venerdì 17 maggio 2013

il Fatto 17.5.13
L’unica via contro l’inciucio
In piazza con la Fiom per dire no
di Paolo Flores d’Arcais


L’Italia che in schiacciante maggioranza ha votato qualche settimana fa per una svolta di giustizia e libertà, e si ritrova invece con il governo della Casta voluto da Giorgio Napolitano e dominato da Silvio Berlusconi, l’Italia civile che vuole realizzare la Costituzione, che vuole combattere il regime della corruzione e del privilegio, dell’acquiescenza con le mafie e del servilismo dei media, l’Italia che resiste, che progetta, che ha ogni titolo morale per governare, scende domani in piazza a Roma, si raccoglie in corteo fino a San Giovanni intorno ai metalmeccanici della Fiom per una manifestazione di lotta e di proposta.
IL SINDACATO di Maurizio Landini dimostra una volta di più, con questa iniziativa dal titolo inequivocabile (“Basta! Non possiamo più aspettare”), come sia necessario dare respiro generale, cioè politico, a rivendicazioni rigorosamente sindacali che altrimenti sarebbero sconfitte in partenza.
Come la centralità del lavoro, cioè dei diritti concreti e quotidiani di operai, tecnici, impiegati, sempre più spesso disoccupati o precari, debba essere il cuore di un programma di riforme che ineludibilmente riguarda la scuola, la ricerca, l’evasione fiscale, il reddito di cittadinanza, l’impegno ecologico, la giustizia di classe e di establishment. Senza questo respiro politico, capace di coinvolgere l’intera società civile, ogni lotta operaia è condannata all’isolamento e perciò alla sconfitta.
Una manifestazione costruttiva, positiva, riformatrice, quella di domani. Ma proprio per questo una manifestazione contro il governo, inequivocabilmente e radicalmente.
Tra l’establishment del privilegio, che nel governo Berlusconi-Napolitano celebra l’apoteosi, e la volontà riformista del “Terzo Stato”, che la logica dei privilegi crescenti deve invece sovvertire, la divisione e lo scontro non può essere che frontale, quasi manicheo.
PER RAGIONI strutturali, perché non siamo affatto “tutti nella stessa barca”, perché solo con una grande redistribuzione di ricchezze si può uscire dalla crisi economica e rilanciare la produzione. Non si esce dal baratro se non si colpiscono i privilegi, cominciando dai più grandi, e dalla tolleranza zero verso quelli nutriti di illegalità. Ecco perché domani saranno plasticamente evidenti due Italie incompatibili: quella che può salvarci dalla crisi con la legalità e l’efficienza, e che parlerà per bocca di Landini, Rodotà, Strada, e quella dei caimani, della prevaricazione e della menzogna santificate a sistema, che ci trascina nel baratro. Chi non sceglie la prima è già con la seconda. 

Corriere 17.5.13
Gli Occupy Pd in piazza


MILANO — «Romano ripensaci». I ragazzi di Occupy Pd organizzano una manifestazione nazionale a Bologna, a metà di giugno. In quella occasione inviteranno l'ex premier Romano Prodi, al quale consegneranno la maglietta «Siamo più di centouno». L'iniziativa nasce dall'esigenza di far ripartire il Pd «resettando» la logica delle correnti. Elly Schlein spiega: «La notizia che Prodi non vuol più iscriversi al Pd ci rattrista perché lui è stato la personalità che ha dato il contributo fondamentale. Comprendiamo la sua amarezza, ma vorremmo dirgli che ci sono ancora ragioni per credere nel Pd come lui l'ha voluto, e queste ragioni sono alla base della nostra iniziativa politica. Noi non ci riconosciamo in nessuna corrente e come noi, in tutta Italia, ci sono tantissimi amici che ci dicono: "Andate avanti, ci restituite la voglia di partecipare". Purtroppo l'elezione di Epifani non va in questo senso».

l’Unità 17.5.13
Epifani: uniti per l’esecutivo: serve un partito coeso per sostenere il governo
Occorre cercare, proprio sul sostegno al governo, un cemento che rimetta insieme il partito
Renzi e Epifani sono in assoluta sintonia
Stefano Fassina: Partito e governo stesso destino


il Fatto 17.5.13
Sondaggi: Berlusconi vola sulle ali di Napolitano e Pdl
L’inciucio voluto col Colle prepara la vittoria del Pdl
Il Pd arranca
Il Caimano è ogni giorno di più in campagna elettorale
Forte della sponda del Quirinale, sfrutta la crisi dei democratici ridotti a donatori di sangue
di Paola Zanca


Berlusconi andrebbe a votare anche domani mattina. I sondaggi vanno benissimo, l’elezione lo salverebbe anche dai processi. Ma non può. Ve lo ricordate cosa ha detto Napolitano alla Camera? ”. Siamo a due passi dall’ingresso di Montecitorio. Collaboratori fidatissimi del Pdl si dividono il lavoro con le troupe. Tutti vogliono una dichiarazione, un’immagine. Qualcosa che spieghi come mai, il Pdl, sembra non avere nessuna intenzione di mollare il governo Letta per la via. Per trovare la risposta, però, rimandano tutti a una frase, un inciso, pronunciato dal presidente Giorgio Napolitano davanti al Parlamento riunito: “Mi accingo al mio secondo mandato - diceva nel discorso del 20 aprile - senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione ‘salvifica’ delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”.
È QUI, in queste parole, che il centrodestra legge chiaro il “ricatto” del Quirinale. Se togliete la fiducia al governo - traducono - io mi dimetto e spetterà al prossimo presidente decidere se sciogliere le Camere. Così, terrorizzati dall’ipotesi di un Capo dello Stato che si metta alla ricerca di altre maggioranze, i fedelissimi di Berlusconi provano a restare quieti, cercando di portare a casa il più possibile da questa legislatura che, dicono, “durerà almeno due anni”. Eppure, i numeri li avrebbero dalla loro parte. Mentre il Pd, dal giorno delle elezioni a oggi, arriva a perdere, secondo alcuni sondaggi, più del 3 per cento; il Pdl galoppa su percentuali di crescita che toccano perfino l’8. Berlusconi, oggi, governa sulla carta il primo partito d’Italia. Era ultimo, a febbraio. Superato dal centrosinistra, scavalcato dai Cinque Stelle.
MA IL GOVERNO delle larghe intese ha cambiato tutto: ha tagliato le gambe al Pd - che in settanta giorni ha bruciato un premier incaricato, due potenziali presidenti della Repubblica e un segretario - ha messo in crisi quella parte di consenso a Beppe Grillo che credeva fosse giusto sporcarsi le mani con il governo.
Così, paradossalmente, è l’ultimo classificato a rialzare la testa. Non lo ferma la richiesta di condanna a sei anni del processo Ruby. Ieri, in un colloquio con il Messaggero, Napolitano lo ha rassicurato: “Capisco chi si trova impigliato” in processi e vicende giudiziarie di rilievo - ha detto - ma “meno reazioni scomposte arrivano, meglio è dal punto di vista processuale”. Restate calmi, e tutto si risolverà.
MA AL DI LÀ delle faccende in Tribunale, sono ancora una volta le questioni economiche a consigliare sangue freddo. “Siamo sul filo del rasoio con Bruxelles”, ricorda il Quirinale. Il neo segretario del Pd Guglielmo Epifani ha ammesso che la nostra situazione finanziaria è peggio del previsto, sostiene che ci sia quella “polvere sotto il tappeto” che Bersani aveva paura di trovare al suo arrivo al governo. Ma sono proprio i falchi del centro-destra quelli che più tirano la corda sui conti italiani: dall’Imu in giù, la credibilità internazionale del governo Letta rischia di finire schiacciata dalle pressioni del partito di Berlusconi.
Lui, comunque, cresce. Ed è lo stesso Grillo, nei comizi che sta tenendo in giro per l’Italia in vista delle amministrative, a dire che la sfida, ormai, è tra loro due. È convinto che si vada a votare ad ottobre, il leader dei Cinque Stelle. E, nel dubbio, anche in Parlamento, è cominciato lo scouting. Se davvero il governo Letta andasse a rotoli e le elezioni però fossero rimandate, il sostegno dei grillini diventerebbe determinante per i democratici. Raccontano che Berlusconi abbia già messo in conto il rischio e si stia già attrezzando a pescare nuovi Scilipoti, cercandoli tra quelli che, prima di incontrare Grillo, erano elettori del centrodestra.
Nel frattempo, però, meglio restare nell’ombra. Dopo il caos di Brescia - dove l’ex premier si è trovato una piazza divisa tra fan e contestatori - si è deciso di rinunciare ai comizi per un po’. “Il presidente Berlusconi è rimasto particolarmente scosso dalle violenze di piazza avvenute a Brescia - fa sapere il coordinatore Pdl Denis Verdini - e ha pertanto deciso di annullare i prossimi comizi elettorali ad eccezione di quello a sostegno di Gianni Alemanno, candidato sindaco a Roma”. Un altro che era distrutto. Resuscitato dai guai del Pd e dall’inesperienza dei Cinque Stelle.

Repubblica 17.5.13
Effetto-larghe intese su Fininvest ieri bingo in Borsa da 88 milioni
Dopo il voto le società di Berlusconi più ricche del 43%
di Ettore Livini


MILANO — Ottantotto milioni di guadagno in 24 ore. L’effetto-larghe intese continua a regalare giornate d’oro a Silvio Berlusconi. La politica (per ora) non c’entra. A far sognare il Cavaliere — dopo l’insperata rimonta elettorale e il varo del governissimo — sono le performance stellari delle sue aziende quotate in Borsa, tonificate dalla ritrovata centralità istituzionale del loro azionista di riferimento. L’ultimo “bingo” è fresco di ieri: i titoli Mediaset, protagonisti di una seduta pirotecnica in un listino fiacco, hanno chiuso in rialzo del 6%. Mediolanum, altro gioiello del Biscione, è balzata dell’1,7%. Risultato: dopo la campanella di chiusura dei mercati, la Fininvest si è ritrovata (virtualmente) in tasca 88 milioni in più di quelli che aveva martedì sera.
Il copione, anche se non a questi ritmi folli, va in replica senza soluzione di continuità dal 26 febbraio. Il risultato delle urne ha certificato l’ennesima “resurrezione” elettorale del lider maximo del centrodestra. E le sue aziende da allora non hanno mai smesso di festeggiare: il patrimonio azionario di Arcore valeva alla vigilia del voto poco più di 1,8 miliardi. Oggi è cresciuto del 43% (contro il +7% dell’indice Mibtel) a quota 2,6 miliardi, garantendo a Berlusconi un guadagno potenziale di 782 milioni in poco più di due mesi. Un risultato mai raggiunto nemmeno nell’era — non troppo lontana — delle varie leggi “ad aziendam”.
La corsa della scuderia Fininvest a Piazza Affari, oltretutto, ha accelerato il passo a ritmi da slot machine subito dopo il decollo del Governissimo. Dal 28 aprile, giorno del giuramento dell’esecutivo Letta, il patrimonio azionario di Arcore è lievitato di 329 milioni — +21% contro il +6% del listino — regalandogli più o meno un milione di euro all’ora, notte e festivi compresi.
I 100mila euro al giorno che il Cavaliere deve pagare ogni giorno a Veronica Lario saranno pure «una cifra fuori da ogni senso della realtà e della misura», come ha fatto notare con sobrietà sua figlia Marina. Il “tesoretto” accumulato dal 24 febbraio, però, basta da solo a garantire all’ex-moglie gli alimenti fino al 31 dicembre 2227. Prosit. Nemmeno gli analisti più fantasiosi riescono a spiegare il boom di Mediaset e Mediolanum con i fondamentali delle due aziende. Specie per quanto riguarda le tv un po’ acciaccate del Biscione: Cologno ha chiuso il 2012 con il primo rosso della sua storia (287 milioni) e nel primo trimestre di quest’anno ha messo assieme un utile striminzito di 9 milioni solo grazie a un pesantissimo piano di tagli ai costi. Non solo: gli ascolti sono da tempo al palo — in aprile l’audience delle reti ammiraglie in chiaro di casa Berlusconi è scivolata quasi di un punto al 31,3% — e nemmeno la speranza di un asse con la Sky di Rupert Murdoch sulle pay-tv (i due tycoon hanno fatto pace negli ultimi mesi) basta a giustificare i fuochi d’artificio azionari di questi giorni.
Per conferma basta chiedere a Mediobanca, giudice (almeno lei) al di sopra di ogni sospetto visto che la stessa Fininvest ne controlla una quota del 3%: Piazzetta Cuccia assegna a Mediaset un target price — vale a dire un obiettivo di prezzo in Borsa tra un anno — di 1,7 euro. E qualche giorno fa, con il titolo già arrivato a quota 2,1 parlava di quotazioni «un po’ troppo generose». La prudenza dell’oracolo del salotto buono non è bastata però a frenare l’euforia tutta politica di Piazza Affari, visto che ieri le azioni delle tv del Cavaliere hanno chiuso la giornata a un soffio da quota 2,5 euro.
Fininvest, intendiamoci, ha vissuto in passato momenti migliori. I titoli Mediaset sono stati collocati in Borsa nel 1995 a 3,6 euro. Nel 2005 il Cavaliere ha piazzato sul mercato una partecipazione del 16% a un prezzo di 10,55 euro ad azione. Da allora però si è spenta la luce. E a novembre 2011, quando il leader del centro-destra — spodestato dallo spread oltre quota 700 — ha lasciato la guida del governo a Mario Monti, il valore di Cologno è sprofondato a quota 1,16. Il recupero, guarda caso, è iniziato alla fine del 2012 quando il mercato — malgrado la crisi degli spot avesse affondato i conti del Biscione — ha iniziato a fiutare la remuntada elettorale del socio di riferimento dell’azienda.
Il boom di questi giorni aiuterà a riportare un po’ di serenità anche nei vari rami dinastici della famiglia dell’ex premier. I conti Fininvest, in effetti, non sono più quelli di una volta. Il Biscione — complici i problemi delle tv e le spese pazze per il Milan — non distribuisce dividendi dal 2010. E l’ex premier e i figli sono stati costretti a mettere mani ai loro tesoretti personali faticosamente accumulati negli ultimi anni per far quadrare i conti di famiglia. Nessuno è rimasto comunque a corto di liquidità: in fondo da quando è sceso in politica nel ‘94 il patrimonio custodito nelle otto casseforti di casa Berlusconi è cresciuto da 162 milioni a quasi un miliardo.

il Fatto 17.5.13
Pd, la stupidità non è una disgrazia
di Bruno Tinti


OLTRE un certo livello la stupidità non è più una disgrazia, è una colpa. Tutti sanno che il Pd ha fatto un governo con il Pdl. In realtà non è vero: il Pd ha fatto un governo con B. che ha ordinato ai suoi dipendenti di sostenerlo. Il Pd, grato (ci siamo salvati da Grillo e grillini), ha immediatamente accettato la prima delle condizioni di B. : abolire l’Imu. Naturalmente sia il Pd che B. sanno benissimo che l’Italia non può togliere dal proprio bilancio 5 o 6 miliardi di euro che da qualche parte dovranno essere recuperati; che l’unico modo per recuperarli è aumentare le imposte, probabilmente l’Irpef; che, in questo modo, l’onere contributivo ricadrà sui lavoratori dipendenti e sui pensionati visto che sono gli unici che non possono evadere; che l’abolizione dell’Imu significherà, come di consueto, privilegiare i ricchi e tartassare i poveracci. Fino a qui la stupidità cui alludo è quella degli elettori di B. tra cui ci sono molti ricchi (che non sono stupidi per niente) e moltissimi poveracci che non capiscono che i loro interessi non possono essere gli stessi di quelli di una partita Iva con una collezione di Ferrari nel garage della sua villa. Ma c’è un altro genere di stupidità, quella propria del Pd. L’abolizione dell’Imu si tradurrà automaticamente in incremento di popolarità per B. : ecco uno che mantiene le promesse! Proprio vero.
SOLO CHE QUESTO uno è anche un delinquente (senso tecnico della parola: persona che delinque; e B. ha subito 6 sentenze di prescrizione: reati commessi ma è passato troppo tempo perché sia possibile mandarlo in prigione; 2 di amnistia e 2 perché il fatto non è più previsto come reato per via di leggi che si è fatto apposta) che a breve dovrebbe essere condannato – tra processi Ruby, Mediaset, De Gregorio e Unipol – a circa 15 anni di galera. Il che significa che l’unica riforma che proprio gli serve è quella sulla giustizia. Che sarà divisa in due parti: quanto serve per annullare l’effetto di queste sentenze, dunque amnistia e indulto (che tireranno fuori dalle prigioni tantissimi altri delinquenti) ovvero nuovo accorciamento dei termini di prescrizione; e quanto serve per bloccare le indagini in corso su B&C e altre che noi ancora non sappiamo, ma che lui sa benissimo (blocco intercettazioni e abrogazione del potere di iniziativa dei pm). Dunque B. pretenderà immediatamente la “sua” riforma della giustizia. E a questo punto il Pd che farà? Ipotesi 1: sì è proprio vero, la giustizia italiana è malata e costruita espressamente per perseguitare B. e gli altri benefattori del Paese; questa riforma è una priorità. Con il che l’Italia sarà fregata e l’illegalità, la prepotenza e il privilegio prospereranno. Ipotesi 2: non se ne parla nemmeno, la legalità è il cardine della convivenza civile; anzi, processo penale e processo civile vanno razionalizzati e resi efficaci. Ah sì?, ghignerà B. ; e io vi tolgo la fiducia: nuove elezioni. E siccome gli stupidi, ipnotizzati dall’abolizione dell’Imu, saranno aumentati, le vincerà.
E la riforma della giustizia (e l’uscita dall’euro, l’insolvenza programmata, la bancarotta etc. etc.) se la farà da solo. Questa stupidità non è più una colpa; è un delitto.

il Fatto 17.5.13
Larghe intese
Ineleggibilità di B., Zanda stava scherzando
«Solo una posizione personale
di Marco Palombi


Il capogruppo grillino in Senato Vito Crimi prende in parola il capogruppo Pd Luigi Zanda sull'ineleggibilità di Berlusconi. Come Pdl ci chiediamo se dobbiamo prenderlo in parola anche noi”. Per non lasciare inevasa la giusta curiosità della deputata ex An, Barbara Saltamartini, meglio rispondere subito: no, il Pd non voterà l’ineleggibilità del Cavaliere.
É lo stesso Zanda a dirlo nel pomeriggio, per inciso dopo una telefonata con Enrico Letta (“si sentono spesso”, minimizzano fonti del gruppo): “La mia non è una mossa tattica. Sull'eleggibilità di Berlusconi da dieci anni ho una posizione personale e non sarebbe serio cambiarla ora. Non faccio parte della Giunta delle elezioni del Senato e quindi non voterò su questa materia, né mi sfuggono i precedenti della Camera che ha già votato varie volte con un’interpretazione opposta alla mia”. Poi, il tapino, è andato pure a Porta a Porta per espiare.
Ma cos’era successo? Semplicemente che Zanda, in un’intervista ad Avvenire, aveva ribadito che per lui Berlusconi “in quanto concessionario [di frequenze tv, ndr], non è eleggibile” per via della legge del 1957. Non solo: il Cavaliere non va nemmeno nominato senatore a vita perché “in 77 anni di Repubblica nessuno che abbia condotto la propria vita come Berlusconi è mai stato nominato a quella carica” (e questa è forse la cosa che gli interessava di più dire). Parole di miele, comunque, per il Movimento 5 Stelle: “Siamo pronti a sostenere e votare nelle apposite sedi l’ineleggibilità del senatore Berlusconi”, aveva subito fatto sapere Vito Crimi.
Apriti cielo. Per il Pdl si tratta, tecnicamente, di lesa maestà: “Zanda non facilita il compito del governo Letta”, scandisce Renato Schifani; “se il Pd vota l’ineleggibilità è chiaro che andiamo tutti a casa”, spiega prosaicamente Altero Matteoli; “vuole intimidire Napolitano”, sostiene Renato Brunetta; “l’antiberlusconismo di Zanda è quanto mai demodé”, la butta lì Gabriella Giammanco.
L’avvocato/deputato di Berlusconi, Piero Longo, già che c’è avverte che il governo cadrà comunque “un minuto prima” che il suo cliente venga “interdetto dai pubblici uffici in Cassazione”. E i democratici? Silenti. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa proprio in Senato, è l’unico a prendere le distanze da Zanda in pubblico: “Non spetta né a me né a lui decidere chi deve fare il senatore a vita”. Alcuni deputati di rito franceschiano, invece, nel Transatlantico deserto di ieri parlavano anonimamente assai male dell’uscita del capogruppo e la legavano alle prossime amministrative: in sostanza, Zanda avrebbe parlato di ineleggibilità per conquistare ad Ignazio Marino i voti degli antiberlusconiani. Il veltroniano Andrea Martella, dal canto suo, faceva un curioso parallelo: “Ogni giorno esponenti autorevoli, e meno autorevoli, del Pdl si dilettano su qualsiasi argomento: minacciano l’esecutivo, marciano contro la magistratura, propongono leggi che sanno benissimo non saranno mai approvate in questa legislatura”. Noi, rivendica il nostro, “ci passiamo sopra quasi ogni giorno” e ora che Zanda “ha espresso un’opinione, la si condivida o meno“, cos’è tutto questo casino? Insomma, sono solo parole.
Ma al dunque che succederà? L’ex magistrato Felice Casson, che fa parte della Giunta per le elezioni, non si sbilancia: “Siamo un organismo paragiurisdizionale e quindi ci vuole un minimo di riservatezza. Dico solo due cose. La prima è che si tratta solo di una decisione tecnica: se la si vuole usare come scusa per far saltare il governo, ognuno si prenderà le sue responsabilità. E poi che non vivendo in un regime di common law i precedenti non sono decisivi”. Il riferimento è alle decisioni della omologa Giunta della Camera, che nelle scorse legislature ha sempre dichiarato Berlusconi eleggibile. Fonti di partito, però, non prendono nemmeno in considerazione la cosa: “Non succederà niente. E poi come si fa a dire dopo vent’anni che uno è ineleggibile? ”.
Curiosamente, però, la faccenda si trascina perché manca proprio la Giunta: non s’è costituita – è convocata per martedì - perché tra le opposizioni non c’è accordo sul presidente. Pareva dovesse essere il vendoliano Dario Stefàno - con la Lega che si prendeva il Copasir - ieri però il borsino è tornato a propendere per il padano Raffaele Volpi, sicuramente non sgradito al Cavaliere.

il Fatto 17.5.13
Così il no di Bersani a Rodotà spinse il Pd fra le braccia di B.O
di Fabrizio d’Esposito e Wanda Marra


Come sarebbe cambiata la storia politica degli ultimi tre mesi se Bersani avesse ascoltato D’Alema, prima delle consultazioni al Quirinale, e fatto un passo indietro a favore di Stefano Rodotà per Palazzo Chigi? Risponde Pippo Civati, deputato filogrillino del Pd: “Avremmo avuto il governo del cambiamento, Prodi al Quirinale e Berlusconi sulle barricate. Oggi il Cavaliere è sempre sulla barricate ma, ahimé, è nostro alleato. Tutto potevo immaginare tranne che Massimo D’Alema aveva avuto la mia stessa idea”.
LA NOTIZIA pubblicata ieri dal Fatto, “D’Alema chiese a Bersani di fare un passo indietro e proporre Rodotà come premier”, ha messo in subbuglio il già devastato Pd sin dalle sette di mattina. A infuriarsi più di tutti Bersani e i bersaniani che poi, interpellati dal Fatto, hanno preferito aggrapparsi alla precisazione della portavoce dalemiana, che smentisce le frasi attribuite all’ex premier: “Sono riportate frasi che Massimo D’Alema non ha mai pronunciato”. Una smentita sulle frasi, non sulla notizia. Tanto è vero che l’Ansa, la principale agenzia di stampa, ha cambiato nel giro di 30 minuti il titolo al comunicato di D’Alema. Da “Governo: portavoce D’Alema, non ha mai proposto Rodotà premier” delle 11.08 a “Governo: portavoce D’Alema, non ha mai parlato con il Fatto” delle 11.41. La notizia dell’incontro tra i due, con tanto di proposta per il passo indietro, è vera. Ma anche di fronte all’evidenza l’ex cerchio magico di Bersani rifiuta di pronunciarsi e al massimo minimizza: “Non ci pare una cosa di fondamentale importanza”.
Invece è il contrario. In quei primi venti giorni di marzo (il preincarico a Bersani è del 22) il dibattito interno sul “passo di lato” del candidato premier “primo ma non vincitore” si allargò poco alla volta. Motivo: costringere il Movimento 5 Stelle a dialogare. Se ne convinsero pure i giovani turchi sino ad allora fedeli al segretario.
RICORDA uno di loro: “È tutto vero e anche D’Alema era d’accordo. Noi eravamo per Barca, lui per Rodotà”. E quando poi il preincarico sfumò e tutto andava in direzione delle larghe intese, i giovani turchi non mollarono: “Grillo faccia lui un nome”. Il tema di “aver inchiodato il Pd al destino di Bersani” è cruciale, prima o poi destinato a scoppiare. Persino Walter Veltroni concorda con D’Alema. Con una sola differenza: Veltroni, lo ha detto ieri, preferiva un governo Bonino “gradito al M5S” e “non contestabile dal Pdl”. Resta da capire solo il perché di queste rivelazioni pubbliche a posteriori. Fatte prima avrebbero potuto avere effetti concreti. Gli antidalemiani del Pd insinuano che sono regolamenti di conti perché la rottura tra “Pier Luigi” e “Massimo” avrebbe avuto un epilogo fatale: il segretario avrebbe bruciato D’Alema per il Colle. Questo è un racconto diverso e va collocato nei due giorni del disastro democrat su Marini e Prodi.
GIOVEDÌ 18 aprile, i franchi tiratori silurano Marini e si arriva all'assemblea dei grandi elettori del Pd di venerdì 19, al Capranica di Roma. Il partito è provato, sfilacciato. Quale dev'essere il candidato finale? Si moltiplicano gli incontri, i faccia a faccia. D'Alema vuole giocarsi la partita del Colle. Ma c'è una larga parte del Pd che vuole Romano Prodi. E allora, nel vertice serale al Nazzareno si individua una soluzione: ci sarà un voto a scrutinio segreto, in cui i grandi elettori democratici dovranno indicare Prodi o D'Alema. Un segno su uno dei due, una scelta secca. Ma durante la notte le cose cambiano: la valutazione è che un’operazione del genere possa spaccare il partito in due. E allora si opta per un'altra soluzione. A ogni elettore verrà distribuita una scheda sulla quale deve apporre un nome. Su proposta dei vertici del Pd. La sequenza è concordata: Bersani proporrà Prodi. Poi, si alzerà Anna Finocchiaro e indicherà D'Alema. Ma quella mattina le cose vanno in un modo diverso. Bersani effettivamente fa il nome di Prodi. Scatta l'applauso. Quasi inaspettato. A quel punto c'è chi racconta persino di aver visto Vasco Errani, uno dei colonnelli bersaniani, correre verso la Finocchiaro e bloccarla. Fatto sta che lei non si alza. Momenti di confusione generale. Luigi Zanda, dalla presidenza, comincia un intervento. In realtà, raccontano, sta chiedendo un voto ad alzata di mano per procedere alla votazione segreta. Non tutti capiscono. Molti applaudono e alzano le mani per dire sì alla candidatura di Prodi, altri pensano di dire sì alla votazione. Tutti in piedi. Sembra una standing ovation. A quel punto l’Assemblea si scioglie. È durata in tutto un quarto d’ora. Poi, tutti fuori dal Capranica, verso Montecitorio. I 101 franchi tiratori si organizzano. Fabrizia Giuliani, neodeputata romana vicina a D'Alema, commenta un attimo prima di entrare in aula: “Adesso andiamo a votare, ma se per caso Prodi non dovesse farcela, cambia tutto”. Il resto è storia. Al fondatore del Pd mancano 101 voti democratici. I loro nomi sono e saranno un mistero destinato a pesare. “L’obiettivo non fu solo affondare Prodi, ma fare fuori Bersani”, è l'opinione degli uomini dell'ex segretario.

il Fatto 17.5.13
Bari, dopo l’arresto del presidente Pd
Terremoto politico
La Provincia si dissolve: Pd, Sel e Udc si dimettono
di S. A.


Le macerie del terremoto politico iniziato due giorni fa con l’arresto del presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido del Pd nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente svenduto” hanno finito per travolgere l’intera Giunta e il gruppo consiliare del Pd che ieri hanno seguito l’esempio del presidente e si sono dimessi. Si chiude così, sotto i colpi della magistratura che, suo malgrado si ritrova ancora a supplire al senso di responsabilità della politica, l’esperienza della Provincia governata da una maggioranza composta da Pd, Sel, Udc, la lista del territorio “Noi centro” e la lista civica di Florido confluita nel Pd.
Decisione presa dopo una riunione fiume in cui è prevalsa la consapevolezza della gravità delle accuse: impossibili da ignorare anche per un partito che ha messo la testa sotto la sabbia di fronte alla pubblicazione delle conversazioni intercettate in cui l’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, Girolamo Archinà, si lamentava del fatto che le sue richieste non fossero andate in porto contrariamente a quanto garantito da Florido: “Tutto a posto, gli uffici procederanno”, aveva detto dopo aver esercitato (secondo l’accusa) pressioni e minacce sui dirigenti perché firmassero “a vista” le richieste dell’Ilva. E tutto accade mentre il telefono del segretario regionale del Pd pugliese, Sergio Blasi, continua a tacere: nessuna chiamata né dal “traghettatore” al Congresso, Guglielmo Epifani né dall’ex segretario Pier Luigi Bersani né da altri della Direzione del partito come se si fosse trattato di una piccola scossa di assestamento senza danni.
Mentre ieri il presidente della Regione, Nichi Vendola, al termine della conferenza stampa sul patto di stabilità, prendendo spunto da una domanda sulla vicenda sua e del direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, ha precisato che “ogni tre mesi i giornali hanno bisogno di ricicciare, della presunta violenza mia nei confronti di Assennato cioè il mio pupillo, il mio eroe, quello che io ho voluto e confermato presidente dell’Arpa. Stiamo parlando di nulla”.

l’Unità 17.5.13
Il Pd nell’Italia del risentimento
di Michele Ciliberto


HO LETTO CON MOLTO INTERESSE, E SOSTANZIALE CONSENSO, GLI ARTICOLI CHE GIANNI CUPERLO E ALFREDO REICHLIN HANNO PUBBLICATO SU L’UNITÀ individuando, sia pur con accenti diversi, nella crisi della democrazia il problema principale dell’Italia di oggi. Per «democrazia», in questo contesto, si intende il complesso delle forme della rappresentanza, della partecipazione, del rapporto tra politica ed economia. In una parola, le forme della sovranità democratica che si sono costituite attraverso una lunga storia. In questo contesto, «democrazia» e «sovranità» individuano un
campo semantico e politico omogeneo. Unum et idem. Sono queste forme, e questo intreccio, che sono andate in crisi profondissima in Italia e non solo in Italia, occorre aggiungere (anche per non cadere nel solito provincialismo). Ma questo processo in Italia ha assunto caratteri specifici che in genere si è soliti definire con il termine «berlusconismo». Una definizione generica come tutte le definizioni che non afferra la profondità e la sostanza del problema. Il ventennio berlusconiano, e la torsione reazionaria che ha dato alla nostra democrazia, sono infatti parte di un processo più vasto che va colto in tutta la sua durata per essere compreso e, se è possibile, combattuto. In breve: la crisi del rapporto tra sovranità e democrazia precede il berlusconismo che, certo, di questo lungo processo è stato una causa scatenante e un eccezionale acceleratore, riuscendo a costruire, intorno a se stesso, un larghissimo consenso. Punto questo che diventa incomprensibile se ci si ferma agli epifenomeni, senza cogliere la sostanza della cosa: cioè la crisi, anzi la rottura, operata dal berlusconismo tra sovranità e democrazia.
GLI ERRORI PARALLELI
Finché non capiremo questo e gli effetti che questo ha generato a tutti i livelli continueremo a commettere due errori paralleli: continuare a meravigliarci delle rinascite di Berlusconi e non comprendere le radici della crisi della politica democratica in tutte le sue forme, compresi, ovviamente, i partiti. Come le rinascite di Berlusconi non sono un accidente (ma cause ed effetto della torsione reazionaria, anzi dispotica, della nostra democrazia nell’ultimo ventennio) allo stesso modo la crisi dei partiti a iniziare dal Pd sono conseguenze di processi più larghi che riguardano in primo luogo la crisi e poi la rottura del nesso tra sovranità e democrazia. Investono, insomma, un campo assai più vasto di quello al quale si limitano gli opinionisti politici: riguardano il fondamento del nostro vivere repubblicano, cioè il nesso tra sovranità e democrazia come si configura nella nostra Carta costituzionale. In breve, la questione di oggi riguarda le radici originarie del nostro vivere civile, quelle basi per cui l’Italia è stata una democrazia. Questo è il problema, ed è immenso, né è detto che sia risolvibile. Ci sono, come è noto, teoremi che sostengono l’impossibilità della decisione democratica in quanto tale.
La democrazia è una possibilità, una scelta: non un destino, una necessità. Ma posto che sia risolvibile, il problema può essere affrontato solo avendo pieno consapevolezza della posta in gioco, del punto drammatico al quale siamo arrivati. E così non è. Le politiche che si scelgono, le prospettive che si delineano, mancano di questa consapevolezza. Ritengono, in generale, di poter risolvere per via amministrativa quello che è un problema essenzialmente politico (senza voler togliere valore alle politiche di contenimento della spesa, quando siano necessarie). Lo so: il Pd ha avuto sentore che si era aperto un problema attinente le fondamenta della sovranità democratica e, per cercare di affrontarlo, ha ritenuto di far ricorso alle primarie, cioè a una forma propria della democrazia diretta. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e ciascuno può esprimere il giudizio che vuole. Un punto però è chiaro; come ci ha insegnato la storia, la democrazia diretta, in tutte le sue forme, è uno strumento assai insidioso e ambiguo perché, da un lato, avvicina e questo è positivo governanti e governati; dall’altro si risolve in derive di tipo autoritario e dispotico perché per sua stessa natura essa semplifica, fino a dissolvere, le articolazioni attraverso cui un vivere civile democratico può, e deve, svilupparsi. La democrazia, per essere tale, vive di forme e procedure assai complesse, non di semplificazioni che a loro volta sfociano nel potere di una oligarchia, di un capo, di un leader carismatico. Sono due facce della stessa crisi, anzi della stessa degenerazione.
È importante, a questo punto, sottolineare uno degli effetti più gravi della rottura del rapporto fra sovranità e democrazia, che si riflette in modo uniforme a destra e sinistra, sconvolgendo il tradizionale panorama elettorale. Come si è visto proprio dalle elezioni il nostro Paese è in una fase tumultuosa di trasformazioni che toccano tutti i piani; ma esse derivano in larga parte da una crisi sociale traumatica e senza precedenti che ha messo in questione ruoli e funzioni, approfondendo al massimo le diseguaglianze. Questa crisi si è intrecciata, potenziandola, alla crisi già in atto da tempo del rapporto tra democrazia e sovranità, a tutti i livelli. Questo è dunque il punto da cui partire, ed è noto, in generale. Quello che è meno conosciuto è l’effetto catastrofico che questa doppia crisi, intrecciandosi e poi fondendosi, ha generato nella società italiana, stravolgendo modelli di comportamento, scelte politiche e, perfino, sensi comuni.
Essa ha infatti assunto una forma che per la democrazia può essere letale perché è quella del «risentimento» nel senso forte del termine; rivalsa, rivolta, rovesciamento e rifiuto dei valori civili e politici ordinari, a cominciare da quelli della democrazia rappresentativa? Insomma «risentimento» nella forma in cui ne hanno parlato alcuni grandi filosofi: non semplice astio e rivendicazione ma forza profonda, in grado di spostarsi sul piano sociale e politico, innescando processi potenzialmente incontrollabili. Il successo del Movimento 5 Stelle si radica qui: è stato capace di interpretare e dare voce politica a questo «risentimento», scendendo, simmetricamente, sia sul piano della crisi sociale che su quello della sovranità democratica, ricorrendo, in modo intransigente, alle forme e alle tecniche della democrazia diretta.
LA MISCELA ESPLOSIVA
Una miscela esplosiva (e dicendo questo non intendo togliere valore alla scelta che Grillo ha fatto istituzionalizzando, e «parlamentizzando», il risentimento). Questo è il problema, oggi, di fronte a noi, e questo è il problema con cui dovrebbe confrontarsi un partito che voglia configurarsi come una forza di cambiamento. Discutere in astratto di nuovi segretari, continuare a dividersi le spoglie tra le dodici tribù, chiudersi in polemiche generazionali; tutto questo è insensato, senza prospettiva. Oggi il compito principale di un partito di sinistra deve essere un altro: confrontarsi con tale «risentimento» nelle forme aperte, ma anche in quelle nascoste, e non meno aspre; afferrarne la portata; coglierne la complessità, irriducibile a schemi tradizionali; dargli una prospettiva ideale e politica.
Sono, anche in questo caso, due processi e due crisi che si intrecciano, fino a fondersi: la ricostruzione di un rapporto tra democrazia e sovranità è infatti possibile solo a condizione di interpretare la sostanza di questo «risentimento» sia dei nativi che degli immigrati dischiudendo ad esso, e subito, una alternativa di carattere democratico. Ma questo a sua volta suppone una riconsiderazione della società e della democrazia italiane; delle forme specifiche della loro crisi, a ogni livello; delle diseguaglianze che le opprimono. Soprattutto suppone, e richiede, una politica radicale: radicale almeno quanto è radicale il «risentimento» da cui l’Italia è avvelenata in questo momento.

l’Unità 17.5.13
Perché lo ius soli è una scelta di futuro
di Marco Pacciotti


L’IMMIGRAZIONE RIMANE PER L’ITALIA UN ARGOMENTO DI CONFRONTO «NUOVO» E MOLTO OSTICO, A VOLTE CON EFFETTI PREOCCUPANTI. La difficoltà più evidente è di lettura del processo migratorio e delle sue implicazioni nella trasformazione della società italiana. Quasi sempre lo si affronta come fosse un fenomeno circoscritto nel tempo e nello spazio e di conseguenza come argomento di nicchia.
Credo invece che l’immigrazione sia un dato strutturale e irreversibile, da affrontare fuori dalle ideologie. Bisognerebbe fare un salto di qualità nell’approccio, considerandolo una chiave di lettura per comprendere meglio i mutamenti avvenuti nel nostro Paese e per comprendere meglio cosa avverrà in futuro. Un approccio ben diverso quindi, una piccola rivoluzione copernicana nell’impianto culturale di quelle classi dirigenti politiche, economiche e della comunicazione che finora sembrano essere «spiazzate» dalla centralità che va assumendo questo tema. Un tema sempre meno circoscritto e sempre più diffuso. Basterebbe visitare un asilo o una scuola per intuire la portata storica e gli enormi potenziali benefici per la nostra società. Benefici che non sono automatici, ma che andrebbero accompagnati da un dibattito culturale maturo e consapevole e da leggi tanto necessarie quanto efficaci. Leggi necessarie non ai migranti o ai loro figli, ma all’Italia per crescere come Paese in grado di stare al passo con la globalizzazione e i suoi effetti. Lo ha compreso perfettamente il presidente Napolitano, quando ricevendo una delegazione di ragazzi di origine straniera nati o cresciuti in Italia, li definì «energia vitale» per il nostro Paese.
Stabilizzare questa presenza, circa un milione, significherebbe dare loro serenità e prospettiva. Questo renderebbe il nostro Paese più forte in termini di coesione sociale e in grado di affrontare le sfide future. In primis sul piano dell’innovazione e competitività nei mercati, dove solo la capacità di produrre nuove idee renderà i nostri prodotti richiesti. E da sempre le idee migliori nascono dall’incontro e la sintesi fra culture diverse, rispetto alle quali questi ragazzi sono un «ponte» naturale. In secondo luogo l’invecchiamento della società italiana necessita di questi ragazzi e dei loro genitori per poter mantenere in equilibrio ad esempio il sistema pensionistico. Basti ricordare come ad oggi vengono versati all’Inps dai loro genitori circa sette miliardi l’anno di contributi. Una tendenza destinata a rafforzarsi , al punto che il nostro sistema previdenziale rischierebbe il collasso senza la presenza di questi ragazzi e di quanti ne nasceranno ancora.
Credo che dovremmo ripartire da questa consapevolezza per affrontare correttamente il dibattito sul cosiddetto ius soli. Solo così potremo evitare di incagliarci negli scogli di discussioni piegate a calcoli politici cinici e strumentali, che vivono fuori dalla realtà di un Paese che invece si dice disponibile per oltre il 70% ad accettare una legge sulla cittadinanza che tuteli questi ragazzi. Una percentuale di italiani trasversale agli schieramenti e che dimostra di avere posizioni più avanzate a una parte dei propri rappresentanti.
Di recente invece in risposta alle affermazioni del ministro Kyenge di arrivare in questa legislatura all’approvazione di una legge che aggiorni le attuali norme di ottenimento della nazionalità per chi nasce o cresce in Italia, si è assistito all’ennesima levata di scudi. Un inasprimento dei toni non solo sbagliato ma a volte inaccettabile. Definire vergognose le affermazioni fatte da alcuni esponenti di spicco della Lega è poco, ma non sorprende il pulpito da cui provengono. Quello che sorprende è la discussione sullo ius soli nei media. A mio avviso falsata in partenza da due presupposti errati. Il primo lo ha introdotto indirettamente chi continua impropriamente a definire con il termine ius soli le proposte sull’ottenimento della nazionalità per i bimbi di origine straniera. Il secondo gettato nell’arena mediatica da Grillo parlando di Europa, facendo così passare l’idea implicita che esista un modello europeo di riferimento. Due presupposti errati che convergono evitando che si entri nel merito della proposta, costituendo di fatto un formidabile «fuoco di sbarramento».
Ritengo invece che sia utile e necessario affrontare la questione nel merito, rimuovendo le incrostazioni ideologiche e le furbizie. La prima cosa da riaffermare con nettezza è che in Europa non esiste un modello legislativo uniforme e che probabilmente così sarà ancora per molti anni. Questo in virtù delle peculiarità storiche, culturali e geografiche di ciascun Paese, prerogative queste che ne determinano l’approccio legislativo. Possiamo quindi affermare che chi fa appello all’Europa per questo specifico aspetto, lo fa volendo rimandare alle calende greche la questione. Rimosso questo primo elemento di confusione, è chiaro che l’Italia se vorrà modificare l’attuale legislazione, non potrà appellarsi a un modello uniforme, ma procedere basandosi sulla propria storia e contemporaneità, che suggeriscono realismo e lucidità nell’approccio.
Due criteri adottati nella proposta depositata pochi giorni fa in Parlamento a firma Bersani, Kyenge, Chaouki, Speranza. In essa si dice chiaramente che chi nasce in Italia ha diritto ad essere italiano se almeno uno dei due genitori è residente regolarmente da cinque anni. La proposta si articola poi in diverse opportunità per l’ottenimento della nazionalità, compresa quella che prevede che essa si ottenga per quei minori stranieri che abbiano compiuto almeno un ciclo scolastico completo nel nostro Paese. Proposte che fotografano con realismo la necessità per l’Italia di riconoscere la possibilità di essere italiani a oltre un milione di ragazze e ragazzi che lo sono di fatto. Condividendo con i nostri figli studi, passioni e obiettivi. Una proposta ben diversa quindi dallo ius soli propriamente detto, quello di stampo anglosassone in uso ad esempio negli Stati Uniti, dove è sufficiente nascere sul suolo di quella nazione per diventarne cittadini. La proposta in discussione in Italia invece, come abbiamo visto, tiene conto della nostra realtà. Se volessi essere provocatorio direi che essa rappresenta una forma di ius sanguinis mitigato, adeguato ai mutamenti demografici e sociali già in corso da anni e quindi perfino tardivo. L’elemento positivo è nell’approccio non ideologico quindi, determinato dalla consapevolezza che una legge cosi rappresenterebbe uno straordinario fattore di modernizzazione e crescita sociale indispensabili all’Italia.

Corriere 17.5.13
Ius soli, si smarcano tre senatrici 5 Stelle: proposta di legge col Pd


MILANO — Ancora una volta contro la linea del leader. Ancora una volta uno smarcamento. I parlamentari Cinque Stelle riaprono la querelle sullo ius soli: Alessandra Bencini, Manuela Serra e Paola De Pin risultano tra i cofirmatari di una legge che ne prevede l'introduzione. Il disegno di legge, l'atto numero 17 del Senato, è stato depositato a Palazzo Madama lo scorso 15 marzo. Un progetto a firma Pd, dato che il primo firmatario è Ignazio Marino, proprio quell'Ignazio Marino candidato sindaco al Campidoglio che sfiderà tra gli altri il pentastellato Marcello De Vito. Le tre senatrici del Movimento hanno aggiunto la loro firma al testo lo scorso 7 maggio, tre giorni dopo Grillo — che ieri è tornato sul tema immigrazione con un post provocatorio dal titolo «Kabobo d'Italia» — interviene nella questione, dando vita a una ridda di polemiche. Il capo politico del Movimento afferma che l'introduzione dello ius soli può avvenire «solo attraverso un referendum». E prende le distanze da qualsiasi testo (compreso quello delle «sue» senatrici) sia al vaglio dell'Aula: «Una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese non può essere lasciata a un gruppetto di parlamentari», si legge nell'intervento del 10 maggio. Parole che hanno provocato anche qualche malumore in seno a deputati e senatori, pronti — come ad esempio Alessandro Di Battista — a ribadire le proprie convinzioni personali (favorevoli) in tema di ius soli. L'idea del leader aveva trovato sponda, invece, in Ignazio La Russa: «Finalmente una posizione chiara e condivisibile da Grillo: no allo ius soli salvo referendum».

il Fatto 17.5.13
La Boldrini come bersaglio
risponde Furio Colombo


CARO FURIO COLOMBO, ho visto l’attacco maleducato e violento di Brunetta alla presidente Boldrini. Ma Brunetta è capogruppo del Pdl, dunque rappresenta tutti i dipendenti di casa Berlusconi in servizio alla Camera, non solo la sua personale difficoltà di controllarsi. Non avrebbe dovuto esserci ben altra risposta dalla parte opposta della Camera?
Valeria

IL PROBLEMA è che non c’è una parte opposta della Camera. Altrimenti sarebbe insorta a difesa della presidente e avrebbe preteso l’espulsione dall’aula o le scuse di uno che, in pieno lavoro parlamentare, ha perso la testa. Credo che i deputati del Pdl dovrebbero tenere d’occhio il loro capogruppo che si espone a seri rischi, anche di salute, pur di dare spettacolo. Però anche lui, anche nei momenti in cui il furore gli oscura un minimo di visione della realtà, sa che dalla sua parte non si paga. In tempi di governo delle larghe intese, tutto è a carico del Pd, dalla buona educazione al rapporto con i cittadini. Difficilmente si può immaginare lo slancio di vero volontariato, che ha indotto il Pd ad assumersi il peso, la responsabilità e l’immagine di un tristissimo modo di governare. Qualunque cosa accada, paga tutto il Pd. Nel giorno dell’insulto maleducato alla Boldrini l’aggressione avrebbe potuto espandersi e aggravarsi . Del resto era appena accaduto un fatto impossibile: il ministro dell’Interno (Pdl) stava tornando da una manifestazione di protesta contro la Giustizia e in onore di Berlusconi in cui metà della piazza era avversa a Berlusconi. Ma il ministro era in piazza, tra i partecipanti ai disordini e all’attacco contro i giudici. Però le accuse per un simile evento non vanno ad Alfano (questione mai discussa alla Camera) ma alla presidente, colpevole di non si sa quale mancata solidarietà verso le donne partecipanti alla canea anti-giudici di Brescia. In altre parole, tutti da destra – militanti e vicepresidente del Consiglio – partecipano gratis alle loro piazzate, ben difese da tre quarti dei media e da Camera e Senato, senza incorrere in alcuna censura. L’altra parte del governo, invece, non solo paga in voti e immagini ogni momento che passa in loro compagnia, ma paga anche con l’offesa verso istituzioni che dovrebbero essere comuni. Nella vera vita nessuno si presterebbe a entrare spontaneamente, e anzi con un tono un po’ trionfalistico, in una simile trappola. Ma questa non è la vera vita. Questo è un brutto sogno in cui tutto un Paese, istituzioni e cittadini, si è bloccato sotto il peso di Berlusconi e dei suoi processi.

La Stampa 17.5.13
Lo psichiatra Andreoli: la molla è la paura della crisi, oggi chiunque può diventare un nemico
“Ma la follia non c’entra”
di Paolo Colonnello


“Sbagliato parlare di follia La molla è una paura spaventosa”
Lo psichiatra Andreoli: la crisi non ha volto, chiunque può diventare un nemico

L’episodio di ieri ad Abbiategrasso, purtroppo è solo l’ultimo della serie. I giornali ormai sono bollettini di guerra: dal pensionato che si getta dalla finestra per uno sfratto, all’imprenditore che ha ucciso due impiegate della regione Umbria perchè non aveva avuto un finanziamento. Per non parlare dei suicidi. È la crisi, bellezza. Ma davvero non possiamo farci niente? «Uccidersi per un licenziamento o uccidere il datore di lavoro che non ha più la possibilità di dare un impiego sembra follia. Ma non è così», dice il professor Vittorino Andreoli, psichiatra.
Perché non è follia?
«I casi di questi giorni non hanno nulla a che fare con la follia, non si tratta di malati psichiatrici ma di prede di paure spaventose. Questo purtroppo è l’inizio di una catena che sarà sempre più lunga, è come se si celebrasse una liturgia di morte. Uno degli aspetti della crisi dell’economia è che persistendo a lungo e non mostrando una possibile fine, ha innescato un meccanismo psicologico molto forte, che è la paura. Ognuno di noi oggi ha la crisi in testa e tutto ciò ha tolto sicurezze, stima di se e percezione del futuro».
Perché si uccide o ci si uccide?
«Di solito si uccide un nemico, un individuo conosciuto, con un volto. Ma in questo momento c’è qualcosa di diverso perché la crisi non ha un volto, non è una persona, non c’è un nemico preciso e se c’è, è nascosto. Allora la violenza diventa distruttività. È una piccola apocalisse. Si uccide e ci si uccide finendo per diventare nemici di se stessi. È un comportamento che vuole la soppressione di tutto. Ecco perché basta poco per poter arrivare a una violenza contro chiunque. Non essendoci un nemico, tutti sono nemici».
Il lavoro, il denaro, l’economia. Non si ragiona di altro. È un problema?
«Nella paura la ragione non serve. Di fronte alla paura o si scappa o si aggredisce. L’uomo in questo momento vive nell’incertezza e questo spinge a quell’istinto di morte di cui aveva parlato Freud. Ci siamo dimenticati tante cose, bisogna tornare a Platone: qual è il senso dell’uomo, quali sono i suoi bisogni. In un libro, “Il denaro in testa”, ho indicato dieci bisogni centrali dell’uomo dimostrando che nessuno di questi è condizionato dal denaro».
Oggi, sembra esattamente il contrario.
«Per questo ci vuole qualcuno che indichi strade diverse, che non si occupi solo dell’economia ma che si occupi dei bisogni dell’uomo. La nostra cultura nella “res publica” dice che il primo bisogno dell’uomo è la felicità e per ottenerla bisogna avere prima di tutto giustizia. Poi c’è il bisogno della serenità, di più legami, di solidarietà. E soprattutto di espellere il cancro della stupidità».
C’è chi pensa che per ottenere tutto ciò basti rimettere in ordine i conti.
«Un governo che volesse rimettere a posto solo i conti è solo un governo idiota. E lo abbiamo già avuto. Ridurre a misura di tutte le cose l’economia è nefasto, rende nulla intelligenza e capacità».
A chi tocca la cura? Al medico o al politico?
«Al politico. E al filosofo. Ci vuole un buon governo che pianifichi il senso dello stare insieme, della convivenza sociale. Se invece la nostra società esprime solo esaltati, economisti che devono mettere a posto le banche ma non la felicità dell’uomo, avremo una società che andrà verso la distruzione sul piano psicologico. Qui c’è gente che si ammazza e degli idioti che gozzovigliano nell’indifferenza più totale del prossimo. È la stupidità».

Repubblica 17.5.13
Vittime per caso
Le vite (spezzate) degli altri
Dalla bomba alla scuola di Brindisi, un anno fa, al raid del picconatore di Milano: le stragi di innocenti per mano di vendicatori isolati
di Adriano Sofri


Come si ricordano e si piangono le persone amate e ammazzate “per caso”? Domani sarà passato un anno dall’attentato di Brindisi che costò la vita a Melissa Bassi, studentessa di sedici anni, tenne fra la vita e la morte Veronica Capodieci, e ferì altre sei loro compagne. Ci sarà una commemorazione solenne, a Brindisi e a Mesagne, il paese di Melissa e Veronica, parteciperanno ministri e altre autorità, ci saranno cerimonie religiose e civili e concerti. Sarà presentato il librodiario che Selena Greco, compagna di banco di Melissa, anche lei ferita, ha intitolato “I giorni dopo il tramonto”.
Intanto va verso la conclusione il processo all’autore confesso di quella tentata strage, che ora piagnucola in aula e chiede perdono e dice che aveva due figlie anche lui; che in carcere si fece sorprendere mentre rivelava il suo proposito di fare il pazzo; che ricavò “dall’enciclopedia” le istruzioni per comandare a distanza un ordigno fatto di bombole di gas. I giudici l’hanno dichiarato lucido e padrone di sé, com’è evidente, e l’hanno imputato anche di terrorismo. “Ho fatto tutto da solo”, ha detto, a metà fra la speranza d’attenuante e la rivendicazione. La sentenza si pronuncerà anche su questo terrorismo di un uomo solo, che voleva vendicarsi di qualcosa, della vita degli altri, e stampare così la propria orma, o compiacersi dello spavento suscitato. Nelle ragazze ferite nel corpo e nell’anima, che per mesi rifiutavano di uscire di casa, “perché là mi vogliono ammazzare”. Una è venuta a testimoniare in tribunale, sulle menomazioni irreversibili che ha subito e su come è cambiata la sua vita: “Tantissimo, è cambiata”.
C’è un’espressione usata, quando qualcuno muore oscuramente, si dice: “Non aveva nemici”. Quell’espressione riprende il suo significato. Non avevano nemici le ragazze della scuola brindisina. Non ne avevano le persone uscite di buon mattino nelle strade di Niguarda. Non le signore Margherita Peccati e Daniela Crispolti, impiegate della Regione a Perugia, al cui assassino non è bastato proclamarsi Dio e decidere di suicidarsi. Non i carabinieri in servizio a Montecitorio. I loro aggressori assassini li avevano i nemici, avevano saputo inventarseli, e se no si erano accontentati dei primi esseri umani che capitassero loro a tiro — il loro “prossimo”, i più vicini, quelli che una provvidenza alla rovescia mettesse sulla loro strada. Questa condizione mostruosamente squilibrata turba ogni intelligenza. Quando, un minuto dopo l’esplosione di Brindisi, in troppi sostennero che fosse roba di mafia o terrorismo — e avevano le loro brave ragioni: la scuola delle ragazze è intitolata a Francesca Morvillo Falcone, la carovana antimafia stava per arrivare in città — erano mossi soprattutto da una speranza spaventata. La speranza è sempre quella che si tratti del “gesto di un pazzo isolato”. (Il pazzo isolato è una figura insieme arcaica e “americana”). Si può esorcizzarlo più facilmente, sentirsene più al riparo che non dalla minaccia della strage di mafia o terrorista. Tuttavia, in un angolo dei pensieri, la violenza della mafia o del terrore pretende di essere più spiegata, più prevedibile. Ha i suoi fini, i suoi bersagli, anche quando colpisce indiscriminatamente nel mucchio: la morte degli innocenti, degli estranei — la morte per caso — serve alla sua causa. Succede il contrario quando la decisione di uccidere non si cura dei suoi bersagli: omicidi volontari, spesso premeditati — come a Brindisi — dalle vittime impreviste, offerte dal caso. A Niguarda, dopo il troppo tempo trascorso senza alcun intervento, si è di nuovo evocato l’impiego dell’esercito a presidio degli “obiettivi sensibili”: ma occorre chiamare sensibili obiettivi come il giovane che a ogni alba distribuisce i giornali con suo padre, il pensionato che porta il cane ai giardini, le ragazze che vanno a scuola, i carabinieri nella piazza, le impiegate di un ufficio. In questo privato terrorismo asimmetrico, fra assassini volontari e vittime fortuite, ciascuno e dovunque diventa meritevole di una scorta: e dunque è la società intera e la sua socievolezza che deve reimparare a far da scorta a se stessa. (Altro affare è la consunzione dei normali servizi di polizia, la famosa polizia di quartiere, fra usi impropri e denari distolti, auto vecchie e ferme e straordinari non pagati dalla seconda settimana e concorsi bloccati).
Anche il perdono, in questa sgretolata guerra asimmetrica, sfugge ai suoi confini. Si può, chi voglia e ci riesca, perdonare ai propri nemici: ma occorrerebbe rassegnarsi a onorare come nemici i pazzi o i farabutti che hanno deciso di soddisfare su persone ignote e ignare la loro inimicizia universale. Le persone che perdono i loro cari in circostanze come queste hanno uno speciale dolore che non può darsi spiegazioni, che non rintraccia abbastanza né una, per deforme che sia, causa umana, né una sciagura, com’è l’ingiustizia della morte naturale dei giovani. Il monumento ai loro caduti non evoca guerre di stati e di bande criminali o guerriglie civili: non c’è milite ignoto a rappresentarli, perché non c’era milite, solo ragazze di sedici anni che preparavano la sfilata scolastica dei loro modelli, signori di una mattina milanese, signore di un ufficio umbro. “Mio padre e io — ha detto la figlia del brigadiere Giangrande, Martina — ci chiamavamo un esercito sgangherato: ora siamo un mezzo esercito, e pure tanto sgangherato”.
Nel febbraio dell’anno scorso un tribunale milanese ha dichiarato non punibile Oleg Fedchenko perché affetto da schizofrenia, e l’ha assegnato a un Ospedale psichiatrico giudiziario. Fedchenko era il giovane ucraino, pugile dilettante, che nell’agosto del 2010 era uscito dalla casa materna annunciando di voler uccidere la prima donna in cui si fosse imbattuto per strada. “La prima che incontro”. Lo fece: lei era Emlou Aresu, era filippina, aveva due figli, all’indomani sarebbe ripartita per le Filippine. Faceva i lavori nelle case, “andava sempre di fretta”, come raccontarono i conoscenti, e così di fretta arrivò in viale degli Abruzzi, all’appuntamento con quel venticinquenne che voleva vendicarsi di un amore deluso e di chissà quale altro delirio. Si apprese allora che i criminologi li chiamano “delitti casuali”, e li considerano i più difficili da prevenire e impedire. Pensai allora che non è casuale esser donna, e filippina per giunta. Forse quel-l’aggettivo, casuale, verrà lasciato cadere per tutti. Forse, retorica a parte, prenderemo tutti congedo da quell’altra espressione così usata: “Non c’entravano niente”. C’entriamo, scriveremo sul monumento a questi caduti.

l’Unità 17.5.13
RAI
«La storia siamo noi» non va in pensione, Minoli sì
di Natalia Lombardo


Falso allarme alla Rai sulla sparizione de La Storia siamo noi dai palinsesti. In realtà non è così: l’autorevole programma di RaiEducational non sarà cancellato (come risultava da Repubblica e da conseguenti interrogazioni di parlamentari Pd), dopo la chiusura della stagione a giugno e riprenderà a settembre, si spera sia su RaiDue e Raitre oltre che su RaiStoria. Ciò che si conclude il 31 maggio è il contratto (milionario) di Giovanni Minoli, che ha condotto la trasmissione negli ultimi dieci anni e del quale vanta i diritti. Ma La storia siamo noi è stato ideato dall’ex direttore di RaiEducational Renato Parascandolo che lo diresse dal 1998 al 2002 con la cura scientifica dello storico Rosario Vilari (400 puntate più due serie speciali curate da Zavoli e Gregoretti). «La Rai per fortuna continua la sua storia. Minoli aveva un contratto legato ai 150 anni e finisce a maggio. Il programma per noi prosegue», ha detto ieri il direttore generale Luigi Gubitosi a margine della conferenza
stampa per il rinnovo della convenzione con la provincia autonoma di Bolzano, a tutela delle minoranze linguistiche.
Perché, prosegue il dg Rai, «a volte si confondono gli individui con i programmi. La storia siamo noi è un format della Rai, quindi proseguirà. E noi abbiamo tutta la fiducia in Silvia Calandrelli», che dirige RaiEducational. Minoli, 68 anni, da pensionato nel 2010 ha avuto con la Rai un contratto di collaborazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia: 2 milioni e mezzo in tre anni. E a Viale Mazzini c’è chi maligna: «Troppo, per uno che riprende i vecchi Mixer e li ripropone...». Gubitosi esclude un bis: «Ora tendiamo a impiegare forze interne e a non rinnovare i contratti di chi va in pensione. C’è soddisfazione per quanto fatto finora da Minoli, lo ringraziamo e ci auguriamo che in futuro possa anche fare qualcosa in collaborazione con Calandrelli», che lavora ai 100 anni della Prima guerra mondiale, e all’Eco della storia con Paolo Mieli.

Repubblica 17.5.13
Famiglie arcobaleno tra diritti e doveri
di Chiara Saraceno


Ci sono molte buone ragioni per argomentare la legittimità della richiesta delle persone omosessuali di accedere al matrimonio. Se il fondamento contemporaneo del matrimonio, nelle società occidentali sviluppate, è la scelta libera di due persone di mettere in atto un progetto di vita comune, basato sulla solidarietà reciproca e sul-l’affetto, non c’è nulla nella relazione omosessuale che sia in contrasto con questo fondamento. Non lo è neppure l’impossibilità di concepire figli come, ed entro, la coppia, dato che né la sterilità della coppia, o di uno solo dei due, né la generazione con un terzo è causa di nullità del matrimonio anche tra le persone eterosessuali. L’interdetto contro il matrimonio per le persone omosessuali poteva valere in un contesto in cui la coppia era insieme strumento di alleanze e di divisione del lavoro, in cui la funzione riproduttiva era importante, e perciò era anche importante che essa avvenisse entro garanzie chiare di consanguineità (anche se è sempre esistito lo strumento dell’adozione per correggere i “fallimenti” riproduttivi). Venute meno, o indebolite, quelle funzioni e quegli obiettivi, anche quell’interdetto perde, appunto, il proprio fondamento.
Molte coppie omosessuali, inoltre, vorrebbero anche realizzare una forma di genitorialità, quindi non escludono affatto l’apertura al futuro e alla generazione. Non vi è dubbio che quest’ultima pone questioni normative, giuridiche, ma anche relazionali ed etiche di tipo nuovo. A differenza del matrimonio, infatti, la filiazione implica responsabilità e diritti che vanno oltre il singolo e la coppia, coinvolgendo in primis i figli, ma anche le parentele e, nel caso di riproduzione assistita con donatore/donatrice e soprattutto di maternità surrogata, altre persone. Riguarda quindi un campo sia normativamente che socialmente più complesso, non diversamente da quanto avviene per la filiazione eterosessuale, specie quando avvenga per adozione o per ricorso alle tecniche di riproduzione assistita con donatore/donatrice e/o d una madre surrogata.
Le ragioni “dalla parte dei bambini” avanzate per giustificare gli ostacoli e i divieti alla genitorialità omosessuale – per via adottiva o tramite le tecniche di riproduzione assistita – non sono basate su evidenze empiriche solide. Le ricerche, al contrario, non segnalano particolari difficoltà o squilibri sul piano psicologico e di sviluppo della personalità in bambini che crescono sereni in un mondo ricco di relazioni con persone di ambo i sessi. Le difficoltà maggiori derivano dalla percezione dell’ostilità e disprezzo nei confronti degli omosessuali, che questi bambini sperimentano al di fuori del loro ambiente familiare. È la stigmatizzazione altrui della omosessualità dei genitori che è pesante da portare ed elaborare da parte di un figlio/a – non diversamente, verrebbe da dire, da quella che un tempo colpiva gli orfani e talvolta ancora oggi tocca i figli di genitori separati, gli adottati, o coloro che hanno caratteristiche somatiche fortemente diverse da quelle prevalenti.
In molti paesi il dibattito pubblico, anche aspro, su queste questioni è avvenuto e si è arrivati al riconoscimento giuridico alle coppie omosessuali e consentendo loro l’adozione. La Corte Costituzionale ha sollecitato da tempo il Parlamento italiano a dare statuto giuridico al carattere di famiglia delle relazioni di coppia omosessuali, riconoscendone i diritti e doveri derivanti. Quanto ancora si dovrà aspettare?

La Stampa 17.5.13
Bobbio, un’idea di giustizia per il mondo di ieri e di oggi
di Maurizio Assalto


«Noi siamo fedeli a una posizione che vorrei chiamare “illuministica”, che è ispirata non alla disperazione, ma alla fiducia nell’uomo e nella sua ragione, e non è dettata dalla paura, ma dalla coraggiosa assunzione dei sempre nuovi compiti e doveri che la lotta per il miglioramento della condizione umana ci impone». Così Norberto Bobbio concludeva il suo corso di filosofia del diritto dell’annata 1952-53 all’Università di Torino, ora pubblicato da Aragno con il titolo Teoria della giustizia (pp. 141, € 12). Il volume viene presentato oggi alle 18 in Sala Rossa, con Andrea Bobbio, Luigi Bonanate, Gianrico Carofiglio e Gustavo Zagrebelsky.
Nell’idea di giustizia il filosofo individuava l’incontro di tre fondamentali dimensioni della realtà umana - pace, uguaglianza e libertà - particolarmente avvertite in quegli anni di piena Guerra fredda. Una lezione attualissima anche nei nostri tempi di crisi forse più insidiosa di quella, come evidenzia nella prefazione il filosofo del diritto Gregorio Peces-Barba, bobbiano di Spagna, che nel 1978, ispirandosi al suo maestro ideale, è stato tra gli estensori della nuova Costituzione democratica del suo Paese.

Hanan Ashrawi: «Il tempismo di Israele è significativo: è un affronto diretto a ogni tentativo di negoziazione»
Corriere 17.5.13
Piano d'Israele per legalizzare 4 insediamenti nei Territori


GERUSALEMME — Israele vuole rendere legali quattro nuovi insediamenti in Cisgiordania. A riferirlo è il quotidiano israeliano Haaretz, che cita un documento presentato martedì dalle autorità all'Alta corte di Giustizia.
I quattro avamposti, per i quali era prevista la demolizione, sono quelli di Maale Rehavam, Haroeh, Givat Assaf, e Mitzpe Lachish. La notizia arriva a pochi giorni dalla missione del segretario di Stato Usa, John Kerry, che intende far ripartire il negoziato di pace israelo-palestinese. «Il tempismo di Israele è significativo: è un affronto diretto a ogni tentativo di negoziazione», afferma Hanan Ashrawi, esponente dell'Olp. L'associazione pacifista israeliana «Peace Now» interpreta la scelta di Tel Aviv come «uno schiaffo in faccia al nuovo processo di pace» e «una vistosa rassicurazione degli interessi dei coloni». Il piano «legalizzerebbe» in modo retroattivo la fondazione di quattro dei sei insediamenti non autorizzati in Cisgiordania.

Corriere 17.5.13
Quando Apple abbandona Foxconn il mondo degli operai cinesi crolla
di Massimo Sideri


E se, in fondo, la Rete ci avesse «globalizzato» dentro, modificando le nostre capacità recettive con un effetto simile a quello che si subiva quando nel Dopoguerra si passava dal «paesello» alla città? Chi lo ha subìto sa che fisicamente si può anche tornare indietro, magari nel fine settimana. Senza però che la percezione degli spazi dentro la testa possa ridimensionarsi. Così la Rete sta forse costruendo dentro di noi l'impressione di essere tutti consumatori globalizzati, lavoratori di una società unica e interconnessa. Le cose, chiaramente, non stanno del tutto così. La percezione di un mondo «piatto» è distorta come lo era quella che si aveva nell'antichità prima dell'astronomia ellenistica. Però, pur essendone consapevoli, è difficile non sentirsi parte dei problemi per esempio di un operaio cinese a migliaia di chilometri di distanza quando abbiamo in mano quello che lui stesso produce. Così se la Apple sta decidendo di spostare parte del proprio assemblaggio dalla Foxconn, tristemente famosa come la fabbrica dei suicidi, al suo concorrente Pegatron, la questione in parte ci riguarda. Già l'iPhone4s è stato prodotto dal principale concorrente della Foxconn e l'effetto si è subito visto sui conti della società. La Apple ha il diritto di scegliere i propri fornitori sul mercato e va ricordato che dopo lo scandalo dei suicidi e la scoperta dello sfruttamento di minorenni in fabbrica la società ha lavorato con le associazioni umanitarie per migliorare la situazione. Ma la Foxconn è diventata la più grande catena di montaggio di tecnologia al mondo — un milione di dipendenti — grazie alla Apple: il 70% della produzione è concentrata sulla società di Cupertino. Insomma, se come sospettano alcuni osservatori la strada dello switch verso il concorrente è strutturale, bisognerà anche preoccuparsi di un atterraggio morbido per gli operai cinesi che assemblano i nostri oggetti del desiderio.
Noi possiamo tornare «al paesello» nel fine settimana. Loro dovrebbero tornare nelle campagne senza speranze. Se i consumatori sono globali, lo diventano anche gli operai in qualche maniera.

La Stampa 17.5.13
Jfk sedotto da Hitler “È della stoffa di cui sono fatte le leggende”
Lo studente americano in vacanza non aveva capito quale minaccia fosse il Führer
Un libro sul giovane Kennedy nell’Europa degli Anni 30
di Alessandro Alviani


Il 3 agosto 1937 John Fitzgerald Kennedy, allora ventenne, si ferma a Milano durante un viaggio in Europa. Con sé ha un libro del giornalista John Gunther. «Ho finito di leggere Gunther e giungo alla conclusione che il fascismo è la cosa giusta per la Germania e l’Italia, il comunismo per la Russia e la democrazia per l’America e l’Inghilterra annota -. Ho trovato il libro di Gunther molto interessante, ma sembra che lui propenda per il socialismo e il comunismo e rifiuti con decisione il fascismo. Quali sono i mali del fascismo al confronto del comunismo? ». Neanche tre settimane dopo, il 21 agosto, sulla strada tra Francoforte e Colonia, Kennedy scrive: «Le città sono tutte incantevoli, il che mostra che le razze nordiche sembrano essere di sicuro superiori a quelle latine. I tedeschi sono davvero troppo bravi – per questo ci si mette insieme contro di loro, per proteggersi».
Queste due frasi compaiono in «John F. Kennedy. Tra i tedeschi», un libro curato da Oliver Lubrich, professore di Letteratura tedesca moderna all’Università di Berna, che uscirà la prossima settimana in Germania e di cui la Faz pubblicava ieri delle anticipazioni. Si tratta di una raccolta di lettere e diari scritti dal futuro presidente Usa durante tre viaggi in Europa (nell’estate 1937, nell’agosto 1939 e tra luglio e agosto 1945). Materiale in parte già noto agli storici anglosassoni e ai biografi di Kennedy, spiega Lubrich, che ora viene pubblicato per la prima volta con riferimento specifico al rapporto di JFK con la Germania.
Accanto ad annotazioni banali, riferimenti alle donne incontrate e commenti sui posti visitati, il libro contiene frasi spiazzanti, come quella che Kennedy appuntò il primo agosto 1945, dopo aver visitato il paesino bavarese di Berchtesgaden («dopo cena vennero offerti sigari ritrovati nell’auto blindata di Göring») e il «nido dell’aquila», la residenza di montagna di Hitler. «Chi ha visitato questi luoghi - scrive - può immaginare come Hitler emergerà dall’odio che ora lo circonda come una delle personalità più importanti mai vissute. La sua sconfinata ambizione per il suo Paese lo ha reso una minaccia per la pace nel mondo, ma aveva qualcosa di misterioso, nel suo modo di vivere e di morire, che sopravviverà a lui e crescerà ancora. Era della stoffa di cui son fatte le leggende».
Una frase, quest’ultima, «sconcertante», dice alla Faz Lubrich, che precisa: «Non credo che Kennedy ammirasse Hitler e soprattutto la sua politica, semmai qui è in gioco quella che Susan Sontag ha descritto come l’inquietante fascino del fascismo: Kennedy prova a capire questo fascino che evidentemente Hitler emanava ancora». Al tempo stesso, aggiunge Lubrich, appare discutibile che nei suoi diari Kennedy non si sia occupato quasi per niente dell’Olocausto, mentre si è soffermato sulle tecnologie militari tedesche.

I precedenti
GHANDI
“Caro amico” scrisse due volte a Hitler E negò i diritti degli ebrei a una patria
FREUD
Ebbe stima reciproca con Mussolini che intercedette per lui con Hilter
da Repubblica

Corriere 17.5.13
Sacro, trascendente, metafisico. Il confronto tra atei e credenti
di Ida Bozzi


Nell'anno della rinuncia di Joseph Ratzinger e dell'elezione di papa Francesco, sono stati numerosi ieri, nel primo giorno del Salone, gli incontri dedicati al tema del sacro, della fede e della religione in letteratura, con confronti tra posizioni anche molto diverse.
Un'occasione è stata il conferimento del Premio Bonura per la critica militante 2013: il riconoscimento è andato al novantatreenne padre Ferdinando Castelli, autore di saggi come Volti di Gesù nella letteratura moderna e La letteratura moderna come ricerca dell'Assoluto, docente e per 42 anni redattore di «Civiltà Cattolica».
«Concepisco la letteratura — ha affermato Castelli — in chiave teologica. Certo, è anche forma, ma l'elemento formale non è tutto: si tratta soprattutto della scoperta dell'abisso». Ne è seguito il dibattito con gli ospiti, moderati da Alessandro Zaccuri: per la scrittrice Michela Murgia «vi è qualcosa di sacro nella parola, e anche quando lo scrittore non ne è consapevole sta compiendo una liturgia del mistero», mentre secondo l'autrice Helena Janeczek «meglio parlare di trascendenza e non di sacro: è al di là del piano della visione del mondo, al di là dell'orizzontalità del racconto, che la scrittura entra necessariamente a contatto con un oltre». Mario Baudino, invece, ha ribadito il problema «terminologico» aperto tra sacro, trascendente e metafisico. Un confronto tra monsignor Rino Fisichella e la scrittrice Maria Pia Veladiano, intitolato «A che cosa serve la fede?», ha approfondito poi la questione della crisi della religiosità nell'Anno della fede: con un'analisi di Fisichella su che cosa consente di essere riconosciuti come cristiani, e la libertà di scrittrice affermata dalla Veladiano, di «non dover chiudere il cerchio della fede, ma lasciarlo aperto, potendo parlare di contraddizioni e difficoltà». Inoltre, nella giornata si sono succeduti gli incontri di don Gino Rigoldi sul tema della droga, l'appuntamento «Il mio libro della fede» con Gianluca Garrega, Rosario Carelli e i gruppi di giovani lettori, e un appuntamento dedicato a «Don Patagonia», sulla vita del missionario-esploratore Alberto Maria De Agostini.
Critica, invece, la posizione dello scrittore di origine cilena Luis Sepúlveda: a margine dell'incontro di presentazione del suo nuovo libro Ingredienti per una vita di formidabili passioni (Guanda), condotto da Ranieri Polese, lo scrittore (già protagonista di un caso, pochi mesi fa, per il rifiuto di partecipare al Salone nella rappresentanza ufficiale del Cile, Paese ospite di quest'anno), ha commentato dubbioso l'elezione del Papa latinoamericano. Dopo una vita spesa nella difesa degli indigeni e dell'ambiente in America Latina, Sepúlveda ha commentato: «Il nuovo Papa sarà dalla parte dei più poveri? Io spero, ma vedremo. Ma mi domando, qual è l'importanza di una Chiesa che storicamente in America Latina è sempre stata contro gli oppressi e i più poveri? Solo un cardinale cileno lottò con la gente torturata, sofferente, perseguitata, un vero cristiano: fu Raul Silva, tra il 1973 e il 1978. Io spero, ma non ho fiducia nel Vaticano».

l’Unità 17.5.13
Olympia e le sue sorelle
Il dipinto di Manet accanto alla Venere di Tiziano
di Renato Barilli


Manet. Ritorno a Venezia
A cura di S. Guégan, su idea di G. Belli e G. Cogeval
Venezia, Palazzo Ducale
Fino al 18 agosto Catalogo Skira

GABRIELLA BELLI INIZIA LA SUA DIREZIONE DEI MUSEI CIVICI DI VENEZIA NEL MODO PIÙ CLAMOROSO, RIUSCENDO A FAR GIUNGERE IN PALAZZO DUCALE una selezione favolosa di opere di Edouard Manet (1832-1853), tra cui il numero 2 ufficiale della produzione dell’artista francese, l’Olympia, del 1863, con l’appoggio di Guy Cogeval, direttore del Musée d’Orsay in cui il dipinto è custodito assieme all’ancor più fondamentale Déjeuner sur l’herbe. Non solo, ma l’exploit è raddoppiato dal fatto di accostare al capolavoro manetiano la Venere di Urbino, del divino Tiziano, a sua volta in libera uscita dagli Uffizi. Senza dubbio Manet appena ventenne, in un primo soggiorno italiano a Firenze, vide quel dipinto. Ma proprio il trovarli ora affiancati sulla stessa parete conferma quanto peraltro non è sfuggito alla critica, si tratta di concezioni addirittura opposte, sul piano dei contenuti. La Venere tizianesca è una cortigiana di lusso, attenta al decoro, pronta ad accogliere qualche nobile cliente, mentre l’Olympia del lontano seguace è quasi una donna di strada, compiaciuta di un atteggiamento sguaiato, provocatorio, evidente nel modo in cui ci osserva, sbandierando con orgoglio il proprio squallore. E le regge il bordone la serva di colore, altro schiaffo alle convenzioni e buone maniere.
Ma accanto allo scandalo in termini sociologici ben più violento, e forse non ancora indagato a fondo, è quello di ordine stilistico. Infatti Manet fin da giovane infligge una ferita mortale alla concezione di un’arte mimetica, morbida, tuffata nella carezza atmosferica, un complesso di caratteri di cui Tiziano è stato supremo cultore. Le cose si complicano, perché da Tiziano quell’accurato mimetismo giunge fino a Monet, venuto circa dieci anni dopo Manet (grandioso bisticcio di lettere!) e fondatore ufficiale dell’Impressionismo, che con lui, a gara con la fotografia, rimette in auge, per l’ultima volta, la gabbia prospettica, lo sfumato, il dileguarsi della visione in profondità. Ma allora bisogna ripetere che gli Impressionismi sono stati due, quello se si vuole più radicale di Monet, e uno precedente, non solo di Manet, ma del suo coetaneo Degas, che cominciano a negare la piramide prospettica schiacciando le immagini sul primo piano. Ciò avviene, come si stenta ancora ad ammettere, perché c’è già nell’aria l’intuizione che i tempi nuovi saranno sorretti dalla velocità impressionante della luce, delle onde elettromagnetiche, che appunto annullano le distanze, obbligando gli artisti a installare le forme in primo piano.
Naturalmente cose del genere non si potevano chiedere a Tiziano, e neppure a quell’ultimo suo cultore che sarà Monet, ma presentimenti in questo senso li avevano già avuti i pittori di fine ‘700, tra cui Goya. Ecco quindi il vero ispiratore di Manet, nel suo rapporto con il museo (un tipo di rapporto che Monet eviterà del tutto). A livello stilistico, l’Olympia è erede della goyesca Maja desnuda, che stacca gli ormeggi dalla gabbia prospettica e ballonzola in primo piano. O se proprio vogliamo frugare più nel passato, bisogna andare ai nostri «primitivi» del ‘400, cioè a chi si è piazzato «prima di Raffaello». E proprio questi nostri grandi del ‘400 hanno ispirato le prime mosse dei Macchiaioli, Fattori, Lega, Cabianca, anche loro intenti ad allargare, a fare piatto, quasi anticipando l’á plat di Gauguin, cioè in sostanza scavalcando l’Impressionismo di Monet e compagni. Il che pone un quesito: se l’Impressionismo viene calibrato su Monet, bisogna escluderne proprio la coppia Manet-Degas, sia perché non respingono il riferimento all’antico, sia soprattutto perché ne traggono una lezione di arte abbarbicata sui primi piani e condotta a larghe stesure, con ampie superfici di biacca, subito contrastate da orli neri. Se invece i confini di quel movimento vengono ampliati, ponendovi al centro la coppia Manet-Degas, allora ci sta dentro anche la triade dei nostri Macchiaioli più attempati, che infatti in questo momento, in mostra all’Orangerie, vengono presentati come Impressionisti, seppure accompagnati da un cauto punto interrogativo.
Si vuole una riprova di questa pulsione manetiana a fare piatto? Si veda come, in un ritorno a Venezia, egli tratta le bricole, gli attracchi delle gondole, panciuti cilindri percorsi da chiassose fasce blu. L’artista sfrutta questo motivo come un boa potrebbe afferrare una preda e trasformarla in fettuccine da trangugiare.

Repubblica 17.5.13
Homo symbolicus
Ecco il momento esatto in cui siamo diventati umani
La diversità rispetto agli altri viventi non è frutto dell’evoluzione, ma di un “evento” improvviso
di Ian Tattersall


Noi esseri umani siamo parte a tutti gli effetti del Grande Albero della Vita che abbraccia l’insieme delle cose oggi viventi sulla Terra. E siamo saldamente collocati fra i primati, all’interno dell’ordine dei mammiferi. Ma è innegabile che in noi c’è anche qualcosa di fondamentalmente diverso da ogni altra creatura vivente. A prima vista, naturalmente, la cosa che più salta all’occhio sono le nostre peculiarità fisiche, in gran parte collegate al nostro strano modo di muoverci e riconducibili alla postura eretta e alla bipedalità, l’adattamento dei primi ominidi da cui è disceso tutto il resto.
Ma la cosa che veramente ci distingue e ci fa sentire così diversi da tutti gli altri esseri viventi è il modo di elaborare le informazioni nel nostro cervello. Quello che solo noi esseri umani facciamo è disassemblare mentalmente il mondo che ci circonda in un vocabolario sterminato di simboli mentali. Questa capacità unica si palesa in ogni aspetto delle nostre vite. Gli esemplari di altre specie reagiscono, più o meno direttamente e in modo più o meno sofisticato, agli stimoli dell’ambiente esterno. Ma la nostra capacità simbolica ci mette nelle condizioni di immaginare alternative e di porci domande come «Che succede se…? ». E il risultato è che non ci limitiamo a fare semplicemente le stesse cose che fanno le altre creature, solo un po’ meglio: noi gestiamo le informazioni in modo completamente diverso.
Una delle evidenze materiali delle prime opere di menti simboliche è l’ormai famoso motivo geometrico inciso settantacinquemila anni fa su una placca di ocra levigata nella grotta di Blombos, sulla costa meridionale dell’Africa: insieme a molti altri ritrovamenti è l’indizio che centomila anni fa, nel continente nero, tirava aria di cambiamenti comportamentali di vasta portata. Quarantamila anni fa circa, questa rivoluzione comportamentale ancora embrionale trovò la sua piena realizzazione nelle straordinarie pitture rupestri della regione franco-cantabrica. Società simili produssero le prime evidenze dell’avvento della musica, sotto forma di flauti ricavati da ossa di uccello.
Per comprendere le caratteristiche di questo nuovo fenomeno è importante ricordarsi che l’Homo sapiens con capacità cognitive moderne non è semplicemente un’estrapolazione di tendenze precedenti. I ritrovamenti archeologici mostrano piuttosto chiaramente che noi non facciamo le stesse cose che facevano i nostri predecessori, solo un po’ meglio: ricreando mentalmente il mondo noi di fatto facciamo, nella nostra testa, qualcosa di completamente nuovo e diverso. E dal momento che questa innovazione radicale rappresenta una rottura totale con il passato, non siamo in grado di spiegarla ricorrendo alla classica selezione naturale, che non è un processo creativo.
Che cosa successe, allora? La produzione di cognizione simbolica è iniziata in una fase molto recente nella storia del cervello umano. Il nuovo modo di pensare sembra essere nato molto dopo la nascita dell’Homo sapiens come entità anatomicamente distinta, e dunque dopo l’acquisizione del cervello anatomicamente moderno. Non c’è niente di sorprendente in questo, perché le innovazioni comportamentali, e presumibilmente cognitive, di regola sono avvenute durante il periodo di prevalenza delle specie di ominidi esistenti, e non all’inizio.
Tutto questo rende ragionevole giungere alla conclusione che l’innovazione neurale decisiva è stata acquisita come sottoprodotto della grande riorganizzazione evolutiva che ha dato origine all’Homo sapiens come entità fisicamente distinta, circa duecentomila anni fa. In altre parole, questa innovazione è emersa non come adattamento, ma come exattamento, cioè un adattamento nato per assolvere a una certa funzione e che poi finisce per assolvere anche o soprattutto un’altra funzione indipendente da quella originaria. Queste nuove potenzialità, che hanno fornito il sostrato biologico per la cognizione simbolica, sono rimaste «in sonno» fino a quando, sotto l’impulso probabilmente di uno stimolo culturale, non si sono concretizzate. La mia idea è che questo stimolo è stato l’invenzione del linguaggio, cioè l’attività simbolica per eccellenza. Per noi, linguaggio è praticamente sinonimo di pensiero. Come il pensiero, il linguaggio implica la formazione e la manipolazione di simboli nella mente. E in assenza del linguaggio la nostra capacità di ragionare per simboli è quasi inconcepibile.
Immaginazione e creatività sono parte dello stesso processo, perché solo dopo aver creato simboli mentali siamo in grado di combinarli in modo nuovo e di chiedere: «Che cosa succede se…?».
C’è di più: se il linguaggio è venuto dopo le trasformazioni anatomiche dell’Homo sapiens, allora i primi individui linguistici possedevano già, chiaramente, l’apparato vocale necessario per esprimere il linguaggio, apparato che avevano acquisito inizialmente, una volta di più, in un contesto a tutti gli effetti di exattamento.
L’exattamento, tra l’altro, è un evento assolutamente ordinario in termini evolutivi, se si pensa che gli antenati degli uccelli hanno avuto le piume per milioni di anni prima di scoprire che potevano usarle per volare.
Non ci sono dubbi che quello che ci differenzia più di ogni altra cosa dai Neanderthal e da tutti gli altri nostri parenti estinti è il pensiero simbolico: è il pensiero simbolico che spiega perché oggi noi siamo qui e loro no.
La capacità cognitiva specifica della nostra specie, dunque, è un’acquisizione straordinariamente recente, ed è il prodotto immediato di un evento di breve durata e probabilmente casuale, che ha capitalizzato i frutti di centinaia di milioni di anni di evoluzione vertebrata.
Tutto questo a sua volta sembra indicare che noi esseri umani non siamo le creature che siamo grazie a una selezione naturale protrattasi per ere intere.
E naturalmente può aiutarci a capire perché i nostri processi decisionali sono così contorti, perché i comportamenti umani sono così spesso irrazionali e autodistruttivi
e perché la nostra psiche è notoriamente così impenetrabile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Repubblica 17.5.13
Torino, Cina.  l’ondata noir degli autori d’Oriente
Così il thriller denuncia le verità nascoste
Editori di Pechino, giapponesi e coreani fanno incetta di diritti al Lingotto. Arte e infanzia. Saviano e Calvino
di Massimo Novelli


TORINO Parafrasando il titolo di un vecchio film di Marco Bellocchio si può dire che, grazie al Salone del libro e all’Ice-Agenzia per la promozione all’estero e per la internazionalizzazione delle nostre imprese, da ieri la Cina è più vicina all’Italia e all’editoria italiana. Con la Cina, poi, si avvicinano il Giappone e la Corea del Sud, offrendo l’opportunità di accedere a un mercato dalle dimensioni estremamente consistenti, che può estendersi a Taiwan, a Hong Kong, a Singapore, a Macao, alla Malesia. Per la nostra letteratura per ragazzi, del resto, il continente asiatico costituisce già il secondo bacino di vendite dopo l’Europa. E le esportazioni di titoli italiani verso l’Asia hanno fatto registrare un incremento, nell’ultimo decennio, del 230 per cento. È ancora poco, tuttavia è già qualcosa.
È l’Asia, dunque, la vera novità di questa edizione di Librolandia. Per la prima volta i rappresentanti, anzi le rappresentanti, visto che sono tutte donne, di undici case editrici cinesi, giapponesi e coreane, tra le maggiori di quelle nazioni, partecipano alla kermesse del Lingotto. Lo fanno animando gli incontri dell’International Book Forum, il settore dove si scambiano i diritti editoriali, televisivi e cinematografici, e incontrando i manager di editori come Bollati Boringhieri, Einaudi, Giunti, Jaca Book, Rizzoli. Puntano a comprare i diritti di libri illustrati e d’arte, di cucina e di archeologia, di viaggio e di design, senza dimenticare la letteratura di ieri e di oggi: da Boccaccio a Dante, intanto, e proseguendo con Italo Calvino e Tiziano Scarpa, Nicolò Ammaniti e Antonio Tabucchi, Alessandro Baricco e Roberto Saviano.
Sotto le volte dell’ex fabbrica della Fiat si muovono le delegazioni delle cinesi People’s Literature Publishing House, The Oriental Press e ThinKingdom, così come quelle delle giapponesi Iwanami Shoten, Japan Uni Agency, Kawade Shobo Shinsha, Nishimura e Sogensha, oltre alle coreane Munhakdongne Publishing Group, Rh Korea e Eric Yang Agency. L’industria editoriale della Cina, al primo posto nel mondo per il valore della produzione, domina ovviamente la scena con i suoi numeri imponenti: un fatturato (nel 2011) di 185 miliardi di euro; un’editoria per ragazzi che conta oltre 400 milioni di lettori. Censura e difficoltà di traduzione non fermano i manager del libro di Pechino, che sembrano amare non soltanto i libri illustrati oppure di storia, ma anche la narrativa contemporanea. La ThinKingdom, la più grande azienda privata cinese di questo comparto, ha acquistato i diritti di tre libri di Baricco: Castelli di rabbia, Seta e Novecento.
In passato il mercato della Cina ha accolto tanto i classici, quanto le opere di autori contemporanei: da Umberto Eco a Susanna Tamaro, da Tiziano Scarpa a Roberto Saviano. Nella letteratura per l’infanzia sono stati tradotti libri di Gianni Rodari, di Bianca Pitzorno, di Roberto Piumini. La giapponese Kawade, fondata nel 1886, ha pubblicato, tra gli altri, Stabat Mater di Scarpa, Perché leggere i classici di Calvino e Il tempo invecchia in fretta di Tabucchi. In questi giorni sta acquisendo i diritti, dopo Gomorra, di Zero Zero Zero di Saviano.
Quello asiatico è un mercato che può rappresentare una notevole occasione di sviluppo per la nostra editoria; una boccata d’ossigeno in questi tempi difficili. La scelta delle case editrici di Cina, Giappone e Corea del Sud di prendere parte al Salone del Libro, dopo l’anteprima nel 2012 alla Fiera di Roma della piccola e media editoria, è più che una scommessa. Si pone come una promessa. Come è successo nel 2011 alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, quando la premiazione di un libro coreano, The Home of the Heart, ha dato impulso alla traduzione di libri italiani per bambini a Seul. Sono stati 78, un numero che ha significato un aumento del 56 per cento rispetto all’anno precedente.

A Torino:
Oggi alle 15 in Sala azzurra Luciano Canfora e Gustavo Zagrebelky dialogano sulla natura del potere. Javier Cercas incontra i lettori alle 18,30 in Sala gialla. Domani appuntamento speciale dei Dialoghi dell’Espresso, moderati da Bruno Manfellotto, con Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Bill Emmott e Roberto Saviano Dalle 15,30 al Centro congressi del Lingotto Diretta streaming sul sito dell’Espresso
Nel numero in edicola domani un’intervista a Naomi Wolf su sesso e rivoluzione femminile