La Stampa 29.10.16
Viaggio nel cuore islamico di Roma
“Un affronto chiudere le moschee”
A Tor Pignattara tra i garage adattati a luoghi di culto “Non si può togliere a un musulmano il diritto di pregare”
di Grazia Longo
Il
profumo di kurkuma, curry e coriandolo sovrasta quello della Margherita
appena sfornata dalle piccole pizzerie al taglio. Donne con lo hijab e
le buste della spesa camminano accanto a ragazze in jeans a vita bassa
che svelano colorati tatuaggi. Uomini che abbassano la saracinesca di
macellerie e frutterie, e poi si tolgono le scarpe prima di entrare a
pregare in moschea.
Camminando per le strade di Tor Pignattara,
periferia est di Roma, è evidente che la definizione di «quartiere più
multietnico della capitale» è riduttivo. Quella che un tempo era nota
per essere «la borgata degli sfrattati» è oggi il cuore islamico della
capitale, con il 40 per cento di immigrati. Su 15 mila residenti, 6 mila
sono extracomunitari, originari prevalentemente del Bangladesh e del
Pakistan. Seguono srilankesi e cinesi, ma la cifra di quest’angolo di
Roma è decisamente musulmana. Cinque le moschee ufficiali. Numero che,
tuttavia, triplica se si considera la decina di garage adattati a luogo
di culto. La maggior parte lavora nel quartiere e abita principalmente
in via Marranella - un tempo tristemente famosa per le bande criminali
alleate a quella della Magliana - via Casilina e via di Tor Pignattara.
Sono arrivati qui grazie al passaparola tra parenti o amici stretti. E
vivono compatti, vicini gli uni agli altri.
«Ma non definitici
ghetto o banlieu, siamo in tanti e abbiamo le nostre abitudini ma
rispettiamo quelle degli italiani», sbotta Nure Allam Siddique, più
conosciuto come Batchu, bengalese di Dakka, 52 anni, oltre la metà
vissuti in Italia, presidente dell’associazione Dhuumcatu. Un centro che
si occupa di tutto, dalle pratiche sindacali dei lavoratori alla
ricerca di un posto in ospedale per chi ne ha bisogno.
Ma la
concezione di «rispetto» di Batchu è a dir poco singolare. A sentire lui
infatti «la chiusura delle cinque moschee per ragioni igienico
sanitarie o di abusivismo edilizio è stata una mossa esagerata da parte
della polizia municipale. Per due ragioni. Primo, perché Roma è piena di
case con abusi edilizi e nessuno le tocca, stanno ancora tutte in
piedi. Secondo, perché non si può togliere il diritto a un musulmano di
andare in moschea. Per questo io, venerdì scorso sono andato a pregare
per protesta davanti al Colosseo».
Carisma ed eloquio accattivante
non mancano di certo a Batchu che parla circondato da altri bengalesi
incantati dalle sue affermazioni. E fanno cenni di assenso con il capo
anche mentre lo sentono affermare che «il terrorismo islamico non
esiste. I terroristi sono manovrati dall’occidente che ha interessi
economici da difendere. Anche l’Isis è finanziata da ebrei e americani.
L’Islam predica la pace, non la guerra». Poi mi stringe la mano e mi
congeda.
Non mi sfiora neanche invece - «la mia religione mi
consente di toccare la mano solo a mia moglie e a mia madre» - Sheikh
Hossain, 40 anni, da 12 a Roma. Ma la sua posizione è chiaramente più
moderata rispetto a quella di Batchu. «Per essere accettati nel vostro
Paese dobbiamo accettare la vostra legge, e quindi se una moschea non è
in regola è giusto che venga chiusa. Si può pregare anche in casa, anche
se alla moschea è meglio. A certe usanze della mia terra però non
rinuncio. Come vede ho la barba lunga e non mi vesto all’occidentale.
Per questo motivo sono stato licenziato da un ristorante vicino piazza
Navona. Dicevano che spaventavo i clienti perché sembravo uno dell’Isis.
Ma io sono molto onesto, la barba non me la sono tagliata e ora lavoro
in un piccolo ristorante qui a Tor Pignattara».
Vive e veste
all’occidentale, come i coetanei italiani, Miazi Shahadat, bengalese, 26
anni, da 12 nel nostro Paese, commesso in un negozio di telefonia. «Per
un po’ sono stato a Bologna e ad Arezzo ma c’era poco lavoro e quindi
mi sono trasferito a Roma dove stanno i miei parenti. Mi trovo bene,
anche se penso che le cose potrebbero migliorare. Le moschee ad esempio:
è giusto chiuderle se non sono in regola, se no bisogna tenerle aperte
perché per noi sono importanti. I terroristi islamici, invece, quelli
vanno fermati e puniti come qualsiasi altro terrorista». Parla in modo
pacato e gentile Miazi, e quando mi saluta si rimette le cuffiette per
sentire una canzone dei Red Hot Chili Peppers.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 29 ottobre 2016
Corriere 29.10.16
«Falso in atto pubblico» De Luca rinviato a giudizio
Il governatore campano Vincenzo De Luca è stato rinviato a giudizio, con altre 25 persone: il 13 marzo comparirà dai giudici di Salerno. È accusato di falso in atto pubblico nell’inchiesta che parte dalla realizzazione di piazza della Libertà a Salerno e si riferisce a quando De Luca era sindaco della città.
La Stampa 29.10.16
Fa un sorpasso contromano
Patente ritirata a Benigni
Festa amara per Roberto Benigni, che proprio nel giorno del suo sessantaquattresimo compleanno si è visto ritirare la patente per un sorpasso contromano nel quartiere romano dei Parioli. Una manovra azzardata davanti agli occhi dei vigili urbani che lo hanno fermato e sanzionato con una multa da 163 euro, oltre a 10 punti decurtati sulla patente, che gli sarà sospesa da 1 a 3 mesi, secondo quanto disporrà la Prefettura della Capitale.
Il regista premio Oscar, a bordo della sua Smart, ha tentato di sorpassare la lunga fila di auto ferme al semaforo per poter così evitare minuti di ritardo per gli appuntamenti del pomeriggio. In piazza Thorvaldsen, proprio davanti alla Galleria Nazionale di Arte Modena e Contemporanea, c’erano però gli agenti del II Gruppo della Polizia Locale di Roma Capitale che, accortisi della manovra, hanno fermato l’auto. Sarà ora il Prefetto a decidere per quanto tempo il premio Oscar non potrà guidare la sua auto.
L’episodio ha scatenato l’inevitabile ironia sui social network. «Non ti resta che piangere», è il commento di un utente che su Twitter cita il celebre film in cui Benigni recitò in coppia con Massimo Troisi. «Lasciate ogni patente, o voi che sorpassate», scherza una ragazza, facendo riferimento ad un passo dalla Divina Commedia, che ha ispirato lo spettacolo di Benigni «Tutto Dante». Il diretto interessato per il momento non commenta.
Fa un sorpasso contromano
Patente ritirata a Benigni
Festa amara per Roberto Benigni, che proprio nel giorno del suo sessantaquattresimo compleanno si è visto ritirare la patente per un sorpasso contromano nel quartiere romano dei Parioli. Una manovra azzardata davanti agli occhi dei vigili urbani che lo hanno fermato e sanzionato con una multa da 163 euro, oltre a 10 punti decurtati sulla patente, che gli sarà sospesa da 1 a 3 mesi, secondo quanto disporrà la Prefettura della Capitale.
Il regista premio Oscar, a bordo della sua Smart, ha tentato di sorpassare la lunga fila di auto ferme al semaforo per poter così evitare minuti di ritardo per gli appuntamenti del pomeriggio. In piazza Thorvaldsen, proprio davanti alla Galleria Nazionale di Arte Modena e Contemporanea, c’erano però gli agenti del II Gruppo della Polizia Locale di Roma Capitale che, accortisi della manovra, hanno fermato l’auto. Sarà ora il Prefetto a decidere per quanto tempo il premio Oscar non potrà guidare la sua auto.
L’episodio ha scatenato l’inevitabile ironia sui social network. «Non ti resta che piangere», è il commento di un utente che su Twitter cita il celebre film in cui Benigni recitò in coppia con Massimo Troisi. «Lasciate ogni patente, o voi che sorpassate», scherza una ragazza, facendo riferimento ad un passo dalla Divina Commedia, che ha ispirato lo spettacolo di Benigni «Tutto Dante». Il diretto interessato per il momento non commenta.
Corriere 29.10.16
Tasse con lo sconto per i super ricchi se scelgono l’Italia
Spunta la norma «acchiapparicchi» Tassa fissa a chi si trasferisce in Italia
Imposta da 100 mila euro l’anno per gli stranieri che spostano la residenza per almeno 9 anni
di Lorenzo Salvia
Nella manovra spunta la tassa «acchiapparicchi», una norma che consente, a chi trasferisce la residenza in Italia per almeno nove anni, di optare per un prelievo forfettario di centomila euro l’anno a prescindere dal reddito. Anche l’Italia sperimenta così, in coincidenza con Brexit, norme di «concorrenza» fiscale che altri in Europa, dal Portogallo all’Irlanda, praticano da tempo. Dall’Europa prime aperture su deficit e migranti.
ROMA Sono passati venti anni da quando Romano Prodi disse che il nostro Mezzogiorno doveva diventare la «Florida d’Europa». Un posto dove far venire a vivere i ricchi stranieri che, in cambio di un po’ di sole e di grande bellezza, avrebbero pagato le tasse nel nostro Paese e sostenuto i consumi, dando fiato all’economia. Nel disegno di legge di Bilancio trasmesso ieri al Quirinale c’è una norma che si ispira a quell’idea, allargandola a tutta l’Italia. Un progetto che noi abbiamo solo vagheggiato e che nel frattempo è stato raccolto da altri Paesi, come il Portogallo, con i suoi sconti sulle tasse ai pensionati di tutto il mondo che si trasferiscono lì.
L’articolo in questione è il 24 bis. Funziona così: gli stranieri che decidono di trasferire in Italia la loro residenza potranno scegliere di pagare una tassa fissa di 100 mila euro l’anno a prescindere dal loro livello di reddito. Tecnicamente si tratta di una «imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi delle persone fisiche calcolata in via forfettaria». Di fatto è una norma acchiapparicchi. Perché la tassa fissa da 100 mila euro sarebbe conveniente solo per chi ha redditi molto elevati e nel suo Paese d’origine finisce per versare al Fisco molto di più. Il meccanismo viene descritto nei dettagli: per chi ha intenzione di trasferirsi in Italia la tassa fissa non è né un diritto automatico né un obbligo. Si tratta di una scelta e si deve presentare domanda all’Agenzia delle Entrate, che fa i suoi controlli con il Paese di provenienza prima di prendere una decisione.
Se la domanda viene accettata, lo straniero deve impegnarsi a mantenere la residenza in Italia per un periodo di almeno nove anni. Scaduti i nove anni la tassa fissa non c’è più: lo straniero può decidere di rimanere a vivere nel nostro Paese, pagando da quel momento in poi le normali tasse, molto più salate. Oppure trasferirsi altrove, magari in cerca di altre aliquote vantaggiose. Se però lascia il Paese prima dei nove anni previsti, perde il beneficio e deve pagare tutti gli arretrati.
La tassa da 100 mila euro va pagata una volta l’anno, con un versamento unico. Non può essere scalata da altre imposte o contributi. Se si salta un versamento scattano tutti i meccanismi di accertamento e riscossione previsti per i contribuenti normali. E si potrà anche perdere lo sconto con il rischio di dover pagare gli arretrati. Funzionerà?
Forse la norma è stata pensata anche per intercettare i possibili flussi d’uscita che potrebbero seguire la Brexit, l’addio del Regno Unito all’Unione Europea, con un percorso per altro ancora da definire. Anche se la norma acchiapparicchi riguarda le tasse pagate dalle persone fisiche. Per le aziende, in realtà, c’è un’altra misura di cui si era già parlato nei giorni scorsi perché era presente anche nelle bozze precedenti della manovra. Si tratta delle agevolazioni, anche sui visti di ingresso, per chi decide di investire nel nostro Paese sia in start up, sia in aziende già esistenti a condizione di creare nuovi posti di lavoro. La norma acchiapparicchi sembra chiudere il cerchio. Sempre che l’intero pacchetto regga nel testo della manovra che verrà trasmesso al Parlamento. Dall’approvazione in Consiglio dei ministri sono passate ormai due settimane. Ieri sera il ddl è stato inviato al Quirinale con la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato e in una versione più asciutta. Modifiche e cambiamenti sono ancora possibili.
lorenzosalvia
Tasse con lo sconto per i super ricchi se scelgono l’Italia
Spunta la norma «acchiapparicchi» Tassa fissa a chi si trasferisce in Italia
Imposta da 100 mila euro l’anno per gli stranieri che spostano la residenza per almeno 9 anni
di Lorenzo Salvia
Nella manovra spunta la tassa «acchiapparicchi», una norma che consente, a chi trasferisce la residenza in Italia per almeno nove anni, di optare per un prelievo forfettario di centomila euro l’anno a prescindere dal reddito. Anche l’Italia sperimenta così, in coincidenza con Brexit, norme di «concorrenza» fiscale che altri in Europa, dal Portogallo all’Irlanda, praticano da tempo. Dall’Europa prime aperture su deficit e migranti.
ROMA Sono passati venti anni da quando Romano Prodi disse che il nostro Mezzogiorno doveva diventare la «Florida d’Europa». Un posto dove far venire a vivere i ricchi stranieri che, in cambio di un po’ di sole e di grande bellezza, avrebbero pagato le tasse nel nostro Paese e sostenuto i consumi, dando fiato all’economia. Nel disegno di legge di Bilancio trasmesso ieri al Quirinale c’è una norma che si ispira a quell’idea, allargandola a tutta l’Italia. Un progetto che noi abbiamo solo vagheggiato e che nel frattempo è stato raccolto da altri Paesi, come il Portogallo, con i suoi sconti sulle tasse ai pensionati di tutto il mondo che si trasferiscono lì.
L’articolo in questione è il 24 bis. Funziona così: gli stranieri che decidono di trasferire in Italia la loro residenza potranno scegliere di pagare una tassa fissa di 100 mila euro l’anno a prescindere dal loro livello di reddito. Tecnicamente si tratta di una «imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi delle persone fisiche calcolata in via forfettaria». Di fatto è una norma acchiapparicchi. Perché la tassa fissa da 100 mila euro sarebbe conveniente solo per chi ha redditi molto elevati e nel suo Paese d’origine finisce per versare al Fisco molto di più. Il meccanismo viene descritto nei dettagli: per chi ha intenzione di trasferirsi in Italia la tassa fissa non è né un diritto automatico né un obbligo. Si tratta di una scelta e si deve presentare domanda all’Agenzia delle Entrate, che fa i suoi controlli con il Paese di provenienza prima di prendere una decisione.
Se la domanda viene accettata, lo straniero deve impegnarsi a mantenere la residenza in Italia per un periodo di almeno nove anni. Scaduti i nove anni la tassa fissa non c’è più: lo straniero può decidere di rimanere a vivere nel nostro Paese, pagando da quel momento in poi le normali tasse, molto più salate. Oppure trasferirsi altrove, magari in cerca di altre aliquote vantaggiose. Se però lascia il Paese prima dei nove anni previsti, perde il beneficio e deve pagare tutti gli arretrati.
La tassa da 100 mila euro va pagata una volta l’anno, con un versamento unico. Non può essere scalata da altre imposte o contributi. Se si salta un versamento scattano tutti i meccanismi di accertamento e riscossione previsti per i contribuenti normali. E si potrà anche perdere lo sconto con il rischio di dover pagare gli arretrati. Funzionerà?
Forse la norma è stata pensata anche per intercettare i possibili flussi d’uscita che potrebbero seguire la Brexit, l’addio del Regno Unito all’Unione Europea, con un percorso per altro ancora da definire. Anche se la norma acchiapparicchi riguarda le tasse pagate dalle persone fisiche. Per le aziende, in realtà, c’è un’altra misura di cui si era già parlato nei giorni scorsi perché era presente anche nelle bozze precedenti della manovra. Si tratta delle agevolazioni, anche sui visti di ingresso, per chi decide di investire nel nostro Paese sia in start up, sia in aziende già esistenti a condizione di creare nuovi posti di lavoro. La norma acchiapparicchi sembra chiudere il cerchio. Sempre che l’intero pacchetto regga nel testo della manovra che verrà trasmesso al Parlamento. Dall’approvazione in Consiglio dei ministri sono passate ormai due settimane. Ieri sera il ddl è stato inviato al Quirinale con la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato e in una versione più asciutta. Modifiche e cambiamenti sono ancora possibili.
lorenzosalvia
Il Sole 29.10.16
Pensioni. Il presidente Inps critica la «credibilità» degli impegni dell’Esecutivo, poi precisa: «Parlavo della salvaguardia per gli esodati»
Boeri all’attacco su riforma e debito previdenziale
di D.Col.
Roma. Il confronto tecnico-politico tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Governo ha registrato ieri un nuovo significativo episodio. In un’intervista al Corriere, dopo aver ribadito che la sua riforma sarebbe costata meno degli interventi che entreranno in legge di Bilancio, Boeri ha indicato un impatto sul «debito pensionistico» di circa 20 miliardi solo considerando la nuova 14esima, la flessibilità per i precoci e la sperimentazione dell’Ape social; impatto che potrebbe salire fino a 44 miliardi in caso di conferma dell’Ape social in termini strutturali. Convinto che l’Ape volontaria sia poco conveniente, Boeri intervenendo in giornata a un workshop sul Welfare ha poi criticato altre scelte, in particolare l’ottava salvaguardia-esodati. Affermazioni che ha poi tenuto in parte a precisare («Mai detto e mai pensato che gli impegni del governo non sono tanto credibili») incassando la presa d’atto del ministro del Lavoro , Giuliano Poletti («Ritengo che non si possa dubitare circa l’impegno positivo del Governo che ha inteso affrontare, nel segno dell’equità e del sostegno alle fasce più deboli, temi che erano aperti da tempo e che investono direttamente la vita di tante persone»).
In serata dall’Inps è giunta quindi una nota per chiarire che il debito pensionistico «è un indicatore il cui ammontare non è rilevante nell’attuale sistema di regole di finanza pubblica» e che, visto che si calcola sul lungo periodo, un suo calo «può essere anche compatibile con un aumento del disavanzo per alcuni anni».
L’impatto sui saldi del “pacchetto previdenza” sarà naturalmente dettagliato nella relazione tecnica che accompagna il testo della manovra in Parlamento, relazione scritta anche «con la collaborazione dell’Inps». A ulteriore precisazione che il debito pensionistico è un aggregato assai lontano dal debito pubblico e che per questa ragione non è preso in considerazione dalle regole sulla fiscal stance, la nota Inps si conclude ricordando che per la sua stima il debito pensionistico «è definito come l’insieme dei pagamenti, al netto dei contributi versati, delle generazioni di lavoratori e pensionati attuali e future». Esso si distingue dal debito pubblico perché «non implica ancora degli impegni di natura finanziaria». E si chiama «debito implicito» perché, in linea di principio, «è possibile per un governo intervenire sui regimi pensionistici prima di tradurre le politiche in obblighi finanziari». Infine, trattandosi di flussi finanziari di lungo periodo (75-80 anni), «le stime sono soggette a frequenti revisioni legate all’andamento demografico, alla crescita economica e alle altre variabili sottostanti». Duello concluso? È improbabile: settimana prossima le audizioni sulla manovra rilanceranno quasi sicuramente il confronto tra le misure sulle pensioni adottate e la proposta Boeri. E il Governo darà le sue contro-valutazioni.
Pensioni. Il presidente Inps critica la «credibilità» degli impegni dell’Esecutivo, poi precisa: «Parlavo della salvaguardia per gli esodati»
Boeri all’attacco su riforma e debito previdenziale
di D.Col.
Roma. Il confronto tecnico-politico tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Governo ha registrato ieri un nuovo significativo episodio. In un’intervista al Corriere, dopo aver ribadito che la sua riforma sarebbe costata meno degli interventi che entreranno in legge di Bilancio, Boeri ha indicato un impatto sul «debito pensionistico» di circa 20 miliardi solo considerando la nuova 14esima, la flessibilità per i precoci e la sperimentazione dell’Ape social; impatto che potrebbe salire fino a 44 miliardi in caso di conferma dell’Ape social in termini strutturali. Convinto che l’Ape volontaria sia poco conveniente, Boeri intervenendo in giornata a un workshop sul Welfare ha poi criticato altre scelte, in particolare l’ottava salvaguardia-esodati. Affermazioni che ha poi tenuto in parte a precisare («Mai detto e mai pensato che gli impegni del governo non sono tanto credibili») incassando la presa d’atto del ministro del Lavoro , Giuliano Poletti («Ritengo che non si possa dubitare circa l’impegno positivo del Governo che ha inteso affrontare, nel segno dell’equità e del sostegno alle fasce più deboli, temi che erano aperti da tempo e che investono direttamente la vita di tante persone»).
In serata dall’Inps è giunta quindi una nota per chiarire che il debito pensionistico «è un indicatore il cui ammontare non è rilevante nell’attuale sistema di regole di finanza pubblica» e che, visto che si calcola sul lungo periodo, un suo calo «può essere anche compatibile con un aumento del disavanzo per alcuni anni».
L’impatto sui saldi del “pacchetto previdenza” sarà naturalmente dettagliato nella relazione tecnica che accompagna il testo della manovra in Parlamento, relazione scritta anche «con la collaborazione dell’Inps». A ulteriore precisazione che il debito pensionistico è un aggregato assai lontano dal debito pubblico e che per questa ragione non è preso in considerazione dalle regole sulla fiscal stance, la nota Inps si conclude ricordando che per la sua stima il debito pensionistico «è definito come l’insieme dei pagamenti, al netto dei contributi versati, delle generazioni di lavoratori e pensionati attuali e future». Esso si distingue dal debito pubblico perché «non implica ancora degli impegni di natura finanziaria». E si chiama «debito implicito» perché, in linea di principio, «è possibile per un governo intervenire sui regimi pensionistici prima di tradurre le politiche in obblighi finanziari». Infine, trattandosi di flussi finanziari di lungo periodo (75-80 anni), «le stime sono soggette a frequenti revisioni legate all’andamento demografico, alla crescita economica e alle altre variabili sottostanti». Duello concluso? È improbabile: settimana prossima le audizioni sulla manovra rilanceranno quasi sicuramente il confronto tra le misure sulle pensioni adottate e la proposta Boeri. E il Governo darà le sue contro-valutazioni.
Corriere 29.10.16
Pensioni, il governo replica a Boeri. Sale la tensione con il vertice Inps
Il presidente dell’Istituto: l’Ape non conviene. Assegni sotto mille euro a quota 6,4 milioni
di Lorenzo Salvia
ROMA Il governo contesta le cifre sulla riforma delle pensioni fornite dal presidente dell’Inps. Intervistato dal Corriere della sera , Tito Boeri aveva detto che, nel lungo periodo, il pacchetto previdenziale inserito nel disegno di legge di Bilancio potrebbe arrivare a costare 44 miliardi di euro. Mentre la riforma che lo stesso Boeri aveva proposto al governo, e che invece è stata scartata, avrebbe abbassato il debito pensionistico di circa il 4% del prodotto interno lordo. Lette quelle cifre, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini ha telefonato a Boeri. Non è trapelato nulla ma non deve essere stato un colloquio disteso. Sulle cifre il governo sostiene che il pacchetto del disegno di legge di Bilancio peserà sul bilancio dello Stato per 7 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Mentre la riforma Boeri avrebbe avuto un costo fino a tre volte superiore. Nel lungo periodo, sempre secondo il governo, sarebbero troppe le variabili in gioco per poter fare un confronto realistico. Ma al di là dei numeri, tra Boeri e il governo il rapporto sembra ancora più difficile.
Ieri il presidente dell’Inps è tornato sulla questione: «Mi sembra che gli impegni del governo non siano tanto credibili». ha detto a margine di un convegno sul welfare organizzato a Torino. Poi ha precisato che quella frase si riferiva solo alla questione degli esodati, i lavoratori che rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione: «Avevano detto che la settima salvaguardia sarebbe stata l’ultima - ha spiegato - invece ora c’è l’ottava (inserita proprio nel ddl di Bilancio, ndr) e ho già il tam tam della nona». Parole che gli sono valse la gelida replica del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Prendo atto con soddisfazione della precisazione del presidente dell’Inps. Ritengo, del resto, che non si possa dubitare circa l’impegno del governo». Di fatto quella di Poletti è l’unica, stringata, replica ufficiale che il governo ha concesso all’intervista. Nell’esecutivo e nella maggioranza nessuno vuole alimentare uno scontro che ormai è nei fatti, tanto meno a un mese dal referendum sulla riforma costituzionale. E con l’Inps che giocherà un ruolo fondamentale per far funzionare l’Ape, l’anticipo pensionistico, una delle misure più importanti tra quelle inserite dal governo nel ddl di Bilancio.
Sulle pensioni, ieri l’Inps ha diffuso i dati relativi al 2015. La spesa complessiva è cresciuta dell’1,2%, toccando i 280,2 miliardi di euro. E questo anche se il numero di persone che ricevono un assegno è sceso di 100 mila unità, attestandosi a quota 16,2 milioni. Il reddito medio pro capite è di 17.323 euro lordi l’anno. Il 39,6% dei pensionati italiani ha un reddito mensile al di sotto dei mille euro. Questa percentuale è in leggera discesa e dovrebbe diminuire ancora con i ritocchi alla quattordicesima, sempre inseriti nel ddl di Bilancio. Un’altra questione che ha diviso il governo e Boeri, secondo il quale «sette volte su dieci la 14/ma va a persone che non sono povere».
Pensioni, il governo replica a Boeri. Sale la tensione con il vertice Inps
Il presidente dell’Istituto: l’Ape non conviene. Assegni sotto mille euro a quota 6,4 milioni
di Lorenzo Salvia
ROMA Il governo contesta le cifre sulla riforma delle pensioni fornite dal presidente dell’Inps. Intervistato dal Corriere della sera , Tito Boeri aveva detto che, nel lungo periodo, il pacchetto previdenziale inserito nel disegno di legge di Bilancio potrebbe arrivare a costare 44 miliardi di euro. Mentre la riforma che lo stesso Boeri aveva proposto al governo, e che invece è stata scartata, avrebbe abbassato il debito pensionistico di circa il 4% del prodotto interno lordo. Lette quelle cifre, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini ha telefonato a Boeri. Non è trapelato nulla ma non deve essere stato un colloquio disteso. Sulle cifre il governo sostiene che il pacchetto del disegno di legge di Bilancio peserà sul bilancio dello Stato per 7 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Mentre la riforma Boeri avrebbe avuto un costo fino a tre volte superiore. Nel lungo periodo, sempre secondo il governo, sarebbero troppe le variabili in gioco per poter fare un confronto realistico. Ma al di là dei numeri, tra Boeri e il governo il rapporto sembra ancora più difficile.
Ieri il presidente dell’Inps è tornato sulla questione: «Mi sembra che gli impegni del governo non siano tanto credibili». ha detto a margine di un convegno sul welfare organizzato a Torino. Poi ha precisato che quella frase si riferiva solo alla questione degli esodati, i lavoratori che rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione: «Avevano detto che la settima salvaguardia sarebbe stata l’ultima - ha spiegato - invece ora c’è l’ottava (inserita proprio nel ddl di Bilancio, ndr) e ho già il tam tam della nona». Parole che gli sono valse la gelida replica del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Prendo atto con soddisfazione della precisazione del presidente dell’Inps. Ritengo, del resto, che non si possa dubitare circa l’impegno del governo». Di fatto quella di Poletti è l’unica, stringata, replica ufficiale che il governo ha concesso all’intervista. Nell’esecutivo e nella maggioranza nessuno vuole alimentare uno scontro che ormai è nei fatti, tanto meno a un mese dal referendum sulla riforma costituzionale. E con l’Inps che giocherà un ruolo fondamentale per far funzionare l’Ape, l’anticipo pensionistico, una delle misure più importanti tra quelle inserite dal governo nel ddl di Bilancio.
Sulle pensioni, ieri l’Inps ha diffuso i dati relativi al 2015. La spesa complessiva è cresciuta dell’1,2%, toccando i 280,2 miliardi di euro. E questo anche se il numero di persone che ricevono un assegno è sceso di 100 mila unità, attestandosi a quota 16,2 milioni. Il reddito medio pro capite è di 17.323 euro lordi l’anno. Il 39,6% dei pensionati italiani ha un reddito mensile al di sotto dei mille euro. Questa percentuale è in leggera discesa e dovrebbe diminuire ancora con i ritocchi alla quattordicesima, sempre inseriti nel ddl di Bilancio. Un’altra questione che ha diviso il governo e Boeri, secondo il quale «sette volte su dieci la 14/ma va a persone che non sono povere».
La Stampa 29.10.16
Boeri e l’Inps
Dacci oggi la polemica quotidiana
di Roberto Giovannini
Dal presidente dell’Inps Tito Boeri – non nuovo per la verità a queste uscite, che danno moltissima noia al governo – arrivano quattro potentissime bordate rivolte contro le recenti scelte dell’Esecutivo in materia di previdenza. Nel giorno in cui l’Osservatorio Inps fa sapere che addirittura 4 pensionati su 10 devono campare con un assegno di importo inferiore ai mille euro al mese, l’economista in un’intervista al Corriere della Sera ha detto che le misure pensionistiche varate dal governo aumentano il rosso previdenziale di 44 miliardi.
Poi, partecipando a un convegno a Torino ha spiegato che l’Ape volontario (l’anticipo pensionistico a pagamento) non è conveniente, e dunque aderiranno in pochi. Ha di seguito ribadito che invece l’Ape “social” (quello a carico dello Stato) è costosissimo per le casse pubbliche. E per concludere, ha detto che quando si tratta di esodati e di misure di salvaguardia «gli impegni del governo non sono credibili».
Niente male per una giornata sola, avranno pensato a Palazzo Chigi e al ministero del Lavoro. Va detto che rispetto a una prima lettura, secondo la quale Boeri avrebbe accusato di scarsa credibilità nel suo complesso il governo, il presidente dell’Inps ha diffuso un chiarimento: «Mai detto e mai pensato che gli impegni del governo sono poco credibili. Anzi, le osservazioni che in passato ho rivolto all’esecutivo le ho fatte proprio perché so che il governo si impegna seriamente sui suoi piani. Oggi mi sono espresso unicamente sul tema delle salvaguardie, precisando che ci avevano detto che la settima sarebbe stata l’ultima invece ora c’è l’ottava e ho già il tam tam della nona».
Resta il fatto che la valutazione di Tito Boeri sulle ultime mosse del governo resta devastante. Le misure varate - quattordicesima, precoci e la Ape social – «aumentano il debito pensionistico di circa 20 miliardi». E se ci si somma la no tax area, gli sconti per l’Ape volontaria e il prolungamento dell’Ape social oltre il 2018, fanno altri 24 miliardi di debito in più.
Così si apre uno spiraglio ad altre future costose elargizioni, e la sanatoria per i contributi pensionistici lancia un segnale sbagliato.
Intanto, sempre l’Inps, informa che ben il 39,6% dei pensionati italiani, pari a circa 6,4 milioni di persone, ha un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese. Sotto i 1.000 euro ci sono più donne che uomini (il 48,3% contro il 29,8%), 2,03 milioni di pensionati possono contare su meno di 500 euro al mese, 3,36 milioni tra 500 e 1.000.
Boeri e l’Inps
Dacci oggi la polemica quotidiana
di Roberto Giovannini
Dal presidente dell’Inps Tito Boeri – non nuovo per la verità a queste uscite, che danno moltissima noia al governo – arrivano quattro potentissime bordate rivolte contro le recenti scelte dell’Esecutivo in materia di previdenza. Nel giorno in cui l’Osservatorio Inps fa sapere che addirittura 4 pensionati su 10 devono campare con un assegno di importo inferiore ai mille euro al mese, l’economista in un’intervista al Corriere della Sera ha detto che le misure pensionistiche varate dal governo aumentano il rosso previdenziale di 44 miliardi.
Poi, partecipando a un convegno a Torino ha spiegato che l’Ape volontario (l’anticipo pensionistico a pagamento) non è conveniente, e dunque aderiranno in pochi. Ha di seguito ribadito che invece l’Ape “social” (quello a carico dello Stato) è costosissimo per le casse pubbliche. E per concludere, ha detto che quando si tratta di esodati e di misure di salvaguardia «gli impegni del governo non sono credibili».
Niente male per una giornata sola, avranno pensato a Palazzo Chigi e al ministero del Lavoro. Va detto che rispetto a una prima lettura, secondo la quale Boeri avrebbe accusato di scarsa credibilità nel suo complesso il governo, il presidente dell’Inps ha diffuso un chiarimento: «Mai detto e mai pensato che gli impegni del governo sono poco credibili. Anzi, le osservazioni che in passato ho rivolto all’esecutivo le ho fatte proprio perché so che il governo si impegna seriamente sui suoi piani. Oggi mi sono espresso unicamente sul tema delle salvaguardie, precisando che ci avevano detto che la settima sarebbe stata l’ultima invece ora c’è l’ottava e ho già il tam tam della nona».
Resta il fatto che la valutazione di Tito Boeri sulle ultime mosse del governo resta devastante. Le misure varate - quattordicesima, precoci e la Ape social – «aumentano il debito pensionistico di circa 20 miliardi». E se ci si somma la no tax area, gli sconti per l’Ape volontaria e il prolungamento dell’Ape social oltre il 2018, fanno altri 24 miliardi di debito in più.
Così si apre uno spiraglio ad altre future costose elargizioni, e la sanatoria per i contributi pensionistici lancia un segnale sbagliato.
Intanto, sempre l’Inps, informa che ben il 39,6% dei pensionati italiani, pari a circa 6,4 milioni di persone, ha un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese. Sotto i 1.000 euro ci sono più donne che uomini (il 48,3% contro il 29,8%), 2,03 milioni di pensionati possono contare su meno di 500 euro al mese, 3,36 milioni tra 500 e 1.000.
Repubblica 29.10.16
Pd diviso in piazza e sull’Italicum “Il ballottaggio ora non si tocca”
Guerini stoppa l’eliminazione del secondo turno. “Solo un’idea di Orfini”
I bersaniani e Cuperlo disertano la manifestazione di Roma a favore del Sì
di Giovanna Casadio
ROMA. «Non c’è un accordo per cambiare l’Italicum abolendo il ballottaggio, si deve ancora lavorare. La commissione sulla legge elettorale si rivede la prossima settimana con Cuperlo. D’altra parte in Parlamento la discussione ripartirà solo dopo il referendum». Lorenzo Guerini, il vice di Renzi nel Pd, frena. Oggi si confonderà tra i militanti in piazza del Popolo. La scaletta della manifestazione per il Sì prevede che sul palco sfilino le storie di studenti, famiglie, operai, imprenditori, atleti. I politici, i ministri saranno sparpagliati in giro, giù dal palco. Uniche eccezioni per Giusy Nicolini, la sindaca di Lampedusa, e Beppe Sala, il primo cittadino di Milano dove il centrosinistra ha vinto unito. Entrambi parleranno. Interventi e musica con la Nuova compagnia di canto popolare, l’Orchestra di piazza Vittorio, i cantori e musici di Amatrice, la Taranta di Antonio Castrignanò. Alla fine il discorso di Renzi. Nella piazza del Popolo mancherà un pezzo di Pd. Per la prima volta. Non ci sarà la sinistra dem, Bersani, Speranza, i bersaniani tutti e neppure Gianni Cuperlo. Lo strappo si sta consumando. Cuperlo fino all’ultimo ha insistito perché si arrivasse a un’intesa possibile nella commissione sull’Italicum prima della manifestazione di oggi. Cambiare la legge elettorale è infatti la condizione posta dalla minoranza del Pd per votare Sì al referendum del 4 dicembre. Altrimenti la decisione è di ingrossare il fronte del No alla riforma costituzionale. Ma è stato Renzi stesso a stoppare accelerazioni giovedì scorso: «La legge elettorale si fa per il paese, non per tenere insieme il Pd». Non si corre quindi per ricompattare il partito. Guerini conferma: «Non c’è ragione per avere fretta». E precisa: «La cancellazione del ballottaggio è nel modello elettorale presentato da Orfini e dai “giovani turchi”». Orfini è il presidente del Pd e la sua corrente rappresenta un pezzo di renzismo, che fa pressing per evitare la frattura nel partito e acquistare maggior peso.
I Dem si presentano alla sfida delle piazze per il referendum da separati in casa. Guerini aggiunge di essere fiducioso sull’accordo interno al partito. Altrettanto fa Cuperlo: «Renzi alle parole faccia seguire i fatti, tenterò fino all’ultimo». Tuttavia la distanza tra il Pd del Sì e il Pd del No è sempre maggiore. Su Twitter i renziani fanno circolare il manifesto della manifestazione per il No al referendum a Siracusa lunedì 7 novembre a cui parteciperà Pierluigi Bersani: «E aveva detto che non avrebbe fatto propaganda per il No!». L’ex segretario spiega che va in Sicilia per parlare di lavoro e di Sud, della locandina non sapeva nulla. Oggi sarà a casa, a Piacenza. Lontano dalla manifestazione (inizio alle 14) dove sono attese fino a 50 mila persone, arrivate con 350 pullman, 6 treni, 4 voli charter dalle Isole. Uno sforzo anche economico per il Pd. D’altra parte è il rush finale e anche la Leopolda (4,5 e 6 novembre a Firenze), la Woodstock del renzismo, sarà dedicata al Sì e all’orgoglio delle riforme fatte dal governo. Si comincia ricordando gli “angeli del fango”, nell’anniversario dei 50 anni dall’alluvione di Firenze.
E il fronte del No si organizza in cento piazze in tutta Italia oggi. Flash mob degli studenti per il No vestiti da senatori in via dei Fori Imperiali a Roma, che avranno come slogan: «Il potere nelle mani di pochi è un’idea vecchia di duemila anni». Calendario fittissimo di appuntamenti nei prossimi giorni. Il 3 novembre all’Università di Pisa l’Anpi ha organizzato un confronto per il No con la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, e Carlo Smuraglia. Titolo provocatorio: «Se vince il No ci sarà l’invasione delle cavallette?».
Pd diviso in piazza e sull’Italicum “Il ballottaggio ora non si tocca”
Guerini stoppa l’eliminazione del secondo turno. “Solo un’idea di Orfini”
I bersaniani e Cuperlo disertano la manifestazione di Roma a favore del Sì
di Giovanna Casadio
ROMA. «Non c’è un accordo per cambiare l’Italicum abolendo il ballottaggio, si deve ancora lavorare. La commissione sulla legge elettorale si rivede la prossima settimana con Cuperlo. D’altra parte in Parlamento la discussione ripartirà solo dopo il referendum». Lorenzo Guerini, il vice di Renzi nel Pd, frena. Oggi si confonderà tra i militanti in piazza del Popolo. La scaletta della manifestazione per il Sì prevede che sul palco sfilino le storie di studenti, famiglie, operai, imprenditori, atleti. I politici, i ministri saranno sparpagliati in giro, giù dal palco. Uniche eccezioni per Giusy Nicolini, la sindaca di Lampedusa, e Beppe Sala, il primo cittadino di Milano dove il centrosinistra ha vinto unito. Entrambi parleranno. Interventi e musica con la Nuova compagnia di canto popolare, l’Orchestra di piazza Vittorio, i cantori e musici di Amatrice, la Taranta di Antonio Castrignanò. Alla fine il discorso di Renzi. Nella piazza del Popolo mancherà un pezzo di Pd. Per la prima volta. Non ci sarà la sinistra dem, Bersani, Speranza, i bersaniani tutti e neppure Gianni Cuperlo. Lo strappo si sta consumando. Cuperlo fino all’ultimo ha insistito perché si arrivasse a un’intesa possibile nella commissione sull’Italicum prima della manifestazione di oggi. Cambiare la legge elettorale è infatti la condizione posta dalla minoranza del Pd per votare Sì al referendum del 4 dicembre. Altrimenti la decisione è di ingrossare il fronte del No alla riforma costituzionale. Ma è stato Renzi stesso a stoppare accelerazioni giovedì scorso: «La legge elettorale si fa per il paese, non per tenere insieme il Pd». Non si corre quindi per ricompattare il partito. Guerini conferma: «Non c’è ragione per avere fretta». E precisa: «La cancellazione del ballottaggio è nel modello elettorale presentato da Orfini e dai “giovani turchi”». Orfini è il presidente del Pd e la sua corrente rappresenta un pezzo di renzismo, che fa pressing per evitare la frattura nel partito e acquistare maggior peso.
I Dem si presentano alla sfida delle piazze per il referendum da separati in casa. Guerini aggiunge di essere fiducioso sull’accordo interno al partito. Altrettanto fa Cuperlo: «Renzi alle parole faccia seguire i fatti, tenterò fino all’ultimo». Tuttavia la distanza tra il Pd del Sì e il Pd del No è sempre maggiore. Su Twitter i renziani fanno circolare il manifesto della manifestazione per il No al referendum a Siracusa lunedì 7 novembre a cui parteciperà Pierluigi Bersani: «E aveva detto che non avrebbe fatto propaganda per il No!». L’ex segretario spiega che va in Sicilia per parlare di lavoro e di Sud, della locandina non sapeva nulla. Oggi sarà a casa, a Piacenza. Lontano dalla manifestazione (inizio alle 14) dove sono attese fino a 50 mila persone, arrivate con 350 pullman, 6 treni, 4 voli charter dalle Isole. Uno sforzo anche economico per il Pd. D’altra parte è il rush finale e anche la Leopolda (4,5 e 6 novembre a Firenze), la Woodstock del renzismo, sarà dedicata al Sì e all’orgoglio delle riforme fatte dal governo. Si comincia ricordando gli “angeli del fango”, nell’anniversario dei 50 anni dall’alluvione di Firenze.
E il fronte del No si organizza in cento piazze in tutta Italia oggi. Flash mob degli studenti per il No vestiti da senatori in via dei Fori Imperiali a Roma, che avranno come slogan: «Il potere nelle mani di pochi è un’idea vecchia di duemila anni». Calendario fittissimo di appuntamenti nei prossimi giorni. Il 3 novembre all’Università di Pisa l’Anpi ha organizzato un confronto per il No con la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, e Carlo Smuraglia. Titolo provocatorio: «Se vince il No ci sarà l’invasione delle cavallette?».
il manifesto 29.10.16
Riforma costituzionale. Il grande imbroglio dei risparmi
di Massimo Villone
Pensavamo che dopo il rinvio della proposta M5S sul taglio delle indennità parlamentari i sostenitori del Sì mettessero la sordina sulla riduzione dei costi della politica, per l’evidente inconsistenza degli argomenti portati. Invece, insistono.
Eppure, tutti sanno ormai che i 500 milioni dalla riforma del Senato promessi da Renzi ai poveri sono un imbroglio. Il documento della Ragioneria dello Stato che certifica risparmi nemmeno di 49 milioni all’anno è andato in Tv con le cifre in bella vista.
Non potendo negare, l’ultima versione Pd è che i 500 milioni vengono da altro: riforma delle province, fine del Cnel, limite agli emolumenti dei consiglieri regionali, riforma del rapporto Stato-Regioni.
Come abbiamo già scritto su queste pagine, la Renzi-Boschi si limita a espungere la parola «provincia» dalla Costituzione. Ma in realtà è già intervenuta la legge 56/2014 (Delrio), da cui vengono o verranno i risparmi, se ve ne saranno. Ne segue che la Ragioneria definisce per questa parte i risparmi derivanti dalla riforma non quantificabili. Mentre vediamo gli effetti reali della legge Delrio: nessuno sa chi abbia titolo a metter mano alle strade e alle scuole di cui si occupava la provincia, e le elezioni dei consiglieri delle città metropolitane sono scivolate in una oscura clandestinità di bassa cucina politica. Niente campagna elettorale, niente programmi, niente dibattiti. Questo perché sono eletti in secondo grado dai consiglieri comunali e dai sindaci delle aree metropolitane nel proprio ambito: lo stesso modello che si vuole introdurre per il senato.
La soppressione del Cnel vale per la Ragioneria 8.7 milioni di euro all’anno. Poiché alcuni milioni sono per il personale, che non si può mettere a carico della Caritas, i risparmi sono anche inferiori. Gli emolumenti ai consiglieri regionali vengono sì limitati, ma la materia non può essere totalmente sottratta all’autonomia dei consigli.
Inoltre, il concetto di emolumento non si estende a ogni trattamento economico. Non comprende le indennità aggiuntive per funzioni speciali come presidenze di commissioni e di gruppi, diarie, rimborsi spese, e benefits come assistenti, macchine blu e cellulari. Consiglieri, assessori, presidenti non dormiranno sotto i ponti. E la Ragioneria anche per questo verso definisce i risparmi non quantificabili.
E veniamo alla riforma del rapporto Stato-Regioni, che riporta allo Stato potestà legislative importanti. I risparmi non sono effetto necessario e automatico della riduzione di autonomia, e se mai verranno da quel che si farà dopo: riorganizzazione di uffici, personale, funzioni. Dunque, rimangono del tutto incerti, eventuali, non quantificabili. Mentre un effetto sicuro e immediato c’è: la dimostrazione che il nuovo senato è uno spreco di denaro pubblico, e non un risparmio.
La Renzi-Boschi introduce la cd clausola di supremazia, che consente al legislatore statale di entrare nelle materie di competenza regionale per ragioni di interesse nazionale e di unità giuridica ed economica della Repubblica. Una clausola che potrebbe essere – male – utilizzata per imbavagliare e normalizzare le comunità locali, ad esempio per grandi opere di altrettanto grande impatto ambientale. Ma, si potrebbe obiettare, il nuovo senato è una camera delle regioni, e rappresenta i territori: voterà contro, e porrà un argine.
Niente affatto. Perché – diversamente da altre materie pur rilevantissime come la revisione della Costituzione – alle leggi statali adottate in base alla clausola di supremazia il senato non partecipa in modo paritario. Il no del senato può essere superato da una nuova deliberazione della Camera, che prevale. Allora a che serve questo senato che da un lato scippa il diritto di voto ai cittadini, e dall’altro nemmeno difende i territori? A concedere medaglie corredate con le prerogative parlamentari a un ceto politico che non le merita?
Ma è bello che un primo ministro pensi ai suoi poveri. Per l’Istat, nel 2015 le persone in povertà assoluta – quelli che sopravvivono a stento – erano in Italia circa 4.6 milioni. I 49 milioni annui di risparmio certificati per il nuovo senato danno 10€ e qualche centesimo a testa. Meglio che niente. E almeno possiamo vedere lo scippo del diritto di voto come un atto di carità.
Riforma costituzionale. Il grande imbroglio dei risparmi
di Massimo Villone
Pensavamo che dopo il rinvio della proposta M5S sul taglio delle indennità parlamentari i sostenitori del Sì mettessero la sordina sulla riduzione dei costi della politica, per l’evidente inconsistenza degli argomenti portati. Invece, insistono.
Eppure, tutti sanno ormai che i 500 milioni dalla riforma del Senato promessi da Renzi ai poveri sono un imbroglio. Il documento della Ragioneria dello Stato che certifica risparmi nemmeno di 49 milioni all’anno è andato in Tv con le cifre in bella vista.
Non potendo negare, l’ultima versione Pd è che i 500 milioni vengono da altro: riforma delle province, fine del Cnel, limite agli emolumenti dei consiglieri regionali, riforma del rapporto Stato-Regioni.
Come abbiamo già scritto su queste pagine, la Renzi-Boschi si limita a espungere la parola «provincia» dalla Costituzione. Ma in realtà è già intervenuta la legge 56/2014 (Delrio), da cui vengono o verranno i risparmi, se ve ne saranno. Ne segue che la Ragioneria definisce per questa parte i risparmi derivanti dalla riforma non quantificabili. Mentre vediamo gli effetti reali della legge Delrio: nessuno sa chi abbia titolo a metter mano alle strade e alle scuole di cui si occupava la provincia, e le elezioni dei consiglieri delle città metropolitane sono scivolate in una oscura clandestinità di bassa cucina politica. Niente campagna elettorale, niente programmi, niente dibattiti. Questo perché sono eletti in secondo grado dai consiglieri comunali e dai sindaci delle aree metropolitane nel proprio ambito: lo stesso modello che si vuole introdurre per il senato.
La soppressione del Cnel vale per la Ragioneria 8.7 milioni di euro all’anno. Poiché alcuni milioni sono per il personale, che non si può mettere a carico della Caritas, i risparmi sono anche inferiori. Gli emolumenti ai consiglieri regionali vengono sì limitati, ma la materia non può essere totalmente sottratta all’autonomia dei consigli.
Inoltre, il concetto di emolumento non si estende a ogni trattamento economico. Non comprende le indennità aggiuntive per funzioni speciali come presidenze di commissioni e di gruppi, diarie, rimborsi spese, e benefits come assistenti, macchine blu e cellulari. Consiglieri, assessori, presidenti non dormiranno sotto i ponti. E la Ragioneria anche per questo verso definisce i risparmi non quantificabili.
E veniamo alla riforma del rapporto Stato-Regioni, che riporta allo Stato potestà legislative importanti. I risparmi non sono effetto necessario e automatico della riduzione di autonomia, e se mai verranno da quel che si farà dopo: riorganizzazione di uffici, personale, funzioni. Dunque, rimangono del tutto incerti, eventuali, non quantificabili. Mentre un effetto sicuro e immediato c’è: la dimostrazione che il nuovo senato è uno spreco di denaro pubblico, e non un risparmio.
La Renzi-Boschi introduce la cd clausola di supremazia, che consente al legislatore statale di entrare nelle materie di competenza regionale per ragioni di interesse nazionale e di unità giuridica ed economica della Repubblica. Una clausola che potrebbe essere – male – utilizzata per imbavagliare e normalizzare le comunità locali, ad esempio per grandi opere di altrettanto grande impatto ambientale. Ma, si potrebbe obiettare, il nuovo senato è una camera delle regioni, e rappresenta i territori: voterà contro, e porrà un argine.
Niente affatto. Perché – diversamente da altre materie pur rilevantissime come la revisione della Costituzione – alle leggi statali adottate in base alla clausola di supremazia il senato non partecipa in modo paritario. Il no del senato può essere superato da una nuova deliberazione della Camera, che prevale. Allora a che serve questo senato che da un lato scippa il diritto di voto ai cittadini, e dall’altro nemmeno difende i territori? A concedere medaglie corredate con le prerogative parlamentari a un ceto politico che non le merita?
Ma è bello che un primo ministro pensi ai suoi poveri. Per l’Istat, nel 2015 le persone in povertà assoluta – quelli che sopravvivono a stento – erano in Italia circa 4.6 milioni. I 49 milioni annui di risparmio certificati per il nuovo senato danno 10€ e qualche centesimo a testa. Meglio che niente. E almeno possiamo vedere lo scippo del diritto di voto come un atto di carità.
Repubblica 29.10.16
Perché la promessa sull’Italicum non risolve il dilemma del premier
di Stefano Folli
GIUNTI a questo punto, quando mancano poco meno di quaranta giorni al referendum, l’accordo di principio nel Pd per cambiare l’Italicum, cioè il modello elettorale, può essere utile. Ma con un limite preciso: quello di essere, appunto, un’intesa generale. Come tale può servire per ottenere oggi anche il consenso di Gianni Cuperlo, che rappresenta la minoranza del partito nella commissione ad hoc e lavora per comporre le lacerazioni. Tuttavia nessuno può sapere con certezza cosa accadrà all’indomani del 4 dicembre. Solo allora si capirà quanto vale la carta su cui sono annotate le ipotesi di modifica. A cominciare dall’abolizione del ballottaggio che farebbe crollare, in effetti, uno dei capisaldi dell’attuale legge.
Fino a quella data ben poco di ciò che viene detto o sussurrato ha un carattere definitivo. Altro sarebbe se la vaga intesa fosse trasferita nero su bianco in una proposta di legge e depositata in Parlamento. In quel caso assumerebbe un carattere abbastanza vincolante, pur considerando che la riforma elettorale si vota nelle assemblee legislative e non in qualche ufficio di partito. E alle Camere sarebbe necessario tentare almeno di raccogliere una maggioranza allargata, prima di chiudersi nel fortilizio e magari ricorrere — come è già avvenuto — al voto di fiducia.
In ogni caso, siamo solo alle prime battute di un percorso lungo e accidentato, di cui è difficile immaginare oggi il punto di approdo. Renzi, è evidente, si tiene tutte le carte nella manica. Può tentare, dopo il referendum, un Italicum-bis, riaggiustato in base alla sentenza attesa dalla Corte Costituzionale, ma senza scardinarne la logica di fondo. Oppure può afferrare il bandolo offerto dal semi-accordo maturato nella commissione e procedere a una riforma più radicale di quella legge che fino a qualche mese fa il premier giudicava la più bella del mondo e che, nonostante tutto, è ancora nel suo cuore. Tutto dipende, è persino banale ricordarlo, dal risultato referendario. Una vittoria del No imporrebbe la totale revisione dell’impianto attuale e si dovrebbe provvedere, fra l’altro, anche a ricostruire uno schema elettorale intorno al Senato. I fautori del proporzionale trarrebbero un forte incoraggiamento dalla circostanza, ma in realtà niente impone la restaurazione del modello che accompagnò la Prima Repubblica fino agli anni della crisi.
Ovviamente però i correttivi di cui si mormora a mezza bocca nelle ultime ore riguardano le conseguenze di una vittoria del Sì. Gli sforzi di mantenere unito il Pd anche a costo di qualche compromesso, hanno un senso solo in questa cornice. Il che spiega il silenzio di Renzi. Oggi il premier-segretario parlerà alla manifestazione di Roma, molto impegnativa per il Pd, ma c’è da dubitare che si leghi le mani circa il futuro dell’Italicum. La sua linea è semplice: prima vincere, poi discutere. E la discussione sarà strettamente connessa al grado di forza con cui Renzi uscirà dalle urne. Una vittoria striminzita del Sì potrebbe obbligarlo a discutere nel merito la nuova legge con la minoranza interna (tutta o un segmento di essa): in quel caso, la bozza della commissione tornerebbe utile. Viceversa, man mano che la vittoria si rivelasse larga e convincente, la disponibilità del premier tenderebbe a scemare. E il Pd farebbe un significativo passo avanti verso il “partito renziano”.
In fondo, Renzi non ha per nulla deciso di abbandonare una legge elettorale che gli garantirebbe sulla carta il massimo del potere parlamentare. Il problema è che sullo sfondo si stagliano i Cinque Stelle. Sconfiggerli nelle urne non sarà per nulla agevole e il colmo per Renzi sarebbe vincere il referendum per poi soccombere nello scontro elettorale, consegnando l’Italia a Grillo. Tutto quello che avverrà all’indomani del 4 dicembre meriterà di essere letto con la mente rivolta alle prossime politiche. La morte e la resurrezione dell’Italicum vanno viste solo in tale prospettiva. Da un lato, Renzi ha la necessità di tenersi stretto il gruppo dei Centristi, intesi come Alfano, Casini ma anche Verdini, dal quale ha ricevuto notevole aiuto in questi mesi. Dall’altro, deve recuperare un pezzo della sinistra in origine anti-renziana, a cominciare da Giuliano Pisapia. È una duplice operazione che deve stare in perfetto equilibrio per riuscire. E che non contempla l’apertura alla maggior parte dei bersaniani. Cioè a quella minoranza del No che oggi non sarà in piazza.
Perché la promessa sull’Italicum non risolve il dilemma del premier
di Stefano Folli
GIUNTI a questo punto, quando mancano poco meno di quaranta giorni al referendum, l’accordo di principio nel Pd per cambiare l’Italicum, cioè il modello elettorale, può essere utile. Ma con un limite preciso: quello di essere, appunto, un’intesa generale. Come tale può servire per ottenere oggi anche il consenso di Gianni Cuperlo, che rappresenta la minoranza del partito nella commissione ad hoc e lavora per comporre le lacerazioni. Tuttavia nessuno può sapere con certezza cosa accadrà all’indomani del 4 dicembre. Solo allora si capirà quanto vale la carta su cui sono annotate le ipotesi di modifica. A cominciare dall’abolizione del ballottaggio che farebbe crollare, in effetti, uno dei capisaldi dell’attuale legge.
Fino a quella data ben poco di ciò che viene detto o sussurrato ha un carattere definitivo. Altro sarebbe se la vaga intesa fosse trasferita nero su bianco in una proposta di legge e depositata in Parlamento. In quel caso assumerebbe un carattere abbastanza vincolante, pur considerando che la riforma elettorale si vota nelle assemblee legislative e non in qualche ufficio di partito. E alle Camere sarebbe necessario tentare almeno di raccogliere una maggioranza allargata, prima di chiudersi nel fortilizio e magari ricorrere — come è già avvenuto — al voto di fiducia.
In ogni caso, siamo solo alle prime battute di un percorso lungo e accidentato, di cui è difficile immaginare oggi il punto di approdo. Renzi, è evidente, si tiene tutte le carte nella manica. Può tentare, dopo il referendum, un Italicum-bis, riaggiustato in base alla sentenza attesa dalla Corte Costituzionale, ma senza scardinarne la logica di fondo. Oppure può afferrare il bandolo offerto dal semi-accordo maturato nella commissione e procedere a una riforma più radicale di quella legge che fino a qualche mese fa il premier giudicava la più bella del mondo e che, nonostante tutto, è ancora nel suo cuore. Tutto dipende, è persino banale ricordarlo, dal risultato referendario. Una vittoria del No imporrebbe la totale revisione dell’impianto attuale e si dovrebbe provvedere, fra l’altro, anche a ricostruire uno schema elettorale intorno al Senato. I fautori del proporzionale trarrebbero un forte incoraggiamento dalla circostanza, ma in realtà niente impone la restaurazione del modello che accompagnò la Prima Repubblica fino agli anni della crisi.
Ovviamente però i correttivi di cui si mormora a mezza bocca nelle ultime ore riguardano le conseguenze di una vittoria del Sì. Gli sforzi di mantenere unito il Pd anche a costo di qualche compromesso, hanno un senso solo in questa cornice. Il che spiega il silenzio di Renzi. Oggi il premier-segretario parlerà alla manifestazione di Roma, molto impegnativa per il Pd, ma c’è da dubitare che si leghi le mani circa il futuro dell’Italicum. La sua linea è semplice: prima vincere, poi discutere. E la discussione sarà strettamente connessa al grado di forza con cui Renzi uscirà dalle urne. Una vittoria striminzita del Sì potrebbe obbligarlo a discutere nel merito la nuova legge con la minoranza interna (tutta o un segmento di essa): in quel caso, la bozza della commissione tornerebbe utile. Viceversa, man mano che la vittoria si rivelasse larga e convincente, la disponibilità del premier tenderebbe a scemare. E il Pd farebbe un significativo passo avanti verso il “partito renziano”.
In fondo, Renzi non ha per nulla deciso di abbandonare una legge elettorale che gli garantirebbe sulla carta il massimo del potere parlamentare. Il problema è che sullo sfondo si stagliano i Cinque Stelle. Sconfiggerli nelle urne non sarà per nulla agevole e il colmo per Renzi sarebbe vincere il referendum per poi soccombere nello scontro elettorale, consegnando l’Italia a Grillo. Tutto quello che avverrà all’indomani del 4 dicembre meriterà di essere letto con la mente rivolta alle prossime politiche. La morte e la resurrezione dell’Italicum vanno viste solo in tale prospettiva. Da un lato, Renzi ha la necessità di tenersi stretto il gruppo dei Centristi, intesi come Alfano, Casini ma anche Verdini, dal quale ha ricevuto notevole aiuto in questi mesi. Dall’altro, deve recuperare un pezzo della sinistra in origine anti-renziana, a cominciare da Giuliano Pisapia. È una duplice operazione che deve stare in perfetto equilibrio per riuscire. E che non contempla l’apertura alla maggior parte dei bersaniani. Cioè a quella minoranza del No che oggi non sarà in piazza.
La Stampa 29.10.16
L’assist di Orban a Renzi
di Marcello Sorgi
La polemica tra Renzi e Orban di ieri è un classico del parlare a suocera perché nuora intenda. Il premier ungherese, che ha alzato un muro ai propri confini ed è da poco uscito sconfitto nel referendum sulla sua politica di respingimento degli immigrati, lo aveva definito «nervoso» in relazione ai problemi avuti con la Commissione. Il premier ha reagito dicendo che l’Italia è pronta a rispondere mettendo il veto sul bilancio europeo contro i Paesi che continuano a rifiutarsi di attuare le decisioni prese nei vertici della Ue sulla ripartizione dei migranti.
La settimana che sta per concludersi, non va dimenticato, è stata caratterizzata dall’intervento del presidente Mattarella contro i rigurgiti di nazionalismo e a favore del recupero delle ragioni più alte dell’Europa. Attaccando Renzi, Orban, che pur senza essere stato nominato era chiaramente tra gli obiettivi del discorso del Capo dello Stato, ha fornito un assist formidabile a Renzi, che ne ha approfittato anche per lanciare un segnale ai vertici della Commissione, con cui è in corso il difficile negoziato sulla legge di stabilità.
Renzi, che per inciso ha ribadito che non si sente affatto un «Pierino» quando chiede il rispetto delle decisioni europee sull’immigrazione, è convinto che la trattativa con Juncker, Moscovici e Dombrovskis non potrà non risentire della seconda ondata di terremoto nel Centro Italia, e dei problemi che si sono aperti, aggravati dai primi freddi, nell’assistenza alle migliaia di sfollati in conseguenza del sisma. Finora la Commissione ha cercato di distinguere tra i costi dei soccorsi immediati prestati ai terremotati e gli investimenti che in prospettiva il governo ha programmato per la messa in sicurezza del territorio. Con il risultato di chiedere egualmente all’Italia, che preme per scorporare il peso di questi stanziamenti dal calcolo del deficit, di rientrare egualmente nei canoni previsti. Ma ora appunto, dopo le nuove scosse, la Commissione è attesa a una diversa valutazione dei rischi e della realtà italiana. Di qui l’insistenza di Renzi per una risposta che da Bruxelles, con qualche passaggio intermedio, non arriverà prima del voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre.
Oggi è il giorno della manifestazione nazionale del Pd per il «Sì» alla riforma. Previste assenze in blocco dei bersaniani, ormai orientati per il «No», e forse anche di Cuperlo, che proprio a nome della minoranza era entrato nella commissione per la modifica della legge elettorale che non è riuscita, fino a questo momento, a riportare il partito all’unità.
L’assist di Orban a Renzi
di Marcello Sorgi
La polemica tra Renzi e Orban di ieri è un classico del parlare a suocera perché nuora intenda. Il premier ungherese, che ha alzato un muro ai propri confini ed è da poco uscito sconfitto nel referendum sulla sua politica di respingimento degli immigrati, lo aveva definito «nervoso» in relazione ai problemi avuti con la Commissione. Il premier ha reagito dicendo che l’Italia è pronta a rispondere mettendo il veto sul bilancio europeo contro i Paesi che continuano a rifiutarsi di attuare le decisioni prese nei vertici della Ue sulla ripartizione dei migranti.
La settimana che sta per concludersi, non va dimenticato, è stata caratterizzata dall’intervento del presidente Mattarella contro i rigurgiti di nazionalismo e a favore del recupero delle ragioni più alte dell’Europa. Attaccando Renzi, Orban, che pur senza essere stato nominato era chiaramente tra gli obiettivi del discorso del Capo dello Stato, ha fornito un assist formidabile a Renzi, che ne ha approfittato anche per lanciare un segnale ai vertici della Commissione, con cui è in corso il difficile negoziato sulla legge di stabilità.
Renzi, che per inciso ha ribadito che non si sente affatto un «Pierino» quando chiede il rispetto delle decisioni europee sull’immigrazione, è convinto che la trattativa con Juncker, Moscovici e Dombrovskis non potrà non risentire della seconda ondata di terremoto nel Centro Italia, e dei problemi che si sono aperti, aggravati dai primi freddi, nell’assistenza alle migliaia di sfollati in conseguenza del sisma. Finora la Commissione ha cercato di distinguere tra i costi dei soccorsi immediati prestati ai terremotati e gli investimenti che in prospettiva il governo ha programmato per la messa in sicurezza del territorio. Con il risultato di chiedere egualmente all’Italia, che preme per scorporare il peso di questi stanziamenti dal calcolo del deficit, di rientrare egualmente nei canoni previsti. Ma ora appunto, dopo le nuove scosse, la Commissione è attesa a una diversa valutazione dei rischi e della realtà italiana. Di qui l’insistenza di Renzi per una risposta che da Bruxelles, con qualche passaggio intermedio, non arriverà prima del voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre.
Oggi è il giorno della manifestazione nazionale del Pd per il «Sì» alla riforma. Previste assenze in blocco dei bersaniani, ormai orientati per il «No», e forse anche di Cuperlo, che proprio a nome della minoranza era entrato nella commissione per la modifica della legge elettorale che non è riuscita, fino a questo momento, a riportare il partito all’unità.
Il Sole 29.10.16
Lo scontro Ue tra valori fondanti e armi spuntate
di Gerardo Pelosi
Veti impossibili, vuote minacce, saprattutto visioni diverse (se non opposte) dell’Europa. C’è questo, ma non solo, dietro l’ultimo scambio di accuse tra il premier ungherese Orban a il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi su crisi dei migranti e conti pubblici. Si fronteggiano, come raramente è successo, populismo e nazionalismo dell’Est con le battaglie di Renzi per un’Europa dei valori che guardi oltre la disciplina fiscale. Ma c’è anche una diversa lettura delle norme che regolano il funzionamento dell’Unione su una materia, quella dei migranti, che è terreno privilegiato degli scontri politici nazionali.
Cominciamo dall’inizio. «L’Italia – dice Renzi contestando le posizioni del premier ungherese Orban sui migranti – ogni anno dà 20 miliardi all’Europa e ne recupera 12. D’ora in avanti metterà il veto su qualsiasi bilancio che non contempli stessi oneri e stessi onori. L’Italia non è più il salvadanaio da cui andare a prendere i soldi». Il saldo netto strutturalmente negativo con Bruxelles per l’Italia deriva dal fatto che il nostro Pil, dopo quello di Germania e Francia, è il più alto in Europa. Nel negoziato del 2013 con la Commissione Ue quello sbilancio si è ridotto. Un saldo negativo per 8 miliardi come quello che Renzi sostiene esservi “ogni anno” può al massimo essere stato un caso eccezionale per un utilizzo di fondi Ue molto ridotto, ma la media normale del saldo negativo dal 2013 si attesta sulla metà, circa 4 miliardi.
Quanto al possibile veto al bilancio Ue, Renzi sa perfettamente (e lo sanno anche gli ungheresi) che il bilancio annuale prossimamente in votazione a Bruxelles viene approvato a maggioranza, quindi il veto non si può mettere. Diverso è il discorso per il “quadro finanziario pluriennale” che viene approvato all’unanimità ogni cinque anni e che deve prevedere il fabbisogno finanziario dell’Unione (l’1% del Pil globale, circa mille miliardi di euro). L’ultimo quadro finanziario scadrà nel 2020 quindi il prossimo comincerà ad essere negoziato nel 2019. Fino ad allora nessuna concreta possibilità di mettere “veti”.
Diversa la minaccia di veto ungherese contro, la cosiddetta “relocation” ossia la distribuzione nei vari Paesi europei di migranti richiedenti asilo di alcune nazionalità. Non ci sono nei Trattati strumenti per rendere la “relocation” obbligatoria e vincolante. Orban minaccia il veto contro le quote e ventila la possibilità di adire la Corte di Giustizia contro la Commissione Ue. Orban in sostanza dice ad alta voce sull’Italia quello che altri Paesi pensano in silenzio. Ed ossia che dietro “l’agitazione” di Renzi si celano le difficoltà nei conti pubblici e la mancanza di adeguati controlli per gli ingressi dei migranti nell’area Schengen «nonostante si tratti di un compito che, per quanto arduo non è impossibile». Mentre l’Ungheria finora ha speso circa 500 milioni per difendere le frontiere esterne dell’Unione europea.
Le critiche del premier italiano ai quattro Paesi di Visegrad (Ungheria, Cechia, Polonia e Slovacchia) sui muri anti migranti vengono da lontano e recentemente Renzi si è augurato che una procedura di infrazione arrivi non all’Italia per il mancato rispetto del Patto di stabilità ma a quei Paesi dell’Est che non hanno accettato la “relocation”. Ma la Commissione Ue ha chiarito che per una procedura di infrazione si dovrà attendere la verifica biennale degli impegni.
Renzi sfida poi la Commissione a dimostrare che le spese per ricostruzione post terremoto e accoglienza di 150mila migranti l’anno non rientrino in quelle “circostanze eccezionali” riconosciute dallo stesso Patto di stabilità. E qui Renzi ha nuovamente forzato la mano. Se non si cambia tenore l’Italia «impedirà a fine 2017 l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati». Ma il fiscal compact è un Trattato internazionale e non ha una scadenza. All’ultimo articolo si stabilisce che a fine 2017 si valuterà se inserirlo nei Trattati. Insomma un possibile ”upgrading” ma nessuna scadenza.
Alla fine, tra veti e minacce a vuoto, il nostro Paese rischia di venire nuovamente marginalizzato. Peccato perché le premesse erano buone.
Lo scontro Ue tra valori fondanti e armi spuntate
di Gerardo Pelosi
Veti impossibili, vuote minacce, saprattutto visioni diverse (se non opposte) dell’Europa. C’è questo, ma non solo, dietro l’ultimo scambio di accuse tra il premier ungherese Orban a il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi su crisi dei migranti e conti pubblici. Si fronteggiano, come raramente è successo, populismo e nazionalismo dell’Est con le battaglie di Renzi per un’Europa dei valori che guardi oltre la disciplina fiscale. Ma c’è anche una diversa lettura delle norme che regolano il funzionamento dell’Unione su una materia, quella dei migranti, che è terreno privilegiato degli scontri politici nazionali.
Cominciamo dall’inizio. «L’Italia – dice Renzi contestando le posizioni del premier ungherese Orban sui migranti – ogni anno dà 20 miliardi all’Europa e ne recupera 12. D’ora in avanti metterà il veto su qualsiasi bilancio che non contempli stessi oneri e stessi onori. L’Italia non è più il salvadanaio da cui andare a prendere i soldi». Il saldo netto strutturalmente negativo con Bruxelles per l’Italia deriva dal fatto che il nostro Pil, dopo quello di Germania e Francia, è il più alto in Europa. Nel negoziato del 2013 con la Commissione Ue quello sbilancio si è ridotto. Un saldo negativo per 8 miliardi come quello che Renzi sostiene esservi “ogni anno” può al massimo essere stato un caso eccezionale per un utilizzo di fondi Ue molto ridotto, ma la media normale del saldo negativo dal 2013 si attesta sulla metà, circa 4 miliardi.
Quanto al possibile veto al bilancio Ue, Renzi sa perfettamente (e lo sanno anche gli ungheresi) che il bilancio annuale prossimamente in votazione a Bruxelles viene approvato a maggioranza, quindi il veto non si può mettere. Diverso è il discorso per il “quadro finanziario pluriennale” che viene approvato all’unanimità ogni cinque anni e che deve prevedere il fabbisogno finanziario dell’Unione (l’1% del Pil globale, circa mille miliardi di euro). L’ultimo quadro finanziario scadrà nel 2020 quindi il prossimo comincerà ad essere negoziato nel 2019. Fino ad allora nessuna concreta possibilità di mettere “veti”.
Diversa la minaccia di veto ungherese contro, la cosiddetta “relocation” ossia la distribuzione nei vari Paesi europei di migranti richiedenti asilo di alcune nazionalità. Non ci sono nei Trattati strumenti per rendere la “relocation” obbligatoria e vincolante. Orban minaccia il veto contro le quote e ventila la possibilità di adire la Corte di Giustizia contro la Commissione Ue. Orban in sostanza dice ad alta voce sull’Italia quello che altri Paesi pensano in silenzio. Ed ossia che dietro “l’agitazione” di Renzi si celano le difficoltà nei conti pubblici e la mancanza di adeguati controlli per gli ingressi dei migranti nell’area Schengen «nonostante si tratti di un compito che, per quanto arduo non è impossibile». Mentre l’Ungheria finora ha speso circa 500 milioni per difendere le frontiere esterne dell’Unione europea.
Le critiche del premier italiano ai quattro Paesi di Visegrad (Ungheria, Cechia, Polonia e Slovacchia) sui muri anti migranti vengono da lontano e recentemente Renzi si è augurato che una procedura di infrazione arrivi non all’Italia per il mancato rispetto del Patto di stabilità ma a quei Paesi dell’Est che non hanno accettato la “relocation”. Ma la Commissione Ue ha chiarito che per una procedura di infrazione si dovrà attendere la verifica biennale degli impegni.
Renzi sfida poi la Commissione a dimostrare che le spese per ricostruzione post terremoto e accoglienza di 150mila migranti l’anno non rientrino in quelle “circostanze eccezionali” riconosciute dallo stesso Patto di stabilità. E qui Renzi ha nuovamente forzato la mano. Se non si cambia tenore l’Italia «impedirà a fine 2017 l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati». Ma il fiscal compact è un Trattato internazionale e non ha una scadenza. All’ultimo articolo si stabilisce che a fine 2017 si valuterà se inserirlo nei Trattati. Insomma un possibile ”upgrading” ma nessuna scadenza.
Alla fine, tra veti e minacce a vuoto, il nostro Paese rischia di venire nuovamente marginalizzato. Peccato perché le premesse erano buone.
La Stampa 29.10.16
il difficile compito della corte dell’Aja
di Vladimiro Zagrebelsky
Quando nel 1998 a Roma si conclusero i lavori del trattato per lo Statuto della Corte penale internazionale, poi ratificato da 124 Stati, molti salutarono l’avvenimento come un tornante storico del diritto internazionale e la vittoria della giustizia contro l’impunità generalmente assicurata ai governanti per i gravi crimini contro l’umanità. Era prevalsa la convinzione che la punizione di genocidi, crimini di guerra e contro l’umanità sia ormai da considerare compito della comunità internazionale nel suo insieme. Dai processi di Norimberga e di Tokyo sono derivate affermazioni di principio ormai imprescindibili e negli anni recenti le Nazioni Unite hanno istituito speciali tribunali internazionali, ad esempio per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia o per il genocidio nel Ruanda. Ma un compiuto punto di arrivo è stato raggiunto con l’istituzione della Corte penale internazionale.
Non si è trattato di un esito scontato. Diverse erano le ragioni di chi si opponeva e si oppone al principio stesso di cui la Corte penale internazionale è espressione. E non si tratta solo del rifiuto opposto da Stati e governanti che cercano l’impunità ad ogni costo o della posizione di Stati come Stati Uniti, Russia, Cina, India tra i maggiori, che non riconoscono la giurisdizione della Corte internazionale, perché non intendono ammettere che un giudice internazionale possa esaminare denunzie di crimini commessi da propri cittadini (non solo i governanti, ma anche i militari, i funzionari...).
Contro la soluzione adottata con l’istituzione della Corte internazionale veniva fatto valere che l’intervento giudiziario impedisce soluzioni politiche concordate, che possono mettere fine a drammatici conflitti interni e esterni consentendo ad esempio a governanti criminali di abbandonare il Paese e trovare rifugio altrove: che la politica cioè, piuttosto che la giustizia, sia adatta a gestire simili emergenze. Con lo Statuto di Roma e l’istituzione della Corte che siede all’Aja è però prevalsa una posizione di principio, che esclude l’impunità per i più gravi crimini contro l’umanità e rifiuta di considerarli un affare interno agli Stati da gestire da e tra i governi secondo le convenienze. Molti Stati che dichiarano di non poter sopportare l’impunità dei responsabili dei crimini contro l’umanità, tollerano tuttavia che, prima della loro caduta, coloro che li commettono siano considerati interlocutori politici, economici, militari.
La vicenda siriana ne è esempio chiaro, per il suo svolgimento con gli interventi di tanti Paesi terzi. Nel 2014, quando ancora si trattava di un conflitto essenzialmente interno, una mozione di 65 Stati membri delle Nazioni Unite per istituire un processo contro Bashar al-Assad venne bloccata dal veto di Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza. Con il senno di poi, si può pensare che quel veto abbia impedito una «soluzione giudiziaria» che avrebbe posto fine allo scontro che sconvolge tutta la regione? Difficile crederlo, ma l’uso apertamente politico per interessi nazionali, nell’attivare o nel bloccare l’azione degli organi della Corte penale internazionale offre spazio alla crisi che rischia ora di travolgere la Corte: offre spazio cioè all’accusa di selettività politica e discriminazione sollevata dall’Unione Africana e dai 34 Paesi d’Africa, che, dopo averne ratificato l’istituzione, ora si rivolgono contro la Corte.
Dopo il Burundi, adesso, nell’imminenza della sessione dell’assemblea degli Stati parti del sistema, il Gambia e il Sud Africa, rivendicando l’immunità dei capi di Stato, hanno dichiarato l’intenzione di denunziare il trattato. L’accusa di pregiudizio deriva dal fatto che la maggioranza delle inchieste in corso riguardano Stati africani. E le inchieste giunte a giudizio riguardano solo Stati africani. È dunque possibile chiedersi se non vi sia uno sguardo indagatore rivolto solo all’Africa e un occhio di favore altrove. L’addebito alla Corte di destinare troppa attenzione a ciò che accade nei Paesi del continente nero dovrebbe però essere rovesciato, criticando semmai la disattenzione per ciò che si verifica in altre parti del mondo. Ma la radice del problema si trova nella realtà politica mondiale, che l’istituzione della Corte internazionale avrebbe voluto correggere. È vero che il Procuratore della Corte potrebbe agire di propria iniziativa o su denunzia di uno Stato parte del sistema (ma sono evidenti le difficoltà di indagini che si svolgono nel territorio di Stati che non vogliono o possono collaborare). Tuttavia è agli Stati e soprattutto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che occorre guardare, per costatare che quello è il luogo ove abita la politica della forza e non l’idea della giustizia internazionale.
il difficile compito della corte dell’Aja
di Vladimiro Zagrebelsky
Quando nel 1998 a Roma si conclusero i lavori del trattato per lo Statuto della Corte penale internazionale, poi ratificato da 124 Stati, molti salutarono l’avvenimento come un tornante storico del diritto internazionale e la vittoria della giustizia contro l’impunità generalmente assicurata ai governanti per i gravi crimini contro l’umanità. Era prevalsa la convinzione che la punizione di genocidi, crimini di guerra e contro l’umanità sia ormai da considerare compito della comunità internazionale nel suo insieme. Dai processi di Norimberga e di Tokyo sono derivate affermazioni di principio ormai imprescindibili e negli anni recenti le Nazioni Unite hanno istituito speciali tribunali internazionali, ad esempio per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia o per il genocidio nel Ruanda. Ma un compiuto punto di arrivo è stato raggiunto con l’istituzione della Corte penale internazionale.
Non si è trattato di un esito scontato. Diverse erano le ragioni di chi si opponeva e si oppone al principio stesso di cui la Corte penale internazionale è espressione. E non si tratta solo del rifiuto opposto da Stati e governanti che cercano l’impunità ad ogni costo o della posizione di Stati come Stati Uniti, Russia, Cina, India tra i maggiori, che non riconoscono la giurisdizione della Corte internazionale, perché non intendono ammettere che un giudice internazionale possa esaminare denunzie di crimini commessi da propri cittadini (non solo i governanti, ma anche i militari, i funzionari...).
Contro la soluzione adottata con l’istituzione della Corte internazionale veniva fatto valere che l’intervento giudiziario impedisce soluzioni politiche concordate, che possono mettere fine a drammatici conflitti interni e esterni consentendo ad esempio a governanti criminali di abbandonare il Paese e trovare rifugio altrove: che la politica cioè, piuttosto che la giustizia, sia adatta a gestire simili emergenze. Con lo Statuto di Roma e l’istituzione della Corte che siede all’Aja è però prevalsa una posizione di principio, che esclude l’impunità per i più gravi crimini contro l’umanità e rifiuta di considerarli un affare interno agli Stati da gestire da e tra i governi secondo le convenienze. Molti Stati che dichiarano di non poter sopportare l’impunità dei responsabili dei crimini contro l’umanità, tollerano tuttavia che, prima della loro caduta, coloro che li commettono siano considerati interlocutori politici, economici, militari.
La vicenda siriana ne è esempio chiaro, per il suo svolgimento con gli interventi di tanti Paesi terzi. Nel 2014, quando ancora si trattava di un conflitto essenzialmente interno, una mozione di 65 Stati membri delle Nazioni Unite per istituire un processo contro Bashar al-Assad venne bloccata dal veto di Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza. Con il senno di poi, si può pensare che quel veto abbia impedito una «soluzione giudiziaria» che avrebbe posto fine allo scontro che sconvolge tutta la regione? Difficile crederlo, ma l’uso apertamente politico per interessi nazionali, nell’attivare o nel bloccare l’azione degli organi della Corte penale internazionale offre spazio alla crisi che rischia ora di travolgere la Corte: offre spazio cioè all’accusa di selettività politica e discriminazione sollevata dall’Unione Africana e dai 34 Paesi d’Africa, che, dopo averne ratificato l’istituzione, ora si rivolgono contro la Corte.
Dopo il Burundi, adesso, nell’imminenza della sessione dell’assemblea degli Stati parti del sistema, il Gambia e il Sud Africa, rivendicando l’immunità dei capi di Stato, hanno dichiarato l’intenzione di denunziare il trattato. L’accusa di pregiudizio deriva dal fatto che la maggioranza delle inchieste in corso riguardano Stati africani. E le inchieste giunte a giudizio riguardano solo Stati africani. È dunque possibile chiedersi se non vi sia uno sguardo indagatore rivolto solo all’Africa e un occhio di favore altrove. L’addebito alla Corte di destinare troppa attenzione a ciò che accade nei Paesi del continente nero dovrebbe però essere rovesciato, criticando semmai la disattenzione per ciò che si verifica in altre parti del mondo. Ma la radice del problema si trova nella realtà politica mondiale, che l’istituzione della Corte internazionale avrebbe voluto correggere. È vero che il Procuratore della Corte potrebbe agire di propria iniziativa o su denunzia di uno Stato parte del sistema (ma sono evidenti le difficoltà di indagini che si svolgono nel territorio di Stati che non vogliono o possono collaborare). Tuttavia è agli Stati e soprattutto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che occorre guardare, per costatare che quello è il luogo ove abita la politica della forza e non l’idea della giustizia internazionale.
La Stampa 29.10.16
Uno scontro pericoloso sui migranti
di Stefano Stefanini
Non deve stupire che Roma e Budapest siano ai ferri corti sull’immigrazione. Lo scontro è sintomo del pessimo clima fra leader e delle divisioni all’interno dell’Ue. Non sta certo all’Ungheria dare giudizi sul deficit italiano. Né l’immigrazione in Italia è una minaccia per gli ungheresi. Il premier ungherese ha colto l’occasione per salire in cattedra sul terreno dove si sente più forte, sa di trovare amici e vuole giocare la partita con l’Ue: il controllo delle frontiere.
Viktor Orban è un improbabile paladino europeista. Da anni Budapest è il pulcino nero dell’Unione su libertà democratiche e stato di diritto. Il campo populista è oggi affollato, a Est come a Ovest, Italia compresa, persino oltre Manica. Da Varsavia, Jaroslaw Kaczynski tira le fila della rivolta anti-Bruxelles del gruppo di Visegrad. Ma il leader ungherese può vantare la primogenitura. Ha lanciato per primo la sfida, ne ha plasmato l’appello culturale e nazionale, ha tratto più ispirazione dalla Mosca di Vladimir Putin che non dalla Berlino di Angela Merkel. Il mezzo passo falso sul quorum nel referendum sull’immigrazione ha appena scalfito la sua presa sul potere.
A Budapest e nel modesto firmamento europeo, Viktor Orban rimane saldamente in sella a condizione di non mollare sull’immigrazione. L’orrendo reticolato di filo spinato che taglia il confine serbo-ungherese è il fiore all’occhiello della sua popolarità, in casa e fuori. Lungi dall’esserne imbarazzato, Orban se n’è vantato anche nella polemica con l’Italia: ecco come l’Ungheria difende «i confini esterni dell’Ue». A differenza, implicitamente, dell’Italia o della Grecia che ne fanno un colabrodo.
Per geografia il confronto è risibile. Conta per la politica e per lo scontro, che si gioca nei vertici europei ma ancor più alle urne, sul futuro dell’Unione. Alla solidarietà invocata, con tonalità diverse, da Bruxelles, Roma o Berlino, si oppone la rivendicazione intransigente della sovranità nazionale. L’esercizio, o il recupero delle fette cedute, comincia ai confini. Brexit docet: l’idea di «riprendere controllo» è stata la molla psicologica che ha fatto pendere la bilancia per l’uscita dall’Ue.
Budapest e Varsavia hanno imparato la lezione ma non vogliono andarsene. Non si abbandona una casa così comoda, ospitale, pagante e rassicurante. Vogliono cambiarla a loro favore, subordinando Bruxelles alle capitali più di quanto già non lo sia. Per Kaczynski e Orban «Brexit è un’opportunità» d’invertire il senso di marcia dell’integrazione europea. Sono politici troppo stagionati per non sapere di essere oggi in minoranza fra i governi. Ma domani?
L’ondata populista che può spazzar via dall’interno l’ortodossia europeista della maggior parte dei governi ha bisogno di una causa. La trova nell’immigrazione. Ergendosi a baluardo per fermarla, Orban la cavalca. Non difende solo l’Ungheria dalla «quota» di qualche migliaio di rifugiati siriani o afghani; raccoglie le simpatie dormienti in larghi strati dell’opinione pubblica europea. «Populisti di tutta l’Europa unitevi»: ecco il suo messaggio.
Con il record di arrivi nel 2016 l’Italia è la più esposta. Roma ha un disperato bisogno di concreta solidarietà europea, che non può essere altro che la ripartizione degli oneri, accompagnata da una vigorosa politica, pure europea, di rimpatri (non sarebbe poi male, se poi l’Ue facesse qualcosa di più risoluto per filtrare la rotta libica). Col referendum alle porte, Matteo Renzi è vulnerabile. Il voto del 4 dicembre non ha nulla a che fare con l’immigrazione, ma molte delle forze che votano «no», sono i futuri alleati di Orban nello smantellamento populista dell’Europa sovrannazionale. Ecco da dove nasce l’attacco.
La risposta italiana non si è fatta attendere; sarebbe auspicabile che anche da Bruxelles venisse un segnale di fermezza. Ma è necessaria anche qualche riflessione. In vista del referendum, il presidente del Consiglio sta seminando resistenza a spada tratta all’Ue sul bilancio; il rischio è che, oltre a qualche «sì» di scontenti Ue raccolga anche isolamento europeo - Orban ne ha spregiudicatamente approfittato deviando la polemica dall’immigrazione al deficit. Bruxelles (e Berlino) devono domandarsi se il gioco della rigidità fiscale valga la candela della stabilità politica e, soprattutto, del consenso europeista in Italia.
L’immigrazione è diventata il nervo scoperto dell’Europa. Richiede, da una parte, solidarietà e divisione di oneri, costi e responsabilità; dall’altra, diritto d’asilo e libera circolazione vanno adattati a una situazione di arrivi e flussi di masse di popolazione. Il controllo delle frontiere non è un capriccio nazionalista passeggero. O qualcuno l’esercita rassicurando le opinioni pubbliche, o le nazioni se lo riprenderanno. E’ la scommessa di Orban. Solo l’Ue può fargliela perdere.
Uno scontro pericoloso sui migranti
di Stefano Stefanini
Non deve stupire che Roma e Budapest siano ai ferri corti sull’immigrazione. Lo scontro è sintomo del pessimo clima fra leader e delle divisioni all’interno dell’Ue. Non sta certo all’Ungheria dare giudizi sul deficit italiano. Né l’immigrazione in Italia è una minaccia per gli ungheresi. Il premier ungherese ha colto l’occasione per salire in cattedra sul terreno dove si sente più forte, sa di trovare amici e vuole giocare la partita con l’Ue: il controllo delle frontiere.
Viktor Orban è un improbabile paladino europeista. Da anni Budapest è il pulcino nero dell’Unione su libertà democratiche e stato di diritto. Il campo populista è oggi affollato, a Est come a Ovest, Italia compresa, persino oltre Manica. Da Varsavia, Jaroslaw Kaczynski tira le fila della rivolta anti-Bruxelles del gruppo di Visegrad. Ma il leader ungherese può vantare la primogenitura. Ha lanciato per primo la sfida, ne ha plasmato l’appello culturale e nazionale, ha tratto più ispirazione dalla Mosca di Vladimir Putin che non dalla Berlino di Angela Merkel. Il mezzo passo falso sul quorum nel referendum sull’immigrazione ha appena scalfito la sua presa sul potere.
A Budapest e nel modesto firmamento europeo, Viktor Orban rimane saldamente in sella a condizione di non mollare sull’immigrazione. L’orrendo reticolato di filo spinato che taglia il confine serbo-ungherese è il fiore all’occhiello della sua popolarità, in casa e fuori. Lungi dall’esserne imbarazzato, Orban se n’è vantato anche nella polemica con l’Italia: ecco come l’Ungheria difende «i confini esterni dell’Ue». A differenza, implicitamente, dell’Italia o della Grecia che ne fanno un colabrodo.
Per geografia il confronto è risibile. Conta per la politica e per lo scontro, che si gioca nei vertici europei ma ancor più alle urne, sul futuro dell’Unione. Alla solidarietà invocata, con tonalità diverse, da Bruxelles, Roma o Berlino, si oppone la rivendicazione intransigente della sovranità nazionale. L’esercizio, o il recupero delle fette cedute, comincia ai confini. Brexit docet: l’idea di «riprendere controllo» è stata la molla psicologica che ha fatto pendere la bilancia per l’uscita dall’Ue.
Budapest e Varsavia hanno imparato la lezione ma non vogliono andarsene. Non si abbandona una casa così comoda, ospitale, pagante e rassicurante. Vogliono cambiarla a loro favore, subordinando Bruxelles alle capitali più di quanto già non lo sia. Per Kaczynski e Orban «Brexit è un’opportunità» d’invertire il senso di marcia dell’integrazione europea. Sono politici troppo stagionati per non sapere di essere oggi in minoranza fra i governi. Ma domani?
L’ondata populista che può spazzar via dall’interno l’ortodossia europeista della maggior parte dei governi ha bisogno di una causa. La trova nell’immigrazione. Ergendosi a baluardo per fermarla, Orban la cavalca. Non difende solo l’Ungheria dalla «quota» di qualche migliaio di rifugiati siriani o afghani; raccoglie le simpatie dormienti in larghi strati dell’opinione pubblica europea. «Populisti di tutta l’Europa unitevi»: ecco il suo messaggio.
Con il record di arrivi nel 2016 l’Italia è la più esposta. Roma ha un disperato bisogno di concreta solidarietà europea, che non può essere altro che la ripartizione degli oneri, accompagnata da una vigorosa politica, pure europea, di rimpatri (non sarebbe poi male, se poi l’Ue facesse qualcosa di più risoluto per filtrare la rotta libica). Col referendum alle porte, Matteo Renzi è vulnerabile. Il voto del 4 dicembre non ha nulla a che fare con l’immigrazione, ma molte delle forze che votano «no», sono i futuri alleati di Orban nello smantellamento populista dell’Europa sovrannazionale. Ecco da dove nasce l’attacco.
La risposta italiana non si è fatta attendere; sarebbe auspicabile che anche da Bruxelles venisse un segnale di fermezza. Ma è necessaria anche qualche riflessione. In vista del referendum, il presidente del Consiglio sta seminando resistenza a spada tratta all’Ue sul bilancio; il rischio è che, oltre a qualche «sì» di scontenti Ue raccolga anche isolamento europeo - Orban ne ha spregiudicatamente approfittato deviando la polemica dall’immigrazione al deficit. Bruxelles (e Berlino) devono domandarsi se il gioco della rigidità fiscale valga la candela della stabilità politica e, soprattutto, del consenso europeista in Italia.
L’immigrazione è diventata il nervo scoperto dell’Europa. Richiede, da una parte, solidarietà e divisione di oneri, costi e responsabilità; dall’altra, diritto d’asilo e libera circolazione vanno adattati a una situazione di arrivi e flussi di masse di popolazione. Il controllo delle frontiere non è un capriccio nazionalista passeggero. O qualcuno l’esercita rassicurando le opinioni pubbliche, o le nazioni se lo riprenderanno. E’ la scommessa di Orban. Solo l’Ue può fargliela perdere.
Repubblica 29.10.16
La durezza dell’Ue, i ritardi di Roma
di Ferdinando Giugliano
LA STRATEGIA della Commissione europea sulla legge di bilancio, che proprio in queste ore si appresta ad arrivare in Parlamento, appare, di primo acchito, sospesa fra l’ottuso e lo spietato. Le critiche mosse da Bruxelles, a cui ha risposto giovedì il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, riguardano un aumento del deficit pubblico pari allo 0,1 per cento del prodotto interno lordo — più o meno quello che il nostro Paese produce ogni nove ore. Secondo i critici, innescare uno scontro politico con l’Italia per appena 1,6 miliardi vuol dire soffiare inutilmente sul fuoco dell’euroscetticismo. Farlo a ridosso di due terremoti, per i quali il governo è pronto a intervenire finanziariamente, trasformerebbe l’Ue in un mostro senza cuore, pronto a sacrificare gli sfollati su una pira di fogli Excel.
Questa interpretazione, molto diffusa in alcuni circoli politici e intellettuali italiani, è però incompleta: Bruxelles non è contraria a tenere fuori dal computo del deficit le spese legate al terremoto. Vuole solo evitare che queste siano gonfiate a dismisura. Lo 0,1% è soltanto l’ultima di una serie di deviazioni dal percorso di consolidamento fiscale compiute in questi anni. La loro somma — una legge di bilancio dopo l’altra — rischia di rendere l’economia italiana sempre più vulnerabile ai capricci dei mercati non appena sarà scomparso lo scudo della Banca centrale europea che tiene a riparo il nostro debito pubblico.
Il modo migliore per riconoscere questo problema è ripartire dalle prime previsioni economiche prodotte dal governo di Matteo Renzi e contenute nel Documento di economia e finanza del 2014, confrontandole con quelle dell’attuale manovra. Due anni e mezzo fa, l’esecutivo ipotizzava che il rapporto fra debito e Pil nel 2017 sarebbe stato del 125,1%, in discesa di sette punti percentuali e mezzo rispetto al 2013. Il documento inviato pochi giorni fa a Bruxelles stima invece per l’anno prossimo un debito al 132,6% del Pil, a fronte di un dato consolidato per il 2013 di 3,6 punti percentuali inferiore. Se si mettono insieme questi numeri, si nota come durante il governo Renzi il piano di riduzione del debito sia uscito fuori strada per oltre 11 punti percentuali di Pil. Si tratta di una cifra pari a più di cento volte lo sforamento che Bruxelles ci contesta quest’anno, per un totale di circa 180 miliardi di euro.
Non tutto questo scartamento è, ovviamente, imputabile alle scelte del governo. Negli ultimi tre anni, la crescita mondiale è stata ben al di sotto delle aspettative. L’inflazione, che aiuta a rendere i debiti pubblici e privati più sostenibili erodendoli, è rimasta ferma a lungo a livelli intorno allo zero, a causa della discesa del prezzo del greggio e di una ripresa stentata. Allo stesso tempo, però, la spesa per interessi sul debito pubblico si è ridotta notevolmente, grazie al quantitative easing della Bce. Insomma, i fattori esterni aiutano a spiegare solo una piccola parte della deviazione dal percorso di probità fiscale che Renzi diceve di voler intraprendere.
Il détour dal risanamento dipende, invece, soprattutto da scelte che sono state fatte dall’esecutivo. La principale riguarda il cosiddetto “avanzo primario”, ovvero la differenza fra le entrate e le uscite, escludendo la spesa per interessi. All’inizio del suo mandato, Matteo Renzi aveva previsto che il suo governo avrebbe accumulato avanzi primari in quattro anni per un totale di quasi 15 punti percentuali di Pil. Oggi ci si avvia ad una cifra di appena 6 punti percentuali. La differenza è pari a oltre 140 dei circa 180 miliardi di mancato risparmio che abbiamo notato. Se a questi dati sommiamo un percorso di privatizzazioni più deludente rispetto a quanto si era previsto a inizio 2014, lo smarrimento della via del consolidamento fiscale viene spiegato quasi nella sua interezza. La posizione dura della Commissione appare così più comprensibile che crudele.
Il governo ribatterà che la migliore strategia per ridurre il debito è rilanciare la crescita. Se in teoria questo è vero, non è affatto chiaro che le manovre relativamente espansive di questi anni abbiano prodotto un’accelerazione degna di questo nome. La legge di bilancio di quest’anno punta giustamente a rilanciare gli investimenti, ma disperde troppe risorse in misure di dubbia utilità a partire dall’estensione della platea di pensionati che riceveranno la quattordicesima. Lo scatto in avanti, insomma, è ancora rimandato.
Né è chiaro che, in assenza dei vincoli dell’Eurozona, l’Italia si sarebbe potuta permettere una politica di bilancio molto più espansiva. Le regole sul deficit e sul debito sono frutto di un compromesso politico, il prezzo da pagare per poter godere di tassi d’interesse bassi e di una valuta stabile. Inoltre, più allegra appare la spesa pubblica italiana, più difficile diventa per il presidente della Bce, Mario Draghi, difendere la politica monetaria ultra-espansiva che concede così tanto spazio di manovra all’Italia.
Infine, è proprio dalla Bce che potrebbe arrivare la peggiore notizia per il nostro governo. L’inflazione europea sta rialzando la testa, grazie alla stabilizzazione del costo del greggio: se questa tendenza aiuterà a ridurre il debito pubblico, l’accelerazione dei prezzi spingerà in su gli interessi dei titoli di Stato, come sta già accadendo in questi giorni, poiché gli investitori vorranno essere compensati. Il quantitative easing, che proseguirà finché i prezzi non accelereranno a ritmi compatibili con l’obbiettivo della Bce, potrebbe avere vita più breve di quanto auspichiamo.
Lo scontro su uno 0,1% è surreale ma porta echi di verità lontane. Dimenticarsi del problema del debito pubblico non basta per farlo scomparire.
La durezza dell’Ue, i ritardi di Roma
di Ferdinando Giugliano
LA STRATEGIA della Commissione europea sulla legge di bilancio, che proprio in queste ore si appresta ad arrivare in Parlamento, appare, di primo acchito, sospesa fra l’ottuso e lo spietato. Le critiche mosse da Bruxelles, a cui ha risposto giovedì il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, riguardano un aumento del deficit pubblico pari allo 0,1 per cento del prodotto interno lordo — più o meno quello che il nostro Paese produce ogni nove ore. Secondo i critici, innescare uno scontro politico con l’Italia per appena 1,6 miliardi vuol dire soffiare inutilmente sul fuoco dell’euroscetticismo. Farlo a ridosso di due terremoti, per i quali il governo è pronto a intervenire finanziariamente, trasformerebbe l’Ue in un mostro senza cuore, pronto a sacrificare gli sfollati su una pira di fogli Excel.
Questa interpretazione, molto diffusa in alcuni circoli politici e intellettuali italiani, è però incompleta: Bruxelles non è contraria a tenere fuori dal computo del deficit le spese legate al terremoto. Vuole solo evitare che queste siano gonfiate a dismisura. Lo 0,1% è soltanto l’ultima di una serie di deviazioni dal percorso di consolidamento fiscale compiute in questi anni. La loro somma — una legge di bilancio dopo l’altra — rischia di rendere l’economia italiana sempre più vulnerabile ai capricci dei mercati non appena sarà scomparso lo scudo della Banca centrale europea che tiene a riparo il nostro debito pubblico.
Il modo migliore per riconoscere questo problema è ripartire dalle prime previsioni economiche prodotte dal governo di Matteo Renzi e contenute nel Documento di economia e finanza del 2014, confrontandole con quelle dell’attuale manovra. Due anni e mezzo fa, l’esecutivo ipotizzava che il rapporto fra debito e Pil nel 2017 sarebbe stato del 125,1%, in discesa di sette punti percentuali e mezzo rispetto al 2013. Il documento inviato pochi giorni fa a Bruxelles stima invece per l’anno prossimo un debito al 132,6% del Pil, a fronte di un dato consolidato per il 2013 di 3,6 punti percentuali inferiore. Se si mettono insieme questi numeri, si nota come durante il governo Renzi il piano di riduzione del debito sia uscito fuori strada per oltre 11 punti percentuali di Pil. Si tratta di una cifra pari a più di cento volte lo sforamento che Bruxelles ci contesta quest’anno, per un totale di circa 180 miliardi di euro.
Non tutto questo scartamento è, ovviamente, imputabile alle scelte del governo. Negli ultimi tre anni, la crescita mondiale è stata ben al di sotto delle aspettative. L’inflazione, che aiuta a rendere i debiti pubblici e privati più sostenibili erodendoli, è rimasta ferma a lungo a livelli intorno allo zero, a causa della discesa del prezzo del greggio e di una ripresa stentata. Allo stesso tempo, però, la spesa per interessi sul debito pubblico si è ridotta notevolmente, grazie al quantitative easing della Bce. Insomma, i fattori esterni aiutano a spiegare solo una piccola parte della deviazione dal percorso di probità fiscale che Renzi diceve di voler intraprendere.
Il détour dal risanamento dipende, invece, soprattutto da scelte che sono state fatte dall’esecutivo. La principale riguarda il cosiddetto “avanzo primario”, ovvero la differenza fra le entrate e le uscite, escludendo la spesa per interessi. All’inizio del suo mandato, Matteo Renzi aveva previsto che il suo governo avrebbe accumulato avanzi primari in quattro anni per un totale di quasi 15 punti percentuali di Pil. Oggi ci si avvia ad una cifra di appena 6 punti percentuali. La differenza è pari a oltre 140 dei circa 180 miliardi di mancato risparmio che abbiamo notato. Se a questi dati sommiamo un percorso di privatizzazioni più deludente rispetto a quanto si era previsto a inizio 2014, lo smarrimento della via del consolidamento fiscale viene spiegato quasi nella sua interezza. La posizione dura della Commissione appare così più comprensibile che crudele.
Il governo ribatterà che la migliore strategia per ridurre il debito è rilanciare la crescita. Se in teoria questo è vero, non è affatto chiaro che le manovre relativamente espansive di questi anni abbiano prodotto un’accelerazione degna di questo nome. La legge di bilancio di quest’anno punta giustamente a rilanciare gli investimenti, ma disperde troppe risorse in misure di dubbia utilità a partire dall’estensione della platea di pensionati che riceveranno la quattordicesima. Lo scatto in avanti, insomma, è ancora rimandato.
Né è chiaro che, in assenza dei vincoli dell’Eurozona, l’Italia si sarebbe potuta permettere una politica di bilancio molto più espansiva. Le regole sul deficit e sul debito sono frutto di un compromesso politico, il prezzo da pagare per poter godere di tassi d’interesse bassi e di una valuta stabile. Inoltre, più allegra appare la spesa pubblica italiana, più difficile diventa per il presidente della Bce, Mario Draghi, difendere la politica monetaria ultra-espansiva che concede così tanto spazio di manovra all’Italia.
Infine, è proprio dalla Bce che potrebbe arrivare la peggiore notizia per il nostro governo. L’inflazione europea sta rialzando la testa, grazie alla stabilizzazione del costo del greggio: se questa tendenza aiuterà a ridurre il debito pubblico, l’accelerazione dei prezzi spingerà in su gli interessi dei titoli di Stato, come sta già accadendo in questi giorni, poiché gli investitori vorranno essere compensati. Il quantitative easing, che proseguirà finché i prezzi non accelereranno a ritmi compatibili con l’obbiettivo della Bce, potrebbe avere vita più breve di quanto auspichiamo.
Lo scontro su uno 0,1% è surreale ma porta echi di verità lontane. Dimenticarsi del problema del debito pubblico non basta per farlo scomparire.
Corriere 29.10.16
Le regole valgono anche per le sezioni del pd
di Salvatore Bragantini
Strano Paese la Germania, lì per sposarti in Chiesa devi esserci iscritto, pagando le tasse per sostentarla; e i partiti devono obbedire a precise norme di funzionamento, per evitare che entità basilari per la democrazia siano trattate come proprietà personali (entrambe le allusioni sono volute). Per troppi di noi, invece, darsi regole e vincolarsi a seguirle è un inutile inciampo; forse un freno alla nostra creatività?
Il Comune di Roma, ora a trazione grillina, ha sfrattato, forte di una sentenza del Consiglio di Stato, la gloriosa sezione Pd, ex Pci, di via dei Giubbonari. Manca il contratto d’affitto e il debito arretrato è di 170 mila euro. In tutta Italia abbondano certo casi simili, ma questo è il Pd, erede del Pci che, insieme al Pri di Ugo La Malfa, lottò per l’uso corretto dei soldi pubblici (la regola, nonostante le eccezioni, restava).
Ci si almanacca su come far crescere il Paese, si studiano le riforme di struttura, le carenze dell’offerta o i freni alla domanda. La vera riforma di struttura, a costo negativo eppur durissima, è in una cultura di rispetto delle regole; di quelle scritte nelle leggi e, prima ancora, di quelle proprie d’ogni società che viva nel rispetto dei diritti altrui. In attesa che maturi una coscienza civica che ci issi a quei livelli, una più attenta vigilanza sul rispetto delle norme, incluse quelle sul traffico, sarebbe un buon inizio.
Una società che rifugge dalla prepotenza e dalla lesione dei diritti altrui, anche minimi, vive meglio e cresce pure; come la Germania, tornata ormai a livelli di Pil superiori al 2008, a differenza della nostra Italia.
Le regole valgono anche per le sezioni del pd
di Salvatore Bragantini
Strano Paese la Germania, lì per sposarti in Chiesa devi esserci iscritto, pagando le tasse per sostentarla; e i partiti devono obbedire a precise norme di funzionamento, per evitare che entità basilari per la democrazia siano trattate come proprietà personali (entrambe le allusioni sono volute). Per troppi di noi, invece, darsi regole e vincolarsi a seguirle è un inutile inciampo; forse un freno alla nostra creatività?
Il Comune di Roma, ora a trazione grillina, ha sfrattato, forte di una sentenza del Consiglio di Stato, la gloriosa sezione Pd, ex Pci, di via dei Giubbonari. Manca il contratto d’affitto e il debito arretrato è di 170 mila euro. In tutta Italia abbondano certo casi simili, ma questo è il Pd, erede del Pci che, insieme al Pri di Ugo La Malfa, lottò per l’uso corretto dei soldi pubblici (la regola, nonostante le eccezioni, restava).
Ci si almanacca su come far crescere il Paese, si studiano le riforme di struttura, le carenze dell’offerta o i freni alla domanda. La vera riforma di struttura, a costo negativo eppur durissima, è in una cultura di rispetto delle regole; di quelle scritte nelle leggi e, prima ancora, di quelle proprie d’ogni società che viva nel rispetto dei diritti altrui. In attesa che maturi una coscienza civica che ci issi a quei livelli, una più attenta vigilanza sul rispetto delle norme, incluse quelle sul traffico, sarebbe un buon inizio.
Una società che rifugge dalla prepotenza e dalla lesione dei diritti altrui, anche minimi, vive meglio e cresce pure; come la Germania, tornata ormai a livelli di Pil superiori al 2008, a differenza della nostra Italia.
il manifesto 29.10.16
Atomiche, Italia allucinante
di Tommaso Di Francesco
Allucinante Matteo Renzi. Allucinante Paolo Gentiloni. Ieri notte era all’ordine del giorno dell’Assemblea generale dell’Onu un voto davvero importante: una risoluzione perché dal 2017 partano i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari.
La risoluzione è stata approvata da 123 Paesi, 16 Stati si sono astenuti ma 37 Paesi hanno votato contro, tra cui l’Italia. In compagnia di quasi tutte le nazioni nucleari del mondo e tanti alleati degli Stati uniti che, come l’Italia, hanno sul proprio territorio ogive nucleari. Si badi, non armi atomiche vintage della “passata” Guerra fredda, ma rinnovati sistemi d’arma per le quali il Nobel della Pace Obama ha speso diversi miliardi di dollari: si chiamano bombe B61-12 e potranno essere montate sugli F35 che – a proposito di “costi della politica” – ci costano più di 15 miliardi di euro. I primi due F35 arriveranno nella base di Amendola l’8 novembre prossimo, il giorno delle presidenziali americane, e senza know how di attivazione: quello lo controllano dagli Usa.
Qui, nel ridente Belpaese, ce ne sono ben 70 di bombe atomiche, 20 a Ghedi e 50 ad Aviano.
Sono lontani i tempi in cui il Parlamento europeo chiedeva espressamente agli Stati uniti di sbaraccare dal territorio europeo l’armamentario disseminato di circa 300 armi nucleari. Adesso se nazioni come Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Sudafrica e Nigeria (primi firmatari della risoluzione votata all’Onu) propongono di avviare un trattato vincolante per mettere al bando le armi atomiche, l’Italia si sente in dovere di votare contro. E purtroppo non è una barzelletta del tragi-comico Benigni, eccellenza italiana al mega ricevimento alla Casa bianca.
Atomiche, Italia allucinante
di Tommaso Di Francesco
Allucinante Matteo Renzi. Allucinante Paolo Gentiloni. Ieri notte era all’ordine del giorno dell’Assemblea generale dell’Onu un voto davvero importante: una risoluzione perché dal 2017 partano i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari.
La risoluzione è stata approvata da 123 Paesi, 16 Stati si sono astenuti ma 37 Paesi hanno votato contro, tra cui l’Italia. In compagnia di quasi tutte le nazioni nucleari del mondo e tanti alleati degli Stati uniti che, come l’Italia, hanno sul proprio territorio ogive nucleari. Si badi, non armi atomiche vintage della “passata” Guerra fredda, ma rinnovati sistemi d’arma per le quali il Nobel della Pace Obama ha speso diversi miliardi di dollari: si chiamano bombe B61-12 e potranno essere montate sugli F35 che – a proposito di “costi della politica” – ci costano più di 15 miliardi di euro. I primi due F35 arriveranno nella base di Amendola l’8 novembre prossimo, il giorno delle presidenziali americane, e senza know how di attivazione: quello lo controllano dagli Usa.
Qui, nel ridente Belpaese, ce ne sono ben 70 di bombe atomiche, 20 a Ghedi e 50 ad Aviano.
Sono lontani i tempi in cui il Parlamento europeo chiedeva espressamente agli Stati uniti di sbaraccare dal territorio europeo l’armamentario disseminato di circa 300 armi nucleari. Adesso se nazioni come Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Sudafrica e Nigeria (primi firmatari della risoluzione votata all’Onu) propongono di avviare un trattato vincolante per mettere al bando le armi atomiche, l’Italia si sente in dovere di votare contro. E purtroppo non è una barzelletta del tragi-comico Benigni, eccellenza italiana al mega ricevimento alla Casa bianca.
Corriere 29.10.16
La cover rock del segretario. E su Twitter si ironizza
di Alessandro Trocino
Giacca, cravatta e mani in alto, come a benedire i sostenitori del Sì al referendum. Sulla copertina di Rolling Stone, storica rivista musicale (ma non solo), fa irruzione Matteo Renzi, provocando l’immancabile sollevazione ironica della Rete. Il titolo della rivista ammicca all’ultima opera di Paolo Sorrentino: «The Young Pop». Renzi aggiunge Rolling Stone alla lunga lista delle apparizioni: tra le altre, l’intervento in giubbetto di pelle da «Amici» e la copertina in stile Fonzie di Chi. Presenze nazionalpopolari, lontane anni luce dalla seriosità della Prima Repubblica, studiate per comunicare un’immagine meno ingessata. Non a caso, nell’intervista, Renzi si definisce «un ragazzo semplice, di periferia, un boy scout». Una rockstar? «No, la politica è un servizio a tempo, fare la rockstar no». Il «rottamatore» Renzi ascolta persino il rap su Spotify e, naturalmente, «Andiamo a comandare». Su Twitter s’ironizza e si accusa Rolling Stone di endorsement al Sì: ma per la rivista è una tradizione occuparsi di politica e società. Prima di Renzi finirono in copertina Grillo, nel 2007, e Berlusconi nel 2009. E se Renzi si presenta su Rolling Stone in camicia bianca «House of cards», Salvini scelse di mostrarsi in edicola a petto nudo, per la gioia delle massaie padane. Difficile dire chi sia più pop e chi più «cheap».
La cover rock del segretario. E su Twitter si ironizza
di Alessandro Trocino
Giacca, cravatta e mani in alto, come a benedire i sostenitori del Sì al referendum. Sulla copertina di Rolling Stone, storica rivista musicale (ma non solo), fa irruzione Matteo Renzi, provocando l’immancabile sollevazione ironica della Rete. Il titolo della rivista ammicca all’ultima opera di Paolo Sorrentino: «The Young Pop». Renzi aggiunge Rolling Stone alla lunga lista delle apparizioni: tra le altre, l’intervento in giubbetto di pelle da «Amici» e la copertina in stile Fonzie di Chi. Presenze nazionalpopolari, lontane anni luce dalla seriosità della Prima Repubblica, studiate per comunicare un’immagine meno ingessata. Non a caso, nell’intervista, Renzi si definisce «un ragazzo semplice, di periferia, un boy scout». Una rockstar? «No, la politica è un servizio a tempo, fare la rockstar no». Il «rottamatore» Renzi ascolta persino il rap su Spotify e, naturalmente, «Andiamo a comandare». Su Twitter s’ironizza e si accusa Rolling Stone di endorsement al Sì: ma per la rivista è una tradizione occuparsi di politica e società. Prima di Renzi finirono in copertina Grillo, nel 2007, e Berlusconi nel 2009. E se Renzi si presenta su Rolling Stone in camicia bianca «House of cards», Salvini scelse di mostrarsi in edicola a petto nudo, per la gioia delle massaie padane. Difficile dire chi sia più pop e chi più «cheap».
il manifesto 29.10.16
La psicoanalisi e la crisi della qualità
di Sarantis Thanopulos
In un recente convegno sulla crisi del lavoro e le sue ripercussioni nel campo della cura psichica, organizzato dal Centro Napoletano di Psicoanalisi, lo psicoanalista francese Christophe Dejours ha descritto il declino di un ospedale psichiatrico parigino per via del neoliberismo.
Il lavoro psicoterapeutico che aveva dato prestigio all’ospedale, è stato sostituito dal trattamento farmacologico, più economico e sbrigativo. La mentalità neoliberista che ha espugnato il luogo di cura, può essere sintetizzata nella risposta di un dirigente alle proteste del personale: «Noi abbiamo a che fare con persone rozze, a cui i farmaci vanno bene, e voi volete offrire sovra-qualità».
Come se la passa la psicoanalisi in questi tempi di grande incertezza lavorativa e di marginalizzazione sociale di vasti strati della popolazione?
In realtà la domanda di trattamento analitico resta alta (anche per la crescente difficoltà delle strutture pubbliche di offrire un sostegno adeguato), ma è più generica e meno consapevole.
Il lavoro degli psicoanalisti è più faticoso perché si svolge in condizioni lontane da quelle ottimali e controcorrente. L’adesione collettiva a modelli «pratici» dell’esistenza, la prevalenza del supporto materiale sulla «carne viva» dell’esistenza, la ricerca ossessiva della stabilità e della sicurezza come valori in sé, conferiscono al lavoro analitico il carattere di un’(auto)educazione «sentimentale» dell’analizzando verso la riappropriazione della sua capacità di esposizione alla vita, del piacere di perdere i confini prestabiliti tra sé e l’altro da sé.
L’uso dell’analisi da parte di chi soffre, è insieme più «spietato» e più distratto, più difficile da gestire per l’analista preso tra due richieste contraddittorie: reggere la pressione, senza respingere il desiderio che la sottende, e combattere la distrazione e il disimpegno.
La difficoltà cresciuta del lavoro con i pazienti, non si traduce in crisi degli psicoanalisti, almeno per coloro sufficientemente preparati a lavorare in condizioni avverse, dalle quali traggono maggiore ispirazione. La psicoanalisi stenta, invece, nell’evoluzione del suo paradigma. A un’espansione dei campi della sua applicazione e a un consolidamento e affinamento dei suoi strumenti teorico-clinici, corrisponde un rallentamento evidente del loro rinnovamento. Tuttavia, questo rallentamento non è un dato specifico del campo psicoanalitico: andrebbe ascritto a una crisi del campo della cura, e più in generale della scienza, che ha la sua causa in una involuzione del nostro modo di vedere, interpretare e rappresentare il mondo.
La produzione di una costante agitazione in superficie che contrasta lo sviluppo di un movimento di cambiamento in profondità, tiene il pensiero e i sentimenti nel campo del già saputo e sperimentato, lontano dall’incertezza e dal presentimento del non ancora pensato.
Ne consegue un dominio della tecnologia – la sempre più sofisticata applicazione di quello che si sa – su quello che si potrebbe sapere.
Einstein ha rivoluzionato la fisica usando carta e penna. Oggi costruiamo dispositivi cattura-particelle che allargano il campo della visibilità, ma smarriamo ciò che non si vede. Nel creare una prova di «verità», produciamo anche una cecità iper-vedente. La qualità, legata all’intuizione e alla potenzialità, è fagocitata dalla quantità, legata alla concretezza.
La psicoanalisi ha il suo bel da fare in una società in cui dietro l’idea che la qualità sia roba per palati fini – e non per una moltitudine di persone rozze – si produce, in realtà, solo quantità, «fine» o «rozza», per tutti.
La psicoanalisi e la crisi della qualità
di Sarantis Thanopulos
In un recente convegno sulla crisi del lavoro e le sue ripercussioni nel campo della cura psichica, organizzato dal Centro Napoletano di Psicoanalisi, lo psicoanalista francese Christophe Dejours ha descritto il declino di un ospedale psichiatrico parigino per via del neoliberismo.
Il lavoro psicoterapeutico che aveva dato prestigio all’ospedale, è stato sostituito dal trattamento farmacologico, più economico e sbrigativo. La mentalità neoliberista che ha espugnato il luogo di cura, può essere sintetizzata nella risposta di un dirigente alle proteste del personale: «Noi abbiamo a che fare con persone rozze, a cui i farmaci vanno bene, e voi volete offrire sovra-qualità».
Come se la passa la psicoanalisi in questi tempi di grande incertezza lavorativa e di marginalizzazione sociale di vasti strati della popolazione?
In realtà la domanda di trattamento analitico resta alta (anche per la crescente difficoltà delle strutture pubbliche di offrire un sostegno adeguato), ma è più generica e meno consapevole.
Il lavoro degli psicoanalisti è più faticoso perché si svolge in condizioni lontane da quelle ottimali e controcorrente. L’adesione collettiva a modelli «pratici» dell’esistenza, la prevalenza del supporto materiale sulla «carne viva» dell’esistenza, la ricerca ossessiva della stabilità e della sicurezza come valori in sé, conferiscono al lavoro analitico il carattere di un’(auto)educazione «sentimentale» dell’analizzando verso la riappropriazione della sua capacità di esposizione alla vita, del piacere di perdere i confini prestabiliti tra sé e l’altro da sé.
L’uso dell’analisi da parte di chi soffre, è insieme più «spietato» e più distratto, più difficile da gestire per l’analista preso tra due richieste contraddittorie: reggere la pressione, senza respingere il desiderio che la sottende, e combattere la distrazione e il disimpegno.
La difficoltà cresciuta del lavoro con i pazienti, non si traduce in crisi degli psicoanalisti, almeno per coloro sufficientemente preparati a lavorare in condizioni avverse, dalle quali traggono maggiore ispirazione. La psicoanalisi stenta, invece, nell’evoluzione del suo paradigma. A un’espansione dei campi della sua applicazione e a un consolidamento e affinamento dei suoi strumenti teorico-clinici, corrisponde un rallentamento evidente del loro rinnovamento. Tuttavia, questo rallentamento non è un dato specifico del campo psicoanalitico: andrebbe ascritto a una crisi del campo della cura, e più in generale della scienza, che ha la sua causa in una involuzione del nostro modo di vedere, interpretare e rappresentare il mondo.
La produzione di una costante agitazione in superficie che contrasta lo sviluppo di un movimento di cambiamento in profondità, tiene il pensiero e i sentimenti nel campo del già saputo e sperimentato, lontano dall’incertezza e dal presentimento del non ancora pensato.
Ne consegue un dominio della tecnologia – la sempre più sofisticata applicazione di quello che si sa – su quello che si potrebbe sapere.
Einstein ha rivoluzionato la fisica usando carta e penna. Oggi costruiamo dispositivi cattura-particelle che allargano il campo della visibilità, ma smarriamo ciò che non si vede. Nel creare una prova di «verità», produciamo anche una cecità iper-vedente. La qualità, legata all’intuizione e alla potenzialità, è fagocitata dalla quantità, legata alla concretezza.
La psicoanalisi ha il suo bel da fare in una società in cui dietro l’idea che la qualità sia roba per palati fini – e non per una moltitudine di persone rozze – si produce, in realtà, solo quantità, «fine» o «rozza», per tutti.
altri culti
il manifesto 29.10.16
L’animale è l’avvenire dell’umano. Guida allo zoo-futurismo
Dominique Lestel. Un’intervista con il filosofo ed etologo francese oggi in Italia per parlare della sovversione della specie. «Bisogna praticare l’approssimazione con gli altri esseri viventi, e ciò deve avvenire su tutti i piani»
intervista di di Alessandra Pigliaru
Dominique Lestel, filosofo ed etologo, insegna Filosofia contemporanea alla l’École normale supérieure di Parigi. Oltre a essere membro di prestigiose equipe di ricerca in campo eco-antropologico ed etnologico come per esempio per il Muséum national d’histoire naturelle. Numerosi sono i volumi che in questi anni ha pubblicato intorno alla relazione tra umani e animali, in particolare Les Origines animales de la culture (2001), Les Animaux sont-ils intelligents? (2006) ma anche Apologie du carnivore (2011). «Approfitterò della mia presenza in Italia per fare il mio primo annuncio pubblico sullo Zoo-futurismo», racconta Lestel ospite alle Giornate Internazionali di studio sulla relazione uomo-animale, che si inaugurano oggi a Bologna.
Nella cultura occidentale, secondo lei si fatica ad accettare che la frontiera tra umano e animale sia mobile, indefinita. In che modo può risponde l’etologia filosofica che in questo ultimo decennio ha visto lei e Roberto Marchesini tra i massimi esponenti europei?
Il problema sta nell’esigenza di imparare a pensare senza definizioni a priori. È difficile perché ci abituano a pensare tramite definizioni che rimandano a «essenze eterne». In fin di conti, siamo rimasti platonici. Così, umano e animale sono categorie regolatrici dai contorni alquanto sfocati, anche se ciò a cui rimandano rimane molto importante per determinare in che modo dobbiamo agire. I difensori dell’animale, in generale, vogliono assimilare l’animale all’umano considerando che un animale è una persona «come un umano» e deve quindi essere trattato di conseguenza. È una posizione positiva poiché ci obbliga a comportarci meglio con gli animali; ma è anche rischiosa poiché opera una forma di colonialismo ontologico che va a cancellare specificità molto importanti dell’animale non umano. La mia posizione è più prossima a quella di certi Amerindi. Per gli occidentali, essere umano significa essere una scimmia di grandi dimensioni. Ma è anche uno statuto che richiede sempre molto lavoro e un processo attivo di assimilazione degli individui che si effettua attraverso la condivisione di sostanze corporee, alimentari e attraverso scambi multipli, in particolari scambi affettivi. Non si tratta di una eredità passiva di una essenza sostanziale. A un tratto, il «gruppo» di coloro che consideriamo «umani» si mostra del tutto aperto e alcuni animali possono entrare a farne parte, e persino alcuni artefatti o addirittura alcune macchine. Ne risulta che ciò che viene di solito considerato biologico – umano o meno che sia – diventa un fondamentale problema politico e morale.
«L’animal est l’avenir de l’homme» è il titolo di un suo volume del 2010 ma suona quasi come un monito…
Umano non è colui che non è più animale, ma colui che è in grado di essere più animale di ogni altro animale e che deve lavorare culturalmente su queste «approssimazioni», su questi avvicinamenti e convergenze. Fino a poco tempo fa, «animalizzarsi» era un processo del tutto negativo. Ora non lo è più. Essere umano nel futuro significa dunque cercare nuovi modi di creare spazi in comune con l’animale, spazi istituzionali, psicologici, sociali, culturali, metabolici e anche spirituali. Molto artisti si sono già impegnati in questa direzione, come Marion Laval-Jeantet, che si fa iniettare sangue di cavallo, o Ai Hasegawa, che sogna di donne in grado di partorire dei piccoli di delfino. Ma prima di arrivare a questi estremi, penso che tutti gli etologi si facciano incantare dagli animali che studiano. In questo senso, l’animale studiato diventa un «animale d’occupazione», usando questa locuzione in un doppio senso: un animale che occupa qualcuno prendendogli del tempo e dell’attenzione e un animale che occupa qualcuno come fa un «esercito d’occupazione». Gran parte delle tecnologie contemporanee emergenti – biotecnologie, nanotecnologie, tecnologie cognitive – possono del resto essere coinvolte in questo processo di «animalizzazione dell’umano». Ciò che è nuovo, oggi, è che ci si sottomette a quello che io chiamerei «la tentazione della macchina»: trasformarsi in una macchina puramente cognitiva e lasciare il mondo animale della sofferenza e del piacere, dell’empatia e dell’odio, della speranza e della paura. È una tentazione malsana.
Metodologicamente lei ha praticato una «philosophie de terrain». In cosa consiste?
Il filosofo deve fare esperienza di mondo, per riuscire a pensarlo. Quando ho iniziato a interessarmi agli animali sul piano filosofico, sono diventato etologo andando a osservare gli orangotanghi del Borneo e gli scimpanzé in Africa. Quando ho deciso di capire la vita marina, ho imparato a fare immersione in autonomia con lo scafandro. Quando mi sono interessato alla dimensione «spirituale» delle relazioni uomo/animale e uomo/vegetale, ho cominciato a frequentare dei veggenti e degli sciamani, e così via. Ognuna di queste esperienze è alquanto perturbane per un filosofo che ha ricevuto un’educazione classica, ma si tratta delle condizioni che sono il primo requisito per pensare veramente. Il filosofo che non corre dei rischi esistenziali non può fare altro che ripetere cose già dette da altri.
Si è occupato del concetto di postumano, soprattutto in relazione alla perdita della biodiversità. Ci spiega a quali esiti è giunto?
La perdita della biodiversità è molto preoccupante. Per esempio, si è visto che la popolazione dei vertebrati è diminuita del 58% in 42 anni. Molte Ong fanno un importantissimo lavoro al proposito: basta citare il lavoro di Claire Nouvian e dell’associazione Bloom da lei diretta. Quanto ai teorici del postumano, loro preconizzano un mondo in cui il vivente non umano non esista più o esista solo in modo superficiale. Siamo a un punto morto. L’umano si compie nel suo avvicinamento agli altri esseri viventi, e ciò deve avvenire a tutti i livelli. Ogni specie che scompare impoverisce il significato di «essere umano». Lo scrittore Romain Gary ebbe questa fortissima intuizione nel suo romanzo del 1956, Le radici del cielo. In maniera molto convincente, esprime un’idea secondo cui la mia libertà di umano è condizionata da quella degli elefanti africani. Paul Shepard sostiene che ogni specie scomparsa riduca le mie capacità immaginative e lo sviluppo della mia consapevolezza. La distruzione degli ecosistemi è un dramma esistenziale e ontologico, non è soltanto una catastrofe biologica.
Che cosa è lo zoo-futurismo di cui si occuperà nel suo intervento al convegno bolognese?
Lo Zoo-futurismo è una posizione al contempo filosofica e artistica in corso di elaborazione. A partire dal momento che l’umano si costituisce nella tessitura dell’animalità, occorre impiegare le tecniche contemporanee per accrescere le convergenze umano/non umano, tanto metabolicamente che biologicamente. Parlo di «non umano» e non di «animalità», perché i vegetali e i funghi, per esempio, sono ugualmente coinvolti. Lo Zoo-futurismo è dunque una posizione che si appoggia su una critica non umanista del post-umanesimo.
Si tratta in particolare di riattivare la nostra animalità proprio esplorando le capacità che noi abbiamo ricevuto dalla nostra storia filogenetica e che abbiamo perso o non abbiamo avuto l’occasione di sperimentare fino in fondo in quanto homo sapiens. A tal proposito, possiamo parlare di «biostalgia»: la nostalgia delle forme di vita che siamo stati e che non potremo più essere. Ernst Bloch parlava di «promesse non mantenute». Per lui, si trattava di promesse politiche e sociali, ma noi possiamo generalizzare questo bel concetto e allargarlo all’evoluzione. Lo Zoo-futurismo è la prossima tappa da raggiungere dopo gli Animal Studies. Questi ultimi studiano il modo in cui umani e animali possono vivere gli uni con gli altri. Lo Zoo-futurismo si interessa invece ai modi in cui umani e non umani possono vivere gli uni negli altri. È necessario riformulare il vecchio concetto di ospitalità per dargli un’estensione che non ha mai avuto. In un certo senso, si aggancia all’ultima frontiera dell’anarchismo: dopo la sovversione dell’ordine teologico e dell’ordine sociale, è il momento di impegnarsi nella sovversione della specie. D’altra parte, il fenomeno della specie sta indubbiamente diventando una delle maggiori sfide politiche di oggi, come si può vedere nei dibattiti e nei discorsi intorno alla liberazione animale, la scelta vegetariana, la diminuzione della biodiversità, la protezione degli ecosistemi.
il manifesto 29.10.16
L’animale è l’avvenire dell’umano. Guida allo zoo-futurismo
Dominique Lestel. Un’intervista con il filosofo ed etologo francese oggi in Italia per parlare della sovversione della specie. «Bisogna praticare l’approssimazione con gli altri esseri viventi, e ciò deve avvenire su tutti i piani»
intervista di di Alessandra Pigliaru
Dominique Lestel, filosofo ed etologo, insegna Filosofia contemporanea alla l’École normale supérieure di Parigi. Oltre a essere membro di prestigiose equipe di ricerca in campo eco-antropologico ed etnologico come per esempio per il Muséum national d’histoire naturelle. Numerosi sono i volumi che in questi anni ha pubblicato intorno alla relazione tra umani e animali, in particolare Les Origines animales de la culture (2001), Les Animaux sont-ils intelligents? (2006) ma anche Apologie du carnivore (2011). «Approfitterò della mia presenza in Italia per fare il mio primo annuncio pubblico sullo Zoo-futurismo», racconta Lestel ospite alle Giornate Internazionali di studio sulla relazione uomo-animale, che si inaugurano oggi a Bologna.
Nella cultura occidentale, secondo lei si fatica ad accettare che la frontiera tra umano e animale sia mobile, indefinita. In che modo può risponde l’etologia filosofica che in questo ultimo decennio ha visto lei e Roberto Marchesini tra i massimi esponenti europei?
Il problema sta nell’esigenza di imparare a pensare senza definizioni a priori. È difficile perché ci abituano a pensare tramite definizioni che rimandano a «essenze eterne». In fin di conti, siamo rimasti platonici. Così, umano e animale sono categorie regolatrici dai contorni alquanto sfocati, anche se ciò a cui rimandano rimane molto importante per determinare in che modo dobbiamo agire. I difensori dell’animale, in generale, vogliono assimilare l’animale all’umano considerando che un animale è una persona «come un umano» e deve quindi essere trattato di conseguenza. È una posizione positiva poiché ci obbliga a comportarci meglio con gli animali; ma è anche rischiosa poiché opera una forma di colonialismo ontologico che va a cancellare specificità molto importanti dell’animale non umano. La mia posizione è più prossima a quella di certi Amerindi. Per gli occidentali, essere umano significa essere una scimmia di grandi dimensioni. Ma è anche uno statuto che richiede sempre molto lavoro e un processo attivo di assimilazione degli individui che si effettua attraverso la condivisione di sostanze corporee, alimentari e attraverso scambi multipli, in particolari scambi affettivi. Non si tratta di una eredità passiva di una essenza sostanziale. A un tratto, il «gruppo» di coloro che consideriamo «umani» si mostra del tutto aperto e alcuni animali possono entrare a farne parte, e persino alcuni artefatti o addirittura alcune macchine. Ne risulta che ciò che viene di solito considerato biologico – umano o meno che sia – diventa un fondamentale problema politico e morale.
«L’animal est l’avenir de l’homme» è il titolo di un suo volume del 2010 ma suona quasi come un monito…
Umano non è colui che non è più animale, ma colui che è in grado di essere più animale di ogni altro animale e che deve lavorare culturalmente su queste «approssimazioni», su questi avvicinamenti e convergenze. Fino a poco tempo fa, «animalizzarsi» era un processo del tutto negativo. Ora non lo è più. Essere umano nel futuro significa dunque cercare nuovi modi di creare spazi in comune con l’animale, spazi istituzionali, psicologici, sociali, culturali, metabolici e anche spirituali. Molto artisti si sono già impegnati in questa direzione, come Marion Laval-Jeantet, che si fa iniettare sangue di cavallo, o Ai Hasegawa, che sogna di donne in grado di partorire dei piccoli di delfino. Ma prima di arrivare a questi estremi, penso che tutti gli etologi si facciano incantare dagli animali che studiano. In questo senso, l’animale studiato diventa un «animale d’occupazione», usando questa locuzione in un doppio senso: un animale che occupa qualcuno prendendogli del tempo e dell’attenzione e un animale che occupa qualcuno come fa un «esercito d’occupazione». Gran parte delle tecnologie contemporanee emergenti – biotecnologie, nanotecnologie, tecnologie cognitive – possono del resto essere coinvolte in questo processo di «animalizzazione dell’umano». Ciò che è nuovo, oggi, è che ci si sottomette a quello che io chiamerei «la tentazione della macchina»: trasformarsi in una macchina puramente cognitiva e lasciare il mondo animale della sofferenza e del piacere, dell’empatia e dell’odio, della speranza e della paura. È una tentazione malsana.
Metodologicamente lei ha praticato una «philosophie de terrain». In cosa consiste?
Il filosofo deve fare esperienza di mondo, per riuscire a pensarlo. Quando ho iniziato a interessarmi agli animali sul piano filosofico, sono diventato etologo andando a osservare gli orangotanghi del Borneo e gli scimpanzé in Africa. Quando ho deciso di capire la vita marina, ho imparato a fare immersione in autonomia con lo scafandro. Quando mi sono interessato alla dimensione «spirituale» delle relazioni uomo/animale e uomo/vegetale, ho cominciato a frequentare dei veggenti e degli sciamani, e così via. Ognuna di queste esperienze è alquanto perturbane per un filosofo che ha ricevuto un’educazione classica, ma si tratta delle condizioni che sono il primo requisito per pensare veramente. Il filosofo che non corre dei rischi esistenziali non può fare altro che ripetere cose già dette da altri.
Si è occupato del concetto di postumano, soprattutto in relazione alla perdita della biodiversità. Ci spiega a quali esiti è giunto?
La perdita della biodiversità è molto preoccupante. Per esempio, si è visto che la popolazione dei vertebrati è diminuita del 58% in 42 anni. Molte Ong fanno un importantissimo lavoro al proposito: basta citare il lavoro di Claire Nouvian e dell’associazione Bloom da lei diretta. Quanto ai teorici del postumano, loro preconizzano un mondo in cui il vivente non umano non esista più o esista solo in modo superficiale. Siamo a un punto morto. L’umano si compie nel suo avvicinamento agli altri esseri viventi, e ciò deve avvenire a tutti i livelli. Ogni specie che scompare impoverisce il significato di «essere umano». Lo scrittore Romain Gary ebbe questa fortissima intuizione nel suo romanzo del 1956, Le radici del cielo. In maniera molto convincente, esprime un’idea secondo cui la mia libertà di umano è condizionata da quella degli elefanti africani. Paul Shepard sostiene che ogni specie scomparsa riduca le mie capacità immaginative e lo sviluppo della mia consapevolezza. La distruzione degli ecosistemi è un dramma esistenziale e ontologico, non è soltanto una catastrofe biologica.
Che cosa è lo zoo-futurismo di cui si occuperà nel suo intervento al convegno bolognese?
Lo Zoo-futurismo è una posizione al contempo filosofica e artistica in corso di elaborazione. A partire dal momento che l’umano si costituisce nella tessitura dell’animalità, occorre impiegare le tecniche contemporanee per accrescere le convergenze umano/non umano, tanto metabolicamente che biologicamente. Parlo di «non umano» e non di «animalità», perché i vegetali e i funghi, per esempio, sono ugualmente coinvolti. Lo Zoo-futurismo è dunque una posizione che si appoggia su una critica non umanista del post-umanesimo.
Si tratta in particolare di riattivare la nostra animalità proprio esplorando le capacità che noi abbiamo ricevuto dalla nostra storia filogenetica e che abbiamo perso o non abbiamo avuto l’occasione di sperimentare fino in fondo in quanto homo sapiens. A tal proposito, possiamo parlare di «biostalgia»: la nostalgia delle forme di vita che siamo stati e che non potremo più essere. Ernst Bloch parlava di «promesse non mantenute». Per lui, si trattava di promesse politiche e sociali, ma noi possiamo generalizzare questo bel concetto e allargarlo all’evoluzione. Lo Zoo-futurismo è la prossima tappa da raggiungere dopo gli Animal Studies. Questi ultimi studiano il modo in cui umani e animali possono vivere gli uni con gli altri. Lo Zoo-futurismo si interessa invece ai modi in cui umani e non umani possono vivere gli uni negli altri. È necessario riformulare il vecchio concetto di ospitalità per dargli un’estensione che non ha mai avuto. In un certo senso, si aggancia all’ultima frontiera dell’anarchismo: dopo la sovversione dell’ordine teologico e dell’ordine sociale, è il momento di impegnarsi nella sovversione della specie. D’altra parte, il fenomeno della specie sta indubbiamente diventando una delle maggiori sfide politiche di oggi, come si può vedere nei dibattiti e nei discorsi intorno alla liberazione animale, la scelta vegetariana, la diminuzione della biodiversità, la protezione degli ecosistemi.