Il Fatto 8.6.19
Emanuele Severino
“Come fu che Martin Heidegger studiò la mia tesi di laurea”
Nella foto, Heidegger con il nipote – il reverendo Heinrich Heidegger – in una foto di famiglia. A destra, Martin e sua moglie Elfriede. Le due immagini sono tratte dal volume “Martin Heidegger – Fritz Heidegger. Carteggio 1930-1949”, a cura di Francesco Alfieri e Friedrich Wilhelm von Herrmann (Morcelliana, 2018) – LaPresse e Friedrich Wilhelm von Herrmann (Morcelliana, 2018) – LaPresse
di Silvia Truzzi
Nei Pensieri Leopardi – che in questa casa è così di casa da avere una stanza a lui solo dedicata – spiega: “Quasi tutti i grandi uomini sono modesti, perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno dinnanzi allo spirito”. L’infinito compie 200 anni, splendidamente portati; il nostro ospite, che tanto si è occupato di eterno, non è da meno, avendo da poco oltrepassato il ragguardevole traguardo dei 90 anni. Per festeggiare Emanuele Severino alcuni dei suoi allievi, tra cui Ines Testoni e Giulio Goggi, hanno organizzato un convegno a Brescia (dal 13 al 15 giugno) sui rapporti tra il filosofo bresciano e Martin Heidegger. Il padre di Essere e tempo ha riflettuto sul pensiero di Severino dalla fine degli anni Cinquanta: una prima nota reca la data 1958, altre risalgono alla fine degli anni Sessanta. Ma tutto comincia nel 1948 quando il giovanissimo Emanuele mette mano alla sua tesi di laurea. Titolo: Heidegger e la metafisica. Lavoro che viene subito pubblicato e che il “il pastore dell’essere” leggerà anni dopo: ed è qui che ci mette lo zampino la leopardiana modestia di cui sopra.
Professore, perché non ha mandato a Heidegger la sua tesi?
Ero un ragazzo, per carattere non sono uno che si promuove. Erano anche altri tempi, non usava.
A quei tempi il filosofo tedesco era poco conosciuto in Italia.
Non conosciuto come meritava. A 19 anni ho dovuto fare i conti con Sein und Zeit. Il tedesco lo conoscevo perché al liceo andavo a lezione di tedesco da un gesuita: Padre Auer. E Padre Auer conosceva Hitler. Ricordo che mi raccontava i contorcimenti di Hitler quando le cose non andavano come voleva lui.
Come ha fatto a prendere la libera docenza a 21 anni?
Mi sono laureato giovane, avevo saltato la prima liceo. Dopo la guerra c’era voglia di fare tutto subito. Nell’inverno del 1950 Esterina, che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie, vide sul Corriere una noticina in cui si diceva che quell’anno poteva partecipare al concorso di libera docenza anche chi era laureato da meno di cinque anni. Io avevo pubblicato il libro su Heidegger e durante l’università anche Note sul Problematicismo italiano. E quel peccato di gioventù che era La coscienza. Pensieri per un’Antifilosofia…
Stiamo sempre parlando di un ragazzo di diciannove anni…
No, lì ne avevo tre di meno, ne avevo sedici e mezzo.
Quando ha deciso di studiare filosofia?
Mio fratello, morto alpino nell’ultima guerra, era normalista a Pisa e aveva come docenti Gentile, Carlini Russo e Calogero. A casa parlava dei suoi studi, io lo adoravo. Quindi direi che il mio primo contatto con la filosofia è stato con quanto mio fratello diceva di Gentile e che mi sembrava estremamente intelligente, anche se capivo poco.
Era un bimbo!
Sì, sì, ero un bimbo. Intuivo che poi, quando sarei andato al liceo, avrei capito di più. Ma quando dovetti decidere cosa fare ero indeciso tra fisica, matematica e filosofia.
Si sa com’è andata… Torniamo a Heidegger: come sappiamo che legge la sua tesi nel ‘58?
In occasione del convegno di Brescia mi ha scritto Friedrich-Wilhelm von Herrmann, illustre cattedratico dell’Università di Friburgo, e di cui è assistente il professor Francesco Alfieri dell’Università lateranense, che possiede le chiavi dell’archivio e di queste note inedite di Heidegger che saranno pubblicate. In questa lettera spiega – le leggo – che il mio nome era “costantemente presente nella mente di Martin Heidegger”, quando negli anni Sessanta lui era l’assistente di Eugen Fink prima e dello stesso Heidegger poi. “Durante i suoi incontri con il fratello Fritz, Heidegger parlava spesso di Emanuele Severino e anche il figlio di Fritz, il reverendo Heinrich Heidegger, ricorda molto precisamente quelle menzioni, perché partecipava spesso agli incontri tra i due fratelli”.
Nella lettera von Herrmann le scrive: “La sua lettura autonoma di Heidegger e la fluidità del percorso delle sue ricerche fanno di lei un maestro”.
Molto lusinghiero.
Decisamente: al convegno le consegneranno perfino la traduzione di una sua opera in cinese. Ma andiamo avanti: anche il nipote di Heidegger le ha scritto una lettera molto affettuosa in cui racconta di come zio Martin parlava di lei, di quanto era impressionato dal modo in cui lei interpretava i suoi testi.
Dice che anche il padre Fritz, che aiutava il fratello trascrivendo a macchina i suoi manoscritti, ripeteva spesso il mio nome.
“Spero – aggiunge il reverendo Heidegger – che Lei un giorno verrà a trovarmi qui a Meßkirch”. Ci andrà?
No: io ho appena compiuto 90 anni, e lui ha la mia stessa età. Gli ho risposto così: “Caro reverendo, grazie per l’invito ma credo che sarà difficile, comunque ci incontreremo… in quella che io chiamo Gioia”. Gioia è quello che si apre con la morte, morire vuol dire entrare nella Gioia.
Si è fatto un’idea del perché Heidegger è stato colpito dalla Sua interpretazione?
Ho studiato a Pavia, con un grande maestro, Gustavo Bontadini. Il quale aveva interpretato Gentile non come chiusura alla metafisica classica, ma come un pensatore che indipendentemente dalle sue convinzioni apriva la porta a tale metafisica. Ho creduto in quel periodo che lo si dovesse dire in modo ancora più adeguato di Heidegger; cioè che anche Heidegger non fosse da intendere come un filosofo che, alla Nietzsche, afferma la morte di Dio, ma come un filosofo che – lo dice esplicitamente, ad esempio, in Essere e Tempo – intende indagare la base a partire dalla quale si può costruire una metafisica.
Torniamo a Gentile, un filosofo che l’ha influenzata moltissimo: quanto lo ha danneggiato l’adesione al fascismo?
Immensamente, è stata un pretesto per non studiarlo. Intanto diciamo che era il fascismo a essere gentiliano: quando pensava, il fascismo, pensava attraverso Gentile. Faceva, anche, e purtroppo faceva male. Ma quando si metteva sul piano culturale, l’orizzonte era Gentile. È Gentile che ha scritto la voce “Fascismo” sulla Treccani. Gentile è pressoché ignoto nel mondo anglosassone: c’è un motivo. Abbiamo perduto una guerra in un modo indecente. Abbiamo avuto il Partito Comunista più forte dell’Occidente, infastidendo notevolmente il mondo capitalistico. Tutti questi sono fattori che ci hanno resi antipatici al resto del mondo.
Anche su Heidegger ha pesato la macchia dell’antisemitismo e del nazionalsocialismo.
Il fascismo è stato un pretesto per non studiare all’estero l’italiano Gentile, ma non ha impedito l’affermazione internazionale del tedesco Heidegger. Era un tedesco e i tedeschi contano di più all’estero degli italiani.
La “moda” politicamente corretta per cui non bisogna studiare un filosofo perché fascista, o non leggere Céline per le stesse ragioni, che fondamento ha?
Mi sembra una sciocchezza. Quando Heidegger scrive quelle frasi antisemite, le scrive nel contesto di una critica all’intero atteggiamento metafisico quale si è andato di fatto realizzando, e che invece egli vuole ripensare. Le critiche che rivolge agli ebrei son le stesse che rivolge al cristianesimo, ad Aristotele, alla tecnica moderna, alla dimenticanza dell’“Essere”. E quindi non è che sia caratterizzato dal suo antisemitismo. Così come nel mio discorso filosofico non è che l’avversario sia il cristianesimo: il cristianesimo appartiene a una dimensione in cui i vari protagonisti hanno in comune qualche cosa di essenziale, cioè la fede nel diventare altro delle cose, la fede nella storicità delle cose del mondo.
Secondo lei perché questi tabù si ripresentano periodicamente come stigma? Volersi rifare una verginità storica, facendo finta per esempio che tutta la colpa sia stata del duce e del re, è un modo per non fare i conti con il passato e per legittimare il “fascismo eterno” di Eco. Ma non ogni forma di intolleranza è fascismo.
Certo. Ma non parlerei di periodicità. Il nostro è un tempo interessante anche perché è un unicum. Stiamo abbandonando la tradizione. Ma la tecnica destinata al dominio non si è ancora fatta innanzi. In questa fase intermedia anche il livello di intelligenza della gente ne risente. Nel Settecento i servi origliavano alla porta delle sale dei padroni dove si eseguivano Mozart e Haydn. Stavano lì a sentire. Se adesso pensiamo che il corrispettivo di Mozart e di Haydn è la musica pop e che la gente va in estasi per la musica pop, ecco, è accaduto qualcosa di profondo. Certo, le condizioni di vita del servo del Settecento erano pessime, ma allora anche i re, se avevano mal di denti, non se la passavano bene. Però l’abbandono della tradizione, di quella tradizione che può dire alla tecnica “guarda che tu non puoi fare tutto quello che sei capace di fare”, provoca uno stato di decadenza e di smarrimento che giustifica anche i fenomeni di cui parlava lei. La superficialità del nostro tempo ha ragioni profonde.
Resta il fatto che una parte di opinione pubblica ritiene che si prospetti un regime parafascista. Ma un fenomeno storico può essere utilizzato come contenitore di tutte le malvagità? Qualunque, anche eventuale, restrizione di libertà si può dire fascismo?
Ha detto una cosa molto interessante. Vorrei osservare che il mondo diventa sempre più pericoloso per i popoli ricchi perché i poveri vogliono vivere, vogliono mangiare e quindi tendono ad andare dove ci sono risorse e benessere. Questo è in qualche modo inevitabile dal punto di vista dei popoli poveri, ma è altrettanto inevitabile che i popoli ricchi si sentano minacciati nei loro privilegi e che mettano sbarramenti, e quindi limitazioni alle libertà che, per esempio, renderebbero più agevole un fenomeno come l’immigrazione. È inevitabile che si vada verso una restrizione della libertà. È però inevitabile che non si vada verso una restrizione di tipo politico ma verso una restrizione di tipo tecnico-razionale della libertà; e altro è un dittatore politico, altro è una dittatura della ragione scientifica, la quale pensa soprattutto all’incremento della potenza come tale, e non al potenziamento di una casta o di un’ideologia .
La domanda riguardava i fenomeni storici: si ripresentano, sono reiterabili, semplicemente perché se ne ravvisano alcune tracce? Lei vede similitudini con la Germania di Weimar o l’Italia pre-mussoliniana?
Anch’io parlavo di un grande fenomeno storico, che è il contenitore di quelli più particolari e per il quale è fuori luogo parlare di analogie con la Germania di Weimar o con l’Italia pre-mussoliniana. Ho scritto da qualche parte che la politica vincente è quella che si rende conto della fine della politica. Ora una delle forme più invasive della politica, in cui la politica è strapotente rispetto a una politica di tipo democratico, è proprio la politica delle dittature, come quella fascista o nazionalsocialista. Se e poiché si sta andando verso il tempo della dominazione della tecnica, allora un atteggiamento politico che non veda questa destinazione della tecnica al dominio e invece rafforzi il carattere politico del proprio agire è destinato al fallimento. Sarebbe come se ci si trovasse su un treno che va a Roma e sul treno ci fossero dei passeggeri che credono di stare andando a Berlino. Credo di essere uno dei pochi, oggi, che considera criticamente la politica, perché in genere prevale un’ansia di rivendicare il carattere autenticamente politico rispetto alle sue degenerazioni totalitarie. Laddove no, è la politica in quanto tale a esser destinata al tramonto.
Lei ha detto al premier Conte, che è venuto qui a trovarla, “io ritengo che il suo governo sia di fatto un governo tecnico”. Lui non era molto d’accordo, in effetti.
Ma dopo il suo messaggio alla stampa del 4 giugno si è abbondantemente parlato del carattere tecnico della sua presidenza! Quando ci incontrammo qui a casa mia, egli per “governo tecnico” intendeva un governo come quelli che ci sono stati in Europa e in Italia (cioè governi pur sempre inscritti nel sistema capitalistico), mentre io intendevo che quei governi erano e sono un vago presagio della gestione tecno-scientifica della società. In altri termini, quando parlo di destinazione della tecnica al dominio non mi riferisco alla necessità che in futuro vi siano governi alla Monti. La tecnica del futuro destinata a prevalere è una tecnica che sente la voce della filosofia del nostro tempo, la quale dice: non esistono assoluti, dimensioni eterne, quindi non esistono limiti all’azione, e pertanto tu, tecnica, puoi andare avanti senza inchinarti alla saggezza tradizionale, che invece mette in guardia ammonendo che non tutto quello che si può fare è lecito fare. Oggi, invece, la tecnica domina ancora soltanto di fatto, non di diritto: la sua potenza è soltanto una pre-potenza.
La scienza triste, l’economia, ha un’importanza enorme nelle nostre vite e nel dibattito pubblico. Le nozioni economiche sono un nuovo vangelo e spesso sono utilizzate come una clava sul cittadino che non ha strumenti. Forse è già successo che la tecnica domina.
Oggi non è la tecnica a dominare, ma, come dicevo, è l’economia capitalistica che si serve della tecnica. La tecnica destinata al dominio è invece quella che, avendo come scopo l’aumento indefinito della potenza, si serve dell’economia, e può servirsi anche dell’economia capitalistica. In Cina si sono incamminati in questa direzione. Ma attenzione: nemmeno l’autentica dominazione della tecnica ha l’ultima parola.
Repubblica 8.6.19
Intervista al regista
«Le sfide mi danno energia
Anche se i critici possono trovare elementi ricorrenti in ogni lavoro ho cercato di cambiare»
Bellocchio “Il film più bello è la nostra Storia”
di Arianna Finos
Bellocchio batte Godzilla. Il traditore supera i tre milioni d’incassi, scavalca il kolossal sul mostro atomico giapponese e diventa il quinto miglior risultato italiano di quest’ anno. Il regista piacentino continua infaticabile ad accompagnare per l’Italia il suo film su Tommaso Buscetta, candidato a 11 Nastri d’argento, che a Palermo e in molti luoghi della Sicilia continua a registrare il tutto esaurito.
Oggi il cineasta sarà a Bologna, a Repubblica delle idee, sul palco con Liana Milella, ospite dell’appuntamento “La mafia in tasca”, alle 19.30 alla Cappella Farnese.
S’aspettava un pubblico così vasto per “Il traditore”?
«No, anche perché è qualcosa di cui non sono minimamente competente. Ovviamente me ne rallegro perché è un risultato che svela che c’è un pubblico attratto da questa storia e probabilmente anche dal modo in cui viene raccontata. Poi i film, quando vanno bene, danno soprattutto una maggiore libertà di farne degli altri...».
Sarà il suo film più visto?
«Ho avuto una lunga carriera, ricordo un periodo in cui c’erano un cinema e un pubblico molto diversi. Guardando agli ultimi decenni questo risultato somiglia un po’ a quello di Buongiorno, notte , ma ho l’impressione che questo film lo supererà. A regalare un valore aggiunto credo sia l’aver affrontato una pagina di storia italiana. È successo con Vincere e soprattutto con Buongiorno, notte : pur essendo passato molto tempo dalla tragedia di Aldo Moro, in molti restavano coinvolti emotivamente. Io, e credo anche il pubblico, siamo molto affascinati dalla storia. Non capisco perché addirittura vorrebbero ridimensionarne l’insegnamento nelle scuole: il risultato del film dimostra che c’è grande interesse.
È chiaro però che il mio non è un documentario ma un romanzo».
Nel quale però ci sono i nomi veri dei protagonisti e una serie di riferimenti storici reali.
«Qualcuno, anche tra la stampa straniera, accosta Il traditore a Il padrino . Che è un bellissimo film ma di totale finzione: c’è una storia della mafia ma i personaggi sono immaginari. Noi invece, pur essendoci permessi di inventare, partiamo da fatti e personaggi reali: Buscetta è Buscetta, Riina è Riina».
Sono arrivate reazioni da qualcuna delle persone coinvoltenelle vicende vere?
«Non per ora. Ma non dimentichiamo lo spirito mafioso del silenzio. Per Buongiorno, notte incontrai personaggi che avevano vissuto quelle vicende, sia sul fronte della legge che su quello dei terroristi. Penso che anche stavolta le testimonianze arriveranno».
Si è trovato di fronte alle sue prime scene d’azione, sparatorie, esecuzioni... Si è divertito?
«Le sfide mi danno energia. Anche se i critici possono trovare una serie di temi ricorrenti nel mio cinema, in ogni film io ho cercato di cambiare. Dopo il grande esordio avrei potuto fare I pugni in tasca 2, il 3... no, ho lasciato subito. Fa parte del mio carattere, non ripetermi o appoggiarmi a valori e immagini collaudati. A una certa età in genere uno cerca di realizzare storie che abbiano una loro precisa riconoscibilità, anche per il pubblico. E invece mi sono lanciato in questa avventura rischiosa e i produttori hanno accettato di seguirmi».
Pierfrancesco Favino racconta di averla convinta con il secondo provino. Il primo era andato così male?
«Bisogna essere sinceri: avevo fatto altri provini e volevo avere più tempo per pensare. Ma non mi ha convinto con il secondo provino, che è meno bello del primo. Era stato subito splendido. Il provino è anche un modo per conoscere le persone, gli attori, gli esseri umani. Al primo incontro, nel mio ufficio, Pierfrancesco mi ha detto: “Voglio fare questo personaggio”, io ho ribattuto che era troppo giovane e lui “sono convinto di poter lasciare il segno”. La sua determinazione non era una sbruffonata, in realtà è un grande attore. Ha veramente impegnato se stesso con un’attenzione, uno studio, un lavoro che vanno oltre il puro professionismo. Temevo che diventasse troppo perfetto, invece è andato oltre».
La nuova sfida ora è “Esterno notte”, la serie sul rapimento di Aldo Moro.
«Vedremo. Anche quella è un’avventura nuova, nel bene o nel male. L’idea è un ribaltamento rispetto a Buongiorno, notte : la prigionia vista dall’esterno. Moro ci sarà poco, si vedranno i familiari e figure politiche dell’epoca: Cossiga, Andreotti, Fanfani, Zaccagnini, papa Paolo VI. E ancora i servizi segreti, i brigatisti in libertà e in galera, perfino i mafiosi e gli infiltrati. Dai tentativi di quelli che cercavano di salvarlo o di far finta di salvarlo, fino al tragico grottesco delle sedute spiritiche e dei viaggi all’estero per consultare sensitivi. E poi il grande teatro televisivo di quei cinquantacinque giorni, milioni di italiani incollati allo schermo. Tutti facevano pronostici in pubblico o in cuor loro, si pregava nelle chiese per la salvezza del presidente, si facevano appelli per colui che, come Cristo, doveva morire, perché nulla potesse cambiare in politica e soprattutto nella mente degli italiani».
Corriere 8.6.19
Mappe
Cresce il peso dei cattolici che votano Lega
Alla vigilia delle Europee il 27 per cento si diceva intenzionato a dare il proprio consenso al Capitano, che esibisce simboli religiosi
di Ilvo Diamanti
Negli ultimi mesi, Matteo Salvini, leader della Lega (e del governo), ha esibito in più occasioni atteggiamenti e simboli religiosi. Ha baciato la corona del Rosario, invocato la Madonna. Mentre in alcune foto, sulle mensole di librerie, dietro a lui, si scorge un’icona di Gesù, sotto al santino di Putin e al cappellino di Trump. Accanto alla foto di Baresi e al berretto dei carabinieri. Le passioni del vice(?) premier. Che combinano sacro e profano. In modo apparentemente casuale. Perché, così, sacro e profano si contaminano reciprocamente. E non ci sorprenderebbe se, prossimamente, i personaggi religiosi venissero abbigliati con la maglietta rossonera e il berretto dei carabinieri. Salvini, d’altronde, è attento alla comunicazione. Assistito da uno staff di consulenti di grande competenza.
Così, non sorprende la combinazione di sacro e profano. Perché evoca sentimenti diversi. Espressi da pubblici diversi. In particolare: la domanda di sicurezza. Di rassicurazione. Ma anche di “fede”. In fondo, come abbiamo sostenuto in altre occasioni, la maglia e la bandiera della squadra di football attraggono più di altri soggetti e ambienti. Politici, territoriali…religiosi. Generano “fedeltà”. Cioè: “fede”. Per questo Salvini li ostenta e li propone insieme. In “dis-ordine” apparentemente “casuale”. Ma, a mio avviso, ben “organizzato”. Perché “dialogano” con diversi pubblici. Con diversi settori di mercato elettorale. Altrettante componenti di un popolo “fedele”. Animato dalla “fede”. D’altra parte, il collegamento fra religione e politica, in Italia, ha una storia lunga. Il partito che ha governato in Italia per quarant’anni si chiamava Democrazia “Cristiana”. Appunto. Il suo simbolo era lo Scudo-Crociato. Dunque: la Croce. Un vero partito “nazionale”. Ma radicato e forte, soprattutto, nel Nord Est. E nelle province del Nord. Territorio di piccole città e di piccole imprese. Dove ha (stra)vinto la Lega, alle Europee. Ma anche alle Politiche di un anno fa. La Pedemontania, assai più della Padania, è la vera patria originaria della Lega. Dagli anni Ottanta, il tempo delle Leghe regionaliste, per proseguire, nei decenni successivi, quando si è imposta la Lega Nord. la Lega Padana di Umberto Bossi e, in seguito, di Maroni. Fino alla crisi profonda dell’ultimo decennio, quando Matteo Salvini ha superato l’identità politica marcata dal territorio. Salvini: ha scavalcato il Po. Verso Sud. E oltre le Alpi. Ha incontrato Marine Le Pen. A destra. La sua Lega è “Nazionale”. Non solo perché ha allargato il suo territorio all’Italia. Ma perché, guardando anzitutto alla Francia (poi agli altri partiti sovranisti dell’Europa post-sovietica) ha costruito una vera “Ligue Nationale”. L’ho definita così nel 2014. Per assonanza, non solo lessicale, con il “Front (oggi Rassemblement) National”. Guidato da Marine Le Pen.
Il richiamo alla religione, ai cattolici, dunque, appare un tentativo di radicarsi in un terreno dove le Leghe, che hanno preceduto la Lega di Salvini, sono sorte e cresciute. Sulle tracce della DC. La Lega di Salvini: è ripartita dal “Forza-leghismo” degli anni Novanta. Ma è andata molto oltre. Tuttavia, le radici sono importanti. Perché forniscono una base di valori. Fondata sulla tradizione. Così, nell’iconografia e nel discorso di Salvini sono apparsi la Madonna e Gesù. Al di là di valutazioni politiche e, prima ancora, etiche, già espresse dagli ambienti della Chiesa e del mondo cattolico, in modo talora aspro, questa scelta strategica e comunicativa ha prodotto effetti visibili.
Nel corso dell’ultimo anno, infatti, il peso elettorale della Lega presso l’elettorato “cattolico” è cresciuto notevolmente. Com’è avvenuto fra gli elettori nell’insieme. Ma in misura superiore. (Lo ha rilevato anche Nando Pagnoncelli).
Fra i praticanti assidui – che dichiarano di andare a messa regolarmente tutte le domeniche (o quasi) – alla vigilia delle ultime Europee, il 27% si diceva intenzionato a votare per la Lega di Salvini. Un dato di poco inferiore alla “media” del partito, che a due settimane dalla consultazione si fermava intorno al 32% (nel sondaggio di Demos per Repubblica). E sarebbe salito di due punti al momento del voto. Va, tuttavia, considerato che, poco più di un anno prima, alle Politiche 2018, solo i1 12% dei cattolici affermava di votare per la Lega, contro una media del 17%, tra gli elettori in generale. Il voto dei cattolici praticanti, dunque, nel corso degli ultimi mesi, appare cresciuto nell’elettorato leghista. Mentre, parallelamente, è diminuito tra gli elettori degli altri partiti principali. In particolare, fra quelli hanno ceduto maggiormente consensi verso la Lega: Forza Italia e Movimento 5 stelle. Per contro, il voto al PD alle Europee, tra i cattolici praticanti è sceso di poco rispetto alle Politiche: dal 26 al 24%. In una certa misura, si tratta di un allineamento demografico, visto che la base del PD, come quella dei cattolici praticanti, appare sempre più anziana. Il peso di FI, fra i cattolici, invece, è calato sensibilmente: dal 17 al 12%. Ma il M5s è “caduto”: dal 28 al 17%. (Un partito, peraltro, particolarmente penalizzato dal voto europeo).
Tuttavia, fra gli italiani, leghisti e no, solo il 20% ritiene “importante” l’insegnamento della Chiesa, sul piano etico e personale. La maggioranza (relativa: il 41%) lo valuta “utile”. Ma poi “ciascuno si deve poi regolare secondo coscienza”. Tutti gli altri lo guardano con distacco. La Chiesa, dunque, oggi più di ieri, fornisce un sistema di riferimenti. Un retro- terra. Che i cittadini utilizzano “a modo loro”. Secondo una logica “bricolage”. Coerente con questi tempi di “voto liquido”. Veicolato dai leader, più che dai partiti. L’altro ieri, Berlusconi. Ieri, Renzi. Oggi, Salvini. Domani: chissà.
MATTEO BAZZI/ANSA Il leader
Il vicepremier Matteo Salvini, 46 anni, bacia il rosario durante uno dei suoi recenti comizi tra Europee e ballottaggi
Il Fatto 8.6.19
La linea dura sui migranti nuova strategia di sinistra
Tornata al governo dopo 4 anni, la leader Frederiksen punta sullo stato sociale
di Giampiero Gramaglia
Un giro di vite all’immigrazione e un colpo d’acceleratore al welfare: con questo mix di programmi, i socialdemocratici danesi hanno vinto le elezioni politiche, riconquistando la guida del governo. È la terza volta in nove mesi che gli europei del Nord bocciano il populismo: gli svedesi a settembre 2018, poi i finlandesi ad aprile, ora i danesi. Una tendenza avallata dai risultati delle elezioni europee: nei Paesi Nordici, la marea populista è calante; in Danimarca, hanno perso più della metà dei voti.
La giovane leader socialdemocratica Mette Frederiksen, 41 anni e mezzo, potrebbe però avere difficoltà a formare una coalizione: nel Folketing, il Parlamento, il ‘blocco rosso’ ha 91 seggi su 179 e sarebbe, quindi, maggioritario; il ‘blocco blu’ di centro-destra, coagulato intorno ai liberali del premier uscente Lars Lokke Rasmussen, ha solo 75 seggi.
Ma la Frederiksen intende formare un governo di minoranza che ottenga di volta in volta sostegno dall’uno o dall’altro partito su provvedimenti specifici. L’estrema sinistra le contesta, infatti, la virata sui migranti e non sarebbe un partner di governo docile. La leader socialdemocratica respinge anche l’offerta di Rasmussen di formare una ‘grande coalizione’ fra i due maggiori partiti, che da soli avrebbero la maggioranza. I risultati dicono che i socialdemocratici si confermano primo partito con il 26%, pur con un calo dello 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma le altre forze di sinistra crescono e danno quindi loro una potenziale maggioranza parlamentare. Invece, il Partito liberale, sconfitto, guadagna suffragi e arriva al 23,4%, quasi quattro punti in più di quattro anni or sono, ma i suoi alleati del ‘blocco blu’ arretrano: il Partito dell’Alleanza liberale ottiene appena il 2,3%. I populisti xenofobi del Partito del Popolo danese precipitano dal 21,1% all’8,8% (e scendono da 37 a 16 seggi). Entra in Parlamento con quattro seggi la Nuova Destra, fondata da Pernille Vermund, un’architetta. Anche sommando i voti dei due movimenti, ne manca sempre la metà rispetto al 2015. Rasmussen riconosce la sconfitta e s’appresta a rassegnare le dimissioni. Frederiksen assapora la riconquista del potere: “Rimetteremo il Welfare al primo posto in Danimarca, il Welfare, il clima, l’educazione, i bambini, il futuro. Pensiamo a quel che possiamo fare insieme”. La leader socialdemocratica, già ministro del Lavoro e della Giustizia, prima di succedere alla guida del partito all’ex premier Helle Thorning-Schmidt sostiene, inoltre, che queste sono state le prime elezioni danesi nel segno del riscaldamento globale, alla Greta. I socialdemocratici hanno centrato tutta la loro campagna sulla difesa dell’ambiente e del Welfare, un sistema di garanzie sociali molto apprezzato dai cittadini, promettendo di rovesciare il trend degli ultimi anni (tagli della spesa per l’educazione e la salute) e di mantenere un approccio non permissivo sull’immigrazione.
Secondo molti osservatori, questa mossa è stata decisiva per ridurre drasticamente l’impatto elettorale di xenofobi e islamofobi. Per molto tempo un termine di riferimento per tutta l’Europa, il modello sociale nordico è da anni posto sotto crescente pressione dall’invecchiamento della popolazione. In Danimarca, le riforme introdotte dal centro-destra hanno condotto a una crescita economica superiore alla media dell’Ue, ma i tagli imposti alla spesa pubblica hanno avuto come corollario che molti devono ora pagare servizi che erano prima gratis. La difesa del welfare e del modello sociale connesso è il minimo comune denominatore dei successi delle socialdemocrazie nordiche. Il centro-sinistra svedese ha conservato il potere propugnando una riforma che garantisca le tutele sociali. E i socialdemocratici finlandesi hanno vinto di stretta misura impegnandosi ad aumentare le tasse per aumentare i livelli di spesa sociale.
il manifesto 8.6.19
Tagli alla sanità: Giulia Grillo pronta alle dimissioni
La ministra della Salute Giulia Grillo (M5S) si è detta pronta a «dimettersi» se saranno confermati i tagli alla sanità contenuti nella «bozza» del «patto per la salute». È scontro con il ministero dell’economia su una clausola di salvaguardia: «L’hanno inserita gli uffici, politicamente è irricevibile»
di Roberto Ciccarelli
Un’altra manina ha turbato i rapporti tra il ministero dell’economia e finanze (Mef) e il resto del governo. Si è introdotta nel ministero della Salute della cinque stelle Giulia Grillo che dovrà affrontare le conseguenze delle clausole di salvaguardia approvate dal suo governo nella legge di stabilità approvata sei mesi fa.
NEL PRIMO ARTICOLO della «bozza» per il «patto per la salute» sul quale il governo e le regioni si stanno confrontando è stata recepita la clausola che taglia gli aumenti annunciati al fondo sanitario (2 miliardi) nel 2020 e 1,5 miliardi l’anno successivo. Tale ipotesi scatterebbe anche nella sanità per permettere al governo di raggiungere «gli obiettivi di finanza pubblica» e le «variazioni del quadro macroeconomico». Dopo l’avvio della procedura per eccesso di debito da parte della Commissione Ue, e l’inizio delle trattative sul nuovo bilancio, questo scenario può rivelarsi riduttivo: il governo ha pensato di «bloccare» automaticamente 2 miliardi di euro. È anche possibile che ne serviranno molti di più per coprire un «buco» che, tra il 2018 e il 2019, ammonterebbe a nove miliardi.
SULLA SANITÀ questo scenario ha già fatto esplodere il fronte delle regioni che hanno annunciato «ritorsioni» contro il governo (Il Manifesto, 7 giugno). Ieri è stato il turno della ministra Grillo che ha denunciato la clausola «inserita nella bozza per espressa richiesta degli uffici del Mef – ha detto Grillo in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook – È politicamente irricevibile e non viene dal ministero della salute. La sanità ha dato tutti i contributi che poteva dare ai tagli che sono stati fatti sulla finanza pubblica. Non è possibile prendere un centesimo». In una dichiarazione successiva ieri Grillo ha corretto il tiro. Ha ridefinito la «bozza» come un «canovaccio». Nella commedia dell’arte il canovaccio è la traccia sulla quale si sviluppa l’improvvisazione degli attori. Nella scienza triste del bilancio è un modo di calciare il pallone in tribuna e dire che è colpa dell’arbitro. O della «manina» di cui parlò Di Maio nel memorabile scontro con i «tecnici» dell’Inps, allora presieduto da Tito Boeri, a proposito di tabelle galeotte inserite nel «decreto dignità». In ogni caso Grillo ha assicurato di essere pronta a «dimettersi: non parteciperò a questa nuova mannaia».
L’IRA DELLA MINISTRA è giustificata. La Sanità rischia di dovere rinunciare ad alcune delle misure alle quali ha lavorato negli ultimi mesi: il taglio del superticket di 10 euro oppure le nuove assunzioni degli infermieri e medici necessari per evitare ricorrere il personale in pensione com’è accaduto caduto in Molise, oppure imporre l’esercizio di alcune funzioni mediche a personale non specializzato. La situazione è talmente grave che nel recente «decreto Calabria» deciso dal governo ad aprile, e approvato dalla Camera la settimana scorsa, per salvare la sanità calabrese è stato proposto di mettere al lavoro i medici specializzandi. Ipotesi incostituzionale che ha fatto scoppiare un pandemonio. Secondo l’Anaao Assomed nel 2018 mancavano all’appello 10 mila medici. Nel 2025 ne mancheranno 16.700. Anni di austerità e blocchi del turn-over, a cui si aggiungono gli effetti dei pensionamenti «quota 100», rendono esplosiva la situazione.
LA SINGOLARE PROTESTA di Grillo, in fondo i tagli sono stati previsti dal suo stesso governo, è l’anticipo dello scontro che provocherà la stretta pentaleghista sui conti pubblici. Se non sarà sulla Sanità, il taglio si abbatterà altrove. Oppure sarà spalmato, provocando effetti diffusi. Una situazione che rischia di rompere il gioco illusionistico realizzato dal governo attraverso l’uso di una neolingua orwelliana: i «tagli» sono chiamati «risparmi di spesa», ad esempio. È il caso del «reddito di cittadinanza» e «quota 100». Il governo «risparmierebbe» 1,3 miliardi di euro, per un errore di valutazione sulla platea delle misure bandiera di Cinque Stelle e Lega. Secondo il presidente dell’Inps Pasquale Tridico solo dal «reddito» arriverebbe un miliardo. Invece di reinvestirlo su questa misura, estendendo i criteri a chi non è povero abbastanza per fare domanda, Di Maio lo destinerà a una non precisabile misura per le «famiglie». Potrebbe finire così: la Lega ha chiesto di usare le risorse per colmare il «buco» dei conti. Lo scontro è all’inizio.
IN VIAGGIO NEL VIETNAM il premier Conte ha sentito la necessità di fare sapere che si tratta di «accantonamenti» e non di «tagli». «Le misure saranno attuate integralmente» ha detto. I tagli – pardon: i «risparmi» – ci saranno, ma con un altro nome. Li chiameranno: canovaccio.
il manifesto 8.6.19
Xi Jinping: «Pronti a condividere la tecnologia 5G con i nostri partner»
di Simone Pieranni
In Cina è iniziata ufficialmente l’era del 5G. Anche a causa dei problemi riscontrati di recente da Huawei, via Washington, Pechino ha accelerato le procedure e da un paio di giorni il ministero dell’Industria e dell’Informazione tecnologica cinese (Miit) ha concesso le licenze commerciali agli operatori per le nuove connessioni ultraveloci (previste in un primo tempo nella seconda parte dell’anno). China Mobile, China Telecom, China Unicom sono le aziende che potranno cominciare a commercializzare il 5G.
Huawei (fresca di accordo con la Russia sancito da Xi Jinping in visita da Putin) e Zte – l’altra grande telco cinese, ma di proprietà statale) si sono dette pronte. Il giro d’affari previsto cambia leggermente a seconda di chi produce le stime, ma si parla di quasi un miliardo di dollari e milioni di posti di lavoro (in aree limitate il 5G è già offerto in Gran Bretagna, Usa e Corea del Sud, i primi in assoluto).
Ma il viaggio di Xi Jinping in Russia ha portato un’ulteriore novità: il presidente ha specificato che «La Cina espanderà costantemente la propria apertura, in particolare l’accesso al mercato, creerà un ambiente favorevole alla concorrenza e saremo un forte sostenitore della globalizzazione economica.
La Cina è pronta a condividere le sue invenzioni tecnologiche e il know-how, in particolare la tecnologia 5G, con tutti i partner».
Naturalmente bisognerà capire a quali partner pensa Xi Jinping. Come ha riportato Reuters, Huawei ha fatto sapere di avere attivato già 46 contratti commerciali 5G in 30 paesi fino ad oggi; analogamente China Mobile ha annunciato di voler offrire servizi 5G in più di 40 città cinesi entro la fine di settembre.
Ma la velocizzazione delle procedure ha scatenato molti commenti e articoli sui media cinesi: la novità era attesa da tempo ma ugualmente si sono sottolineati gli aspetti rilevanti di questa mossa di Pechino.
La stampa cinese è impegnata in primo luogo a esplorare le potenzialità che il 5G permette: da tutto quanto è «internet delle cose» alla medicina, fino ai servizi bancari e amministrativi (sottolineati dall’Economic Observer). La velocità della connessione, la minor latenza, permetterà agli algoritmi di elaborare dati e fornire risposte in tempi rapidissimi, permettendo il pieno sviluppo di potenzialità fino ad ora solo immaginate.
E la mossa di Pechino, con il corollario delle dichiarazioni di Xi, riaccende il vero scontro con gli Usa di Trump.
il manifesto 8.6.19
La biografia partigiana di Otello «Battagliero» Palmieri
«Qualcosa di meglio», un libro-intervista a cura di Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri
Non è la vita di uno degli uomini ex, come li ha definiti Giuseppe Fiori nell’omonimo romanzo ispirato alle gesta di alcuni esuli politici italiani nella Cecoslovacchia dell’immediato dopoguerra. La vita del partigiano bolognese espatriato «Battagliero», al secolo Otello Palmieri, ricostruita da Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri nel libro-intervista Qualcosa di meglio. Biografia partigiana di Otello Palmieri (Pendragon, pp. 222, euro 15), infatti, ha ben poco dei tratti tipici delle vicende degli ex-partigiani «sconfitti anzitempo dalla storia» e costretti all’emigrazione oltrecortina per scampare ai processi politici cui venivano sottoposti nell’Italia degli anni ’50 per azioni commesse durante i venti mesi di resistenza o dopo la liberazione. La vita dell’esule Palmieri, infatti, vede intrecciarsi e rimanere attive tre componenti apparentemente inconciliabili e che solo parzialmente si spiegano l’un l’altra: la lotta armata partigiana, l’esilio in Cecoslovacchia e la successiva emigrazione in Svizzera. Tutto appare concatenato ma al contempo frutto di scelte autonome: dall’emergere di una forte identità antifascista legata alla repressione squadrista dei movimenti bracciantili nella comunità d’origine, al tramonto di un’ipotesi rivoluzionaria dilatata e proiettata sino alle manifestazioni seguenti all’attentato a Togliatti del 1948.
DALL’ESILIO FORZATO in un paese che non rispettava le aspettative di «paradiso comunista» e che, specie dopo l’impiccagione di Rudolph Slánský, si mostrava sempre più sottoposto alla grigia cappa di repressione staliniana, alla scuola di politica che, a differenza di quanto previsto da Otello, «non insegnava la rivoluzione», ma formava quadri scevri da qualunque «tendenza partigiana»; dal rientro in Italia dopo il proscioglimento delle accuse, all’emigrazione in Svizzera con la fidanzata di sempre, ormai divenuta sposa. Tutte vicende non riconducibili a quella singola scelta iniziale che nella primavera del 1944 lo aveva condotto alla lotta armata contro il fascismo e che appare il palo da cui gli uomini ex, giusto o sbagliato che fosse, non riuscirono a muoversi. Quella scelta e quegli ideali, considerati «traditi, non sbagliati» vennero continuamente sfidati dagli eventi della vita di Palmieri e dal suo riuscire a conciliare, anche in maniera dialettica, le anime di Battagliero, Enrico Grassi, identità fittizia fornitagli dal partito una volta espatriato, e Otti, nomignolo affibbiatogli dai colleghi della fabbrica in Svizzera.
A CONGEDARE Otello dal leitmotiv dell’instancabile ricerca delle «motivazioni sufficienti a continuare, a fare ciò che c’era da fare» e dal costoso barattare le proprie concrete esigenze con quelle di una «comunità virtualmente estesa al mondo intero» fu la delusione per una politica che si allontanò dalla verità, per abbracciare una ritualità di partito sempre meno tesa alla modifica dell’esistente. È dunque in questo contesto che la densità di significati delle tensioni e delle pulsioni vissute prima di emigrare finì per schiacciare la concezione di azione e immaginazione politica sull’etica del lavoro e sullo sforzo creativo, sulla ricerca di «qualcosa di meglio», unica via per contrastare una disillusione sempre più differita ma sempre più foriera di lacerazioni solo apparentemente pacificabili.
Se l’esperienza è infatti il passato che vive nel presente di Otello, contribuendo a modellarlo, anche il futuro ha vissuto nel presente e nel passato modificandoli, sebbene sotto forma di aspettativa tradita. E ora, «di fronte alla fine», in un mondo che ha visto il trionfo degli avversari, il «vocabolario che strutturava quelle speranze sembra essersi perduto» e il racconto di un’aspettativa finisce per sovrapporsi a quello di un’esperienza.
Il Fatto 8.6.19
“Putin si crede Stalin, ma non sono gli anni 30”
Il “troll” Aleksandr Gorbunov e il presidente russo Vladimir Putin
di Michela A. G. Iaccarino
Lo ripete dall’inizio alla fine dell’intervista: “Non posso rimanere in silenzio”. Aleksandr Gorbunov, il “troll” anti-Cremlino che ha nascosto la sua identità dietro l’avatar di “Stalin Gulag” fino a poche settimane fa, dà questa stessa risposta a domande diverse. Lo schermo di uno smartphone, una sedia a rotelle dove è costretto dall’atrofia muscolare spinale, i commenti sardonici alle scelte del governo che distruggono le vite di milioni di cittadini: lui è tutto questo. Con il solo dito che riesce a muovere, Gorbunov ha conquistato oltre un milione di russi.
Aleksandr, allora Stalin Gulag è lei. Perché questo nome di battaglia?
È una caricatura. Le autorità oggi amano proiettare un’immagine di sé che assomiglia a quella degli anni sovietici, ma questa è la Russia moderna, loro sono dei commercianti che pensano solo al proprio arricchimento. Anche loro sono una caricatura dei tempi di Stalin, ma non siamo più negli anni 30.
Prima che svelasse la sua identità, per alcuni Stalin Gulag era un troll della Cia o di Kiev. Come è cominciata?
Dieci anni fa ho aperto un account Twitter, nel 2013 mi sono iscritto a Telegram. Alla gente piaceva quello che scrivevo e condividevano i link. I lettori mi scrivono come è la loro vita, cosa accade nelle regioni in cui abitano.
Dal 2013 il flusso dell’account non si è mai interrotto, uno scacco matto digitale alle autorità che lei critica. Ha oltre un milione di follower, una cifra che non può vantare nemmeno la redattrice capo del colosso mediatico del Cremlino, Margherita Simonyan. Poi ha deciso di uscire dall’anonimato digitale ed è finito su “Esquire” e “New York Times”.
Ho deciso di dire a tutti chi ero quando la polizia ad aprile scorso ha bussato alla porta dei miei genitori chiedendo informazioni su di me e parlando di ‘terrorismo telefonico’. Al momento non è stato ancora aperto un fascicolo su di me.
Alla luce dell’accaduto, lo rifarebbe?
Ja ne mogu malchat, non posso rimanere in silenzio.
Ultimamente molti russi non lo fanno più, lo dimostra la protesta di Ekaterinburg.
Per ora sono conflitti locali, da un momento all’altro possono diventare politici.
Lei abita in un Paese in cui i giornalisti vengono uccisi, gli attivisti incarcerati. I suoi genitori e sua moglie temono per la sua vita.
Se tutti stanno zitti, la situazione diventa senza soluzione. La cosa giusta è raccontare, io sono solo un ragazzo che scrive. Si tratta di svoboda slova, libertà di parola.
Il governo sta limitando la libertà anche su Internet.
Per il momento esiste la nuova legge che riguarda il web, repressiva come tutte quelle emesse negli ultimi anni. Se la Russia passerà a una rete di internet domestico, l’operazione costerà miliardi, se funzionerà.
Dalle sanzioni alla riforma delle pensioni, fino allo scandalo del talent “The Voice”, dove ha vinto la figlia di un oligarca. Lei commenta tutto provocando sorrisi amari. Il suo sarcasmo corrosivo deriva dai grandi maestri della letteratura russa?
Il sarcasmo è un’arma, la reazione a quello che vedo. I miei scrittori preferiti sono Chekov e Nabokov.
I russi sono narcotizzati dalle notizie sempre favorevoli della propaganda o qualcuno cerca ancora la verità?
Esiste la realtà parallela della propaganda e la realtà che i russi vedono tutti i giorni nei negozi, dove i prezzi diventano sempre più alti. Corruzione diffusa, pensioni basse, arresti arbitrari della polizia. La situazione è peggiorata. Io sogno un futuro in cui in Russia ci saranno democrazia, diritti umani, libertà di parola.
E il suo, di futuro?
Loro non possono mostrarsi deboli con chi li critica, è difficile prevedere cosa mi accadrà. Sono qui e aspetto.
Lei ha 27 anni. Quando ne aveva 7 Putin è arrivato al potere. Se potesse fare una domanda ai suoi giornalisti “cheerleader”, ai politici a lui vicini o al presidente stesso, quale sarebbe?
Chiederei… ma voi davvero non vi siete ancora stancati?
La Stampa 8.7.19
Putin a fianco di Xi nel duello su Huawei: no ai diktat degli Usa
di Giuseppe Agliastro
Vladimir Putin e Xi Jinping uniti nella «prima guerra tecnologica» della storia: quella tra l’America di Donald Trump e il colosso cinese Huawei. È questo il messaggio che arriva dal palco del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, dove ieri i leader di Russia e Cina hanno dato prova di coesione e affiatamento. L’asse Mosca-Pechino è ormai una realtà consolidata, a tutto tondo, e in questo momento i due protagonisti dell’alleanza hanno un avversario comune: Washington e il suo «sfrenato egoismo commerciale».
Il primo conflitto digitale
Putin ha subito alzato i toni. Ci sono - ha denunciato - dei tentativi di «spingere Huawei fuori dal mercato globale senza tante cerimonie» e «per alcuni circoli si tratta della prima guerra tecnologica dell’imminente epoca digitale». Il presidente russo si riferisce ai provvedimenti con cui l’amministrazione Trump sta colpendo il gigante di Shenzhen accusandolo di essere uno strumento nelle mani dell’intelligence di Pechino. L’approccio di Putin è ovviamente del tutto diverso. Huawei sta affrontando mille difficoltà, ma in Russia è sempre la benvenuta. Tra i 30 accordi dal valore di 20 miliardi di dollari siglati mercoledì al Cremlino alla presenza di Putin e Xi, ce n’è uno che affida all’azienda cinese lo sviluppo della rete 5G in Russia. Molti Paesi occidentali hanno invece escluso Huawei dalla creazione del loro 5G temendo i presunti legami tra il gigante cinese e i servizi di Pechino. Sono scelte su cui pesano anche la geopolitica e le pressioni statunitensi. Trump considera Huawei una minaccia alla sicurezza nazionale e a maggio ha ordinato alle aziende Usa di non venderle più software e tecnologie varie. Il provvedimento entra in vigore fra tre mesi e promette di essere una batosta per la compagnia cinese, che usa i software americani per far girare i suoi cellulari.
Google critica la Casa Bianca
Facebook sta già obbedendo. Secondo la Reuters, i futuri smartphone Huawei saranno venduti nei negozi senza le app del «gruppo blu»: Facebook, WhatsApp, Instagram e Messenger. Dovranno essere gli utenti a installarle. Google invece cerca di portare acqua al suo mulino remando in direzione opposta. Stando al Financial Times, il colosso californiano insiste con la Casa Bianca per essere esonerata dal divieto di fare affari con Huawei. Il ragionamento di Google è lineare: se la società cinese non potrà avere gli aggiornamenti di Android, svilupperà una sua versione del sistema operativo che renderà i cellulari facili prede dell’intelligence del Dragone.
Mentre tra Pechino e Washington infuria la «guerra dei dazi» e Huawei viene trascinata sul fronte, Putin si schiera decisamente dalla parte del suo alleato cinese e del suo «caro amico» Xi. Gli Usa - ha tuonato da San Pietroburgo - vogliono solo «diffondere la loro autorità sul mondo intero» e per questo hanno imboccato «un sentiero che porta a conflitti senza fine e guerre commerciali, e forse non solo commerciali». Xi ha invece usato toni più concilianti.
«La totale rottura dei rapporti fra la Cina e gli Usa - ha sottolineato il leader di Pechino - non è nei nostri interessi e neppure in quelli degli Usa. Trump è mio amico - ha aggiunto - e non credo che voglia arrivare a una rottura». Il rapporto privilegiato è però quello con Mosca, che riguarda tutte le principali questioni geopolitiche, la cooperazione militare e, naturalmente, il commercio. «Il progetto cinese della Nuova Via della Seta e quello dell’Unione Eurasiatica guidata da Mosca - ha detto Xi - sono complementari e io e Putin abbiamo deciso di svilupparli in parallelo». L’interscambio tra Russia e Cina è in continuo aumento. L’anno scorso è cresciuto del 25% toccando i 108 miliardi di dollari. Ma Mosca a Pechino vende principalmente idrocarburi e ha bisogno delle tecnologie cinesi per sopperire a quelle che non può acquistare dall’Occidente a causa delle sanzioni per la crisi ucraina. Ciò fa della Russia il partner debole dell’alleanza. L’Ue inoltre supera comunque sia gli Usa sia la Cina nella classifica degli investitori in Russia. L’asse Mosca-Pechino in realtà è prima di tutto un’alleanza politica.
Il Fatto 8.7.19
La strana coppia Orbán-San Suu Kyi
Pro-muri - L’ex lady dei diritti, isolata in Occidente, si allea con il premier xenofobo
di Roberta Zunini
La leader birmana Aung San Suu Kyi, controverso premio Nobel per la Pace, è tornata in Europa per la prima volta dopo aver sostenuto la pulizia etnica della minoranza islamica Rohingya perpetrata dell’esercito due anni fa. Da allora l’icona della libertà è stata retrocessa al rango di paria dalla maggior parte dei Paesi occidentali, tranne due: l’Ungheria e la Repubblica Ceca che fanno parte del gruppo di Visegrad, la combriccola sovranista di destra e islamofoba dell’Unione europea.
La stretta di mano più calorosa, non appena atterrata a Budapest dopo essere stata a Praga, The Lady l’ha ricevuta dal primo ministro in persona, quel Viktor Orbán che per primo ha fatto erigere un muro di filo spinato per impedire agli immigrati in fuga di entrare in Ungheria. La consigliera di Stato del Myanmar – per 15 anni ai domiciliari per volere dell’allora giunta militare – è andata in visita di Stato nel Paese magiaro non solo per rinsaldare gli accordi economici ma anche per “discutere dell’aumento dei migranti musulmani”. Un tema del tutto strumentale visto che in entrambi i Paesi ormai di musulmani ne sono rimasti ben pochi, ma che ha consentito a Orbán di stravincere le recenti elezioni europee e prima ancora di essere riconfermato premier.
La reputazione di Aung San Suu Kyi in Occidente ha subito un ulteriore colpo in seguito alla mancata difesa dei giornalisti birmani incarcerati per mesi a causa dei loro reportage sulle terribili vessazioni subìte dai rohingya. Stupri e omicidi che hanno provocato una fuga di massa dei sopravvissuti nel confinante Bangladesh dove ancora vivono in condizioni disastrose nei campi profughi di fortuna a ridosso del confine. La donna più potente del Myanmar ha però trovato, guarda caso, un nuovo alleato nel primo ministro ungherese ed è subito corsa a omaggiarlo nel tentativo di riaccreditarsi agli occhi di almeno una parte dell’Europa.
I due leader hanno sottolineato che “una delle maggiori sfide attuali per entrambi i Paesi e le loro rispettive regioni – il sud-est asiatico e l’Europa – è la migrazione”, si legge in una dichiarazione rilasciata dopo il loro incontro. Durante una conferenza stampa congiunta hanno spiegato di “aver notato che entrambe le regioni hanno visto emergere il problema della convivenza con popolazioni musulmane in continua crescita”. Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa di recente ha accusato il governo di Orbán di “usare la retorica anti-migrante per scatenare xenofobia, paura e odio”. Aung San Suu Kyi, da quando è stata eletta nel 2015, ha criticato in molte occasioni “l’imposizione di idee e principi occidentali in Myanmar”. Questa accusa è stata subito raccolta da Orbán che nella dichiarazione rilasciata dopo il loro incontro ha enfatizzato anche il proprio rifiuto “della esportazione di democrazia”.
Secondo Phil Roberton, vicedirettore per l’Asia Human Rights Watch, “Aung San Suu Kyi è ormai talmente isolata in Occidente che può contare solo sul sodalizio con Orbán. Dopo aver vergognosamente aiutato i militari del Myanmar a coprire il loro genocidio contro i musulmani rohingya, ora può solo stringere rapporti di amicizia con i leader più xenofobi e antidemocratici d’Europa”.
La Stampa 8.7.19
Dora Maar senza Pablo
Mostra a Parigi sulla fotografa Al di là del legame con il maestro
di Leonardo Martinelli
S’incontrarono al Deux Magots, caffè di artisti, davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Prés. Nell’inverno tra il 1935 e il ‘36 Pablo Picasso la vide a un tavolino. Dora Maar, di una bellezza misteriosa, aveva 29 anni ma era già una fotografa conosciuta. Giocava con un temperino, lo piantava tra un dito e l’altro. Alla fine i suoi guanti erano macchiati di sangue e Pablo Picasso, affascinato, li prese e se li portò via. Si amarono anche, per una decina d’anni. «Dora è famosa come la modella e la musa del maestro – sottolinea Damarice Amao -: noi, invece, abbiamo voluto restituirle la sua identità d’artista».
La Amao è una delle curatrici di una mostra appena inaugurata al Centre Georges-Pompidou, che andrà avanti fino al 28 luglio. E che riunisce più di quattrocento opere e testimonianze di una lunga vita (la Maar morì a novant’anni, nel 1997), soprattutto le foto degli anni Trenta e poi i dipinti del resto della sua vita. Si chiamava in realtà Henriette Dora Markovitch, nata da un architetto croato, mentre la madre aveva una boutique di moda. Per vari anni, quando Dora era piccola, si trasferirono a Buenos Aires. Al suo ritorno a Parigi la ragazza si tagliò i capelli corti. Era libera e indipendente. Studiò arte e foto. «La Maar fa parte di una generazione di donne – continua la Amao – che scelsero la fotografia per emanciparsi e diventare economicamente indipendenti». Ne faceva di moda (con giochi di luci speciali: sono esposte immagini di donne con abiti di stilisti famosi che posano accanto a modelli Fiat luccicanti). Lavorava per la pubblicità e scattava perfino foto erotiche. Poi, con la sua macchina iniziò a scendere per strada. E ad avventurarsi in quella che allora si chiamava «la Zona», le baraccopoli alle porte di Parigi: splendidi i suoi ritratti di gente emarginata, avvicinata da Dora, ragazza di buona famiglia, ma che per quelle persone provava un’incredibile empatia.
Nel 1933 la donna entrò in contatto con i surrealisti. «La Maar era una «surrealista nata», cresciuta da adolescente leggendo i poeti di quel movimento», prosegue la curatrice. Diventò famosa per i fotomontaggi, come il Simulatore, esposto al Georges-Pompidou, dove inserì un ragazzino fotografato per le strade di Barcellona, che spingeva il suo corpo all’indietro, nelle volte (ma ribaltate) dell’Orangerie del castello di Versailles. «Rispetto agli altri surrealisti – spiega la Amao – i fotomontaggi della Maar sono puliti, senza stacchi, molto tecnici: sembrano una foto unica». Il periodo fondamentale dell’esistenza di Dora (nel bene e nel male) furono comunque i dieci anni trascorsi con Picasso, il genio egoista: una felicità allo stato puro, anche veemente. Non l’ebbe solo per lei ma ne diventò la modella prediletta, vedi quella Donna che piange.
Ma pure qui, basta con le interpretazioni riduttive. «Fu lei per prima a fotografarlo – aggiunge la curatrice -. E gli insegnò pure una tecnica fotografica, il cliché-verre». È l’incisione di un’immagine su un pezzo di vetro. Dora accompagnerà Pablo in Guernica, scattando delle foto utilizzate dall’artista per la composizione dell’opera. Non solo: lui dipingeva lei ma anche lei iniziò a dipingere lui.
Prima Paul Eluard e poi lo stesso Picasso la incoraggiarono a dedicarsi alla pittura. Inizialmente le sue tele ricordavano quelle del maestro. Poi anche lì conquistò progressivamente un’indipendenza. Le nature morte si fecero scarne durante la Seconda guerra mondiale. E un suo autoritratto del 1945 è glaciale. Picasso l’aveva lasciata. Era caduta in depressione. Se ne occupò Jacques Lacan. E il suo verdetto fu implacabile: Dio o il manicomio. Dora si salvò con una fede appassionata.
«Per il resto della vita ogni giorno pregherà, andrà a messa (abbiamo ritrovato blocchi dove ritraeva le vetrate della chiesa durante le funzioni) – conclude la Amao – e dipingerà». Picasso, anche per allontanarla, le comprò una casetta nel Sud, in Provenza, a Ménerbes. Visse, in una relativa solitudine, tra quelle terre e Parigi, dove nessuno più sapeva che fine avesse fatto. Ma Dora continuava nelle sue sperimentazioni, scivolando verso l’astrattismo. O riprendendo vecchi suoi negativi, graffiandoli e reinventandoli. Alla ricerca, sempre.
La Stampa 8.6.19
San Francesco e il sultano
Un incontro di 8 secoli fa che non smette di insegnare
di Cesare Nosiglia e Yahya Pallavicini
Nella casa torinese della convivenza e del dialogo per eccellenza, l’Arsenale della Pace, un seminario dedicato agli 800 anni dall’incontro di San Francesco con il sultano d’Egitto Malik al-Kamil Muhammad bin Ayyub ha sottolineato ancora una volta la tradizione di impegno per la reciproca conoscenza presente nella nostra città. L’appuntamento promosso dalla Coreis, Comunità religiosa islamica italiana, coordinato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari, ha riunito l’arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia, l’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis, lo storico Alessandro Barbero e frate Francesco Mazzon, invitati a riflettere sullo straordinario “incontro al vertice” avvenuto a Damietta, Egitto, durante la quinta crociata. Un incontro anche leggendario, ma certo ricco di reali effetti positivi lungo i secoli.
Il professor Barbero ha ammesso che gli storici sono in difficoltà nel delineare la figura di Francesco, «un uomo che ha avuto un enorme impatto, che ha creato l’ordine francescano che ha attraversato tutta la storia del cristianesimo cattolico, che ha fatto un’enorme impressione ai suoi contemporanei. Ma tutto ciò che crediamo di sapere su di lui in realtà ci è stato raccontato da altri. Cosa è successo davvero nel 1219? Non abbiamo un racconto di Francesco durante quell’incontro. Le versioni giunte fino a noi ci dicono cose legate alla mentalità dell’epoca. Ma quel che oggi ci colpisce moltissimo è che mentre una crociata è in corso, il frate parta quasi per criticare quelli che sono andati dai musulmani con la spada in mano. E lui vada invece a parlare con loro».
La responsabilità
Dialogo, il valore eterno, quello che ha ispirato Abu Dhabi, l’incontro tra Papa Francesco e il grande Imam di Al Azhar. «Sono trascorsi ottocento anni dall’incontro tra San Francesco di Assisi e il Sultano al-Malik al-Kamil. Ricordare questo evento nel nostro tempo - ha osservato monsignor Nosiglia - significa rendere grazie a Dio misericordioso e onnipotente perché grazie a lui il rapporto e la collaborazione tra la Chiesa cattolica e i seguaci dell’Islam hanno raggiunto un traguardo importante di cui dobbiamo essere fieri, ma anche sentirci sempre più responsabili». Sono stati otto secoli con rapporti altalenanti e spesso critici. «Ma c’è stato sempre un tentativo di riprendere quel dialogo che San Francesco aveva avviato in modo così concreto e ricco di speranza», ha proseguito Nosiglia, che domenica scorsa ha visitato tre moschee e come ogni anno ha inviato gli auguri ai concittadini musulmani per la fine del Ramadan. Poi, ha ricordato l’eredità più recente. I viaggi di Giovanni Paolo II nei Paesi musulmani, l’incontro di Assisi in piena guerra del Golfo e la riscoperta della preghiera, «come via privilegiata per operare tutti insieme per la pace tra i popoli: la preghiera che implora da Dio la conversione del cuore di ogni cristiano e musulmano». Infine, lo storico documento firmato nel febbraio scorso dal Papa e dall’Imam sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza, con l’impegno delle religioni a non incitare mai alla guerra, a non sollecitare sentimenti di odio.
Spiritualità e potere
Per l’imam Yahya Pallavicini, «a differenza di Abu Dhabi, l’incontro di Francesco e il Sultano a Damietta non è tra due religiosi, lo è anche, ma da un punto di vista esteriore. È piuttosto l’incontro di due rappresentanze: una è la declinazione della spiritualità del cristianesimo cattolico con una lettura monastico contemplativa, l’altra è un governatore, un politico, una persona che deve cercare di amministrare forze e giurisdizioni per articolare la responsabilità temporale all’interno del califfato islamico. Quello di Francesco e del Sultano è l’incontro tra autorità spirituale e potere temporale. Entrambi sono uomini di fede, ma il Santo scopre come si gestisce il potere, da un punto di vista religioso non cristiano. E il sultano come si possa essere uomini spirituali, devoti, con una particolare dimensione di contemplazione e ricerca della santità non in forma islamica. C’è, in loro, apertura e scoperta l’uno dell’altro».
Nel tempo presente
Frate Francesco Mazzon, ricordando gli otto secoli di presenza francescana in Terra Santa, «la custodia dei luoghi Santi e anche la ’custodia’ dei cristiani», ha sottolineato con alcuni esempi come oggi i francescani siano impegnati con i musulmani per portare avanti quel dialogo interreligioso per il bene comune avviato dal fondatore. Uno per tutti, il più toccante: «Ad Aleppo - ha detto Mazzon - siamo impegnati per dare un futuro ai ’bambini invisibili’ i figli, nin riconosciuti, avuti dalle donne siriane dopo gli stupri dei jihadisti. Questi bambini sono duemila ad Aleppo e diecimila in Siria. Per loro, cristiani e musulmani sono uniti in un progetto».
https://spogli.blogspot.com/2019/06/il-fatto-8.html
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 6 giugno 2019
La Stampa 6.6.19
In Danimarca
Elezioni, crollo dell’ultradestra
La sinistra verso il governo
di Walter Rauhe
In Danimarca la coalizione di governo formata dai partiti del centrodestra del primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha perso la maggioranza a causa del drammatico tracollo della formazione di estrema destra del Partito del Popolo Danese (Dpp) che dal 2014 l’appoggiava dall’esterno.
Alle elezioni politiche di ieri il partito nazionalista ed euroscettico ha ottenuto il 9,8% dei consensi, circa undici punti in meno rispetto a cinque anni fa. Netta affermazione invece dei socialdemocratici finora all’opposizione che sotto la guida della carismatica e popolare leader Mette Frederiksen sono riusciti a conquistare il 25% delle preferenze affermandosi primo partito nel Paese con quattro punti di vantaggio sui Liberali di Rasmussen che nel corso dell’ultima legislatura avevano adottato una linea molto dura sull’immigrazione spostando molto a destra la linea politica di Copenaghen.
Il partito socialdemocratico punta ora al potere e alla formazione di un governo di minoranza appoggiato da diversi partiti di sinistra e da quello ambientalista. In una prima reazione Mette Frederiksen ha respinto l’offerta del primo ministro uscente Rasmussen di dar vita ad una «maggioranza di centro», una specie di Grande coalizione alla danese formata dai Liberali insieme ai socialdemocratici.
Alle urne sono stati chiamati ieri 4,2 milioni di cittadini. L’esito del voto premia una campagna elettorale incentrata dai socialdemocratici sul tema del welfare e sull’immigrazione. Mette Frederiksen aveva promesso una linea dura nei confronti dell’immigrazione incontrollata di profughi extra europei nel Paese, l’introduzione di un obbligo di lavoro e auto-sostentamento per i tutti i rifugiati ai quali è stato riconosciuto il diritto di asilo e l’espulsione invece di tutti quelli respinti. Al tempo stesso la leader socialdemocratica ha posto forti accenti sulla politica del welfare esprimendo la sua volontà di reintrodurre tutta una serie di sussidi e aiuti sociali ridotti dal governo di centro destra di Løkke Rasmussen.
Negli ultimi anni l’estrema destra populista del Dpp era riuscita ad incentrare il dibattito politico in Danimarca sui sedicenti pericoli legati all’immigrazione raccogliendo molti consensi con la sua retorica dai toni spesso apertamente xenofobi, anti-islamici ed euroscettici. Una strategia che ha finito per dare i suoi frutti contagiando non solo il Partito liberale del primo ministro in carica ma anche i socialdemocratici. I populisti devono fare i conti però anche con altre formazioni di destra ancora più radicali come quella del «Stram Kurs», il cui leader è accusato di stretti legami con gli ambienti neonazisti e di aver bruciato delle copie del Corano.
La Stampa 6.6.18
Putin brinda all’intesa con Xi
“Siamo entrati in un’altra era”
di Giuseppe Agliastro
Russia e Cina consolidano la loro alleanza. Nel bel mezzo della guerra dei dazi tra Washington e Pechino e sullo sfondo dei burrascosi rapporti tra gli Usa e la Russia, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati ieri a Mosca per mostrare al mondo di essere in perfetta sintonia su tutte le questioni più importanti sullo scacchiere geopolitico. Ma anche di voler continuare a rafforzare i loro legami economici sempre più intensi. Dopo una solenne cerimonia e tre ore di colloqui, i leader di Russia e Cina hanno firmato al Cremlino un pacchetto di 30 accordi intergovernativi e commerciali nonché due dichiarazioni congiunte sullo sviluppo del partenariato russo-cinese e sull’equilibrio strategico internazionale. Per il Cremlino le nuove intese rappresentano addirittura la chiave di ingresso in «una nuova era». Di certo sono lo specchio della speciale relazione tra Mosca e Pechino. Putin e Xi sono gli unici grandi del pianeta a non essere presenti alle commemorazioni del D-Day in Gran Bretagna. Si chiamano l’un l’altro «caro amico» e sottolineano con enfasi di pensarla allo stesso modo quasi su tutto: secondo loro gli Usa devono aprire al dialogo con la Corea del Nord, devono abbassare i toni in Medio Oriente e hanno commesso un grave errore ad annunciare il proprio ritiro dal Trattato antimissili Inf.
Il leader russo e quello cinese hanno poi continuato a fare sfoggio del loro rapporto di «amicizia» andando sulla stessa auto allo zoo di Mosca per la cerimonia di consegna di due panda giganti cinesi. E poi a un concerto al celebre teatro Bolshoj.
Dopo essere stata colpita dalle sanzioni occidentali per la crisi ucraina, la Russia ha scommesso sulla Cina. Per Mosca è una necessità: ha un estremo bisogno della tecnologia cinese per compensare il fatto di non poter più acquistare da Usa e Ue i mezzi tecnici che le servono. Prima di tutto quelli necessari per sfruttare i giacimenti di greggio. Ma questo è uno dei fattori che rende la Russia il partner più debole nell’asse Mosca-Pechino. L’interscambio commerciale tra Russia e Cina ha raggiunto livelli record: nel 2018 ha superato i 108 miliardi di dollari crescendo del 25% rispetto all’anno prima. Ma, come evidenzia il politologo Aleksandr Gabuev sulle pagine del New York Times, gas e petrolio rappresentano circa il 70% delle esportazioni russe in Cina. Inoltre, Mosca destina al gigante asiatico già il 19% del proprio export, ma riceve solo il 2-3% delle esportazioni cinesi. Il rapporto commerciale è sbilanciato a favore di Pechino. Putin ha bisogno di Xi, che oggi sarà l’ospite d’onore del Forum Economico di San Pietroburgo.
La Stampa 6.6.19
Mao, il Grande balzo nel XXI secolo
L’appeal globale del Grande Timoniere è sempre vivo: in Asia come in Occidente
di Christian Rocca
Nel 2024 la Cina comunista supererà i 74 anni di vita dell’Unione Sovietica e gli storici potrebbero ricordare la rivoluzione cinese dell’ottobre 1949 non solo come più longeva, ma anche come più influente di quella russa dell’ottobre del 1917, a maggior gloria dell’attuale Politburo di Pechino impegnato in una grandiosa operazione di soft e hard power nel continente asiatico, con ramificazioni in Africa e in Europa e 800 miliardi di euro di investimenti esteri, in uno scenario di sfida geopolitica con gli Stati Uniti per la supremazia economica, tecnologica e militare.
La narrazione occidentale dell’ascesa cinese, da alcuni giudicata pericolosa e da altri un’opportunità, manca sempre di un tassello che invece è il cuore di un bel libro appena uscito in Gran Bretagna, e non ancora tradotto in italiano, scritto da Julia Lovell, professoressa di Cina moderna all’Università di Londra. Il libro si intitola Maoism - A global History (Vintage Publishing)
Il maoismo è la dottrina politica che costituisce, con tutte le contraddizioni ideologiche riconosciute dallo stesso Mao, l’essenza della Cina popolare e del sistema comunista cinese di ieri e di oggi, oltre che una fonte di ispirazione globale senza confini e senza precedenti.
Nel settembre del 1976, il quotidiano La Repubblica diede la notizia della morte del presidente cinese Mao Tse-tung con un titolo di prima pagina che a caratteri di scatola recitava così: «È morto il grande Mao». L’aggettivo «grande» non è esattamente il primo che viene in mente per descrivere un dittatore che, secondo le stime dello studioso olandese Frank Dikötter, un’autorità in materia di Cina, avrebbe causato la morte di 45 milioni di suoi concittadini. Nella mia libreria di casa c’è, esposta al modo di un oggetto pop, una copia del Libretto rosso di Mao, con splendida copertina vermiglio di vinile. Ovviamente non mostrerei mai il Mein Kampf di Hitler o qualcosa di Stalin, così come a nessun giornale sarebbe mai venuto in mente di affiancare l’aggettivo «grande» al nome di un dittatore criminale del Novecento diverso da Mao.
E, dunque, per capire perché il maoismo da idea di riscatto contadino sia diventato forma di governo e un fenomeno globale e pop, capace prima di ammaliare intellettuali e artisti e poi di mantenere lo status di evento alla moda nonostante lo sterminio di massa, Lovell racconta che il mito di Mao nasce grazie a un libro del 1936 scritto dal giornalista americano Edgar Snow, intitolato Stella rossa sulla Cina e frutto di lunghi colloqui con Mao durante la guerra civile tra i comunisti e il governo nazionalista cinese. Quel libro, tradotto anche in cinese, ha fatto diventare Mao una celebrità politica locale e internazionale e ha fatto da didascalia all’ascesa al potere del Grande Timoniere, al «Grande balzo in avanti» con cui avrebbe dovuto riformare il Paese e alla Grande rivoluzione culturale con cui si riprese in mano il partito dopo il fallimento del piano economico. Mao ha ispirato una serie infinita di movimenti politici in Asia e in America Latina, in Africa e in Europa, vecchi e nuovi, alcuni dei quali sono arrivati al potere, come Pol Pot in Cambogia e Kim Il-sung in Corea del Nord, altri sono sconfinati nella lotta armata, come Sendero Luminoso in Perù, le Brigate rosse in Italia, la Rote Armee Fraktion in Germania, le Pantere nere negli Stati Uniti e l’Olp in Medio Oriente.
Il saggio di Lovell racconta l’ubriacatura politica e culturale dagli anni Sessanta a oggi, dai caffè parigini ad alcuni tragicomici esempi italiani come Servire il Popolo di Aldo Brandirali e le mobilitazioni studentesche a Pisa e alla Cattolica di Milano, ma avverte il lettore che l’appeal globale del Grande Timoniere non è un retaggio del passato. Il maoismo globale, piuttosto, è un’ideologia viva anche nel XXI secolo, in Asia soprattutto, con non poche influenze sull’islamismo radicale, dal regime degli ayatollah sciiti in Iran alle tattiche di guerriglia militare dell’Isis, ma anche sulla retorica della volontà popolare e della «democrazia di massa« contro le élite tecnocratiche delle metropoli.
La parte più preoccupante del saggio di Lovell è quella sulla Cina contemporanea: nel 2018 il presidente Xi Jinping ha cancellato il limite dei due mandati imposto da Deng nel 1982, trasformandosi in presidente a vita e nel Grande Timoniere del XXI secolo, e alimentando un culto della personalità che ricorda quello riservato a Mao. I telegiornali della sera trasmettono servizi che fanno entrare nelle case dei cinesi tutti e quattro i minuti e i sedici secondi di applausi a scena aperta ricevuti da Xi in occasione del ritiro di un qualche premio. Il controllo tecnologico ha raffinato le tecniche di sorveglianza di massa, di repressione del dissenso e di invio degli oppositori nei campi di rieducazione.
In piazza Tienanmen si erge il mausoleo di Mao, mentre il quadro di sei metri per quattro, raffigurante il Grande Timoniere, domina l’accesso alla Città proibita. Nel 2016 una gigantesca statua dorata di Mao alta 37 metri è sorta tra mille fanfare nella provincia di Henan, prima di essere abbattuta senza spiegazione dalle autorità. Le stesse autorità che prima hanno accompagnato l’ascesa di Bo Xilai, una delle figure primarie dell’apparato cinese, noto per voler restaurare i fasti della Rivoluzione culturale maoista, e poi lo hanno incarcerato e condannato all’ergastolo.
Deng aveva rigettato il maoismo, ma al contrario dell’Unione Sovietica che, disfacendosi di Stalin, poteva contare sulla figura unificante di Lenin, la Cina non ha nessun altro mito su cui fondarsi. Tranne Mao.
La Stampa 6.6.10
Il mito antidemocratico della riscossa asiatica
di Carlo Pizzati
Nel secolo scorso avevano successo le analisi su un archetipo dell’Occidente, il cosiddetto «pericolo giallo« di un possibile risveglio dell’Asia. Si pensi alla Sfida globale di Jean Jacques Servan-Schreiber che delineava nel Giappone del 1980 il futuro padrone del mondo. Non andò esattamente così. Ora che gli equilibri economici s’inclinano davvero verso l’Asia, inizia la moda delle agiografie su una Cina tecnocratica che guida la riscossa mondiale del continente.
A questa categoria appartiene Il secolo asiatico? di Parag Khanna (Fazi, € 25) il cui titolo in inglese dichiara, senza punteggiatura interrogativa, che The future is Asian. Si tratta di 455 pagine che si aprono con un distillato vertiginoso di reinterpretazioni storiche, fuori dalla prospettiva eurocentrica, per passare all’Asia-nomics del «sistema Asia» dopo aver eliminato lo stereotipo di un’Asia più bisognosa dell’Occidente che non il contrario.
Un libro da sottolineare e da leggere con cura. Anche e soprattutto per non condividerne l’evidente spregio verso i valori fondanti della democrazia come i diritti civili, la libertà personale e quella politica. La democrazia liberale, dichiara infatti Khanna, non è adatta all’Asia quanto il «dispotismo benevolo» di matrice singaporiana. E qui l’autore, nato in India, ma cresciuto negli Stati Uniti, laureato alla London School of Economics e ora residente nella ricca isoletta di Singapore, rivela i limiti di un’analisi formulata senza abitare nell’Asia vera, quella ancora sottosviluppata, dove c’è il dengue, la malaria, le strade con le buche, dove i macchinari si rompono, i funzionari si corrompono, come anche gli elettori, e non in quell’«Asia globale» delle tecnocrazie che portano risultati, ma imprigionando o esiliando voci contrarie e minoranze religiose, facendo a pezzi o lasciando uccidere i giornalisti scomodi, prendendo a frustate o a lapidando donne indipendenti e Lgbt. Queste preoccupazioni, per Khanna, sono «chiacchiere ipocrite».
Quest’inno alle tecnocrazie asiatiche dell’uomo forte da una prospettiva Pechino-centrica incarna ciò che descrive: la trasformazione di una visione del mondo. Alcune tesi potrebbero anche apparire condivisibili, ma quando Khanna sfora nella futurologia basata sulle promesse di politici come l’indiano Modi, il filippino Duterte o l’indonesiano Jokowi, invece che su fatti comprovati, diventa azzardato fidarsi delle conclusioni.
Siamo nell’era dell’asianizzazione multilaterale, dice Khanna, non del predominio della Cina. L’Asia s’inizia in Turchia e finisce in Australia ed è rinata negli anni ’80 con il boom giapponese, seguito dalle Tigri asiatiche: Singapore, Taiwan e Corea del Nord. Poi è arrivato il boom cinese. Il maggio 2017 sarà una data storica: la nascita della Belt and Road Initiative. Con i finanziamenti infrastrutturali cinesi si rifà il mondo, dice Khanna. Ma come? Facendo indebitare paesi asiatici fino al 75 % per poi avanzare pretese territoriali? Ne sa qualcosa lo Sri Lanka che per rimborsare i debiti cinesi ha dovuto cedere a Pechino l’usufrutto del porto di Hambantota per 99 anni.
Ma l’autore sostiene che non esistono mire imperialiste cinesi, solo commerciali (come se non fossero perennemente intrecciate). Il mondo sarà gestito da Usa, Europa e un’Asia che si rafforza commerciando sempre più all’interno del continente stesso.
Siamo nel panasiatismo di Okakura Tenshin e a quell’invito dello scienziato politico Zhang Weiwei affinché «la gerarchia occidentale sia sostituita dalla parità tra civiltà».
Ma se da un lato Khanna dice che l’Indice di Sviluppo Inclusivo è più importante del Pil e che paesi asiatici come Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Israele occupano i primi posti, poi troviamo Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Cambogia, Laos, Yemen e un miliardo e 400 milioni di indiani tra gli ultimi. In Asia crescono aspettativa di vita, risparmio e reddito medio, ma non sempre si abbassa il livello di povertà né aumenta il tasso di eguaglianza, anzi. Mentre s’impenna l’emissione di carbonio.
Nella sua infervorata prospettiva anti-Occidentale e avendo perso la bussola democratica, Khanna si entusiasma per l’inurbamento, prendendo troppo alla leggera la morte, ogni anno, di 2 milioni e mezzo di persone in India e il milione e 800 mila in Cina per le conseguenze dell’inquinamento. Vittime del futuro asiatico, si presume.
Queste perdite, come quelle dei diritti civili e umani, sono il prezzo necessario alla crescita, questo ci dice il difensore dei regimi autoritari asiatici, paladino della governance tecnocratica, con una leggerezza da tecnocrate cui in Occidente forse non siamo ancora abbastanza preparati.
Il futuro che ci attende nel secolo asiatico rischia di buttar via con l’acqua sporca dei limiti egalitari dell’Occidente anche il bambino di una società democratica sbocciata con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. In nome del progresso economico.
il manifesto 6.6.19
Solo alla psicoanalisi sta a cuore il senso della sofferenza mentale
L’efficacia incompresa dell’orientamento psicodinamico
di Francesca Borrelli
Da anni, ormai, della sofferenza mentale si è impossessato un ingegnoso mercato, che punta sulla idealizzazione delle neuroscienze e sugli effetti delle terapie cognitiviste, entrambe perfettamente sintonizzate con l’individualismo contemporaneo e il tempo della fretta. La cacciata in esilio del senso ha colonizzato il senso comune: non è un gioco di parole, è precisamente quanto è avvenuto in coincidenza con ciò che Alain Ehrenberg chiama, nel suo ultimo libro – La meccanica delle passioni (Einaudi, 2019) – l’avvento di un uomo nuovo: «l’uomo neurale».
ANCHE A CHI non sia un cultore di Freud è evidente come ciò che ci identifica non è il nostro cervello, bensì ciò che facciamo della nostra esistenza. In questo contesto, notava nel 2015 Miguel Benasayag, quel che spesso si nasconde dietro gli attacchi alla psicoanalisi non è ascrivibile alle sue lacune, ma è piuttosto frutto delle sue virtù: sembra che a venire soprattutto rifiutata sia infatti, la «dimensione tragica» della cura analitica, quel contatto del singolo con il mondo in cui risuona l’eco hegeliana di una teoria della storia secondo la quale gli individui, pur dedicandosi alle loro attività e perseguendo fini egoistici servono, sebbene inconsciamente, un comune disegno di emancipazione. L’universo dell’uomo contemporaneo – scrive ancora lo psichiatra argentino – si ferma invece ai confini del corpo. Eppure, nemmeno quando si limita a un fenomeno fisico, il dolore si esaurisce, in realtà, in un impulso nervoso: la sua percezione dipende, infatti, dalla diversa griglia interpretativa che ha in dotazione ciascun individuo. Detto altrimenti, non esiste dolore che preceda il senso.
A dispetto di questa evidenza, Anna Maria Nicolò, attuale presidente della Spi, introdurrà il convegno L’efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura (promosso dalla Società Psicoanalitica Italiana, dalla Associazione Italiana Psicologia Analitica, e da Soci Italiani European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy) il 7 giugno all’Università La Sapienza di Roma, sottolineando come «la psicoterapia sta praticamente sparendo dalle istituzioni e l’approccio psicodinamico, che aveva tanto bene orientato la prevenzione, la diagnosi e la cura nei consultori, nelle équipe mediche psicopedagogiche delle scuole, nei centri di salute mentale e negli ospedali, viene relegato a settori o a operatori rari e isolati».
ORMAI ALMENO due generazioni di psichiatri sono stati allenati a ignorare la ricorsività intrinseca a giochi linguistici che, se interpretati, potrebbero aiutare sensibilmente molti dei loro pazienti, trattati invece farmacologicamente sulla base di un investimento di interessi sul cervello piuttosto che sulla psiche.
Nel denunciare la illusoria prassi di sbarazzarsi dei sintomi schizofrenici trasferendoli sui farmaci, il grande psicoanalista inglese Christopher Bollas ha parlato di «incarcerazione psicotropa», identificando nella medicalizzazione vigente una minaccia alla dimensione umana. Per molti aspetti, infatti, sintomo e persona sono tutt’uno. «Di fatto – scrive Bollas – l’idea che i disturbi mentali possano essere risolti tramite un intervento neurologico è un errore categoriale ridicolo quanto lo è confondere un programma radiofonico con la radio stessa».
Da che la ricerca empirica ha ormai dimostrato l’efficacia dei trattamenti analitici, ciò che è in gioco – dirà Antonello Correale al convegno – è «capire come e per chi il trattamento analitico funziona e chiarire quali siano i fattori terapeutici realmente attivi». La psicoterapia a orientamento dinamico ha rivelato la sua particolare efficacia nel trattamento della depressione, «inesorabile contropartita dell’uomo che si pretende sovrano» ha scritto Ehrenberg, in un saggio ormai famoso, La fatica di essere se stessi, che analizza questa «malattia della responsabilità» come tipica di dinamiche sociali dove il conflitto non è più fra ciò che è permesso e ciò che è vietato, bensì tra ciò che è possibile, ovvero alla nostra portata, e ciò che è inaccessibile, sebbene propagandato come dipendente dalle nostre capacità autoimprenditoriali.
AL CONVEGNO che avrà inizio venerdì, Antonello Colli si incaricherà di riassumere le critiche più frequenti alle terapie psicoanalitiche: «non sono validate empiricamente; laddove esistano prove empiriche l’efficacia delle terapie psicoanalitiche è modesta se paragonata ad altre terapie evidence based; sono eccessivamente e inutilmente lunghe e costose». Ma «mettere in atto una valutazione psicodinamica in età evolutiva, significa – farà notare Mirella Galeota – sostare senza fretta a osservare e interrogarsi sulla persona intera del paziente, non solo sul disturbo o sull’organo o la singola funzione… Valutare psicodinamicamente un minore significa utilizzare il metodo psicoanalitico che è il solo che consente di stare con propria mente in relazione con la mente dell’altro».
Corriere 6.6.19
Saggi L’invito all’ascolto, a identificarsi con chi soffre: le riflessioni del grande studioso in «La follia che è anche in noi» (Einaudi)
La psichiatria gentile
Borgna: scienza naturale ma anche umana, indaga l’interiorità, non il cervello
di Giancarlo Dimaggio
Oggi chi si occupa dell’animo umano e vuole ammantarsi di scienza ama anteporre il prefisso: «neuro» a termini psicologici. Neurocognizione. Neuropercezione. Lo fa per abbeverarsi di potenza e innalzare la propria parola di un gradino, verso un sapere che pretende inattaccabile. È come se dicesse: le mie sono più che confabulazioni psicologiche, quello che dico corrisponde a stati del cervello che localizzerete in quell’area della corteccia, lì poco a destra e sopra l’orbita. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli studi sulle basi cerebrali del funzionamento psicologico ricevono finanziamenti spropositati, le ricerche sulla comprensione dei processi mentali e sulla cura psicoterapeutica pochi spiccioli. E in realtà la psicoterapia è più efficace dei farmaci.
Poi si legge Borgna (La follia che è anche in noi, pubblicato da Einaudi) e arriva un momentaneo sollievo. Che l’oggetto della psichiatria, della psicologia e della psicoterapia non sia «il cervello con le sue disfunzioni, ma la soggettività, la interiorità dei pazienti: il loro modo di essere nel mondo delle relazioni interpersonali». Borgna invoca una psichiatria che sia al contempo scienza umana e scienza naturale.
Perché è difficile? A che serve la ricerca presuntuosa e inutile dell’oggettivazione della sofferenza? Ad arricchire le case farmaceutiche? In gran parte no, gli psicofarmaci sono spesso necessari o complementari alla cura della parola. E allora? Perché frapporre quel fastidioso prefisso «neuro» tra l’articolo e le parole che indicano psiche? Per paura.
La fenomenologia italiana ha avuto un ruolo fondamentale nel mostrare che comprendere chi soffre significa calarsi nel pozzo con lui, entrare nella visione di fiamme e sangue con lei, sempre ben muniti della mappa per tornare indietro salvi, ben inteso. Scrive Borgna: «Senza la ricerca di quello che ci unisce, nonostante ogni differenza, con le figure e le dissolvenze, con i fantasmi e le ombre, con il dolore e la sofferenza, della malinconia e dell’angoscia, non si riesce ad aiutare chi sta male».
Empatia
La comunicazione al malato è già inizio di cura se la frase e il tono di voce sanno manifestare accoglienza e vicinanza
Entrare in quei luoghi di draghi e prigioni, di spettri e deserti costa un grammo di dolore personale. L’ascolto empatico invocato da Borgna non significa riconoscere alla follia lo statuto di verità alternativa, ma capire che alle sue radici c’è lo stesso dolore che proviamo noi. La tua angoscia è simile a quella che ho provato io per mio figlio, la tua vergogna è quella che io ho vissuto quando la mia lingua è inciampata mentre parlavo in pubblico. La tua ossessione è la stessa che nutre il mio pensiero ripetitivo — «la brutta figura accadrà ancora e ancora» — che ha colonizzato la mia mente in una giornata umida di novembre.
A volte gli psicoterapeuti ascoltano pazienti che si trovano in stati di frustrazione, fallimento, non vedono via di uscita, leggono solo la costellazione di perdite e sconfitte che è stato il loro passato e decidono che il futuro continuerà identico. Oppure che si sentono tagliati fuori dalla società, diversi oggi e per sempre, non esiste un gruppo che possa accoglierli. Per aiutarli a uscire da questo stato gli psicoterapeuti devono prima entrarci. Ricordare quel giorno in cui camminando per la periferia di Roma a fine luglio si sentivano anche loro tagliati fuori dalla comunità, come mi ha raccontato una collega. Questa capacità di identificazione è tanto costosa quanto preziosa e capace di ricambiare con generosità, solo grazie ad essa saremo vicini a chi soffre. L’invocazione di Borgna a pronunciare parole fragili e gentili vale anche per i medici: la comunicazione al malato è già inizio di cura se la frase, il tono di voce sanno manifestare accoglienza e vicinanza.
Alla fine Borgna parla di una cosa sola: quel nucleo di fragilità che è alla radice della follia e della sofferenza psichica. Se il curante sa leggerla, avvicinarvisi con grazia, scoprire come risuona con la propria fragilità, il percorso di cura si apre, diventa possibile. Gli sforzi dei fenomenologi non sono stati invano se persino il DSM 5, il manuale generato dalla psichiatria americana e spesso additato come simbolo di oggettivazione fredda della malattia mentale, arriva a descrivere alcuni pazienti riferendosi alla loro esperienza interna; descrive i disturbi di personalità come forme in cui risuonano bassa autostima, senso di vuoto, perdita dello slancio vitale che genera l’azione intenzionale.
In primavera ho insegnato a Aarhus, Oslo, Bergen. Sempre la stessa impressione: locali caldi, ampi, accoglienti. Stanze verniciate di fresco, poltrone morbide e comode, viali alberati. Ad Aarhus i colleghi scherzavano sulla scelta dell’architetto di dipingere le pareti di rosa, e non era un reparto femminile. Poteva piacere o meno, ma il pensiero era: creiamo un’ambiente gradevole. Mi perdevo a leggere le targhette che indicavano tanti tipi di psicoterapia diversa. E pensavo: è possibile. Una psichiatria orientata all’ascolto, alla psicoterapia, sostenuta dallo Stato. Senza il prefisso «neuro».
La Stampa 6.6.19
Italia, Francia, Ungheria e Polonia:
il sentiero sovranista in Europa
di Carla Reschia
Cinque anni fa, Valery Giscard D’Estaing ha pubblicato un libro, «Europa: The Last Chance for Europe», (L’ultima occasione per l’Europa). Essendo stato uno dei promotori più qualificati del progetto, avvertiva del rischio creato dalla spinta delle identità nazionali, che minaccia di snaturare l’Unione. Sottolineava l’esistenza di due diversi modelli di Europa: quello guidato dal Regno Unito che non era e non è altro che una zona di libero scambio con libertà di circolazione e di scambi di capitali, e quello dei fondatori Schumann e Monnet, che immaginavano la costruzione di un gruppo economico assolutamente integrato, in grado di competere con lo strapotere degli Stati Uniti e della Cina.
All’epoca della pubblicazione dell’opera molti degli attuali problemi del continente avevano già cominciato a manifestarsi, anche se non erano ancora esplosi. Il libro era uscito in concomitanza con lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Scozia e Cameron non aveva ancora convocato quello che avrebbe dato origine alla Brexit.
Vale la pena rivedere i commenti dell’ex presidente francese, poi ampliati dall’ex cancelliere Helmut Schmidt, alla luce di quanto accaduto nelle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sottolineavano come le sfide che si presentano all’Unione vengano da lontano. Hanno molto a che fare con l’insoddisfazione sociale dei cittadini per le risposte inadeguate delle istituzioni alle loro richieste; la paura della globalizzazione e il crescere del populismo e della demagogia di cui soffrono praticamente tutti i paesi membri stanno aprendo la strada alla democrazia dell’indignazione.
Poiché i sondaggi davano previsioni nefaste sulla crescita dell’estrema destra nel continente, crescita che invece è stata alquanto limitata, assistiamo all’espressione di un volonteroso ottimismo da parte dei media e dei leader europeisti.
Credo, tuttavia, convenga moderare l’entusiasmo. Il fatto che il neofascismo non abbia visto confermate le sue aspettative non significa che sia stato sconfitto. Un quarto dei seggi in parlamento sarà occupato da deputati di estrema destra, per lo più xenofobi, nazionalisti e in parte neofascisti; e anche più di un terzo potrà essere assegnato alla destra reazionaria, a seconda di come vengono effettuate le somme e le sottrazioni dei diversi gruppi parlamentari.
Particolarmente preoccupante è quello che è successo in due paesi centrali, fondatori del trattato di Roma, come la Francia e l’Italia; in altri di non secondaria importanza, antichi sudditi dell’impero sovietico (Polonia e Ungheria), trionfano i partiti al potere che si sono distinti per la loro deriva antidemocratica e la mancanza di rispetto per la separazione dei poteri; per non parlare dell’incontestabile trionfo nel Regno Unito di Nigel Farage, già descritto dalla stampa internazionale come l’uomo più pericoloso della Gran Bretagna.
È improbabile che sia coronata da successo l’annunciata intenzione di Salvini di unire in un movimento europeo di estrema destra le varie formazioni che hanno vinto nei rispettivi collegi elettorali. Tra l’altro perché molte, a cominciare proprio dalla Lega, affondano le loro radici in un nazionalismo radicale e questo le porta differenziarsi in modo sostanziale le une dalle altre. Ma non si dovrebbero sottovalutare i legami ideologici che le uniscono, che vanno dal rifiuto frontale dell’immigrazione a un notevole disprezzo per i problemi derivanti dai cambiamenti climatici, insieme a una certa resistenza passiva contro l’euro, convinti come sono delle difficoltà che ne implicherebbe l’abbandono da parte di coloro che lo hanno adottato.
Una delle caratteristiche più evidenti delle recenti elezioni è il ritorno al voto - in una chiave nazionale che soddisfa anche i bisogni dell’Europa. Non esiste ancora, però, un popolo europeo in quanto tale, una cittadinanza riconoscibile in grado di realizzare quel progetto unitario che è politico oltre che economico, e che richiede massicce dosi di solidarietà tra gli Stati.
Gli stereotipi dei Paesi del Nord sviluppato sui loro cittadini che risparmiano mentre il loro denaro viene sperperato dalle indolenti popolazioni del Sud, non hanno smesso di far breccia nell’opinione pubblica fin dalla crisi del 2008 e dal salvataggio delle finanze greche. Oggi l’arroganza di chi la pensa così si rivolge contro gli immigrati, necessari d’altra parte per poter finanziare lo stato sociale in un’Europa che invecchia ed è abituata a beneficiare di una spesa sociale che per i governi è sempre più difficile da mantenere.
Il rivolgersi a potenziali salvatori della patria, si chiamino Salvini, Le Pen o Orban, perché forniscano soluzioni semplici a problemi complessi non è peraltro una caratteristica esclusiva del panorama europeo. Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia, Xi Jinping in Cina, Modi in India, Erdogan in Turchia, sono altrettanti esempi del nazionalismo dilagante e del culto dell’autoritarismo politico come formula da sfruttare per mobilitare nelle elezioni il voto di pancia.
È urgente che l’Europa democratica, che è ancora una potenza economica, ma manca di qualsiasi capacità di guida nella battaglia tecnologica o nella difesa comune, si organizzi in consonanza con i valori che l’hanno illuminata e che rischiano di sparire. I difensori della regola della maggioranza con il rispetto assoluto del pluralismo e dei diritti delle minoranze, oggi sono segregati, annullati e ripudiati da un settarismo nazionalista che porta allo scontro.
traduzione
Il Fatto 6.6.19
Noa, storia sbagliata di un suicidio
Olanda. Aveva chiesto l’eutanasia ma non l’aveva ottenuta. Secondo i medici, doveva attendere almeno i 21 anni. E curarsi. Noa Pothoven, 18 anni quasi, si è lasciata morire. Ma in Italia l’hanno raccontata in un altro modo
di Eleonora Martini
Una storia sbagliata, finita con un fiume di inchiostro (si potrebbe dire parafrasando Fabrizio De André). È la storia di Noa Pothoven, che ha occupato le prime pagine di quasi tutti i giornali italiani, ieri. È la storia di una ragazza olandese di quasi 18 anni (li avrebbe compiuti a dicembre), morta suicida (aveva smesso di mangiare e bere da giorni) nella sua abitazione di Arnhem e non per mano eutanasica come hanno erroneamente (e consapevolmente, a volte, ne abbiamo le prove) scritto tutte le maggiori testate giornalistiche italiane, e non solo.
Invece, a conferma della notizia così come l’ha data in perfetta solitudine il manifesto, è arrivata ieri tra l’altro anche la nota del ministero della Salute olandese che comunica di aver avviato «un’ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un’indagine» non sull’eutanasia, che non c’è stata, ma sul «tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti somministrati alla giovane che da anni era affetta da anoressia e depressione, in seguito al trauma di due stupri subiti da bambina, e che era stata già ricoverata molte volte, ma solo nel tentativo di evitarle il suicidio.
INFATTI LA RAGAZZA aveva più volte chiesto di poter essere aiutata a morire, cosa a cui ambiva ormai senza tentennamenti, come aveva scritto nel suo libro autobiografico Winner of leren (Vinci o impara) e sui suoi profili social, dove il suo caso aveva prodotto un vasto dibattito tra i follower. Già nel 2018, intervistata dalla testata de Gelderlander, Noa aveva raccontato di essersi rivolta due anni prima, di nascosto dai genitori, alla clinica Levenseind de L’Aja, dove opera la Fondazione Levenseindekliniek, per chiedere di ottenere l’eutanasia. Ma la risposta era stata: «No».
«PENSANO che sia troppo giovane per morire – aveva riferito la teenager olandese ai giornalisti – Pensano che dovrei completare il trattamento per curare il trauma e dicono che il mio cervello deve prima completare la crescita. Cosa che avviene fino ai 21 anni. Sono devastata, perché non posso aspettare così tanto tempo».
IN OLANDA, dove l’eutanasia è legalizzata dal 2002 (e non praticata nell’illegalità, come in Italia) ed è concessa anche ai minorenni in casi particolarmente gravi e previo consenso dei genitori, i giornali hanno raccontato questa “storia sbagliata” nel modo giusto. Hanno riferito che la ragazza era stata perfino esentata dall’obbligo scolastico, e non frequentava più la scuola. Che era stata ricoverata tante volte in trattamento obbligatorio e che una volta, all’ospedale Rijnstate di Arnhem, l’avevano dovuta indurre in coma farmacologico per nutrirla artificialmente con una sonda. Addirittura i suoi genitori, che avevano visto la figlia cambiare improvvisamente sotto i loro occhi ma che per molto tempo nulla avevano saputo degli stupri subiti da Noa, avevano infine cercato perfino un ospedale che la trattasse con l’elettroshock.
I QUOTIDIANI olandesi, invece di inveire contro l’eutanasia o il suicidio assistito come hanno fatto politici e prelati in Italia – «È una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità; dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita», ha affermato per esempio la Pontificia Accademia per la Vita – hanno ricordato che Noa «ha dovuto aspettare un anno e mezzo per un posto in una clinica dove curano i disordini alimentari, a Zutphen».
E che, come aveva riferito un anno fa la madre della ragazza, Lisette, «per motivi di sicurezza, Noa è stata ammessa in tre istituti per la cura della gioventù negli ultimi anni, ma in realtà dovrebbe essere ricoverata in un istituto chiuso per la psichiatria infantile. Ma ci sono enormi liste d’attesa lì. Vogliamo un posto per lei dove possa stare e in cui vengano affrontati tutti i suoi problemi fisici e mentali. Ma non ce ne sono, nei Paesi Bassi». E neppure in Italia, se è per questo.
SI POTREBBE continuare a lungo, a raccontare la “storia sbagliata” di Noa Pothoven. Ma di fiumi d’inchiostro se ne sono già spesi abbastanza. Non rimane che lasciare la parola a chi, come il radicale Marco Cappato, promotore della campagna «Eutanasia Legale», sottolinea che il lasciarsi morire di fame e di sete è una «possibilità contemplata anche in Italia». E che anche da noi la legge prevede l’impossibilità di poter intervenire con l’idratazione e la nutrizione forzata, «a meno di Trattamento sanitario obbligatorio su persona incapace di intendere e di volere». «È bene comunque ricordare – aggiunge Cappato – che le pdl in discussione nel Parlamento italiano, su esplicito richiamo della Corte costituzionale, a partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare, prevedono la possibilità di accesso al percorso eutanasico solo per le persone maggiorenni e portatrici di malattie fisiche terminali o inguaribili».
Dj Fabo
Infatti in questi giorni in Commissione Affari sociali, alla Camera, è stato avviato l’iter per una legge sul suicidio assistito, come caldeggiato dalla Consulta che, trattando il caso di Dj Fabo, al legislatore italiano aveva dato tempo un anno per colmare il vuoto normativo. Ieri 17 deputati del M5S hanno presentato un’altra proposta di legge «per consentire di compiere un passo avanti in tema di diritti civili e di libertà». Perché, scrivono nella premessa alla pdl, «nelle società moderne e secolarizzate l’opinione pubblica è sempre più favorevole a richiedere una morte assistita, dignitosa e, quando possibile, libera da una sofferenza inutile. C’è un diritto alla vita ma anche un diritto alla morte».
La Stampa 6.6.19
La morte assistita e la scelta italiana
di Vladimiro Zagrebelsky
Il Parlamento è chiamato dalla Corte costituzionale al difficile compito di ammettere e disciplinare l’assistenza al suicidio, che sia richiesta da persona determinata a por fine alla propria vita.
La notizia della morte della giovane olandese Noa Pothoven, prima data come un caso di eutanasia e poi corretta nel senso che si è trattato di un lento suicidio accompagnato da presenza medica, cade mentre il Parlamento sta esaminando alcuni progetti di legge. La correzione della notizia non sembra cambiare significativamente i gravi interrogativi che si pongono, prima di tutto per la giovane età della ragazza. Ora però può essere utile svolgere qualche argomento legato al lavoro legislativo del Parlamento. Il codice penale vieta e punisce l’omicidio del consenziente e l’assistenza al suicidio. La Corte costituzionale ha ritenuto che sia in contrasto con la Costituzione l’assenza di qualunque eccezione e limite al divieto generale di assistenza a chi ha deciso di uccidersi. Diversi sono gli argomenti svolti dalla Corte costituzionale, ma il cuore della sua posizione sta nel richiamo al diritto di ogni persona all’autodeterminazione, derivante dalla dignità che va riconosciuta a ciascun essere umano. Sarebbe difficile oggi dissentire e ammettere che nel più delicato dei momenti della vita, quello della morte, alla libertà della persona si sostituisca l’autorità dello Stato o l’imposizione della società, fosse pure in una sua parte maggioritaria.
Tuttavia sono tutt’altro che semplici sia la nozione di autodeterminazione, sia, ancor più, l’accertamento della sua realtà concreta in ciascuna delle infinitamente diverse vicende. È ovvio che autodeterminazione non significa assenza di condizionamenti. Ogni atto di volontà è frutto di una deliberazione frutto di molte e contrastanti spinte, della più varia natura. Forse nemmeno l’interessato è pienamente cosciente di ciò che lo condiziona. E la ricostruzione e valutazione delle ragioni della deliberazione di un altro individuo è estremamente complessa. Si dice naturalmente che la decisione di metter fine alla propria vita deve essere libera e consapevole da parte di una persona capace. Ma, mentre l’esclusione del minore o del malato di mente può trovare in Italia largo accordo, non può essere superficiale l’accertamento della libertà della decisione di morire e di chiedere ad altri di essere in ciò aiutato. Esso richiede invece l’opera di specialisti, di diversa formazione: non solo psichiatrica o psicologica, ma anche sociale. Non vi è libertà se non vi sono alternative e queste non sono necessariamente solo mediche.
Una disciplina legislativa che riconosca il diritto di morire e assicuri modalità umane e dignitose, attraverso l’opera esperta dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, dovrà prevedere procedure rigorose di accertamento della volontà dell’interessato. Ciò non solo per escluderne aspetti patologici, ma anche per dialogare, prospettando concretamente vie di uscita, che forse non sempre, ma spesso esistono (dalle cure palliative nel caso di sofferenze fisiche, a cure e soluzioni sociali quando si tratti di sofferenze di altra natura). Non si otterrà sempre un ripensamento, poiché le alternative potrebbero essere rifiutate, ma almeno si potrà effettivamente parlare di libertà e di autodeterminazione. Si pensa che escludendo l’idea stessa di assistenza al suicidio si salvino delle vite (e si salvi anche la buona coscienza della società e dello Stato). La realtà è invece che in molti casi si spingono le persone a uccidersi in modi violenti e crudeli o le si obbliga al travaglio dell’interruzione di trattamenti di artificiale mantenimento in vita.
I progetti di legge in discussione in Parlamento sono carenti sotto il profilo dell’accertamento della volontà dell’interessato e del dialogo sulle possibili soluzioni esistenziali, che spingano a una riconsiderazione della scelta del suicidio. I progetti di legge si concentrano sulla definizione della condizione oggettiva in cui si trova chi chiede aiuto nel suicidio. Sarà difficile assicurarne la ragionevolezza e l’idoneità a impedire drammatiche scelte di suicidio negli altri casi. Soprattutto occorre che la nuova legge preveda forme di accertamento della natura della decisione di metter fine alla propria vita e di dialogo approfondito su possibili alternative.
il manifesto 6.6.19
Ora Salvini fa controllare la vita privata dei giudici “scomodi”
Stato di Polizia. Dopo il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all'anagrafe, il Viminale avvia un dossieraggio sui magistrati e annuncia ricorsi su ricorsi.
di Riccardo Chiari
FIRENZE Il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe, hanno fatto infuriare Matteo Salvini.
Il vicepremier e ministro dell’interno, in risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze; altri ricorsi sulle sentenze che permettono l’iscrizione all’anagrafe dei migranti; ma soprattutto un ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”. Un concetto ribadito la sera in tv al programma Otto e Mezzo su La7.
Le mosse del Viminale fanno tornare alla mente momenti bui delle recente storia italiana, come la delegittimazione messa in pratica dai media di casa Berlusconi ai danni del giudice Raimondo Mesiano, reo di aver condannato la Fininvest nelle pieghe del processo sul lodo Mondadori.
Questo caso appare ben più grave, perché ad agire è una istituzione statale che, nei fatti, avvia un “dossieraggio” contro magistrati considerati scomodi. Non altrimenti è possibile giudicare la decisione di Salvini di far analizzare le uscite pubbliche dei magistrati firmatari delle sentenze, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”.
Il calcolo politico del leader della Lega, in un momento in cui l’Associazione nazionale magistrati e lo stesso Consiglio superiore della magistratura vivono giorni difficilissimi, a causa di ben altre, gravi vicende, è evidente. Ma l’Anm reagisce comunque: con un documento approvato all’unanimità, l’organo sindacale dei magistrati chiede “che il Csm effettui tutti i passaggi necessari a tutela della collega Luciana Breggia, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Firenze, e dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione”.
Nel ripercorrere la vicenda, l’Anm denuncia: “In seguito a un provvedimento collegiale che ha dichiarato inammissibile il reclamo del ministero dell’interno, si è ipotizzato l’intento ‘politico’ del giudice diretto a disapplicare norme di legge, a fronte di un provvedimento sgradito. La critica non si è rivolta quindi al contenuto del provvedimento, ampiamente motivato, ma alle supposte ‘idee politiche del giudice’ e alla sua partecipazione a convegni, peraltro di carattere scientifico, in ragione dei partecipanti e dei relatori evidentemente loro sgraditi”.
Il documento dell’Anm richiama sul caso anche un post pubblicato su facebook dallo stesso Salvini, che “riportando un articolo de ‘Il Giornale’ che contiene i medesimi attacchi alla persona del giudice, è stato seguito da commenti contenenti insulti e minacce che non risultano essere stati rimossi”.
Ma di cosa dovrebbero essere “colpevoli” Luciana Breggia ma anche Matilde Betti, presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna? Soprattutto Breggia di aver detto in una intervista a Famiglia Cristiana che i Centri di accoglienza straordinaria sono un “limbo di insicurezza”, e che “le leggi che costituiscono il diritto non sempre vanno nella direzione della giustizia”, ricordando le leggi razziali. Poi di essere stata relatrice alla presentazione del libro “’L’attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale”, scritto dall’avvocato Maurizio Veglio che collabora con l’Asgi, al fianco della portavoce di Mediterranea, Alessandra Sciurba.
Quanto allo stop del Tar toscano alle “zone rosse” fiorentine, dopo un ricorso dell’Aduc sul caso di Matteo Innocenti, attivista di Pap denunciato per possesso di cannabis e per questo considerato “pericoloso”, è la stessa associazione a tirare le somme dopo il ricorso del Viminale al Consiglio di Stato: “Stato libero di Bananas? E’ il primo pensiero che viene in mente, ma vogliamo credere e sperare che non sia così. Perché ancora crediamo che l’Italia sia uno Stato di diritto, coi poteri separati e l’autonomia di ogni potere rispetto agli altri”.
L’associazione infine ricorda: “A noi preme la sicurezza di tutti, e ci preme che possa essere preservata a partire dai diritti costituzionali degli individui, quelli che la sentenza del Tar della Toscana ha evidenziato essere stati violati con l’ordinanza della Prefetto di Firenze. Preservando i diritti individuali, le autorità dovrebbero essere in grado di preservare anche i diritti della collettività. Altrimenti si passa dallo Stato di diritto a quello di Polizia”.
Il Fatto 6.6.19
Radio Radicale, la svolta: Di Maio cede e la salva
La proroga - Nel dl Crescita è stato inserito un emendamento che fa slittare di un anno i tagli
Radio Radicale, la svolta: Di Maio cede e la salva
di Patrizia De Rubertis
Nella battaglia intestina del governo gialloverde, la Lega si appunta sul bavero un’altra medaglietta: quella del salvataggio di Radio Radicale. Lunedì pomeriggio, quando si riuniranno le Commissione Finanze e Bilancio della Camera per votare il dl Crescita, sul tavolo finirà anche un emendamento condiviso dai due partiti di maggioranza che dovrebbe prorogare di un altro anno il fondo dell’editoria e il cui taglio slitterebbe così al 2020. Ossigeno, quindi, per la radio fondata nel 1976 da Marco Pannella e per tutte le altre storiche testate locali a rischio chiusura per la crisi del settore.
Così, dopo mesi in cui Vito Crimi, sottosegretario M5s con delega all’Editoria, si è battuto per non prorogare la convenzione stipulata nel 1994 con Radio Radicale e che ha permesso alla storica emittente radiofonica di ottenere un finanziamento da 10 milioni di euro l’anno, lo stesso ministro dello Sviluppo economico che ha la competenza della convenzione ha fornito la soluzione. Secondo quanto riportato ieri da Repubblica, sarebbe infatti Di Maio il promotore del testo che concede a Radio Radicale il finanziamento poi finito nel dl Crescita. Del resto il vicepremier M5s già il sabato prima delle Europee aveva chiaramente lasciato intendere che si sarebbe occupato del salvataggio di Radio Radicale: “Una soluzione si può trovare, partendo però da un presupposto e cioè che non possiamo dare milioni a un’unica radio e lasciare le altre sul mercato”.
Dalle parole ai fatti. M5s ha depositato, d’accordo con la Lega, una mozione che di fatto salva Radio Radicale ma che punta a non rinnovare la concessione senza una vera gara, digitalizzando però gli archivi della radio “che rappresentano una risorsa preziosa”. Anche perché lo Stato italiano lo ha finanziato fino ad oggi, per quasi 30 anni, con 250 milioni di euro.
Ed anche se nelle prossime ore dovesse riaprirsi la partita tra gli alleati di governo, il più è ormai fatto e indietro difficilmente si potrebbe tornare: sul dl Crescita il governo sta valutando l’ipotesi di mettere la fiducia alla Camera. Si tratta del primo voto blindato dopo le tensioni delle ultime ore. Una sorta di tregua armata tra Salvini e Di Maio che possono sostenere solo ingoiando un po’ di rospi a vicenda. E nel caso di Radio Radicale a ingoiarlo è stato il vicepremier Luigi Di Maio.
Oggi, intanto, al Senato verranno votate 5 mozioni presentate dalle opposizioni, dal Pd a Forza Italia, dalla Svp a Fratelli d’Italia, che hanno continuato a battersi per il salvataggio di Radio Radicale. Testi fotocopia che prevedono che le imprese private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale mantengono il diritto ai contributi previsti dalle norme sulle provvidenze all’editoria. Ma le mozioni non serviranno non solo perché rappresentano solo un impegnano del governo a occuparsi di un tema. L’accordo per il salvataggio di Radio Radicale è stato trovato. E a cedere ci ha già pensato Di Maio.
Il Fatto 6.6.19
Herlitzka e Lucrezio: un riscatto che manda all’inferno persino Dante
L’attore ha pubblicato il suo lavoro sul “De rerum natura” dopo averlo portato a teatro
di Paolo Isotta
Roberto Herlitzka (1937) è il più grande attore italiano. Adesso se ne stanno accorgendo: come sempre succede, non per le cose importanti ma grazie a una deliziosa interpretazione semicomica in un mediocre film di Sorrentino (non ricordo quale dei tanti: in parentesi: Sorrentino, uno ch’era nato talento e che il successo ha reso un routinier piccolo- borghese). Il grande attore tragico è sempre grande anche nel comico. Me ne accorsi in uno straordinario film surreale del 1983 di Lina Wertmüller, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada. Recitavano due colossi come Tognazzi e Moschin; lui non era inferiore, nella parte, davvero da lui creata, di un faccendiere meridionale che fa da segretario al ministro dell’Interno democristiano. Per conoscere Herlitzka occorre vederlo a teatro. Un testo grottesco e tragicissimo venne ridotto da Ruggero Cappuccio dal più tetro romanzo che conosca, Il soccombente di Thomas Bernhard. Herlitzka reggeva due ore di monologo sciorinando tutte le angosce e le nevrosi di un pianista fallito che sa di esserlo. Da brivido. E chi oggi potrebbe interpretare Re Lear meglio di lui? O Tutto per bene o Enrico IV di Pirandello?
Quel che meno si conosce è che Herlitzka è anche il più colto degli attori italiani. Non ne fa esibizione. Però due anni fa volle, col suo tipico understatement, calare la maschera. E portò un po’ in giro un altro suo monologo, una silloge di passi del De rerum natura, Il poema della Natura, di Lucrezio. Ma con un particolare: il più arduo dei poeti latini, uno dei più ardui poeti di tutti i tempi, veniva recitato da Herlitzka nella sua traduzione.
Questa traduzione l’aveva compiuta lungo tutta la vita. Al liceo torinese aveva avuto come insegnante Oreste Badellino, uno dei grandi latinisti del Novecento. E adesso il lavoro viene pubblicato: La natura di Tito Lucrezio Caro (La nave di Teseo, pp. 276, euro 18). Consiste di quattro libri sui sei del poema; non dispero che il Maestro voglia dedicarsi a completare l’opera.
Mentirei se affermassi che si tratta di un testo facile. Herlitzka ha fatto più una versione d’arte che una volta a far comprendere i riposti sensi del testo. Va letta per la sua bellezza e per la sua enorme musicalità. E anche per essere una scommessa della quale la portata potrebbe sfuggire. Il poema è volto in endecasillabi di terzine dantesche, e nello stile dei nostri trecentisti. Diventa un trionfo di ritmi, rime e luci. Poi, per capire la rivelazione del più grande poema scientifico di tutta la poesia occorre rivolgersi a più didattici traduttori. Il mio preferito è Armando Fellin (Utet), che si aggiunge alla lunga schiera principiata col secentista Alessandro Marchetti. Come mai, se il poema venne riscoperto da Poggio Bracciolini nel 1418, venne volto solo nel Seicento? Ma perché nel Quattrocento e nel Cinquecento i coltissimi e dotti prelati atei se lo leggevano nell’originale, e la Chiesa non pensò mai a proibirlo per la sua difficoltà. In italiano, era altra cosa: e Marchetti venne messo all’Indice. Dante non aveva letto Lucrezio, ma nel X dell’Inferno lo colloca senza menzionarlo fra coloro che l’anima col corpo morta fanno. Ed ecco la scommessa di Herlitzka: costringere Dante, il massimo piacere del quale, almeno nella prima Cantica, è quello di condannare a supplizi atrocissimi tutti i suoi nemici e anche gran parte degli amici morti e vivi, a cantare un poeta che spiega ch’esiste solo la materia, e che la materia è fatta di minuscole particelle indivisibili ruotanti nel vuoto e componentesi e scomponentesi. La morte è scomposizione di atomi, e l’anima immortale non esiste. Tutto qui. Anche Dante ha trovato, grazie a Herlitzka, il suo meritato inferno.
www.paoloisotta.it
La Stampa 6.6.19
Non solo spinelli
Dalle pagine della Bibbia a nuova fonte di energia
gli utilizzi della canapa sono moltissimi
Gentile Nadia Ferrigo,
negli ultimi tempi si fa un gran parlare dei fiori di cannabis light. La canapa legale si può fumare, a qualcuno va bene e a qualcun altro invece no. Staremo a vedere che capita ai tanti che hanno creduto e investito in questa attività e che ora rischiano di perdere tutto. Questo lo abbiamo capito. Ma i fiori non sono l’unico prodotto valido in cui può essere trasformata la canapa industriale. Perché non se ne parla mai?
Cecilia Lo Cascio, Modena
Gentile Lo Cascio,
gli utilizzi della pianta di canapa sono davvero moltissimi. Alcuni legati alla tradizione, come le gomene delle navi, altri invece risultato delle tecnologie più innovative. Con la fibra di canapa si può produrre la carta. Di canapa importata in Germania dall’Italia sono fatte le prime copie della Bibbia stampata da Gutenberg. La fibra tessile in passato era considerata l’«oro verde», poi sostituita quasi del tutto con il cotone. La parte legnosa della pianta unita ad acqua e calce crea un materiale naturale, con buone proprietà isolanti.
Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, la canapa è il produttore di combustibile da bio-massa che richiede meno specializzazione sia nella coltivazione sia nella trasformazione di tutti i prodotti vegetali. Gli idrocarburi in canapa infatti possono essere trasformati in diverse fonti di energia da biomassa, dal pellet ai combustibili liquidi e a gas. Non è certo una scoperta recente: nel 1941 Henry Ford creò la Hemp Body Car, con la scocca in bio plastica di soia e canapa e alimentata a etanolo, ottenuto raffinando i semi della stessa pianta.
I possibili impieghi della canapa, fusto e foglie comprese, sono così tanti da avere meritato il nomignolo di «maiale vegetale». Tra questi c’è anche quello di combattere l’inquinamento.
Quando la pianta cresce cattura quattro volte l’anidride carbonica immagazzinata dagli alberi. Nel 2001 un team di ricercatori tedeschi ha confermato i risultati di Chernobyl, dimostrando che la canapa è in grado di estrarre piombo, cadmio e nichel da un appezzamento di terra contaminato da scarichi fognari. Nel 2011 centinaia di coltivatori in Puglia hanno iniziato a seguire questa teoria, piantando canapa nel tentativo di risanare i terreni inquinati dall’Ilva. In conclusione, non è vero che non se ne parla mai. Ma certo sarebbe utile parlarne di più.
https://spogli.blogspot.com/2019/06/la-stampa-6.html
In Danimarca
Elezioni, crollo dell’ultradestra
La sinistra verso il governo
di Walter Rauhe
In Danimarca la coalizione di governo formata dai partiti del centrodestra del primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha perso la maggioranza a causa del drammatico tracollo della formazione di estrema destra del Partito del Popolo Danese (Dpp) che dal 2014 l’appoggiava dall’esterno.
Alle elezioni politiche di ieri il partito nazionalista ed euroscettico ha ottenuto il 9,8% dei consensi, circa undici punti in meno rispetto a cinque anni fa. Netta affermazione invece dei socialdemocratici finora all’opposizione che sotto la guida della carismatica e popolare leader Mette Frederiksen sono riusciti a conquistare il 25% delle preferenze affermandosi primo partito nel Paese con quattro punti di vantaggio sui Liberali di Rasmussen che nel corso dell’ultima legislatura avevano adottato una linea molto dura sull’immigrazione spostando molto a destra la linea politica di Copenaghen.
Il partito socialdemocratico punta ora al potere e alla formazione di un governo di minoranza appoggiato da diversi partiti di sinistra e da quello ambientalista. In una prima reazione Mette Frederiksen ha respinto l’offerta del primo ministro uscente Rasmussen di dar vita ad una «maggioranza di centro», una specie di Grande coalizione alla danese formata dai Liberali insieme ai socialdemocratici.
Alle urne sono stati chiamati ieri 4,2 milioni di cittadini. L’esito del voto premia una campagna elettorale incentrata dai socialdemocratici sul tema del welfare e sull’immigrazione. Mette Frederiksen aveva promesso una linea dura nei confronti dell’immigrazione incontrollata di profughi extra europei nel Paese, l’introduzione di un obbligo di lavoro e auto-sostentamento per i tutti i rifugiati ai quali è stato riconosciuto il diritto di asilo e l’espulsione invece di tutti quelli respinti. Al tempo stesso la leader socialdemocratica ha posto forti accenti sulla politica del welfare esprimendo la sua volontà di reintrodurre tutta una serie di sussidi e aiuti sociali ridotti dal governo di centro destra di Løkke Rasmussen.
Negli ultimi anni l’estrema destra populista del Dpp era riuscita ad incentrare il dibattito politico in Danimarca sui sedicenti pericoli legati all’immigrazione raccogliendo molti consensi con la sua retorica dai toni spesso apertamente xenofobi, anti-islamici ed euroscettici. Una strategia che ha finito per dare i suoi frutti contagiando non solo il Partito liberale del primo ministro in carica ma anche i socialdemocratici. I populisti devono fare i conti però anche con altre formazioni di destra ancora più radicali come quella del «Stram Kurs», il cui leader è accusato di stretti legami con gli ambienti neonazisti e di aver bruciato delle copie del Corano.
La Stampa 6.6.18
Putin brinda all’intesa con Xi
“Siamo entrati in un’altra era”
di Giuseppe Agliastro
Russia e Cina consolidano la loro alleanza. Nel bel mezzo della guerra dei dazi tra Washington e Pechino e sullo sfondo dei burrascosi rapporti tra gli Usa e la Russia, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati ieri a Mosca per mostrare al mondo di essere in perfetta sintonia su tutte le questioni più importanti sullo scacchiere geopolitico. Ma anche di voler continuare a rafforzare i loro legami economici sempre più intensi. Dopo una solenne cerimonia e tre ore di colloqui, i leader di Russia e Cina hanno firmato al Cremlino un pacchetto di 30 accordi intergovernativi e commerciali nonché due dichiarazioni congiunte sullo sviluppo del partenariato russo-cinese e sull’equilibrio strategico internazionale. Per il Cremlino le nuove intese rappresentano addirittura la chiave di ingresso in «una nuova era». Di certo sono lo specchio della speciale relazione tra Mosca e Pechino. Putin e Xi sono gli unici grandi del pianeta a non essere presenti alle commemorazioni del D-Day in Gran Bretagna. Si chiamano l’un l’altro «caro amico» e sottolineano con enfasi di pensarla allo stesso modo quasi su tutto: secondo loro gli Usa devono aprire al dialogo con la Corea del Nord, devono abbassare i toni in Medio Oriente e hanno commesso un grave errore ad annunciare il proprio ritiro dal Trattato antimissili Inf.
Il leader russo e quello cinese hanno poi continuato a fare sfoggio del loro rapporto di «amicizia» andando sulla stessa auto allo zoo di Mosca per la cerimonia di consegna di due panda giganti cinesi. E poi a un concerto al celebre teatro Bolshoj.
Dopo essere stata colpita dalle sanzioni occidentali per la crisi ucraina, la Russia ha scommesso sulla Cina. Per Mosca è una necessità: ha un estremo bisogno della tecnologia cinese per compensare il fatto di non poter più acquistare da Usa e Ue i mezzi tecnici che le servono. Prima di tutto quelli necessari per sfruttare i giacimenti di greggio. Ma questo è uno dei fattori che rende la Russia il partner più debole nell’asse Mosca-Pechino. L’interscambio commerciale tra Russia e Cina ha raggiunto livelli record: nel 2018 ha superato i 108 miliardi di dollari crescendo del 25% rispetto all’anno prima. Ma, come evidenzia il politologo Aleksandr Gabuev sulle pagine del New York Times, gas e petrolio rappresentano circa il 70% delle esportazioni russe in Cina. Inoltre, Mosca destina al gigante asiatico già il 19% del proprio export, ma riceve solo il 2-3% delle esportazioni cinesi. Il rapporto commerciale è sbilanciato a favore di Pechino. Putin ha bisogno di Xi, che oggi sarà l’ospite d’onore del Forum Economico di San Pietroburgo.
La Stampa 6.6.19
Mao, il Grande balzo nel XXI secolo
L’appeal globale del Grande Timoniere è sempre vivo: in Asia come in Occidente
di Christian Rocca
Nel 2024 la Cina comunista supererà i 74 anni di vita dell’Unione Sovietica e gli storici potrebbero ricordare la rivoluzione cinese dell’ottobre 1949 non solo come più longeva, ma anche come più influente di quella russa dell’ottobre del 1917, a maggior gloria dell’attuale Politburo di Pechino impegnato in una grandiosa operazione di soft e hard power nel continente asiatico, con ramificazioni in Africa e in Europa e 800 miliardi di euro di investimenti esteri, in uno scenario di sfida geopolitica con gli Stati Uniti per la supremazia economica, tecnologica e militare.
La narrazione occidentale dell’ascesa cinese, da alcuni giudicata pericolosa e da altri un’opportunità, manca sempre di un tassello che invece è il cuore di un bel libro appena uscito in Gran Bretagna, e non ancora tradotto in italiano, scritto da Julia Lovell, professoressa di Cina moderna all’Università di Londra. Il libro si intitola Maoism - A global History (Vintage Publishing)
Il maoismo è la dottrina politica che costituisce, con tutte le contraddizioni ideologiche riconosciute dallo stesso Mao, l’essenza della Cina popolare e del sistema comunista cinese di ieri e di oggi, oltre che una fonte di ispirazione globale senza confini e senza precedenti.
Nel settembre del 1976, il quotidiano La Repubblica diede la notizia della morte del presidente cinese Mao Tse-tung con un titolo di prima pagina che a caratteri di scatola recitava così: «È morto il grande Mao». L’aggettivo «grande» non è esattamente il primo che viene in mente per descrivere un dittatore che, secondo le stime dello studioso olandese Frank Dikötter, un’autorità in materia di Cina, avrebbe causato la morte di 45 milioni di suoi concittadini. Nella mia libreria di casa c’è, esposta al modo di un oggetto pop, una copia del Libretto rosso di Mao, con splendida copertina vermiglio di vinile. Ovviamente non mostrerei mai il Mein Kampf di Hitler o qualcosa di Stalin, così come a nessun giornale sarebbe mai venuto in mente di affiancare l’aggettivo «grande» al nome di un dittatore criminale del Novecento diverso da Mao.
E, dunque, per capire perché il maoismo da idea di riscatto contadino sia diventato forma di governo e un fenomeno globale e pop, capace prima di ammaliare intellettuali e artisti e poi di mantenere lo status di evento alla moda nonostante lo sterminio di massa, Lovell racconta che il mito di Mao nasce grazie a un libro del 1936 scritto dal giornalista americano Edgar Snow, intitolato Stella rossa sulla Cina e frutto di lunghi colloqui con Mao durante la guerra civile tra i comunisti e il governo nazionalista cinese. Quel libro, tradotto anche in cinese, ha fatto diventare Mao una celebrità politica locale e internazionale e ha fatto da didascalia all’ascesa al potere del Grande Timoniere, al «Grande balzo in avanti» con cui avrebbe dovuto riformare il Paese e alla Grande rivoluzione culturale con cui si riprese in mano il partito dopo il fallimento del piano economico. Mao ha ispirato una serie infinita di movimenti politici in Asia e in America Latina, in Africa e in Europa, vecchi e nuovi, alcuni dei quali sono arrivati al potere, come Pol Pot in Cambogia e Kim Il-sung in Corea del Nord, altri sono sconfinati nella lotta armata, come Sendero Luminoso in Perù, le Brigate rosse in Italia, la Rote Armee Fraktion in Germania, le Pantere nere negli Stati Uniti e l’Olp in Medio Oriente.
Il saggio di Lovell racconta l’ubriacatura politica e culturale dagli anni Sessanta a oggi, dai caffè parigini ad alcuni tragicomici esempi italiani come Servire il Popolo di Aldo Brandirali e le mobilitazioni studentesche a Pisa e alla Cattolica di Milano, ma avverte il lettore che l’appeal globale del Grande Timoniere non è un retaggio del passato. Il maoismo globale, piuttosto, è un’ideologia viva anche nel XXI secolo, in Asia soprattutto, con non poche influenze sull’islamismo radicale, dal regime degli ayatollah sciiti in Iran alle tattiche di guerriglia militare dell’Isis, ma anche sulla retorica della volontà popolare e della «democrazia di massa« contro le élite tecnocratiche delle metropoli.
La parte più preoccupante del saggio di Lovell è quella sulla Cina contemporanea: nel 2018 il presidente Xi Jinping ha cancellato il limite dei due mandati imposto da Deng nel 1982, trasformandosi in presidente a vita e nel Grande Timoniere del XXI secolo, e alimentando un culto della personalità che ricorda quello riservato a Mao. I telegiornali della sera trasmettono servizi che fanno entrare nelle case dei cinesi tutti e quattro i minuti e i sedici secondi di applausi a scena aperta ricevuti da Xi in occasione del ritiro di un qualche premio. Il controllo tecnologico ha raffinato le tecniche di sorveglianza di massa, di repressione del dissenso e di invio degli oppositori nei campi di rieducazione.
In piazza Tienanmen si erge il mausoleo di Mao, mentre il quadro di sei metri per quattro, raffigurante il Grande Timoniere, domina l’accesso alla Città proibita. Nel 2016 una gigantesca statua dorata di Mao alta 37 metri è sorta tra mille fanfare nella provincia di Henan, prima di essere abbattuta senza spiegazione dalle autorità. Le stesse autorità che prima hanno accompagnato l’ascesa di Bo Xilai, una delle figure primarie dell’apparato cinese, noto per voler restaurare i fasti della Rivoluzione culturale maoista, e poi lo hanno incarcerato e condannato all’ergastolo.
Deng aveva rigettato il maoismo, ma al contrario dell’Unione Sovietica che, disfacendosi di Stalin, poteva contare sulla figura unificante di Lenin, la Cina non ha nessun altro mito su cui fondarsi. Tranne Mao.
La Stampa 6.6.10
Il mito antidemocratico della riscossa asiatica
di Carlo Pizzati
Nel secolo scorso avevano successo le analisi su un archetipo dell’Occidente, il cosiddetto «pericolo giallo« di un possibile risveglio dell’Asia. Si pensi alla Sfida globale di Jean Jacques Servan-Schreiber che delineava nel Giappone del 1980 il futuro padrone del mondo. Non andò esattamente così. Ora che gli equilibri economici s’inclinano davvero verso l’Asia, inizia la moda delle agiografie su una Cina tecnocratica che guida la riscossa mondiale del continente.
A questa categoria appartiene Il secolo asiatico? di Parag Khanna (Fazi, € 25) il cui titolo in inglese dichiara, senza punteggiatura interrogativa, che The future is Asian. Si tratta di 455 pagine che si aprono con un distillato vertiginoso di reinterpretazioni storiche, fuori dalla prospettiva eurocentrica, per passare all’Asia-nomics del «sistema Asia» dopo aver eliminato lo stereotipo di un’Asia più bisognosa dell’Occidente che non il contrario.
Un libro da sottolineare e da leggere con cura. Anche e soprattutto per non condividerne l’evidente spregio verso i valori fondanti della democrazia come i diritti civili, la libertà personale e quella politica. La democrazia liberale, dichiara infatti Khanna, non è adatta all’Asia quanto il «dispotismo benevolo» di matrice singaporiana. E qui l’autore, nato in India, ma cresciuto negli Stati Uniti, laureato alla London School of Economics e ora residente nella ricca isoletta di Singapore, rivela i limiti di un’analisi formulata senza abitare nell’Asia vera, quella ancora sottosviluppata, dove c’è il dengue, la malaria, le strade con le buche, dove i macchinari si rompono, i funzionari si corrompono, come anche gli elettori, e non in quell’«Asia globale» delle tecnocrazie che portano risultati, ma imprigionando o esiliando voci contrarie e minoranze religiose, facendo a pezzi o lasciando uccidere i giornalisti scomodi, prendendo a frustate o a lapidando donne indipendenti e Lgbt. Queste preoccupazioni, per Khanna, sono «chiacchiere ipocrite».
Quest’inno alle tecnocrazie asiatiche dell’uomo forte da una prospettiva Pechino-centrica incarna ciò che descrive: la trasformazione di una visione del mondo. Alcune tesi potrebbero anche apparire condivisibili, ma quando Khanna sfora nella futurologia basata sulle promesse di politici come l’indiano Modi, il filippino Duterte o l’indonesiano Jokowi, invece che su fatti comprovati, diventa azzardato fidarsi delle conclusioni.
Siamo nell’era dell’asianizzazione multilaterale, dice Khanna, non del predominio della Cina. L’Asia s’inizia in Turchia e finisce in Australia ed è rinata negli anni ’80 con il boom giapponese, seguito dalle Tigri asiatiche: Singapore, Taiwan e Corea del Nord. Poi è arrivato il boom cinese. Il maggio 2017 sarà una data storica: la nascita della Belt and Road Initiative. Con i finanziamenti infrastrutturali cinesi si rifà il mondo, dice Khanna. Ma come? Facendo indebitare paesi asiatici fino al 75 % per poi avanzare pretese territoriali? Ne sa qualcosa lo Sri Lanka che per rimborsare i debiti cinesi ha dovuto cedere a Pechino l’usufrutto del porto di Hambantota per 99 anni.
Ma l’autore sostiene che non esistono mire imperialiste cinesi, solo commerciali (come se non fossero perennemente intrecciate). Il mondo sarà gestito da Usa, Europa e un’Asia che si rafforza commerciando sempre più all’interno del continente stesso.
Siamo nel panasiatismo di Okakura Tenshin e a quell’invito dello scienziato politico Zhang Weiwei affinché «la gerarchia occidentale sia sostituita dalla parità tra civiltà».
Ma se da un lato Khanna dice che l’Indice di Sviluppo Inclusivo è più importante del Pil e che paesi asiatici come Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Israele occupano i primi posti, poi troviamo Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Cambogia, Laos, Yemen e un miliardo e 400 milioni di indiani tra gli ultimi. In Asia crescono aspettativa di vita, risparmio e reddito medio, ma non sempre si abbassa il livello di povertà né aumenta il tasso di eguaglianza, anzi. Mentre s’impenna l’emissione di carbonio.
Nella sua infervorata prospettiva anti-Occidentale e avendo perso la bussola democratica, Khanna si entusiasma per l’inurbamento, prendendo troppo alla leggera la morte, ogni anno, di 2 milioni e mezzo di persone in India e il milione e 800 mila in Cina per le conseguenze dell’inquinamento. Vittime del futuro asiatico, si presume.
Queste perdite, come quelle dei diritti civili e umani, sono il prezzo necessario alla crescita, questo ci dice il difensore dei regimi autoritari asiatici, paladino della governance tecnocratica, con una leggerezza da tecnocrate cui in Occidente forse non siamo ancora abbastanza preparati.
Il futuro che ci attende nel secolo asiatico rischia di buttar via con l’acqua sporca dei limiti egalitari dell’Occidente anche il bambino di una società democratica sbocciata con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. In nome del progresso economico.
il manifesto 6.6.19
Solo alla psicoanalisi sta a cuore il senso della sofferenza mentale
L’efficacia incompresa dell’orientamento psicodinamico
di Francesca Borrelli
Da anni, ormai, della sofferenza mentale si è impossessato un ingegnoso mercato, che punta sulla idealizzazione delle neuroscienze e sugli effetti delle terapie cognitiviste, entrambe perfettamente sintonizzate con l’individualismo contemporaneo e il tempo della fretta. La cacciata in esilio del senso ha colonizzato il senso comune: non è un gioco di parole, è precisamente quanto è avvenuto in coincidenza con ciò che Alain Ehrenberg chiama, nel suo ultimo libro – La meccanica delle passioni (Einaudi, 2019) – l’avvento di un uomo nuovo: «l’uomo neurale».
ANCHE A CHI non sia un cultore di Freud è evidente come ciò che ci identifica non è il nostro cervello, bensì ciò che facciamo della nostra esistenza. In questo contesto, notava nel 2015 Miguel Benasayag, quel che spesso si nasconde dietro gli attacchi alla psicoanalisi non è ascrivibile alle sue lacune, ma è piuttosto frutto delle sue virtù: sembra che a venire soprattutto rifiutata sia infatti, la «dimensione tragica» della cura analitica, quel contatto del singolo con il mondo in cui risuona l’eco hegeliana di una teoria della storia secondo la quale gli individui, pur dedicandosi alle loro attività e perseguendo fini egoistici servono, sebbene inconsciamente, un comune disegno di emancipazione. L’universo dell’uomo contemporaneo – scrive ancora lo psichiatra argentino – si ferma invece ai confini del corpo. Eppure, nemmeno quando si limita a un fenomeno fisico, il dolore si esaurisce, in realtà, in un impulso nervoso: la sua percezione dipende, infatti, dalla diversa griglia interpretativa che ha in dotazione ciascun individuo. Detto altrimenti, non esiste dolore che preceda il senso.
A dispetto di questa evidenza, Anna Maria Nicolò, attuale presidente della Spi, introdurrà il convegno L’efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura (promosso dalla Società Psicoanalitica Italiana, dalla Associazione Italiana Psicologia Analitica, e da Soci Italiani European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy) il 7 giugno all’Università La Sapienza di Roma, sottolineando come «la psicoterapia sta praticamente sparendo dalle istituzioni e l’approccio psicodinamico, che aveva tanto bene orientato la prevenzione, la diagnosi e la cura nei consultori, nelle équipe mediche psicopedagogiche delle scuole, nei centri di salute mentale e negli ospedali, viene relegato a settori o a operatori rari e isolati».
ORMAI ALMENO due generazioni di psichiatri sono stati allenati a ignorare la ricorsività intrinseca a giochi linguistici che, se interpretati, potrebbero aiutare sensibilmente molti dei loro pazienti, trattati invece farmacologicamente sulla base di un investimento di interessi sul cervello piuttosto che sulla psiche.
Nel denunciare la illusoria prassi di sbarazzarsi dei sintomi schizofrenici trasferendoli sui farmaci, il grande psicoanalista inglese Christopher Bollas ha parlato di «incarcerazione psicotropa», identificando nella medicalizzazione vigente una minaccia alla dimensione umana. Per molti aspetti, infatti, sintomo e persona sono tutt’uno. «Di fatto – scrive Bollas – l’idea che i disturbi mentali possano essere risolti tramite un intervento neurologico è un errore categoriale ridicolo quanto lo è confondere un programma radiofonico con la radio stessa».
Da che la ricerca empirica ha ormai dimostrato l’efficacia dei trattamenti analitici, ciò che è in gioco – dirà Antonello Correale al convegno – è «capire come e per chi il trattamento analitico funziona e chiarire quali siano i fattori terapeutici realmente attivi». La psicoterapia a orientamento dinamico ha rivelato la sua particolare efficacia nel trattamento della depressione, «inesorabile contropartita dell’uomo che si pretende sovrano» ha scritto Ehrenberg, in un saggio ormai famoso, La fatica di essere se stessi, che analizza questa «malattia della responsabilità» come tipica di dinamiche sociali dove il conflitto non è più fra ciò che è permesso e ciò che è vietato, bensì tra ciò che è possibile, ovvero alla nostra portata, e ciò che è inaccessibile, sebbene propagandato come dipendente dalle nostre capacità autoimprenditoriali.
AL CONVEGNO che avrà inizio venerdì, Antonello Colli si incaricherà di riassumere le critiche più frequenti alle terapie psicoanalitiche: «non sono validate empiricamente; laddove esistano prove empiriche l’efficacia delle terapie psicoanalitiche è modesta se paragonata ad altre terapie evidence based; sono eccessivamente e inutilmente lunghe e costose». Ma «mettere in atto una valutazione psicodinamica in età evolutiva, significa – farà notare Mirella Galeota – sostare senza fretta a osservare e interrogarsi sulla persona intera del paziente, non solo sul disturbo o sull’organo o la singola funzione… Valutare psicodinamicamente un minore significa utilizzare il metodo psicoanalitico che è il solo che consente di stare con propria mente in relazione con la mente dell’altro».
Corriere 6.6.19
Saggi L’invito all’ascolto, a identificarsi con chi soffre: le riflessioni del grande studioso in «La follia che è anche in noi» (Einaudi)
La psichiatria gentile
Borgna: scienza naturale ma anche umana, indaga l’interiorità, non il cervello
di Giancarlo Dimaggio
Oggi chi si occupa dell’animo umano e vuole ammantarsi di scienza ama anteporre il prefisso: «neuro» a termini psicologici. Neurocognizione. Neuropercezione. Lo fa per abbeverarsi di potenza e innalzare la propria parola di un gradino, verso un sapere che pretende inattaccabile. È come se dicesse: le mie sono più che confabulazioni psicologiche, quello che dico corrisponde a stati del cervello che localizzerete in quell’area della corteccia, lì poco a destra e sopra l’orbita. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli studi sulle basi cerebrali del funzionamento psicologico ricevono finanziamenti spropositati, le ricerche sulla comprensione dei processi mentali e sulla cura psicoterapeutica pochi spiccioli. E in realtà la psicoterapia è più efficace dei farmaci.
Poi si legge Borgna (La follia che è anche in noi, pubblicato da Einaudi) e arriva un momentaneo sollievo. Che l’oggetto della psichiatria, della psicologia e della psicoterapia non sia «il cervello con le sue disfunzioni, ma la soggettività, la interiorità dei pazienti: il loro modo di essere nel mondo delle relazioni interpersonali». Borgna invoca una psichiatria che sia al contempo scienza umana e scienza naturale.
Perché è difficile? A che serve la ricerca presuntuosa e inutile dell’oggettivazione della sofferenza? Ad arricchire le case farmaceutiche? In gran parte no, gli psicofarmaci sono spesso necessari o complementari alla cura della parola. E allora? Perché frapporre quel fastidioso prefisso «neuro» tra l’articolo e le parole che indicano psiche? Per paura.
La fenomenologia italiana ha avuto un ruolo fondamentale nel mostrare che comprendere chi soffre significa calarsi nel pozzo con lui, entrare nella visione di fiamme e sangue con lei, sempre ben muniti della mappa per tornare indietro salvi, ben inteso. Scrive Borgna: «Senza la ricerca di quello che ci unisce, nonostante ogni differenza, con le figure e le dissolvenze, con i fantasmi e le ombre, con il dolore e la sofferenza, della malinconia e dell’angoscia, non si riesce ad aiutare chi sta male».
Empatia
La comunicazione al malato è già inizio di cura se la frase e il tono di voce sanno manifestare accoglienza e vicinanza
Entrare in quei luoghi di draghi e prigioni, di spettri e deserti costa un grammo di dolore personale. L’ascolto empatico invocato da Borgna non significa riconoscere alla follia lo statuto di verità alternativa, ma capire che alle sue radici c’è lo stesso dolore che proviamo noi. La tua angoscia è simile a quella che ho provato io per mio figlio, la tua vergogna è quella che io ho vissuto quando la mia lingua è inciampata mentre parlavo in pubblico. La tua ossessione è la stessa che nutre il mio pensiero ripetitivo — «la brutta figura accadrà ancora e ancora» — che ha colonizzato la mia mente in una giornata umida di novembre.
A volte gli psicoterapeuti ascoltano pazienti che si trovano in stati di frustrazione, fallimento, non vedono via di uscita, leggono solo la costellazione di perdite e sconfitte che è stato il loro passato e decidono che il futuro continuerà identico. Oppure che si sentono tagliati fuori dalla società, diversi oggi e per sempre, non esiste un gruppo che possa accoglierli. Per aiutarli a uscire da questo stato gli psicoterapeuti devono prima entrarci. Ricordare quel giorno in cui camminando per la periferia di Roma a fine luglio si sentivano anche loro tagliati fuori dalla comunità, come mi ha raccontato una collega. Questa capacità di identificazione è tanto costosa quanto preziosa e capace di ricambiare con generosità, solo grazie ad essa saremo vicini a chi soffre. L’invocazione di Borgna a pronunciare parole fragili e gentili vale anche per i medici: la comunicazione al malato è già inizio di cura se la frase, il tono di voce sanno manifestare accoglienza e vicinanza.
Alla fine Borgna parla di una cosa sola: quel nucleo di fragilità che è alla radice della follia e della sofferenza psichica. Se il curante sa leggerla, avvicinarvisi con grazia, scoprire come risuona con la propria fragilità, il percorso di cura si apre, diventa possibile. Gli sforzi dei fenomenologi non sono stati invano se persino il DSM 5, il manuale generato dalla psichiatria americana e spesso additato come simbolo di oggettivazione fredda della malattia mentale, arriva a descrivere alcuni pazienti riferendosi alla loro esperienza interna; descrive i disturbi di personalità come forme in cui risuonano bassa autostima, senso di vuoto, perdita dello slancio vitale che genera l’azione intenzionale.
In primavera ho insegnato a Aarhus, Oslo, Bergen. Sempre la stessa impressione: locali caldi, ampi, accoglienti. Stanze verniciate di fresco, poltrone morbide e comode, viali alberati. Ad Aarhus i colleghi scherzavano sulla scelta dell’architetto di dipingere le pareti di rosa, e non era un reparto femminile. Poteva piacere o meno, ma il pensiero era: creiamo un’ambiente gradevole. Mi perdevo a leggere le targhette che indicavano tanti tipi di psicoterapia diversa. E pensavo: è possibile. Una psichiatria orientata all’ascolto, alla psicoterapia, sostenuta dallo Stato. Senza il prefisso «neuro».
La Stampa 6.6.19
Italia, Francia, Ungheria e Polonia:
il sentiero sovranista in Europa
di Carla Reschia
Cinque anni fa, Valery Giscard D’Estaing ha pubblicato un libro, «Europa: The Last Chance for Europe», (L’ultima occasione per l’Europa). Essendo stato uno dei promotori più qualificati del progetto, avvertiva del rischio creato dalla spinta delle identità nazionali, che minaccia di snaturare l’Unione. Sottolineava l’esistenza di due diversi modelli di Europa: quello guidato dal Regno Unito che non era e non è altro che una zona di libero scambio con libertà di circolazione e di scambi di capitali, e quello dei fondatori Schumann e Monnet, che immaginavano la costruzione di un gruppo economico assolutamente integrato, in grado di competere con lo strapotere degli Stati Uniti e della Cina.
All’epoca della pubblicazione dell’opera molti degli attuali problemi del continente avevano già cominciato a manifestarsi, anche se non erano ancora esplosi. Il libro era uscito in concomitanza con lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Scozia e Cameron non aveva ancora convocato quello che avrebbe dato origine alla Brexit.
Vale la pena rivedere i commenti dell’ex presidente francese, poi ampliati dall’ex cancelliere Helmut Schmidt, alla luce di quanto accaduto nelle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sottolineavano come le sfide che si presentano all’Unione vengano da lontano. Hanno molto a che fare con l’insoddisfazione sociale dei cittadini per le risposte inadeguate delle istituzioni alle loro richieste; la paura della globalizzazione e il crescere del populismo e della demagogia di cui soffrono praticamente tutti i paesi membri stanno aprendo la strada alla democrazia dell’indignazione.
Poiché i sondaggi davano previsioni nefaste sulla crescita dell’estrema destra nel continente, crescita che invece è stata alquanto limitata, assistiamo all’espressione di un volonteroso ottimismo da parte dei media e dei leader europeisti.
Credo, tuttavia, convenga moderare l’entusiasmo. Il fatto che il neofascismo non abbia visto confermate le sue aspettative non significa che sia stato sconfitto. Un quarto dei seggi in parlamento sarà occupato da deputati di estrema destra, per lo più xenofobi, nazionalisti e in parte neofascisti; e anche più di un terzo potrà essere assegnato alla destra reazionaria, a seconda di come vengono effettuate le somme e le sottrazioni dei diversi gruppi parlamentari.
Particolarmente preoccupante è quello che è successo in due paesi centrali, fondatori del trattato di Roma, come la Francia e l’Italia; in altri di non secondaria importanza, antichi sudditi dell’impero sovietico (Polonia e Ungheria), trionfano i partiti al potere che si sono distinti per la loro deriva antidemocratica e la mancanza di rispetto per la separazione dei poteri; per non parlare dell’incontestabile trionfo nel Regno Unito di Nigel Farage, già descritto dalla stampa internazionale come l’uomo più pericoloso della Gran Bretagna.
È improbabile che sia coronata da successo l’annunciata intenzione di Salvini di unire in un movimento europeo di estrema destra le varie formazioni che hanno vinto nei rispettivi collegi elettorali. Tra l’altro perché molte, a cominciare proprio dalla Lega, affondano le loro radici in un nazionalismo radicale e questo le porta differenziarsi in modo sostanziale le une dalle altre. Ma non si dovrebbero sottovalutare i legami ideologici che le uniscono, che vanno dal rifiuto frontale dell’immigrazione a un notevole disprezzo per i problemi derivanti dai cambiamenti climatici, insieme a una certa resistenza passiva contro l’euro, convinti come sono delle difficoltà che ne implicherebbe l’abbandono da parte di coloro che lo hanno adottato.
Una delle caratteristiche più evidenti delle recenti elezioni è il ritorno al voto - in una chiave nazionale che soddisfa anche i bisogni dell’Europa. Non esiste ancora, però, un popolo europeo in quanto tale, una cittadinanza riconoscibile in grado di realizzare quel progetto unitario che è politico oltre che economico, e che richiede massicce dosi di solidarietà tra gli Stati.
Gli stereotipi dei Paesi del Nord sviluppato sui loro cittadini che risparmiano mentre il loro denaro viene sperperato dalle indolenti popolazioni del Sud, non hanno smesso di far breccia nell’opinione pubblica fin dalla crisi del 2008 e dal salvataggio delle finanze greche. Oggi l’arroganza di chi la pensa così si rivolge contro gli immigrati, necessari d’altra parte per poter finanziare lo stato sociale in un’Europa che invecchia ed è abituata a beneficiare di una spesa sociale che per i governi è sempre più difficile da mantenere.
Il rivolgersi a potenziali salvatori della patria, si chiamino Salvini, Le Pen o Orban, perché forniscano soluzioni semplici a problemi complessi non è peraltro una caratteristica esclusiva del panorama europeo. Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia, Xi Jinping in Cina, Modi in India, Erdogan in Turchia, sono altrettanti esempi del nazionalismo dilagante e del culto dell’autoritarismo politico come formula da sfruttare per mobilitare nelle elezioni il voto di pancia.
È urgente che l’Europa democratica, che è ancora una potenza economica, ma manca di qualsiasi capacità di guida nella battaglia tecnologica o nella difesa comune, si organizzi in consonanza con i valori che l’hanno illuminata e che rischiano di sparire. I difensori della regola della maggioranza con il rispetto assoluto del pluralismo e dei diritti delle minoranze, oggi sono segregati, annullati e ripudiati da un settarismo nazionalista che porta allo scontro.
traduzione
Il Fatto 6.6.19
Noa, storia sbagliata di un suicidio
Olanda. Aveva chiesto l’eutanasia ma non l’aveva ottenuta. Secondo i medici, doveva attendere almeno i 21 anni. E curarsi. Noa Pothoven, 18 anni quasi, si è lasciata morire. Ma in Italia l’hanno raccontata in un altro modo
di Eleonora Martini
Una storia sbagliata, finita con un fiume di inchiostro (si potrebbe dire parafrasando Fabrizio De André). È la storia di Noa Pothoven, che ha occupato le prime pagine di quasi tutti i giornali italiani, ieri. È la storia di una ragazza olandese di quasi 18 anni (li avrebbe compiuti a dicembre), morta suicida (aveva smesso di mangiare e bere da giorni) nella sua abitazione di Arnhem e non per mano eutanasica come hanno erroneamente (e consapevolmente, a volte, ne abbiamo le prove) scritto tutte le maggiori testate giornalistiche italiane, e non solo.
Invece, a conferma della notizia così come l’ha data in perfetta solitudine il manifesto, è arrivata ieri tra l’altro anche la nota del ministero della Salute olandese che comunica di aver avviato «un’ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un’indagine» non sull’eutanasia, che non c’è stata, ma sul «tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti somministrati alla giovane che da anni era affetta da anoressia e depressione, in seguito al trauma di due stupri subiti da bambina, e che era stata già ricoverata molte volte, ma solo nel tentativo di evitarle il suicidio.
INFATTI LA RAGAZZA aveva più volte chiesto di poter essere aiutata a morire, cosa a cui ambiva ormai senza tentennamenti, come aveva scritto nel suo libro autobiografico Winner of leren (Vinci o impara) e sui suoi profili social, dove il suo caso aveva prodotto un vasto dibattito tra i follower. Già nel 2018, intervistata dalla testata de Gelderlander, Noa aveva raccontato di essersi rivolta due anni prima, di nascosto dai genitori, alla clinica Levenseind de L’Aja, dove opera la Fondazione Levenseindekliniek, per chiedere di ottenere l’eutanasia. Ma la risposta era stata: «No».
«PENSANO che sia troppo giovane per morire – aveva riferito la teenager olandese ai giornalisti – Pensano che dovrei completare il trattamento per curare il trauma e dicono che il mio cervello deve prima completare la crescita. Cosa che avviene fino ai 21 anni. Sono devastata, perché non posso aspettare così tanto tempo».
IN OLANDA, dove l’eutanasia è legalizzata dal 2002 (e non praticata nell’illegalità, come in Italia) ed è concessa anche ai minorenni in casi particolarmente gravi e previo consenso dei genitori, i giornali hanno raccontato questa “storia sbagliata” nel modo giusto. Hanno riferito che la ragazza era stata perfino esentata dall’obbligo scolastico, e non frequentava più la scuola. Che era stata ricoverata tante volte in trattamento obbligatorio e che una volta, all’ospedale Rijnstate di Arnhem, l’avevano dovuta indurre in coma farmacologico per nutrirla artificialmente con una sonda. Addirittura i suoi genitori, che avevano visto la figlia cambiare improvvisamente sotto i loro occhi ma che per molto tempo nulla avevano saputo degli stupri subiti da Noa, avevano infine cercato perfino un ospedale che la trattasse con l’elettroshock.
I QUOTIDIANI olandesi, invece di inveire contro l’eutanasia o il suicidio assistito come hanno fatto politici e prelati in Italia – «È una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità; dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita», ha affermato per esempio la Pontificia Accademia per la Vita – hanno ricordato che Noa «ha dovuto aspettare un anno e mezzo per un posto in una clinica dove curano i disordini alimentari, a Zutphen».
E che, come aveva riferito un anno fa la madre della ragazza, Lisette, «per motivi di sicurezza, Noa è stata ammessa in tre istituti per la cura della gioventù negli ultimi anni, ma in realtà dovrebbe essere ricoverata in un istituto chiuso per la psichiatria infantile. Ma ci sono enormi liste d’attesa lì. Vogliamo un posto per lei dove possa stare e in cui vengano affrontati tutti i suoi problemi fisici e mentali. Ma non ce ne sono, nei Paesi Bassi». E neppure in Italia, se è per questo.
SI POTREBBE continuare a lungo, a raccontare la “storia sbagliata” di Noa Pothoven. Ma di fiumi d’inchiostro se ne sono già spesi abbastanza. Non rimane che lasciare la parola a chi, come il radicale Marco Cappato, promotore della campagna «Eutanasia Legale», sottolinea che il lasciarsi morire di fame e di sete è una «possibilità contemplata anche in Italia». E che anche da noi la legge prevede l’impossibilità di poter intervenire con l’idratazione e la nutrizione forzata, «a meno di Trattamento sanitario obbligatorio su persona incapace di intendere e di volere». «È bene comunque ricordare – aggiunge Cappato – che le pdl in discussione nel Parlamento italiano, su esplicito richiamo della Corte costituzionale, a partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare, prevedono la possibilità di accesso al percorso eutanasico solo per le persone maggiorenni e portatrici di malattie fisiche terminali o inguaribili».
Dj Fabo
Infatti in questi giorni in Commissione Affari sociali, alla Camera, è stato avviato l’iter per una legge sul suicidio assistito, come caldeggiato dalla Consulta che, trattando il caso di Dj Fabo, al legislatore italiano aveva dato tempo un anno per colmare il vuoto normativo. Ieri 17 deputati del M5S hanno presentato un’altra proposta di legge «per consentire di compiere un passo avanti in tema di diritti civili e di libertà». Perché, scrivono nella premessa alla pdl, «nelle società moderne e secolarizzate l’opinione pubblica è sempre più favorevole a richiedere una morte assistita, dignitosa e, quando possibile, libera da una sofferenza inutile. C’è un diritto alla vita ma anche un diritto alla morte».
La Stampa 6.6.19
La morte assistita e la scelta italiana
di Vladimiro Zagrebelsky
Il Parlamento è chiamato dalla Corte costituzionale al difficile compito di ammettere e disciplinare l’assistenza al suicidio, che sia richiesta da persona determinata a por fine alla propria vita.
La notizia della morte della giovane olandese Noa Pothoven, prima data come un caso di eutanasia e poi corretta nel senso che si è trattato di un lento suicidio accompagnato da presenza medica, cade mentre il Parlamento sta esaminando alcuni progetti di legge. La correzione della notizia non sembra cambiare significativamente i gravi interrogativi che si pongono, prima di tutto per la giovane età della ragazza. Ora però può essere utile svolgere qualche argomento legato al lavoro legislativo del Parlamento. Il codice penale vieta e punisce l’omicidio del consenziente e l’assistenza al suicidio. La Corte costituzionale ha ritenuto che sia in contrasto con la Costituzione l’assenza di qualunque eccezione e limite al divieto generale di assistenza a chi ha deciso di uccidersi. Diversi sono gli argomenti svolti dalla Corte costituzionale, ma il cuore della sua posizione sta nel richiamo al diritto di ogni persona all’autodeterminazione, derivante dalla dignità che va riconosciuta a ciascun essere umano. Sarebbe difficile oggi dissentire e ammettere che nel più delicato dei momenti della vita, quello della morte, alla libertà della persona si sostituisca l’autorità dello Stato o l’imposizione della società, fosse pure in una sua parte maggioritaria.
Tuttavia sono tutt’altro che semplici sia la nozione di autodeterminazione, sia, ancor più, l’accertamento della sua realtà concreta in ciascuna delle infinitamente diverse vicende. È ovvio che autodeterminazione non significa assenza di condizionamenti. Ogni atto di volontà è frutto di una deliberazione frutto di molte e contrastanti spinte, della più varia natura. Forse nemmeno l’interessato è pienamente cosciente di ciò che lo condiziona. E la ricostruzione e valutazione delle ragioni della deliberazione di un altro individuo è estremamente complessa. Si dice naturalmente che la decisione di metter fine alla propria vita deve essere libera e consapevole da parte di una persona capace. Ma, mentre l’esclusione del minore o del malato di mente può trovare in Italia largo accordo, non può essere superficiale l’accertamento della libertà della decisione di morire e di chiedere ad altri di essere in ciò aiutato. Esso richiede invece l’opera di specialisti, di diversa formazione: non solo psichiatrica o psicologica, ma anche sociale. Non vi è libertà se non vi sono alternative e queste non sono necessariamente solo mediche.
Una disciplina legislativa che riconosca il diritto di morire e assicuri modalità umane e dignitose, attraverso l’opera esperta dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, dovrà prevedere procedure rigorose di accertamento della volontà dell’interessato. Ciò non solo per escluderne aspetti patologici, ma anche per dialogare, prospettando concretamente vie di uscita, che forse non sempre, ma spesso esistono (dalle cure palliative nel caso di sofferenze fisiche, a cure e soluzioni sociali quando si tratti di sofferenze di altra natura). Non si otterrà sempre un ripensamento, poiché le alternative potrebbero essere rifiutate, ma almeno si potrà effettivamente parlare di libertà e di autodeterminazione. Si pensa che escludendo l’idea stessa di assistenza al suicidio si salvino delle vite (e si salvi anche la buona coscienza della società e dello Stato). La realtà è invece che in molti casi si spingono le persone a uccidersi in modi violenti e crudeli o le si obbliga al travaglio dell’interruzione di trattamenti di artificiale mantenimento in vita.
I progetti di legge in discussione in Parlamento sono carenti sotto il profilo dell’accertamento della volontà dell’interessato e del dialogo sulle possibili soluzioni esistenziali, che spingano a una riconsiderazione della scelta del suicidio. I progetti di legge si concentrano sulla definizione della condizione oggettiva in cui si trova chi chiede aiuto nel suicidio. Sarà difficile assicurarne la ragionevolezza e l’idoneità a impedire drammatiche scelte di suicidio negli altri casi. Soprattutto occorre che la nuova legge preveda forme di accertamento della natura della decisione di metter fine alla propria vita e di dialogo approfondito su possibili alternative.
il manifesto 6.6.19
Ora Salvini fa controllare la vita privata dei giudici “scomodi”
Stato di Polizia. Dopo il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all'anagrafe, il Viminale avvia un dossieraggio sui magistrati e annuncia ricorsi su ricorsi.
di Riccardo Chiari
FIRENZE Il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe, hanno fatto infuriare Matteo Salvini.
Il vicepremier e ministro dell’interno, in risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze; altri ricorsi sulle sentenze che permettono l’iscrizione all’anagrafe dei migranti; ma soprattutto un ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”. Un concetto ribadito la sera in tv al programma Otto e Mezzo su La7.
Le mosse del Viminale fanno tornare alla mente momenti bui delle recente storia italiana, come la delegittimazione messa in pratica dai media di casa Berlusconi ai danni del giudice Raimondo Mesiano, reo di aver condannato la Fininvest nelle pieghe del processo sul lodo Mondadori.
Questo caso appare ben più grave, perché ad agire è una istituzione statale che, nei fatti, avvia un “dossieraggio” contro magistrati considerati scomodi. Non altrimenti è possibile giudicare la decisione di Salvini di far analizzare le uscite pubbliche dei magistrati firmatari delle sentenze, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”.
Il calcolo politico del leader della Lega, in un momento in cui l’Associazione nazionale magistrati e lo stesso Consiglio superiore della magistratura vivono giorni difficilissimi, a causa di ben altre, gravi vicende, è evidente. Ma l’Anm reagisce comunque: con un documento approvato all’unanimità, l’organo sindacale dei magistrati chiede “che il Csm effettui tutti i passaggi necessari a tutela della collega Luciana Breggia, presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Firenze, e dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione”.
Nel ripercorrere la vicenda, l’Anm denuncia: “In seguito a un provvedimento collegiale che ha dichiarato inammissibile il reclamo del ministero dell’interno, si è ipotizzato l’intento ‘politico’ del giudice diretto a disapplicare norme di legge, a fronte di un provvedimento sgradito. La critica non si è rivolta quindi al contenuto del provvedimento, ampiamente motivato, ma alle supposte ‘idee politiche del giudice’ e alla sua partecipazione a convegni, peraltro di carattere scientifico, in ragione dei partecipanti e dei relatori evidentemente loro sgraditi”.
Il documento dell’Anm richiama sul caso anche un post pubblicato su facebook dallo stesso Salvini, che “riportando un articolo de ‘Il Giornale’ che contiene i medesimi attacchi alla persona del giudice, è stato seguito da commenti contenenti insulti e minacce che non risultano essere stati rimossi”.
Ma di cosa dovrebbero essere “colpevoli” Luciana Breggia ma anche Matilde Betti, presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna? Soprattutto Breggia di aver detto in una intervista a Famiglia Cristiana che i Centri di accoglienza straordinaria sono un “limbo di insicurezza”, e che “le leggi che costituiscono il diritto non sempre vanno nella direzione della giustizia”, ricordando le leggi razziali. Poi di essere stata relatrice alla presentazione del libro “’L’attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale”, scritto dall’avvocato Maurizio Veglio che collabora con l’Asgi, al fianco della portavoce di Mediterranea, Alessandra Sciurba.
Quanto allo stop del Tar toscano alle “zone rosse” fiorentine, dopo un ricorso dell’Aduc sul caso di Matteo Innocenti, attivista di Pap denunciato per possesso di cannabis e per questo considerato “pericoloso”, è la stessa associazione a tirare le somme dopo il ricorso del Viminale al Consiglio di Stato: “Stato libero di Bananas? E’ il primo pensiero che viene in mente, ma vogliamo credere e sperare che non sia così. Perché ancora crediamo che l’Italia sia uno Stato di diritto, coi poteri separati e l’autonomia di ogni potere rispetto agli altri”.
L’associazione infine ricorda: “A noi preme la sicurezza di tutti, e ci preme che possa essere preservata a partire dai diritti costituzionali degli individui, quelli che la sentenza del Tar della Toscana ha evidenziato essere stati violati con l’ordinanza della Prefetto di Firenze. Preservando i diritti individuali, le autorità dovrebbero essere in grado di preservare anche i diritti della collettività. Altrimenti si passa dallo Stato di diritto a quello di Polizia”.
Il Fatto 6.6.19
Radio Radicale, la svolta: Di Maio cede e la salva
La proroga - Nel dl Crescita è stato inserito un emendamento che fa slittare di un anno i tagli
Radio Radicale, la svolta: Di Maio cede e la salva
di Patrizia De Rubertis
Nella battaglia intestina del governo gialloverde, la Lega si appunta sul bavero un’altra medaglietta: quella del salvataggio di Radio Radicale. Lunedì pomeriggio, quando si riuniranno le Commissione Finanze e Bilancio della Camera per votare il dl Crescita, sul tavolo finirà anche un emendamento condiviso dai due partiti di maggioranza che dovrebbe prorogare di un altro anno il fondo dell’editoria e il cui taglio slitterebbe così al 2020. Ossigeno, quindi, per la radio fondata nel 1976 da Marco Pannella e per tutte le altre storiche testate locali a rischio chiusura per la crisi del settore.
Così, dopo mesi in cui Vito Crimi, sottosegretario M5s con delega all’Editoria, si è battuto per non prorogare la convenzione stipulata nel 1994 con Radio Radicale e che ha permesso alla storica emittente radiofonica di ottenere un finanziamento da 10 milioni di euro l’anno, lo stesso ministro dello Sviluppo economico che ha la competenza della convenzione ha fornito la soluzione. Secondo quanto riportato ieri da Repubblica, sarebbe infatti Di Maio il promotore del testo che concede a Radio Radicale il finanziamento poi finito nel dl Crescita. Del resto il vicepremier M5s già il sabato prima delle Europee aveva chiaramente lasciato intendere che si sarebbe occupato del salvataggio di Radio Radicale: “Una soluzione si può trovare, partendo però da un presupposto e cioè che non possiamo dare milioni a un’unica radio e lasciare le altre sul mercato”.
Dalle parole ai fatti. M5s ha depositato, d’accordo con la Lega, una mozione che di fatto salva Radio Radicale ma che punta a non rinnovare la concessione senza una vera gara, digitalizzando però gli archivi della radio “che rappresentano una risorsa preziosa”. Anche perché lo Stato italiano lo ha finanziato fino ad oggi, per quasi 30 anni, con 250 milioni di euro.
Ed anche se nelle prossime ore dovesse riaprirsi la partita tra gli alleati di governo, il più è ormai fatto e indietro difficilmente si potrebbe tornare: sul dl Crescita il governo sta valutando l’ipotesi di mettere la fiducia alla Camera. Si tratta del primo voto blindato dopo le tensioni delle ultime ore. Una sorta di tregua armata tra Salvini e Di Maio che possono sostenere solo ingoiando un po’ di rospi a vicenda. E nel caso di Radio Radicale a ingoiarlo è stato il vicepremier Luigi Di Maio.
Oggi, intanto, al Senato verranno votate 5 mozioni presentate dalle opposizioni, dal Pd a Forza Italia, dalla Svp a Fratelli d’Italia, che hanno continuato a battersi per il salvataggio di Radio Radicale. Testi fotocopia che prevedono che le imprese private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale mantengono il diritto ai contributi previsti dalle norme sulle provvidenze all’editoria. Ma le mozioni non serviranno non solo perché rappresentano solo un impegnano del governo a occuparsi di un tema. L’accordo per il salvataggio di Radio Radicale è stato trovato. E a cedere ci ha già pensato Di Maio.
Il Fatto 6.6.19
Herlitzka e Lucrezio: un riscatto che manda all’inferno persino Dante
L’attore ha pubblicato il suo lavoro sul “De rerum natura” dopo averlo portato a teatro
di Paolo Isotta
Roberto Herlitzka (1937) è il più grande attore italiano. Adesso se ne stanno accorgendo: come sempre succede, non per le cose importanti ma grazie a una deliziosa interpretazione semicomica in un mediocre film di Sorrentino (non ricordo quale dei tanti: in parentesi: Sorrentino, uno ch’era nato talento e che il successo ha reso un routinier piccolo- borghese). Il grande attore tragico è sempre grande anche nel comico. Me ne accorsi in uno straordinario film surreale del 1983 di Lina Wertmüller, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada. Recitavano due colossi come Tognazzi e Moschin; lui non era inferiore, nella parte, davvero da lui creata, di un faccendiere meridionale che fa da segretario al ministro dell’Interno democristiano. Per conoscere Herlitzka occorre vederlo a teatro. Un testo grottesco e tragicissimo venne ridotto da Ruggero Cappuccio dal più tetro romanzo che conosca, Il soccombente di Thomas Bernhard. Herlitzka reggeva due ore di monologo sciorinando tutte le angosce e le nevrosi di un pianista fallito che sa di esserlo. Da brivido. E chi oggi potrebbe interpretare Re Lear meglio di lui? O Tutto per bene o Enrico IV di Pirandello?
Quel che meno si conosce è che Herlitzka è anche il più colto degli attori italiani. Non ne fa esibizione. Però due anni fa volle, col suo tipico understatement, calare la maschera. E portò un po’ in giro un altro suo monologo, una silloge di passi del De rerum natura, Il poema della Natura, di Lucrezio. Ma con un particolare: il più arduo dei poeti latini, uno dei più ardui poeti di tutti i tempi, veniva recitato da Herlitzka nella sua traduzione.
Questa traduzione l’aveva compiuta lungo tutta la vita. Al liceo torinese aveva avuto come insegnante Oreste Badellino, uno dei grandi latinisti del Novecento. E adesso il lavoro viene pubblicato: La natura di Tito Lucrezio Caro (La nave di Teseo, pp. 276, euro 18). Consiste di quattro libri sui sei del poema; non dispero che il Maestro voglia dedicarsi a completare l’opera.
Mentirei se affermassi che si tratta di un testo facile. Herlitzka ha fatto più una versione d’arte che una volta a far comprendere i riposti sensi del testo. Va letta per la sua bellezza e per la sua enorme musicalità. E anche per essere una scommessa della quale la portata potrebbe sfuggire. Il poema è volto in endecasillabi di terzine dantesche, e nello stile dei nostri trecentisti. Diventa un trionfo di ritmi, rime e luci. Poi, per capire la rivelazione del più grande poema scientifico di tutta la poesia occorre rivolgersi a più didattici traduttori. Il mio preferito è Armando Fellin (Utet), che si aggiunge alla lunga schiera principiata col secentista Alessandro Marchetti. Come mai, se il poema venne riscoperto da Poggio Bracciolini nel 1418, venne volto solo nel Seicento? Ma perché nel Quattrocento e nel Cinquecento i coltissimi e dotti prelati atei se lo leggevano nell’originale, e la Chiesa non pensò mai a proibirlo per la sua difficoltà. In italiano, era altra cosa: e Marchetti venne messo all’Indice. Dante non aveva letto Lucrezio, ma nel X dell’Inferno lo colloca senza menzionarlo fra coloro che l’anima col corpo morta fanno. Ed ecco la scommessa di Herlitzka: costringere Dante, il massimo piacere del quale, almeno nella prima Cantica, è quello di condannare a supplizi atrocissimi tutti i suoi nemici e anche gran parte degli amici morti e vivi, a cantare un poeta che spiega ch’esiste solo la materia, e che la materia è fatta di minuscole particelle indivisibili ruotanti nel vuoto e componentesi e scomponentesi. La morte è scomposizione di atomi, e l’anima immortale non esiste. Tutto qui. Anche Dante ha trovato, grazie a Herlitzka, il suo meritato inferno.
www.paoloisotta.it
La Stampa 6.6.19
Non solo spinelli
Dalle pagine della Bibbia a nuova fonte di energia
gli utilizzi della canapa sono moltissimi
Gentile Nadia Ferrigo,
negli ultimi tempi si fa un gran parlare dei fiori di cannabis light. La canapa legale si può fumare, a qualcuno va bene e a qualcun altro invece no. Staremo a vedere che capita ai tanti che hanno creduto e investito in questa attività e che ora rischiano di perdere tutto. Questo lo abbiamo capito. Ma i fiori non sono l’unico prodotto valido in cui può essere trasformata la canapa industriale. Perché non se ne parla mai?
Cecilia Lo Cascio, Modena
Gentile Lo Cascio,
gli utilizzi della pianta di canapa sono davvero moltissimi. Alcuni legati alla tradizione, come le gomene delle navi, altri invece risultato delle tecnologie più innovative. Con la fibra di canapa si può produrre la carta. Di canapa importata in Germania dall’Italia sono fatte le prime copie della Bibbia stampata da Gutenberg. La fibra tessile in passato era considerata l’«oro verde», poi sostituita quasi del tutto con il cotone. La parte legnosa della pianta unita ad acqua e calce crea un materiale naturale, con buone proprietà isolanti.
Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, la canapa è il produttore di combustibile da bio-massa che richiede meno specializzazione sia nella coltivazione sia nella trasformazione di tutti i prodotti vegetali. Gli idrocarburi in canapa infatti possono essere trasformati in diverse fonti di energia da biomassa, dal pellet ai combustibili liquidi e a gas. Non è certo una scoperta recente: nel 1941 Henry Ford creò la Hemp Body Car, con la scocca in bio plastica di soia e canapa e alimentata a etanolo, ottenuto raffinando i semi della stessa pianta.
I possibili impieghi della canapa, fusto e foglie comprese, sono così tanti da avere meritato il nomignolo di «maiale vegetale». Tra questi c’è anche quello di combattere l’inquinamento.
Quando la pianta cresce cattura quattro volte l’anidride carbonica immagazzinata dagli alberi. Nel 2001 un team di ricercatori tedeschi ha confermato i risultati di Chernobyl, dimostrando che la canapa è in grado di estrarre piombo, cadmio e nichel da un appezzamento di terra contaminato da scarichi fognari. Nel 2011 centinaia di coltivatori in Puglia hanno iniziato a seguire questa teoria, piantando canapa nel tentativo di risanare i terreni inquinati dall’Ilva. In conclusione, non è vero che non se ne parla mai. Ma certo sarebbe utile parlarne di più.
https://spogli.blogspot.com/2019/06/la-stampa-6.html