sabato 18 maggio 2013

l’Unità 18.5.13
«Fiom in piazza: giovani, operai e lavoro»
di Massimo Franchi
qui

l’Unità 18.5.13
«Assieme operai e giovani. Il lavoro torni al centro»
«Nel corteo la parte migliore del Paese, il Pd non si imbarazzi a partecipare»
«La tenuta sociale del Paese è a rischio, in piazza anche per una nuova politica economica»
Intervista a Maurizio Landini
di Massimo Franchi


ROMA Landini, stamattina tornate a San Giovanni come il 16 ottobre 2010 e il 9 marzo 2012. Cosa è cambiato?
«Rispetto alle altre manifestazioni questa fa i conti con un peggioramento secco della crisi. Il sistema industriale è a rischio, la disoccupazione è aumentata, le modifiche legislative hanno impoverito e reso più precario il lavoro. Per questo la nostra parola d’ordine è riunificare: di fronte alla frantumazione sociale dobbiamo puntare sull’unione dei lavoratori, tutelati e precari, e delle generazioni, giovani e meno giovani, per poter contare di più e cambiare il sistema rimettendo al centro il lavoro. In questo senso la Fiom e la Cgil devono tornare ad offrire un terreno di riunificazione e mettere in condizioni le persone di decidere sul loro destino». E invece non si vede la fine del tunnel della crisi...
«Secondo noi è a rischio la tenuta sociale del Paese. Per questo la prima cosa da fare è evitare che chiudano le fabbriche, favorire i contratti di solidarietà difensiva ed espansiva. Poi va subito lanciato un piano straordinario di investimenti pubblici e privati con una nuova politica industriale, una manutenzione straordinaria del territorio e un piano per una nuova mobilità. La seconda è un cambiamento netto delle politiche economiche degli ultimi governi».
Ma il governo Letta è in grado di garantire il «cambiamento reale» che chiede? «Le soluzioni politiche trovate per creare questo governo non sono quelle che le persone chiedevano con il voto. Dopo di che se questo governo non è in grado di produrre una discontinuità con le politiche di Berlusconi e Monti, il suo esito sociale e politico rischia di essere già scritto».
Intanto però il governo ha finanziato con un miliardo la cassa in deroga. Troppo poco?
«Credo di sì e lo vedremo nei prossimi mesi. Bisogna però andare oltre l’emergenza, cominciare a disegnare tutele universali che siano estese a tutti, a partire dai precari. Noi proponiamo di estendere a tutti i lavoratori la cassa integrazione con il contributo, come avviene per la ordinaria, di imprese e lavoratori. Poi c’è il tema del reddito di cittadinanza che deve permettere ai figli degli operai di poter studiare e ai precari di avere una vita dignitosa».
Il ministro Giovannini punta a rivedere la cassa in deroga. Può essere un’occasione utile per affrontare il tema?
«La cassa in deroga non è un diritto, è uno strumento straordinario per affrontare la crisi. Noi proponiamo di armonizzare Aspi e assegno di disoccupazione, ma a differenza della cassa integrazione, queste tutele devono essere a carico della fiscalità generale». Solo alcuni esponenti del Pd saranno in piazza. Come valuta la loro presenza? «Il Pd dovrebbe avere meno imbarazzi sapendo che alla nostra manifestazione ci sarà la parte migliore del Paese per difendere legalità e Costituzione e non a difendere interessi personali». Nei giorni scorsi avete denunciato i costi proibitivi dei treni e il rischio che ormai possano manifestare solo i ricchi... «Sì e lo ribadiamo, si tratta di un problema di democrazia: manifestare è un diritto e non può diventare proibitivo per gli operai. Detto questo la manifestazione è totalmente autofinanziata e nonostante tutto questo i segnali che abbiamo sono positivi e sono moderatamente ottimista sul fatto che piazza San Giovanni sarà piena anche oggi». Passiamo al fronte sindacale. Mercoledì sarà al congresso della Fim Cisl e si confronterà con gli altri segretari di categoria per la prima volta da quando è stato eletto. Un segnale importante?
«Sono stato invitato e interverrò. In questa settimana poi è stato firmato unitariamente il contratto delle coop e siamo vicini a farlo per la Confapi con miglioramenti importanti rispetto al contratto nazionale separato, come il pagamento dei primi 3 giorni di malattia. Credo che possano essere un esempio far ripartire un’azione comune che deve fondarsi sulle regole democratiche». Intanto da Federmeccanica arrivano aperture. Il presidente uscente Ceccardi punta a superare il sistema del terzo di seggi Rsu ai sindacati firmatari gli accordi. Ma invece pare che Confindustria blocchi l’accordo con Cgil, Cisl e Uil perché non vuole far votare i lavoratori... «È dal marzo 2012 che la Fiom ha proposto a Federmeccanica, Fim e Uilm di superare gli accordi separati. Le imprese ci dissero che dovevano attendere sviluppi interni. Se c’è una nuova possibilità, siamo contenti. Per quanto riguarda l’accordo sulla rappresentanza per noi è necessario che il testo fissato da Cgil. Cisl e Uil sia parte integrante dell’accordo. La certificazione della rappresentanza in base ai voti e agli iscritti che permetta a tutti i sindacati sopra il 5 per cento di partecipare alle trattative sul contratto e l’approvazione dell’accordo attraverso un voto certificato della maggioranza dei lavoratori interessati al contratto nazionale. Non sono accettabili né sanzioni né limitazioni del diritto di sciopero né che Confindustria rifiuti di vincolare l’accordo al voto dei lavoratori».

il Fatto 18.5.13
Epifani vede D’Alema: sostegno all’esecutivo

SOSTEGNO al governo, ma anche una caratterizzazione forte del Pd per evitare di farsi dettare l'agenda da Berlusconi. È il doppio binario sul quale si sta muovendo il neo-segretario del Pd Guglielmo Epifani che in questi giorni sta vedendo tutti i 'big' del partito per un confronto sia sul fronte interno che del governo. Vanno in questa chiave le due iniziative forti che il segretario annuncia che il Pd prenderà a breve, una sul fronte del lavoro e dell’occupazione giovanile, l’altra sul tema (spinoso per il partito) della legge elettorale. Una “scaletta” della quale, secondo quanto viene riferito, avrebbe parlato anche nel colloquio avuto oggi con Massimo D’Alema. L’ultimo di una serie di incontri, tra gli altri, con Pier Luigi Bersani, Walter Veltroni e Matteo Renzi. LaPresse

il Fatto 18.5.13
Chi pensa che cosa di Epifani
risponde Furio Colombo

Caro Furio Colombo, che cosa pensi di Epifani come nuovo segretario del Pd?
Emilio

NE PENSO BENE, nel senso della persona. Ne penso bene nel senso di sapersi sedere a un tavolo e aprire una riunione rendendosi conto di dove sei, con chi sei e perché. In altre parole, penso bene di Epifani, ma non del Pd. Un grande partito a cui un’intera parte del Paese dà (e ha rinnovato) fiducia, non può farsi trovare senza una linea di successione pensata e preparata in caso di incidente di percorso (che poi è la norma, nella vita politica, persino in tempi più calmi di questi). Contrapposizioni e contrasti sono di casa e chi fa politica ci pensa tutto il tempo. E allora si capisce che il vero problema del Pd è di non avere mai discusso, e non avere mai deciso, sulla propria identità. In questo vuoto, in un partito senza passato e senza memoria, non poteva che essere immensamente difficile indicare la “persona giusta”. Giusta per che cosa? Chi ha vissuto vicino al Pd o dentro al suo gruppo parlamentare, ha notato una costante e disorientante volontà di non essere mai esistiti prima. È stata come una costante cancellazione del volto, in uno strano gioco che immaginava il futuro legato a una condizione: essere altro. Di giorno in giorno veniva deciso che non sei stato comunista, non sei stato socialista, non sei stato socialdemocratico, non sei “giustizialista”, sei equidistante fra lavoro e impresa, sei equidistante fra scuola pubblica e scuola privata, provi un nuovo interesse per le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica (purché non politica), e lo slogan coraggioso “la cultura non si mangia”. È un partito grande, a giudicare dall’ultimo voto (anche se lo si aspettava più grande). Ma è un partito vuoto. Ha messo sul marciapiede tutti i vecchi mobili (ma solo gli ex marxisti; gli ex democristiani si sono tenuti tutto, anche i mobili da sacrestia) ma, forse per non emulare Anna Finocchiaro, non c’è stata alcuna visita all’Ikea (se c’è un’Ikea per un nuovo arredamento politico). E così, nel momento cruciale, qualcuno ha gridato “C’è un medico in sala?” Si è fatto avanti Epifani, che almeno era già stato alla guida di una grande organizzazione ed è tecnicamente competente a guidare. Ma dove?

Corriere 18.5.13
La diffidenza per il leader
di  Giovanni Belardelli
qui

il Fatto 18.5.13
Emilio Fede choc: “Io voto a Roma e darò il voto al mio amico Ignazio Marino. Lo conosco bene, insieme abbiamo fatto una battaglia comune contro il manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto”

il Fatto 18.5.13
Il partito di sinistra che non c’è
di Mauro Chiostri 

In Italia c’è una larga fetta della popolazione che si definisce di sinistra. Tutta questa gente non è adeguatamente rappresentata: mi sembra palese che nell’attuale parlamento una forza di sinistra è assente: il Pd, tra le sue molte anime sta andando verso l’autodistruzione a causa della sua ambiguità politica; il M5S non è un movimento di sinistra, basta ascoltare i comizi di Grillo per rendersene conto. Ci sono, fuori dal parlamento, formazioni dichiaratamente di sinistra, ma a causa dell’incapacità di rinnovarsi e dell’eccessivo frazionamento non catturano il consenso degli elettori. Se in questo Paese l’impresentabile destra asservita al Caimano continua ad avere il potere in mano è la conseguenza del vuoto politico determinato dall’assenza di un’alternativa strutturata e credibile. É irrimandabile la necessità di gettare a mare tutto il ciarpame residuale della vecchia politica e dare vita a un nuovo soggetto che faccia proprie, attualizzandole, le istanze del “popolo della sinistra”.

il Fatto 18.5.13
Il giorno in cui Bersani non rinunciò al pre-incarico
Dal Colle nessun passaggio formale per revocarlo
Lo strano buio in cui finì tutto
di Wanda Marra

“Ho riferito a Napolitano il lavoro di questi giorni, che non ha portato a un esito risolutivo”. Era il 28 marzo, giovedì santo, quando Pier Luigi Bersani, nella Sala alla Vetrata del Quirinale, informava i giornalisti di non essere riuscito a trovare le condizioni per formare un governo. Poche parole, la postura curva, un’espressione scurissima. Raggelata. Nessuna domanda consentita. Un minuto dopo usciva il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra: Napolitano si è riservato di “prendere senza indugio iniziative che gli consentano di accertare personalmente gli sviluppi possibili”. Un’altra comunicazione secca. Nessuna apparizione di Napolitano. Subito dopo una nota dell’ufficio stampa del Pd: “Bersani non ha rinunciato”.
MAI USCITA di scena fu più confusa, più sfumata, più sfilacciata. Bersani resta lì, con il suo pre - incarico ad aspettare. Il giorno dopo Napolitano fa le sue consultazioni lampo. In serata vede la delegazione del Pd: Enrico Letta, nella veste di vice - segretario, e i capigruppo, Zanda e Speranza. Chi c’era racconta che in quel colloquio del segretario congelato nessuno fece cenno. Nessuno chiese e nessuno chiarì quali dovevano essere le sorti di Bersani. Alla fine della giornata, Napolitano non esce. Deve riflettere, fa sapere l’ufficio stampa. Comincia così una delle lunghe notti che hanno portato alla sua rielezione. In tarda serata dal Quirinale vengono fatte trapelare voci sulle sue dimissioni. La drammatizzazione della crisi è ai livelli massimi. Si diffonde anche la notizia di una telefonata di Draghi. Poi, nella tarda mattinata del sabato santo esce nella Sala alla Vetrata, più vispo di prima: “Posso fino all’ultimo giorno concorrere almeno a creare condizioni più favorevoli allo scopo di sbloccare una situazione politica irrigidita”. Non se ne va. E dunque, nel frattempo va bene il governo Monti. Poi, via con la nomina dei saggi. Quelli che di fatto scrivono il programma del governo oggi presieduto da Letta. Su Bersani, ancora una volta, neanche una parola. Nè tanto meno un passaggio formale.
L’ex segretario del Pd ieri smentisce la notizia riportata dal Fatto del colloquio in cui D’Alema gli suggerì di farsi indietro a favore di Rodotà premier. Notizia ripresa dall’Unità. Dice Bersani: “Non si capisce come possa circolare la notizia a proposito di un mio rifiuto dell’ipotesi di Rodotà premier che mi sarebbe stata proposta. È un passaggio che non è mai esistito. Ho sempre detto che non avrei mai impedito la nascita di un governo di cambiamento se l’ostacolo fosse stato il mio nome ”. Affermazioni generiche: del colloquio con D’Alema non fa cenno. Piuttosto che smentire, Bersani potrebbe spiegare che cosa successe davvero in quei giorni. Perché non gli venne mai revocato il preincarico? Quali erano davvero gli accordi presi con Napolitano? Un mistero, uno dei tanti. Commenta Arturo Parisi: “Non ci fu nulla di normale in quei giorni”. Neanche il 22 marzo, in occasione del pre-incarico, i passaggi erano stati rituali. Era uscito prima Marra con il comunicato, poi lo stesso Napolitano, a specificare i confini entro cui il governo si poteva o non si poteva fare. Con specifico riferimento alle “larghe intese” troppo difficili: un ammissione con rimpianto.
E dopo? Nulla di tutto questo. Commentò Stefano Ceccanti, costituzionalista vicino al Presidente in un tweet: “Il bilancio delle consultazioni porta con sè in modo chiaro il dichiarare esaurito il pre-incarico di Bersani, sia pure implicitamente”. Spiega adesso: “La nomina dei saggi di fatto fu il superamento di Bersani”. Di fatto. Ma possibile che in passaggi istituzionali così delicati ci possano essere situazioni “di fatto”? Racconta chi ha vissuto da protagonista quella fase che tutto rimase nel non detto e nell’ambiguità. Una sorta di via d’uscita che voleva essere “onorevole” per Bersani. I fedelissimi dell’ex segretario oggi dicono che “forse” Napolitano telefonò all’altro. “Forse”. Ma forse non ci furono neanche comunicazioni confidenziali chiare tra i due. Fatto sta che sia l’ex leader democratico che i suoi fedelissimi si mossero nella convinzione che un governo con Bersani premier fosse ancora possibile. E con questo obiettivo cercarono di eleggere un Presidente che potesse conferirgli un altro incarico. O confermargli quello mai ritirato.
NELLA STORIA della Repubblica italiana c’è un unico precedente: il pre-incarico dato da Scalfaro a Romano Prodi, dopo che il suo governo era caduto per mano di Bertinotti. Fu lo stesso Prodi a rinunciare: “Non ci sono le condizioni”. E toccò a D’Alema. Affermazioni chiare, passaggi definiti. Nel non detto del Presidente e dell’ex segretario si consumò la rottura del Pd durante l’elezione del Colle. Il finale è noto. Bersani in ginocchio da Napolitano per pregarlo di accettare la rielezione e la condizione posta dall’altro: il governo di larghe intese. Quello che il Colle voleva dall’inizio.

il Fatto 18.5.13
Il “premio” è incostituzionale
La Cassazione boccia il Porcellum. Ma il centrodestra non vuole abrogarlo
Verdetto della Consulta in sei mesi
di Sara Nicoli

Per la Cassazione l’attuale legge elettorale, il Porcellum, è incostituzionale in più punti. E così la creatura di Roberto Calderoli torna sotto la lente della Corte costituzionale provocando un’accelerazione del dibattito sulla riforma che si attende da otto anni e tre elezioni. Il ministro Quagliariello sembra intenzionato a ottenere una revisione del premio di maggioranza, ma d'accordo con il Pdl, è contrario a far votare dal Parlamento una nuova legge elettorale prima del via libera definitivo alla riforma complessiva delle istituzioni. La Cassazione, però, ha provocato una valanga ormai difficile da contrastare. Con l’ordinanza interlocutoria, depositata ieri, ha dichiarato “rilevanti e non manifestamente infondate” alcune “questioni di legittimità costituzionale” sollevate in un ricorso sottoscritto da 27 persone, privati cittadini, guidate dall'avvocato Aldo Bozzi. In sostanza, ci sono parti del Porcellum che incidono, in modo diverso, sulle modalità d'esercizio della sovranità popolare, garantite dall'articolo 1 (comma 2) e dall'articolo 67 della Costituzione. La prima questione riguarda le liste bloccate. La Cassazione avanza “dubbi” sul meccanismo di “un voto che non consente all'elettore di esprimere alcuna preferenza”. Nelle liste, infatti, l’attribuzione della rilevanza dell'ordine di inserimento dei candidatideterminaun“concreto ed effettivo vincolo di mandato dell’eletto nei confronti del partito politico di riferimento” e questo è in contrasto con l'articolo 67 della Costituzione. Ma è soprattutto sul secondo punto, il premio di maggioranza in entrambi i rami del Parlamento,adessereconsiderato in forte odore di incostituzionalità. Dice la Cassazione: il “meccanismopremiale,incentivandoil raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, contraddice l'esigenza di assicurare governabilità, provocando una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio è in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”. Questo perché essendo “il premio diverso per ogni Regione il risultato è una sommatoria casuale dei premi regionali che finiscono per elidersi tra loro e possono addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste e coalizioni su base nazionale”. Ora che succede? La Consulta si troverà davantiadunosnodoimportante, quello di non poter lasciare il Paese senza una legge elettorale, visto che l'annullamento, anche in toto, del Porcellum non farebbe rivivere automaticamente il Mattarellum. È quindi più probabile che la Corte si limiti ad annullare singoli punti della legge, ma in questo contesto,itempimedid’intervento sono di sei mesi. Il Pdl, se potesse, non cambierebbe una virgola del Porcellum. Ma messo di fronte alla necessità di intervenire cercherà di limitare i danni (è parola di Brunetta): va bene cambiare il premio di maggioranza al Senato e prevedere una soglia minima affinché il premio stesso scatti, ma nulla di più, preferenze comprese. Invece, il Pd con Anna Finocchiaro, si appresta a depositare in Senato un ddl per il ritorno al Mattarellum.Il Porcellum fino a oggi ha favorito sia Pd che Pdl e poiché entrambi gli azionisti di maggioranza non si fanno molte illusioni sulla tenuta del governo, è allo studio un compromesso per un eventuale ritorno a breve alle urne. Ma le posizioni restano distanti. Mercoledì ci sarà un vertice di maggioranza per aprire il dossier riforme.

Repubblica 18.5.13
"La Convenzione umilia il Parlamento così si blinda solo una oligarchia"
Zagrebelsky: non c'è pacificazione senza verità e giustizia. "L'art.138 prevede un procedimento lineare per mutare la Carta. E, invece, si vuole una procedura blindata, totalmente estranea alla Carta. E gli esperti sono solo delle maschere"

di Carmelo Lopapa
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Repubblica 18.5.13
Il Parlamento deformato
di Gianluigi Pellegrino


OGNI giorno che resta in vita il Porcellum è un giorno rubato alla democrazia. Ora è scolpito anche in una decisione della Corte suprema di Cassazione emessa in nome del popolo italiano. Ma gli alti giudici, nel provvedimento anticipato ieri da Liana Milella, hanno detto persino di più. L’attuale Parlamento è deformato nella sua composizione da una norma che nelle ultime elezioni ha dato i suoi frutti più velenosi. Il Pd e Sel non solo hanno avuto alla Camera un premio di maggioranza abnorme, ottenendo il 55 per cento dei seggi pur bocciati da più di due italiani su tre, ma poi si sono anche separati sciogliendo quella coalizione che aveva permesso di accedere al premio.
Con Sel che è andata all’opposizione non condividendo un governo che forse è di necessità, ma certamente è in frontale contrasto con il voto chiesto agli elettori. Berlusconi dovrebbe lamentarsene se avesse minimamente a cuore non solo la democrazia ma anche il suo stesso partito. Ma lui pensa solo a se stesso e il Porcellum resta il sistema più funzionale alla sua strategia di breve, medio e lungo periodo anche per il salvacondotto che potrebbe ottenere nella prossima legislatura.
I giudici inoltre non limitano la censura al premio di maggioranza, ma sottolineano come si esponga all’incostituzionalità anche la parte più intollerabile per il senso comune, le liste bloccate. E condannano espressamente la modifica del sistema per collegio previsto nel Mattarellum che invece garantisce il rispetto della Costituzione: elezione dei parlamentari “libera” e “diretta” da parte dei cittadini.
La Cassazione evidenzia ancora (con un specifico passaggio della motivazione) che un parlamento così deturpato nella sua composizione rischia di delegittimare anche la scelta delle autorità di garanzia che hanno funzioni e durata ben più ampie delle legislatura. La Corte ovviamente non cita condotte e circostanze ma il riferimento esplicito è alla elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti della Consulta, del Csm e delle autorità indipendenti. Il Parlamento ha compiti troppo alti per poter continuare a convivere con vizi così clamorosi nella sua composizione, rifiutandosi pure di emendarli.
A questo punto non c’è più spazio per infingimenti e nemmeno per pezze a colori come quelle che ha da ultimo ipotizzato il governo dopo il ritiro in abbazia: e cioè limitare l’intervento urgente ad una minimale manutenzione del Porcellum inserendo semplicemente una soglia per il premio di maggioranza. Rinviando il resto a future riforme tutte di là da venire.
Sarebbe un grave arretramento persino rispetto agli impegni assunti da Letta nel suo discorso di insediamento. E oggi sarebbe una pecetta del tutto insufficiente anche a superare le obiezioni sollevate dalla Cassazione. Resteremmo clamorosamente esposti ad una censura della Consulta senza precedenti. Rinviare poi sarebbe insieme miope
e in contrasto con specifiche direttive europee. Miope perché abrogare oggi il Porcellum darebbe al governo la legittimazione necessaria per poter fare quanto di difficile e utile serve, prima di tornare al voto. Al contrario sarebbe esiziale cedere alla tentazione di traccheggiare per tirare a campare.
Il Consiglio d’Europa del resto ha invitato espressamente a non cambiare le leggi elettorali troppo a ridosso del voto: rinviare ci esporrebbe così ad un’ulteriore censura comunitaria.
Per questo anche al Pd è chiesto qualcosa di più. Non basta proporre disegni di legge e poi farsi scudo del niet di Berlusconi, come avvenuto sullo scempio della concussione che in realtà andava bene a tutti. Deve pretendere, il Pd, che il governo ripristini subito il Mattarellum anche con decreto legge e con tanto di voto di fiducia. Subito, con la stessa forza con cui Berlusconi ha preteso l’intervento sull’Imu. Altrimenti i democratici facciano sul punto blocco con i grillini senza se e senza ma.
Non è una delle cose da fare. Ma la precondizione di agibilità democratica del paese e di credibilità minima di forze politiche che vogliano dimostrare di avere a cuore, almeno un po’, l’interesse nazionale. E, a ben vedere, anche la loro stessa sopravvivenza.

L’Huffington Post 18.5.13
Fabrizio Barca: il mio Pd. Un partito palestra, organizzazione flessibile dei cittadini, che capovolga la piramide decisionale

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Repubblica 18.5.13
Stato-mafia, Napolitano citato come teste
La domanda su “indicibili accordi” e l’ombra di Scalfaro dietro la trattativa
di Attilio Bolzoni


SIGNOR Presidente, lei ha saputo dettagli di quegli «indicibili accordi»? Secondo lei, a cosa alludeva il suo consigliere giuridico? Poche righe di una lettera scritta da Loris D’Ambrosio a Giorgio Napolitano – datata giugno 2012 – spingono i magistrati di Palermo a chiamare sul banco dei testimoni il Presidente della Repubblica. Non sembra un’altra puntata della «guerra» fra la procura siciliana e il Quirinale. Al Capo dello Stato vorrebbero chiedere un ricordo, magari avere una conferma.
INSERISCONO nella lista testi un Capo dello Stato ma vogliono scoprire se un altro Capo dello Stato aveva avuto un ruolo in quel patto di vent’anni fa con i Corleonesi. In realtà, è il nome di un altro presidente della Repubblica che rischia di finire fra le pieghe del processo sulla trattativa fra Stato e mafia. È quello di Oscar Luigi Scalfaro.
Cerchiamo di ricostruire con ordine quest’altro incastro di un’inchiesta che, per la prima volta, vede insieme come imputati boss di mafia e ministri della repubblica. Niente c’entrano quelle intercettazioni (poi distrutte) che tanto clamore avevano sollevato un’estate fa. L’accusa che vuole dimostrare l’esistenza della trattativa punta piuttosto a scoprire cosa è accaduto nelle stanze della Presidenza della Repubblica nel 1993, quando qualcuno decise che ad alcune centinaia di boss bisognava alleggerire il carcere duro. Chi voleva questo? Chi si adoperò per cancellare il 41 bis?
Per capirlo fino in fondo — è l’opinione dei magistrati — serve anche la testimonianza di Napolitano, che nell’ottobre dell’anno scorso aveva reso pubblica la lettera di dimissioni (respinta) del suo consigliere D’Ambrosio dopo l’infuocata polemica sulle sue conversazioni intercettate con l’ex ministro Nicola Mancino e dopo la morte per infarto dello stesso consigliere giuridico. In quella lettera — divulgata da Giorgio Napolitano e pubblicata sul volume “La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e Presidente del Csm 2006-2012” c’è un passaggio che ha attirato l’attenzione dei pm e che li ha convinti a chiedere la testimonianza del presidente nel loro processo.
Il passaggio è questo. Scriveva D’Ambrosio a Napolitano il 18 giugno scorso, riferendosi a un suo testo richiestogli da Maria Falcone: «Lei sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi — solo ipotesi — di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi». Un timore, scriveva il consigliere. E aggiungeva poi: «Non Le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche io a fare indagini».
Loris D’Ambrosio aveva dunque qualche dubbio su ciò che accadde fra il 1992 e il 1993. I magistrati vorrebbero chiedere a Napolitano se gli avesse mai riferito altro, se il suo collaboratore si fosse confidato. Anche perché, alcuni di quegli sfoghi e alcune di quelle perplessità, loro le avevano ascoltate in diretta nelle telefonate che lui riceva dall’ex ministro Mancino. Su due vicende, in particolare. Una riguardava la nomina al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Francesco Di Maggio e gli interventi intorno a un 41 bis più morbido per fermare le stragi di mafia. L’altra era sul misterioso suicidio nel carcere di Rebibbia di Antonino Gioè, uno degli assassini di Capaci.
Nella prima vicenda emerge chiaramente il nome dell’ex Presidente Scalfaro. È lo stesso D’Ambrosio che lo fa parlando con Mancino: «C’erano due manovre a tenaglia... Questo era un discorso che riguardava l’alleggerimento del 41 bis: Mori (il generale dei carabinieri, ndr), polizia, Parisi (l’ex capo della polizia, ndr) Scalfaro e compagnia; per la parte invece dei colloqui investigativi, un po’ come dire sconsiderati, c’erano Di Maggio, Mori e compagnia». Cosa voleva dire il consigliere giuridico? Ascoltato nel maggio del 2012 dai pm, ha risposto: «Sono mie valutazioni... non so se sia andata così». Sulla nomina di Francesco Di Maggio al Dap — sempre in quelle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio — il consigliere, che al tempo era vicecapo di gabinetto del Guardasigilli Giovanni Conso, svelava all’ex ministro di conoscere alcuni restroscena. Diceva: «Uno dei punti centrali di questa vicenda comincia a diventare la nomina di Di Maggio... Ecco, diventa dirigente generale attraverso un decreto del presidente della Repubblica, no? Ora io ho assistito personalmente a questa vicenda... Ricordo chiaramente il decreto...». Ascoltato, D’Ambrosio poi ha precisato: «Non ho mai saputo né dallo stesso Di Maggio, né da altri, attraverso quale percorso si sia pervenuti alla nomina».
L’altro fatto. Riferisce D’Ambrosio a Mancino: «Questa storia del suicidio in cella di Gioè, secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso, non è mica chiara a me questa cosa…E sì, perché secondo me questa cosa di Gioè che improvvisamente viene arrestato, si suicida... non mi suona bene...». Rispose ancora D’Ambrosio un anno fa ai magistrati: «Sono valutazioni del tutto personali, non ho nessuna certezza, nessun dato obiettivo. Però, ho come dire la preoccupazione... questo suicidio mi ha turbato nel ‘ 93 e mi turba tuttora».
Erano questi gli «indicibili accordi» o gli «episodi che mi fanno riflettere» ai quali si riferiva D’Ambrosio? Aveva detto qualche altra cosa al presidente Napolitano? È quello che vorrebbero sapere i magistrati che indagano sulla trattativa.

Repubblica 18.5.13
Orfini: “Il candidato dei Giovani Turchi è Cuperlo. Il congresso si deve fare a settembre e con primarie aperte”
“Chiamparino sbaglia, ricetta superata non serve flessibilità ma meno precarietà”
di G. C.


ROMA — «Capisco che Prodi sia amareggiato, ma deve restare e aiutarci a ricostruire il Pd. Ora con l’elezione di Epifani alla guida del partito è stata fermata la caduta... ». Matteo Orfini, leader dei cosiddetti “giovani turchi”, la sinistra democratica, lancia però l’allarme: «Stiamo attenti a non trasformare il congresso in una sfida all’Ok Corral». E boccia le proposte avanzate su Repubblica da Sergio Chiamparino, pronto a correre per la segreteria: la sua è una ricetta superata.
Orfini, già si moltiplicano i candidati in vista del congresso che sarà a novembre, tra sei mesi. Potreste appoggiare Chiamparino?
«Intanto il congresso dovrebbe essere al più presto, non certo a novembre ma a settembre-ottobre. Devono essere previste primarie aperte».
Chiamparino non vi rappresenta?
«Ho apprezzato il garbo con cui l’ex sindaco di Torino è sceso in campo. Ha detto di volere un congresso che serva a confrontarsi sulla politica e a riunire il Pd: bene, è l’atteggiamento giusto. Però penso cose diverse e noi sosterremo una candidatura diversa. Chiamparino sbaglia, la sua è una lettura errata della crisi, una ricetta superata: non serve più flessibilità, ma meno precarietà».
Quindi voi chi candidate?
«Avremmo potuto candidare uno di noi, uno di quelli che hanno fatto battaglie sui temi della sinistra e del rinnovamento. Abbiamo fatto una scelta diversa, di sostenere cioè la candidatura di Gianni Cuperlo perché pensiamo che bisogna trovare un persona in grado di allargare il consenso e unire il Pd. Cuperlo ha questo profilo; parla sia al mondo dei nostri militanti, ma anche alla società civile rimettendo al centro la lotta alle disuguaglianze, l’idea di una società più aperta in cui corporazioni e oligarchie siano sconfitte».
Le diverse correnti del Pd stanno piazzando le loro bandierine?
«No. Stanno emergendo dei profili importanti, Cuperlo appunto, Chiamparino... un confronto che non può che fare del bene al partito. E mentre facciamo questa discussione, ci vuole un rapporto costruttivo con il governo Letta».
Un segretario eletto dai circoli?
«Sarei anche favorevole a un segretario eletto solo dagli iscritti ma in una situazione ordinaria, normale. Questo è un momento straordinario in cui va ricostruito il Pd, e per farlo bisogna coinvolgere una platea il più vasta possibile, quindi primarie aperte».
Fino a quando non farete chiarezza sui 101 “franchi tiratori” che hanno impallinato Prodi nella corsa al Colle, resterà una ferita?
«Quella è stata la pagina più nera della storia del Pd, lo specchio di un partito diventato federazioni di correnti che ha scaricato le tensioni sul voto per il presidente della Repubblica. Non essere riusciti a costruire un partito vero, questa è la nostra sconfitta, da qui dobbiamo ripartire».
Farete asse con Renzi in nome del rinnovamento?
«Il Pd è da costruire insieme, la presenza di Renzi in Assemblea chiude con le sciocchezze sulla scissione».
Ma lo votereste se si candidasse alla segreteria?
«Questa è un’ipotesi che non c’è, l’ha detto Matteo stesso».
Lo appoggereste per la premiership?
«Non parliamo di elezioni, c’è da sostenere il governo Letta».

il Fatto 18.5.13
Ideona del Chiampa, diventare craxiani

Il banchiere Sergio Chiamparino, proiettato nel futuro, vuole guidare il Pd con “un programma che una volta sarebbe stato definito lib-lab”. Già, ma oggi come lo chiamiamo? “Lib-Lab” è un libro del 1980 (autori Ugo Intini ed Enzo Bettiza), un manifesto ideologico del craxismo. Lo vendono usato su Ebay a euro 4,99. Nell'ottobre scorso gli ex socialisti del Pdl (Cicchitto, Brunetta e altri) proposero la ricetta Lib-Lab “per superare la crisi del partito”. Poi ci ha pensato B., sodale di Craxi. Il Pd ha già eletto segretario un ex craxiano, Guglielmo Epifani. Chiamparino, che se lo fanno capo si iscrive al Pd, è voluto per ora da Riccardo Nencini, che però è già segretario di un altro partito, il Psi. In tanta follia è chiaro che in nome della pacificazione non moriremo democristiani, ma forse craxiani.

Repubblica 18.5.13
Il 2 giugno Libertà e Giustizia in piazza “Difendere la democrazia costituzionale”


ROMA —Il 2 giugno Libertà e Giustizia manifesta per la Costituzione, la giustizia e la legge elettorale. L’appuntamento è alle 13.30 a Bologna, in piazza Santo Stefano. Al centro c’è il manifesto di Gustavo Zagrebelsky, “Non è cosa vostra”. Si tratta di una mobilitazione per costituire - si legge in una nota - una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto e per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale». Insieme a Zagrebelsky e a 30 associazioni ci saranno Stefano Rodotà, Salvatore Settis e Sandra Bonsanti. Interverranno Nando dalla Chiesa, Alessandro Pace, Lorenza Carlassare, Beppe Giulietti, Alberto Vannucci, Raniero La Valle e Giovanna Maggiani Chelli.

Corriere 18.5.13
Boldrini: riconoscere le unioni


ROMA — «Gli omosessuali devono veder riconosciute giuridicamente le loro unioni anche in Italia». Ad affermarlo è stata ieri Laura Boldrini, durante la cerimonia per la Giornata internazionale contro l'omofobia. La presidente della Camera ha aggiunto che il riconoscimento è necessario «anche perché avviene in 19 Paesi europei. È l'Europa che ce lo chiede, non solo in tema di rispetto di bilanci, ma sul versante dei diritti».
Secca la replica del senatore Pdl Carlo Giovanardi: «È una visione ristretta e parziale». «La strada da seguire è quella della Corte Costituzionale», ha scritto in una nota, «che distingue tra diritti della famiglia, società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e diritti dei singoli nelle formazioni sociali che esprimono la loro personalità».
«È tempo di individuare degli strumenti giuridici per attribuire alle coppie di fatto, anche omosessuali, alcuni diritti sociali tradizionalmente collegati al matrimonio», è invece l'opinione dell'ex ministro Michela Vittoria Brambilla (Pdl). «Il modello tedesco della convivenza registrata — ha proseguito — può essere un buon punto di partenza per la discussione in Parlamento. Non sono d'accordo, invece, con ipotesi di apertura all'adozione da parte di coppie omosessuali. Il bambino, a mio avviso, ha bisogno di un padre e di una madre».
Commenti sulla proposta di Laura Boldrini sono arrivati anche da un altro membro del Pdl, il senatore Lucio Malan: «Dovrebbe spiegare quali diritti devono essere riconosciuti, quali costi comportano e a che doveri corrispondono. Se si fa politica attiva, bisogna parlarne ai cittadini. Altrimenti si fa demagogia».

Corriere 18.5.13
Femminicidio, il governo prende tempo


ROMA — Il governo prende tempo sulle misure da adottare per combattere la violenza sulle donne. Un fenomeno, come ha sottolineato nei giorni scorsi il ministro dell'Interno Angelino Alfano, che «interessa tutte le classi sociali» e ha raggiunto «statistiche allarmanti». Ieri durante il Consiglio dei ministri il tema non è stato affrontato perché la riunione è stata quasi interamente dedicata ai temi economici e ad alcune nomine. Nei prossimi giorni i ministri competenti dovrebbero iniziare a discutere una serie di provvedimenti. Il primo riguarderà la messa a punto di una strategia per l'estensione «degli ottimi risultati ottenuti dalla legge sullo stalking». Intanto la commissione Esteri della Camera esaminerà dalla prossima settimana la ratifica della convenzione di Istanbul per il contrasto alla violenza sulle donne e al femminicidio. Il provvedimento è previsto in Aula il 27 maggio per la discussione generale.

l’Unità 18.5.13
L’ultimo rapporto dell’Archivio Disarmo documenta il proliferare di un commercio nel quale l’Italia è in testa
La violenza armata uccide ogni anno 526mila persone. Un giro d’affari di 8,5 miliardi di dollari
Le armi leggere fanno più vittime dei missili
di Umberto De Giovannangeli


Armi leggere. Guerre pesanti. Una denuncia documentata, una radiografia aggiornata, inquietante. È ciò che connota il report 2012 dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo. Attualmente si stima che solo un terzo degli 875 milioni di armi leggere in circolazione nel mondo sia nelle mani di forze di sicurezza o privati legalmente autorizzati. Le autorizzazioni all’esportazione mondiale superano gli 8.5 miliardi di dollari, a fronte di un mercato illecito impossibile da calcolare.
I DATI
Le cifre parlano chiaro: ogni anno la violenza armata uccide circa 526.000 persone. In particolare le Salw (Small arms and light weapons) incidono sull’aumento dei conflitti interni ed a «bassa intensità», così come sulla perpetuazione di abusi nei Paesi dove sono presenti violazioni di diritti umani. In sostanza, il legame tra una proliferazione incontrollata di armi leggere e il trend crescente della violenza armata appare sempre più allarmante. Nel 2011 circa 1,2 miliardi di persone (un quinto della popolazione mondiale), vive in situazioni di estrema violenza armata (30% delle morti sul totale dei decessi). Tali Paesi sono: El Salvador, Iraq, Giamaica, Honduras, Colombia, Venezuela, Guatemala, Sud Africa, Sri Lanka, Lesotho, Repubblica Centro Africana, Sudan, Belize, e Repubblica Democratica del Congo.
A causa della facilità nel trasportarle, nel reperirle e nasconderle, le armi leggere si prestano ad un uso «improprio», che ne ha determinato la proliferazione. A tal proposito rimarca Maurizio Simoncelli, vice presidente dell’Archivio Disarmo l’Arms Trade Treaty (ATT) approvato recentemente dall’Assemblea Generale dell’Onu presenta evidenti lacune. Rimane assai debole l’obbligo di trasparenza dei trasferimenti di sistemi d’arma. L’ATT si pone, in questo senso, sullo stesso livello dell’inefficace Registro Onu sulle armi convenzionali.
ESPORT MILIONARIO
E inoltre, le armi da fuoco che non hanno un uso esclusivamente militare (assieme alle armi elettroniche) ne rimangono escluse. Il trattato può facilmente essere aggirato. La legislazione italiana divide le armi leggere di piccolo calibro in due categorie: armi leggere da guerra e armi comuni da sparo. Solo una parte delle armi leggere italiane, quelle classificate come militari, rientra nel regime di controllo della legge 185/90, mentre le armi comuni da sparo oggetto del report 2012 dell’Archivio Disarmo sono sottoposte alla disciplina della legge 110/75, anche se negli ultimi anni in sintonia con la 185. Nel 2011 l’Italia ha esportato complessivamente armi comuni da sparo per 461.918.073 euro. Negli ultimi dieci anni l’export di armi ha avuto incremento costante con due lievi flessioni nel 2003 e nel 2006. Nel 2011 l’export ha subìto un leggero decremento (0,2%) anche a causa della crisi economica. Ma l’Italia rimane fra i maggiori esportatori nel settore. Scorrendo i dati 2011 relativi ai primi venti importatori di armi comuni da sparo di produzione italiana, si può facilmente notare come questa speciale classifica non sia cambiata molto rispetto al 2010, almeno nella top 5. Al primo posto gli Usa, che importano armi comuni da sparo italiane per la cifra colossale di 126.389.353 euro. La Francia conferma il suo secondo posto con importazioni per 62.638.306 euro anche se ben lontani dai 95.258.592 del 2010. Poi seguono Regno Unito e Russia, rispettivamente con importazioni per 44.804.885 euro e 21.049.337 euro.
Preoccupa, tuttavia, la situazione interna della Federazione Russa, Paese in cui il rispetto dei diritti umani non è per nulla scontato. Amnesty International segnala episodi di tortura da parte della polizia (nonostante siano state approvate leggi di riforma) e violazioni dei diritti umani perpetrate soprattutto nell’area instabile del Caucaso settentrionale sia da parte di gruppi armati sia da parte di forze di sicurezza ufficiali. La top 5 mondiale è chiusa dalla Germania con importazioni per 18.998.375 euro anch’esse in leggera riduzione rispetto al 2010 (22.004.310 euro). Il settimo posto mondiale spetta alla Turchia che spende, nel 2011, 15.175.330 euro. Nel Paese persistono tensioni fra i governativi e il Pkk che rappresenta la minoranza curda nella regione. Nonostante il cessate il fuoco ufficiale sia ancora in vigore, gli scontri spesso sfociano in ondate di grande violenza. E le operazioni nell’Iraq del nord che prendono di mira le basi del Pkk non fanno che esasperare la situazione. Gravi anche i comportamenti di abuso da parte della polizia che sfociano in denunce di tortura e violazione dei diritti umani. Gli Emirati Arabi Uniti importano armi comuni da sparo italiane per 8.890.954 euro. In questo caso Amnesty International segnala discriminazioni nei confronti delle donne e difficoltà a esprimere liberamente la propria opinione. Spesso le Nazioni Unite intervengono nella zona con direttive precise che il governo prova a eseguire. Nel Nord Africa si trova il nono importatore mondiale di armi comuni da sparo italiane, l’Algeria con acquisti per 7.849.141 euro. Il governo ha revocato lo stato d’emergenza nazionale in vigore dal 1992, ma permangono severe restrizioni alla libertà.

l’Unità 18.5.13
Una grande ventata di follia
risponde Luigi Cancrini

psichiatra e psicoterapeuta

Eravamo impassibilmente abituati a suicidi di persone devastate dalla crisi economica. Ma quando una persona, prima di tentare di uccidere se stessa ferisce mortalmente altre persone l’impassibilità si sgretola. Tutti ci sentiamo coinvolti: il passante occasionale, il ragazzo che gioca nel cortile, l’anziano in carrozzella. Se il percorso mentale che conduce al suicidio devia verso la rotta che porta agli altri, può succedere di tutto.
FABIO SICARI
Non si è ancora spenta l’eco del triplice omicidio dovuto al ghanese oggi sottoposto a perizia psichiatrica e torna alla ribalta della cronaca Milano con l’omicidio dovuto all’italiano furibondo con i suoi datori di lavoro. Padre e figlio. In Puglia ed in Sicilia in questi stessi giorni, persone sconvolte per motivi diversi (l’handicap incurabile del figlio? il pignoramento della casa?) travolgono le loro famiglie in omicidi-suicidi spettacolari e spaventosi. Si susseguono intanto i «femminicidi» e tutto si svolge intorno a noi come se quella che percorre l’Italia (e non solo l’Italia) fosse una grande ventata di follia. Legata alla crisi? Forse, perché l’insicurezza sociale ed economica può funzionare da detonatore per la violenza sempre in agguato all’interno dei più fragili e dei più spaventati degli individui. Ma per un insieme di ragioni, forse, che attengono anche ad una difficoltà sempre più grande e diffusa di avere speranza. Nella Provvidenza in cui credevano i Promessi sposi di Manzoni o, più laicamente negli altri intesi come esseri umani che vivono le tue difficoltà o una difficoltà simile alla tua e/o nelle istituzioni che dovrebbero potere e saper dare risposte.

Repubblica 18.5.13
Un ricordo del giornalista scomparso dieci anni fa
Quel che ci manca di Luigi Pintor
di Valentino Parlato


Luigi Pintor, che ci ha lasciato dieci anni fa, è stato più di un giornalista, ha dimostrato che un giornalista può e deve essere un soggetto culturale e politico, un signore che quasi ogni giorno dà lezioni di vita. Nel ricordarlo non si può dimenticare il fratello maggiore Giaime, che influì così decisamente sulle scelte di Luigi.
Luigi era pessimista e critico, ma il suo pessimismo non frenava il suo impegno culturale e politico. Vale qui ricordare la citazione dell’Anonimo, che presenta
La signora Kirchgessner: «Si può essere pessimisti riguardo ai tempi e alle circostanze, riguardo alle sorti di un paese o di una classe, ma non si può essere pessimisti riguardo all’uomo». L’aspro spirito critico e la fiducia nell’uomo indussero Luigi alla rottura con il Pci, alla pubblicazione della rivista il manifesto diretto da Rossanda e Magri, insieme con Aldo Natoli, Luciana Castellina, Filippo Maone, Marcello Cini e altri ancora, tra i quali anch’io che in quella stagione lavoravo al settimanale del Pci, Rinascita.
Luigi fu decisivo nella decisione di passare dal mensile al quotidiano, che il 28 aprile di quest’anno ha compiuto 42 anni segnati da continue crisi, ma sempre superate, per l’impegno di Luigi e del gruppo che ci lavorava, fatto di anziani ma anche di giovanissimi. Quello di via Tomacelli era un piccolo e straordinario mondo, del quale penso che tutti abbiano nostalgia. E Luigi non era solo un politico di spessore ma anche un maestro di giornalismo. Insisteva fortemente sulla sintesi e la brevità (i suoi editoriali non giravano mai in altra pagina). E ci diede straordinarie lezioni sull’importanza e la qualità che debbono avere le notizie a una colonna. Allora c’erano.
Luigi fu il costruttore e il primo direttore del giornale ma ebbe sempre (salvo quando si arrabbiava e ci lasciava) un ruolo di sostanziale direzione, come possono testimoniare tutti i compagni (me compreso) che in quegli anni hanno diretto il giornale. Al manifesto Luigi manca da dieci anni, anni difficili, e la sua assenza è assai pesante. I suoi editoriali avevano un peso sulla politica della sinistra di straordinario rilievo. Assolutamente da rileggere l’ultimo del 24 aprile 2003, nemmeno un mese prima di morire, e così attuale: «La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette... ha raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra, ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno...». Luigi indicava quel che oggi dovrebbe essere nella mente e nel cuore di chi ancora pensa che una sinistra sia necessaria alla vita del Paese: «Non ci vuole una svolta, ma un rivolgimento. Molto profondo... Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità, ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani, ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste».
Certo, se Luigi fosse ancora al manifesto, assai più penetrante sarebbe il ruolo di questo giornale in una crisi tanto grave, tanto nuova e pericolosa. Le attuali difficoltà, anche con la sua sola presenza, le avremmo affrontate sicuramente meglio. Io e altri compagni saremmo rimasti a combattere insieme a lui: quando Luigi, parafrasando Gertrude Stein ci diceva: «Un giornale è un giornale, è un giornale» sottolineava l’impegno politico e culturale, ne sottolineava il carattere di lotta e non certo la banalità di un quotidiano. E’ proprio su questo che si è aperta una dolorosa divisione nel giornale.
Oggi che la crisi della sinistra si è aggravata, torniamo a leggere quel che Luigi ci ha lasciato: gli articoli e i concisi volumetti come Servabo o Il nespolo.
Troveremo stimolo a capire meglio il presente e, forse, anche a fronteggiarlo. Grazie Luigi.

Repubblica 18.5.13
Se la tv pubblica non fa più storia
di Giovanni Valentini


LA RAI commise l’imperdonabile errore di adeguarsi ai sistemi delle tv private tagliando dal palinsesto i programmi di minore ascolto, come ad esempio la prosa, vale a dire eliminando le trasmissioni più culturalmente impegnative.
(da “Come la penso” di Andrea Camilleri — Chiarelettere, 2013 — pag. 220)
Oltre che “magistra vitae”, come recita la locuzione latina attribuita a Cicerone, la Storia può essere anche “maestra di televisione”: e in particolare, d’informazione e di approfondimento. Tanto più se parliamo di servizio pubblico radiotelevisivo. E questo è senz’altro il caso della trasmissione “La storia siamo noi” che, da dodici anni a questa parte, Giovanni Minoli ha condotto con successo fino ad aggiudicarsi nel 2012 a New York il premio HistoryMakers International, l’Oscar dei produttori televisivi di storia.
A distanza di appena un anno da quel prestigioso riconoscimento, ora il vertice della Rai intende “divorziare” da Minoli, con la motivazione o il pretesto che la struttura a lui affidata per i programmi sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia va sciolta e che il giornalista è ormai in età di pensione. Ma in realtà quel format, inventato da Renato Parascandolo, fa parte del patrimonio della tv pubblica, dei suoi compiti e delle sue funzioni istituzionali. E perciò i nuovi dirigenti di viale Mazzini, anche a prescindere dal nome di chi eventualmente sarà chiamato a sostituire il conduttore, rischiano di cancellare un cespite della Rai con una furia iconoclasta da talebani televisivi.
La storia è la memoria di un Paese e di un popolo. La sua coscienza collettiva. L’archivio anagrafico della sua identità sociale e culturale. E perciò – quali che siano gli ascolti di questa trasmissione, peraltro più che lusinghieri – un servizio pubblico radiotelevisivo non può venire meno al dovere fondamentale di coltivare, aggiornare e tramandare quella memoria comune, a pena di rinnegare il proprio ruolo e la propria missione.
Nel lungo periodo in cui ha diretto e condotto il programma, Minoli ha interpretato un modello di tv pubblica che è ancor oggi valido e attuale. Fra le numerose puntate prodotte, per circa mille ore di trasmissione all’anno, resta memorabile – per esempio – quella sugli incidenti durante il G8 di Genova che meriterebbe di essere adottata nelle scuole o nei master di giornalismo televisivo. Ma già prima lui stesso aveva introdotto un’innovazione di rilievo come “Mixer”, poi chiuso – a quanto pare – su sollecitazione di qualche “mandarino” politico a causa di un’impostazione considerata troppo indipendente. Non c’è dubbio perciò che, anche al di là dell’età, la sua esperienza e la sua firma appartengano a buon diritto alla migliore tradizione del giornalismo televisivo italiano, da Sergio Zavoli ad Andrea Barbato, da Piero Angela a Corrado Augias, da Lilli Gruber a Bianca Berlinguer e Milena Gabanelli.
Al di là del “caso Minoli”, comunque, un fatto è chiaro: la Rai, se vuole sopravvivere, deve compiere un salto di qualità sul piano dell’informazione, dell’approfondimento e più in generale di tutta la sua programmazione editoriale. Insediato dal “governo tecnico” di Mario Monti, il vertice in carica non può continuare a gestire l’azienda soltanto all’insegna del rigore contabile, a colpi di tagli e riduzione di personale. Altrimenti, riuscirà anche a tenere in vita “La storia siamo noi” in formato ridotto e forse a far quadrare il bilancio. Ma, su questa china, il servizio pubblico è destinato comunque a non fare più storia, cioè a non incidere più nella cultura e nella coscienza civile del Paese.
Mentre i Cinquestelle si trastullano con la “querelle” sulla presidenza della Vigilanza sulla Rai, una Commissione parlamentare che invece andrebbe abolita proprio per cominciare a sottrarla al controllo politico, rimane intatta dunque la questione della “governance”: vale a dire di chi è legittimato a dirigere e gestire il servizio pubblico. Non sarà verosimilmente questo governo né tantomeno questa “maggioranza di necessità” a risolverla. Ma occorre quanto prima una riforma organica per passare finalmente dalla Rai dei partiti alla Rai dei cittadini.

l’Unità 18.5.13
La storia non siamo più noi
di Moni Ovadia


LA NOTIZIA DELL’ANNUNCIATA CHIUSURA DELLA TRASMISSIONE «LA STORIA SIAMO NOI» CONDOTTA DA GIOVANNI MINOLI, personalmente mi ha colto come un violento ceffone inatteso assestato in pieno viso. La scelta di affondare un programma leggendario per qualità e per l’indiscusso valore del suo ideatore e conduttore verosimilmente uno dei migliori uomini televisione al mondo, se per televisione si intende informazione, cultura, formazione, qualità e non spazzatura non può essere dettata da logiche aziendali.
Solo un orientamento ideologico nefasto, può indurre un’azienda di servizio pubblico a rinunciare al meglio di cui dispone. E si deve evidentemente trattare di deliberata strategia della dealfabetizzazione del telespettatore, visto che il killeraggio di Minoli, segue a brevissima distanza, quello di Philippe Daverio e del suo brillante e originale «Passepartout» che si segnalava per il suo carattere colto e insieme ricco di intelligenza umoristica. Queste epurazioni, perché di questo si tratta, rivelano il sinistro clima da normalizzazione di quest’epoca. Forse Minoli non è un adepto della mainstream revisionista che si vuole imporre alla Rai. Forse non è abbastanza conformista. Questi tempi cominciano a diventare davvero inquietanti, lo segnala da diverse settimane l’irruzione nell’etere di un vocabolario evocatore di nefaste memorie. Il termine «pacificazione», davvero sconcertante per la sua totale inattualità, ricorda il famigerato appeasement che non portò all’Europa la pace come millantavano i paladini di quella politica, al contrario, con la sua ossessione dilatoria, rese la II Guerra Mondiale, molto più devastante. Un altro squallido neologismo, l’attributo «divisivo», fa risuonare la lingua della retorica nazionalista e totalitaria che partorì la micidiale parola «disfattista». Una vera democrazia non ha bisogno di servirsi di un linguaggio che non le appartiene, che ne contraddice il senso. Se lo fa, rinuncia alle proprie specificità nell’esprimersi e nel pensarsi. L’epurazione degli spazi di pensiero e di qualità culturale nel principale mezzo a cui i cittadini si rivolgono per informarsi e per formare le proprie opinioni, è grave e pericoloso. Lo è in generale, ma specialmente in anni come questi in cui si è assistito ad un progressivo decadimento del livello della cultura e della istruzione nel nostro Paese. Una nazione non può rinascere da qualche palliativo economico, né dal fingere una concordia artificiosa che nasconda sotto il tappeto le contraddizioni reali e le diverse visioni della politica, per favorire puri accodi di potere. Un cittadino democratico lo sa: o la Storia siamo noi o, se lo dimentichiamo, «loro» ci cacciano dalla Storia e da noi stessi.

l’Unità 18.5.13
Non dimentichiamo le mutilazioni genitali
di Emma Fattorini


I DIRITTI UMANI METTONO IN CRISI LA TRADIZIONALE E ASSOLUTA IDEA DI SOVRANITÀ NAZIONALE COSÌ COME QUELLA DI UN’UNICA E SUPERIORE IDENTITÀ CULTURALE. Se dunque quella dei diritti umani diventa anche una possibile lettura della globalizzazione stessa, la sua cultura non è solo giuridico-costituzionale ma anche storica, etica, politica. E diventa, ormai, il tema sul quale un Paese è giudicato, e sul quale si misura il livello di civiltà e civilizzazione non meno che le questioni economiche o angustamente naziona-
li.
Ed è con questo spirito, quello di un diverso, nuovo senso dei diritti umani che va intesa la difesa la dignità dei corpi femminili. Penso al grande lavoro fatto dall’attuale ministro degli esteri Emma Bonino sul tema delle Mutilazioni genitali femminili (Mgf), che, nonostante rappresentino una grave violazione dei diritti delle donne, sono una pratica molto diffusa nel mondo. In base a recenti stime, si calcola che circa 135 milioni di donne e bambine nel mondo siano state sottoposte a MGF e che ogni anno vi siano circa 3 milioni di potenziali vittime (più di 8000 al giorno), soprattutto tra le bambine fino al quindicesimo anno di età.
L’Italia attribuisce una grande rilevanza a questa tematica e ne ha fatto una delle priorità in materia di promozione e protezione dei diritti umani, nella convinzione che l’abolizione costituisca una battaglia di civiltà. Dal 2009, con la collaborazione di Unicef e Unfpa e l’attivo coinvolgimento dell’Ong «Non c’è pace senza giustizia», l’Italia ha attivamente promosso a New York riunioni periodiche di un gruppo di Paesi, prevalentemente africani, con l’obiettivo di delineare un approccio comune su questa tematica. Il nostro Paese ha agito affinché si coagulasse all’interno del gruppo africano un consenso sulla proposta di una Risoluzione dell’Assemblea generale sulle Mgf. Questo cammino è stato coronato, nell’autunno 2012, dalla presentazione da parte del Gruppo africano in seno alla Terza commissione dell’Assemblea Generale, di un testo sull’eliminazione delle Mgf, che ha costituito la base di in una Risoluzione adottata per consenso dalla plenaria dell’Assemblea generale. Tale Risoluzione è la prima mai adottata ad essere stata specificamente dedicata al tema delle mutilazioni genitali femminili.
Coinvolta in prima linea nel negoziato, l’Italia ha contribuito ad apportare nel testo finale della Risoluzione una serie di importanti miglioramenti, tra cui un riferimento ai diritti umani nel preambolo. L’approvazione della Risoluzione suggella così l’intenso sforzo diplomatico italiano che dovrà adesso concentrarsi sulla sua attuazione, anche per non disperdere il capitale di credibilità costruito nel tempo attraverso l’azione politica e di cooperazione allo sviluppo. Anche sul piano del diritto interno, l’Italia si è mostrata all’avanguardia per quanto concerne la prevenzione e il contrasto della pratica delle mutilazioni genitali femminili. Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel suo Rapporto sulle Mgf pubblicato nel 2012, ha infatti citato la legge italiana n. 7 del 9 gennaio 2006, riguardante le «Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile», definendola una legge di vasta portata, che non solo proibisce le mutilazioni genitali, ma prevede anche una serie di misure preventive e servizi di assistenza alle vittime di tale pratica.
Dobbiamo ricordare questo percorso proprio ora che chiediamo una rapida ratifica della Convenzione di Istanbul del ’11 maggio 2011, firmata anche dall’Italia il 27 settembre 2012, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Siamo tutti sgomenti di fronte al crescere esponenziale della violenza sulle donne, alle forme odiose e crudeli attraverso le quali viene perpetrata da una crescente fragilità dell’ identità maschile. Che non sembra riguardare solo le nostre società occidentali in crisi. Ma che è un fenomeno mondiale. E non mi riferisco solo agli stupri in India, o alle lapidazioni dei Paesi musulmani ma anche a quel macroscopico fenomeno di milioni di aborti selettivi dei paesi asiatici dove milioni di bambine, dico milioni, mancano all’appello. E il primo diritto umano è quello alla vita. E quello, quello dei feti femminili abortiti è il primo orribile femminicidio di massa. E, dunque proprio perché penso che le radici di questa violenza siano molto profonde, ancora più profonde di quanto la politica non sembri pensare, credo in una comune consapevolezza circa le radici del problema. Occorre infatti un lavoro comune, oltre che una legge esemplare. Insisto lavoriamo per una consapevolezza comune, di uomini e di donne, di culture politiche diverse tra loro, perché proprio su questioni così profonde come questa, che vede in gioco la fragilità dei soggetti e dei rapporti tra i sessi nelle società post secolari, gli orientamenti laici si incontrino pienamente con i principi cristiani in nome di un umanesimo che può trovare proprio in un nuovo umanesimo femminile i fondamenti per un agire davvero efficace.


il Fatto 18.5.13
Affaristi e “gentiluomini” alla corte di Sua Santità
di Antonio Massari

Basta con il feticismo del denaro”, ha detto Papa Francesco. Al Gentiluomo del Papa, nonché ex provveditore alle opere pubbliche, Angelo Balducci – defenestrato dall’ordine Vaticano pochi mesi fa – ieri sono stati sequestrati beni per ben 12 milioni di euro: una villa con piscina e alcuni appartamenti nel centro storico di Roma, altre abitazioni tra le Dolomiti, cinque auto di lusso e poi conti correnti bancari e quote di partecipazione societarie, incluse quelle nella società di produzione cinematografica Edelweiss Production, la stessa che ha prodotto alcuni film interpretati da Lorenzo Balducci, figlio dell’ex Gentiluomo e funzionario di Stato.
Il sequestro è stato effettuato – su richiesta dei sostituti procuratori della Repubblica di Roma Ilaria Calò e Roberto Felici - dai Finanzieri del Comando Provinciale e dai Carabinieri del Ros. Balducci è imputato di associazione a delinquere e, assieme all’imprenditore Diego Anemone, di reati di corruzione per gli appalti pubblici dei “Grandi Eventi”, poiché “aveva di fatto posto stabilmente la propria funzione pubblica a vantaggio degli interessi del citato imprenditore, dal quale recepiva favori e utilità di vario genere”.
Ma non è certo l’unico dei Gentiluomini a finire nei guai. L’ultimo dell’elenco è Franco La Motta, ex vicecapo dell’Aisi - il servizio segreto civile – indagato a Roma per corruzione e peculato. Il gentiluomo La Motta, tra il 2003 e il 2006, ha diretto il Fondo per gli edifici di culto, dal quale avrebbe fatto sparire ben 10 milioni di euro. Inchiesta che parte da Napoli dove invece, secondo la Procura, il prefetto La Motta avrebbe favorito alcuni camorristi. A detta di Massimo Teodori, autore di Vaticano Rapace (Longanesi), l’ex numero due dei servizi ha anche un conto corrente allo Ior, la banca vaticana. Un uomo di grande potere, quindi, come tanti Gentiluomini del Papa. Tra questi spicca oggi Gianni Letta e, nel passato, Umberto Ortolani, che fu piduista di rango, condannato per il crac del Banco Ambrosiano: dismise il ruolo di gentiluomo quando decise di trasferirsi in Sudamerica, da lati-tante. E in Sudamerica è stato eletto senatore, per il Pdl, il gentiluomo Esteban Juan Caselli. “E’ pericolosissimo”, dice Silvio Berlusconi di Caselli, intercettato dalla procura di Napoli. E perché Berlusconi lo frequenta?, domanda l’alto funzionario di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, a Valter Lavitola. “Qua sembra Totò e Peppino e la mala femmina”, dice Pozzessere, “perché lui frequenta un cazzo-ne del genere, che cazzo gli frega di avere rapporti con questo? ”. “Letta, Letta, Letta, Letta! ”, risponde Lavitola, “Questo (Caselli ndr) è gentiluomo del Papa, questo qui è amico di qualche cardinale dei miei coglioni. Letta gli dice fammi la cortesia ricevilo e quello lo riceve”.
Dei 147 Gentiluomini, 114 italiani, 7 sono statunitensi, 5 austriaci e 5 spagnoli. Oltre La Motta, nell’elenco si conta almeno un altro nome legato ai servizi segreti, quello dell’architetto Adolfo Salabé, coinvolto – negli anni Novanta – nello scandalo Sisde. Per farsi un’idea sul fervore apostolico di Herbert Batliner, invece, bisogna dare un’occhiata a L’unto del Signore (Bur) di Udo Gumpel e Ferruccio Pinotti, che descrivono il gentiluomo come lo “gnomo” delle tre finanziarie del Liechtenstein dietro la Banca Rasini, l’istituto che finanziò Silvio Berlusconi. Batliner avrebbe anche fornito la sua consulenza ad alcuni narcotrafficanti latino-americani e, nel 2007, sarebbe stato riconosciuto colpevole di una maxi-evasione fiscale in Germania. In quegli stessi anni Batliner riuscì a ottenere un permesso speciale per incontrare papa Ratzinger a Ratisbona e regalargli un organo a canne. Un umile presente da 730 mila euro.
Ricchezza e potere sembrano requisiti fondamentali per agghindarsi dell’abito nero d’ordinanza e fregiarsi dell’ambito titolo di gentiluomini: nell’elenco compaiono, tra gli altri, Giovanni Arvedi, patron delle acciaierie di Cremona, e Franco Pecorini, amministratore della Tirrenia. E ancora: Luigi Roth, presidente di Terna, Emanuele Emmanuele, potente presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma e Alfredo Santini presidente della Cassa di Risparmio di Ferrara.
E infine il coordinatore dell'Udc romano, Francesco Carducci, ex amministratore della i Borghi srl di Lorenzo Cesa. Società che ha ricevuto, dalla giunta guidata da Renata Polverini, circa 2 milioni di commesse a trattativa privata. Obiettivo: gestire – dopo averlo ristrutturato – l'Auditorium di via della Conciliazione. Auditorium di proprietà del Vaticano, s’intende.

Corriere 18.5.13
Il mostro di Cleveland e il sonno dei vicini
di Aldo Grasso


I vicini di casa (Neighbors) non sono una categoria accidentale di persone, sono una tipologia antropologica. Essere vicino di casa è una condizione metafisica che, però, ha alcune ricadute sulla vita pratica: il vicino di casa non vede, non sente, ma parla. E parla sempre bene dei suoi vicini di casa: «Per me era un signore rispettoso», dice una signora. «Non mi sono mai accorta di nulla», ribadisce un'altra. Il vicino di casa, per i vicini di casa, è sempre un modello di comportamento: discreto, magari poco espansivo, uno che si fa i fatti suoi. Poi si scopre che il vicino di casa è un mostro, che ha rapito tre ragazze e le ha tenute segregate per ben dieci anni in condizioni disumane.
Cercavo di immaginarmi una fenomenologia del vicino di casa, mentre seguivo il reportage di Liliana Faccioli Pintozzi «Il mostro di Cleveland» (Cielo, Dtt canale 26, Sky canale 126, ore 21,15). Le immagini ricostruivano l'incredibile storia delle tre giovani ragazze, rapite e tenute prigioniere per anni in una casa di Cleveland, in Ohio, da Ariel Castro, e intanto i vicini di casa, quasi tutti ispanici, dicevano la loro: «Non ci siamo mai accorti di nulla», «Era una brava persona, portava al parco giochi la sua bambina», cose così. I vicini di casa, quando la polizia arresta il mostro e lo porta via, applaudono come forsennati, ma per dieci lunghi anni non hanno visto nulla. Il loro dramma è proprio questo: non possono credere ai loro occhi perché i loro occhi non hanno visto.
Certo, quel quartiere di Cleveland era pieno di problemi e, diciamo così, i suoi abitanti erano poco inclini a chiamare la polizia, ma com'è possibile essere così ciechi? Com'è possibile che tre ragazze, una delle quali nel frattempo è diventata madre, possano vivere prigioniere in una casa di Seymour Avenue, in mezzo ad altre case? Il sonno dei vicini di casa genera mostri.

Corriere 18.5.13
Jia Zhangke
«La mia Cina cresce con un'anima violenta»
di Giovanna Grassi


CANNES — «Per primo mi sono stupito che la censura del mio Paese abbia approvato, senza alcuna intrusione, il mio film. Però, dopo che per anni i miei lavori erano stati vietati A Touch of Sin è passato indenne, quindi si vedrà presto anche in Patria. Eppure, il copione racconta attraverso quattro personaggi diversi e quattro località lontane tra loro la violenza, ormai endemica, che serpeggia in tutta la Cina», dichiara Jia Zhangke, il pluridecorato regista (da Cannes, a Berlino, alla Mostra di Venezia).
Per la terza volta in concorso sulla Croisette, il regista ritenuto uno dei più grandi autori della new wave cinese affronta nel suo film, che tiene a definire «un unico racconto anche se differenti sono le sue località e i personaggi delle quattro storie», gli squilibri economici del suo Paese, la rabbia che contrappone i poveri ai ricchi, gli umili agli arroganti, l'uso delle armi capace di rivelarsi una sorta di droga anche per persone che prima mai avevano impugnato una pistola, l'umanesimo che si nasconde dietro piccoli gesti e rapporti quotidiani. Nato nel 1970, si considera un umanista e, per molti aspetti, un allievo di quel «realismo didascalico» di Roberto Rossellini, che incrocia con note poetiche e dure denunce nei suoi film.
«Il titolo inglese, A Touch of Sin — spiega — allude a un film taiwanese sulle arti marziali, A Touch of Zen. Perché facendo indagini su un'epoca lontana delle arti marziali ho trovato profondissimi legami con la situazione attuale del mio Paese dilaniato, sempre sul filo del rasoio di cambiamenti radicali, schiacciato da violenze politiche e spesso capace di rispondere con violenza estrema a ogni pressione e frattura sociale».
Volutamente il film è stato girato in quattro regioni diverse e lo spettatore compie un viaggio nel seguire i destini e i luoghi dei differenti personaggi, un minatore che si sente sfruttato, un lavoratore che scopre l'uso multiplo e pericoloso di una pistola che prima gli era servita solo come difesa, la custode di una sauna che soffre per le attenzioni di un frequentatore del locale, un ragazzo che perde la propria identità quando gli viene a mancare il lavoro.
«In un'unica vicenda umana — ribadisce Zhangke — che deve essere sviscerata nella sua interiorità non solo nei gesti estremi dei quali sono capaci i protagonisti, che reagiscono con collera e violenza a ogni sconfitta».
L'autore spiega che «la Cina dei cambiamenti, presa in una spirale che non sempre riesce a decifrare, fatica a non sentirsi vittima di soprusi, ingiustizie e della sostanziale mancanza di democrazia. Nel film realismo e fiction si mescolano nelle quattro vicende, ma ogni personaggio e ogni storia prendono spunto dalla cronaca e, quindi, pone sia lo spettatore che il protagonista faccia a faccia con la realtà e con l'escalation della violenza. Uno dei più grandi problemi della Cina di oggi è la sopravvivenza di molti individui e la ricerca della loro identità tra il passato e i cambiamenti che proiettano nel futuro. La società cinese, tutta, è in uno stato di continua migrazione, di passaggio da antiche case a nuove abitazioni, da agglomerati sociali a nuovi gruppi di lavoro e di collettività».

il Fatto 18.5.13
Il tiranno muore all’alba (e in carcere): addio a Videla
Il leader della giunta militare che instaurò il terrore dei desaparecidos in Argentina avevaa 87 anni
di Alessandro Oppes

L’ultima sera, prima di addormentarsi per sempre nella sua piccola cella del Complesso penitenziario federale n° 2 Marcos Paz, provincia di Buenos Aires, Jorge Rafael Videla ha pregato in ginocchio accanto al letto, gli occhi verso il grande crocifisso in legno appeso alla parete. Alle sue spalle, una libreria zeppa di testi religiosi. Così, come il buon cattolico che, per qualche misteriosa ragione, era convinto di essere. Il tiranno se n'è andato all'alba, all'età di 87 anni. I secondini l'hanno trovato, immobile, alle 6 e 30 del mattino, dopo una notte in cui, dicono, aveva denunciato un malore: problemi di stomaco, per i quali i medici l'avevano sottoposto a un controllo in infermeria, senza riscontrare niente di grave. “Morte naturale”, annuncia il sintetico bollettino diffuso dalla direzione del penitenziario. E non pochi, in Argentina, hanno subito riflettuto con un moto d'orrore che è proprio quel tipo di morte che lui, dal 1976 all'81 alla guida della più feroce giunta militare che abbia mai governato il paese, negò a decine di migliaia, forse 30mila, connazionali: sequestrati, torturati, strappati alle famiglie e scomparsi nel nulla, spesso gettati nelle acque del Rio de la Plata nei “voli della morte”.
DA QUEL CARCERE, dov'era recluso nel “padiglione dei condannati per delitti di lesa umanità”, ormai Videla usciva solo quando doveva comparire di fronte a un tribunale. Perché, dopo l'ergastolo inflittogli nel 2010 a Córdoba, e i 50 anni di condanna per il “piano sistematico di furto dei bebè” subiti nel luglio scorso, il vecchio dittatore aveva ancora conti pendenti con la giustizia. L'ultima sua apparizione pubblica risale a 4 giorni fa, quando lo accompagnarono davanti ai magistrati di Buenos Aires, dove è in corso il processo per il Plan Cóndor, l'internazionale del terrore che coordinava le dittature sudamericane degli anni ‘70. Impassibile nel suo consueto abito blu, Videla ripe-tè il solito copione, negando la legittimità della giustizia civile: “Voglio manifestare che questo tribunale è privo di competenza per giudicarmi per i casi di cui è stato protagonista l'esercito nella lotta antiterroristica”. Mai il minimo indizio di pentimento. Ora che il principale architetto della “guerra sporca” non c'è più, scomparso dopo i suoi compagni della prima giunta militare che rovesciò il governo di Isabelita Perón, Massera e Agosti, e i successivi dittatori, Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, a rispondere dei crimini della dittatura restano solo pochi gerarchi, come l'ex capo della giunta Reynaldo Bignone, già condannato all'ergastolo ma imputato nel processo Cóndor insieme al generale Menéndez. A loro Videla lascia in eredità un aberrante progetto politico annunciato due mesi fa, quando dal carcere lanciò un appello “agli ex camerati tra i 58 e i 68 anni che siano in condizioni fisiche per combattere” perché guidino una sollevazione armata contro il governo di Cristina Kirchner. L'ultima follia di un criminale fuori dal tempo, dal quale la società argentina si congeda con un sospiro di sollievo. E se, a nome delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela Carlotto si dice “tranquilla perché un essere spregevole ha lasciato questo mondo”, il Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel riflette: “Ha seminato dolore e ha tradito i valori di un intero paese. Ma non mi rallegro mai per la morte di una persona”.

il Fatto 18.5.13
Vita da golpista
Il feroce contabile della dittatura
di Maurizio Chierici

Si è spento nel sonno come succede ai giusti, ma era un militare senza pietà: Jorge Rafael Videla è morto in carcere dove scontava 2 ergastoli e altre 6 condanne, tra cui quella per aver fatto sparire 500 bambini. Stava per compiere 88 anni. Nel marzo 1976 guida il colpo di Stato che ruba la presidenza a Isabelita Peron, vedova del generale tornato dall’esilio per “mettere ordine in Argentina”. Ma Peron è un relitto e se ne va. Isabelita ne prende il posto con alle spalle il generale Lopez Rega affascinato da spiritismo ed esoterismo. Come può un’ex ballerina governare un paese? Firma ogni foglio che Rega mette sul tavolo. Firma anche la creazione della Triple A, alleanza anticomunista argentina. Quando Videla manda in esilio Isabelita e il suo generale, non deve cambiare una virgola nella specie di gestapo lasciata eredità. La perfeziona: se la signora Peron aveva fatto sparire 1358 persone in pochi mesi, i militari di Videla cancellano 30.000 ragazzi che non sopportavano la soppressione di ogni libertà. E poi i neonati venuti al mondo in prigione, madri assassinate. Le nonne di piazza di Maggio li stanno ancora cercando. Attorno a Videla i comandanti di ogni forza armata: generale Viola che ne ha preso il posto quando le pressioni straniere diventavano insopportabili, l’ammiraglio Massera, il generale Brignone, numerari della P2 di Licio Gelli. Il Venerabile era arrivato a Buenos Aires sull’aereo di Peron. Un compagno di loggia – Giancarlo Elia Valori – glielo aveva presentato a Madrid. Gelli riesce a scivolare da una dittatura mascherata a una dittatura dichiarata e gli affari prosperano tra Videla e l’apparato statale italiano, presidente Andreotti. Non solo armi, navi e aerei delle industrie di Stato, ma transazioni con holding private e l’approvazione di Reagan quando “finalmente” prende il posto di Carter alla Casa Bianca: l’operazione Condor (con Pinochet, Stroessner in Uraguay e la giunta brasiliana) “ripulisce il cono sud dagli agenti del comunismo internazionale”. Tra loro anche preti cattolici e organizzazioni umanitarie. Da far sparire.
Videla imposta la repressione che i generali successori perfezionano con la stessa crudeltà e viscida diplomazia. Buoni rapporti col cardinale Aramburu che invita i cattolici ad aver fiducia nel governo di Videla i cui membri gli sembrano “bene ispirati”. I vescovi Angelelli e Ponce non sono d’accordo: muoiono in strani incidenti. Giovanni Paolo II viene a scoprire la disperazione che la chiesa argentina nascondeva grazie alle madri di piazza di Maggio. Anche Bergoglio, superiore dei gesuiti, è allontanato da Buenos Aires. Stampa e tv sotto un controllo che la mediazione Gelli per un certo tempo dissimula agli occhi dell’attenzione internazionale. L’Italia aiuta la disinformazione: il Corriere della Sera compra la casa editrice Abril, più importante del paese. Proprietaria la famiglia Civita, ebrei milanesi: devono scappare, Rizzoli mette le mani e la P2 fa sapere all’Italia e all’Europa dell’allegro cambiamento argentino. File ordinate davanti a cinema e campi di calcio. Videla che incorona l’Argentina campione del mondo col “paese in festa”. Enzo Biagi rifiuta di raccontarla e il direttore P2 del Corriere lo lascia a casa. Da Buenos Aires è già scappato Gian Giacomo Foa, corrispondente storico: troppo curioso. Anche il Partito comunista di Roma è frenato da un intrigo internazionale. Videla si è accordato con Mosca: l’Argentina affianca gli Usa nelle forniture di grano e i Soviet impongono cautela e silenzio ai partiti fratelli. Governo e diplomazia italiana paralizzati, poi, dalle cautele di Andreotti. Enrico Calamai, giovane console a Buenos Aires, è l’eccezione che sconsidera il potere armato e rischia la vita per mettere in salvo chi scappa dalle minacce. Videla era un uomo di “triste mediocrità”. Un po’ com’era successo a Pinochet si è trovato in prima fila nel golpe organizzato dalle mani pazienti di signori in doppiopetto.
SAPEVA CONIUGARE l’orgoglio della divisa all’arrendevolezza di un signore che sa obbedire a chi di dovere nel calcolo di un futuro di gloria e nell’illusione militaresca di allargare per sempre “ordine e obbedienza” fuori dalle caserme. Bene educato alla violenza, l’ha esercitata con l’arroganza di chi si illude di essere intoccabile. Ma ha esagerato e i grandi protettori hanno preferito sfumare il potere su generali che “sapevano stare al mondo”. L’orgoglio di Videla sopravvive in carcere fino agli ultimi mesi. Nell’intervista a un giornale spagnolo racconta l’amicizia con monsignor Prima e l’aiuto segreto al golpe di partiti argentini che oggi sopravvivono nella rispettabilità. Il suo cuore batteva per Carlos Menem, presidente nei guai per le mani lunghe: ha firmato l’indulto e illuso la speranza di libertà. Ma Nestor e Cristina Kichner l’hanno cancellato. “Sarebbe bene non parlare mai più di un uomo così”, ha detto Cristina.

La Stampa 18.5.12
Gran Bretagna con meno cristiani fra dieci anni saranno minoranza
Crescono invece i musulmani: +75% E la metà ha meno di 25 anni
di Claudio Gallo

Di questo passo tra vent’anni non resterà nulla, soltanto le croci sovrapposte della gloriosa Union Jack, la bandiera britannica. Una nuova analisi dei dati del censimento 2011 mostra infatti che il numero dei cristiani nel Regno Unito sta inesorabilmente calando. Se il trend resterà lo stesso, già tra dieci anni i cristiani saranno una minoranza tra la popolazione.
Continuano a crescere invece i musulmani insieme al loro peso sociale. Impensabile, fino a qualche anno fa, quello che è successo nel piccolo comune di Radstock nel Sommerset, dove un consigliere laburista ha fatto votare un provvedimento per togliere la bandiera di San Giorgio (bianca con la croce rossa) «perché faceva pensare alle crociate e poteva offendere i musulmani».
Da notare che a Radstock, su 5.920 abitanti, gli islamici sono soltanto 16. In questo secolo, il fardello l’uomo bianco lo usa per picchiarsi sulla testa.
Il censimento del 2011 sosteneva che il numero delle persone che si dicono cristiane in Inghilterra e nel Galles era calato del 10 per cento, 4,1 milioni di persone in meno in dieci anni. Le nuove analisi dell’ufficio delle statistiche governativo ha scoperto però che i cristiani propriamente inglesi sono calati molto più drammaticamente di quanto non indicasse quella cifra. A mascherare la realtà hanno contribuito i molti emigrati dai Paesi dell’Est, come la Polonia, o dall’Africa (1,2 milioni), che hanno rimpolpato i ranghi cristiani. Quindi, per la prima volta, nel prossimo decennio probabilmente soltanto una minoranza si dichiarerà seguace della fede del Cristo.
Contemporaneamente il numero dei musulmani in Inghilterra e Galles è aumentato del 75 per cento, spinto dall’arrivo di almeno 600.000 stranieri. Inoltre, mentre la metà del popolo del Corano ha meno di 25 anni, quasi un quarto dei cristiani ha più di 63 anni.
David Coleman, professore di demografia a Oxford, ha detto al Telegraph: «È un cambiamento davvero sostanziale. Mi chiedo quanto rifletta un cambiamento generale in una società dove è percepito sempre più come cosa normale dire che non si segue nessuna religione o non si è cristiani».
I fedeli della religione laica già chiedono che lo Stato si spogli dei vecchi e superati simboli cristiani.
"In un Paese che diventa laico sono gli immigrati a frequentare in massa i luoghi di culto"

il Fatto 18.5.13
Il giovane Jfk (di nuovo) affascinato da Hitler
Sconcerto per le rivelazioni di un libro in Germania. Come 18 anni fa
di Caterina Soffici

Ci sono notizie che nel dubbio è meglio darle due volte. Sai mai che qualche superstite veltroniano se la fosse persa. E così ieri i giornali rilanciavano con grande indignazione e una certa soddisfazione che Jfk, l’icona liberal per eccellenza, il presidente americano più amato citato e criticato della storia, era stato affascinato da Hitler.
Peccato che questo tormento-ne, come tanti altri sulle sue amanti, le spie, la sua morte, i complotti e via elencando, esca periodicamente e non si sa neppure se sia una bufala metropolitana, una leggenda plausibile o una verità storica comprovata. Di storico ci sono alcune frasi, citate ieri dal Frankfurter Algemeine Zeitung, che anticipava un libro di prossima pubblicazione in Germania: John F. Kennedy. Fra i tedeschi. Diari e lettere, a cura dello storico Oliver Lubrich. Sono annotazioni su un diario del giovane Kennedy, rampollo della privilegiata famiglia, buona istruzione e buone frequentazioni, che viene inviato in Europa per farsi le ossa e spedire delle corrispondenze giornalistiche in patria. Il primo agosto del 1945 Kennedy scrive a proposito di Hitler: “La sconfinata ambizione per il suo paese lo ha reso una minaccia per la pace del mondo. Eppure aveva qualcosa di misterioso nel suo modo di vivere e nel suo modo di morire, che gli sopravviverà e che crescerà. Era della stoffa di cui sono fatte le leggende”.
NELL’ESTATE del 1937, sempre in Europa per le sue corrispondenze, annotava anche “Non vi è alcun dubbio che questi dittatori (riferito a Mussolini e Hitler, ndr) nei loro Paesi, grazie alle loro efficaci propagande, siano più amati che fuori. I tedeschi sono davvero troppo bravi. Perciò ci si mette tutti insieme contro di loro, per proteggersi”. E non paiono delle frasi così filo-naziste. Ma tant’è. L’agenzia Ansa che riporta il testo scrive anche che lo stesso studioso Lubrich è convinto che Kennedy non provasse ammirazione per il dittatore nazista: “Io non credo che Kennedy ammirasse Hitler e soprattutto non la sua politica. Più che altro ci si trova qui di fronte a quello che Susan Sontag ha descritto come ‘fascinazione del fascismo’. Kennedy tenta di capire questa fascinazione, che Hitler evidentemente continuava a emanare”. Questo il giudizio di un neolaureato 28enne sul Führer che era morto il 30 aprile, quindi tre mesi prima. Grande prospettiva storica non poteva averne. Quindi, mentre i giornali titolano “Jfk sedotto da Hitler”, il curatore del libro da cui si evince la seduzione, dice che non lo ammirava e tanto-meno la sua politica. Ma tant’è. La cosa ancora più divertente è che le stesse frasi (fatta franca la traduzione, ovviamente) erano già state rivelate nel 1995, in un libro che fece discutere negli States: Prelude to a leadership, The European Diary of John F. Kennedy con prefazione di Hugh Sidney, cronista della rivista Time, nonché autore di una dettagliata biografia di Kennedy uscita nel 1963, tre mesi prima dell’assassinio del presidente. Nel libro venivano pubblicate le stesse annotazioni che escono “inedite” a 18 anni di distanza. Sono stralci di appunti e di corrispondenze e di lettere conservate da Deirdre Henderson, allora sua segretaria, diventata poi una accesa repubblicana. I figli di Jfk, John e Caroline, tentarono di bloccare la pubblicazione dei diari e ci fu una vertenza legale con Al Regnery, editore di area conservatrice. La famiglia sosteneva che la pubblicazione non fosse autorizzata. Cosa riportavano questi diari? Le stesse frasi choc. Kennedy cioè scriveva che “con gli anni Hitler emergerà dall’oblio che lo circonda per diventare una delle figure più significative della storia”.
MA NON È FINITA qui. Di una spia nazista che sarebbe stata un grande amore di Jfk parla un libro del 1992 a firma di Nigel Hamilton, esperto della dinastia del Massachusetts, il quale aveva rivelato di questa presunta storia tra Jack e una tale Inga Arvad, bellezza teutonica presentata nel 1941 al futuro presidente americano dalla sorella Kathleen. Lui la chiamava Inga Binga e lei Fagiolino di Boston. Il libro si intitolava Una gioventù avventata e raccontava il colpo di fulmine del 24enne ufficiale che serviva nell’Intelligence del Navy infatuato della donna, più matura di lui e che aveva relazioni con le gerarchie naziste. Se anche fosse, non pare un grande affaire.
Il tormentone filonazista nella demolizione del mito kennediano trova un altro capitolo molto pascolato nella figura di Joseph Kennedy, il capostipite. Ambasciatore americano a Londra all’inizio della Seconda guerra mondiale si dice che fosse un ammiratore di Hitler. Di certo fu sempre un sostenitore della linea morbida verso la Germania hitleriana, era contrario all’entrata in guerra americana e diede per scontato il rapido crollo della Gran Bretagna. Ma non sempre le colpe dei padri ricadono sui figli. O almeno, aspettiamo delle prove storiche e traduzioni attendibili per dare un giudizio.

l’Unità 18.5.13
Le conquiste dell’Homo Sapiens
«ll nostro ragionamento simbolico ha senza dubbio contribuito al successo della specie»
Intervista a Ian Tattersall, antropologo e autore di «I signori del pianeta»
di Pietro Greco


«L’albero della famiglia della specie umana era davvero folto. Ora sappiamo che c’è stato un tempo in cui sono vissute almeno otto specie di ominidi in contemporanea. Lo scenario di un vigoroso esperimento evolutivo»

NON ERAVAMO ATTESI. NON C’ERA ALCUN «DISEGNO INTELLIGENTE» AD APRIRCI LA STRADA. NON ABBIAMO SEGUITO ALCUN PERCORSO EVOLUTIVO SPECIALE, SIAMO SBUCATI ALLA FINE DI UNA STRADA STRETTA, tortuosa, con mille ramificazioni dove avremmo potuto perderci. Eppure siamo diventati, come recita il titolo del nuovo libro che Ian Tattersall ha pubblicato in italiano per le edizioni Codice, I signori del pianeta. Signori un po’ invadenti, ma indubbiamente dominanti. O, come si dice oggi con un pessimo termine, vincenti.
Ian Tattersall è un antropologo inglese che ormai vive e studia in America. Ed è considerato uno dei maggiori interpreti del «pensiero biologico» contemporaneo. Ieri al Salone del Libro di Torino, preceduto dal saluto di Luca Cavalli Sforza, ha tenuto una conferenza dal titolo Homo sapiens alla conquista del mondo.
Lo abbiamo intervistato.
Professor Tattersall, per molti anni abbiamo avuto un’idea piuttosto consolatoria delle modalità con cui noi uomini della specie sapiens siamo diventati «i signori del pianeta». Abbiamo immaginato un percorso lineare e di progresso che dalle australopitecine agli «habilis» e poi agli «erectus» ha portato fino a noi, «Homo sapiens», specie cognitivamente superiore. Questa idea della nostra evoluzione è oggi da rivedere?
«Sì, penso proprio di sì. Ora sappiamo che the human family tree, l’albero della famiglia delle specie umane umana, era davvero folto e cespuglioso, con numerose ramificazioni. Infatti, anche solo tra i resti fossili che abbiamo trovato, c’è la chiara evidenza che c’è stato un tempo in cui sono vissuti sul pianeta almeno otto specie di ominidi contemporaneamente. Questo è davvero un nuovo scenario. Lo scenario di un vigoroso esperimento evolutivo, non certo l’espressione di un cambiamento lineare graduale».
Un’evoluzione né lineare né graduale, lei dice. Un bivio «pesante» drammatico che ha caratterizzato la storia evolutiva delle grandi antropomorfe e che ha consentito ad alcune specie di imboccare il sentiero che porta fino a noi, è certamente la «conquista del bipedismo». Ma fu davvero una «conquista», ovvero un carattere che offriva un chiaro vantaggio evolutivo alle australopitecine rispetto alle altre grandi scimmie antropomorfe o non fu piuttosto una «contingenza», un carattere evolutivo che solo ex post ha dispiegato tutte le sue potenzialità?
«Penso che il primo ominide imparò a stare eretto semplicemente perché il suo antenato era già capace di tenere eretto il suo busto, spesso sospendendo tutto il suo peso dai rami più alti degli alberi. Cosicché quando fu costretto a scendere al suolo gli fu più facile tenere eretto l’intero suo corpo. Una volta assunta la posizione eretta si è trovato con tutti i vantaggi, ma anche gli svantaggi, potenziali della nuova postura, che è stata certamente la novità nell’evoluzione umana che ha reso possibile tutto quanto doveva poi avvenire». Non così i nostri cugini prossimi, gli scimpanzé, con cui condividiamo il 98% dei geni. Eppure hanno capacità cognitive sviluppate. Ha senso distinguere il genere «Pan» dal genere «Homo»? Erano poi così diversi gli scimpanzé dalle australopitecine e poi dalle prime specie del genere «Homo»? «Penso che noi e gli scimpanzé siamo creature ancora molto differenti. Negli ultimi anni abbiamo imparato che le differenze tra noi sono dovute alla regolazione e all’espressione dei geni che alle differenze strutturali nei geni che codificano per le proteine. È qui che emerge in tutta la sua importanza quella differenza del 2% cui fa riferimento».
Siamo diventati «i signori del pianeta» anche grazie alle nostre capacità cognitive. A cosa è dovuto l’enorme sviluppo delle capacità cognitive del genere «Homo» e della specie «sapiens»: a modificazioni genetiche, alla cosiddetta encefalizzazione o anche ad altri fattori, come quelli sociali? «L’encefalizzazione è stata una forte tendenza in differenti linee evolutive del genere «Homo» negli ultimo due millioni di anni. Ma il modo inusuale che noi abbiamo di processare informazione nella nostra mente è apparso solo molto di recente, e solo nella nostra linea. Probabilmente a causa di una fortunata coincidenza di acquisizioni». Non c’è dubbio che almeno due specie del genere «Homo» hanno avuto la capacità di diffondersi in quasi tutti i continenti. Come spiega questa forte e rara «spinta a viaggiare», che è stata la premessa per diventare «signori del pianeta»?
«Non appena i membri del nostro genere Homo hanno acquisito la moderna forma del corpo divennero manifestamente mobili, come mai avvenuto in passato, diffondendosi fuori dall’Africa e raggiungendo rapidamente l’Asia orientale. Anche dopo sembra che l’Africa abbia prodotto successive ondate di nuove specie di ominidi che si sono diffuse nel Vecchio Mondo. Tutto questo, evidentemente, è avvenuto sia grazie alla loro mobilità che alla loro adattabilità. Ma io vorrei suggerire: anche grazie al possesso di una cultura materiale».
Le analisi genetiche dimostrano che «Homo sapiens» ha avuto contatti (anche riproduttivi) con altre specie del genere «Homo». Cosa le suggerisce questa contaminazione?
«Questo ci dice che le specie giovani possono essere capaci, in una certa misura, di scambiare geni con i parenti più prossimi. Comunque, questi scambi non sono stati biologicamente significativi, perché non sembra che abbiano avuto un effetto materiale sulla traiettoria futura di ciascuno dei partecipanti. I Neanderthal, per esempio, si sono estinti, mentre la nostra specie è diventata quella che è oggi».
Per molti millenni «Homo sapiens» moderno ha convissuto con altri specie di ominidi. Perché oggi è l’unica sopravvissuta?
«Sono sicuro che è grazie al modo inusuale e senza precedenti che noi abbiamo di gestire l’informazione. Il nostro ragionamento simbolico ci dà la capacità di pianificare e una serie di altri fattori di vita che contribuiscono al successo di una specie. Siamo diventati un competitore insuperabile. È questo il motivo per cui noi siamo soli al mondo oggi».

Lo scienziato al Salone del Libro
Ian Tattersall è un antropologo inglese naturalizzato statunitense ed è uno dei personaggi più noti nel mondo dello studio dell’evoluzione umana. Dal 1971 al 2010 è stato curatore della divisione di Antropologia dell'American Museum of Natural History di New York, e autore di molti libri e articoli. Ieri a Torino ha presentato il suo nuovo lavoro, «I signori del pianeta. La ricerca delle origini dell'uomo» pubblicato da Codice (pagine 295, euro 15,90) sul primato dell’Homo Sapiens.