venerdì 12 maggio 2017

La Stampa 12.5.17

Etruria, un altro caso nel governo

Non solo polemiche su Boschi: un esponente dell’esecutivo chiese nel 2015 a Bper di intervenire Sulla crescita l’Italia si conferma ultima in Euro

Si allarga lo scandalo Banca Etruria: prima del commissariamento un altro esponente del governo chiese aiuto a Popolare Emilia Romagna. Il governatore di Bankitalia Visco pronto a svelare i dialoghi con le Procure

di Gianluca Paolucci


Nelle settimane che precedettero il commissariamento di Banca Etruria un influente membro del governo chiese alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna (Bper) di valutare un intervento in favore della banca aretina.

Siamo nei primi giorni del 2015 quando un «alto esponente» del governo guidato allora da Matteo Renzi contatta i vertici di Bper e chiede la disponibilità della popolare modenese a intervenire in favore di Banca Etruria. Quello stesso giorno e il successivo l’episodio viene riportato ad alcuni ex esponenti aziendali di Etruria, ai quali i vertici di Bper erano legati da una lunga consuetudine in virtù anche della comune appartenenza alla galassia delle banche popolari. D’altra parte, proprio Bper era stata una delle candidate a prendersi Etruria, della quale conosceva benissimo sia le potenzialità che i problemi, spiega una delle fonti interpellate. L’ultimo tentativo risaliva a qualche mese prima, quando la pressione di Bankitalia per aggregare Etruria si era fatta più forte ma Bper aveva dovuto lasciare il passo alle insistenze della Popolare di Vicenza di Gianni Zonin, preferita da via Nazionale, che tra maggio e giugno sembrava pronta a lanciare un’opa poi mai concretizzata.

L’allora presidente di Bper Ettore Caselli, contattato, nega di aver ricevuto pressioni di alcun tipo: «Guardammo il dossier Etruria come ne guardammo altri e decidemmo di non farne niente». Ma l’episodio si inserisce nelle polemiche sul ruolo del governo nella vicenda di Banca Etruria, il cui vicepresidente era il padre dell’allora ministro e oggi sottosegretario Maria Elena Boschi. E mostra come in quelle settimane l’attenzione dell’esecutivo sulle vicende della piccola Banca Etruria fossero condivise non solo dalla Boschi. Secondo quanto riferisce Ferruccio de Bortoli nel suo libro «Poteri forti (o quasi)», la Boschi chiese all’ad di Unicredit Federico Ghizzoni di interessarsi alla vicenda.

Lorenzo Rosi, presidente di Etruria dal 2014 fino al commissariamento, avrebbe incontrato Ghizzoni - come ricostruito da La Stampa - per sottoporre una possibile acquisizione da parte di Unicredit. Rosi, tramite il suo legale, conferma l’incontro ma lo retrodata di qualche settimana - a novembre e non a gennaio - e lo colloca presso la sede di Unicredit in piazza Gae Aulenti. Qualche giorno prima, il 5 novembre, la Boschi aveva partecipato alle celebrazioni dei 15 anni di Unicredit. A combinare l’appuntamento tra Rosi e Ghizzoni, si spiega, sarebbe stata Mediobanca, allora consulente di Etruria (da agosto 2014) per la trasformazione in spa e per la ricerca di un partner. Se non che Mediobanca fa sapere di «non aver avuto nessun ruolo nell’incontro e di non esserne stata a conoscenza». Secondo quanto ricostruito, durante il mandato di consulenza le uniche manifestazione d’interesse che furono portate ad Arezzo da piazzetta Cuccia provenivano da fondi speculativi o banche estere. Come l’israeliana Hapoalim, uno degli ultimi soggetti a guardare a Etruria prima del commissariamento arrivato l’11 febbraio del 2015. Mentre dalle banche italiane attraverso Mediobanca non venne registrato alcun interesse. L’avvocato della Boschi, Vincenzo Zeno Zencovich, ricostruisce la vicenda in maniera completamente diversa: «Ho motivo di ritenere che questa richiesta fosse stata avanzata da tempo da Banca d’Italia e che non ci sia stato nessun intervento, così come viene raccontato in questo libro». Quello che è certo è che nelle convulse settimane che precedettero il commissariamento i vertici di Etruria condussero una intensa attività «in proprio», slegati dai consulenti, per cercare un partner. Le pressioni di Bankitalia si facevano sempre più insistenti e il cda guidato da Rosi - con Pier Luigi Boschi vicepresidente - ebbe proprio la ricerca di un acquirente come priorità. Il Fatto Quotidiano racconta anche di un altro incontro, a marzo 2014 (quando il cda di Etruria era guidato da Giuseppe Fornasari), con Vincenzo Consoli e Flavio Trinca - allora alla guida di Veneto Banca.

Il 20 gennaio del 2015 poi il governo Renzi annuncia un provvedimento auspicato da almeno 20 anni e mai realizzato da nessun governo: la riforma delle banche popolari con l’obbligo di trasformazione in spa. Una decisione che non coglie di sorpresa Etruria, che aveva già da tempo deciso di anticiparla trasformandosi in società per azioni. Un procedimento interrotto anche in questo caso dal commissariamento del febbraio 2015. La fine di Etruria e l’inizio di una vicenda che dopo oltre 2 anni continua a catalizzare il dibattito politico.


Il Fatto 12.12.17

De Bortoli attacca ancora: “Una storia di massoneria”

Il giornalista ricorda tutti i “fratelli” che hanno girato attorno all’istituto. E Mattarella, dal Sudamerica, segue la vicenda

De Bortoli attacca ancora: “Una storia di massoneria”

di Carlo Tecce

qui


Corriere 12.5.17

La paura che fa dire davanti ai cadaveri «Però loro rubano»

di Goffredo Buccini


La paura ci cambia, ci deforma, Centocelle ce lo insegna. Se c’era un tratto proverbiale nel «genius loci» romano era la bonomia, perfino abusata, messa in caricatura, talvolta tendente al sentimentalismo di grana un po’ grossa. Un carattere che con tinte diverse colora la storia dell’Urbe, tempera la sferza delle pasquinate, intride i sonetti del Belli, si spande dal neorealismo alle maschere da commedia dell’arte di Fabrizi e Sordi. Fino a ieri o ieri l’altro, finché Roma ha mantenuto il suo tratto di ciabattante federazione di paesini, finché non è diventata ciò che è: una metropoli deforme e terrorizzata che serra la porta se qualcuno sul pianerottolo implora aiuto.

L’umanità, come il coraggio di don Abbondio, uno non se la può dare. E se serviva un caso eclatante per dimostrare quanto, senza sicurezza, non esista più neppure l’ombra della solidarietà, ecco la tragedia di Angelica e delle sue sorelle, le piccole rom arse vive nel rogo del loro camper. Ci vuole tutta la mistificazione ideologica del nostro tempo per aggrapparsi a qualche mazzo di rose deposto sul luogo della strage da anime pie e raccontare così quel brandello di quartiere, devastato dalla microcriminalità e assediato dai campi nomadi, come una enclave di paziente empatia e civica moderazione.

La verità di Centocelle sta nel «d’altra parte rubano» pronunciato a mezza bocca ma cento e cento volte davanti ai cadaveri carbonizzati delle piccole Halilovic: una frase più agghiacciante di tutte le infamie tracimate dal web, perché proviene dalla carne viva dei residenti, perché non si può liquidare come delirio dei leoni di tastiera, perché ci interpella.

La bonomia è stata sostituita da una ferocia che spiana il passo a qualsiasi eccesso. «D’altra parte», ci raccontano, non c’è casa attorno al campo di via Gordiani che non sia stata visitata due o tre volte dai ladri. Non esistono buoni o cattivi a prescindere, se non vogliamo trasformarci in un popolo di idioti razzisti dobbiamo risolvere alcuni problemi. A Roma quello dei nomadi è numericamente poco significativo ma ha un impatto potente sulla percezione dei romani. I campi vanno chiusi, ma non con le ruspe come dice Salvini: aprendo vie d’uscita dignitose, concordate con le comunità, ciò che chiedono molti rom talvolta integrati tra noi un po’ in segreto, nascondendo l’etnia per proteggersi dai pregiudizi. Il milione e mezzo che la giunta Raggi pare pronta a spendere per un nuovo campo a Roma nord potrebbe essere meglio impegnato nell’inclusione di chi è in regola. A chi non lo è, a chi delinque, pensi la legge. Girarsi dall’altra parte di fronte ai furtarelli, all’abuso di minori nell’accattonaggio, alla filiera gestita dai rom nei cassonetti, lascia spazio all’esasperazione dei residenti e alle belve del web: e non rende giustizia alle bambine morte a Centocelle. Angelica non doveva dormire in un camper con dodici familiari. Qualcuno doveva salvarla prima: se la paura non l’avesse resa invisibile agli occhi di mamma Roma.


Corriere 12.5.17

il falso mito illuminista della democraziA diretta

di Giovanni Belardelli


Dovrebbe essere ormai evidente che la democrazia diretta praticata dal Movimento Cinque Stelle ha ben poco di democratico: perché la decisione ultima spetta sempre a Beppe Grillo, come si è visto nel caso della candidata a sindaco di Genova, ma anche perché la piattaforma «Rousseau», nonostante si richiami al massimo teorico di una democrazia esercitata direttamente dai cittadini, è controllata da una società privata come la Casaleggio e associati. Eppure, in tempi di dilagante ostilità per i politici di professione e di generale disaffezione per il sistema rappresentativo, la democrazia diretta in quanto tale continua a godere di un pregiudizio favorevole.

Jean-Jacques Rousseau, che pure la considerava l’unica vera forma di democrazia («nel momento in cui un popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero; esso non esiste più»), aveva dovuto ammettere con rammarico che, data la dimensione dei grandi Stati moderni, la democrazia diretta era di fatto impossibile.

Oggi però il web, collegando tutti i cittadini di un Paese in una grande agorà virtuale in cui ciascuno, volendo, può votare su ogni proposta, consentirebbe di superare l’ostacolo. E non appare inverosimile immaginare regole e meccanismi di organizzazione del voto online che, a differenza di quel che accade per la piattaforma dei Cinque Stelle, siano pubblici e trasparenti. Ma una volta assodato questo — che cioè, duemila e cinquecento anni dopo l’Atene di Pericle, la democrazia diretta è di nuovo diventata possibile — dobbiamo chiederci se rappresenta anche una soluzione augurabile. La risposta non può che essere negativa.

Il primo, e più evidente, motivo è anche l’unico che di solito viene evocato: vale a dire la quantità e complessità delle decisioni che un governo si trova a prendere, decisioni che non si vede come possano essere affrontate da cittadini privi di cognizioni adeguate. È un’obiezione assai rilevante, anche se probabilmente molti non la riterrebbero decisiva vista la scarsa qualità della nostra classe politica. Di certo non è però l’unica possibile.

Un’altra obiezione è stata formulata di recente dal politologo francese Bernard Manin (sul numero del dicembre scorso della «Rivista di Politica»), il quale ha osservato che la democrazia rappresentativa ha una netta superiorità sulla democrazia diretta in termini di uguaglianza nella partecipazione. Non tutti siamo disposti a dedicare lo stesso tempo alla partecipazione politica; o, semplicemente, non tutti possiamo permettercelo viste le nostre abituali occupazioni. Una continua interrogazione della volontà popolare attraverso il web premierebbe dunque i militanti e gli attivisti, osserva Manin, a scapito della maggioranza dei cittadini.

La democrazia diretta si reggerebbe insomma su dei cittadini che sono «più uguali» degli altri. Questo, si noti, è ciò che già avviene all’interno del Movimento Cinque Stelle, dove le decisioni sono spesso il frutto di un numero di voti davvero risibile (a Verona al candidato sindaco ne sono stati sufficienti 85 per essere scelto).

Ma c’è dell’altro. Mentre sul web il cittadino votante può solo esprimersi attraverso un sì o un no, approvando o respingendo in blocco una proposta, in un’assemblea rappresentativa si deve provare a convincere chi non è d’accordo, si deve tener conto delle argomentazioni degli avversari, a volte accogliendone qualcuna. Insomma, in una democrazia rappresentativa la decisione è il frutto della discussione e del confronto. Si dirà che questo dovrebbe avvenire in teoria ma in pratica le cose vanno diversamente. Non è del tutto vero. L’approvazione di emendamenti a una legge, la convergenza dei voti di un partito di opposizione su una proposta del governo sono prassi costante in qualunque Parlamento democratico.

La democrazia rappresentativa obbliga al confronto (non necessariamente all’accordo, ovviamente) e rende possibile il compromesso. La democrazia diretta annunciata dal Movimento Cinque Stelle favorisce invece il muro contro muro, l’irrigidimento di posizioni. È sempre un gioco a somma zero in cui o si vince o si perde. Ce ne è abbastanza, direi, per considerare la democrazia diretta, proprio oggi che potrebbe diventare realmente possibile grazie al web, come una prospettiva da cui rifuggire.


Corriere 12.5.17

La diagnosi di Hegel

In corsa verso la Non-Terra

La tecnica stravolge il pianeta

Forse all’umanità conviene scendere dal treno del tempo

di Claudio Magris


Il singolo individuo che si ostina contro la cieca potenza della totalità storica e del suo divenire, illudendosi di essersi ritagliato una propria sfera autonoma, s’inganna perché i fili che si è cucito nella sua stoffa sono manovrati dal mondo, gran burattinaio. Così dice un incandescente frammento di Hegel, edito e tradotto da Remo Bodei in un volume che, come molti suoi altri, è un’eccezionale interpretazione filosofico-letteraria del nostro presente vertiginosamente mutante. Soprattutto alla luce di quella grandiosa stagione culturale tedesca, di quell’età di Goethe, Hegel, Kant, Hölderlin che è stata l’ultima cultura universale, quella che aiuta come nessun’altra a capire la nostra epoca che la sta distruggendo, cambiando la natura dell’uomo stesso.

Hegel, che non amava le stravaganze romantiche né gli scrittori che facevano del nichilismo la sostanza e la forma stessa della loro arte, come il grande Jean Paul, sarebbe certamente inorridito dalla cultura odierna e vedrebbe in essa l’uovo di una civiltà che sta per rompersi e crearne chissà quale altra. Ma — contro ogni tentazione regressiva di cedere alla paura dell’ignoto — ha sempre ribadito il divieto di guardare indietro, di voltarsi al passato come la moglie di Lot. La Terra Promessa sta davanti, nello spazio e nel tempo, e ci si incammina verso di essa attraverso il deserto. Verità dell’esod o, dell’esilio.

Ma se la nostalgia che si volta indietro è quasi sempre ingannevole — anche perché il passato è stato quasi sempre orribile, falsamente idealizzato da anime pie e timorate — forse oggi la banalità filistea induce invece a guardare sempre avanti, rompendo continuamente le tavole della Legge e distruggendo il presente; trasformando l’uomo stesso in un alieno che non si riconosce più. Se la teoria dell’evoluzione è vera, oggi la trasformazione della specie è accelerata come nelle vecchie comiche di Ridolini che facevano ridere per la velocità innaturale con cui si muovevano i personaggi. Alla fine del deserto ci potrebbe essere una Non-Terra, almeno per noi come siamo; una Non-Terra per alieni nati con chissà quanti Dna e figli di chissà quante madri, robot e cyborg ancor più noiosi di quelli dei racconti di fantascienza. Già ben più di un secolo fa Nietzsche diceva che stava sopraggiungendo un secolo di barbarie e che le scienze si sarebbero messe al suo servizio.

Questa marcia del progresso somiglia troppo alle sfilate obbligatorie ed entusiaste di nuovi balilla o altri giovani pionieri in divise di vario colore dietro i gagliardetti dell’uno o dell’altro regime totalitario. Bisogna attraversare il deserto e il presente è sempre un deserto. Ma se per strada si trova un’oasi, con una buona ombra, succosi datteri e una sorgente d’acqua, perché non fermarsi e magari, se ci piace, piantare le tende? Non è soltanto lo Streben , l’incessante anelito faustiano all’azione, che può salvare la vita. Faust ride poco, quasi mai, e senza riso — ridere nonostante, esorta la teologia — non c’è forse salvezza.

È l’umorismo che può guardare in faccia la vita, la terribile vita vera, così difficilmente distinguibile dalle sue maschere e dai suoi ruoli. La vita nuda , come s’intitola un profondo e affascinante libro su Pirandello di Enrico Cerasi, un giovane studioso di filosofia cui si devono acuti saggi sulla grande teologia tedesca, sul mito nel cristianesimo, sul linguaggio religioso e sul nichilismo, saggi che costituiscono un contributo essenziale sulla crisi di senso nella cultura contemporanea. Una crisi che riguarda concretamente tutti noi, la nostra cultura e prima ancora la nostra esistenza; Cerasi la indaga a fondo, riconoscendone tutta la portata ma senza considerarla fatale e definitiva.

Il senso tragico di Pirandello risulta ben diverso da ogni relativismo stereotipo e nasce dal fallimento del tentativo di superare il nichilismo. L’umorismo è tragico, ma scevro di pathos ; la crisi radicale dell’identità non dissolve l’io, lo fa vivere e sopravvivere in altre forme e modalità, come Mattia Pascal in Adriano Meis. L’umorismo permette di non inchinarsi a nessun preteso assoluto; nemmeno — e forse men che meno — all’assoluto identificato nella Storia e nella necessità della sua marcia. Se il progresso ordina a Mattia Pascal di marciare, Adriano Meis può forse marcar visita, farsi esonerare dal servizio militare della Storia universale, restare un po’ indietro o almeno in parte. L’umorismo è un solvente di ogni ordine del giorno. Se la Terra Promessa attende l’uomo nuovo, radicalmente trasformato dalla tecnologia nel corpo, nel cervello e nel cuore, l’umorismo può farlo aspettare almeno un po’.

Lo scrittore che — pur avendo creato il suo capolavoro, L’uomo senza qualità , quasi un secolo fa — parla con maggiore lucidità del nostro presente e del nostro futuro, di ciò che sta avvenendo appena adesso e che si profila nell’avvenire, è Musil. La sua opera è incompiuta e illimitata come la vita che si trasforma di continuo e per questo è talora difficile, perché parla di una trasformazione dell’uomo, di noi, ancora in atto e in divenire. Forse nessun altro scrittore risulta, ancor oggi dopo tanti anni, così proiettato nel futuro, anche perché Musil conosceva bene quelle scienze — matematica e fisica, che stavano e stanno ancora scoprendo — forse creando — aspetti della natura e dell’uomo stesso sempre più sconcertanti e difficilmente accessibili a chi, a differenza di lui, non riesce ad orientarsi in questo mondo assolutamente nuovo.

Non si tratta di demonizzare pateticamente la tecnica, atteggiamento sbagliato e inutile, ma di dominarla anziché esserne dominati. La velocità delle email, che consente contatti pressoché immediati, è un grande aiuto non solo pratico, ma in molti casi anche affettivo, tuttavia ricevere ogni giorno cinquanta email invece delle cinque o dieci realmente necessarie (come sarebbe accaduto con le vecchie lettere) intasa, soffoca e disumanizza la vita. La tecnologia offre straordinarie possibilità, purché se ne faccia un uso sensato; poter andare in aereo da Milano a Londra o a New York è utile, ma prendere l’aereo per andare da Trieste a Venezia sarebbe imbecille. Come ogni altro mezzo, del passato e del presente, Facebook offre molte opportunità ma anche molte scemenze e violenze e si tratta, come in ogni cosa, di saperle distinguere. Chi non sa farlo ed è succube del meccanismo in quanto tale è un’ottusa pecora che segue ciò che altre fanno ed è destinata ad essere tosata.

L’essenziale è non essere come l’apprendista stregone finito così male, ossia essere critici e non ciecamente servi. Può darsi che l’uomo si trasformi, quasi in un’altra specie, ma finché è ancora l’ Homo sapiens fa benissimo a costruire il motore della Ferrari, ma non può metterlo in una Panda e credere di poterla guidare senza sfracellarsi. Purtroppo la tecnica e la scienza, come i dittatori, chiamano tutti ad adunate oceaniche di folle consenzienti e non tollerano critiche, negando così se stesse, lo spirito critico che è o dovrebbe essere il sale della scienza stessa.

In un bellissimo saggio che accompagna il film Nessuno mi troverà di Egidio Eronico, Roberto Finzi — riprendendo il tema di un suo altrettanto originale e forte libro di qualche anno fa — mostra come quando Majorana — grandissimo fisico — osa interrogarsi sul senso di ciò che egli e gli altri grandi scienziati insieme a lui stanno facendo, e non solo in merito alla bomba atomica ma alla scienza in genere, la comunità scientifica reagisce come un tempo la Chiesa nei confronti di Galileo: non ammette dubbi sulla propria attività e, non potendo negare il genio di Majorana, cerca di neutralizzarlo considerandolo un genio psichicamente disturbato o affetto da manie religiose, il che per molti suoi colleghi è lo stesso. La ragione richiede invece di poter criticare non solo il miracolo di San Gennaro ma anche Hiroshima; non solo l’Inquisizione ma anche i propositi di creare la possibilità di rendere accessibili a tutti i nostri pensieri, rendendoci così tutti schiavi.

Nell’ Uomo senza qualità Musil parla anche dell’impulso di «scendere dal treno del tempo», dell’«impressione sgradevole di aver già oltrepassato la meta e di aver imboccato la strada sbagliata». Con buona pace della marcia del progresso, si sente pure l’impulso o la necessità di scendere dal Tav del tempo, di «salire su un treno comune di una ferrovia comune». Magari, si può aggiungere, pure di fermarsi a bere un bicchiere al bar della stazione, se il vino è buono, anche a rischio di perdere la coincidenza.



L’Avvenire 3.03.2017
di Riccardo De Benedetti

giovedì 11 maggio 2017


IL SOLE 24 ORE, 07.05.2017
di Guido Scarabottolo
Disegni di Pablo Picasso

Fenicotteri, pinguini, rondini, pavoni, civette. Ma anche lupi, scoiattoli, cammelli, mosche, cavalli. Dalla magica matita del leggendario Pablo Picasso (1881-1973), gli animali sgorgano con un tratto unico, un ghirigoro sorprendente ed elegante. Schizzi poco noti del grande artista, a metà strada tra il mondo animale e quello dell'arte, che Phaidon ha raccolto nel volume «Uccelli e altri animali con Pablo Picasso» (www. ibs.it)





Spavaldo, provocatorio e ingenuo proprio come un bambino Picasso diceva di aver impiegato tutta la vita per tornare a disegnare come un bambino. Non credo si riferisse alla qualità del segno. Certo la "freschezza" del tratto è la prima cosa che salta agli occhi. Una "ingenuità" faticosamente riconquistata. Spesso spavalda e provocatoria. Però immagino che quello che davvero lo interessava era tornare allo sguardo del bambino. Quello che esplora e ricostruisce il mondo con poche informazioni a disposizione. Accumulando interpretazioni della realtà in continua evoluzione. Poi si arriverà, anche attraverso la scuola, al conformismo necessario alla convivenza sociale. Accettando magari, come succedeva fino a non molto tempo fa, l'idea che la terra è piatta, sta al centro dell'universo, con il sole che le gira intorno, ecc. ecc. L'ignoranza del canone o la sua rottura, ecco quello che permette un avanzamento nel campo della conoscenza. Non sapere o sapere di non sapere. Forse era uno sguardo di bambino quello di Galileo, che disegnava le fasi della luna, e disegnava benissimo, anche perché conosceva la tecnica del chiaroscuro e i principi della prospettiva, e aveva frequentato la rinascimentale Accademia del Disegno. Curioso e impertinente come solo un bambino può permettersi di essere. Mordere le cose per saggiarne la consistenza e sentirne il sapore, smontare i giocattoli per capire come funzionano...Il disegno insegna a guardare (provare per credere), a capire come sono fatte le cose. Il disegno è anche una continua riflessione sull'atto del disegnare, e queste pagine di Picasso lo mostrano abbastanza bene. A me l'ha insegnato, tanti anni fa, la mia cuginetta Anna, che disegnava, per rappresentare il sole, un cerchio diviso in due, colorando una metà di rosso e l'altra metà di giallo. Diceva che in effetti il sole non è né rosso né giallo, quindi... In questo modo risolveva il suo problema di codifica del reale, ma proseguendo la linea del suo ragionamento infantile si poteva tranquillamente arrivare alla invenzione della quadricromia che, per chi non lo sapesse, è la tecnica che permette di restituire a stampa le immagini a colori usando solo quattro inchiostri. Così questi animaletti di Picasso non sono un esercizio di stile. Sono un esperimento sulle possibilità del disegno e sono un allenamento all'osservazione. Un bambino lo sa. Spesso mi chiedono se quando disegno per i bambini faccio dei disegni speciali, pensati per loro. Rispondo sempre che quelli che hanno bisogno di disegni speciali sono gli adulti. Sono loro che hanno bisogno di ficcare un certo disegno in una certa casella già preparata e se non ci entra non sanno che farsene. I bambini stanno fabbricando il casellario, più grande sarà il casellario, meglio sarà per loro. © RIPRODUZIONE RISERVATA




Nasciamo tutti artisti
«Tutti i bambini sono
artisti nati. Il difficile sta
nel fatto di restarlo da
grandi» diceva Pablo
Picasso. Qui, in una
celebre foto di Robert
Capa, Picasso è ritratto al
mare con il figlio Claude.
Si racconta che prima
ancora di incominciare
a parlare, il piccolo Pablo
amasse già disegnare


La Stampa 11.5.17
E de Bortoli conferma tutto: «Sono sicuro delle mie fonti»
L’ex direttore del «Corriere»: spero che la querela non sia solo un annuncio
di Sergio Bocconi


Milano Era inevitabile: il dibattito è cominciato dalla pagina 209. Alla prima presentazione pubblica del libro di Ferruccio de Bortoli Poteri forti (o quasi) . Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo (La nave di Teseo) che si è tenuta ieri al teatro Parenti, non poteva restar fuori il «caso» sollevato dalla rivelazione riportata appunto in quella pagina: «Maria Elena Boschi chiese a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria» da parte di Unicredit.
Dopo la smentita (con prospettata querela) dell’allora ministro e oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Boschi, de Bortoli ha confermato tutto ancora prima di salire sul palco: «Sono assolutamente tranquillo e sicuro delle mie fonti. Sono un collezionista di querele. E spero che quello di Boschi non sia solo un annuncio». In seguito ha aggiunto rivolgendosi al pubblico (numeroso): «Ho parlato di interessamento e non di pressioni. Credo si debba uscire dall’ipocrisia, non trovo nulla di strano nel fatto che i politici si occupino dei problemi economici del territorio. Poi ci sono i conflitti d’interesse e le parole in Parlamento. Un conto è interessarsi, altra cosa sono ingerenze o pressioni».
E cosa dovrebbe fare adesso Maria Elena Boschi? Ha chiesto la giornalista Maria Luisa Agnese, «incaricata» di intervistare de Bortoli, Paolo Mieli (entrambi per due volte direttori del Corriere della Sera ) e Piergaetano Marchetti, giurista che di Rcs (editore del quotidiano) è stato presidente e consigliere. Risponde Mieli: «Attendere. Manca un “dettaglio”: Ghizzoni, il cui silenzio appare una conferma, ha il dovere di spiegare dove, come e quando. Boschi dovrà rispondere alle sue precisazioni». Poi è lo stesso Mieli a dire scherzando: «Ora però non limitiamoci a parlare della pagina 209. Il libro è molto altro: è la storia di una ragazzo che desidera di fare il giornalista e racconta passo dopo passo anche le incertezze, gli errori nei primi passi. Una narrazione sincera di un lungo viaggio compiuto mantenendo sempre la schiena dritta».
E il dibattito entra nel vivo di temi cari a de Bortoli: la debolezza dei poteri forti, le carenze della classe dirigente, e i rapporti fra élite e giornalismo. Di cui aspetto non secondario è la proprietà della stampa. Mieli ha sottolineato la «fortuna per il Corriere di avere oggi un editore unico» rispetto a un passato nel quale aveva «troppi padroni». De Bortoli si dice d’accordo, pur sottolineando che «aver avuto tanti padroni che la pensavano in modo diverso è stato anche un elemento di libertà, con una redazione di qualità difficile da condizionare». Marchetti precisa «che autorevolezza e schiena dritta sono premianti in una logica di resistenza. Le tentazioni di in-fluire sono tante». Sorride de Bortoli: con numerosi azionisti «è più facile scontentarli tutti che accontentarne qualcuno». Forse il vero problema dei problemi forti è che non ci sono più. O si sono affievoliti, a beneficio anche di «raider» e «sciami di manager che passano da un’azienda all’altra inseguendo bonus», dice de Bortoli. Che ribadisce anche le critiche a «imprenditori privati che si sono rifugiati negli ex monopoli pubblici» o hanno fatto finanza a scapito dell’industria. Interviene Mieli con humor: «Non spaventare i lettori. Il tuo non è un libro di economia. È la storia di un ragazzo diventato un grande giornalista».

La Stampa 11.5.17
L’incubo del Pd: giù nei sondaggi per il ciclone su Maria Elena
Gentiloni, faccia a faccia con Boschi
di Fabio Martini


La sequenza va in scena a mezzogiorno a Palazzo Chigi e racconta chi dia la linea al governo sulla vicenda Boschi: lei stessa. Nella sala stampa è in programma una conferenza stampa sul piano nazionale per la riduzione del rischio idrogeologico del ministro dell’Ambiente ma a sorpresa si presenta anche Maria Elena Boschi: «Benvenuti alla presidenza del Consiglio, ovviamente parleremo di un tema, il rischio idrogeologico, che sta a cuore a tutti noi, ma visto che i giornali hanno altre notizie...». Da quel momento la sottosegretaria alla Presidenza parlerà per cinque minuti e mezzo, pronuncerà la sua autodifesa sulla storia di Banca Etruria e dopo aver detto due parole anche sul tema della conferenza stampa, si congeda: «Lascerei la parola al ministro, buona giornata e buon lavoro....». Se ne va prima che sia possibile farle domande: la versione dei fatti è dettata in prima persona dalla ex ministra, ad uso dei telegiornali.
Il protagonismo di Maria Elena Boschi e il suo metterci la faccia corrisponde ad una linea che lei stessa ha caldeggiato, quella del rigetto totale di ogni illazione, una linea che Matteo Renzi ha condiviso e sulla quale il presidente del Consiglio ha messo il sigillo, dopo un colloquio a due con la sottosegretaria. In definitiva il governo e il Pd hanno blindato la Boschi e non hanno avuto grandi difficoltà a farlo anche perché, col passare delle ore, l’accerchiamento si dimostrava meno asfissiante del previsto. A parte i Cinque Stelle, che hanno tenuta alta la temperatura e il duo Salvini-Meloni che su questi temi non si discostano mai dai “grillini”, le due forze che avrebbero potuto mettere in difficoltà la Boschi - Forza Italia e Articolo 1 - hanno abbassato l’artiglieria. Subordinando la richiesta di dimissioni ad una serie di “se”.
Ma invece l’insistenza dei Cinque Stelle corrisponde a quel clima da “campagna elettorale permanente” che oramai è destinata a segnare i prossimi mesi. Con un paradosso: la vicenda Boschi, se non verrà spenta in pochi giorni, rischia di inficiare e congelare una ripresa di consensi del Pd che è in atto da una decina di giorni e che ieri ha fatto segnare un picco, per effetto di un sondaggio realizzato da un istituto che lavora per il Pd. È stato Matteo Renzi a far sapere, attraverso un post su Facebook, che secondo l’ultimo sondaggio di Swg, il Pd è risalito 30,5% delle intenzioni di voto, con un incremento di un punto rispetto alla settimana scorsa e due punti e mezzo rispetto al mese di marzo.
E mentre il Pd risale, sempre secondo Swg, i Cinque Stelle perdono quota, raccogliendo il 27,5% dei consensi potenziali, mentre Mdp-Articolo 1 sarebbe al 3,7%. Sulla vicenda-Boschi gli scissionisti dal Pd si sono fatti sentire di buona mattina con Pier Luigi Bersani («Se non si fa chiarezza sulla vicenda di banca Etruria, Maria Elena Boschi deve dimettersi»), ma da quel momento in poi non hanno rincarato la dose, lasciando quasi cadere la questione. Per timore di una crisi che possa diventare rischiosa per il governo e per la legislatura? Una cosa è certa: le intenzioni di voto segnalate da tutti i sondaggi sono sempre meno gratificanti per la formazione di Bersani e D’Alema e dunque elezioni troppo anticipate sono vissute da quella parte come uno spauracchio.
Per La Boschi «la misura è colma» e devono intervenire i legali. Ma il caso Banca Etruria, riaperto dal libro di Ferruccio de Bortoli “Poteri forti (o quasi)” - in cui si racconta che l’allora ministra avrebbe chiesto all’ad di Unicredit Ghizzoni di valutare l’opportunità di comperare l’istituto di credito di cui papà Boschi era vicepresidente -, è destinato egualmente a tornare in Parlamento, dato che i 5 stelle hanno annunciato una mozione di censura per il governo e chiesto al presidente del consiglio Gentiloni di venire a riferire alla Camera.
Boschi nega quanto sostenuto nel libro e tramite annuncia querele. De Bortoli conferma e assicura di aver appreso la notizia da buone fonti. Ghizzoni, l’unico che con una sua conferma o smentita potrebbe far deflagrare o chiudere il caso, si trincera dietro un “no comment”, ma M5S vorrebbe anche anticipare l’imsediamento della commissione d’inchiesta sulle banche, in modo da poterlo convocare in Parlamento.
Nel clima di campagna elettorale che ormai si respira, difficilmente le polemiche si placheranno. I 5 stelle non sono soli a pretendere un dibattito in Parlamento. Già martedì sera la Meloni aveva minacciato a “Otto e mezzo” una mozione di sfiducia per l’intero governo, e anche la Lega è sulla stessa linea. Alla fine il centrodestra si ritroverà tutto contro il governo. E a sorpresa, a chiedere “chiarimento o dimissioni” da parte della Boschi, si sono uniti gli scissionisti bersaniani di “Articolo 1”, che formalmente farebbero parte della maggioranza, ma non rinunciano a incalzare il governo, e soprattutto Renzi. L’ex-premier, e leader appena riconfermato del Pd, a sentire chi gli ha parlato, è furioso: è stato lui a pretendere un’immediata reazione giudiziaria, anche se si sa che i tempi della giustizia e quelli della politica non coincidono mai.

Corriere 11.5.17
Houellebecq celebra Schopenhauer «Grazie per il piacevole pessimismo»
Lo scrittore francese folgorato dal filosofo tedesco: nessuno mi ha influenzato più di lui
di Stefano Montefiori


PARIGI Che bello, il pessimismo. Che liberazione, intuire e accettare finalmente l’assurdità e l’inutilità — quando va bene — della vita contro l’ingiunzione della società a essere felici.
Nel breve saggio In presenza di Schopenhauer (La nave di Teseo) Michel Houellebecq rende grazie al filosofo tedesco per avergli consentito di neutralizzare, superare, qualche volta irridere il tratto a lui più insopportabile della contemporaneità: l’obbligo di essere performanti (vocabolo spaventoso e quindi perfetto per l’occasione), adeguati e competitivi in ogni circostanza, quando si è attori dell’economia di mercato e anche quando si è amanti — o si tenta goffamente di esserlo — nell’arena non meno stressante delle relazioni sessuali e sentimentali.
È il tema centrale e ricorrente nell’opera dello scrittore francese, presente sin dal primo e per molti insuperato romanzo, Estensione del dominio della lotta , quello in cui descrive l’allargarsi della logica liberista e consumista all’amore e al sesso: «Nessun’altra civiltà, nessun’altra epoca sono state capaci di sviluppare nelle persone una tale quantità di amarezza — dice il protagonista alla psichiatra —. Viviamo momenti senza precedenti. Se dovessi riassumere lo stato mentale contemporaneo con una parola, sceglierei senza dubbio questa: l’amarezza». «A quando risalgono i suoi ultimi rapporto sessuali?», chiede allora la psichiatra. «Un po’ più di due anni». «Ah! — esclama lei quasi trionfante —, lo vede! In queste condizioni, come può amare la vita?». Segue logicamente la richiesta di fare l’amore, e l’ovvio rifiuto. Per le consultazioni successive la psichiatra si farà sostituire da un collega maschio.
Quello è il punto, l’amarezza deriva dall’illusione che i desideri possano essere soddisfatti con più impegno, più competenza, più coraggio, più soldi o più amore. «Aumentare i desideri fino all’insostenibile rendendo allo stesso tempo la loro realizzazione sempre più inaccessibile, quello era il principio unico sul quale si basava la società occidentale», si legge in uno dei romanzi successivi, La possibilità di un’isola .
È il libro in cui Houellebecq denuncia meglio la dittatura del desiderio, sotto forma della crudeltà dei corpi che invecchiano rendendo impossibile l’amore e quindi la felicità. Attraverso la clonazione l’umanità cerca di liberarsi dal desiderio, e quasi ci riesce. Solo che poi il nemico torna inesorabile sotto forma nostalgica, desiderio del desiderio scomparso.
Più o meno ai tempi della pubblicazione de La possibilità di un’isola , nel 2005, Houellebecq comincia allora un lavoro di traduzione e commento dell’opera di Schopenhauer. Lo abbandonerà dopo qualche mese, non prima di avere già analizzato circa trenta brani tratti dalle due opere più celebri del filosofo: Il mondo come volontà e rappresentazione e Aforismi sulla saggezza nella vita . Quei testi sono oggi raccolti nel libro In presenza di Schopenhauer , ideale prolungamento del potente saggio H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (Bompiani, 2001).
Houellebecq esamina Schopenhauer ma prima racconta l’incontro che gli cambierà la vita. A metà degli anni Ottanta, nella biblioteca comunale del VII arrondissement, lo scrittore si imbatte un po’ per caso negli Aforismi . «All’epoca conoscevo già Baudelaire, Dostoevskij, Lautréamont, Verlaine, quasi tutti i romantici; anche molta fantascienza — scrive Houellebecq —. Avevo letto la Bibbia, i Pensieri di Pascal, Anni senza fine , La montagna incantata . Pensavo quantomeno di aver concluso un ciclo della mia scoperta della letteratura. Poi, nel giro di pochi minuti, tutto è cambiato».
Lo scrittore racconta della corsa in tutta Parigi per trovare poi una copia del Mondo come volontà e rappresentazione , infine scovato per miracolo su uno scaffale delle Presses universitaires de France, in boulevard Saint Michel, copia di seconda mano (i tempi di Amazon erano ancora lontani).
«Nessun romanziere o poeta mi avrà influenzato quanto Arthur Schopenhauer», scrive Houellebecq, che giudica la lettura del filosofo tedesco «piacevole e confortante».
Ecco, l’importanza e la bellezza di questo saggio risiede nella comprensione di quanto possa essere «piacevole e confortante» anche il passaggio in cui Schopenhauer racconta di quel terreno ricoperto di ossa, nell’isola di Giava, simile a un campo di battaglia: in realtà si tratta di scheletri di grosse tartarughe, che escono dal mare per andare a deporre le uova e vengono assalite da cani selvatici che le rovesciano sul dorso, strappano il carapace e le divorano vive. Spesso, a quel punto, i cani vengono a loro volta divorati da una tigre.
Devastazione che si ripete migliaia e migliaia di volte, anno dopo anno. «Perché queste scene atroci? — si chiede Schopenhauer —. A ciò non v’è che una sola risposta: così si oggettiva il voler vivere». Passaggio che Houellebecq dedica, con sublime perfidia, agli ambientalisti.
Schopenhauer è «piacevole e confortante» perché leggendolo ci si sente meno soli e si comprende la chiave dell’esistenza. Che non può essere la rincorsa del desiderio ma la scelta di fare un passo di lato, contemplare la bellezza del mondo, che pure esiste, senza lasciarsi sopraffare dalla «logica del supermercato»; prendere coscienza del dolore come verità ultima dell’universo ma trarne la capacità di provare compassione per animali e uomini, che come noi vivono e quindi soffrono.
«Il messaggio è sempre quello, radicale, del buddhismo — scrive Houellebecq —. Ma si tratta a conti fatti di un buddhismo temperato, umanizzato, adattato alla nostra cultura, alla nostra indole impaziente e avida, alla nostra scarsa propensione alla rinuncia».
La lezione del Buddha trasmessa da Schopenhauer permette di insegnare ai frenetici occidentali che la speranza viene dalla sofferenza, non dal desiderio. Perché dopo tanta sofferenza i personaggi di Houellebecq — dalle Particelle elementari alla Possibilità di un’isola a Sottomissione — approdano alla rinuncia. E, quindi, finalmente, alla pace.
@Stef_Montefiori
un articolo su Massimo Fagioli
Mondoperaio n°4- Aprile 2017
Una eredità controversa
di Giuseppe Vitaletti








 
 
 

Solo Kant ci potrà salvare….(No grazie!)
di Nadia Urbinati
Il Sole 24 Ore 8.5.2017


Sulle orme della Grande trasformazione di Karl Polanyi (1944) questa raccolta propone di chiamare il nostro tempo una Grande regressione (Feltrinelli). Pubblicato in tedesco, il volume esce in contemporanea in tutte le lingue europee. Porta i segni del senso di sconforto da cui è stato partorito il progetto di chiedere a quindici sociologi una riflessione sulle conseguenze degli attentati terroristici di Parigi nell'autunno 2015. Nonostante la similitudine con il titolo dell'opera di Polanyi, questo libro agile e di larga lettura presenta una sua identità specifica, a tratti emotiva, tra catastrofismo e volontarismo. L'idea che lo ispira è il declino dell'occidente, «decisamente regredito, lasciandosi alle spalle una serie di standard di vita faticosamente conquistati e ritenuti ormai consolidati». Ad essere regredito è il mondo dei valori del cosmopolitismo e dell'illuminismo, e dell'apertura della mente e delle frontiere che lo caratterizzava. Una cultura nobile che ci ha guidato fino a quando il mondo era diviso in zone di influenza (la Guerra fredda) e la sovranità aveva il potere di fare scelte economiche e sociali e pattugliare le frontiere. Sembra che i principi kantiani - i nostri principi – avessero forza morale quando non ispiravano la politica, quando c'erano le frontiere ed era possibile distinguere tra "immigrazione" e "migrazione" scrive Zygmunt Bauman. Non oggi, che gli Stati non possono far fronte alle "ondate" di disperati della terra. Il "Terzo Mondo", nelle parole di Umberto Eco (uno degli ispiratori ideali del volume insieme a Ralf Dahrendorf e Richard Rorty) «non bussa ma entra, anche se non siamo d'accordo». Secondo Bruno Latour, il sentimento che nasce è dunque questo: «Padroni a casa propria! Indietro tutta!». Il problema è che «non esiste più una "casa propria", per nessuno. Via di qua! Dobbiamo tutti muoverci. Perché? Per il fatto che non c'è un pianeta in grado di realizzare i sogni della globalizzazione» (p. 106). La difficoltà sta nel fatto che non possiamo essere cosmopoliti per scelta: dobbiamo esserlo, punto. E questo è difficile per chi non è pietista come era Kant. Quando essere tolleranti diventa un lavoro, i principi illuministici scricchiolano. Lo aveva capito Rorty che trent'anni fa spiegava la difficoltà di essere tolleranti quando i diversi vivono sotto casa perché richiede un lavoro faticoso di autocontrollo. E quindi il liberale, commentava Rorty, non vede l'ora di rientrare in casa e rifugiarsi nel privato, dove può dire quel che pensa e l'arte del "trattare" e del "compromettere" non è così necessaria. Il mondo che descrive questo volume è un luogo di fatica. E la fatica è, sembra di capire, proporzionale alla mescolanza delle razze e, soprattutto, alla loro proporzione. Ivan Krastev si serve della categoria di "minaccia normativa" di Karen Stenner per spiegare questo fenomeno: la «sensazione che l'integrità dell'ordine morale sia a rischio e che il "noi" percepito si stia disintegrando» (p. 98). Il nesso tra "noi" bianchi e il mondo meno bianco che ci circonda non è celabile. Scrive ancora Bauhman: nel 1990, la città di New York «contava fra la sua popolazione il 43%di "bianchi", il 29% di "neri", il 21% di "ispanici" e il 7% di "asiatici". Vent'anni dopo, nel 2010, i "bianchi" rappresentavano solo il 33% ed erano a un passo dal diventare una minoranza» (p. 34). Dunque è lo sbilanciamento nel rapporto tra i bianchi e gli altri il problema della fatica del vivere immersi nella diversità? La politica non è in miglior salute della società se è vero che, come scrive Wolgang Streeck, la distanza tra "gente comune" e "persone colte" sta rompendo la cittadinanza democratica. Non tutti i capitoli sono unanimi nella diagnosi e ugualmente condivisibili. Donatella della Porta ci racconta con cura i tentativi di aggiustare le istituzioni democratiche sotto la spinta della crisi del debito e dell'erosione dei diritti sociali. A partire dai budget partecipativi fino all'immaginazione istituzionale degli Islandesi, che con una sinergia di procedure e metodi (elezione, referendum, sorteggio e consultazione via web) hanno scritto una nuova costituzione (che il Parlamento ha poi bocciata ma che a giudizio della Commissione europea era ben fatta). Nella sua "lettera" ideale a Juncker, David Van Reybrouck osserva giustamente che se la democrazia dà cattiva prova di sé è a causa da un lato della scarsa volontà di "volere" l'Europa politica e dall'altro dell'abuso dello strumento referendario da parte di leader o poco saggi o arroganti. Regressione della democrazia verso che cosa? Tutti i saggi menzionano il declino della Ue, il populismo, l'egemonia neo-liberale, l'erosione della classe media, l'istigazione delle passioni peggiori da parte di media, vecchi e nuovi, e di una politica che è sempre più una questione di "audience". Arjun Appadurai non ha dubbi che si vada verso l'autoritarismo – che sia di Putin, Erdogan e Trump poco cambia. Ma le istituzioni e le procedure sono irrilevanti? La Turchia e gli Stati Uniti non sono la stessa cosa ed è problematico sostenere che chi ha votato per Trump ha votato "contro la democrazia" (p. 23), la quale non vale solo quando ci piacciono le sue scelte e "vota" sempre per se stessa fino a quando può tornare a votare regolarmente. L'arte della distinzione ci dovrebbe aiutare a non mettere in uno stesso fascio democrazia, populismo e autoritarismo. Certo, ha ragione César Rendueles ad auspicare che le democrazie si occupino della cultura etica dei cittadini (un problema vecchio quanto le democrazie) ma è riduttivo ritenere che le procedure e le regole del gioco siano solo questioni formali. E se invece di pensare all'Occidente come "uno" ne vedessimo le differenze? Di qui procede Slavoj Žižek per formulare, alla fine, la questione del "che fare?". E da leninista di vecchia data impermeabile a catastrofismi e fatalismi, si rivolge alla ragione strategica e alla volontà: cercare di unire «i due piani: l'universalità contro il senso di appartenenza patriottico e il capitalismo contro l'anticapitalismo di sinistra» senza ripercorrere le strade battute (che sono o sconfitte o indesiderabili): «dobbiamo spostare la nostra attenzione dal Grande lupo cattivo populista al vero problema: la debolezza della posizione moderata "razionale"» (p. 230). La soluzione "non moderata" è la seguente: dare gambe giuridiche e politiche al cosmopolitismo di Kant. Insomma, prendere sul serio Trump e portare alle conseguenze radicali il fatto che gli Stati-nazioni non funzionano più per cui l'anti-destra populista dovrebbe avere il coraggio di proporre «un progetto di nuovi e diversi accordi internazionali: accordi che impongano il controllo delle banche, accordi sugli standard ecologici, sui diritti dei lavoratori, sul servizio sanitario, sulla protezione delle minoranze sessuali ed etniche ecc.» (p. 234). Chi sia il soggetto che può far questo non ci viene detto. Tuttavia il volume sceglie di aprire con una confessione di pessimismo e di chiudere con un appello a Kant – dalla diagnosi della regressione alla cura illuminista. © Riproduzione riservata

Il Manifesto, 10.5.2007

Riesplode l’affaire Etruria e la Boschi è chiamata in causa
di Andrea Colombo 

Ferruccio De Bortoli “accusa” la Boschi.
Riesplode il caso Etruria
Bufera sul governo.
L’ex direttore del Corsera:
la sottosegretaria chiese all’ex ad di Unicredit di comprarla.
A sera da Ghizzoni nessuna smentita
Il Pd se la prende con i 5 Stelle: strumentalizzano
di Andrea Colombo
All'imbrunire la smentita di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, non è ancora arrivata. Forse il segnale più allarmante per Maria Elena Boschi e per Matteo Renzi è questo. Perché la bomba sganciata da Ferruccio De Bortoli nel suo libro Poteri forti (o quasi) campeggia sin dal primo pomeriggio nell'anticipazione offerta dall'Huffington Post: «Maria Elena Boschi chiese a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria». Cioè della banca a un passo dal tracollo di cui il padre dell'allora ministra delle Riforme, oggi sottosegretaria alla presidenza del consiglio, era tra i dirigenti, quella della quale la medesima ex ministra ed eterno braccio destro di Renzi ha sempre giurato di non essersi occupata. Ci sono altre accuse pesanti nell'anticipazione del libro dell'ex direttore del Corriere della sera, in particolare a proposito di possibili trame massoniche dietro l'affaire Etruria, ma è ovvio che l'ordigno nucleare sia la chiamata in causa di Maria Elena Boschi. Sia per il ruolo anomalo che, se De Bortoli ha ragione, avrebbe avuto nella vicenda, sia per le bugie che avrebbe raccontato. La reazione della sottosegretaria è stata durissima: «Non ho mai chiesto a Ghizzoni né ad altri di acquistare Banca Etruria. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. E siccome sono stupita per questa ennesima campagna di fango, ho affidato la pratica ai legali». Ma questa era in tutti i sensi una mossa dovuta e inevitabile. Per il resto la difesa corale del Pd, in parte fatta propria anche da Boschi, è tra le più goffe. Dal vicesegretario Guerini al capo dei deputati Rosato in giù tutti ripetono lo stesso ritornello, tanto da autorizzare il dubbio di un ordine di scuderia: «M5S strumentalizza per nascondere le difficoltà sui rifiuti a Roma», «I 5S pensino a governare e non a fare i pm», «Vergognosa strumentalizzazione di M5S per cancellare i problemi a Roma e Palermo». M5S è in effetti andato giù con la massima durezza. Di Battista e Di Maio affermano che «Boschi dovrebbe dimettersi all'istante» altrimenti «la costringeremo a venire in aula con una mozione di sfiducia. M5S non molla». Il blog di Grillo rincara: «Valuteremo possibili azioni sul fronte giudiziario». Ma non è solo il movimento di Grillo a mitragliare. Lo fanno tutte le opposizioni. Lo fa Salvini per la Lega, «Boschi si dimetta subito», lo fa il capogruppo alla Camera Marcon per Sinistra italiana, «Aspettiamo da palazzo Chigi parole chiare e inequivocabili», lo fa la sorella d'Italia Giorgia Meloni: «Avrebbe già dovuto dimettersi cento volte». Non lascia spazi neppure Mdp, che al Senato è componente decisiva della maggioranza: «Se non c'è chiarezza l'unica strada sono le dimissioni», dichiara Roberto Speranza. Tra tutte le opposizioni, spicca il silenzio di Forza Italia, impegnata in una trattativa serrata col Pd sulla legge elettorale. Ma è difficile immaginare che la reticenza del partito azzurro possa prolungarsi troppo. Ma il problema non è quanto violento e quanto folto sia l'attacco delle opposizioni. Il punto dolente non sono le reazioni alle affermazioni di De Bortoli, ma la gravità della sua accusa. Dietro il coro di dichiarazioni fotocopia del Pd non è difficile intravedere una strategia chiara: spostare l'attenzione dalle accuse del giornalista alla «strumentalizzazione» in particolare dell'M5S, più sospettabile degli altri di mirare solo a coprire le proprie magagne, e derubricare le affermazioni di De Bortoli a un contenzioso legale sul quale dovranno decidere un domani i giudici. Tutto insomma si ridurrebbe a una decisione sull'a chi credere, come dice il ministro Delrio: «Tra De Bortoli e Boschi io credo alla Boschi». Unicredit non commenta, fonti anonime negano pressioni ma non sondaggi e tentativi. Proprio per questo la sola parola che possa fare almeno in parte chiarezza è quella dell'unico testimone, citato dal giornalista con nome e cognome: l'ex ad di Unicredit.
Il Fatto quotidiano, 10.5.2017
L’analisi del sociologo Frank Furedi:
La minaccia populista esiste solo per i politici


Gli elettori non sono diventati più illiberali, è la classe dirigente che ignora l'aspirazione democratica a sentirsi comunità. L'avvento del populismo in Europa era nell'aria già da un po'. Sin dai primi anni di questo secolo è apparso chiaro che una parte rilevante dell'elettorato era stufa dei partiti che avevano dominato la scena politica a partire dal secondo dopoguerra. Gli elettori erano particolarmente diffidenti della leadership dell'Unione europea. Negli ultimi mesi, per cercare di capire perché così tante persone siano pronte ad abbandonare la propria devozione ai partiti tradizionali e a rifiutare le convenzioni e le pratiche del passato, ho girato l'Europa – Belgio, Paesi Bassi, Francia, Italia, Ungheria –. I commentatori scrivono di una "rivolta populista" in atto, cercano un "effetto Trump" e spesso insistono nel dire che gli elettorati europei sono ora molto più illiberali che in passato. Dalle mie conversazioni con le persone, nessuna di queste definizioni fotografa la realtà, che è invece molto più complessa e che lascia disorientati. POPULISMO è un termine utilizzato dagli anti-populisti per riferirsi a persone che non apprezzano. Non mi è ancora capitato di incontrare una persona che si dichiari populista. L'Ungheria è spesso descritta come il centro del populismo europeo. A Budapest, quando chiedo alle persone di parlarmi del loro populismo, rimangono sconcertate. Uno studente universitario di Storia mi ha spiegato che quando "voi in occidente ci chiamate populisti, in realtà non intendete dire altro che siamo un gruppo di provincialotti". In Europa, non vi è alcun movimento deliberatamente populista e i movimenti che sono stati designati come tali hanno spesso preoccupazioni e ideologie radicalmente differenti. Movimenti come Podemos in Spagna o il Front National in Francia si trovano alle estremità opposte dello spettro politico, da destra a sinistra. L'unica variabile comune tra questi movimenti e la gente che li sostiene è che essi respingono i valori prevalenti dei rispettivi establishment politici e culturali. Tuttavia lo fanno per ragioni molto diverse. Nelle conversazioni con la gente nella regione di Pas des Calais sono rimasto colpito dalla quantità di volte che mi è stato detto che "questa è una Francia che non riconosco" e "magari ci fosse un partito di cui mi posso fidare". Queste parole trasmettono un messaggio dentro il quale amarezza e frustrazione coesistono con entusiasmo e speranza. In alcune parti d'Europa, in particolare in Francia e Ungheria, il linguaggio dell'amarezza e della frustrazione spesso sovrasta il linguaggio della speranza. Anche nella vecchia Gran Bretagna, dove le dinamiche politiche sono da sempre le solite, un numero sempre maggiore di persone afferma che "è ora di avere un nuovo partito". CI" CHE LE PERSONE intendono quando dicono che "questa è una Francia che non riconosco" è che i loro valori non sono più professati e che il loro modus vivendi è diventato precario. Alcuni incolpano gli immigrati dei loro guai, altri invece incolpano i tecnocrati senza volto che non dimostrano alcuna empatia per ciò che accade nella loro vita, mentre altri ancora puntano il dito contro lo stravolgimento economico causato dalla globalizzazione e ciò che chiamano neo-liberalismo. Quello che corrobora tutti questi diversi sentimenti è una palpabile sensazione di incertezza culturale. In luoghi come Francia, Paesi Bassi e Belgio, molte persone segnalano la preoccupazione di non sentirsi più a casa propria. Allo stesso modo, è stata la domanda non detta "che cosa significa veramente essere britannici? " a spianare la strada alla Brexit e al rifiuto dei valori cosmopoliti e transnazionali della Ue. Nella silente guerra culturale che dilaga in Europa, la questione centrale è l'aspirazione a riguadagnare un certo controllo sulla vita di comunità. Le persone danno straordinaria importanza al valore di appartenenza. E le classi politiche d'Europa non solo hanno fallito nel riconoscere questa aspirazione, ma hanno anche cercato di sminuirne l'importanza. Il loro costante ritornello "viviamo in un mondo globalizzato" ha avuto l'effetto di sminuire il significato di casa, comunità e nazione. Ecco perché la sovranità nazionale è riemersa come questione centrale nel XXI secolo. Non è la xenofobia, né la paura degli immigranti, ma l'assenza di confini che intensifica la sensazione di incertezza culturale. "Il controllo sui nostri confini una volta si chiamava democrazia", mi ha detto un sostenitore delle frontiere ad Amsterdam. I SOSTENITORI della vecchia classe politica vedono – da quanto ho riscontrato – un mondo che è totalmente diverso da quello delle persone che essi chiamano "populiste". Ai loro occhi, la ragione per cui i populisti hanno votato per la Brexit è perché sono razzisti o perché sono troppo incolti per comprendere i punti più raffinati delle realtà economiche. Sono convinti che tutte le battute d'arresto che i partiti tradizionali hanno subito siano dovute al fatto che i demagoghi populisti hanno sfruttato a proprio favore la questione dell'immigrazione. Vedono solo odio e si dimostrano inconsapevoli della politica della speranza che motiva molti dei loro oppositori. Sono totalmente indifferenti all'aspirazione degli elettori alla sovranità e, nel continuare ad aggrapparsi all'importanza dell'Ue, ne deducono che il senso di nazione indipendente sia una maledizione. Ma dovrebbero invece cominciare ad avvertire anche la crescente domanda di un nuovo tipo di politica. (Traduzione di Enrico Varesco) Frank Furedi è uno dei più famosi sociologi in Europa, professore emerito di Sociologia all'Università di Kent. Tra i suoi libri: "Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo" (Raffaello Cortina, 2007)
La Repubblica, 10.5.2017
Dall’inviato Enrico Franceschini
Manchester.


«Non badate agli evasori fiscali, ai baroni della stampa e ai banchieri corrotti che si sentono già la vittoria in tasca. Abbiamo un mese di tempo per rovinargli la festa ». Di Jeremy Corbyn se ne dicono tante: è troppo di sinistra, offre ricette del passato, predica ai convertiti. Ma un pregio bisogna riconoscerglielo: non si arrende. Mai. Nemmeno all'evidenza. Come se non bastassero i sondaggi che prevedono una sconfitta disastrosa per il Labour alle elezioni legislative dell'8 giugno (22 punti di svantaggio), la settimana scorsa è arrivato un verdetto delle urne: il voto alle amministrative in cui il partito laburista ha ottenuto uno dei peggiori risultati della sua storia, battuto dai conservatori 36 a 27 per cento. Eppure, il 67enne capo della sinistra britannica non si deprime: «Lotto per cambiare il Regno Unito, lotto per vincere», dice alla folla radunata per ascoltarlo al lancio del programma elettorale. «E quando vinceremo noi, costruiremo un paese migliore. Un paese per i lavoratori, gli insegnanti, le infermiere, non per i super ricchi della classifica del Sunday Times. Un paese per tutti, non per pochi». È lo slogan sulle fiancate del bus (naturalmente rosso) da candidato- premier che l'ha portato a Manchester: " For the many, not the few". Nella città della rivoluzione industriale ci era già stato giovedì scorso, per l'elezione a sindaco dell'ex-ministro Andy Burnham: allora il neo-sindaco aveva preferito andare a brindare in un ristorante con il suo staff, adesso è al suo fianco, senza grande entusiasmo. Per molti deputati e dirigenti del suo stesso partito, Corbyn è un peso di cui liberarsi al più presto. Ma per la base, giovani o vecchi militanti, è un eroe che ha resuscitato la fede nel socialismo. Se l'8 giugno perderà le elezioni, gli chiede poco prima di arrivare qui l'inviato di BuzzFeed, si dimetterà? «Resterò leader, andrò avanti », risponde (più tardi si corregge: «Comunque vincerò »). Parole che scatenano sui social network previsioni di morte del Labour o di scissione e nascita di un nuovo partito. «Monsieur Zen è tranquillo», replica lui, ineffabile, usando il nomignolo che si è affibbiato da solo. «Corbyn ha molti difetti, ma vanta qualcosa che manca a Theresa May, la personalità», commenta Maurice Mcleod, un giornalista del Guardian che gli va dietro da mesi. Anche questo è innegabile. Specie dal vivo, viene fuori una persona genuina. A cui piace stare fra persone autentiche. Mentre i comizi della premier sembrano una messa in scena, con pubblico selezionato di portaborse e attivisti conservatori, Corbyn si getta fra gli elettori con gusto. È a suo agio, spontaneo, disponibile. Si intrattiene con loro, uno ad uno, come se non avesse di meglio da fare. «Ho visto andare e venire primi ministri e capi dell'opposizione, ma non ho mai sentito un chiaro invito a creare un'alternativa alla nostra economia truffa », dice qualche giorno prima davanti alla platea della Metropolitan University, sua alma mater, nell'East End di Londra. Il capitalismo, è evidente, non gli piace. «La gente è stanca», continua. «Stanca di non avere una casa decente, di attese interminabili in ospedale, di salari bassi, di un sistema che premia i privilegiati. I conservatori dicono che non possiamo vincere perché non accettiamo le regole del gioco? Ebbene, è vero, non le accettiamo. Non accettiamo i club esclusivi. Non accettiamo di essere governati dalle élite. Non accettiamo che il popolo debba sempre accontentarsi e non possa aspirare a un futuro migliore». A Manchester, dopo il discorso, si concede con pazienza ai giornalisti. Perché non si è battuto di più contro la Brexit nel referendum? «Mi sono battuto. Ma bisogna accettare il risultato del referendum e ora il Labour è l'unico ostacolo alla hard Brexit e alla Gran Bretagna paradiso fiscale progettata dai Tories». Laura Kuenssberg, una reporter della Bbc che alcune indiscrezioni danno vicina ai conservatori, gli chiede per cinque volte se esclude tassativamente di restare nella Ue e per cinque volte Corbyn non risponde espressamente di no: «Vigileremo per ottenere da Bruxelles un accordo che rispetti gli interessi dei lavoratori», si limita a dire. Sulla Brexit è accusato di vaghezza. Sul resto, di fare tante promesse, case popolari, fondi alla scuola, alla sanità, alla polizia, senza spiegare come mantenerle. L'ultimo spot dei conservatori lo ritrae davanti a una "bomba di tasse e debiti". E il suo numero due, John McDonnell, afferma: «Da Marx c'è molto da imparare ». Ma Jeremy Corbyn non ribatte alle polemiche. Resta imperturbabile, calmo, gentile: zen, effettivamente. E diverso: ieri sera Theresa May si è fatta intervistare dalla Bbc insieme al marito Philip (banchiere, tanto per cambiare), poi è stato il turno del capo laburista, ma da solo, senza la (terza) moglie, perché rifiuta la spettacolarizzazione, o volgarizzazione, della politica. Qualcuno si chiede se dietro il suo idealismo incorreggibile ci sia una recita o un'illusione. Crede davvero di poter diventare premier? «Ci spero », risponde, la mano sul cuore. Se non succederà, tuttavia, probabilmente gli basterebbe continuare a fare l'opposizione ad oltranza, invocando un mondo più giusto, come ha fatto per 35 anni dall'ultimo banco del parlamento di Westminster, quando nessuno si sarebbe aspettato di vederlo diventare leader del Labour e candidato a primo ministro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
La Repubblica.it 10.5.2017
Francia, En Marche respinge la candidatura
di Valls per le elezioni di giugno

di Redazione

La commissione di investitura del movimento di Macron: "La sua richiesta non soddisfa i nostri criteri per l'accettazione". L'ex premier socialista aveva sbattuto la porta al suo vecchio partito, che ha annunciato l'avvio della procedura di espulsione nei suoi confronti. Giovedì la lista ufficiale dei candidati PARIGI - Doppia doccia fredda per Manuel Valls, che ha rivelato la sua volontà di unirsi al volontà di unirsi al movimento En Marche! per le elezioni politiche di giugno. Il Partito socialista francese ha avviato una procedura di espulsione nei confronti dell'ex primo ministro, mentre il partito del neopresidente Emmanuel Macron ha respinto la sua candidatura per l'ingresso in lista. La volontà del Partito socialista di espellere Valls è stata annunciata alla radio BeurFM dal segretario, Jean-Christophe Cambadelis: "Una procedura è in corso, Manuel Valls è stato deferito davanti alla commissione dei conflitti". Il numero uno del partito ha poi rincarato la dose: "Nel Ps non è come nel Front National, a En Marche! o alla France insoumise. Non è il capo che decide chi espellere. Ci sono delle procedure". In mattinata inoltre il movimento République en marche! ha confermato che l'ex premier socialista non si presenterà all'interno delle proprie liste alle elezioni dell'11 e 18 giugno. "Al momento la richiesta di investitura di Manuel Valls non soddisfa i criteri per l'accettazione da parte di En Marche", ha spiegato Jean-Paul Delevoye, ex neogollista incaricato dal partito del neopresidente francese Emmanuel Macron di stilare le candidature alle legislative. "Avevamo già indicato un candidato per la circoscrizione dell'Essonne", ha affermato Delavoye in un'intervista a Europe 1, aggiungendo che il movimento non ha la "vocazione a riciclare" i politici uscenti. Un concetto anticipato già dal portavoce di En Marche, Benjamin Griveaux: "La regola è uguale per tutti, prima bisogna presentare la candidatura. Nessuno può rivendicare l'investitura se la commissione non lo ha deciso prima". Martedì l'ex primo ministro di François Hollande aveva espresso la volontà di aderire al movimento di Macron in vista delle elezioni del mese prossimo. Nell'occasione aveva anche invitato tutti "i deputati uscenti, progressisti, quanti hanno esortato a votare Macron prima del primo turno", quanti "auspicavano una sua vittoria", a fare altrettanto. La lista completa dei candidati investiti per la République en marche! sarà annunciata giovedì. GB: Jeremy Corbyn ci crede e per i militanti del Labour è un eroe che ha resuscitato la fede nel socialismo Il reportage. Una giornata con il rivale di May al voto dell'8 giugno. Sondaggi in crollo, ma lui: "La gente è stanca, vedrete"
La Repubblica, 10.5.2017
dalla corrispondente da Parigi 
Anais Ginori


«Il partito socialista è morto». Nella lunga storia di annunci mortuari presto smentiti, quello fatto ieri mattina da Manuel Valls sembra più grave di altri. Bastava guardare le facce da funerale dei dirigenti socialisti all'ingresso di rue Solférino, sede del partito vecchio di più di un secolo. Dopo aver avuto il candidato alle presidenziali eliminato al primo turno con un umiliante 6,35%, il partito si riuniva per cercare di evitare una nuova débâcle alle elezioni politiche previste tra un mese. Il partito socialista potrebbe passare dagli attuali 270 a una trentina di parlamentari all'Assemblée Nationale, minimo storico. In una giornata già tormentata, Valls ha lanciato la sua bomba, annunciando in diretta alla radio di volersi candidare con il movimento En marche, prendendo così la guida dei socialisti pronti ad abbandonare il partito in agonia ed entrare nella "République en Marche", ovvero la lista di coalizione che Emmanuel Macron sta preparando con transfughi di sinsitra e destra per ottenere una maggioranza in Parlamento. Oltre a spiazzare il Ps, Valls ha colto di sorpresa anche il movimento di Macron che non gli ha riservato una calorosa accoglienza. «Dovrà presentare regolare candidatura alla commissione elettorale, come fanno tutti gli altri», ha fatto sapere il portavoce di En Marche, Grégoire Devaux. Un altro responsabile ha detto che il collegio elettorale a cui punta l'ex premier è già promesso a qualcun altro. Entro domani saranno presentati i nomi dei 577 candidati di "République en Marche" e si capirà se Macron vuole davvero infliggere un'umiliazione all'ex capo del governo. Coincidenza o meno, lunedì sera è andato in onda un documentario sulla campagna elettorale nel quale si sente il candidato centrista sparare a zero contro il "traditore" Valls, accusato di aver scavato la fossa a François Hollande. «Se qualcuno vuole candidarsi altrove, dovrà lasciare il partito », ha tuonato Jean-Christophe Cambadélis. Il segretario del Ps assomiglia ormai sempre più al capitano del Titanic alla deriva. Come se niente fosse, ha presentato ieri i manifesti per le elezioni politiche e ha fatto approvare una "piattaforma" politica su cui radunare le varie anime della sinistra. Anche se i sondaggi prevedono che Macron potrebbe ottenere una maggioranza autonoma, Cambadélis è convinto che ci saranno margini di manovra, soprattutto su possibili accordi di desistenza tra primo e secondo turno delle elezioni quando ci saranno ballotaggi, triangolari o addirittura quadrangolari. Alla fine, è il ragionamento dei cacicchi del Ps, il nuovo presidente avrà comunque bisogno dell'appoggio dei socialisti in Parlamento. Un sostegno «leale» come ha promesso l'attuale premier Bernard Cazeneuve oppure «critico ma costruttivo» come dice la ministra Najat Vallaud-Belkacem. È la linea che predilige anche Stéphane Le Foll, portavoce del governo e hollandiano di ferro che domenica sera era all'Eliseo. Quando alle 20 è stata annunciata la vittoria di Macron si sono sentiti gli applausi. «Dobbiamo dare un contributo mantenendo la nostra identità e la nostra storia», spiega. Non è un mistero il fatto che il capo di Stato ha perdonato il suo pupillo, se davvero hanno mai litigato, e spinge per un appoggio convinto al nuovo leader. Hollande non è probabilmente dispiaciuto del marasma in corso al Ps, è una sorta di rivincita dopo che molti del suo partito hanno sabotato le sue riforme. I "frondisti" di Benoît Hamon che hanno fatto la guerriglia a Hollande, sconfitti alle presidenziali, minacciano ora di organizzare liste dissidenti. Il programma per le elezioni politiche presentato ieri da Cambadélis non è infatti stato sottoscritto dagli esponenti vicini a Hamon. L'ex candidato sconfitto ha lanciato pochi minuti dopo la vittoria di Macron un appello per una coalizione tra socialisti, ecologisti, comunisti e persino con il movimento di Mélenchon. «Se la sinistra si presenta unita può essere maggioritaria in Parlamento, ne sono certo », ha spiegato Hamon. Non è ancora chiaro se il suo progetto di Union de la gauche potrà diventare anche un nuovo movimento politico, come alcuni sostengono. Di sicuro, anche lui è fra quelli che hanno fretta di seppellire il vecchio Ps. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Manifesto 9.5.2017
Commenti.

Michele Prospero: La rivincita della finanza e dei media

Quinta Repubblica. Quello che la piccola rivoluzione passiva francese dice è che anche oltralpe si svolge il duello tra l'élite del denaro e della politica, che inventa novità cosmetiche per non perire, e le destre che agitano il codice del populismo, con gli immigrati come nemici concreti ma fasulli costruiti per sfondare. Il senso del voto francese è anche questo: con la sua marcia (poco) trionfale Macron ha vendicato Hillary Clinton, caduta nel suo sogno di un presidenzialismo a conduzione familiare e a forte egemonia finanziaria. La destra in America, con Trump, ha giocato la briscola buttando sul tavolo la risposta conservatrice alla grande crisi del 2007. Con il suo immaginario politicamente scorretto, il comandante supremo dai capelli arancioni, ha strapazzato l'alternativa tecnocratica, che i poteri della finanza avevano fabbricato attorno alla candidatura di Clinton. Una destra populista e protezionista avrebbe sfondato anche in Francia se però non avesse assunto il volto, ancora imbarazzante dopo il secolo breve, di una fascista al potere. Canterà pure la Marsigliese, ma Le Pen figlia evoca, non meno del padre vecchio camerata, un fantasma troppo oscuro per essere ospitato all'Eliseo. Le alchimie delle istituzioni della Quinta Repubblica hanno consentito la rivincita dei poteri forti della finanza e dei media che hanno investito tanto su un loro cavallo di scuderia che con appena il 23% acciuffa il potere. Quello che la piccola rivoluzione passiva francese dice è che anche oltralpe si svolge il duello tra l'élite del denaro e della politica, che inventa novità cosmetiche per non perire, e le destre che agitano il codice del populismo, con gli immigrati come nemici concreti ma fasulli costruiti per sfondare. Gli stessi conservatori inglesi cavalcano l'euroscetticismo per riassorbire il dissenso dei ceti popolari. Riescono così a sgonfiare le nuove destre protezioniste, ma al caro prezzo dell'uscita dall'Unione europea. Per non parlare dello spettro della disgregazione del regno che si agita sotto le minacce scozzesi di devoluzione. Con la prima grande contrazione sistemica del capitalismo globale si è aperta una generale crisi di rappresentanza. Cadono nel loro rendimento i regimi presidenziali, si inceppano i meccanismi maggioritari, si sgretolano i pilastri bipartitici, con buona pace dei profeti della democrazia decidente. Le destre, per resistere agli eventi, si convertono da inflessibili apostoli del liberismo della deregulation (l'asse Reagan-Tatcher) in profeti armati del protezionismo a suon di legge e ordine (l'asse Trump-May). Questo miracolo, che a intermittenza si ripete, è il punto di forza della destra. A sinistra i partiti non paiono troppo credibili quando accennano alla capriola che dalla febbre del liberismo (Cinton-Blair-Schroeder) li conduce a cavalcare le domande securitarie (liberi pistoleri di notte, esercizi repressivi con il decreto Minniti di giorno). Quello che anche la Francia rivela è che la destra non è indebolita dalla crisi. Ad essere travolti dalle macerie del capitalismo in contrazione, sono i partiti riformisti, quelli di destra hanno mille vite. Escono disarcionati in Grecia, in Francia, in Spagna i partiti socialisti. Credevano di aver congelato i comportamenti elettorali arroccandosi come cartelli inamovibili di un'alternanza statica entro un sistema fermo alla venerazione delle divinità del mercato, che si è convertito in un produttore di diseguaglianza crescente. Le vecchie culture politiche appaiono esangui e abbandonate dai loro referenti sociali: sono percepite come omologate alle forme dominanti del capitalismo che ordina precarietà e incertezza. Solo il bistrattato Corbyn sprigiona simboli e sfide che alimentano qualche sogno di rottura. La grande crisi sistemica dell'età della globalizzazione spalanca uno spazio per culture capaci di reinventare le forme di allargamento della democrazia, di partecipazione, di potere sociale. Una nuova sinistra deve ricominciare dalla sua capacità più vecchia e perduta: la critica del potere astratto dello Stato rappresentativo e la contestazione delle alienazioni sociali connesse al dominio del capitale. È terminata la stagione della politica riformista subalterna al capitale e disponibile solo a gestire un movimento minore, determinato dai marginali spostamenti al centro, con la cattura del mitico elettore mediano soddisfatto delle promesse di consumo e di mobilità sociale. Solo una sinistra di classe (nella analisi delle potenze del modo di produzione) e di popolo (nella proposta politica di un immaginario egemonico, aggregante e aperto alle differenze, alle culture) può sparigliare il duello fasullo tra una nuova destra che manda alla casa Bianca un capitalista e il nichilismo del denaro che invia un suo rappresentante all'Eliseo. Non ci sono altre maniere per arrestare il trionfo della post-democrazia ovunque En Marche. Psf: Dopo la debacle Valls sceglie Macron, i socialisti sono morti Nella sede del Partito l'ira dei dirigenti contro l'ex premier - Fredda la reazione di En Marche: non scontato l'ok alla candidatura

Il Manifesto, 9.5.2017
di Eugenio Renzi

L’intervista.
Il regista Sylvain George:
all’Eliseo un Presidente neoliberista
nel segno della conservazione


Parigi. Da anni Sylvain George porta la sua cinepresa là dove dei gruppi di persone resistono al neoliberismo. Dai suoi film infuocati – Qu'ils reposent en révolte tra i migranti nella «jungle» di Calais, Vers Madrid tra gli indignados del Movimento 15-M – emerge un'umanità che è l'esatto contrario di quella che appare nei reportage: non un problema, ma una soluzione. Questo antifascista viscerale non ha partecipato al fronte repubblicano per Macron. Perché? Cosa si aspettava da questa tornata elettorale? Niente. È legata ad un modello politico al quale non aderisco: la democrazia rappresentativa. Per me si tratta di un'ossimoro. La rappresentazione è intrisecamente oligarchica e inegalitaria. In Francia in particolare la politica è delegata a una classe di tecnici. Il potere popolare è confiscato. La voce, le aspirazioni, i desideri di esser altro di milioni di individui sono strutturalmente ridotti al silenzio o disqualificati. E l'elezione presidenziale è la forma estrema di questo potere che spossessa il popolo della sovranità. Quella appena svoltasi si è distinta per un livello inedito di occultamento. C'è stata un'assenza quasi totale di scambi di idee. È per questo che come individuo e come cineasta cerco di concentrarmi su forme minoritarie di agire poetico e politico: i percorsi migratori, i movimenti come quello di Occupy o Nuit débout: pianticelle che spaccano l'asfalto. E della crisi dei partiti tradizionali, cosa pensa? Il Front national è riuscito in effetti a farsi passare per un partito antisistema e Marine Le Pen per una porta parola del popolo. Ma si tratta di marketing. Anche Macron ha capito e preso a tempo la misura della crisi dei partiti. Nel suo caso, la strategia di farsi passare per un « ufo » fuori dal sistema è ancora più impressionante. Tutti sanno che è stato uno dei cervelli del governo Hollande e che è il rappresentante della nuova oligarchia neoliberista che, staccandosi dal tessuto sociale nazionale, porta con se pezzi di classe media: quelli che hanno capitale culturale e materiale sufficiente per approfittare delle riforme. Macron afferma di essere diverso da Hollande. Si è detto contrario alla «perdita della nazionalità» per reati di terrorismo, gli va riconosciuto. Per il resto il suo modello sociale è lo stesso. Un collettivo di cineasti ha invitato a votare per Macron, contro Le Pen. Perché non ha aderito all'appello? Il grosso dei firmatari sono cineasti di centrosinistra, lavorano in una situazione confortevole, appartengono alla borghesia media e grande, non sono stati toccati dalle riforme di Hollande, non lo saranno da quelle di Macron. Il «Fronte Repubblicano» contro il Front national maschera appena, dietro l'antifascismo, l'interesse di classe. Nonostante la pressione, l'astensione sommata al voto nullo ha raggiunto il 36%. Non si capisce la riluttanza a fare fronte se non si tiene presente la politica che da decenni domina incontrastata. E non c'è stato bisogno di aspettare l'FN perché all'arricchimento sfrenato di pochi e all'impoverimento di molti si aggiungesse la stigmatizzazione di quelli che sembrano frenare il progresso (gli immigrati, i giovani, i disoccupati). Chi non ha dichiarato di votare Macron ha sopportato una pressione non nuova, ma che non è mai stata così violenta. Era apparsa con gli eventi di «Charlie Hebdo» e si manifesta come un'intimazione a esprimere la propria fedeltà repubblicana. In caso di rifiuto si è automaticamente ascritti alla lista dei terroristi o dei collaboratori. Ogni pensiero critico è a priori squalificato perché sospetto di complicità col nemico. Cosa ci aspetta? Il fatto che il presidente sia giovane illude che ci sarà un cambiamento. Io credo che avremo un prolungamento del passato. La sua prima scelta da presidente eletto – parlare davanti al museo del Louvre – confermare il sospetto che la sua azione si iscriverà nel segno della conservazione: il liberismo che abbiamo conosciuto al quale forse sarà aggiunta una politica di pura cosmesi sulle periferie e le nuove tecnologie. I problemi sono ben altri. Sono immensi, al pari delle ineguaglianze sociali, e delle tante gioventù « suicidate » in questi anni, per parafrasare un bel testo di Artaud. Questi temi di fondo, c'è da scommetterci, non saranno toccati.
La Repubblica, 9.5.2017
Saviano, Wenders e altri per Macron
e nuovo progetto europeo 

Il nostro impegno per un'europa migliore sulla scia delle votazioni ungherese, austriaca e olandese, l'elezione di Emmanuel Macron, un europeista convinto, in qualità di presidente della Repubblica francese, crea un'opportunità storica per rifondare senza indugio il progetto europeo. Ecco perché abbiamo deciso di aprire da oggi un ampio dibattito civico continentale con l'obiettivo di coinvolgere i nostri cittadini nella scrittura di un nuovo capitolo nella storia della nostra Unione europea. Esattamente un anno fa, su queste stesse colonne, avevamo chiamato a una tabella di marcia concreta per un nuovo rinascimento europeo. Avevamo chiamato i nostri concittadini, i dirigenti e gli opinion leader — provenienti da tutte le generazioni e da tutte le sensibilità dei diversi paesi dell'Unione europea — a mobilitarsi a tutti i livelli contro le tentazioni di ripiegamento nazionalista e a promuovere un nuovo spirito civico europeo. Li invitavamo allo stesso modo a federarsi per creare le condizioni per una reinvenzione dell'Unione europea con la preoccupazione di rimettere il cittadino al centro del progetto. Il momento di questa trasformazione è arrivato. È tempo di fare dell'Unione europea una potenza politica, democratica, industriale, culturale, ecologica e sociale in grado di difendere gli interessi e i valori dei nostri concittadini, una potenza che sia un attore centrale nella globalizzazione e non più un osservatore passivo e molle. Per molti aspetti, il nostro appello è stato ascoltato. Lo shock del risultato negativo del referendum britannico, la nuova situazione internazionale con l'elezione inaspettata di Donald Trump e l'irrigidimento russo, hanno accelerato la consapevolezza dell'urgenza di un fronte comune europeo. Come affrontare altrimenti le sfide concrete di gran lunga superiori al piano nazionale e dare nuova vitalità alle nostre democrazie? In tutta l'Unione, dal Portogallo alla Polonia, dalla Germania alla Romania, passando per la Francia, l'Italia e gli Stati baltici, i cittadini sono scesi in piazza per dimostrare il loro attaccamento nei confronti dell'Unione. Nuovi movimenti — come Pulse of Europe, Stand for Europe o Civico Europa — sono nati. L'Eurobarometro e le inchieste d'opinione negli ultimi nove mesi hanno dimostrato un ritorno di attaccamento al progetto europeo senza precedenti dall'inizio della crisi finanziaria, e la convinzione che l'Ue dovrebbe rafforzare la sua capacità d'azione per la sicurezza, la lotta al terrorismo, la gestione delle migrazioni o ancora per la regolamentazione della globalizzazione in materia commerciale, finanziaria, ambientale e sociale. Questa dinamica si è tradotta a livello politico. Alcuni Capi di Stato e di governo ci hanno coinvolto nella loro riflessione, l'Unione europea ha delineato in occasione del 60 ° anniversario dei Trattati di Roma i contorni della tabella di marcia che chiedevamo. Alcune delle nostre proposte come quelle sul pilastro dei diritti sociali, sulla sicurezza o sulle liste transnazionali sono ormai discusse in seno al Consiglio dei ministri dell'Ue. Inoltre, i leader nazionali e i cittadini non esitano più ad ostentare la loro convinzione europea. Piuttosto che opporre orgoglio nazionale e ambizione europea, non hanno più paura di affermare che le due cose si rafforzano a vicenda. Il fallimento del referendum anti-europeo in Ungheria, le vittorie degli europeisti in Austria e nei Paesi Bassi, e ora la vittoria in Francia di Emmanuel Macron — che ha messo nel cuore della sua campagna la rifondazione del progetto europeo — illustrano questo contesto storico favorevole. Oggi abbiamo un dovere di azione collettiva e ognuno di noi sente la responsabilità di impegnarsi. Siamo consapevoli che la dinamica di frammentazione delle nostre società è sempre all'opera: è urgente rafforzare il nostro potenziale di crescita, lottare con vigore contro le disuguaglianze e inventare i diritti e le libertà del futuro, per dare a ciascuno prospettive durevoli di avvenire e di inclusione democratica. Senza questo, sarà la coesione dei nostri paesi e dell'Unione ad essere minacciata. Per cambiare la situazione, è importante che ciascuno si assuma le proprie responsabilità senza più rinviare, gli Stati, l'Unione, ma anche i cittadini e gli opinion leader. Questo è quello che cerchiamo di fare oggi con i mezzi e le risorse limitate di cui disponiamo, impegnandoci e rilanciando di nuovo l'iniziativa. "Quale via europea per un futuro migliore?" Come associare concretamente i nostri cittadini alla ricerca di soluzioni positive? Queste le sfide di un grande dibattito pubblico che apriamo questo 9 maggio, giorno della Festa dell'Europa, a Bruxelles, capitale dell'Unione, con Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Abbiamo messo proposte concrete sul tavolo dei leader europei — come ci avevano d'altra parte domandato i presidenti della Commissione e del Consiglio europeo — invitando a un riequilibrio del progetto europeo e a prendere meglio in considerazione le preoccupazioni dei nostri concittadini, sintetizzabili in sette pilastri: la democrazia, l'istruzione e la cultura, la dimensione sociale, lo sviluppo sostenibile, l'economia e l'industria, la moneta e, naturalmente, la sicurezza, la difesa e la politica estera. Ma noi vogliamo andare oltre. Ci sembra urgente per rinvigorire le nostre democrazie rappresentative favorire la nascita di una vera democrazia deliberativa e partecipativa europea. Proponiamo dunque di organizzare un nuovo processo partecipativo europeo in autunno — con lo scopo di coinvolgere i cittadini in modo continuo alla definizione delle priorità e dei progetti politici dell'Unione — che si tradurrà in convenzioni civiche diffuse sul territorio dell'Unione, coinvolgendo la responsabilità dei cittadini. Chiunque sia convinto che l'avvenire debba essere inventato insieme si unisca a noi e ci sostenga!
Firmato dai membri di Civico Europa ( civico. eu), già promotore dell’appello per un nuovo Rinascimento europeo del 9 maggio 2016.
Guillaume Klossa (FR), autore, promotore di Civico Europa e dell’appello per un nuovo Rinascimento europeo, fondatore di EuropaNova e degli Stati Generali d’Europa, ex sherpa del Gruppo di riflessione sul futuro dell’Europa (Consiglio europeo);
Mercedes Bresso (IT), Europarlamentare, ex presidente del Comitato delle Regioni;
Elmar Brok (DE), Europarlamentare, ex Presidente della Commissione Affari Esteri, Partito popolare europeo;
Daniel Cohn-Bendit (FR), ex presidente del gruppo “Les Verts”, Parlamento europeo;
Felipe Gonzalez (ES), ex primo ministro, ex Presidente del gruppo di riflessione sul futuro dell’Europa (Consiglio europeo);
Sandro Gozi (IT), Sottosegretario agli Affari europei;
Alain Juppé (FR), ex primo ministro, sindaco di Bordeaux;
Roberto Saviano (IT), scrittore;
Guy Verhofstadt (BE), ex primo ministro, presidente del gruppo “ALDE”, Parlamento europeo;
Wim Wenders (DE), regista
Traduzione italiana di Michele Fiorillo ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Fatto quotidiano, 9.5.2017
L’intervista/2
Bini Smaghi:
“Ora l’Italia è il Paese che rischia di più”
di Stefano Feltri


Lorenzo Bini Smaghi è presidente della banca Société Générale ed ex membro del board della Bce. Di Emmanuel Macron dice: "Il nuovo presidente ha bisogno di risultati concreti già nei primi mesi". Lorenzo Bini Smaghi, cosa dobbiamo aspettarci dai primi 100 giorni di Macron? C'è ancora un mese per le elezioni legislative, dobbiamo capire che maggioranza parlamentare avrà. Macron dovrà poi accelerare le riforme dal lato fiscale, cercare di ottenere un pacchetto credibile. Avrà un problema di rapporti con la Germania: per porsi su un livello adeguato dovrà dimostrare di aver fatto quello che i presidenti precedenti non sono riusciti a fare. Alla Germania non interessa tanto se il deficit è al 3,1 o al 2,7 per cento del Pil, ma se passano le riforme per sbloccare la crescita. Da cosa dipenderà? Dalla sua maggioranza e dalla capacità del presidente di resistere alla pressione della piazza: in Francia quando si fanno gli scioperi è una cosa seria. Che Parlamento si aspetta? Macron avrà una maggioranza più solida di quella di Hollande, che si appoggiava a un partito socialista molto conflittuale e ha dovuto chiedere la fiducia varie volte. En Marche! invece è il partito di Macron, il "PdM". Cosa l'ha colpita del programma di Macron? In positivo la visione apertamente europeista, fondata su una Francia risanata e più forte. In negativo l'abolizione dell'Imu francese, la tassa sulla casa, molto elevata in Francia, che però Macron vuole togliere solo ai più poveri. Come sarà il rapporto tra questa nuova Francia e la Germania? La debolezza della Francia di questi anni è una debolezza economica che l'ha resa dipendente dalle oscillazioni dei mercati molto più della Germania. Abbiamo visto in campagna elettorale le tensioni che ha creato lo spread. La Francia può imporre la sua agenda a livello europeo solo se ha una base economica robusta. Altrimenti fra cinque anni rischia di ritrovarsi con gli stessi problemi che hanno portato Marine Le Pen al ballottaggio. In tanti festeggiano la fine dell'onda "sovranista ". C'è un trend, dall'Austria all'Olanda, alla sconfitta dell'Afd alle elezioni locali in Germania, la stessa Grecia, si tende a dare ai governi il mandato di rafforzare l'Europa non di indebolirla. Con la sconfitta della Le Pen, gli unici che vogliono uscire dall'euro sono rimasti in Italia. Ed è importante che la Le Pen sia stata battuta da un avversario che non l'ha rincorsa sul suo terreno di attacco all'Europa, ma che nei dibattiti tv le diceva 'lei mente'. Quindi l'Italia è ora il Paese più esposto? Tutti aspettano di capire quali sono le rispettive linee degli aspiranti leader. C'è chi teme in Italia un autunno 2017 come quello drammatico del 2011. Guardiamo i dati: il debito non diminuisce, la legge di Bilancio non sarà facile, per il governo in carica raggiungere l'obiettivo del deficit 2018 all'1,2 per cento del Pil sarà arduo, l'economia cresce troppo poco, i tassi a lungo termine prima o poi saliranno e la Bce dovrà ridurre un po' il quantitative easing. Con quali conseguenze? Il rischio è l'effetto palla di neve: i tassi salgono, la crescita rallenta, il rischio aumenta, i tassi salgono di più, con la politica che non reagisce in modo adeguato. E ricordiamoci che l'intervento di emergenza della Bce, l'Omt, è condizionato dall'adozione di un programma di impegni ben preciso. La famosa Troika? Il nome ufficiale è 'le istituzioni….'
Il Fatto quotidiano, 9.5.2017
L’intervista/ 1
Pasquino: “Renzi, il paragone con Macron è ridicolo
di Luca De Carolis


"Renzi non c'entra nulla con Macron, paragonarli è ridicolo". Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l'Università di Bologna, non usa sfumature. Però precisa: "In Europa il neo-presidente francese avrà bisogno anche dell'appoggio di Renzi per ottenere più flessibilità". Il segretario del Pd e i suoi celebrano la vittoria di Macron quasi come un loro successo. E insistono sulle tante, presunte similitudini tra i due. Lei non ne vede? No. Lo ripeto, è ridicolo confrontare il successo di Renzi alle primarie con quello di Macron in Francia, sono cose totalmente diverse. E i due profili sono lontanissimi tra loro. Casomai, il Macron italiano sarebbe potuto essere Enrico Letta. Perché? Perché come il presidente francese, Letta è un uomo colto, che parla le lingue e conosce bene l'Europa. Non per niente, ora insegna a Sciencies Po (l'Istituto di studi politici di Parigi, ndr). Peccato però che abbia avuto poco coraggio. Cosa intende? Quando Renzi si presentò per dargli il benservito avrebbe dovuto resistere, e insistere anche con il Quirinale per farsi sfiduciare in aula. Tre anni dopo, Renzi pare palesarsi come europeista d'assalto, sulla falsariga di Macron. L'ex premier può anche fare l'anguilla, ma in Europa non funziona. A livello europeo devi saper intavolare negoziati, non fare sceneggiate. Intanto ora c'è Macron, che secondo gli analisti si dedicherà subito a rafforzare l'asse franco-tedesco. Quello è inevitabile. Ma per ottenere più flessibilità avrà bisogno anche dell'appoggio di Renzi: il quale a sua volta dovrà appoggiarsi al leader francese. Condannati ad allearsi. Devono lavorare assieme. Ma il presidente francese cos'è? Un socialista moderno, o un liberale? Un liberale classico certamente no. Diciamo che è un liberaldemocratico, con un'importante esperienza da ministro con i socialisti. Secondo Renzi, Macron "ha vinto al centro". No. Ha vinto partendo dal centro, ma al secondo turno ha convogliato su di sè buona parte dei consensi ottenuti al primo turno dal candidato della sinistra, Mélenchon, e diversi voti anche dai socialisti: arrivando di fatto a una coalizione di centrosinistra. Renzi dovrebbe prendere esempio? Serve la coalizione? Assolutamente sì, serve un centrosinistra plurale. Anche se ad oggi non sappiamo neppure con quale legge elettorale andare a votare. Lei cosa consiglia? Una legge maggioritaria, con i collegi uninominali. Ossia il Mattarellum. Il segretario del Pd l'ha più volte proposto, ma non lo vuole nessuno. Come fa a dirlo? Le reazioni dei partiti, da Forza Italia a M5s, sono state chiare: un muro di no. Le leggi si propongono in commissione, in Parlamento. Si faccia dire di no nella sede dove si deve discutere: voglio vedere come andrà. E le legislative francesi, come andranno? In fondo Macron ha solo una lista dietro di sé, e rischia di essere travolto dai conservatori. Non è affatto detto. In diversi tra i parlamentari gollisti, come tra i socialisti, stanno valutando se offrirgli i loro voti. E lui farebbe bene ad accettarli, scegliendo i più affidabili e radicati sul territorio. Ma durerà? Sì, per tutti i cinque anni di mandato. E forse rivincerà. Macron non sarà straordinario, ma è una figura importante. © RIPRODUZIONE RISERVATA