il manifesto 3.12.16
Il millennial è finito al tappeto
Rapporto Censis. Mai redditi così bassi per gli under 25, che riescono a trovare solo «lavoretti»: è il post-terziario. Dilagano i voucher, mentre le famiglie dell'ultima generazione guadagnano poco più della metà di quelle più anziane
di Roberto Ciccarelli
L’economia dei «lavoretti» è il presente. Giovani, e meno giovani, non lavorano tutti attraverso le piattaforme digitali o pedalando come i ciclo-fattorini di Foodora, ma sono in molti (1 milione e 380 mila persone) a essere stati pagati almeno una volta con un voucher, ad avere guadagnato uno scampolo di reddito da quella che il 50esimo rapporto del Censis – presentato ieri a Roma al Cnel – definisce il «sommerso post-terziario».
IL JOBS ACT, l’inesausta richiesta di flessibilità e bassi redditi imposti dalle imprese, l’abbattimento dei costi previdenziali ai danni dei precari stanno alimentando un’economia delle occupazioni neo-servili, junk work, o occupazioni tradizionali a basso contenuto professionale reinventate nei nuovi canali del taylorismo digitale. Per Giuseppe De Rita – giunto all’ultima presentazione del rapporto, così ha detto al termine della sua relazione – siamo entrati nella «seconda era del sommerso post-terziario». Non un «sommerso di lavoro», né un «sommerso di impresa» ma un «sommerso dei redditi» dove proliferano figure labili e provvisorie, soprattutto tra i giovani che vivono sulla soglia tra formazione e lavoro, tra precariato e impieghi gratuiti.
È IN QUESTO CONTESTO che il Censis parla di «Ko economico dei millennials» che hanno «un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini» e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%). Nel confronto con venticinque anni fa, rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto solo dell’8,3% e per gli over 65 anni è aumentato del 24,3%. La ricchezza degli attuali «millennials» è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell’insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore dell’84,7%.
In realtà, parlare di «millennials» – ovvero i nati a cavallo dell’inizio del millennio – non coglie l’ampiezza della crisi. Come dimostrano i dati Inps o Istat, la crisi occupazionale e dei redditi ha colpito la fascia anagrafica dei lavoratori under 49 e di certo non risparmia gli over 50 dove tuttavia cresce l’occupazione. Il lavoro povero si è allargato, a macchia d’olio, alle generazioni, a tutte le forme di lavoro, autonomo o dipendente, mentre evaporano le differenze tra i redditi tra ceti medi e classi lavoratrici. L’assenza di un welfare universalistico, oltre che lavori precari e redditi intermittenti, è stata riempita con la rendita familiare, per chi la possiede, e con le pensioni di nonni e genitori. 4,1 milioni di pensionati «hanno prestato ad altri un aiuto economico».
I NUOVI PENSIONATI sono più anziani e possono contare su redditi mediamente migliori come effetto di carriere contributive «più lunghe e continuative». Tra il 2004 e il 2013 è quadruplicato chi è andato in pensione di anzianità con più di 40 anni di contributi (dal 7,6% al 28,8%). Nell’abbandono della politica, e dello Stato, il «corpo sociale finisce così per assicurarsi la sua primordiale funzione, quella di “reggersi”, anche senza disporre di strutture politiche o istituzionali». Si spiega così il distacco tra «elite» e «popolo», sempre più rinchiusi in se stessi. «Sono destinati a una congiunta alimentazione del populismo», si legge nel rapporto.
IN UN PAESE «RENTIER» che non investe sul futuro, anche perché le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica non lo permettono si comincia la sharing economy. L’uso e la condivisione dei beni, soprattutto quelli dei trasporti ormai carissimi, permette di soddisfare l’obiettivo prioritario di contenimento delle spese. Stesso discorso vale per la casa e il ricorso diffuso al bed&breakfast «affittato» su Airbnb. Si allarga il divario di classe: tra le famiglie a basso reddito il 58% deve risparmiare, il 28% vorrebbe spendere qualche soldo in più sui consumi.
TRA LE FAMIGLIE BENESTANTI le percentuali sono al 34% e al 46%. La crisi non ha fermato gli acquisti di televisori, smartphone e computer: questi ultimi sono aumentati tra il 2007 e il 2015 del 191,6% e del 41,4%. Grazie a questi strumenti hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione. Sono gli stessi strumenti che servono per lavorare, come gig-workers nell’economia on demand, o come lavoratori precari o autonomi. O per i consumi: e-commerce (+5,3% rispetto all’anno scorso), home banking (il 3,8%), sharing mobility con le macchine prenotate via app in città o crowdfunding.
La «disintermediazione» permessa dalle nuove tecnologie si coniuga con la ricerca permanente di «redditi». Per il Censis, questo fenomeno è diverso da quello degli anni Settanta che apriva a «una saga di sviluppo industriale e imprenditoriale», quello del capitalismo «molecolare», dei distretti o delle partite Iva nel terziario avanzato. La ricerca, e l’accumulo di redditi poveri e intermittenti, oggi costituisce un’«arma di pura difesa».
La struttura sociale ha subito un dimagrimento delle fonti di reddito, ma anche una contrazione delle professioni. Si svuotano le figure intermedie esecutive, nel settore impiegatizio (-5,1%), la componente operaia, degli artigiani e degli agricoltori (-14,2%).
ALLA BASE DI QUESTE dinamiche, osserva il Censis, esiste una «bolla dell’occupazione a bassa produttività». Più che una bolla, sintomo di eccezionalità, si tratta di una struttura del mercato del lavoro. Al tempo del Jobs Act i contratti a termine sono la maggioranza (il 63,1% sostiene il Censis). I nuovi occupati dall’inizio del 2015 sono associati a una produzione di ricchezza di soli 9.100 euro pro-capite. In mancanza di reddito, è difficile trovare una casa, e si fanno sempre meno figli. In un sondaggio contenuto nella ricerca risulta che per l’83,3% la crisi economica ha avuto un impatto sulla propensione alla natalità rendendo più difficile la scelta di avere figli anche per chi li vorrebbe.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 3 dicembre 2016
Repubblica 3.12.16
Il rapporto Censis e quel muro fra le generazioni
di Guido Crainz
INIZIA con un’impressionante serie di pessimistici “mai così” la parte generale sulla società italiana del Rapporto annuale del Censis. Mai così pochi i nuovi nati, mai così dilatata la componente demografica di anziani, mai così depressa la condizione economica dei giovani che “vivono nella frontiera paludosa fra formazione e lavoro”, e mai così alti i muri fra le generazioni. Ora è una dolorosa e fondata certezza, si aggiunge, quella sensazione che da un ventennio almeno ha incrinato visioni di futuro e coesione sociale.
LA SENSAZIONE cioè che i figli non vivranno meglio dei loro padri, tutto al contrario (ed era stato questo, invece, il cemento più solido dei primi decenni della nostra storia repubblicana). E ancora, mai tanta liquidità ferma nei conti correnti (il suo aumento negli ultimi dieci anni ha superato il Pil dell’Ungheria), nel contemporaneo stagnare della propensione agli investimenti: effetto inevitabile della “pervasiva percezione di uno smottamento delle condizioni di vita” e dell’incertezza di futuro. A questa “bolla della liquidità” si assomma poi la “bolla dell’occupazione a bassa produttività”, la moltiplicazione dei “lavoretti” precari e “quasi regolari”: in uno scenario in cui il deperire del lavoro accresce l’erosione della classe media e della componente operaia e artigiana, mentre i processi di digitalizzazione incidono in maniera sempre più rilevante nei settori impiegatizi. Un quadro desolante, se a questi dati ci si arrestasse, ed è esplicito nel rapporto l’interrogarsi sugli effetti di lungo periodo di una crisi internazionale di cui pure l’anno scorso si avvertiva l’esaurirsi. Si segnalava allora il delinearsi di una “società dello zero virgola” (dello sviluppo stentato e quasi invisibile), espressione richiamata anche quest’anno: una differenza positiva, in realtà, rispetto al più drastico pessimismo di qualche tempo prima (“dopo anni di trepida attesa la ripresa non è arrivata e non è più data per imminente”, si annotava alla fine del 2014).
Corre sotterraneamente nel Rapporto un’altra domanda, intimamente connessa: cosa significa oggi “ripresa”, in uno scenario drasticamente mutato? Quali sono i suoi indicatori, inevitabilmente differenti da quelli del passato? Saranno più vicini allo “zero virgola” o al “più 5-6%” dell’ “età dell’oro” dell’Occidente”, segnata da un ruolo dello Stato nel favorire sviluppo e distribuzione del reddito oggi inimmaginabile? La risposta non è difficile, naturalmente, e con questa consapevolezza il Rapporto suggerisce il delinearsi di una “seconda era del sommerso”: un “sommerso post-terziario” radicalmente diverso da quello “pre-industriale” che proprio il Censis aveva visto prender corpo negli anni Settanta. Più fragile e segnato da quelle stesse tare colte allora nella “economia del cespuglio” (perdita di diritti, evasione di obblighi fiscali e contributivi, e così via) ma comunque un’ “onda” fondamentale per la tenuta del Paese. Non più un sommerso di impresa e di lavoro ma un “sommerso di ricerca di più redditi”, in cui rientra la crescita stessa della liquidità (talora con contiguità o compenetrazioni con l’area dell’illecito). E in cui confluiscono le attività più differenti: dall’uso del patrimonio immobiliare come fonte di reddito (a partire dall’esplosione dei bed and breakfast) alle attività di cura (non solo di anziani e bambini), dall’enogastronomia ai consumi culturali. Un “insieme di macchine molecolari” cui si aggiungono i perduranti successi nelle filiere collaudate del made in Italy e in altre ancora, o le start up innovative. Un “insieme” i cui limiti e i cui possibili “vizi” appaiono forse altrettanto rilevanti della loro capacità di aiutare il paese a “reggere”, e i cui contorni sono più evocati che tratteggiati nelle loro dimensioni concrete.
Si innesta qui però l’elemento più profondo della nostra crisi: una frattura fra società e politica, con “reciproci processi di rancorosa delegittimazione”, che sembra giunta al suo apice e di cui proprio il Censis aveva colto precocemente le origini. Già all’inizio dei “dorati anni Ottanta”, ad esempio, segnalava i “sempre più evidenti rinserramenti della società nel proprio particulare interesse” in una crescente distanza dalle forze politiche “nelle loro usurate dialettiche e nelle loro usurate persone”. Aveva origine proprio allora la crisi di quel sistema dei partiti, e nemmeno dopo il suo crollo quel nodo troverà risposte. Si è aggravata così quella frattura, quella reciproca delegittimazione che è il vero alimento dei populismi, annota il Censis, e che non trova più nelle istituzioni il necessario luogo di mediazione e di superamento. Eppure, si conclude, l’unica via d’uscita sta proprio nel rilanciare la loro qualità, la loro dignità e la loro funzione di cerniera.
Il rapporto Censis e quel muro fra le generazioni
di Guido Crainz
INIZIA con un’impressionante serie di pessimistici “mai così” la parte generale sulla società italiana del Rapporto annuale del Censis. Mai così pochi i nuovi nati, mai così dilatata la componente demografica di anziani, mai così depressa la condizione economica dei giovani che “vivono nella frontiera paludosa fra formazione e lavoro”, e mai così alti i muri fra le generazioni. Ora è una dolorosa e fondata certezza, si aggiunge, quella sensazione che da un ventennio almeno ha incrinato visioni di futuro e coesione sociale.
LA SENSAZIONE cioè che i figli non vivranno meglio dei loro padri, tutto al contrario (ed era stato questo, invece, il cemento più solido dei primi decenni della nostra storia repubblicana). E ancora, mai tanta liquidità ferma nei conti correnti (il suo aumento negli ultimi dieci anni ha superato il Pil dell’Ungheria), nel contemporaneo stagnare della propensione agli investimenti: effetto inevitabile della “pervasiva percezione di uno smottamento delle condizioni di vita” e dell’incertezza di futuro. A questa “bolla della liquidità” si assomma poi la “bolla dell’occupazione a bassa produttività”, la moltiplicazione dei “lavoretti” precari e “quasi regolari”: in uno scenario in cui il deperire del lavoro accresce l’erosione della classe media e della componente operaia e artigiana, mentre i processi di digitalizzazione incidono in maniera sempre più rilevante nei settori impiegatizi. Un quadro desolante, se a questi dati ci si arrestasse, ed è esplicito nel rapporto l’interrogarsi sugli effetti di lungo periodo di una crisi internazionale di cui pure l’anno scorso si avvertiva l’esaurirsi. Si segnalava allora il delinearsi di una “società dello zero virgola” (dello sviluppo stentato e quasi invisibile), espressione richiamata anche quest’anno: una differenza positiva, in realtà, rispetto al più drastico pessimismo di qualche tempo prima (“dopo anni di trepida attesa la ripresa non è arrivata e non è più data per imminente”, si annotava alla fine del 2014).
Corre sotterraneamente nel Rapporto un’altra domanda, intimamente connessa: cosa significa oggi “ripresa”, in uno scenario drasticamente mutato? Quali sono i suoi indicatori, inevitabilmente differenti da quelli del passato? Saranno più vicini allo “zero virgola” o al “più 5-6%” dell’ “età dell’oro” dell’Occidente”, segnata da un ruolo dello Stato nel favorire sviluppo e distribuzione del reddito oggi inimmaginabile? La risposta non è difficile, naturalmente, e con questa consapevolezza il Rapporto suggerisce il delinearsi di una “seconda era del sommerso”: un “sommerso post-terziario” radicalmente diverso da quello “pre-industriale” che proprio il Censis aveva visto prender corpo negli anni Settanta. Più fragile e segnato da quelle stesse tare colte allora nella “economia del cespuglio” (perdita di diritti, evasione di obblighi fiscali e contributivi, e così via) ma comunque un’ “onda” fondamentale per la tenuta del Paese. Non più un sommerso di impresa e di lavoro ma un “sommerso di ricerca di più redditi”, in cui rientra la crescita stessa della liquidità (talora con contiguità o compenetrazioni con l’area dell’illecito). E in cui confluiscono le attività più differenti: dall’uso del patrimonio immobiliare come fonte di reddito (a partire dall’esplosione dei bed and breakfast) alle attività di cura (non solo di anziani e bambini), dall’enogastronomia ai consumi culturali. Un “insieme di macchine molecolari” cui si aggiungono i perduranti successi nelle filiere collaudate del made in Italy e in altre ancora, o le start up innovative. Un “insieme” i cui limiti e i cui possibili “vizi” appaiono forse altrettanto rilevanti della loro capacità di aiutare il paese a “reggere”, e i cui contorni sono più evocati che tratteggiati nelle loro dimensioni concrete.
Si innesta qui però l’elemento più profondo della nostra crisi: una frattura fra società e politica, con “reciproci processi di rancorosa delegittimazione”, che sembra giunta al suo apice e di cui proprio il Censis aveva colto precocemente le origini. Già all’inizio dei “dorati anni Ottanta”, ad esempio, segnalava i “sempre più evidenti rinserramenti della società nel proprio particulare interesse” in una crescente distanza dalle forze politiche “nelle loro usurate dialettiche e nelle loro usurate persone”. Aveva origine proprio allora la crisi di quel sistema dei partiti, e nemmeno dopo il suo crollo quel nodo troverà risposte. Si è aggravata così quella frattura, quella reciproca delegittimazione che è il vero alimento dei populismi, annota il Censis, e che non trova più nelle istituzioni il necessario luogo di mediazione e di superamento. Eppure, si conclude, l’unica via d’uscita sta proprio nel rilanciare la loro qualità, la loro dignità e la loro funzione di cerniera.
Corriere 3.12.16
Il rapporto del Censis
Se il potere è più populista dei cittadini
di Dario Di Vico
Il cinquantesimo rapporto Censis sull’Italia mostra un Paese in grado di ruminare gli input esterni, rimuovendoli o assimilandoli. Il problema è che le istituzioni non svolgono più un ruolo di collegamento tra élite e popolo: il rischioè la tentazione di fare da soli.
R accontando in anteprima ai suoi amici cosa aveva scritto nel 50° Rapporto Censis, Giuseppe De Rita ha ricordato il senso del dibattito che nel lontano 1973 divise Aldo Moro e Giulio Andreotti. Mentre il primo sosteneva che la politica dovesse orientare la società, il secondo rispose esattamente il contrario: «Deve solo assomigliarle».
In epoca di web dominante e di post verità può sembrare colpevolmente retrò ritornare a un dibattito tra i cavalli di razza della vecchia Dc ma De Rita lo ha fatto con lo scopo preciso di parlare dell’oggi e della circostanza per cui «chi governa sembra più populista di chi sta in piazza».
Il potere tende quindi, nella visione del Censis, a specchiarsi nella società civile per paura di sembrarle diverso, e come temeva l’Andreotti d’antan, di perdere irrimediabilmente consenso. Il presidente De Rita non ha voluto ufficializzare nemmeno in zona Cesarini cosa voterà domani al referendum costituzionale: agli endorsement preferisce le analisi socio-economiche vecchio stampo che lo hanno portato però a maturare una critica serrata al renzismo di governo. Ai bonus concessi a pioggia, ai «fantasmagorici patti territoriali» firmati uno dopo l’altro, alla tambureggiante polemica anti casta.
Tante scelte che gli paiono intrise di populismo, nemmeno tanto dolce. È chiaro che se proprio vogliamo parlare di populismo di governo il caso limite (da monitorare) sarà quello di Donald Trump, della sua inattesa vittoria e della diabolica capacità di fare il pieno tra i forgotten men per poi portare un uomo di Goldman Sachs nella casella chiave del Tesoro. Nell’attesa di capirne di più De Rita commenta come in Italia non veda nessuno capace di mettere in campo una politica che non segua gli istinti della pancia. «E il pericolo è che alla fine vada in scena un derby tra populisti che finisce per forza con la vittoria di un populista». Il presidente del Censis non cita esplicitamente né Renzi né Beppe Grillo ma il riferimento ai due sembra sufficientemente chiaro.
Il sociologo romano è tutt’altro che pessimista sul corso degli avvenimenti, la sua Italia è quella capace di ruminare gli input esterni, volta per volta rimuovendoli o assimilandoli. Si chiamino anche migranti o digitalizzazione, la società digerisce.
L’Italia di De Rita è un Paese che sa cicatrizzare in fretta le avventure e gli squilibri propri e altrui, anche se appaiono giganteschi come la crescita delle disuguaglianze o persino la Brexit. L’Italia del format Censis è capace di reggere quasi esclusivamente in virtù del funzionamento quotidiano della vita collettiva. «Ognuno di noi ogni mattina ha continuato ad aprire ditta, bottega o computer e la stessa cosa accadrà anche domani. Non è una passività scettica, è far leva sul primato dell’impegno quotidiano per la propria crescita». Le imprese continuano a operare nelle dinamiche di filiera in cui sono inserite, le famiglie continuano a coltivare i loro risparmi e i loro patrimoni, il sistema di welfare continua a far quadrare le proprie variabili, il territorio continua a essere un fondamentale fattore e soggetto dello sviluppo e i flussi turistici continuano a confermare una prosperante attrattività del nostro Paese. De Rita dunque sdrammatizza: vede che la storia si è messa a correre ma sottolinea come non abbia ancora cambiato le carte in tavola. «Il resto continua a vivere senza drammi».
Se quindi il 50° Rapporto Censis è portato a segnalare le continuità — in critica nemmeno velata con i media specializzati nel vedere discontinuità ovunque — De Rita alla fine una grande preoccupazione comunque la esplicita. A suo dire stanno saltando le cerniere tra élite e popolo ed è proprio il venir meno delle giunture che alimenta i populismi. «Sembra un tempo lontano quello in cui la potenza e l’alta qualità delle istituzioni faceva la sostanza unitaria del Paese, oggi invece sono inermi, incapaci di svolgere il loro ruolo di cerniera, propense a lasciare alla politica e al corpo sociale un confronto diretto o addirittura la tentazione di fare da soli». Ma senza istituzioni un Paese per quanto possa essere virtuosamente anarchico non può vivere a lungo. Quantomeno resta un’opera incompiuta.
Il rapporto del Censis
Se il potere è più populista dei cittadini
di Dario Di Vico
Il cinquantesimo rapporto Censis sull’Italia mostra un Paese in grado di ruminare gli input esterni, rimuovendoli o assimilandoli. Il problema è che le istituzioni non svolgono più un ruolo di collegamento tra élite e popolo: il rischioè la tentazione di fare da soli.
R accontando in anteprima ai suoi amici cosa aveva scritto nel 50° Rapporto Censis, Giuseppe De Rita ha ricordato il senso del dibattito che nel lontano 1973 divise Aldo Moro e Giulio Andreotti. Mentre il primo sosteneva che la politica dovesse orientare la società, il secondo rispose esattamente il contrario: «Deve solo assomigliarle».
In epoca di web dominante e di post verità può sembrare colpevolmente retrò ritornare a un dibattito tra i cavalli di razza della vecchia Dc ma De Rita lo ha fatto con lo scopo preciso di parlare dell’oggi e della circostanza per cui «chi governa sembra più populista di chi sta in piazza».
Il potere tende quindi, nella visione del Censis, a specchiarsi nella società civile per paura di sembrarle diverso, e come temeva l’Andreotti d’antan, di perdere irrimediabilmente consenso. Il presidente De Rita non ha voluto ufficializzare nemmeno in zona Cesarini cosa voterà domani al referendum costituzionale: agli endorsement preferisce le analisi socio-economiche vecchio stampo che lo hanno portato però a maturare una critica serrata al renzismo di governo. Ai bonus concessi a pioggia, ai «fantasmagorici patti territoriali» firmati uno dopo l’altro, alla tambureggiante polemica anti casta.
Tante scelte che gli paiono intrise di populismo, nemmeno tanto dolce. È chiaro che se proprio vogliamo parlare di populismo di governo il caso limite (da monitorare) sarà quello di Donald Trump, della sua inattesa vittoria e della diabolica capacità di fare il pieno tra i forgotten men per poi portare un uomo di Goldman Sachs nella casella chiave del Tesoro. Nell’attesa di capirne di più De Rita commenta come in Italia non veda nessuno capace di mettere in campo una politica che non segua gli istinti della pancia. «E il pericolo è che alla fine vada in scena un derby tra populisti che finisce per forza con la vittoria di un populista». Il presidente del Censis non cita esplicitamente né Renzi né Beppe Grillo ma il riferimento ai due sembra sufficientemente chiaro.
Il sociologo romano è tutt’altro che pessimista sul corso degli avvenimenti, la sua Italia è quella capace di ruminare gli input esterni, volta per volta rimuovendoli o assimilandoli. Si chiamino anche migranti o digitalizzazione, la società digerisce.
L’Italia di De Rita è un Paese che sa cicatrizzare in fretta le avventure e gli squilibri propri e altrui, anche se appaiono giganteschi come la crescita delle disuguaglianze o persino la Brexit. L’Italia del format Censis è capace di reggere quasi esclusivamente in virtù del funzionamento quotidiano della vita collettiva. «Ognuno di noi ogni mattina ha continuato ad aprire ditta, bottega o computer e la stessa cosa accadrà anche domani. Non è una passività scettica, è far leva sul primato dell’impegno quotidiano per la propria crescita». Le imprese continuano a operare nelle dinamiche di filiera in cui sono inserite, le famiglie continuano a coltivare i loro risparmi e i loro patrimoni, il sistema di welfare continua a far quadrare le proprie variabili, il territorio continua a essere un fondamentale fattore e soggetto dello sviluppo e i flussi turistici continuano a confermare una prosperante attrattività del nostro Paese. De Rita dunque sdrammatizza: vede che la storia si è messa a correre ma sottolinea come non abbia ancora cambiato le carte in tavola. «Il resto continua a vivere senza drammi».
Se quindi il 50° Rapporto Censis è portato a segnalare le continuità — in critica nemmeno velata con i media specializzati nel vedere discontinuità ovunque — De Rita alla fine una grande preoccupazione comunque la esplicita. A suo dire stanno saltando le cerniere tra élite e popolo ed è proprio il venir meno delle giunture che alimenta i populismi. «Sembra un tempo lontano quello in cui la potenza e l’alta qualità delle istituzioni faceva la sostanza unitaria del Paese, oggi invece sono inermi, incapaci di svolgere il loro ruolo di cerniera, propense a lasciare alla politica e al corpo sociale un confronto diretto o addirittura la tentazione di fare da soli». Ma senza istituzioni un Paese per quanto possa essere virtuosamente anarchico non può vivere a lungo. Quantomeno resta un’opera incompiuta.
La Stampa 3.12.16
Rodotà già grida vittoria: “Abbiamo salvato la Carta”
di Andrea Carugati
«Caro Enrico, questo governo cerca di comprare i Sì con ricatti, bugie, soldi pubblici, clientele. Come dicevi tu nel 1980, solo che stavolta a farlo è il mio partito, il Pd, da cui mi sento tradita». Sabrina Ferilli scalda il teatro Italia di Roma, esaurito per la “Woodstock del No” del Fatto Quotidiano, con una accorata lettera a Enrico Berlinguer che è un atto d’accusa contro il Pd renziano. «Se fossimo cittadini liberi voteremmo tutti No», conclude l’attrice. Insieme a lei, sul palco, tutti i vip del No, preceduti da Gianna Nannini che apre le danze con l’America, brano del 1979.
Maurizio Landini paragona il premier a Sergio Marchionne, «vuole gestire l’Italia come un amministratore delegato, che risponde solo a pochi e potenti azionisti, il suo è un modello autoritario». «Più che un premier uno stalker», arringa Travaglio nel suo monologo, che poi prende di mira la ministra Boschi per le polemiche con l’Anpi e per le vicende di Banca Etruria. In platea e poi sul palco grandi nomi della cultura e dello spettacolo, da Stefano Rodotà a Lorenza Carlassare e Salvatore Settis, Erri De Luca, Sabina Guzzanti, Piero Pelù, J-Ax, Moni Ovadia e Carlo Freccero. Ovazione per Rodotà, la gente si alza in piedi al grido di «Presidente, presidente». Il professore fa sfoggio di ottimismo: «Il tentativo di impadronirsi della Costituzione non è arrivato al risultato che si era prefisso. I cittadini si sono riconosciuti nella Carta, il tentativo determinato e aggressivo del governo si è rivelato un boomerang. Ne valeva la pena di battersi». Ficarra e Picone smorzano con l’ironia l’afflato militante della serata: «Siamo qui perché Travaglio è come la Guardia di Finanza, è meglio tenerselo buono…».
Rodotà già grida vittoria: “Abbiamo salvato la Carta”
di Andrea Carugati
«Caro Enrico, questo governo cerca di comprare i Sì con ricatti, bugie, soldi pubblici, clientele. Come dicevi tu nel 1980, solo che stavolta a farlo è il mio partito, il Pd, da cui mi sento tradita». Sabrina Ferilli scalda il teatro Italia di Roma, esaurito per la “Woodstock del No” del Fatto Quotidiano, con una accorata lettera a Enrico Berlinguer che è un atto d’accusa contro il Pd renziano. «Se fossimo cittadini liberi voteremmo tutti No», conclude l’attrice. Insieme a lei, sul palco, tutti i vip del No, preceduti da Gianna Nannini che apre le danze con l’America, brano del 1979.
Maurizio Landini paragona il premier a Sergio Marchionne, «vuole gestire l’Italia come un amministratore delegato, che risponde solo a pochi e potenti azionisti, il suo è un modello autoritario». «Più che un premier uno stalker», arringa Travaglio nel suo monologo, che poi prende di mira la ministra Boschi per le polemiche con l’Anpi e per le vicende di Banca Etruria. In platea e poi sul palco grandi nomi della cultura e dello spettacolo, da Stefano Rodotà a Lorenza Carlassare e Salvatore Settis, Erri De Luca, Sabina Guzzanti, Piero Pelù, J-Ax, Moni Ovadia e Carlo Freccero. Ovazione per Rodotà, la gente si alza in piedi al grido di «Presidente, presidente». Il professore fa sfoggio di ottimismo: «Il tentativo di impadronirsi della Costituzione non è arrivato al risultato che si era prefisso. I cittadini si sono riconosciuti nella Carta, il tentativo determinato e aggressivo del governo si è rivelato un boomerang. Ne valeva la pena di battersi». Ficarra e Picone smorzano con l’ironia l’afflato militante della serata: «Siamo qui perché Travaglio è come la Guardia di Finanza, è meglio tenerselo buono…».
Repubblica 3.2.16
D’Alema: «Se il Mezzogiorno va a votare è certa la vittoria del No. Se Renzi si dimette, il capo dello Stato non avrà difficoltà a sostituirlo»
Il risiko finale della sinistra Pd: riaprire i giochi o la scissione
Le due fronde. Una partita nella partita si gioca domani nelle urne
I ribelli dem sfidano il premier e il mondo berlusconiano si smarca dal No del Cavaliere
di Giovanna Casadio
ROMA. «La storia è maestra ma non ha scolari». Bersani butta lì una citazione di Gramsci in casa di Oscar Farinetti, l’amico di Renzi e fondatore di Eataly a Serralunga D’Alba, nel Cuneese. La sera della vigilia del voto, prima del silenzio elettorale, il leader della fronda dem, l’ex segretario schierato per il No, si astiene dalla campagna elettorale. «Mantengo un impegno preso molto tempo prima che venisse convocato il referendum costituzionale, non faccio campagna». Premette. Parla di globalizzazione, di establishment, di «lavoro che dobbiamo riprenderci in mano», di come gira il mondo di questi tempi. Però è un ponte verso il “dopo”: «Io e Farinetti la pensiamo diversamente sulla riforma costituzionale, ma non per questo non ci frequentiamo», ha spiegato Bersani. Alla fine ci sta anche un brindisi con un Nebbiolo: «Splendida annata».
Ma nel Pd diviso tra il Sì e il No il clima è pesante, senza tregue. La fronda del No non vuole sentirsi chiamare fronda, sa che si gioca a sua volta il tutto per tutto. “Dopo” o si riapre la partita interna oppure c’è la scissione in vista. «Stiamo difendendo la Costituzione, ci sono militanti del Pd che ci ringraziano ». I dem del No non hanno avuto neppure la delega dal partito per fare i rappresentanti di lista. E quindi se la sono fatti dare da Sinistra italiana. Migranti politici per un giorno. Per ora. Alla vigilia del voto di domenica, i rapporti tra Renzi e la sinistra dem sono al lumicino. Il ministro Delrio fa sapere che Renzi se vince il No si dimette? «Un atteggiamento irresponsabile da parte di Renzi che trasforma il referendum sulla Carta in un plebiscito su di sé». È lo sfogo di Roberto Speranza, l’altro leader dem del No. Speranza, dopo la manifestazione a Napoli di giovedì con De Magistris, ieri mattina alle 5 era ai cancelli della Fiat di Melfi a fare volantinaggio.
I dem del No si sparpagliano nella tana di Renzi, in Toscana. Chiara Geloni, che è stata portavoce di Bersani, ex direttore della tv del partito, è a Pontassieve, il paese del premier, a chiudere una manifestazione del No. Stefano Di Traglia, il collaboratore e amico di Bersani, ieri sera era sul palco con Landini. Tanto per infiammare queste ore, Michele Emiliano, il governatore della Puglia, dem per il No, invia due lettere alle Procure di Taranto e Milano per capire se i soldi promessi da Renzi per l’Ilva ci sono davvero oppure no. Rivendica: «Parlo di cose concrete, non tutto è referendum ». Accanitamente contro il PdR, il Pd di Renzi, Massimo D’Alema ieri sera chiude la campagna elettorale a Lecce chiama raccolta il Sud: «Se il Mezzogiorno va a votare è certa la vittoria del No. Se Renzi si dimette, il capo dello Stato non avrà difficoltà a sostituirlo». Chiunque vinca, frondisti e lealisti del Pd, sanno che la posta in gioco è forte. Il bersaniano Gotor chiude ieri sera a Udine «con gli amici e i compagni di sempre, l’Anpi, la Cgil, l’Arci…».. Susanna Camusso, la segretaria della Cgil lancia un appello con il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia e con la presidente dell’Arci, Francesca Chiavacci: «Votate No, è la nostra Carta fondamentale, la riforma avrebbe effetti disastrosi». Affollano la festa del Fatto, Anna Falcone con Alessandro Pace del Comitato del No. Adesioni da Sabrina Ferilli a Monica Guerritore.
D’Alema: «Se il Mezzogiorno va a votare è certa la vittoria del No. Se Renzi si dimette, il capo dello Stato non avrà difficoltà a sostituirlo»
Il risiko finale della sinistra Pd: riaprire i giochi o la scissione
Le due fronde. Una partita nella partita si gioca domani nelle urne
I ribelli dem sfidano il premier e il mondo berlusconiano si smarca dal No del Cavaliere
di Giovanna Casadio
ROMA. «La storia è maestra ma non ha scolari». Bersani butta lì una citazione di Gramsci in casa di Oscar Farinetti, l’amico di Renzi e fondatore di Eataly a Serralunga D’Alba, nel Cuneese. La sera della vigilia del voto, prima del silenzio elettorale, il leader della fronda dem, l’ex segretario schierato per il No, si astiene dalla campagna elettorale. «Mantengo un impegno preso molto tempo prima che venisse convocato il referendum costituzionale, non faccio campagna». Premette. Parla di globalizzazione, di establishment, di «lavoro che dobbiamo riprenderci in mano», di come gira il mondo di questi tempi. Però è un ponte verso il “dopo”: «Io e Farinetti la pensiamo diversamente sulla riforma costituzionale, ma non per questo non ci frequentiamo», ha spiegato Bersani. Alla fine ci sta anche un brindisi con un Nebbiolo: «Splendida annata».
Ma nel Pd diviso tra il Sì e il No il clima è pesante, senza tregue. La fronda del No non vuole sentirsi chiamare fronda, sa che si gioca a sua volta il tutto per tutto. “Dopo” o si riapre la partita interna oppure c’è la scissione in vista. «Stiamo difendendo la Costituzione, ci sono militanti del Pd che ci ringraziano ». I dem del No non hanno avuto neppure la delega dal partito per fare i rappresentanti di lista. E quindi se la sono fatti dare da Sinistra italiana. Migranti politici per un giorno. Per ora. Alla vigilia del voto di domenica, i rapporti tra Renzi e la sinistra dem sono al lumicino. Il ministro Delrio fa sapere che Renzi se vince il No si dimette? «Un atteggiamento irresponsabile da parte di Renzi che trasforma il referendum sulla Carta in un plebiscito su di sé». È lo sfogo di Roberto Speranza, l’altro leader dem del No. Speranza, dopo la manifestazione a Napoli di giovedì con De Magistris, ieri mattina alle 5 era ai cancelli della Fiat di Melfi a fare volantinaggio.
I dem del No si sparpagliano nella tana di Renzi, in Toscana. Chiara Geloni, che è stata portavoce di Bersani, ex direttore della tv del partito, è a Pontassieve, il paese del premier, a chiudere una manifestazione del No. Stefano Di Traglia, il collaboratore e amico di Bersani, ieri sera era sul palco con Landini. Tanto per infiammare queste ore, Michele Emiliano, il governatore della Puglia, dem per il No, invia due lettere alle Procure di Taranto e Milano per capire se i soldi promessi da Renzi per l’Ilva ci sono davvero oppure no. Rivendica: «Parlo di cose concrete, non tutto è referendum ». Accanitamente contro il PdR, il Pd di Renzi, Massimo D’Alema ieri sera chiude la campagna elettorale a Lecce chiama raccolta il Sud: «Se il Mezzogiorno va a votare è certa la vittoria del No. Se Renzi si dimette, il capo dello Stato non avrà difficoltà a sostituirlo». Chiunque vinca, frondisti e lealisti del Pd, sanno che la posta in gioco è forte. Il bersaniano Gotor chiude ieri sera a Udine «con gli amici e i compagni di sempre, l’Anpi, la Cgil, l’Arci…».. Susanna Camusso, la segretaria della Cgil lancia un appello con il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia e con la presidente dell’Arci, Francesca Chiavacci: «Votate No, è la nostra Carta fondamentale, la riforma avrebbe effetti disastrosi». Affollano la festa del Fatto, Anna Falcone con Alessandro Pace del Comitato del No. Adesioni da Sabrina Ferilli a Monica Guerritore.
La Stampa 3.12.16
Bersani e i suoi temono di fare la fine di Bertinotti
“Il governo non cadrà”
di Carlo Bertini
Stanno valutando se passare insieme la serata dello spoglio, i vari Speranza, Stumpo, Zoggia, Gotor ospiti di Guglielmo Epifani, il che la dice lunga sulla solennità del momento: che alla minoranza Pd forse può evocare le notti in cui si aspettava il sorpasso del Pci sulla Dc. Anche l’ultimo atto compiuto da Speranza prima del voto ha un sapore d’altri tempi: all’alba, lo sfidante di Renzi al congresso Pd si presenta ai cancelli della Fca di Melfi al cambio turno a fare volantinaggio per il No. «Abbiamo scelto di stare tra gli operai perché il centrosinistra deve stare in questi luoghi e spesso non c’è», è la rasoiata a Renzi. Agli amici racconta di aver trovato molti operai schierati «dalla nostra parte». Un’altra traccia, che si somma al «seguito che ha il No nelle classi più povere e disagiate con cui siamo entrati più in contatto in questa campagna», racconta Gotor. Fiducioso come molti bersaniani della vittoria finale. Anche se la paura è che alla fine possa spuntarla il Sì «perché negli ultimi giorni la presenza di Renzi in tv è stata impressionante». Ma la paura più sottile e inconfessata è un’altra: esser additati come i nuovi Bertinotti. La sconfitta indebolirebbe Renzi e questo sarebbe positivo, ma non dovrebbe produrre conseguenze catastrofiche per il paese, questa è la linea di Bersani e compagni. Consapevoli che se il No vincesse di poco per un soffio, proprio a loro, ai dissidenti che hanno tradito la linea del partito spaccando la sinistra, i renziani addebiterebbero la caduta del governo e tutto il resto. L’ex segretario dunque prova a frenare il premier. «Se vince il No per me Renzi può anche restare a Palazzo Chigi, magari sarà un po’ acciaccatino». D’Alema fa il magnanimo, dice che gli toccherà difendere Renzi. «Spesso quando le persone così arroganti cadono, quelli che gli stanno intorno per servilismo sono i primi che lo azzannano. Io sono rispettoso di quelli che cadono».
Bersani e i suoi temono di fare la fine di Bertinotti
“Il governo non cadrà”
di Carlo Bertini
Stanno valutando se passare insieme la serata dello spoglio, i vari Speranza, Stumpo, Zoggia, Gotor ospiti di Guglielmo Epifani, il che la dice lunga sulla solennità del momento: che alla minoranza Pd forse può evocare le notti in cui si aspettava il sorpasso del Pci sulla Dc. Anche l’ultimo atto compiuto da Speranza prima del voto ha un sapore d’altri tempi: all’alba, lo sfidante di Renzi al congresso Pd si presenta ai cancelli della Fca di Melfi al cambio turno a fare volantinaggio per il No. «Abbiamo scelto di stare tra gli operai perché il centrosinistra deve stare in questi luoghi e spesso non c’è», è la rasoiata a Renzi. Agli amici racconta di aver trovato molti operai schierati «dalla nostra parte». Un’altra traccia, che si somma al «seguito che ha il No nelle classi più povere e disagiate con cui siamo entrati più in contatto in questa campagna», racconta Gotor. Fiducioso come molti bersaniani della vittoria finale. Anche se la paura è che alla fine possa spuntarla il Sì «perché negli ultimi giorni la presenza di Renzi in tv è stata impressionante». Ma la paura più sottile e inconfessata è un’altra: esser additati come i nuovi Bertinotti. La sconfitta indebolirebbe Renzi e questo sarebbe positivo, ma non dovrebbe produrre conseguenze catastrofiche per il paese, questa è la linea di Bersani e compagni. Consapevoli che se il No vincesse di poco per un soffio, proprio a loro, ai dissidenti che hanno tradito la linea del partito spaccando la sinistra, i renziani addebiterebbero la caduta del governo e tutto il resto. L’ex segretario dunque prova a frenare il premier. «Se vince il No per me Renzi può anche restare a Palazzo Chigi, magari sarà un po’ acciaccatino». D’Alema fa il magnanimo, dice che gli toccherà difendere Renzi. «Spesso quando le persone così arroganti cadono, quelli che gli stanno intorno per servilismo sono i primi che lo azzannano. Io sono rispettoso di quelli che cadono».
La Stampa 3.12.16
Salerno
Novemila euro alla Arcuri per accendere le luci di Natale
Scatta la protesta: “Indecente”
Novemila euro per accendere un interruttore. È la cifra che l’attrice e showgirl Manuela Arcuri incasserà dal Comune di Salerno per accendere l’albero di Natale in piazza Portanova e dare il via ai festeggiamenti pubblici. A volerla come madrina della manifestazione è stato il sindaco Vincenzo Napoli, che la affiancherà in piazza insieme al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Il generoso cachet stabilito dall’amministrazione comunale però non è piaciuto all’opposizione che ha considerato la spesa «eccessiva e inopportuna», un vero e proprio «schiaffo alla miseria». A insorgere è il Movimento Cinque Stelle: «Per la modica cifra di 9.150 euro - denuncia il consigliere regionale Gennaro Saiello - l’attrice-show girl Manuela Arcuri, interprete della fiction capolavoro “Pupetta – Il coraggio e la passione”, ispirata alla vita della camorrista Pupetta Maresca, sotto lo sguardo compiaciuto del presidente della Regione Vincenzo De Luca, con un clic accenderà le luci dell’albero di Natale, in stile newyorkese, di Salerno». Parole di fuoco arrivano anche da Dante Santoro, della lista di opposizione Giovani Salernitani: «Ancora una volta soldi dei cittadini sono spesi in maniera indegna e questo è l’emblema di una politica che ha perso il contatto con la realtà».
Salerno
Novemila euro alla Arcuri per accendere le luci di Natale
Scatta la protesta: “Indecente”
Novemila euro per accendere un interruttore. È la cifra che l’attrice e showgirl Manuela Arcuri incasserà dal Comune di Salerno per accendere l’albero di Natale in piazza Portanova e dare il via ai festeggiamenti pubblici. A volerla come madrina della manifestazione è stato il sindaco Vincenzo Napoli, che la affiancherà in piazza insieme al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Il generoso cachet stabilito dall’amministrazione comunale però non è piaciuto all’opposizione che ha considerato la spesa «eccessiva e inopportuna», un vero e proprio «schiaffo alla miseria». A insorgere è il Movimento Cinque Stelle: «Per la modica cifra di 9.150 euro - denuncia il consigliere regionale Gennaro Saiello - l’attrice-show girl Manuela Arcuri, interprete della fiction capolavoro “Pupetta – Il coraggio e la passione”, ispirata alla vita della camorrista Pupetta Maresca, sotto lo sguardo compiaciuto del presidente della Regione Vincenzo De Luca, con un clic accenderà le luci dell’albero di Natale, in stile newyorkese, di Salerno». Parole di fuoco arrivano anche da Dante Santoro, della lista di opposizione Giovani Salernitani: «Ancora una volta soldi dei cittadini sono spesi in maniera indegna e questo è l’emblema di una politica che ha perso il contatto con la realtà».
il manifesto 3.12.16
I 60 milioni annunciati per i centri antiviolenza sono fondi già esistenti
Titti Carrano
Il 5 settembre 2016 la Corte dei Conti ha emesso una deliberazione che critica severamente la gestione ordinamentale amministrativa e finanziaria delle politiche pubbliche contro la violenza maschile e invita il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad adeguarsi alle normative internazionali e nazionali vigenti: «Quanto al finanziamento specificamente destinato al potenziamento delle strutture destinate all’assistenza alle donne vittime di violenza e ai loro figli, deve farsi presente che del tutto insoddisfacente è risultata la gestione delle risorse assegnate per gli anni 2013-2014, le uniche ripartite nel periodo all’esame. Le comunicazioni degli enti territoriali all’autorità centrale si sono rivelate carenti e inadeguate rispetto alle finalità conoscitive circa l’effettivo impiego delle risorse e all’esigenza della valutazione dei risultati».
Parole chiare e circostanziate.
La Corte poi aggiunge: «I fondi assegnati alle regioni € 16.449.385 di cui un terzo riservato all’istituzione di nuovi centri antiviolenza e case rifugio e i restanti 2/3 sono stati così suddivisi: 80% al finanziamento aggiuntivo degli interventi regionali già operativi (progetti già in essere nelle regioni) solo il 20% al finanziamento di centri antiviolenza e case rifugio (10% ciascuno)».
Quindi secondo la Corte dei Conti «ad ogni centro antiviolenza sono stati assegnati in media 5.862,28 euro; ad ogni casa rifugio € 6.720,18». Cifre dunque assolutamente inadeguate a sostenere le attività dei centri e delle case rifugio. In molti casi si è scelto di finanziare strutture non adeguate alla protezione ed all’accompagnamento in un nuovo progetto di vita per la donna sola o con figli/e, snaturando in alcuni casi l’apporto di competenza e saperi dei centri antiviolenza operanti ormai da 30 anni.
Sulle Azioni del piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere sempre la Corte dei Conti si esprime in questo modo «a fronte di 40 milioni di euro assegnati dal legislatore per le finalità del piano….,sono stati spesi solo 6.000 euro (pari allo 0,02%)».
Alla luce di quanto emerso, la Corte raccomanda al Dipartimento, per quanto concerne il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, deliberato nel 2015, «di utilizzare i poteri di coordinamento e di direzione ad esso spettanti per imprimere un’accelerazione all’intero sistema».
I 60 milioni di euro annunciati dal Presidente del Consiglio sono quindi nella quasi totalità fondi già esistenti, non spesi soprattutto durante i due anni in cui ha trattenuto a sé la delega per le pari opportunità. Non sono fondi nuovi o aggiuntivi.
La legge 119/13 (legge impropriamente definita legge contro il femminicidio) prevede inoltre che il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità è incrementato di 10 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015. Quindi è un obbligo di legge non una scelta politica o concessione.
Secondo l’emendamento approvato dalla commissione Bilancio alla legge di bilancio 2017 il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità sarà incrementato di 5 milioni annui nel triennio 2017-2019. Quindi questa sembra essere la cifra destinata a incrementare le azioni di contrasto alla violenza maschile contro le donne.
* Presidente dei Centri D.i.Re
I 60 milioni annunciati per i centri antiviolenza sono fondi già esistenti
Titti Carrano
Il 5 settembre 2016 la Corte dei Conti ha emesso una deliberazione che critica severamente la gestione ordinamentale amministrativa e finanziaria delle politiche pubbliche contro la violenza maschile e invita il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad adeguarsi alle normative internazionali e nazionali vigenti: «Quanto al finanziamento specificamente destinato al potenziamento delle strutture destinate all’assistenza alle donne vittime di violenza e ai loro figli, deve farsi presente che del tutto insoddisfacente è risultata la gestione delle risorse assegnate per gli anni 2013-2014, le uniche ripartite nel periodo all’esame. Le comunicazioni degli enti territoriali all’autorità centrale si sono rivelate carenti e inadeguate rispetto alle finalità conoscitive circa l’effettivo impiego delle risorse e all’esigenza della valutazione dei risultati».
Parole chiare e circostanziate.
La Corte poi aggiunge: «I fondi assegnati alle regioni € 16.449.385 di cui un terzo riservato all’istituzione di nuovi centri antiviolenza e case rifugio e i restanti 2/3 sono stati così suddivisi: 80% al finanziamento aggiuntivo degli interventi regionali già operativi (progetti già in essere nelle regioni) solo il 20% al finanziamento di centri antiviolenza e case rifugio (10% ciascuno)».
Quindi secondo la Corte dei Conti «ad ogni centro antiviolenza sono stati assegnati in media 5.862,28 euro; ad ogni casa rifugio € 6.720,18». Cifre dunque assolutamente inadeguate a sostenere le attività dei centri e delle case rifugio. In molti casi si è scelto di finanziare strutture non adeguate alla protezione ed all’accompagnamento in un nuovo progetto di vita per la donna sola o con figli/e, snaturando in alcuni casi l’apporto di competenza e saperi dei centri antiviolenza operanti ormai da 30 anni.
Sulle Azioni del piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere sempre la Corte dei Conti si esprime in questo modo «a fronte di 40 milioni di euro assegnati dal legislatore per le finalità del piano….,sono stati spesi solo 6.000 euro (pari allo 0,02%)».
Alla luce di quanto emerso, la Corte raccomanda al Dipartimento, per quanto concerne il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, deliberato nel 2015, «di utilizzare i poteri di coordinamento e di direzione ad esso spettanti per imprimere un’accelerazione all’intero sistema».
I 60 milioni di euro annunciati dal Presidente del Consiglio sono quindi nella quasi totalità fondi già esistenti, non spesi soprattutto durante i due anni in cui ha trattenuto a sé la delega per le pari opportunità. Non sono fondi nuovi o aggiuntivi.
La legge 119/13 (legge impropriamente definita legge contro il femminicidio) prevede inoltre che il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità è incrementato di 10 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015. Quindi è un obbligo di legge non una scelta politica o concessione.
Secondo l’emendamento approvato dalla commissione Bilancio alla legge di bilancio 2017 il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità sarà incrementato di 5 milioni annui nel triennio 2017-2019. Quindi questa sembra essere la cifra destinata a incrementare le azioni di contrasto alla violenza maschile contro le donne.
* Presidente dei Centri D.i.Re
il manifesto 3.12.16
Voto all’estero tra sospetti di brogli e strane affluenze
di Leo Lancari
Complice il fuso orario la prima sezione elettorale ad aver chiuso le porte è stata a Wellington, in Nuova Zelanda. L’ultima invece a Vancouver, in Canada, quando in Italia era l’una del mattino. Per gli oltre quattro milioni di italiani residenti all’estero da ieri il tempo è scaduto e chi ha voluto esprimere una preferenza sul referendum costituzionale ormai l’ha fatto. Resta da vedere in quanti e cosa hanno votato, ma questo si saprà solo a partire da domani sera.
Da subito, invece, è cominciata la battaglia dei numeri, a partire proprio dal quelli relativi alla partecipazione al voto oltreconfine.
Ufficialmente Viminale e ministero degli Esteri (dal quale dipende l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) non forniscono dati in merito, un po’ per «tradizione» (è andata così anche con il referendum sulle trivelle, quando a votare dall’estero furono in 700.000), un po’ perché certi numeri in fondo è meglio tenerseli per sé fino all’ultimo. Salvo poi far trapelare con i soliti giornali amici cifre difficili da verificare. Come il 40% di votanti circolato ad arte ieri e sul quale è impossibile avere una conferma ufficiale. Percentuale che, se vera, porterebbe a 1 milione e 600 mila i nostri connazionali che dalla Germania all’Argentina, dalla Svizzera al Brasile (dove secondo la deputata italo-brasiliana Renata Bueno l’affluenza sarebbe stata del 30%) avrebbero espresso la loro preferenza e inviato la scheda elettorale all’ambasciata o al consolato di riferimento.
Cifra che gonfia le vele dei sostenitori del Sì, convinti che i nostri connazionali all’estero siano in maggioranza a favore della riforma. Come Aldo Di Biagio, senatore Ap eletto nella circoscrizione Europa, che ha «la percezione che 2 su 3 votano Sì». Ma che invece fa storcere il naso a più di un esponente dei comitati per il No. «Bisogna vedere se si tratta di persone vere e non di schede elettorali comprate e riempite da una sola mano», va giù duro Massimo D’Alema. Che da Lecce accusa di voler orchestrare «una campagna terroristica» i giornali che parlano di un milione e 600 mila voti. «Non credo che sia una dato realistico – prosegue l’ex presidente del consiglio, che forse qualche dato sull’andamento del voto ce l’ha anche lui – Il massimo della partecipazione è stato un milione e duecentomila quando dovevano eleggere i propri rappresentanti. Se fosse vero, sarebbe la prova provata che c’è dietro un imbroglio, ma non lo credo realistico». E, ovviamente, sulla partecipazione al voto non risparmia i sospetti neanche Matteo Salvini. «Credo che in consolati e ambasciate ne siano successe di cotte e di crude», accusa il leader della Lega.
Taglia corto, invece, Matteo Renzi: «La mia impressione è che ce la giochiamo su filo dei voti», dice in serata il premier intervenendo a La7.
Si è messa in moto invece la macchina che poterà in Italia le schede votate: 195 corrieri diplomatici che volando su 210 diversi aerei decollati da tutte le parti del mondo stanno portando a Roma il materiale elettorale. Qualcuno si è anche preso la briga di calcolare che per riportare in patria la volontà dei nostri connazionali alla fine saranno stati percorsi 549.552 chilometri terrestri per un totale di 816 ore di volo. Una volta giunte all’aeroporto di Fiumicino le schede saranno depositate nei magazzini dello scalo romano e sorvegliate dalla polizia aeroportuale fino all’alba di domani quando, con i camion messi a disposizione dalla Farnesina verranno trasferite nell’enorme centro polifunzionale della Protezione civile a Castelnuovo di Porto.
Una volta qui, sotto il controllo di sette magistrati della Corte d’appello, le schede verranno travasate nelle urne che poi saranno sigillate per essere aperte alle 23 in contemporanea con l’avvio degli scrutini. «Vigileremo sulla regolarità delle operazioni», assicura il vicepresidente vicario del Comitato per il No, Alfiero Grandi. Il Comitato ha preparato una squadra composta da 200 volontari che seguiranno l’andamento del voto. «I plichi hanno una doppia scheda – prosegue Grandi -: quella elettorale e una con un codice a barre in possesso dell’elettore. Controlleremo che i plichi contengano entrambe le schede. Ci prepariamo a far valere le nostre ragioni».
Voto all’estero tra sospetti di brogli e strane affluenze
di Leo Lancari
Complice il fuso orario la prima sezione elettorale ad aver chiuso le porte è stata a Wellington, in Nuova Zelanda. L’ultima invece a Vancouver, in Canada, quando in Italia era l’una del mattino. Per gli oltre quattro milioni di italiani residenti all’estero da ieri il tempo è scaduto e chi ha voluto esprimere una preferenza sul referendum costituzionale ormai l’ha fatto. Resta da vedere in quanti e cosa hanno votato, ma questo si saprà solo a partire da domani sera.
Da subito, invece, è cominciata la battaglia dei numeri, a partire proprio dal quelli relativi alla partecipazione al voto oltreconfine.
Ufficialmente Viminale e ministero degli Esteri (dal quale dipende l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) non forniscono dati in merito, un po’ per «tradizione» (è andata così anche con il referendum sulle trivelle, quando a votare dall’estero furono in 700.000), un po’ perché certi numeri in fondo è meglio tenerseli per sé fino all’ultimo. Salvo poi far trapelare con i soliti giornali amici cifre difficili da verificare. Come il 40% di votanti circolato ad arte ieri e sul quale è impossibile avere una conferma ufficiale. Percentuale che, se vera, porterebbe a 1 milione e 600 mila i nostri connazionali che dalla Germania all’Argentina, dalla Svizzera al Brasile (dove secondo la deputata italo-brasiliana Renata Bueno l’affluenza sarebbe stata del 30%) avrebbero espresso la loro preferenza e inviato la scheda elettorale all’ambasciata o al consolato di riferimento.
Cifra che gonfia le vele dei sostenitori del Sì, convinti che i nostri connazionali all’estero siano in maggioranza a favore della riforma. Come Aldo Di Biagio, senatore Ap eletto nella circoscrizione Europa, che ha «la percezione che 2 su 3 votano Sì». Ma che invece fa storcere il naso a più di un esponente dei comitati per il No. «Bisogna vedere se si tratta di persone vere e non di schede elettorali comprate e riempite da una sola mano», va giù duro Massimo D’Alema. Che da Lecce accusa di voler orchestrare «una campagna terroristica» i giornali che parlano di un milione e 600 mila voti. «Non credo che sia una dato realistico – prosegue l’ex presidente del consiglio, che forse qualche dato sull’andamento del voto ce l’ha anche lui – Il massimo della partecipazione è stato un milione e duecentomila quando dovevano eleggere i propri rappresentanti. Se fosse vero, sarebbe la prova provata che c’è dietro un imbroglio, ma non lo credo realistico». E, ovviamente, sulla partecipazione al voto non risparmia i sospetti neanche Matteo Salvini. «Credo che in consolati e ambasciate ne siano successe di cotte e di crude», accusa il leader della Lega.
Taglia corto, invece, Matteo Renzi: «La mia impressione è che ce la giochiamo su filo dei voti», dice in serata il premier intervenendo a La7.
Si è messa in moto invece la macchina che poterà in Italia le schede votate: 195 corrieri diplomatici che volando su 210 diversi aerei decollati da tutte le parti del mondo stanno portando a Roma il materiale elettorale. Qualcuno si è anche preso la briga di calcolare che per riportare in patria la volontà dei nostri connazionali alla fine saranno stati percorsi 549.552 chilometri terrestri per un totale di 816 ore di volo. Una volta giunte all’aeroporto di Fiumicino le schede saranno depositate nei magazzini dello scalo romano e sorvegliate dalla polizia aeroportuale fino all’alba di domani quando, con i camion messi a disposizione dalla Farnesina verranno trasferite nell’enorme centro polifunzionale della Protezione civile a Castelnuovo di Porto.
Una volta qui, sotto il controllo di sette magistrati della Corte d’appello, le schede verranno travasate nelle urne che poi saranno sigillate per essere aperte alle 23 in contemporanea con l’avvio degli scrutini. «Vigileremo sulla regolarità delle operazioni», assicura il vicepresidente vicario del Comitato per il No, Alfiero Grandi. Il Comitato ha preparato una squadra composta da 200 volontari che seguiranno l’andamento del voto. «I plichi hanno una doppia scheda – prosegue Grandi -: quella elettorale e una con un codice a barre in possesso dell’elettore. Controlleremo che i plichi contengano entrambe le schede. Ci prepariamo a far valere le nostre ragioni».
Repubblica 3.12.16
L’alta affluenza all’estero scatena la lite
Vigilare bene
di G. C.
ROMA. In un testa a testa tra il Sì e il No, sarà il voto all’estero a risultare decisivo. I sospetti lievitano. Da Salvini a D’Alema fino a Berlusconi i leader del No chiedono vigilanza, ipotizzano brogli, mentre decine e decine di sacche di iuta con sopra i sigilli del Ministero degli Esteri stanno arrivando all’aeroporto di Fiumicino. Sono stati 210 gli aerei messi a disposizione, scortati da funzionari della Farnesina.
L’affluenza dovrebbe attestarsi sopra il 35%. Probabilmente saranno circa un milione e 500 mila gli elettori italiani all’estero. Eugenio Marino, il responsabile dem degli italiani all’estero esemplifica: «Percentuali di affluenza alte in Svizzera e in Inghilterra. Ma è evidente che in Sud America, ma anche negli Usa o in Australia, è meno massiccia la presenza al voto». Nel dettaglio i dati di affluenza darebbero: Brasile 31%, Svizzera 42,6%, Germania 30%, Regno Unito 36%, Albania sotto 10%, Argentina 35%. Gli aventi diritto sono 4 milioni.
Nonostante le garanzie che la stessa Farnesina fornisce, le polemiche continuano. Il leader della Lega, Matteo Salvini attacca senza mezzi termini: «I voti all’estero sono inventati o comprati da Renzi». «Con il voto a matita tutto è possibile » sottoscrive Silvio Berlusconi. «Le polemiche stanno a zero, siamo seri», ha subito replicato il presidente del Consiglio. «Parole inaccettabili, quelle di Salvini», ha aggiunto il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini.
Il Pd è diviso anche su questo. Massimo D’Alema, schierato per il No, ha rilanciato l’accusa: «Occorre essere sorveglianti e vigilanti sui voti degli italiani all’estero. Alcuni giornali parlano di un milione e 600 mila voti. Non credo che sia un dato realistico. Il massimo della partecipazione è stato di un milione e duecentomila quando dovevano eleggere i loro rappresentanti. Se fosse vero, sarebbe la prova provata che c’è dietro un imbroglio». Poi rincara: «Che la nostra Costituzione sia scritta da persone che vivono in Argentina, che non parlano neppure più l’italiano, mi sembra una bizzarria oltre i limiti, nel caso in cui si tratti di persone vere e non di schede elettorali comprate e riempite da una sola mano».
L’influenza del voto all’estero potrebbe incidere comunque del 3% sul risultato finale, secondo le ultime proiezioni dei partiti.
( a. d’a) ( g. c.)
L’alta affluenza all’estero scatena la lite
Vigilare bene
di G. C.
ROMA. In un testa a testa tra il Sì e il No, sarà il voto all’estero a risultare decisivo. I sospetti lievitano. Da Salvini a D’Alema fino a Berlusconi i leader del No chiedono vigilanza, ipotizzano brogli, mentre decine e decine di sacche di iuta con sopra i sigilli del Ministero degli Esteri stanno arrivando all’aeroporto di Fiumicino. Sono stati 210 gli aerei messi a disposizione, scortati da funzionari della Farnesina.
L’affluenza dovrebbe attestarsi sopra il 35%. Probabilmente saranno circa un milione e 500 mila gli elettori italiani all’estero. Eugenio Marino, il responsabile dem degli italiani all’estero esemplifica: «Percentuali di affluenza alte in Svizzera e in Inghilterra. Ma è evidente che in Sud America, ma anche negli Usa o in Australia, è meno massiccia la presenza al voto». Nel dettaglio i dati di affluenza darebbero: Brasile 31%, Svizzera 42,6%, Germania 30%, Regno Unito 36%, Albania sotto 10%, Argentina 35%. Gli aventi diritto sono 4 milioni.
Nonostante le garanzie che la stessa Farnesina fornisce, le polemiche continuano. Il leader della Lega, Matteo Salvini attacca senza mezzi termini: «I voti all’estero sono inventati o comprati da Renzi». «Con il voto a matita tutto è possibile » sottoscrive Silvio Berlusconi. «Le polemiche stanno a zero, siamo seri», ha subito replicato il presidente del Consiglio. «Parole inaccettabili, quelle di Salvini», ha aggiunto il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini.
Il Pd è diviso anche su questo. Massimo D’Alema, schierato per il No, ha rilanciato l’accusa: «Occorre essere sorveglianti e vigilanti sui voti degli italiani all’estero. Alcuni giornali parlano di un milione e 600 mila voti. Non credo che sia un dato realistico. Il massimo della partecipazione è stato di un milione e duecentomila quando dovevano eleggere i loro rappresentanti. Se fosse vero, sarebbe la prova provata che c’è dietro un imbroglio». Poi rincara: «Che la nostra Costituzione sia scritta da persone che vivono in Argentina, che non parlano neppure più l’italiano, mi sembra una bizzarria oltre i limiti, nel caso in cui si tratti di persone vere e non di schede elettorali comprate e riempite da una sola mano».
L’influenza del voto all’estero potrebbe incidere comunque del 3% sul risultato finale, secondo le ultime proiezioni dei partiti.
( a. d’a) ( g. c.)
La Stampa 3.12.16
Mille sacchi di voti dall’estero
Un’affluenza su cui già si specula
Hanno votato in tantissimi i nostri connazionali all’estero, quasi un milione e seicentomila. Il 40%: un boom di votanti che ha fatto insospettire i nemici di Renzi
L’hangar dove può cambiar tutto
A Castelnuovo di Porto arrivano schede che saranno vagliate da 6 mila scrutatori in 1500 seggi
di Amedeo La Mattina
La vittoria del Si o del No si potrebbe decidere negli stanzoni anonimi, con il pavimento in linoleum e le mattonelle bianche, di questo gigantesco deposito alle porte di Roma sulla via Tiberina. Siamo entrati nel centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto dove domani sera 6 mila scrutatori divisi in 1500 seggi apriranno le schede che stanno arrivando da tutto il mondo: almeno da quei Paesi dove ci sono italiani regolarmente iscritti negli elenchi elettorali (quasi 4 milioni). Ed eccoli qui i sacchi con su una scritta circolare “Ministero degli Esteri-Corriere diplomatico”. Vengono scaricati dai camion che arrivano da Fiumicino scortati dalla Polizia. Vengono controllati uno ad uno da funzionari dell’ufficio circoscrizione estero della Corte d’Appello di Roma. Ammucchiati per nazione di provenienza. Ieri ne sono arrivati 500, altrettanti oggi. Sacchi di tela colore avorio, bordeaux, grigi. «Quelli più carini arrivano dalla Cina, rossi con un bel fiocco rosso», dice una signora che controlla che tutto proceda secondo le regole.
Dentro questi sacchi, arrivati da 195 sedi diplomatiche e che hanno viaggiato su 210 aerei accompagnati da funzionari della Farnesina, ci sono quelle schede che possono cambiare il corso della politica. Possono mandare Renzi in paradiso o all’inferno, scatenare i ricorsi del comitato del No se i voti piombati dall’estero dovessero essere decisivi per la vittoria del Sì. E hanno votato in tanti, tantissimi i nostri connazionali all’estero, quasi un milione e seicento mila. Il 40%: un boom di votanti che ha fatto insospettire i nemici di Renzi, ha fatto parlare di brogli e gridare allo scandalo per le lettere inviate dal premier agli italiani all’estero.
Sono tutte qui le schede del destino politico di questa legislatura e forse anche della prossima, in questo enorme magazzino, che una volta apparteneva alla Protezione civile e ora all’Inail, in mezzo alla campagna romana, accanto al campo profughi Auxilium. Qui ci sono pure gli archivi della Camera e di Palazzo Chigi. Viene usato come deposito dalla Forestale e dalla Croce rossa militare. Lunghissimi e spettrali corridoi in cui si aprono i seggi elettorali pieni di tavolini su ognuno dei quali c’è un librone dalla copertina rosa: sono gli elenchi degli elettorali europei, del Nord e Sud Africa, dell’Asia, Oceania e Australia.
Con i militari dell’esercito che pattugliano l’area e mettono i sigilli alle porte, tutto è pronto per i sei mila scrutatori che domani alle 23 cominceranno ad aprire le schede e contare i Sì. Tra occhiuti rappresentanti dei partiti e i sospetti di tanti, a cominciare da Matteo Salvini che sente aria di truffa. «È tutto nelle mani di consoli e ambasciatori alcuni dei quali hanno fatto anche comizi per il Sì. Vedo che Renzi esulta e dice che ha dall’estero il 3%, allora o ha informazioni che noi non abbiamo o qualcosa non torna». Salvini afferma che sarebbe strano se il No vincesse in Italia è il Sì all’estero. «Poi ti puoi comprare anche la Lapponia ma non te fai nulla».
È clamoroso che anche Massimo D’Alema non si fidi del voto degli italiani all’estero. Chiedere di vigilare nell’hangar di Castelnuovo di Porto perché «purtroppo sappiamo che un sistema elettorale senza garanzie fa viaggiare anche pacchetti di voti senza nomi». Alla Farnesina non ci stanno a far passare questi sospetti, soprattutto da un ex ministro degli Esteri che era in carica quando si votò nel 2006 il referendum targato Berlusconi-Bossi. Vinsero i No e D’Alema non ebbe nulla da dire sul voto degli italiani all’estero.
A Salvini hanno risposto in tanti nel governo. Tra questi il ministro della Giustizia Andrea Orlando che chiede più rispetto degli italiani che hanno contribuito a far crescere altri Paesi, non dimenticando il nostro. «L’affluenza alta all’estero è un dato positivo perché significa che ci sono tanti italiani nel mondo attenti alle vicende della nostra democrazia».
Ma anche Berlusconi, che ha introdotto il voto degli italiani all’estero, terme brogli. «Noi abbiamo una tradizione molto negativa circa le votazioni, in occasioni sono stati sottratti voti dai professionisti dei brogli della sinistra. Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita con una X e non avremo una situazione tecnologicamente avanzata i brogli sono possibili».
Brogli a parte, tutti da provare, in effetti sarebbe l’ora di essere più moderni, visto il lavoro che si sta facendo in questo Fort Knox di Castelnuovo di Porto, con tutti questi sacchi accatastati e la spesa di personale e di trasporto che comporta.
Mille sacchi di voti dall’estero
Un’affluenza su cui già si specula
Hanno votato in tantissimi i nostri connazionali all’estero, quasi un milione e seicentomila. Il 40%: un boom di votanti che ha fatto insospettire i nemici di Renzi
L’hangar dove può cambiar tutto
A Castelnuovo di Porto arrivano schede che saranno vagliate da 6 mila scrutatori in 1500 seggi
di Amedeo La Mattina
La vittoria del Si o del No si potrebbe decidere negli stanzoni anonimi, con il pavimento in linoleum e le mattonelle bianche, di questo gigantesco deposito alle porte di Roma sulla via Tiberina. Siamo entrati nel centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto dove domani sera 6 mila scrutatori divisi in 1500 seggi apriranno le schede che stanno arrivando da tutto il mondo: almeno da quei Paesi dove ci sono italiani regolarmente iscritti negli elenchi elettorali (quasi 4 milioni). Ed eccoli qui i sacchi con su una scritta circolare “Ministero degli Esteri-Corriere diplomatico”. Vengono scaricati dai camion che arrivano da Fiumicino scortati dalla Polizia. Vengono controllati uno ad uno da funzionari dell’ufficio circoscrizione estero della Corte d’Appello di Roma. Ammucchiati per nazione di provenienza. Ieri ne sono arrivati 500, altrettanti oggi. Sacchi di tela colore avorio, bordeaux, grigi. «Quelli più carini arrivano dalla Cina, rossi con un bel fiocco rosso», dice una signora che controlla che tutto proceda secondo le regole.
Dentro questi sacchi, arrivati da 195 sedi diplomatiche e che hanno viaggiato su 210 aerei accompagnati da funzionari della Farnesina, ci sono quelle schede che possono cambiare il corso della politica. Possono mandare Renzi in paradiso o all’inferno, scatenare i ricorsi del comitato del No se i voti piombati dall’estero dovessero essere decisivi per la vittoria del Sì. E hanno votato in tanti, tantissimi i nostri connazionali all’estero, quasi un milione e seicento mila. Il 40%: un boom di votanti che ha fatto insospettire i nemici di Renzi, ha fatto parlare di brogli e gridare allo scandalo per le lettere inviate dal premier agli italiani all’estero.
Sono tutte qui le schede del destino politico di questa legislatura e forse anche della prossima, in questo enorme magazzino, che una volta apparteneva alla Protezione civile e ora all’Inail, in mezzo alla campagna romana, accanto al campo profughi Auxilium. Qui ci sono pure gli archivi della Camera e di Palazzo Chigi. Viene usato come deposito dalla Forestale e dalla Croce rossa militare. Lunghissimi e spettrali corridoi in cui si aprono i seggi elettorali pieni di tavolini su ognuno dei quali c’è un librone dalla copertina rosa: sono gli elenchi degli elettorali europei, del Nord e Sud Africa, dell’Asia, Oceania e Australia.
Con i militari dell’esercito che pattugliano l’area e mettono i sigilli alle porte, tutto è pronto per i sei mila scrutatori che domani alle 23 cominceranno ad aprire le schede e contare i Sì. Tra occhiuti rappresentanti dei partiti e i sospetti di tanti, a cominciare da Matteo Salvini che sente aria di truffa. «È tutto nelle mani di consoli e ambasciatori alcuni dei quali hanno fatto anche comizi per il Sì. Vedo che Renzi esulta e dice che ha dall’estero il 3%, allora o ha informazioni che noi non abbiamo o qualcosa non torna». Salvini afferma che sarebbe strano se il No vincesse in Italia è il Sì all’estero. «Poi ti puoi comprare anche la Lapponia ma non te fai nulla».
È clamoroso che anche Massimo D’Alema non si fidi del voto degli italiani all’estero. Chiedere di vigilare nell’hangar di Castelnuovo di Porto perché «purtroppo sappiamo che un sistema elettorale senza garanzie fa viaggiare anche pacchetti di voti senza nomi». Alla Farnesina non ci stanno a far passare questi sospetti, soprattutto da un ex ministro degli Esteri che era in carica quando si votò nel 2006 il referendum targato Berlusconi-Bossi. Vinsero i No e D’Alema non ebbe nulla da dire sul voto degli italiani all’estero.
A Salvini hanno risposto in tanti nel governo. Tra questi il ministro della Giustizia Andrea Orlando che chiede più rispetto degli italiani che hanno contribuito a far crescere altri Paesi, non dimenticando il nostro. «L’affluenza alta all’estero è un dato positivo perché significa che ci sono tanti italiani nel mondo attenti alle vicende della nostra democrazia».
Ma anche Berlusconi, che ha introdotto il voto degli italiani all’estero, terme brogli. «Noi abbiamo una tradizione molto negativa circa le votazioni, in occasioni sono stati sottratti voti dai professionisti dei brogli della sinistra. Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita con una X e non avremo una situazione tecnologicamente avanzata i brogli sono possibili».
Brogli a parte, tutti da provare, in effetti sarebbe l’ora di essere più moderni, visto il lavoro che si sta facendo in questo Fort Knox di Castelnuovo di Porto, con tutti questi sacchi accatastati e la spesa di personale e di trasporto che comporta.
il manifesto 3.12.16
In chiusura di campagna referendaria, Renzi certifica che la sua arma segreta è il voto degli italiani all’estero
di Massimo Villone
In chiusura di campagna referendaria, Renzi certifica che la sua arma segreta è il voto degli italiani all’estero. Dovrebbe invece sperare che il voto dei cittadini residenti in Italia non sia capovolto da quello dei non residenti. Il motivo è sostanziale prima che formale. Non solo quel voto è stato male sollecitato dal governo, con giri pre-elettorali illecitamente sostenuti dalle ambasciate e dai consolati. E con impropri invii di lettere in un modo o nell’altro a spese del contribuente italiano (quello residente in Italia, che paga le tasse), in un contesto noto – e non da ora – per le insufficienti garanzie di legalità. Ma, ancor più, gli italiani residenti all’estero in buona parte – anche per il diritto di cittadinanza legato allo jus sanguinis – l’Italia l’hanno vista o la vedono poco o nulla. Dunque, pur avendo diritto al voto, altrettanto poco ne conoscono i bisogni, oggi. Nessuna colpa, per carità. Semplicemente, vivono altrove e là intendono rimanere. E certo nessuno ha spiegato che anche a loro le riforme renziane tolgono, e non danno.
Sarebbe grave se la Costituzione difesa dai residenti fosse rottamata dai non residenti. Questo delegittimerebbe la Costituzione, e lo stesso Renzi per avere cercato e favorito tale esito. Si conferma che il presidente del Consiglio, pur di vincere una scommessa sbagliata e di difendere il suo potere personale, è pronto a raccattare voti e sostegni ovunque. Vanno bene una maggioranza taroccata da una legge elettorale incostituzionale, i voti decisivi di Verdini & Co., l’interessato endorsement dell’economia e della finanza italiana e internazionale, l’appoggio maleodorante degli organizzatori e distributori delle fritture di pesce.
Va bene anche girare alla ricerca di consensi promettendo mance piccole e grandi, ovunque e a tutti. Davvero Renzi pensa di dare al paese stabilità e solidità attraverso una Costituzione che nasce così? È chiaro che non ha la minima idea di come l’identità e la storia di un paese si riversino nella Costituzione. Eppure, chi occupa la più alta carica di governo dovrebbe preoccuparsi di impararlo, e soprattutto capirlo.
Invece no. Proprio la mancata comprensione ci spiega una campagna fatta di menzogne, di finzioni teatrali come lo sventolio in televisione di un pezzo di carta gabellato per la scheda – inesistente – di elezione diretta dei senatori, e di spot eccessivi persino per un venditore di macchine usate. Non si vuole spiegare e convincere, ma solo vendere il prodotto avariato nascondendone le magagne: intanto vendiamolo, e poi ci facciano pure causa. Ma quanto può durare nel potere chi ha dimostrato di esercitarlo così male su un terreno delicatissimo come quello di una vasta riforma della Costituzione? Come e a chi risponderà quando i veleni che ha introdotto produrranno i loro effetti?
Il Guardian afferma che la vittoria del Sì non risolverebbe i problemi italiani. Per il Wall Street Journal l’iniziativa di Renzi potrebbe paradossalmente favorire M5S. Il New York Times definisce dubbia la tesi che il bicameralismo paritario sia causa primaria di instabilità e inefficienza istituzionale, e critica la concentrazione del potere sul governo. Renzi non può disfare his unwise push for a referendum (la sua malaccorta corsa al referendum) ma potrebbe limitare gli effetti negativi dichiarando che rimarrà in carica, qualunque sia l’esito. Questo calmerebbe i mercati e i paesi vicini.
Analisi e parole sagge su grandi giornali stranieri, mentre con pochissime eccezioni la stampa italiana è acriticamente schierata con i profeti di sventura. Ogni paese ha la stampa che merita. Per noi Renzi è solo uno che ha dimostrato di non saper governare, sbagliando per arroganza, ambizione e subalternità all’economia e alla finanza.
Ha scelto di rottamare la Costituzione piuttosto che attuarla. Ma non è alla pari lo scambio tra una Costituzione costruita sul sacrificio e sul sangue di molti, e una fondata sulle ingannevoli affabulazioni di un furbetto e del suo giglio magico. E Renzi sarà sempre quello del popolo dei voucher, mentre l’Italia dei governicchi ci aveva dato lo statuto dei lavoratori.
Rimaniamo convinti che vincerà il No, e farebbe bene ad augurarselo anche Renzi. Diversamente, la Costituzione rottamata rottamerà il rottamatore.
In chiusura di campagna referendaria, Renzi certifica che la sua arma segreta è il voto degli italiani all’estero
di Massimo Villone
In chiusura di campagna referendaria, Renzi certifica che la sua arma segreta è il voto degli italiani all’estero. Dovrebbe invece sperare che il voto dei cittadini residenti in Italia non sia capovolto da quello dei non residenti. Il motivo è sostanziale prima che formale. Non solo quel voto è stato male sollecitato dal governo, con giri pre-elettorali illecitamente sostenuti dalle ambasciate e dai consolati. E con impropri invii di lettere in un modo o nell’altro a spese del contribuente italiano (quello residente in Italia, che paga le tasse), in un contesto noto – e non da ora – per le insufficienti garanzie di legalità. Ma, ancor più, gli italiani residenti all’estero in buona parte – anche per il diritto di cittadinanza legato allo jus sanguinis – l’Italia l’hanno vista o la vedono poco o nulla. Dunque, pur avendo diritto al voto, altrettanto poco ne conoscono i bisogni, oggi. Nessuna colpa, per carità. Semplicemente, vivono altrove e là intendono rimanere. E certo nessuno ha spiegato che anche a loro le riforme renziane tolgono, e non danno.
Sarebbe grave se la Costituzione difesa dai residenti fosse rottamata dai non residenti. Questo delegittimerebbe la Costituzione, e lo stesso Renzi per avere cercato e favorito tale esito. Si conferma che il presidente del Consiglio, pur di vincere una scommessa sbagliata e di difendere il suo potere personale, è pronto a raccattare voti e sostegni ovunque. Vanno bene una maggioranza taroccata da una legge elettorale incostituzionale, i voti decisivi di Verdini & Co., l’interessato endorsement dell’economia e della finanza italiana e internazionale, l’appoggio maleodorante degli organizzatori e distributori delle fritture di pesce.
Va bene anche girare alla ricerca di consensi promettendo mance piccole e grandi, ovunque e a tutti. Davvero Renzi pensa di dare al paese stabilità e solidità attraverso una Costituzione che nasce così? È chiaro che non ha la minima idea di come l’identità e la storia di un paese si riversino nella Costituzione. Eppure, chi occupa la più alta carica di governo dovrebbe preoccuparsi di impararlo, e soprattutto capirlo.
Invece no. Proprio la mancata comprensione ci spiega una campagna fatta di menzogne, di finzioni teatrali come lo sventolio in televisione di un pezzo di carta gabellato per la scheda – inesistente – di elezione diretta dei senatori, e di spot eccessivi persino per un venditore di macchine usate. Non si vuole spiegare e convincere, ma solo vendere il prodotto avariato nascondendone le magagne: intanto vendiamolo, e poi ci facciano pure causa. Ma quanto può durare nel potere chi ha dimostrato di esercitarlo così male su un terreno delicatissimo come quello di una vasta riforma della Costituzione? Come e a chi risponderà quando i veleni che ha introdotto produrranno i loro effetti?
Il Guardian afferma che la vittoria del Sì non risolverebbe i problemi italiani. Per il Wall Street Journal l’iniziativa di Renzi potrebbe paradossalmente favorire M5S. Il New York Times definisce dubbia la tesi che il bicameralismo paritario sia causa primaria di instabilità e inefficienza istituzionale, e critica la concentrazione del potere sul governo. Renzi non può disfare his unwise push for a referendum (la sua malaccorta corsa al referendum) ma potrebbe limitare gli effetti negativi dichiarando che rimarrà in carica, qualunque sia l’esito. Questo calmerebbe i mercati e i paesi vicini.
Analisi e parole sagge su grandi giornali stranieri, mentre con pochissime eccezioni la stampa italiana è acriticamente schierata con i profeti di sventura. Ogni paese ha la stampa che merita. Per noi Renzi è solo uno che ha dimostrato di non saper governare, sbagliando per arroganza, ambizione e subalternità all’economia e alla finanza.
Ha scelto di rottamare la Costituzione piuttosto che attuarla. Ma non è alla pari lo scambio tra una Costituzione costruita sul sacrificio e sul sangue di molti, e una fondata sulle ingannevoli affabulazioni di un furbetto e del suo giglio magico. E Renzi sarà sempre quello del popolo dei voucher, mentre l’Italia dei governicchi ci aveva dato lo statuto dei lavoratori.
Rimaniamo convinti che vincerà il No, e farebbe bene ad augurarselo anche Renzi. Diversamente, la Costituzione rottamata rottamerà il rottamatore.
il manifesto 3.12.16
Qualcuno era comunista sulla Carta
Perché gran parte del ceto politico e intellettuale di provenienza comunista è schierata con il Sì?
di Michele Prospero
Perché gran parte del ceto politico e intellettuale di provenienza comunista è schierata con il Sì? Cedimenti, calcoli, opportunismi ci sono anche stavolta. Ma, a riverire il capo di turno con giravolte sensazionali, spingono anche ragioni di cultura politica. A franare, in appoggio alla manipolazione governativa della costituzione, è soprattutto quello che, con un qualche schematismo, si può definire il centro destra del vecchio Pci. La componente di centro sinistra, ad esclusione di Bassolino e Turco, è invece mobilitata attivamente per il no: da D’Alema a Bersani e Folena, da Tortorella a Reichlin e Salvi.
Che proprio dalle propaggini di un partito che aveva fatto del vincolo costituzionale un tratto di identità provenga oggi un pericoloso tentativo di destabilizzazione dell’ordinamento repubblicano è certo sorprendente. E però una caduta della normatività della costituzione, come bene comune, si ebbe già con la segreteria di Veltroni. Nel 2001 si consumò il primo grave strappo alla regola per cui le riforme costituzionali trascendono la volontà del solo governo del momento.
A questo tabù, che postulava l’impossibilità di mettere mano alla Carta senza un largo consenso, si attenne lo stesso D’Alema. Quando il patto della bicamerale saltò, egli si guardò dal proseguire a colpi di maggioranza. Minando le necessarie consuetudini dialogiche, per introdurre il nuovo titolo quinto della costituzione con una manciata di voti, i Ds hanno introdotto un precedente scivoloso.
Con la sua venerazione dei falsi miti della democrazia immediata, con l’ubriacatura per il fragile miraggio del sindaco d’Italia, Veltroni ha proseguito il lavoro di destrutturazione della cultura istituzionale avviato da un Occhetto nuovista e invaghito delle leggende maggioritarie di Segni.
Accantonati gli schemi tradizionali di stampo parlamentare, i Ds hanno attinto dalle elaborazioni dell’area giuridico-politologica della Fuci (da Barbera e dagli ideologi del bipolarismo immaginario, suoi seguaci). La resistenza di rigorosi giuristi del mondo cattolico, come Elia e Onida, ha per un certo tempo ostacolato la penetrazione nell’Ulivo delle suggestioni per il premierato assoluto.
Per aggirare lo scoglio, Veltroni ha però disegnato lo statuto del Pd sul modello dell’investitura di un capo che opera nel vuoto di canali di mediazione, destinati a spegnersi dopo la chiusura dei gazebo che hanno riconosciuto il volto del leader. La coincidenza delle cariche di segretario e premier ha demolito l’impianto della democrazia parlamentare con irrazionalità, forzature, fughe.
La riforma di Renzi è per questo il compimento di una devastante cultura istituzionale maturata nell’ambiente della Fuci e recuperata come ideologia del Pd. Due sono gli assiomi. Il primo è una caricaturale nozione di bipolarismo come miracolo politico (elezione diretta del governo al calar della sera). Il secondo rinvia a una donchisciottesca lotta al consociativismo (rifiuto di ogni ruolo dell’aula dopo lo scrutinio) come male assoluto. Le ambigue categorie istituzionali della Fuci (Ceccanti, Vassallo, Guzzetta) hanno trovato sbocco nel combinato disposto tra Italicum e riforme del bicameralismo.
Il presidente Napolitano, diversamente dall’amletico Macaluso di oggi e dal resto della sua area molto vicina alle posizioni di Barbera, non ha condiviso questo impianto culturale. Il sostegno a Renzi nasce non già dalle sirene del direttismo ma dalla preoccupazione di proteggere la sua interpretazione creativa del ruolo presidenziale nel periodo cruciale che va dalla caduta di Berlusconi (regia della soluzione tecnica) alla sterilizzazione (con un incarico fantasma) della velleità di Bersani di procedere verso un governo di svolta.
Quello che accomuna le tante personalità delle aree di centro-destra del vecchio Pci è una perdita secca di cultura della costituzione. L’avallo miope a una riforma decisa da una minoranza del 25 per cento, che tramuta un parlamento a debole legittimazione in assemblea costituente che ritocca 47 articoli, segna infatti la sostanziale de-costituzionalizzazione della repubblica.
La rinuncia a fare della Carta un bene condiviso, legittima qualsiasi forzatura decisa da chi sta al potere. C’è da sperare che l’elettorato di sinistra, con il No alla follia di un dispotismo di minoranza in tempi di crisi della democrazia, continui a scaldare la connessione sentimentale con la Carta siglata da Terracini.
Qualcuno era comunista sulla Carta
Perché gran parte del ceto politico e intellettuale di provenienza comunista è schierata con il Sì?
di Michele Prospero
Perché gran parte del ceto politico e intellettuale di provenienza comunista è schierata con il Sì? Cedimenti, calcoli, opportunismi ci sono anche stavolta. Ma, a riverire il capo di turno con giravolte sensazionali, spingono anche ragioni di cultura politica. A franare, in appoggio alla manipolazione governativa della costituzione, è soprattutto quello che, con un qualche schematismo, si può definire il centro destra del vecchio Pci. La componente di centro sinistra, ad esclusione di Bassolino e Turco, è invece mobilitata attivamente per il no: da D’Alema a Bersani e Folena, da Tortorella a Reichlin e Salvi.
Che proprio dalle propaggini di un partito che aveva fatto del vincolo costituzionale un tratto di identità provenga oggi un pericoloso tentativo di destabilizzazione dell’ordinamento repubblicano è certo sorprendente. E però una caduta della normatività della costituzione, come bene comune, si ebbe già con la segreteria di Veltroni. Nel 2001 si consumò il primo grave strappo alla regola per cui le riforme costituzionali trascendono la volontà del solo governo del momento.
A questo tabù, che postulava l’impossibilità di mettere mano alla Carta senza un largo consenso, si attenne lo stesso D’Alema. Quando il patto della bicamerale saltò, egli si guardò dal proseguire a colpi di maggioranza. Minando le necessarie consuetudini dialogiche, per introdurre il nuovo titolo quinto della costituzione con una manciata di voti, i Ds hanno introdotto un precedente scivoloso.
Con la sua venerazione dei falsi miti della democrazia immediata, con l’ubriacatura per il fragile miraggio del sindaco d’Italia, Veltroni ha proseguito il lavoro di destrutturazione della cultura istituzionale avviato da un Occhetto nuovista e invaghito delle leggende maggioritarie di Segni.
Accantonati gli schemi tradizionali di stampo parlamentare, i Ds hanno attinto dalle elaborazioni dell’area giuridico-politologica della Fuci (da Barbera e dagli ideologi del bipolarismo immaginario, suoi seguaci). La resistenza di rigorosi giuristi del mondo cattolico, come Elia e Onida, ha per un certo tempo ostacolato la penetrazione nell’Ulivo delle suggestioni per il premierato assoluto.
Per aggirare lo scoglio, Veltroni ha però disegnato lo statuto del Pd sul modello dell’investitura di un capo che opera nel vuoto di canali di mediazione, destinati a spegnersi dopo la chiusura dei gazebo che hanno riconosciuto il volto del leader. La coincidenza delle cariche di segretario e premier ha demolito l’impianto della democrazia parlamentare con irrazionalità, forzature, fughe.
La riforma di Renzi è per questo il compimento di una devastante cultura istituzionale maturata nell’ambiente della Fuci e recuperata come ideologia del Pd. Due sono gli assiomi. Il primo è una caricaturale nozione di bipolarismo come miracolo politico (elezione diretta del governo al calar della sera). Il secondo rinvia a una donchisciottesca lotta al consociativismo (rifiuto di ogni ruolo dell’aula dopo lo scrutinio) come male assoluto. Le ambigue categorie istituzionali della Fuci (Ceccanti, Vassallo, Guzzetta) hanno trovato sbocco nel combinato disposto tra Italicum e riforme del bicameralismo.
Il presidente Napolitano, diversamente dall’amletico Macaluso di oggi e dal resto della sua area molto vicina alle posizioni di Barbera, non ha condiviso questo impianto culturale. Il sostegno a Renzi nasce non già dalle sirene del direttismo ma dalla preoccupazione di proteggere la sua interpretazione creativa del ruolo presidenziale nel periodo cruciale che va dalla caduta di Berlusconi (regia della soluzione tecnica) alla sterilizzazione (con un incarico fantasma) della velleità di Bersani di procedere verso un governo di svolta.
Quello che accomuna le tante personalità delle aree di centro-destra del vecchio Pci è una perdita secca di cultura della costituzione. L’avallo miope a una riforma decisa da una minoranza del 25 per cento, che tramuta un parlamento a debole legittimazione in assemblea costituente che ritocca 47 articoli, segna infatti la sostanziale de-costituzionalizzazione della repubblica.
La rinuncia a fare della Carta un bene condiviso, legittima qualsiasi forzatura decisa da chi sta al potere. C’è da sperare che l’elettorato di sinistra, con il No alla follia di un dispotismo di minoranza in tempi di crisi della democrazia, continui a scaldare la connessione sentimentale con la Carta siglata da Terracini.
La Stampa 3.12.16
A Firenze l’affondo finale: “La rimonta è a un passo”
“Spero di vincere al novantesimo”
Il premier conclude la lunga cavalcata elettorale e per la prima volta evoca il possibile successo: ªSono gasatissimoº
di Fabio Martini
Quando Matteo Renzi, alle dieci della sera, sale sul palco e inizia l’ennesimo discorso di questa lunghissima campagna elettorale, davanti a sé trova una piazza della Signoria piena e stavolta è piena per davvero, c’è più gente della sera che precedette di 48 ore il grande risultato delle Europee 2014. Il premier, prima di sciorinare il suo consueto repertorio, fatto di «bellezza», «amore», «lo facciamo per i nostri figli», scandisce la parola finora tabù: rimonta. Urla: «Sono gasatissimo, perché questa spettacolare rimonta è ad un passo!».
L’adrenalina a mille, Matteo Renzi ci crede, non può non crederci dopo la più poderosa e personalizzata campagna elettorale mai condotta da un presidente del Consiglio. A 24 ore dal voto la parola-tabù (che infatti Renzi non aveva pronunciato mai), è rimonta: una rimonta che sembra ad un passo dall’essere compiuta e che ha bisogno di una spinta in più, perché evidentemente i sondaggi che Renzi ha in mano gli indicano ancora una distanza da colmare. E infatti il capo del governo fa capire che proprio quello è il punto: «Spero di vincere, è stata una bella partita e speriamo di vincerla al novantesimo…», aveva detto di buona mattina a Rtl.
Come dire, con un gol all’ultimo minuto, visto che per tutta la partita la sua squadra è stata “sotto”, ha dovuto rimontare. E infatti, nelle innumerevoli performances televisive e in comizio, insiste: «Si gioca tutto nelle prossime 48 ore, quindi andate a lavorare, a convincere. Non c’è mai stato un così alto numero di indecisi, il risultato del referendum è totalmente aperto, si gioca sul filo dei voti».
E per completare la rincorsa, anche nelle ultime 24 ore di campagna elettorale, Renzi ha battuto sullo stesso tasto: instillare paura ed incertezza per il dopo-voto. E allora eccolo squadernare il concetto: «Se vince il No non faccio scenari apocalittici o catastrofici, si apre un salto in una fase non chiara anche se chiaramente del tutto rispettabile dal punto di vista costituzionale».
Eccola l’espressione ansiogena: la fase non chiara. Renzi sa che, pigiando questo pedale, incontra due paure: quella dell’opinione pubblica moderata di centro-destra, che per timore potrebbe essere spinta a spostarsi sul Sì, così abbandonando il No consigliato da un Berlusconi di nuovo in palla. Ma Renzi sa pure di poter intercettare anche il timore di un elettorato di sinistra, popolare e “ordinato”, ex-Pci, che teme un domani incerto e detesta con tutte le forze Beppe Grillo. Ecco, perché interloquendo sui social network con un sostenitore del No, scandisce un’altra frase ansiogena: «La voglia di darmi una legnata è così grande da segare il ramo su cui lei sta seduto?».
Ecco perché i messaggi sul dopo sono rassicuranti, alludono ad una guida forte del Paese, la sua: «Se vince il Sì si va avanti tutti insieme: si cambia la politica europea e per fare questo ci vuole un governo forte e non un governo tecnico».
E quanto ai Cinque Stelle e a Grillo preferisce punzecchiarli, il loro elettorato è quasi irrecuperabile: «Hanno un atteggiamento che sta sorprendendo i siti stranieri, questo strano giro di link, di link falsi, di bufale...». E in mattinata parlando al Politeama di Palermo aveva detto: «Qui quelli del M5s sono affezionati alle cose false non solo alle firme...».
I sospetti sul voto all’estero? «Parliamo di cose concrete, siamo seri. Le polemiche stanno a zero i cittadini votano, siamo in democrazia», «mi spiace molto, è un film che ogni volta si ripropone, il voto all’estero è stato proposto dall’allora ministro del centrodestra Tremaglia e votato a sinistra. Non capisco perché dire che lì si fanno i brogli, perché alimentare tensioni e polemiche». Certo, ogni tanto gli sfugge qualche battuta un po’ sopra le righe: «Tutti mi chiedono “che succede se vince il no?”. Io ho in mente cosa succede se vince il Si: l’Italia diventa leader in Europa!». In piazza della Signoria la (tanta) gente che c’è, applaude, ride alla battute di un Renzi gigione e scatenato, che urla, si compiace. Cita anche Lorenzo il Magnifico: «Voi direte, noi faremo».
Molti tra i fiorentini accorsi in piazza, sventolano una bandierina tricolore. Tutti applaudono di continuo Renzi, ma sia nell’accoglienza al leader, che nel commiato finale non c’è ancora il pathos della vittoria. I battimani sono frenetici e brevi. In attesa di capire come finirà.
A Firenze l’affondo finale: “La rimonta è a un passo”
“Spero di vincere al novantesimo”
Il premier conclude la lunga cavalcata elettorale e per la prima volta evoca il possibile successo: ªSono gasatissimoº
di Fabio Martini
Quando Matteo Renzi, alle dieci della sera, sale sul palco e inizia l’ennesimo discorso di questa lunghissima campagna elettorale, davanti a sé trova una piazza della Signoria piena e stavolta è piena per davvero, c’è più gente della sera che precedette di 48 ore il grande risultato delle Europee 2014. Il premier, prima di sciorinare il suo consueto repertorio, fatto di «bellezza», «amore», «lo facciamo per i nostri figli», scandisce la parola finora tabù: rimonta. Urla: «Sono gasatissimo, perché questa spettacolare rimonta è ad un passo!».
L’adrenalina a mille, Matteo Renzi ci crede, non può non crederci dopo la più poderosa e personalizzata campagna elettorale mai condotta da un presidente del Consiglio. A 24 ore dal voto la parola-tabù (che infatti Renzi non aveva pronunciato mai), è rimonta: una rimonta che sembra ad un passo dall’essere compiuta e che ha bisogno di una spinta in più, perché evidentemente i sondaggi che Renzi ha in mano gli indicano ancora una distanza da colmare. E infatti il capo del governo fa capire che proprio quello è il punto: «Spero di vincere, è stata una bella partita e speriamo di vincerla al novantesimo…», aveva detto di buona mattina a Rtl.
Come dire, con un gol all’ultimo minuto, visto che per tutta la partita la sua squadra è stata “sotto”, ha dovuto rimontare. E infatti, nelle innumerevoli performances televisive e in comizio, insiste: «Si gioca tutto nelle prossime 48 ore, quindi andate a lavorare, a convincere. Non c’è mai stato un così alto numero di indecisi, il risultato del referendum è totalmente aperto, si gioca sul filo dei voti».
E per completare la rincorsa, anche nelle ultime 24 ore di campagna elettorale, Renzi ha battuto sullo stesso tasto: instillare paura ed incertezza per il dopo-voto. E allora eccolo squadernare il concetto: «Se vince il No non faccio scenari apocalittici o catastrofici, si apre un salto in una fase non chiara anche se chiaramente del tutto rispettabile dal punto di vista costituzionale».
Eccola l’espressione ansiogena: la fase non chiara. Renzi sa che, pigiando questo pedale, incontra due paure: quella dell’opinione pubblica moderata di centro-destra, che per timore potrebbe essere spinta a spostarsi sul Sì, così abbandonando il No consigliato da un Berlusconi di nuovo in palla. Ma Renzi sa pure di poter intercettare anche il timore di un elettorato di sinistra, popolare e “ordinato”, ex-Pci, che teme un domani incerto e detesta con tutte le forze Beppe Grillo. Ecco, perché interloquendo sui social network con un sostenitore del No, scandisce un’altra frase ansiogena: «La voglia di darmi una legnata è così grande da segare il ramo su cui lei sta seduto?».
Ecco perché i messaggi sul dopo sono rassicuranti, alludono ad una guida forte del Paese, la sua: «Se vince il Sì si va avanti tutti insieme: si cambia la politica europea e per fare questo ci vuole un governo forte e non un governo tecnico».
E quanto ai Cinque Stelle e a Grillo preferisce punzecchiarli, il loro elettorato è quasi irrecuperabile: «Hanno un atteggiamento che sta sorprendendo i siti stranieri, questo strano giro di link, di link falsi, di bufale...». E in mattinata parlando al Politeama di Palermo aveva detto: «Qui quelli del M5s sono affezionati alle cose false non solo alle firme...».
I sospetti sul voto all’estero? «Parliamo di cose concrete, siamo seri. Le polemiche stanno a zero i cittadini votano, siamo in democrazia», «mi spiace molto, è un film che ogni volta si ripropone, il voto all’estero è stato proposto dall’allora ministro del centrodestra Tremaglia e votato a sinistra. Non capisco perché dire che lì si fanno i brogli, perché alimentare tensioni e polemiche». Certo, ogni tanto gli sfugge qualche battuta un po’ sopra le righe: «Tutti mi chiedono “che succede se vince il no?”. Io ho in mente cosa succede se vince il Si: l’Italia diventa leader in Europa!». In piazza della Signoria la (tanta) gente che c’è, applaude, ride alla battute di un Renzi gigione e scatenato, che urla, si compiace. Cita anche Lorenzo il Magnifico: «Voi direte, noi faremo».
Molti tra i fiorentini accorsi in piazza, sventolano una bandierina tricolore. Tutti applaudono di continuo Renzi, ma sia nell’accoglienza al leader, che nel commiato finale non c’è ancora il pathos della vittoria. I battimani sono frenetici e brevi. In attesa di capire come finirà.
Corriere 3.12.16
Renzi: «Tanto centrodestra sta con noi»
Il premier: «Con loro cambieremo il Paese»
di Maria Teresa Meli
ROMA È l’ultimo, estenuante, giorno di campagna elettorale. Matteo Renzi non si concede un attimo di riposo: «È una sfida difficilissima, ma apertissima. La giochiamo sul filo dei voti e possiamo vincere. Sì, può darsi che perdano anche questa. Possiamo portare a casa questa spettacolare rimonta». Anche perché, sottolinea il premier, «c’è pure tanta parte del centrodestra che sta con noi e noi questo Paese lo cambieremo insieme». Così, con il successo del Sì, l’Italia «sarà leader in Europa».
Già, perché Renzi punta alla vittoria, conquistando «quegli indecisi che sono determinanti». Del resto sa che da quando è sceso in campo il trend si è invertito. E sta attento a coagulare il maggior numero di consensi possibili. Tant’è vero che si affretta a smentire che con il successo del Sì andrà alle elezioni anticipate, come sostengono quelli del No: «Fantapolitica che non prendo nemmeno in considerazione», taglia corto. Dunque, un venerdì frenetico, quello di Renzi: la diretta Facebook «Matteo risponde», poi i discorsi a Palermo e a Reggio Calabria, le radio, le tv e infine la «sua» Firenze. Lì dove, quel «due dicembre che mi è rimasto nel cuore», accettò la sconfitta alle primarie contro Pier Luigi Bersani e prese «l’impegno di ripartire», conquistando sia il partito che il governo. Quasi a lasciar intendere che anche in caso di vittoria dei No, lui non mollerà la presa e continuerà a essere protagonista della scena politica: «Sono il segretario del partito di maggioranza».
Insomma, non si potranno dare le carte senza Renzi. Certo, se dovesse vincere il No il premier non rimarrebbe a Palazzo Chigi «a coprire gli inciuci», perché, come spiega ai collaboratori, «solo chi non mi conosce non capisce che farò Renzi sino all’ultimo giorno e non resterò a galleggiare, non fa per me». Ma pubblicamente la parola dimissioni il presidente del Consiglio non la pronuncia più. Fa capire quali saranno le sue mosse, se dovesse perdere questa battaglia, però quel termine non lo dice. Spiega che ci saranno «ripercussioni». A Palermo osa di più: «Posso lasciare lunedì mattina», osserva, ma vedendo le reazioni della platea che grida No, aggiunge ironico: «Era un modo di dire, un finale poetico».
Lo storytelling renziano in questa fase non prevede la parola sconfitta, di cui le dimissioni sarebbero la logica conseguenza. È piuttosto sul fatto che solo lui e la sua riforma sono «garanzia di stabilità», che il premier insiste per convincere gli indecisi, che «sono ancora tantissimi» e vincere così anche questa difficile battaglia. Hanno perciò destato sorpresa, ieri, i lanci delle agenzie che riportavano una frase pronunciata da Graziano Delrio in televisione: «Se vince il No credo che Renzi si dimetta, non è una minaccia è una questione di coerenza». Un’affermazione che ha stupito anche molti dirigenti del Pd. Non è quella la linea che si sono dati i renziani. Quindi è escluso he l’abbia concordata con il presidente del Consiglio. Ma qualche tempo dopo le stesse agenzie hanno rettificato: il ministro delle Infrastrutture ha detto soltanto che Renzi andrà «da Mattarella a consegnare la propria disponibilità».
Una frase sicuramente ben più soft. Però l’attenzione e le reazioni che hanno suscitato quei primi lanci di agenzia la dicono lunga sulla tensione di quest’ultima giornata. Il presidente del Consiglio ha invitato tutti i suoi a non inasprire troppo i toni, a «unire e non a dividere», a sottolineare che «comunque vada ha vinto la democrazia». Però il premier sa che la sfida è ad alto rischio: «Se perdiamo tornano gli altri, perché non è che, per esempio, sul Titolo V della riforma stiamo cambiando quello che ha fatto De Gasperi. Cambiamo quello che ha fatto D’Alema». E se fosse per lui, spiega Renzi, farebbe una legge anche per limitare a due i mandati da premier.
Renzi è conscio anche dei rischi ai quali può andare personalmente incontro: «Ci stiamo giocando l’osso del collo, sappiamo bene che la casta più schifosa è contro di noi», dice ai collaboratori. Poi pubblicamente aggiunge: «Se avessi voluto pensare a me avrei evitato questa terribile prova del referendum, ma chi me lo faceva fare?». Invece il premier è in ballo, «perché non sono attaccato alla poltrona come altri», spiegava in un comizio, «e sono stato chiamato da Napolitano per fare le riforme». E ieri notte la giornata di Renzi non era ancora finita: arrivavano gli ultimi, importanti, sondaggi.
Renzi: «Tanto centrodestra sta con noi»
Il premier: «Con loro cambieremo il Paese»
di Maria Teresa Meli
ROMA È l’ultimo, estenuante, giorno di campagna elettorale. Matteo Renzi non si concede un attimo di riposo: «È una sfida difficilissima, ma apertissima. La giochiamo sul filo dei voti e possiamo vincere. Sì, può darsi che perdano anche questa. Possiamo portare a casa questa spettacolare rimonta». Anche perché, sottolinea il premier, «c’è pure tanta parte del centrodestra che sta con noi e noi questo Paese lo cambieremo insieme». Così, con il successo del Sì, l’Italia «sarà leader in Europa».
Già, perché Renzi punta alla vittoria, conquistando «quegli indecisi che sono determinanti». Del resto sa che da quando è sceso in campo il trend si è invertito. E sta attento a coagulare il maggior numero di consensi possibili. Tant’è vero che si affretta a smentire che con il successo del Sì andrà alle elezioni anticipate, come sostengono quelli del No: «Fantapolitica che non prendo nemmeno in considerazione», taglia corto. Dunque, un venerdì frenetico, quello di Renzi: la diretta Facebook «Matteo risponde», poi i discorsi a Palermo e a Reggio Calabria, le radio, le tv e infine la «sua» Firenze. Lì dove, quel «due dicembre che mi è rimasto nel cuore», accettò la sconfitta alle primarie contro Pier Luigi Bersani e prese «l’impegno di ripartire», conquistando sia il partito che il governo. Quasi a lasciar intendere che anche in caso di vittoria dei No, lui non mollerà la presa e continuerà a essere protagonista della scena politica: «Sono il segretario del partito di maggioranza».
Insomma, non si potranno dare le carte senza Renzi. Certo, se dovesse vincere il No il premier non rimarrebbe a Palazzo Chigi «a coprire gli inciuci», perché, come spiega ai collaboratori, «solo chi non mi conosce non capisce che farò Renzi sino all’ultimo giorno e non resterò a galleggiare, non fa per me». Ma pubblicamente la parola dimissioni il presidente del Consiglio non la pronuncia più. Fa capire quali saranno le sue mosse, se dovesse perdere questa battaglia, però quel termine non lo dice. Spiega che ci saranno «ripercussioni». A Palermo osa di più: «Posso lasciare lunedì mattina», osserva, ma vedendo le reazioni della platea che grida No, aggiunge ironico: «Era un modo di dire, un finale poetico».
Lo storytelling renziano in questa fase non prevede la parola sconfitta, di cui le dimissioni sarebbero la logica conseguenza. È piuttosto sul fatto che solo lui e la sua riforma sono «garanzia di stabilità», che il premier insiste per convincere gli indecisi, che «sono ancora tantissimi» e vincere così anche questa difficile battaglia. Hanno perciò destato sorpresa, ieri, i lanci delle agenzie che riportavano una frase pronunciata da Graziano Delrio in televisione: «Se vince il No credo che Renzi si dimetta, non è una minaccia è una questione di coerenza». Un’affermazione che ha stupito anche molti dirigenti del Pd. Non è quella la linea che si sono dati i renziani. Quindi è escluso he l’abbia concordata con il presidente del Consiglio. Ma qualche tempo dopo le stesse agenzie hanno rettificato: il ministro delle Infrastrutture ha detto soltanto che Renzi andrà «da Mattarella a consegnare la propria disponibilità».
Una frase sicuramente ben più soft. Però l’attenzione e le reazioni che hanno suscitato quei primi lanci di agenzia la dicono lunga sulla tensione di quest’ultima giornata. Il presidente del Consiglio ha invitato tutti i suoi a non inasprire troppo i toni, a «unire e non a dividere», a sottolineare che «comunque vada ha vinto la democrazia». Però il premier sa che la sfida è ad alto rischio: «Se perdiamo tornano gli altri, perché non è che, per esempio, sul Titolo V della riforma stiamo cambiando quello che ha fatto De Gasperi. Cambiamo quello che ha fatto D’Alema». E se fosse per lui, spiega Renzi, farebbe una legge anche per limitare a due i mandati da premier.
Renzi è conscio anche dei rischi ai quali può andare personalmente incontro: «Ci stiamo giocando l’osso del collo, sappiamo bene che la casta più schifosa è contro di noi», dice ai collaboratori. Poi pubblicamente aggiunge: «Se avessi voluto pensare a me avrei evitato questa terribile prova del referendum, ma chi me lo faceva fare?». Invece il premier è in ballo, «perché non sono attaccato alla poltrona come altri», spiegava in un comizio, «e sono stato chiamato da Napolitano per fare le riforme». E ieri notte la giornata di Renzi non era ancora finita: arrivavano gli ultimi, importanti, sondaggi.
venerdì 2 dicembre 2016
il manifesto 2.12.16
Italo Sbrogiò, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera
Addii. Il 27 novembre se n’è andato uno dei protagonisti che lavorò alla costruzione del Sessantotto. Diresse le lotte degli operai del Petrolchimico, tra gli anni Sessanta e Settanta
di Toni Negri
Il 27 novembre, la sera, Italo Sbrogiò se n’è andato. La malattia contro la quale da alcuni anni lottava, ha avuto il sopravvento. Un mese fa era tuttavia riuscito a presentare la sua autobiografia: La fiaba di una città industriale. 1953/1993. Quarant’anni di lotte (Casa Editrice el squero). Si era sentito vicino alla fine e aveva avuto il timore di non arrivare a tempo a farlo. Così se n’è andato uno dei migliori fra i molti compagni che hanno costruito il lungo Sessantotto italiano.
ERA NATO nel maggio del 1934, aveva cominciato a lavorare come metalmeccanico a 16 anni e dal 1952 era operaio nel Petrolchimico di Porto Marghera. Pensionato nel 1989, ha continuato ad occuparsi del «controllo di qualità» come consulente per la stessa impresa. Comunista, dal 1960 fu uno dei primi ad entrare nella Commissione Interna della fabbrica come rappresentante della CGIL, nel 1962 fu eletto nel Comitato Federale e nel 1964 fu consigliere comunale di Venezia. Si dimise dal partito e fu espulso dal sindacato alla fine dei ’60.
Italo, dal 1963, diresse le lotte degli operai del Petrolchimico ed in particolare quel ciclo di «lotte strepitose» che a Porto Marghera si svolsero dal ’67 all’agosto del ’70 – lotte nelle quali ebbero una funzione preminente i compagni di Potere Operaio dentro e fuori le fabbriche di Porto Marghera.
Furono le prime lotte, quelle del Petrolchimico di Porto Marghera, nelle quali la parità salariale fra operai ed impiegati, cioè fra tutti i lavoratori in fabbrica, e poi il rifiuto della contrattazione sindacale della nocività, divennero obiettivi primari della lotta di classe in fabbrica. Sono le rivendicazioni che insorsero alla Pirelli, all’Alfa Romeo e infine, nell’«autunno caldo» della Fiat, configurando l’aspetto comunista di un enorme movimento di trasformazione politica. Italo era cosciente di tutto ciò. Rideva quando qualcuno lo contestava dicendogli che erano rivendicazioni economiche e non politiche. Gli spiegava pazientemente che la diseguaglianza non era un insulto alla morale ma il modo di organizzare lo sfruttamento. E se il «maoista» non voleva comprenderlo, gli accarezzava la zucca con un scappellotto.
Italo Sbrogiò fu, con altri eccezionali compagni, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera che, pur legato a Potere Operaio, fu sempre un’istituzione operaia indipendente.
Il comitato fu il luogo nel quale le avanguardie operaie si collegarono con studenti ed intellettuali esterni alla fabbrica per condurre analisi ed intervento nelle lotte di fabbrica e sociali, proponendo la costruzione di una forza che si proponesse il problema del potere politico nella società industriale. Italo fu per gli operai un compagno e un capo, per gli studenti e gli intellettuali un maestro e un esempio di militanza. A tutti noi insegnò a leggere Il Capitale come un testo che aveva direttamente a che fare con la lotta di fabbrica e ci apprese la lotta di classe come praxis: guerra da condurre ogni giorno e in ogni situazione, presa di coscienza da approfondire in ogni momento, lotta da estendere in maniera continua ovunque si presentasse il comando del capitale e del suo Stato, costruzione di istituzioni di potere.
Dopo i ’60, gli anni ’70 furono per Italo anni di consolidamento del modello organizzativo costruito nel triennio rosso ’68-’70. Il comitato, «l’assemblea autonoma» vissero un periodo di solido impianto in fabbrica e di estensione sociale della loro influenza nelle scuole e nella società. Quando nel 1979, la repressione si abbatté furiosamente contro i compagni dell’Assemblea – e molti furono incarcerati – Italo mantenne vivo il discorso autonomo, da tutti rispettato in fabbrica e fuori. Non fu facile avere fratelli messi in galera dagli ex-compagni picisti. Eppure oggi Italo c’è ancora, fra noi, nel nostro ricordo, nella nostra ammirazione – e degli altri anche la cenere è volata via.
POICHÉ ERA UN COMUNISTA Italo voleva la liberazione dal lavoro. E come molti dei suoi compagni non doveva far molti sforzi per sapere che cosa fosse.
Talvolta attendevamo l’uscita del turno di notte sullo spiazzo del Petrolchimico, alle 22:00, e si andava in una di quelle famose osterie dell’hinterland veneziano a far bisboccia – e non potete immaginare quanta! La gioia di vivere era quella di chi si era liberato dalla veneta condizione contadina e di chi voleva distruggere la puzza di cloruro e la miseria proletaria della fabbrica. Abbasso il latte che il padrone ti dava per disinfettarti. Evviva la grande mangiata di pesce e il buon vino nostrano che toglie ogni tristezza. L’eccedenza nell’amicizia e nell’allegria sono una dote che Italo e i suoi compagni lasciano a chi vuole costruire un mondo nuovo.
Com’è difficile scrivere per un fratello che se n’è andato. I sentimenti ti soffocano. L’ammirazione ti toglie la parola. Come si fa a dire per un giornale – quando ti leggono persone che non hanno mai incontrato Italo – come si possono esprimere quell’amore fraterno, quelle passioni comuni, quell’esercizio di intelligenza di cui Italo fu, con bonomia e rigore, maestro? L’ultima volta che vidi Italo, ero – qualche anno fa – in ospedale con una brutta polmonite. Venne a trovarmi con una mascherina sul volto, nel reparto «infettivi» nel quale stavo. Ci facemmo subito un gran risata sulle cautele che gli erano imposte dopo decenni di veleni respirati a Porto Marghera.
E LUI MI RACCONTÒ a che livello di infamia era ormai giunto il comando del padrone nella liquidazione di quel che restava nella fabbrica… E lamentava l’infezione della terra di Porto Marghera, in profondità, fino a 100 metri di zolle non più fertili. Il padrone non rovina solo la vita dei lavoratori ma anche la terra e il cielo. Ecco una cosa che non bisogna mai dimenticare, mi dicevo ascoltando Italo: il capitale si chiama sempre padrone ed è il minimo, odiarlo.
Mi scrive un amico molto più giovane emozionato per la morte di Fidel. Ma aggiunge: ho letto di Italo Sbrogiò. L’ho conosciuto sui vostri libri, da vicino, dunque. Ci salutano due comandanti in poche ore.
Il testo è stato pubblicato anche sul sito euronomade.info
Italo Sbrogiò, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera
Addii. Il 27 novembre se n’è andato uno dei protagonisti che lavorò alla costruzione del Sessantotto. Diresse le lotte degli operai del Petrolchimico, tra gli anni Sessanta e Settanta
di Toni Negri
Il 27 novembre, la sera, Italo Sbrogiò se n’è andato. La malattia contro la quale da alcuni anni lottava, ha avuto il sopravvento. Un mese fa era tuttavia riuscito a presentare la sua autobiografia: La fiaba di una città industriale. 1953/1993. Quarant’anni di lotte (Casa Editrice el squero). Si era sentito vicino alla fine e aveva avuto il timore di non arrivare a tempo a farlo. Così se n’è andato uno dei migliori fra i molti compagni che hanno costruito il lungo Sessantotto italiano.
ERA NATO nel maggio del 1934, aveva cominciato a lavorare come metalmeccanico a 16 anni e dal 1952 era operaio nel Petrolchimico di Porto Marghera. Pensionato nel 1989, ha continuato ad occuparsi del «controllo di qualità» come consulente per la stessa impresa. Comunista, dal 1960 fu uno dei primi ad entrare nella Commissione Interna della fabbrica come rappresentante della CGIL, nel 1962 fu eletto nel Comitato Federale e nel 1964 fu consigliere comunale di Venezia. Si dimise dal partito e fu espulso dal sindacato alla fine dei ’60.
Italo, dal 1963, diresse le lotte degli operai del Petrolchimico ed in particolare quel ciclo di «lotte strepitose» che a Porto Marghera si svolsero dal ’67 all’agosto del ’70 – lotte nelle quali ebbero una funzione preminente i compagni di Potere Operaio dentro e fuori le fabbriche di Porto Marghera.
Furono le prime lotte, quelle del Petrolchimico di Porto Marghera, nelle quali la parità salariale fra operai ed impiegati, cioè fra tutti i lavoratori in fabbrica, e poi il rifiuto della contrattazione sindacale della nocività, divennero obiettivi primari della lotta di classe in fabbrica. Sono le rivendicazioni che insorsero alla Pirelli, all’Alfa Romeo e infine, nell’«autunno caldo» della Fiat, configurando l’aspetto comunista di un enorme movimento di trasformazione politica. Italo era cosciente di tutto ciò. Rideva quando qualcuno lo contestava dicendogli che erano rivendicazioni economiche e non politiche. Gli spiegava pazientemente che la diseguaglianza non era un insulto alla morale ma il modo di organizzare lo sfruttamento. E se il «maoista» non voleva comprenderlo, gli accarezzava la zucca con un scappellotto.
Italo Sbrogiò fu, con altri eccezionali compagni, l’anima del «comitato autonomo» di Porto Marghera che, pur legato a Potere Operaio, fu sempre un’istituzione operaia indipendente.
Il comitato fu il luogo nel quale le avanguardie operaie si collegarono con studenti ed intellettuali esterni alla fabbrica per condurre analisi ed intervento nelle lotte di fabbrica e sociali, proponendo la costruzione di una forza che si proponesse il problema del potere politico nella società industriale. Italo fu per gli operai un compagno e un capo, per gli studenti e gli intellettuali un maestro e un esempio di militanza. A tutti noi insegnò a leggere Il Capitale come un testo che aveva direttamente a che fare con la lotta di fabbrica e ci apprese la lotta di classe come praxis: guerra da condurre ogni giorno e in ogni situazione, presa di coscienza da approfondire in ogni momento, lotta da estendere in maniera continua ovunque si presentasse il comando del capitale e del suo Stato, costruzione di istituzioni di potere.
Dopo i ’60, gli anni ’70 furono per Italo anni di consolidamento del modello organizzativo costruito nel triennio rosso ’68-’70. Il comitato, «l’assemblea autonoma» vissero un periodo di solido impianto in fabbrica e di estensione sociale della loro influenza nelle scuole e nella società. Quando nel 1979, la repressione si abbatté furiosamente contro i compagni dell’Assemblea – e molti furono incarcerati – Italo mantenne vivo il discorso autonomo, da tutti rispettato in fabbrica e fuori. Non fu facile avere fratelli messi in galera dagli ex-compagni picisti. Eppure oggi Italo c’è ancora, fra noi, nel nostro ricordo, nella nostra ammirazione – e degli altri anche la cenere è volata via.
POICHÉ ERA UN COMUNISTA Italo voleva la liberazione dal lavoro. E come molti dei suoi compagni non doveva far molti sforzi per sapere che cosa fosse.
Talvolta attendevamo l’uscita del turno di notte sullo spiazzo del Petrolchimico, alle 22:00, e si andava in una di quelle famose osterie dell’hinterland veneziano a far bisboccia – e non potete immaginare quanta! La gioia di vivere era quella di chi si era liberato dalla veneta condizione contadina e di chi voleva distruggere la puzza di cloruro e la miseria proletaria della fabbrica. Abbasso il latte che il padrone ti dava per disinfettarti. Evviva la grande mangiata di pesce e il buon vino nostrano che toglie ogni tristezza. L’eccedenza nell’amicizia e nell’allegria sono una dote che Italo e i suoi compagni lasciano a chi vuole costruire un mondo nuovo.
Com’è difficile scrivere per un fratello che se n’è andato. I sentimenti ti soffocano. L’ammirazione ti toglie la parola. Come si fa a dire per un giornale – quando ti leggono persone che non hanno mai incontrato Italo – come si possono esprimere quell’amore fraterno, quelle passioni comuni, quell’esercizio di intelligenza di cui Italo fu, con bonomia e rigore, maestro? L’ultima volta che vidi Italo, ero – qualche anno fa – in ospedale con una brutta polmonite. Venne a trovarmi con una mascherina sul volto, nel reparto «infettivi» nel quale stavo. Ci facemmo subito un gran risata sulle cautele che gli erano imposte dopo decenni di veleni respirati a Porto Marghera.
E LUI MI RACCONTÒ a che livello di infamia era ormai giunto il comando del padrone nella liquidazione di quel che restava nella fabbrica… E lamentava l’infezione della terra di Porto Marghera, in profondità, fino a 100 metri di zolle non più fertili. Il padrone non rovina solo la vita dei lavoratori ma anche la terra e il cielo. Ecco una cosa che non bisogna mai dimenticare, mi dicevo ascoltando Italo: il capitale si chiama sempre padrone ed è il minimo, odiarlo.
Mi scrive un amico molto più giovane emozionato per la morte di Fidel. Ma aggiunge: ho letto di Italo Sbrogiò. L’ho conosciuto sui vostri libri, da vicino, dunque. Ci salutano due comandanti in poche ore.
Il testo è stato pubblicato anche sul sito euronomade.info
Corriere 2.12.16
Oggi al Senato una lezione di Carlo Rovelli
Oggi a Roma, presso il Senato della Repubblica, lo scienziato Carlo Rovelli, firma del «Corriere», tiene una lezione a 350 studenti sull’importanza della cultura scientifica. L’incontro, che si tiene dalle ore 11 alle 12, viene trasmesso in diretta su Rai Tre. Pietro Grasso, presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, ha invitato Rovelli, autore del bestseller Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), nell’ambito del progetto e concorso nazionale «Articolo 9 della Costituzione», riguardante la cultura, la ricerca e la difesa del patrimonio. Per informazioni www.articolo9dellacostituzione.it
Oggi al Senato una lezione di Carlo Rovelli
Oggi a Roma, presso il Senato della Repubblica, lo scienziato Carlo Rovelli, firma del «Corriere», tiene una lezione a 350 studenti sull’importanza della cultura scientifica. L’incontro, che si tiene dalle ore 11 alle 12, viene trasmesso in diretta su Rai Tre. Pietro Grasso, presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, ha invitato Rovelli, autore del bestseller Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), nell’ambito del progetto e concorso nazionale «Articolo 9 della Costituzione», riguardante la cultura, la ricerca e la difesa del patrimonio. Per informazioni www.articolo9dellacostituzione.it
Il Sole 2.12.16
Sì all’Iva ridotta sul digitale
La Commissione europea ha presentato ieri una attesa riforma della raccolta dell’imposta sul valore aggiunto per le transazioni commerciali online. L’obiettivo è di semplificare l’onere amministrativo delle imprese, facilitare la lotta contro la frode, promuovere il commercio su Internet. Tra le altre cose, l’esecutivo comunitario ha proposto di consentire ai governi di applicare alle pubblicazioni online le stesse favorevoli aliquote oggi in vigore per le pubblicazioni su carta. In questo momento, la legislazione permette l’Iva ridotta solo sui libri e sui giornali di carta. La differenza tra le due aliquote, a tutto svantaggio delle pubblicazioni online, può raggiungere in alcuni casi i 10-20 punti percentuali. La decisione di consentire aliquote ridotte anche sugli ebooks giunge in un momento di crisi dell’industria dei giornali e dei libri: «Siamo orgogliosi di questa decisione», ha detto il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici.
La questione è molto sentita in alcuni paesi e in particolare in Italia. Il governo Renzi decise nel 2014 di tassare al 4% i libri elettronici, nonostante il rischio di una procedura di infrazione comunitaria (si veda Il Sole 24 Ore del 22 marzo). Attualmente, le pubblicazioni online hanno una quota di mercato nell’Unione del 5%, che dovrebbe salire al 20% entro il 2021. L’iniziativa della Commissione europea deve ora essere fatta propria dal Consiglio.
«La proposta va nella direzione di sostenere e incentivare lo sviluppo del settore nell’ambiente digitale”: così il presidente della Fieg, Maurizio Costa, ha commentato l’iniziativa, memntre per Federico Motta (presidente Aie) è «una grande vittoria per l’Italia e per i lettori di tutta Europa». «Siamo stati i primi a chiedere che l’Iva per libri cartacei e digitali fosse equiparata». Da Londra ha reagito positivamente anche Angela Mills Wade, direttrice esecutiva dello European Publishers Council.
Confermando le informazioni raccolte questa settimana (si veda Il Sole 24 Ore di martedì), la Commissione ha poi proposto che la raccolta dell’Iva sul commercio online venga effettuata dalle autorità del paese del venditore (così come avviene per la vendita di servizi online). Queste poi si incaricheranno di riversare il gettito nel paese dell’acquirente. Bruxelles ha deciso che per le società con un giro d’affari inferiore a 10mila euro, verrà applicata l’Iva nazionale.
Superato il tetto dei 10mila euro, l’Iva andrà riversata nel Paese del consumatore, col metodo appena descritto. Bruxelles ha ideato una seconda soglia, questa volta di 100mila euro. Sotto a questo tetto, le società avranno oneri amministrativi inferiori al normale. Infine, la Commissione ha anche proposto di eliminare il prezzo minimo di applicazione dell’Iva per la merce proveniente da paesi terzi. Attualmente, la merce con un valore inferiore a 22 euro non viene tassata, provocando truffe e abusi.
Sì all’Iva ridotta sul digitale
La Commissione europea ha presentato ieri una attesa riforma della raccolta dell’imposta sul valore aggiunto per le transazioni commerciali online. L’obiettivo è di semplificare l’onere amministrativo delle imprese, facilitare la lotta contro la frode, promuovere il commercio su Internet. Tra le altre cose, l’esecutivo comunitario ha proposto di consentire ai governi di applicare alle pubblicazioni online le stesse favorevoli aliquote oggi in vigore per le pubblicazioni su carta. In questo momento, la legislazione permette l’Iva ridotta solo sui libri e sui giornali di carta. La differenza tra le due aliquote, a tutto svantaggio delle pubblicazioni online, può raggiungere in alcuni casi i 10-20 punti percentuali. La decisione di consentire aliquote ridotte anche sugli ebooks giunge in un momento di crisi dell’industria dei giornali e dei libri: «Siamo orgogliosi di questa decisione», ha detto il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici.
La questione è molto sentita in alcuni paesi e in particolare in Italia. Il governo Renzi decise nel 2014 di tassare al 4% i libri elettronici, nonostante il rischio di una procedura di infrazione comunitaria (si veda Il Sole 24 Ore del 22 marzo). Attualmente, le pubblicazioni online hanno una quota di mercato nell’Unione del 5%, che dovrebbe salire al 20% entro il 2021. L’iniziativa della Commissione europea deve ora essere fatta propria dal Consiglio.
«La proposta va nella direzione di sostenere e incentivare lo sviluppo del settore nell’ambiente digitale”: così il presidente della Fieg, Maurizio Costa, ha commentato l’iniziativa, memntre per Federico Motta (presidente Aie) è «una grande vittoria per l’Italia e per i lettori di tutta Europa». «Siamo stati i primi a chiedere che l’Iva per libri cartacei e digitali fosse equiparata». Da Londra ha reagito positivamente anche Angela Mills Wade, direttrice esecutiva dello European Publishers Council.
Confermando le informazioni raccolte questa settimana (si veda Il Sole 24 Ore di martedì), la Commissione ha poi proposto che la raccolta dell’Iva sul commercio online venga effettuata dalle autorità del paese del venditore (così come avviene per la vendita di servizi online). Queste poi si incaricheranno di riversare il gettito nel paese dell’acquirente. Bruxelles ha deciso che per le società con un giro d’affari inferiore a 10mila euro, verrà applicata l’Iva nazionale.
Superato il tetto dei 10mila euro, l’Iva andrà riversata nel Paese del consumatore, col metodo appena descritto. Bruxelles ha ideato una seconda soglia, questa volta di 100mila euro. Sotto a questo tetto, le società avranno oneri amministrativi inferiori al normale. Infine, la Commissione ha anche proposto di eliminare il prezzo minimo di applicazione dell’Iva per la merce proveniente da paesi terzi. Attualmente, la merce con un valore inferiore a 22 euro non viene tassata, provocando truffe e abusi.
Corriere 2.12.16
Ora gli ebook sono libri anche per l’Europa
di Cristina Taglietti
Ora un libro è un libro anche per l’Unione Europea, a prescindere dal supporto su cui viene letto. C’è la riduzione dell’Iva sugli ebook e sulle pubblicazioni digitali allo stesso livello dei prodotti cartacei nel pacchetto legislativo con cui la Commissione europea riforma il sistema di funzionamento dell’imposta per le vendite online. L’obiettivo delle nuove norme è semplificare il sistema esistente e sostenere lo sviluppo dell’e-commerce transfrontaliero.
Bruxelles ha deciso di consentire agli Stati membri che lo vogliano e che di fatto già hanno aliquote Iva ridotte per libri e giornali, di applicare lo stesso trattamento anche a quelli in formato digitale. Una battaglia in cui gli editori italiani sono stati in prima fila insieme alla Francia e al Lussemburgo, i primi due Paesi ad applicare l’Iva ridotta ai libri elettronici. Con la legge di Stabilità dello scorso anno anche l’Italia aveva fatto questa scelta, riducendo, dal primo gennaio 2015, l’Iva sugli ebook dal 22 al 4 per cento, come per i libri di carta e correndo il rischio di incorrere in una procedura di infrazione.
Per questo il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini la definisce «una vittoria italiana, una scelta di civiltà e buon senso perché un libro è un libro, a prescindere da quale sia il formato in cui si presenta o attraverso il quale viene venduto». Franceschini ha sottolineato: «In tutti i Consigli dei Ministri della Cultura e nel documento finale del Semestre italiano di presidenza europeo abbiamo sottolineato la necessità di arrivare a questa equiparazione».
Un commento su cui si allinea anche il presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie) Federico Motta: «È una decisione che aspettiamo da tempo. Siamo stati i primi a chiedere che l’Iva per libri cartacei e digitali fosse equiparata». Motta ricorda il lancio di #unlibroèunlibro , «campagna di grande successo, condivisa dal ministro Franceschini che l’ha portata avanti con convinzione come posizione italiana quando in Europa era minoritaria. Adesso tutti i lettori europei potranno avere gli stessi diritti. Auspichiamo ora un iter spedito perché la proposta diventi operativa».
Anche la Federazione degli editori europei (Fep) e la Federazione europea e internazionale dei librai (Eibf) «accolgono con favore» la decisione. La speranza, ora, è che le nuove favoriscano una maggiore diffusione della lettura che, in Italia, rimane il grande problema.
Ora gli ebook sono libri anche per l’Europa
di Cristina Taglietti
Ora un libro è un libro anche per l’Unione Europea, a prescindere dal supporto su cui viene letto. C’è la riduzione dell’Iva sugli ebook e sulle pubblicazioni digitali allo stesso livello dei prodotti cartacei nel pacchetto legislativo con cui la Commissione europea riforma il sistema di funzionamento dell’imposta per le vendite online. L’obiettivo delle nuove norme è semplificare il sistema esistente e sostenere lo sviluppo dell’e-commerce transfrontaliero.
Bruxelles ha deciso di consentire agli Stati membri che lo vogliano e che di fatto già hanno aliquote Iva ridotte per libri e giornali, di applicare lo stesso trattamento anche a quelli in formato digitale. Una battaglia in cui gli editori italiani sono stati in prima fila insieme alla Francia e al Lussemburgo, i primi due Paesi ad applicare l’Iva ridotta ai libri elettronici. Con la legge di Stabilità dello scorso anno anche l’Italia aveva fatto questa scelta, riducendo, dal primo gennaio 2015, l’Iva sugli ebook dal 22 al 4 per cento, come per i libri di carta e correndo il rischio di incorrere in una procedura di infrazione.
Per questo il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini la definisce «una vittoria italiana, una scelta di civiltà e buon senso perché un libro è un libro, a prescindere da quale sia il formato in cui si presenta o attraverso il quale viene venduto». Franceschini ha sottolineato: «In tutti i Consigli dei Ministri della Cultura e nel documento finale del Semestre italiano di presidenza europeo abbiamo sottolineato la necessità di arrivare a questa equiparazione».
Un commento su cui si allinea anche il presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie) Federico Motta: «È una decisione che aspettiamo da tempo. Siamo stati i primi a chiedere che l’Iva per libri cartacei e digitali fosse equiparata». Motta ricorda il lancio di #unlibroèunlibro , «campagna di grande successo, condivisa dal ministro Franceschini che l’ha portata avanti con convinzione come posizione italiana quando in Europa era minoritaria. Adesso tutti i lettori europei potranno avere gli stessi diritti. Auspichiamo ora un iter spedito perché la proposta diventi operativa».
Anche la Federazione degli editori europei (Fep) e la Federazione europea e internazionale dei librai (Eibf) «accolgono con favore» la decisione. La speranza, ora, è che le nuove favoriscano una maggiore diffusione della lettura che, in Italia, rimane il grande problema.
Corriere 2.12.16
Il film su Bergoglio diventa una saga in tv
«Francesco, il Papa della gente» su Canale 5
Nei cinema in 40 Paesi e accordo con Netflix
di Renato Franco
MILANO Da The Young Pope a The True Pope , dall’immaginario Pio XIII all’umanissimo Francesco, da Jude Law all’accoppiata Rodrigo De la Serna (che lo interpreta da giovane) e Sergio Hernández (da adulto). Francesco, il Papa della gente racconta il percorso umano e spirituale durato più di mezzo secolo che ha portato Jorge Bergoglio all’elezione in San Pietro.
Nella fiction è un finale senza sorpresa, ma del resto nella vita non è la meta, è il viaggio che conta. E quello di Jorge è stato tortuoso e tormentato, come spiega il regista Daniele Luchetti: «Il Papa oggi sembra essere un uomo coraggioso perché è passato attraverso molti inferni e qualche purgatorio. L’inferno della dittatura argentina, che struttura il film e lo tiene in piedi attraverso un racconto anche politico e umano, a mio avviso evita il santino e il luogo comune del predestinato. Bergoglio è per me un uomo che ha vissuto da uomo, accettando e subendo compromessi, tra errori e atti di giustizia. Ho cercato di avvicinarlo a noi spettatori, non di allontanarlo in zone mistiche. Questo non è un film religioso, ma racconta un personaggio che crede».
Ideata, prodotta e finanziata da Mediaset con 15 milioni di dollari, realizzata da Taodue, la serie è già uscita nelle sale l’anno scorso come film (venduto in più di 40 Paesi). Ora arriva su Canale 5 mercoledì 7 e giovedì 8 in versione allungata, due serate da 100 minuti ciascuna, ed è in questa formula che l’ha acquistata Netflix per l’utilizzo streaming in tutto il mondo Europa esclusa.
E qui il business si aggancia alla cronaca finanziaria. Mediaset aveva deciso di tenere i diritti per l’Europa pensando di sfruttarli su quella piattaforma paneuropea che doveva nascere in accodo con Vivendi. Ma dopo il passo indietro del gruppo francese sull’acquisizione di Premium il panorama è improvvisamente cambiato. C’è una causa in corso. «Da Vivendi abbiamo ricevuto un danno gravissimo — sottolinea Pier Silvio Berlusconi, ad Mediaset —. La creazione di una piattaforma paneuropea è l’unica strada per difendersi dalla concorrenza dei grandi gruppi come Netflix o le web company. Noi ci stiamo lavorando comunque, se servisse anche con altri partner». Anche con Sky? «Su questo non posso parlare — aggiunge con un sorriso — ma i primi partner possibili sono i broadcaster, in Germania, Francia, Inghilterra».
Francesco, il Papa della gente si apre con il bacio del futuro pontefice alla fidanzata di quando era ragazzo. L’ultimo bacio. Poi la scelta di diventare gesuita, la vocazione di missionario frustrata dai superiori, gli anni di insegnamento (quando ai suoi studenti faceva vedere i film di Bergman e leggere gli scrittori comunisti), la promozione a superiore provinciale dei gesuiti perché sapeva essere rigido con la dottrina, ma flessibile con le persone, gli anni della dittatura infame di Videla.
Una serie basata più sulle testimonianze orali che quelle scritte: «Quando una sua collaboratrice mi ha detto che lo aveva visto sorridere la prima volta quando è diventato Papa — riflette Luchetti — ho scoperto che Bergoglio era sempre stato un uomo schiacciato dalle responsabilità e lì si è accesa la mia curiosità di narratore». Nota ancora il regista: «Sorrentino, Moretti e io: singolare che tre laici miscredenti abbiano fatto le ultime opere su un Papa». Forse anche le vie del cinema sono infinite.
Il film su Bergoglio diventa una saga in tv
«Francesco, il Papa della gente» su Canale 5
Nei cinema in 40 Paesi e accordo con Netflix
di Renato Franco
MILANO Da The Young Pope a The True Pope , dall’immaginario Pio XIII all’umanissimo Francesco, da Jude Law all’accoppiata Rodrigo De la Serna (che lo interpreta da giovane) e Sergio Hernández (da adulto). Francesco, il Papa della gente racconta il percorso umano e spirituale durato più di mezzo secolo che ha portato Jorge Bergoglio all’elezione in San Pietro.
Nella fiction è un finale senza sorpresa, ma del resto nella vita non è la meta, è il viaggio che conta. E quello di Jorge è stato tortuoso e tormentato, come spiega il regista Daniele Luchetti: «Il Papa oggi sembra essere un uomo coraggioso perché è passato attraverso molti inferni e qualche purgatorio. L’inferno della dittatura argentina, che struttura il film e lo tiene in piedi attraverso un racconto anche politico e umano, a mio avviso evita il santino e il luogo comune del predestinato. Bergoglio è per me un uomo che ha vissuto da uomo, accettando e subendo compromessi, tra errori e atti di giustizia. Ho cercato di avvicinarlo a noi spettatori, non di allontanarlo in zone mistiche. Questo non è un film religioso, ma racconta un personaggio che crede».
Ideata, prodotta e finanziata da Mediaset con 15 milioni di dollari, realizzata da Taodue, la serie è già uscita nelle sale l’anno scorso come film (venduto in più di 40 Paesi). Ora arriva su Canale 5 mercoledì 7 e giovedì 8 in versione allungata, due serate da 100 minuti ciascuna, ed è in questa formula che l’ha acquistata Netflix per l’utilizzo streaming in tutto il mondo Europa esclusa.
E qui il business si aggancia alla cronaca finanziaria. Mediaset aveva deciso di tenere i diritti per l’Europa pensando di sfruttarli su quella piattaforma paneuropea che doveva nascere in accodo con Vivendi. Ma dopo il passo indietro del gruppo francese sull’acquisizione di Premium il panorama è improvvisamente cambiato. C’è una causa in corso. «Da Vivendi abbiamo ricevuto un danno gravissimo — sottolinea Pier Silvio Berlusconi, ad Mediaset —. La creazione di una piattaforma paneuropea è l’unica strada per difendersi dalla concorrenza dei grandi gruppi come Netflix o le web company. Noi ci stiamo lavorando comunque, se servisse anche con altri partner». Anche con Sky? «Su questo non posso parlare — aggiunge con un sorriso — ma i primi partner possibili sono i broadcaster, in Germania, Francia, Inghilterra».
Francesco, il Papa della gente si apre con il bacio del futuro pontefice alla fidanzata di quando era ragazzo. L’ultimo bacio. Poi la scelta di diventare gesuita, la vocazione di missionario frustrata dai superiori, gli anni di insegnamento (quando ai suoi studenti faceva vedere i film di Bergman e leggere gli scrittori comunisti), la promozione a superiore provinciale dei gesuiti perché sapeva essere rigido con la dottrina, ma flessibile con le persone, gli anni della dittatura infame di Videla.
Una serie basata più sulle testimonianze orali che quelle scritte: «Quando una sua collaboratrice mi ha detto che lo aveva visto sorridere la prima volta quando è diventato Papa — riflette Luchetti — ho scoperto che Bergoglio era sempre stato un uomo schiacciato dalle responsabilità e lì si è accesa la mia curiosità di narratore». Nota ancora il regista: «Sorrentino, Moretti e io: singolare che tre laici miscredenti abbiano fatto le ultime opere su un Papa». Forse anche le vie del cinema sono infinite.