Corriere 20.12.17
intervista con Grasso
«Così riporterò a casa gli elettori dei 5 Stelle»
di Massimo Franco
«Ci proponiamo come sinistra di governo e vogliamo recuperare chi si astiene». Pietro Grasso spiega la strategia elettorale: «Duelli tv? Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Voglio ricostruire il Paese».
Lasciate che i grillini vengano a me. E si convertano alle istituzioni. Non lo dice proprio con queste parole. Ma la strategia di Pietro Grasso, presidente del Senato e leader di Liberi e uguali, la sinistra alternativa al Pd, sembra proprio questa: convincere ad andare alle urne chi negli ultimi anni si è astenuto. E «riportare a casa» i voti di quei settori dell’opinione pubblica che, per rabbia o per protesta, hanno gonfiato le percentuali del M5S. «Loro gridano onestà tre volte? Be’, io lo posso dire anche cinque», rivendica. Su Matteo Renzi, invece, Grasso è stranamente cauto; idem su Maria Elena Boschi: guarda oltre. E spiega perché ha deciso di fare politica mantenendo la seconda carica dello Stato.
Non ha scelto bene il momento per diventare un capo partito. Il Senato è esposto.
«Veramente, il Senato è stato esposto da una legge elettorale votata senza permetterci di discuterla dopo il sì della Camera; e dopo cinque voti di fiducia. A quel punto ho sentito l’esigenza di dare un segno di discontinuità politica uscendo dal Pd. Prima ho fatto quello che dovevo, garantendo che andasse in porto per dovere istituzionale. Poi ho preso carta e penna, senza consultare nessuno, e ho comunicato che lasciavo il Pd. La tempistica non è stata una mia scelta. Non ho pensato al seguito, e invece si è innescato un meccanismo che mi ha portato a impegnarmi direttamente in politica. È la prima volta, ma lo faccio con convinzione e vero entusiasmo».
Il Senato è uscito rilegittimato dal referendum del 4 dicembre del 2016. Non teme di delegittimarlo?
«Per pronunciarmi ho aspettato l’approvazione in prima lettura della legge di Bilancio. E comunque, no: ho mantenuto una perfetta indipendenza e autonomia. L’ho fatto in questi anni e continuerò a farlo ancora di più ora. I tempi stretti della legislatura mi hanno indotto a compiere il passo finale. D’altronde, quando tre ragazzi, Speranza, Civati e Fratoianni sono venuti a propormi il loro progetto, ho capito che potevo e dovevo rendermi ancora utile».
I «tre ragazzi» fanno pensare a Liberi e uguali come a una «Cosa rossa» aggiornata; e che li abbiano mandati Bersani e D’Alema.
«Tecnica antica, quella di demonizzare qualcuno per inficiare il ruolo di altri. Non sono mai stato strumento di nessuno, né da magistrato né adesso. L’etichetta di «Cosa rossa» era stata confezionata dagli avversari prima ancora che l’operazione partisse. Il progetto è diverso».
Lo è riuscito a cambiare lei?
«Certo vogliamo cambiarlo. Il coinvolgimento di Rossella Muroni, fino a ieri presidente di Legambiente, è un primo segnale. Ci rivolgiamo a settori del mondo cattolico, dei sindacati, di associazioni, in una parola dei corpi intermedi. Parliamo a una realtà potenziale molto più larga da coinvolgere. Il mio obiettivo è costruire un movimento dal basso che riduca le disuguaglianze e la povertà. La parola leader non mi piace».
Nel simbolo c’è il suo nome.
«Ero contrario, se non altro per pudore. Ma era necessario per farci riconoscere: succede alle nuove formazioni, anche «+Europa» ha messo il nome della Bonino».
Perché non si è dimesso?
«Invece di risolvere un problema, ne avrei creati alle istituzioni. Problemi seri, con i numeri del Senato in bilico e al termine della legislatura. Sarebbe stato un ulteriore elemento di instabilità».
Lei non è uomo da duelli televisivi duri. Parteciperà ai confronti in tv?
«Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Non mi interessa affascinare, né scontrarmi secondo logiche che non mi appartengono. La mia idea di politica non è la battaglia televisiva ma presentare la soluzione dei problemi. Se è necessario parteciperò ai confronti ma non amo gli scontri. Io voglio partire dai valori di sinistra con un progetto che guardi ben oltre le elezioni».
Come convincerà gli elettori che il voto a voi è utile, e non favorisce M5S o centrodestra ?
«Guardi, noi ci proponiamo come sinistra di governo non come fine ma come mezzo per cambiare la rotta su lavoro, scuola, sanità. E vogliamo spiegare che non serve un voto solo di protesta. In più, con questo sistema, di fatto proporzionale, non ci sarà un vero vincitore. La storia del voto utile non regge».
Non ci sarà un vincitore ma la sinistra si candida a essere perdente.
«Vogliamo riportare al voto chi oggi si astiene perché deluso. Il Pd i consensi li ha già persi con l’astensione o col voto al M5S. Contiamo di recuperarli dando un’alternativa».
Il Pd continuerà a perderli?
«Lo dicono i dati. Noi saremo la rete che raccoglierà quel consenso prima che vada altrove».
Influisce l’andamento dei lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche?
«Bisogna aspettare che finisca i lavori per capire meglio».
Nel suo partito c’è chi chiede le dimissioni di Boschi.
«Non affronto il problema delle sue dimissioni. O senti di darle per tue ragioni personali, o perché te le chiede qualcuno a cui non puoi dire di no. Per ora non si sono verificate queste condizioni».
Quanto influisce sulle difficoltà del Pd la sconfitta referendaria del dicembre 2016?
«Il referendum ha mostrato una partecipazione di popolo straordinaria. Molti hanno visto nella riforma, collegata con l’Italicum, un indebolimento della nostra democrazia. Le riforme vanno fatte con un altro approccio: merito e metodo di quella riforma l’hanno resa un’occasione mancata».
Le è pesato molto gestire il referendum dal Senato che doveva essere abolito?
«Fa parte del ruolo gestire con imparzialità provvedimenti che posso anche non condividere».
Cosa votò al referendum?
«Prima che arrivasse in Aula avevo espresso le mie perplessità, ma non mi sono espresso durante la campagna e non lo farò neanche ora».
Quindi potrebbe anche votare Pd e non dirlo.
«Rispondo con una battuta: se venisse sulla nostra linea... ma non mi sembra possa accadere. Io sono inclusivo, non metto veti».
Non è troppo facile prendersela con Renzi oggi? Per anni la nomenklatura del Pd, compresi alcuni che stanno con lei, non hanno fiatato.
«Non sono tra quelli che ne fanno una questione personale: ho avvertito una distanza crescente con le politiche attuate, e non ne ho fatto mistero. La campagna elettorale si fa sui contenuti. Se non c’è Renzi ma si continua con la stessa politica, le distanze con noi non si accorciano».
La descrivono come possibile garante di un M5S che si avvicina al governo.
«Su molti temi, a cominciare dall’Europa e dalla moneta unica, siamo distanti: pensare a un referendum sull’euro, tra l’altro, non è previsto dalla Costituzione. Più che parlare col M5S dopo le elezioni, preferisco parlare ora con i suoi elettori, convogliando la loro rabbia nell’ambito istituzionale. Vorrei riportarli a casa».
Vuole togliere voti al Pd e a Grillo?
«Non metto limiti, magari convinceremo anche elettori di centrodestra: quelli che prima erano i problemi di pochi sono diventati problemi di molti: precari, giovani professionisti, chi ha una piccola attività, una partita Iva».
Ha qualcosa da rimproverarsi per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore?
«Ho applicato la legge Severino e il regolamento del Senato. E l’Aula nella sua sovranità ha votato».
Vorrebbe che partecipasse alla campagna elettorale?
«Già partecipa».
Come candidato.
«Non dipende da me».
Il Fatto 20.12.17
Per i dem l’ultima chance è rottamare il rottamatore
di Peter Gomez
Ciascuno è libero di suicidarsi come meglio crede. Gli iscritti e i dirigenti del Pd hanno perciò tutto il diritto di continuare a seguire il loro segretario Matteo Renzi e la sua sodale Maria Elena Boschi fino all’ormai scontato esito della loro breve avventura politica. Chi ha però deciso di far parte del Partito democratico perché ne condivideva le idee e i progetti, o chi invece sente semplicemente crescere dentro di sé un umano istinto di sopravvivenza, ha pure un dovere. Evitare che, a causa dei continui errori dell’ex premier e della giovane sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, tutto il Pd finisca con loro sommerso dalle macerie. Su quanto sta accadendo in Commissione banche è inutile dilungarsi. Così come non serve ricordare quello che raccontano i sondaggi e che lo stesso Renzi ha ammesso in un’intervista al Corriere della Sera: il partito è in caduta libera. Finire sotto il 20 per cento dei consensi per i dem non è più un’ipotesi, ma una possibilità di giorno in giorno più concreta. Mentre è sempre più probabile il ritorno delle destre al governo.
Questo destino non è però inevitabile. Con un segretario diverso un accordo pre-elettorale con Liberi e Uguali – formazione destinata a crescere ancora molto grazie alla figura di Piero Grasso – è tuttora possibile. E con una vera coalizione il Pd può davvero tornare a giocare la sua partita. Senza no.
Conosciamo le obiezioni: Renzi è stato votato alle primarie da un milione e 800 mila persone. Come si possono sconfessare gli elettori? Semplice: il partito si ricorda di essere tale e si comporta da partito. Molti degli accadimenti di cui oggi siamo venuti a conoscenza in virtù delle audizioni in Commissione banche vanno discussi a fondo e per davvero in direzione. E a chiederlo devono essere per primi i renziani. Spetta a loro il compito di smettere di scambiare la lealtà che giustamente va riservata a ogni leader liberamente scelto con l’ottusa fedeltà al capo. Chiedere conto e ragione di quanto è successo non significa essere sleali, vuol dire invece avere una concezione alta della politica. Perché sleale è chi trama nell’ombra. Leale è invece chi ti dice in faccia che c’è un problema e chiede apertamente di risolverlo.
Far presente a Renzi che il progetto Pd viene prima del suo personale destino è poi un dovere nei confronti di tutti gli elettori ancora schierati nel centrosinistra. Per questo chi un tempo parlava con Renzi di rottamazione, oggi dovrebbe rendersi conto che per il bene della propria parte politica è giunto il tempo di rottamare il rottamatore.
Ovvio, lo sappiamo: chi non ha coraggio non se lo può dare. Chi una concezione alta della politica non la possiede (e sono in molti) difficilmente solleva il capo per primo. L’esperienza però insegna che la paura di perdere il posto fa da sempre miracoli. Un Partito democratico ridotto ai minimi termini non è in grado di garantire un seggio in Parlamento a quasi nessuno. Molti tra quelli che oggi siedono nella direzione nazionale sono a rischio. Se vogliono provare a rientrare hanno una sola strada: allearsi con il movimento di Grasso, per poi giocarsela con centrodestra e 5Stelle in ogni collegio uninominale. Ma per farlo Renzi deve essere messo da parte.
Al Pd conviene che questo accada ora, piuttosto che dopo la sconfitta annunciata del prossimo marzo. I democratici, insomma, possono ancora provare a salvarsi. Ma il loro tempo è poco. Molto poco.
Corriere 20.12.17
Così il segretario dem ha cercato la tregua con il governatore (all’ultimo minuto)
di Federico Fubini
Non dev’essere stata facile la marcia di avvicinamento. Soprattutto negli ultimi giorni. Matteo Renzi aveva finalmente a tiro Ignazio Visco, l’oggetto di una lunga battaglia politica. Il governatore della Banca d’Italia doveva presentarsi alla commissione parlamentare sulle crisi bancarie, per l’inchiesta che proprio il segretario del Partito democratico aveva voluto. Sarebbe stata l’occasione di un chiarimento definitivo: l’ex premier è fra coloro che con più decisione avevano indicato la Banca d’Italia fra i responsabili della crisi del credito di questi anni: «Non ha garantito un sistema di controlli efficiente», aveva scritto.
Ora Renzi stava per esporre Visco, l’uomo che appena due mesi fa lui stesso voleva mandare in pensione, alle domande dei deputati e senatori del Pd. Invece il politico più determinato della sua generazione ha avuto un sobbalzo. Ha cercato un contatto con la Banca d’Italia, negli ultimi giorni, per provare a arrivare a una tregua. Non lo ha fatto direttamente — troppo complicato — ma attraverso intermediari che aprissero un dialogo con i vertici di Via Nazionale prima che Visco si sedesse davanti alla commissione.
Renzi ha spinto, proposto, fatto capire che avrebbe apprezzato qualunque disponibilità del governatore a smussare i toni, levigare gli spigoli, magari qua e là scivolare senza soffermarsi troppo.
A giudicare dalle dichiarazioni, questa offensiva diplomatica dev’essersi consumata domenica scorsa. I segni infatti il resto del mondo li nota poche ore dopo. Lunedì mattina Marco Agnoletti, portavoce di Renzi, esce con una lettera sul Fatto quotidiano nella quale si avverte un cambio di tono. Non tornano più le critiche di novembre, quando Renzi diceva che «le cose non hanno funzionato come avrebbero dovuto e potuto». Il portavoce del leader del Pd parla piuttosto di «un lavoro istituzionale ineccepibile» e «gomito a gomito coi vertici di Banca d’Italia per risolvere le varie crisi bancarie di questi anni».
Quanto a Banca Etruria, un dissesto per il quale l’ex premier solo pochi giorni fa attribuiva parte delle colpe a Via Nazionale, gli accenti diversi sono percepibili: «Dopo il commissariamento (dell’istituto, ndr) non vi è stata alcuna tensione». Si direbbe quasi che Renzi abbia cercato di sminare un po’ del terreno fra sé e Visco prima che questi prendesse la parola. Anche Maria Elena Boschi fa qualcosa di simile, sempre lunedì mattina: al Messaggero , la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio riconosce di aver parlato di Etruria — mentre suo padre ne era vicepresidente — con il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta.
Se queste uscite sono tasselli dello stesso sforzo diplomatico di prevenire, sopire e sedare in vista dell’audizione di Visco, il risultato non è chiaro. Senz’altro il governatore di Banca d’Italia ieri non ha calcato i toni e ha riconosciuto che non vi sono state richieste fuori luogo da parte di Renzi e Boschi. Ma ha anche detto di non aver risposto a certe domande dell’allora premier su Etruria — lo stesso governatore le ha rivelate ieri — «perché pensavo scherzasse» e quelle di Renzi fossero uscite «divertenti»: non il modo più deferente di parlare del leader del partito di governo. Su Etruria Visco ha poi riservato anche un’altra frecciata a Renzi, rivolta più agli specialisti come lui stesso che alla platea. Lo ha fatto quando ha detto che Banca d’Italia non ha mai avvertito il governo che stava per commissariare Banca Etruria, nel febbraio 2015: così del resto prevede la legge, specie per le società quotate. Invece Renzi in un intervento sulla Stampa il 12 novembre aveva sostenuto esattamente il contrario.
Tutte schermaglie importanti per la politica, ma in termini economici irrilevanti a confronto della grande critica che ieri Visco ha mosso al governo Renzi: non aver voluto procedere nell’estate del 2016 a una ricapitalizzazione pubblica «precauzionale» della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca — circa 70 miliardi di bilancio in due — quando ancora quelle aziende si potevano salvare. Il governatore non ha aggiunto che Renzi ha sacrificato quella scelta alla campagna per il referendum costituzionale, finita comunque per lui in disfatta. Visco ha però aggiunto che poi nel 2017 le due banche erano già troppo dissanguate e a quel punto non ci fu altro da fare che liquidarle.
In aula per l’audizione Matteo Orfini, presidente del Pd, ha ascoltato senza porre una sola domanda. «Questione di stile», spiegherà più tardi .
Corriere 20.12.17
«Io serena» Ma il partito ne sonda il gradimento
di Maria Teresa Meli
Maria Elena Boschi appare sorridente e tranquilla nel giorno dell’audizione di Ignazio Visco. A qualche collega di partito, durante la cerimonia degli auguri al Quirinale, la sottosegretaria confida: «Bene, il governatore ha confermato che da parte mia non ci sono state pressioni. Spero che l’accanimento nei miei confronti cessi». Boschi non sembra in ansia nemmeno per l’audizione di oggi di Federico Ghizzoni. Al Nazareno sono convinti che anche l’ex amministratore delegato di Unicredit dirà che l’allora ministra non ha fatto nessuna pressione. È un altro, piuttosto, il motivo di preoccupazione dei vertici del Partito democratico: questo «caso» inciderà sulle elezioni? Insomma, per dirla con le parole di un renziano di rango, «il Pd riuscirà a risalire la china»? L’altro ieri da un focus group della Swg alla presenza di alcuni dirigenti del partito sono emersi segnali allarmanti. Il cosiddetto «giglio magico» viene visto come una sorta di «cricca» e Boschi è stata molto criticata. L’opinione prevalente emersa da quel focus che ha lasciato di sasso i vertici del Nazareno è che la sottosegretaria non si dovrebbe candidare alle prossime elezioni. È un’opinione, questa, condivisa anche da alcuni esponenti della minoranza. Come Orlando, secondo il quale sulla candidatura di Boschi «bisogna ragionare bene». O Cuperlo, che sulla sottosegretaria la pensa così: «Avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e a non entrare al governo dopo la sconfitta della sua riforma. Ci sono momenti nella vita politica in cui dire di no aiuta a difendere la propria credibilità». E così, nonostante le chiare parole di Visco, per Boschi, a quanto pare, il calvario non è finito. A gennaio il partito deciderà della sua candidatura. Renzi e Gentiloni hanno già detto che secondo loro dovrà presentarsi alle elezioni. Ma la parola finale spetta alla direzione del Partito democratico.
Il Fatto 20.12.17
Altro che rilancio, la Commissione è la resa di Renzi
Banche - Il segretario Pd voleva l’inchiesta parlamentare per ribaltare la “narrazione”, ma resta inchiodato a Etruria e deve celebrare Visco
Altro che rilancio, la Commissione è la resa di Renzi
di Wanda Marra
Ringrazio molto il governatore Visco per le parole di apprezzamento che ha rivolto al mio governo (…) Confermo che abbiamo sempre avuto la massima collaborazione istituzionale”. La nota di Matteo Renzi arriva mentre l’audizione di Ignazio Visco davanti alla Commissione Banche è in corso. Il governatore ha parlato dell’interessamento di Renzi per Banca Etruria e pure degli incontri di Maria Elena Boschi con il numero 2 di via Nazionale, Fabio Panetta. Ma negando “pressioni” esplicite. E il segretario del Pd immediatamente risponde con una nota scritta che sarebbe di giubilo, se lo stile non fosse così deferente, da apparire mascherato.
L’effetto è straniante. La Commissione d’inchiesta non doveva servire a chiarire quanto successo nel sistema bancario negli ultimi 15 anni? E nelle intenzioni dell’ex premier, non doveva essere lo strumento per attaccare Bankitalia e Visco in campagna elettorale? Basterebbe la nota di ieri, che celebra con sollievo il fatto che poteva andare peggio, a spiegare che boomerang si è rivelata l’operazione per il segretario Pd. D’altra parte, Luigi Zanda, capogruppo al Senato, lo aveva avvertito. La commissione “ci sta, ma non in campagna elettorale. Verrebbe usata per regolare conti politici”, aveva detto in un’intervista a Repubblica a marzo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella era fermamente contrario: temeva in un’operazione fuori controllo che mettesse in crisi le istituzioni tutte. Renzi è andato avanti per la sua strada. Accumulando errori. “Penso che il tema di Banca Etruria torni ciclicamente. Su queste vicende ci vuole grande chiarezza: il mio governo non ha fatto favoritismi”, diceva all’Arena di Giletti a maggio. Fedele alla premessa e all’obiettivo, Renzi sceglieva di mandare in Commissione i “fedelissimi”: Francesco Bonifazi, Matteo Orfini, Andrea Marcucci, prima di tutto. Persone di cui si fida, ma non esattamente esperte della materia. Che infatti, non sono riuscite a gestire, nonostante il Pd sia in maggioranza. Pier Ferdinando Casini, eletto presidente, e poi “promosso” a federatore della lista di centro da coalizzare con il Pd si è rivelato una garanzia insufficiente: non si è opposto all’audizione di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit.
L’attacco frontale Renzi l’ha lanciato il 17 ottobre presentando una mozione di sfiducia a Visco, scritta dagli uffici della Boschi, senza dirlo né a Gentiloni, né a Mattarella. Doveva essere, la prima mossa, per arrivare ad attaccare anche Mario Draghi. Che Visco venisse riconfermato, Renzi lo aveva messo nel conto. Ma pensava di aver trovato il capro espiatorio contro le banche per la campagna elettorale. “Ma davvero voi pensate che il problema delle banche italiane sia Banca Etruria sia una banca piccola così?”, continuava a ripetere durante il tour in treno. Il messaggio che è passato è stato esattamente quello. Nonostante lo scontro a distanza sui mancati controlli nelle successive audizioni (il 9 novembre) di Consob e Bankitalia sulle Banche Venete. Il culmine è stato Roberto Rossi, pm di Arezzo (30 novembre): davanti alla Commissione ridimensiona il ruolo di papà Boschi nella bancarotta di Banca Etruria e getta ombre sulle pressioni che Banca d’Italia fece per un matrimonio fra la stessa Etruria e Popolare di Vicenza. Renzi cantava vittoria: “Maria Elena potrà avere giustizia con le querele”. Due giorni e si è vista l’imprudenza di quelle dichiarazioni: Pierluigi Boschi era indagato in un altro filone d’inchiesta di cui Rossi (che peraltro era stato consulente di Renzi a Palazzo Chigi) sapeva e ha taciuto. A quel punto, è stata tutta un’escalation. La sottosegretaria si è messa al centro della scena annunciando, con 7 mesi di ritardo, azioni legali nei confronti di Ferruccio de Bortoli, reo di aver rivelato i suoi incontri con Ghizzoni. Un modo per cercare di bloccarne l’audizione. Fallito.
Ghizzoni verrà audito oggi. Ma ormai la stessa Boschi ha ammesso di aver parlato di Banca Etruria con lui, ma anche con Giuseppe Vegas, ex capo della Consob e con Panetta. Lo stesso Vegas giovedì ha raccontato in audizione di averla incontrata anche a Milano. Lei ha invitato Marco Travaglio, direttore del Fatto, a un duello tv. Nel giorno in cui il Senato approvava il biotestamento: un traguardo per il Pd di Renzi. Oscurato. Lunedì in Commissione banche ci è andato il ministro dell’Economia, Padoan: ha chiarito di non aver incaricato i ministri di parlare di banche. E Boschi a che titolo si muoveva? E così, l’audizione di Visco che doveva essere il climax della campagna di Renzi contro Bankitalia, è l’ennesimo boomerang. Con il Colle che benedice la tregua obbligata. Oggi c’è Ghizzoni. Vedremo.
Corriere 20.12.17
Ora il centrodestra è a quota 281 seggi Maggioranza difficile anche con larghe intese
Le ipotesi sulla Camera: 158 a M5S, 151 al Pd
di Nando Pagnoncelli
Le intenzioni di voto pubblicate domenica dal Corriere segnalavano un calo del Pd, solo in parte compensato dalla crescita delle forze alleate, una contrazione del M5S, il centrodestra complessivamente accreditato del 36% dei voti validi, la sinistra stabile al 6,6%.
Con questi numeri il centrodestra risulterebbe avere complessivamente 281 seggi (sommando scranni provenienti dai collegi uninominali e dal proporzionale), seguito dal M5S con 158 deputati, dal Pd con 151, e da Liberi e uguali con 27 seggi tutti provenienti dal proporzionale. Alternativa popolare al momento non raggiunge la soglia di sbarramento e non è stata considerata, a differenza delle altre volte, come alleata del Pd, tenuto conto delle divisioni che attraversano la formazione.
Gli andamenti premiano con evidenza il centrodestra che, rispetto alle stime di poco più di un mese fa, guadagna 29 seggi, a scapito dei 5 Stelle (che ne perdono 15) e del Pd (che ne perde 13), mentre Liberi e uguali ne guadagna 3, anche grazie al mancato ingresso in Parlamento di Alternativa popolare.
Come mai questi cambiamenti? Il centrodestra guadagna qualche seggio nel proporzionale (5 in totale), ma ben 24 nel maggioritario. Il calo di Pd e M5S infatti fa sì che una parte dei collegi cosiddetti marginali, cioè dove le distanze sono ridotte, passi da queste formazioni al centrodestra, in particolare al Sud, sottraendoli soprattutto ai pentastellati le cui perdite sono appunto concentrate nel maggioritario.
Ma il dibattito di questi giorni è incentrato sulla possibilità che la coalizione di centrodestra arrivi alla maggioranza assoluta, grazie alla «soglia implicita» del 40%. In realtà questa ipotesi al momento parrebbe di non facile realizzazione. I calcoli sono semplici. Per avere la maggioranza alla Camera occorrono 316 deputati. La coalizione (o la forza politica) che ottiene il 40% si porta circa 160 deputati dalla quota proporzionale. Per arrivare alla maggioranza occorrono ancora 156 deputati. Che corrispondono a circa il 68% dei deputati eletti con il sistema uninominale (231, escludendo la Valle d’Aosta). Infine va notato che i conflitti degli ultimi giorni e le polemiche sempre più marcate tra Salvini e Berlusconi non giovano alla coalizione. Certo quello del centrodestra è un elettorato che più facilmente degli altri si «cumula», superando differenze anche importanti. Ma le divisioni interne possono allontanare più di un elettore.
Ci sono altre maggioranze possibili? Se usciamo da quella che viene considerata fantapolitica, cioè l’idea di un accordo Pd-5Stelle, le altre ipotesi praticabili non producono maggioranze. Una di cui si parla è riferita alle cosiddette larghe intese, cioè un’alleanza Pd-Forza Italia. Diventa difficile dare numeri, poiché bisognerebbe sapere quanti deputati uninominali eleggerebbe Forza Italia. Ma anche ammettendo che ne ottenesse la metà di quelli guadagnati dal centrodestra, non sarebbero comunque sufficienti. La somma finale infatti darebbe 286 deputati, non abbastanza. Lo stesso o quasi avverrebbe per un’ipotetica coalizione definita «antisistema», composta da M5S, Lega e Fratelli d’Italia. In questo caso, sempre assegnando a queste due forza metà dei seggi uninominali del centrodestra, si arriverebbe a un totale di 304 seggi. Più vicini, ma ancora insufficienti. Insomma, allo stato dell’arte, sembra proprio che dal voto possa sortire un Parlamento ingovernabile. A meno di una crescita sensazionale di una delle formazioni in campo o di schemi di alleanze che la nostra fantasia non riesce a prevedere.
Gli scenari che si aprono sono quindi piuttosto complessi. Il ritorno al voto a breve (qualcuno lo ritiene probabile accennando al fatto che diversi leader non si candiderebbero in questa occasione aspettando il voto «vero», cioè quello successivo) sarebbe sensato solo se si cambiasse la legge elettorale, con una torsione maggioritaria più netta. In un sistema tripolare sarebbe probabilmente necessario il doppio turno, per garantirsi la governabilità. Ma questo è stato già bocciato dalla Consulta. E comunque, per cambiare in un senso o nell’altro la legge elettorale, si dovrebbe avere un governo di scopo, con un accordo solido e con la capacità di fare fronte anche alle altre scadenze inderogabili, tra cui le manovre di aggiustamento dei conti, cosa che sembra davvero difficile.
L’ultimo scenario è quello della prosecuzione del governo attuale. Qualcuno la chiama prorogatio, ma forse non è proprio così. In fondo Gentiloni rimarrebbe comunque in carica, pur se solo per il disbrigo degli affari correnti. E tutto sommato l’indice di gradimento del governo (40,5) e del presidente del Consiglio (42,1) di questi tempi non sono così male.
Il Fatto 20.12.17
E Papà Boschi si salvò dal processo per 250 mila euro in nero
Salvato da un processo per evasione fiscale per un pagamento in nero di 250 mila euro. È quanto capitato a Pier Luigi Boschi, scrive La Verità, che cita un’inchiesta dalla quale il padre dell’ex ministra sarebbe stato risparmiato grazie alla benevolenza dell’Agenzia delle Entrate, che avrebbe accettato “una versione di comodo contraddetta dalle risultanze investigative della Guardia di Finanza”. Boschi alla fine ha pagato una multa inferiore rispetto a quella prevista dalla Gdf e, soprattutto, ha evitato un processo penale. La vicenda all’epoca era stata raccontata anche da Panorama e Fatto: nel 2007 Boschi aveva portato a termine un affare immobiliare con un socio calabrese, Francesco Saporito, sospettato dalla Dda di Firenze di legami con la ‘ndrangheta (a suo carico non risultano condanne per criminalità organizzata). Boschi, tramite la coop agricola Valdarno superiore, di cui era presidente, aveva acquisito una tenuta dell’Università di Firenze. Un acquisto a trattativa privata per un acquirente reso noto solo in seguito: una società ad hoc – la Fattoria Dorna – di cui Boschi deteneva il 90% delle azioni, il 10% Saporito. Dopo l’acquisto, la quota di partecipazione di Pier Luigi Boschi è stata ridotta progressivamente. Nel frattempo, però, il padre di Maria Elena aveva cercato di vendere alcuni lotti. E qui entrano in gioco i 250 mila euro: secondo l’acquirente di uno dei rustici, Boschi pretese e ottenne un pagamento in nero – 500 banconote da 500 euro – al momento del rogito (come prova dello scambio ha consegnato alla Gdf le fotocopie dei contanti). A fine 2013 la Finanza contestò a Boschi senior un’imposta evasa di 107 mila euro, cifra per la quale rischiava il processo penale. Per La Verità, Boschi si difese così: “Qualsiasi eventuale somma di denaro avrebbe dovuto essere riferita alla società, e in caso al suo amministratore in carica al momento che qui interessa”. Ovvero Saporito, titolare all’epoca del 63,8% delle quote (a Boschi spettava il restante 36,2%). Boschi avrebbe quindi scaricato sul socio la responsabilità del “nero” (che al giornale di Belpietro dichiara: “Me l’ha fatta sporca”). L’Agenzia delle Entrate, nell’aprile 2014, ha sposato la tesi di Boschi: la multa è stata divisa in quote e il padre dell’ex ministra ha dovuto restituire all’erario “solo” 38.900 euro, cifra inferiore ai limiti di legge che avrebbero fatto scattare il processo penale.
Il Sole 20.12.17
All’Aran. Da oggi rush finale della trattativa, con l’obiettivo di chiudere venerdì e portare i ritocchi in busta paga all’inizio della primavera
Statali, 50 euro netti in più a tutti
Nuovi contratti verso una distribuzione lineare degli aumenti, con salvaguardia per i redditi bassi
di Gianni Trovati
ROMA Il nuovo contratto degli statali avvia oggi quella che dovrebbe essere la stretta finale delle trattative, ed è destinato a tradursi in circa 50 euro netti al mese di aumenti. La prospettiva è quella di un ritocco in busta paga sostanzialmente uguale per tutti, perché i tempi sono stretti e la pressione per recuperare almeno in parte gli otto anni di congelamento delle buste paga sono forti.
In pratica, gli 85 euro medi promessi dall’intesa del 30 novembre scorso e finanziati dalla legge di bilancio attesa in settimana all’approvazione definitiva dovrebbero distribuirsi in parti uguali fra le buste paga di tutti i dipendenti. E questa linea, una volta fissata dal contratto per le «funzioni centrali» (i circa 240mila dipendenti che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici), sarà ripetuta in tutti gli altri rami della Pa, dagli enti territoriali alla sanità fino alla scuola. Per un ministeriale medio, che oggi secondo i calcoli dell’Aran guadagna poco più di 28.500 euro lordi all’anno, gli 85 euro lordi si traducono in 50 euro al mese al netto di Irpef e addizionali, e analogo è l’effetto sullo stipendio-tipo del dipendente degli enti pubblici (quasi 41mila euro lordi oggi).
A portare verso questa omogeneità di trattamento sono due fattori. Il governo ha manifestato in più di un’occasione l’idea di destinare al “tabellare”, cioè alle voci fisse uguali per tutti, solo una parte degli aumenti, ma l’intenzione si scontra con le richieste sindacali alimentate dal fatto che il contratto in cantiere riguarda un triennio (2016-2018) per due terzi già trascorso.
Governo e sindacati, poi, sono accomunati dalla fretta di chiudere il prima possibile la trattativa, per portare gli aumenti in busta paga in tempo utile per le elezioni e per il rinnovo delle Rsu negli uffici pubblici. L’obiettivo è ambizioso con l’ipotesi di urne il 4 marzo, perché dopo l’accordo il testo deve passare da Corte dei conti e Ragioneria generale per ottenere tutti i bolli necessari alla firma finale, e pare più alla portata del voto sulle rappresentanze sindacali, soprattutto se si terrà dopo Pasqua. In ogni caso bisogna fare in fretta, perché l’accordo sulle funzioni centrali aprirebbe la strada agli altri contratti, che riguardano quasi 3 milioni di persone.
L’idea alla base della «piramide rovesciata» ipotizzata a suo tempo da Funzione pubblica, cioè di un occhio di riguardo per gli stipendi più bassi e di un trattamento meno generoso con quelli più alti, dovrebbe quindi manifestarsi solo per il primo aspetto. Per attuarlo è stato abbozzato quello che il nuovo testo di contratto definisce «elemento perequativo» (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), che in pratica serve a garantire il mantenimento degli 80 euro a chi li riceve oggi. L’aumento contrattuale, infatti, avrebbe tagliato o azzerato il bonus a circa 300mila persone che oggi guadagnano fra 24-26mila euro lordi, in uno scambio fra 85 euro lordi in entrata e 40-80 netti in uscita (a seconda del livello di partenza) che avrebbe finito per rendere netto o addirittura in perdita l’effetto del rinnovo contrattuale. La prima mossa per evitare il problema è stata fatta in manovra ed ha alzato da 24mila a 24.600 euro la soglia di reddito che inizia a far scendere il bonus, e da 26mila a 26.600 quella che lo cancella. Ma come previsto, la novità non è sufficiente a garantire tutti, e il compito di finire il lavoro sarà assegnato appunto alla salvaguardia aggiuntiva scritta nelle bozze di contratto. Il suo non sarà in ogni caso un lavoro semplice, perché per riuscire dovrà incrociare tutte le variabili senza comunque poter agire sui redditi diversi da quelli da lavoro, che entrano nel calcolo alla base della distribuzione del bonus.
L’altro compito chiave, quello di differenziare le buste paga, toccherà invece al nuovo sistema dei premi, e in particolare alla regola contrattuale che chiederà di riservare le maggiorazioni individuali al 30% del personale e di azzerarle quando le valutazioni migliori riguarderanno più di 4 dipendenti su dieci. Ennesima variazione sul tema eterno della «meritocrazia», i cui effetti andranno testati sul campo.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 19 dicembre 2017
Corriere 19.12.17
Il retroscena
L’incontro e gli ispettori
di Fiorenza Sarzanini
Mentre gli ispettori indagavano su Arezzo, l’allora ministro Maria Elena Boschi era a colloquio in Banca d’Italia.
ROMA Sono almeno due gli incontri che la ministra Maria Elena Boschi ha avuto con il vice direttore di Bankitalia Fabio Panetta. E uno è avvenuto mentre gli ispettori di Palazzo Koch indagavano sul dissesto di Banca Etruria. Una verifica che pochi giorni dopo — esattamente l’11 febbraio 2015 — avrebbe portato al commissariamento dell’istituto di credito aretino. Filtrano nuovi dettagli sui colloqui — finora inediti — dell’attuale sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con interlocutori istituzionali. Ma oggi, durante l’audizione di fronte alla commissione parlamentare, dovrà essere il governatore Ignazio Visco a ricostruire esattamente che cosa accadde a partire dal febbraio 2014, subito dopo l’insediamento del governo guidato da Matteo Renzi. E non si esclude che possa essere accompagnato proprio da Panetta.
La «preoccupazione» per la fusione
Poco dopo essere stata nominata responsabile delle Riforme, la ministra si attiva e organizza — per sua stessa ammissione — «svariati incontri istituzionali». Uno proprio con Panetta. In quei primi mesi del 2014 sono in corso le trattative per la fusione di Etruria con Popolare di Vicenza. Ma Boschi è contraria, e chiaramente si attiva per scongiurare questa eventualità. Ne parla ad aprile con il presidente di Consob Giuseppe Vegas che invita a pranzo a Milano, grazie alla mediazione di Denis Verdini. Ma prima vede Panetta. Un faccia a faccia organizzato evidentemente a titolo personale, visto che non aveva alcuna delega da parte del governo e tenendo conto che suo padre era consigliere di amministrazione di Etruria ed entro qualche settimana sarebbe diventato vicepresidente.
Proprio in quei giorni ci fu una riunione tra i vertici di Etruria e quelli di Veneto Banca nella villa di Laterina dei Boschi, in provincia di Arezzo, e la ministra — come ha confermato di fronte alla commissione l’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli — «rimase con noi per un quarto d’ora, ma senza dire nulla». Entrambi gli istituti erano stati infatti sollecitati ad aggregarsi con PopVicenza «e quindi volevamo sapere se anche gli amministratori di Etruria avevano intenzione di dimettersi come avevamo ipotizzato noi».
Gli ispettori e il commissariamento
In realtà l’ipotesi di un’aggregazione fu scongiurata, ma il dissesto patrimoniale di Etruria continuò in maniera irreversibile. Amministratori e manager furono sottoposti a ben tre ispezioni e sanzionati da Bankitalia proprio per non aver governato in maniera adeguata la banca. In particolare furono accusati di aver gestito il settore dei finanziamenti e delle consulenze agevolando gli amici e in alcuni casi agendo addirittura in conflitto di interessi, erogando fondi a società in cui avevano interessi o partecipazioni. L’inizio della fine comincia nel febbraio del 2015, poco dopo il decreto del governo che privatizza le Popolari. In quei giorni gli ispettori sono per la terza volta negli uffici di Etruria, acquisiscono la documentazione, esaminano i bilanci.
Proprio in quel periodo la ministra Boschi vede nuovamente Panetta. L’incontro, secondo alcune indiscrezioni, avviene negli uffici di via Nazionale. Neanche dieci giorni dopo Etruria sarà commissariata nella convinzione del vertice di Bankitalia che gli amministratori non siano in grado di governarla. Qual è stata la natura del colloquio? Vegas ha raccontato che Maria Elena Boschi gli aveva anticipato la nomina di suo padre a vicepresidente. Che cosa disse invece al vicedirettore di Palazzo Koch? sono gli interrogativi principali che oggi saranno rivolti a Visco.
Le richieste ai protagonisti chiave
Una lettera inviata tre giorni fa dalla Commissione al governatore lo avvisava dell’intenzione dei parlamentari — in particolare Andrea Augello di Idea — di conoscere «date e contenuti di tutti i colloqui avuti con i ministri». Appare scontato che Visco sia stato tenuto costantemente informato di quanto accadeva. Ma non è escluso che all’audizione possa partecipare Panetta, anche perché si tratta di una commissione d’inchiesta e dunque si potrebbe rendere indispensabile avere informazioni su quanto accaduto ascoltando direttamente la versione dei protagonisti.
Repubblica 19.12.17
Banche e politica
Padoan non aiuta Boschi l’ira dei renziani spiazzati
La linea del ministro in commissione scontenta i democratici. Bankitalia furente per la frase, poi corretta, sulle “inefficienze” della Vigilanza. E oggi tocca a Visco
di Tommaso Ciriaco
Roma Il pomeriggio è movimentato, come questa coda di legislatura. Matteo Renzi esige una precisazione da Pier Carlo Padoan: « Lo so che non voleva prendere le distanze, lo so che è amico di Maria Elena, lo so che lavora alla grande con lei. Ma così rischia di esporla agli attacchi strumentali di chi ci fa la guerra » . Il ministro dell’Economia resiste, resiste fino a sera. Gli ambasciatori renziani lo pressano. Qualcuno riferisce anche di una telefonata tra i due. Alla fine arriva una correzione di rotta, che rettifica fino a un certo punto. Perché una cosa è chiara, come spiega il ministro agli interlocutori dem: sul caso Boschi il responsabile dell’Economia non può farsi risucchiare dalla polemica politica. Certo, ammette, « potevo dirla meglio » . Ma la frase che ha permesso alle opposizioni di cavalcare ancora il pasticcio Etruria andava comunque pronunciata: «Io non ho autorizzato nessuno – la dichiarazione, testuale - e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione. La responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che d’abitudine ne parla con il premier » .
È utile riavvolgere il nastro. Da qualche settimana, Renzi si sente al centro di una manovra a tenaglia. « Mi hanno lasciato solo – ha spiegato qualche giorno fa a un collega incrociato per caso – tutti mi fanno la guerra. Il palazzo si muove per ammazzare il Pd e il suo segretario » . E però la commissione banche, se non altro per le polemiche su Etruria che continua a rinnovare, sembra dare una mano a chi persegue questo obiettivo.
Quella di ieri doveva essere una giornata tranquilla, in attesa del gran finale dell’inchiesta parlamentare. Nessuno temeva sgambetti dal ministro dell’Economia. E invece, è bastata una dichiarazione. « Pier Carlo poteva spiegarsi meglio – sono i ragionamenti del segretario – per bilanciare quella frase e non farsi strumentalizzare » . Nessun dolo, la linea, ma comunque una grana.
Il responsabile dell’Economia, da tempo, ha rallentato la frequentazione con il Giglio magico. Agli amici spiega di non voler certo essere ricordato come « un renziano » , piuttosto come un tecnico prestato con profitto alla politica. E la politica ha le sue regole. La rettifica sollecitata da Renzi, però, arriva soltanto a sera, quando i fuochi d’artificio delle opposizioni risuonano da troppe ore. Molto più reattivo il ministro si mostra invece su Bankitalia, precisando le sue stesse parole - dopo una telefonata partita direttamente da Palazzo Koch - e spiegando di non aver nulla da imputare al governatore nell’azione di vigilanza. Nulla contro Visco, insomma, nulla da rimproverare al grande avversario di Renzi.
E si torna all’assedio. A quel fortino da cui l’ex premier guida la resistenza. E alla rabbia di Matteo Orfini che ogni giorno si sgola: «Attaccano la Boschi sul nulla, mentre nessuno si accorge che ogni giorno da tre mesi esce fuori un guaio combinato da Bankitalia » . Una fossato sempre più profondo tra il board renziano e il resto del mondo. Che il Pd sconta nei sondaggi. Forse per questo, il leader si terrà lontano per qualche giorno. Oggi, per dire, diserterà i tradizionali auguri di Sergio Mattarella alle cariche istituzionali, dopo aver « tempestivamente » comunicato la defezione al Colle perché impegnato « alcuni giorni fuori Roma » .
E Boschi, nell’ennesima giornata di passione? Siede accanto a Luciano Violante in un convegno alla Camera. Relazione sulla certezza del diritto. E ascolta l’intervento di Andrea Orlando, che ha invitato a una riflessione sull’opportunità di candidarla e ora denuncia l’aggressione dei tifosi renziani sui social. « Qua non si può più neanche alzare un sopracciglio… » .
Mancano quattro giorni ai titoli di coda in comissione. Oggi tocca a Visco, domani all’ex ad Unicredit Federico Ghizzoni. Se quest’ultimo smentirà la versione di Boschi, partirà la denuncia della sottosegretaria. È la trincea del Giglio magico. E finirà soltanto se l’ex ministra sceglierà il passo indietro. Il resto è già rincorsa elettorale, contro tutti. « Chi non ha spada – chiama tutti a raccolta Lorenzo Guerini, citando l’evangelista Luca - venda il mantello e ne compri una » .
Corriere 19.12.17
«Non ho autorizzato altri ministri a occuparsi di questioni bancarie»
Le parole di Padoan sui colloqui di Boschi e Delrio. M5S: a questo punto inutile ascoltare altri
di Andrea Ducci
ROMA La condotta di Maria Elena Boschi, durante la crisi di Banca Etruria, resta al centro dei lavori della commissione di inchiesta sul settore creditizio. Questa volta è il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a fornire elementi per ricostruire dinamiche e modalità dei rapporti di governo nel corso della difficile stagione del sistema bancario.
In audizione Padoan ricorda a chi compete occuparsi di banche, e dunque anche dell’istituto aretino dove il padre della sottosegretaria Boschi era vice presidente. «Le discussioni sulle banche in difficoltà — indica il ministro — sono avvenute in modo continuativo tra il presidente del Consiglio e me», una specifica seguita dalla considerazione che «in altre, rare occasioni, sono state discusse in gruppi più ampi di governo». Il tema di chi parlava con chi, oltre che a quale titolo, del resto, è correlato al fatto se l’allora ministra Boschi abbia esercitato pressioni o operato in conflitto di interessi mentre incontrava banchieri e organi vigilanti (Consob e Bankitalia) per parlare di Banca Etruria. Padoan da parte sua osserva: «Io ho appreso di questi specifici incontri dalla stampa». Ma il ministro, sollecitato dai parlamentari, aggiunge, «non ho mai autorizzato nessuno a parlare con altri di questioni bancarie, né ho richiesto che persone o membri del governo che avessero contatti con il mondo bancario, venissero a riferire a me».
Boschi, insomma, ha operato in autonomia senza discuterne con Padoan (che, tra l’altro, ribadisce di non avere mai incontrato il padre dell’ex ministro), e lo stesso vale per il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, altro membro di governo ad essersi interessato di Banca Etruria, sondando le intenzioni di Banca Popolare dell’Emilia Romagna ad acquistare l’istituto aretino. Un quadro che spinge i parlamentari del M5S alla stoccata, «non serve nemmeno ascoltare Visco o Ghizzoni. Già il ministro Padoan — sottolineano — ha scaricato Maria Elena Boschi. Le dimissioni non sarebbero soltanto un atto dovuto, ma una forma di tutela della propria dignità». A picchiare è anche Renato Brunetta, vice presidente della commissione di inchiesta. «All’epoca in cui ero ministro (della P.a., ndr), non mi sarei mai permesso — osserva — di affrontare il tema bancario senza l’autorizzazione del ministro dell’Economia. Tremonti mi avrebbe impalato se avessi fatto una cosa del genere». La serie di attacchi è tale che dal ministero di via XX Settembre precisano: «La gestione delle crisi è stata effettuata dal ministero dell’Economia in stretto coordinamento con la presidenza del Consiglio e Bankitalia».
L’intervento di Padoan si sofferma anche sul crac di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, dove secondo il ministro «ci possono essere stati ostacoli» alla vigilanza di Bankitalia. Nel caso di CariChieti, Banca Marche, Carife e Banca Etruria finite in risoluzione ricorda «non c’erano alternative» e che ai titolari di obbligazioni danneggiati verranno rimborsati circa 190 milioni di euro. Padoan rivendica, infine, la conferma di Ignazio Visco in Bankitalia come «un segnale di stabilità». E oggi in audizione è atteso proprio Visco .
il manifesto 19.12.17
Gelo Boschi-Orlando, Pd nel panico per l’ultimo show in commissione
Il clima interno si surriscalda. I fan renziani accusano il guardasigilli di «tradimento». Orfini: l’ex ministra e Renzi in commissione? Allora anche Draghi e tutti gli ex presidenti del consiglio
di Daniela Preziosi
Alle dieci di mattina il guardasigilli Orlando e la sottosegretaria Boschi si siedono allo stesso tavolo della Sala della Regina, a Montecitorio, dov’è in corso una conferenza sulla cooperazione tra le giurisdizioni superiori. I due non si salutano, non si guardano. Solo alla fine l’ex ministra, andando via, sfila davanti al collega e gli allunga una gelida stretta di mano. Orlando è fra i leader dem quello che si è esposto di più sul caso banche: la commissione è una delle «trappole» costruite dal gruppo dirigente Pd dove poi «siamo caduti dentro», ha detto nei giorni scorsi. Sul futuro di Maria Elena Boschi invece non è andato oltre un «credo che abbia i titoli per essere ricandidata e che questa vicenda non debba precluderlo» e «ognuno di noi deve valutare che contributo può dare alla campagna elettorale», dando voce ai dubbi che attraversano il partito dall’alto verso il basso e ritorno. Ma pubblicamente tutti fanno quadrato intorno alla sottosegretaria. E a Orlando tanto (poco) basta per essere accusato di alto tradimento «dai fan di Renzi», racconta lo stesso guardasigilli su facebook. Renzi, del resto, ieri dal Corriere con lui era stato severo: «Fossi Andrea mi preoccuperei di darci una mano, non di alimentare le polemiche».
CHE IERI OGGI E DOMANI, con le audizioni rispettivamente del ministro Padoan, del governatore di Bankitalia Visco e dell’ex ad di Unicredit Ghizzoni, sarebbero state tre giornate di fuoco per il Pd era largamente previsto al Nazareno. Ma le ripercussioni nel gruppo dirigente vanno oltre le aspettative. Il ministro Delrio, tirato in ballo da Padoan durante l’audizione (in realtà in risposta a una domanda del senatore Augello) si «contraria», e non poco. « Non ho autorizzato nessuno anche perché nessuno mi ha chiesto l’autorizzazione», (ad avere colloqui sul caso Etruria) dice Padoan. Suona come una presa di distanza da Boschi e Delrio, che invece di colloqui ne hanno avuti. Dal Nazareno si decide di non attaccare pubblicamente Padoan. Ma Matteo Orfini dice a Huffington post: «Ci mancherebbe che il ministero dell’Economia debba autorizzare i ministri a occuparsi delle crisi delle banche nei loro collegi di competenza: sarebbe una violazione delle regole stabilite in Costituzione».
MESSAGGIO CHIARO, PERFETTO interprete del giudizio del segretario. Alla fine il Mef è costretto a precisare: «Richieste di autorizzazione come quelle ipotizzate nel corso dell’audizione non sono plausibili e come ha risposto il ministro Padoan non sono state formulate». Nessuna presa di distanza, dunque, dai due ministri, ogni interpretazione di questo tipo è «strumentale».
Orfini per la verità va oltre e avverte che se M5S e Leu insistono a voler convocare Boschi in commissione, «allora si convochi anche Draghi», «E se si vuole ascoltare Renzi, allora bisognerà convocare tutti gli ex presidenti del consiglio». La prima ipotesi è sgraditissima al Colle, la seconda agli ex Pd: significherebbe mettere in mezzo Letta. Forse perfino D’Alema. Ma sono solo schermaglie: le audizioni sono chiuse, al Pd non resta che attrezzarsi a attaccare in quella di oggi (Visco), e difendersi in quella di domani (Ghizzoni). Sperando che alla fine dell’anno tutte le polemiche siano depotenziate. E che poi l’Epifania le porti via.
INTANTO AL NAZARENO si consuma una giornata di consultazioni sulla campagna elettorale. Le liste sono in alto mare, si lavora al delicato scacchiere tra uninominale e proporzionale. Per Renzi sempre più probabile la candidatura al senato a Firenze 1, dove spera nello scontro diretto con Matteo Salvini. Per Boschi c’è il collegio di Arezzo, qualsiasi passo indietro potrebbe sembrare un’ammissione di debolezza. Ma da lì, dove la crisi di Banca Etruria ha colpito forte, arrivano malumori e dubbi. Boschi non è gradita neanche nel ventilato collegio di Bolzano, dove la sola ipotesi di vederla catapultata in lista ha fatto partire una raccolta di firme contro.
Il Fatto 19.12.17
Ora la Commissione potrebbe sentire Maria Elena e Matteo su Etruria & Co.
Tempi stretti - Il calendario può riaprirsi, ma il Colle dovrebbe sciogliere le Camere il 28
Ora la Commissione potrebbe sentire Maria Elena e Matteo su Etruria & Co.
di Wanda Marra
L’ultimo atto della legislatura potrebbero essere le audizioni di Maria Elena Boschi, prima, e di Matteo Renzi, poi, davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche. Per adesso non sono in calendario. Ma il presidente, Pier Ferdinando Casini, potrebbe decidere di convocare un Ufficio di presidenza oggi, dopo l’audizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Anche sull’onda di quanto emerso.
L’audizione della sottosegretaria viene considerata “inevitabile” dalle opposizioni, dopo le dichiarazioni del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (che ha detto di non aver autorizzato altri ministri a occuparsi delle banche).
Quella dell’ex premier non l’ha ancora chiesta nessuno. Ma è pronto a farlo Giovanni Paglia (Sinistra Italiana). E consegue da quella di Boschi. Se lei da ministro in carica passava il suo tempo a occuparsi di banche, lo faceva di sua iniziativa? E se invece aveva la copertura di Palazzo Chigi, perché l’allora premier la mandava in giro senza informare il ministro competente? Queste le domande a cui dovrebbe rispondere Renzi. Fino a ieri al Nazareno si dicevano certi che Casini non avrebbe riaperto il calendario delle audizioni (che terminano domani con quella dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni). Ma lo stesso ex premier potrebbe preferire di avere l’ultima parola. Ieri il Corriere della Sera anticipava una delle “rivelazioni” che Visco è pronto a fare: ovvero il fatto che Boschi vide anche Fabio Panetta, vicedirettore di Bankitalia. La Boschi ha giocato d’anticipo, ammettendolo in un’intervista al Messaggero. E ieri Marco Agnoletti, il portavoce del segretario dem, nella lettera al Fatto ha parlato di colloqui avuti con il presidente della Repubblica, il governatore di Bankitalia e il vicepresidente del Csm, che finora Renzi ha deciso di non rendere noti. Tutti pizzini, tutte possibili rivelazioni. Intanto, il presidente del Pd, Matteo Orfini, chiarisce che il Pd “non si opporrà” a riaprire il calendario delle audizioni”. Ma se si farà, prendendo in considerazione anche quelle su cui non c’è unanimità, “la nostra linea è vengano tutti”. Dunque, Mario Draghi, Luca Zaia, il vicepresidente di Veneto Banca, Franco Antiga. La legislatura, però, è praticamente finita: l’idea di Sergio Mattarella è sciogliere le Camere presumibilmente il 28, subito dopo la conferenza stampa di fine anno di Paolo Gentiloni. I tempi sono stretti.
Comunque vada al Nazareno gli umori sono sempre più tetri e la paura che Banca Etruria sia al centro della campagna elettorale è massima. Renzi continuerà a difendere la Boschi: pensa di non poter ormai fare diversamente. Ma dal Pd ieri nessuno spendeva una parola per la sottosegretaria. Gli organismi dirigenti del Pd si riuniranno a gennaio per decidere sulla candidatura di Maria Elena e sulle altre. Il segretario cerca di limitare le critiche trattando posti in lista. Ma sono giorni che tra i big della minoranza, ma anche della maggioranza, si fa strada l’ipotesi di chiedere al segretario di dimettersi prima delle elezioni.
Il Fatto 19.12.17
Anche Padoan scarica Boschi: “Mai saputo di incontri sulle banche”
L’audizione in commissione - Il ministro è reticente su tutto tranne che su una cosa: “La gestione della crisi bancaria era solo del Tesoro, non ho autorizzato altri”
di Giorgio Meletti
Per il Giglio Magico ogni giorno ha la sua pena. Ieri è toccato a Pier Carlo Padoan – il mai amato ministro dell’Economia imposto nel 2014 dal presidente Giorgio Napolitano al posto del super renziano Graziano Delrio – far crollare le quotazioni di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi. L’economista ex dalemiano ha detto alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche di aver saputo dai giornali della fitta rete di incontri della Boschi con i banchieri per occuparsi degli istituti in crisi, in particolare di Etruria. Per l’ex ministro delle Riforme e il suo capo è stato uno schiaffone doloroso. E per colpa loro.
I due si erano infatti gettati con entusiasmo, negli ultimi giorni, su una nuova linea difensiva: gli incontri c’erano, numerosi e normali, senza pressioni, e che male c’è? Nell’intervento pubblicato ieri dal Fatto a firma del portavoce del segretario Pd Matteo Agnoletti si leggeva che “molti membri del governo hanno lavorato gomito a gomito con i vertici di Banca d’Italia per risolvere varie crisi bancarie, “un lavoro istituzionalmente ineccepibile”. In un’intervista al Messaggero la stessa Boschi si è spinta oltre. Forse intuendo che la Banca d’Italia si preparava a rivelare i suoi incontri con il membro del direttorio di Palazzo Koch Fabio Panetta, ha giocato d’anticipo, confermando: “Sì certo. Come ho parlato con Panetta più volte delle crisi di altre banche. Non so dirle con quanti altri ministri Panetta abbia parlato oltre a me”. Segue annuncio di possibile diffusione di “un elenco dettagliato di tutto il mondo bancario che ho incontrato in quattro anni al governo”. Solo che Padoan non lo sapeva.
Renzi e Boschi non avevano forse messo in conto la gelida distanza di Padoan. Andrea Augello (Idea) è stato il primo a porgli il problema: “Queste ricognizioni di membri del governo che non avevano delega erano preannunciati, incoraggiati, autorizzati? Lei ha autorizzato questi ministri a sondare banche private sui guai di Banca Etruria? O lei non sapeva niente?”. Padoan scandisce: “Non ho autorizzato nessuno anche perché nessuno mi ha chiesto autorizzazione. La gestione della crisi bancaria è del ministro dell’Economia che d’abitudine ne parla molto spesso, nelle situazioni difficili, con il presidente del Consiglio”. Punto.
Carlo Sibilia (M5S) ripete la domanda: “Sappiamo che il sottosegretario Boschi ha incontrato moltissime persone. Lo faceva per suo conto o autorizzata da lei? A seguito di questi incontri le dava un rendiconto?”. Padoan sillaba come un sintetizzatore vocale: “Non ho mai autorizzato nessuno ad andare a parlare con altre persone in tema di questioni bancarie, né ho richiesto che chi aveva contatti tornasse a riferire a me. Ho appreso degli specifici incontri di cui si parla dai mezzi di stampa”. Si scatena quindi Renato Brunetta di Forza Italia che estende l’effetto della parole di Padoan a tutto il governo Renzi caduto dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016: “Dalle parole del ministro Padoan abbiamo appreso che ministri non competenti interloquivano con esponenti del mondo bancario e delle autorità di vigilanza, senza mandato e senza darne conto al ministero dell’Economia. Mi sembra un comportamento da dilettanti allo sbaraglio. Non sarà questa una delle ragioni del caos nella gestione della crisi bancaria?”.
La domanda di Brunetta trova risposta nella reticenza del ministro dell’Economia. Che solo in un momento, forse senza accorgersene, lascia partire un fendente in direzione della Banca d’Italia, come se ancora prendesse ordini da Matteo Renzi. Interrogato sulla recente conferma del governatore Ignazio Visco ha detto che “si è voluto dare un segnale di stabilità ai mercati, pur riconoscendo specifici casi in cui la vigilanza poteva fare meglio in un contesto di fragilità dell’economia e di cambiamento del sistema”. Visco si porta a casa una specie di 6 politico, e questa mattina dovrà spiegare nel corso della sua audizione se gli risultano questi “specifici casi” di errore.
Se un marziano avesse seguito l’audizione di Padoan si sarebbe chiesto perché è stata istituita una commissione d’inchiesta su una vicenda dove tutto, dice il protagonista ha funzionato al meglio. Alle ripetute, insistenti richieste di fare una minima autocritica per aiutare la commissione a capire che cosa non ha funzionato e quali correzioni normative sarebbero opportune, Padoan ha opposto il muro di gomma di parole generiche: “Autocritiche ne faccio quante ne volete. Lungi da me dal dire che è andato tutto bene, ma all’interno di questo quadro difficile e in movimento sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per una soluzione che minimizza i costi gestione della crisi”.
Anche su vicende che lo chiamano direttamente in causa, come il siluramento (per ordine di Renzi) di Fabrizio Viola dal vertice del Monte dei Paschi per fare posto a Marco Morelli, già sanzionato da Banca d’Italia per la partecipazione a una delle operazioni all’origine del disastro senese, Padoan spende poche fredde parole: “Si trattava di avviare la gestione di un aumento di capitale di Mps. Il dottor Viola ne aveva già guidati due, si è ritenuto di dare un momento di discontinuità per dare slancio all’iniziativa e fu concordato con il dottor Viola un passo indietro”. Tutti sanno che non fu concordato un bel niente: il ministro telefona a Viola e gli dice che se ne deve andare, quello china la testa e obbedisce senza scandali, e il ministro dice di aver concordato. La strada della commissione banche è lastricata di queste ipocrisie.
La Stampa 19.12.17
I grillini e l’arte del possibile
di Marcello Sorgi
Non è il passato che non passa, ma che ritorna. Oltre a segnare una svolta del M5S dal percorso duro e puro seguito fin qui, e a dimostrare che anche Grillo e Casaleggio si muovono nella logica del proporzionale, stile Prima Repubblica, l’offerta di Di Maio di infrangere la severa regola del «no» a qualsiasi alleanza con i partiti tradizionali, per aprire a un eventuale governo di coalizione, con «Liberi e uguali» e se necessario con un Pd derenzizzato, ha uno storico precedente, che risale a trentacinque anni fa.
Nel novembre 1982, dopo la caduta del governo Spadolini a causa della famosa «lite delle comari» tra i ministri Formica e Andreatta, alle consultazioni che si aprirono per risolvere la crisi, il leader del Pci Berlinguer fu autore di una strana uscita. «Accetteremmo un governo diverso, che segnasse una discontinuità», disse, rivolgendo a De Mita la proposta di varare un governo Dc-Pri, senza i socialisti, e con l’appoggio esterno dei comunisti. I democristiani non potevano accettare di rompere la già compromessa collaborazione con il Psi, così non se ne fece niente e si andò alle elezioni anticipate. Ma il passaggio segnò egualmente una fibrillazione dei cristallizzati rapporti politici del tempo, e nella nuova legislatura, complice un forte calo elettorale dello Scudocrociato, i socialisti alzarono il prezzo e ottennero la presidenza del consiglio per Craxi.
Tra allora e oggi, va detto, tutto, o quasi tutto, è cambiato. E non c’è alcuna analogia tra un grande, tradizionale e novecentesco partito di massa come il Pci e un movimento imbevuto di logica antisistema come i 5 Stelle. E tuttavia il meccanismo dell’offerta di Di Maio è lo stesso. Il candidato premier pentastellato si smarca dalla rigida divisione di campo che lo ha tenuto fin qui dentro i confini del populismo nostrano, per proporsi come attore a tutto campo della partita politica che si aprirà dopo il voto di marzo, quando l’assenza di una maggioranza chiara uscita dalle urne (la nuova legge elettorale non è in grado di assicurarla) costringerà il Presidente della Repubblica a esercitare tutta la sua fantasia, per cercare di dare al Paese un governo pienamente legittimato.
Fino a ieri, prima dell’ultima mossa di Di Maio, lo scenario più probabile era uno solo: a meno di una chiara, quanto incerta, vittoria del centrodestra, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno a un esecutivo di larghe intese, come quello guidato da Enrico Letta, che inaugurò la legislatura che sta per chiudersi. Di Maio invece, con congruo anticipo in modo che anche gli elettori possano capirla e rifletterci su, ha messo in campo una seconda possibilità: un governo 5 Stelle-Liberi e uguali-Pd (ma senza Renzi, nell’ipotesi terremotato da una sconfitta non improbabile e convinto a farsi da parte), costruito in Parlamento su un programma condiviso.
Naturalmente non basta esprimere una disponibilità, e specie in campagna elettorale, come ormai siamo, è lecita qualsiasi domanda e qualsivoglia retropensiero. Viene da chiedersi, ad esempio, se Di Maio sarebbe disposto a rinunciare a guidare un siffatto governo, qualora i potenziali alleati lo richiedessero per riequilibrare la coalizione. E in questo caso chi potrebbe assumere il ruolo di presidente del Consiglio: lo stesso Gentiloni, o il veto espresso dal M5S nei confronti di Renzi dovrebbe intendersi automaticamente esteso all’attuale premier? O il presidente del Senato Grasso, leader di «LeU», neonata formazione di sinistra non programmaticamente ostile a Grillo, Casaleggio, Di Maio e al loro Movimento? E nel Pd - un Pd bastonato dai risultati, perché questo è il presupposto -, piuttosto che ritrovarsi all’opposizione, davvero potrebbe maturare il capovolgimento dell’attuale sfida anti-populista e anti-5 Stelle? Sono domande destinate in gran parte a restare senza risposta, almeno fino al voto.
Eppure la novità esiste, e sarà interessante capire in che modo l’accoglierà Mattarella, quando Di Maio, oggi stesso, andrà a spiegargliela. Per il momento non resta che prendere atto del cambiamento in corso: la logica binaria politica/antipolitica, populismo/antipopulismo, sinistra di governo/di opposizione, che aveva accompagnato il tramonto della Seconda Repubblica, è finita tutt’insieme. Le larghe intese, che di questa logica erano figlie, non sono più ineluttabili. È aperto il cantiere di un «governo diverso», e chissà che stavolta non vada come trentacinque anni fa. Nella stagione del ritorno al passato, chi ha più filo tesse, la politica è di nuovo l’arte del possibile.
La Stampa 19.12.17
Svolta a 5 Stelle per il governo
“Patto con il Pd senza Renzi”
I grillini pronti a trattare, come non fecero nel 2013 con Bersani
di Ilario Lombardo
A tre mesi dal voto, Luigi Di Maio fa i conti con la realtà: «Il nostro obiettivo è arrivare al 40% e governare da soli. Se no, ci assumeremo la responsabilità di governare. La sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Dal viaggio a Washington Di Maio martella sempre sullo stesso concetto: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Un messaggio che ci tiene a far recapitare soprattutto al Quirinale. Nelle ultime 48 ore, per ben due volte, il leader del M5S si è spinto un passino oltre, perché ha capito che, pur nel più ottimistico degli scenari, è difficile che andrà oltre il 30%.
Il giovane candidato premier, però, vuole portare il M5S al governo, qualunque sia il partner. O quasi. Secondo una fonte molto accreditata vicina al leader grillino, gli unici veti sono nei confronti di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi. Ma Matteo Renzi non è tutto il Pd. E questo è il punto della svolta che non ti aspetti. «Se alle elezioni il Pd andrà male e Renzi verrà fatto fuori nella resa dei conti interna, noi saremmo pronti a sederci anche con il Pd e la sinistra». Nello staff di Di Maio è stato letto con molta attenzione un articolo della Stampa di venerdì scorso che raccontava dell’incubo di Berlusconi di vedere realizzarsi un’intesa post voto tra M5S e Pd. Il catenaccio recitava: «Renzi potrebbe lasciare se sconfitto e i dem aprire ai grillini». La fonte conferma: «Ma saremmo noi ad aprire ai dem senza Renzi». Del flirt con Piero Grasso si era già detto. Ma il ragionamento di una convergenza programmatica sarebbe adesso allargabile a tutta l’area della sinistra. Anche al Pd, seppur de-renzizzato.
Dal Quirinale filtra l’intenzione di Sergio Mattarella di assegnare il mandato a chi in un Parlamento balcanizzato garantirà una maggioranza di governo. Di Maio sta cercando di rassicurarlo. Oggi, il leader M5S salirà al Colle per gli auguri al capo dello Stato. Due mesi fa, a ottobre, incontrò il presidente per la prima volta da candidato premier. Fu allora che gli annunciò la svolta governista che tuttora, in colloqui riservati, il M5S assicura di voler mantenere. «Dopo il voto tutto cambierà e tutto sarà possibile» ripete Di Maio. Nel senso che le attuali rigidità da campagna elettorale verranno ammorbidite dalle capacità diplomatiche e negoziali che il leader del M5S sente di possedere. Il Pd, poi, porterebbe in dote un gran numero di deputati che andrebbero a sommarsi a quelli di Liberi e Uguali e a compensare l’eventuale magra rappresentanza parlamentare di Grasso. Certo, i grillini sanno che le nuove truppe saranno di nomina renziana, ma scommettono sul fatto che deputati e senatori potrebbero facilmente cambiare idea di fronte alla tagliola di nuove, immediate elezioni. Di fatto si realizzerebbe l’utopia di Pier Luigi Bersani che non a caso ha apertamente auspicato un accordo postumo con i 5 Stelle, in un patto che comprenda il Pd.
Il M5S ci starebbe ma a una condizione, allo stato quasi impossibile da accettare per i dem: che il governo, composto da tecnici di alto profilo, sia a guida Di Maio. Sarebbe comunque una riproposizione, con rapporti di forza opposti, di quanto avvenne dopo le elezioni del 2013, quando Bersani incaricato dal Colle tentò di persuadere il M5S a dare la fiducia al governo Pd. Oggi gli scenari più probabili, nefasti per il M5S, sono un governo Fi-Lega o Renzi-Berlusconi. Il terzo, in costruzione e ancora sottoposto a reciproche diffidenze, è l’asse M5S-sinistra-Pd (senza Renzi). Di Maio ci sta lavorando e lo prova anche l’appello lanciato ai dem a scaricare Maria Elena Boschi e Renzi dopo il caso Banca Etruria, perché, sostiene, «sulle macerie di Bancopoli sorgerà la Terza Repubblica».
La Stampa 19.12.17
I medici cattolici
“Il biotestamento è incostituzionale”
La lettera a Mattarella: non firmi la legge
di Maria Corbi
Il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, è un confine sottile, fragile, che mette alla prova le coscienze cattoliche. E così quel mondo si mobilita contro il biotestamento e scrive una lettera- appello, al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sottoponendo «alla sua prudente valutazione l’ipotesi di rinviare il testo» sul biotestamento «alle Camere con messaggio motivato, convinti che tali norme confliggano con più disposizioni della Costituzione italiana».
A firmarla Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, Massimo Gandolfini, Presidente del Comitato Difendiamo i nostri Figli, monsignore Massimo Angelelli, responsabile Ufficio Pastorale Sanitaria della Cei, Padre Virginio Bebber, presidente dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari, Filippo Boscia, presidente dell’Associazione Italiana Medici Cattolici, Aldo Bova, presidente del Nazionale Forum Associazioni Sanitarie Cattoliche e Francesco Bellino, presidente della Società Italiana Bioetica e Comitati Etici. Nella lettera si segnala «il pregiudizio che l’applicazione delle Dat reca agli Istituti sanitari religiosi».
A preoccupare maggiormente l’assenza nel testo di una disciplina dell’obiezione di coscienza, «ovvero di una esenzione delle strutture sanitarie di ispirazione religiosa». Non è pensabile in caso di conflitti togliere «le convenzioni» agli enti ospedalieri d’ispirazione cattolica», scrivono i firmatari. La perdita dell’accreditamento avrebbe come effetto «di impedire tout court l’operatività di realtà come la Fondazione Policlinico A. Gemelli, l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, l’Ospedale Fatebenfratelli, l’Ospedale Cristo Re, il Campus Bio-Medico, l’Associazione la Nostra famiglia, la Fondazione Poliambulanza, la Fondazione Maugeri, la Casa di Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, e le altre 100 strutture analoghe esistenti sul territorio nazionale».
I medici cattolici, oggi che la legge è stata approvata, devono comunque confrontarsi non più solo a livello filosofico sul tema del biotestamento. Dovranno prendere delle decisioni, seguire delle linee guida, rispondere alla propria coscienza ma anche alla legge. Il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica (Policlinico Agostino Gemelli) Rocco Bellantone fa sapere che nei prossimi giorni si insedierà una commissione che dovrà verificare l’impatto della nuova legge sulla vita dell’ospedale. In particolare neurologi, rianimatori, esperti di bioetica dovranno indicare una strada, sicuramente molto stretta, ai medici. «Nella legge ci sono molti aspetti positivi, ma altri che ci lasciano perplessi», dice. «Nella vita di un ospedale la difficoltà maggiore sarà nei rapporti tra medico, paziente e famiglia». «Ma da buoni cittadini, continua Bellantone, dovremo trovare la migliore interpretazione possibile della legge rispetto alla nostra coscienza di cattolici». «Al Gemelli elaboreremo linee guida interne e precisi protocolli».
Il direttore Generale della Fondazione casa Sollievo della Sofferenza, Domenico Francesco Crupi auspica che «lo Stato nella sua dimensione etica tuteli i diritti e i doveri di tutti. Per le organizzazioni cattoliche credo che sia una violenza che debba essere respinta: quella cioè di andare contro il proprio credo, i propri valori e idee».
Mariella Enoc, presidente dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù precisa che questa legge non riguarda i bambini ma che comunque l’atteggiamento seguito è sempre stato e continuerà essere chiaro, in linea con le parole di papa Francesco: no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico».
il manifesto 19.12.17
Austria, l’ultradestra fa paura. Corteo contro il nuovo governo
Esecutivo Kurz-Strache . Dalla cittadinanza ai sudtirolesi alla stretta contro l’accoglienza. Il giuramento dei ministri scatena la piazza antirazzista. Per i rifugiati misure durissime
di Angela Mayr
VIENNA Sorridono contenti e gentili i nuovi ministri austriaci del governo nero-azzurro appena insediato, il loro programma di 183 pagine è il contrario, tutto improntato alla divisione della società in classi, gruppi etnici e religiosi.
Spicca l’intento dichiarato di conferire agli italiani di lingua tedesca dell’Alto Adige la cittadinanza austriaca, si creerebbe così una situazione di doppia cittadinanza, cosa che in Austria non è possibile avere, proprio per la contrarietà dei partiti che ora la reclamano per il Sudtirolo. Ancora ieri Werner Neubaur, responsabile del partito nazionalista Fpoe per i rapporti con l’Alto Adige, ha annunciato a Bolzano che i sudtirolesi potranno richiedere la cittadinanza austriaca già nel 2018. Così tra l’altro, secondo Neubauer, in futuro gli atleti sudtirolesi potranno gareggiare per la nazionale austriaca.
MENTRE IL GOVERNO di conservatori e ultradestra giurava, ieri un centinaio di sigle – Offensiva contro la destra, bikeblock critical mass, studenti universitari (oeh) e medi, Coordinamento per una politica d’asilo umana, il coordinamento sinistra radicale, il movimento antifa – fin dalle 8 del mattino si sono radunate in 9 punti diversi della città. Il pomeriggio è toccato al «blocco femminista», la sera a Salisburgo agli studenti universitari.
1.500 poliziotti mobilitati in tenuta antisommossa, traffico bloccato in gran parte della città. «No all’estrema destra al governo», Bella ciao cantata in coro e in italiano «allerta antifascista». Dalla Piazza dei diritti umani è partito lo spezzone più grande della manifestazione con gli studenti universitari della Oesterreichischen Hochschuelerschaft (Oeh). La Oeh, è un organo ufficiale della concertazione sociale che il nuovo governo vuole ridimensionare. «Cultura è resistenza» scandisce lo striscione degli studenti, rime contro l’estrema destra, contro il neoliberalismo, e contro l’introduzione di nuove tasse universitarie voluta dal nuovo governo. Nei cortei sfila una maggioranza arrabbiata di giovani e giovanissimi. Quando confluiscono in Piazza degli eroi vicino al Ballhausplatz sede del governo, zona rossa, i manifestanti sono circa diecimila. Boati e fischi in concomitanza esatta con il giuramento dei nuovi ministri.
PER QUANTO SIA GRAVE la questione doppia cittadinanza nel Sudtirolo è poca cosa se leggiamo il programma di governo per migranti e richiedenti asilo. In futuro chi chiederà asilo dovrà consegnare tutto il denaro contante di cui dispone. Verrà utilizzato per coprire i costi delle procedure d’asilo. In più i richiedenti devono mettere a disposizione delle autorità il proprio cellulare consegnando dati personali e account sui social media. I richiedenti non riceveranno più nessun contributo economico, neanche un pocket money, ma solo servizi. Peggioramento netto anche per i rifugiati riconosciuti che dovrebbero avere gli stessi diritti dei cittadini austriaci. Il programma nero azzurro prevede un taglio della mindestsicherung, il reddito di cittadinanza da 840 euro mensili a 365 più 155 di eventuale bonus di integrazione. In realtà la misura, di competenza regionale è già stata introdotta in Alta Austria dove i popolari governano con la Fpoe. Il tandem Kurz-Strache intende emanare una nuova legge per costringere regioni come Vienna che non discrimina i rifugiati ad adeguarsi. Ma non è tutto. I bambini dei richiedenti asilo non potranno più frequentare le classi regolari ma classi specifiche, cosiddette classi ponte da svolgersi nelle strutture di alloggio finché non hanno imparato il tedesco. Il miglior posto per impararlo e integrarsi si sa è la scuola regolare, ma è proprio l’integrazione che si vuole impedire criticano associazioni e politici di opposizione. Nelle scuole poi c’è sempre una forte opposizione e mobilitazione di studenti e insegnanti nel caso di espulsione di compagni di classe con le loro famiglie. Altra misura anti integrazione. I rifugiati minori non accompagnati non potranno più essere accolti presso famiglie e case private, perché le esperienze in corso funzionano troppo bene evidentemente, lo spirito dei nuovi governati è ogni pull factor, fattore di attrazione, va evitato.
Corriere 19.12.17
«Ho conosciuto sei Pontefici e ho avuto due fidanzate Noi monaci, esperti di ateismo»
dalla nostra inviata a Bose (Biella) Elvira Serra
Il padre della comunità di Bose: santo io? Non ho la tentazione
intervista con Enzo Bianchi
Ha sempre creduto ciecamente in Dio?
«Ciecamente mai. La fede è faticosa, è una lotta, come dice San Paolo, non è una pace. Nella fede si vivono tanti dubbi, poi l’amore per il Signore Gesù Cristo vince sul dubbio e si va avanti così. Ma si ricordi che il monaco è un esperto di ateismo».
Come è possibile?
«Il monaco sa che ogni uomo ha l’inferno dentro di sé, ha delle regioni non evangelizzate, degli abissi che deve esplorare. Gli atei sentono una vicinanza e una simpatia per i monaci per la ricerca solitaria profonda in cui a volte nell’oscurità si incontra la nientità, che è niente di niente: sa che vertigini può dare?».
Enzo Bianchi è un uomo piccolo e vero. Si definisce «terrigno», «terrestre». È veloce, nervoso, proteso all’essenziale. Ci incontriamo a Bose, nella comunità che ha fondato l’8 dicembre 1965 e che oggi conta 55 fratelli e 35 sorelle, comprese le «fraternità» di Assisi, Cellole, Civitella San Paolo e Ostuni. Parla chiaro, semplice. E si illumina di una gioia quasi infantile quando mostra sull’iPhone i frutti del suo orto: insalata canadese anche in inverno, peperoni piccoli e rossi d’estate e una pianta di pomodori cresciuta sul marciapiede di fronte alla sua «cella», tra le portulache.
Cominciamo dalle donne. Quali sono state più decisive per lei?
«Ho un debito enorme verso mia mamma, Angela. Ha fortemente voluto la mia nascita contro il parere di tutta la famiglia, perché era malata di cuore e asmatica e già non aveva portato a termine una prima gravidanza. Mio padre mi disse tante volte: “Tra te e lei preferivo lei”».
Un’immagine di sua madre.
«Davanti a un crocicchio, quando mi portava dai nonni a Montabone: con le sue braccia magrissime fragili mi spingeva verso la croce e mi diceva “abbraccia il Signore”. Era il suo affido estremo, avevo tre o quattro anni. Poi la ricordo seduta ai fornelli mentre cucinava, faticava a stare in piedi per la malattia: ci preparava patate fritte quasi tutte le sere. È morta il 17 settembre 1951, a 32 anni, quando io ne avevo otto. L’anno dopo al Galliera di Genova cominciarono a operare la stenosi mitralica, di cui soffriva».
Altre donne?
«Elvira, la maestra, che chiamavo Etta. E Norma, la postina, detta Coco perché usava la coccoina, la colla: chiedevo di andare da lei per attaccare i pezzi colorati. Tutte e due molto credenti, molto diverse, mi hanno mantenuto agli studi e mi hanno permesso di viaggiare».
Fidanzate?
«Sui vent’anni ho avuto due ragazze con cui c’è stato un rapporto di giovani innamorati. Si sono sposate, ci vediamo ancora quando vengono a trovarmi a Bose».
Nessuna, dopo, l’ha mai fatta vacillare nella scelta monastica?
«No, dopo che ho preso la decisione non ho mai più avuto tentazioni di lasciare il celibato».
Però in passato ha dichiarato di aver sentito la mancanza di un figlio.
«Sì, l’ho sentita qualche volta come una nostalgia impossibile».
Tornando indietro ne adotterebbe uno?
«No, nella vita monastica non si dà un legame di quel tipo. Per un figlio bisogna avere caratteristiche paterne e assicurargli una madre: non sarebbe nella mia storia e nella mia verità».
Le donne sono importanti a Bose?
«Siamo fin dall’inizio una comunità di uomini e donne, e questo si deve a Maritè, Maria Teresa, la prima sorella».
A gennaio avete scelto un priore maschio.
«È sempre possibile che in una prossima elezione venga eletta una donna: non c’è assolutamente impedimento. Le gerarchie restano parallele: il fratello priore non ha giurisdizione diretta sulle sorelle, che rispondono alla loro responsabile. Lo stesso varrebbe al contrario».
Dicono che le sorelle siano più sacrificate dei fratelli, a partire dall’abbigliamento.
«Questo non è vero. I lavori manuali sono condivisi e lo stesso gli impegni intellettuali. C’è magari chi è geloso e vorrebbe in altre comunità la libertà che c’è a Bose. Sull’abbigliamento, l’unica regola è vestire in modo semplice e con colori scuri, ognuno sceglie da solo».
Qual è la preghiera che le risuona di più?
«Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me. Non ho tante cose da dire al Signore...».
Quale brano del Vangelo le piace di più?
«Quello che chiedo venga letto al mio funerale ed è il capitolo di Giovanni 21. Gesù chiede a Pietro: “Simone, mi ami più di tutte le tue cose?”. Attenzione, traducono “mi ami più di tutti gli altri”, ma sarebbe vergognoso se Gesù mettesse in concorrenza Pietro con gli altri discepoli. Qui ci sono due verbi, agapao , ti amo, e fileo , ti voglio bene. Pietro risponde sempre ti voglio bene, lo stesso farò io quando mi sarà chiesto conto».
Perché non «ti amo»?
«Perché noi non conosciamo l’amore fino in fondo, a Gesù possiamo dire solo: cerco di volerti bene. Pietro sapeva di avere rinnegato Gesù tre volte, e io come posso dire di non averlo mai rinnegato?».
Quando?
«Gesù dice: avevo fame e non mi avete dato da mangiare; avevo sete e non mi avete dato da bere; ero malato e non mi siete venuti a trovare. Questi sono i peccati di omissione e io non posso dire di non averli fatti. Sono quelli che mi bruciano di più la lingua quando annuncio il Vangelo, perché dico agli altri quello che nella vita non sempre sono riuscito a fare».
Ha detto che siamo più propensi a dare 50 euro ai terremotati che a spenderne 10 per ospitarli in casa. Voi a Bose li avete ospitati?
«Terremotati no, ma da anni ospitiamo alcuni migranti. Di certo non inviamo sms con 1 o 5 euro, ma finanziamo progetti in Africa e borse di studio in Medio Oriente. Resto convinto che il giorno in cui la Chiesa ha organizzato la carità, a partire dal IV secolo, il precetto dell’amore del prossimo si è indebolito. Di recente ho scritto che i parroci non dovrebbero più organizzare cene per i poveri a Natale, ma chiedere a ogni famiglia di chiamarne uno alla propria tavola. Mio padre, socialista, non credente, non ha mai fatto la carità a un povero sulla porta, lo ha sempre fatto sedere alla nostra tavola, pure se era cencioso, puzzolente e scalzo».
Dove vorrebbe essere sepolto?
«In un luogo discreto senza che ci sia troppa memoria di me. In realtà da vent’anni c’è un accordo con il Cimitero dei servi di Maria a Monte Senario, vicino a Firenze. Ma oggi ho più dubbi, desidero un posto più semplice e comune».
Ha scritto decine di libri. Uno su tutti?
«Due. Pregare la parola , del ‘71: ha fatto scoprire la lectio divina . E Il pane di ieri , un libro di sapienza umana, pubblicato nel 2008».
Ora a cosa sta lavorando?
«A un testo sulla vecchiaia, che uscirà in primavera con il Mulino, dove annoto ciò che mi sembra necessario per viverla con gioia».
Quali segnali osserva su di sé?
«Tanti. Il primo è l’udito: tre anni fa al mare i miei amici mi parlavano e siccome non capivo mi dicevano: ma stai diventando sordo? L’altro è la vista: da due mesi porto sempre gli occhiali, prima solo per guidare. E poi un’altra cosa: nella mia cella per andare a letto devo fare le scale; l’anno scorso ho fatto mettere dei corrimani...».
Qual è il regalo materiale a cui tiene di più?
«Mi regalano prodotti da mangiare, che condivido con gli altri. Oppure rose».
Rose?
«Sì, bianche o rosse sono quelle che preferisco, non amo tanto le rose pallide».
Ha conosciuto sei papi. Che ricordo ne ha?
«Pio XII è stato il papa dell’ammirazione di un ragazzo: a 9 anni sono stato da lui e gli ho portato una damigianina di vino del Monferrato, ero stato premiato per la conoscenza del Vangelo con altri bambini di ogni regione».
Papa Giovanni?
«Grazie a lui e al Concilio esiste Bose».
Paolo VI.
«L’ho amato per la finezza spirituale, la cultura, la capacità di sentire la modernità e anche la sua sofferenza».
Giovanni Paolo I.
«È stato una meteora, nulla da dire».
Giovanni Paolo II.
«Da un lato lo amavo per le aperture all’umanità e alle religioni, dall’altro mi sembra che qualche volta avesse una interpretazione restrittiva del Concilio Vaticano II».
Benedetto XVI.
«Per me un grande teologo e un caro amico che conosco dal 1976. Mi ha nominato esperto a due sinodi: è stato un gesto di elezione e fiducia verso di me di cui gli sarò sempre grato».
E ora Papa Francesco.
«Mi sembra che abbia portato nella Chiesa una primavera, un’apertura, un clima di libertà e un’attenzione ai poveri di cui mi rallegro».
Quand’è San Enzo?
«Non c’è. Mia madre mi ha battezzato Giovanni; mio padre che non voleva il nome di un santo mi ha registrato in Comune come Enzo».
Si candida a diventare lei il primo santo?
«Non solo non succederà, ma non ne ho nessun desiderio. Resto critico sui criteri con cui si fanno i santi, sovente per contingenze storiche: non sempre vedo ragioni di esemplarità».
Ma la sua vita è esemplare!
«No, davvero. E non glielo dico per umiltà, io sono una persona molto terra terra, tentazioni verso l’alto non le ho mai avute».
Repubblica 19.12.17
Riscoperte
Leningrado musica dall’assedio
Le lettere di Dimitrij Šostakovi? e un saggio raccontano il retroscena (e la guerra) che fu all’origine della leggendaria “Settima sinfonia”
di Pietro Citati
Le lettere di Dimitrij Šostakovi? e un saggio raccontano il retroscena (e la guerra) che fu all’origine della leggendaria “ Settima sinfonia”
Stalin aveva una grande passione per la musica: una bella voce tenorile: ascoltava la musica alla radio: vedeva i vecchi e nuovi balletti; comprava i nuovi dischi, come Laurentij Berija, il futuro capo della polizia – visto che, in Urss, i criminali veneravano la musica. Nel marzo 1938, proprio negli anni più terribili del terrore, Stalin proclamò: «Negli ultimi anni in Russia la vita è diventata molto migliore». Non amava Leningrado: nella quale scorgeva l’incarnazione di tutto ciò che detestava; la cultura, la vita, la libera discussione, l’eleganza degli edifici, i colori verde e rosa, l’antico profumo aristocratico. Egli veniva glorificato: il romanziere Alexandr Fadeev disse che era «il più grande talento che il mondo avesse mai visto». Cacciò da Leningrado i collezionisti di francobolli, gli orientalisti, gli esperti di religione buddistica, gli astronomi, gli architetti.
Processò gli avversari, costringendoli a confessare colpe mai commesse. Quando il piano quinquennale fallì, accusò gli ingegneri di aver distrutto le macchine industriali e li fece fucilare. Nell’Urss esistevano due sole parole: tradimento, fucilazione. Tra gli uomini politici, Stalin stimava soltanto Hitler, mentre disprezzava Churchill e Roosevelt, “volgarissimi democratici”. A fine agosto 1939 negoziò con Hitler un patto, in seguito al quale la Germania e l’Urss si divisero la Polonia. Aveva una fiducia completa in lui. Nel 1941 venne ripetutamente avvisato dalle spie sovietiche che la Germania avrebbe assalito la Russia: conosceva persino la data precisa. Ma non credette a quelle che chiamava “provocazioni”; e nemmeno alle notizie dei suoi aerei. Insisté: “siete impazziti”. Mandò in Germania un treno carico di burro, il giorno prima dell’assalto tedesco, il 22 giugno 1941.
I generali russi attesero invano gli ordini di Stalin: fino a quando Molotov annunciò alla radio che l’aviazione sovietica aveva già perduto milleduecento aerei, senza opporre resistenza. Hitler ordinò la distruzione di Leningrado e di Mosca: «propongo di sradicarle dalla faccia della terra». Faceva mitragliare i treni passeggeri: bombardare Leningrado, e le persone isolate che percorrevano le strade.
L’operazione nazista si chiamava Nordlicht, “luce del nord”. Ma la risposta di Stalin fu la solita. Sebbene l’Armata rossa dovesse difendere la Russia, fece arrestare dalla polizia politica e fucilare molti generali, specie quelli che avevano combattuto nella guerra civile di Spagna.
Come disse Anna Achmatova, Leningrado «era appesa, come inutile appendice, alle sue prigioni». I tedeschi arrivarono alle porte della città, sia a meridione sia a settentrione, vicino al lago Ladoga, fin dove giungevano i tram: in città vennero esauriti i generi alimentari; le razioni si ridussero a quasi niente. C’era una fame terribile: una madre soffocò la figlia più piccola, di sei settimane, per nutrire gli altri bambini. Non c’era elettricità, né acqua né carbone: chi veniva colto a rubare era fucilato: per le strade giravano persone esauste, con la faccia pallidissima: molti bambini morirono in silenzio, senza un nome e senza far sentire la propria voce: alcuni medici vennero fucilati come disfattisti; molti cadaveri furono lasciati nel posto dove erano morti, abbandonati per le strade.
Come raccontano due bellissimi libri, Sinfonia di Leningrado di Brian Moynahan (traduzione di Claudia Manciocco, Il Saggiatore Editore, pagg. 546, euro 29) e Trascrivere la vita intera di Dimitrij Šostakovi? ( Lettere 1923- 75, a cura di Elizabeth Wilson, Enzo Restagno e Laura Dusio, Il Saggiatore, pagg. 510, euro 28), qualcuno viveva nella fame e nella disperazione. Gli abitanti di Leningrado amavano la musica. I teatri continuavano, sotto i bombardamenti, a mettere in scena opere liriche, balletti, sinfonie, operette.
La gente non aveva vestiti, tanto meno lo smoking: tutti i biglietti erano esauriti, già alla mattina presto; le mani dei musicisti erano gelide e non riuscivano ad afferrare gli strumenti. Ma gli abitanti di Leningrado si accalcavano nei teatri, con i visi affamati e i vecchi vestiti. Non c’era altro modo per dimenticare la guerra, la fame, la disperazione, entrando in un mondo di armonia.
Šostakovi? era «un uomo pallido e molto magro, con i capelli color ebano». Aveva una buona cultura letteraria: amava Le anime morte che pensò di trasformare in musica, e il teatro e i racconti di ?echov, specialmente Il monaco nero, che gli faceva un’impressione profondissima ogni volta che lo rileggeva. Possedeva un grande talento musicale: una felicità rara, nella quale spesso vedeva un pericolo. Scrisse musica per il cinema e per i balletti; e quando cominciò la Settima sinfonia nel luglio 1941, a Leningrado assediata, aveva già una vasta produzione alle spalle, tra cui Una Lady Macbeth del Distretto di M?ensk che ebbe molto successo in tutto il mondo.
Amava Lenin (più del giusto): «sono molto preso dall’idea di comporre un brano dedicato all’immortale personaggio di Lenin».
Dal principio alla fine della vita venne accusato, dalle autorità culturali sovietiche, di “formalismo piccolo-borghese”, e di “occidentalismo”: i seguaci di Ždanov lo assalirono. Nel 1937 fu accusato dalla polizia di aver preso parte a un complotto contro Stalin: ma l’accusatore venne fucilato (tale era la rapidità delle fucilazioni in Unione Sovietica) prima di poterlo accusare formalmente.
Detestava Mosca e le sue «vie tortuose e soffocanti, che esercitano un influsso negativo su di me». Amava moltissimo Leningrado, Puškin e Dostoevskij. Accettò presto di diventare un “artista sovietico”.
Non fu mai coraggioso: si piegò ai tempi con indolenza, passività e pigrizia; e giunse ad esaltare Stalin e persino Berija.
Scrisse parole vergognose: «Torneremo a vivere una vita pacifica, sotto il sole di Stalin».
Chiese a Berija di intervenire presso Stalin per fargli concedere un appartamento in affitto a Mosca; ed esaltò la “splendida” condizione di vita che gli ebrei avevano in Russia.
Ricevette il premio Stalin, l’ordine di Lenin: il premio Lenin, che concedeva molti privilegi. Quando Stalin gli telefonò, come al solito di notte, lui lo pregò di accettare la sua gratitudine profondissima. Fu conformista, servile, quando avrebbe potuto essere, senza pericolo, decente e decoroso. Si piegò anche dopo la morte di Stalin e di Berija, condividendo il giudizio negativo della Pravda su Stravinskij e Sch?nberg.
Non pensò mai di opporsi al regime, anche se molti lo fecero nel silenzio e nella solitudine.
Šostakovi? cominciò a comporre la Settima sinfonia – non so se la più bella, certo la più celebrata delle sue opere – a Leningrado durante l’assedio, il 19 luglio 1941, mentre i tedeschi avevano conquistato l’ultima striscia di terra che portava alla città.
Andava per le strade, sotto le bombe. Voleva che la Settima sinfonia, concepita sotto i raid aerei, venisse eseguita per la prima volta «nella mia amata città, che ne aveva ispirato la creazione».
Ma fu molto difficile trovare i musicisti: la Settima era un’opera colossale: duecentocinquanta pagine di partitura, un’orchestra di centocinque persone; non c’erano i flauti e gli oboi.
Infine la Settima sinfonia fu eseguita a Leningrado, nel tardo pomeriggio del 9 agosto 1942.
Il direttore d’orchestra giunse in ritardo alle prove, perché aveva dovuto seppellire la moglie, morta di fame. I volti dei musicisti erano irriconoscibili: fissi come icone. I soldati tedeschi erano vicinissimi, a poche centinaia di metri, ed ascoltarono attentamente la bellissima musica composta contro di loro.
Il retroscena
L’incontro e gli ispettori
di Fiorenza Sarzanini
Mentre gli ispettori indagavano su Arezzo, l’allora ministro Maria Elena Boschi era a colloquio in Banca d’Italia.
ROMA Sono almeno due gli incontri che la ministra Maria Elena Boschi ha avuto con il vice direttore di Bankitalia Fabio Panetta. E uno è avvenuto mentre gli ispettori di Palazzo Koch indagavano sul dissesto di Banca Etruria. Una verifica che pochi giorni dopo — esattamente l’11 febbraio 2015 — avrebbe portato al commissariamento dell’istituto di credito aretino. Filtrano nuovi dettagli sui colloqui — finora inediti — dell’attuale sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con interlocutori istituzionali. Ma oggi, durante l’audizione di fronte alla commissione parlamentare, dovrà essere il governatore Ignazio Visco a ricostruire esattamente che cosa accadde a partire dal febbraio 2014, subito dopo l’insediamento del governo guidato da Matteo Renzi. E non si esclude che possa essere accompagnato proprio da Panetta.
La «preoccupazione» per la fusione
Poco dopo essere stata nominata responsabile delle Riforme, la ministra si attiva e organizza — per sua stessa ammissione — «svariati incontri istituzionali». Uno proprio con Panetta. In quei primi mesi del 2014 sono in corso le trattative per la fusione di Etruria con Popolare di Vicenza. Ma Boschi è contraria, e chiaramente si attiva per scongiurare questa eventualità. Ne parla ad aprile con il presidente di Consob Giuseppe Vegas che invita a pranzo a Milano, grazie alla mediazione di Denis Verdini. Ma prima vede Panetta. Un faccia a faccia organizzato evidentemente a titolo personale, visto che non aveva alcuna delega da parte del governo e tenendo conto che suo padre era consigliere di amministrazione di Etruria ed entro qualche settimana sarebbe diventato vicepresidente.
Proprio in quei giorni ci fu una riunione tra i vertici di Etruria e quelli di Veneto Banca nella villa di Laterina dei Boschi, in provincia di Arezzo, e la ministra — come ha confermato di fronte alla commissione l’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli — «rimase con noi per un quarto d’ora, ma senza dire nulla». Entrambi gli istituti erano stati infatti sollecitati ad aggregarsi con PopVicenza «e quindi volevamo sapere se anche gli amministratori di Etruria avevano intenzione di dimettersi come avevamo ipotizzato noi».
Gli ispettori e il commissariamento
In realtà l’ipotesi di un’aggregazione fu scongiurata, ma il dissesto patrimoniale di Etruria continuò in maniera irreversibile. Amministratori e manager furono sottoposti a ben tre ispezioni e sanzionati da Bankitalia proprio per non aver governato in maniera adeguata la banca. In particolare furono accusati di aver gestito il settore dei finanziamenti e delle consulenze agevolando gli amici e in alcuni casi agendo addirittura in conflitto di interessi, erogando fondi a società in cui avevano interessi o partecipazioni. L’inizio della fine comincia nel febbraio del 2015, poco dopo il decreto del governo che privatizza le Popolari. In quei giorni gli ispettori sono per la terza volta negli uffici di Etruria, acquisiscono la documentazione, esaminano i bilanci.
Proprio in quel periodo la ministra Boschi vede nuovamente Panetta. L’incontro, secondo alcune indiscrezioni, avviene negli uffici di via Nazionale. Neanche dieci giorni dopo Etruria sarà commissariata nella convinzione del vertice di Bankitalia che gli amministratori non siano in grado di governarla. Qual è stata la natura del colloquio? Vegas ha raccontato che Maria Elena Boschi gli aveva anticipato la nomina di suo padre a vicepresidente. Che cosa disse invece al vicedirettore di Palazzo Koch? sono gli interrogativi principali che oggi saranno rivolti a Visco.
Le richieste ai protagonisti chiave
Una lettera inviata tre giorni fa dalla Commissione al governatore lo avvisava dell’intenzione dei parlamentari — in particolare Andrea Augello di Idea — di conoscere «date e contenuti di tutti i colloqui avuti con i ministri». Appare scontato che Visco sia stato tenuto costantemente informato di quanto accadeva. Ma non è escluso che all’audizione possa partecipare Panetta, anche perché si tratta di una commissione d’inchiesta e dunque si potrebbe rendere indispensabile avere informazioni su quanto accaduto ascoltando direttamente la versione dei protagonisti.
Repubblica 19.12.17
Banche e politica
Padoan non aiuta Boschi l’ira dei renziani spiazzati
La linea del ministro in commissione scontenta i democratici. Bankitalia furente per la frase, poi corretta, sulle “inefficienze” della Vigilanza. E oggi tocca a Visco
di Tommaso Ciriaco
Roma Il pomeriggio è movimentato, come questa coda di legislatura. Matteo Renzi esige una precisazione da Pier Carlo Padoan: « Lo so che non voleva prendere le distanze, lo so che è amico di Maria Elena, lo so che lavora alla grande con lei. Ma così rischia di esporla agli attacchi strumentali di chi ci fa la guerra » . Il ministro dell’Economia resiste, resiste fino a sera. Gli ambasciatori renziani lo pressano. Qualcuno riferisce anche di una telefonata tra i due. Alla fine arriva una correzione di rotta, che rettifica fino a un certo punto. Perché una cosa è chiara, come spiega il ministro agli interlocutori dem: sul caso Boschi il responsabile dell’Economia non può farsi risucchiare dalla polemica politica. Certo, ammette, « potevo dirla meglio » . Ma la frase che ha permesso alle opposizioni di cavalcare ancora il pasticcio Etruria andava comunque pronunciata: «Io non ho autorizzato nessuno – la dichiarazione, testuale - e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione. La responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che d’abitudine ne parla con il premier » .
È utile riavvolgere il nastro. Da qualche settimana, Renzi si sente al centro di una manovra a tenaglia. « Mi hanno lasciato solo – ha spiegato qualche giorno fa a un collega incrociato per caso – tutti mi fanno la guerra. Il palazzo si muove per ammazzare il Pd e il suo segretario » . E però la commissione banche, se non altro per le polemiche su Etruria che continua a rinnovare, sembra dare una mano a chi persegue questo obiettivo.
Quella di ieri doveva essere una giornata tranquilla, in attesa del gran finale dell’inchiesta parlamentare. Nessuno temeva sgambetti dal ministro dell’Economia. E invece, è bastata una dichiarazione. « Pier Carlo poteva spiegarsi meglio – sono i ragionamenti del segretario – per bilanciare quella frase e non farsi strumentalizzare » . Nessun dolo, la linea, ma comunque una grana.
Il responsabile dell’Economia, da tempo, ha rallentato la frequentazione con il Giglio magico. Agli amici spiega di non voler certo essere ricordato come « un renziano » , piuttosto come un tecnico prestato con profitto alla politica. E la politica ha le sue regole. La rettifica sollecitata da Renzi, però, arriva soltanto a sera, quando i fuochi d’artificio delle opposizioni risuonano da troppe ore. Molto più reattivo il ministro si mostra invece su Bankitalia, precisando le sue stesse parole - dopo una telefonata partita direttamente da Palazzo Koch - e spiegando di non aver nulla da imputare al governatore nell’azione di vigilanza. Nulla contro Visco, insomma, nulla da rimproverare al grande avversario di Renzi.
E si torna all’assedio. A quel fortino da cui l’ex premier guida la resistenza. E alla rabbia di Matteo Orfini che ogni giorno si sgola: «Attaccano la Boschi sul nulla, mentre nessuno si accorge che ogni giorno da tre mesi esce fuori un guaio combinato da Bankitalia » . Una fossato sempre più profondo tra il board renziano e il resto del mondo. Che il Pd sconta nei sondaggi. Forse per questo, il leader si terrà lontano per qualche giorno. Oggi, per dire, diserterà i tradizionali auguri di Sergio Mattarella alle cariche istituzionali, dopo aver « tempestivamente » comunicato la defezione al Colle perché impegnato « alcuni giorni fuori Roma » .
E Boschi, nell’ennesima giornata di passione? Siede accanto a Luciano Violante in un convegno alla Camera. Relazione sulla certezza del diritto. E ascolta l’intervento di Andrea Orlando, che ha invitato a una riflessione sull’opportunità di candidarla e ora denuncia l’aggressione dei tifosi renziani sui social. « Qua non si può più neanche alzare un sopracciglio… » .
Mancano quattro giorni ai titoli di coda in comissione. Oggi tocca a Visco, domani all’ex ad Unicredit Federico Ghizzoni. Se quest’ultimo smentirà la versione di Boschi, partirà la denuncia della sottosegretaria. È la trincea del Giglio magico. E finirà soltanto se l’ex ministra sceglierà il passo indietro. Il resto è già rincorsa elettorale, contro tutti. « Chi non ha spada – chiama tutti a raccolta Lorenzo Guerini, citando l’evangelista Luca - venda il mantello e ne compri una » .
Corriere 19.12.17
«Non ho autorizzato altri ministri a occuparsi di questioni bancarie»
Le parole di Padoan sui colloqui di Boschi e Delrio. M5S: a questo punto inutile ascoltare altri
di Andrea Ducci
ROMA La condotta di Maria Elena Boschi, durante la crisi di Banca Etruria, resta al centro dei lavori della commissione di inchiesta sul settore creditizio. Questa volta è il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a fornire elementi per ricostruire dinamiche e modalità dei rapporti di governo nel corso della difficile stagione del sistema bancario.
In audizione Padoan ricorda a chi compete occuparsi di banche, e dunque anche dell’istituto aretino dove il padre della sottosegretaria Boschi era vice presidente. «Le discussioni sulle banche in difficoltà — indica il ministro — sono avvenute in modo continuativo tra il presidente del Consiglio e me», una specifica seguita dalla considerazione che «in altre, rare occasioni, sono state discusse in gruppi più ampi di governo». Il tema di chi parlava con chi, oltre che a quale titolo, del resto, è correlato al fatto se l’allora ministra Boschi abbia esercitato pressioni o operato in conflitto di interessi mentre incontrava banchieri e organi vigilanti (Consob e Bankitalia) per parlare di Banca Etruria. Padoan da parte sua osserva: «Io ho appreso di questi specifici incontri dalla stampa». Ma il ministro, sollecitato dai parlamentari, aggiunge, «non ho mai autorizzato nessuno a parlare con altri di questioni bancarie, né ho richiesto che persone o membri del governo che avessero contatti con il mondo bancario, venissero a riferire a me».
Boschi, insomma, ha operato in autonomia senza discuterne con Padoan (che, tra l’altro, ribadisce di non avere mai incontrato il padre dell’ex ministro), e lo stesso vale per il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, altro membro di governo ad essersi interessato di Banca Etruria, sondando le intenzioni di Banca Popolare dell’Emilia Romagna ad acquistare l’istituto aretino. Un quadro che spinge i parlamentari del M5S alla stoccata, «non serve nemmeno ascoltare Visco o Ghizzoni. Già il ministro Padoan — sottolineano — ha scaricato Maria Elena Boschi. Le dimissioni non sarebbero soltanto un atto dovuto, ma una forma di tutela della propria dignità». A picchiare è anche Renato Brunetta, vice presidente della commissione di inchiesta. «All’epoca in cui ero ministro (della P.a., ndr), non mi sarei mai permesso — osserva — di affrontare il tema bancario senza l’autorizzazione del ministro dell’Economia. Tremonti mi avrebbe impalato se avessi fatto una cosa del genere». La serie di attacchi è tale che dal ministero di via XX Settembre precisano: «La gestione delle crisi è stata effettuata dal ministero dell’Economia in stretto coordinamento con la presidenza del Consiglio e Bankitalia».
L’intervento di Padoan si sofferma anche sul crac di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, dove secondo il ministro «ci possono essere stati ostacoli» alla vigilanza di Bankitalia. Nel caso di CariChieti, Banca Marche, Carife e Banca Etruria finite in risoluzione ricorda «non c’erano alternative» e che ai titolari di obbligazioni danneggiati verranno rimborsati circa 190 milioni di euro. Padoan rivendica, infine, la conferma di Ignazio Visco in Bankitalia come «un segnale di stabilità». E oggi in audizione è atteso proprio Visco .
il manifesto 19.12.17
Gelo Boschi-Orlando, Pd nel panico per l’ultimo show in commissione
Il clima interno si surriscalda. I fan renziani accusano il guardasigilli di «tradimento». Orfini: l’ex ministra e Renzi in commissione? Allora anche Draghi e tutti gli ex presidenti del consiglio
di Daniela Preziosi
Alle dieci di mattina il guardasigilli Orlando e la sottosegretaria Boschi si siedono allo stesso tavolo della Sala della Regina, a Montecitorio, dov’è in corso una conferenza sulla cooperazione tra le giurisdizioni superiori. I due non si salutano, non si guardano. Solo alla fine l’ex ministra, andando via, sfila davanti al collega e gli allunga una gelida stretta di mano. Orlando è fra i leader dem quello che si è esposto di più sul caso banche: la commissione è una delle «trappole» costruite dal gruppo dirigente Pd dove poi «siamo caduti dentro», ha detto nei giorni scorsi. Sul futuro di Maria Elena Boschi invece non è andato oltre un «credo che abbia i titoli per essere ricandidata e che questa vicenda non debba precluderlo» e «ognuno di noi deve valutare che contributo può dare alla campagna elettorale», dando voce ai dubbi che attraversano il partito dall’alto verso il basso e ritorno. Ma pubblicamente tutti fanno quadrato intorno alla sottosegretaria. E a Orlando tanto (poco) basta per essere accusato di alto tradimento «dai fan di Renzi», racconta lo stesso guardasigilli su facebook. Renzi, del resto, ieri dal Corriere con lui era stato severo: «Fossi Andrea mi preoccuperei di darci una mano, non di alimentare le polemiche».
CHE IERI OGGI E DOMANI, con le audizioni rispettivamente del ministro Padoan, del governatore di Bankitalia Visco e dell’ex ad di Unicredit Ghizzoni, sarebbero state tre giornate di fuoco per il Pd era largamente previsto al Nazareno. Ma le ripercussioni nel gruppo dirigente vanno oltre le aspettative. Il ministro Delrio, tirato in ballo da Padoan durante l’audizione (in realtà in risposta a una domanda del senatore Augello) si «contraria», e non poco. « Non ho autorizzato nessuno anche perché nessuno mi ha chiesto l’autorizzazione», (ad avere colloqui sul caso Etruria) dice Padoan. Suona come una presa di distanza da Boschi e Delrio, che invece di colloqui ne hanno avuti. Dal Nazareno si decide di non attaccare pubblicamente Padoan. Ma Matteo Orfini dice a Huffington post: «Ci mancherebbe che il ministero dell’Economia debba autorizzare i ministri a occuparsi delle crisi delle banche nei loro collegi di competenza: sarebbe una violazione delle regole stabilite in Costituzione».
MESSAGGIO CHIARO, PERFETTO interprete del giudizio del segretario. Alla fine il Mef è costretto a precisare: «Richieste di autorizzazione come quelle ipotizzate nel corso dell’audizione non sono plausibili e come ha risposto il ministro Padoan non sono state formulate». Nessuna presa di distanza, dunque, dai due ministri, ogni interpretazione di questo tipo è «strumentale».
Orfini per la verità va oltre e avverte che se M5S e Leu insistono a voler convocare Boschi in commissione, «allora si convochi anche Draghi», «E se si vuole ascoltare Renzi, allora bisognerà convocare tutti gli ex presidenti del consiglio». La prima ipotesi è sgraditissima al Colle, la seconda agli ex Pd: significherebbe mettere in mezzo Letta. Forse perfino D’Alema. Ma sono solo schermaglie: le audizioni sono chiuse, al Pd non resta che attrezzarsi a attaccare in quella di oggi (Visco), e difendersi in quella di domani (Ghizzoni). Sperando che alla fine dell’anno tutte le polemiche siano depotenziate. E che poi l’Epifania le porti via.
INTANTO AL NAZARENO si consuma una giornata di consultazioni sulla campagna elettorale. Le liste sono in alto mare, si lavora al delicato scacchiere tra uninominale e proporzionale. Per Renzi sempre più probabile la candidatura al senato a Firenze 1, dove spera nello scontro diretto con Matteo Salvini. Per Boschi c’è il collegio di Arezzo, qualsiasi passo indietro potrebbe sembrare un’ammissione di debolezza. Ma da lì, dove la crisi di Banca Etruria ha colpito forte, arrivano malumori e dubbi. Boschi non è gradita neanche nel ventilato collegio di Bolzano, dove la sola ipotesi di vederla catapultata in lista ha fatto partire una raccolta di firme contro.
Il Fatto 19.12.17
Ora la Commissione potrebbe sentire Maria Elena e Matteo su Etruria & Co.
Tempi stretti - Il calendario può riaprirsi, ma il Colle dovrebbe sciogliere le Camere il 28
Ora la Commissione potrebbe sentire Maria Elena e Matteo su Etruria & Co.
di Wanda Marra
L’ultimo atto della legislatura potrebbero essere le audizioni di Maria Elena Boschi, prima, e di Matteo Renzi, poi, davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche. Per adesso non sono in calendario. Ma il presidente, Pier Ferdinando Casini, potrebbe decidere di convocare un Ufficio di presidenza oggi, dopo l’audizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Anche sull’onda di quanto emerso.
L’audizione della sottosegretaria viene considerata “inevitabile” dalle opposizioni, dopo le dichiarazioni del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (che ha detto di non aver autorizzato altri ministri a occuparsi delle banche).
Quella dell’ex premier non l’ha ancora chiesta nessuno. Ma è pronto a farlo Giovanni Paglia (Sinistra Italiana). E consegue da quella di Boschi. Se lei da ministro in carica passava il suo tempo a occuparsi di banche, lo faceva di sua iniziativa? E se invece aveva la copertura di Palazzo Chigi, perché l’allora premier la mandava in giro senza informare il ministro competente? Queste le domande a cui dovrebbe rispondere Renzi. Fino a ieri al Nazareno si dicevano certi che Casini non avrebbe riaperto il calendario delle audizioni (che terminano domani con quella dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni). Ma lo stesso ex premier potrebbe preferire di avere l’ultima parola. Ieri il Corriere della Sera anticipava una delle “rivelazioni” che Visco è pronto a fare: ovvero il fatto che Boschi vide anche Fabio Panetta, vicedirettore di Bankitalia. La Boschi ha giocato d’anticipo, ammettendolo in un’intervista al Messaggero. E ieri Marco Agnoletti, il portavoce del segretario dem, nella lettera al Fatto ha parlato di colloqui avuti con il presidente della Repubblica, il governatore di Bankitalia e il vicepresidente del Csm, che finora Renzi ha deciso di non rendere noti. Tutti pizzini, tutte possibili rivelazioni. Intanto, il presidente del Pd, Matteo Orfini, chiarisce che il Pd “non si opporrà” a riaprire il calendario delle audizioni”. Ma se si farà, prendendo in considerazione anche quelle su cui non c’è unanimità, “la nostra linea è vengano tutti”. Dunque, Mario Draghi, Luca Zaia, il vicepresidente di Veneto Banca, Franco Antiga. La legislatura, però, è praticamente finita: l’idea di Sergio Mattarella è sciogliere le Camere presumibilmente il 28, subito dopo la conferenza stampa di fine anno di Paolo Gentiloni. I tempi sono stretti.
Comunque vada al Nazareno gli umori sono sempre più tetri e la paura che Banca Etruria sia al centro della campagna elettorale è massima. Renzi continuerà a difendere la Boschi: pensa di non poter ormai fare diversamente. Ma dal Pd ieri nessuno spendeva una parola per la sottosegretaria. Gli organismi dirigenti del Pd si riuniranno a gennaio per decidere sulla candidatura di Maria Elena e sulle altre. Il segretario cerca di limitare le critiche trattando posti in lista. Ma sono giorni che tra i big della minoranza, ma anche della maggioranza, si fa strada l’ipotesi di chiedere al segretario di dimettersi prima delle elezioni.
Il Fatto 19.12.17
Anche Padoan scarica Boschi: “Mai saputo di incontri sulle banche”
L’audizione in commissione - Il ministro è reticente su tutto tranne che su una cosa: “La gestione della crisi bancaria era solo del Tesoro, non ho autorizzato altri”
di Giorgio Meletti
Per il Giglio Magico ogni giorno ha la sua pena. Ieri è toccato a Pier Carlo Padoan – il mai amato ministro dell’Economia imposto nel 2014 dal presidente Giorgio Napolitano al posto del super renziano Graziano Delrio – far crollare le quotazioni di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi. L’economista ex dalemiano ha detto alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche di aver saputo dai giornali della fitta rete di incontri della Boschi con i banchieri per occuparsi degli istituti in crisi, in particolare di Etruria. Per l’ex ministro delle Riforme e il suo capo è stato uno schiaffone doloroso. E per colpa loro.
I due si erano infatti gettati con entusiasmo, negli ultimi giorni, su una nuova linea difensiva: gli incontri c’erano, numerosi e normali, senza pressioni, e che male c’è? Nell’intervento pubblicato ieri dal Fatto a firma del portavoce del segretario Pd Matteo Agnoletti si leggeva che “molti membri del governo hanno lavorato gomito a gomito con i vertici di Banca d’Italia per risolvere varie crisi bancarie, “un lavoro istituzionalmente ineccepibile”. In un’intervista al Messaggero la stessa Boschi si è spinta oltre. Forse intuendo che la Banca d’Italia si preparava a rivelare i suoi incontri con il membro del direttorio di Palazzo Koch Fabio Panetta, ha giocato d’anticipo, confermando: “Sì certo. Come ho parlato con Panetta più volte delle crisi di altre banche. Non so dirle con quanti altri ministri Panetta abbia parlato oltre a me”. Segue annuncio di possibile diffusione di “un elenco dettagliato di tutto il mondo bancario che ho incontrato in quattro anni al governo”. Solo che Padoan non lo sapeva.
Renzi e Boschi non avevano forse messo in conto la gelida distanza di Padoan. Andrea Augello (Idea) è stato il primo a porgli il problema: “Queste ricognizioni di membri del governo che non avevano delega erano preannunciati, incoraggiati, autorizzati? Lei ha autorizzato questi ministri a sondare banche private sui guai di Banca Etruria? O lei non sapeva niente?”. Padoan scandisce: “Non ho autorizzato nessuno anche perché nessuno mi ha chiesto autorizzazione. La gestione della crisi bancaria è del ministro dell’Economia che d’abitudine ne parla molto spesso, nelle situazioni difficili, con il presidente del Consiglio”. Punto.
Carlo Sibilia (M5S) ripete la domanda: “Sappiamo che il sottosegretario Boschi ha incontrato moltissime persone. Lo faceva per suo conto o autorizzata da lei? A seguito di questi incontri le dava un rendiconto?”. Padoan sillaba come un sintetizzatore vocale: “Non ho mai autorizzato nessuno ad andare a parlare con altre persone in tema di questioni bancarie, né ho richiesto che chi aveva contatti tornasse a riferire a me. Ho appreso degli specifici incontri di cui si parla dai mezzi di stampa”. Si scatena quindi Renato Brunetta di Forza Italia che estende l’effetto della parole di Padoan a tutto il governo Renzi caduto dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016: “Dalle parole del ministro Padoan abbiamo appreso che ministri non competenti interloquivano con esponenti del mondo bancario e delle autorità di vigilanza, senza mandato e senza darne conto al ministero dell’Economia. Mi sembra un comportamento da dilettanti allo sbaraglio. Non sarà questa una delle ragioni del caos nella gestione della crisi bancaria?”.
La domanda di Brunetta trova risposta nella reticenza del ministro dell’Economia. Che solo in un momento, forse senza accorgersene, lascia partire un fendente in direzione della Banca d’Italia, come se ancora prendesse ordini da Matteo Renzi. Interrogato sulla recente conferma del governatore Ignazio Visco ha detto che “si è voluto dare un segnale di stabilità ai mercati, pur riconoscendo specifici casi in cui la vigilanza poteva fare meglio in un contesto di fragilità dell’economia e di cambiamento del sistema”. Visco si porta a casa una specie di 6 politico, e questa mattina dovrà spiegare nel corso della sua audizione se gli risultano questi “specifici casi” di errore.
Se un marziano avesse seguito l’audizione di Padoan si sarebbe chiesto perché è stata istituita una commissione d’inchiesta su una vicenda dove tutto, dice il protagonista ha funzionato al meglio. Alle ripetute, insistenti richieste di fare una minima autocritica per aiutare la commissione a capire che cosa non ha funzionato e quali correzioni normative sarebbero opportune, Padoan ha opposto il muro di gomma di parole generiche: “Autocritiche ne faccio quante ne volete. Lungi da me dal dire che è andato tutto bene, ma all’interno di questo quadro difficile e in movimento sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per una soluzione che minimizza i costi gestione della crisi”.
Anche su vicende che lo chiamano direttamente in causa, come il siluramento (per ordine di Renzi) di Fabrizio Viola dal vertice del Monte dei Paschi per fare posto a Marco Morelli, già sanzionato da Banca d’Italia per la partecipazione a una delle operazioni all’origine del disastro senese, Padoan spende poche fredde parole: “Si trattava di avviare la gestione di un aumento di capitale di Mps. Il dottor Viola ne aveva già guidati due, si è ritenuto di dare un momento di discontinuità per dare slancio all’iniziativa e fu concordato con il dottor Viola un passo indietro”. Tutti sanno che non fu concordato un bel niente: il ministro telefona a Viola e gli dice che se ne deve andare, quello china la testa e obbedisce senza scandali, e il ministro dice di aver concordato. La strada della commissione banche è lastricata di queste ipocrisie.
La Stampa 19.12.17
I grillini e l’arte del possibile
di Marcello Sorgi
Non è il passato che non passa, ma che ritorna. Oltre a segnare una svolta del M5S dal percorso duro e puro seguito fin qui, e a dimostrare che anche Grillo e Casaleggio si muovono nella logica del proporzionale, stile Prima Repubblica, l’offerta di Di Maio di infrangere la severa regola del «no» a qualsiasi alleanza con i partiti tradizionali, per aprire a un eventuale governo di coalizione, con «Liberi e uguali» e se necessario con un Pd derenzizzato, ha uno storico precedente, che risale a trentacinque anni fa.
Nel novembre 1982, dopo la caduta del governo Spadolini a causa della famosa «lite delle comari» tra i ministri Formica e Andreatta, alle consultazioni che si aprirono per risolvere la crisi, il leader del Pci Berlinguer fu autore di una strana uscita. «Accetteremmo un governo diverso, che segnasse una discontinuità», disse, rivolgendo a De Mita la proposta di varare un governo Dc-Pri, senza i socialisti, e con l’appoggio esterno dei comunisti. I democristiani non potevano accettare di rompere la già compromessa collaborazione con il Psi, così non se ne fece niente e si andò alle elezioni anticipate. Ma il passaggio segnò egualmente una fibrillazione dei cristallizzati rapporti politici del tempo, e nella nuova legislatura, complice un forte calo elettorale dello Scudocrociato, i socialisti alzarono il prezzo e ottennero la presidenza del consiglio per Craxi.
Tra allora e oggi, va detto, tutto, o quasi tutto, è cambiato. E non c’è alcuna analogia tra un grande, tradizionale e novecentesco partito di massa come il Pci e un movimento imbevuto di logica antisistema come i 5 Stelle. E tuttavia il meccanismo dell’offerta di Di Maio è lo stesso. Il candidato premier pentastellato si smarca dalla rigida divisione di campo che lo ha tenuto fin qui dentro i confini del populismo nostrano, per proporsi come attore a tutto campo della partita politica che si aprirà dopo il voto di marzo, quando l’assenza di una maggioranza chiara uscita dalle urne (la nuova legge elettorale non è in grado di assicurarla) costringerà il Presidente della Repubblica a esercitare tutta la sua fantasia, per cercare di dare al Paese un governo pienamente legittimato.
Fino a ieri, prima dell’ultima mossa di Di Maio, lo scenario più probabile era uno solo: a meno di una chiara, quanto incerta, vittoria del centrodestra, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno a un esecutivo di larghe intese, come quello guidato da Enrico Letta, che inaugurò la legislatura che sta per chiudersi. Di Maio invece, con congruo anticipo in modo che anche gli elettori possano capirla e rifletterci su, ha messo in campo una seconda possibilità: un governo 5 Stelle-Liberi e uguali-Pd (ma senza Renzi, nell’ipotesi terremotato da una sconfitta non improbabile e convinto a farsi da parte), costruito in Parlamento su un programma condiviso.
Naturalmente non basta esprimere una disponibilità, e specie in campagna elettorale, come ormai siamo, è lecita qualsiasi domanda e qualsivoglia retropensiero. Viene da chiedersi, ad esempio, se Di Maio sarebbe disposto a rinunciare a guidare un siffatto governo, qualora i potenziali alleati lo richiedessero per riequilibrare la coalizione. E in questo caso chi potrebbe assumere il ruolo di presidente del Consiglio: lo stesso Gentiloni, o il veto espresso dal M5S nei confronti di Renzi dovrebbe intendersi automaticamente esteso all’attuale premier? O il presidente del Senato Grasso, leader di «LeU», neonata formazione di sinistra non programmaticamente ostile a Grillo, Casaleggio, Di Maio e al loro Movimento? E nel Pd - un Pd bastonato dai risultati, perché questo è il presupposto -, piuttosto che ritrovarsi all’opposizione, davvero potrebbe maturare il capovolgimento dell’attuale sfida anti-populista e anti-5 Stelle? Sono domande destinate in gran parte a restare senza risposta, almeno fino al voto.
Eppure la novità esiste, e sarà interessante capire in che modo l’accoglierà Mattarella, quando Di Maio, oggi stesso, andrà a spiegargliela. Per il momento non resta che prendere atto del cambiamento in corso: la logica binaria politica/antipolitica, populismo/antipopulismo, sinistra di governo/di opposizione, che aveva accompagnato il tramonto della Seconda Repubblica, è finita tutt’insieme. Le larghe intese, che di questa logica erano figlie, non sono più ineluttabili. È aperto il cantiere di un «governo diverso», e chissà che stavolta non vada come trentacinque anni fa. Nella stagione del ritorno al passato, chi ha più filo tesse, la politica è di nuovo l’arte del possibile.
La Stampa 19.12.17
Svolta a 5 Stelle per il governo
“Patto con il Pd senza Renzi”
I grillini pronti a trattare, come non fecero nel 2013 con Bersani
di Ilario Lombardo
A tre mesi dal voto, Luigi Di Maio fa i conti con la realtà: «Il nostro obiettivo è arrivare al 40% e governare da soli. Se no, ci assumeremo la responsabilità di governare. La sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Dal viaggio a Washington Di Maio martella sempre sullo stesso concetto: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Un messaggio che ci tiene a far recapitare soprattutto al Quirinale. Nelle ultime 48 ore, per ben due volte, il leader del M5S si è spinto un passino oltre, perché ha capito che, pur nel più ottimistico degli scenari, è difficile che andrà oltre il 30%.
Il giovane candidato premier, però, vuole portare il M5S al governo, qualunque sia il partner. O quasi. Secondo una fonte molto accreditata vicina al leader grillino, gli unici veti sono nei confronti di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi. Ma Matteo Renzi non è tutto il Pd. E questo è il punto della svolta che non ti aspetti. «Se alle elezioni il Pd andrà male e Renzi verrà fatto fuori nella resa dei conti interna, noi saremmo pronti a sederci anche con il Pd e la sinistra». Nello staff di Di Maio è stato letto con molta attenzione un articolo della Stampa di venerdì scorso che raccontava dell’incubo di Berlusconi di vedere realizzarsi un’intesa post voto tra M5S e Pd. Il catenaccio recitava: «Renzi potrebbe lasciare se sconfitto e i dem aprire ai grillini». La fonte conferma: «Ma saremmo noi ad aprire ai dem senza Renzi». Del flirt con Piero Grasso si era già detto. Ma il ragionamento di una convergenza programmatica sarebbe adesso allargabile a tutta l’area della sinistra. Anche al Pd, seppur de-renzizzato.
Dal Quirinale filtra l’intenzione di Sergio Mattarella di assegnare il mandato a chi in un Parlamento balcanizzato garantirà una maggioranza di governo. Di Maio sta cercando di rassicurarlo. Oggi, il leader M5S salirà al Colle per gli auguri al capo dello Stato. Due mesi fa, a ottobre, incontrò il presidente per la prima volta da candidato premier. Fu allora che gli annunciò la svolta governista che tuttora, in colloqui riservati, il M5S assicura di voler mantenere. «Dopo il voto tutto cambierà e tutto sarà possibile» ripete Di Maio. Nel senso che le attuali rigidità da campagna elettorale verranno ammorbidite dalle capacità diplomatiche e negoziali che il leader del M5S sente di possedere. Il Pd, poi, porterebbe in dote un gran numero di deputati che andrebbero a sommarsi a quelli di Liberi e Uguali e a compensare l’eventuale magra rappresentanza parlamentare di Grasso. Certo, i grillini sanno che le nuove truppe saranno di nomina renziana, ma scommettono sul fatto che deputati e senatori potrebbero facilmente cambiare idea di fronte alla tagliola di nuove, immediate elezioni. Di fatto si realizzerebbe l’utopia di Pier Luigi Bersani che non a caso ha apertamente auspicato un accordo postumo con i 5 Stelle, in un patto che comprenda il Pd.
Il M5S ci starebbe ma a una condizione, allo stato quasi impossibile da accettare per i dem: che il governo, composto da tecnici di alto profilo, sia a guida Di Maio. Sarebbe comunque una riproposizione, con rapporti di forza opposti, di quanto avvenne dopo le elezioni del 2013, quando Bersani incaricato dal Colle tentò di persuadere il M5S a dare la fiducia al governo Pd. Oggi gli scenari più probabili, nefasti per il M5S, sono un governo Fi-Lega o Renzi-Berlusconi. Il terzo, in costruzione e ancora sottoposto a reciproche diffidenze, è l’asse M5S-sinistra-Pd (senza Renzi). Di Maio ci sta lavorando e lo prova anche l’appello lanciato ai dem a scaricare Maria Elena Boschi e Renzi dopo il caso Banca Etruria, perché, sostiene, «sulle macerie di Bancopoli sorgerà la Terza Repubblica».
La Stampa 19.12.17
I medici cattolici
“Il biotestamento è incostituzionale”
La lettera a Mattarella: non firmi la legge
di Maria Corbi
Il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, è un confine sottile, fragile, che mette alla prova le coscienze cattoliche. E così quel mondo si mobilita contro il biotestamento e scrive una lettera- appello, al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sottoponendo «alla sua prudente valutazione l’ipotesi di rinviare il testo» sul biotestamento «alle Camere con messaggio motivato, convinti che tali norme confliggano con più disposizioni della Costituzione italiana».
A firmarla Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, Massimo Gandolfini, Presidente del Comitato Difendiamo i nostri Figli, monsignore Massimo Angelelli, responsabile Ufficio Pastorale Sanitaria della Cei, Padre Virginio Bebber, presidente dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari, Filippo Boscia, presidente dell’Associazione Italiana Medici Cattolici, Aldo Bova, presidente del Nazionale Forum Associazioni Sanitarie Cattoliche e Francesco Bellino, presidente della Società Italiana Bioetica e Comitati Etici. Nella lettera si segnala «il pregiudizio che l’applicazione delle Dat reca agli Istituti sanitari religiosi».
A preoccupare maggiormente l’assenza nel testo di una disciplina dell’obiezione di coscienza, «ovvero di una esenzione delle strutture sanitarie di ispirazione religiosa». Non è pensabile in caso di conflitti togliere «le convenzioni» agli enti ospedalieri d’ispirazione cattolica», scrivono i firmatari. La perdita dell’accreditamento avrebbe come effetto «di impedire tout court l’operatività di realtà come la Fondazione Policlinico A. Gemelli, l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, l’Ospedale Fatebenfratelli, l’Ospedale Cristo Re, il Campus Bio-Medico, l’Associazione la Nostra famiglia, la Fondazione Poliambulanza, la Fondazione Maugeri, la Casa di Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, e le altre 100 strutture analoghe esistenti sul territorio nazionale».
I medici cattolici, oggi che la legge è stata approvata, devono comunque confrontarsi non più solo a livello filosofico sul tema del biotestamento. Dovranno prendere delle decisioni, seguire delle linee guida, rispondere alla propria coscienza ma anche alla legge. Il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica (Policlinico Agostino Gemelli) Rocco Bellantone fa sapere che nei prossimi giorni si insedierà una commissione che dovrà verificare l’impatto della nuova legge sulla vita dell’ospedale. In particolare neurologi, rianimatori, esperti di bioetica dovranno indicare una strada, sicuramente molto stretta, ai medici. «Nella legge ci sono molti aspetti positivi, ma altri che ci lasciano perplessi», dice. «Nella vita di un ospedale la difficoltà maggiore sarà nei rapporti tra medico, paziente e famiglia». «Ma da buoni cittadini, continua Bellantone, dovremo trovare la migliore interpretazione possibile della legge rispetto alla nostra coscienza di cattolici». «Al Gemelli elaboreremo linee guida interne e precisi protocolli».
Il direttore Generale della Fondazione casa Sollievo della Sofferenza, Domenico Francesco Crupi auspica che «lo Stato nella sua dimensione etica tuteli i diritti e i doveri di tutti. Per le organizzazioni cattoliche credo che sia una violenza che debba essere respinta: quella cioè di andare contro il proprio credo, i propri valori e idee».
Mariella Enoc, presidente dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù precisa che questa legge non riguarda i bambini ma che comunque l’atteggiamento seguito è sempre stato e continuerà essere chiaro, in linea con le parole di papa Francesco: no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico».
il manifesto 19.12.17
Austria, l’ultradestra fa paura. Corteo contro il nuovo governo
Esecutivo Kurz-Strache . Dalla cittadinanza ai sudtirolesi alla stretta contro l’accoglienza. Il giuramento dei ministri scatena la piazza antirazzista. Per i rifugiati misure durissime
di Angela Mayr
VIENNA Sorridono contenti e gentili i nuovi ministri austriaci del governo nero-azzurro appena insediato, il loro programma di 183 pagine è il contrario, tutto improntato alla divisione della società in classi, gruppi etnici e religiosi.
Spicca l’intento dichiarato di conferire agli italiani di lingua tedesca dell’Alto Adige la cittadinanza austriaca, si creerebbe così una situazione di doppia cittadinanza, cosa che in Austria non è possibile avere, proprio per la contrarietà dei partiti che ora la reclamano per il Sudtirolo. Ancora ieri Werner Neubaur, responsabile del partito nazionalista Fpoe per i rapporti con l’Alto Adige, ha annunciato a Bolzano che i sudtirolesi potranno richiedere la cittadinanza austriaca già nel 2018. Così tra l’altro, secondo Neubauer, in futuro gli atleti sudtirolesi potranno gareggiare per la nazionale austriaca.
MENTRE IL GOVERNO di conservatori e ultradestra giurava, ieri un centinaio di sigle – Offensiva contro la destra, bikeblock critical mass, studenti universitari (oeh) e medi, Coordinamento per una politica d’asilo umana, il coordinamento sinistra radicale, il movimento antifa – fin dalle 8 del mattino si sono radunate in 9 punti diversi della città. Il pomeriggio è toccato al «blocco femminista», la sera a Salisburgo agli studenti universitari.
1.500 poliziotti mobilitati in tenuta antisommossa, traffico bloccato in gran parte della città. «No all’estrema destra al governo», Bella ciao cantata in coro e in italiano «allerta antifascista». Dalla Piazza dei diritti umani è partito lo spezzone più grande della manifestazione con gli studenti universitari della Oesterreichischen Hochschuelerschaft (Oeh). La Oeh, è un organo ufficiale della concertazione sociale che il nuovo governo vuole ridimensionare. «Cultura è resistenza» scandisce lo striscione degli studenti, rime contro l’estrema destra, contro il neoliberalismo, e contro l’introduzione di nuove tasse universitarie voluta dal nuovo governo. Nei cortei sfila una maggioranza arrabbiata di giovani e giovanissimi. Quando confluiscono in Piazza degli eroi vicino al Ballhausplatz sede del governo, zona rossa, i manifestanti sono circa diecimila. Boati e fischi in concomitanza esatta con il giuramento dei nuovi ministri.
PER QUANTO SIA GRAVE la questione doppia cittadinanza nel Sudtirolo è poca cosa se leggiamo il programma di governo per migranti e richiedenti asilo. In futuro chi chiederà asilo dovrà consegnare tutto il denaro contante di cui dispone. Verrà utilizzato per coprire i costi delle procedure d’asilo. In più i richiedenti devono mettere a disposizione delle autorità il proprio cellulare consegnando dati personali e account sui social media. I richiedenti non riceveranno più nessun contributo economico, neanche un pocket money, ma solo servizi. Peggioramento netto anche per i rifugiati riconosciuti che dovrebbero avere gli stessi diritti dei cittadini austriaci. Il programma nero azzurro prevede un taglio della mindestsicherung, il reddito di cittadinanza da 840 euro mensili a 365 più 155 di eventuale bonus di integrazione. In realtà la misura, di competenza regionale è già stata introdotta in Alta Austria dove i popolari governano con la Fpoe. Il tandem Kurz-Strache intende emanare una nuova legge per costringere regioni come Vienna che non discrimina i rifugiati ad adeguarsi. Ma non è tutto. I bambini dei richiedenti asilo non potranno più frequentare le classi regolari ma classi specifiche, cosiddette classi ponte da svolgersi nelle strutture di alloggio finché non hanno imparato il tedesco. Il miglior posto per impararlo e integrarsi si sa è la scuola regolare, ma è proprio l’integrazione che si vuole impedire criticano associazioni e politici di opposizione. Nelle scuole poi c’è sempre una forte opposizione e mobilitazione di studenti e insegnanti nel caso di espulsione di compagni di classe con le loro famiglie. Altra misura anti integrazione. I rifugiati minori non accompagnati non potranno più essere accolti presso famiglie e case private, perché le esperienze in corso funzionano troppo bene evidentemente, lo spirito dei nuovi governati è ogni pull factor, fattore di attrazione, va evitato.
Corriere 19.12.17
«Ho conosciuto sei Pontefici e ho avuto due fidanzate Noi monaci, esperti di ateismo»
dalla nostra inviata a Bose (Biella) Elvira Serra
Il padre della comunità di Bose: santo io? Non ho la tentazione
intervista con Enzo Bianchi
Ha sempre creduto ciecamente in Dio?
«Ciecamente mai. La fede è faticosa, è una lotta, come dice San Paolo, non è una pace. Nella fede si vivono tanti dubbi, poi l’amore per il Signore Gesù Cristo vince sul dubbio e si va avanti così. Ma si ricordi che il monaco è un esperto di ateismo».
Come è possibile?
«Il monaco sa che ogni uomo ha l’inferno dentro di sé, ha delle regioni non evangelizzate, degli abissi che deve esplorare. Gli atei sentono una vicinanza e una simpatia per i monaci per la ricerca solitaria profonda in cui a volte nell’oscurità si incontra la nientità, che è niente di niente: sa che vertigini può dare?».
Enzo Bianchi è un uomo piccolo e vero. Si definisce «terrigno», «terrestre». È veloce, nervoso, proteso all’essenziale. Ci incontriamo a Bose, nella comunità che ha fondato l’8 dicembre 1965 e che oggi conta 55 fratelli e 35 sorelle, comprese le «fraternità» di Assisi, Cellole, Civitella San Paolo e Ostuni. Parla chiaro, semplice. E si illumina di una gioia quasi infantile quando mostra sull’iPhone i frutti del suo orto: insalata canadese anche in inverno, peperoni piccoli e rossi d’estate e una pianta di pomodori cresciuta sul marciapiede di fronte alla sua «cella», tra le portulache.
Cominciamo dalle donne. Quali sono state più decisive per lei?
«Ho un debito enorme verso mia mamma, Angela. Ha fortemente voluto la mia nascita contro il parere di tutta la famiglia, perché era malata di cuore e asmatica e già non aveva portato a termine una prima gravidanza. Mio padre mi disse tante volte: “Tra te e lei preferivo lei”».
Un’immagine di sua madre.
«Davanti a un crocicchio, quando mi portava dai nonni a Montabone: con le sue braccia magrissime fragili mi spingeva verso la croce e mi diceva “abbraccia il Signore”. Era il suo affido estremo, avevo tre o quattro anni. Poi la ricordo seduta ai fornelli mentre cucinava, faticava a stare in piedi per la malattia: ci preparava patate fritte quasi tutte le sere. È morta il 17 settembre 1951, a 32 anni, quando io ne avevo otto. L’anno dopo al Galliera di Genova cominciarono a operare la stenosi mitralica, di cui soffriva».
Altre donne?
«Elvira, la maestra, che chiamavo Etta. E Norma, la postina, detta Coco perché usava la coccoina, la colla: chiedevo di andare da lei per attaccare i pezzi colorati. Tutte e due molto credenti, molto diverse, mi hanno mantenuto agli studi e mi hanno permesso di viaggiare».
Fidanzate?
«Sui vent’anni ho avuto due ragazze con cui c’è stato un rapporto di giovani innamorati. Si sono sposate, ci vediamo ancora quando vengono a trovarmi a Bose».
Nessuna, dopo, l’ha mai fatta vacillare nella scelta monastica?
«No, dopo che ho preso la decisione non ho mai più avuto tentazioni di lasciare il celibato».
Però in passato ha dichiarato di aver sentito la mancanza di un figlio.
«Sì, l’ho sentita qualche volta come una nostalgia impossibile».
Tornando indietro ne adotterebbe uno?
«No, nella vita monastica non si dà un legame di quel tipo. Per un figlio bisogna avere caratteristiche paterne e assicurargli una madre: non sarebbe nella mia storia e nella mia verità».
Le donne sono importanti a Bose?
«Siamo fin dall’inizio una comunità di uomini e donne, e questo si deve a Maritè, Maria Teresa, la prima sorella».
A gennaio avete scelto un priore maschio.
«È sempre possibile che in una prossima elezione venga eletta una donna: non c’è assolutamente impedimento. Le gerarchie restano parallele: il fratello priore non ha giurisdizione diretta sulle sorelle, che rispondono alla loro responsabile. Lo stesso varrebbe al contrario».
Dicono che le sorelle siano più sacrificate dei fratelli, a partire dall’abbigliamento.
«Questo non è vero. I lavori manuali sono condivisi e lo stesso gli impegni intellettuali. C’è magari chi è geloso e vorrebbe in altre comunità la libertà che c’è a Bose. Sull’abbigliamento, l’unica regola è vestire in modo semplice e con colori scuri, ognuno sceglie da solo».
Qual è la preghiera che le risuona di più?
«Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me. Non ho tante cose da dire al Signore...».
Quale brano del Vangelo le piace di più?
«Quello che chiedo venga letto al mio funerale ed è il capitolo di Giovanni 21. Gesù chiede a Pietro: “Simone, mi ami più di tutte le tue cose?”. Attenzione, traducono “mi ami più di tutti gli altri”, ma sarebbe vergognoso se Gesù mettesse in concorrenza Pietro con gli altri discepoli. Qui ci sono due verbi, agapao , ti amo, e fileo , ti voglio bene. Pietro risponde sempre ti voglio bene, lo stesso farò io quando mi sarà chiesto conto».
Perché non «ti amo»?
«Perché noi non conosciamo l’amore fino in fondo, a Gesù possiamo dire solo: cerco di volerti bene. Pietro sapeva di avere rinnegato Gesù tre volte, e io come posso dire di non averlo mai rinnegato?».
Quando?
«Gesù dice: avevo fame e non mi avete dato da mangiare; avevo sete e non mi avete dato da bere; ero malato e non mi siete venuti a trovare. Questi sono i peccati di omissione e io non posso dire di non averli fatti. Sono quelli che mi bruciano di più la lingua quando annuncio il Vangelo, perché dico agli altri quello che nella vita non sempre sono riuscito a fare».
Ha detto che siamo più propensi a dare 50 euro ai terremotati che a spenderne 10 per ospitarli in casa. Voi a Bose li avete ospitati?
«Terremotati no, ma da anni ospitiamo alcuni migranti. Di certo non inviamo sms con 1 o 5 euro, ma finanziamo progetti in Africa e borse di studio in Medio Oriente. Resto convinto che il giorno in cui la Chiesa ha organizzato la carità, a partire dal IV secolo, il precetto dell’amore del prossimo si è indebolito. Di recente ho scritto che i parroci non dovrebbero più organizzare cene per i poveri a Natale, ma chiedere a ogni famiglia di chiamarne uno alla propria tavola. Mio padre, socialista, non credente, non ha mai fatto la carità a un povero sulla porta, lo ha sempre fatto sedere alla nostra tavola, pure se era cencioso, puzzolente e scalzo».
Dove vorrebbe essere sepolto?
«In un luogo discreto senza che ci sia troppa memoria di me. In realtà da vent’anni c’è un accordo con il Cimitero dei servi di Maria a Monte Senario, vicino a Firenze. Ma oggi ho più dubbi, desidero un posto più semplice e comune».
Ha scritto decine di libri. Uno su tutti?
«Due. Pregare la parola , del ‘71: ha fatto scoprire la lectio divina . E Il pane di ieri , un libro di sapienza umana, pubblicato nel 2008».
Ora a cosa sta lavorando?
«A un testo sulla vecchiaia, che uscirà in primavera con il Mulino, dove annoto ciò che mi sembra necessario per viverla con gioia».
Quali segnali osserva su di sé?
«Tanti. Il primo è l’udito: tre anni fa al mare i miei amici mi parlavano e siccome non capivo mi dicevano: ma stai diventando sordo? L’altro è la vista: da due mesi porto sempre gli occhiali, prima solo per guidare. E poi un’altra cosa: nella mia cella per andare a letto devo fare le scale; l’anno scorso ho fatto mettere dei corrimani...».
Qual è il regalo materiale a cui tiene di più?
«Mi regalano prodotti da mangiare, che condivido con gli altri. Oppure rose».
Rose?
«Sì, bianche o rosse sono quelle che preferisco, non amo tanto le rose pallide».
Ha conosciuto sei papi. Che ricordo ne ha?
«Pio XII è stato il papa dell’ammirazione di un ragazzo: a 9 anni sono stato da lui e gli ho portato una damigianina di vino del Monferrato, ero stato premiato per la conoscenza del Vangelo con altri bambini di ogni regione».
Papa Giovanni?
«Grazie a lui e al Concilio esiste Bose».
Paolo VI.
«L’ho amato per la finezza spirituale, la cultura, la capacità di sentire la modernità e anche la sua sofferenza».
Giovanni Paolo I.
«È stato una meteora, nulla da dire».
Giovanni Paolo II.
«Da un lato lo amavo per le aperture all’umanità e alle religioni, dall’altro mi sembra che qualche volta avesse una interpretazione restrittiva del Concilio Vaticano II».
Benedetto XVI.
«Per me un grande teologo e un caro amico che conosco dal 1976. Mi ha nominato esperto a due sinodi: è stato un gesto di elezione e fiducia verso di me di cui gli sarò sempre grato».
E ora Papa Francesco.
«Mi sembra che abbia portato nella Chiesa una primavera, un’apertura, un clima di libertà e un’attenzione ai poveri di cui mi rallegro».
Quand’è San Enzo?
«Non c’è. Mia madre mi ha battezzato Giovanni; mio padre che non voleva il nome di un santo mi ha registrato in Comune come Enzo».
Si candida a diventare lei il primo santo?
«Non solo non succederà, ma non ne ho nessun desiderio. Resto critico sui criteri con cui si fanno i santi, sovente per contingenze storiche: non sempre vedo ragioni di esemplarità».
Ma la sua vita è esemplare!
«No, davvero. E non glielo dico per umiltà, io sono una persona molto terra terra, tentazioni verso l’alto non le ho mai avute».
Repubblica 19.12.17
Riscoperte
Leningrado musica dall’assedio
Le lettere di Dimitrij Šostakovi? e un saggio raccontano il retroscena (e la guerra) che fu all’origine della leggendaria “Settima sinfonia”
di Pietro Citati
Le lettere di Dimitrij Šostakovi? e un saggio raccontano il retroscena (e la guerra) che fu all’origine della leggendaria “ Settima sinfonia”
Stalin aveva una grande passione per la musica: una bella voce tenorile: ascoltava la musica alla radio: vedeva i vecchi e nuovi balletti; comprava i nuovi dischi, come Laurentij Berija, il futuro capo della polizia – visto che, in Urss, i criminali veneravano la musica. Nel marzo 1938, proprio negli anni più terribili del terrore, Stalin proclamò: «Negli ultimi anni in Russia la vita è diventata molto migliore». Non amava Leningrado: nella quale scorgeva l’incarnazione di tutto ciò che detestava; la cultura, la vita, la libera discussione, l’eleganza degli edifici, i colori verde e rosa, l’antico profumo aristocratico. Egli veniva glorificato: il romanziere Alexandr Fadeev disse che era «il più grande talento che il mondo avesse mai visto». Cacciò da Leningrado i collezionisti di francobolli, gli orientalisti, gli esperti di religione buddistica, gli astronomi, gli architetti.
Processò gli avversari, costringendoli a confessare colpe mai commesse. Quando il piano quinquennale fallì, accusò gli ingegneri di aver distrutto le macchine industriali e li fece fucilare. Nell’Urss esistevano due sole parole: tradimento, fucilazione. Tra gli uomini politici, Stalin stimava soltanto Hitler, mentre disprezzava Churchill e Roosevelt, “volgarissimi democratici”. A fine agosto 1939 negoziò con Hitler un patto, in seguito al quale la Germania e l’Urss si divisero la Polonia. Aveva una fiducia completa in lui. Nel 1941 venne ripetutamente avvisato dalle spie sovietiche che la Germania avrebbe assalito la Russia: conosceva persino la data precisa. Ma non credette a quelle che chiamava “provocazioni”; e nemmeno alle notizie dei suoi aerei. Insisté: “siete impazziti”. Mandò in Germania un treno carico di burro, il giorno prima dell’assalto tedesco, il 22 giugno 1941.
I generali russi attesero invano gli ordini di Stalin: fino a quando Molotov annunciò alla radio che l’aviazione sovietica aveva già perduto milleduecento aerei, senza opporre resistenza. Hitler ordinò la distruzione di Leningrado e di Mosca: «propongo di sradicarle dalla faccia della terra». Faceva mitragliare i treni passeggeri: bombardare Leningrado, e le persone isolate che percorrevano le strade.
L’operazione nazista si chiamava Nordlicht, “luce del nord”. Ma la risposta di Stalin fu la solita. Sebbene l’Armata rossa dovesse difendere la Russia, fece arrestare dalla polizia politica e fucilare molti generali, specie quelli che avevano combattuto nella guerra civile di Spagna.
Come disse Anna Achmatova, Leningrado «era appesa, come inutile appendice, alle sue prigioni». I tedeschi arrivarono alle porte della città, sia a meridione sia a settentrione, vicino al lago Ladoga, fin dove giungevano i tram: in città vennero esauriti i generi alimentari; le razioni si ridussero a quasi niente. C’era una fame terribile: una madre soffocò la figlia più piccola, di sei settimane, per nutrire gli altri bambini. Non c’era elettricità, né acqua né carbone: chi veniva colto a rubare era fucilato: per le strade giravano persone esauste, con la faccia pallidissima: molti bambini morirono in silenzio, senza un nome e senza far sentire la propria voce: alcuni medici vennero fucilati come disfattisti; molti cadaveri furono lasciati nel posto dove erano morti, abbandonati per le strade.
Come raccontano due bellissimi libri, Sinfonia di Leningrado di Brian Moynahan (traduzione di Claudia Manciocco, Il Saggiatore Editore, pagg. 546, euro 29) e Trascrivere la vita intera di Dimitrij Šostakovi? ( Lettere 1923- 75, a cura di Elizabeth Wilson, Enzo Restagno e Laura Dusio, Il Saggiatore, pagg. 510, euro 28), qualcuno viveva nella fame e nella disperazione. Gli abitanti di Leningrado amavano la musica. I teatri continuavano, sotto i bombardamenti, a mettere in scena opere liriche, balletti, sinfonie, operette.
La gente non aveva vestiti, tanto meno lo smoking: tutti i biglietti erano esauriti, già alla mattina presto; le mani dei musicisti erano gelide e non riuscivano ad afferrare gli strumenti. Ma gli abitanti di Leningrado si accalcavano nei teatri, con i visi affamati e i vecchi vestiti. Non c’era altro modo per dimenticare la guerra, la fame, la disperazione, entrando in un mondo di armonia.
Šostakovi? era «un uomo pallido e molto magro, con i capelli color ebano». Aveva una buona cultura letteraria: amava Le anime morte che pensò di trasformare in musica, e il teatro e i racconti di ?echov, specialmente Il monaco nero, che gli faceva un’impressione profondissima ogni volta che lo rileggeva. Possedeva un grande talento musicale: una felicità rara, nella quale spesso vedeva un pericolo. Scrisse musica per il cinema e per i balletti; e quando cominciò la Settima sinfonia nel luglio 1941, a Leningrado assediata, aveva già una vasta produzione alle spalle, tra cui Una Lady Macbeth del Distretto di M?ensk che ebbe molto successo in tutto il mondo.
Amava Lenin (più del giusto): «sono molto preso dall’idea di comporre un brano dedicato all’immortale personaggio di Lenin».
Dal principio alla fine della vita venne accusato, dalle autorità culturali sovietiche, di “formalismo piccolo-borghese”, e di “occidentalismo”: i seguaci di Ždanov lo assalirono. Nel 1937 fu accusato dalla polizia di aver preso parte a un complotto contro Stalin: ma l’accusatore venne fucilato (tale era la rapidità delle fucilazioni in Unione Sovietica) prima di poterlo accusare formalmente.
Detestava Mosca e le sue «vie tortuose e soffocanti, che esercitano un influsso negativo su di me». Amava moltissimo Leningrado, Puškin e Dostoevskij. Accettò presto di diventare un “artista sovietico”.
Non fu mai coraggioso: si piegò ai tempi con indolenza, passività e pigrizia; e giunse ad esaltare Stalin e persino Berija.
Scrisse parole vergognose: «Torneremo a vivere una vita pacifica, sotto il sole di Stalin».
Chiese a Berija di intervenire presso Stalin per fargli concedere un appartamento in affitto a Mosca; ed esaltò la “splendida” condizione di vita che gli ebrei avevano in Russia.
Ricevette il premio Stalin, l’ordine di Lenin: il premio Lenin, che concedeva molti privilegi. Quando Stalin gli telefonò, come al solito di notte, lui lo pregò di accettare la sua gratitudine profondissima. Fu conformista, servile, quando avrebbe potuto essere, senza pericolo, decente e decoroso. Si piegò anche dopo la morte di Stalin e di Berija, condividendo il giudizio negativo della Pravda su Stravinskij e Sch?nberg.
Non pensò mai di opporsi al regime, anche se molti lo fecero nel silenzio e nella solitudine.
Šostakovi? cominciò a comporre la Settima sinfonia – non so se la più bella, certo la più celebrata delle sue opere – a Leningrado durante l’assedio, il 19 luglio 1941, mentre i tedeschi avevano conquistato l’ultima striscia di terra che portava alla città.
Andava per le strade, sotto le bombe. Voleva che la Settima sinfonia, concepita sotto i raid aerei, venisse eseguita per la prima volta «nella mia amata città, che ne aveva ispirato la creazione».
Ma fu molto difficile trovare i musicisti: la Settima era un’opera colossale: duecentocinquanta pagine di partitura, un’orchestra di centocinque persone; non c’erano i flauti e gli oboi.
Infine la Settima sinfonia fu eseguita a Leningrado, nel tardo pomeriggio del 9 agosto 1942.
Il direttore d’orchestra giunse in ritardo alle prove, perché aveva dovuto seppellire la moglie, morta di fame. I volti dei musicisti erano irriconoscibili: fissi come icone. I soldati tedeschi erano vicinissimi, a poche centinaia di metri, ed ascoltarono attentamente la bellissima musica composta contro di loro.
lunedì 18 dicembre 2017
La Stampa 18.12.17
Cattolici in rivolta contro il biotestamento. Nosiglia, arcivescovo di Torino, appoggia la ribellione dell’Ospedale Cottolengo e chiede l’obiezione di coscienza, mentre l’arcivescovo di Trieste Crepaldi invita a battersi di più contro la legge. Dura la reazione della senatrice democratica De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina del testo: «Nessuno può decidere la serrata di una clinica, il rifiuto dei soccorsi a chi ha registrato le sue Dat sarà considerato un reato».
L’arcivescovo di Torino: “Mai nei nostri ospedali”. La Regione: “Legge da rispettare” Dura reazione della senatrice Pd madrina del testo: “Il rifiuto sarà considerato un reato”
di F. Grignetti - A. Mondo
Per il momento sono voci isolate, ma avvisaglie di una possibile rivolta. L’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, sferza il mondo cattolico perché non si è battuto abbastanza contro il biotestamento. E l’arcivescono di Torino, Cesare Nosiglia, a sua volta, appoggia la ribellione del Cottolengo. E l’associazione “Aris Piemonte” che rappresenta i 14 presidi sanitari accreditati e privati del sistema sanitario, si schiera con l’arcivescovo. José Parrella, il presidente, è pronto a una battaglia: «Ci assumeremo tutte le nostre responsabilità e dovremo tutelarci sotto il profilo giuridico». Il caso intanto è all'attenzione del ministero della Salute e non è escluso che oggi ci sia una presa di posizione del ministro Beatrice Lorenzin.
Il senatore Carlo Giovanardi, Idea, che quel mondo lo conosce bene e che in Parlamento s’è opposto allo spasimo contro la legge, si aspetta una larga sollevazione. «Avverto - dice - il disagio fortissimo dei medici cattolici a cui non è stato concessa l’obiezione di coscienza e degli istituti religiosi, specie quelli che accolgono bambini e minori disagiati. Io non condivido nulla di questa legge. Ma se è chiaro almeno il meccanismo di un maggiorenne che lascia le sue disposizioni testamentarie, qualcuno mi deve spiegare che si fa con un bambino, magari uno di quelli assistiti dalla Lega del Filo d’Oro, che non parlano, non vedono e non sentono. Oppure quei bambini che sono inconsapevoli fin dalla nascita e sono accuditi al Cottolengo o istituti simili».
Una prima risposta viene dall’assessore alla Sanità del Piemonte, Antonio Saitta, cattolico di lungo corso: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante, ma il dibattito è finito. In democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore».
Ecco perchè «l’applicazione del provvedimento riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature». Intanto interviene il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Guido Giustetto: «La legge è molto equilibrata». E invece è molto duro Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo di Torino si pone fuori dal servizio sanitario nazionale, la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
La senatrice Emilia De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina della legge, a sua volta è indignata. «Se ci sono problemi del genere, che facciano ricorso alla Corte costituzionale. Ma il biotestamento ora è legge dello Stato e tutti sono tenuti ad osservarla. Non possono mica decidere da soli, un vescovo qui e uno lì, la serrata di una clinica. Mi sembra un intervento a gamba tesa contro una legge sostanzialmente mite e liberale. Non si obbliga nessuno; si dà una possibilità in più. E poi, chiedo, che cosa vuol dire questa serrata? Ci sarà una clinica che rifiuterà di dare soccorso a un traumatizzato grave per incidente stradale perché ha registrato le sue Dat? Qui si va sul penale».
La Stampa 18.12.17
Tutta la Cei pronta alla battaglia
“Non applicheremo una legge così”
l cardinale Bassetti: “Si garantisca libertà ai nostri reparti”
di Andrea Tornielli
Una presa di posizione unitaria e che si annuncia decisamente contraria alla legge sarà partorita dalla discussione al consiglio permanente della Cei, all’inizio del 2018. Ma s’illuderebbe chi pensasse che posizioni come quelle prese dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia siano fughe in avanti destinate a rimanere isolate. La Conferenza episcopale italiana, dal cardinale presidente Gualtiero Bassetti in giù, appare infatti compatta nell’esprimere un giudizio fortemente negativo sul biotestamento all’italiana. E la chiamata all’obiezione di coscienza nelle strutture ospedaliere cattoliche è un dato di fatto. Una decisione annunciata in anticipo proprio da Bassetti, che ai microfoni di Radio Vaticana, prima dell’approvazione della legge, aveva dichiarato: «Come Cei ci sta a cuore anche che venga riconosciuta – oltre alla possibilità di obiezione di coscienza del singolo medico – quella che riguarda le nostre strutture». Il cardinale presidente dei vescovi italiani, pur ammettendo che «non è facile stabilire a priori un confine netto che distingua accanimento terapeutico ed eutanasia», ribadiva che dar da mangiare e da bere sono «gesti essenziali», non terapie.
Giudizi ribaditi a poche ore dall’approvazione della legge da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Salute, e da don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo: «di fronte ad una richiesta di morte, se saremo messi nella condizione, non applicheremo la norma».
La nuova legge sulle DAT è stata definita «censurabile» dal vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole; «inaccettabile» dal vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi. Mentre l’ex presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, dice: «Questa legge non mi rallegra, non è un segno di civiltà».
Nella nuova Carta per gli Operatori Sanitari, pubblicata dal Vaticano a febbraio, si afferma che eventuali legalizzazioni dell’eutanasia suscitano «un grave e preciso obbligo di opporsi mediante obiezione di coscienza». In quello stesso testo si legge pure che «la nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio». E questo evidentemente lascia aperta la possibilità che possano essere sospese in qualche caso.
Un mese fa sul tema del fine vita era intervenuto Papa Francesco, con parole chiare sul no all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico, in una lettera indirizzata a un convegno internazionale sul fine vita in corso in Vaticano. Parole che vennero considerate una svolta aperturista, anche perché negli ultimi decenni diverse voci cattoliche non avevano più sottolineato questo aspetto tradizionale del magistero, finendo per far credere all’opinione pubblica che il rischio dell’accanimento terapeutico quasi non esista.
Se il fronte episcopale appare compatto, qualche voce diversa si leva a livello di esperti. La sezione di Milano dell’Associazione medici cattolici italiani ha affermato che in base all’articolo 5 della legge «l’obiezione del medico non si pone perché il medico può disattendere le DAT quando sono palesemente incongrue». Dunque, sarebbe garantita la sua libertà professionale e di coscienza. Mentre Francesco D’Agostino, il giurista cattolico esperto di bioetica, dalle colonne del Sole 24Ore ha definito «pregiudizi infondati» molte delle critiche rivolte alla legge.
La Stampa 18.12.17
“Fine vita, gli ospedali cattolici non possono violare la legge”
La Regione risponde all’arcivescovo. A rischio i fondi pubblici
di Alessandro Mondo
«Siamo allineati e coperti». Dicono proprio così dall’Aris, l’Associazione che in Piemonte rappresenta le strutture sanitarie religiose convenzionate o meno con il servizio sanitario pubblico. Allineati con l’Aris nazionale, con monsignor Cesare Nosiglia, il quale ha espressamente invitato i presidi cattolici a fare obiezione alla legge sul biotestamento. E prima ancora con don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, protagonista della prima levata di scudi. Una presa di posizione netta, costi quello che costi: anche verso la Regione, decisa a non ammettere deroghe all’applicazione del provvedimento.
Levata di scudi
Non che a José Parrella, presidente di Aris Piemonte, sfuggano le implicazioni di questa decisione: «Ci assumeremo tutte le responsabilità, e naturalmente dovremo tutelarci sotto il profilo giudiziario». Il rischio sono possibili cause, e processi. Ma per le strutture accreditate in ballo potrebbe esserci anche il convenzionamento con il servizio sanitario pubblico, che a fronte di un certo numero di prestazioni copre una quota consistente del budget dei presidi in questione. E questo, nonostante all’Aris non sfugga un altro particolare: il valore dei circa 2.500 posti-letto garantiti dalle strutture private, ai vari livelli; una valvola di sfogo di cui nemmeno la Sanità piemontese, che pure rispetto ad altre Regioni (in primis la Lombardia) ha sempre avuto un impianto essenzialmente pubblico, può permettersi di fare a meno. In Piemonte parliamo di 14 strutture, tra clinica e Rsa, nelle quali lavorano 2.700 operatori (300 dei quali medici), con un fatturato di circa 200 milioni l’anno. Quattro sono a Torino: Cottolengo, Koelliker, San Camillo, Don Gnocchi, Clinica Mayor.
La sanità cattolica
«Il mondo sanitario cattolico rappresenta la storia della Sanità piemontese», sottolinea Parrella, convinto della necessità di fare obiezione e del fatto che «nemmeno la Sanità pubblica può permettersi uno scontro ideologico: come per tutte le cose, serve un punto di incontro». Difficile capire quale potrebbe essere: «Avevamo chiesto alla Regione di individuare strutture pubbliche dove assolvere al disposto della legge così da permettere alle nostre di fare obiezione ma non se ne è fatto nulla»». E adesso? «Vedremo. Dato l’orientamento religioso delle nostre strutture probabilmente ci sarà una selezione all’origine, parlo dell’afflusso dei pazienti. In ogni caso, per noi sarebbe impossibile, anche a livello materiale, assolvere alla legge: i nostri medici condividono i nostri valori».
Parole destinate ad innescare nuove reazioni dopo quella di Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo si pone fuori dal servizio sanitario nazionale la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
Altolà della Regione
L’assessore Antonio Saitta, cattolico di lungo corso, non ammette deroghe: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante ma il dibattito è finito, in democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore». Il dibattito è naturale ma la legge si è posta solo lo scopo di umanizzare il morire e dice no all’accanimento terapeutico e all’abbandono. Eutanasia e suicidio assistito rimangono non consentiti».
Insomma: «Si rimette al centro, anche nel consenso informato, la relazione tra medico, sanitari e paziente, e si stabilisce un percorso di pianificazione condivisa delle cure quando si entra in una malattia degenerativa grave». Ecco perchè «l’applicazione della legge riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature, per questo tutti devono entrare in questa logica».
La Stampa 18.12.17
La paura che alimenta il populismo
di Marco Zatterin
La paura è il miglior nemico dell’uomo, ma anche un compagno di viaggio frequente e un consigliere inaffidabile. Alimenta le decisioni meno ragionate e, in assenza di risposte adeguate, è la madre che aggiunge timore ai timori, provocando rabbia contro avversari spesso falsi come le notizie che li raccontano.
È la paura che fomenta i populismi; è la sensazione diffusa di insicurezza e incertezza che governi e parlamenti faticano ad affrontare. È la molla della rivolta: i terremoti della politica, e della società, nascono nella paura che fa credere nel cambiamento da scatenare a ogni costo, esigenza che diffonde instabilità perché, nel mondo veloce e complesso, se non si guarda lontano, non si risolve alcuna incognita.
Nella confusione degli approcci e delle idee è facile avere la sensazione che esista un fronte monolitico populista che si batte nel nome del «tutti contro tutto». L’indagine congiunta La Stampa-Financial Times rivela che le cose stanno altrimenti, che c’è un pubblico che sa reagire e distingue.
Si scopre che a turbare i sonni degli italiani è l’arrivo dei migranti più che l’euro e l’integrazione comunitaria; si vede anche che il desiderio di costruire un Paese multietnico batte (di poco) la convinzione che le migrazioni siano una minaccia. Chi ragiona, evita il «no» di pancia. Ma vorrebbe comunque essere convinto che, per quanto possibile, le sue paure non hanno ragione di esistere.
La vittoria degli ultraconservatori austriaci è la fotografia istantanea della tempesta che può colpire l’Italia e non solo. Il Paese sta bene (al meglio), ma gli elettori non sono persuasi che continuerà. I leader che a Vienna e dintorni hanno fatto leva sulla paura hanno vinto. Per affermarsi hanno cavalcato la paura dell’«altro», quello che «arriva, porta violenza e brucia posti di lavoro». Hanno parlato allo stomaco e non alle teste, ostentando rimedi che probabilmente non avranno effetti. Hanno annunciato grandi manovre (mai fatte) al Brennero e ora titillano gli altoatesini, promettendo che «fermeremo noi i migranti». Non li fermeranno, sia chiaro. Ma ognuno crede a quello che vuole, quando ha paura. Anche all’inutile.
Le voci degli oltre mille e cento italiani che hanno interloquito con La Stampa e il FT illustrano il contesto e invitano a confrontarsi. Certo, la paura dei migranti è ben radicata, ma lo è quanto la consapevolezza che il fenomeno sia più grande di noi e non serva attaccarlo costruendo muri. Appare evidente la percezione dell’Europa come elemento che può risolvere la crisi sociale ed economica, e non come il contrario. La quarta rivoluzione industriale insieme con la globalizzazione ha riscritto radicalmente le regole del gioco. Come le false notizie che perdono capacità di attrazione, anche le false politiche possono essere sbaragliate. Il falso movimento va svelato.
Occorre affrontare l’ira con logica e calma. Nelle strade c’è anche un popolo impaurito, spesso confuso. Per cambiare la storia bisogna dire la verità, per quanto dolorosa. Vanno spiegate le dinamiche, le cause e gli effetti. La maggioranza degli interpellati non ama la Brexit e non condivide Trump. Si fida di Angela Merkel. Sarebbe il caso che, oltre ai proclami urlati, i partiti che ambiscono alla leadership tenessero conto di una maggioranza, o quasi, che fa meno rumore ed è disposta costruire, consapevole che - in genere - la paura ha le gambe corte. In giro c’è voglia di medicine per la sicurezza, come di Unione e solidarietà. Di qui bisognerebbe ripartire.
Il Fatto 18.12.17
Ma questo è un suicidio di Stato
Caporetto - La ex sede dello Stato maggiore dell’esercito in vendita per pochi spiccioli
Ma questo è un suicidio di Stato
di Salvatore Settis | 18 dicembre 2017
Pare una storia alla Houellebecq: in una capitale europea, il ministero della Difesa vuole cedere a un emiro del Golfo Persico la sede dello Stato Maggiore. Ma è quanto sta accadendo, e questa capitale è Roma. Un emendamento al bilancio di previsione dello Stato per il 2018, proposto dal ministero della Difesa l’11 dicembre (e ritirato ieri sera), prevede la cessione di beni immobili dello Stato, anche appartenenti al Demanio, a Stati esteri, con conseguente sdemanializzazione del bene venduto. “I proventi della cessione che si concluderanno entro il 31 marzo 2018 sono riassegnati allo stato di previsione del ministero interessato per le esigenze di funzionamento e di investimento”. Dietro l’apparente neutralità di questo linguaggio, si cela un abisso: la negazione di un carattere essenziale delle proprietà demaniali, la totale inalienabilità. Ma perché questo pubblico suicidio dello Stato? Il linguaggio generalizzante della legge (che deve comunque riferirsi a caserme o altri immobili di competenza della Difesa) cela un caso concreto assai particolare, anzi urgente dato che si allude a una trattativa da concludersi entro marzo 2018. Dato che lo Stato Maggiore si sposterà nella nuova sede di Centocelle, uno Stato del Golfo Persico (a quel che pare, il Qatar) avrebbe offerto di acquistare la sede di Via XX Settembre (per intenderci: a un passo dal Quirinale) per destinarla alla propria Ambasciata. E, con una sottomissione degna di miglior causa, la Difesa propone una norma che possa servire da foglia di fico di questa operazione. Il ministero, lo dice l’emendamento, ha evidentemente bisogno di introiti per non meglio specificate “esigenze di funzionamento e di investimento”. La relazione illustrativa prevede che la norma, se approvata, si estenda a tutti gli edifici pubblici, anche a immobili del demanio culturale: la procedura di cessione agli Stati esteri prevede un decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro degli Esteri e del ministro di volta in volta interessato (oggi la Difesa, domani le Infrastrutture o la Giustizia), con l’intesa del ministro dei Beni Culturali. Tutti i ministeri sono invitati da ora in poi, se hanno esigenze di bilancio, a mendicare all’estero. Impallidisce, al confronto, il fallimentare programma di cartolarizzazioni e dismissioni avviato da Tremonti e Berlusconi nel generale ludibrio. E si inaugura, se questa norma passerà, la stagione di una grande svendita dello Stato ai petrodollari. Complimenti al ministro della Difesa, che sta provando a pugnalare alle spalle il Demanio e lo Stato. Sarà per celebrare degnamente il centenario di Caporetto?
Corriere 18.12.17
«Chi sa parli, siete sul Titanic». Di Maio sfida il Pd
Il leader M5S: la commissione non serve. Ma Brunetta: ripete le frasi di Casaleggio, da noi grande lavoro
Fabrizio Caccia
ROMA «Maria Elena Boschi è solo la punta dell’iceberg», ha detto ieri il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più , su Rai3. Poi, sul blog di Beppe Grillo, ha aggiunto: «C’è un filo rosso che lega Etruria, la Boschi, le banche venete, Verdini, Berlusconi e il patto del Nazareno?». Di qui, una proposta clamorosa: «Penso che il Pd stia affondando come il Titanic — le parole di Di Maio —. E prima che affondi faccio un appello a quelli del Pd: parlateci, diteci tutto sullo scandalo banche». Oggi intanto alle 11, a palazzo San Macuto, riprende il lavoro della Commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini. Sarà audito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sul passaggio delle banche venete a Intesa Sanpaolo e sul salvataggio del Monte dei Paschi di Siena (Mps). Domani, poi, sarà il giorno del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e, mercoledì, ci sarà l’audizione di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, ancora sul caso Boschi-Banca Etruria. «Non c’è bisogno della commissione d’inchiesta», ha tuonato ieri sempre Di Maio. Così, a replicargli è stato Renato Brunetta, capogruppo dei deputati di Forza Italia e vicepresidente della Commissione banche: «Il pappagallo Di Maio ripete a memoria le frasette della Casaleggio Associati, ma noi stiamo facendo un grande lavoro e daremo tante risposte a quesiti fino a ieri irrisolti». «Mi interessa poco se è colpa solo della Boschi — la chiusa del leader della Lega, Matteo Salvini —. La verità è che 63 miliardi di euro sono stati prestati per salvare le banche di altri Paesi europei. Un governo, allora, deve andare a Bruxelles e dire: “Ora ci riprendiamo una parte dei 63 miliardi per i nostri risparmiatori”...».
Corriere 18.12.17
Incarichi ai «soliti» per 446 anni Ecco il potere nelle banche locali
di Federico Fubini
In 13 istituti sempre gli stessi nomi al vertice. E ruoli che passano di padre in figlio
M ezzo millennio per tredici cognomi: in Italia tredici piccoli banchieri locali — a volte, con l’aiuto delle loro dinastie — esprimono per la precisione 446 anni di potere sull’allocazione del credito a famiglie e imprese. Se solo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non si occupasse quasi solo di regolamenti dei conti politici, scoprirebbe forse che le cause profonde delle perdite subite dai risparmiatori non vanno cercate in qualche incontro riservato o complicità fra alte cariche istituzionali.
La pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: sono i rapporti di potere locali, ossificati e debilitati dai conflitti d’interesse resi endemici dal tempo, che congelano per decenni il governo di gran parte delle banche finite in dissesto e di molte altre.
Quando per esempio nel luglio del 2015 lascia travolto dal naufragio dell’azienda e dai suoi stessi abusi, Vincenzo Consoli guida Veneto Banca da 17 anni. Quando tre mesi dopo si dimette dalla presidenza della Popolare di Vicenza, affondato dal dissesto e dalle inchieste, Gianni Zonin ha 77 anni e gli manca poco per completare vent’anni di potere nell’istituto. A Carige Giovanni Berneschi ha regnato per un quarto di secolo — direttore generale, poi amministratore delegato — prima di lasciare a 76 anni una banca in ginocchio e subire a una condanna per associazione a delinquere.
I banchieri-matusalemme d’Italia ovviamente non finiscono qui. Sembra quasi un principiante Massimo Bianconi, che guida Banca Marche (verso il crac) per appena undici anni e mezzo. Lo sembra a confronto di Denis Verdini, per vent’anni presidente del Credito cooperativo fiorentino e di recente condannato in primo grado a 9 anni per bancarotta. E a sua volta il senatore del gruppo Ala viene battuto dal cardiologo Leopoldo Costa, per 25 anni uomo forte della Banca padovana di Campodarsego salvata in extremis ad opera della Bcc di Roma (il cui presidente, l’ottantenne Francesco Liberati, è ai vertici da quando trent’anni fa diventò direttore generale). Quasi banale in questo quadro è poi il curriculum del dentista Amedeo Piva, che nel 2014 si dimette dalla Banca del Veneziano in dissesto dopo vent’anni al timone.
Non tutti i poteri interminabili finiscono in rovina, anche se spesso coincidono con situazioni delicate. Al Credito Valtellinese, che ha in corso un maxi-aumento di capitale essenziale alla sopravvivenza, il 79enne Giovanni De Censi è ai vertici da 36 anni: direttore generale, amministratore delegato, quindi presidente e dal 2016 presidente onorario. Alla Popolare di Sondrio, più robusta, Piero Melazzini ha operato ai vertici per 45 anni prima di lasciare a 84 anni, pochi mesi prima di morire. E Enrico Fabbri ha presieduto la Popolare di Lajatico (Pisa) dal primo choc petrolifero fino a dopo la crisi dell’euro.
Spiccano poi i fenomeni dinastici del Sud. La Banca Popolare Pugliese nelle varie incarnazioni viene guidata per 80 anni da un Primiceri, il padre Giorgio o il figlio Vito. La Popolare di Bari dopo 57 anni è alla terza generazione di leadership della famiglia Jacobini. Interessante anche il caso di Banca Popolare Etica: il fondatore di 19 anni fa è l’attuale presidente Ugo Biggeri, un ingegnere ambientale che da allora ha quasi sempre ricoperto cariche di vertice nel gruppo e oggi (in potenziale conflitto d’interessi) guida anche la società di gestione del risparmio a esso collegata.
In tutto fa quasi mezzo millennio di potere, e la lista potrebbe continuare. Alcune di queste aziende si trovano in un passabile stato di salute, ma nel complesso il nesso fra la lunghezza dei mandati al vertice e i dissesti bancari sembra evidente. Il passare del tempo radica reti di clientele locali, scambi di favori fra politici, notabili e manager e credito concesso a progetti improbabili. Spesso — non sempre — ciò avviene in istituti popolari o di credito cooperativo, dove una testa vale sempre un voto e la tendenza dei presidenti a concedere prestiti facili ai propri (ri)elettori in assemblea porta poi ai default bancari. Così in Italia la ricchezza si è trasferita dai risparmiatori a certi debitori insolventi. Non a caso uno studio recente di Fabiano Schivardi, Enrico Sette e Guido Tabellini rivela ciò che era legittimo sospettare: nel Paese durante la crisi le imprese-zombie, quelle improduttive, hanno ricevuto relativamente più credito di quelle sane.
Il Fatto 18.12.17
Il Pd è allergico ai concorsi. Colata di assunti a Pompei
Emendamento, firmato da 24 dem, per stabilizzare la segreteria del parco archeologico
di Vittorio Emiliani
Siamo allo scasso dello Stato e delle sue collaudate regole col grimaldello degli emendamenti alla legge di bilancio. Cominciamo dalle regole, delicatissime in un Paese di raccomandati, per i concorsi. Improvvisamente è spuntato l’emendamento 4768/VII/1.3 presentato da ben 24 parlamentari, tutti del Pd, col quale si fanno diventare dipendenti a tempo indeterminato i componenti della segreteria tecnica del direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, senza concorso, ma soltanto con una “apposita selezione per titoli e colloquio finalizzato all’inquadramento”. Il salto a pie’ pari degli ostacoli di un concorso possono farlo quanti siano stati reclutati “a seguito di una procedura selettiva pubblica” (non un vero concorso quindi, ndr) e abbiano “prestato servizio per almeno 36 mesi presso la Segreteria tecnica di progettazione” di Pompei. Quindi un chiaro emendamento ad personas. Si tratta di 22 funzionari immessi nel 2012 per l'”emergenza Pompei”.
Ora, già al concorso interno, con varie sentenze univoche, la Corte Costituzionale ha negato legittimità per la patente violazione del principio di eguaglianza e di buon andamento della Pubblica Amministrazione oltre che del canone che impone il pubblico concorso. Figuriamoci a questa sorta di “sanatoria”. Fra l’altro gli addetti alla Segreteria tecnica hanno un contratto di lavoro autonomo che in nessun modo può essere quindi ricondotto a quello di lavoro subordinato. Ed ora invece passerebbero ad un contratto a tempo indeterminato.
Fra l’altro il ministero per i Beni Culturali sta espletando da molti mesi un maxi-concorso che, fra tante difficoltà e non poche proteste (degli archivisti, per esempio, ai quali sono riservati pochi posti): numerosi componenti della Segreteria tecnica di Pompei ora promossi vi hanno preso parte, pare, senza successo. Ovviamente gli archeologi dichiarati invece idonei al concorsone protestano in modo vibrato e chiedono di essere loro selezionati, giustamente. Fra i firmatari dell’emendamento contestato c’è la responsabile Cultura del Pd, Lucrezia Bonaccorsi, renziana di ferro (almeno fino a ieri). Quindi, una operazione dai connotati marcatamente “politici”.
Stiamo sempre più scivolando nella barbarie legislativa. L’anno scorso, dopo tre rifiuti del presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, 22 deputati Pd con la solita Bonaccorsi alla loro testa, hanno preteso e ottenuto di infilare nella legge di bilancio nientemeno che la creazione del discutibilissimo Parco Archeologico del Colosseo che ha fatto a pezzi la Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma. Senza contare che al ricco e riordinato Museo Archeologico Nazionale dell’ex Collegio Romano è stata nominata – per la prima volta nella storia gloriosa dell’archeologia romana – una storica, specialista d’arte moderna.
Quest’anno, oltre al grimaldello sui concorsi per Pompei, viene introdotto dal governo (udite) un emendamento che rispolvera le tanto discusse cartolarizzazioni di Tremonti (legge finanziaria 2005) e consente la vendita di immobili del Demanio, anche militari, ad uno Stato estero. Diventeremo un supermarket per immobiliari straniere dopo esserlo stato per industrie d’oltre confine?
di Vittorio Emiliani
Il Fatto 18.12.17
Sudafrica, l’eterna faida tra gli eredi di Mandela
L’African National Congress deve trovare il leader che governerà un Paese in crisi, corrotto e frustrato, dove all’apartheid razziale s’è sostituito quello economico
di Andrea Valdambrini
“Tutto sembra sempre impossibile, almeno finché non viene fatto”. Le parole più celebri di Nelson Mandela si cuciono perfettamente addosso al Sudafrica di oggi. Il Paese che l’eroe anti-apartheid ha visto nascere nel 1994 – e che l’arcivescovo Desmond Tutu definì significativamente Rainbow nation, nazione arcobaleno, riferendosi alla sua rinnovata proiezione verso il pluralismo – vive oggi una maturità composta di inevitabili contrasti. Il ceto politico dell’African nation congress (Anc), fattosi classe dirigente, ha formalmente superato la discriminazione etnica del governo di minoranza bianco. Eppure la presidenza di Jacob Zuma, già carismatico successore di Mandela, sembra non soltanto aver fallito nel superare di fatto le diseguaglianze economiche che dividono il Sudafrica (come già era accaduto negli anni del suo predecessore Thabo Mbeki), ma ha soprattutto esposto il Paese alla dilagante piaga della corruzione. Un terreno, quello dell’etica pubblica su cui c’è ancora davvero molto da fare. E che rischia di travolgere la presidenza Zuma in un triste e solitario declino.
In questi giorni (16-20 dicembre), l’Anc sta tenendo il meeting con cui deciderà la leadership futura del partito e con buona probabilità anche del prossimo governo del Sudafrica. A contendersela, il superfavorito attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa e la ex moglie dello stesso presidente in carica Nkosazana Dlamini-Zuma. Quest’ultima appare certamente una candidatura di prestigio: più volte ministro (della Salute durante la presidenza Mandela, successivamente degli Esteri e attualmente degli Interni) e prima donna presidente dell’Unione africana, Nkosazana sembra però svantaggiata dalla vicinanza all’ex marito, apparendo quindi come un candidato privo di discontinuità. Da parte sua, il 65enne Ramaphosa è un ex sindacalista, protagonista negli Anni 80 della lotta contro il dominio bianco, capo negoziatore dell’Anc ai tempi della transizione democratica e oggi uomo d’affari tra i più ricchi del Paese, con un patrimonio stimato in più di 600 milioni di dollari.
Nonostante il ruolo istituzionale come vice dello stesso Zuma, Ramaphosa ha il vantaggio di apparire più lontano dal presidente, un uomo politico ormai travolto dagli scandali. Solo mercoledì scorso ha perso due cause in un solo giorno, entrambe legate ad abusi di potere per stoppare indagini sulla corruzione a suo carico. Ma i guai giudiziari del presidente hanno radici antiche. Nel 2005, Zuma viene accusato di corruzione per un affare del 1999 da 5 miliardi di dollari nell’acquisto di armi da parte del governo. Le accuse vennero prima accantonate alla vigilia del suo incarico presidenziale nel 2009, poi ripresentate dalla magistratura nel 2016. Nel 2005 fu accusato di violenza sessuale su un’amica di famiglia, e poi prosciolto l’anno dopo. La sua abitazione di Nkandla – una vera e propria magione con piscina e anfiteatro privato – è divenuta sinonimo di spreco del denaro pubblico: costretto da giudici, Zuma ha risarcito i soldi sottratti per la ristrutturazione. Ma il caso che ne ha affossato la reputazione è quello dei fratelli Gupta, ricchi industriali di origine indiana i cui affari spaziano dalle miniere, all’hi-tech, dai trasporti e i media. La connessione tra il presidente e la famiglia – a cui sarebbero state aperte le porte del governo, tanto da poter dire l’ultima parola persino sulla nomina di alcuni ministri – sono talmente profonde che gli oppositori hanno inchiodato il leader a un nomignolo eloquente: quello di Zupta. Non le credenziali migliori, per chi, come lui, è di fatto erede politico di Mandela.
Come se non bastasse, anche gli indicatori macroeconomici del decennio Zuma virano al negativo. Come sottolinea il Financial Times, il tasso ufficiale di disoccupazione è salito dal 23% al 28% e 17 su 52 milioni di abitanti ricevono forme di sussidio dal governo. La Camera di commercio sudafricana lamenta una caduta dell’indice di fiducia delle imprese all’epoca delle sanzioni internazionali contro lo stato segregazionista (prima del 1994). Anche la crescita della ricchezza del Paese, che fino al 2014 aveva sempre espresso un Pil oscillante intorno a un sostenuto 3%, si è attestato negli ultimi due anni tra lo 0 e l’1%.
Conseguenza di scandali personali e di un’economia che arranca, il partito che fu di Mandela si logora al suo interno. Ma soprattutto perde consensi: se dal 1994 in poi si era sempre attestato ben oltre il 60%, nella elezioni locali dell’agosto 2016 si è dovuto accontentare del 54%, perdendo l’amministrazione di città importanti come la capitale Pretoria. Eppure non si può dire che la figura di Zuma non sia quella di un leader carismatico.
“Le colpe di cui Zuma si è reso responsabile sono molte e note. Il suo peccato originale è quello di essere arrivato al potere dopo il tecnocrate Mbeki, un politico molto amato dai mercati e dai media internazionali. Eppure oggi, alla vigilia della passaggio di consegna nel partito, che potrebbe perfino preludere a elezioni anticipate (la scadenza naturale è nel 2019), il giudizio sui suoi anni di governo deve essere equilibrato”. Ne è convinto Rocco Ronza, docente di Geoeconomia presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di Sudafrica per l’Istituto per gli studi di politica internazionale. “Negli anni della crisi mondiale, in cui la contestazione e la conflittualità sociale rischiavano di spaccare il Sudafrica, Zuma è comunque riuscito a tenere insieme un Paese in cui, sotto i suoi predecessori Mandela e Mbeki, il conflitto tra ricchi e poveri è stato privato della componente era stato in parte sganciato dalla componente razziale, ma non risolto. È stato il campione di quelle realtà meno occidentalizzate, più rurali, più povere e meno comprensibili dalle élites internazionali”.
Classe 1942, di etnia Zulu, nato poverissimo, Zuma appartiene alla generazione che ha combattuto il dominio bianco. Meno che ventenne, aderisce all’Anc e al Partito comunista, viene arrestato per cospirazione e imprigionato, passando 10 anni nella prigione di Robben Island, insieme a Nelson Mandela. Dopo anni di esilio, ritorna in patria cominciando l’ascesa che lo porterà alla guida del partito nel 2007 e a quella del Sudafrica nel 2009. Il “presidente del popolo”, come lo chiama i suoi sostenitori, si è sposato 6 volte, ha 21 figli e un’abilità oratoria travolgente. “Ma nonostante l’aspetto populista, o forse proprio perché coperto a sinistra, Zuma utilizza la crisi economica del 2008 per non modificare le politiche di apertura al grande capitale internazionale del suo predecessore Mbeki – sottolinea Ronza – rappresentando in questo senso l’uomo che ha tenuto insieme le due anime dell’African national congress: quella più socialista e l’altra legata ai mercati internazionali più di ogni altra realtà in Africa”.
A dispetto dell’apparenza da estremista, la sua abilità di mediatore emerge nei giorni del massacro di Marikana, quando nell’agosto 2012 la polizia apre il fuoco sui minatori in sciopero, facendo 34 morti. Come conseguenza, Zuma espelle dal partito Julius Malema, leader radicale che ha cavalcato la strage, e che oggi guida il partito di opposizione Economic freedom fighters (Eff). Sarà però la morte di Nelson Mandela nel dicembre 2013 ad accelerare il declino di Zuma. “È con la fine del simbolo anti-apartheid, che parte la campagna contro di lui tuttora in corso”, ragiona l’esperto dell’Ispi. “Il Sudafrica ha magistratura, stampa e imprese autonome dal governo: in questo senso viene considerata una democrazia compiuta. Ma se fino alla morte di Mandela – padre fondatore e simbolo della lotta contro l’apartheid – l’egemonia dell’Anc era fuori discussione, da quel momento in poi lo scenario ha cominciato a cambiare”.
Per aprirsi, se non a un’alternanza di governo con la Democratic alliance – partito che rappresenta le minoranze urbane di bianchi, meticci, indiani e degli indiani e anche una parte anche della nuova borghesia nera – almeno a un futuro politico più frammentato.
di Andrea Valdambrini
Il Fatto 18.12.17
De Bortoli conferma: “Su Ghizzoni vale ciò che ho già scritto”
“Esiste un inizio di un’azione civile, siamo su un piano legale e quindi non vorrei dire nulla, se non ribadire quanto scritto”. A dirlo Ferruccio De Bortoli, a Borgoricco (Padova) per ritirare il premio giornalistico “Cesco Tomaselli”, a chi gli chiede un commento sulla vicenda banche e Maria Elena Boschi. De Bortoli parla delle banche. “La responsabilità – osserva – è stata di amministratori e azionisti, ma anche di chi doveva vigilare. Le banche hanno venduto prodotti articolati e obbligazioni a rischio anche alla clientela più minuta” e questo, ricorda, “ha creato instabilità nel sistema”. “Nella storia del nostro Paese – aggiunge – l’intreccio perverso tra politica e banche ha prodotto danni, ma non è solo un fattore italiano, succede anche in altri paesi. Tedeschi e spagnoli sono stati più bravi perché hanno salvato le loro banche con i soldi pubblici”. Poi è passato all’informazione: “Uno dei peggiori difetti del giornalismo, di cui mi sento colpevole, è di essere eccessivamente conformisti. Si chiede all’informazione di non parlare di ciò che va male, perché così si fa crescere il Paese. Ma così la classe dirigente non mette mano al problema e come nel caso banche si affronta quando i danni sono irreparabili”
Repubblica 18.12.17
Intervista a Doron Rabinovici
“Ombre di fascismo nella mia Austria Il doppio passaporto è revisionismo”
di Andrea Tarquini
BERLINO “Nella Mitteleuropa noi intellettuali viviamo in eventi che 4 anni fa ritenevamo inimmaginabili”. Parla Doron Rabinovici, uno dei massimi scrittori austriaci, figura di spicco del Club repubblicano, il circolo culturale antifascista.
Nuovo governo austriaco con ministri chiave dell’ultradestra, in sintonia con autocrati polacchi, ungheresi e gli xenofobi populisti in volo in molti Paesi della Ue. Perché questa svolta profonda?
«La svolta a destra non è solo mitteleuropea o europea, è anche negli Usa. È legata al dibattito sui migranti, che però non è la vera causa. In altri tempi venivano in molti da noi, senza simili reazioni.
Le élite politiche oggi non governano piú la vita delle società.
Simbolo del malessere che ciò crea sono ora le frontiere. Anche nella prospera Austria si mobilita la gente in modo razzista con paure del futuro. Paure non tutte false: i ceti medi europei non sono più sicuri di un futuro migliore, il welfare è discreditato e sconfessato dalla globalizzazione, ciò premia chi vuole distruggerlo.
La Fpö austriaca è erede lontana dei predecessori dei nazisti.
Simbolizza ogni partito che ha gettato l’Europa in catastrofi.
Vincono coi no all’Europa comune e alla società globale».
Proprio ieri c’è stato il vertice dei partiti dell’ultradestra a Praga “per distruggere la Ue”. I partiti sovranisti minacciano l’Europa?
«La Ue fu fondata dopo la catastrofe della guerra, che ebbe le sue origini nella Mitteleuropa. Da un lato la società molteplice, dall’altro le tendenze razziste.
L’impero asburgico fu insieme impero multiculturale e prigione dei popoli. Il nazionalismo lo distrusse. La Ue ebbe fondamenta economiche per impedire nuove guerre, ma la tendenza a distruggerla per stare meglio, ognuno per sé, adesso mi sembra più forte. L’Europa ha perduto peso su scala mondiale, e la globalizzazione, come lo slogan “più Europa e apertura”, nutre la paura del declino. Anche nell’Austria cuore prospero della Mitteleuropa. Il razzismo diventa un lusso che ci si vuol concedere».
E le destre convincono?
«Sì, col protezionismo che ha sempre aspetti autoritari. La Ue è debole e ciò aiuta le destre populiste. Ci vuole più Ue con più legittimazione democratica, presto».
Come si sentono gli
intellettuali mitteleuropei ed europei oggi?
«Vivendo in eventi che ritenevamo impossibili appena 4 anni fa, da Stoccolma ad Atene, da Parigi a Varsavia. I volti sogghignanti di autocrati ammiratori di Putin o Erdogan sono lo sfondo della crisi della democrazia liberale, dei media, dello Stato di diritto. Noi scrittori possiamo solo narrare il grido, non curare il male».
Perché cade il tabù dell’antifascismo?
«Parte dell’antifascismo fu sconfessato dal crollo del giogo sovietico in parte dell’Europa. Ma la caduta annunciata del tabù ha contagiato l’Europa occidentale.
Emozioni e correnti razziste e antisemite e antidemocratiche sembravano il passato, invece erano solo rimaste in ombra. Non basta dire “mai più”: strutture autoritarie che portarono alla Catastrofe restarono dopo il 1945. Ad esempio l´Austria non ebbe il regolamento dei conti col passato vissuto dalla Germania.
Si dice che i tedeschi si salvarono guardando col pessimismo al futuro, gli austriaci guardarono con ottimismo al passato, facendo finta che Hitler fosse tedesco e Beethoven austriaco».
La doppia cittadinanza offerta dall’Austria agli altoatesini è provocazione?
«La Fpö è ispirata a un nazionalismo germanofilo, che distrugge il principio dell’Europa.
La doppia cittadinanza è diritto legittimo ma loro la negano ai turchi e la offrono ai sudtirolesi in uno spirito di revisionismo storico, non di apertura. Non è ancora tardi per difendersi, ma adesso occorre una visione di democrazia europea più forte. Ricordando anche che tradizioni antisemite sono nel DNA di forze come la Fpö, sebbene il primo bersaglio oggi siano i musulmani».
Repubblica 18.12.17
La mossa pro-palestinesi
Erdogan fa Trump e annuncia un’ambasciata turca a Gerusalemme (Est)
di Marco Ansaldo
STANBUL Quando un turco minaccia una cosa, bisogna sempre dar credito al suo proposito, che di lì a poco è sicuro seguirà. Così per Recep Tayyip Erdogan, al termine del recente vertice islamico a Istanbul convocato dopo la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ora la Turchia, annuncia il Capo dello Stato, aprirà la propria ambasciata nella parte Est della Città santa, dando seguito per prima alla rivolta dei Paesi musulmani contro la decisione americana.
« Se Allah vuole — ha detto Erdogan a Karaman, nel sud ovest dell’Anatolia, in un incontro del suo partito conservatore di ispirazione religiosa — è vicino il giorno in cui ufficialmente, con il suo permesso, apriremo lì la nostra ambasciata » . Un pizzico di retorica, forse, del resto congeniale al Sultano che sa come compiacere il proprio elettorato, ma condito di intenzioni concrete. « Il summit dell’Organizzazione dei Paesi Islamici ha già riconosciuto Gerusalemme Est capitale della Palestina. Ma non abbiamo potuto aprire la nostra ambasciata perché Gerusalemme è occupata dalle forze israeliane. Con l’aiuto di Dio ora lo faremo».
Una dichiarazione che farà scalpore, anche perché in Israele le ambasciate straniere, Turchia inclusa, hanno sede a Tel Aviv proprio a causa dello status non risolto di Gerusalemme. Ed è l’ultima reazione scatenata dalla decisione del Presidente americano.
Erdogan era stato il più acceso oppositore della mossa americana. Capitalizzando, da animale politico con grande fiuto, lo sviluppo che ne sarebbe arrivato. In modo fulmineo, mentre la Turchia si trovava esposta a critiche di vario tipo sul piano internazionale, il Sultano si è incuneato fra le incertezze degli arabi, mettendosi a capo della coalizione anti- Usa e convocando a casa il vertice dei Paesi islamici. Sotto la sua egida è uscita la dichiarazione comune del summit, che vedeva Gerusalemme Est come capitale della Palestina. La dichiarazione di ieri in Anatolia ne è un semplice corollario.
Con l’oratoria già sperimentata su molti leader europei nella recente crisi per i ministri di Ankara impediti a fare comizi preelettorali in Germania, Austria, Svizzera e Francia, Erdogan si è lanciato con identica veemenza contro Trump. La sua decisione, ha ammonito, è « una disgrazia » , « una violazione del diritto internazionale » , e il Capo della Casa Bianca il «responsabile della fine del processo di pace». Aspre poi le accuse a Israele, definito uno Stato «terrorista», «killer di bambini » , « invasore » e che agisce « in totale spregio dei diritti umani » . Nel 2010 la crisi fra Turchia e Israele eruppe con forza quando le teste di cuoio israeliane attaccarono la nave Mavi Marmara andata a portare aiuti a Gaza, con un blitz costato la vita a 10 cittadini turchi: Gerusalemme disse che era stato violato il proprio spazio marittimo, i due Paesi ruppero le relazioni diplomatiche e sulla Striscia il Sultano si guadagnò il titolo di “Re di Gaza”.
L’altro giorno a Konya, la città dei dervisci rotanti, in Anatolia, Erdogan ha promesso ancora: « Faremo di tutto in sede di Consiglio di Sicurezza Onu e nell’Assemblea Generale per annullare questa decisione illegale, disgrazia per l’intera regione. La Turchia si opporrà a chi si sente superiore alla legge». E ha aggiunto: « Siamo musulmani, non siamo mossi né da razzismo né da voglia di vendetta, ma solo da desiderio di giustizia » . È certo che il Sultano, adesso, proseguirà la sua nuova battaglia studiando nuove mosse.
Cattolici in rivolta contro il biotestamento. Nosiglia, arcivescovo di Torino, appoggia la ribellione dell’Ospedale Cottolengo e chiede l’obiezione di coscienza, mentre l’arcivescovo di Trieste Crepaldi invita a battersi di più contro la legge. Dura la reazione della senatrice democratica De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina del testo: «Nessuno può decidere la serrata di una clinica, il rifiuto dei soccorsi a chi ha registrato le sue Dat sarà considerato un reato».
L’arcivescovo di Torino: “Mai nei nostri ospedali”. La Regione: “Legge da rispettare” Dura reazione della senatrice Pd madrina del testo: “Il rifiuto sarà considerato un reato”
di F. Grignetti - A. Mondo
Per il momento sono voci isolate, ma avvisaglie di una possibile rivolta. L’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, sferza il mondo cattolico perché non si è battuto abbastanza contro il biotestamento. E l’arcivescono di Torino, Cesare Nosiglia, a sua volta, appoggia la ribellione del Cottolengo. E l’associazione “Aris Piemonte” che rappresenta i 14 presidi sanitari accreditati e privati del sistema sanitario, si schiera con l’arcivescovo. José Parrella, il presidente, è pronto a una battaglia: «Ci assumeremo tutte le nostre responsabilità e dovremo tutelarci sotto il profilo giuridico». Il caso intanto è all'attenzione del ministero della Salute e non è escluso che oggi ci sia una presa di posizione del ministro Beatrice Lorenzin.
Il senatore Carlo Giovanardi, Idea, che quel mondo lo conosce bene e che in Parlamento s’è opposto allo spasimo contro la legge, si aspetta una larga sollevazione. «Avverto - dice - il disagio fortissimo dei medici cattolici a cui non è stato concessa l’obiezione di coscienza e degli istituti religiosi, specie quelli che accolgono bambini e minori disagiati. Io non condivido nulla di questa legge. Ma se è chiaro almeno il meccanismo di un maggiorenne che lascia le sue disposizioni testamentarie, qualcuno mi deve spiegare che si fa con un bambino, magari uno di quelli assistiti dalla Lega del Filo d’Oro, che non parlano, non vedono e non sentono. Oppure quei bambini che sono inconsapevoli fin dalla nascita e sono accuditi al Cottolengo o istituti simili».
Una prima risposta viene dall’assessore alla Sanità del Piemonte, Antonio Saitta, cattolico di lungo corso: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante, ma il dibattito è finito. In democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore».
Ecco perchè «l’applicazione del provvedimento riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature». Intanto interviene il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Guido Giustetto: «La legge è molto equilibrata». E invece è molto duro Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo di Torino si pone fuori dal servizio sanitario nazionale, la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
La senatrice Emilia De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina della legge, a sua volta è indignata. «Se ci sono problemi del genere, che facciano ricorso alla Corte costituzionale. Ma il biotestamento ora è legge dello Stato e tutti sono tenuti ad osservarla. Non possono mica decidere da soli, un vescovo qui e uno lì, la serrata di una clinica. Mi sembra un intervento a gamba tesa contro una legge sostanzialmente mite e liberale. Non si obbliga nessuno; si dà una possibilità in più. E poi, chiedo, che cosa vuol dire questa serrata? Ci sarà una clinica che rifiuterà di dare soccorso a un traumatizzato grave per incidente stradale perché ha registrato le sue Dat? Qui si va sul penale».
La Stampa 18.12.17
Tutta la Cei pronta alla battaglia
“Non applicheremo una legge così”
l cardinale Bassetti: “Si garantisca libertà ai nostri reparti”
di Andrea Tornielli
Una presa di posizione unitaria e che si annuncia decisamente contraria alla legge sarà partorita dalla discussione al consiglio permanente della Cei, all’inizio del 2018. Ma s’illuderebbe chi pensasse che posizioni come quelle prese dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia siano fughe in avanti destinate a rimanere isolate. La Conferenza episcopale italiana, dal cardinale presidente Gualtiero Bassetti in giù, appare infatti compatta nell’esprimere un giudizio fortemente negativo sul biotestamento all’italiana. E la chiamata all’obiezione di coscienza nelle strutture ospedaliere cattoliche è un dato di fatto. Una decisione annunciata in anticipo proprio da Bassetti, che ai microfoni di Radio Vaticana, prima dell’approvazione della legge, aveva dichiarato: «Come Cei ci sta a cuore anche che venga riconosciuta – oltre alla possibilità di obiezione di coscienza del singolo medico – quella che riguarda le nostre strutture». Il cardinale presidente dei vescovi italiani, pur ammettendo che «non è facile stabilire a priori un confine netto che distingua accanimento terapeutico ed eutanasia», ribadiva che dar da mangiare e da bere sono «gesti essenziali», non terapie.
Giudizi ribaditi a poche ore dall’approvazione della legge da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Salute, e da don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo: «di fronte ad una richiesta di morte, se saremo messi nella condizione, non applicheremo la norma».
La nuova legge sulle DAT è stata definita «censurabile» dal vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole; «inaccettabile» dal vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi. Mentre l’ex presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, dice: «Questa legge non mi rallegra, non è un segno di civiltà».
Nella nuova Carta per gli Operatori Sanitari, pubblicata dal Vaticano a febbraio, si afferma che eventuali legalizzazioni dell’eutanasia suscitano «un grave e preciso obbligo di opporsi mediante obiezione di coscienza». In quello stesso testo si legge pure che «la nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio». E questo evidentemente lascia aperta la possibilità che possano essere sospese in qualche caso.
Un mese fa sul tema del fine vita era intervenuto Papa Francesco, con parole chiare sul no all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico, in una lettera indirizzata a un convegno internazionale sul fine vita in corso in Vaticano. Parole che vennero considerate una svolta aperturista, anche perché negli ultimi decenni diverse voci cattoliche non avevano più sottolineato questo aspetto tradizionale del magistero, finendo per far credere all’opinione pubblica che il rischio dell’accanimento terapeutico quasi non esista.
Se il fronte episcopale appare compatto, qualche voce diversa si leva a livello di esperti. La sezione di Milano dell’Associazione medici cattolici italiani ha affermato che in base all’articolo 5 della legge «l’obiezione del medico non si pone perché il medico può disattendere le DAT quando sono palesemente incongrue». Dunque, sarebbe garantita la sua libertà professionale e di coscienza. Mentre Francesco D’Agostino, il giurista cattolico esperto di bioetica, dalle colonne del Sole 24Ore ha definito «pregiudizi infondati» molte delle critiche rivolte alla legge.
La Stampa 18.12.17
“Fine vita, gli ospedali cattolici non possono violare la legge”
La Regione risponde all’arcivescovo. A rischio i fondi pubblici
di Alessandro Mondo
«Siamo allineati e coperti». Dicono proprio così dall’Aris, l’Associazione che in Piemonte rappresenta le strutture sanitarie religiose convenzionate o meno con il servizio sanitario pubblico. Allineati con l’Aris nazionale, con monsignor Cesare Nosiglia, il quale ha espressamente invitato i presidi cattolici a fare obiezione alla legge sul biotestamento. E prima ancora con don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, protagonista della prima levata di scudi. Una presa di posizione netta, costi quello che costi: anche verso la Regione, decisa a non ammettere deroghe all’applicazione del provvedimento.
Levata di scudi
Non che a José Parrella, presidente di Aris Piemonte, sfuggano le implicazioni di questa decisione: «Ci assumeremo tutte le responsabilità, e naturalmente dovremo tutelarci sotto il profilo giudiziario». Il rischio sono possibili cause, e processi. Ma per le strutture accreditate in ballo potrebbe esserci anche il convenzionamento con il servizio sanitario pubblico, che a fronte di un certo numero di prestazioni copre una quota consistente del budget dei presidi in questione. E questo, nonostante all’Aris non sfugga un altro particolare: il valore dei circa 2.500 posti-letto garantiti dalle strutture private, ai vari livelli; una valvola di sfogo di cui nemmeno la Sanità piemontese, che pure rispetto ad altre Regioni (in primis la Lombardia) ha sempre avuto un impianto essenzialmente pubblico, può permettersi di fare a meno. In Piemonte parliamo di 14 strutture, tra clinica e Rsa, nelle quali lavorano 2.700 operatori (300 dei quali medici), con un fatturato di circa 200 milioni l’anno. Quattro sono a Torino: Cottolengo, Koelliker, San Camillo, Don Gnocchi, Clinica Mayor.
La sanità cattolica
«Il mondo sanitario cattolico rappresenta la storia della Sanità piemontese», sottolinea Parrella, convinto della necessità di fare obiezione e del fatto che «nemmeno la Sanità pubblica può permettersi uno scontro ideologico: come per tutte le cose, serve un punto di incontro». Difficile capire quale potrebbe essere: «Avevamo chiesto alla Regione di individuare strutture pubbliche dove assolvere al disposto della legge così da permettere alle nostre di fare obiezione ma non se ne è fatto nulla»». E adesso? «Vedremo. Dato l’orientamento religioso delle nostre strutture probabilmente ci sarà una selezione all’origine, parlo dell’afflusso dei pazienti. In ogni caso, per noi sarebbe impossibile, anche a livello materiale, assolvere alla legge: i nostri medici condividono i nostri valori».
Parole destinate ad innescare nuove reazioni dopo quella di Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo si pone fuori dal servizio sanitario nazionale la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
Altolà della Regione
L’assessore Antonio Saitta, cattolico di lungo corso, non ammette deroghe: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante ma il dibattito è finito, in democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore». Il dibattito è naturale ma la legge si è posta solo lo scopo di umanizzare il morire e dice no all’accanimento terapeutico e all’abbandono. Eutanasia e suicidio assistito rimangono non consentiti».
Insomma: «Si rimette al centro, anche nel consenso informato, la relazione tra medico, sanitari e paziente, e si stabilisce un percorso di pianificazione condivisa delle cure quando si entra in una malattia degenerativa grave». Ecco perchè «l’applicazione della legge riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature, per questo tutti devono entrare in questa logica».
La Stampa 18.12.17
La paura che alimenta il populismo
di Marco Zatterin
La paura è il miglior nemico dell’uomo, ma anche un compagno di viaggio frequente e un consigliere inaffidabile. Alimenta le decisioni meno ragionate e, in assenza di risposte adeguate, è la madre che aggiunge timore ai timori, provocando rabbia contro avversari spesso falsi come le notizie che li raccontano.
È la paura che fomenta i populismi; è la sensazione diffusa di insicurezza e incertezza che governi e parlamenti faticano ad affrontare. È la molla della rivolta: i terremoti della politica, e della società, nascono nella paura che fa credere nel cambiamento da scatenare a ogni costo, esigenza che diffonde instabilità perché, nel mondo veloce e complesso, se non si guarda lontano, non si risolve alcuna incognita.
Nella confusione degli approcci e delle idee è facile avere la sensazione che esista un fronte monolitico populista che si batte nel nome del «tutti contro tutto». L’indagine congiunta La Stampa-Financial Times rivela che le cose stanno altrimenti, che c’è un pubblico che sa reagire e distingue.
Si scopre che a turbare i sonni degli italiani è l’arrivo dei migranti più che l’euro e l’integrazione comunitaria; si vede anche che il desiderio di costruire un Paese multietnico batte (di poco) la convinzione che le migrazioni siano una minaccia. Chi ragiona, evita il «no» di pancia. Ma vorrebbe comunque essere convinto che, per quanto possibile, le sue paure non hanno ragione di esistere.
La vittoria degli ultraconservatori austriaci è la fotografia istantanea della tempesta che può colpire l’Italia e non solo. Il Paese sta bene (al meglio), ma gli elettori non sono persuasi che continuerà. I leader che a Vienna e dintorni hanno fatto leva sulla paura hanno vinto. Per affermarsi hanno cavalcato la paura dell’«altro», quello che «arriva, porta violenza e brucia posti di lavoro». Hanno parlato allo stomaco e non alle teste, ostentando rimedi che probabilmente non avranno effetti. Hanno annunciato grandi manovre (mai fatte) al Brennero e ora titillano gli altoatesini, promettendo che «fermeremo noi i migranti». Non li fermeranno, sia chiaro. Ma ognuno crede a quello che vuole, quando ha paura. Anche all’inutile.
Le voci degli oltre mille e cento italiani che hanno interloquito con La Stampa e il FT illustrano il contesto e invitano a confrontarsi. Certo, la paura dei migranti è ben radicata, ma lo è quanto la consapevolezza che il fenomeno sia più grande di noi e non serva attaccarlo costruendo muri. Appare evidente la percezione dell’Europa come elemento che può risolvere la crisi sociale ed economica, e non come il contrario. La quarta rivoluzione industriale insieme con la globalizzazione ha riscritto radicalmente le regole del gioco. Come le false notizie che perdono capacità di attrazione, anche le false politiche possono essere sbaragliate. Il falso movimento va svelato.
Occorre affrontare l’ira con logica e calma. Nelle strade c’è anche un popolo impaurito, spesso confuso. Per cambiare la storia bisogna dire la verità, per quanto dolorosa. Vanno spiegate le dinamiche, le cause e gli effetti. La maggioranza degli interpellati non ama la Brexit e non condivide Trump. Si fida di Angela Merkel. Sarebbe il caso che, oltre ai proclami urlati, i partiti che ambiscono alla leadership tenessero conto di una maggioranza, o quasi, che fa meno rumore ed è disposta costruire, consapevole che - in genere - la paura ha le gambe corte. In giro c’è voglia di medicine per la sicurezza, come di Unione e solidarietà. Di qui bisognerebbe ripartire.
Il Fatto 18.12.17
Ma questo è un suicidio di Stato
Caporetto - La ex sede dello Stato maggiore dell’esercito in vendita per pochi spiccioli
Ma questo è un suicidio di Stato
di Salvatore Settis | 18 dicembre 2017
Pare una storia alla Houellebecq: in una capitale europea, il ministero della Difesa vuole cedere a un emiro del Golfo Persico la sede dello Stato Maggiore. Ma è quanto sta accadendo, e questa capitale è Roma. Un emendamento al bilancio di previsione dello Stato per il 2018, proposto dal ministero della Difesa l’11 dicembre (e ritirato ieri sera), prevede la cessione di beni immobili dello Stato, anche appartenenti al Demanio, a Stati esteri, con conseguente sdemanializzazione del bene venduto. “I proventi della cessione che si concluderanno entro il 31 marzo 2018 sono riassegnati allo stato di previsione del ministero interessato per le esigenze di funzionamento e di investimento”. Dietro l’apparente neutralità di questo linguaggio, si cela un abisso: la negazione di un carattere essenziale delle proprietà demaniali, la totale inalienabilità. Ma perché questo pubblico suicidio dello Stato? Il linguaggio generalizzante della legge (che deve comunque riferirsi a caserme o altri immobili di competenza della Difesa) cela un caso concreto assai particolare, anzi urgente dato che si allude a una trattativa da concludersi entro marzo 2018. Dato che lo Stato Maggiore si sposterà nella nuova sede di Centocelle, uno Stato del Golfo Persico (a quel che pare, il Qatar) avrebbe offerto di acquistare la sede di Via XX Settembre (per intenderci: a un passo dal Quirinale) per destinarla alla propria Ambasciata. E, con una sottomissione degna di miglior causa, la Difesa propone una norma che possa servire da foglia di fico di questa operazione. Il ministero, lo dice l’emendamento, ha evidentemente bisogno di introiti per non meglio specificate “esigenze di funzionamento e di investimento”. La relazione illustrativa prevede che la norma, se approvata, si estenda a tutti gli edifici pubblici, anche a immobili del demanio culturale: la procedura di cessione agli Stati esteri prevede un decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro degli Esteri e del ministro di volta in volta interessato (oggi la Difesa, domani le Infrastrutture o la Giustizia), con l’intesa del ministro dei Beni Culturali. Tutti i ministeri sono invitati da ora in poi, se hanno esigenze di bilancio, a mendicare all’estero. Impallidisce, al confronto, il fallimentare programma di cartolarizzazioni e dismissioni avviato da Tremonti e Berlusconi nel generale ludibrio. E si inaugura, se questa norma passerà, la stagione di una grande svendita dello Stato ai petrodollari. Complimenti al ministro della Difesa, che sta provando a pugnalare alle spalle il Demanio e lo Stato. Sarà per celebrare degnamente il centenario di Caporetto?
Corriere 18.12.17
«Chi sa parli, siete sul Titanic». Di Maio sfida il Pd
Il leader M5S: la commissione non serve. Ma Brunetta: ripete le frasi di Casaleggio, da noi grande lavoro
Fabrizio Caccia
ROMA «Maria Elena Boschi è solo la punta dell’iceberg», ha detto ieri il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più , su Rai3. Poi, sul blog di Beppe Grillo, ha aggiunto: «C’è un filo rosso che lega Etruria, la Boschi, le banche venete, Verdini, Berlusconi e il patto del Nazareno?». Di qui, una proposta clamorosa: «Penso che il Pd stia affondando come il Titanic — le parole di Di Maio —. E prima che affondi faccio un appello a quelli del Pd: parlateci, diteci tutto sullo scandalo banche». Oggi intanto alle 11, a palazzo San Macuto, riprende il lavoro della Commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini. Sarà audito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sul passaggio delle banche venete a Intesa Sanpaolo e sul salvataggio del Monte dei Paschi di Siena (Mps). Domani, poi, sarà il giorno del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e, mercoledì, ci sarà l’audizione di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, ancora sul caso Boschi-Banca Etruria. «Non c’è bisogno della commissione d’inchiesta», ha tuonato ieri sempre Di Maio. Così, a replicargli è stato Renato Brunetta, capogruppo dei deputati di Forza Italia e vicepresidente della Commissione banche: «Il pappagallo Di Maio ripete a memoria le frasette della Casaleggio Associati, ma noi stiamo facendo un grande lavoro e daremo tante risposte a quesiti fino a ieri irrisolti». «Mi interessa poco se è colpa solo della Boschi — la chiusa del leader della Lega, Matteo Salvini —. La verità è che 63 miliardi di euro sono stati prestati per salvare le banche di altri Paesi europei. Un governo, allora, deve andare a Bruxelles e dire: “Ora ci riprendiamo una parte dei 63 miliardi per i nostri risparmiatori”...».
Corriere 18.12.17
Incarichi ai «soliti» per 446 anni Ecco il potere nelle banche locali
di Federico Fubini
In 13 istituti sempre gli stessi nomi al vertice. E ruoli che passano di padre in figlio
M ezzo millennio per tredici cognomi: in Italia tredici piccoli banchieri locali — a volte, con l’aiuto delle loro dinastie — esprimono per la precisione 446 anni di potere sull’allocazione del credito a famiglie e imprese. Se solo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non si occupasse quasi solo di regolamenti dei conti politici, scoprirebbe forse che le cause profonde delle perdite subite dai risparmiatori non vanno cercate in qualche incontro riservato o complicità fra alte cariche istituzionali.
La pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: sono i rapporti di potere locali, ossificati e debilitati dai conflitti d’interesse resi endemici dal tempo, che congelano per decenni il governo di gran parte delle banche finite in dissesto e di molte altre.
Quando per esempio nel luglio del 2015 lascia travolto dal naufragio dell’azienda e dai suoi stessi abusi, Vincenzo Consoli guida Veneto Banca da 17 anni. Quando tre mesi dopo si dimette dalla presidenza della Popolare di Vicenza, affondato dal dissesto e dalle inchieste, Gianni Zonin ha 77 anni e gli manca poco per completare vent’anni di potere nell’istituto. A Carige Giovanni Berneschi ha regnato per un quarto di secolo — direttore generale, poi amministratore delegato — prima di lasciare a 76 anni una banca in ginocchio e subire a una condanna per associazione a delinquere.
I banchieri-matusalemme d’Italia ovviamente non finiscono qui. Sembra quasi un principiante Massimo Bianconi, che guida Banca Marche (verso il crac) per appena undici anni e mezzo. Lo sembra a confronto di Denis Verdini, per vent’anni presidente del Credito cooperativo fiorentino e di recente condannato in primo grado a 9 anni per bancarotta. E a sua volta il senatore del gruppo Ala viene battuto dal cardiologo Leopoldo Costa, per 25 anni uomo forte della Banca padovana di Campodarsego salvata in extremis ad opera della Bcc di Roma (il cui presidente, l’ottantenne Francesco Liberati, è ai vertici da quando trent’anni fa diventò direttore generale). Quasi banale in questo quadro è poi il curriculum del dentista Amedeo Piva, che nel 2014 si dimette dalla Banca del Veneziano in dissesto dopo vent’anni al timone.
Non tutti i poteri interminabili finiscono in rovina, anche se spesso coincidono con situazioni delicate. Al Credito Valtellinese, che ha in corso un maxi-aumento di capitale essenziale alla sopravvivenza, il 79enne Giovanni De Censi è ai vertici da 36 anni: direttore generale, amministratore delegato, quindi presidente e dal 2016 presidente onorario. Alla Popolare di Sondrio, più robusta, Piero Melazzini ha operato ai vertici per 45 anni prima di lasciare a 84 anni, pochi mesi prima di morire. E Enrico Fabbri ha presieduto la Popolare di Lajatico (Pisa) dal primo choc petrolifero fino a dopo la crisi dell’euro.
Spiccano poi i fenomeni dinastici del Sud. La Banca Popolare Pugliese nelle varie incarnazioni viene guidata per 80 anni da un Primiceri, il padre Giorgio o il figlio Vito. La Popolare di Bari dopo 57 anni è alla terza generazione di leadership della famiglia Jacobini. Interessante anche il caso di Banca Popolare Etica: il fondatore di 19 anni fa è l’attuale presidente Ugo Biggeri, un ingegnere ambientale che da allora ha quasi sempre ricoperto cariche di vertice nel gruppo e oggi (in potenziale conflitto d’interessi) guida anche la società di gestione del risparmio a esso collegata.
In tutto fa quasi mezzo millennio di potere, e la lista potrebbe continuare. Alcune di queste aziende si trovano in un passabile stato di salute, ma nel complesso il nesso fra la lunghezza dei mandati al vertice e i dissesti bancari sembra evidente. Il passare del tempo radica reti di clientele locali, scambi di favori fra politici, notabili e manager e credito concesso a progetti improbabili. Spesso — non sempre — ciò avviene in istituti popolari o di credito cooperativo, dove una testa vale sempre un voto e la tendenza dei presidenti a concedere prestiti facili ai propri (ri)elettori in assemblea porta poi ai default bancari. Così in Italia la ricchezza si è trasferita dai risparmiatori a certi debitori insolventi. Non a caso uno studio recente di Fabiano Schivardi, Enrico Sette e Guido Tabellini rivela ciò che era legittimo sospettare: nel Paese durante la crisi le imprese-zombie, quelle improduttive, hanno ricevuto relativamente più credito di quelle sane.
Il Fatto 18.12.17
Il Pd è allergico ai concorsi. Colata di assunti a Pompei
Emendamento, firmato da 24 dem, per stabilizzare la segreteria del parco archeologico
di Vittorio Emiliani
Siamo allo scasso dello Stato e delle sue collaudate regole col grimaldello degli emendamenti alla legge di bilancio. Cominciamo dalle regole, delicatissime in un Paese di raccomandati, per i concorsi. Improvvisamente è spuntato l’emendamento 4768/VII/1.3 presentato da ben 24 parlamentari, tutti del Pd, col quale si fanno diventare dipendenti a tempo indeterminato i componenti della segreteria tecnica del direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, senza concorso, ma soltanto con una “apposita selezione per titoli e colloquio finalizzato all’inquadramento”. Il salto a pie’ pari degli ostacoli di un concorso possono farlo quanti siano stati reclutati “a seguito di una procedura selettiva pubblica” (non un vero concorso quindi, ndr) e abbiano “prestato servizio per almeno 36 mesi presso la Segreteria tecnica di progettazione” di Pompei. Quindi un chiaro emendamento ad personas. Si tratta di 22 funzionari immessi nel 2012 per l'”emergenza Pompei”.
Ora, già al concorso interno, con varie sentenze univoche, la Corte Costituzionale ha negato legittimità per la patente violazione del principio di eguaglianza e di buon andamento della Pubblica Amministrazione oltre che del canone che impone il pubblico concorso. Figuriamoci a questa sorta di “sanatoria”. Fra l’altro gli addetti alla Segreteria tecnica hanno un contratto di lavoro autonomo che in nessun modo può essere quindi ricondotto a quello di lavoro subordinato. Ed ora invece passerebbero ad un contratto a tempo indeterminato.
Fra l’altro il ministero per i Beni Culturali sta espletando da molti mesi un maxi-concorso che, fra tante difficoltà e non poche proteste (degli archivisti, per esempio, ai quali sono riservati pochi posti): numerosi componenti della Segreteria tecnica di Pompei ora promossi vi hanno preso parte, pare, senza successo. Ovviamente gli archeologi dichiarati invece idonei al concorsone protestano in modo vibrato e chiedono di essere loro selezionati, giustamente. Fra i firmatari dell’emendamento contestato c’è la responsabile Cultura del Pd, Lucrezia Bonaccorsi, renziana di ferro (almeno fino a ieri). Quindi, una operazione dai connotati marcatamente “politici”.
Stiamo sempre più scivolando nella barbarie legislativa. L’anno scorso, dopo tre rifiuti del presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, 22 deputati Pd con la solita Bonaccorsi alla loro testa, hanno preteso e ottenuto di infilare nella legge di bilancio nientemeno che la creazione del discutibilissimo Parco Archeologico del Colosseo che ha fatto a pezzi la Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma. Senza contare che al ricco e riordinato Museo Archeologico Nazionale dell’ex Collegio Romano è stata nominata – per la prima volta nella storia gloriosa dell’archeologia romana – una storica, specialista d’arte moderna.
Quest’anno, oltre al grimaldello sui concorsi per Pompei, viene introdotto dal governo (udite) un emendamento che rispolvera le tanto discusse cartolarizzazioni di Tremonti (legge finanziaria 2005) e consente la vendita di immobili del Demanio, anche militari, ad uno Stato estero. Diventeremo un supermarket per immobiliari straniere dopo esserlo stato per industrie d’oltre confine?
di Vittorio Emiliani
Il Fatto 18.12.17
Sudafrica, l’eterna faida tra gli eredi di Mandela
L’African National Congress deve trovare il leader che governerà un Paese in crisi, corrotto e frustrato, dove all’apartheid razziale s’è sostituito quello economico
di Andrea Valdambrini
“Tutto sembra sempre impossibile, almeno finché non viene fatto”. Le parole più celebri di Nelson Mandela si cuciono perfettamente addosso al Sudafrica di oggi. Il Paese che l’eroe anti-apartheid ha visto nascere nel 1994 – e che l’arcivescovo Desmond Tutu definì significativamente Rainbow nation, nazione arcobaleno, riferendosi alla sua rinnovata proiezione verso il pluralismo – vive oggi una maturità composta di inevitabili contrasti. Il ceto politico dell’African nation congress (Anc), fattosi classe dirigente, ha formalmente superato la discriminazione etnica del governo di minoranza bianco. Eppure la presidenza di Jacob Zuma, già carismatico successore di Mandela, sembra non soltanto aver fallito nel superare di fatto le diseguaglianze economiche che dividono il Sudafrica (come già era accaduto negli anni del suo predecessore Thabo Mbeki), ma ha soprattutto esposto il Paese alla dilagante piaga della corruzione. Un terreno, quello dell’etica pubblica su cui c’è ancora davvero molto da fare. E che rischia di travolgere la presidenza Zuma in un triste e solitario declino.
In questi giorni (16-20 dicembre), l’Anc sta tenendo il meeting con cui deciderà la leadership futura del partito e con buona probabilità anche del prossimo governo del Sudafrica. A contendersela, il superfavorito attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa e la ex moglie dello stesso presidente in carica Nkosazana Dlamini-Zuma. Quest’ultima appare certamente una candidatura di prestigio: più volte ministro (della Salute durante la presidenza Mandela, successivamente degli Esteri e attualmente degli Interni) e prima donna presidente dell’Unione africana, Nkosazana sembra però svantaggiata dalla vicinanza all’ex marito, apparendo quindi come un candidato privo di discontinuità. Da parte sua, il 65enne Ramaphosa è un ex sindacalista, protagonista negli Anni 80 della lotta contro il dominio bianco, capo negoziatore dell’Anc ai tempi della transizione democratica e oggi uomo d’affari tra i più ricchi del Paese, con un patrimonio stimato in più di 600 milioni di dollari.
Nonostante il ruolo istituzionale come vice dello stesso Zuma, Ramaphosa ha il vantaggio di apparire più lontano dal presidente, un uomo politico ormai travolto dagli scandali. Solo mercoledì scorso ha perso due cause in un solo giorno, entrambe legate ad abusi di potere per stoppare indagini sulla corruzione a suo carico. Ma i guai giudiziari del presidente hanno radici antiche. Nel 2005, Zuma viene accusato di corruzione per un affare del 1999 da 5 miliardi di dollari nell’acquisto di armi da parte del governo. Le accuse vennero prima accantonate alla vigilia del suo incarico presidenziale nel 2009, poi ripresentate dalla magistratura nel 2016. Nel 2005 fu accusato di violenza sessuale su un’amica di famiglia, e poi prosciolto l’anno dopo. La sua abitazione di Nkandla – una vera e propria magione con piscina e anfiteatro privato – è divenuta sinonimo di spreco del denaro pubblico: costretto da giudici, Zuma ha risarcito i soldi sottratti per la ristrutturazione. Ma il caso che ne ha affossato la reputazione è quello dei fratelli Gupta, ricchi industriali di origine indiana i cui affari spaziano dalle miniere, all’hi-tech, dai trasporti e i media. La connessione tra il presidente e la famiglia – a cui sarebbero state aperte le porte del governo, tanto da poter dire l’ultima parola persino sulla nomina di alcuni ministri – sono talmente profonde che gli oppositori hanno inchiodato il leader a un nomignolo eloquente: quello di Zupta. Non le credenziali migliori, per chi, come lui, è di fatto erede politico di Mandela.
Come se non bastasse, anche gli indicatori macroeconomici del decennio Zuma virano al negativo. Come sottolinea il Financial Times, il tasso ufficiale di disoccupazione è salito dal 23% al 28% e 17 su 52 milioni di abitanti ricevono forme di sussidio dal governo. La Camera di commercio sudafricana lamenta una caduta dell’indice di fiducia delle imprese all’epoca delle sanzioni internazionali contro lo stato segregazionista (prima del 1994). Anche la crescita della ricchezza del Paese, che fino al 2014 aveva sempre espresso un Pil oscillante intorno a un sostenuto 3%, si è attestato negli ultimi due anni tra lo 0 e l’1%.
Conseguenza di scandali personali e di un’economia che arranca, il partito che fu di Mandela si logora al suo interno. Ma soprattutto perde consensi: se dal 1994 in poi si era sempre attestato ben oltre il 60%, nella elezioni locali dell’agosto 2016 si è dovuto accontentare del 54%, perdendo l’amministrazione di città importanti come la capitale Pretoria. Eppure non si può dire che la figura di Zuma non sia quella di un leader carismatico.
“Le colpe di cui Zuma si è reso responsabile sono molte e note. Il suo peccato originale è quello di essere arrivato al potere dopo il tecnocrate Mbeki, un politico molto amato dai mercati e dai media internazionali. Eppure oggi, alla vigilia della passaggio di consegna nel partito, che potrebbe perfino preludere a elezioni anticipate (la scadenza naturale è nel 2019), il giudizio sui suoi anni di governo deve essere equilibrato”. Ne è convinto Rocco Ronza, docente di Geoeconomia presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di Sudafrica per l’Istituto per gli studi di politica internazionale. “Negli anni della crisi mondiale, in cui la contestazione e la conflittualità sociale rischiavano di spaccare il Sudafrica, Zuma è comunque riuscito a tenere insieme un Paese in cui, sotto i suoi predecessori Mandela e Mbeki, il conflitto tra ricchi e poveri è stato privato della componente era stato in parte sganciato dalla componente razziale, ma non risolto. È stato il campione di quelle realtà meno occidentalizzate, più rurali, più povere e meno comprensibili dalle élites internazionali”.
Classe 1942, di etnia Zulu, nato poverissimo, Zuma appartiene alla generazione che ha combattuto il dominio bianco. Meno che ventenne, aderisce all’Anc e al Partito comunista, viene arrestato per cospirazione e imprigionato, passando 10 anni nella prigione di Robben Island, insieme a Nelson Mandela. Dopo anni di esilio, ritorna in patria cominciando l’ascesa che lo porterà alla guida del partito nel 2007 e a quella del Sudafrica nel 2009. Il “presidente del popolo”, come lo chiama i suoi sostenitori, si è sposato 6 volte, ha 21 figli e un’abilità oratoria travolgente. “Ma nonostante l’aspetto populista, o forse proprio perché coperto a sinistra, Zuma utilizza la crisi economica del 2008 per non modificare le politiche di apertura al grande capitale internazionale del suo predecessore Mbeki – sottolinea Ronza – rappresentando in questo senso l’uomo che ha tenuto insieme le due anime dell’African national congress: quella più socialista e l’altra legata ai mercati internazionali più di ogni altra realtà in Africa”.
A dispetto dell’apparenza da estremista, la sua abilità di mediatore emerge nei giorni del massacro di Marikana, quando nell’agosto 2012 la polizia apre il fuoco sui minatori in sciopero, facendo 34 morti. Come conseguenza, Zuma espelle dal partito Julius Malema, leader radicale che ha cavalcato la strage, e che oggi guida il partito di opposizione Economic freedom fighters (Eff). Sarà però la morte di Nelson Mandela nel dicembre 2013 ad accelerare il declino di Zuma. “È con la fine del simbolo anti-apartheid, che parte la campagna contro di lui tuttora in corso”, ragiona l’esperto dell’Ispi. “Il Sudafrica ha magistratura, stampa e imprese autonome dal governo: in questo senso viene considerata una democrazia compiuta. Ma se fino alla morte di Mandela – padre fondatore e simbolo della lotta contro l’apartheid – l’egemonia dell’Anc era fuori discussione, da quel momento in poi lo scenario ha cominciato a cambiare”.
Per aprirsi, se non a un’alternanza di governo con la Democratic alliance – partito che rappresenta le minoranze urbane di bianchi, meticci, indiani e degli indiani e anche una parte anche della nuova borghesia nera – almeno a un futuro politico più frammentato.
di Andrea Valdambrini
Il Fatto 18.12.17
De Bortoli conferma: “Su Ghizzoni vale ciò che ho già scritto”
“Esiste un inizio di un’azione civile, siamo su un piano legale e quindi non vorrei dire nulla, se non ribadire quanto scritto”. A dirlo Ferruccio De Bortoli, a Borgoricco (Padova) per ritirare il premio giornalistico “Cesco Tomaselli”, a chi gli chiede un commento sulla vicenda banche e Maria Elena Boschi. De Bortoli parla delle banche. “La responsabilità – osserva – è stata di amministratori e azionisti, ma anche di chi doveva vigilare. Le banche hanno venduto prodotti articolati e obbligazioni a rischio anche alla clientela più minuta” e questo, ricorda, “ha creato instabilità nel sistema”. “Nella storia del nostro Paese – aggiunge – l’intreccio perverso tra politica e banche ha prodotto danni, ma non è solo un fattore italiano, succede anche in altri paesi. Tedeschi e spagnoli sono stati più bravi perché hanno salvato le loro banche con i soldi pubblici”. Poi è passato all’informazione: “Uno dei peggiori difetti del giornalismo, di cui mi sento colpevole, è di essere eccessivamente conformisti. Si chiede all’informazione di non parlare di ciò che va male, perché così si fa crescere il Paese. Ma così la classe dirigente non mette mano al problema e come nel caso banche si affronta quando i danni sono irreparabili”
Repubblica 18.12.17
Intervista a Doron Rabinovici
“Ombre di fascismo nella mia Austria Il doppio passaporto è revisionismo”
di Andrea Tarquini
BERLINO “Nella Mitteleuropa noi intellettuali viviamo in eventi che 4 anni fa ritenevamo inimmaginabili”. Parla Doron Rabinovici, uno dei massimi scrittori austriaci, figura di spicco del Club repubblicano, il circolo culturale antifascista.
Nuovo governo austriaco con ministri chiave dell’ultradestra, in sintonia con autocrati polacchi, ungheresi e gli xenofobi populisti in volo in molti Paesi della Ue. Perché questa svolta profonda?
«La svolta a destra non è solo mitteleuropea o europea, è anche negli Usa. È legata al dibattito sui migranti, che però non è la vera causa. In altri tempi venivano in molti da noi, senza simili reazioni.
Le élite politiche oggi non governano piú la vita delle società.
Simbolo del malessere che ciò crea sono ora le frontiere. Anche nella prospera Austria si mobilita la gente in modo razzista con paure del futuro. Paure non tutte false: i ceti medi europei non sono più sicuri di un futuro migliore, il welfare è discreditato e sconfessato dalla globalizzazione, ciò premia chi vuole distruggerlo.
La Fpö austriaca è erede lontana dei predecessori dei nazisti.
Simbolizza ogni partito che ha gettato l’Europa in catastrofi.
Vincono coi no all’Europa comune e alla società globale».
Proprio ieri c’è stato il vertice dei partiti dell’ultradestra a Praga “per distruggere la Ue”. I partiti sovranisti minacciano l’Europa?
«La Ue fu fondata dopo la catastrofe della guerra, che ebbe le sue origini nella Mitteleuropa. Da un lato la società molteplice, dall’altro le tendenze razziste.
L’impero asburgico fu insieme impero multiculturale e prigione dei popoli. Il nazionalismo lo distrusse. La Ue ebbe fondamenta economiche per impedire nuove guerre, ma la tendenza a distruggerla per stare meglio, ognuno per sé, adesso mi sembra più forte. L’Europa ha perduto peso su scala mondiale, e la globalizzazione, come lo slogan “più Europa e apertura”, nutre la paura del declino. Anche nell’Austria cuore prospero della Mitteleuropa. Il razzismo diventa un lusso che ci si vuol concedere».
E le destre convincono?
«Sì, col protezionismo che ha sempre aspetti autoritari. La Ue è debole e ciò aiuta le destre populiste. Ci vuole più Ue con più legittimazione democratica, presto».
Come si sentono gli
intellettuali mitteleuropei ed europei oggi?
«Vivendo in eventi che ritenevamo impossibili appena 4 anni fa, da Stoccolma ad Atene, da Parigi a Varsavia. I volti sogghignanti di autocrati ammiratori di Putin o Erdogan sono lo sfondo della crisi della democrazia liberale, dei media, dello Stato di diritto. Noi scrittori possiamo solo narrare il grido, non curare il male».
Perché cade il tabù dell’antifascismo?
«Parte dell’antifascismo fu sconfessato dal crollo del giogo sovietico in parte dell’Europa. Ma la caduta annunciata del tabù ha contagiato l’Europa occidentale.
Emozioni e correnti razziste e antisemite e antidemocratiche sembravano il passato, invece erano solo rimaste in ombra. Non basta dire “mai più”: strutture autoritarie che portarono alla Catastrofe restarono dopo il 1945. Ad esempio l´Austria non ebbe il regolamento dei conti col passato vissuto dalla Germania.
Si dice che i tedeschi si salvarono guardando col pessimismo al futuro, gli austriaci guardarono con ottimismo al passato, facendo finta che Hitler fosse tedesco e Beethoven austriaco».
La doppia cittadinanza offerta dall’Austria agli altoatesini è provocazione?
«La Fpö è ispirata a un nazionalismo germanofilo, che distrugge il principio dell’Europa.
La doppia cittadinanza è diritto legittimo ma loro la negano ai turchi e la offrono ai sudtirolesi in uno spirito di revisionismo storico, non di apertura. Non è ancora tardi per difendersi, ma adesso occorre una visione di democrazia europea più forte. Ricordando anche che tradizioni antisemite sono nel DNA di forze come la Fpö, sebbene il primo bersaglio oggi siano i musulmani».
Repubblica 18.12.17
La mossa pro-palestinesi
Erdogan fa Trump e annuncia un’ambasciata turca a Gerusalemme (Est)
di Marco Ansaldo
STANBUL Quando un turco minaccia una cosa, bisogna sempre dar credito al suo proposito, che di lì a poco è sicuro seguirà. Così per Recep Tayyip Erdogan, al termine del recente vertice islamico a Istanbul convocato dopo la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ora la Turchia, annuncia il Capo dello Stato, aprirà la propria ambasciata nella parte Est della Città santa, dando seguito per prima alla rivolta dei Paesi musulmani contro la decisione americana.
« Se Allah vuole — ha detto Erdogan a Karaman, nel sud ovest dell’Anatolia, in un incontro del suo partito conservatore di ispirazione religiosa — è vicino il giorno in cui ufficialmente, con il suo permesso, apriremo lì la nostra ambasciata » . Un pizzico di retorica, forse, del resto congeniale al Sultano che sa come compiacere il proprio elettorato, ma condito di intenzioni concrete. « Il summit dell’Organizzazione dei Paesi Islamici ha già riconosciuto Gerusalemme Est capitale della Palestina. Ma non abbiamo potuto aprire la nostra ambasciata perché Gerusalemme è occupata dalle forze israeliane. Con l’aiuto di Dio ora lo faremo».
Una dichiarazione che farà scalpore, anche perché in Israele le ambasciate straniere, Turchia inclusa, hanno sede a Tel Aviv proprio a causa dello status non risolto di Gerusalemme. Ed è l’ultima reazione scatenata dalla decisione del Presidente americano.
Erdogan era stato il più acceso oppositore della mossa americana. Capitalizzando, da animale politico con grande fiuto, lo sviluppo che ne sarebbe arrivato. In modo fulmineo, mentre la Turchia si trovava esposta a critiche di vario tipo sul piano internazionale, il Sultano si è incuneato fra le incertezze degli arabi, mettendosi a capo della coalizione anti- Usa e convocando a casa il vertice dei Paesi islamici. Sotto la sua egida è uscita la dichiarazione comune del summit, che vedeva Gerusalemme Est come capitale della Palestina. La dichiarazione di ieri in Anatolia ne è un semplice corollario.
Con l’oratoria già sperimentata su molti leader europei nella recente crisi per i ministri di Ankara impediti a fare comizi preelettorali in Germania, Austria, Svizzera e Francia, Erdogan si è lanciato con identica veemenza contro Trump. La sua decisione, ha ammonito, è « una disgrazia » , « una violazione del diritto internazionale » , e il Capo della Casa Bianca il «responsabile della fine del processo di pace». Aspre poi le accuse a Israele, definito uno Stato «terrorista», «killer di bambini » , « invasore » e che agisce « in totale spregio dei diritti umani » . Nel 2010 la crisi fra Turchia e Israele eruppe con forza quando le teste di cuoio israeliane attaccarono la nave Mavi Marmara andata a portare aiuti a Gaza, con un blitz costato la vita a 10 cittadini turchi: Gerusalemme disse che era stato violato il proprio spazio marittimo, i due Paesi ruppero le relazioni diplomatiche e sulla Striscia il Sultano si guadagnò il titolo di “Re di Gaza”.
L’altro giorno a Konya, la città dei dervisci rotanti, in Anatolia, Erdogan ha promesso ancora: « Faremo di tutto in sede di Consiglio di Sicurezza Onu e nell’Assemblea Generale per annullare questa decisione illegale, disgrazia per l’intera regione. La Turchia si opporrà a chi si sente superiore alla legge». E ha aggiunto: « Siamo musulmani, non siamo mossi né da razzismo né da voglia di vendetta, ma solo da desiderio di giustizia » . È certo che il Sultano, adesso, proseguirà la sua nuova battaglia studiando nuove mosse.