fine cervelli unici e non sempre, o per alcune condizioni mai quel che riesce a fare un cervello lo può fare un altro. Non tutte le dotazioni genetiche sono appropriate per sviluppare le stesse potenzialità, al di là dell’ambiente. Se una persona riesce a superare abitudini dannose, o meno, che non siano segni clinici di malattie mentali o comportamenti funzionali e a non perdere il controllo, non lo deve ad altro che ai modi nei quali il potenziale innato e l’ambiente sono risultati consonanti. Il resto sono autoinganni, di cui sappiamo bene che la coscienza, tanto decantata, è maestra assoluta.
Anche la questione dei bias o predisposizioni a fare scelte o dare giudizi in modi irrazionali, che esistono a centinaia, alla fine è un problema in una società industrializzata. Nel corso delle decine di migliaia di anni in cui i nostri antenati erano cacciatori-raccoglitori-orticoltori, quei bias hanno assicurato la sopravvivenza o non erano svantaggiosi. La selezione naturale non poteva prevedere il capitalismo, la democrazia, lo stato di diritto… il web. Così, oltre che accudirli auspicabilmente con attaccamento, conviene mandare a scuola i nostri cuccioli, forzando la loro natura, proprio perché bisogna insegnare loro, manipolando sinapsi e neurotrasmettitori, a ragionare strumentalmente, a mettere sotto controllo gli impulsi, a potenziare il linguaggio, a usare il pensiero astratto, etc. Ovvero come comportarsi accettabilmente nel mondo moderno per godere dei doni che ci hanno lasciato le generazioni precedenti, a cominciare dalla libertà per continuare con il benessere, la salute, più eguaglianza, meno violenza, etc. Dove il cervello dei bambini non è educato abbastanza o è indottrinato, c’è arretratezza non solo economica, ma anche morale.
Marco Magrini, Cervello: manuale dell’utente. Guida semplificata alla macchina più complessa del mondo , Giunti, Firenze, pagg. 255, € 14