La Repubblica, 4.5.2017
La crisi infinita dell’Unità: oggi non è in edicola
le scelte dei partiti
Nuovo sciopero all'Unità "Diritti calpestati e il partito tace" ROMA.
Anche oggi l'Unità non sarà in edicola a causa dello scontro dei giornalisti con la proprietà. Secondo una denuncia pubblicata ieri dal Comitato di redazione sulle pagine del giornale, l'amministratore delegato Guido Stefanelli avrebbe vincolato il pagamento dello stipendio di aprile alla rinuncia dei pignoramenti da parte degli ex colleghi del quotidiano: i giornalisti dovrebbero quindi «persuadere ex colleghi che hanno perso il posto di lavoro a rinunciare a un diritto acquisito e riconosciuto da sentenze di tribunale», si legge nella nota dell'assemblea. « Siamo allo scatenamento di una guerra tra poveri» scrive ancora il Cdr. E nell'annunciare vertenze legali e nuove agitazioni, chiede: «Cosa ha da dire il Pd, che ancora oggi è socio di minoranza, attraverso la fondazione Eyu, de l'Unità srl? E non ha niente da eccepire il neo rieletto segretario?». La Piesse, editrice del quotidiano, risponde con una nota: «Sciopero miope, invitiamo Pd a presentare idee». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 4 maggio 2017
La Repubblica del 3.5.2017
Corrado Augias risponde alla lettera di Paolo Izzo
sul rapporto violenza e religione
Se la violenza si ammanta di religiosità
CARO Augias, avrebbe meritato maggiore spazio sui media un caso di bullismo, forse il primo a sfondo "religioso", di cui è stato vittima un diciassettenne a Catania. Un suo post critico di inizio anno sulla processione di sant'Agata, patrona della città, ha scatenato prima insulti e minacce gravi, che lo hanno costretto in casa per settimane, poi addirittura un pestaggio in piena regola, non appena il giovane si è concesso una passeggiata in centro. L'Uaar del capoluogo etneo ha annunciato l'apertura di uno "Sportello laico per i giovani e la scuola": un chiaro segnale che quell'atto violento di "bullismo religioso" ha radici profonde, addirittura nell'istruzione pubblica dove, per dirne una, l'offerta alternativa all'ora di religione si deve cercare con il lumicino. A me personalmente, l'intera vicenda ricorda gli inchini sotto le case dei boss durante le processioni: quell'odioso connubio tra mafia e religione, che le mostra così affini nella loro ingerenza nella vita quotidiana, purtroppo spesso sotto gli occhi ciechi e l'omertà delle istituzioni civili e laiche. Da baciare le pile a baciare le mani, il passo è pericolosamente breve.
Paolo Izzo — Roma
IL RAPPORTO con la religione e le figure connesse al culto cattolico nel Mezzogiorno d'Italia assume spesso una connotazione negativa che non è solo quella dei mafiosi che tengono i vangeli sul comodino accanto al mitra o delle processioni che si fermano per rendere omaggio alla casa di un malvivente. Ci sono anche altri casi meno evidenti ma non meno significativi. Che cosa abbia determinato l'episodio terribile segnalato dal signor Izzo non è possibile dire senza una conoscenza diretta dei fatti che non ho. Rimane comunque superfluo ribadire che non c'è intensità di venerazione che giustifichi comportamenti del genere. La vergine Agata, poi fatta santa (siamo nel III secolo), è una figura sfumata nella leggenda che gode in Sicilia di un'intensa venerazione sia a Palermo sia a Catania, due città che se ne contendono la nascita. Nel duomo di Catania ci sono i suoi resti ma a Palermo figura insieme a Cristina, Ninfa e Oliva tra le quattro sante protettrici della città. In uno dei punti magici della capitale siciliana, piazza Villena meglio conosciuta come "i quattro canti", all'incrocio tra le due strade principali, via Maqueda e via Vittorio Emanuele, c'è, in alto nella facciata est, la sua statua. Santa Rosalia, che l'ha soppiantata, arriverà solo nel XII secolo. Infatti il centro della sua venerazione ormai è a Catania. In realtà si tratta di figure sulle quali pochi sono i dati certi. Certo è che Agata fu atrocemente torturata con strappo delle mammelle, prima dell'esecuzione. A Palazzo Pitti si conserva un dipinto di Sebastiano del Piombo dove la santa, denudata fino al pube, si espone frontalmente al martirio. Riferisco queste poche notizie perché l'episodio di cui alla lettera non ha chiaramente nulla a che fare né con la povera Agata né con la pietà cristiana in generale. Casi come questi denunciano talvolta una violenza repressa che prende come spunto la religiosità per trovare uno sfogo che si manifesterebbe comunque. Credo, spero, che sia così anche in questo caso.
Corrado Augias risponde alla lettera di Paolo Izzo
sul rapporto violenza e religione
Se la violenza si ammanta di religiosità
CARO Augias, avrebbe meritato maggiore spazio sui media un caso di bullismo, forse il primo a sfondo "religioso", di cui è stato vittima un diciassettenne a Catania. Un suo post critico di inizio anno sulla processione di sant'Agata, patrona della città, ha scatenato prima insulti e minacce gravi, che lo hanno costretto in casa per settimane, poi addirittura un pestaggio in piena regola, non appena il giovane si è concesso una passeggiata in centro. L'Uaar del capoluogo etneo ha annunciato l'apertura di uno "Sportello laico per i giovani e la scuola": un chiaro segnale che quell'atto violento di "bullismo religioso" ha radici profonde, addirittura nell'istruzione pubblica dove, per dirne una, l'offerta alternativa all'ora di religione si deve cercare con il lumicino. A me personalmente, l'intera vicenda ricorda gli inchini sotto le case dei boss durante le processioni: quell'odioso connubio tra mafia e religione, che le mostra così affini nella loro ingerenza nella vita quotidiana, purtroppo spesso sotto gli occhi ciechi e l'omertà delle istituzioni civili e laiche. Da baciare le pile a baciare le mani, il passo è pericolosamente breve.
Paolo Izzo — Roma
IL RAPPORTO con la religione e le figure connesse al culto cattolico nel Mezzogiorno d'Italia assume spesso una connotazione negativa che non è solo quella dei mafiosi che tengono i vangeli sul comodino accanto al mitra o delle processioni che si fermano per rendere omaggio alla casa di un malvivente. Ci sono anche altri casi meno evidenti ma non meno significativi. Che cosa abbia determinato l'episodio terribile segnalato dal signor Izzo non è possibile dire senza una conoscenza diretta dei fatti che non ho. Rimane comunque superfluo ribadire che non c'è intensità di venerazione che giustifichi comportamenti del genere. La vergine Agata, poi fatta santa (siamo nel III secolo), è una figura sfumata nella leggenda che gode in Sicilia di un'intensa venerazione sia a Palermo sia a Catania, due città che se ne contendono la nascita. Nel duomo di Catania ci sono i suoi resti ma a Palermo figura insieme a Cristina, Ninfa e Oliva tra le quattro sante protettrici della città. In uno dei punti magici della capitale siciliana, piazza Villena meglio conosciuta come "i quattro canti", all'incrocio tra le due strade principali, via Maqueda e via Vittorio Emanuele, c'è, in alto nella facciata est, la sua statua. Santa Rosalia, che l'ha soppiantata, arriverà solo nel XII secolo. Infatti il centro della sua venerazione ormai è a Catania. In realtà si tratta di figure sulle quali pochi sono i dati certi. Certo è che Agata fu atrocemente torturata con strappo delle mammelle, prima dell'esecuzione. A Palazzo Pitti si conserva un dipinto di Sebastiano del Piombo dove la santa, denudata fino al pube, si espone frontalmente al martirio. Riferisco queste poche notizie perché l'episodio di cui alla lettera non ha chiaramente nulla a che fare né con la povera Agata né con la pietà cristiana in generale. Casi come questi denunciano talvolta una violenza repressa che prende come spunto la religiosità per trovare uno sfogo che si manifesterebbe comunque. Credo, spero, che sia così anche in questo caso.
mercoledì 3 maggio 2017
Il Tirreno 30.04.2017
di Gianni Parrini
Aborto, lo psichiatra fa obiezione
Si rifiuta di dare consulenza a una donna
che vuole interrompere la gravidanza.
L’Asl convoca un incontro
LUCCA. Interruzione di gravidanza, uno psichiatra fa obiezione di coscienza e rifiuta la consulenza a una donna intenzionata ad abortire. I vertici dell’Asl convocano un gruppo di lavoro per stabilire se il comportamento del medico ha fondamento nella giurisprudenza e come ci si dovrà comportare in futuro.
Una battaglia in punta di diritto innescata dal comportamento tenuto da uno psichiatra in servizio in Versilia. Qualche mese fa l’uomo si è rifiutato di offrire la propria consulenza a una donna intenzionata ad abortire, motivando la scelta come obiezione di coscienza. La donna è stata così assegnata a un altro psichiatra e per fortuna questo intoppo non ha causato problemi nel suo decorso. Ma in situazioni del genere un ritardo di qualche giorno può risultare decisivo. Per questo il caso fa discutere, soprattutto perché la scelta dello psichiatra ha colto tutti impreparati.
La legge 194 (volgarmente conosciuta come “legge sull’aborto”) stabilisce che entro i primi 90 giorni la gestante può decidere di interrompere la gravidanza sulla base di un ampio spettro di considerazioni: mediche, in primo luogo, ma anche legate alle condizioni economiche, sociali, familiari, o alla circostanza in cui è avvenuta il concepimento. In questo caso si parla di interruzione volontaria di gravida (Ivg) che può essere attestata da un qualunque medico (del consultorio, di fiducia, lo specialista). Di fronte alla richiesta della donna, quest’ultimo le rilascia un certificato che attesta lo stato di gravidanza, la richiesta di interromperla e le motivazioni. Una volta ottenuto il certificato la donna dovrà attendere una settimana e poi dovrà presentarsi in ospedale per l’intervento. Dopo il 90° giorno, invece, le interruzioni di gravidanza sono lecite solo nei casi in cui dell'intervento può beneficiare la salute psico-fisica della donna. Si tratta, ad esempio, di casi in cui la "previsione" di malformazioni del concepito comporta un pericolo per la salute (psichica e fisica) della partoriente. Pertanto vengono definite interruzioni terapeutiche di gravidanza (Itg). Trattandosi di patologie psichiche e comportamentali la diagnosi viene affidata a uno psichiatra. Questo è quanto prevede la normativa.
Nel caso in questione lo psichiatra chiamato a fare la diagnosi alla gestante ha rifiutato l’incarico, invocando il diritto all’obiezione di coscienza. Un caso che finora non si era mai verificato. Per capire come comportarsi (ora e in futuro) il dottore Roberto Sarlo, responsabile della Salute mentale di tutta l’Asl Nord ovest ha convocato un audit a cui hanno preso parte il dottor Massimo Martelloni, direttore di medicina legale e clinical risk manager dell’azienda; la dottoressa Patrizia Fistesmaire; il dottor Gian Luca Bracco, responsabile della struttura di ostetricia e ginecologia di Lucca; il dottor Giovanni Paolo Cima, responsabile della struttura di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Versilia. «Stiamo lavorando ma non siamo ancora arrivati ad alcuna conclusione», spiega il dottor Sarlo. Di certo la questione fa discutere.
Si ringrazia Barbara Sbrocca
di Gianni Parrini
Aborto, lo psichiatra fa obiezione
Si rifiuta di dare consulenza a una donna
che vuole interrompere la gravidanza.
L’Asl convoca un incontro
LUCCA. Interruzione di gravidanza, uno psichiatra fa obiezione di coscienza e rifiuta la consulenza a una donna intenzionata ad abortire. I vertici dell’Asl convocano un gruppo di lavoro per stabilire se il comportamento del medico ha fondamento nella giurisprudenza e come ci si dovrà comportare in futuro.
Una battaglia in punta di diritto innescata dal comportamento tenuto da uno psichiatra in servizio in Versilia. Qualche mese fa l’uomo si è rifiutato di offrire la propria consulenza a una donna intenzionata ad abortire, motivando la scelta come obiezione di coscienza. La donna è stata così assegnata a un altro psichiatra e per fortuna questo intoppo non ha causato problemi nel suo decorso. Ma in situazioni del genere un ritardo di qualche giorno può risultare decisivo. Per questo il caso fa discutere, soprattutto perché la scelta dello psichiatra ha colto tutti impreparati.
La legge 194 (volgarmente conosciuta come “legge sull’aborto”) stabilisce che entro i primi 90 giorni la gestante può decidere di interrompere la gravidanza sulla base di un ampio spettro di considerazioni: mediche, in primo luogo, ma anche legate alle condizioni economiche, sociali, familiari, o alla circostanza in cui è avvenuta il concepimento. In questo caso si parla di interruzione volontaria di gravida (Ivg) che può essere attestata da un qualunque medico (del consultorio, di fiducia, lo specialista). Di fronte alla richiesta della donna, quest’ultimo le rilascia un certificato che attesta lo stato di gravidanza, la richiesta di interromperla e le motivazioni. Una volta ottenuto il certificato la donna dovrà attendere una settimana e poi dovrà presentarsi in ospedale per l’intervento. Dopo il 90° giorno, invece, le interruzioni di gravidanza sono lecite solo nei casi in cui dell'intervento può beneficiare la salute psico-fisica della donna. Si tratta, ad esempio, di casi in cui la "previsione" di malformazioni del concepito comporta un pericolo per la salute (psichica e fisica) della partoriente. Pertanto vengono definite interruzioni terapeutiche di gravidanza (Itg). Trattandosi di patologie psichiche e comportamentali la diagnosi viene affidata a uno psichiatra. Questo è quanto prevede la normativa.
Nel caso in questione lo psichiatra chiamato a fare la diagnosi alla gestante ha rifiutato l’incarico, invocando il diritto all’obiezione di coscienza. Un caso che finora non si era mai verificato. Per capire come comportarsi (ora e in futuro) il dottore Roberto Sarlo, responsabile della Salute mentale di tutta l’Asl Nord ovest ha convocato un audit a cui hanno preso parte il dottor Massimo Martelloni, direttore di medicina legale e clinical risk manager dell’azienda; la dottoressa Patrizia Fistesmaire; il dottor Gian Luca Bracco, responsabile della struttura di ostetricia e ginecologia di Lucca; il dottor Giovanni Paolo Cima, responsabile della struttura di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Versilia. «Stiamo lavorando ma non siamo ancora arrivati ad alcuna conclusione», spiega il dottor Sarlo. Di certo la questione fa discutere.
Si ringrazia Barbara Sbrocca
domenica 30 aprile 2017
Internazionale 21.4.2017
È troppo tardi per Hong Kong?
di Howard W. French, The Guardian, Regno Unito
Quando nel 1997 passò dal controllo britannico a quello cinese, la città era una delle più libere e cosmopolite d’Asia. Oggi rischia una svolta autoritaria All’alba di una mattina di gennaio, nascosta dall’oscurità, una squadra di agenti in borghese della polizia cinese è entrata senza farsi notare nell’hotel Four Season di Hong Kong, diretta a una lussuosa suite residenziale. Dopo essersi sbarazzata delle guardie del corpo private – tutte donne – del miliardario che occupava la suite, ha coperto la testa dell’uomo con un panno bianco e lo ha portato via su una sedia a rotelle. Xiao Jianhua è uno degli uomini d’affari più ricchi della Cina. Negli ultimi vent’anni ha costruito la sua fortuna facendo affari con il meglio dell’élite cinese, tra cui, si dice, alcuni parenti stretti del presidente Xi Jinping. A causa della poca trasparenza della cultura politica cinese, i motivi di questo rapimento si possono solo ipotizzare, ma sembra che Xiao avesse cercato di tutelarsi in tutti i modi. Non solo risiedeva e svolgeva le sue attività fuori dalla Cina, ma aveva un passaporto diplomatico di Antigua e Barbuda e la cittadinanza canadese, forse pensando di garantirsi una maggiore protezione legale o diplomatica. Hong Kong ha la sua polizia, le sue guardie di frontiera e un servizio immigrazione, tutti in teoria separati dal grande apparato di sicurezza cinese. Ma quando le autorità di Pechino hanno deciso di far arrestare Xiao, niente di tutto questo è servito. Le autorità di Hong Kong non hanno osato protestare pubblicamente per l’arresto, e la Cina non ha dato spiegazioni. Questo incidente smentisce ancora una volta l’idea che Hong Kong abbia il pieno controllo dei suoi affari. Un anno fa, nel 2016, cinque uomini tra editori e librai sono stati portati in segreto in Cina per essere interrogati. Da luoghi di detenzione sconosciuti (dove ancora si trovano quasi tutti) alcuni di loro sono stati costretti a fare vaghe confessioni davanti a una telecamera. Come il rapimento di Xiao, la vicenda resta ancora avvolta nel mistero. Ma molti pensano che i cinque uomini siano stati presi di mira perché vendevano libri scandalistici sulle rivalità e la corruzione ai massimi livelli della politica cinese. Quei libri piacevano particolarmente ai turisti che venivano dal continente, e che in patria non avrebbero mai potuto trovare materiale simile. Uno dei libri dichiarava di contenere rivelazioni sulla vita amorosa del presidente Xi Jinping. Per molti cittadini di Hong Kong, questi rapimenti servono a ricordare quanto sia fragile l’accordo stipulato tra Londra e Pechino nel 1997, quando la Cina ottenne di nuovo la sovranità sull’isola, rimasta fino a quel momento sotto il controllo britannico. Anzi, prima del rapimento di Xiao Pechino ha respinto in modo ancora più evidente l’idea di un autogoverno di Hong Kong. Nel novembre del 2016 due giovani candidati che avevano appena vinto le elezioni al consiglio legislativo della città non hanno ottenuto il loro seggio. Il LegCo, come viene chiamato a Hong Kong, è un organo semidemocratico composto da settanta rappresentanti eletti, che legifera e approva i bilanci e a cui il governatore della città deve rendere conto. Nessuno ha messo in discussione il fatto che i due candidati, rappresentanti di un nuovo gruppo politico indipendentista chiamato Youngspiration, avessero vinto. Per negargli i seggi è stato usato il pretesto che durante la cerimonia del giuramento i due si erano rifiutati di giurare fedeltà alla Cina e avevano usato invece la formula “al popolo di Hong Kong”. Il governatore di Hong Kong in carica allora, Leung Chun-ying, fedelissimo a Pechino, ha chiesto subito un’ingiunzione del tribunale per impedire che i candidati di Youngspiration ottenessero i loro seggi. E come se non bastasse Leung ha fatto qualcosa senza precedenti e, per molti degli abitanti dell’isola, ancora più inquietante: per evitare interventi da parte dei tribunali indipendenti di Hong Kong, si è rivolto direttamente a Pechino. Ovviamente alla fine i due giovani politici sono stati interdetti dalla carica. Dopo la transizione, Pechino non era intervenuta quasi mai in modo così diretto nella politica di Hong Kong, per questo l’indignazione si è diffusa rapidamente, soprattutto tra i più giovani. La situazione è ancora tesa. Un timore difuso Il giorno dopo il mio arrivo a Hong Kong, a gennaio, una delegazione di attivisti per la democrazia è a Taiwan, guidata dal più importante leader dell’opposizione, il ventenne Joshua Wong. All’aeroporto, poco prima della partenza, folle di manifestanti filocinesi hanno aggredito i delegati e li hanno ricoperti di insulti e minacce. Secondo molti esperti, probabilmente i manifestanti sono stati pagati dalla criminalità organizzata manovrata da Pechino. E il messaggio era che chiunque predichi la separazione dalla Cina non è visto di buon occhio dal potere cinese. Se davvero l’intenzione era quella, sembra che il messaggio sia stato recepito. Vengo regolarmente a Hong Kong dalla fine degli anni novanta, ma ora mi rendo conto che c’è un timore diffuso tra gli abitanti della città. Nelle interviste e negli incontri in affollati ristoranti di quartiere, molti confessano di aver paura che la loro città, una delle più libere e cosmopolite dell’Asia, entri in rotta di collisione con il sistema autoritario della Cina. Le libertà e la cultura democratica che hanno sempre reso Hong Kong così speciale potrebbero non sopravvivere. Come mi dice un noto avvocato: “Se c’è una soluzione al problema di Hong Kong, nessuno l’ha ancora trovata”. Gli abitanti della città aspettavano con ansia il 2017, ventesimo anniversario della partenza dei britannici, un evento considerato una pietra miliare della loro evoluzione politica. Secondo le promesse di Pechino, doveva essere l’anno in cui compiere un passo decisivo verso il suffragio universale diretto, come prevede la costituzione della città. Ma le elezioni del 26 marzo, invece di dare il via a un’era più democratica, hanno seguito il solito copione, facendo temere a molti un ritorno delle proteste e degli scontri che hanno segnato gli ultimi tre anni. Promessa non mantenuta I rapporti tra Hong Kong e il continente non sono sempre stati così tesi. All’epoca della transizione, nel 1997, l’ansia che molti dei 6,5 milioni di abitanti di Hong Kong provavano per il loro futuro sotto il dominio del Partito comunista cinese era in parte compensata da un forte moto di orgoglio. È vero che migliaia di persone emigrarono o cercarono di ottenere un secondo passaporto per difendersi dall’incertezza della nuova era, ma molte altre pensavano che con l’aumento della ricchezza dei cittadini del continente ci sarebbe stata più libertà per tutti. Hong Kong non sarebbe diventata come la Cina: la Cina avrebbe cominciato a somigliare sempre più a Hong Kong. E le persone convinte di questo non avevano mai avuto un’occasione migliore per riaffermare la loro “cinesità”. Il fatto che le cose più importanti non fossero state lasciate al caso incoraggiava l’ottimismo. L’ultimo atto di decolonizzazione dei britannici, negoziato per anni, sembrava cedere il controllo della città non tanto allo stato cinese quanto alla popolazione di Hong Kong. In base all’accordo con Pechino (poi noto come “un paese, due sistemi”), Hong Kong avrebbe potuto autogovernarsi per cinquant’anni senza la minima interferenza da parte della Cina. Alcuni vedevano un errore di progettazione nell’accordo, se non addirittura un peccato originale: la popolazione di Hong Kong non Kong preoccupati per il loro futuro. Per molti osservatori, la formula “un paese, due sistemi” era anche un messaggio lanciato ai 23 milioni di abitanti di Taiwan, l’isola indipendente al largo delle coste cinesi. Riportare Taiwan tra le braccia di una Cina unificata era stato uno degli obiettivi più cari al Partito comunista in dal 1949, quando il governo nazionalista deposto da Mao era andato a rifugiarsi lì. Ora i commentatori politici di tutta la regione ipotizzavano che, se Hong Kong fosse diventata una città libera e democratica sotto la sovranità della Cina, forse anche la popolazione di Taiwan si sarebbe convinta della possibilità di legarsi al continente stringendo un accordo simile. Durante i primi anni di applicazione dell’intesa del 1997, molti osservatori internazionali attribuivano alla formula “un paese, due sistemi” buone probabilità di successo. Agli occhi di alcuni era stato addirittura uno shuang ying (un vero trionfo), come amava dire la diplomazia cinese. Se si fosse convinta anche Taiwan, avrebbe potuto diventare un trionfo assoluto: aveva avuto nessuna voce in capitolo nella discussione sui termini dell’intesa. Ma Hong Kong era così preziosa per Pechino, sostenevano gli ottimisti, che il Partito comunista cinese non avrebbe corso il rischio di intromettersi troppo. Per la Cina la città era stata la prima fonte d’investimenti di capitale, che all’inizio degli anni ottanta avevano costituito un carburante essenziale per il decollo economico. E negli anni novanta era rimasta un’importantissima fonte d’investimenti, oltre che un canale attraverso cui la Cina aveva avidamente assorbito le tecnologie e le tecniche di gestione occidentali. Inoltre, istituzioni di tipo occidentale come i tribunali indipendenti, i mercati finanziari trasparenti e la stampa libera avevano fatto di Hong Kong la piattaforma di lancio delle nascenti aziende globali cinesi. Era la sede ideale per le nuove imprese internazionali, perché offriva quella credibilità in più di cui avevano bisogno per convincere i diffidenti investitori stranieri. C’era anche un altro fattore che contribuiva a rassicurare gli abitanti di Hong avrebbe potuto riunire le tre comunità. Ma oggi, nel ventesimo anniversario del trasferimento di poteri, l’accordo tra Cina e Stati Uniti è considerato a dir poco zoppicante. Molti temono che stia per crollare del tutto, anche come operazione di facciata. La Cina è più ricca e potente di vent’anni fa, ma è anche meno paziente e disposta a cedere il controllo. Nel frattempo a Hong Kong l’idea di “un paese, due sistemi” è stata superata da un crescente desiderio di autonomia. Pechino si trova di fronte a giovani sempre più ostili e radicali, che non sono disposti a scendere a compromessi sulla democrazia e i diritti civili. Da parte sua, il Regno Unito cerca di non criticare pubblicamente Pechino mentre corteggia le aziende e gli investitori cinesi. Chris Patten, il politico conservatore e ultimo governatore coloniale della città, di recente ha dichiarato: “Siamo già venuti meno alle aspettative dei genitori di questa generazione di attivisti per la democrazia. E sarebbe una tragedia se deludessimo anche i ragazzi”. Non c’è un motivo solo che spieghi perché la situazione di Hong Kong è diventata così difficile. Ma non è possibile capire lo stato di crisi della città senza prendere atto che il continente non dipende più da Hong Kong. In realtà, potrebbe essere l’esatto contrario. Ed è un dato importante non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche psicologico, perché sta cambiando il modo in cui i cinesi e gli abitanti di Hong Kong vedono se stessi. Inversione dei ruoli Oggi la crescita economica cinese è undici volte quella registrata ai tempi del passaggio di consegne. Invece l’economia di Hong Kong è rimasta stagnante e dipende sempre di più dalla Cina. La mobilità verso l’alto ha subìto una battuta d’arresto, e molti giovani sono pessimisti sul futuro. Quasi tutte le persone sotto i quarant’anni che intervisto vivono ancora con i genitori e non sperano in un cambiamento a breve termine. “Non c’è molta crescita economica, se non per una piccola minoranza che lavora nelle banche e nella finanza”, mi dice Alan Wong, un trentenne impiegato nella fabbrica del padre. “Non puoi comprarti una casa e hai la sensazione che tutto sia contro di te”. Nel 1997 il reddito pro capite medio di Hong Kong era 35 volte quello della Cina. E nei primi anni della nuova era, quando i pochi cinesi che ottenevano il permesso di visitare la città tornavano a casa, suscitavano l’invidia di tutti raccontando dei centri commerciali di lusso e di una popolazione ricca e cosmopolita. Il romanzo del 2008 ‘Pechino è in coma’ dello scrittore cinese in esilio Ma Jian rende bene le trasformazioni avvenute. Racconta una storia d’amore senza speranza tra una ragazza di Hong Kong e un ragazzo del continente, entrambi studenti di medicina nella Cina meridionale. All’inizio, ogni volta che torna da Hong Kong, lei gli porta Marlboro e musicassette, senza rendersi conto che lui non ha un registratore per sentirle, poi una macchina fotografica che il ragazzo dovrà vendere per pagare un anno di affitto. I genitori della ragazza non approvano la loro relazione, chiaramente per la grande differenza di reddito. A un certo punto lui racconta di quando l’ha accompagnata alla stazione al confine tra Hong Kong e la terraferma. I turisti della città che entravano nell’atrio della stazione erano “ben vestiti, pettinati e con le valigie in ordine”, si legge. “Non sembravano appartenere allo stesso pianeta delle orde arruffate dei turisti del continente, che si trascinavano stancamente a piedi nudi con le buste di plastica sulle spalle”. Oggi il contrasto non è più così netto. Lo yuan vale più di quello che un tempo era il tanto agognato dollaro di Hong Kong, e la città è una meta per milioni di turisti cinesi che, però, non sono ben visti dagli abitanti. I ricchi del continente, compresi molti dirigenti politici, comprano le case più belle di Hong Kong e sono accusati di aver reso il mercato immobiliare inavvicinabile per gli abitanti. I turisti provenienti dalla Cina sono spesso oggetto di proteste rabbiose, e a volte si parla di loro nei termini tipici dei paesi profondamente divisi per motivi razziali come “pestilenza”, “parassiti” e “orde”. Molti abitanti di Hong Kong non sopportano i modi rozzi dei nuovi borghesi cinesi, accusati di sputare in pubblico, di attraversare la strada senza badare al traffico e di lasciar fare i bisogni per strada ai bambini. Per questi turisti Hong Kong non è più una città da ammirare a bocca aperta, ma una conferma del loro successo. E somiglia sempre di più ai posti da dove vengono. “I cinesi hanno un atteggiamento molto complicato nei confronti di noi cittadini di Hong Kong, una specie di complesso”, dice un uomo sulla trentina che si occupa di marketing per una piccola azienda. “Dicono che siamo cinesi come tutti gli altri, niente di speciale. Negli anni settanta e ottanta, i ricchi di Hong Kong investivano molto in posti come Shenzhen, si comportavano come grandi magnati. Ora i cinesi sono ricchi e noi siamo i loro schiavi. Quando vengono qui si comportano come se la città fosse una loro colonia. Non gli importa cosa pensiamo, fanno quello che vogliono perché il governo glielo permette. È Pechino che controlla tutto”. Più di qualsiasi statistica economica, è l’inversione dei ruoli a sconcertare molte persone. E l’atteggiamento intransigente, perino aggressivo, di Xi Jinping peggiora le cose. Xi ha dimostrato di essere il leader cinese più forte da decenni. Dall’inizio della sua presidenza, nel 2013, la stessa società civile cinese è continuamente sotto attacco. Avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani finiscono sotto processo, e le università devono rispettare una rigida linea ideologica. In questo clima, il movimento per la democrazia di Hong Kong è accusato di essere strumentalizzato dall’occidente, il cui scopo ultimo sarebbe sovvertire la Cina e minacciare la sua stabilità incoraggiando il liberalismo. Futuro distopico Xi Jinping è stato quasi altrettanto aggressivo a livello internazionale, soprattutto in Asia: ha rafforzato la marina militare, ha avviato la costruzione di isole artificiali nel mar Cinese meridionale e ha lanciato ambiziosi progetti continentali. Iniziative di politica estera così audaci contribuiscono a renderlo molto popolare, ma a Hong Kong come a Taiwan suscitano più timore che orgoglio. “Nessuno si aspettava che la Cina crescesse tanto in dieci anni né che il declino di altre potenze fosse così rapido. E le sorprese continuano con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti”, dice Lam Waiman, docente all’Open university di Hong Kong. “Siamo abbastanza ottimisti per il futuro economico della Cina, ma non per quello politico”. Nel 2012 molti a Hong Kong hanno giudicato l’insediamento del governatore Leung, oggi estremamente impopolare, un attacco premeditato contro i movimenti democratici della città. La cerimonia d’insediamento, organizzata con grande cura e quasi certamente approvata da Pechino, è stata condotta interamente in mandarino, la lingua ufficiale della Cina poco usata a Hong Kong (la lingua locale, il cantonese, è una componente importante dell’identità cittadina). Durante il giuramento Leung non ha mai pronunciato la parola “Hong Kong”, attirandosi molte critiche e una richiesta d’impeachment. Alla fine del 2015 nei cinema della città è uscito ‘Ten years’, un film rivoluzionario che immagina come sarà Hong Kong nel 2025. È costituito da cinque storie ambientate in un futuro distopico, ognuna diretta da un regista diverso. Nella prima, Extras, sicuramente la più pessimista, i partiti politici tradizionali propongono un’ideologia basata sull’obbedienza e su un insensato materialismo a un pubblico formato da persone anziane o di mezza età. Ma con i giovani le esortazioni a stare tranquilli, lavorare sodo e accontentarsi del proprio destino non funzionano. Sembra che Pechino stia perdendo la sua presa sulla città. La soluzione, ideata da un inviato del governo cinese, è far scoppiare una crisi da usare come pretesto per prendere il controllo della città. “Più si diffonde il panico meglio è”, dice l’inviato. Due piccoli criminali vengono reclutati per sparare a due consiglieri della città. L’episodio si conclude con una schermata nera su cui scorrono i complimenti alla polizia per la sua pronta reazione all’attacco terroristico promosso da “potenze straniere ostili”, la dichiarazione che i sospettati sono stati uccisi sul posto e l’annuncio che, per mantenere l’ordine in città, entrerà immediatamente in vigore una nuova legge per la sicurezza nazionale. La forza di Extras era che faceva immaginare i metodi sinistri che Pechino potrebbe usare per garantirsi il controllo di Hong Kong. Meno di un anno dopo ha cominciato a diffondersi il sospetto che qualcosa di simile potesse succedere sul serio. Molti gruppi di studenti che lottano per la democrazia, per esempio, dicono che tra loro ci sono degli infiltrati pronti a provocare un incidente su ordine di Pechino, che lo userà per giustificare un suo intervento. L’attuale situazione di crisi permanente della città è in parte la conseguenza inattesa di una decisione presa con le migliori intenzioni dal Regno Unito, da Hong Kong e perfino da Pechino di concederle un periodo di autogoverno di cinquant’anni. Ma anche dell’inflessibilità di un sistema politico ottuso e fondamentalmente insicuro di fronte a un cambiamento generazionale e a una richiesta di vera democrazia. È più facile capire i rapporti tra Hong Kong e Pechino in termini di accelerazione dei cicli. Appena i politici progressisti si mostrano un po’ accomodanti nei confronti di Pechino vengono screditati e sostituiti da colleghi più giovani e più radicali, la cui in capacità di ottenere risultati provoca impazienza e porta a un’ulteriore radicalizzazione. La radice di tanta insofferenza è soprattutto il desiderio di quella vera autonomia che era stata promessa nel 1997. Qualcuno ormai è così frustrato da invocare l’indipendenza, cosa che non era prevista dall’accordo tra Londra e Pechino. Vero patriottismo Il primo e più lungo di questi cicli concise con la lenta ascesa, a partire dagli anni settanta, di un gruppo di progressisti che combinavano attivismo per la democrazia, sentimento patriottico nei confronti della Cina e lotta alla corruzione. Quando negli anni ottanta i britannici introdussero i primi elementi di democrazia rappresentativa nella colonia, molti di loro ottennero incarichi politici e, una volta stabiliti i termini del trasferimento di poteri, si mostrarono ottimisti sul futuro della città. Erano avvocati, studiosi e professionisti intenzionati a dimostrare a Pechino che la città poteva essere non solo un centro economico ma anche una sorta di laboratorio di virtù civili. Lavorando con pazienza dall’interno del sistema, erano sicuri di poter ottenere il suffragio universale e rendere gradualmente Hong Kong più autonoma dalla Cina. Nei primi anni dopo il passaggio di consegne del 1997, molti appartenenti a questa coalizione pandemocratica erano convinti che con il loro esempio, e grazie all’impegno dei cittadini che investivano in aziende del continente, la città avrebbe potuto ottenere dalla Cina maggiori libertà. Per alcuni diventò un credo legato alla loro stessa identità: fare da catalizzatori del nuovo progressismo nel continente era loro dovere di cittadini della Grande Cina. Era l’esatto contrario del separatismo che il regime comunista tanto temeva. Era vero patriottismo. Ma con il passare del tempo i pandemocratici cominciarono a essere giudicati troppo accomodanti nei confronti di Pechino. Nel 2009 le autorità di Hong Kong annunciarono il progetto di collegare la città all’alta velocità ferroviaria in costruzione sulla terraferma. I pandemocratici si opposero al progetto, ma il consiglio legislativo lo approvò. Nacque immediatamente un movimento di protesta che comprendeva non solo le comunità direttamente coinvolte, ma anche molte altre persone che lo consideravano un tentativo subdolo di Pechino per inglobare la città. Andando indietro nel tempo, molti considerano le proteste contro la ferrovia un punto di svolta nella cultura politica di Hong Kong, il momento in cui si cominciò a pensare che i pandemocratici fossero inconcludenti e che l’unico modo per difendere i diritti della città fosse manifestare. La grande svolta è arrivata nel 2010, quando il governo cinese ha cercato d’introdurre nuovi manuali di storia improntati al nazionalismo. La riforma dei libri di testo, o “campagna per l’educazione morale e nazionale”, si legava al timore che a Hong Kong stesse emergendo un forte senso d’identità locale che avrebbe potuto alimentare il separatismo, com’era accaduto a Taiwan. Ma era una mossa sbagliata e si è ritorta contro Pechino. “I libri dicevano che quando si alzava la bandiera dovevamo piangere per dimostrare il nostro amore per il paese”, racconta Ng Sin Hang, un ragazzo di 21 anni dai capelli ricci e l’aria solenne che quando ha cominciato a partecipare alle manifestazioni di protesta contro i libri di testo era appena adolescente. “Come molte persone, pensavo che quei manuali fossero un tentativo di fare il lavaggio del cervello. Non puoi costringere qualcuno a provare un’emozione, ma quei libri dicevano che dovevamo amare il nostro paese indipendentemente da quello che faceva o aveva fatto”. Il movimento contro i manuali di storia s’ingrandì. Il 29 luglio del 2012, davanti al palazzo del governo, si riunirono circa centomila manifestanti. Erano guidati da Joshua Wong, un ragazzo di 17 anni dall’aspetto minuto, gli occhiali con la montatura spessa e i capelli a scodella, che stava diventando il leader dell’opposizione più importante della città: era a capo del gruppo Scholarism, che poi si sarebbe sciolto. Alla fine Pechino fu costretta a fare un passo indietro. Chiari avvertimenti Per quanto sorprendente, è stato l’ultimo successo dei movimenti contro l’establishment di Hong Kong. Per paura di proteste come quelle di piazza Tiananmen del 1989, i leader cinesi sono particolarmente diffidenti nei confronti dei movimenti studenteschi e non vogliono fargli altre concessioni. Dal 2012 hanno un atteggiamento di maggior fermezza, e lasciano intendere che qualsiasi richiesta d’indipendenza sarebbe considerata un tradimento. In mancanza di valvole di sfogo, stanno succedendo due cose. Gli abitanti di Hong Kong, soprattutto i giovani, partecipano sempre di più a tutte le iniziative contro il governo, e hanno anche deciso che i pandemocratici fanno ormai parte dell’establishment. Spesso li mettono sullo stesso piano dei politici filocinesi e li chiamano old seafood (pesci vecchi), con un malizioso gioco di parole, perché il suono di seafood è molto simile a quello della parola cantonese che significa “stronzi”. “I pandemocratici si sentono cinesi, ritengono Hong Kong parte della Cina e credono che possiamo avere un governo pienamente democratico pur rimanendo cinesi e sotto il controllo di Pechino”, dice Lewis Lau, un noto blogger e scrittore che definisce Hong Kong una colonia cinese. “Ci stanno portando nella direzione sbagliata. Odiano l’idea dell’indipendenza, e se Pechino si arrabbia non ci darà mai la democrazia. Ma secondo noi non ce la concederebbe comunque”. I localisti L’aumento delle persone che la pensano come Lau rilette la rapida radicalizzazione dei cittadini sotto i quarant’anni. Questo netto cambiamento nell’opinione pubblica è emerso chiaramente alle elezioni del settembre 2016 per il rinnovo del consiglio legislativo, quando più del 20 per cento degli elettori ha votato per candidati che chiedevano una maggiore autodeterminazione o addirittura l’indipendenza. Appena quattro o cinque anni fa, la percentuale di quelli che avanzavano richieste simili era insignificante. “Io sono di Hong Kong, e penso che la città dovrebbe avere una sua sovranità, un suo governo e i suoi confini”, dice Lau. “Quando andiamo all’estero dobbiamo scrivere sui moduli dell’ufficio immigrazione che siamo di nazionalità cinese, e ogni volta mi fa uno strano effetto, perché non mi sento cinese. Vivo qui. Ho passato tutta la mia vita qui e non ho nessuna familiarità con la Cina. Non sono in sintonia con niente di quello che vedo in Cina”. Lau è uno degli esponenti più eloquenti di un movimento che è stato chiamato Localismo, ma che nel corso del tempo si è molto frammentato. Alcuni dei suoi rappresentanti vorrebbero la totale indipendenza, mentre altri invocano solo una maggiore autonomia e più difesa della cultura di Hong Kong, compresa la riduzione del turismo dal continente e misure di salvaguardia contro la sostituzione del cantonese con il mandarino. Una fazione, guidata dal noto professore di studi cinesi Chin Wan-kan, considera Hong Kong un’incarnazione della Cina più vera della Cina stessa (quest’anno il contratto di Chin Wan-kan all’università dove lavorava non è stato rinnovato, secondo molti per motivi politici). Altri gruppi, ancora più piccoli, sostengono addirittura che Hong Kong dovrebbe tornare sotto il controllo britannico. I giovani dei movimenti hanno ottenuto il loro massimo successo nel 2014, quando per 79 giorni nelle strade del distretto commerciale si sono svolte le più straordinarie proteste che la città abbia mai vissuto. A scatenarle era stato il fatto che i pandemocratici non erano riusciti a ottenere la riforma del sistema elettorale. Quelle manifestazioni, che poi hanno preso il nome di Occupy central with love and peace, sono diventate famose non solo per le decine di migliaia di persone che vi partecipavano ogni giorno, ma anche perché tutti portavano un ombrello giallo, all’inizio per difendersi dai lacrimogeni e dagli attacchi della polizia con i manganelli (da qui il soprannome di Movimento degli ombrelli). Il leader di Occupy central era lo stesso Joshua Wong che nel 2012 aveva alimentato le proteste contro i programmi di storia. All’inizio le manifestazioni spinsero molti cittadini, anche anziani, a credere che con la forza del popolo Hong Kong avrebbe potuto finalmente vincere la sua lotta per una vera democrazia.
Ma alla fine non hanno portato a nulla, e improvvisamente Wong e gli altri organizzatori si sono ritrovati a essere considerati degli ingenui romantici che portavasi illudevano di poter vincere con il metodo della non violenza di Gandhi come i pandemocratici si illudevano che bastasse avere pazienza e procedere gradualmente.
“Visto che avevano funzionato, le proteste contro l’istruzione patriottica erano considerate un modello da seguire, come Davide che si ribellava contro Golia”, dice Alan Lai, un trentenne che ha contribuito a organizzare varie manifestazioni. “Ma quando con Occupy central non siamo riusciti a cambiare niente, molti hanno cominciato a dire che eravamo solo un branco di hippy che si illudevano di poter far cambiare idea a Pechino”. Per reazione alcuni manifestanti si sono ulteriormente radicalizzati. Nel 2016, durante le tradizionali celebrazioni per il nuovo anno, hanno lanciato mattoni e altri oggetti contro la polizia. “Forse non è ancora arrivato il momento, ma non possiamo escludere la violenza”, dice un attivista che si fa chiamare Johnny. Altri provano uno strisciante senso di apatia, che è probabilmente quello in cui spera Pechino. “Stiamo provando qualcosa di simile alla generazione cinese del dopo Tiananmen”, dice un attivista di nome Xeron Chen. “Puoi vivere bene, ma se pensi sempre alla democrazia ti deprimi, perché tutte le informazioni che riesci ad avere ti portano alla conclusione che non puoi fare nulla. La cosa più spaventosa non sono i poliziotti con le pistole, ma le persone che perdono la speranza”. Resistenza Chen, che è stato un esponente dello Scholarism fino a quando il movimento non si è sciolto, si lamenta del fatto che i movimenti più recenti, come Youngspiration, sembrano non sapere come realizzare i cambiamenti politici che vorrebbero. Da parte sua, Chen ha deciso di predicare la democrazia strada per strada e di cercare di conquistare i cuori e le menti parlando tutti i giorni con le persone. “Invocare il cambiamento senza idee concrete è solo demagogia”, dice. Ma altri giovani attivisti considerano le riforme politiche una battaglia generazionale che non finirà mai. “Dobbiamo amare Hong Kong”, dice uno di loro che si fa chiamare Greg. “È la nostra patria. Dobbiamo difenderla, ed è per questo che abbiamo scelto di non andare a vivere altrove. Dobbiamo lottare per i nostri diritti. Se non lo facciamo, il governo del continente ci porterà via tutto, una cosa alla volta. Ci vorrà tempo, forse trenta, sessanta, cent’anni per ottenere quello che vogliamo. Ma è importante lottare per queste cose, per la nostra Hong Kong”. Da sapere La storia dell’isola - 1842 Dopo la prima guerra dell’oppio la Cina cede al Regno Unito l’isola di Hong Kong. - 1941 Il Giappone occupa Hong Kong. - 1946 Il Regno Unito ristabilisce un governo civile dell’isola. - 1981 Regno Unito e Cina cominciano a parlare del futuro dell’isola. - 1984 Londra e Pechino firmano una dichiarazione congiunta che prevede il passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997. L’accordo stabilisce che l’isola farà parte del paese comunista, ma sotto la formula “un paese, due sistemi” manterrà un’economia di tipo capitalistico per i cinquant’anni successivi al 1997. - 1997 Hong Kong passa dall’amministrazione britannica a quella cinese. - 2007 Pechino annuncia che permetterà agli abitanti di Hong Kong di eleggere direttamente il loro governatore nel 2017 e i deputati del consiglio legislativo nel 2020. - 2014 Il 90 per cento delle 800mila persone che votano in un referendum non ufficiale chiedono che i cittadini abbiano più voce in capitolo nella selezione dei componenti del comitato incaricato di eleggere il governatore nel 2017. Pechino non riconosce il risultato e più di centomila persone occupano il centro di Hong Kong per settimane, senza però ottenere alcuna concessione. - 2017 A marzo Carrie Lam diventa la nuova governatrice di Hong Kong. Bbc
È troppo tardi per Hong Kong?
di Howard W. French, The Guardian, Regno Unito
Quando nel 1997 passò dal controllo britannico a quello cinese, la città era una delle più libere e cosmopolite d’Asia. Oggi rischia una svolta autoritaria All’alba di una mattina di gennaio, nascosta dall’oscurità, una squadra di agenti in borghese della polizia cinese è entrata senza farsi notare nell’hotel Four Season di Hong Kong, diretta a una lussuosa suite residenziale. Dopo essersi sbarazzata delle guardie del corpo private – tutte donne – del miliardario che occupava la suite, ha coperto la testa dell’uomo con un panno bianco e lo ha portato via su una sedia a rotelle. Xiao Jianhua è uno degli uomini d’affari più ricchi della Cina. Negli ultimi vent’anni ha costruito la sua fortuna facendo affari con il meglio dell’élite cinese, tra cui, si dice, alcuni parenti stretti del presidente Xi Jinping. A causa della poca trasparenza della cultura politica cinese, i motivi di questo rapimento si possono solo ipotizzare, ma sembra che Xiao avesse cercato di tutelarsi in tutti i modi. Non solo risiedeva e svolgeva le sue attività fuori dalla Cina, ma aveva un passaporto diplomatico di Antigua e Barbuda e la cittadinanza canadese, forse pensando di garantirsi una maggiore protezione legale o diplomatica. Hong Kong ha la sua polizia, le sue guardie di frontiera e un servizio immigrazione, tutti in teoria separati dal grande apparato di sicurezza cinese. Ma quando le autorità di Pechino hanno deciso di far arrestare Xiao, niente di tutto questo è servito. Le autorità di Hong Kong non hanno osato protestare pubblicamente per l’arresto, e la Cina non ha dato spiegazioni. Questo incidente smentisce ancora una volta l’idea che Hong Kong abbia il pieno controllo dei suoi affari. Un anno fa, nel 2016, cinque uomini tra editori e librai sono stati portati in segreto in Cina per essere interrogati. Da luoghi di detenzione sconosciuti (dove ancora si trovano quasi tutti) alcuni di loro sono stati costretti a fare vaghe confessioni davanti a una telecamera. Come il rapimento di Xiao, la vicenda resta ancora avvolta nel mistero. Ma molti pensano che i cinque uomini siano stati presi di mira perché vendevano libri scandalistici sulle rivalità e la corruzione ai massimi livelli della politica cinese. Quei libri piacevano particolarmente ai turisti che venivano dal continente, e che in patria non avrebbero mai potuto trovare materiale simile. Uno dei libri dichiarava di contenere rivelazioni sulla vita amorosa del presidente Xi Jinping. Per molti cittadini di Hong Kong, questi rapimenti servono a ricordare quanto sia fragile l’accordo stipulato tra Londra e Pechino nel 1997, quando la Cina ottenne di nuovo la sovranità sull’isola, rimasta fino a quel momento sotto il controllo britannico. Anzi, prima del rapimento di Xiao Pechino ha respinto in modo ancora più evidente l’idea di un autogoverno di Hong Kong. Nel novembre del 2016 due giovani candidati che avevano appena vinto le elezioni al consiglio legislativo della città non hanno ottenuto il loro seggio. Il LegCo, come viene chiamato a Hong Kong, è un organo semidemocratico composto da settanta rappresentanti eletti, che legifera e approva i bilanci e a cui il governatore della città deve rendere conto. Nessuno ha messo in discussione il fatto che i due candidati, rappresentanti di un nuovo gruppo politico indipendentista chiamato Youngspiration, avessero vinto. Per negargli i seggi è stato usato il pretesto che durante la cerimonia del giuramento i due si erano rifiutati di giurare fedeltà alla Cina e avevano usato invece la formula “al popolo di Hong Kong”. Il governatore di Hong Kong in carica allora, Leung Chun-ying, fedelissimo a Pechino, ha chiesto subito un’ingiunzione del tribunale per impedire che i candidati di Youngspiration ottenessero i loro seggi. E come se non bastasse Leung ha fatto qualcosa senza precedenti e, per molti degli abitanti dell’isola, ancora più inquietante: per evitare interventi da parte dei tribunali indipendenti di Hong Kong, si è rivolto direttamente a Pechino. Ovviamente alla fine i due giovani politici sono stati interdetti dalla carica. Dopo la transizione, Pechino non era intervenuta quasi mai in modo così diretto nella politica di Hong Kong, per questo l’indignazione si è diffusa rapidamente, soprattutto tra i più giovani. La situazione è ancora tesa. Un timore difuso Il giorno dopo il mio arrivo a Hong Kong, a gennaio, una delegazione di attivisti per la democrazia è a Taiwan, guidata dal più importante leader dell’opposizione, il ventenne Joshua Wong. All’aeroporto, poco prima della partenza, folle di manifestanti filocinesi hanno aggredito i delegati e li hanno ricoperti di insulti e minacce. Secondo molti esperti, probabilmente i manifestanti sono stati pagati dalla criminalità organizzata manovrata da Pechino. E il messaggio era che chiunque predichi la separazione dalla Cina non è visto di buon occhio dal potere cinese. Se davvero l’intenzione era quella, sembra che il messaggio sia stato recepito. Vengo regolarmente a Hong Kong dalla fine degli anni novanta, ma ora mi rendo conto che c’è un timore diffuso tra gli abitanti della città. Nelle interviste e negli incontri in affollati ristoranti di quartiere, molti confessano di aver paura che la loro città, una delle più libere e cosmopolite dell’Asia, entri in rotta di collisione con il sistema autoritario della Cina. Le libertà e la cultura democratica che hanno sempre reso Hong Kong così speciale potrebbero non sopravvivere. Come mi dice un noto avvocato: “Se c’è una soluzione al problema di Hong Kong, nessuno l’ha ancora trovata”. Gli abitanti della città aspettavano con ansia il 2017, ventesimo anniversario della partenza dei britannici, un evento considerato una pietra miliare della loro evoluzione politica. Secondo le promesse di Pechino, doveva essere l’anno in cui compiere un passo decisivo verso il suffragio universale diretto, come prevede la costituzione della città. Ma le elezioni del 26 marzo, invece di dare il via a un’era più democratica, hanno seguito il solito copione, facendo temere a molti un ritorno delle proteste e degli scontri che hanno segnato gli ultimi tre anni. Promessa non mantenuta I rapporti tra Hong Kong e il continente non sono sempre stati così tesi. All’epoca della transizione, nel 1997, l’ansia che molti dei 6,5 milioni di abitanti di Hong Kong provavano per il loro futuro sotto il dominio del Partito comunista cinese era in parte compensata da un forte moto di orgoglio. È vero che migliaia di persone emigrarono o cercarono di ottenere un secondo passaporto per difendersi dall’incertezza della nuova era, ma molte altre pensavano che con l’aumento della ricchezza dei cittadini del continente ci sarebbe stata più libertà per tutti. Hong Kong non sarebbe diventata come la Cina: la Cina avrebbe cominciato a somigliare sempre più a Hong Kong. E le persone convinte di questo non avevano mai avuto un’occasione migliore per riaffermare la loro “cinesità”. Il fatto che le cose più importanti non fossero state lasciate al caso incoraggiava l’ottimismo. L’ultimo atto di decolonizzazione dei britannici, negoziato per anni, sembrava cedere il controllo della città non tanto allo stato cinese quanto alla popolazione di Hong Kong. In base all’accordo con Pechino (poi noto come “un paese, due sistemi”), Hong Kong avrebbe potuto autogovernarsi per cinquant’anni senza la minima interferenza da parte della Cina. Alcuni vedevano un errore di progettazione nell’accordo, se non addirittura un peccato originale: la popolazione di Hong Kong non Kong preoccupati per il loro futuro. Per molti osservatori, la formula “un paese, due sistemi” era anche un messaggio lanciato ai 23 milioni di abitanti di Taiwan, l’isola indipendente al largo delle coste cinesi. Riportare Taiwan tra le braccia di una Cina unificata era stato uno degli obiettivi più cari al Partito comunista in dal 1949, quando il governo nazionalista deposto da Mao era andato a rifugiarsi lì. Ora i commentatori politici di tutta la regione ipotizzavano che, se Hong Kong fosse diventata una città libera e democratica sotto la sovranità della Cina, forse anche la popolazione di Taiwan si sarebbe convinta della possibilità di legarsi al continente stringendo un accordo simile. Durante i primi anni di applicazione dell’intesa del 1997, molti osservatori internazionali attribuivano alla formula “un paese, due sistemi” buone probabilità di successo. Agli occhi di alcuni era stato addirittura uno shuang ying (un vero trionfo), come amava dire la diplomazia cinese. Se si fosse convinta anche Taiwan, avrebbe potuto diventare un trionfo assoluto: aveva avuto nessuna voce in capitolo nella discussione sui termini dell’intesa. Ma Hong Kong era così preziosa per Pechino, sostenevano gli ottimisti, che il Partito comunista cinese non avrebbe corso il rischio di intromettersi troppo. Per la Cina la città era stata la prima fonte d’investimenti di capitale, che all’inizio degli anni ottanta avevano costituito un carburante essenziale per il decollo economico. E negli anni novanta era rimasta un’importantissima fonte d’investimenti, oltre che un canale attraverso cui la Cina aveva avidamente assorbito le tecnologie e le tecniche di gestione occidentali. Inoltre, istituzioni di tipo occidentale come i tribunali indipendenti, i mercati finanziari trasparenti e la stampa libera avevano fatto di Hong Kong la piattaforma di lancio delle nascenti aziende globali cinesi. Era la sede ideale per le nuove imprese internazionali, perché offriva quella credibilità in più di cui avevano bisogno per convincere i diffidenti investitori stranieri. C’era anche un altro fattore che contribuiva a rassicurare gli abitanti di Hong avrebbe potuto riunire le tre comunità. Ma oggi, nel ventesimo anniversario del trasferimento di poteri, l’accordo tra Cina e Stati Uniti è considerato a dir poco zoppicante. Molti temono che stia per crollare del tutto, anche come operazione di facciata. La Cina è più ricca e potente di vent’anni fa, ma è anche meno paziente e disposta a cedere il controllo. Nel frattempo a Hong Kong l’idea di “un paese, due sistemi” è stata superata da un crescente desiderio di autonomia. Pechino si trova di fronte a giovani sempre più ostili e radicali, che non sono disposti a scendere a compromessi sulla democrazia e i diritti civili. Da parte sua, il Regno Unito cerca di non criticare pubblicamente Pechino mentre corteggia le aziende e gli investitori cinesi. Chris Patten, il politico conservatore e ultimo governatore coloniale della città, di recente ha dichiarato: “Siamo già venuti meno alle aspettative dei genitori di questa generazione di attivisti per la democrazia. E sarebbe una tragedia se deludessimo anche i ragazzi”. Non c’è un motivo solo che spieghi perché la situazione di Hong Kong è diventata così difficile. Ma non è possibile capire lo stato di crisi della città senza prendere atto che il continente non dipende più da Hong Kong. In realtà, potrebbe essere l’esatto contrario. Ed è un dato importante non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche psicologico, perché sta cambiando il modo in cui i cinesi e gli abitanti di Hong Kong vedono se stessi. Inversione dei ruoli Oggi la crescita economica cinese è undici volte quella registrata ai tempi del passaggio di consegne. Invece l’economia di Hong Kong è rimasta stagnante e dipende sempre di più dalla Cina. La mobilità verso l’alto ha subìto una battuta d’arresto, e molti giovani sono pessimisti sul futuro. Quasi tutte le persone sotto i quarant’anni che intervisto vivono ancora con i genitori e non sperano in un cambiamento a breve termine. “Non c’è molta crescita economica, se non per una piccola minoranza che lavora nelle banche e nella finanza”, mi dice Alan Wong, un trentenne impiegato nella fabbrica del padre. “Non puoi comprarti una casa e hai la sensazione che tutto sia contro di te”. Nel 1997 il reddito pro capite medio di Hong Kong era 35 volte quello della Cina. E nei primi anni della nuova era, quando i pochi cinesi che ottenevano il permesso di visitare la città tornavano a casa, suscitavano l’invidia di tutti raccontando dei centri commerciali di lusso e di una popolazione ricca e cosmopolita. Il romanzo del 2008 ‘Pechino è in coma’ dello scrittore cinese in esilio Ma Jian rende bene le trasformazioni avvenute. Racconta una storia d’amore senza speranza tra una ragazza di Hong Kong e un ragazzo del continente, entrambi studenti di medicina nella Cina meridionale. All’inizio, ogni volta che torna da Hong Kong, lei gli porta Marlboro e musicassette, senza rendersi conto che lui non ha un registratore per sentirle, poi una macchina fotografica che il ragazzo dovrà vendere per pagare un anno di affitto. I genitori della ragazza non approvano la loro relazione, chiaramente per la grande differenza di reddito. A un certo punto lui racconta di quando l’ha accompagnata alla stazione al confine tra Hong Kong e la terraferma. I turisti della città che entravano nell’atrio della stazione erano “ben vestiti, pettinati e con le valigie in ordine”, si legge. “Non sembravano appartenere allo stesso pianeta delle orde arruffate dei turisti del continente, che si trascinavano stancamente a piedi nudi con le buste di plastica sulle spalle”. Oggi il contrasto non è più così netto. Lo yuan vale più di quello che un tempo era il tanto agognato dollaro di Hong Kong, e la città è una meta per milioni di turisti cinesi che, però, non sono ben visti dagli abitanti. I ricchi del continente, compresi molti dirigenti politici, comprano le case più belle di Hong Kong e sono accusati di aver reso il mercato immobiliare inavvicinabile per gli abitanti. I turisti provenienti dalla Cina sono spesso oggetto di proteste rabbiose, e a volte si parla di loro nei termini tipici dei paesi profondamente divisi per motivi razziali come “pestilenza”, “parassiti” e “orde”. Molti abitanti di Hong Kong non sopportano i modi rozzi dei nuovi borghesi cinesi, accusati di sputare in pubblico, di attraversare la strada senza badare al traffico e di lasciar fare i bisogni per strada ai bambini. Per questi turisti Hong Kong non è più una città da ammirare a bocca aperta, ma una conferma del loro successo. E somiglia sempre di più ai posti da dove vengono. “I cinesi hanno un atteggiamento molto complicato nei confronti di noi cittadini di Hong Kong, una specie di complesso”, dice un uomo sulla trentina che si occupa di marketing per una piccola azienda. “Dicono che siamo cinesi come tutti gli altri, niente di speciale. Negli anni settanta e ottanta, i ricchi di Hong Kong investivano molto in posti come Shenzhen, si comportavano come grandi magnati. Ora i cinesi sono ricchi e noi siamo i loro schiavi. Quando vengono qui si comportano come se la città fosse una loro colonia. Non gli importa cosa pensiamo, fanno quello che vogliono perché il governo glielo permette. È Pechino che controlla tutto”. Più di qualsiasi statistica economica, è l’inversione dei ruoli a sconcertare molte persone. E l’atteggiamento intransigente, perino aggressivo, di Xi Jinping peggiora le cose. Xi ha dimostrato di essere il leader cinese più forte da decenni. Dall’inizio della sua presidenza, nel 2013, la stessa società civile cinese è continuamente sotto attacco. Avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani finiscono sotto processo, e le università devono rispettare una rigida linea ideologica. In questo clima, il movimento per la democrazia di Hong Kong è accusato di essere strumentalizzato dall’occidente, il cui scopo ultimo sarebbe sovvertire la Cina e minacciare la sua stabilità incoraggiando il liberalismo. Futuro distopico Xi Jinping è stato quasi altrettanto aggressivo a livello internazionale, soprattutto in Asia: ha rafforzato la marina militare, ha avviato la costruzione di isole artificiali nel mar Cinese meridionale e ha lanciato ambiziosi progetti continentali. Iniziative di politica estera così audaci contribuiscono a renderlo molto popolare, ma a Hong Kong come a Taiwan suscitano più timore che orgoglio. “Nessuno si aspettava che la Cina crescesse tanto in dieci anni né che il declino di altre potenze fosse così rapido. E le sorprese continuano con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti”, dice Lam Waiman, docente all’Open university di Hong Kong. “Siamo abbastanza ottimisti per il futuro economico della Cina, ma non per quello politico”. Nel 2012 molti a Hong Kong hanno giudicato l’insediamento del governatore Leung, oggi estremamente impopolare, un attacco premeditato contro i movimenti democratici della città. La cerimonia d’insediamento, organizzata con grande cura e quasi certamente approvata da Pechino, è stata condotta interamente in mandarino, la lingua ufficiale della Cina poco usata a Hong Kong (la lingua locale, il cantonese, è una componente importante dell’identità cittadina). Durante il giuramento Leung non ha mai pronunciato la parola “Hong Kong”, attirandosi molte critiche e una richiesta d’impeachment. Alla fine del 2015 nei cinema della città è uscito ‘Ten years’, un film rivoluzionario che immagina come sarà Hong Kong nel 2025. È costituito da cinque storie ambientate in un futuro distopico, ognuna diretta da un regista diverso. Nella prima, Extras, sicuramente la più pessimista, i partiti politici tradizionali propongono un’ideologia basata sull’obbedienza e su un insensato materialismo a un pubblico formato da persone anziane o di mezza età. Ma con i giovani le esortazioni a stare tranquilli, lavorare sodo e accontentarsi del proprio destino non funzionano. Sembra che Pechino stia perdendo la sua presa sulla città. La soluzione, ideata da un inviato del governo cinese, è far scoppiare una crisi da usare come pretesto per prendere il controllo della città. “Più si diffonde il panico meglio è”, dice l’inviato. Due piccoli criminali vengono reclutati per sparare a due consiglieri della città. L’episodio si conclude con una schermata nera su cui scorrono i complimenti alla polizia per la sua pronta reazione all’attacco terroristico promosso da “potenze straniere ostili”, la dichiarazione che i sospettati sono stati uccisi sul posto e l’annuncio che, per mantenere l’ordine in città, entrerà immediatamente in vigore una nuova legge per la sicurezza nazionale. La forza di Extras era che faceva immaginare i metodi sinistri che Pechino potrebbe usare per garantirsi il controllo di Hong Kong. Meno di un anno dopo ha cominciato a diffondersi il sospetto che qualcosa di simile potesse succedere sul serio. Molti gruppi di studenti che lottano per la democrazia, per esempio, dicono che tra loro ci sono degli infiltrati pronti a provocare un incidente su ordine di Pechino, che lo userà per giustificare un suo intervento. L’attuale situazione di crisi permanente della città è in parte la conseguenza inattesa di una decisione presa con le migliori intenzioni dal Regno Unito, da Hong Kong e perfino da Pechino di concederle un periodo di autogoverno di cinquant’anni. Ma anche dell’inflessibilità di un sistema politico ottuso e fondamentalmente insicuro di fronte a un cambiamento generazionale e a una richiesta di vera democrazia. È più facile capire i rapporti tra Hong Kong e Pechino in termini di accelerazione dei cicli. Appena i politici progressisti si mostrano un po’ accomodanti nei confronti di Pechino vengono screditati e sostituiti da colleghi più giovani e più radicali, la cui in capacità di ottenere risultati provoca impazienza e porta a un’ulteriore radicalizzazione. La radice di tanta insofferenza è soprattutto il desiderio di quella vera autonomia che era stata promessa nel 1997. Qualcuno ormai è così frustrato da invocare l’indipendenza, cosa che non era prevista dall’accordo tra Londra e Pechino. Vero patriottismo Il primo e più lungo di questi cicli concise con la lenta ascesa, a partire dagli anni settanta, di un gruppo di progressisti che combinavano attivismo per la democrazia, sentimento patriottico nei confronti della Cina e lotta alla corruzione. Quando negli anni ottanta i britannici introdussero i primi elementi di democrazia rappresentativa nella colonia, molti di loro ottennero incarichi politici e, una volta stabiliti i termini del trasferimento di poteri, si mostrarono ottimisti sul futuro della città. Erano avvocati, studiosi e professionisti intenzionati a dimostrare a Pechino che la città poteva essere non solo un centro economico ma anche una sorta di laboratorio di virtù civili. Lavorando con pazienza dall’interno del sistema, erano sicuri di poter ottenere il suffragio universale e rendere gradualmente Hong Kong più autonoma dalla Cina. Nei primi anni dopo il passaggio di consegne del 1997, molti appartenenti a questa coalizione pandemocratica erano convinti che con il loro esempio, e grazie all’impegno dei cittadini che investivano in aziende del continente, la città avrebbe potuto ottenere dalla Cina maggiori libertà. Per alcuni diventò un credo legato alla loro stessa identità: fare da catalizzatori del nuovo progressismo nel continente era loro dovere di cittadini della Grande Cina. Era l’esatto contrario del separatismo che il regime comunista tanto temeva. Era vero patriottismo. Ma con il passare del tempo i pandemocratici cominciarono a essere giudicati troppo accomodanti nei confronti di Pechino. Nel 2009 le autorità di Hong Kong annunciarono il progetto di collegare la città all’alta velocità ferroviaria in costruzione sulla terraferma. I pandemocratici si opposero al progetto, ma il consiglio legislativo lo approvò. Nacque immediatamente un movimento di protesta che comprendeva non solo le comunità direttamente coinvolte, ma anche molte altre persone che lo consideravano un tentativo subdolo di Pechino per inglobare la città. Andando indietro nel tempo, molti considerano le proteste contro la ferrovia un punto di svolta nella cultura politica di Hong Kong, il momento in cui si cominciò a pensare che i pandemocratici fossero inconcludenti e che l’unico modo per difendere i diritti della città fosse manifestare. La grande svolta è arrivata nel 2010, quando il governo cinese ha cercato d’introdurre nuovi manuali di storia improntati al nazionalismo. La riforma dei libri di testo, o “campagna per l’educazione morale e nazionale”, si legava al timore che a Hong Kong stesse emergendo un forte senso d’identità locale che avrebbe potuto alimentare il separatismo, com’era accaduto a Taiwan. Ma era una mossa sbagliata e si è ritorta contro Pechino. “I libri dicevano che quando si alzava la bandiera dovevamo piangere per dimostrare il nostro amore per il paese”, racconta Ng Sin Hang, un ragazzo di 21 anni dai capelli ricci e l’aria solenne che quando ha cominciato a partecipare alle manifestazioni di protesta contro i libri di testo era appena adolescente. “Come molte persone, pensavo che quei manuali fossero un tentativo di fare il lavaggio del cervello. Non puoi costringere qualcuno a provare un’emozione, ma quei libri dicevano che dovevamo amare il nostro paese indipendentemente da quello che faceva o aveva fatto”. Il movimento contro i manuali di storia s’ingrandì. Il 29 luglio del 2012, davanti al palazzo del governo, si riunirono circa centomila manifestanti. Erano guidati da Joshua Wong, un ragazzo di 17 anni dall’aspetto minuto, gli occhiali con la montatura spessa e i capelli a scodella, che stava diventando il leader dell’opposizione più importante della città: era a capo del gruppo Scholarism, che poi si sarebbe sciolto. Alla fine Pechino fu costretta a fare un passo indietro. Chiari avvertimenti Per quanto sorprendente, è stato l’ultimo successo dei movimenti contro l’establishment di Hong Kong. Per paura di proteste come quelle di piazza Tiananmen del 1989, i leader cinesi sono particolarmente diffidenti nei confronti dei movimenti studenteschi e non vogliono fargli altre concessioni. Dal 2012 hanno un atteggiamento di maggior fermezza, e lasciano intendere che qualsiasi richiesta d’indipendenza sarebbe considerata un tradimento. In mancanza di valvole di sfogo, stanno succedendo due cose. Gli abitanti di Hong Kong, soprattutto i giovani, partecipano sempre di più a tutte le iniziative contro il governo, e hanno anche deciso che i pandemocratici fanno ormai parte dell’establishment. Spesso li mettono sullo stesso piano dei politici filocinesi e li chiamano old seafood (pesci vecchi), con un malizioso gioco di parole, perché il suono di seafood è molto simile a quello della parola cantonese che significa “stronzi”. “I pandemocratici si sentono cinesi, ritengono Hong Kong parte della Cina e credono che possiamo avere un governo pienamente democratico pur rimanendo cinesi e sotto il controllo di Pechino”, dice Lewis Lau, un noto blogger e scrittore che definisce Hong Kong una colonia cinese. “Ci stanno portando nella direzione sbagliata. Odiano l’idea dell’indipendenza, e se Pechino si arrabbia non ci darà mai la democrazia. Ma secondo noi non ce la concederebbe comunque”. I localisti L’aumento delle persone che la pensano come Lau rilette la rapida radicalizzazione dei cittadini sotto i quarant’anni. Questo netto cambiamento nell’opinione pubblica è emerso chiaramente alle elezioni del settembre 2016 per il rinnovo del consiglio legislativo, quando più del 20 per cento degli elettori ha votato per candidati che chiedevano una maggiore autodeterminazione o addirittura l’indipendenza. Appena quattro o cinque anni fa, la percentuale di quelli che avanzavano richieste simili era insignificante. “Io sono di Hong Kong, e penso che la città dovrebbe avere una sua sovranità, un suo governo e i suoi confini”, dice Lau. “Quando andiamo all’estero dobbiamo scrivere sui moduli dell’ufficio immigrazione che siamo di nazionalità cinese, e ogni volta mi fa uno strano effetto, perché non mi sento cinese. Vivo qui. Ho passato tutta la mia vita qui e non ho nessuna familiarità con la Cina. Non sono in sintonia con niente di quello che vedo in Cina”. Lau è uno degli esponenti più eloquenti di un movimento che è stato chiamato Localismo, ma che nel corso del tempo si è molto frammentato. Alcuni dei suoi rappresentanti vorrebbero la totale indipendenza, mentre altri invocano solo una maggiore autonomia e più difesa della cultura di Hong Kong, compresa la riduzione del turismo dal continente e misure di salvaguardia contro la sostituzione del cantonese con il mandarino. Una fazione, guidata dal noto professore di studi cinesi Chin Wan-kan, considera Hong Kong un’incarnazione della Cina più vera della Cina stessa (quest’anno il contratto di Chin Wan-kan all’università dove lavorava non è stato rinnovato, secondo molti per motivi politici). Altri gruppi, ancora più piccoli, sostengono addirittura che Hong Kong dovrebbe tornare sotto il controllo britannico. I giovani dei movimenti hanno ottenuto il loro massimo successo nel 2014, quando per 79 giorni nelle strade del distretto commerciale si sono svolte le più straordinarie proteste che la città abbia mai vissuto. A scatenarle era stato il fatto che i pandemocratici non erano riusciti a ottenere la riforma del sistema elettorale. Quelle manifestazioni, che poi hanno preso il nome di Occupy central with love and peace, sono diventate famose non solo per le decine di migliaia di persone che vi partecipavano ogni giorno, ma anche perché tutti portavano un ombrello giallo, all’inizio per difendersi dai lacrimogeni e dagli attacchi della polizia con i manganelli (da qui il soprannome di Movimento degli ombrelli). Il leader di Occupy central era lo stesso Joshua Wong che nel 2012 aveva alimentato le proteste contro i programmi di storia. All’inizio le manifestazioni spinsero molti cittadini, anche anziani, a credere che con la forza del popolo Hong Kong avrebbe potuto finalmente vincere la sua lotta per una vera democrazia.
Ma alla fine non hanno portato a nulla, e improvvisamente Wong e gli altri organizzatori si sono ritrovati a essere considerati degli ingenui romantici che portavasi illudevano di poter vincere con il metodo della non violenza di Gandhi come i pandemocratici si illudevano che bastasse avere pazienza e procedere gradualmente.
“Visto che avevano funzionato, le proteste contro l’istruzione patriottica erano considerate un modello da seguire, come Davide che si ribellava contro Golia”, dice Alan Lai, un trentenne che ha contribuito a organizzare varie manifestazioni. “Ma quando con Occupy central non siamo riusciti a cambiare niente, molti hanno cominciato a dire che eravamo solo un branco di hippy che si illudevano di poter far cambiare idea a Pechino”. Per reazione alcuni manifestanti si sono ulteriormente radicalizzati. Nel 2016, durante le tradizionali celebrazioni per il nuovo anno, hanno lanciato mattoni e altri oggetti contro la polizia. “Forse non è ancora arrivato il momento, ma non possiamo escludere la violenza”, dice un attivista che si fa chiamare Johnny. Altri provano uno strisciante senso di apatia, che è probabilmente quello in cui spera Pechino. “Stiamo provando qualcosa di simile alla generazione cinese del dopo Tiananmen”, dice un attivista di nome Xeron Chen. “Puoi vivere bene, ma se pensi sempre alla democrazia ti deprimi, perché tutte le informazioni che riesci ad avere ti portano alla conclusione che non puoi fare nulla. La cosa più spaventosa non sono i poliziotti con le pistole, ma le persone che perdono la speranza”. Resistenza Chen, che è stato un esponente dello Scholarism fino a quando il movimento non si è sciolto, si lamenta del fatto che i movimenti più recenti, come Youngspiration, sembrano non sapere come realizzare i cambiamenti politici che vorrebbero. Da parte sua, Chen ha deciso di predicare la democrazia strada per strada e di cercare di conquistare i cuori e le menti parlando tutti i giorni con le persone. “Invocare il cambiamento senza idee concrete è solo demagogia”, dice. Ma altri giovani attivisti considerano le riforme politiche una battaglia generazionale che non finirà mai. “Dobbiamo amare Hong Kong”, dice uno di loro che si fa chiamare Greg. “È la nostra patria. Dobbiamo difenderla, ed è per questo che abbiamo scelto di non andare a vivere altrove. Dobbiamo lottare per i nostri diritti. Se non lo facciamo, il governo del continente ci porterà via tutto, una cosa alla volta. Ci vorrà tempo, forse trenta, sessanta, cent’anni per ottenere quello che vogliamo. Ma è importante lottare per queste cose, per la nostra Hong Kong”. Da sapere La storia dell’isola - 1842 Dopo la prima guerra dell’oppio la Cina cede al Regno Unito l’isola di Hong Kong. - 1941 Il Giappone occupa Hong Kong. - 1946 Il Regno Unito ristabilisce un governo civile dell’isola. - 1981 Regno Unito e Cina cominciano a parlare del futuro dell’isola. - 1984 Londra e Pechino firmano una dichiarazione congiunta che prevede il passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997. L’accordo stabilisce che l’isola farà parte del paese comunista, ma sotto la formula “un paese, due sistemi” manterrà un’economia di tipo capitalistico per i cinquant’anni successivi al 1997. - 1997 Hong Kong passa dall’amministrazione britannica a quella cinese. - 2007 Pechino annuncia che permetterà agli abitanti di Hong Kong di eleggere direttamente il loro governatore nel 2017 e i deputati del consiglio legislativo nel 2020. - 2014 Il 90 per cento delle 800mila persone che votano in un referendum non ufficiale chiedono che i cittadini abbiano più voce in capitolo nella selezione dei componenti del comitato incaricato di eleggere il governatore nel 2017. Pechino non riconosce il risultato e più di centomila persone occupano il centro di Hong Kong per settimane, senza però ottenere alcuna concessione. - 2017 A marzo Carrie Lam diventa la nuova governatrice di Hong Kong. Bbc
Internazionale 21.4.2017
Il peccato originale
Parole
di Domenico Starnone
Ci siamo convinti che lo scandalo di Bruciare tutto, il nuovo libro di Walter Siti, sia nel modo in cui è affrontata la pedofilia. Ma forse più che la parabola di Leo – prete che ha gli anni di Cristo, che ha ceduto una volta al desiderio pedofilo, e che in seguito resiste alla tentazione fino a respingere un bambino che perciò si uccide – dovrebbe scandalizzarci l’ampia rappresentazione del comune abominio quotidiano che le fa da sfondo. Se questa sorta di teologia della tentazione prende la forma di un memorabile abilissimo romanzo è perché don Leo, pur di sfuggire al suo stesso corpo, si carica del vero cilicio, cioè lo stato attuale del mondo. Le prime duecento pagine del libro, le più belle e compatte, sono una plausibilissima documentazione di come sia il creato in sé il peccato originale, di come noi creature viviamo in modo corrotto, di come, per quanto ci si impegni, resistere non serva a niente, di come ogni organismo ormai bruci tutto di desiderio guasto, di come ogni cosa, proprio ogni cosa, se vuole purificarsi e rifondarsi, debba bruciare vuoi in un grande calore eucaristico, vuoi in un falò avviato dalla benzina, vuoi in un tumulto di miseria e ricchezza con esiti nucleari. Questo realistico quadro senza scampo, ottenuto sommando l’estremismo delle religioni e i mali della polis, chissà perché non ci scuote, non suscita dibattito.
Il peccato originale
Parole
di Domenico Starnone
Ci siamo convinti che lo scandalo di Bruciare tutto, il nuovo libro di Walter Siti, sia nel modo in cui è affrontata la pedofilia. Ma forse più che la parabola di Leo – prete che ha gli anni di Cristo, che ha ceduto una volta al desiderio pedofilo, e che in seguito resiste alla tentazione fino a respingere un bambino che perciò si uccide – dovrebbe scandalizzarci l’ampia rappresentazione del comune abominio quotidiano che le fa da sfondo. Se questa sorta di teologia della tentazione prende la forma di un memorabile abilissimo romanzo è perché don Leo, pur di sfuggire al suo stesso corpo, si carica del vero cilicio, cioè lo stato attuale del mondo. Le prime duecento pagine del libro, le più belle e compatte, sono una plausibilissima documentazione di come sia il creato in sé il peccato originale, di come noi creature viviamo in modo corrotto, di come, per quanto ci si impegni, resistere non serva a niente, di come ogni organismo ormai bruci tutto di desiderio guasto, di come ogni cosa, proprio ogni cosa, se vuole purificarsi e rifondarsi, debba bruciare vuoi in un grande calore eucaristico, vuoi in un falò avviato dalla benzina, vuoi in un tumulto di miseria e ricchezza con esiti nucleari. Questo realistico quadro senza scampo, ottenuto sommando l’estremismo delle religioni e i mali della polis, chissà perché non ci scuote, non suscita dibattito.
Internazionale 28.4.2017
La grande regressione
Quindici intellettuali fanno il punto sui danni politici e sociali causati dai nuovi populismi
di Nicolas Truong, Le Monde, Francia
Chiusura in se stessi, affermazione di demagoghi autoritari, diffusione su scala mondiale di una specie di sessantotto alla rovescia: il mondo sembra sprofondato in una grande regressione. Il momento che attraversiamo è così critico che un giovane editore tedesco ha avuto l’idea di mobilitare quindici intellettuali di tutto il mondo per offrire degli strumenti di riflessione su questa situazione e per cercare di trovare dei rimedi: Arjun Appadurai, Zygmunt Bauman, Donatella Della Porta, Nancy Fraser, Eva Illouz, Ivan Krastev, Bruno Latour, Paul Mason, Pankaj Mishra, Robert Misik, Oliver Nachtwey, César Rendueles, Wolfgang Streeck, David Van Reybrouck e Slavoj Žižek. Tutti hanno cercato di capire le ragioni della regressione per rianimare una sinistra smarrita di fronte all’egemonia della destra. Redattore dal 2006 presso Suhrkamp, famosa casa editrice berlinese che pubblica i più importati pensatori tedeschi, Heinrich Geiselberger è l’artefice di questo libro collettivo che è uscito quasi in contemporanea in tredici lingue (in Italia sarà pubblicato da Feltrinelli l’11 maggio con il titolo La grande regressione). L’idea è nata dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, a partire da domande semplici ma profonde, spiega il curatore: “Come siamo arrivati a questa situazione? Quale sarà la nostra situazione fra cinque, dieci o vent’anni? Come mettere fine a questa regressione globale e come sviluppare un movimento inverso?”. Ancora traumatizzata, la sinistra intellettuale cerca di mobilitarsi, di leccarsi le ferite e di avere nuove idee, perché quello che stiamo attraversando non è solo un periodo di “deglobalizzazione” ma anche un processo di “decivilizzazione”, assicura Oliver Nachtwey, sociologo dell’università di Darmstadt. Ovunque la sublimazione delle pulsioni, cioè quella capacità di controllare gli affetti che permette a una civiltà di costruirsi e distinguersi dalla barbarie, sta scomparendo, tanto nelle piazze quanto sui social network. A forza di essere declassati, emarginati, trascurati e soprattutto abbandonati a se stessi in un universo sociale devastato, gli sconfitti della globalizzazione hanno accumulato un immenso risentimento nei confronti dei profughi o delle minoranze, che ai loro occhi sono trattati meglio. Così il capitalismo sta evolvendo verso una “modernizzazione regressiva”, continua Nachtwey. Di fronte all’aumento delle disuguaglianze e al sentimento di perdita dei punti di riferimento e d’identità, “il risentimento si è trasformato in un’epidemia globale”, scrive l’indiano Pankaj Mishra. Questa grande regressione non è solo un sentimento passeggero di isolamento né una semplice fase negativa, ma un vero e proprio cambiamento, secondo il politologo bulgaro Ivan Krastev: “Stiamo assistendo alla distruzione del mondo che era stato edificato all’indomani della caduta del muro di Berlino nel 1989”. Il timore di essere sommersi dalle ondate migratorie e di scomparire nella spazzatura della storia ha reso “l’opinione pubblica occidentale che un tempo era movimento progressista e rivoluzionario, una forza reazionaria”. L’Europa come rifugio Come può oggi un impiegato o un operaio essere internazionalista se la globalizzazione è sinonimo di lussi finanziari e perdita di sovranità? È probabilmente uno dei molti punti significativi del libro, il cui carattere collettivo comporta tuttavia delle ripetizioni: gli autori hanno voluto capire prima di giudicare. E tutti sono d’accordo sull’interpretazione dei fatti. Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, Narendra Modi in India, Vladimir Putin in Russia o Donald Trump negli Stati Uniti, che ha promesso “ai bianchi di ridiventare la classe dominante della nazione”: è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”, spiega l’antropologo indiano Arjun Appadurai. Il neoliberismo globale provoca un “etnonazionalismo” che è il marchio di fabbrica di tutti i populismi. Per questo motivo bisogna uscire dall’alternativa tra “neoliberismo progressista” e “populismo reazionario”, osserva la filosofa statunitense Nancy Fraser. Secondo lei, gli elettori di Donald Trump hanno rifiutato in massa proprio questo: l’alleanza fra il multiculturalismo e la Silicon valley, fra l’antirazzismo e Wall street, fra la difesa dei diritti lgbt e Hollywood – così caratteristica del “progressismo” di Bill e Hillary Clinton negli Stati Uniti. Per Nancy Fraser il “neoliberismo progressista” è colpevole di aver disprezzato la popolazione più umile, paragonata da Hillary Clinton a un “branco di miserabili” e di aver provocato la “rabbia legittima” dei sostenitori di Trump. Bisogna però fare attenzione alle conclusioni frettolose. Per contenere questa regressione mondiale, la sinistra deve da un lato continuare ad accogliere gli stranieri e a proteggere i diritti sociali, e dall’altro farla finita con un pensiero di sinistra da campus universitario completamente scollegato dalla realtà. Contro la presunta vox populi della destra una “moltitudine democratica” deve reinventare una grande storia emancipatrice “postliberista”, afferma Arjun Appadurai. “Il fallimento narrativo del neoliberismo”, confermato dalle varie insurrezione elettorali, è evidente, osserva il giornalista britannico Paul Mason, che propone una delle letture più personali e illuminanti delle ragioni dell’attuale deglobalizzazione. La sinistra dovrà farla finita con la sua “retorica difensiva” (basata sui diritti sociali e sullo stato assistenziale), spiega lo scrittore austriaco Robert Misik, perché la migliore difesa è l’attacco, cioè “il coraggio della speranza”. Contro il “panico migratorio” che s’impadronisce di una parte della popolazione, bisognerà “mantenere il sangue freddo, avere nervi d’acciaio e molto coraggio” per puntare sul dialogo tra civiltà e non sullo scontro tra culture, insiste in uno dei suoi ultimi scritti Zygmunt Bauman, il sociologo inglese di origine polacca morto lo scorso gennaio. “La democrazia liberale tedesca non potrà sopravvivere in mezzo a un oceano di populismo autoritario europeo”, fa notare Appadurai. L’Europa può diventare un “rifugio”, assicura il sociologo francese Bruno Latour. Un rifugio per gli esiliati ovviamente, ma anche per tutti coloro che rifiutano le tendenze autoritarie, un riparo certo per chi ha ormai la Terra intera come unica patria. In questo libro il termine “regressione” non è usato per psicologizzare la politica, ma perché l’economia influenza i corpi, e in questi tempi di smarrimento è importante parlare sia al cuore sia alla mente. (gloria) Internazionale 18.4.2017 La ricerca in marcia Fisici, biologi, matematici: gli scienziati hanno manifestato a Washington per difendere la ricerca e il valore delle prove scientifiche. Una mobilitazione senza precedenti di Ed Yong, The Atlantic, Stati Uniti Sabato 22 aprile, mentre migliaia di persone partite dal monumento di George Washington cominciavano a sfilare verso est, gli slogan che di solito accompagnano le manifestazioni si sentivano appena: “Sapere è potere”, gridavano sei entusiasti senza suscitare alcuna reazione. “Cosa vogliamo? La ricerca scientifica! Quando la vogliamo? Dopo la peer review!” (cioè dopo la revisione fatta da esperti del settore) , gridava un’altra manciata di manifestanti. Negli Stati Uniti gli scienziati di solito non hanno grande familiarità con la militanza politica. La maggior parte se ne tiene alla larga, preferendo limitarsi alla ricerca. Ma per molti questa distanza storica è sparita con l’elezione di Donald Trump. La sua amministrazione ha negato il cambiamento climatico, corteggiato gli avversari dei vaccini, tentato di mettere il bavaglio agli scienziati del settore pubblico, proposto tagli che rischiano di “creare una generazione perduta della scienza statunitense” e spinto per una legge che farebbe arretrare la tutela ambientale e la sanità pubblica, favorirebbe la discriminazione genetica ed eliminerebbe le evidenze scientifiche dai processi decisionali. Percependo un’aggressione su più fronti – al posto di lavoro, ai fondi, al valore stesso dell’empirismo – gli scienziati hanno cominciato a fare politica. “Quando in tutto il mondo si protesta per la scienza, allora qualcosa non va”, ha detto ai manifestanti il neuroscienziato della Rockefeller university Erich Jarvis. Insieme ad altri 610 eventi organizzati in tutto il mondo, migliaia di persone – forse decine di migliaia – si sono riunite a Washington in una giornata cupa e piovosa. Indossavano cappellini di lana a forma di cervello, camici di laboratorio, spillette con la scritta “i fatti contano”, costumi da squalo e, soprattutto, impermeabili. Com’era prevedibile, esibivano strani cartelloni con equazioni, freddure incomprensibili ai profani, parole scritte usando le sigle degli elementi chimici della tavola periodica e tantissime battute. “Rendi di nuovo grande la barriera corallina”. “Se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato”. “Ecco il mio seno” (con l’immagine di una sinusoide). Malgrado l’insistenza degli organizzatori sul fatto che l’evento non fosse di parte, l’ostilità verso Trump si percepiva chiaramente. Una signora aveva scritto “Al diavolo Trump” in codice binario. Altri scherzavano sul fatto che “Trump è come un atomo: crea di tutto”. Obiettiva, non neutrale Il rischio che la manifestazione divida ulteriormente l’opinione pubblica statunitense, presentando la scienza come qualcosa di sinistra e riducendone l’obiettività, ha segnato l’evento in dall’inizio. “La scienza è obiettiva, ma non neutrale”, ha però precisato Kellan Baker, collaboratore transgender della Johns Hopkins Bloomberg school of public health che ha parlato dal palco. Tra le altre 54 persone che hanno preso la parola davanti alla folla, c’era Georges Benjamin, consigliere delegato dell’American public health association, secondo cui “dobbiamo assicurarci che a guidare le decisioni politiche siano i dati e le prove, non l’ideologia disinformata”. “Bisogna sostenere anche la ricerca che non sembra avere un’importanza immediata”, ha detto la biologa Lydia Villa-Komarof, che negli anni settanta dimostrò, insieme ad altri scienziati, come dai batteri si potesse ricavare l’insulina aprendo la strada alla terapia oggi usata da chi soffre di diabete. Dovremmo “ritenere responsabili di fronte alle legge i funzionari pubblici” per la riduzione delle norme che garantiscono aria e acqua pulite, ha affermato Mustafa Santiago Ali, dimissionario dal programma per la giustizia ambientale dell’agenzia per l’ambiente (Epa) di cui era a capo. Erich Jarvis ha invitato i due principali partiti a continuare a sostenere la ricerca scientifica: “La scienza ha sempre ricevuto il sostegno bipartisan del congresso e io sono l’esempio di come questo sia importante”. Afroamericano cresciuto in un quartiere povero di New York, Jarvis ha usufruito dei programmi governativi a sostegno delle minoranze. “Mi hanno permesso di diventare scienziato e dare un contributo alla società. In quattro anni senza finanziamenti perderemo tempo prezioso per formare gli scienziati di domani”.
La grande regressione
Quindici intellettuali fanno il punto sui danni politici e sociali causati dai nuovi populismi
di Nicolas Truong, Le Monde, Francia
Chiusura in se stessi, affermazione di demagoghi autoritari, diffusione su scala mondiale di una specie di sessantotto alla rovescia: il mondo sembra sprofondato in una grande regressione. Il momento che attraversiamo è così critico che un giovane editore tedesco ha avuto l’idea di mobilitare quindici intellettuali di tutto il mondo per offrire degli strumenti di riflessione su questa situazione e per cercare di trovare dei rimedi: Arjun Appadurai, Zygmunt Bauman, Donatella Della Porta, Nancy Fraser, Eva Illouz, Ivan Krastev, Bruno Latour, Paul Mason, Pankaj Mishra, Robert Misik, Oliver Nachtwey, César Rendueles, Wolfgang Streeck, David Van Reybrouck e Slavoj Žižek. Tutti hanno cercato di capire le ragioni della regressione per rianimare una sinistra smarrita di fronte all’egemonia della destra. Redattore dal 2006 presso Suhrkamp, famosa casa editrice berlinese che pubblica i più importati pensatori tedeschi, Heinrich Geiselberger è l’artefice di questo libro collettivo che è uscito quasi in contemporanea in tredici lingue (in Italia sarà pubblicato da Feltrinelli l’11 maggio con il titolo La grande regressione). L’idea è nata dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, a partire da domande semplici ma profonde, spiega il curatore: “Come siamo arrivati a questa situazione? Quale sarà la nostra situazione fra cinque, dieci o vent’anni? Come mettere fine a questa regressione globale e come sviluppare un movimento inverso?”. Ancora traumatizzata, la sinistra intellettuale cerca di mobilitarsi, di leccarsi le ferite e di avere nuove idee, perché quello che stiamo attraversando non è solo un periodo di “deglobalizzazione” ma anche un processo di “decivilizzazione”, assicura Oliver Nachtwey, sociologo dell’università di Darmstadt. Ovunque la sublimazione delle pulsioni, cioè quella capacità di controllare gli affetti che permette a una civiltà di costruirsi e distinguersi dalla barbarie, sta scomparendo, tanto nelle piazze quanto sui social network. A forza di essere declassati, emarginati, trascurati e soprattutto abbandonati a se stessi in un universo sociale devastato, gli sconfitti della globalizzazione hanno accumulato un immenso risentimento nei confronti dei profughi o delle minoranze, che ai loro occhi sono trattati meglio. Così il capitalismo sta evolvendo verso una “modernizzazione regressiva”, continua Nachtwey. Di fronte all’aumento delle disuguaglianze e al sentimento di perdita dei punti di riferimento e d’identità, “il risentimento si è trasformato in un’epidemia globale”, scrive l’indiano Pankaj Mishra. Questa grande regressione non è solo un sentimento passeggero di isolamento né una semplice fase negativa, ma un vero e proprio cambiamento, secondo il politologo bulgaro Ivan Krastev: “Stiamo assistendo alla distruzione del mondo che era stato edificato all’indomani della caduta del muro di Berlino nel 1989”. Il timore di essere sommersi dalle ondate migratorie e di scomparire nella spazzatura della storia ha reso “l’opinione pubblica occidentale che un tempo era movimento progressista e rivoluzionario, una forza reazionaria”. L’Europa come rifugio Come può oggi un impiegato o un operaio essere internazionalista se la globalizzazione è sinonimo di lussi finanziari e perdita di sovranità? È probabilmente uno dei molti punti significativi del libro, il cui carattere collettivo comporta tuttavia delle ripetizioni: gli autori hanno voluto capire prima di giudicare. E tutti sono d’accordo sull’interpretazione dei fatti. Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, Narendra Modi in India, Vladimir Putin in Russia o Donald Trump negli Stati Uniti, che ha promesso “ai bianchi di ridiventare la classe dominante della nazione”: è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”, spiega l’antropologo indiano Arjun Appadurai. Il neoliberismo globale provoca un “etnonazionalismo” che è il marchio di fabbrica di tutti i populismi. Per questo motivo bisogna uscire dall’alternativa tra “neoliberismo progressista” e “populismo reazionario”, osserva la filosofa statunitense Nancy Fraser. Secondo lei, gli elettori di Donald Trump hanno rifiutato in massa proprio questo: l’alleanza fra il multiculturalismo e la Silicon valley, fra l’antirazzismo e Wall street, fra la difesa dei diritti lgbt e Hollywood – così caratteristica del “progressismo” di Bill e Hillary Clinton negli Stati Uniti. Per Nancy Fraser il “neoliberismo progressista” è colpevole di aver disprezzato la popolazione più umile, paragonata da Hillary Clinton a un “branco di miserabili” e di aver provocato la “rabbia legittima” dei sostenitori di Trump. Bisogna però fare attenzione alle conclusioni frettolose. Per contenere questa regressione mondiale, la sinistra deve da un lato continuare ad accogliere gli stranieri e a proteggere i diritti sociali, e dall’altro farla finita con un pensiero di sinistra da campus universitario completamente scollegato dalla realtà. Contro la presunta vox populi della destra una “moltitudine democratica” deve reinventare una grande storia emancipatrice “postliberista”, afferma Arjun Appadurai. “Il fallimento narrativo del neoliberismo”, confermato dalle varie insurrezione elettorali, è evidente, osserva il giornalista britannico Paul Mason, che propone una delle letture più personali e illuminanti delle ragioni dell’attuale deglobalizzazione. La sinistra dovrà farla finita con la sua “retorica difensiva” (basata sui diritti sociali e sullo stato assistenziale), spiega lo scrittore austriaco Robert Misik, perché la migliore difesa è l’attacco, cioè “il coraggio della speranza”. Contro il “panico migratorio” che s’impadronisce di una parte della popolazione, bisognerà “mantenere il sangue freddo, avere nervi d’acciaio e molto coraggio” per puntare sul dialogo tra civiltà e non sullo scontro tra culture, insiste in uno dei suoi ultimi scritti Zygmunt Bauman, il sociologo inglese di origine polacca morto lo scorso gennaio. “La democrazia liberale tedesca non potrà sopravvivere in mezzo a un oceano di populismo autoritario europeo”, fa notare Appadurai. L’Europa può diventare un “rifugio”, assicura il sociologo francese Bruno Latour. Un rifugio per gli esiliati ovviamente, ma anche per tutti coloro che rifiutano le tendenze autoritarie, un riparo certo per chi ha ormai la Terra intera come unica patria. In questo libro il termine “regressione” non è usato per psicologizzare la politica, ma perché l’economia influenza i corpi, e in questi tempi di smarrimento è importante parlare sia al cuore sia alla mente. (gloria) Internazionale 18.4.2017 La ricerca in marcia Fisici, biologi, matematici: gli scienziati hanno manifestato a Washington per difendere la ricerca e il valore delle prove scientifiche. Una mobilitazione senza precedenti di Ed Yong, The Atlantic, Stati Uniti Sabato 22 aprile, mentre migliaia di persone partite dal monumento di George Washington cominciavano a sfilare verso est, gli slogan che di solito accompagnano le manifestazioni si sentivano appena: “Sapere è potere”, gridavano sei entusiasti senza suscitare alcuna reazione. “Cosa vogliamo? La ricerca scientifica! Quando la vogliamo? Dopo la peer review!” (cioè dopo la revisione fatta da esperti del settore) , gridava un’altra manciata di manifestanti. Negli Stati Uniti gli scienziati di solito non hanno grande familiarità con la militanza politica. La maggior parte se ne tiene alla larga, preferendo limitarsi alla ricerca. Ma per molti questa distanza storica è sparita con l’elezione di Donald Trump. La sua amministrazione ha negato il cambiamento climatico, corteggiato gli avversari dei vaccini, tentato di mettere il bavaglio agli scienziati del settore pubblico, proposto tagli che rischiano di “creare una generazione perduta della scienza statunitense” e spinto per una legge che farebbe arretrare la tutela ambientale e la sanità pubblica, favorirebbe la discriminazione genetica ed eliminerebbe le evidenze scientifiche dai processi decisionali. Percependo un’aggressione su più fronti – al posto di lavoro, ai fondi, al valore stesso dell’empirismo – gli scienziati hanno cominciato a fare politica. “Quando in tutto il mondo si protesta per la scienza, allora qualcosa non va”, ha detto ai manifestanti il neuroscienziato della Rockefeller university Erich Jarvis. Insieme ad altri 610 eventi organizzati in tutto il mondo, migliaia di persone – forse decine di migliaia – si sono riunite a Washington in una giornata cupa e piovosa. Indossavano cappellini di lana a forma di cervello, camici di laboratorio, spillette con la scritta “i fatti contano”, costumi da squalo e, soprattutto, impermeabili. Com’era prevedibile, esibivano strani cartelloni con equazioni, freddure incomprensibili ai profani, parole scritte usando le sigle degli elementi chimici della tavola periodica e tantissime battute. “Rendi di nuovo grande la barriera corallina”. “Se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato”. “Ecco il mio seno” (con l’immagine di una sinusoide). Malgrado l’insistenza degli organizzatori sul fatto che l’evento non fosse di parte, l’ostilità verso Trump si percepiva chiaramente. Una signora aveva scritto “Al diavolo Trump” in codice binario. Altri scherzavano sul fatto che “Trump è come un atomo: crea di tutto”. Obiettiva, non neutrale Il rischio che la manifestazione divida ulteriormente l’opinione pubblica statunitense, presentando la scienza come qualcosa di sinistra e riducendone l’obiettività, ha segnato l’evento in dall’inizio. “La scienza è obiettiva, ma non neutrale”, ha però precisato Kellan Baker, collaboratore transgender della Johns Hopkins Bloomberg school of public health che ha parlato dal palco. Tra le altre 54 persone che hanno preso la parola davanti alla folla, c’era Georges Benjamin, consigliere delegato dell’American public health association, secondo cui “dobbiamo assicurarci che a guidare le decisioni politiche siano i dati e le prove, non l’ideologia disinformata”. “Bisogna sostenere anche la ricerca che non sembra avere un’importanza immediata”, ha detto la biologa Lydia Villa-Komarof, che negli anni settanta dimostrò, insieme ad altri scienziati, come dai batteri si potesse ricavare l’insulina aprendo la strada alla terapia oggi usata da chi soffre di diabete. Dovremmo “ritenere responsabili di fronte alle legge i funzionari pubblici” per la riduzione delle norme che garantiscono aria e acqua pulite, ha affermato Mustafa Santiago Ali, dimissionario dal programma per la giustizia ambientale dell’agenzia per l’ambiente (Epa) di cui era a capo. Erich Jarvis ha invitato i due principali partiti a continuare a sostenere la ricerca scientifica: “La scienza ha sempre ricevuto il sostegno bipartisan del congresso e io sono l’esempio di come questo sia importante”. Afroamericano cresciuto in un quartiere povero di New York, Jarvis ha usufruito dei programmi governativi a sostegno delle minoranze. “Mi hanno permesso di diventare scienziato e dare un contributo alla società. In quattro anni senza finanziamenti perderemo tempo prezioso per formare gli scienziati di domani”.
Internazionale 28.4.2017
RUSSIA Illibertà di culto
La corte suprema russa, su richiesta del ministero della giustizia, ha messo al bando i testimoni di Geova. La decisione è stata adottata sulla base della legge contro le organizzazioni estremistiche, con la giustificazione, tra le altre, che il movimento mina l’unità delle famiglie e spinge le persone al suicidio. I beni dell’organizzazione, che in Russia è attiva dal 1991, l’anno del crollo dell’Unione Sovietica, saranno confiscati. Secondo un funzionario del ministero della giustizia russo, citato da Kommersant, si tratterebbe di “una vittoria del buon senso, perchè la setta era un tumore maligno nella società russa. E ora anche le altre sette devono seriamente preoccuparsi”.
RUSSIA Illibertà di culto
La corte suprema russa, su richiesta del ministero della giustizia, ha messo al bando i testimoni di Geova. La decisione è stata adottata sulla base della legge contro le organizzazioni estremistiche, con la giustificazione, tra le altre, che il movimento mina l’unità delle famiglie e spinge le persone al suicidio. I beni dell’organizzazione, che in Russia è attiva dal 1991, l’anno del crollo dell’Unione Sovietica, saranno confiscati. Secondo un funzionario del ministero della giustizia russo, citato da Kommersant, si tratterebbe di “una vittoria del buon senso, perchè la setta era un tumore maligno nella società russa. E ora anche le altre sette devono seriamente preoccuparsi”.
Pagina 99 28 aprile 2017
Così parlò e ancora parla Zarathustra
Non possiamo non dirci zoroastriani, pare. La Bbc rintraccia in una delle religioni più antiche del mondo le radici di moltissimi fenomeni della cultura occidentale. Secoli prima che Dante scrivesse la Divina commedia, un viaggio dall’inferno al paradiso era stato scritto da un pellegrino che adorava Aura Mazda. Il suo profeta Zoroastro avrebbe colpito la fantasia di Raffaello, che addirittura lo dipinge nella Scuola di Atene, e degli alchimisti tedeschi del XVII secolo. Zadig, il personaggio che dà il nome a uno dei racconti filosofici del padre dell’illuminismo Voltaire, narra l’epopea di un eroe zoroastriano. Da Goethe a Thomas Moore, da Mozart a Freddy Mercury, da Richard Strauss a Stanley Kubrick passando per Nietzsche tutti avrebbero attinto o offerto qualche tributo a questa antica cultura iraniana. Un’eco se ne ritrova persino nella contemporanea cultura dei consumi. Ai costruttori delle torri del silenzio dobbiamo i nomi la casa di moda Zadig & Voltaire e l’azienda automobilistica giapponese Mazda, ma anche la leggenda del semidio che trionfa sulle tenebre che anima l’ultima saga di Game of Thrones e la battaglia cosmica che oppone le forze della luce e quelle dell’oscurità in Star Wars.
Una religione che nasce in Persia all’inizio del primo millennio avanti Cristo per opposizione all’invasione delle popolazioni indoarie di religione induista che ha dato vita a quell’idea di dio unico che è stata poi raffinata da tutte e tre i grandi monoteismi: ebraismo, cristianesimo e islam. Anche l’inferno, il paradiso, il giorno del giudizio, l’eterna lotta tra il male e il bene e l’opporsi tra una divinità della luce (Ahura Mazda) e una delle tenebre (Ahriman) sono concetti che per la prima volta appaiono sugli altopiani iranici ben prima che i greci ci insegnassero la logica con cui ragionare. Vien proprio da dire: «Così parlò Zarathustra».
Così parlò e ancora parla Zarathustra
Non possiamo non dirci zoroastriani, pare. La Bbc rintraccia in una delle religioni più antiche del mondo le radici di moltissimi fenomeni della cultura occidentale. Secoli prima che Dante scrivesse la Divina commedia, un viaggio dall’inferno al paradiso era stato scritto da un pellegrino che adorava Aura Mazda. Il suo profeta Zoroastro avrebbe colpito la fantasia di Raffaello, che addirittura lo dipinge nella Scuola di Atene, e degli alchimisti tedeschi del XVII secolo. Zadig, il personaggio che dà il nome a uno dei racconti filosofici del padre dell’illuminismo Voltaire, narra l’epopea di un eroe zoroastriano. Da Goethe a Thomas Moore, da Mozart a Freddy Mercury, da Richard Strauss a Stanley Kubrick passando per Nietzsche tutti avrebbero attinto o offerto qualche tributo a questa antica cultura iraniana. Un’eco se ne ritrova persino nella contemporanea cultura dei consumi. Ai costruttori delle torri del silenzio dobbiamo i nomi la casa di moda Zadig & Voltaire e l’azienda automobilistica giapponese Mazda, ma anche la leggenda del semidio che trionfa sulle tenebre che anima l’ultima saga di Game of Thrones e la battaglia cosmica che oppone le forze della luce e quelle dell’oscurità in Star Wars.
Una religione che nasce in Persia all’inizio del primo millennio avanti Cristo per opposizione all’invasione delle popolazioni indoarie di religione induista che ha dato vita a quell’idea di dio unico che è stata poi raffinata da tutte e tre i grandi monoteismi: ebraismo, cristianesimo e islam. Anche l’inferno, il paradiso, il giorno del giudizio, l’eterna lotta tra il male e il bene e l’opporsi tra una divinità della luce (Ahura Mazda) e una delle tenebre (Ahriman) sono concetti che per la prima volta appaiono sugli altopiani iranici ben prima che i greci ci insegnassero la logica con cui ragionare. Vien proprio da dire: «Così parlò Zarathustra».
Pagina 99 28 aprile 2017
L’apartheid cinese che premia il partito
Nella Repubblica popolare cinese, c’è una linea marcata che separa chi vive in città da chi vive in campagna. Si chiama hukoued è il sistema pensato dall’economia pianificata al tempo di Mao Zedong per vincolare la popolazione cinese al proprio luogo d’origine distinguendo i diritti destinati alla cittadinanza rurale. da quelli destinati a quella urbana. Secondo uno studio congiunto dell’Asian Development Bank e dell’università del Michigan sono le proprietà immobiliari più che il reddito a rendere la distanza campagna-città incolmabile. Gli oltre trecento milioni di contadini che negli ultimi trent’anni sono andati a lavorare in città sono stati esclusi dallo stato sociale e dalla possibilità di comprare casa dove lavoravano. Secondo quanto scrive Luigi Tomba nel suo The Government Next Door (Cornell University Press, 2014) si tratterebbe di un grandioso progetto di ingegneria sociale. Alla fine degli anni Ottanta, il governo ha distribuito le unità abitative attraverso i canali tradizionali di un paese comunista: imprese diStato, unità di lavoro e ministeri. Di fatto si è trattato di una distribuzione di ricchezza solo ai gruppi stipendiati dal Partito. Da questo processo sono stati esclusi quelli che venivano da fuori, vincolati alla proprietà di un fazzoletto di terra nei lontani villaggi natali. Nel frattempo gli immobili sono cresciuti di valore, anche del 700 per cento negli ultimi dieci anni se si prendono in considerazione metropoli come Pechino e Shanghai. Se appena una generazione oltre la metà degli immobili degli immobili apparteneva allo stato, oggi il 98 per cento delle case è privato e costituisce il 70 per cento della ricchezza personale della totalità dei cinesi. Secondo uno studio pubblicato dal China Economic Journal, tra il 2002 e il 2010 i residenti urbani hanno accresciuto il loro capitale a una velocità doppia rispetto ai coetanei che venivano dalle campagne e sono arrivati ad accumulare sei volte i loro risparmi. La riforma degli hukou è ormai inevitabile, ma tarda ad arrivare a causa della complessità della materia e degli interessi dei governi locali in gioco. È per questo che il Wall Street Journal parla di «apartheid in assenza di razzismo». Il risultato è che chi ha costruito il miracolo economico cinese con il proprio lavoro, ne è rimasto tagliato fuori. Diritti | A fine anni Ottanta il governo ha distribuito le case ai gruppi legati al potere centrale. Così contadini e migranti sono stati esclusi dal benessere.
L’apartheid cinese che premia il partito
Nella Repubblica popolare cinese, c’è una linea marcata che separa chi vive in città da chi vive in campagna. Si chiama hukoued è il sistema pensato dall’economia pianificata al tempo di Mao Zedong per vincolare la popolazione cinese al proprio luogo d’origine distinguendo i diritti destinati alla cittadinanza rurale. da quelli destinati a quella urbana. Secondo uno studio congiunto dell’Asian Development Bank e dell’università del Michigan sono le proprietà immobiliari più che il reddito a rendere la distanza campagna-città incolmabile. Gli oltre trecento milioni di contadini che negli ultimi trent’anni sono andati a lavorare in città sono stati esclusi dallo stato sociale e dalla possibilità di comprare casa dove lavoravano. Secondo quanto scrive Luigi Tomba nel suo The Government Next Door (Cornell University Press, 2014) si tratterebbe di un grandioso progetto di ingegneria sociale. Alla fine degli anni Ottanta, il governo ha distribuito le unità abitative attraverso i canali tradizionali di un paese comunista: imprese diStato, unità di lavoro e ministeri. Di fatto si è trattato di una distribuzione di ricchezza solo ai gruppi stipendiati dal Partito. Da questo processo sono stati esclusi quelli che venivano da fuori, vincolati alla proprietà di un fazzoletto di terra nei lontani villaggi natali. Nel frattempo gli immobili sono cresciuti di valore, anche del 700 per cento negli ultimi dieci anni se si prendono in considerazione metropoli come Pechino e Shanghai. Se appena una generazione oltre la metà degli immobili degli immobili apparteneva allo stato, oggi il 98 per cento delle case è privato e costituisce il 70 per cento della ricchezza personale della totalità dei cinesi. Secondo uno studio pubblicato dal China Economic Journal, tra il 2002 e il 2010 i residenti urbani hanno accresciuto il loro capitale a una velocità doppia rispetto ai coetanei che venivano dalle campagne e sono arrivati ad accumulare sei volte i loro risparmi. La riforma degli hukou è ormai inevitabile, ma tarda ad arrivare a causa della complessità della materia e degli interessi dei governi locali in gioco. È per questo che il Wall Street Journal parla di «apartheid in assenza di razzismo». Il risultato è che chi ha costruito il miracolo economico cinese con il proprio lavoro, ne è rimasto tagliato fuori. Diritti | A fine anni Ottanta il governo ha distribuito le case ai gruppi legati al potere centrale. Così contadini e migranti sono stati esclusi dal benessere.
Pagina 99 28 aprile 2017
Attenti, non c’è più la sinistra di governo
Analisi | Non sono scomparsi i partiti, ma i socialisti. Il primo turno francese visto da Lazar e Diamanti
di Francesco Maselli
Parigi. Il 13 giugno 1971, a Épinay-sur-Seine, un piccolo comune della provincia di Parigi, François Mitterrand vince il “congresso dell’unificazione dei socialisti” e diventa il primo segretario del Partito socialista francese con il mandato di guidare la gauche plurielle, la sinistra unita che conquisterà l’Eliseo dieci anni più tardi. Il 23 aprile 2017 il Partito socialista è al suo minimo storico (il 6,3% conquistato da Benoît Hamon al primo turno) e alla fine del suo cammino. «Probabilmente quest’elezione non segna solo la fine del Partito socialista, ma anche la fine della sinistra autonoma di governo» spiega a pagina99 Ilvo Diamanti, professore di scienza politica a Urbino e all’università Paris II Panthéon-Assas, «in tutta Europa la sinistra riformista governa, ormai, solo nelle grandi coalizioni. Succede in Germania, in Italia e probabilmente anche in Francia. La Francia era un esempio di alternanza tra destra e sinistra di governo, il primo turno ci insegna che quest’alternanza non esiste più». Emmanuel Macron, il candidato arrivato in testa, lo rivendica: il suo movimento è sia di destra che di sinistra, la sua ambizione è prendere le migliori idee delle due famiglie e governare il Paese con politiche di “buon senso”. La sinistra però non è scomparsa, è semplicemente divisa e si trova in «una grande fase di transizione di cui è difficile prevedere gli effetti», suggerisce Marc Lazar, politologo e professore a Sciences Po, la scuola di scienza politica della capitale. «È vero, il Ps come lo conosciamo cessa di esistere. Manuel Valls ha detto esplicitamente che sosterrà un governo di coalizione se sarà necessario, e i deputati a lui vicini stanno preparando l’uscita dal partito. Dubito che si candideranno con l’etichetta “PS”, penso più a un nome come Partito Democratico. Ma anche i deputati vicini ad Hamon stanno valutando se creare un piccolo partito di sinistra, che non abbia il simbolo tradizionale». Lazar allude alle prossime elezioni, le politiche, previste l’11 e il 18 giugno, mai così incerte e importanti come adesso, con il Paese diviso in quattro blocchi e una maggioranza presidenziale a rischio per entrambi i candidati approdati al secondo turno. L’ennesima, incredibile sorpresa di questa campagna presidenziale è il grande risultato di Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, un cartello di sinistra radicale che raggiunge il 19,5%. Mélenchon è l’altra faccia dell’ondata anti-sistema che si è riversata nelle urne il week end scorso, tanto che non parteciperà al barrage républicain contro Marine Le Pen: «Ero convinto che Mélenchon non prendesse posizione», dice Lazar «anche se questo gli pone un problema: è vero che il suo entourage e forse lui stesso sono orientati verso l’astensione, anche perché tra gli attivisti della France Insoumise la percezione che Macron e Marine Le Pen siano la stessa cosa è abbastanza diffusa, ma allo stesso tempo il 47% del suo elettorato si ritiene di sinistra e il 51% dei suoi elettori voterà Macron. Mélenchon deve riuscire a gestire queste due pressioni contrarie che al momento coesistono tra i francesi che l’hanno sostenuto». Il posizionamento ambiguo si spiega con la successiva battaglia delle legislative, che la sinistra radicale può affrontare con entusiasmo vista la netta progressione rispetto al 2012, quando Mélenchon si fermò all’11%: «Non è solo il risultato sul piano nazionale ad essere francamente impressionante, ma anche le cifre raggiunte in alcune parti del Paese: Mélenchon è primo a Marsiglia con il 25%, con punte del 35% in alcuni arrondissement; nel dipartimento della periferia parigina Seine-Saint-Denis raggiunge il 34% e a Lille addirittura il 35%». Sono risultati che testimoniano un enracinement, la capacità di essere presenti, radicati sul territorio, qualità fondamentali per essere competitivi nei collegi. La sfida per Mélenchon è riuscire a eleggere un numero di deputati sufficiente a formare un gruppo e accreditarsi come sola opposizione di sinistra dopo quarant’anni di egemonia socialista. Per Macron, invece, l’ennesima sfida impossibile: vincere le elezioni legislative con candidati in massima parte sconosciuti ed espressione della società civile. «Sarà difficile per Macron avere una maggioranza all’Assemblea», dice Lazar, secondo cui il leader di En Marche! dovrà per forza di cose trattare con gli altri partiti, specialmente con Les Républicains, il partito di destra post-gollista. «Non è vero che i partiti sono finiti. I repubblicani dispongono di un apparato funzionante che sarà decisivo alle legislative, per cui Macron ha bisogno di vincere ampiamente per avere molto potere contrattuale. L’obiettivo è complesso, e Macron non è Chirac o Mitterrand, gli uomini politici del centrodestra sono esperti e non renderanno la vita facile al nuovo presidente. Sempre che venga eletto». «Marc Lazar ha sempre ritenuto l’Italia un laboratorio politico per la democrazia», sorride Diamanti, «adesso è la Francia ad essersi italianizzata», conclude.
Attenti, non c’è più la sinistra di governo
Analisi | Non sono scomparsi i partiti, ma i socialisti. Il primo turno francese visto da Lazar e Diamanti
di Francesco Maselli
Parigi. Il 13 giugno 1971, a Épinay-sur-Seine, un piccolo comune della provincia di Parigi, François Mitterrand vince il “congresso dell’unificazione dei socialisti” e diventa il primo segretario del Partito socialista francese con il mandato di guidare la gauche plurielle, la sinistra unita che conquisterà l’Eliseo dieci anni più tardi. Il 23 aprile 2017 il Partito socialista è al suo minimo storico (il 6,3% conquistato da Benoît Hamon al primo turno) e alla fine del suo cammino. «Probabilmente quest’elezione non segna solo la fine del Partito socialista, ma anche la fine della sinistra autonoma di governo» spiega a pagina99 Ilvo Diamanti, professore di scienza politica a Urbino e all’università Paris II Panthéon-Assas, «in tutta Europa la sinistra riformista governa, ormai, solo nelle grandi coalizioni. Succede in Germania, in Italia e probabilmente anche in Francia. La Francia era un esempio di alternanza tra destra e sinistra di governo, il primo turno ci insegna che quest’alternanza non esiste più». Emmanuel Macron, il candidato arrivato in testa, lo rivendica: il suo movimento è sia di destra che di sinistra, la sua ambizione è prendere le migliori idee delle due famiglie e governare il Paese con politiche di “buon senso”. La sinistra però non è scomparsa, è semplicemente divisa e si trova in «una grande fase di transizione di cui è difficile prevedere gli effetti», suggerisce Marc Lazar, politologo e professore a Sciences Po, la scuola di scienza politica della capitale. «È vero, il Ps come lo conosciamo cessa di esistere. Manuel Valls ha detto esplicitamente che sosterrà un governo di coalizione se sarà necessario, e i deputati a lui vicini stanno preparando l’uscita dal partito. Dubito che si candideranno con l’etichetta “PS”, penso più a un nome come Partito Democratico. Ma anche i deputati vicini ad Hamon stanno valutando se creare un piccolo partito di sinistra, che non abbia il simbolo tradizionale». Lazar allude alle prossime elezioni, le politiche, previste l’11 e il 18 giugno, mai così incerte e importanti come adesso, con il Paese diviso in quattro blocchi e una maggioranza presidenziale a rischio per entrambi i candidati approdati al secondo turno. L’ennesima, incredibile sorpresa di questa campagna presidenziale è il grande risultato di Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, un cartello di sinistra radicale che raggiunge il 19,5%. Mélenchon è l’altra faccia dell’ondata anti-sistema che si è riversata nelle urne il week end scorso, tanto che non parteciperà al barrage républicain contro Marine Le Pen: «Ero convinto che Mélenchon non prendesse posizione», dice Lazar «anche se questo gli pone un problema: è vero che il suo entourage e forse lui stesso sono orientati verso l’astensione, anche perché tra gli attivisti della France Insoumise la percezione che Macron e Marine Le Pen siano la stessa cosa è abbastanza diffusa, ma allo stesso tempo il 47% del suo elettorato si ritiene di sinistra e il 51% dei suoi elettori voterà Macron. Mélenchon deve riuscire a gestire queste due pressioni contrarie che al momento coesistono tra i francesi che l’hanno sostenuto». Il posizionamento ambiguo si spiega con la successiva battaglia delle legislative, che la sinistra radicale può affrontare con entusiasmo vista la netta progressione rispetto al 2012, quando Mélenchon si fermò all’11%: «Non è solo il risultato sul piano nazionale ad essere francamente impressionante, ma anche le cifre raggiunte in alcune parti del Paese: Mélenchon è primo a Marsiglia con il 25%, con punte del 35% in alcuni arrondissement; nel dipartimento della periferia parigina Seine-Saint-Denis raggiunge il 34% e a Lille addirittura il 35%». Sono risultati che testimoniano un enracinement, la capacità di essere presenti, radicati sul territorio, qualità fondamentali per essere competitivi nei collegi. La sfida per Mélenchon è riuscire a eleggere un numero di deputati sufficiente a formare un gruppo e accreditarsi come sola opposizione di sinistra dopo quarant’anni di egemonia socialista. Per Macron, invece, l’ennesima sfida impossibile: vincere le elezioni legislative con candidati in massima parte sconosciuti ed espressione della società civile. «Sarà difficile per Macron avere una maggioranza all’Assemblea», dice Lazar, secondo cui il leader di En Marche! dovrà per forza di cose trattare con gli altri partiti, specialmente con Les Républicains, il partito di destra post-gollista. «Non è vero che i partiti sono finiti. I repubblicani dispongono di un apparato funzionante che sarà decisivo alle legislative, per cui Macron ha bisogno di vincere ampiamente per avere molto potere contrattuale. L’obiettivo è complesso, e Macron non è Chirac o Mitterrand, gli uomini politici del centrodestra sono esperti e non renderanno la vita facile al nuovo presidente. Sempre che venga eletto». «Marc Lazar ha sempre ritenuto l’Italia un laboratorio politico per la democrazia», sorride Diamanti, «adesso è la Francia ad essersi italianizzata», conclude.
Pagina 99 28 aprile 2017
«Siamo ancora ai diritti come lusso borghese»
Polemiche | Europa, immigrazione, populismi, battaglie civili. Parla Emma Bonino
di Samuele Cafasso
«I diritti civili sono una questione sociale. Io non ho mai capito, e non lo capisco da più di trent’anni, perché dovrebbe esserci una contrapposizione. Eppure questo discorso, a sinistra, lo sento da sempre, non cambia mai». Applaudita al Lingotto dal popolo del Partito democratico, celebrata sui giornali, Emma Bonino è oggi tanto popolare quanto forse lo è stata solo alla fine degli anni Novanta, quando una geniale campagna tra politica e comunicazione la volle candidata al Quirinale a furor di popolo: Emma for President. Curioso che a questa popolarità personale si abbini un totale disinteresse, quando non ostilità, per le bandiere che la leader radicale innalza da anni: Europa, immigrazione, diritti civili. Se c’è un momento storico in cui gran parte della politica, e sopratutto la sinistra assediata dal populismo, ha deciso di mettere da parte tutto ciò, questo momento storico è oggi. L’ex ministro Vincenzo Visco in una recente intervista ha dichiarato che «un governo che ha più attenzione per i diritti civili che per quelli sociali non è un governo che rispecchia i valori e le politiche di sinistra». Quante volte l’ho sentita. Non capiscono che i diritti negati, inItalia oggi, sono tasse nascoste. E sono tasse nascoste che colpiscono tutti. Se oggi uno ha bisogno di ricorrere alla fecondazione assistita e non può farlo in Italia, andrà in Spagna. Se deve ricorrere all’eutanasia, lo farà in Svizzera e questo, ovviamente, ha un impatto proprio sui più poveri. Ma poi perché la lotta alla povertà diffusa dovrebbe essere un problema in contrapposizione con il testamento biologico, perché permettere la procreazione assistita è in contrasto con la lotta per il lavoro? I diritti civili riguardano sì l’individuo, ma sono un problema sociale. La sinistra oggi su questi temi ripiega perché spaventata dal populismo.Fa paura anche la lezione americana: Obama vinse con una coalizione di minoranze, Trump ha conquistato il voto dei bianchi cristiani arrabbiati e, si dice, a questi non interessano i diritti delle donne, delle minoranze etniche, sessuali, religiose. No guardi, lasci perdere Trump, in Italia è sempre stato così. Non ho mai visto la sinistra italiana, che fosse il Pci, poi i Ds, oggi il Pd, muoversi da protagonista. Li abbiamo sempre dovuti trascinare mentre loro puntavano i piedi. Dal 1975 a oggi abbiamo avuto più aperture, casomai, dal mondo socialista o liberale. La contrapposizione è sempre stata questa in un Paese dove il clericalismo è ancora forte, pensi al referendum del 2005 sulla fecondazione artificiale e agli interventi del cardinale Camillo Ruini. Ma si è visto anche quanto ci è voluto per approvare la legge Cirinnà sulle coppie di fatto. Siamo ancora ai diritti civili come un lusso borghese contro i diritti sociali per la classe operaia, o quello che è diventata nel frattempo. Per lei il Pd è erede solo del Pci e della Dc. Non ci sono altre anime? Certo che ci sono, e sono innesti anche significativi. Ma non hanno la forza, oggi, di ottenere spazi, di imporsi. Nemmeno nel Movimento Cinque Stelle il tema dei diritti civili è molto popolare, comprensibile per un movimento molto attento a cogliere gli umori della maggioranza e, quindi, poco interessato alle minoranze. Per non parlare delle ultime dichiarazioni di Beppe Grillo sui radicali e il biotestamento: «Dove ci sono disgrazie», ha scritto sul suo blog, «ci sono loro». Gli insulti qualificano chi li fa, non chi li riceve. Il Movimento Cinque Stelle è imprevedibile, difficile capire che direzione prenda sui singoli temi, ma certo non mi pare abbiano fatto dei diritti civili una questione centrale. Se lo fanno perché temono l’impopolarità sbagliano: sull’eutanasia tutti i sondaggi dicono che c’è una maggioranza di italiani a favore, sulla legalizzazione della marijuana anche. Ma sono cose che non gli interessano, loro il consenso lo cercano non tanto nel merito delle questioni, quanto in una contestazione rabbiosa dell’esistente. Niente Movimento Cinque Stelle, poche brecce dal Pd. Chi vi rimane a voi radicali per portare avanti le vostre battaglie? La gente, le persone. E qualche intergruppo parlamentare sui singoli temi, come il testamento biologico, la legalizzazione delle droghe leggere. Ma sì è vero, la solitudine è evidente. Abbiamo qualche compagno di strada come Pia Locatelli, con cui avevamo fatto insieme la Rosa nel pugno, ma la capacità di far emergere questi temi nella politica italiana è limitata. Al Lingotto lei ha detto che «se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i valori è il tema dell’immigrazione e dell’Europa». La governatrice Debora Serracchiani, quasi come se rispondesse alle sue parole, ha detto che «la gente ha paura degli immigrati, non ci possiamo prendere in giro». La sicurezza sta a cuore anche a noi e, come per i diritti civili, non è né di destra né di sinistra. Io credo che noi e il Pd vogliamo la stessa cosa, ma con strategie diverse. Noi diciamo che la paura si governa e non va certamente alimentata, ma nemmeno assecondata. Noi pensiamo che la strada da percorrere sia quella dell’integrazione e che dobbiamo dire la verità agli italiani: gli immigrati clandestini sono 500.000, è impossibile pensare di espellerli tutti, tanto più mentre altre persone sono in arrivo sulle nostre coste e noi vogliamo fermarli attraverso accordi con regimi più o meno inaccettabili. Dopo ricordiamo anche – e basta leggere le cronache quotidiane sulle violenze nei confronti delle donne – che spesso i criminali hanno passaporto italiano e che la sicurezza al 100% non esiste mai, in nessun Paese. E per questo ci sono la polizia e i tribunali. Applausi al Lingotto, molti consensi dichiarati sui giornali, o sui social network, pochissimi voti per i radicali. Come mai? Vado in giro a chiederlo da anni e una risposta non ce l’ho. Non lo chieda a me, serve un esperto di sociologia. Ultima domanda: l’Europa. Fino a qualche anno fa la strada verso una maggiore integrazione sembrava segnata. Oggi non più. Dalla crisi del 2008 l’Europa attraversa una fase molto difficile. Contro chi vuole tornare a 28 staterelli, solo chi ha a cuore l’Unione e le sue sorti può avere la credibilità necessaria a riformarla, perché la verità è che quel processo si è fermato alla fine del Novecento. Nonostante questo il progetto europeo è stato ed è un successo nella storia mondiale, e qualcuno dovrà pur dirlo.
«Siamo ancora ai diritti come lusso borghese»
Polemiche | Europa, immigrazione, populismi, battaglie civili. Parla Emma Bonino
di Samuele Cafasso
«I diritti civili sono una questione sociale. Io non ho mai capito, e non lo capisco da più di trent’anni, perché dovrebbe esserci una contrapposizione. Eppure questo discorso, a sinistra, lo sento da sempre, non cambia mai». Applaudita al Lingotto dal popolo del Partito democratico, celebrata sui giornali, Emma Bonino è oggi tanto popolare quanto forse lo è stata solo alla fine degli anni Novanta, quando una geniale campagna tra politica e comunicazione la volle candidata al Quirinale a furor di popolo: Emma for President. Curioso che a questa popolarità personale si abbini un totale disinteresse, quando non ostilità, per le bandiere che la leader radicale innalza da anni: Europa, immigrazione, diritti civili. Se c’è un momento storico in cui gran parte della politica, e sopratutto la sinistra assediata dal populismo, ha deciso di mettere da parte tutto ciò, questo momento storico è oggi. L’ex ministro Vincenzo Visco in una recente intervista ha dichiarato che «un governo che ha più attenzione per i diritti civili che per quelli sociali non è un governo che rispecchia i valori e le politiche di sinistra». Quante volte l’ho sentita. Non capiscono che i diritti negati, inItalia oggi, sono tasse nascoste. E sono tasse nascoste che colpiscono tutti. Se oggi uno ha bisogno di ricorrere alla fecondazione assistita e non può farlo in Italia, andrà in Spagna. Se deve ricorrere all’eutanasia, lo farà in Svizzera e questo, ovviamente, ha un impatto proprio sui più poveri. Ma poi perché la lotta alla povertà diffusa dovrebbe essere un problema in contrapposizione con il testamento biologico, perché permettere la procreazione assistita è in contrasto con la lotta per il lavoro? I diritti civili riguardano sì l’individuo, ma sono un problema sociale. La sinistra oggi su questi temi ripiega perché spaventata dal populismo.Fa paura anche la lezione americana: Obama vinse con una coalizione di minoranze, Trump ha conquistato il voto dei bianchi cristiani arrabbiati e, si dice, a questi non interessano i diritti delle donne, delle minoranze etniche, sessuali, religiose. No guardi, lasci perdere Trump, in Italia è sempre stato così. Non ho mai visto la sinistra italiana, che fosse il Pci, poi i Ds, oggi il Pd, muoversi da protagonista. Li abbiamo sempre dovuti trascinare mentre loro puntavano i piedi. Dal 1975 a oggi abbiamo avuto più aperture, casomai, dal mondo socialista o liberale. La contrapposizione è sempre stata questa in un Paese dove il clericalismo è ancora forte, pensi al referendum del 2005 sulla fecondazione artificiale e agli interventi del cardinale Camillo Ruini. Ma si è visto anche quanto ci è voluto per approvare la legge Cirinnà sulle coppie di fatto. Siamo ancora ai diritti civili come un lusso borghese contro i diritti sociali per la classe operaia, o quello che è diventata nel frattempo. Per lei il Pd è erede solo del Pci e della Dc. Non ci sono altre anime? Certo che ci sono, e sono innesti anche significativi. Ma non hanno la forza, oggi, di ottenere spazi, di imporsi. Nemmeno nel Movimento Cinque Stelle il tema dei diritti civili è molto popolare, comprensibile per un movimento molto attento a cogliere gli umori della maggioranza e, quindi, poco interessato alle minoranze. Per non parlare delle ultime dichiarazioni di Beppe Grillo sui radicali e il biotestamento: «Dove ci sono disgrazie», ha scritto sul suo blog, «ci sono loro». Gli insulti qualificano chi li fa, non chi li riceve. Il Movimento Cinque Stelle è imprevedibile, difficile capire che direzione prenda sui singoli temi, ma certo non mi pare abbiano fatto dei diritti civili una questione centrale. Se lo fanno perché temono l’impopolarità sbagliano: sull’eutanasia tutti i sondaggi dicono che c’è una maggioranza di italiani a favore, sulla legalizzazione della marijuana anche. Ma sono cose che non gli interessano, loro il consenso lo cercano non tanto nel merito delle questioni, quanto in una contestazione rabbiosa dell’esistente. Niente Movimento Cinque Stelle, poche brecce dal Pd. Chi vi rimane a voi radicali per portare avanti le vostre battaglie? La gente, le persone. E qualche intergruppo parlamentare sui singoli temi, come il testamento biologico, la legalizzazione delle droghe leggere. Ma sì è vero, la solitudine è evidente. Abbiamo qualche compagno di strada come Pia Locatelli, con cui avevamo fatto insieme la Rosa nel pugno, ma la capacità di far emergere questi temi nella politica italiana è limitata. Al Lingotto lei ha detto che «se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i valori è il tema dell’immigrazione e dell’Europa». La governatrice Debora Serracchiani, quasi come se rispondesse alle sue parole, ha detto che «la gente ha paura degli immigrati, non ci possiamo prendere in giro». La sicurezza sta a cuore anche a noi e, come per i diritti civili, non è né di destra né di sinistra. Io credo che noi e il Pd vogliamo la stessa cosa, ma con strategie diverse. Noi diciamo che la paura si governa e non va certamente alimentata, ma nemmeno assecondata. Noi pensiamo che la strada da percorrere sia quella dell’integrazione e che dobbiamo dire la verità agli italiani: gli immigrati clandestini sono 500.000, è impossibile pensare di espellerli tutti, tanto più mentre altre persone sono in arrivo sulle nostre coste e noi vogliamo fermarli attraverso accordi con regimi più o meno inaccettabili. Dopo ricordiamo anche – e basta leggere le cronache quotidiane sulle violenze nei confronti delle donne – che spesso i criminali hanno passaporto italiano e che la sicurezza al 100% non esiste mai, in nessun Paese. E per questo ci sono la polizia e i tribunali. Applausi al Lingotto, molti consensi dichiarati sui giornali, o sui social network, pochissimi voti per i radicali. Come mai? Vado in giro a chiederlo da anni e una risposta non ce l’ho. Non lo chieda a me, serve un esperto di sociologia. Ultima domanda: l’Europa. Fino a qualche anno fa la strada verso una maggiore integrazione sembrava segnata. Oggi non più. Dalla crisi del 2008 l’Europa attraversa una fase molto difficile. Contro chi vuole tornare a 28 staterelli, solo chi ha a cuore l’Unione e le sue sorti può avere la credibilità necessaria a riformarla, perché la verità è che quel processo si è fermato alla fine del Novecento. Nonostante questo il progetto europeo è stato ed è un successo nella storia mondiale, e qualcuno dovrà pur dirlo.
Pagina 99 28 aprile 2017
Prima il lavoro o le libertà? l’eterno dilemma a sinistra
Diatribe | La crisi economica ha riportato in auge la contrapposizione, cara al Pci, tra i diritti collettivi e quelli del singolo. L’ex ministro Visco l’ha usata per criticare l’operato di Renzi. Ma anche il M5s l’ha fatta propria
di Mattia De Nardi
Sembra di essere tornati indietro un bel po’ di anni. A quando, a distanza, i comunisti del Partito nei loro rassicuranti abiti grigio-marroni venivano irrisi dai nipotini vestiti di piume e cincillà che reclamavano con il petto di fuori un intero catalogo di libertà: di abortire, di divorziare, di amare chi ha lo stesso sesso, di vivere senza confini, di morire. Erano gli anni in cui Karl Marx faceva i conti con Bob Dylan, fedeli alla dottrina i padri in Parlamento puntavano alto il dito: «Prima il lavoro» e volevano indicare la liberazione di una classe sociale, per sentirsi rispondere dai figli «Prima l’individuo» e volevano spiegare che il corpo è mio e lo gestisco io.
Diritti collettivi contro diritti individuali. Quarant’anni dopo il match si è aggiornato: diritti sociali vs diritti civili.
• 2017: ritorno al passato? «Un governo che ha più attenzione per i diritti civili che per quelli sociali non è un governo che rispecchia i valori e le politiche di sinistra». Ha detto così in una recente intervista Vincenzo Visco, ex ministro del Tesoro ai tempi dei governi Prodi e D’Alema, oggi ritornato punto di riferimento del pensiero economico di sinistra dei Democratici e Progressisti, gli scissionisti del Partito democratico. Visco prende per il bavero la breve storia delPd di Matteo Renzi e del suo governo che, male che vada, ai posteri ha consegnato la prima legge sulle unioni civili. Troppo poco per dirsi di sinistra, liquida questo traguardo l’economista, che aggiunge:«La sinistra mette al centro la società e le dinamiche sociali. La destra l’individuo». In fondo è un conflitto che non si è mai sopito, figlio di una sinistra che in Italia è stata a lungo comunista e poi anche cattolica ma mai fino in fondo davvero progressista e libertaria, incapace di imporre nell’azione politica un’agenda di diritti. La miccia accesa tempo fa è esplosa adesso in una battaglia di priorità, non più viste come complementari, ma contrapposte. La crisi economica, che ha indebolito il modello capitalista e messo in discussione la globalizzazione, ha nuovamente aperto a un campo di diseguaglianze che sono conseguenze stesse dal modello economico globalista e base di nuove convinzioni. Per questo le frontiere si vogliono chiuse e le minoranze isolate nelle loro rivendicazioni, perché le priorità, si dice ora, sono altre.
• Lezioni americane
Prendiamo gli Stati Uniti che, piaccia o meno, sono sempre la bussola per orientarsi su dove andrà il mondo occidentale. Era scritto nel Dna politico di Barack Obama il destino di diventare il presidente delle minoranze (neri, ispanici, donne). Dopo di lui, però, è arrivato Donald Trump e il vocabolario dell’uomo più potente della Terra è tornato a parlare la lingua della classe bianca tradizionale americana arrabbiata perché il lavoro scarseggia e la ricchezza di un tempo è andata. L’impoverimento della classe media ha nutrito le paure e spinge a cercare rifugio nelle vecchie certezze. Tornando in Italia, la destra, conservatrice, populista o sovranista che sia, a parte qualche sparuta presenza più convintamente liberale, è monolitica nel rifiutare la rappresentazione politica dei diritti civili. Da quelle parti, niente di nuovo. Ma la sinistra, che si era affrancata dalle sue radici ideologiche per mescolarsi a una cultura politica più libertaria? Stefano Fassina, altro politico ed economista portatore di un pensiero forte di sinistra, in un’intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire inquadra così il dibattito sulla maternità surrogata e l’adozione del figlio del partner: «Per ogni uomo e donna di sinistra, i diritti sono un continuum. I diritti civili vanno insieme a quelli economici, sociali e politici. Non si può essere favorevoli al neo-umanesimo sul terreno del lavoro, del welfare e dell’ecologia e poi accettare il paradigma dell’individualismo liberista sui diritti civili». Sacrosanta posizione, si dirà, perché recupera quel principio etico pasoliniano contro la mercificazione che negli anni è stato lasciato a esclusivo appannaggio dei cattolici. Ma sulla scelta dei temi del dibattito e nelle sfumature del discorso politico si annida la tentazione di fissare le priorità.
• Lavoro e libertà
Andrea Orlando è uomo di sinistra, stessa scuola di Fassina ma a differenza di molti compagni ha scelto di rimanere nel Pd per sfidare Renzi. Invitato come ministro della Giustizia al congresso del Partito Radicale a Rebibbia ha detto: «Io vengo da una tradizione politica, quella della sinistra di ispirazione marxista, che contrapponeva e talvolta anteponeva i diritti sociali ai diritti civili. Considero questi anni per me di formazione, anche nel senso di aver compreso fino in fondo come diritti sociali e diritti civili possono formarsi soltanto congiuntamente. E come una società sia più ricca non soltanto se cresce il prodotto interno lordo, ma sia più ricca se è in grado di allargare la cifra di libertà che caratterizza il suo funzionamento». Orlando che dice di voler riportare il Pd nelle fabbriche, prova di nuovo a indossare il velluto a coste dei grandi dibattiti operaisti ma non per questo rinuncia alle conquiste della società liberale.Non ci tiene a tornare a un passato in cui il Partito, metteva in guardia dall’anteporre i diritti individuali, ovviamente considerati sfizi borghesi, alle lotte sociali di massa.
• Materialismo storico e M5S Eppure per molti, a un tratto, anche oggi si rivelano attuali le classiche categorie marxiste, per cui la pancia deve essere piena, il salario adeguato, la consapevolezza completa. Il resto sono sovrastrutture. Ridotte a poco più che capricci. Lo spettro del marxismo è sempre lì e se ne fa aperto portavoce in una posa televisiva e pop il filosofo-polemista Diego Fusaro. Fustigatore del Capitale ha affrontato il tema delle unioni civili con il piglio scettico di chi ai diritti Lgbt oppone Antonio Gramsci. «Danno la possibilità formale ai gay di sposarsi quando non ne hanno più le possibilità materiali». In estrema sintesi: un gay disoccupato in periferia, preferirà prima avere un lavoro o veder riconosciuti i propri diritti civili? Ma forse è la domanda a essere mal posta e ingannevole. I risultati raggiunti nell’ultima legislatura, arrivata quasi a scadenza, raccontano una storia di speranze tradite. Eppure il Parlamento rinnovato con le teste fresche dei giovani del M5S e di gran parte del Pd aveva fatto riporre grandi attese nella diversa sensibilità di neo-deputati e neo-senatori. E invece: ius soli e cittadinanza agli stranieri, reato di tortura, depenalizzazione della marijuana, testamento biologico, eutanasia… l’elenco delle leggi incompiute potrebbe continuare. I diritti che prevalgono nel dibattito pubblico grazie a storie simboliche e allo choc sull’opinione pubblica (il suicidio assistito in Svizzera di Dj Fabio, l’ultimo caso) investono il Parlamento per qualche giorno, poi, come l’alta marea, passano lasciando la sabba piatta. «Perché sono temi utili a fare propaganda e a darsi un’identità, per i partiti che la stanno perdendo», sostiene Matteo Mantero, deputato del M5S, uno dei più attivi sul fronte dei diritti, protagonista dell’estenuante lavoro sul biotestamento, che dopo l’approvazione alla Camera comincerà la sua via crucis alSenato, dovei numeri non sono così favorevoli. È a Mantero che chiediamo perché anche nei 5 Stelle non si nota lo stesso vigore nel sostenere queste battaglie come invece avviene per il reddito di cittadinanza o l’aiuto alle piccole e medie imprese:«Noi sicuramente siamo entrati inParlamento con un programma abbastanza scarno, più concentrati su tematiche come lavoro e diritto all’istruzione», spiega, «ma è anche perché siamo davvero una forza post-ideologica e non partiamo da posizioni preconcette». «Post-ideologico» è il termine su cui ha insistito Beppe Grillo nella sua intervista ad Avvenire, pubblicata proprio nelle crucialiore del voto sul biotestamento. Grillo omaggia le coscienze cattoliche e prova a rassicurarle con ancora più decisione tre giorni dopo sul blog con un attacco a sorpresa ai radicali, paladini delle battaglie sulle libertà civili e arcinemici politici del Vaticano. Criticare loro è un modo per giustificare il voto grillino sul testamento biologico agli occhi dei contrarissimi vescovi e per raffreddare l’ani - ma più progressista dei parlamentari 5 Stelle, in vista di elezioni politiche in cui il Movimento punta a rubare consensi alla Lega e a Forza Italia. È una strategia precisa di Grillo, che a breve sarà replicata sullo ius soli. Di sicuro nel M5S è stata sbandierata di più, sul blog, la proposta contro i vitalizi che una qualsiasi altra a caso che aggiunga un diritto alle carenze italiane. «È vero ed è vero che in realtà i cittadini non vivono solo di interessi economici. Però all’atto pratico quando c’è stato da fare battaglia sui diritti civili, noi siamo stati in prima linea». Mantero ricorda il caso del bacio collettivo dei deputati grillini per l’introduzione del reato di omofobia, ma ricorda anche il pasticcio al Senato sulla stepchild adoption, espunta dalla legge sulle unioni civili dalla maggioranza di governo anche grazie al voto del M5S, diviso al suo interno. Ci sarà una svolta nel M5S che si attrezza per governare ma che attrae voti, come mostra anche la virata di Grillo, da bacini elettorali tradizionalmente più a destra? «Mi auguro una maggiore attenzione, magari aprendo in rete un ampio confronto di idee e contributi, come abbiamo fatto per eutanasia e testamento biologico. Alla fine hanno votato a favore, in entrambi i casi, oltre il 90% dei nostri attivisti. È vero che sembra essere tornato di moda quel motto, “primum vivere deinde philosophari”, applicato alla politica che si deve occupare delle esigenze degli italiani, ma perché i diritti si devono escludere a vicenda?».
Prima il lavoro o le libertà? l’eterno dilemma a sinistra
Diatribe | La crisi economica ha riportato in auge la contrapposizione, cara al Pci, tra i diritti collettivi e quelli del singolo. L’ex ministro Visco l’ha usata per criticare l’operato di Renzi. Ma anche il M5s l’ha fatta propria
di Mattia De Nardi
Sembra di essere tornati indietro un bel po’ di anni. A quando, a distanza, i comunisti del Partito nei loro rassicuranti abiti grigio-marroni venivano irrisi dai nipotini vestiti di piume e cincillà che reclamavano con il petto di fuori un intero catalogo di libertà: di abortire, di divorziare, di amare chi ha lo stesso sesso, di vivere senza confini, di morire. Erano gli anni in cui Karl Marx faceva i conti con Bob Dylan, fedeli alla dottrina i padri in Parlamento puntavano alto il dito: «Prima il lavoro» e volevano indicare la liberazione di una classe sociale, per sentirsi rispondere dai figli «Prima l’individuo» e volevano spiegare che il corpo è mio e lo gestisco io.
Diritti collettivi contro diritti individuali. Quarant’anni dopo il match si è aggiornato: diritti sociali vs diritti civili.
• 2017: ritorno al passato? «Un governo che ha più attenzione per i diritti civili che per quelli sociali non è un governo che rispecchia i valori e le politiche di sinistra». Ha detto così in una recente intervista Vincenzo Visco, ex ministro del Tesoro ai tempi dei governi Prodi e D’Alema, oggi ritornato punto di riferimento del pensiero economico di sinistra dei Democratici e Progressisti, gli scissionisti del Partito democratico. Visco prende per il bavero la breve storia delPd di Matteo Renzi e del suo governo che, male che vada, ai posteri ha consegnato la prima legge sulle unioni civili. Troppo poco per dirsi di sinistra, liquida questo traguardo l’economista, che aggiunge:«La sinistra mette al centro la società e le dinamiche sociali. La destra l’individuo». In fondo è un conflitto che non si è mai sopito, figlio di una sinistra che in Italia è stata a lungo comunista e poi anche cattolica ma mai fino in fondo davvero progressista e libertaria, incapace di imporre nell’azione politica un’agenda di diritti. La miccia accesa tempo fa è esplosa adesso in una battaglia di priorità, non più viste come complementari, ma contrapposte. La crisi economica, che ha indebolito il modello capitalista e messo in discussione la globalizzazione, ha nuovamente aperto a un campo di diseguaglianze che sono conseguenze stesse dal modello economico globalista e base di nuove convinzioni. Per questo le frontiere si vogliono chiuse e le minoranze isolate nelle loro rivendicazioni, perché le priorità, si dice ora, sono altre.
• Lezioni americane
Prendiamo gli Stati Uniti che, piaccia o meno, sono sempre la bussola per orientarsi su dove andrà il mondo occidentale. Era scritto nel Dna politico di Barack Obama il destino di diventare il presidente delle minoranze (neri, ispanici, donne). Dopo di lui, però, è arrivato Donald Trump e il vocabolario dell’uomo più potente della Terra è tornato a parlare la lingua della classe bianca tradizionale americana arrabbiata perché il lavoro scarseggia e la ricchezza di un tempo è andata. L’impoverimento della classe media ha nutrito le paure e spinge a cercare rifugio nelle vecchie certezze. Tornando in Italia, la destra, conservatrice, populista o sovranista che sia, a parte qualche sparuta presenza più convintamente liberale, è monolitica nel rifiutare la rappresentazione politica dei diritti civili. Da quelle parti, niente di nuovo. Ma la sinistra, che si era affrancata dalle sue radici ideologiche per mescolarsi a una cultura politica più libertaria? Stefano Fassina, altro politico ed economista portatore di un pensiero forte di sinistra, in un’intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire inquadra così il dibattito sulla maternità surrogata e l’adozione del figlio del partner: «Per ogni uomo e donna di sinistra, i diritti sono un continuum. I diritti civili vanno insieme a quelli economici, sociali e politici. Non si può essere favorevoli al neo-umanesimo sul terreno del lavoro, del welfare e dell’ecologia e poi accettare il paradigma dell’individualismo liberista sui diritti civili». Sacrosanta posizione, si dirà, perché recupera quel principio etico pasoliniano contro la mercificazione che negli anni è stato lasciato a esclusivo appannaggio dei cattolici. Ma sulla scelta dei temi del dibattito e nelle sfumature del discorso politico si annida la tentazione di fissare le priorità.
• Lavoro e libertà
Andrea Orlando è uomo di sinistra, stessa scuola di Fassina ma a differenza di molti compagni ha scelto di rimanere nel Pd per sfidare Renzi. Invitato come ministro della Giustizia al congresso del Partito Radicale a Rebibbia ha detto: «Io vengo da una tradizione politica, quella della sinistra di ispirazione marxista, che contrapponeva e talvolta anteponeva i diritti sociali ai diritti civili. Considero questi anni per me di formazione, anche nel senso di aver compreso fino in fondo come diritti sociali e diritti civili possono formarsi soltanto congiuntamente. E come una società sia più ricca non soltanto se cresce il prodotto interno lordo, ma sia più ricca se è in grado di allargare la cifra di libertà che caratterizza il suo funzionamento». Orlando che dice di voler riportare il Pd nelle fabbriche, prova di nuovo a indossare il velluto a coste dei grandi dibattiti operaisti ma non per questo rinuncia alle conquiste della società liberale.Non ci tiene a tornare a un passato in cui il Partito, metteva in guardia dall’anteporre i diritti individuali, ovviamente considerati sfizi borghesi, alle lotte sociali di massa.
• Materialismo storico e M5S Eppure per molti, a un tratto, anche oggi si rivelano attuali le classiche categorie marxiste, per cui la pancia deve essere piena, il salario adeguato, la consapevolezza completa. Il resto sono sovrastrutture. Ridotte a poco più che capricci. Lo spettro del marxismo è sempre lì e se ne fa aperto portavoce in una posa televisiva e pop il filosofo-polemista Diego Fusaro. Fustigatore del Capitale ha affrontato il tema delle unioni civili con il piglio scettico di chi ai diritti Lgbt oppone Antonio Gramsci. «Danno la possibilità formale ai gay di sposarsi quando non ne hanno più le possibilità materiali». In estrema sintesi: un gay disoccupato in periferia, preferirà prima avere un lavoro o veder riconosciuti i propri diritti civili? Ma forse è la domanda a essere mal posta e ingannevole. I risultati raggiunti nell’ultima legislatura, arrivata quasi a scadenza, raccontano una storia di speranze tradite. Eppure il Parlamento rinnovato con le teste fresche dei giovani del M5S e di gran parte del Pd aveva fatto riporre grandi attese nella diversa sensibilità di neo-deputati e neo-senatori. E invece: ius soli e cittadinanza agli stranieri, reato di tortura, depenalizzazione della marijuana, testamento biologico, eutanasia… l’elenco delle leggi incompiute potrebbe continuare. I diritti che prevalgono nel dibattito pubblico grazie a storie simboliche e allo choc sull’opinione pubblica (il suicidio assistito in Svizzera di Dj Fabio, l’ultimo caso) investono il Parlamento per qualche giorno, poi, come l’alta marea, passano lasciando la sabba piatta. «Perché sono temi utili a fare propaganda e a darsi un’identità, per i partiti che la stanno perdendo», sostiene Matteo Mantero, deputato del M5S, uno dei più attivi sul fronte dei diritti, protagonista dell’estenuante lavoro sul biotestamento, che dopo l’approvazione alla Camera comincerà la sua via crucis alSenato, dovei numeri non sono così favorevoli. È a Mantero che chiediamo perché anche nei 5 Stelle non si nota lo stesso vigore nel sostenere queste battaglie come invece avviene per il reddito di cittadinanza o l’aiuto alle piccole e medie imprese:«Noi sicuramente siamo entrati inParlamento con un programma abbastanza scarno, più concentrati su tematiche come lavoro e diritto all’istruzione», spiega, «ma è anche perché siamo davvero una forza post-ideologica e non partiamo da posizioni preconcette». «Post-ideologico» è il termine su cui ha insistito Beppe Grillo nella sua intervista ad Avvenire, pubblicata proprio nelle crucialiore del voto sul biotestamento. Grillo omaggia le coscienze cattoliche e prova a rassicurarle con ancora più decisione tre giorni dopo sul blog con un attacco a sorpresa ai radicali, paladini delle battaglie sulle libertà civili e arcinemici politici del Vaticano. Criticare loro è un modo per giustificare il voto grillino sul testamento biologico agli occhi dei contrarissimi vescovi e per raffreddare l’ani - ma più progressista dei parlamentari 5 Stelle, in vista di elezioni politiche in cui il Movimento punta a rubare consensi alla Lega e a Forza Italia. È una strategia precisa di Grillo, che a breve sarà replicata sullo ius soli. Di sicuro nel M5S è stata sbandierata di più, sul blog, la proposta contro i vitalizi che una qualsiasi altra a caso che aggiunga un diritto alle carenze italiane. «È vero ed è vero che in realtà i cittadini non vivono solo di interessi economici. Però all’atto pratico quando c’è stato da fare battaglia sui diritti civili, noi siamo stati in prima linea». Mantero ricorda il caso del bacio collettivo dei deputati grillini per l’introduzione del reato di omofobia, ma ricorda anche il pasticcio al Senato sulla stepchild adoption, espunta dalla legge sulle unioni civili dalla maggioranza di governo anche grazie al voto del M5S, diviso al suo interno. Ci sarà una svolta nel M5S che si attrezza per governare ma che attrae voti, come mostra anche la virata di Grillo, da bacini elettorali tradizionalmente più a destra? «Mi auguro una maggiore attenzione, magari aprendo in rete un ampio confronto di idee e contributi, come abbiamo fatto per eutanasia e testamento biologico. Alla fine hanno votato a favore, in entrambi i casi, oltre il 90% dei nostri attivisti. È vero che sembra essere tornato di moda quel motto, “primum vivere deinde philosophari”, applicato alla politica che si deve occupare delle esigenze degli italiani, ma perché i diritti si devono escludere a vicenda?».
Il Manifesto 30.04.2017
Editoria:La crisi infinita dell'Unità
Oggi non sarà in edicola Ai gazebo senza "Unità".
La Fnsi: gli editori hanno superato ogni limite di Redazione Politica
Sergio Staino, ex direttore dell'Unità. La proprietà ha licenziato il suo successore.
Oggi l'Unità non sarà in edicola, «non sarà ai gazebo dove il popolo del Partito democratico sceglierà il nuovo segretario e non seguirà lo spoglio dei risultati delle primarie», ha annunciato venerdì l'assemblea dei redattori del quotidiano, denunciando l'«ennesima gravissima provocazione» da parte dell'azienda. L'editore Massimo Pessina ha infatti comunicato che il nuovo direttore Marco Bucciantini – ex capo redattore che ha sostituito Sergio Staino, dimessosi in polemica con la redazione – è stato rimosso e che intende proseguire con il piano di 20 licenziamenti (sugli attuali 28 giornalisti). Compito che dovrà eseguire il nuovo direttore, che sarà nominato a breve. Sarebbe il primo caso di licenziamenti collettivi in un quotidiano nazionale. E, riferiva sempre venerdì l'assemblea, l'ad Guido Stefanelli ha comunicato «l'intenzione di corrispondere alle lavoratrici e ai lavoratori una quota dello stipendio di aprile pari al 5% della retribuzione in seguito a un pignoramento». Ieri è intervenuta la Federazione nazionale della stampa: «Gli editori dell'Unità hanno superato ogni limite. L'atteggiamento assunto nei confronti della redazione, alla quale va ribadito il sostegno della Fnsi, è inaccettabile e la decisione dei giornalisti di scioperare rappresenta l'unica reazione possibile all'arroganza della proprietà», ha scritto in una nota il segretario generale Raffaele Lorusso. Aggiungendo: «Ormai non passa giorno senza che vengano annunciate misure pesanti contro la redazione, senza però assumersi la responsabilità di presentare alle rappresentanze sindacali i piani secondo le procedure previste dalla legge e dal contratto nazionale. L'azienda torni sui propri passi se ha a cuore il giornale fondato da Antonio Gramsci e se vuole evitare derive che non farebbero onore alla storia e alla tradizione dell'Unità, di cui dovrà assumersi tutte le responsabilità».
Editoria:La crisi infinita dell'Unità
Oggi non sarà in edicola Ai gazebo senza "Unità".
La Fnsi: gli editori hanno superato ogni limite di Redazione Politica
Sergio Staino, ex direttore dell'Unità. La proprietà ha licenziato il suo successore.
Oggi l'Unità non sarà in edicola, «non sarà ai gazebo dove il popolo del Partito democratico sceglierà il nuovo segretario e non seguirà lo spoglio dei risultati delle primarie», ha annunciato venerdì l'assemblea dei redattori del quotidiano, denunciando l'«ennesima gravissima provocazione» da parte dell'azienda. L'editore Massimo Pessina ha infatti comunicato che il nuovo direttore Marco Bucciantini – ex capo redattore che ha sostituito Sergio Staino, dimessosi in polemica con la redazione – è stato rimosso e che intende proseguire con il piano di 20 licenziamenti (sugli attuali 28 giornalisti). Compito che dovrà eseguire il nuovo direttore, che sarà nominato a breve. Sarebbe il primo caso di licenziamenti collettivi in un quotidiano nazionale. E, riferiva sempre venerdì l'assemblea, l'ad Guido Stefanelli ha comunicato «l'intenzione di corrispondere alle lavoratrici e ai lavoratori una quota dello stipendio di aprile pari al 5% della retribuzione in seguito a un pignoramento». Ieri è intervenuta la Federazione nazionale della stampa: «Gli editori dell'Unità hanno superato ogni limite. L'atteggiamento assunto nei confronti della redazione, alla quale va ribadito il sostegno della Fnsi, è inaccettabile e la decisione dei giornalisti di scioperare rappresenta l'unica reazione possibile all'arroganza della proprietà», ha scritto in una nota il segretario generale Raffaele Lorusso. Aggiungendo: «Ormai non passa giorno senza che vengano annunciate misure pesanti contro la redazione, senza però assumersi la responsabilità di presentare alle rappresentanze sindacali i piani secondo le procedure previste dalla legge e dal contratto nazionale. L'azienda torni sui propri passi se ha a cuore il giornale fondato da Antonio Gramsci e se vuole evitare derive che non farebbero onore alla storia e alla tradizione dell'Unità, di cui dovrà assumersi tutte le responsabilità».
l Fatto Quotidiano 30 Aprile 2017
Left contro Fago:
un altro pacchetto
di 6 giorni di sciopero
I giornalisti del settimanale Left reduci da 4 giorni di sciopero contro i licenziamenti prospettati da Matteo Fago, editore di Left ed ex editore de l'Unità, annunciano altri 6 giorni di sciopero. "L'assemblea dei giornalisti di Left- scrivono in una nota-prosegue lo stato di agitazione: Fago, editore di Left attraverso Editoriale Novanta, di cui è socio unico e amministratore, non ha risposto a nessuna delle richieste della redazione contenute nel precedente comunicato e sostenute con quattro giorni di sciopero. L'editore continua a non dare informazioni al fiduciario circa il piano di licenziamenti annunciato, piano che non sarebbe-così dice lo stesso editore-legato però a un reale stato di crisi della società editrice. Non ha poi indicato una nuova direzione-nonostante la precedente, Ilaria Bonaccorsi, si sia dimessa il 20 aprile-mandando in stampa un numero della rivista senza che un direttore responsabile abbia dato il 'visto si stampi' e con la redazione in sciopero". La redazione chiede che sia convocato un tavolo nazionale che includa anche la Fnsi.
Left contro Fago:
un altro pacchetto
di 6 giorni di sciopero
I giornalisti del settimanale Left reduci da 4 giorni di sciopero contro i licenziamenti prospettati da Matteo Fago, editore di Left ed ex editore de l'Unità, annunciano altri 6 giorni di sciopero. "L'assemblea dei giornalisti di Left- scrivono in una nota-prosegue lo stato di agitazione: Fago, editore di Left attraverso Editoriale Novanta, di cui è socio unico e amministratore, non ha risposto a nessuna delle richieste della redazione contenute nel precedente comunicato e sostenute con quattro giorni di sciopero. L'editore continua a non dare informazioni al fiduciario circa il piano di licenziamenti annunciato, piano che non sarebbe-così dice lo stesso editore-legato però a un reale stato di crisi della società editrice. Non ha poi indicato una nuova direzione-nonostante la precedente, Ilaria Bonaccorsi, si sia dimessa il 20 aprile-mandando in stampa un numero della rivista senza che un direttore responsabile abbia dato il 'visto si stampi' e con la redazione in sciopero". La redazione chiede che sia convocato un tavolo nazionale che includa anche la Fnsi.
sabato 29 aprile 2017
La Repubblica 29.04.2017
Compie novant'anni l'opera che ha rivoluzionato il pensiero e la cultura del Novecento.
Il lapsus diHeidegger
Così il filosofo che cercava l'essere ritrovò soltanto il tempo
di Massimo Recalcati
Le polemiche sull'adesione al nazionalsocialismo e sul suo antisemitismo rinfocolate con la pubblicazione dei "Quaderni neri" hanno oscurato il potente contributo che Martin Heidegger ha dato alla cultura e al pensiero occidentale. In particolare è stata sommersa dalla polemica storico-politica un'opera grandiosa come "Essere e tempo" la cui prima edizione risale all'aprile del 1927, novant'anni fa. Poche sono le opere che cambiano il nostro rapporto col mondo. "Essere e tempo" è stata per molti suoi lettori una di queste. Il Cogito, la Ragione, lo Spirito, l'Idea, l'Essenza lasciano traumaticamente il posto alla scoperta del territorio accidentato dell'esistenza. Non si dovrebbe trascurare l'effetto spaesante di questa scoperta. Finalmente in un'opera di filosofia dal respiro ampio — all'altezza della "Metafisica" di Aristotele o della "Fenomenologia dello spirito" di Hegel —, non troviamo più al centro la dimensione ineffabile dell'Essenza, ma l'evento singolare dell'esistenza e lo "spessore del mondo", come direbbe Merleau- Ponty. È la tesi di Essere e tempo: l'esistenza non dipende da un'essenza data a priori, ma si determina nel suo progetto, nel suo essere gettata e aperta all'orizzonte del mondo. È un vero trauma che scuote una filosofia insterilita nel dibattito gnoseologico — divisa tra materialismo e idealismo —, conducendola di fronte all'enigma dell'angoscia e della morte. In questo, Essere e tempo rinvigorisce il passo cristiano di Kierkegaard. Si tratta di un trauma che ha generato effetti significativi non solo nella filosofia, ma nella letteratura, nella teologia, nella psichiatria, nella psicoanalisi, insomma in tutta la cultura del Novecento. Ne troviamo tracce in Sartre, Levinas, Bultmann, Tapies, Fautrier, Binswanger, Lacan, Derrida per citarne solo alcuni. Il cammino di Heidegger in quest'opera è stato paragonato al viaggio di Cristoforo Colombo: partito verso il continente ontologico della domanda sul senso dell'essere — il problema dell'essere consiste nel fatto che sebbene l'essere sia la condizione di possibilità di ogni ente, l'essere stesso non è mai identificabile, non è mai reperibile, in nessun ente particolare — , il filosofo raggiunge "involontariamente" le sponde dell'esistenza. Il carattere incompiuto di Essere e tempo sarebbe dipeso da questo sbilanciamento inatteso verso il piano dell'Esserci laddove il compito che Heidegger si prefiggeva era di impostare la domanda sul senso dell'essere e sulla differenza ontologica che distingue l'essere dall'ente in quanto presenza. Essere e tempo sarebbe dunque uno straordinario lapsus di Heidegger? Non è forse questa una convinzione presente in Heidegger stesso quando, rileggendo il suo percorso teoretico, rico- nosce il fallimento di Essere e tempo avvertendo la necessità di distinguere il suo pensiero da quei filosofi — primo tra tutti Sartre — che si erano indebitamente, ovvero "umanisticamente", appropriati delle sue tesi? Nella celebre Lettera sull'umanismo (1946) Heidegger fa i conti con questi lettori eretici che hanno travisato la centralità della sua domanda sul senso dell'essere riportandola abusivamente a quella sull'esistenza umana. In questo snodo si gioca una partita decisiva. L'evocazione dell'essere come "suolo", "piano", "orizzonte" che istituisce e subordina quello dell'esistenza non rischia di riabilitare un dispotismo ontologico che assorbe l'evento singolare dell'esistenza in una nuova forma di alienazione regressiva? È questa l'obiezione di Adorno ad Heidegger in Dialettica negativa: nell'ontologia heideggeriana l'essere s'impone sull'uomo come un nuovo nome dell'assoluto metafisico dal quale ogni soggettività dipende. È indubbio che Heidegger abbia voluto cancellare il suo lapsus per ribadire che anche in Essere e tempo al centro non c'era l'etica ma l'ontologia. Nondimeno, Essere e tempo resta una grande opera etica. Non è un caso che da essa germinino le tesi della psichiatria fenomenologica di Binswanger riprese, attraverso la mediazione di Sartre, da Basaglia e, soprattutto, quelle dell'esistenzialismo filosofico. I temi dell'opposizione kierkegaardiana e nietzschiana tra vita autentica e vita inautentica, la centralità dell'esperienza affettiva dell'angoscia, l'essere per la morte, la decisione anticipatrice, la condizione di ritardo della vita umana rispetto alle sue origini delle quali non può mai "insignorirsi", la sua fondamentale apertura verso il futuro, trovano una ripresa fedele in L'essere il nulla di Sartre. Opera in cui il problema dell'essere dilegua di fronte a quello umanissimo dell'esistenza. È lo stesso passo — con esisti diversissimi — che caratterizza un altro tra i grandi lettori di Essere e tempo, Levinas, il quale subordina l'essere al volto nudo del prossimo, l'ontologia al primato dell'etica. In gioco è come intendere la dimensione della trascendenza. Mentre la svolta ontologica dell'ultimo Heidegger sgancia la trascendenza dall'esistenza, in Essere e tempo la trascendenza resta il modo d'essere dell'esistenza. Non è la trascendenza dell'Essere che sfugge alla "presa" tecnica dell'uomo, ma è l'esistenza umana ad essere animata dalla trascendenza, dalla sua apertura sull'avvenire, dalla possibilità di scegliere ogni volta, scrive Heidegger, la propria eredità. L'ontologia arretra di fronte all'urgenza etica.
Compie novant'anni l'opera che ha rivoluzionato il pensiero e la cultura del Novecento.
Il lapsus diHeidegger
Così il filosofo che cercava l'essere ritrovò soltanto il tempo
di Massimo Recalcati
Le polemiche sull'adesione al nazionalsocialismo e sul suo antisemitismo rinfocolate con la pubblicazione dei "Quaderni neri" hanno oscurato il potente contributo che Martin Heidegger ha dato alla cultura e al pensiero occidentale. In particolare è stata sommersa dalla polemica storico-politica un'opera grandiosa come "Essere e tempo" la cui prima edizione risale all'aprile del 1927, novant'anni fa. Poche sono le opere che cambiano il nostro rapporto col mondo. "Essere e tempo" è stata per molti suoi lettori una di queste. Il Cogito, la Ragione, lo Spirito, l'Idea, l'Essenza lasciano traumaticamente il posto alla scoperta del territorio accidentato dell'esistenza. Non si dovrebbe trascurare l'effetto spaesante di questa scoperta. Finalmente in un'opera di filosofia dal respiro ampio — all'altezza della "Metafisica" di Aristotele o della "Fenomenologia dello spirito" di Hegel —, non troviamo più al centro la dimensione ineffabile dell'Essenza, ma l'evento singolare dell'esistenza e lo "spessore del mondo", come direbbe Merleau- Ponty. È la tesi di Essere e tempo: l'esistenza non dipende da un'essenza data a priori, ma si determina nel suo progetto, nel suo essere gettata e aperta all'orizzonte del mondo. È un vero trauma che scuote una filosofia insterilita nel dibattito gnoseologico — divisa tra materialismo e idealismo —, conducendola di fronte all'enigma dell'angoscia e della morte. In questo, Essere e tempo rinvigorisce il passo cristiano di Kierkegaard. Si tratta di un trauma che ha generato effetti significativi non solo nella filosofia, ma nella letteratura, nella teologia, nella psichiatria, nella psicoanalisi, insomma in tutta la cultura del Novecento. Ne troviamo tracce in Sartre, Levinas, Bultmann, Tapies, Fautrier, Binswanger, Lacan, Derrida per citarne solo alcuni. Il cammino di Heidegger in quest'opera è stato paragonato al viaggio di Cristoforo Colombo: partito verso il continente ontologico della domanda sul senso dell'essere — il problema dell'essere consiste nel fatto che sebbene l'essere sia la condizione di possibilità di ogni ente, l'essere stesso non è mai identificabile, non è mai reperibile, in nessun ente particolare — , il filosofo raggiunge "involontariamente" le sponde dell'esistenza. Il carattere incompiuto di Essere e tempo sarebbe dipeso da questo sbilanciamento inatteso verso il piano dell'Esserci laddove il compito che Heidegger si prefiggeva era di impostare la domanda sul senso dell'essere e sulla differenza ontologica che distingue l'essere dall'ente in quanto presenza. Essere e tempo sarebbe dunque uno straordinario lapsus di Heidegger? Non è forse questa una convinzione presente in Heidegger stesso quando, rileggendo il suo percorso teoretico, rico- nosce il fallimento di Essere e tempo avvertendo la necessità di distinguere il suo pensiero da quei filosofi — primo tra tutti Sartre — che si erano indebitamente, ovvero "umanisticamente", appropriati delle sue tesi? Nella celebre Lettera sull'umanismo (1946) Heidegger fa i conti con questi lettori eretici che hanno travisato la centralità della sua domanda sul senso dell'essere riportandola abusivamente a quella sull'esistenza umana. In questo snodo si gioca una partita decisiva. L'evocazione dell'essere come "suolo", "piano", "orizzonte" che istituisce e subordina quello dell'esistenza non rischia di riabilitare un dispotismo ontologico che assorbe l'evento singolare dell'esistenza in una nuova forma di alienazione regressiva? È questa l'obiezione di Adorno ad Heidegger in Dialettica negativa: nell'ontologia heideggeriana l'essere s'impone sull'uomo come un nuovo nome dell'assoluto metafisico dal quale ogni soggettività dipende. È indubbio che Heidegger abbia voluto cancellare il suo lapsus per ribadire che anche in Essere e tempo al centro non c'era l'etica ma l'ontologia. Nondimeno, Essere e tempo resta una grande opera etica. Non è un caso che da essa germinino le tesi della psichiatria fenomenologica di Binswanger riprese, attraverso la mediazione di Sartre, da Basaglia e, soprattutto, quelle dell'esistenzialismo filosofico. I temi dell'opposizione kierkegaardiana e nietzschiana tra vita autentica e vita inautentica, la centralità dell'esperienza affettiva dell'angoscia, l'essere per la morte, la decisione anticipatrice, la condizione di ritardo della vita umana rispetto alle sue origini delle quali non può mai "insignorirsi", la sua fondamentale apertura verso il futuro, trovano una ripresa fedele in L'essere il nulla di Sartre. Opera in cui il problema dell'essere dilegua di fronte a quello umanissimo dell'esistenza. È lo stesso passo — con esisti diversissimi — che caratterizza un altro tra i grandi lettori di Essere e tempo, Levinas, il quale subordina l'essere al volto nudo del prossimo, l'ontologia al primato dell'etica. In gioco è come intendere la dimensione della trascendenza. Mentre la svolta ontologica dell'ultimo Heidegger sgancia la trascendenza dall'esistenza, in Essere e tempo la trascendenza resta il modo d'essere dell'esistenza. Non è la trascendenza dell'Essere che sfugge alla "presa" tecnica dell'uomo, ma è l'esistenza umana ad essere animata dalla trascendenza, dalla sua apertura sull'avvenire, dalla possibilità di scegliere ogni volta, scrive Heidegger, la propria eredità. L'ontologia arretra di fronte all'urgenza etica.
Il Fatto Quotidiano 25.04.2017
BILANCI: Mezzo insuccesso per la contro-fiera "Tempo di Libri"
Date sbagliate e troppa fretta: le ragioni del flop di Milano
La disfida dei Saloni La prima edizione della kermesse meneghina è stata organizzata tra due ponti (Pasqua e 25 aprile).
Sarebbe stato più saggio farla debuttare nel 2018
di Silvia Truzzi
Bene non è andata. La prima edizione di Tempo di libri è stata un flop: 60.796 presenze in Fiera, cui se ne aggiungono 12.133 nelle cento sedi del Fuorisalone. Se il buongiorno si vede dal mattino, era tutto chiaro mercoledì, al debutto della prima edizione di questo contro-salone del libro meneghino fortemente voluto dall'Associazione editori, all'indomani degli scandali di Torino (dove sono ancora in corso inchieste giudiziarie sulle passate gestioni). All'inaugurazione ci saranno state sì e no duemila persone, tanto che nella prima giornata più di un evento è stato cancellato per assenza di pubblico e giovedì è stata comunicata l'introduzione di un biglietto pomeridiano ridotto a 5 euro. L'anno scorso il Salone del Lingotto edizione numero 29 chiuse con 127 mila biglietti staccati. TRA "PRESENZE" e "biglietti" c'è una certa differenza: i giornalisti, per esempio, sono entrati a Rho con un unico e-ticket per i cinque giorni di manifestazione; gli operatori delle case editrici con il pass a loro riservato. In questo manico "biglietti" - "presenze" conta - te ai tornelli ha ciurlato a lungo anche la fiera di Torino: basta passare in rassegna i numeri forniti nelle varie edizioni, drasticamente ridotti quando si è deciso di dare il dato dei biglietti. Gli organizzatori di Milano domenica hanno dichiarato che il numero delle presenze è stato relativamente deludente perché se ne aspettavano 70-80 mila (cifra su cui è stato fatto il budget). Andando a rileggere il Sole 24 Ore del 5 ottobre 2016 però, l'allora amministratore delegato di Fiera Milano, Corrado Peraboni (costretto a dimettersi dopo la bufera dell'inchiesta della procura di Milano sulle infiltrazioni mafiose negli appalti di Fiera ed Expo) sosteneva di puntare ad attrarre per la prima edizione "circa 110-120 mila visitatori". Quanto ai costi, il budget preventivato era di "2-3 milioni di euro" (non sono ancora disponibili dati consuntivi). Secondo il Corriere della Sera, Feltrinelli ha venduto la metà rispetto all'ultima edizione di Torino; Laterza e Marsilio un po' meno della metà. Nello stand di Gems, però, il numero di copievendute all'ora nel weekend è stato superiore a Milano rispetto a Torino. Risultati in linea con il Lingotto invece allo stand del Libraccio. Detto ciò: di chi è colpa? Non si può attribuirla alla disattenzione dei media: su Tempo di libri sono usciti oltre tremila fra articoli cartacei e online, servizi radio e tv; gli accreditati nella elegantissima e confortevole sala stampa (Torino se la sogna) sono stati 2.900. E certo non si può dire che la fiera di Milano non sia bella e meglio organizzata, dal punto di vista dei servizi (anche igienici!) di Torino. In realtà - tutti hanno dovuto ammetterlo - la data prescelta è stata il vero guaio: cinque giorni tra il ponte di Pasqua e quello del 25 aprile, in una città che tradizionalmente si svuota anche nei semplici weekend. Assenti, a causa di ritardi nell'organizzazione, anche le scuole che a Torino forniscono una larga fetta di visitatori. Il sindaco Sala guarda già all'edizione 2018: "Sarà certamente in primavera ma voglio essere certo che un evento così importante caschi nei giorni giusti". La nuova fiera (organizzata troppo in fretta, più saggio farla debuttare nel 2018) avrebbe dovuto tenersi a maggio, mese perfetto sia per le scuole che per le case editrici (molti libri escono alla vigilia dell'estate). Ma a maggio c'è Torino (sarebbe stato uno sgarbo grave), così si è scelto l'infausto slot tra i due ponti. DUE PAROLE sulla formula. Si è detto che Milano ha copiato Torino, ma le fiere del libro sono ovunque più o meno fatte così: stand degli editori e presentazioni dei libri di contorno. In questi giorni tutti, a partire dal ministro Franceschini, hanno dichiarato che dopo la chiusura del Salone di Torino si vedrà. È presumibile che al Lingotto (che può contare su un pubblico affezionato) le cose non andranno male, ma è fuori discussione che Milano decida di arrendersi dopo un tentativo: è un progetto di medio-lungo periodo. Dunque, salvo sorprese, ci ritroveremo almeno per un po' con due Saloni del libro.
I numeri
60.000 Le presenze nei padiglioni 1, 2 e 4 della Fiera di Rho dal 19 al 23 aprile 2017
12.000 Le persone che hanno partecipato agli eventi organizzati nelle 100 sedi del Fuori Fiera tra Milano, Rho, Sesto San Giovanni e Monza 500 i partecipanti a MIRC - Milan International Rights Center: il padiglione dove si "scambiavano" diritti internazionali sulle opere
BILANCI: Mezzo insuccesso per la contro-fiera "Tempo di Libri"
Date sbagliate e troppa fretta: le ragioni del flop di Milano
La disfida dei Saloni La prima edizione della kermesse meneghina è stata organizzata tra due ponti (Pasqua e 25 aprile).
Sarebbe stato più saggio farla debuttare nel 2018
di Silvia Truzzi
Bene non è andata. La prima edizione di Tempo di libri è stata un flop: 60.796 presenze in Fiera, cui se ne aggiungono 12.133 nelle cento sedi del Fuorisalone. Se il buongiorno si vede dal mattino, era tutto chiaro mercoledì, al debutto della prima edizione di questo contro-salone del libro meneghino fortemente voluto dall'Associazione editori, all'indomani degli scandali di Torino (dove sono ancora in corso inchieste giudiziarie sulle passate gestioni). All'inaugurazione ci saranno state sì e no duemila persone, tanto che nella prima giornata più di un evento è stato cancellato per assenza di pubblico e giovedì è stata comunicata l'introduzione di un biglietto pomeridiano ridotto a 5 euro. L'anno scorso il Salone del Lingotto edizione numero 29 chiuse con 127 mila biglietti staccati. TRA "PRESENZE" e "biglietti" c'è una certa differenza: i giornalisti, per esempio, sono entrati a Rho con un unico e-ticket per i cinque giorni di manifestazione; gli operatori delle case editrici con il pass a loro riservato. In questo manico "biglietti" - "presenze" conta - te ai tornelli ha ciurlato a lungo anche la fiera di Torino: basta passare in rassegna i numeri forniti nelle varie edizioni, drasticamente ridotti quando si è deciso di dare il dato dei biglietti. Gli organizzatori di Milano domenica hanno dichiarato che il numero delle presenze è stato relativamente deludente perché se ne aspettavano 70-80 mila (cifra su cui è stato fatto il budget). Andando a rileggere il Sole 24 Ore del 5 ottobre 2016 però, l'allora amministratore delegato di Fiera Milano, Corrado Peraboni (costretto a dimettersi dopo la bufera dell'inchiesta della procura di Milano sulle infiltrazioni mafiose negli appalti di Fiera ed Expo) sosteneva di puntare ad attrarre per la prima edizione "circa 110-120 mila visitatori". Quanto ai costi, il budget preventivato era di "2-3 milioni di euro" (non sono ancora disponibili dati consuntivi). Secondo il Corriere della Sera, Feltrinelli ha venduto la metà rispetto all'ultima edizione di Torino; Laterza e Marsilio un po' meno della metà. Nello stand di Gems, però, il numero di copievendute all'ora nel weekend è stato superiore a Milano rispetto a Torino. Risultati in linea con il Lingotto invece allo stand del Libraccio. Detto ciò: di chi è colpa? Non si può attribuirla alla disattenzione dei media: su Tempo di libri sono usciti oltre tremila fra articoli cartacei e online, servizi radio e tv; gli accreditati nella elegantissima e confortevole sala stampa (Torino se la sogna) sono stati 2.900. E certo non si può dire che la fiera di Milano non sia bella e meglio organizzata, dal punto di vista dei servizi (anche igienici!) di Torino. In realtà - tutti hanno dovuto ammetterlo - la data prescelta è stata il vero guaio: cinque giorni tra il ponte di Pasqua e quello del 25 aprile, in una città che tradizionalmente si svuota anche nei semplici weekend. Assenti, a causa di ritardi nell'organizzazione, anche le scuole che a Torino forniscono una larga fetta di visitatori. Il sindaco Sala guarda già all'edizione 2018: "Sarà certamente in primavera ma voglio essere certo che un evento così importante caschi nei giorni giusti". La nuova fiera (organizzata troppo in fretta, più saggio farla debuttare nel 2018) avrebbe dovuto tenersi a maggio, mese perfetto sia per le scuole che per le case editrici (molti libri escono alla vigilia dell'estate). Ma a maggio c'è Torino (sarebbe stato uno sgarbo grave), così si è scelto l'infausto slot tra i due ponti. DUE PAROLE sulla formula. Si è detto che Milano ha copiato Torino, ma le fiere del libro sono ovunque più o meno fatte così: stand degli editori e presentazioni dei libri di contorno. In questi giorni tutti, a partire dal ministro Franceschini, hanno dichiarato che dopo la chiusura del Salone di Torino si vedrà. È presumibile che al Lingotto (che può contare su un pubblico affezionato) le cose non andranno male, ma è fuori discussione che Milano decida di arrendersi dopo un tentativo: è un progetto di medio-lungo periodo. Dunque, salvo sorprese, ci ritroveremo almeno per un po' con due Saloni del libro.
I numeri
60.000 Le presenze nei padiglioni 1, 2 e 4 della Fiera di Rho dal 19 al 23 aprile 2017
12.000 Le persone che hanno partecipato agli eventi organizzati nelle 100 sedi del Fuori Fiera tra Milano, Rho, Sesto San Giovanni e Monza 500 i partecipanti a MIRC - Milan International Rights Center: il padiglione dove si "scambiavano" diritti internazionali sulle opere
La Repubblica 25.04.2017
Milano, prove tecniche di una fiera ancora senz'anima
Il "numero zero" di Tempo di Libri ha sancito che "si può fare"
di Simonetta Fiori
Oggi a Torino festeggiano per lo scampato pericolo, mentre a Milano sono costretti a fare i conti con un risultato modesto: la metà del Lingotto, forse anche meno, sia nelle presenze a Rho (60.796 contro le 150mila preventivate al principio e ridimensionate a 100mila in corso d'opera), sia nelle vendite dei libri. Un esito moscio, soprattutto per una fiera che rivendicava orgogliosa il primato del mercato contro i riti stanchi della burocrazia, la prima fiera solo di publisher nella capitale italiana dell'editoria. Questo sul piano dei numeri. Gli artefici di Tempo di libri forse l'avevano pure previsto: organizzare la fiera nella settimana dei ponti tra Pasqua e 25 aprile, a ridosso del Salone del mobile appena finito, comportava non pochi rischi. Però hanno preferito correrli, mettendo in opera le prove tecniche di un salone milanese contrapposto a Torino. Un collaudo logistico, una verifica di spazi e tempi, un numero zero, come l'ha definito qualcuno. Stabilito che si può fare, non è da escludere che l'anno prossimo Tempo di libri possa essere realizzata perfino in contemporanea con Torino: non sappiamo ancora se in collaborazione oppure no. Ma quel che è mancata alla fiera di Rho è soprattutto un'anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell'identità che traspare in modo nitido al Lingotto, nel cuore della fabbrica novecentesca, specchio di una città-laboratorio con una forte tradizione politico-culturale. L'anima però non è qualcosa che si possa improvvisare, soprattutto se prevalgono tra gli stessi editori corporativismo imprenditoriale e pulsioni campanilistiche. In questi mesi non ha aiutato l'atteggiamento rigido di un'associazione di categoria come l'Aie nei confronti del ministro della Cultura che ha tentato pazientemente di ricomporre lo strappo da Torino. Né ha pagato una visione milanocentrica, che ha privilegiato gli interessi dell'editoria lombarda, usando la retorica dei "cinque milioni di potenziali lettori" e del "grande complesso fieristico" (che in molti casi non ha saputo scegliere i giusti spazi per gli incontri e i dibattiti confinandoli in sale troppo piccole o troppo grandi). E ora che succede? Tutto si può aggiustare, lucidare, smerigliare, dicono gli organizzatori: abbiamo fatto tutto in 225 giorni. Dietro questa apparente calma fervono i ripensamenti. E forse anche i regolamenti di conti. Anche dentro la galassia Mondadori è possibile che si confrontino due visioni differenti: sulla stessa identità della fiera e sul suo rapporto con la città. Intanto quel che già si vede è l'effetto benefico su Torino: ferita nel suo orgoglio piemontese, la vecchia signora del libro lavora da mesi all'edizione che si aprirà il 18 maggio. E ancora più capillare s'annuncia il lavoro con le scuole, l'apertura alla comunità della lettura nelle sue diverse articolazioni: proprio ciò che è mancato alla Fiera di Rho. E a proposito del Lingotto: fa un po' sorridere che il presidente degli editori Motta voglia paragonare la mesta partecipazione a Rho con la prima edizione del Salone torinese, nel 1988 (nell'ultima edizione sono stati staccati 126mila biglietti). «Miracolo a Milano», evocava ancora ieri un comunicato ufficiale dell'Aie dai toni inopinatamente trionfalistici. Sì, certo: per ora il miracolo d'avere dato la sveglia al Lingotto
Milano, prove tecniche di una fiera ancora senz'anima
Il "numero zero" di Tempo di Libri ha sancito che "si può fare"
di Simonetta Fiori
Oggi a Torino festeggiano per lo scampato pericolo, mentre a Milano sono costretti a fare i conti con un risultato modesto: la metà del Lingotto, forse anche meno, sia nelle presenze a Rho (60.796 contro le 150mila preventivate al principio e ridimensionate a 100mila in corso d'opera), sia nelle vendite dei libri. Un esito moscio, soprattutto per una fiera che rivendicava orgogliosa il primato del mercato contro i riti stanchi della burocrazia, la prima fiera solo di publisher nella capitale italiana dell'editoria. Questo sul piano dei numeri. Gli artefici di Tempo di libri forse l'avevano pure previsto: organizzare la fiera nella settimana dei ponti tra Pasqua e 25 aprile, a ridosso del Salone del mobile appena finito, comportava non pochi rischi. Però hanno preferito correrli, mettendo in opera le prove tecniche di un salone milanese contrapposto a Torino. Un collaudo logistico, una verifica di spazi e tempi, un numero zero, come l'ha definito qualcuno. Stabilito che si può fare, non è da escludere che l'anno prossimo Tempo di libri possa essere realizzata perfino in contemporanea con Torino: non sappiamo ancora se in collaborazione oppure no. Ma quel che è mancata alla fiera di Rho è soprattutto un'anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell'identità che traspare in modo nitido al Lingotto, nel cuore della fabbrica novecentesca, specchio di una città-laboratorio con una forte tradizione politico-culturale. L'anima però non è qualcosa che si possa improvvisare, soprattutto se prevalgono tra gli stessi editori corporativismo imprenditoriale e pulsioni campanilistiche. In questi mesi non ha aiutato l'atteggiamento rigido di un'associazione di categoria come l'Aie nei confronti del ministro della Cultura che ha tentato pazientemente di ricomporre lo strappo da Torino. Né ha pagato una visione milanocentrica, che ha privilegiato gli interessi dell'editoria lombarda, usando la retorica dei "cinque milioni di potenziali lettori" e del "grande complesso fieristico" (che in molti casi non ha saputo scegliere i giusti spazi per gli incontri e i dibattiti confinandoli in sale troppo piccole o troppo grandi). E ora che succede? Tutto si può aggiustare, lucidare, smerigliare, dicono gli organizzatori: abbiamo fatto tutto in 225 giorni. Dietro questa apparente calma fervono i ripensamenti. E forse anche i regolamenti di conti. Anche dentro la galassia Mondadori è possibile che si confrontino due visioni differenti: sulla stessa identità della fiera e sul suo rapporto con la città. Intanto quel che già si vede è l'effetto benefico su Torino: ferita nel suo orgoglio piemontese, la vecchia signora del libro lavora da mesi all'edizione che si aprirà il 18 maggio. E ancora più capillare s'annuncia il lavoro con le scuole, l'apertura alla comunità della lettura nelle sue diverse articolazioni: proprio ciò che è mancato alla Fiera di Rho. E a proposito del Lingotto: fa un po' sorridere che il presidente degli editori Motta voglia paragonare la mesta partecipazione a Rho con la prima edizione del Salone torinese, nel 1988 (nell'ultima edizione sono stati staccati 126mila biglietti). «Miracolo a Milano», evocava ancora ieri un comunicato ufficiale dell'Aie dai toni inopinatamente trionfalistici. Sì, certo: per ora il miracolo d'avere dato la sveglia al Lingotto
Le Monde Diplomatique
il manifesto - Marzo 2017
Gli intellettuali e il suffragio universale
In Cina, la democrazia… quando il popolo sarà maturo
A Pechino, la stampa ufficiale ha ironizzato sulle elezioni statunitensi e sulle contestazioni negli Stati uniti dopo la vittoria di Donald Trump. Un’occasione per mettere in ridicolo il sistema politico occidentale. Numerosi intellettuali cinesi discutono sulle vie democratiche da immaginare per il loro paese, ma tutti ritengono che il popolo non sia pronto. Una riflessione che ricorda quella di certi politologi francesi
di Jean-Luis Rocca*
Da una parte i «democratici», difensori di un governo dal popolo e per il popolo; dall’altra gli «autoritari», fautori della dittatura del partito unico: ecco il paesaggio politico cinese, secondo la maggior parte dei media occidentali. In realtà, i due campi non sono così lontani. Entrambi sembrano voler determinare a quali condizioni il governo da parte del popolo possa permettere la promozione dell’interesse generale nella stabilità e nella concordia. Anche per i liberali e i dissidenti cinesi, la democrazia diretta non sembra in grado di farlo. Il popolo - essenzialmente i contadini e gli operai-migranti (1) - è preda delle proprie passioni, dei propri istinti, vulnerabile a ogni manipolazione. Una «vera» democrazia ha dunque bisogno di élite capaci di orientare la decisione popolare contando sulla frangia «cittadina» della popolazione, cioè la classe media urbana.
Questo modo di concepire la democrazia non è né nuovo né tipico della sola Cina. Non era solo il XIX secolo europeo a concepire le elezioni unicamente in un sistema adatto a guidare il popolo: ancor oggi, molti intellettuali occidentali sostengono una democrazia inquadrata. Nella Cina di oggi, la questione della democratizzazione e della rappresentazione domina il dibattito politico. Del tutto logicamente, i fautori di uno Stato forte e di un sistema stabile si oppongono a riforme che darebbero troppo spazio a un’espressione diretta della popolazione. Che prendano a riferimento l’esperienza rivoluzionaria cinese o propongano il ritorno a un certo confucianesimo (2), questi «conservatori» ritengono che l’interesse del popolo possa essere difeso solo da una élite di governanti carismatici e sordi rispetto ai bassi interessi materiali.
È forse più sorprendente il fatto che anche quelli che passano per essere i più liberali sono molto prudenti in materia di ampliamento della sovranità popolare. Come fa notare la sinologa Émilie Frenkiel (3), sono per il diritto di voto ma ritengono che, prima di goderne, gli individui debbano diventare cittadini pienamente coscienti delle proprie responsabilità, altrimenti rischiano di scegliere cattivi dirigenti. In questo senso lo storico Xu Jilin insiste sulla necessaria gradualità delle riforme, mentre, per il professore di filosofia Ren Jintao, «l’ideale sarebbe che il Partito [Partito comunista cinese, Pcc], riconosca che deve per forza riformarsi, che non ci sono alternative» (4).
Un elitismo di vecchia data.
Spiega Deng Zhenglai, professore all’università Fudan a Shangai: «La Cina è immensa, i suoi abitanti nu-merosissimi. Non basta una politica a cambiare le cose. La riforma economica non è stata applicata uniforme-mente su tutto il territorio nello stesso periodo. È una forma di saggezza che hanno i cinesi. (…) Occorre essere pazienti. (…) Questo consente di tornare indietro, se necessario.» Dal canto suo, il politologo Li Qiang sostiene che prima di dare il diritto di voto occorre costruire uno Stato moderno e un’economia di mercato, accordare libertà individuali e un po’ di spazio alla società civile - una «prima tappa» che precede riforme più ambiziose. In ogni modo, queste ultime non corrisponderanno alla «democrazia moderna oc-cidentale», perché «il peso delle nostre tradizioni non ce lo permette».
Uno dei liberali cinesi più noti all’estero, Yu Keping, identifica la democrazia nella «buona governance», cioè nel regno di onesti tecnocrati (5). Tagliente il punto di vista del celebre blogger Han Han: «Le persone educate [wenhuaren] identificano la democrazia con la libertà. Ma per la maggior parte dei cinesi, la libertà non ha niente a che vedere con la stampa, la letteratura o l’arte, le elezioni, l’opinione pubblica e la politica (…). Per chi non ha relazioni [sottinteso: per chi non conosce persone potenti e non ha capitale sociale], essere libero è poter gridare, attraversare la strada o sputare per terra a piacimento. Per chi ne ha un po’, libertà consiste nell’infrangere le leggi, approfittare delle falle nel diritto e nelle regole per fare tutto il male che si vuole (6).» Per dirla in altro modo: solo le persone educate possono comprendere caratteristiche e implicazioni della democrazia.
Forse questi giudizi tanto negativi dipendono solo dalla potente propaganda del partito, o da una tradizione autoritaria ancora presente. Ma anche Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace 2010, firmatario della Carta 08 (7) e in carcere dal 2008 per i suoi scritti, non dice niente di diverso: «Di fronte alla me-diocrità rappresentata dal predominio dell’interesse, solo una minoranza elitaria può nobilmente mettere in primo piano la libertà (…). Dopo la scomparsa degli aristocratici dei tempi antichi, la qualità di una società moderna si misura con la capacità da parte di una minoranza di controbilanciare la mag-gioranza (…). Questa élite minoritaria si preoccupa della sorte dei deboli e critica il potere politico; è capace anche di resistere ai gusti delle masse, nel senso che conserva autonomia e spirito critico nei confronti sia del potere che delle masse; fa da supervisore al go-verno con la critica, e guida le masse.» Inoltre: «Quello che le masse vogliono, è la felicità materiale e mediocre» (8).
L’elitismo degli intellettuali più democratici si fonda forse sull’amara e disillusa constatazione secondo la quale, dopo trent’anni di crescita spettacolare dei livelli di vita, i loro concittadini pensano solo a consumare? Ma anche prima del «miracolo cinese», i difensori della democrazia non amavano troppo la vicinanza con il popolo, come risulta evidente rileggendo le analisi del movimento di piazza Tienanmen, nel 1989. Negli Archivi di Tienanmen, Zhang Liang fa notare che le ragioni principali del fallimento del movimento furono «la debolezza dei riformisti ai vertici del Pcc, i disaccordi all’interno del movimento studentesco, la separazione fra gli intellettuali da una parte e gli operai e i contadini dall’altra [sottolineato dall’autore], oltre all’assenza di un’organizzazione rigorosa e di un programma dettagliato (9)».
Questa cesura si spiegava con la preoccupazione degli studenti di preservare la purezza della loro iniziativa. La loro critica al regime doveva essere politica e morale, non motivata da interessi economici. Cercavano di presentarsi come garanti del bene della nazione, sforzandosi di mantenere l’ordine e di preservare la produzione economica. Per preservare «purezza» e serenità, i leader studenteschi e i digiunatori erano protetti da un servizio d’ordine destinato a tenere a bada gli intrusi, la gente del popolo che veniva a presentare il proprio punto di vista. Per incontrarli occorreva essere raccomandabili (10).
Si può anche andare più indietro nel tempo ed esaminare le proposte dei primi liberali cinesi. Liang Qichao (1873-1929), considerato come colui che introdusse la democrazia in Cina e che ne fu il principale pensatore, non aveva subito l’influenza delle forze del passato e del totalitarismo. Eppure, come riecheggiando le proposte di Liu Xiaobo, ecco quanto scriveva al ritorno dai suoi viaggi negli Stati uniti: «Nessuna comunità è tanto disordinata quanto quella cinese di San Francisco. Perché? La risposta è la libertà. La natura dei cinesi di Cina non è superiore a quella dei cinesi di San Francisco, ma almeno, in patria, sono governati da funzionari e controllati da padri e fratelli maggiori. Allo stato attuale, la libertà, il costituzionalismo e il repubblicanesimo significano il governo della maggioranza (…). Se dovessimo adottare oggi in Cina un sistema democratico, sarebbe semplicemente il suicidio della nazione. Insomma, il popolo cinese, per ora, non può che essere governato in modo autocratico (11)…».
Fine del dibattito. In ogni periodo storico, la maggior parte degli intellettuali cinesi non è riuscita a concepire la democrazia come l’esercizio sovrano e diretto del potere da parte del popolo ma, al massimo, come un insieme di libertà civili concesse per consentire a tutti l’espressione dei rispettivi punti di vista e la difesa degli interessi, e anche l’indicazione di preferenze, ma nel quadro di un’oligarchia di governanti e sotto il suo controllo.
Questa concezione appare sconfortante agli occhi dei militanti occidentali della «causa democratica», ma piace ad altri osservatori, per i quali una democrazia alla cinese potrebbe costituire una soluzione di ricambio rispetto al modello occidentale. Si tratta anche di osservatori non sospetti di essere influenzati dalla tradizione cinese confuciana o da quella del Pcc. Emblematico di questa corrente di pensiero è il libro di Michel Aglietta e Guo Bai La voie chinoise. Gli autori assicurano che per il cambiamento politico esiste una via diversa dalla democrazia rappresentativa. E’ quella imperniata su «istituzioni burocratiche, nelle quali responsabili di alto livello, formati al ruolo dell’etica in politica, controllano strettamente i responsabili di rango inferiore». Al cuore di questo sistema, «una burocrazia controllata secondo i principi etici del confucianesimo». Di fronte agli effetti negativi del capitali-smo e della globalizzazione, «è la superiorità intellettuale e morale a determinare la vera nobiltà, e va ricompensata con status sociale, funzioni politiche e ricchezza materiale adeguati» (12).
I due autori concordano con i liberali cinesi circa la necessità di affidare il potere a una élite selezionata attraverso un sistema meritocratico definito dall’élite stessa. A differenza dei liberali cinesi, però, essi pensano che la burocrazia cinese attuale rappresenti l’élite di cui c’è bisogno perché è efficiente e giusta.
Ma in fondo, chi è questo popolo del quale si tratta di soddisfare i bisogni impedendogli però di arrivare al potere? Dal XIX secolo, è l’insieme delle persone poco fortunate o poco educate: contadini, piccoli commercianti e, in seguito, operai (fino alla fine degli anni 1990) od operai-migranti (attualmente). I membri di queste classi sociali sono ritenuti incapaci di esercitare un ruolo di cittadini per mancanza di «qualità» (suzhi), termine che si riferisce al livello di istruzione, ma anche al buon gusto, alle buone maniere, al livello di cortesia, igiene, civiltà, elevazione di spirito. Ancor oggi, la distinzione fra l’«urbano» (educato) e il «rurale» (incolto) è la principale linea di frattura all’interno della società cinese. L’essenziale dell’ex classe operaia ha raggiunto le fila della classe media, dunque degli educati; al fondo della scala rimangono i contadini e gli operai-migranti. Il problema è che sono loro la grande maggioranza della popolazione, e dunque dei potenziali elettori. Da qui la reticenza nell’affidare loro le chiavi del paese.
I democratici cinesi non sono certo i soli a diffidare del popolo. Non è forse tipico di tutti i liberali voler limitare l’esercizio della democrazia? Pensiamo ai dibattiti politici in Francia nella seconda parte del XIX secolo, che presentano molti punti in comune con gli interrogativi cinesi di adesso. L’avvento del Secondo impero fu uno choc per i repubblicani. «I contadini si sono allontanati dagli ex notabili come dai repubblicani al potere, per dare il proprio appoggio (…) a Luigi Napoleone Bonaparte. E la loro fedeltà (…) è di lunga data: gli elettori rurali sono da oltre venti anni i migliori sostenitori dell’Impero», scrive la storica Chloé Gaboriaux (13). La maggior parte dei repubblicani ritiene che il popolo delle campagne (il 70% dei francesi, all’epoca) abbia tradito la democrazia e «considera la maggior parte della popolazione inadatta alla cittadinanza e alla Repubblica». Il contadino è dunque «presentato come l’anti-modello di cittadinanza», non per natura, ma a causa delle sue condizioni di vita, che lo rendono incapace di comprendere le questioni politiche e di «integrarsi nella nazione». E’ la sua mancanza di educazione e di elevazione verso le questioni universali a renderlo politicamente indifferente. «In un capovolgimento del senso destinato a ripetersi nella storia della Francia repubblicana, la difficoltà della Repubblica di integrare una parte dei suoi cittadini è dipinta come la difficoltà da parte di questi ultimi a integrarsi.»
Paura delle classi popolari in Europa.
Nella Cina di oggi come nella Francia di allora, il problema sono i contadini. Ma Gaboriaux fa notare che «Il contadino bonapartista era più spesso istruito che ignorante.» Certo, quei contadini votavano per i conservatori e rifiutavano gli straripamenti rivoluzionari della Comune di Parigi. Ma avevano compreso velocemente come trarre vantaggio dalle pratiche elettorali.
In Europa, i contadini sono stati sostituiti dalle «classi popolari» nella rappresentazione del popolo. Ma continuano a levarsi voci per difendere la necessità di fondare la volontà generale su altro rispetto al principio della maggioranza o alla pratica della democrazia diretta. Alcuni uomini politici si interrogano sulla capacità dei cittadini di comprendere le domande alle quali devono rispondere in occasione dei referendum (14). E auspicano soluzioni «più razionali» fondate sulle analisi di tecnocrati ed esperti. Ma non si dice nulla sulle modalità di selezione di questi giuristi, esperti, governanti. Implicitamente, saranno le «élite» a legittimarli.
Ancora una volta, la Cina si rivela ricca di insegnamenti. Confrontati all’esigenza di contribuire alla modernizzazione del paese, gli intellettuali tornano agli interrogativi ai quali si suppone che le società «moderne» -biano risposto alcuni decenni fa. Cercano di adattare una forma mitizzata di democrazia a una serie di specificità cinesi altrettanto mitizzate. Questo permette di riscoprire come, dal XIX seco-lo fino ai nostri giorni, i grandi principi della democrazia siano stati utilizzati per dare origine a dispositivi e ideologie che paradossalmente limitano l’esercizio democratico.
Alla fine, tutti questi dibattiti si rivelano superficiali e ripetitivi, e la grande maggioranza dei protagonisti si accorda sull’essenziale; le uniche divergenze riguardano le tecniche e le norme da mettere in essere affinché la società sia ben governata. Tutti ritengono che il governo debba favorire l’interesse generale, cioè assicurare il benessere del popolo, ma che solo quelli che sanno, e già governano, ne conoscono le ricette. Da qui la proposta di instaurare una democrazia guidata da una élite meritocratica e dotata - non si sa come - di una capacità superiore e di un’etica adatte ad assicurare l’onestà della sua funzione.
Si ammette dunque il principio di una dissimmetria fra il popolo e l’élite, fra governati e governanti, istruiti e non istruiti. L’istituzione democratica deve sancire questa realtà. Certo, procedure democratiche o meritocratiche possono permettere un rinnovamento delle élite. Si creano concorsi, «commissioni di sorveglianza» di burocrati; si dà più potere ai media, alla legge, alle organizzazioni non governative (Ong); si introducono metodi di democrazia partecipativa. Ma queste innovazioni possono coinvolgere solo quelli che possiedono le qualità definite dai dominanti: avere cultura, essere «distinti», avere competenze tecniche, godere di ricono-scimento sociale e di relazioni. Esistono già relazioni di potere e di selezione nei media, nei tribunali, nelle Ong e nell’amministrazione che definiscono arbitrariamente i criteri di riuscita.
Una società senza rappresentanza democratica come la Cina non sfugge a questo consenso. Tutti - neoconfuciani, liberali, apparatchik, dissidenti - sono d’accordo sulla necessità di un governo per il popolo da parte di una élite. Tutti auspicano l’emergere di una classe media egemonica il cui livello di istruzione, reddito, rispettabilità e serietà garantisca il funzionamento ottimale di una democrazia rappresentativa. La Cina avrebbe allora a sua disposizione una massa sufficiente di individui ben pagati e istruiti, proprietari e consumatori contenti, dunque cittadini pienamente coscienti della realtà. Pronti a difendere i propri interessi - che si suppone coincidano con l’interesse generale -, la legge e la modernità, ma anche la stabilità, di certo sceglierebbero dirigenti illuminati. I conflitti fra i vari pensatori riguardano dunque solo il tipo di élite di cui il paese ha bisogno. Ecco la prova che, anche nel campo politico, la Cina fa assolutamente parte del mondo moderno.
* JEAN-LOUIS ROCCA
Professore a Sciences Po, ricercatore al Centre de recherches internationales (Ceri), autore di The Making of the Chinese Middle Class. Small Comfort and Great Expectations, Palgrave Macmillan, New York, 2017
1) Sono i cinesi originari della campagna che la-vorano in città, chiamati in Cina mingong. (2) Dalla fine degli anni 1990, alcuni politologi intendono articolare l’imperativo della democratizzazione della Cina con i principi confuciani, in particolare la necessaria autorità morale dei go-vernanti. Cfr. Daniel A. Bell, China’s New Confucianism: Politics and Everyday Life in a Changing Society, Princeton University Press, 2010. (3) Emilie Frenkiel, Parler politique en Chine. Les intellectuels chinois pour ou contre la démocratie, Presses universitaires de France, Parigi, 2014. (4) Cfr. Emilie Frenkiel, La Démocratie conditionnelle. Le débat contemporain sur la réforme politique dans les universités chinoises, tesi sostenuta il 25 giugno 2012 alla Ecole des hautes études en sciences sociales (Scuola di alti studi in scienze sociali), Parigi. Salvo diversa indicazione, le citazio-ni che seguono sono tratte da questa tesi. (5) Y u Keping, Democracy Is a Good Thing: Essays on Politics, Society, and Culture in Contemporary China, Brookings Institute Press, Washington, Dc, 2009. (6) Han Han, Lun geming («Sulla rivoluzione»), 23 dicembre 2011, http://blog.sina.com.cn (in cinese). (7) Questo manifesto pubblicato nel 2008 chiede l’adozione di una costituzione democratica. (8) Liu Xiaobo, La Philosophie du porc et autres essais, Gallimard, coll. «Bleu de Chine», Parigi, 2011. (9) Z hang Liang, Les Archives de Tiananmen, Le Félin, Parigi, 2004. (10) Craig Calhoun, «Revolution and Repression in Tiananmen Square», S ociety , vol. 6, no 26, New York, settembre-ottobre 1989. (11) Citato in R. David Arkush e Leo O. Lee (a cura di), Land W ithout Ghosts: Chinese Impres-sions of America from the Mid-Nineteenth Centu-ry to the Present, University of California Press, O akland, 1989. (12) Michel Aglietta e Guo Bai, La V oie chinoise. Capitalisme et empire, O dile Jacob, coll. «Econo-mie», Parigi, 2012. (13) Chloé Gaboriaux, La R épublique en quête de citoyens. Les républicains français face au bonapartisme rural, Presses de sciences Po, Pa-rigi, 2010. (14) Cfr. per esempio Martin Schulz, deputato eu-ropeo del Partito socialdemocratico tedesco il 12 aprile 2016 sugli schermi di Lcl. Si legga Alain Garrigou, «Voter plus n’est pas voter mieux», Le Monde diplomatique, agosto 2016. (Traduzione di Marianna De Dominicis)
il manifesto - Marzo 2017
Gli intellettuali e il suffragio universale
In Cina, la democrazia… quando il popolo sarà maturo
A Pechino, la stampa ufficiale ha ironizzato sulle elezioni statunitensi e sulle contestazioni negli Stati uniti dopo la vittoria di Donald Trump. Un’occasione per mettere in ridicolo il sistema politico occidentale. Numerosi intellettuali cinesi discutono sulle vie democratiche da immaginare per il loro paese, ma tutti ritengono che il popolo non sia pronto. Una riflessione che ricorda quella di certi politologi francesi
di Jean-Luis Rocca*
Da una parte i «democratici», difensori di un governo dal popolo e per il popolo; dall’altra gli «autoritari», fautori della dittatura del partito unico: ecco il paesaggio politico cinese, secondo la maggior parte dei media occidentali. In realtà, i due campi non sono così lontani. Entrambi sembrano voler determinare a quali condizioni il governo da parte del popolo possa permettere la promozione dell’interesse generale nella stabilità e nella concordia. Anche per i liberali e i dissidenti cinesi, la democrazia diretta non sembra in grado di farlo. Il popolo - essenzialmente i contadini e gli operai-migranti (1) - è preda delle proprie passioni, dei propri istinti, vulnerabile a ogni manipolazione. Una «vera» democrazia ha dunque bisogno di élite capaci di orientare la decisione popolare contando sulla frangia «cittadina» della popolazione, cioè la classe media urbana.
Questo modo di concepire la democrazia non è né nuovo né tipico della sola Cina. Non era solo il XIX secolo europeo a concepire le elezioni unicamente in un sistema adatto a guidare il popolo: ancor oggi, molti intellettuali occidentali sostengono una democrazia inquadrata. Nella Cina di oggi, la questione della democratizzazione e della rappresentazione domina il dibattito politico. Del tutto logicamente, i fautori di uno Stato forte e di un sistema stabile si oppongono a riforme che darebbero troppo spazio a un’espressione diretta della popolazione. Che prendano a riferimento l’esperienza rivoluzionaria cinese o propongano il ritorno a un certo confucianesimo (2), questi «conservatori» ritengono che l’interesse del popolo possa essere difeso solo da una élite di governanti carismatici e sordi rispetto ai bassi interessi materiali.
È forse più sorprendente il fatto che anche quelli che passano per essere i più liberali sono molto prudenti in materia di ampliamento della sovranità popolare. Come fa notare la sinologa Émilie Frenkiel (3), sono per il diritto di voto ma ritengono che, prima di goderne, gli individui debbano diventare cittadini pienamente coscienti delle proprie responsabilità, altrimenti rischiano di scegliere cattivi dirigenti. In questo senso lo storico Xu Jilin insiste sulla necessaria gradualità delle riforme, mentre, per il professore di filosofia Ren Jintao, «l’ideale sarebbe che il Partito [Partito comunista cinese, Pcc], riconosca che deve per forza riformarsi, che non ci sono alternative» (4).
Un elitismo di vecchia data.
Spiega Deng Zhenglai, professore all’università Fudan a Shangai: «La Cina è immensa, i suoi abitanti nu-merosissimi. Non basta una politica a cambiare le cose. La riforma economica non è stata applicata uniforme-mente su tutto il territorio nello stesso periodo. È una forma di saggezza che hanno i cinesi. (…) Occorre essere pazienti. (…) Questo consente di tornare indietro, se necessario.» Dal canto suo, il politologo Li Qiang sostiene che prima di dare il diritto di voto occorre costruire uno Stato moderno e un’economia di mercato, accordare libertà individuali e un po’ di spazio alla società civile - una «prima tappa» che precede riforme più ambiziose. In ogni modo, queste ultime non corrisponderanno alla «democrazia moderna oc-cidentale», perché «il peso delle nostre tradizioni non ce lo permette».
Uno dei liberali cinesi più noti all’estero, Yu Keping, identifica la democrazia nella «buona governance», cioè nel regno di onesti tecnocrati (5). Tagliente il punto di vista del celebre blogger Han Han: «Le persone educate [wenhuaren] identificano la democrazia con la libertà. Ma per la maggior parte dei cinesi, la libertà non ha niente a che vedere con la stampa, la letteratura o l’arte, le elezioni, l’opinione pubblica e la politica (…). Per chi non ha relazioni [sottinteso: per chi non conosce persone potenti e non ha capitale sociale], essere libero è poter gridare, attraversare la strada o sputare per terra a piacimento. Per chi ne ha un po’, libertà consiste nell’infrangere le leggi, approfittare delle falle nel diritto e nelle regole per fare tutto il male che si vuole (6).» Per dirla in altro modo: solo le persone educate possono comprendere caratteristiche e implicazioni della democrazia.
Forse questi giudizi tanto negativi dipendono solo dalla potente propaganda del partito, o da una tradizione autoritaria ancora presente. Ma anche Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace 2010, firmatario della Carta 08 (7) e in carcere dal 2008 per i suoi scritti, non dice niente di diverso: «Di fronte alla me-diocrità rappresentata dal predominio dell’interesse, solo una minoranza elitaria può nobilmente mettere in primo piano la libertà (…). Dopo la scomparsa degli aristocratici dei tempi antichi, la qualità di una società moderna si misura con la capacità da parte di una minoranza di controbilanciare la mag-gioranza (…). Questa élite minoritaria si preoccupa della sorte dei deboli e critica il potere politico; è capace anche di resistere ai gusti delle masse, nel senso che conserva autonomia e spirito critico nei confronti sia del potere che delle masse; fa da supervisore al go-verno con la critica, e guida le masse.» Inoltre: «Quello che le masse vogliono, è la felicità materiale e mediocre» (8).
L’elitismo degli intellettuali più democratici si fonda forse sull’amara e disillusa constatazione secondo la quale, dopo trent’anni di crescita spettacolare dei livelli di vita, i loro concittadini pensano solo a consumare? Ma anche prima del «miracolo cinese», i difensori della democrazia non amavano troppo la vicinanza con il popolo, come risulta evidente rileggendo le analisi del movimento di piazza Tienanmen, nel 1989. Negli Archivi di Tienanmen, Zhang Liang fa notare che le ragioni principali del fallimento del movimento furono «la debolezza dei riformisti ai vertici del Pcc, i disaccordi all’interno del movimento studentesco, la separazione fra gli intellettuali da una parte e gli operai e i contadini dall’altra [sottolineato dall’autore], oltre all’assenza di un’organizzazione rigorosa e di un programma dettagliato (9)».
Questa cesura si spiegava con la preoccupazione degli studenti di preservare la purezza della loro iniziativa. La loro critica al regime doveva essere politica e morale, non motivata da interessi economici. Cercavano di presentarsi come garanti del bene della nazione, sforzandosi di mantenere l’ordine e di preservare la produzione economica. Per preservare «purezza» e serenità, i leader studenteschi e i digiunatori erano protetti da un servizio d’ordine destinato a tenere a bada gli intrusi, la gente del popolo che veniva a presentare il proprio punto di vista. Per incontrarli occorreva essere raccomandabili (10).
Si può anche andare più indietro nel tempo ed esaminare le proposte dei primi liberali cinesi. Liang Qichao (1873-1929), considerato come colui che introdusse la democrazia in Cina e che ne fu il principale pensatore, non aveva subito l’influenza delle forze del passato e del totalitarismo. Eppure, come riecheggiando le proposte di Liu Xiaobo, ecco quanto scriveva al ritorno dai suoi viaggi negli Stati uniti: «Nessuna comunità è tanto disordinata quanto quella cinese di San Francisco. Perché? La risposta è la libertà. La natura dei cinesi di Cina non è superiore a quella dei cinesi di San Francisco, ma almeno, in patria, sono governati da funzionari e controllati da padri e fratelli maggiori. Allo stato attuale, la libertà, il costituzionalismo e il repubblicanesimo significano il governo della maggioranza (…). Se dovessimo adottare oggi in Cina un sistema democratico, sarebbe semplicemente il suicidio della nazione. Insomma, il popolo cinese, per ora, non può che essere governato in modo autocratico (11)…».
Fine del dibattito. In ogni periodo storico, la maggior parte degli intellettuali cinesi non è riuscita a concepire la democrazia come l’esercizio sovrano e diretto del potere da parte del popolo ma, al massimo, come un insieme di libertà civili concesse per consentire a tutti l’espressione dei rispettivi punti di vista e la difesa degli interessi, e anche l’indicazione di preferenze, ma nel quadro di un’oligarchia di governanti e sotto il suo controllo.
Questa concezione appare sconfortante agli occhi dei militanti occidentali della «causa democratica», ma piace ad altri osservatori, per i quali una democrazia alla cinese potrebbe costituire una soluzione di ricambio rispetto al modello occidentale. Si tratta anche di osservatori non sospetti di essere influenzati dalla tradizione cinese confuciana o da quella del Pcc. Emblematico di questa corrente di pensiero è il libro di Michel Aglietta e Guo Bai La voie chinoise. Gli autori assicurano che per il cambiamento politico esiste una via diversa dalla democrazia rappresentativa. E’ quella imperniata su «istituzioni burocratiche, nelle quali responsabili di alto livello, formati al ruolo dell’etica in politica, controllano strettamente i responsabili di rango inferiore». Al cuore di questo sistema, «una burocrazia controllata secondo i principi etici del confucianesimo». Di fronte agli effetti negativi del capitali-smo e della globalizzazione, «è la superiorità intellettuale e morale a determinare la vera nobiltà, e va ricompensata con status sociale, funzioni politiche e ricchezza materiale adeguati» (12).
I due autori concordano con i liberali cinesi circa la necessità di affidare il potere a una élite selezionata attraverso un sistema meritocratico definito dall’élite stessa. A differenza dei liberali cinesi, però, essi pensano che la burocrazia cinese attuale rappresenti l’élite di cui c’è bisogno perché è efficiente e giusta.
Ma in fondo, chi è questo popolo del quale si tratta di soddisfare i bisogni impedendogli però di arrivare al potere? Dal XIX secolo, è l’insieme delle persone poco fortunate o poco educate: contadini, piccoli commercianti e, in seguito, operai (fino alla fine degli anni 1990) od operai-migranti (attualmente). I membri di queste classi sociali sono ritenuti incapaci di esercitare un ruolo di cittadini per mancanza di «qualità» (suzhi), termine che si riferisce al livello di istruzione, ma anche al buon gusto, alle buone maniere, al livello di cortesia, igiene, civiltà, elevazione di spirito. Ancor oggi, la distinzione fra l’«urbano» (educato) e il «rurale» (incolto) è la principale linea di frattura all’interno della società cinese. L’essenziale dell’ex classe operaia ha raggiunto le fila della classe media, dunque degli educati; al fondo della scala rimangono i contadini e gli operai-migranti. Il problema è che sono loro la grande maggioranza della popolazione, e dunque dei potenziali elettori. Da qui la reticenza nell’affidare loro le chiavi del paese.
I democratici cinesi non sono certo i soli a diffidare del popolo. Non è forse tipico di tutti i liberali voler limitare l’esercizio della democrazia? Pensiamo ai dibattiti politici in Francia nella seconda parte del XIX secolo, che presentano molti punti in comune con gli interrogativi cinesi di adesso. L’avvento del Secondo impero fu uno choc per i repubblicani. «I contadini si sono allontanati dagli ex notabili come dai repubblicani al potere, per dare il proprio appoggio (…) a Luigi Napoleone Bonaparte. E la loro fedeltà (…) è di lunga data: gli elettori rurali sono da oltre venti anni i migliori sostenitori dell’Impero», scrive la storica Chloé Gaboriaux (13). La maggior parte dei repubblicani ritiene che il popolo delle campagne (il 70% dei francesi, all’epoca) abbia tradito la democrazia e «considera la maggior parte della popolazione inadatta alla cittadinanza e alla Repubblica». Il contadino è dunque «presentato come l’anti-modello di cittadinanza», non per natura, ma a causa delle sue condizioni di vita, che lo rendono incapace di comprendere le questioni politiche e di «integrarsi nella nazione». E’ la sua mancanza di educazione e di elevazione verso le questioni universali a renderlo politicamente indifferente. «In un capovolgimento del senso destinato a ripetersi nella storia della Francia repubblicana, la difficoltà della Repubblica di integrare una parte dei suoi cittadini è dipinta come la difficoltà da parte di questi ultimi a integrarsi.»
Paura delle classi popolari in Europa.
Nella Cina di oggi come nella Francia di allora, il problema sono i contadini. Ma Gaboriaux fa notare che «Il contadino bonapartista era più spesso istruito che ignorante.» Certo, quei contadini votavano per i conservatori e rifiutavano gli straripamenti rivoluzionari della Comune di Parigi. Ma avevano compreso velocemente come trarre vantaggio dalle pratiche elettorali.
In Europa, i contadini sono stati sostituiti dalle «classi popolari» nella rappresentazione del popolo. Ma continuano a levarsi voci per difendere la necessità di fondare la volontà generale su altro rispetto al principio della maggioranza o alla pratica della democrazia diretta. Alcuni uomini politici si interrogano sulla capacità dei cittadini di comprendere le domande alle quali devono rispondere in occasione dei referendum (14). E auspicano soluzioni «più razionali» fondate sulle analisi di tecnocrati ed esperti. Ma non si dice nulla sulle modalità di selezione di questi giuristi, esperti, governanti. Implicitamente, saranno le «élite» a legittimarli.
Ancora una volta, la Cina si rivela ricca di insegnamenti. Confrontati all’esigenza di contribuire alla modernizzazione del paese, gli intellettuali tornano agli interrogativi ai quali si suppone che le società «moderne» -biano risposto alcuni decenni fa. Cercano di adattare una forma mitizzata di democrazia a una serie di specificità cinesi altrettanto mitizzate. Questo permette di riscoprire come, dal XIX seco-lo fino ai nostri giorni, i grandi principi della democrazia siano stati utilizzati per dare origine a dispositivi e ideologie che paradossalmente limitano l’esercizio democratico.
Alla fine, tutti questi dibattiti si rivelano superficiali e ripetitivi, e la grande maggioranza dei protagonisti si accorda sull’essenziale; le uniche divergenze riguardano le tecniche e le norme da mettere in essere affinché la società sia ben governata. Tutti ritengono che il governo debba favorire l’interesse generale, cioè assicurare il benessere del popolo, ma che solo quelli che sanno, e già governano, ne conoscono le ricette. Da qui la proposta di instaurare una democrazia guidata da una élite meritocratica e dotata - non si sa come - di una capacità superiore e di un’etica adatte ad assicurare l’onestà della sua funzione.
Si ammette dunque il principio di una dissimmetria fra il popolo e l’élite, fra governati e governanti, istruiti e non istruiti. L’istituzione democratica deve sancire questa realtà. Certo, procedure democratiche o meritocratiche possono permettere un rinnovamento delle élite. Si creano concorsi, «commissioni di sorveglianza» di burocrati; si dà più potere ai media, alla legge, alle organizzazioni non governative (Ong); si introducono metodi di democrazia partecipativa. Ma queste innovazioni possono coinvolgere solo quelli che possiedono le qualità definite dai dominanti: avere cultura, essere «distinti», avere competenze tecniche, godere di ricono-scimento sociale e di relazioni. Esistono già relazioni di potere e di selezione nei media, nei tribunali, nelle Ong e nell’amministrazione che definiscono arbitrariamente i criteri di riuscita.
Una società senza rappresentanza democratica come la Cina non sfugge a questo consenso. Tutti - neoconfuciani, liberali, apparatchik, dissidenti - sono d’accordo sulla necessità di un governo per il popolo da parte di una élite. Tutti auspicano l’emergere di una classe media egemonica il cui livello di istruzione, reddito, rispettabilità e serietà garantisca il funzionamento ottimale di una democrazia rappresentativa. La Cina avrebbe allora a sua disposizione una massa sufficiente di individui ben pagati e istruiti, proprietari e consumatori contenti, dunque cittadini pienamente coscienti della realtà. Pronti a difendere i propri interessi - che si suppone coincidano con l’interesse generale -, la legge e la modernità, ma anche la stabilità, di certo sceglierebbero dirigenti illuminati. I conflitti fra i vari pensatori riguardano dunque solo il tipo di élite di cui il paese ha bisogno. Ecco la prova che, anche nel campo politico, la Cina fa assolutamente parte del mondo moderno.
* JEAN-LOUIS ROCCA
Professore a Sciences Po, ricercatore al Centre de recherches internationales (Ceri), autore di The Making of the Chinese Middle Class. Small Comfort and Great Expectations, Palgrave Macmillan, New York, 2017
1) Sono i cinesi originari della campagna che la-vorano in città, chiamati in Cina mingong. (2) Dalla fine degli anni 1990, alcuni politologi intendono articolare l’imperativo della democratizzazione della Cina con i principi confuciani, in particolare la necessaria autorità morale dei go-vernanti. Cfr. Daniel A. Bell, China’s New Confucianism: Politics and Everyday Life in a Changing Society, Princeton University Press, 2010. (3) Emilie Frenkiel, Parler politique en Chine. Les intellectuels chinois pour ou contre la démocratie, Presses universitaires de France, Parigi, 2014. (4) Cfr. Emilie Frenkiel, La Démocratie conditionnelle. Le débat contemporain sur la réforme politique dans les universités chinoises, tesi sostenuta il 25 giugno 2012 alla Ecole des hautes études en sciences sociales (Scuola di alti studi in scienze sociali), Parigi. Salvo diversa indicazione, le citazio-ni che seguono sono tratte da questa tesi. (5) Y u Keping, Democracy Is a Good Thing: Essays on Politics, Society, and Culture in Contemporary China, Brookings Institute Press, Washington, Dc, 2009. (6) Han Han, Lun geming («Sulla rivoluzione»), 23 dicembre 2011, http://blog.sina.com.cn (in cinese). (7) Questo manifesto pubblicato nel 2008 chiede l’adozione di una costituzione democratica. (8) Liu Xiaobo, La Philosophie du porc et autres essais, Gallimard, coll. «Bleu de Chine», Parigi, 2011. (9) Z hang Liang, Les Archives de Tiananmen, Le Félin, Parigi, 2004. (10) Craig Calhoun, «Revolution and Repression in Tiananmen Square», S ociety , vol. 6, no 26, New York, settembre-ottobre 1989. (11) Citato in R. David Arkush e Leo O. Lee (a cura di), Land W ithout Ghosts: Chinese Impres-sions of America from the Mid-Nineteenth Centu-ry to the Present, University of California Press, O akland, 1989. (12) Michel Aglietta e Guo Bai, La V oie chinoise. Capitalisme et empire, O dile Jacob, coll. «Econo-mie», Parigi, 2012. (13) Chloé Gaboriaux, La R épublique en quête de citoyens. Les républicains français face au bonapartisme rural, Presses de sciences Po, Pa-rigi, 2010. (14) Cfr. per esempio Martin Schulz, deputato eu-ropeo del Partito socialdemocratico tedesco il 12 aprile 2016 sugli schermi di Lcl. Si legga Alain Garrigou, «Voter plus n’est pas voter mieux», Le Monde diplomatique, agosto 2016. (Traduzione di Marianna De Dominicis)
