venerdì 27 ottobre 2017

Repubblica 27.10.17
Troppi silenzi complici
Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi
Anniversario della marcia su Roma
Domani, nell’anniversario della marcia dei fascisti su Roma, l’associazione dei partigiani organizza la manifestazione “Antifascismo in marcia”
“Il 28 ottobre dell’Anpi per spiegare il fascismo. E gli ultrà visitino i lager”
intervista di Paolo Berizzi

MILANO. Carlo Smuraglia, lei è romanista o laziale?
«Nessuno dei due. Io sono contro le curve quando diventano razziste, fasciste e addirittura antisemite ».
Il 75% dei gruppi ultrà sono di estrema destra.
«È un male. Che lo sport, in questo caso il calcio, diventi pretesto per fare apologia di fascismo e bieco negazionismo, è intollerabile. E sono stupito».
Di cosa?
«C’è stata troppa condiscendenza. Sia da parte della società sia da parte di certi organi dello Stato. L’indulgenza, il lasciar correre, minimizzare sempre, portano all’espansione di un fenomeno ».
È quello che sta succedendo?
«Ormai è sotto gli occhi di tutti. Il caso Anna Frank è solo l’ultimo esempio. Ricordo la sentenza di un tribunale: una curva dice alla curva rivale “sporchi ebrei”. Per i giudici è solo uno “scambio” tra tifoserie. È conseguente che poi gli ultrà razzisti alzino il tiro. La società deve reagire».
Anche le società di calcio.
«Troppo spesso sono silenti».
Il presidente della Lazio, Lotito, pensava di chiudere il caso con la visita in Sinagoga. Peccato che prima di andarci l’abbia definita una “sceneggiata”.
«Il gesto riparatorio era doveroso. Poi è riuscito a vanificarlo».
Che provvedimenti prenderebbe per i 12 ultrà indagati?
«Li obbligherei, come fanno in altri Paesi, a visitare i campi di concentramento».
Perché in Italia non si fa?
«C’è sempre stato un silenzio assordante. È il segno di un dato storico: il nostro Paese nelle sue istituzioni non è mai riuscito a diventare concretamente antifascista. Eppure la democrazia è l’esatto contrario del fascismo».
Novantacinque anni dopo la marcia su Roma c’è chi, Forza Nuova, ha provato a rilanciarla: nello stesso giorno, il 28 ottobre.
«Dopo la denuncia di Repubblica c’è stata una presa di posizione netta e tempestiva da parte del ministro Minniti e del capo dellaPolizia Gabrielli. Resta solo da capire un particolare».
Quale?
«La motivazione del divieto. Se è per l’ordine pubblico, mi lascia perplesso. Sarebbe un rifugio per non dire esattamente come stanno le cose. Quella marcia non si fa perché rievoca una data nefasta della storia, l’inizio del ventennio fascista. Punto».
Un gruppo neonazista, Rivolta Nazionale, annuncia che il 28 ottobre sarà in piazza. Forza Nuova invece ha rimandato la marcia al 4 novembre, festa dell’unità nazionale e giornata delle forze armate.
«Su Rivolta Nazionale auspico provvedimenti immediati, così come per le altre formazioni nazionalsocialiste attive in Italia».
Perché la magistratura non interviene?
«Manca, ripeto, una vera cultura antifascista. Nelle scuole, tra i cittadini, nelle istituzioni. Sì, anche tra i magistrati. Ho chiesto al presidente della Scuola superiore della magistratura di inserire dei corsi anche sulle leggi contro il fascismo: lo farà. Così magari evitiamo richieste di archiviazione assurde come quelle di Milano e Venezia: mi riferisco alla parata del 29 aprile al Cimitero Maggiore e alla spiaggia fascista di Chioggia. Comunque qualche segnale incoraggiante lo vedo ».
Esempio?
«Sindaci che fanno delibere per vietare che si concedano spazi pubblici per manifestazioni fasciste ».
Il 28 ottobre, in risposta alla provocazione di Forza Nuova, l’Anpi organizza “Antifascismo in marcia”. Che cosa farete?
«Trasformiamo il 28 ottobre in una giornata di informazione. Spieghiamo che cosa è stata la marcia su Roma e il fascismo. L’evento centrale sarà (a inviti) in Campidoglio. Dobbiamo fermare l’avanzata dell’estrema destra e la nostra arma è una battaglia culturale massiccia».

il manifesto 27.10.17
L’Italia condannata per tortura nelle carceri di Bolzaneto e Asti
Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ordina risarcimenti per oltre 4 milioni di euro. È la prima sentenza che riconosce il reato commesso in una "regolare" prigione italiana
di Eleonora Martini

Due condanne in un solo giorno provenienti da Strasburgo confermano ancora una volta l’uso della tortura nelle carceri italiane, reato per il quale lo Stato non ha mai chiesto scusa alle vittime e non ha mai punito i responsabili (ma non li ha neppure sospesi durante l’inchiesta e il processo, come sottolinea la Corte europea dei diritti dell’uomo).
Sono 63 in totale le persone che, da recluse, hanno subito violenze fisiche e psicologiche da parte di autorità di polizia: due durante la detenzione nel carcere di Asti nel 2014, quando vennero sottoposte a maltrattamenti di vario tipo da parte di cinque agenti penitenziari, e 61 a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova. A tutti loro la Cedu ha riconosciuto ieri un indennizzo che va dai 10 mila agli 88 mila euro a testa (a seconda delle gravità delle violenze subite e della «conciliazione amichevole» eventualmente già pattuita con il governo italiano), condannando così Roma al pagamento complessivo di 4 milioni e 10 mila euro per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.
«A GIUDIZIO DELLA CORTE, i giudici nazionali hanno fatto un vero e proprio sforzo per stabilire i fatti e individuare i responsabili», scrive la Cedu, ma a causa della lacuna normativa di allora i torturatori sono rimasti impuniti. Il problema, sul quale i giudici di Strasburgo ovviamente non si soffermano ma che viene sottolineato dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, è che il reato di tortura rischia di rimanere impunito in alcuni casi anche in futuro, perché la legge entrata in vigore il 18 luglio scorso che introduce finalmente quella fattispecie di reato nell’ordinamento italiano è volutamente contorta e difficilmente applicabile.
Anche se il ministro Orlando un paio di giorni fa si è detto convinto che la nuova legge abbia recepito le direttive della Cedu contenute nella sentenza Cestaro del 2015 e ha spiegato che comunque il testo ha bisogno di essere applicato per verificare eventuali «elementi di fragilità normativa», caso in cui, ha detto, «non escludiamo una riflessione».
DOPO LA CONDANNA del giugno scorso per le torture perpetrate dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz, i giudici di Strasburgo riconoscono ad altre 61 persone, alcune delle quali arrestate proprio durante quell’irruzione, il diritto ad essere risarcite per le violenze subite «dagli ufficiali di polizia e dal personale medico» a Bolzaneto, una delle due caserme, insieme a Forte San Giuliano, adibite a centri temporanei di detenzione dei manifestanti “rastrellati”. Per due giorni, le vittime vennero «aggredite, picchiate, spruzzate con gas irritanti, subirono la distruzione degli effetti personali e altri maltrattamenti – ricorda la Corte – Mai avrebbero ricevuto adeguate cure per le ferite riportate, e la violenza sarebbe continuata anche durante le visite mediche», oltre a non aver potuto contattare familiari, avvocati e consolati.
Per questi fatti «la procura di Genova indagò 145 tra poliziotti e medici, di cui 15 vennero poi condannati a pene tra i 9 mesi e i 5 anni di reclusione». Ricorda la Corte che successivamente «dieci di loro hanno beneficiato di una grazia, tre di una completa remissione della pena detentiva e due di una remissione di 3 anni; quasi tutti i delitti sono stati prescritti».
Undici dei ricorrenti davanti alla Cedu hanno già accettato di ricevere dal governo italiano 45 mila euro per una «conciliazione amichevole» e perciò hanno diritto ad un risarcimento minore. Ma a nessuna delle tante vittime dei torturatori di Genova, sottolinea Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum del 2001, «a 16 anni dai fatti, dopo varie condanne italiane e internazionali, non è ancora arrivata alcuna parola di scusa a nome dello Stato da parte dei suoi massimi rappresentanti, primi tra tutti il presidente della Repubblica. Una vergogna nella vergogna».
FORSE PERFINO più importante e incisiva è la seconda sentenza emessa ieri dalla Cedu, perché è la prima volta che viene riconosciuta la tortura in un “regolare” carcere italiano e l’Italia viene condannata sia per il delitto in sé «(aspetto sostanziale») che per quanto riguarda la risposta delle autorità nazionali (aspetto procedurale)».
In questo caso, il governo dovrà risarcire con 88 mila euro ciascuno, due detenuti del carcere di Asti o i loro familiari (i torinesi Andrea Cirino e Claudio Renne, quest’ultimo morto in una cella a Torino nel gennaio scorso), per le torture subite nel dicembre 2014 da cinque poliziotti penitenziari, tutti assolti dal tribunale di Asti per mancanza di reato specifico. E perché «malgrado le sanzioni disciplinari imposte», ritenute dalla Cedu, «non sufficienti», gli agenti «non sono stati sospesi durante l’inchiesta o il processo».
Due sentenze che il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, considera «un campanello d’allarme che richiede importanti e urgenti azioni da parte dell’Italia».

il manifesto 27.10.17
Bolzaneto e Asti, la tortura è nelle carceri
Strasburgo. Stop all’impunità. La legge non basta contro i torturatori
di Patrizio Gonnella

Oltre 4 milioni di euro di risarcimenti e l’ennesima brutta figura internazionale. A 16 anni di distanza dal G8 di Genova, dopo le sentenze sulla Diaz, e 13 anni da quanto accaduto nella prigione di Asti, arrivano altre due condanne da Strasburgo, le ennesime, per tortura. Non una parola qualunque ma tortura.
Stavolta, tuttavia, ci sono alcune sostanziali differenze rispetto al passato nella decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
In primo luogo le condanne sono state due, per due fatti ben diversi tra loro. Da una parte ci sono le vicende del G8 di Genova e della caserma di Bolzaneto. Già in passato per le torture e le violenze avvenute nel luglio 2001 l’Italia era stata condannata dalla Corte di Strasburgo, sia per gli episodi della scuola Diaz che proprio per quanto avvenne a Bolzaneto. Dall’altro le brutalità commesse nelle prigioni di Asti nel 2004.
Ciò che accomuna tuttavia i due casi è che riguarda delle prigioni. Nel caso di Bolzaneto un carcere improvvisato. Nel caso di Asti una galera vera e propria (per la prima volta l’Italia viene condannata per tortura in un carcere). Prigioni dove sono avvenute violenze brutali, minacce fasciste, fino allo scalpo verificatosi nella sezione di isolamento del carcere piemontese.
La seconda novità rispetto al passato è l’entità dei risarcimenti alle vittime che superano di gran lunga quelli a cui finora la Corte di Strasburgo ci aveva abituato, arrivando in alcuni casi a riconoscere fino ad 85 mila euro ad un singolo ricorrente.
Al di là della cronaca dei fatti, tuttavia, la doppia sentenza di oggi fotografa ancora una volta il clima di impunità che si era strutturato in Italia. Per lunghi anni nel nostro paese non c’è stato modo di avere giustizia e, ancora una volta, abbiamo dovuto aspettare una decisione europea.
Ora l’Italia da qualche mese ha una legge e il termine tortura è stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano. Tuttavia, come abbiamo avuto modo di dire già all’indomani dell’approvazione, il testo è molto lontano da quello della Convenzione delle Nazioni Unite che era quello che chiedevamo.
Altro elemento di queste sentenze che non può essere tralasciato è quello dell’impunità per gli autori delle violenze. Alcuni dei responsabili degli episodi oggi giudicati come tortura dalla Corte Europea sono ancora in servizio e a rispondere dei loro atti criminosi sarà solamente lo stato italiano dal punto di vista pecuniario.
Nei prossimi giorni l’Italia andrà sotto osservazione dinanzi al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. Antigone ha presentato un rapporto indipendente sulla situazione del Paese sul quale vedremo come risponderanno le autorità italiane dopo questa ennesima condanna. In ogni caso, quello che oggi chiediamo è: che sia adottato un codice di condotta per i comportamenti in servizio di tutti gli appartenente alle forze dell’ordine; che ci sia sempre l’identificabilità di tutti coloro che svolgono compiti nei settori della sicurezza e dell’ordine pubblico; che si interrompano le relazioni sindacali con quelle organizzazioni che difendono, anche in sede legale, i responsabili di questi comportamenti; che dinanzi a questi casi lo Stato si costituisca parte civile; che vengano assunti tutti i provvedimenti amministrativi del caso contro gli autori delle violenze; che venga istituito un fondo per il risarcimento delle vittime di tortura.
* presidente Antigone

La Stampa 27.10.17
Fine vita, legge al palo
Si dimette la relatrice

«Non ritengo ci siano le condizioni per proseguire l’iter del provvedimento in commissione». Con queste parole la senatrice Pd Emilia Grazia De Biasi ha rimesso il mandato di relatrice del disegno di legge sul biotestamento fermo da mesi in commissione Sanità a Palazzo Madama. La decisione di De Biasi, annunciata da tempo in polemica contro l’inerzia dei partiti sul tema, potrebbe ora portare ad un’accelerazione nell’iter di discussione sul provvedimento. A norma di regolamento, infatti, decaduto il relatore il testo finisce nelle mani della conferenza dei capigruppo. Organo a cui ora M5S e Mdp chiedono di procedere «all’immediata calendarizzazione in Aula».

Repubblica 27.10.17
Biotestamento e Ius soli il traguardo è più vicino cresce l’ipotesi fiducia
La legge in aula dopo le dimissioni della relatrice Zanda (Pd): bene se il governo blinda la cittadinanza
di Lucrezia Clemente

ROMA. Dopo una impasse durata mesi al Senato sul biotestamento e sullo Ius soli, sono arrivati i primi segnali positivi per l’approvazione delle due leggi prima della fine della legislatura. Il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda ha avanzato infatti l’ipotesi di mettere la questione di fiducia sul disegno di legge per la cittadinanza ed accelerare così i tempi.
A sbloccare invece la situazione sul biotestamento è stata la relatrice del ddl Emilia De Biasi (Pd) che si è dimessa ieri dal suo incarico per aggirare gli oltre tremila emendamenti presentati in commissione Sanità. «I tempi non consentono di proseguire l’esame in commissione », ha dichiarato la senatrice, «la mia decisione ribadisce ulteriormente l’importanza di approvare una legge rilevante e attesa».
La decisione sulla calendarizzazione in aula del ddl spetterà ora alla Conferenza dei capigruppo. A chiedere un’accelerazione è stata anche Maria Cecilia Guerra, capogruppo a Palazzo Madama di Mdp, a cui si è aggiunto l’appello dei Radicali dell’Associazione Luca Coscioni Filomena Gallo e Marco Cappato: «Chiediamo al presidente del Senato Pietro Grasso che si arrivi a votare subito il testo, già approvato a larghissima maggioranza alla Camera, al di là delle logiche delle coalizioni elettorali». Contrari alla riforma che introduce il diritto al rifiuto delle cure e vieta l’accanimento terapeutico, si sono espressi infatti gli alfaniani di Ap, oltre a Lega e Forza Italia. Ma i numeri per l’approvazione al Senato ci sono, perchè a sostenere la legge, oltre ad Mdp, sono schierati anche i 35 senatori del M5S.
Il punto di svolta è arrivato dopo l’appello lanciato su Repubblica dai senatori a vita, Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia che in una lettera aperta hanno chiesto l’approvazione «senza modifiche del testo già votato alla Camera », ricordando che la legge «dà valore alla volontà di ciascuno e tutela la dignità di tutti». Un invito a cui hanno aderito nei giorni scorsi anche i sindaci, da Virginia Raggi a Giuseppe Sala a Luigi De Magistris.
Sullo Ius soli, la riforma della legge sulla cittadinanza italiana bloccata al Senato da due anni, l’apertura è arrivata ieri dal capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda durante la dichiarazione di voto sulla legge elettorale: «Non appena avremo la certezza di avere i voti necessari, accoglierei con molto favore una decisione del Governo di mettere la fiducia prima della fine di questa legislatura». Dopo gli appelli lanciati da intellettuali e insegnanti, e lo sciopero della fame cui ha aderito anche il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, potrebbero risultare decisivi ancora una volta i voti dei 14 senatori di Ala, entrati a far parte ieri della maggioranza di governo dopo aver votato la fiducia sulla legge elettorale. E proprio il loro contestato leader Denis Verdini si è detto pronto a votare il biotestamento e lo ius soli «anche domani», rivendicando il ruolo del suo gruppo che ha permesso «al Paese di fare uno scatto in avanti sul fronte dei diritti ». Una mano tesa arriva anche dal leader di Mdp Pier Luigi Bersani che ha assicurato la disponibilità a votare una fiducia di scopo «anche con Verdini».

Repubblica 27.10.17
Englaro: “Subito il sì sul fine vita Decidere spetta solo ai cittadini”
intervista di Lavinia Rivara

ROMA. «Noi la strada l’abbiamo tracciata, la magistratura ha fatto la sua parte, ora spetta a loro, al Parlamento, percorrere l’ultimo miglio. Purché la legge non venga vanificata da modifiche che la renderebbero inutile». A oltre 25 anni di distanza da quel 18 gennaio del 1992 in cui Eluana Englaro, a causa di un incidente, finì in uno stato vegetativo, suo padre Beppino attende ancora il sì delle Camere al biotestamento per porre fine alla sua lunga battaglia.
Englaro, come valuta la legge ora all’esame del Senato?
«Ha un’ottima impostazione, credo che di più non potessero fare, considerando anche che si trattava di raggiungere un compromesso ».
I centristi e una parte del mondo cattolico però vorrebbero rivedere il diritto del paziente a rifiutare idratazione e nutrizione artificiale per affidare la valutazione finale al medico. Lei sarebbe d’accordo?
«Assolutamente no. Contrariamente a quanto sostengono le società scientifiche, la Cassazione ha sancito che si tratta di terapie e che quindi, in base alla Costituzione, il cittadino ha il diritto di rifiutarle. Il fatto che Eluana improvvisamente non fosse più in grado di intendere e di volere, non poteva diventare una discriminazione, ledere il suo diritto di dare disposizioni sulla sua vita. Ed era chiarissimo che le condizioni in cui era finita erano totalmente estranee al suo modo di concepire l’esistenza ».
Quattro senatori a vita sostengono che ormai larga parte dell’opinione pubblica è favorevole al riconoscimento di questo diritto. Ritiene anche lei che sia così?
«Altroché. Quando cominciammo la nostra battaglia attraversammo il deserto, nessuno ne voleva parlare, siete stati voi di Repubblica i primi a farlo. Oggi l’opinione pubblica è informata, reclama questi diritti, ed è come una Corte suprema » La legge sul biotestamento rischia comunque di non essere approvata neanche in questa legislatura, dopo il fallimento in quella precedente.
Vuole lanciare un ultimo appello ai partiti?
«Tutto quello che ho fatto fin qui rappresenta il mio appello. Io dovevo andare fino in fondo, l’ho fatto perché mi hanno chiesto di andare avanti per tutti, anche contro la Regione Lombardia, ora condannata a risarcirci per aver rifiutato di dar seguito alle sentenze. Noi abbiamo fatto la nostra parte e dobbiamo ringraziare Eluana, che è sempre stata una persona con le idee chiarissime. Ma ora non si può continuare a privare i cittadini dell’esercizio di una libertà e di un diritto costituzionale».

La Stampa 27.10.17
Strappo di Grasso: il Pd senza futuro
Lite sulla fiducia per la legge elettorale: “Scelte che imbarazzano le istituzioni, lascio il gruppo”
Strappo di Grasso dopo il via libera definitivo di Palazzo Madama alla legge elettorale. Il presidente del Senato: «Il Pd è senza futuro, lascio il gruppo». Sul vertice di Bankitalia, Gentiloni impone la conferma di Visco e sfida Renzi. Il segretario democratico: non condivido.
Pronta la leadership Mdp “Non mi riconosco neanche nel futuro dei dem”
di Andrea Carugati

«Politicamente e umanamente la misura è colma». Poche ore dopo il sì definitivo del Senato alla nuova legge elettorale, il presidente Pietro Grasso lascia il gruppo del Pd. Una notizia «inaspettata e non prevedibile», confida il capogruppo dem Luigi Zanda, cui Grasso ha telefonato pochi minuti prima di ufficializzare la sua scelta. Il Rosatellum, approvato con 5 voti di fiducia nella sua Aula di palazzo Madama, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La molla che ha spinto l’ex magistrato entrato in politica nel 2013 col Pd di Bersani a lasciare il partito di cui non aveva mai preso la tessera. «Non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd, vedo comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza. Non mi riconosco nemmeno nelle sue prospettive future», spiega Grasso, che aveva cercato con la moral suasion di evitare i voti di fiducia sul Rosatellum, di percorrere la via ordinaria votando i circa 200 emendamenti che erano stati presentati. «La fiducia va evitata, è una forzatura che svuota il ruolo e le funzioni del Senato», aveva spiegato nei giorni scorsi ai vertici del Pd. La stessa legge elettorale non lo ha mai convinto. «Se avesse votato in Aula non avrebbe votato nè la legge, né la fiducia sugli articoli», racconta amareggiato Zanda, uno di quelli che gli aveva chiesto nei mesi scorsi di correre per la guida della Sicilia sotto le insegne del Pd. E invece nel corso dei mesi le distanze si sono allargate. Prima le critiche durante l’iter della riforma costituzionale, poi l’invito a Renzi (inascoltato) a «non trasformare il referendum in un plebiscito». Fino all’ultima legge elettorale. «L’importante è che sia costituzionale e nell’interesse dei cittadini e non dei partiti», ha ammonito Grasso un mese fa. «Toni antipolitici come quelli del M5S», la gelida risposta del presidente del Pd Matteo Orfini.
Non è un caso che la scelta di Grasso sia arrivata ieri, poche ore dopo lo show di Denis Verdini in aula, con la sua rivendicazione di avere sempre fatto parte della maggioranza. «La mia scelta è l’unica che possa certificare la distanza, umana e politica, da una deriva che non condivido», spiega l’ex magistrato. Deriva che include anche l’alleanza in Sicilia e poi alle politiche con Alfano. «Quando mi sono candidato nel Pd riconoscevo principi, valori e metodi condivisi, che si sono andati disperdendo». Il suo futuro con tutta probabilità sarà ancora in politica. «Sono un ragazzo di sinistra», ha ricordato una ventina di giorni fa alla festa di Mdp a Napoli. Tra i renziani, ma anche dentro le fila della sinistra, c’è la convinzione che si tratti di una mossa di avvicinamento ad una candidatura con la nuova lista di Bersani. Di cui potrebbe essere il leader, o comunque uno dei front man. «Per il futuro vedremo», taglia corto il presidente. Il senatore renziano Salvatore Margiotta lancia una provocazione: «Per coerenza dovrebbe dimettersi anche da presidente del Senato, ove il Pd lo designò». «Non è la nostra linea, nessuna richiesta di dimissioni», spiegano dal Nazareno. «Una decisione che amareggia», le parole ufficiali del vicesegretario Maurizio Martina. Nel gruppo dem al Senato la scelta di Grasso viene letta come un «gesto eclatante che dà il via alla sua campagna elettorale con la sinistra radicale». «In questi anni è stato tra i più tenaci avversari del Pd», spiega un renziano. «Ma non trascineremo la seconda carica dello Stato nello scontro politico», taglia corto Orfini. A sinistra Arturo Scotto non nasconde la soddisfazione: «Un ragazzo di sinistra non poteva più stare nel Pd». Nei prossimi mesi non cambierà di una virgola il suo profilo di arbitro del Senato: «Questa scelta non scalfisce in alcun modo la mia imparzialità».

Repubblica 27.10.17
“Di questo partito che mina le istituzioni non condivido nulla”
Il presidente del Senato e l’addio ai dem: “Distanza totale da una deriva imbarazzante. Da senatore non avrei votato né fiducia né Rosatellum. Io candidato Mdp? Per ora non ci penso”
di Liana Milella

ROMA. «La verità, in questi giorni, mi è apparsa in tutta la sua evidenza, ormai io non condivido più la linea di questo Pd». E ancora: «Se non fossi stato il presidente del Senato non avrei votato né la legge elettorale, né tantomeno la fiducia ». C’è come un velo di rassegnata amarezza nella voce di Grasso quando, a sera ormai inoltrata, dopo aver assistito alla proiezione di un film accanto a Mattarella, chiosa la scelta di chiudere la sua storia politica col Pd, nata a dicembre 2012 con Bersani, ma proseguita nel gelo con Renzi. I due non hanno mai dialogato, come più volte lo stesso Grasso, lasciandosi andare a una battuta – «Sì, …parliamo durante le parate militari…» – ha confermato.
Ma ora, con la legge elettorale e il sostegno di Verdini, Grasso va per la sua strada.
Su quale sarà questa “strada” mantiene il riserbo – «Per il futuro vedremo, non è oggi la giornata giusta per pensarci» – ma il pressing di Mdp nei suoi confronti non è più un mistero.
Dopo una notte inquieta, e dopo la delusione avuta in aula, ascoltando il capogruppo Pd Luigi Zanda che difende tutti, ma non spende neppure una parola per lui, Grasso rompe clamorosamente con i Dem. Eccolo dire: «Politicamente e umanamente la misura è colma. Io non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd. Assisto a comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza. Non mi riconosco nemmeno nelle sue prospettive future». C’è la critica netta alla mozione su Bankitalia, assunta all’insaputa del governo, ma c’è soprattutto la frattura politica rispetto alle prospettive di un’intesa con il centrodestra che si è materializzata con il voto al Rosatellum di Denis Verdini. Il «ragazzo di sinistra», come si era autodefinito Grasso a Napoli appena qualche settimana fa davanti alla platea di Mdp, cambia strada rispetto a Renzi. Al quale, alla festa di Imola, aveva già inviato un segnale chiaro, «guardiamo a sinistra, e non al nuovo centrodestra », lui che nel 2013 si era candidato con una coalizione dove c’era anche Sel.
Una scelta improvvisa quella di Grasso, che spiazza i suoi più stretti collaboratori. Che pure erano rimasti colpiti dalla sua reazione, martedì in aula, contro il grillino Crimi. Quel dire «si può esprimere malessere, ma non è detto che, per senso delle istituzioni, si debba obbedire ai propri sentimenti ». Ieri mattina l’aula, una rapida colazione, poi la comunicazione ufficiale a Mattarella e Gentiloni. Alle 16 e 30 la telefonata con Zanda, in cui Grasso annuncia il suo passo. Zanda rivela che la settimana scorsa gli aveva offerto un seggio e lui aveva replicato con un «ci penserò». Ma negli stessi giorni il presidente del Senato sta tentando una disperata mediazione «per evitare la fiducia», cercando di convincere il Pd. Tant’è che riceve anche chi firma per il no, come Felice Besostri. Tutto inutile, il Pd va avanti ugualmente.
Dice Grasso: «La mia è una scelta sofferta, ma è l’unica che possa certificare la distanza, umana e politica, da una deriva che non condivido». Parla proprio di «deriva », usa una parola pesante, in cui risuona la sua battaglia sulla riforma costituzionale, il tentativo di convincere il Pd a fare marcia indietro sul Senato non elettivo. Alla fine vinta solo per merito degli elettori. Ma in quei giorni, come adesso, Grasso ha distinto il ruolo dalle sue idee. Su questo insiste anche ora quando dice: «Ovviamente la mia scelta non scalfisce in alcun modo la mia imparzialità nei futuri comportamenti da presidente ». Quasi previene chi, come M5S, lo critica per non aver annunciato il suo passo qualche giorno fa, prima della discussione sulla legge elettorale. Ma nei tempi, all’opposto, c’è tutto il “metodo” Grasso, distinguere tra le istituzioni e le proprie idee.
Questo spiega il riserbo sul suo futuro, il futuro del «ragazzo di sinistra » che tutti danno all’interno di Mdp. Oggi, come ripeteva ieri sera, c’è la chiusura di un percorso politico: «Quando mi sono candidato nel Pd riconoscevo principi, valori e metodi condivisi, che si sono andati disperdendo nel corso degli anni». Ma rifiuta di anticipare le prossime mosse: «Per il futuro vedremo, non è oggi la giornata giusta per pensarci». E poi: «In una decisione come la mia non contano certo le poltrone. E per me, non sono mai contate».

Corriere 27.10.17
il presidente del Senato
«In questo partito non mi riconosco»
«Una decisione sofferta» quella del presidente del Senato Pietro Grasso di lasciare il Pd, un partito «nel quale non mi riconosco più nel merito e nei metodi».
di Monica Guerzoni

ROMA «La misura è colma, politicamente e umanamente», ha confidato un Pietro Grasso «molto amareggiato e deluso» prima di comunicare ufficialmente la clamorosa rottura con il Pd di Renzi. «Decisione sofferta», che il presidente del Senato ha assunto dopo averci pensato sopra a lungo: «È l’unica scelta che possa certificare la distanza da una deriva che non condivido». Parole pesanti, spedite all’indirizzo del Nazareno per marcare la distanza dall’attuale inquilino.
Da quando nel 2013, con Bersani alla guida, il Pd lo portò sullo scranno più alto di Palazzo Madama, per la seconda carica dello Stato è cambiato tutto. Sono mutati «i principi e i valori condivisi, che negli anni si sono andati disperdendo». Grasso non si riconosce più «nel merito e nel metodo» e vede con preoccupazione le prospettive future di questo Pd. Un partito che potrebbe imbarcare in coalizione pezzi di centrodestra e di cui condanna «comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza».
L’ex magistrato che studia da leader politico ha resistito «per dovere istituzionale» fino a quando il Rosatellum, che giudica guastato da «enormi difetti», è diventato legge. A quel punto, soppesata anche la «forzatura» per lui evitabile delle cinque fiducie e l’ennesima botta al ruolo e alle funzioni del Senato, il presidente ha detto addio al gruppo del Pd e, d’ufficio, sarà da oggi un membro del Misto.
Il vaso era colmo da un pezzo. I durissimi mesi di lavori e contrasti sulla riforma costituzionale, il rischio «plebiscito» denunciato da Grasso nel gennaio 2016, le critiche nel luglio dello scorso anno verso i «toni apocalittici» di Renzi durante la campagna referendaria... Un avviso ai naviganti Grasso lo aveva spedito mercoledì dallo scranno della presidenza. Rispondendo alle provocazioni del pentastellato Vito Crimi, il presidente aveva rivelato quanto «duro» fosse per lui, nonostante il profondo malessere, «resistere e continuare piuttosto che accettare una fuga vigliacca».
Ieri ha ascoltato il discorso di Luigi Zanda sperando di trovarci qualche sillaba in sua difesa e invece niente, neanche un cenno allo scranno più alto che era stato occupato per protesta. Un’altra goccia di amaro, dopo le tante mandate giù con gli attacchi del presidente dem Orfini, subìti da Grasso come immotivate e reiterate offese. Quando si è deciso all’addio ha avvertito Zanda ma non Renzi, con il quale da molto tempo non ha rapporto alcuno.
Ben più assidui sono i contatti con Pier Luigi Bersani e gli altri dirigenti di Articolo 1-Mdp, alla ricerca di un leader nuovo e spendibile per la campagna elettorale. «Dipenderà da lui», dicono in via Zanardelli, dove l’effetto Grasso è stato già testato con «risultati ottimi».
Se il presidente sarà in campo, la mossa a sorpresa di ieri illumina il perimetro di gioco. Dopo la guida della coalizione in Sicilia, i vertici del Pd la settimana scorsa gli avevano offerto un collegio sicuro, ma lui ancora una volta ha rifiutato. E non è solo questo l’indizio che porta a immaginare un rapido avvicinamento al partito dei fuoriusciti, coordinato da Roberto Speranza. Bersani non smentisce la suggestione di affidare al presidente la leadership del movimento, vista anche l’accoglienza che a settembre, alla festa di Napoli, gli riservò il popolo di Mdp: «È un’ipotesi».
Il corteggiamento va avanti da mesi ed essere tirato per la giacca da sinistra lo lusinga, tentato com’è dalla «possibilità di fare un percorso visionario». Eppure in queste ore prevale la cautela: «Per il futuro vedremo. Non è oggi la giornata giusta per pensarci».

il manifesto 27.10.17
Un atto politico e di libertà
di Norma Rangeri

Resta presidente del senato per quel poco tempo che ci separa dallo scioglimento delle camere, ma si dimette dal Pd perché evidentemente mettere la faccia su questa ingloriosa pagina parlamentare è stato un prezzo troppo alto da pagare. E forse un partito così ridotto gli fa anche un po’ schifo.
Pietro Grasso, ha risposto con forza a chi, come i 5Stelle e Sinistra italiana, gli chiedeva di dimettersi piuttosto che ammettere i voti di fiducia. Ha replicato, si è difeso («può essere più duro resistere che abbandonare con una fuga vigliacca»), ma non ha potuto evitare che gli schizzi di una maionese impazzita gli arrivassero addosso. E’ una scelta dignitosa che va apprezzata, un gesto coerente per chi, come lui, recentemente si era definito «un ragazzo di sinistra».
Vedremo quali saranno le sue determinazioni. Ma qualunque sarà il futuro politico dell’ex magistrato (che ha rifiutato la candidatura per la Sicilia), queste dimissioni segnano una distanza dal pantano del Nazareno e indicano una libertà personale.
Molti deputati e senatori hanno votato questa pessima legge elettorale perché i pochi mesi che mancano alle elezioni suggeriscono più miti consigli a chi vuole essere rieletto. Pochi tra i rappresentanti del popolo hanno avuto la dignità di esprimere il loro no in aula, criticando il metodo prima ancora che la sostanza. Non hanno votato la fiducia in dissenso dal Pd, mentre chi ne era già fuori è uscito dalla maggioranza.
Singole personalità, come Giorgio Napolitano, pur votando la fiducia, hanno pronunciato discorsi di aperta polemica contro le indebite pressioni sul governo, per l’inaccettabile condizione di essere al tempo stesso chiamati a votare una delle leggi più politiche della legislatura senza avere tuttavia neppure il diritto di discuterla e di emendarla.
Altri ancora, ed è questo il caso del presidente del senato, Pietro Grasso, hanno affrontato il passaggio parlamentare mettendoci la faccia, subendo il duro giudizio dei senatori contrari alla legge, e si è visto ridotto al ruolo più del vigile urbano che dell’arbitro, destinatario di insulti e contumelie, fatto oggetto di un metaforico lancio di ortaggi sulla seconda carica della Repubblica, spinto sul palcoscenico di una rappresentazione politica con i toni della sceneggiata.
Le istituzioni escono dal tunnel della legge elettorale come protagoniste piuttosto ammaccate di un brutto spettacolo, testimonianza dello stato comatoso in cui versa il nostro sistema democratico. Che ormai si esprime con forzature successive e sempre più laceranti nelle conseguenze che produce tra eletti e elettori. La sberla del referendum costituzionale non sembra aver insegnato nulla. Lo spettacolo della fitta sequenza di voti di fiducia, inversamente proporzionale sia alla caratura della legge che hanno prodotto, sia alla credibilità del governo che l’ha imposta, lasciano sul terreno, politico e istituzionale, altre macerie.
Un giovane leader in disgrazia e un vecchio leader riciclato hanno scritto una pessima sceneggiatura mandando in scena uno schema elettorale utile a cementare le proprie alleanze, riottose ma tenute insieme con la camicia di forza imposta dal Pd al governo in nome e per conto delle future spartizioni. E pazienza se c’è una forza che rischia di essere il primo partito italiano che, proprio per questo, viene tagliato fuori perché non fa alleanze.
Una volta raggiunto l’accordo trovare il modo di silenziare il parlamento non è stato un problema.
Renzi conquista Verdini e perde Grasso. Una conclusione che esprime perfettamente la deriva di un uomo solo allo sbando.

il manifesto 27.10.17
Grasso lascia il Pd: «Ormai una distanza umana e politica»
Dammi il cinque. Il presidente del senato passa al gruppo misto, la sinistra applaude e lo vuole come leader. Zanda: gli avevamo offerto un posto in lista. Lui: non mi riconosco più nelle prospettive di questo Pd, ha comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza
di Daniela Preziosi

Non l’aveva detto a nessuno. Ma chi conosce bene Pietro Grasso era saltato sulla sedia quando, durante il concitato dibattito sul Rosatellum, aveva risposto con amarezza al 5 stelle Vito Crimi che lo accusava di non essersi dimesso per evitare le fiducie imposte dal governo, come il suo predecessore Paratore (nel 53, in realtà si dimise dopo il voto di fiducia) : «Quali che siano le mie decisioni personali e le mie intime motivazioni, posso dire che può essere più duro resistere e continuare, piuttosto che abbandonare con una fuga vigliacca», aveva risposto, «Si può esprimere il malessere ma non è detto che, quando si ha il senso delle istituzioni, si debba obbedire ai propri sentimenti».
MA I SENTIMENTI C’ERANO, e c’era la «decisione personale». Ieri pomeriggio, a poche ore dall’approvazione della legge elettorale, Grasso lascia il gruppo del Pd e passa al misto. Una scelta maturata nelle ultime ore, ma che viene da lontano. Ai suoi ha confidato: «Non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd, ha comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza».
A gennaio del 2016 era stato il primo a schierarsi contro la trasformazione del referendum costituzionale in «un plebiscito». Poi, a luglio il no ai «toni apocalittici» della campagna renziana. L’ultimo strappo a settembre: una dura polemica con Matteo Orfini. Grasso, in un dibattito, aveva esortato i partiti a produrre una legge elettorale «che spazzi via gli effetti delle sentenze» della Consulta. Il presidente Pd aveva replicato: «Usa toni antipolitici».
POI QUESTI GIORNI. Grasso riceve il Comitato difesa della Costituzione che gli consegna le firme contro il Rosatellum, lascia filtrare la sua contrarietà alla fiducia. Il Pd fa pressioni sul governo per la fiducia con la scusa della fretta sulla legge di stabilità. Un pretesto, il testo non c’è. La distanza con il partito che lo ha eletto si fa incolmabile. «Non mi riconosco nemmeno nelle sue prospettive future», spiega a chi lo interroga,l’addio «è una scelta sofferta ma è l’unica che possa certificare la distanza, umana e politica, da una deriva che non condivido».
DALLA SINISTRA, che da mesi ha pronto per lui un ruolo da leader, partono applausi: «Non gli tiro la giacchetta, ma le ragioni sono comprensibili, è un giudizio politico sugli ultimi giorni», dice Roberto Speranza, coordinatore di Mdp, il partito che lo aveva accolto alla festa nazionale con applausi particolarmente caldi («Sono un ragazzo di sinistra», lui aveva detto). Nicola Fratoianni, segretario di Si, rincara: «Un fatto politico importante e positivo». La differenza di temperatura con la presidente della Camera Laura Boldrini è chiara: lei, più vicina a Pisapia, viene considerata ’rea’ di non aver resistito alla fiducia sul Rosatellum.
DAI 5 STELLE ARRIVA una pioggia acida di sarcasmo. La scelta è giudicata «tardiva» e «a danno fatto». Di Battista: «Anche lui si è reso conto che il Pd ha portato avanti manovre da squallidi golpisti bulletti».
MA IL CONTRACCOLPO più forte si abbatte sul Pd. Michele Emiliano esprime «dolore», il ministro Orlando «rammarico». Invece da Orfini parole glaciali: «È la seconda carica della stato. Non ne faremo oggetto di scontro politico per rispetto della funzione che svolge». E se a settembre non era andata così era «perché in quell’occasione aveva messo in contrapposizione gli interessi dei partiti e con quelli dei cittadini. Cosa che chi interpreta le istituzioni figlie della Costituzione non può e non deve fare». I renziani fanno spallucce: «Ci fa la guerra da anni, ora vuole giocarsi la partita dentro Mdp, ma dopo Pisapia bruceranno anche lui».
Il capogruppo del Senato Luigi Zanda invece capisce il peso del gesto, tanto più alla vigilia del voto in Sicilia, dove il Pd gli aveva offerto la corsa da presidente. Offerta rifiutata «per senso delle istituzioni». E con lungimiranza. Zanda non dimentica la «lunga collaborazione» precedente con Grasso. E rivela: «La settimana scorsa gli avevo chiesto a nome del partito di candidarsi in un collegio da lui scelto alle politiche», «Mi ha detto che doveva pensarci, ma non ho mai avuto l’impressione di una sua distanza dal Pd».
MA IL FUTURO POLITICO di Grasso è la tribuna d’onore nelle liste della sinistra. Anche se lui per ora non vuole parlarne: «Vedremo, non è oggi la giornata giusta per pensarci».

Il Fatto 27.10.17
E Grasso lascia il Pd: “Mette in imbarazzo e mina le istituzioni”
Il presidente del Senato abbandona il gruppo dem e fa sapere: “La legge elettorale non l’avrei votata, nemmeno con la fiducia”
E Grasso lascia il Pd: “Mette in imbarazzo e mina le istituzioni”
di Carlo Tecce

“Io non mi riconosco più nel Pd”. Nel partito che accoglie in maggioranza il plurinquisito Denis Verdini e disegna alleanze coi centristi Giuseppe Castiglione e Angelino Alfano, Pietro Grasso non ci vuole stare. È il pomeriggio di ieri quando il presidente del Senato, appena finita la sua gestione dell’iter del Rosatellum, comunica l’uscita dal gruppo dei democratici e il suo passaggio al Misto. Restano orfani della seconda carica dello Stato, insomma, i senatori guidati da Luigi Zanda, pidino di rito democristiano che, in questi ultimi giorni, ha evitato accuratamente di citare nei suoi discorsi l’ex magistrato Grasso. A conferma che la separazione era in gestazione ormai da tempo: “La misura è colma, politicamente e umanamente. Non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd, in comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza. Non mi riconosco nemmeno nelle sue prospettive future”. Ci ha riflettuto una notte, dopo la baraonda in aula. Al 5Stelle Vito Crimi, che invocava le sue dimissioni, aveva replicato rassegnato: “A volte è più difficile restare che andare”. Poi ha capito che col Rosatellum si è valicato un limite di decenza politica e fingere ancora sarebbe stato ipocrita: “È una scelta sofferta, ma è l’unica che certifichi la distanza, umana e politica, da una deriva che non condivido”.
Quando Grasso, ricevendo le firme contro il Rosatellum dai professori che guidarono il Comitato del No al referendum, auspicò la riapertura della discussione sulla legge senza la forzatura del voto di fiducia e senza umiliare Palazzo Madama, dal Nazareno hanno reagito con gli insulti. Secondo il presidente del Senato, peraltro, il nuovo sistema elettorale allontana ancora di più gli eletti dagli elettori, riproponendo lo strumento dei nominati che fa tanto comodo ai segretari di partito. Si poteva almeno, ad esempio, dare l’opportunità ai cittadini di esprimere due voti disgiunti per lasciare libertà di scelta sul candidato del collegio e sulle liste in corsa. Il solo auspicio ha irritato Zanda&C. E le ragioni sono antiche. Il rapporto tra il Pd di Matteo Renzi – per l’ex magistrato ben diverso da quello che in epoca Pier Luigi Bersani lo trascinò in politica – e il numero 1 di Palazzo Madama si è frantumato durante la lunga fase che va dalla riforma costituzionale al referendum di dicembre. Ogni obiezione di Grasso – come quella sulla ricerca del “plebiscito” – è stata trattata come un oltraggio e dunque meritevole di una reazione velenosa.
Non proprio accorata, a dire la distanza tra i due mondi, la reazione di Zanda: “Mi ha comunicato per telefono la decisione di dimettersi dal gruppo poco prima di renderla nota. Per quanto mi ha detto si è dimesso principalmente perché non condivide la linea politica del partito e, in particolare, le decisioni sulla legge elettorale. Mi ha detto che, non fosse stato presidente del Senato e avesse dovuto votare, non avrebbe votato né la legge, né la fiducia sugli articoli”. La signorilità e il senso delle istituzioni dei vertici dem sono stati poi esemplificati da un tweet di Salvatore Margiotta, della Direzione Pd: “Fosse vero, Grasso dovrebbe dimettersi anche da presidente del Senato”. Per una volta sono i renziani i più tranquilli: il vicesegretario Maurizio Martina è “addolorato”; Matteo Orfini addirittura rispetta la scelta (“ovviamente non trascineremo la seconda carica dello Stato nello scontro politico”).
L’ex magistrato nelle prossime settimane dovrà far sapere se continuerà a fare politica, in che modo, dove, se da candidato in prima fila o da riserva della Repubblica. Per adesso, Grasso scarta un’ipotesi: presentarsi di nuovo agli elettori col Pd, il partito di Renzi che già mostra le intenzioni di una campagna populista. “Quando mi sono candidato nel Pd – dice – riconoscevo principi, valori e metodi condivisi, che si sono andati disperdendo nel corso degli anni”.
Anche il blocco rosso del Nazareno si è disperso. Pier Luigi Bersani ha fondato Articolo1-Mdp. Alla festa di Napoli degli “scissionisti”, Grasso aveva ricevuto ovazioni e aveva ricambiato: “Mi sento un ragazzo di sinistra”. A un mese dal quel giorno, il presidente del Senato deve capire la sinistra che Mdp può e vuole rappresentare: “Per il futuro vedremo, non è oggi la giornata giusta per pensarci”. Ovviamente, dal lato bersaniano, le pressioni per farne il frontman (con connesso saluto a Giuliano Pisapia) della prossima corsa elettorale aumenteranno. Forse un primo segno Grasso potrebbe scorgerlo nella giornata del 6 novembre, quando pian piano le schede cominceranno a uscire dalle urne siciliane: il panorama potrebbe cambiare parecchio, per ora si aspetta e ci si gode la fine degli equivoci.

Corriere 27.10.17
«Addio al Pd». Lo strappo di Grasso
Contrario al Rosatellum e alle fiducie, dopo il via libera la chiamata a Zanda. Martina: scelta che amareggia
di Daria Gorodisky

ROMA Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ieri sera ha abbandonato il gruppo parlamentare del Pd e, spiega una nota di Palazzo Madama, «ai sensi del regolamento sarà iscritto d’ufficio al Gruppo Misto». La decisione arriva a breve distanza dall’approvazione definitiva — a colpi di fiducia in entrambe le Camere — della nuova legge elettorale. Un tema che già da tempo aveva creato frizione fra il Partito democratico e la seconda carica dello Stato.
Il gesto di Grasso ora viene letto come il possibile inizio di una sua nuova storia politica. Al fianco (o, meglio, alla guida) del Mdp? Gli «scissionisti» lo auspicano. Il loro coordinatore Roberto Speranza, a Otto e mezzo su La7 commenta: «Non mi sognerei mai di tirarlo per la giacchetta»; però al contempo apprezza il gesto dell’ex procuratore nazionale Antimafia: «La politica ha più che mai bisogno di buoni esempi».
Sulla stessa tribuna, gli controbatte il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina (Pd): «Capiremo nei prossimi giorni le motivazioni, ma certo è una scelta che ci amareggia». Le motivazioni in realtà vengono raccontate poco dopo dal presidente dei senatori pd, Luigi Zanda. Grasso gli ha telefonato appena prima che la notizia («imprevedibile») diventasse pubblica: «Mi ha detto che non avrebbe votato né la legge elettorale né le fiducie». Zanda prosegue: «La settimana scorsa gli avevo chiesto, a nome del partito, di candidarsi alle Politiche in un collegio da lui scelto. Mi ha risposto che doveva pensarci». Ma dal Pd arriva anche altro. Per il senatore Salvatore Margiotta, «se Grasso lasciasse il gruppo, dovrebbe dimettersi anche da presidente del Senato, ove il Pd lo designò». Il ministro della Giustizia Andrea Orlando spera «che il suo percorso si possa reincrociare con quello del Pd in un centrosinistra plurale». Il presidente Matteo Orfini invita a «non trascinare» Grasso «nello scontro politico». Il tema, invece, tiene immediatamente banco nei tweet dei politici. Per Sinistra italiana, Nicola Fratoianni plaude: «Fatto importante e positivo». Da Forza Italia, che ha portato a casa la legge elettorale voluta senza votarla, la responsabile comunicazione Deborah Bergamini scrive: «Visco riproposto e Grasso dimesso. Due tegole per Renzi e per il Pd». E il M5S va dal «clamoroso» di Alessandro Di Battista a «è una presa in giro» del deputato Danilo Toninelli: «Avesse avuto coraggio, si sarebbe dimesso da presidente prima delle fiducie».

Corriere 27.10.17
Bersani
«Impensabile stare con Renzi. Vuole solo assorbire la destra»
di Alessandra Arachi

Bersani: ma lo ius soli lo voterei anche con la fiducia
ROMA Ieri pomeriggio è arrivato negli studi di #Corrierelive e non ha rinunciato alle battute e alle sue massime: «Il centrosinistra non perde perché si divide, ma si è diviso perché ha perso».
Pier Luigi Bersani ora che è uscito dal Pd e sta con Mdp, ci sa dire a quale leader state pensando per le elezioni?
«Stiamo pensando a un leader, ma questo è un percorso che durerà almeno un mesetto».
E a chi state pensando? Forse lei stesso? Forse Romano Prodi?
«No, stiamo pensando ad un uomo che non sia soltanto politico ma anche civico».
E vorreste anche persone come Boldrini e Grasso?
«Loro non li voglio tirare per la giacchetta, sono uomini delle istituzioni».
In serata, dopo la notizia dell’uscita di Grasso dal Pd però a chi gli chiede se sia lui la nuova guida risponde: «È un’ipotesi».
Immaginate possibile un’alleanza con il Pd nelle prossime elezioni?
«C’è un macigno fra di noi e lo hanno messo loro».
Cosa intende?
«Vorrei fare un appello ai deputati e ai senatori del Pd: se siete entrati con Bersani e uscite con Verdini cosa è successo? Mi dite cosa ho sbagliato io e cosa ha fatto giusto lui?»
Ha sentito il discorso di Verdini in Senato durante la votazione finale della legge elettorale?
«È questo il vero rischio per il Paese, se non si percepisce il disagio di avere come azionista una persona che ha la sua biografia. E se fai la legge elettorale con uno come lui è con lui che pensi di andare. È l’eterna idea del renzismo, quella di assorbire la destra. Ecco perché per noi adesso non è pensabile un’alleanza con loro».
Cosa ne pensa della vicenda del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco?
«Penso che sia una vicenda che ha creato uno strappo: un Parlamento non può contraddire se stesso. E per questo si è creata una ferita che ci ha esposto alle critiche anche internazionali».
E cosa pensa invece della legge sullo ius soli? Se il governo dovesse mettere la fiducia come vi comportereste?
«Noi la legge sullo ius soli la votiamo».
Anche con la fiducia?
«Anche».
Anche se la vota Denis Verdini?
«Noi la legge sullo ius soli la votiamo in qualsiasi modo e con chiunque ».

Repubblica 27.10.17
Cinismo e furbizia Verdini il mefistofele del potere girevole
Da uomo forte di Berlusconi a “idraulico di Renzi”. Nel Palazzo il dilemma ora è: come farne a meno se la causa è buona?
di Filippo Ceccarelli

È giusto e anche utile convincersi che i mostri non esistono, tanto meno in politica, e nel potere meno che meno. Però l’Italia si merita un Verdini?
La risposta è sì, purtroppo, anche se per certi aspetti è una specie di fortuna che ci sia, e comunque Denis Verdini si è messo a disposizione e il pensoso premier Gentiloni se l’è preso. Amen.
Giusto due anni orsono, era l’ottobre del 2015, sul trespolo Sky di Maria Latella tra una chiacchiera e l’altra l’ex Orco del Patto del Nazareno si era esibito, va da sé senza alcuna vergogna, in un ispirato gorgheggio: «La maggioranza, sai, è come il vento...». E ieri il vento l’ha reso decisivo nel far passare l’ennesimo capolavoro legislativo, in tal modo salvando la patria e ancor più il governo dallo schianto. L’esperienza consiglia di non lasciarsi troppo ingannare dalle orgogliose rivendicazioni sul contributo da lui reso e dai suoi alle unioni civili o sull’impegno a proposito dello Ius soli. Con lo stesso slancio Verdini avrebbe potuto tranquillamente votare una legge a favore delle unioni incivili, come pure per il ripristino della schiavitù. Sul realismo politico e le sue applicazioni, da Hobbes in poi, esiste del resto la più vasta letteratura. Ma se all’antico cinismo dell’homo
homini lupus si assomma la vacuità post-ideologica di questo tempo sciaguratello, beh, l’effetto è doppio, e non saranno le reiterate esibizioni canore o magari il negoziabile sostegno alla legalizzazione della cannabis a nasconderlo.
Ieri, in aula, Verdini ha anche ricordato la sua antica militanza repubblicana e un altro accenno, per quanto ipotetico e paradossale, ha fatto al proposito di battersi perché l’Italia resti unita. Ma al dunque nessuno più di lui ha meglio assecondato la trasformazione della Repubblica in monarchia berlusconiana; per non dire che ha incoraggiato i capricci del sovrano fino a tagliarsi i baffi dato che Re Silvio non si fida di chi li porta. Dopo di che ha mollato la corte di Arcore e si è spostato sul lato in ombra del giglio magico, dove pure esisteva un certo pregresso, per infine proclamarsi in letizia “l’idraulico di Renzi”.
E tuttavia è vero che per spostare qualcosa dentro i palazzi del potere è indispensabile sporcarsi le mani, talvolta fino ai gomiti e oltre; e se si è fatto un passo avanti sul piano dei diritti civili, o se c’è qualche speranza di sanare un’ingiustizia aprendo un orizzonte a migliaia di cittadini venuti da lontano, beh, ecco che ritorna l’inverosimile rompicapo iniziale: come fare a meno di Verdini utilizzandolo a buon fine?
Con il dovuto azzardo, oltre a incarnare l’eterna ambiguità dell’arte politica, egli sopravvive, resiste e anzi guadagna posizioni perché interpreta l’autobiografia della nazione. Nel senso che tiene in sé il tocco furbo e vistoso della commedia, la propensione intimidatoria al melodramma, l’afflato sinistro della prepotenza, quello destro della più simpatica cialtroneria, oltre all’arte di arrangiarsi, anche troppo, come si potrebbe dedurre dalla sua Maybach, un’automobile da emiri che nessuno della scorta s’azzardava a guidare.
Ieri nell’aula di Palazzo Madama ha fatto il classico numerone. Ma la stessa coraggiosa gigioneria Verdini aveva messa in scena nell’aula del Palazzo di Giustizia in uno dei suoi sei processi, quello della cosiddetta P3. Per cui dopo essersi paragonato al facilitatore di Pulp fiction,
Wolf, accortosi che c’erano i giornalisti ha seguitato a darci dentro con Guicciardini e Orson Welles fino a quando il presidente non è stato costretto a intimargli: «Si rivolga a me».
Insomma, dice il vero Verdini quando fa presente che c’è sempre stato. Ma non con Spadolini, con Berlusconi, con Renzi o con Gentiloni: con tutti e con nessuno, quindi principalmente per se stesso. Personaggio e insieme maschera esemplare, proverbiale, ricorrente; insieme prototipo, movente e sintomo; se è consentita una smargiassata intellettualistica, figura ciclicamente archetipale.
Ogni epoca, in altre parole, ha avuto i suoi Verdini; riconoscibili, nelle loro varianti a seconda dell’estetica, della fisiognomica, della geografia e magari, con qualche poetica licenza, perfino della letteratura. Nel caso specifico la capigliatura leonina, l’andatura baldanzosa, il linguaggio spiccio, l’oro al polso, il campo d’azione e l’originaria professione di beccaio (commercio di carne) fanno del più controverso e determinante sostenitore del governo un tipico personaggio da Divina Commedia, di quale cantica pare qui superfluo indicare.
Non molto tempo fa, soffermandosi su certe morbide scarpine di camoscio blu che rifulgevano ai piedi di quel fisico massiccio, il senatore Gotor, Mdp, ha valutato l’incompatibilità antropologica tra Verdini e chissà che cosa. Ma la politica è un’altra cosa, e la teratologia, o scienza dei mostri, un innocuo passatempo in attesa del tutto e del nulla.

Il Fatto 27.10.17
Juve, Roma e Real: il filo nero che unisce le curve
Tifoserie - A Torino i Viking si girano mentre si legge il “Diario”. All’Olimpico violato il minuto di silenzio
di Vincenzo Bisbiglia

Anna Frank e le milioni di vittime della Shoah oltraggiate ancora dagli ultras. E stavolta è impossibile definirlo black humour. Chi si gira dall’altra parte in segno di protesta, chi fischia, chi intona cori come se nulla fosse, chi canta l’Inno di Mameli nemmeno si trattasse di una marcia fascista.
Stavolta non gli Irriducibili della Lazio, che mercoledì sera hanno disertato la trasferta di Bologna “per non prestare il fianco” – a loro appartengono 6 dei 12 indagati dalla Procura di Roma per istigazione al razzismo – ma i gruppi più estremi delle curve di Juventus, Roma, Fiorentina e Ascoli. Ultras divisi dal tifo, ora uniti dal credo politico e, soprattutto, da una difesa corporativa della categoria che etichetta come “spia”, “infame” e “gendarme” chi solleva critiche dall’esterno. Dopo la disgustosa iniziativa di domenica all’Olimpico, con gli insulti antisemiti e la foto della bambina ebrea vestita con la maglia della Roma, le curve d’Italia mercoledì sera si sono scoperte solidali con quella laziale.
A cominciare dai Viking Juve, gruppo di estrema destra bianconero, i cui componenti allo Stadium hanno preferito voltare le spalle al campo piuttosto che ascoltare il passo del Diario di Anna Frank letto al microfono. Un atteggiamento oltraggioso, anticipato da un comunicato sulla pagina Facebook del gruppo, dove si giustificano i laziali parlando di “puro campanilismo calcistico” e rivendicando gli insulti alle vittime della tragedia dell’Heysel, in cui morirono 39 tifosi bianconeri per mano degli hooligans del Liverpool. Stessa cosa è accaduta all’Olimpico, dove la Roma (i cui tifosi erano oggetto di “scherno”) ospitava il Crotone: durante il minuto di silenzio, i romanisti non hanno mai smesso di intonare “cori sportivi”, come se nulla fosse. E non è un caso che anche nella Curva Sud viga ormai l’egemonia dei gruppi di estrema destra: fra i primi a esprimere solidarietà ai laziali è stato Giuliano Castellino, leader di “Roma ai Romani”, organizzazione vicina a Forza Nuova e in passato legato all’ex sindaco Gianni Alemanno, oggi a sua volta a capo del Movimento Sovranista che appoggia anche CasaPound (l’organo di partito Il Primato Nazionale definisce la lettura del Diario di Anna Frank “iniziativa forzata e fuori luogo”). Tutto ciò per non parlare dei fischi di Firenze, in una curva tradizionalmente di sinistra – il gruppo principale si chiama Collettivo Autonomo Viola – ma dove ormai la destra è più che infiltrata. Insomma, sulla sottile linea nera che collega gli stadi d’Italia, l’“affronto” ai laziali è destinato a non restare interesse esclusivo della Curva Nord. Un filo che unisce gli Irriducibili della Lazio, i Fedayn della Roma, i Rione Sanità di Napoli, i Boys Inter, il Gruppo Inferno dell’Hellas e i Settembre Bianconero dell’Ascoli, fino alle curve straniere di Real Madrid, Chelsea, West Ham, Wisla Cracovia e Levski Sofia: 95 gruppi di estrema destra e 8 mila sostenitori.
Intanto per i fatti di domenica, la Procura di Roma ha indagato 12 persone per istigazione al razzismo, 6 fanno parte degli Irriducibili. Tra i 12 c’è un 17enne per il quale è stata trasmessa la notizia di reato al Tribunale dei minori, mentre un 13enne non è imputabile. La Digos ha anche identificato altre 4 persone, facendo salire il conto complessivo a 20 (due di loro, uno di 46 e l’altro di 53 anni, avevano appena finito di scontare un Daspo di 5 anni): tutti rischiano di essere esclusi per 8 anni dagli stadi. Ieri pomeriggio, intanto, durante la trasmissione La Voce della Nord – La voce del dissenso, megafono degli Irriducibili, in onda su Radio Sei, il conduttore invitava i laziali ad “alzare un muro contro i gendarmi del politicamente corretto che ci vogliono affossare” e ricordava che il prossimo 18 novembre coincidono due date cruciali: il derby Roma-Lazio e il 10° anniversario della morte di Gabriele Sandri, colpito da una pallottola esplosa da un agente di polizia sull’autostrada A1.

Il Fatto 27.10.17
Rai: Gabanelli martedì va via, ma il Cda non decide
Il 31 scade l’autosospensione - Ultima offerta che sa di beffa: un programma sul sito di Rainews. Conti in rosso in azienda
di Gianluca Roselli

Ancora nulla di fatto su Milena Gabanelli. Ieri a Viale Mazzini è andato in scena l’ultimo Cda prima della scadenza dell’aspettativa che la giornalista si è presa in polemica con i vertici Rai per il congelamento del progetto del portale web Rai24. L’aspettativa scade lunedì 30 ottobre e Gabanelli non ha ancora ricevuto notizie dal dg Mario Orfeo. I due si incontreranno nelle prossime ore, ma qualche scambio telefonico nei giorni scorsi l’hanno avuto.
Sul portale, come ha detto anche ieri Orfeo in Cda, la linea di Viale Mazzini non cambia: si ribadisce l’offerta per la vicedirezione di Rainews con delega al web, proposta che l’ideatrice di Report ha già rifiutato, motivo per cui si è messa in aspettativa. Gabanelli, però, ha fatto alla Rai una controfferta: un ritorno in video con un programma di 5-10 minuti tutte le sere su Raiuno dopo il Tg delle 20. La stessa collocazione che vide il successo de Il Fatto di Enzo Biagi. Un programma per analizzare un evento della giornata con la lente del data journalism. Al momento, però, Orfeo avrebbe chiuso anche a questa ipotesi, con il motivo che i palinsesti ormai sono già definiti e una trasmissione dopo il Tg1 farebbe sballare gli orari delle altre trasmissioni. Il dg, a quanto pare, ha rilanciato con l’offerta di un programma di approfondimento da collocare all’interno del sito di Rainews.it. Insomma, niente ritorno in video, ma una trasmissione sul web. Ora la palla è di nuovo al centro del campo e solo un incontro tra il direttore generale e la giornalista potrà sbloccare la situazione. Altrimenti la Rai rischia di perderla.
Durante il Cda di ieri, intanto, sono stati presentati i conti del primo semestre 2017 dove si registra una perdita di 2,2 milioni di euro, mentre nello stesso periodo del 2016 l’azienda era in utile di 33,4 milioni. Una bella differenza che Viale Mazzini spiega con la diminuzione del 3,8% dei ricavi del canone, pari a 35,4 milioni. Calo dovuto alla riduzione del canone da 100 a 90 euro, oltre a quella dal 67% al 50% della quota a favore di Rai dei maggiori importi derivanti dalla riscossione del canone in bolletta. Scendono dell’8,2% anche i ricavi pubblicitari. Nonostante il calo di ascolti e il flop di alcuni programmi traino, la Rai mantiene la leadership nazionale sull’intera giornata (37,2% di share) e sul prime time (39,3%).
Ieri, intanto, è arrivato in Cda anche il contratto di servizio, ovvero il documento che mette dei punti fermi sulla mission della tv di Stato per i prossimi cinque anni. Il testo, tra le altre cose, prevede un canale in lingua inglese per raccontare l’Italia nel resto del mondo; l’obbligo per la tv pubblica di acquistare trasmissioni anche da piccoli produttori indipendenti; l’input a regolare la querelle in atto con Sky affinché tutti i canali Rai siano visibili su questo tipo di piattaforma; prepararsi alla nuova generazione del digitale terrestre nel 2022, con il riassetto delle frequenze e la liberazione da parte di tutti i canali della banda 700. Il testo, però, non è stato votato da tutti. Franco Siddi, per esempio, si è astenuto in polemica col fatto che il documento è giunto ai consiglieri solo mercoledì a mezzogiorno.

Corriere 27.10.17
il leader austriaco Kurz
«Estrema destra nel mio governo europeista»
di Paolo Valentino

«Io troppo giovane? Ho abbastanza esperienza. E cambierò la Ue. Con l’Italia rapporti eccellenti». Sebastian Kurz, il prossimo cancelliere austriaco, in un’intervista al Corriere anticipa le sue strategie. Con i suoi 31 anni diventerà il più giovane capo di governo al mondo. E sull’emergenza migranti spiega: «Linea dura contro l’immigrazione illegale. Penso che i migranti debbano essere salvati, ma poi rimandati indietro il prima possibile» .
«I l mio governo sarà europeista o non sarà». Visto da vicino, Sebastian Kurz sembra di porcellana. C’è un che di antico nella sua figura alta e snella, la pelle chiarissima venata da sfumature rosate. Pare uscito da una illustrazione d’epoca. Anche i suoi modi sanno di una grazia molto viennese e un po’ manieristica. Accogliendomi nel suo ufficio di ministro degli Esteri, fa un mezzo inchino, prima di darmi la mano. Il prossimo cancelliere austriaco, nuova stella della politica europea, dimostra ancora meno dei suoi 31 anni. Il nostro colloquio avviene durante una pausa della prima seduta di trattative per la formazione di un nuovo governo tra il partito popolare di Kurz, la Övp e la Fpö, quello di estrema destra guidato da Heinz-Christian Strache.
Onorevole ministro, lei sarà presto il più giovane capo di governo del pianeta. Come prende questa responsabilità? Non ha paura?
«Ho cominciato presto a far politica. A 24 anni ho avuto l’onore di assumere la responsabilità di sottosegretario all’Integrazione. Già allora qualcuno obiettò che ero troppo giovane. Io stesso avevo le mie insicurezze. Nel frattempo ho alle spalle sette anni di lavoro al governo, di cui 4 come ministro degli Esteri. Sono giovane d’età, è vero, ma ho accumulato sufficiente esperienza per questa nuova responsabilità».
Lei aveva un’altra opzione per fare un governo: una nuova Grosse Koalition con i socialdemocratici a ruoli invertiti. Perché ha scelto Strache?
«Devo contraddirla sull’altra opzione. Nelle consultazioni esplorative, la Spö non ha mai segnalato la disponibilità a una coalizione con me come cancelliere. Anzi, ha lanciato segnali alla Fpö per un’alleanza di governo insieme. Quindi l’opzione era solo una. Con la Fpö posso dirle che ci sono molte convergenze sul piano della riduzione delle tasse, del rilancio della nostra economia al vertice della Ue, della lotta contro l’immigrazione clandestina. Più in generale, ci avvicina alla Fpö il comune desiderio di un cambiamento fondamentale dell’Austria».
Strache ha detto che il 60% degli elettori ha votato per il suo programma, sostenendo implicitamente che lei ha fatto sua la piattaforma di un partito di estrema destra.
«Strache ha ragione quando dice che ci sono alcune similarità nei nostri programmi. Su altri temi ci sono similarità anche con altri partiti. In politica funziona così. Vorrei più convergenze a livello europeo».
Ma sull’immigrazione lei ha posizioni tradizionali dell’estrema destra. È così che si battono i populismi?
«I leader politici devono fare ciò che ritengono giusto, non pensare a vincere voti. Sin dall’inizio la mia posizione è stata chiara: linea dura contro l’immigrazione illegale. Se perdiamo il controllo in Paesi come l’Austria, ne mettiamo a rischio ordine pubblico e sicurezza».
Ma lei non ha problemi ad allearsi con un partito apertamente xenofobo, il cui leader in gioventù ha avuto simpatie neonaziste?
«Nei negoziati porrò chiaramente la condizione che il programma esprima i miei valori di base e le mie convinzioni europeiste».
Cosa dice a chi in Europa si preoccupa dell’alleanza con un partito euroscettico? E quali conseguenze avrà questo nella seconda metà del 2018, quando l’Austria avrà la presidenza di turno Ue?
«Sono ministro per gli Affari esteri ed europei da quattro anni. Tutti sanno che sono filo-europeo e che sono molto impegnato su questo fronte. Lo sarò anche in futuro: il mio governo sarà europeista o non sarà. Useremo il nostro semestre per dare una forte impronta per ulteriori riforme nella Ue. È una linea rossa che non potrà essere superata».
Lei è stato decisivo nel 2016 nella chiusura della rotta balcanica all’immigrazione illegale nella Ue. In campagna elettorale ha detto che è ora di chiudere definitivamente anche quella mediterranea. Come giudica gli sforzi del governo italiano?
«Sono felice che la politica migratoria sia cambiata nella giusta direzione in Italia e nel resto d’Europa. Non siamo ancora al traguardo, ma l’atteggiamento complessivo è molto più realistico rispetto al 2015. Il punto centrale è che i migranti illegali non devono arrivare sul territorio della Ue. Fino a quando non saremo in grado di farlo, l’Europa senza confini al suo interno sarà in pericolo. Non possiamo promettere loro una vita migliore in Europa, ciò convincerebbe sempre più persone a cercare di venire, ponendoci di fronte a tensioni insostenibili».
Lei ha detto una volta che i profughi salvati nel Mediterraneo dovrebbero essere tutti portati a Lampedusa. Lo pensa ancora?
«Non è proprio così. Penso ancora che i migranti che si mettono in mare dalla Libia o da altre zone del Nord Africa debbano essere salvati ma non portati sul territorio italiano o greco e poi trasferiti nell’Europa centrale. Devono essere assistiti e custoditi in sicurezza fuori dai confini europei, quindi eventualmente anche su isole, ma soprattutto rimandati indietro il prima possibile».
Cosa pensa delle proposte di riforma per l’Europa di Emmanuel Macron?
«Considero positiva la volontà del presidente Macron di lanciare un processo di riforma in Europa. È giusto e necessario e noi lo appoggiamo. Condividiamo molte delle sue proposte su migrazioni, sicurezza, difesa. Sull’Eurozona pensiamo invece che le regole di bilancio debbano essere pienamente rispettate, siamo cioè più vicini alla posizione tedesca così com’è stata fin qui rappresentata e difesa da Wolfgang Schäuble».
Come vede da cancelliere il suo ruolo nei rapporti con l’Italia?
«Abbiamo ottime relazioni con l’Italia, siamo vicini e cooperiamo bene nella Ue. Ho rapporti eccellenti con Gentiloni sin da quando era agli Esteri e ora con Alfano. Il legame fra i nostri Paesi si cementa in modo speciale nel Sud Tirolo. L’Italia è un Paese che mi sta personalmente a cuore».
Sul sito Internet della Fpö, c’è una cartina dell’Austria dove il Sud Tirolo figura come territorio austriaco. Non la preoccupano questi atteggiamenti secessionisti del suo prossimo alleato?
«La Storia non si cambia. L’Austria ha una posizione chiara sul Sud Tirolo, una regione in Italia la cui autonomia dev’essere salvaguardata e rafforzata, anche come modello per l’intera Europa».
Sottosegretario a 24 anni, deputato a 25, ministro a 27, cancelliere a 31. Cosa farà, per parafrasare una canzone dei Beatles, quando avrà 44 anni?
«Non lo so. Ho fatto sempre le cose per passione. Ho avuto il privilegio di servire il mio Paese. Mi entusiasmo per tante cose. Ma non c’è solo la politica nella vita e nella mia ci saranno sicuramente altre fasi».

La Stampa 27.10.17
Così le milizie di Sabratha combattono per i soldi italiani
I libici: da Roma cinque milioni di euro per fermare i barconi
Rivolta delle fazioni contro il clan Dabbashi: l’accordo è un disastro
di Francesco Semprini

A Sabratha, la città costiera, già feudo dell’Isis e hub delle carrette del mare, si sta consumando una guerra che vede la potente famiglia Dabbashi messa all’angolo da fazioni rivali e militari di Tripoli, sullo sfondo di una lotta intestina per il controllo dei traffici, e di quel presunto accordo tra il clan e l’Italia. Fonti locali parlano di cinque milioni di euro in cambio dello stop dei barconi. Un tesoretto su cui tutti vorrebbero mettere le mani. Ma quei soldi sono mai arrivati in Libia? Se sì, che fine hanno fatto? La Farnesina smentisce categoricamente ogni contatto, ma Hussein Alk-Alagi, portavoce della milizia Al-Wadi, che ha innescato la rivolta anti-Dabbashi, conferma: «L’accordo con l’Italia è stato un disastro». E mentre sulla polveriera di Sabratha spunta anche l’ombra del generale Haftar, ci si chiede chi fermerà l’ondata di migranti in arrivo dal serbatoio del Sahel.
La stangata ai traffici
L’accordo della discordia risale a metà luglio. Secondo una versione ufficiosa il clan Dabbashi avrebbe provveduto a fermare le partenze in cambio di «attrezzature» e del «restyiling» della fedina penale degli affiliati delle due milizie di famiglia, la Brigata 48 e Al-Amnu. Secondo fonti locali sentite da «La Stampa» e riportate anche da media internazionali, tra cui Ap, emissari italiani avrebbero stretto un accordo coi Dabbashi, barattando aiuti e soldi, in cambio dello stop dei barconi. Secondo quanto sostengono fonti locali il denaro in questione sarebbe stato individuato nell’equivalente di circa 5 milioni di euro (non si sa se e quanti ne siano arrivati), oltre alla garanzia di un ufficio nel compound di Mellitah. La Farnesina smentisce qualsiasi contatto con il clan. A confermare l’intesa è Abdel-Salam Helal Mohammed, direttore dell’unità anti-trafficanti del ministero degli Interni libico: «Con quell’incontro non ci sono state più partenze».
I Dabbashi spodestati
I Dabbashi diventano da tycoon del traffico a gendarmi delle coste. A luglio le partenze si dimezzano rispetto all’anno passato, ad agosto calano dell’86%. Ma le fazioni tagliate fuori dalla spartizione di soldi e potere insorgono. A metà settembre Al-Amnu ha uno scontro a fuoco in mare aperto con i trafficanti di Al-Wadi, quartiere Est della città costiera, dove i migranti vengono rispediti e rimangono bloccati. La milizia (di orientamento salafita) scatena l’inferno: inizia l’insurrezione anti-Dabbashi. Ai rivoltosi si affianca Operation Room creata dal Consiglio presidenziale subito dopo i raid Usa di febbraio su postazioni Isis a Sabratha. Alcuni di loro sono gli eroi di Sirte guidati dal colonnello Abduljalil. I militari pian piano prendono il controllo di Sabratha e i Dabbashi vengono messi all’angolo nel corso degli scontri dove muoiono circa cento persone. Bashir Ibrahim, portavoce di Al Amnu, riconosce che l’accordo con l’Italia è stato la causa della guerra: «È una questione di potere, denaro e territorio». Il portavoce di Al-Wadi, Hussein Alk-Alagi, definisce l’accordo un «disastro» che ha rinforzato solo una banda di criminali.
L’ombra di Haftar
A complicare le cose è Khalifa Haftar, che approfitta del caos per infilarsi in Tripolitania. Secondo al-Tahar al-Gharabili, capo del consiglio militare di Sabratha, il generale starebbe reclutando uomini sul posto da affiancare agli stessi di Operation Room. Il gruppo smentisce, ma a quanto sembra Haftar potrebbe contare su una strana alleanza con i locali ultraconservatori Madkahalis. Al-Gharabili ritiene che il generale stia guadagnando influenza ad Ovest come leva negoziale. O ancor peggio punterebbe a una manovra a tenaglia nella sua ipotetica marcia su Tripoli alla scadenza di Skhirat, a metà dicembre. «Ci stiamo affacciando ad un’altra guerra - dice al-Gharabili all’Ap - una guerra che va oltre Sabratha, una guerra regionale, una guerra in Tripolitania».
I migranti dal Sahel
Ed in vista della quale si impone come un macigno un’altra incognita sul fronte del traffico di esseri umani. Bisognerà capire cosa rimane di quell’intesa con l’Italia o se ci saranno nuove richieste. E capire dove è finito il «tesoretto italiano», anzi se mai sia esistito e dove è finito. Quel che è certo è che nel caos c’è chi ha rimesso subito in moto i barconi. A questo si aggiunge un altro elemento: ottobre è sempre stato foriero di sbarchi in Italia, lo scorso anno è stato un mese record e quest’anno già ce ne sono stati 3.000. Secondo informazioni raccolte da La Stampa in Sahel, i trafficanti del «serbatoio nero», stanno intensificando le rotte verso la Libia, così tra poco migliaia di migranti e rifugiati verranno ammassati a ridosso delle coste, pronti a prendere il largo, col rischio di una nuova ecatombe.

Il Fatto 27.10.17
Lo scrigno delle verità rimarrà vuoto
Complotti & segreti - Il meccanismo del potere non può ancora essere scalfito dai nuovi elementi pubblicati
di Furio Colombo

Non è il mito di Kennedy, del giovane presidente della nuova frontiera, l’uomo che si era imposto subito come leader che rassicura prima ancor di sapere perché, che sta creando tensione e attenzione mentre finisce l’attesa e alcuni documenti stanno per essere svelati. Non stiamo aspettando di sapere alla fine chi ha ucciso l’uomo che ha portato speranza non nel senso affettuoso e protettivo della parola, ma come qualcuno che sa da che parte è il futuro. No, non è del destino di questo Kennedy che il mondo è in attesa. Siamo di nuovo sull’orlo del complotto (rileggete il testo di Umberto Eco ripubblicato ieri sul Fatto, e tratto da Le spalle del Gigante (La Nave di Teseo, Milanesiana). L’impressione diffusa è che sta per essere strappata una maschera e sta per comparire il volto o il nome, o il gruppo o l’intrigo che hanno costruito quella morte pubblica e crudele a cui il mondo intero ha potuto assistere assieme a Jackie Kennedy, la donna elegante e bella, intatta accanto al sangue e alla morte che ha raccolto fra le mani Il cervello di Jack (così chiamava il marito).
Sappiamo tutti che niente appare sensato e coerente nell’assassinio che avrebbe cambiato la storia e che avrebbe contato nel mondo molto più che a Washington. Sappiamo tutti che una narrazione costruita, fatale o sbagliata, copre ogni tratto della storia e del destino dei suoi protagonisti. E quell’accumulo di dettagli falsi non ha un corrispondente e simmetrico accumulo di verità negate. C’è solo un’abile e prodigiosa cancellatura. C’è, e si troverà, il vuoto là dove si aspetta di scoperchiare il più abile, complicato ed efficace complotto dell’altro secolo, evento che importa ancora adesso. Fin da allora si è verificato il fenomeno che corrisponde alla frase (così intelligentemente usata da Sofia Coppola per in suo film) Lost in translation
, qualcosa che va perduto nella traduzione dalla verità all’indagine. E si può capire – anche se non spiega nulla – che le indagini, anche le più autorevoli, non sono e non possono essere la rivelazione di nulla, perché troppe parti di esse son legate a troppe cose che non sono destinate alla rivelazione. Non lo sono perché nella rivelazione, misteriosamente, diverrebbero altro, o apparirebbero incomprensibili. È la vera macchina del segreto di Stato, destinato a pietrificare la realtà. È inevitabile notare che le migliori intelligenze che si sono confrontate con quel delitto, per lucro o per passione, per patriottismo e per fini politici opposti, hanno sempre toccato il vuoto, benché di volta in volta abbiano spinto avanti presunti protagonisti, presunte ragioni e presunti colpevoli con enfasi e convinzione a volte sincera. Siamo di fronte a una porta magica che non si apre perché non conosciamo le parole, come nelle fiabe e leggende? No. È che non sono disponibili, non adesso, non per ora, non in questa fase della storia, le parti della vicenda (nel prima, nel durante, nel dopo) che avvicinerebbero alle ragioni, o almeno a certe ragioni o motivazioni, interessi. È stata costruita una macchina che, una volta chiusa, resta chiusa. O perché era troppo piccola per essere afferrata dalle mani degli indagatori del potere o, al contrario, gestita da un potere più grande del potere. Sappiamo solo che avremo molto materiale per iniziare nuove frenetiche spedizioni di ricerca. E per riprendere un’immensa conversazione. Non avremmo nulla per sapere chi ha ucciso JFK e perché.

Il Fatto 27.10.17
AAA nuova teoria cercasi nei documenti su Jfk
Migliaia di pagine desecretate potrebbero definire meglio i legami sovietici di Oswald
di Andrea Valdambrini

Basta evocare possibili rilevazioni sulla morte di JFK e Il clamore mediatico è assicurato. Prima e ben oltre l’11 settembre, quello dell’omicidio del presidente democratico John Fitzgerald Kennedy a Dallas il 22 novembre 1963 è il padre di tutti i misteri americani e soprattutto, di tutte le teorie del complotto.
È appena scaduto il termine per la declassificazione di oltre 3000 documenti per circa 40.000 pagine complessive riguardanti l’uccisione del 35° presidente Usa. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha twittato il 21 ottobre per annunciare la volontà di non opporsi alla divulgazione dei “JFK files”, che era stati bloccati per 25 anni, secondo le regole stabilite dal Congresso nel 1992, e che appunto solo il presidente Usa in carica potrebbe bloccare.
Ma quanto è davvero rilevante? Ci sono almeno due elementi da considerare: il numero complessivo di documenti già declassificati e il contenuto generale di questi nuovi 3.100 files. In realtà, l’88% dei documenti conservati presso i National Archives di Washington sono già stati pubblicati negli anni ’90, seguiti a un altro 11% che sono passati attraverso un lavoro di redazione. Quello di cui stiamo parlando riguarda quindi solo l’1% del totale. Perché allora, questa pur minima parte è stata tenuta segreta per 55 anni? I nuovi files potrebbero illuminare alcuni momenti poco noti della vita di Lee Harvey Oswald, ovvero colui che la Commissione di inchiesta Warren indicò nel 1964, dopo 10 mesi di indagini, come unico colpevole della morte di Kennedy. Secondo il giudice federale John R. Tunheim, che tra il 1994 e il 1998 ha guidato una commissione indipendente sull’operato del governo, potrebbero emergere evidenze, finora non note, sugli accordi tra Usa e Messico per condividere informazioni sugli spostamenti di Oswald prima dell’omicidio.
“Sarà nient’altro che un buco nell’acqua”. È scettico Massimo Teodori, storico americanista e autore di molti saggi sugli Usa, ultimo Ossessioni americane (Marsilio). “Una parte di documenti verrà comunque mantenuta segreta, ed è quella la più interessante”. Anche Teodori pensa che non emergerà nulla di risolutivo, né sarà avvalorata una specifica teoria del complotto, fra le molte formulate. “Come storico, sono anti-complottista e contrario a ogni dietrologia”, continua Teodori. “Ma non posso ignorare che in tutta la vicenda il modo in cui si sono mosse Fbi e Cia è tutt’altro che chiaro”. Teodori indica come elementi deboli nelle conclusioni della Commmssione Warren sia la tesi dell’unicità di chi ha sparato, che l’ambiguo comportamento degli uffici amministrativi del Texas: tutti indizi di probabili depistaggi. “Oswald, indicato come unico responsabile, era certo il capro espiatorio perfetto”.
Perché allora tanto entusiasmo da parte di Trump? “Lui ha tutto da guadagnare e nulla da perdere con JFK. Sposta l’attenzione dell’opinione pubblica su una vicenda lontana nel tempo, che riguarda i democratici e l’elezione di un presidente probabilmente anche con i voti della mafia”, conclude Teodori.

Il Fatto 27.10.17
“Siamo alla spaccatura senza ritorno”
Il professore di Storia contemporanea e “l’errore dei secessionisti”
“Siamo alla spaccatura senza ritorno”
di And. Val.

Josep Maria Fradera è professore di Storia Contemporanea dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Autore di saggi su colonialismo e formazione dell’identità spagnola, è commentatore de El Pais.
Dopo l’ennesima convulsa giornata, cosa c’è di sbagliato in una dichiarazione unilaterale d’indipendenza?
L’errore principale degli indipendentisti, o di chi comunque non vuole trattare con Madrid, è pensare che il sistema Spagna (società e politica) sia impossibile da riformare, quindi è meglio uscirne. Questa volontà è perseguita oltretutto in modo testardo e velleitario, dato che solo il 50% dei cittadini ha votato nel referendum indipendentista.
Il responsabile degli Esteri catalano Raul Romeva ha dichiarato: “Se Madrid revoca i poteri della regione autonoma, la democrazia europea è a rischio”. Cosa ne pensa?
Esattamente al contrario, è proprio un’eventuale dichiarazione d’indipendenza come quella del governo di Barcellona ad essere inammissibile in qualsiasi altro luogo d’Europa. Mica siamo in una colonia o in un Paese oppresso! E poi non capisco per quale motivo sarebbe uno scandalo che lo Stato centrale restaurasse l’ordine costituzionale.
L’attuale governo regionale è consapevole dei rischi dello strappo?
Guardando le cose come stanno, il danno è stato già fatto, sia in termini economici, con la fuga di banche e aziende, sia in termini di reputazione nei confronti dei popoli vicini. Tuttavia non credo sia facile decifrare fino in fondo cosa passa nella testa di coloro che si auto-definiscono nazionalisti catalani. La società è profondamente divisa: lo dimostra il fatto che la piattaforma indipendentista non ha affatto conquistato la maggioranza dell’elettorato.
Chi è il responsabile di questa crisi?
Di sicuro, ci sono colpe da entrambe le parti. Lo Statuto di autonomia era stato approvato dopo un tortuoso negoziato e poi respinto come non costituzionale dal partito popolare al governo. In ogni caso, tutti i partiti, sia catalani che spagnoli, hanno fatto numerosi errori nel corso degli anni.
Come giudica la mossa di Puigdemont?
Difficile per chiunque vederci chiaro. In ogni caso, sono convinto che a un certo punto si dovrà andare per forza verso elezioni regionali. Più difficile è capire in quali condizioni ci andremo: come si potrà tornare al voto in Catalogna, se è il governo centrale a controllare Barcellona? Un bel dilemma.
Cosa consiglierebbe a Rajoy e Puigdemont?
Bisogna capirsi meglio per essere consapevoli delle comuni necessità di libertà e giustizia. Lasciamo perdere i nazionalisti. È dalla società civile che devono nascere le risposte per il bene della Spagna. Anche della Catalogna, che ne è parte.

Il Fatto 27.10.17
Il maiale perso in cielo e altre storie. La bibbia definitiva dei Pink Floyd
“Their Mortail Remains”, lo spin off su carta della mostra al Victoria & Albert Musem
di Andrea Scanzi

“Non c’è niente che equivalga all’esperienza di un evento musicale, dal vivo, in uno spazio con migliaia di altre persone. Niente gli si avvicina. Il pubblico si aspetta di vedere qualcosa di mai visto prima. Si aspetta di essere stupito”. Lo ha detto Sean Evans, ed è una delle tante frasi che stanno dentro il meraviglioso Pink Floyd – Their Mortail Remains (Skyra, pp 320, 55 euro). È l’unico libro autorizzato per i 50 anni dalla loro nascita. In Italia uscirà il 9 novembre e ha tutti i crismi del libro – se non definitivo – quantomeno irrinunciabile. C’è la prefazione di Aubrey Powell, la mente – con Storm Thorgerson – che ha creato alcune tra le più belle copertine degli album tra il 1967 e il 1982. Ci sono dei saggi, importanti e ingombranti, belli anche se con qualche sbrodolata intellettualoide di troppo, a firma Joe Boyd, Rob Young, Jon Savage, Howard Goodall, Victoria Broackes e Anna Landreth Strong.
Non mancano foto preziose, e del resto il volume è la traduzione del testo in inglese realizzato per la mostra appena conclusa al Victoria & Albert Musem di Londra. E c’è poi un’analisi, abbastanza accurata, di ogni disco. Gli iper-pinkfloydiani troveranno quasi tutte cose (a loro) note, ma le primizie non mancano. Il libro insiste molto sulla visionarietà della band e sulla loro esigenza di riempire i suoni con immagini ed effetti scenici al tempo inconcepibili. Ciò portò il gruppo a scomparire dietro e dentro la loro musica, al punto tale che quando Roger Waters intraprese la carriera solista affrontò delle difficoltà enormi, anche perché in pochi conoscevano il suo nome e – più ancora – il suo volto.
Lo stesso Waters, che fondò i Pink Floyd con il diamante pazzo Syd Barrett, ha detto sei mesi fa a questo giornale – e a chi scrive – che oggi non c’è poi molto da dire sui Pink Floyd: “È una pop band di cui ho fatto parte per una quindicina d’anni”. Una “pop band”: l’ha definita proprio così, come se avesse militato nei Dik Dik.
Ovviamente era il primo a sapere di asserire una castroneria, infatti – come David Gilmour – larga parte dei suoi concerti è zeppa di brani appartenenti al repertorio Pink Floyd. Un repertorio lontano nel tempo ma vicinissimo nelle emozioni, infatti ogni loro data è sold out. Comprese le sei tappe italiane di Waters ad aprile 2018 (2 Milano e 4 Bologna). I Pink Floyd hanno partorito capolavori che verranno ascoltati anche nei secoli futuri, non meno di Mozart e Beethoven. Sono stati, al loro massimo, un tutt’uno in grado di generare bellezza inaudita.
Tutto questo, nel libro, si rivive. Ci si commuove. E ogni tanto – mai troppo – ci si diverte pure. Per esempio quando si (ri)scopre che la copertina di Animals col maiale volante richiese grandi sforzi. Il primo giorno il maiale (“Algie”) non si alzò, perché non c’era vento. Il secondo si alzò troppo, ruppe le funi, bloccò l’aeroporto di Heathrow e fu trovato a tarda sera da un contadino del Kent nel suo orto, incazzato nero perché “quel coso rosa” stava terrorizzando i suoi animali. Il terzo giorno pagarono un cecchino, pronto a sparare ad Algie qualora si fosse di nuovo liberata (“Algie” è femmina). Lei non si liberò e fu fotografata come il gruppo desiderava, però lo scatto non funzionava: il cielo era troppo azzurro. Serviva un cielo fosco, come le parole del disco. Così “photoshopparono” – allora non si diceva così – il cielo cupo del primo giorno col maiale volante del terzo. Funzionò. E fu solo uno dei mille abracadabra di una band irripetibile.

La Stampa 27.10.17
Gillo Dorfles
“La Rivoluzione oggi vive nello stato sociale europeo”
“L’arte? Da allora per fortuna si è affrancata dalla politica”
di Francesca Paci

Il secolo breve è lunghissimo per Gillo Dorfles: il maggiore critico d’arte italiano ha 7 anni quando Lenin assalta il Palazzo d’Inverno, ne ha 12 alla marcia su Roma, 58 durante la Primavera di Praga. Annuisce sfogliando il suo nuovo libro edito da Bompiani, Paesaggi e personaggi, mentre prende il tè con l’allievo e filosofo Aldo Colonetti nell’appartamento al sesto piano di un palazzo milanese Anni 30. Intorno a lui volumi, sculture, quadri dell’epoca in cui frequentava Fontana come aveva frequentato Toscanini, foto di una vita fatta anche di sport («Ho sciato fino alla scorsa stagione e non sarà l’ultima volta!»). Racconta l’esperienza estetica della Rivoluzione d’ottobre lisciando a tratti l’elegante abito marrone, impeccabile. Lo ha sempre vestito, spiega, un sarto piccino che per prendergli le misure si serviva di uno sgabello. È morto, come molti che ha conosciuto. Come il Novecento.
La Rivoluzione d’ottobre si porta i suoi anni come l’incredibile Dorfles?
«Non è invecchiata affatto male, cento anni fa nessuno avrebbe detto che stava iniziando una nuova era politica. Ed effettivamente la rivoluzione russa ha aperto le porte a una nuova considerazione del rapporto tra uomo e nazione».
Ricorda quei giorni che sconvolsero il mondo?
«Quasi nulla se non che l’eco arrivava anche a un ragazzino come me, mi colpiva che si facesse una rivoluzione per ragioni politiche».
Cosa resta del 1917?
«Moltissimo, anche se la sua valenza simbolica non corrisponde più a ciò che allora si pensava dovesse diventare. Tutto l’apparato sociale dell’Europa odierna dipende da quelle giornate memorabili».
Con l’intellighenzia è stata purgata anche l’utopia?
«Difficile da dire. Grandi intellettuali di prima della rivoluzione continuarono ad agire con i loro scritti. Gente come Majakovskij o Malevich ebbe un’importanza enorme perché la rivoluzione economica e sociale di quella che sarebbe diventata l’Urss aveva bisogno di pilastri intellettuali e loro lo furono. Certo, presto vennero messi da parte. Ma dopo un po’ il clamore intellettuale della rivoluzione si estese fuori dalla Russia».
Come si passa dalla Gontcharova al realismo socialista di Kustodiev, il pittore del Bolscevico?
«I Kustodiev sono un errore temporaneo. Dopo la rivoluzione della Gontcharova la loro arte passa senza lasciare traccia. È successo anche in Italia dopo la grande avventura futurista».
Nel 1923 nasceva l’Urss e lei leggeva Proust. Nel ’38, tra Stalin e le leggi razziali in Italia, dipingeva già da tempo. Niente politica?
«Sono stato un anti-nazista precoce. Pur amando la cultura tedesca, Hitler mi suscitava una repulsione antropologica, andai in Germania a 18 anni e lui c’era, sentii solo vibrazioni negative».
È stato amico di Lelio Basso. Ha mai simpatizzato per il comunismo?
«Basso era uno di famiglia. Ma non abbiamo avuto rapporti politici. Non mi ha mai appassionato il comunismo militante, non sognavo che l’Europa diventasse comunista».
Il design industriale è figlio dell’utopia mutuata da Marx attraverso Gramsci di una sintesi tra sviluppo socio-economico e culturale?
«L’interesse per il design industriale si diffonde soprattutto per ragioni pratiche e tecnologiche, fuori da ogni ideologia socialista. Ovviamente i Paesi socialisti tipo la Cecoslovacchia accettarono il design, quelli che lo rifiutarono restarono indietro. A Praga c’era una tradizione di arti applicate su cui si poté far leva preservando una certa autonomia dalla politica. Il contesto politico può pesare, ma il design non è liberatorio, è utile».
Trova efficace la definizione di secolo breve?
Ride. «Ho cominciato il secolo senza sapere che fosse breve... Mi interessa soprattutto il cambio di passo impresso dal ’900. La tecnologia diffusa che diventa lingua parlata di una nazione è tipica del nostro tempo, prima c’era l’ideologia tecnologica senza applicazioni. Poi, grazie alle applicazioni pratiche, si è arrivati alla modernità del pensiero tecnologico. E la tecnologia applicata alla vita viene in parte da quel vento del ’17».
Una volta l’architetto americano Wright le disse che il Bauhaus aveva contrastato il totalitarismo ma aveva finito per crearne un altro. Cioè?
«Wright era il migliore. E aveva ragione: il Bauhaus scappava dal totalitarismo ma creò un modello estetico rigido, un approccio architettonico ortogonale e non curvilineo».
Abbiamo trovato un’identità estetica alternativa a quella della Guerra fredda?
«Oggi è tutto diverso, la relazione tra politica e arte è molto meno importante. L’arte ha raggiunto una propria autonomia, ed è un bene».

Repubblica 27.10.17
Lasciate che i ragazzini tornino a casa da soli
di Chiara Saraceno

LA PRETESA che i ragazzini delle medie debbano essere consegnati ai genitori o comunque a un adulto da questi delegato e non possano tornare a casa da soli è un insulto al buon senso, prima che un ulteriore vincolo posto all’organizzazione quotidiana delle famiglie, in primis delle madri. Potrebbe sembrare una pretesa da buon tempo antico, se non fosse che una volta i bambini erano lasciati molto più autonomi e più precocemente, nell’andare e tornare da scuola, ma anche nell’andare ai giardini o a trovare i nonni nelle vicinanze, o a comperare il pane o il latte. Ed i più grandicelli potevano, e dovevano, accompagnare i fratelli più piccoli, senza aspettare di essere maggiorenni, come invece succede oggi.
Di antico, in questa pretesa, c’è l’ovvia aspettativa che nelle famiglie ci sia sempre un adulto - per lo più la mamma - che non ha impegni di lavoro, ma anche di cura di altri familiari, che gli impediscano di trovarsi fuori scuola a metà giornata e di accompagnare i figli non ancora quattordicenni dovunque. Il tutto in un contesto in cui le scuole a tempo pieno sono in via di riduzione anche alle elementari e pressoché inesistenti alle medie. Se si dovesse dunque seguire l’interpretazione che dà la Corte di Cassazione alla norma sull’incapacità degli studenti fino ai quattordici anni, non solo i ragazzini con lo zaino in spalla e lo smartphone in mano ma anche i bambini che cominciano i primi anni di studio non potrebbero più andare a prendere il latte da soli. Perché, se malauguratamente succedesse un incidente, scattarebbe una denuncia per abbandono di minore.
A differenza di quanto ha dichiarato la ministra Valeria Fedeli, i ragazzi non potrebbero imparare a diventare autonomi neppure nel pomeriggio. L’eccesso di protezione, la difficoltà ad accettare i rischi dell’autonomia (ovviamente avendo educato alla stessa), unita alla tendenza allo scarico di responsabilità quando qualche cosa va storta, sono fenomeni ahimè tutti contemporanei e molto accentuati nel nostro Paese.
Le città europee sono piene di ragazzini che vanno a scuola da soli, prendono il tram, vanno in palestra senza essere accompagnati. I loro genitori, i loro insegnanti, le loro collettività non sono più irresponsabili della nostra, solo più fiduciosi nella propria capacità di insegnare a diventare responsabili. Forse sono anche meno disponibili allo scaricabarile. Perché, se un genitore pretende che la scuola riconosca l’autonomia dei ragazzi e l’impossibilità dei genitori stessi di essere continuamente presenti quando i figli si muovono, ma poi è pronto a denunciare l’istituto se qualche cosa succede nel tragitto verso casa, è inevitabile che la scuola si protegga. E imponga, appunto, la presenza della madre o del padre, o comunque di un adulto.
La norma che definisce i ragazzi sotto i quattordici anni legalmente incapaci è stata probabilmente pensata dal punto di vista della loro — cioè dei ragazzini — responsabilità penale, non per tenerli costantemente sotto una campana di vetro. Se invece l’interpretazione giusta è quest’ultima, come sembra di capire dalla sentenza della Corte di Cassazione, la norma va cambiata, come da tempo è chiesto dai presidi, ma non solo. E gli adulti dovranno prendersi la responsabilità, ciascuno nel proprio campo e ruolo, di insegnare ai ragazzi ad essere responsabili, a gestire appropriatamente l’autonomia conquistata.

Repubblica 27.10.17
Perché l’Unesco sbaglia su Gerusalemme
di Alberto Melloni

Con una iniziativa senza precedenti la scorsa settimana quindici cattedre Unesco hanno promosso un incontro sul tema del nome dei luoghi santi di Gerusalemme nella città santa. E hanno garbatamente rimproverato all’agenzia dell’educazione scienza e cultura di aver agito senza ascoltare educazione, scienza e cultura quando, fra il 2006 e il 2016 ha preso decisioni di una sbalorditiva superficialità sulla città santa delle fedi abramitiche. In quel lasso di tempo, con una escalation non casuale, quei siti sono stati definiti in termini unicamente arabo-islamici, evocandone la denominazione, “l’autenticità”, “la santità” e la funzione di sede di “adorazione”. Così da far passare la presenza dei cristiani come decorativa e quella israeliana come sacrilega. La querelle è stata lunga e ha suscitato reazioni molteplici. L’America di Trump ha prima protestato, poi annunciato il suo ritiro dall’Unesco, ripetendo un errore di Reagan che si fonda, al di là dei pretesti e delle implicazioni economiche, nella logica conflittuale e anti- multilaterale che gli rimproverano sia Bush che Obama. Israele ha improvvisamente cambiato linea: mentre a maggio Netanyahu intestava al suo Paese il merito di aver assottigliato il numero dei paesi favorevoli a quei gesti incendiari, adesso ha anch’esso disposto l’uscita di Israele; in ragione di sentimento antiebraico e antisraeliano, che all’Unesco c’è ed è corposo – ma che non ha impedito l’elezione a direttore generale di Audrey Azoulay, statista francese e figlia di André Azoulay, consigliere ebreo del re del Marocco – che dovrebbe essere confermata da un voto della Conferenza generale del 10 novembre. Nel contempo, in una ritirata palesemente tattica, i paesi che avevano accumulato espressioni sempre più violente e odiose su Gerusalemme hanno ripiegato – solo per questo 2017 – su formulazioni più ordinarie e depoliticizzate: così senza nulla dire dei bulldozer arabi che hanno scavato la pregiatissima zona del monte dove sorgeva il tempio di Salomone e dove sorgono ora le sante moschee, si muovono rimproveri e richieste ad Israele tornate nel registro a bassa conflittualità usato per anni dalla Giordania. La provocazione in sede Unesco, prima esasperata e poi messa in pausa, ha avuto ragioni politiche evidenti: Unesco è una delle due agenzie in cui la Palestina siede come Stato ed è comprensibile che sia stato scelto questo come teatro per una manovra di terrorismo verbale, che voleva suscitare allarme e confusione. Ma è stupefacente che proprio l’agenzia dell’educazione, della scienza e della cultura si sia mossa non da oggi su un terreno così delicato senza alcuna coscienza degli spessori storici e teologici che ogni parola spesa su Gerusalemme (così come su Hebron, dove riposa Abramo da mille e mille anni in attesa che i suoi figli smettano di odiarsi) sono immensi e non possono essere trattati con superficialità. Superficialità risalente, in vero, al 1980: quando si decretò, nella indifferenza generale, che Gerusalemme e le sue mura portavano i segni della presenza ebraica “da David all’assedio di Tito del 70 d.C.”, come se dopo l’ebraismo fosse svanito; e poi si diceva, della “coesistenza (sic!) fra arabi e cristiani dal 699 al 1099” e poi del dominio ottomano. Rimasta inerte per decenni, questa ferita al senso storico e al buon senso ha cominciato a infettarsi, con processi che hanno portato già nel 2006 a parlare di “accesso all’Haram al Sharif”, il monte del tempio in cui predicò Gesù, senza evocarne la sacralità per tutti i credenti delle fedi che hanno Abramo per padre, e poi dal 2013 a qualificare l’area con un crescendo di manipolazioni. Che non sono scaramucce diplomatiche o propagandistiche.
Siamo infatti davanti a una questione di enormi proporzioni: nel riscaldamento religioso globale – non meno pericoloso di quello climatico – la complessità, la stratificazione, la polisemia, il groviglio di significati di Gerusalemme è il codice della complessità del mondo: o si vede la complessità come la soluzione e allora ci sarà la scassatissima pace del negoziato, o la si vede come il problema e come problema da risolvere a qualunque prezzo, allora la manomissione degli equilibri – anche solo degli equilibri verbali – richiederà sangue. E lo avrà.

Repubblica 27.10.17
In carcere prime nozze gay: in cella insieme
Roma, unione civile tra detenute. Il ministero: vivevano già così, sarebbe cattiveria separarle
di Enrico Bellavia Maria Elena Vincenzi

ROMA. Camilla ha 25 anni. Ieri mattina si è svegliata, si è fatta fare le treccine ai capelli, ha messo un filo di trucco, e indossato il suo vestito preferito, di un rosa pallido. Adriana, coetanea, quando ha aperto gli occhi era felice. Ha messo i pantaloni e un gilet, il trucco no, non fa per lei. Camilla e Adriana ieri mattina si sono sposate nella casa circondariale di Rebibbia, dove sono entrambe detenute per questioni di droga. A celebrare l’unione il vicesindaco di Roma Daniele Frongia, che ha un passato da volontario nelle carceri. Un amore nato dietro alle sbarre: Camilla e Adriana condividevano la cella con altre recluse. Sono diventate da subito amiche e poi, pian piano, con il passare del tempo, è nato qualcosa in più. Adriana, di origini polacche, sapeva di essere omosessuale quando è entrata in carcere, lasciandosi alle spalle una storia che a sentire i genitori, agricoltori stabilitisi nel Lazio, è all’origine dei suoi guai. La sua pena finirà l’anno prossimo, ma i giorni di reclusione che ancora ha davanti, da ieri, saranno più felici. Per lei e per i suoi genitori che ieri hanno voluto essere presenti, portando le fedi con incisi i nomi delle ragazze. Camilla, sudamericana, invece, non aveva mai avuto un fidanzato, ma non sapeva il perché. Però, poco a poco ha sentito nascere un sentimento per l’amica alla quale presto ha dato il nome di amore. Resterà a Rebibbia fino al 2019, anche se ormai da qualche tempo esce per lavorare. Il loro comportamento esemplare in carcere è stato uno dei motivi che hanno indotto la direttrice, gli psicologi e gli educatori, a sostenere la loro storia d’amore e ad aiutarle a coronare il loro sogno.
È stata una festa. Con tanto di fiori, regali, bomboniere e torta nuziale con una ventina di invitate del braccio femminile, le agenti, le operatrici e la direttrice . Una cosa quasi normale se non fosse che, invece di tornare a casa o partire per il viaggio di nozze, ieri sera si sono ritrovate dove tutto è iniziato. In quella gabbia in cui hanno trovato la loro libertà.
È la prima volta che due detenute si uniscono civilmente in carcere e che possono vivere sotto lo stesso tetto. D’altronde condividevano la cella prima, separarle ora, spiegano fonti del ministero di via Arenula, sarebbe una cattiveria inutile e immotivata.
Insomma Camilla e Adriana hanno precorso i tempi. Proprio quando si è aperto il dibattito, anche in tema di riforma dell’ordinamento penitenziario, sull’affettività dei detenuti: il progetto già in fase avanzata affronta la questione degli incontri tra persone unite o sposate, una delle quali sia detenuta. Al ministero si sta valutando di creare degli ambienti nelle strutture penitenziarie per consentire momenti di intimità.
La vicenda a lieto fine di Camilla e Adriana apre un fronte ulteriore nelle carceri, dove le sezioni sono rigidamente separate per genere. Ponendo al legislatore un orizzonte nuovo che la stessa norma sulle unioni civili impone. Se l’unione fosse stata tra eterosessuali la separazione sarebbe inevitabilmente avvenuta un minuto dopo il sì. Per loro invece la cella si è trasformata nella prima casa.