il manifesto 24.9.16
Momentum magico per Corbyn. La sua leadership verso il bis
Regno
unito. Si apre oggi a Liverpool il congresso annuale del Labour.
Blindato a sinistra. I tentativi di sgambetto dei deputati blairiani
sono falliti. E il rivale Owen Smith ha scarse chance di batterlo
di Leonardo Clausi
LONDRA
Il congresso annuale del Partito laburista, che si apre oggi a
Liverpool, dovrebbe confermare quello che ci si aspetta ormai da mesi:
il secondo avvento di Jeremy Corbyn, il leader eletto a furor d’iscritti
e clamorosamente sfiduciato da una consistente fetta di deputati subito
dopo la deflagrazione Brexit. Le aspettative sono che rivinca la
leadership almeno con lo stesso margine di un anno fa. Per il suo
rivale, l’ex-Pr della Pfizer Owen Smith, esponente parvenu della
cosiddetta «soft-left» gettato nella mischia dal largo fronte
costituitosi tra i tecnocrati centristi contro il segretario dopo il
ritiro della candidatura di Angela Eagle, le chance di farcela paiono
esili. E se il suo Cv candeggiato (non votò a favore dell’invasione
dell’Iraq, a differenza di Eagle, perché all’epoca non era ancora
deputato) non gli basterà, è anche per via di una serie di uscite a dir
poco imbarazzanti durante la campagna.
La prima venuta di Corbyn,
esattamente un anno fa, aveva mandato precipitosamente in frantumi il
drôle de guerre che si era stabilito nei laburisti fra la maggioranza
parlamentare, managerial-tecnocratica e d’ispirazione blairista, e la
base degli iscritti. Ma l’ammutinamento tremebondo dei deputati contro
il neoleader, scatenato dal panico post-Brexit, sortì un effetto opposto
a quello sperato, facendo crescere un muro di circa 600.000 tessere
proprio attorno alla figura di Corbyn, irriducibile garante della
sopravvivenza dell’identità socialista del partito (attualmente il più
grande d’Europa).
Da lì è partita una serie di tentativi
sgangherati di sgambettare la leadership, culminati nel putsch fallito e
nel tentativo di arginare il flusso di preferenze pro-Corbyn con
l’alterazione del meccanismo elettivo da parte del comitato esecutivo
nazionale del partito, il Nec, che in una tempestosa riunione lo scorso
13 luglio aveva introdotto un limite cronologico, il 12 gennaio,
all’eleggibilità al voto. Impedendolo così ai 130.000 neo-membri accorsi
a iscriversi subito dopo la sfiducia al segretario. L’estate appena
conclusa ha visto la macchina elettorale di Momentum, il movimento nato
per dare voce a questo bisogno di sinistra reale in una compagine
monopolizzata dal centro liberal-liberista, funzionare a pieno regime
tra media social e tradizionali: 52 eventi con Corbyn protagonista, 82
milioni di tweet, mezzo milione tra iscritti e simpatizzanti raggiunti
telefonicamente, e circa 300.000 sterline raccolte in donazioni da parte
di circa 19.000 persone. Ora la situazione debitoria è stata appianata,
e i conti del partito sono in nero, cosa non da poco in vista del
prosciugamento delle donazioni da parte del grande business su cui
contava ampiamente da quando, all’inizio degli anni Novanta, era entrato
a far parte dell’establishment.
Lo stillicidio di attacchi non si
è fatto attendere: solo in quest’ultima settimana due reportage di Bbc e
Channel 4 agitavano lo spauracchio di un partito infiltrato da
sanguinari trotzkisti pronti a fare del Plp una nuova Ekaterinburg; il
sindaco di Londra Sadiq Khan che annunciava il suo sostegno a Smith; un
grido di dolore di David Miliband sul New Statesman e perfino la
riesumazione del veterano Neil Kinnock.
Se riconfermato, Corbyn
blinderà definitivamente il suo mandato. Ora deve lavorare duro su uno
dei tropi che gli avversari sgranano come un rosario: quello
dell’ineleggibilità del partito sotto l’attuale leadership. Il Labour si
trova 11 punti dietro ai Tories; se rieletto, Corbyn dovrà affrontare
il problema di una sessantina di ruoli da riempire nelle frontbenches a
fronte della diserzione di massa dei deputati. Il segretario ha già più
volte reiterato che intende «ricominciare da zero» e ha parlato di
ramoscelli di ulivo da offrire a chi deciderà di tornare nei ranghi.
Meno conciliatori sono i suoi due principali alleati, John McDonnell e
il leader sindacale Len McCluskey, che agitano lo spettro di deselezione
per gli ammutinati, molti dei quali hanno annunciato una linea di
«coesistenza» (passiva, verrebbe da aggiungere) con il leader dai banchi
delle retrovie.
In ogni caso, la tanto paventata scissione non pare ancora all’orizzonte: ai ribelli mancano sia i numeri, sia il peso politico.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 24 settembre 2016
Repubblica 24.9.16
“Labour ostaggio di Corbyn” La base è con lui ma perde il Paese
Jeremy Corbyn verrà probabilmente rieletto nel congresso di oggi a Liverpool
Sondaggi a picco. L’Economist: qui restano soltanto i Tory
di Enrico Franceschini
LONDRA. L’unico dubbio, secondo media e sondaggi, è l’entità della vittoria: se prenderà più o meno del 59 per cento con cui era diventato leader un anno fa. «Prenderà un po’ meno - predice John McDonnell, il suo vice - solo perché il comitato direttivo del Labour ha vietato che i 130 mila iscritti degli ultimi sei mesi partecipassero al voto, visto che si erano iscritti in massa per sostenerlo». Il risultato delle primarie sarà noto questa mattina a Liverpool, dove subito dopo si aprirà il congresso laburista: con Jeremy Corbyn riconfermato nella leadership, prevedono tutti. Incluso il candidato avversario, il deputato Owen Smith («ho le sue stesse idee ma una personalità migliore» è il suo opaco slogan), il cui ultimo discorso suona come un’ammissione di sconfitta.
Ma c’è un’altra apparente certezza nella vittoria-bis di Corbyn: il leader più radicale nella storia del Labour ha conquistato la base del Labour ma ha perso il Paese. I sondaggi danno ai conservatori guidati da Theresa May 11 punti di vantaggio (40-29): percentuale che, in caso di elezioni, si tradurrebbe in una maggioranza di oltre 100 seggi in Parlamento. «Ha preso il partito in ostaggio», confida uno dei 172 deputati laburisti che all’inizio dell’estate, votandogli la sfiducia (solo 40 erano dalla sua parte), hanno messo in moto nuove primarie, ad appena dodici mesi dalle precedenti. Corbyn vinse nel 2015, e a meno di sorprese clamorose rivincerà stamane, grazie all’entusiasmo che suscita tra gli idealisti: «Mi ha fatto tornare a credere nella politica», ripetono i giovani che lo circondano ai comizi. Un po’ come succedeva con Bernie Sanders nelle primarie del partito democratico negli Usa.
Ma le primarie democratiche le ha vinte Hillary Clinton. Quelle del Labour britannico, invece, sembra averle in tasca Corbyn. Le cui posizioni radicali («populismo di sinistra», secondo i suoi critici) lo rendono tuttavia apparentemente ineleggibile al governo nazionale. I moderati che votavano Labour quando era diretto da Blair non si iscrivono certo al Labour di Corbyn, né intendono votarlo, come certificano i sondaggi. Taglia corto una recente copertina dell’Economist: «La Gran Bretagna è diventata uno Stato monopartitico»: i Tories non hanno più un’alternativa reale. Sempre che media e sondaggi non sbaglino. Come è successo tre mesi fa con il referendum su Brexit.
“Labour ostaggio di Corbyn” La base è con lui ma perde il Paese
Jeremy Corbyn verrà probabilmente rieletto nel congresso di oggi a Liverpool
Sondaggi a picco. L’Economist: qui restano soltanto i Tory
di Enrico Franceschini
LONDRA. L’unico dubbio, secondo media e sondaggi, è l’entità della vittoria: se prenderà più o meno del 59 per cento con cui era diventato leader un anno fa. «Prenderà un po’ meno - predice John McDonnell, il suo vice - solo perché il comitato direttivo del Labour ha vietato che i 130 mila iscritti degli ultimi sei mesi partecipassero al voto, visto che si erano iscritti in massa per sostenerlo». Il risultato delle primarie sarà noto questa mattina a Liverpool, dove subito dopo si aprirà il congresso laburista: con Jeremy Corbyn riconfermato nella leadership, prevedono tutti. Incluso il candidato avversario, il deputato Owen Smith («ho le sue stesse idee ma una personalità migliore» è il suo opaco slogan), il cui ultimo discorso suona come un’ammissione di sconfitta.
Ma c’è un’altra apparente certezza nella vittoria-bis di Corbyn: il leader più radicale nella storia del Labour ha conquistato la base del Labour ma ha perso il Paese. I sondaggi danno ai conservatori guidati da Theresa May 11 punti di vantaggio (40-29): percentuale che, in caso di elezioni, si tradurrebbe in una maggioranza di oltre 100 seggi in Parlamento. «Ha preso il partito in ostaggio», confida uno dei 172 deputati laburisti che all’inizio dell’estate, votandogli la sfiducia (solo 40 erano dalla sua parte), hanno messo in moto nuove primarie, ad appena dodici mesi dalle precedenti. Corbyn vinse nel 2015, e a meno di sorprese clamorose rivincerà stamane, grazie all’entusiasmo che suscita tra gli idealisti: «Mi ha fatto tornare a credere nella politica», ripetono i giovani che lo circondano ai comizi. Un po’ come succedeva con Bernie Sanders nelle primarie del partito democratico negli Usa.
Ma le primarie democratiche le ha vinte Hillary Clinton. Quelle del Labour britannico, invece, sembra averle in tasca Corbyn. Le cui posizioni radicali («populismo di sinistra», secondo i suoi critici) lo rendono tuttavia apparentemente ineleggibile al governo nazionale. I moderati che votavano Labour quando era diretto da Blair non si iscrivono certo al Labour di Corbyn, né intendono votarlo, come certificano i sondaggi. Taglia corto una recente copertina dell’Economist: «La Gran Bretagna è diventata uno Stato monopartitico»: i Tories non hanno più un’alternativa reale. Sempre che media e sondaggi non sbaglino. Come è successo tre mesi fa con il referendum su Brexit.
Corriere 24.9.16
La destra francese divisa e più debole insegue il populismo
di Massimo Nava
S e il populismo è una malattia involutiva della politica, non c’è migliore laboratorio della Francia per chi abbia voglia di analizzare germi, cause, forse rimedi. Da de Gaulle in poi, il sistema presidenziale a doppio turno si è retto sull’alternativa fra destra repubblicana/gaullista e sinistra riformista/comunista. Al di là del numero di partiti e pretendenti all’Eliseo, la scelta al secondo turno era obbligata: destra o sinistra e rispettivi alleati. Oggi non è più così. Il tripartitismo si è stabilmente radicato, con l’irruzione sulla scena del Front National di Marine Le Pen, in testa nei sondaggi e data per sicura finalista la primavera prossima, con conseguenze non di poco conto.
Il gioco elettorale e le aspirazioni degli elettori risultano stravolti. Essere in testa, è meno importante che arrivare secondi, comunque dietro Marine Le Pen, con la quasi certezza di spuntarla mettendo insieme, come già in passato, una sorta di «santa alleanza» repubblicana. Una «santa alleanza» che potrebbe dare qualche speranza persino al presidente uscente François Hollande, nonostante l’85 per cento di opinioni negative. Ad alimentare le possibilità di recupero di Hollande, ci pensa la destra, offrendo agli elettori il più grottesco dei paradossi.
Date le drammatiche condizioni di salute della gauche, il cui elettorato popolare si rivolge sempre più verso il Front National, la destra avrebbe in teoria la vittoria in tasca: c’è una Francia che sogna l’alternativa, che pretende riforme strutturali, che ha voglia di crescita e di libertà economiche, che è satura di ideologia statalista, disoccupazione cronica, spesa pubblica fuori controllo e record mondiale di prelievo fiscale. È stato detto che lo Stato francese è come un fantino obeso che cavalca un cavallo (la società civile, privata e produttiva) esausto. Ma che fa la destra? Anziché raccogliere le truppe dietro un candidato credibile e un programma di riforme coraggioso, si lacera fra candidature e rivalità personali con il risultato di disorientare la base elettorale più fedele e di «rischiare» di regalare l’Eliseo a Hollande.
Fra poco si terranno le primarie, un gioco americano riadattato alle fumisterie galliche. Alain Juppé, il più attrezzato pretendente all’Eliseo, ha il favore dell’opinione pubblica, piace ai centristi e persino a frange della sinistra riformista, ma molto meno alla base del partito, più favorevole (anche perché abilmente orchestrata) al suo presidente, Nicolas Sarkozy, il quale ovviamente lavora perché la partecipazione alle primarie si restringa nel perimetro dei militanti. Nessuno dei due farà un passo indietro, fino all’ultimo voto, accentuando il disorientamento dell’elettorato e rischiando l’autoeliminazione nella corsa all’Eliseo.
Nel duello, s’inseriscono altri sei outsider, fra cui gli ex ministri Copé e Fillon, con il risultato di alzare il livello dello scontro e i toni populisti del dibattito interno. L’economia e le riforme, cioè le prime emergenze, lasciano spazio alla ricerca del consenso emozionale su altre emergenze: il terrorismo (con allarmi ricorrenti), le ondate migratorie, la sicurezza, l’identità nazionale, fino allo psicodramma estivo del burkini. La destra repubblicana, in particolare Sarkozy, insegue così le inquietudini dei francesi e propone una narrazione nazionale ed europea sempre meno distante da quella di Marine Le Pen.
Il programma ideologico del Front National, depurato da asprezza di toni e slogan razzisti, è banalizzato, non più stigmatizzato come retriva pattumiera ideologica. Non soltanto in Francia, è moneta corrente nella corsa ad alzare muri, invocare controlli di frontiere, mortificare valori di solidarietà e accoglienza, esaltare radici ancestrali, disprezzare in blocco le élite, accusare l’Europa anche dei raffreddori di stagione. Senza ammetterlo, la destra se ne appropria e la sinistra ha smesso di condannare, secondo una deriva culturale che attanaglia l’Europa, i partiti tradizionali, i leader, con la sola eccezione di Angela Merkel, decisa a tenere la barra dritta e a guardare al futuro, nonostante gli schiaffi elettorali delle ultime settimane.
In questo quadro, Marine Le Pen, banalizzata e di fatto non più corpo estraneo, non ha più bisogno di slogan politicamente scorretti e di arringhe sgradevoli. Dopo essersi liberata del padre e dell’armamentario ideologico dell’estrema destra xenofoba, le basta ripetere a bassa voce ciò che la maggioranza dei francesi e degli europei ormai pensa senza dirlo. Forse, a maggio, sarà ancora sconfitta dalla «santa alleanza». Ma fino a quando i francesi sceglieranno le fotocopie anziché l’originale?
La destra francese divisa e più debole insegue il populismo
di Massimo Nava
S e il populismo è una malattia involutiva della politica, non c’è migliore laboratorio della Francia per chi abbia voglia di analizzare germi, cause, forse rimedi. Da de Gaulle in poi, il sistema presidenziale a doppio turno si è retto sull’alternativa fra destra repubblicana/gaullista e sinistra riformista/comunista. Al di là del numero di partiti e pretendenti all’Eliseo, la scelta al secondo turno era obbligata: destra o sinistra e rispettivi alleati. Oggi non è più così. Il tripartitismo si è stabilmente radicato, con l’irruzione sulla scena del Front National di Marine Le Pen, in testa nei sondaggi e data per sicura finalista la primavera prossima, con conseguenze non di poco conto.
Il gioco elettorale e le aspirazioni degli elettori risultano stravolti. Essere in testa, è meno importante che arrivare secondi, comunque dietro Marine Le Pen, con la quasi certezza di spuntarla mettendo insieme, come già in passato, una sorta di «santa alleanza» repubblicana. Una «santa alleanza» che potrebbe dare qualche speranza persino al presidente uscente François Hollande, nonostante l’85 per cento di opinioni negative. Ad alimentare le possibilità di recupero di Hollande, ci pensa la destra, offrendo agli elettori il più grottesco dei paradossi.
Date le drammatiche condizioni di salute della gauche, il cui elettorato popolare si rivolge sempre più verso il Front National, la destra avrebbe in teoria la vittoria in tasca: c’è una Francia che sogna l’alternativa, che pretende riforme strutturali, che ha voglia di crescita e di libertà economiche, che è satura di ideologia statalista, disoccupazione cronica, spesa pubblica fuori controllo e record mondiale di prelievo fiscale. È stato detto che lo Stato francese è come un fantino obeso che cavalca un cavallo (la società civile, privata e produttiva) esausto. Ma che fa la destra? Anziché raccogliere le truppe dietro un candidato credibile e un programma di riforme coraggioso, si lacera fra candidature e rivalità personali con il risultato di disorientare la base elettorale più fedele e di «rischiare» di regalare l’Eliseo a Hollande.
Fra poco si terranno le primarie, un gioco americano riadattato alle fumisterie galliche. Alain Juppé, il più attrezzato pretendente all’Eliseo, ha il favore dell’opinione pubblica, piace ai centristi e persino a frange della sinistra riformista, ma molto meno alla base del partito, più favorevole (anche perché abilmente orchestrata) al suo presidente, Nicolas Sarkozy, il quale ovviamente lavora perché la partecipazione alle primarie si restringa nel perimetro dei militanti. Nessuno dei due farà un passo indietro, fino all’ultimo voto, accentuando il disorientamento dell’elettorato e rischiando l’autoeliminazione nella corsa all’Eliseo.
Nel duello, s’inseriscono altri sei outsider, fra cui gli ex ministri Copé e Fillon, con il risultato di alzare il livello dello scontro e i toni populisti del dibattito interno. L’economia e le riforme, cioè le prime emergenze, lasciano spazio alla ricerca del consenso emozionale su altre emergenze: il terrorismo (con allarmi ricorrenti), le ondate migratorie, la sicurezza, l’identità nazionale, fino allo psicodramma estivo del burkini. La destra repubblicana, in particolare Sarkozy, insegue così le inquietudini dei francesi e propone una narrazione nazionale ed europea sempre meno distante da quella di Marine Le Pen.
Il programma ideologico del Front National, depurato da asprezza di toni e slogan razzisti, è banalizzato, non più stigmatizzato come retriva pattumiera ideologica. Non soltanto in Francia, è moneta corrente nella corsa ad alzare muri, invocare controlli di frontiere, mortificare valori di solidarietà e accoglienza, esaltare radici ancestrali, disprezzare in blocco le élite, accusare l’Europa anche dei raffreddori di stagione. Senza ammetterlo, la destra se ne appropria e la sinistra ha smesso di condannare, secondo una deriva culturale che attanaglia l’Europa, i partiti tradizionali, i leader, con la sola eccezione di Angela Merkel, decisa a tenere la barra dritta e a guardare al futuro, nonostante gli schiaffi elettorali delle ultime settimane.
In questo quadro, Marine Le Pen, banalizzata e di fatto non più corpo estraneo, non ha più bisogno di slogan politicamente scorretti e di arringhe sgradevoli. Dopo essersi liberata del padre e dell’armamentario ideologico dell’estrema destra xenofoba, le basta ripetere a bassa voce ciò che la maggioranza dei francesi e degli europei ormai pensa senza dirlo. Forse, a maggio, sarà ancora sconfitta dalla «santa alleanza». Ma fino a quando i francesi sceglieranno le fotocopie anziché l’originale?
Il Sole 24.9.16
Sull’orlo del baratro commerciale
lo stato di confusione mentale con cui di questi tempi l’Europa gestisce la sua politica commerciale
di Adriana Cerretelli
C’è sicuramente molto elettoral-populismo nello stato di confusione mentale con cui di questi tempi l’Europa gestisce la sua politica commerciale. O meglio rischia di affondarla. Certo, ci si potrebbe riconfortare pensando che l’America non fa meglio.
Ma sarebbe una magra consolazione che nulla toglie alla sostanza del problema: dopo l’iniziale fase di esaltazione collettiva sulle sue promesse infinite e generalizzate, oggi la globalizzazione appare in ritirata dovunque perché ha deluso molti. Ovunque le pubbliche opinioni ne colgono più i danni dei benefici e in tempi di elezioni nessun Governo o partito che voglia vincerle può contraddirle più di tanto.
Così negli Stati Uniti, entrambi i candidati alla presidenza, Donald Trump e Hillary Clinton, sparano a zero contro il Tpp, l’accordo di partnership transpacifica che dovrebbe legare in una grande alleanza economico- commerciale l’America a 11 Paesi asiatici, Giappone incluso ma Cina esclusa. Assertore di un neo- isolazionismo aggressivo, Trump predica la fine delle intese commerciali, barriere contro la Cina, il rifiuto dell’accordo di Parigi sul clima.
Con accenti molto meno roboanti ma con manifestazioni di piazza di sicuro altrettanto rumorose a Berlino come a Bruxelles contro il Ttip, l’Europa appare sempre più lontana dal campione delle liberalizzazioni commerciali che era ancora 15 anni fa. Fallito il Doha Round, la conversione dal multilateralismo al bilateralismo dei patti commerciali sembrava un surrogato efficace e credibile. Per tutto l’Occidente. Che ora però sembra ripensarci, scosso dagli iniziali mirabolanti successi delle economie emergenti come dai costi sociali di una concorrenza violenta. Incapace di mettere in fila anche i dividendi innegabili di un mondo aperto e global.
Elezioni imminenti in Olanda, Francia e Germania non aiutano. Perfino Angela Merkel, da sempre accanita paladina del Ttip, l’accordo transatlantico su commercio e investimenti, si è mimetizzata su un bassissimo profilo. Se questo è il nuovo mood eurooccidentale, i 28 ministri Ue del Commercio, riuniti ieri a Bratislava, non potevano che prenderne atto.
È così è stato. Nessun certificato di morte ufficiale per il Ttip ma la constatazione che, da qui alla fine della presidenza Obama in gennaio, sarà impossibile concludere i negoziati. Che cosa accadrà poi è un immenso punto interrogativo. Tecnicamente la ripresa delle trattative richiederà circa un anno ma, con l’aria che tira, chiunque sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe abbandonarla su un binario morto.
Anche l’accordo con il Canada, il Ceta, resta in bilico nonostante i migliori propositi manifestati a Bratislava: il via libera alla firma ufficiale il 27 ottobre tra Unione e Canada, previa una dichiarazione rassicurante per la pubblica opinione e le sue preoccupazioni, più o meno razionali. Il tutto mantenendo però il ricorso alle ratifiche nazionali e regionali, 38 in tutto. Tutte dovranno esprimere un sì perché possa entrare in vigore. Si sa già che manca l’unanimita’ dei consensi.
Dulcis in fundo il Trattato di associazione Ue-Ucraina: ora l’Olanda si rimangia la ratifica per rispettare l’esito di un suo referendum consultivo dove il 30% degli olandesi l’ha bocciata a maggioranza. In alternativa propone di ritenere valida la ratifica a 27 invece che a 28. Brexit docet?
Sullo sfondo la guerra dei sussidi miliardari tra Airbus e Boeing al Wto, il conto da 13 miliardi con interessi presentato da Bruxelles a Apple, tensione alle stelle con gli Stati Uniti. Ma in questo clima quanto può resistere indenne il legame transatlantico?
Sull’orlo del baratro commerciale
lo stato di confusione mentale con cui di questi tempi l’Europa gestisce la sua politica commerciale
di Adriana Cerretelli
C’è sicuramente molto elettoral-populismo nello stato di confusione mentale con cui di questi tempi l’Europa gestisce la sua politica commerciale. O meglio rischia di affondarla. Certo, ci si potrebbe riconfortare pensando che l’America non fa meglio.
Ma sarebbe una magra consolazione che nulla toglie alla sostanza del problema: dopo l’iniziale fase di esaltazione collettiva sulle sue promesse infinite e generalizzate, oggi la globalizzazione appare in ritirata dovunque perché ha deluso molti. Ovunque le pubbliche opinioni ne colgono più i danni dei benefici e in tempi di elezioni nessun Governo o partito che voglia vincerle può contraddirle più di tanto.
Così negli Stati Uniti, entrambi i candidati alla presidenza, Donald Trump e Hillary Clinton, sparano a zero contro il Tpp, l’accordo di partnership transpacifica che dovrebbe legare in una grande alleanza economico- commerciale l’America a 11 Paesi asiatici, Giappone incluso ma Cina esclusa. Assertore di un neo- isolazionismo aggressivo, Trump predica la fine delle intese commerciali, barriere contro la Cina, il rifiuto dell’accordo di Parigi sul clima.
Con accenti molto meno roboanti ma con manifestazioni di piazza di sicuro altrettanto rumorose a Berlino come a Bruxelles contro il Ttip, l’Europa appare sempre più lontana dal campione delle liberalizzazioni commerciali che era ancora 15 anni fa. Fallito il Doha Round, la conversione dal multilateralismo al bilateralismo dei patti commerciali sembrava un surrogato efficace e credibile. Per tutto l’Occidente. Che ora però sembra ripensarci, scosso dagli iniziali mirabolanti successi delle economie emergenti come dai costi sociali di una concorrenza violenta. Incapace di mettere in fila anche i dividendi innegabili di un mondo aperto e global.
Elezioni imminenti in Olanda, Francia e Germania non aiutano. Perfino Angela Merkel, da sempre accanita paladina del Ttip, l’accordo transatlantico su commercio e investimenti, si è mimetizzata su un bassissimo profilo. Se questo è il nuovo mood eurooccidentale, i 28 ministri Ue del Commercio, riuniti ieri a Bratislava, non potevano che prenderne atto.
È così è stato. Nessun certificato di morte ufficiale per il Ttip ma la constatazione che, da qui alla fine della presidenza Obama in gennaio, sarà impossibile concludere i negoziati. Che cosa accadrà poi è un immenso punto interrogativo. Tecnicamente la ripresa delle trattative richiederà circa un anno ma, con l’aria che tira, chiunque sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe abbandonarla su un binario morto.
Anche l’accordo con il Canada, il Ceta, resta in bilico nonostante i migliori propositi manifestati a Bratislava: il via libera alla firma ufficiale il 27 ottobre tra Unione e Canada, previa una dichiarazione rassicurante per la pubblica opinione e le sue preoccupazioni, più o meno razionali. Il tutto mantenendo però il ricorso alle ratifiche nazionali e regionali, 38 in tutto. Tutte dovranno esprimere un sì perché possa entrare in vigore. Si sa già che manca l’unanimita’ dei consensi.
Dulcis in fundo il Trattato di associazione Ue-Ucraina: ora l’Olanda si rimangia la ratifica per rispettare l’esito di un suo referendum consultivo dove il 30% degli olandesi l’ha bocciata a maggioranza. In alternativa propone di ritenere valida la ratifica a 27 invece che a 28. Brexit docet?
Sullo sfondo la guerra dei sussidi miliardari tra Airbus e Boeing al Wto, il conto da 13 miliardi con interessi presentato da Bruxelles a Apple, tensione alle stelle con gli Stati Uniti. Ma in questo clima quanto può resistere indenne il legame transatlantico?
Corriere 24.9.16
Per la crescita demografica una campagna pubblicitaria non basta
di Rita Querzé
Fin troppo facile evidenziare i limiti della campagna sul Fertility Day. A costo di andare controcorrente, un merito alla ministra Lorenzin va pur riconosciuto: la polemica ha acceso un riflettore sulla questione del calo demografico. L’Italia con la Germania e il Giappone è sul podio dei Paesi che invecchiano più in fretta. Bisognerebbe farsi carico del problema prima che sia l’Inps a presentarci il conto. Gli italiani non fanno più figli, constata il ministero della Salute. Ma la colpa non è delle «cattive compagnie», tantomeno della leggerezza di donne che rimandano la maternità sine die. Bisognerà prima o poi fare i conti con una realtà descritta anche dall’Istat: gli italiani vorrebbero avere più figli ma poi rinunciano. Rinunciano perché non sanno risolvere il rebus della conciliazione tra famiglia e lavoro. Ammesso che si trovi posto al nido, gli orari non sono quelli dell’ufficio. Le rette si portano via ricche fette di stipendio. Gli sgravi fiscali sulle baby sitter sono inferiori a quelli per le badanti, come se la cura dei figli avesse minore dignità di quella degli anziani. E i nonni che in passato si erano fatti carico dei nipoti oggi restano più a lungo al lavoro. Criticità come queste non si affrontano con le campagne pubblicitarie. Bisognerebbe mobilitare risorse e fare entrare le politiche per la crescita demografica tra le priorità. Finora non è avvenuto. Il dibattito sulla legge di Stabilità registra un ampio confronto sulle pensioni ma non si parla di nidi. Il Parlamento europeo ha appena licenziato una risoluzione che ha come obiettivo «l’equilibrio tra vita privata e professionale». Ammesso che la Commissione adempia all’invito del Parlamento e si occupi di questa istanza nel suo programma di lavoro per il 2017, la competenza su questa materia resta in gran parte degli Stati. Tante responsabilità ha l’Europa, ma non può costruire per noi un futuro con più passeggini.
Per la crescita demografica una campagna pubblicitaria non basta
di Rita Querzé
Fin troppo facile evidenziare i limiti della campagna sul Fertility Day. A costo di andare controcorrente, un merito alla ministra Lorenzin va pur riconosciuto: la polemica ha acceso un riflettore sulla questione del calo demografico. L’Italia con la Germania e il Giappone è sul podio dei Paesi che invecchiano più in fretta. Bisognerebbe farsi carico del problema prima che sia l’Inps a presentarci il conto. Gli italiani non fanno più figli, constata il ministero della Salute. Ma la colpa non è delle «cattive compagnie», tantomeno della leggerezza di donne che rimandano la maternità sine die. Bisognerà prima o poi fare i conti con una realtà descritta anche dall’Istat: gli italiani vorrebbero avere più figli ma poi rinunciano. Rinunciano perché non sanno risolvere il rebus della conciliazione tra famiglia e lavoro. Ammesso che si trovi posto al nido, gli orari non sono quelli dell’ufficio. Le rette si portano via ricche fette di stipendio. Gli sgravi fiscali sulle baby sitter sono inferiori a quelli per le badanti, come se la cura dei figli avesse minore dignità di quella degli anziani. E i nonni che in passato si erano fatti carico dei nipoti oggi restano più a lungo al lavoro. Criticità come queste non si affrontano con le campagne pubblicitarie. Bisognerebbe mobilitare risorse e fare entrare le politiche per la crescita demografica tra le priorità. Finora non è avvenuto. Il dibattito sulla legge di Stabilità registra un ampio confronto sulle pensioni ma non si parla di nidi. Il Parlamento europeo ha appena licenziato una risoluzione che ha come obiettivo «l’equilibrio tra vita privata e professionale». Ammesso che la Commissione adempia all’invito del Parlamento e si occupi di questa istanza nel suo programma di lavoro per il 2017, la competenza su questa materia resta in gran parte degli Stati. Tante responsabilità ha l’Europa, ma non può costruire per noi un futuro con più passeggini.
Repubblica 24.9.16
“Atenei corrotti, i cervelli fuggono”
Cattedre di padre in figlio ma per la parentopoli non paga mai nessuno. Cantone denuncia il malaffare nei concorsi
Le inchieste sugli atenei quasi sempre prescritte. Settemila casi di omonimia su 61mila docenti
di Giuliano Foschini
UNA ricerca di qualche anno fa di un trentenne matematico emiliano, costretto a emigrare negli Stati uniti non per ragioni di studio ma per ragioni di spazio («tutto occupato dai parenti»), raccontava che tra gli oltre 61mila professori italiani, c’erano settemila casi di omonimia. E che duemila di essi si ripetevano più di due volte. Un’anomalia. Perché, prendendo un elenco a caso di 61mila persone, per la statistica le omonimie avrebbero dovuto essere meno della metà.
Se mai ce ne fosse stato bisogno, quella fu la prova scientifica che il vero problema dell’università italiana si chiama nepotismo. Cattedre tramandate per generazioni, figli che prendono i posti dei padri e delle madri («e questi ultimi — fanno notare oggi — non sono nemmeno calcolati negli elenchi di omonimia, per via dei cognomi diversi»), nipoti dei nonni. Per dire, in questo momento all’Università di Bari — che fu la patria di tutti gli scandali della parentopoli con famiglie che avevano in una stessa facoltà sino a otto esponenti della stessa dinastia — cinque dipartimenti sono guidati da figli d’arte. Ma così è da Milano a Palermo e per quanto i codici etici, approvati ormai ovunque, cercano di impedire che in uno stesso dipartimento possano lavorare padri e figli, mariti e mogli, con soluzioni creative spesso si riesce a trovare la strada giusta per l’inganno.
Ecco: le scorciatoie, ma soprattutto l’impunità, rappresentano il vero scoglio insormontabile alla lotta al nepotismo italiano. Sollevati gli scandali, raccolte le indignazioni, la magistratura si muove aprendo fascicoli. Che però quasi mai arrivano a compimento. E non perché non ci sia sostanza — i figli, gli amici, sono assunti — ma perché norme e tempi rendono impossibile il corretto corso della giustizia.
Anche in questo senso, il caso Bari fa scuola. Tempo fa durante una perquisizione i carabinieri scoprono sulla scrivania di un professore del Policlinico uno schema con 16 concorsi banditi da dieci atenei in tutta Italia per posti da ordinario e associato. Nome e cognome del vincitore, accanto a quello dello “sponsor”, tra parentesi. Tutto si verifica come deve. Parte l’inchiesta. Siamo nel 2007 e, otto anni dopo, proprio nelle scorse settimane, viene tutto archiviato: i reati ci sono ma ormai è troppo tardi. Tutto prescritto, inutile indagare. E fa niente che i candidati “raccomandati” siano saldamente ai loro posti.
Non si tratta di un’eccezione. Nel 2004, sempre a Bari, si gridò allo scandalo a cardiologia con un’ondata di arresti: 12 anni dopo tutto è prescritto e non è stato nemmeno concluso il primo grado di indagine.
Il caso più clamoroso è però forse quello che riguarda la “cupola” dei giuristi, stando alla definizione che ne fece la procura di Bari. Un’indagine monstre, che documentava (con intercettazioni telefoniche e sequestri documentali) il solito scambio di cattedre tra docenti di diritto costituzionale, pubblico comparato ed ecclesiastico. Più di sessanta indagati, tra cui alcuni dei principali giuristi italiani e taluni saggi chiamati dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per modificare la Costituzione. Sono passati più di sette anni: alcuni fascicoli sono stati archiviati, quasi tutti prescritti, altri trasmessi per competenza in altre procure d’Italia. Non c’è stata nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio.
“Atenei corrotti, i cervelli fuggono”
Cattedre di padre in figlio ma per la parentopoli non paga mai nessuno. Cantone denuncia il malaffare nei concorsi
Le inchieste sugli atenei quasi sempre prescritte. Settemila casi di omonimia su 61mila docenti
di Giuliano Foschini
UNA ricerca di qualche anno fa di un trentenne matematico emiliano, costretto a emigrare negli Stati uniti non per ragioni di studio ma per ragioni di spazio («tutto occupato dai parenti»), raccontava che tra gli oltre 61mila professori italiani, c’erano settemila casi di omonimia. E che duemila di essi si ripetevano più di due volte. Un’anomalia. Perché, prendendo un elenco a caso di 61mila persone, per la statistica le omonimie avrebbero dovuto essere meno della metà.
Se mai ce ne fosse stato bisogno, quella fu la prova scientifica che il vero problema dell’università italiana si chiama nepotismo. Cattedre tramandate per generazioni, figli che prendono i posti dei padri e delle madri («e questi ultimi — fanno notare oggi — non sono nemmeno calcolati negli elenchi di omonimia, per via dei cognomi diversi»), nipoti dei nonni. Per dire, in questo momento all’Università di Bari — che fu la patria di tutti gli scandali della parentopoli con famiglie che avevano in una stessa facoltà sino a otto esponenti della stessa dinastia — cinque dipartimenti sono guidati da figli d’arte. Ma così è da Milano a Palermo e per quanto i codici etici, approvati ormai ovunque, cercano di impedire che in uno stesso dipartimento possano lavorare padri e figli, mariti e mogli, con soluzioni creative spesso si riesce a trovare la strada giusta per l’inganno.
Ecco: le scorciatoie, ma soprattutto l’impunità, rappresentano il vero scoglio insormontabile alla lotta al nepotismo italiano. Sollevati gli scandali, raccolte le indignazioni, la magistratura si muove aprendo fascicoli. Che però quasi mai arrivano a compimento. E non perché non ci sia sostanza — i figli, gli amici, sono assunti — ma perché norme e tempi rendono impossibile il corretto corso della giustizia.
Anche in questo senso, il caso Bari fa scuola. Tempo fa durante una perquisizione i carabinieri scoprono sulla scrivania di un professore del Policlinico uno schema con 16 concorsi banditi da dieci atenei in tutta Italia per posti da ordinario e associato. Nome e cognome del vincitore, accanto a quello dello “sponsor”, tra parentesi. Tutto si verifica come deve. Parte l’inchiesta. Siamo nel 2007 e, otto anni dopo, proprio nelle scorse settimane, viene tutto archiviato: i reati ci sono ma ormai è troppo tardi. Tutto prescritto, inutile indagare. E fa niente che i candidati “raccomandati” siano saldamente ai loro posti.
Non si tratta di un’eccezione. Nel 2004, sempre a Bari, si gridò allo scandalo a cardiologia con un’ondata di arresti: 12 anni dopo tutto è prescritto e non è stato nemmeno concluso il primo grado di indagine.
Il caso più clamoroso è però forse quello che riguarda la “cupola” dei giuristi, stando alla definizione che ne fece la procura di Bari. Un’indagine monstre, che documentava (con intercettazioni telefoniche e sequestri documentali) il solito scambio di cattedre tra docenti di diritto costituzionale, pubblico comparato ed ecclesiastico. Più di sessanta indagati, tra cui alcuni dei principali giuristi italiani e taluni saggi chiamati dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per modificare la Costituzione. Sono passati più di sette anni: alcuni fascicoli sono stati archiviati, quasi tutti prescritti, altri trasmessi per competenza in altre procure d’Italia. Non c’è stata nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio.
Repubblica 24.9.16
Genova, il candidato Pd che spiazza tutti “Basta buonismo, sui migranti sbagliamo”
La sfida dell’ex portavoce della Paita: “Cambio di passo o si perde, le paure della gente vanno ascoltate”
di Alessandra Longo
ALL’EPOCA della campagna elettorale per le Regionali - era il 2015 - mentre il centrosinistra diviso tra i renziani sostenitori della Paita e i transfughi Pastorino e Cofferati si preparava a consegnare la Liguria al berlusconiano Toti, lo avevano soprannominato addirittura «fasciocowboy» per le sue idee spicce in fatto di terrorismo internazionale e per aver accettato un invito di Casa-Pound. Ieri, come oggi, Simone Regazzoni, 41 anni, docente a contratto di Estetica all’Università di Pavia, già portavoce di Raffaella Paita, risponde semplicemente così: «Io sono di sinistra, anzi vengo dalla sinistra radicale. Però io, la sinistra, la voglio far vincere e in materia di immigrazione c’è bisogno di un cambio di passo». Regazzoni, senza che nessuno glielo abbia chiesto, sta correndo per le probabili primarie del centrosinistra che si terranno in vista delle amministrative 2017 a Genova. E ha puntato quasi tutto, come un giocatore d’azzardo, sulla madre di tutte le questioni: l’immigrazione, appunto. Descrive Genova, amministrata dal peraltro integerrimo e colto sindaco Doria, per quello che è: «Una città satura, dove la situazione è davvero al limite, dove il rischio di un forte dissenso sociale, finora scongiurato da un’ottima rete di associazionismo, è più che concreto». I dati aggiornati ad inizio settembre indicano che i richiedenti asilo nel Comune di Genova sono 1900, vale a dire il 3,24 per 1000, più del doppio della quota prevista dal piano di redistribuzione sul territorio. Regazzoni racconta dello stupore del nuovo questore quando si è fatto un giro nel centro storico: «Sembra di non essere a Genova!».
Si può andare avanti così, «ignorando paure e ansie di una popolazione autoctona che chiede legittimamente garanzie e sicurezza?». Regazzoni ha deciso di sparigliare: «La risposta non può essere etico-solidaristica. Non te la puoi più cavare così. Fermo restando il principio sacro della solidarietà, l’accoglienza va gestita politicamente, cosa che, a mio avviso, il sindaco Doria non ha fatto. Non possiamo cavarcela solo dicendo che i migranti sono una ricchezza. Dobbiamo riconoscere anche che la loro presenza, distribuita male sul territorio, crea un problema. Le ansie della gente in certi quartieri non sono fasulle, sono reali, sono ansie. Punto».
Lui lo chiama «il cambio di paradigma» citando addirittura il filosofo Jacques Derrida: «Se non vogliamo perdere le elezioni, dobbiamo spiazzare la destra, definire noi il campo e governare il fenomeno». Spiazzare la destra, dunque, che ha partorito una «Carta di Genova» (quella dei tre governatori Toti, Zaia, Maroni) con idee «condivisibili», dice Regazzoni, ma attestandosi su una furbata demagogica: il rifiuto delle quote. «Se i Comuni del centrodestra attorno a Genova non prendono le loro quote di migranti ecco che la città si satura. E noi possiamo spiegare agli elettori di chi è la colpa».
All’inizio quelli del Pd locale non sono saltati dalla gioia per l’exploit del «fasciocowboy». Però adesso che anche il sindaco di Milano Sala dice che bisogna rivedere la politica dell’accoglienza il tema sta entrando in agenda. Lui, Regazzoni, ha nel frattempo prodotto un «Manifesto per una nuova politica dell’immigrazione a Genova». Tra le sue idee, «un patto sociale con i migranti»: li inserisci nelle cooperative di volontariato e, in cambio del lavoro, hanno un posto dove dormire e mangiare. Chi non ci sta non avrebbe gli stessi diritti di chi collabora. Basta «vittimizzare i soggetti, basta con le modalità paternalistiche, riconosciamoli come interlocutori, responsabilizziamoli». E quei 200 individui individuati dalla Questura di Genova come persone da espellere siano mandati via sul serio. Anche con le retate? «Sì, certo, anche con le retate, altrimenti perdiamo credibilità. Ricordiamoci che la sicurezza è un diritto sociale, una precondizione alle politiche di dialogo e integrazione». Si può non fare niente? «Puoi continuare a non affrontare il problema e credere di salvarti l’anima. Ma politicamente sei condannato a perdere».
Genova, il candidato Pd che spiazza tutti “Basta buonismo, sui migranti sbagliamo”
La sfida dell’ex portavoce della Paita: “Cambio di passo o si perde, le paure della gente vanno ascoltate”
di Alessandra Longo
ALL’EPOCA della campagna elettorale per le Regionali - era il 2015 - mentre il centrosinistra diviso tra i renziani sostenitori della Paita e i transfughi Pastorino e Cofferati si preparava a consegnare la Liguria al berlusconiano Toti, lo avevano soprannominato addirittura «fasciocowboy» per le sue idee spicce in fatto di terrorismo internazionale e per aver accettato un invito di Casa-Pound. Ieri, come oggi, Simone Regazzoni, 41 anni, docente a contratto di Estetica all’Università di Pavia, già portavoce di Raffaella Paita, risponde semplicemente così: «Io sono di sinistra, anzi vengo dalla sinistra radicale. Però io, la sinistra, la voglio far vincere e in materia di immigrazione c’è bisogno di un cambio di passo». Regazzoni, senza che nessuno glielo abbia chiesto, sta correndo per le probabili primarie del centrosinistra che si terranno in vista delle amministrative 2017 a Genova. E ha puntato quasi tutto, come un giocatore d’azzardo, sulla madre di tutte le questioni: l’immigrazione, appunto. Descrive Genova, amministrata dal peraltro integerrimo e colto sindaco Doria, per quello che è: «Una città satura, dove la situazione è davvero al limite, dove il rischio di un forte dissenso sociale, finora scongiurato da un’ottima rete di associazionismo, è più che concreto». I dati aggiornati ad inizio settembre indicano che i richiedenti asilo nel Comune di Genova sono 1900, vale a dire il 3,24 per 1000, più del doppio della quota prevista dal piano di redistribuzione sul territorio. Regazzoni racconta dello stupore del nuovo questore quando si è fatto un giro nel centro storico: «Sembra di non essere a Genova!».
Si può andare avanti così, «ignorando paure e ansie di una popolazione autoctona che chiede legittimamente garanzie e sicurezza?». Regazzoni ha deciso di sparigliare: «La risposta non può essere etico-solidaristica. Non te la puoi più cavare così. Fermo restando il principio sacro della solidarietà, l’accoglienza va gestita politicamente, cosa che, a mio avviso, il sindaco Doria non ha fatto. Non possiamo cavarcela solo dicendo che i migranti sono una ricchezza. Dobbiamo riconoscere anche che la loro presenza, distribuita male sul territorio, crea un problema. Le ansie della gente in certi quartieri non sono fasulle, sono reali, sono ansie. Punto».
Lui lo chiama «il cambio di paradigma» citando addirittura il filosofo Jacques Derrida: «Se non vogliamo perdere le elezioni, dobbiamo spiazzare la destra, definire noi il campo e governare il fenomeno». Spiazzare la destra, dunque, che ha partorito una «Carta di Genova» (quella dei tre governatori Toti, Zaia, Maroni) con idee «condivisibili», dice Regazzoni, ma attestandosi su una furbata demagogica: il rifiuto delle quote. «Se i Comuni del centrodestra attorno a Genova non prendono le loro quote di migranti ecco che la città si satura. E noi possiamo spiegare agli elettori di chi è la colpa».
All’inizio quelli del Pd locale non sono saltati dalla gioia per l’exploit del «fasciocowboy». Però adesso che anche il sindaco di Milano Sala dice che bisogna rivedere la politica dell’accoglienza il tema sta entrando in agenda. Lui, Regazzoni, ha nel frattempo prodotto un «Manifesto per una nuova politica dell’immigrazione a Genova». Tra le sue idee, «un patto sociale con i migranti»: li inserisci nelle cooperative di volontariato e, in cambio del lavoro, hanno un posto dove dormire e mangiare. Chi non ci sta non avrebbe gli stessi diritti di chi collabora. Basta «vittimizzare i soggetti, basta con le modalità paternalistiche, riconosciamoli come interlocutori, responsabilizziamoli». E quei 200 individui individuati dalla Questura di Genova come persone da espellere siano mandati via sul serio. Anche con le retate? «Sì, certo, anche con le retate, altrimenti perdiamo credibilità. Ricordiamoci che la sicurezza è un diritto sociale, una precondizione alle politiche di dialogo e integrazione». Si può non fare niente? «Puoi continuare a non affrontare il problema e credere di salvarti l’anima. Ma politicamente sei condannato a perdere».
Repubblica 24.9.16
Il capo di gabinetto dal centrodestra
Nomine, la sindaca punta sul commissario anticorrotti
di Gio. Vi.
ROMA. Avrà pure un “commissario” anticorruzione il Campidoglio a guida grillina. Si tratta di Gianluca Berruti, classe ’79, maggiore della Gdf: sarà lui il Raffaele Cantone dell’amministrazione capitolina. Fratello dell’attore Giulio Berruti, che i rotocalchi raccontano legato a Vittoria Malagò, figlia del presidente del Coni.
Con cui Raggi ha duellato sulle Olimpiadi, fino al fatidico no.
È dunque Berruti una delle carte segrete che la sindaca di Roma intende giocare per riconquistare il popolo a 5 stelle. Al quale offrire, dal palco siciliano, non solo lo scalpo dei “poteri forti” che volevano a tutti i costi i Giochi 2024, ma pure un pacchetto di nomine buone a completare la sua squadra di governo. E così, in pole per guidare il gabinetto, dopo le dimissioni della giudice Raineri, ci sarebbe Caro Lucrezio Monticelli, consigliere di Stato con un lungo curriculum al servizio dei governi di centrodestra: da Maroni ministro del Lavoro (2001-2006) a Sacconi (2008-2009), con un vistoso stop durante l’esecutivo Prodi. All’assessorato alle Partecipate arriverà invece il commercialista 39enne Alessandro Gennaro, prof a contratto alla Sapienza. Mentre del Bilancio, orfano da 24 giorni, si occuperà il magistrato contabile Salvatore Tutino: a dispetto di Ruocco e Di Battista, che nel 2013 contestarono la sua nomina in Corte decisa da Enrico Letta.
Il capo di gabinetto dal centrodestra
Nomine, la sindaca punta sul commissario anticorrotti
di Gio. Vi.
ROMA. Avrà pure un “commissario” anticorruzione il Campidoglio a guida grillina. Si tratta di Gianluca Berruti, classe ’79, maggiore della Gdf: sarà lui il Raffaele Cantone dell’amministrazione capitolina. Fratello dell’attore Giulio Berruti, che i rotocalchi raccontano legato a Vittoria Malagò, figlia del presidente del Coni.
Con cui Raggi ha duellato sulle Olimpiadi, fino al fatidico no.
È dunque Berruti una delle carte segrete che la sindaca di Roma intende giocare per riconquistare il popolo a 5 stelle. Al quale offrire, dal palco siciliano, non solo lo scalpo dei “poteri forti” che volevano a tutti i costi i Giochi 2024, ma pure un pacchetto di nomine buone a completare la sua squadra di governo. E così, in pole per guidare il gabinetto, dopo le dimissioni della giudice Raineri, ci sarebbe Caro Lucrezio Monticelli, consigliere di Stato con un lungo curriculum al servizio dei governi di centrodestra: da Maroni ministro del Lavoro (2001-2006) a Sacconi (2008-2009), con un vistoso stop durante l’esecutivo Prodi. All’assessorato alle Partecipate arriverà invece il commercialista 39enne Alessandro Gennaro, prof a contratto alla Sapienza. Mentre del Bilancio, orfano da 24 giorni, si occuperà il magistrato contabile Salvatore Tutino: a dispetto di Ruocco e Di Battista, che nel 2013 contestarono la sua nomina in Corte decisa da Enrico Letta.
Corriere 24.9.16
l’Inps, il presidente, la scelta del governo
di Ferruccio de Bortoli
La nomina, ormai quasi due anni fa, di Tito Boeri alla testa dell’Inps fu una scelta di Renzi sorprendente e opportuna. Sorprendente perché l’economista milanese non fa partedi alcun cerchio magico. Opportuna perché è persona libera e preparata.
Conosce in profondità il tema. Non si disinteressa, come altri prima di lui, delle dinamiche future della previdenza. Il limite è forse nel carattere, per usare un eufemismo, un po’ spigoloso. Boeri ha ereditato una situazione a dir poco difficile: la fusione a freddo tra Inps, Inpdap (dipendenti pubblici) ed Enpals (lavoratori spettacolo e sportivi) che si è risolta per ora in una mera sommatoria delle posizioni apicali. Nessuna economia di scala. Differenti sistemi di calcolo delle pensioni. Liquidazioni e ricongiunzioni più lente. Boeri ha proposto di ridurre le direzioni da 48 a 36. Lasciandone però 14 a Roma (da 33) e 22 (da 15) sparse per l’Italia. Un risparmio che contribuirebbe ad aprire le porte all’assunzione di 900 giovani laureati. Verrebbe inoltre cambiato il criterio di selezione dei dirigenti (con una commissione esterna di valutazione indipendente) e tolto il potere lottizzatorio dei sindacati. E qui si sono aperte le cateratte, descritte bene da un articolo sul Corriere di Enrico Marro. Boeri è un ottimo economista ma l’arte della mediazione e del consenso gli è sconosciuta.
Il direttore generale Massimo Cioffi, peraltro portato dallo stesso Boeri, interrompendo una prassi di promozioni interne, è stato al centro di un curioso caso.
Dopo aver appreso di essere indagato per abuso d’ufficio, si è autosospeso. Poi, appena presentata la sua memoria difensiva, ha sospeso l’autosospensione. Cioffi, che viene dall’Enel con un contenzioso con l’istituto non dichiarato subito, ha un’idea organizzativa diversa. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza, formato da rappresentanti delle imprese e del sindacato, si è messo di traverso. Minaccia di ricorrere al Tar. Anche il collegio sindacale, ugualmente politicizzato, è contrario. Unica nota, parzialmente positiva, il parere sul piano di riorganizzazione della tecnostruttura della Funzione pubblica.
E il governo? Silenzio. Nessun atto, nemmeno una telefonata. Boeri forse paga nei confronti dell’esecutivo la sua libertà di pensiero. E qualche irritazione per le sue dichiarazioni quasi da ministro ombra del Lavoro. È favorevole a una certa flessibilità in uscita ma teme l’aumento in prospettiva della spesa pensionistica, non condivide l’estensione della no tax area. La corresponsione della quattordicesima senza limiti – anche per esempio al marito di una manager benestante – lo lascia perplesso. L’enfasi su equità, vitalizi e privilegi non ha mancato di sollevare polemiche, a volte giustificate.
La riforma della governance Inps – che toglie poteri allo stesso presidente – è un passaggio qualificante e necessario, non solo per l’istituto. È il banco di prova della riforma Madia sulla dirigenza pubblica. La dimostrazione che burocrati e sindacalisti non hanno un potere assoluto sulla gestione delle pensioni degli italiani. La cartina di tornasole della volontà riformatrice del governo. I casi sono due. O Boeri ha ancora la fiducia di Renzi e allora va sostenuto senza indugi nella sua azione di rottura di vecchi equilibri e inefficienze. Oppure l’ha perduta e va sostituito. Magari spiegando perché.
l’Inps, il presidente, la scelta del governo
di Ferruccio de Bortoli
La nomina, ormai quasi due anni fa, di Tito Boeri alla testa dell’Inps fu una scelta di Renzi sorprendente e opportuna. Sorprendente perché l’economista milanese non fa partedi alcun cerchio magico. Opportuna perché è persona libera e preparata.
Conosce in profondità il tema. Non si disinteressa, come altri prima di lui, delle dinamiche future della previdenza. Il limite è forse nel carattere, per usare un eufemismo, un po’ spigoloso. Boeri ha ereditato una situazione a dir poco difficile: la fusione a freddo tra Inps, Inpdap (dipendenti pubblici) ed Enpals (lavoratori spettacolo e sportivi) che si è risolta per ora in una mera sommatoria delle posizioni apicali. Nessuna economia di scala. Differenti sistemi di calcolo delle pensioni. Liquidazioni e ricongiunzioni più lente. Boeri ha proposto di ridurre le direzioni da 48 a 36. Lasciandone però 14 a Roma (da 33) e 22 (da 15) sparse per l’Italia. Un risparmio che contribuirebbe ad aprire le porte all’assunzione di 900 giovani laureati. Verrebbe inoltre cambiato il criterio di selezione dei dirigenti (con una commissione esterna di valutazione indipendente) e tolto il potere lottizzatorio dei sindacati. E qui si sono aperte le cateratte, descritte bene da un articolo sul Corriere di Enrico Marro. Boeri è un ottimo economista ma l’arte della mediazione e del consenso gli è sconosciuta.
Il direttore generale Massimo Cioffi, peraltro portato dallo stesso Boeri, interrompendo una prassi di promozioni interne, è stato al centro di un curioso caso.
Dopo aver appreso di essere indagato per abuso d’ufficio, si è autosospeso. Poi, appena presentata la sua memoria difensiva, ha sospeso l’autosospensione. Cioffi, che viene dall’Enel con un contenzioso con l’istituto non dichiarato subito, ha un’idea organizzativa diversa. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza, formato da rappresentanti delle imprese e del sindacato, si è messo di traverso. Minaccia di ricorrere al Tar. Anche il collegio sindacale, ugualmente politicizzato, è contrario. Unica nota, parzialmente positiva, il parere sul piano di riorganizzazione della tecnostruttura della Funzione pubblica.
E il governo? Silenzio. Nessun atto, nemmeno una telefonata. Boeri forse paga nei confronti dell’esecutivo la sua libertà di pensiero. E qualche irritazione per le sue dichiarazioni quasi da ministro ombra del Lavoro. È favorevole a una certa flessibilità in uscita ma teme l’aumento in prospettiva della spesa pensionistica, non condivide l’estensione della no tax area. La corresponsione della quattordicesima senza limiti – anche per esempio al marito di una manager benestante – lo lascia perplesso. L’enfasi su equità, vitalizi e privilegi non ha mancato di sollevare polemiche, a volte giustificate.
La riforma della governance Inps – che toglie poteri allo stesso presidente – è un passaggio qualificante e necessario, non solo per l’istituto. È il banco di prova della riforma Madia sulla dirigenza pubblica. La dimostrazione che burocrati e sindacalisti non hanno un potere assoluto sulla gestione delle pensioni degli italiani. La cartina di tornasole della volontà riformatrice del governo. I casi sono due. O Boeri ha ancora la fiducia di Renzi e allora va sostenuto senza indugi nella sua azione di rottura di vecchi equilibri e inefficienze. Oppure l’ha perduta e va sostituito. Magari spiegando perché.
Repubblica 24.9.16
Fra le alchimie e il burocratese
Quesito referendum è lite pure sulla scheda “Spot al Sì”.“È la legge”
Il No protesta per la domanda “semplice” su taglio dei costi e dei parlamentari. Boschi: “È solo il nome della riforma”
di Sebastiano Messina
MAI un quesito referendario aveva scatenato una polemica così violenta. «È uno spot per il Sì» grida Brunetta dopo aver visto Renzi sventolare la scheda che verrà consegnata nei seggi, perché invece di indicare la legge con un titolo in burocratese — come fece il centrodestra quando provò a modificare la Costituzione — il quesito elenca i punti-chiave della riforma.
«È UN imbroglio fatto da un governo di imbroglioni» protesta il capogruppo berlusconiano. Il quale s’è accorto troppo tardi che la legge costituzionale definitivamente approvata a gennaio aveva un titolo che non gli piace, soprattutto perché — lo dice la legge — la scheda deve riprodurre esattamente quel titolo. E dunque è facile per la ministra Boschi rispondergli che «non c’è nessun imbroglio e nessun trucco», anzi «è tutto vero», perché «votando Sì al referendum si supera il bicameralismo paritario, si riduce il numero dei parlamentari, si contengono i costi di funzionamento delle istituzioni, si abolisce il Cnel e si modifica il titolo V della Costituzione», proprio come ci sarà scritto sulla scheda.
Certo é stato abile Renzi a scegliere per la sua riforma un titolo perfetto per un manifesto del Sì, sapendo benissimo che sarebbe stato quello il testo che gli italiani avrebbero letto, prima di scegliere tra un Sì e un No. Ma Brunetta avrebbe dovuto accorgersene durante la battaglia parlamentare, e magari battersi per correggerlo.
Non l’ha fatto, e ora protesta — insieme a tutto il fronte del No — perché è poco neutrale: troppo efficace. Ed è la vera novità, perché finora ogni volta che apparivano le schede dei refendum si levava puntuale un coro che gridava l’opposto: quesito “incomprensibile”, “troppo lungo”, “criptico”, “burocratese puro”. Ed era vero, purtroppo: un elettore che fosse entrato nella cabina elettorale senza aver seguito i dibattiti, letto i giornali o ascoltato i comizi, sarebbe rimasto a bocca aperta leggendo la domanda alla quale gli si chiedeva di rispondere con un Sì o un No.
Si salvò solo il primo, quello — storico — del 12 maggio 1974 sul divorzio. Quella volta la questione era semplice: «Volete voi l’abrograzione della legge 898/70 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio)?». Mancava la parola “divorzio”, ma si parlava — inequivocabilmente — di “scioglimento del matrimonio”.
Non era per niente chiaro — anche se gli italiani ne afferrarono perfettamente il significato, il 9 giugno 1991 — il testo del referendum che diede il primo colpo di piccone alla Prima Repubblica: quello sulla preferenza unica. Si domandava all’elettore se fosse favorevole all’abrogazione «del Dpr 30 marzo 1957, n. 361, limitatamente alle parti seguenti: art. 4, terzo comma, limitatamente alle parole “attribuire preferenze per”; art. 58, secondo comma, limitatamente alle parole “e indicando in ogni caso le modalità e il numero dei voti che l’elettore ha facoltà di esprimere”; articolo 59, secondo comma...» eccetera, fino a riempire con articoli, commi e incisi l’intera scheda.
Ma il record dell’oscurità appartiene probabilmente a un altro referendum sulla legge elettorale, quello del 21 giugno 2009. Per raggiungere l’obiettivo indicato dai promotori (premio di maggioranza del Porcellum solo alla lista più votata, e non più alla coalizione) veniva proposto agli italiani un quesito di venti righe inframmezzato di «limitatamente alle parole». E le parti da abrogare, lette al di fuori del loro contesto, galleggiavano come tappi di sughero in uno stagno. Qualche esempio? Volete cancellare le parole «nella stessa»? Volete abrogare il comma 3, laddove dice «di seguito, in linea orizzontale, uno accanto all’altro, su un’unica riga»? Domande alle quali neanche il più esperto costituzionalista avrebbe saputo rispondere, senza preavviso.
Ma non sono state solo la lunghezza e la complessità a generare quesiti incomprensibili. Anche l’eccessiva brevità è stata fonte di disorientamento, per chi si ostinava a voler leggere la domanda esatta. Quando fummo chiamati a pronunciarci sulla legge che regolamentava la procreazione assistita, ci venne chiesto sulla scheda se fossimo favorevoli ad abrogare un certo comma di un certo articolo, ma «limitatamente alle parole: 1,». Ovvero, se fossimo favorevoli o contrari alla cancellazione di un numero 1 seguito da una virgola. Domanda solo all’apparenza astrusa, perché avrebbe prodotto effetti precisissimi, eppure non per questo meno surreale.
Fra le alchimie e il burocratese
Quesito referendum è lite pure sulla scheda “Spot al Sì”.“È la legge”
Il No protesta per la domanda “semplice” su taglio dei costi e dei parlamentari. Boschi: “È solo il nome della riforma”
di Sebastiano Messina
MAI un quesito referendario aveva scatenato una polemica così violenta. «È uno spot per il Sì» grida Brunetta dopo aver visto Renzi sventolare la scheda che verrà consegnata nei seggi, perché invece di indicare la legge con un titolo in burocratese — come fece il centrodestra quando provò a modificare la Costituzione — il quesito elenca i punti-chiave della riforma.
«È UN imbroglio fatto da un governo di imbroglioni» protesta il capogruppo berlusconiano. Il quale s’è accorto troppo tardi che la legge costituzionale definitivamente approvata a gennaio aveva un titolo che non gli piace, soprattutto perché — lo dice la legge — la scheda deve riprodurre esattamente quel titolo. E dunque è facile per la ministra Boschi rispondergli che «non c’è nessun imbroglio e nessun trucco», anzi «è tutto vero», perché «votando Sì al referendum si supera il bicameralismo paritario, si riduce il numero dei parlamentari, si contengono i costi di funzionamento delle istituzioni, si abolisce il Cnel e si modifica il titolo V della Costituzione», proprio come ci sarà scritto sulla scheda.
Certo é stato abile Renzi a scegliere per la sua riforma un titolo perfetto per un manifesto del Sì, sapendo benissimo che sarebbe stato quello il testo che gli italiani avrebbero letto, prima di scegliere tra un Sì e un No. Ma Brunetta avrebbe dovuto accorgersene durante la battaglia parlamentare, e magari battersi per correggerlo.
Non l’ha fatto, e ora protesta — insieme a tutto il fronte del No — perché è poco neutrale: troppo efficace. Ed è la vera novità, perché finora ogni volta che apparivano le schede dei refendum si levava puntuale un coro che gridava l’opposto: quesito “incomprensibile”, “troppo lungo”, “criptico”, “burocratese puro”. Ed era vero, purtroppo: un elettore che fosse entrato nella cabina elettorale senza aver seguito i dibattiti, letto i giornali o ascoltato i comizi, sarebbe rimasto a bocca aperta leggendo la domanda alla quale gli si chiedeva di rispondere con un Sì o un No.
Si salvò solo il primo, quello — storico — del 12 maggio 1974 sul divorzio. Quella volta la questione era semplice: «Volete voi l’abrograzione della legge 898/70 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio)?». Mancava la parola “divorzio”, ma si parlava — inequivocabilmente — di “scioglimento del matrimonio”.
Non era per niente chiaro — anche se gli italiani ne afferrarono perfettamente il significato, il 9 giugno 1991 — il testo del referendum che diede il primo colpo di piccone alla Prima Repubblica: quello sulla preferenza unica. Si domandava all’elettore se fosse favorevole all’abrogazione «del Dpr 30 marzo 1957, n. 361, limitatamente alle parti seguenti: art. 4, terzo comma, limitatamente alle parole “attribuire preferenze per”; art. 58, secondo comma, limitatamente alle parole “e indicando in ogni caso le modalità e il numero dei voti che l’elettore ha facoltà di esprimere”; articolo 59, secondo comma...» eccetera, fino a riempire con articoli, commi e incisi l’intera scheda.
Ma il record dell’oscurità appartiene probabilmente a un altro referendum sulla legge elettorale, quello del 21 giugno 2009. Per raggiungere l’obiettivo indicato dai promotori (premio di maggioranza del Porcellum solo alla lista più votata, e non più alla coalizione) veniva proposto agli italiani un quesito di venti righe inframmezzato di «limitatamente alle parole». E le parti da abrogare, lette al di fuori del loro contesto, galleggiavano come tappi di sughero in uno stagno. Qualche esempio? Volete cancellare le parole «nella stessa»? Volete abrogare il comma 3, laddove dice «di seguito, in linea orizzontale, uno accanto all’altro, su un’unica riga»? Domande alle quali neanche il più esperto costituzionalista avrebbe saputo rispondere, senza preavviso.
Ma non sono state solo la lunghezza e la complessità a generare quesiti incomprensibili. Anche l’eccessiva brevità è stata fonte di disorientamento, per chi si ostinava a voler leggere la domanda esatta. Quando fummo chiamati a pronunciarci sulla legge che regolamentava la procreazione assistita, ci venne chiesto sulla scheda se fossimo favorevoli ad abrogare un certo comma di un certo articolo, ma «limitatamente alle parole: 1,». Ovvero, se fossimo favorevoli o contrari alla cancellazione di un numero 1 seguito da una virgola. Domanda solo all’apparenza astrusa, perché avrebbe prodotto effetti precisissimi, eppure non per questo meno surreale.
Corriere 24.9.16
L’asse per il proporzionale (corretto)
Il possibile accordo premier-FI per cambiare la legge elettorale
Anche se vincesse il referendum, per cambiare l’Italicum Renzi dovrebbe accordarsi con Berlusconi
di Francesco Verderami
È una questione di numeri in Parlamento ed è anche (anzi soprattutto) una questione politica. Già senza diserzioni nella maggioranza, l’iter di una riforma elettorale al Senato sarebbe complicato. Se poi la minoranza del Pd si mettesse espressamente di traverso, allora i voti di Forza Italia diverrebbero indispensabili. Ma non è solo questo il motivo per cui gli ufficiali di collegamento tra Palazzo Chigi e Arcore — che non hanno mai interrotto i contatti — stanno utilizzando il tempo di qui fino al referendum per verificare se sia possibile trovare una convergenza su un nuovo modello di voto.
Hanno a disposizione nove settimane e mezzo, se è vero che Renzi è propenso a indire la consultazione popolare per il 4 dicembre. Le residue riserve del premier sono legate a un aspetto mediatico: scegliendo l’ultima data utile esporrebbe il fianco alle opposizioni, che lo accuserebbero di aver voluto tirarla alla lunga per paura della sconfitta; al contempo però un’ulteriore settimana di campagna elettorale verrebbe utile per spiegare le ragioni della riforma costituzionale. In attesa che il capo del governo sciolga il nodo insieme a Mattarella, è sulla legge elettorale che si gioca una partita parallela.
Come sempre le prime proposte sanno di schermaglia, perché la richiesta rivolta dagli uomini di Renzi a Gianni Letta, quella cioè di invitare il Cavaliere a sostenere il fronte del Sì, era evidentemente irricevibile. E infatti il leader forzista non cambierà verso, anche se nei suoi conversari manifesta sempre una certa qual preoccupazione, «perché non vorrei che l’eventuale vittoria del No passasse nel Paese come una vittoria dei Cinquestelle». C’è tutto Berlusconi in questa frase, come nel messaggio che ha lanciato a Renzi e ai suoi avversari interni, facendo filtrare una preferenza «proporzionale» sulla legge elettorale. È una puntata alla roulette sul rosso e il nero, un modo per parlare al Pd di maggioranza e al Pd di opposizione, per tentare di trarre profitto politico qualunque sia l’esito del referendum.
La vampata «proporzionalista» nel Palazzo è frutto di un diverso atteggiamento di Renzi, fino a qualche tempo fa deciso a offrire solo delle «correzioni» all’Italicum, e ora tentato dal gioco di quanti gli chiedono l’abolizione del ballottaggio. Sia chiaro, Renzi resta contrario al proporzionale puro, ma dietro quei tecnicismi comprensibili solo agli esperti prende corpo l’ipotesi di un cambio di sistema, con uno schema che prevederebbe la formazione di una coalizione di governo in Parlamento e non nelle urne, consentendo comunque al partito di maggioranza relativa di restare sempre il perno di ogni possibile alleanza.
Questa formula non smentirebbe la linea di Renzi, secondo cui «la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto», e dunque chi va a Palazzo Chigi. Semmai una simile legge elettorale consentirebbe di allargare lo spettro delle maggioranze: proprio ciò che interessa ai centristi oggi alleati con il leader del Pd e a Berlusconi. «Cambiare l’Italicum senza contraddire Matteo, assecondare Silvio senza darlo a vedere, prefigurare le coalizioni sapendo che le coalizioni non ci sono più...»: basta ascoltare Verdini per capire che trovare una soluzione sulla legge elettorale è come disinnescare un ordigno a occhi chiusi. Ma a questo servono le nove settimane e mezzo.
E per evidenziare il suo interesse, il premier pensa a un gesto politico prima del referendum, sta immaginando di affidare ai dirigenti del Pd o ai capigruppo un mandato per consultare gli altri partiti e verificare le loro richieste. Ma solo dopo l’apertura delle urne si capirà se sarà Renzi a gestire ancora la trattativa. In ogni caso — anche vincendo nel Paese — avrà bisogno di Berlusconi in Parlamento per cambiare l’Italicum, sapendo che sarà come aprire il vaso di Pandora: tra il rebus dei capilista bloccati, quello delle pluri-candidature, le soglie di sbarramento, il premio di maggioranza, la scelta tra collegi e preferenze, i voti segreti tra Camera e Senato... E con la sentenza della Consulta che sbarrerà il passo alla tentazione di far saltare il banco e andare alle elezioni senza cambiar nulla .
L’asse per il proporzionale (corretto)
Il possibile accordo premier-FI per cambiare la legge elettorale
Anche se vincesse il referendum, per cambiare l’Italicum Renzi dovrebbe accordarsi con Berlusconi
di Francesco Verderami
È una questione di numeri in Parlamento ed è anche (anzi soprattutto) una questione politica. Già senza diserzioni nella maggioranza, l’iter di una riforma elettorale al Senato sarebbe complicato. Se poi la minoranza del Pd si mettesse espressamente di traverso, allora i voti di Forza Italia diverrebbero indispensabili. Ma non è solo questo il motivo per cui gli ufficiali di collegamento tra Palazzo Chigi e Arcore — che non hanno mai interrotto i contatti — stanno utilizzando il tempo di qui fino al referendum per verificare se sia possibile trovare una convergenza su un nuovo modello di voto.
Hanno a disposizione nove settimane e mezzo, se è vero che Renzi è propenso a indire la consultazione popolare per il 4 dicembre. Le residue riserve del premier sono legate a un aspetto mediatico: scegliendo l’ultima data utile esporrebbe il fianco alle opposizioni, che lo accuserebbero di aver voluto tirarla alla lunga per paura della sconfitta; al contempo però un’ulteriore settimana di campagna elettorale verrebbe utile per spiegare le ragioni della riforma costituzionale. In attesa che il capo del governo sciolga il nodo insieme a Mattarella, è sulla legge elettorale che si gioca una partita parallela.
Come sempre le prime proposte sanno di schermaglia, perché la richiesta rivolta dagli uomini di Renzi a Gianni Letta, quella cioè di invitare il Cavaliere a sostenere il fronte del Sì, era evidentemente irricevibile. E infatti il leader forzista non cambierà verso, anche se nei suoi conversari manifesta sempre una certa qual preoccupazione, «perché non vorrei che l’eventuale vittoria del No passasse nel Paese come una vittoria dei Cinquestelle». C’è tutto Berlusconi in questa frase, come nel messaggio che ha lanciato a Renzi e ai suoi avversari interni, facendo filtrare una preferenza «proporzionale» sulla legge elettorale. È una puntata alla roulette sul rosso e il nero, un modo per parlare al Pd di maggioranza e al Pd di opposizione, per tentare di trarre profitto politico qualunque sia l’esito del referendum.
La vampata «proporzionalista» nel Palazzo è frutto di un diverso atteggiamento di Renzi, fino a qualche tempo fa deciso a offrire solo delle «correzioni» all’Italicum, e ora tentato dal gioco di quanti gli chiedono l’abolizione del ballottaggio. Sia chiaro, Renzi resta contrario al proporzionale puro, ma dietro quei tecnicismi comprensibili solo agli esperti prende corpo l’ipotesi di un cambio di sistema, con uno schema che prevederebbe la formazione di una coalizione di governo in Parlamento e non nelle urne, consentendo comunque al partito di maggioranza relativa di restare sempre il perno di ogni possibile alleanza.
Questa formula non smentirebbe la linea di Renzi, secondo cui «la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto», e dunque chi va a Palazzo Chigi. Semmai una simile legge elettorale consentirebbe di allargare lo spettro delle maggioranze: proprio ciò che interessa ai centristi oggi alleati con il leader del Pd e a Berlusconi. «Cambiare l’Italicum senza contraddire Matteo, assecondare Silvio senza darlo a vedere, prefigurare le coalizioni sapendo che le coalizioni non ci sono più...»: basta ascoltare Verdini per capire che trovare una soluzione sulla legge elettorale è come disinnescare un ordigno a occhi chiusi. Ma a questo servono le nove settimane e mezzo.
E per evidenziare il suo interesse, il premier pensa a un gesto politico prima del referendum, sta immaginando di affidare ai dirigenti del Pd o ai capigruppo un mandato per consultare gli altri partiti e verificare le loro richieste. Ma solo dopo l’apertura delle urne si capirà se sarà Renzi a gestire ancora la trattativa. In ogni caso — anche vincendo nel Paese — avrà bisogno di Berlusconi in Parlamento per cambiare l’Italicum, sapendo che sarà come aprire il vaso di Pandora: tra il rebus dei capilista bloccati, quello delle pluri-candidature, le soglie di sbarramento, il premio di maggioranza, la scelta tra collegi e preferenze, i voti segreti tra Camera e Senato... E con la sentenza della Consulta che sbarrerà il passo alla tentazione di far saltare il banco e andare alle elezioni senza cambiar nulla .
Corriere 24.9.16
Le imprevedibili ricadute della polemica con l’Europa
di Massimo Franco
Beppe Grillo silente che prepara il ritorno alla leadership a Palermo, è l’opposto dell’offensiva verbale di Matteo Renzi. E dà la sensazione che il capo del M5S stia provando a ricompattare un movimento slabbrato dalle liti, mentre il premier per ora marcia tra mille difficoltà. La linea dura con l’Ue si sta rivelando a doppio taglio. L’annuncio che mercoledì si incontreranno a Berlino la cancelliera Merkel, il presidente francese Hollande e il numero uno della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, è un avvertimento a Palazzo Chigi.
Le parole di Renzi al vertice di Bratislava hanno lasciato un’impressione negativa. E il sospetto è che l’incontro berlinese possa segnare l’inizio di una nuova prassi. Sarebbe la certificazione di un’Italia declassata; e proprio nel giorno in cui il premier esprime la speranza di entrare nel club dei «grandi» continentali al posto della Gran Bretagna. A una domanda del Washington Post se il nostro Paese potrebbe sostituire il Regno unito nel gruppo di testa dell’Ue, Renzi ha risposto: «Il problema è se la Germania accetterà o meno». È vero che la Gran Bretagna in quel club non c’è mai stata. Ma le cancellerie europee forse non hanno gradito la minaccia di un’Italia che «farebbe da sola» sull’immigrazione, di fronte all’indifferenza degli alleati.
A irritare sono state anche le critiche renziane all’Ue durante la visita a New York. Eppure, Renzi non sembra intenzionato a cambiare registro: non può, perché i dati economici sono sfavorevoli. Dunque martella contro un’austerità che «non serve a niente e fa male». Esalta la « diversità degli Usa rispetto a quanto fa l’Europa». È una tattica che si spiega col timore di perdere il referendum istituzionale. Per questo Renzi insiste su una lettura positiva dei risultati del governo, contraddetta però dalla richiesta all’Europa di concedere flessibilità, e dall’ammissione che i progressi vanno a rilento. «La velocità», spiega, «non corrisponde alla velocità dei miei sogni».
La ricaduta di queste tensioni sul piano interno non è calcolabile. Scegliere il nazionalismo può far prendere voti. Ma il raccordo con Bruxelles è sempre stato un elemento di forza di Renzi. Senza quella sponda, l’antieuropeismo strumentale di Grillo è destinato a innescare dinamiche imprevedibili. Forse, bisognerebbe cominciare col dire che, chiunque vincerà, il Paese andrà avanti. Non è più scontato che drammatizzare, in Italia e all’estero, porti consensi.
Le imprevedibili ricadute della polemica con l’Europa
di Massimo Franco
Beppe Grillo silente che prepara il ritorno alla leadership a Palermo, è l’opposto dell’offensiva verbale di Matteo Renzi. E dà la sensazione che il capo del M5S stia provando a ricompattare un movimento slabbrato dalle liti, mentre il premier per ora marcia tra mille difficoltà. La linea dura con l’Ue si sta rivelando a doppio taglio. L’annuncio che mercoledì si incontreranno a Berlino la cancelliera Merkel, il presidente francese Hollande e il numero uno della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, è un avvertimento a Palazzo Chigi.
Le parole di Renzi al vertice di Bratislava hanno lasciato un’impressione negativa. E il sospetto è che l’incontro berlinese possa segnare l’inizio di una nuova prassi. Sarebbe la certificazione di un’Italia declassata; e proprio nel giorno in cui il premier esprime la speranza di entrare nel club dei «grandi» continentali al posto della Gran Bretagna. A una domanda del Washington Post se il nostro Paese potrebbe sostituire il Regno unito nel gruppo di testa dell’Ue, Renzi ha risposto: «Il problema è se la Germania accetterà o meno». È vero che la Gran Bretagna in quel club non c’è mai stata. Ma le cancellerie europee forse non hanno gradito la minaccia di un’Italia che «farebbe da sola» sull’immigrazione, di fronte all’indifferenza degli alleati.
A irritare sono state anche le critiche renziane all’Ue durante la visita a New York. Eppure, Renzi non sembra intenzionato a cambiare registro: non può, perché i dati economici sono sfavorevoli. Dunque martella contro un’austerità che «non serve a niente e fa male». Esalta la « diversità degli Usa rispetto a quanto fa l’Europa». È una tattica che si spiega col timore di perdere il referendum istituzionale. Per questo Renzi insiste su una lettura positiva dei risultati del governo, contraddetta però dalla richiesta all’Europa di concedere flessibilità, e dall’ammissione che i progressi vanno a rilento. «La velocità», spiega, «non corrisponde alla velocità dei miei sogni».
La ricaduta di queste tensioni sul piano interno non è calcolabile. Scegliere il nazionalismo può far prendere voti. Ma il raccordo con Bruxelles è sempre stato un elemento di forza di Renzi. Senza quella sponda, l’antieuropeismo strumentale di Grillo è destinato a innescare dinamiche imprevedibili. Forse, bisognerebbe cominciare col dire che, chiunque vincerà, il Paese andrà avanti. Non è più scontato che drammatizzare, in Italia e all’estero, porti consensi.
Corriere 24.9.16
Renzi parla di profonda rottura: non so quando e come sarà sanabile
Secondo il premier a questo punto era ovvio si vedessero senza di lui
di Maria Teresa Meli
ROMA «È ovvio che facciano un vertice senza di me. Si è registrata una rottura e fare finta di niente non ha nessun senso». Matteo Renzi non la prende troppo alla lontana e non fa finta che non sia successo nulla.
L’annuncio dell’incontro a tre — Angela Merkel, François Hollande, Jean-Claude Juncker — non lo coglie impreparato, e nemmeno arrabbiato più di tanto. «Dopo Brexit c’è stata una rottura profonda e non so quando e come sarà sanabile», spiega il presidente del Consiglio.
Racconta Renzi: «Dopo Brexit, siamo andati tutti a Ventotene, per cercare di immaginare e rilanciare un’Europa diversa. Sia Merkel che Hollande mi sembravano sinceramente interessati al mio progetto di rilancio dell’Europa. E quindi avevo pensato che tutti insieme avremmo potuto dare una scossa alla Ue. Così non è stato. Loro non ce la fanno proprio... Avranno le elezioni, avranno i loro problemi ma non ce la fanno...».
Perciò? Il presidente del Consiglio sembra ultimativo: «Io voglio la crescita, l’Europa sociale, e invece Germania e Francia vogliono vivacchiare, e questo io non lo posso fare, non li posso seguire lungo quella china, perché sarebbe la morte dell’Europa».
Renzi non pare proprio avere dubbi a proposito: «A marzo 2017 festeggeremo i 60 anni dell’Unione Europea, e io come dovrei presentarmi davanti ai concittadini di tutto il continente? Con un documento di quelli “tradizionali” in cui si dice tutto o niente, tanto fa lo stesso?».
Domanda retorica, ovviamente. Per ammissione dello stesso presidente del Consiglio,che spiega: «Io non ci sto a vivacchiare, che senso ha per l’Europa? No, non ha alcun senso, perché noi vogliamo farla vivere, non affossarla. Se l’alternativa deve essere vivacchiare con Angela Merkel, andandole appresso, o rompere questo stato di cose, allora io preferisco rompere».
E nella «rottura» di cui parla il premier è implicita anche l’esclusione dal vertice Merkel, Hollande, Juncker e pure una coda di cattivi rapporti europei che difficilmente si saneranno in poco tempo.
Dunque il presidente del Consiglio non si pente degli strappi che ha fatto. Tutt’altro. «Io — spiega il premier — voglio restituire un’anima e un sogno alla visione europea. Se vogliamo che veramente l’Europa abbia un futuro, io ci sono, se dobbiamo fare incontri inutili, no, allora passo e lascio gli incontri ad altri».
Per farla breve, secondo Matteo Renzi, «l’Italia non può stare con chi ha una visione di corto respiro, come Angela Merkel in questa fase»: «Ci aspettiamo di più e vogliamo di più. Se vogliamo fare le cose serie, noi ci siamo. Sappiamo tutti che se vogliamo rilanciare l’Europa dobbiamo cambiarne la direzione, senza fare finta che tante questioni non si esauriscono con degli accordi senza anima e senza orizzonti».
Dunque il presidente del Consiglio sceglie la «linea dura» nei confronti dell’Europa e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Costi quel che costi. Il che non significa, assicura il premier, che l’Italia farà per conto proprio, che non rispetterà i vincoli della Ue, pur criticandoli. «Io — spiega il presidente del Consiglio — non dico che faccio quello che cavolo voglio, ci mancherebbe altro. Non infrangerò le regole europee».
Un’assicurazione. Con un’aggiunta: «Queste regole, come pure è stato scritto, prevedono che io possa ricostruire una scuola, dopo un terremoto, perché quei fondi sono fuori della legge di Stabilità, se così non fosse allora andrei avanti comunque, perché per me la priorità è ricostruire quella scuola».
Renzi parla di profonda rottura: non so quando e come sarà sanabile
Secondo il premier a questo punto era ovvio si vedessero senza di lui
di Maria Teresa Meli
ROMA «È ovvio che facciano un vertice senza di me. Si è registrata una rottura e fare finta di niente non ha nessun senso». Matteo Renzi non la prende troppo alla lontana e non fa finta che non sia successo nulla.
L’annuncio dell’incontro a tre — Angela Merkel, François Hollande, Jean-Claude Juncker — non lo coglie impreparato, e nemmeno arrabbiato più di tanto. «Dopo Brexit c’è stata una rottura profonda e non so quando e come sarà sanabile», spiega il presidente del Consiglio.
Racconta Renzi: «Dopo Brexit, siamo andati tutti a Ventotene, per cercare di immaginare e rilanciare un’Europa diversa. Sia Merkel che Hollande mi sembravano sinceramente interessati al mio progetto di rilancio dell’Europa. E quindi avevo pensato che tutti insieme avremmo potuto dare una scossa alla Ue. Così non è stato. Loro non ce la fanno proprio... Avranno le elezioni, avranno i loro problemi ma non ce la fanno...».
Perciò? Il presidente del Consiglio sembra ultimativo: «Io voglio la crescita, l’Europa sociale, e invece Germania e Francia vogliono vivacchiare, e questo io non lo posso fare, non li posso seguire lungo quella china, perché sarebbe la morte dell’Europa».
Renzi non pare proprio avere dubbi a proposito: «A marzo 2017 festeggeremo i 60 anni dell’Unione Europea, e io come dovrei presentarmi davanti ai concittadini di tutto il continente? Con un documento di quelli “tradizionali” in cui si dice tutto o niente, tanto fa lo stesso?».
Domanda retorica, ovviamente. Per ammissione dello stesso presidente del Consiglio,che spiega: «Io non ci sto a vivacchiare, che senso ha per l’Europa? No, non ha alcun senso, perché noi vogliamo farla vivere, non affossarla. Se l’alternativa deve essere vivacchiare con Angela Merkel, andandole appresso, o rompere questo stato di cose, allora io preferisco rompere».
E nella «rottura» di cui parla il premier è implicita anche l’esclusione dal vertice Merkel, Hollande, Juncker e pure una coda di cattivi rapporti europei che difficilmente si saneranno in poco tempo.
Dunque il presidente del Consiglio non si pente degli strappi che ha fatto. Tutt’altro. «Io — spiega il premier — voglio restituire un’anima e un sogno alla visione europea. Se vogliamo che veramente l’Europa abbia un futuro, io ci sono, se dobbiamo fare incontri inutili, no, allora passo e lascio gli incontri ad altri».
Per farla breve, secondo Matteo Renzi, «l’Italia non può stare con chi ha una visione di corto respiro, come Angela Merkel in questa fase»: «Ci aspettiamo di più e vogliamo di più. Se vogliamo fare le cose serie, noi ci siamo. Sappiamo tutti che se vogliamo rilanciare l’Europa dobbiamo cambiarne la direzione, senza fare finta che tante questioni non si esauriscono con degli accordi senza anima e senza orizzonti».
Dunque il presidente del Consiglio sceglie la «linea dura» nei confronti dell’Europa e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Costi quel che costi. Il che non significa, assicura il premier, che l’Italia farà per conto proprio, che non rispetterà i vincoli della Ue, pur criticandoli. «Io — spiega il presidente del Consiglio — non dico che faccio quello che cavolo voglio, ci mancherebbe altro. Non infrangerò le regole europee».
Un’assicurazione. Con un’aggiunta: «Queste regole, come pure è stato scritto, prevedono che io possa ricostruire una scuola, dopo un terremoto, perché quei fondi sono fuori della legge di Stabilità, se così non fosse allora andrei avanti comunque, perché per me la priorità è ricostruire quella scuola».
Corriere 24.9.16
Ue, nuovo scontro
Merkel-Hollande, un nuovo caso per Roma
Mercoledì a Berlino i due insieme a Juncker per parlare di digitale con il gotha dell’industria europea
La Commissione e il governo tedesco minimizzano, ma c’è l’ombra dello strappo di Bratislava
di Paolo Valentino
Roma Mercoledì prossimo a Berlino la cancelliera Angela Merkel, il presidente francese François Hollande e quello della Commissione europea Jean-Claude Juncker parteciperanno alla European Round Table of Industrialists (Ert), il forum che dal 1983 mette insieme i capi delle maggiori aziende d’Europa. Al centro dell’evento sarà l’Agenda digitale, l’ambizioso progetto che punta a unificare il mercato europeo e a creare le Silicon Valley del Continente. Anche il Commissario (tedesco) per l’agenda digitale, Günther Oettinger, sarà presente.
Non ci sarà Matteo Renzi. E questo ha subito fatto sollevare le sopracciglia ad alcuni. È l’ennesima esclusione dell’Italia dai forum che contano, tanto più su un tema come quello digitale, che il presidente del Consiglio ha particolarmente a cuore? O è la «punizione» per le sfuriate di Matteo Renzi contro Merkel e Hollande dopo Bratislava?
Prima di ricadere nella italianissima sindrome di Violetta, l’eterno rovello di non sentirsi amati o non piacere abbastanza, vediamo i semplici fatti. La Ert esiste dal 1983, frutto dell’iniziativa di due storici commissari europei, il visconte belga Étienne Davignon e il francese François Xavier Ortoli, nonché di un gruppo di imprenditori a forte vocazione europeista, fra i quali Umberto Agnelli. Da allora la Ert si è riunita con cadenza annuale. Nell’ultimo anno e mezzo c’è stata un’accelerazione, sovrapponendosi alla Conferenza tecnologica franco-tedesca: ci sono stati due incontri, nel giugno 2015 a Berlino e nell’ottobre dello stesso anno a Parigi. Quello di mercoledì è il terzo. Il format imprenditoriale è ricco, con il gotha dell’industria europea, compresi alcuni italiani come Vittorio Colao (Vodafone), John Elkann (Fca), Carlo Bozotti (Stm), Rodolfo De Benedetti (Cir) e Claudio Descalzi (Eni). Ma quello politico è sempre stato ristretto: i leader di Francia e Germania, Juncker e il suo commissario all’agenda digitale.
«Un incontro assolutamente ordinario», come si è affrettato a precisare il portavoce della cancelleria? E nulla a che vedere con i vari formati dove si ritrovano i leader degli Stati europei, come ha detto la portavoce della Commissione di Bruxelles? Dunque nessuna esclusione per Renzi? A favore di questa tesi si può ricordare che a Maranello è stata decisa la convocazione all’inizio del 2017 a Berlino di un vertice italo-tedesco interamente dedicato all’agenda digitale, al quale parteciperanno anche Renzi e la cancelliera.
Eppure l’assenza del presidente del Consiglio mercoledì non è priva di fumus. Intanto perché nell’iconografia europea le cronologie e le percezioni contano. E questo incontro, dove Merkel e Hollande o Merkel, Hollande e Juncker troveranno sicuramente il tempo anche per uno scambio di idee sull’Europa in generale, cade dopo il botta e risposta di Bratislava, con Renzi inutilmente arrabbiato e Angela Merkel furbamente stupita della reazione dopo l’unanimità registrata in Consiglio. Ci sono pochi dubbi che in un altro clima, meno avvelenato e polemico, sarebbe stato quasi ovvio che Parigi e Berlino estendessero anche al premier italiano l’invito alla riunione berlinese dell’Ert. Così non è stato ed è un’occasione sprecata. Per loro innanzitutto, ma anche per noi.
Sul fondo resta il dilemma se la linea dello scontro a posteriori (ma non poteva Matteo Renzi mettere a verbale in Consiglio europeo il dissenso dell’Italia sullo scandaloso documento di Bratislava?) o la tentazione di far da soli che solletica il premier siano veramente la strada maestra per il nostro modo di stare in Europa .
Ue, nuovo scontro
Merkel-Hollande, un nuovo caso per Roma
Mercoledì a Berlino i due insieme a Juncker per parlare di digitale con il gotha dell’industria europea
La Commissione e il governo tedesco minimizzano, ma c’è l’ombra dello strappo di Bratislava
di Paolo Valentino
Roma Mercoledì prossimo a Berlino la cancelliera Angela Merkel, il presidente francese François Hollande e quello della Commissione europea Jean-Claude Juncker parteciperanno alla European Round Table of Industrialists (Ert), il forum che dal 1983 mette insieme i capi delle maggiori aziende d’Europa. Al centro dell’evento sarà l’Agenda digitale, l’ambizioso progetto che punta a unificare il mercato europeo e a creare le Silicon Valley del Continente. Anche il Commissario (tedesco) per l’agenda digitale, Günther Oettinger, sarà presente.
Non ci sarà Matteo Renzi. E questo ha subito fatto sollevare le sopracciglia ad alcuni. È l’ennesima esclusione dell’Italia dai forum che contano, tanto più su un tema come quello digitale, che il presidente del Consiglio ha particolarmente a cuore? O è la «punizione» per le sfuriate di Matteo Renzi contro Merkel e Hollande dopo Bratislava?
Prima di ricadere nella italianissima sindrome di Violetta, l’eterno rovello di non sentirsi amati o non piacere abbastanza, vediamo i semplici fatti. La Ert esiste dal 1983, frutto dell’iniziativa di due storici commissari europei, il visconte belga Étienne Davignon e il francese François Xavier Ortoli, nonché di un gruppo di imprenditori a forte vocazione europeista, fra i quali Umberto Agnelli. Da allora la Ert si è riunita con cadenza annuale. Nell’ultimo anno e mezzo c’è stata un’accelerazione, sovrapponendosi alla Conferenza tecnologica franco-tedesca: ci sono stati due incontri, nel giugno 2015 a Berlino e nell’ottobre dello stesso anno a Parigi. Quello di mercoledì è il terzo. Il format imprenditoriale è ricco, con il gotha dell’industria europea, compresi alcuni italiani come Vittorio Colao (Vodafone), John Elkann (Fca), Carlo Bozotti (Stm), Rodolfo De Benedetti (Cir) e Claudio Descalzi (Eni). Ma quello politico è sempre stato ristretto: i leader di Francia e Germania, Juncker e il suo commissario all’agenda digitale.
«Un incontro assolutamente ordinario», come si è affrettato a precisare il portavoce della cancelleria? E nulla a che vedere con i vari formati dove si ritrovano i leader degli Stati europei, come ha detto la portavoce della Commissione di Bruxelles? Dunque nessuna esclusione per Renzi? A favore di questa tesi si può ricordare che a Maranello è stata decisa la convocazione all’inizio del 2017 a Berlino di un vertice italo-tedesco interamente dedicato all’agenda digitale, al quale parteciperanno anche Renzi e la cancelliera.
Eppure l’assenza del presidente del Consiglio mercoledì non è priva di fumus. Intanto perché nell’iconografia europea le cronologie e le percezioni contano. E questo incontro, dove Merkel e Hollande o Merkel, Hollande e Juncker troveranno sicuramente il tempo anche per uno scambio di idee sull’Europa in generale, cade dopo il botta e risposta di Bratislava, con Renzi inutilmente arrabbiato e Angela Merkel furbamente stupita della reazione dopo l’unanimità registrata in Consiglio. Ci sono pochi dubbi che in un altro clima, meno avvelenato e polemico, sarebbe stato quasi ovvio che Parigi e Berlino estendessero anche al premier italiano l’invito alla riunione berlinese dell’Ert. Così non è stato ed è un’occasione sprecata. Per loro innanzitutto, ma anche per noi.
Sul fondo resta il dilemma se la linea dello scontro a posteriori (ma non poteva Matteo Renzi mettere a verbale in Consiglio europeo il dissenso dell’Italia sullo scandaloso documento di Bratislava?) o la tentazione di far da soli che solletica il premier siano veramente la strada maestra per il nostro modo di stare in Europa .
il manifesto 24.9.16
La punizione europea: Renzi escluso
Berlino. Juncker, Merkel e Hollande: vertice a tre senza Renzi. Dopo gli attacchi del premier italiano, l'incontro di Ventotene è già in archivio. E Roma è in affanno con le cifre della legge di stabilità
di Andrea Colombo
È uno sganassone affibbiato consapevolmente e freddamente. Mercoledì il presidente della Commissione Ue Juncker, la cancelliera Merkel e il presidente Hollande si vedranno a Berlino per un «vertice informale». Renzi non è invitato. In questo caso la forma conta molto più della sostanza. È improbabile che il summit estemporaneo, convocato con la scusa della presenza dei tre leader alla cena annuale organizzata dagli industriali europei nella capitale tedesca, prenda decisioni rilevanti. L’importante è il segnale inviato lasciando a casa l’Italia, e sancendo così l’esclusione da quel Direttorio europeo che pareva esser nato a Ventotene.
Merkel minimizza: «Nessun intento discriminatorio. Nessuna rottura. Gli incontri a due come a Maranello o a tre come a Ventotene si ripeteranno». Nessuna giustificazione però del mancato invito a Berlino. Si spiega perfettamente da sé, anche se la potentissima accompagna il bastone con la carota. Oggi Renzi è in punizione, quando si sarà messo di nuovo in riga torneranno i sorrisi. E gli inviti. L’escluso replica a muso duro riempiendo la rete e le agenzie di dichiarazioni bellicose. Al Washington Post dice che di questo passo la Ue rischia di perdere la sua unità. Su Facebook informa di aver «lanciato un appello al resto del Paese» perché tutti i sindaci intervengano sulle scuole: «L’Europa che vogliamo e che abbiamo contribuito a costruire non può essere l’ostacolo alla sicurezza dei nostri figli. Prima viene la stabilità delle scuole, poi quella delle burocrazie». A viva voce, durante una visita alla Ducati di Bologna, si scaglia contro l’austerity, «meccanismo sbagliato», «politiche che non servono a niente, anzi fanno male». Viva Obama: «Grazie a lui gli Usa hanno investito nella crescita e superato la crisi».
Il botta e risposta arriva dopo una settimana che ha visto precipitare lo stato dei rapporti tra Ue e Italia. Il tempo stringe. Martedì prossimo il governo dovrà varare la nota aggiuntiva al Def che, in una situazione completamente diversa e molto peggiore di quella prevista al momento di varare il documento nella primavera scorsa, sarà di fatto un nuovo Def. Dunque il governo picchia forte al portone europeo, ma stavolta lo trova blindato. Di giorno in giorno le dichiarazioni di Juncker come del presidente della Bundesbank si sono fatte più ostili. Se non ancora un No esplicito, almeno il suo necessario prologo: l’Italia ha già usufruito a man bassa della flessibilità.
Ma di quella decina almeno di miliardi il governo ha bisogno come dell’ossigeno. In caso contrario saranno impossibili gli interventi necessari, e a maggior ragione quelli propagandistici in vista del referendum. Sarà anche inevitabile, in base alla clausola di salvaguardia, aumentare l’Iva in gennaio. Difficile immaginare uno spettro più oscuro per Renzi, che promette da mesi il taglio delle tasse.
Dopo il fuoco incrociato della settimana scorsa e dopo la scortesia per il non-ospite di ieri la partita sembrerebbe chiusa. Probabilmente non è così. Il mancato invito, proprio come le dichiarazioni ruggenti di Renzi, sono la coreografia di una trattativa in corso e proprio i gesti clamorosi e le parole urlate rivelano che il tavolo non è ancora saltato. La Ue non ha intenzione di concedere l’intera cifra richiesta dal governo italiano, ma nemmeno vuole mandarlo a gambe all’aria. Qualcosa, quasi certamente, alla fine concederà. Però non tutto, non alla cieca e chiedendo contestualmente a Renzi di finirla con critiche continue che i vertici europei sopportano ogni giorno di meno. Per capire quale sarà il vero punto di caduta, al di là dei reciproci segnali gelidi ma non realmente sostanziali inviati in questi giorni, bisognerà aspettare la prossima settimana.
Nella difficile trattativa, Renzi non potrà contare su una «solidarietà nazionale» che gli sarebbe invece utile. Ma per questo le cose sono ormai andate troppo in là ed è proprio il capogruppo forzista Brunetta, solitamente pronto a sbraitare contro la Ue, a schierarsi stavolta con i falchi di Berlino e Bruxelles: «Renzi smetta di chiacchierare e faccia una legge che rispetti le regole europee». Un po’ forte, detto proprio da lui.
La punizione europea: Renzi escluso
Berlino. Juncker, Merkel e Hollande: vertice a tre senza Renzi. Dopo gli attacchi del premier italiano, l'incontro di Ventotene è già in archivio. E Roma è in affanno con le cifre della legge di stabilità
di Andrea Colombo
È uno sganassone affibbiato consapevolmente e freddamente. Mercoledì il presidente della Commissione Ue Juncker, la cancelliera Merkel e il presidente Hollande si vedranno a Berlino per un «vertice informale». Renzi non è invitato. In questo caso la forma conta molto più della sostanza. È improbabile che il summit estemporaneo, convocato con la scusa della presenza dei tre leader alla cena annuale organizzata dagli industriali europei nella capitale tedesca, prenda decisioni rilevanti. L’importante è il segnale inviato lasciando a casa l’Italia, e sancendo così l’esclusione da quel Direttorio europeo che pareva esser nato a Ventotene.
Merkel minimizza: «Nessun intento discriminatorio. Nessuna rottura. Gli incontri a due come a Maranello o a tre come a Ventotene si ripeteranno». Nessuna giustificazione però del mancato invito a Berlino. Si spiega perfettamente da sé, anche se la potentissima accompagna il bastone con la carota. Oggi Renzi è in punizione, quando si sarà messo di nuovo in riga torneranno i sorrisi. E gli inviti. L’escluso replica a muso duro riempiendo la rete e le agenzie di dichiarazioni bellicose. Al Washington Post dice che di questo passo la Ue rischia di perdere la sua unità. Su Facebook informa di aver «lanciato un appello al resto del Paese» perché tutti i sindaci intervengano sulle scuole: «L’Europa che vogliamo e che abbiamo contribuito a costruire non può essere l’ostacolo alla sicurezza dei nostri figli. Prima viene la stabilità delle scuole, poi quella delle burocrazie». A viva voce, durante una visita alla Ducati di Bologna, si scaglia contro l’austerity, «meccanismo sbagliato», «politiche che non servono a niente, anzi fanno male». Viva Obama: «Grazie a lui gli Usa hanno investito nella crescita e superato la crisi».
Il botta e risposta arriva dopo una settimana che ha visto precipitare lo stato dei rapporti tra Ue e Italia. Il tempo stringe. Martedì prossimo il governo dovrà varare la nota aggiuntiva al Def che, in una situazione completamente diversa e molto peggiore di quella prevista al momento di varare il documento nella primavera scorsa, sarà di fatto un nuovo Def. Dunque il governo picchia forte al portone europeo, ma stavolta lo trova blindato. Di giorno in giorno le dichiarazioni di Juncker come del presidente della Bundesbank si sono fatte più ostili. Se non ancora un No esplicito, almeno il suo necessario prologo: l’Italia ha già usufruito a man bassa della flessibilità.
Ma di quella decina almeno di miliardi il governo ha bisogno come dell’ossigeno. In caso contrario saranno impossibili gli interventi necessari, e a maggior ragione quelli propagandistici in vista del referendum. Sarà anche inevitabile, in base alla clausola di salvaguardia, aumentare l’Iva in gennaio. Difficile immaginare uno spettro più oscuro per Renzi, che promette da mesi il taglio delle tasse.
Dopo il fuoco incrociato della settimana scorsa e dopo la scortesia per il non-ospite di ieri la partita sembrerebbe chiusa. Probabilmente non è così. Il mancato invito, proprio come le dichiarazioni ruggenti di Renzi, sono la coreografia di una trattativa in corso e proprio i gesti clamorosi e le parole urlate rivelano che il tavolo non è ancora saltato. La Ue non ha intenzione di concedere l’intera cifra richiesta dal governo italiano, ma nemmeno vuole mandarlo a gambe all’aria. Qualcosa, quasi certamente, alla fine concederà. Però non tutto, non alla cieca e chiedendo contestualmente a Renzi di finirla con critiche continue che i vertici europei sopportano ogni giorno di meno. Per capire quale sarà il vero punto di caduta, al di là dei reciproci segnali gelidi ma non realmente sostanziali inviati in questi giorni, bisognerà aspettare la prossima settimana.
Nella difficile trattativa, Renzi non potrà contare su una «solidarietà nazionale» che gli sarebbe invece utile. Ma per questo le cose sono ormai andate troppo in là ed è proprio il capogruppo forzista Brunetta, solitamente pronto a sbraitare contro la Ue, a schierarsi stavolta con i falchi di Berlino e Bruxelles: «Renzi smetta di chiacchierare e faccia una legge che rispetti le regole europee». Un po’ forte, detto proprio da lui.
La Stampa 24.9.16
Summit Hollande-Merkel-Juncker: Roma esclusa
di Francesca Schianchi
Appena una settimana fa, al vertice di Bratislava, lo sgarbo di una conferenza stampa franco-tedesca, che escludeva l’Italia da un’ipotesi di direttorio guida della Ue. Ieri, la rituale pubblicazione dell’agenda settimanale di Jean-Claude Juncker ha permesso a Palazzo Chigi di fare un’altra amara scoperta: mercoledì 28 il presidente della Commissione europea sarà a Berlino. A una cena di un’associazione di industriali (la Ert) insieme alla padrona di casa Angela Merkel, certo, ma anche al presidente francese François Hollande. E basta. Matteo Renzi non è invitato.
«E’ un evento annuale», cerca di minimizzare la portavoce di Juncker, già capitato un paio di volte nel 2015. Un incontro ordinario con venti dirigenti di imprese europee, derubrica l’appuntamento il portavoce della Merkel, Steffen Seibert. Il fatto però è che i tre si vedranno, e nulla di più probabile che l’occasione serva anche per confrontarsi sullo stato dell’Europa. Per quanto tecnico o ordinario possa essere l’incontro, la foto dei tre rimanda a un gruppo ristretto alla testa dell’Unione a 27. Di cui l’Italia non è invitata a far parte.
E questo, al premier Renzi non può fare piacere. Può darsi che la situazione sia come dicono da Bruxelles e Berlino, e davvero l’appuntamento sia un’innocua abitudine, ragionano a Palazzo Chigi, ma continuano a chiedersi se non si tratti invece di un mini-vertice. «Contenti loro, auguri, se preferiscono vivacchiare...». Renzi, il suo punto di vista lo ha spiegato nei giorni scorsi: il trauma del referendum sulla Brexit di giugno non può lasciare indifferenti. Nel corso dell’estate, l’Italia ha promosso vari incontri: quello di Ventotene, ospitando Hollande e Merkel a bordo della nave Garibaldi, così come il bilaterale con la Germania di Maranello allo stabilimento Ferrari. Con la speranza di spostare un po’ gli equilibri dell’Unione e, uscito il Regno Unito, entrare finalmente a far parte dei Paesi che la guidano. Speranze che sembrano entrambe vane.
«Un asse con Parigi e Berlino? Il problema è se la Germania accetterà che l’Italia prenda il posto della Gran Bretagna nel gruppo di testa della Ue», ha detto ieri in una intervista al Washington Post. Non è positivo il segnale lanciato da questo appuntamento, come non positivo è stato l’incontro di Bratislava, con quei documenti scritti in linguaggio burocratico fatti per non cambiare nulla. Il rischio, ha commentato Renzi coi collaboratori, è di essere dinanzi a «due visioni completamente diverse dei compiti che si trova di fronte l’Europa». Nulla di personale, ripete spesso: «Ho grande rispetto per Angela Merkel e François Hollande». Ma, insiste, «non possiamo perdere l’occasione. Carpe diem».
Summit Hollande-Merkel-Juncker: Roma esclusa
di Francesca Schianchi
Appena una settimana fa, al vertice di Bratislava, lo sgarbo di una conferenza stampa franco-tedesca, che escludeva l’Italia da un’ipotesi di direttorio guida della Ue. Ieri, la rituale pubblicazione dell’agenda settimanale di Jean-Claude Juncker ha permesso a Palazzo Chigi di fare un’altra amara scoperta: mercoledì 28 il presidente della Commissione europea sarà a Berlino. A una cena di un’associazione di industriali (la Ert) insieme alla padrona di casa Angela Merkel, certo, ma anche al presidente francese François Hollande. E basta. Matteo Renzi non è invitato.
«E’ un evento annuale», cerca di minimizzare la portavoce di Juncker, già capitato un paio di volte nel 2015. Un incontro ordinario con venti dirigenti di imprese europee, derubrica l’appuntamento il portavoce della Merkel, Steffen Seibert. Il fatto però è che i tre si vedranno, e nulla di più probabile che l’occasione serva anche per confrontarsi sullo stato dell’Europa. Per quanto tecnico o ordinario possa essere l’incontro, la foto dei tre rimanda a un gruppo ristretto alla testa dell’Unione a 27. Di cui l’Italia non è invitata a far parte.
E questo, al premier Renzi non può fare piacere. Può darsi che la situazione sia come dicono da Bruxelles e Berlino, e davvero l’appuntamento sia un’innocua abitudine, ragionano a Palazzo Chigi, ma continuano a chiedersi se non si tratti invece di un mini-vertice. «Contenti loro, auguri, se preferiscono vivacchiare...». Renzi, il suo punto di vista lo ha spiegato nei giorni scorsi: il trauma del referendum sulla Brexit di giugno non può lasciare indifferenti. Nel corso dell’estate, l’Italia ha promosso vari incontri: quello di Ventotene, ospitando Hollande e Merkel a bordo della nave Garibaldi, così come il bilaterale con la Germania di Maranello allo stabilimento Ferrari. Con la speranza di spostare un po’ gli equilibri dell’Unione e, uscito il Regno Unito, entrare finalmente a far parte dei Paesi che la guidano. Speranze che sembrano entrambe vane.
«Un asse con Parigi e Berlino? Il problema è se la Germania accetterà che l’Italia prenda il posto della Gran Bretagna nel gruppo di testa della Ue», ha detto ieri in una intervista al Washington Post. Non è positivo il segnale lanciato da questo appuntamento, come non positivo è stato l’incontro di Bratislava, con quei documenti scritti in linguaggio burocratico fatti per non cambiare nulla. Il rischio, ha commentato Renzi coi collaboratori, è di essere dinanzi a «due visioni completamente diverse dei compiti che si trova di fronte l’Europa». Nulla di personale, ripete spesso: «Ho grande rispetto per Angela Merkel e François Hollande». Ma, insiste, «non possiamo perdere l’occasione. Carpe diem».
Repubblica 24.9.16
La riscossa degli ultras liberisti
“Troppa uguaglianza fa male basta invadenza dello Stato”
Frasi vuote che abbelliscono le pretese dei più forti e vanificano quelle dei più deboli
di Michele Ainis
Diversi autori, fra i quali Nicola Porro con il suo ultimo libro difendono l’aumento della differenza di ricchezza Ma la vera questione riguarda le pari condizioni di partenza
Il liberismo è sotto schiaffo. Padre legittimo della globalizzazione, deve rispondere delle sue promesse mancate, dei suoi disastri annunciati. La crisi economica, che infuria dal 2008. La crisi migratoria. La crisi identitaria, che alimenta populismi e terrorismi. La crisi degli Stati, antiche sentinelle dei diritti. E la diseguaglianza, sorgente e motore di tutte queste crisi globali.
Perché il mondo non è mai stato così profondamente diseguale come adesso, all’alba del terzo millennio. Nel 1820, in base al reddito pro capite, fra il Nord e il Sud del nostro pianeta c’era uno scarto di 3 a 1; nel 2006 il divario è diventato 90 a 1. Nel frattempo lo Stato più ricco (il Qatar) surclassa di 428 volte il più povero (lo Zimbabwe). In Europa, in Australia, in Giappone la vita dura il doppio rispetto a chi ha avuto la disgrazia di nascere in Nigeria. E l’1% della popolazione mondiale possiede più risorse del 99% rimanente (Oxfam 2016).
Tuttavia l’imputato si difende, anzi passa al contrattacco. Ne è prova una nutrita pubblicistica che negli ultimi tempi tracima in libreria, sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. Eccone infatti qualche esempio, circoscritto agli italiani o agli autori tradotti in italiano. Idee di libertà, a cura di Iannello e Infantino (Rubbettino, 2015), contro i «luoghi comuni» che accusano la globalizzazione. Sulla disuguaglianza di Frankfurt (Guanda, 2015), filosofo americano: i governi dovrebbero combattere la povertà, non le differenze di reddito fra i propri cittadini. Il volume di Butler, La scuola austriaca di economia (Istituto Bruno Leoni, 2014), dove si magnificano le idee dei suoi esponenti principali, da Menger a Rothbard. La Storia del pensiero liberale di Bedeschi (Rubbettino, 2015), secondo cui il liberalismo è la quintessenza della democrazia. Il libello di Mingardi, L’invenzione del neoliberismo (in Nuova storia contemporanea, 2016), che si scaglia senza mezzi termini contro la «leggenda nera», contro la vulgata che imputa ogni male del mondo alle politiche neoliberiste inaugurate da Reagan e Thatcher.
In ultimo, dal 15 settembre i lettori possono disporre d’una summa di tutte queste posizioni: La disuguaglianza fa bene, libro scritto da Nicola Porro per i tipi della Nave di Teseo. Il titolo è eloquente, l’autore pure. Senza mai cadere nell’epiteto volgare, Porro espone la sua verve polemica in pagine puntute e spesso appassionate. Contesta che la diseguaglianza sia cresciuta, che la globalizzazione abbia affamato interi popoli («lo sviluppo economico negli ultimi trent’anni ha prodotto più benessere di quanto ne sia stato creato negli ultimi cinque secoli»). Denuncia la perdurante invadenza dello Stato, specie attraverso il suo sistema di «polizia fiscale». Auspica la flat tax (un’aliquota bassa e uguale per tutti, intorno al 20%), che a suo tempo già propose Milton Friedman. E in conclusione rilancia la sentenza di von Hayek: se i governi livellassero le disparità sociali, se intervenissero per colmare qualsiasi differenza tra una persona e l’altra, allora finirebbero per pianificare le nostre stesse vite, trasformando lo Stato in «un incubo».
Sennonché l’eguaglianza è questione di misure, di grandezze. Troppa eguaglianza significa nessuna libertà, significa un egualitarismo alla cinese, quando il presidente Mao imponeva a tutti lo stesso stipendio, lo stesso appartamento, la stessa casacca verde. Troppo poca implica, di nuovo, una schiavitù di fatto, l’asservimento del più debole al più forte. Oltre a minacciare la crescita economica, che sta a cuore a tutti, non solo ai liberali doc. Come mostra un’indagine sui Paesi europei (Eurostat 2012), gli Stati più egualitari nel 2005 hanno raggiunto le performance migliori nel 2010, incrementando sia il Pil sia l’occupazione. E infatti al G20 tenuto ai primi di settembre in Cina, i leader del mondo hanno usato una parola sola: ridurre le diseguaglianze, altrimenti l’economia continuerà la sua corsa verso il peggio.
Ma per riuscirci occorrerà più Stato, non meno Stato. Servirà un’azione correttiva rispetto alle storture del mercato globale, recuperando la lezione di Adriano Olivetti, secondo cui nessun manager dovrebbe guadagnare 10 volte in più rispetto ai propri dipendenti (oggi il rapporto, in Europa così come negli Usa, è di 500 a 1).
E bisognerà infine dare corpo e gambe al principio custodito nell’articolo 3 della nostra Costituzione: l’eguaglianza sostanziale fra gli individui e i gruppi, rimuovendo gli «ostacoli» che ne intralciano il cammino. È questa l’eguaglianza più desiderabile, quella nei punti di partenza. L’eguale libertà di diventare diseguali, però partendo eguali. Un liberista non sarà d’accordo. Un liberale, sì.
La riscossa degli ultras liberisti
“Troppa uguaglianza fa male basta invadenza dello Stato”
Frasi vuote che abbelliscono le pretese dei più forti e vanificano quelle dei più deboli
di Michele Ainis
Diversi autori, fra i quali Nicola Porro con il suo ultimo libro difendono l’aumento della differenza di ricchezza Ma la vera questione riguarda le pari condizioni di partenza
Il liberismo è sotto schiaffo. Padre legittimo della globalizzazione, deve rispondere delle sue promesse mancate, dei suoi disastri annunciati. La crisi economica, che infuria dal 2008. La crisi migratoria. La crisi identitaria, che alimenta populismi e terrorismi. La crisi degli Stati, antiche sentinelle dei diritti. E la diseguaglianza, sorgente e motore di tutte queste crisi globali.
Perché il mondo non è mai stato così profondamente diseguale come adesso, all’alba del terzo millennio. Nel 1820, in base al reddito pro capite, fra il Nord e il Sud del nostro pianeta c’era uno scarto di 3 a 1; nel 2006 il divario è diventato 90 a 1. Nel frattempo lo Stato più ricco (il Qatar) surclassa di 428 volte il più povero (lo Zimbabwe). In Europa, in Australia, in Giappone la vita dura il doppio rispetto a chi ha avuto la disgrazia di nascere in Nigeria. E l’1% della popolazione mondiale possiede più risorse del 99% rimanente (Oxfam 2016).
Tuttavia l’imputato si difende, anzi passa al contrattacco. Ne è prova una nutrita pubblicistica che negli ultimi tempi tracima in libreria, sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico. Eccone infatti qualche esempio, circoscritto agli italiani o agli autori tradotti in italiano. Idee di libertà, a cura di Iannello e Infantino (Rubbettino, 2015), contro i «luoghi comuni» che accusano la globalizzazione. Sulla disuguaglianza di Frankfurt (Guanda, 2015), filosofo americano: i governi dovrebbero combattere la povertà, non le differenze di reddito fra i propri cittadini. Il volume di Butler, La scuola austriaca di economia (Istituto Bruno Leoni, 2014), dove si magnificano le idee dei suoi esponenti principali, da Menger a Rothbard. La Storia del pensiero liberale di Bedeschi (Rubbettino, 2015), secondo cui il liberalismo è la quintessenza della democrazia. Il libello di Mingardi, L’invenzione del neoliberismo (in Nuova storia contemporanea, 2016), che si scaglia senza mezzi termini contro la «leggenda nera», contro la vulgata che imputa ogni male del mondo alle politiche neoliberiste inaugurate da Reagan e Thatcher.
In ultimo, dal 15 settembre i lettori possono disporre d’una summa di tutte queste posizioni: La disuguaglianza fa bene, libro scritto da Nicola Porro per i tipi della Nave di Teseo. Il titolo è eloquente, l’autore pure. Senza mai cadere nell’epiteto volgare, Porro espone la sua verve polemica in pagine puntute e spesso appassionate. Contesta che la diseguaglianza sia cresciuta, che la globalizzazione abbia affamato interi popoli («lo sviluppo economico negli ultimi trent’anni ha prodotto più benessere di quanto ne sia stato creato negli ultimi cinque secoli»). Denuncia la perdurante invadenza dello Stato, specie attraverso il suo sistema di «polizia fiscale». Auspica la flat tax (un’aliquota bassa e uguale per tutti, intorno al 20%), che a suo tempo già propose Milton Friedman. E in conclusione rilancia la sentenza di von Hayek: se i governi livellassero le disparità sociali, se intervenissero per colmare qualsiasi differenza tra una persona e l’altra, allora finirebbero per pianificare le nostre stesse vite, trasformando lo Stato in «un incubo».
Sennonché l’eguaglianza è questione di misure, di grandezze. Troppa eguaglianza significa nessuna libertà, significa un egualitarismo alla cinese, quando il presidente Mao imponeva a tutti lo stesso stipendio, lo stesso appartamento, la stessa casacca verde. Troppo poca implica, di nuovo, una schiavitù di fatto, l’asservimento del più debole al più forte. Oltre a minacciare la crescita economica, che sta a cuore a tutti, non solo ai liberali doc. Come mostra un’indagine sui Paesi europei (Eurostat 2012), gli Stati più egualitari nel 2005 hanno raggiunto le performance migliori nel 2010, incrementando sia il Pil sia l’occupazione. E infatti al G20 tenuto ai primi di settembre in Cina, i leader del mondo hanno usato una parola sola: ridurre le diseguaglianze, altrimenti l’economia continuerà la sua corsa verso il peggio.
Ma per riuscirci occorrerà più Stato, non meno Stato. Servirà un’azione correttiva rispetto alle storture del mercato globale, recuperando la lezione di Adriano Olivetti, secondo cui nessun manager dovrebbe guadagnare 10 volte in più rispetto ai propri dipendenti (oggi il rapporto, in Europa così come negli Usa, è di 500 a 1).
E bisognerà infine dare corpo e gambe al principio custodito nell’articolo 3 della nostra Costituzione: l’eguaglianza sostanziale fra gli individui e i gruppi, rimuovendo gli «ostacoli» che ne intralciano il cammino. È questa l’eguaglianza più desiderabile, quella nei punti di partenza. L’eguale libertà di diventare diseguali, però partendo eguali. Un liberista non sarà d’accordo. Un liberale, sì.
Il Sole 24.9.16
Festival del diritto. Confronti a Piacenza
Gli ultimi, i profughi e il diritto di avere la dignità di un nome
di Patrizia Maciocchi
Il diritto di avere diritti, il diritto all’orma. Gustavo Zagrebelsky, intervenuto alla prima giornata del Festival di Piacenza, ricorda il verso di Leopardi «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Il giurista attira l’attenzione sul «quasi». Le nostre opere sono effimere ma non del tutto perché c’è un deposito delle esperienze. Ma non possono lasciare nessuna impronta i 69 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni destinati a morire entro il 2030 secondo il rapporto dell’Unicef, spesso prima ancora di avere un nome. Nessuna impronta lasciano i milioni di profughi senza terra, siriani, turchi, sudamericani in un mondo nel quale non c’è più spazio per nessuno. Un mondo che cerca solo il modo per “smaltirli” pensando a piattaforme galleggianti o a navi in disarmo. Eppure – afferma Zagrebelsky – tutti dovremmo poter partecipare alla cultura, altrimenti siamo fuori dall’umanità. Malgrado questo non sia, malgrado si resti al sicuro nelle proprie case guardando immagini di morte attraverso le moderne tecnologie, si riesce comunque a parlare di dignità senza arrossire. Entrambi i candidati alla Casa Bianca – sottolinea Zagrebelsky - hanno affermato che lo stile di vita americano non è negoziabile, come non lo è quello delle altre culture europee. Ognuno deve stare al suo posto: «Lo stato sociale non è per tutti ma solo per quelli di casa».
Di diritti fondamentali parla anche la giudice della Corte costituzionale Silvana Sciarra. «La dignità sta nella libertà dal bisogno e dunque nei salari sufficienti, nell’accesso al lavoro, nella tutela della salute». La Consulta – ricorda Sciarra – ha affermato la dignità nelle sue declinazioni: quella dell’embrione, il diritto alla riservatezza, la dignità dello straniero anche privo del permesso di soggiorno. Sciarra riconosce il ruolo delle Corti nell’interpretare i diritti, ma si chiede se lo fanno sempre bene. Un limite sta nel misurarsi con Stati indeboliti dalla crisi economica. Il problema per la giudice è nell’assicurare l’effettività del diritto, a cominciare dall’accesso al lavoro. «La dignità – afferma – deve essere anche uguaglianza di sacrifici, le misure di austerità non devono incidere sui diritti fondamentali, come il cibo e la salute. In Grecia – ricorda – il consiglio di Stato è intervenuto sui salari al di sotto della soglia di povertà, attraverso il diritto alla contrattazione collettiva». È comprensibile per la giudice che ci sia un’esigenza di contenimento di spesa, ciò che conta però è l’elemento della “temporaneità”: un diritto attenuato da una legge di stabilità deve essere “restituito”. Le Corti si occupano di pubblico impiego e di pensionati, Silvana Sciarra avverte però che ci sono anche i poveri, gli ultimi. Il filosofo Remo Bodei ricorda che gli uomini sono fatti tutti della stessa acqua, la differenza la fanno le rive, se sono larghe il fiume scorre tranquillo se, sono strette e tortuose l’acqua si intorbida. Oggi si parlerà ancora di migranti con il ministro dell’interno Angelino Alfano, di carceri, con Giuseppe Cascini e di equo processo con Franco Coppi e Armando Spataro.
Festival del diritto. Confronti a Piacenza
Gli ultimi, i profughi e il diritto di avere la dignità di un nome
di Patrizia Maciocchi
Il diritto di avere diritti, il diritto all’orma. Gustavo Zagrebelsky, intervenuto alla prima giornata del Festival di Piacenza, ricorda il verso di Leopardi «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Il giurista attira l’attenzione sul «quasi». Le nostre opere sono effimere ma non del tutto perché c’è un deposito delle esperienze. Ma non possono lasciare nessuna impronta i 69 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni destinati a morire entro il 2030 secondo il rapporto dell’Unicef, spesso prima ancora di avere un nome. Nessuna impronta lasciano i milioni di profughi senza terra, siriani, turchi, sudamericani in un mondo nel quale non c’è più spazio per nessuno. Un mondo che cerca solo il modo per “smaltirli” pensando a piattaforme galleggianti o a navi in disarmo. Eppure – afferma Zagrebelsky – tutti dovremmo poter partecipare alla cultura, altrimenti siamo fuori dall’umanità. Malgrado questo non sia, malgrado si resti al sicuro nelle proprie case guardando immagini di morte attraverso le moderne tecnologie, si riesce comunque a parlare di dignità senza arrossire. Entrambi i candidati alla Casa Bianca – sottolinea Zagrebelsky - hanno affermato che lo stile di vita americano non è negoziabile, come non lo è quello delle altre culture europee. Ognuno deve stare al suo posto: «Lo stato sociale non è per tutti ma solo per quelli di casa».
Di diritti fondamentali parla anche la giudice della Corte costituzionale Silvana Sciarra. «La dignità sta nella libertà dal bisogno e dunque nei salari sufficienti, nell’accesso al lavoro, nella tutela della salute». La Consulta – ricorda Sciarra – ha affermato la dignità nelle sue declinazioni: quella dell’embrione, il diritto alla riservatezza, la dignità dello straniero anche privo del permesso di soggiorno. Sciarra riconosce il ruolo delle Corti nell’interpretare i diritti, ma si chiede se lo fanno sempre bene. Un limite sta nel misurarsi con Stati indeboliti dalla crisi economica. Il problema per la giudice è nell’assicurare l’effettività del diritto, a cominciare dall’accesso al lavoro. «La dignità – afferma – deve essere anche uguaglianza di sacrifici, le misure di austerità non devono incidere sui diritti fondamentali, come il cibo e la salute. In Grecia – ricorda – il consiglio di Stato è intervenuto sui salari al di sotto della soglia di povertà, attraverso il diritto alla contrattazione collettiva». È comprensibile per la giudice che ci sia un’esigenza di contenimento di spesa, ciò che conta però è l’elemento della “temporaneità”: un diritto attenuato da una legge di stabilità deve essere “restituito”. Le Corti si occupano di pubblico impiego e di pensionati, Silvana Sciarra avverte però che ci sono anche i poveri, gli ultimi. Il filosofo Remo Bodei ricorda che gli uomini sono fatti tutti della stessa acqua, la differenza la fanno le rive, se sono larghe il fiume scorre tranquillo se, sono strette e tortuose l’acqua si intorbida. Oggi si parlerà ancora di migranti con il ministro dell’interno Angelino Alfano, di carceri, con Giuseppe Cascini e di equo processo con Franco Coppi e Armando Spataro.
Repubblica 24.9.16
L’insostenibile ambiguità nelle parole della politica
Giustizia e democrazia in un mondo diviso fra potenti e impotenti
di Gustavo Zagrebelsky
Quello che qui pubblichiamo è un estratto dell’intervento dell’autore al Festival del diritto, organizzato e diretto da Stefano Rodotà e in programma fino a domani a Piacenza Quest’anno il tema su cui studiosi di varie discipline si stanno confrontando è quello della dignità Per informazioni www.festivaldeldiritto.it
C’È UNA piccola frase, apparentemente alquanto banale, in La sera del dì di festa di Giacomo Leopardi che dice «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Desidero richiamare l’attenzione su quel “quasi”. Certo, la vita e le nostre opere sono effimere, ma non del tutto. C’è un residuo, il “quasi”, che resta, che si accumula e che forma ciò che chiamiamo umanità, un termine che può tradursi in cultura: il deposito delle esperienze che vengono da lontano e preparano il futuro, un deposito al quale tutti noi, in misura più o meno grande, partecipiamo. O, meglio: dobbiamo poter partecipare. Altrimenti, siamo fuori della umanità. Per questo, troviamo qui il primo, il primordiale diritto, che condiziona tutti gli altri. La violazione di questo diritto equivale all’annientamento del valore della persona, alla sua riduzione a zero, a insignificanza.
Eppure, viviamo in un mondo nel quale non è nemmeno possibile stabilire con precisione quanti sono gli esseri umani che non conoscono questo elementare diritto che possiamo chiamare “diritto al segno” o, leopardianamente, “diritto all’orma”.Si misurano a milioni, cioè a numeri approssimativi, senza che — ovviamente — a questi numeri possano associarsi nomi. Milioni di anonimi, che giungono a noi come fantasmi, mentre le loro sono esistenze concrete, anche se durano spesso lo spazio d’un mattino o di pochi mattini, consumandosi in fretta in condizioni disumane, in luoghi dove la lotta per la mera sopravvivenza
materiale sopravanza qualunque possibilità di relazioni, dove i neonati vengono al mondo sotto la maledizione di leggi statistiche che li condannano alla sparizione entro pochi giorni o settimane di vita.
Ciò che ci interpella inderogabilmente è che non possiamo dire, come forse si sarebbe potuto un tempo, nel mondo diviso per aree, storie, politiche separate e indipendenti le une dalle altre: sono fatti loro, loro è la responsabilità, il nostro mondo non è il loro, ognuno pensi per sé alle proprie tragedie. Non possiamo dirlo, perché il mondo, come ci ripetiamo tutti i momenti, è diventato uno solo, grande, globale. Noi, in un tale mondo, osiamo parlare kantianamente, senza arrossire, di “dignità” come universale diritto al rispetto. Il “diritto all’orma” detto sopra è legato a tutti gli altri diritti come loro premessa e condizione: è davvero quello che è stato definito da Hannah Arendt, con una formula che ha avuto successo (Rodotà), il “diritto di avere diritti”.
C’è un diritto che potremmo dire essere un altro modo d’indicare il diritto di avere diritti, ed è il diritto al nome: un diritto al quale i trattati di diritto costituzionale, se non l’ignorano, dedicano poche righe. La nostra Costituzione, all’art. 22, tra i diritti umani fondamentali stabilisce che nessuno può essere privato del suo nome perché i Costituenti sapevano il valore di quel che dicevano. “Nominando” si specifica, si riconosce, si creano le premesse per creare un rapporto.
Questo non accade, oggi, alle centinaia di migliaia e, in prospettiva, dei milioni di migranti che sono, per noi, milioni non solo di senza nome, ma anche di senza terra. «Quel che è senza precedenti — scriveva Arendt con riguardo alla tragedia del suo popolo negli anni ’30 e ’40 del Novecento — non è la perdita della patria, ma l’impossibilità di trovarne una nuova». Tale impossibilità, allora, era determinata dalle politiche razziali e colpiva comunità umane determinate. Oggi, deriva dalla condizione generale del mondo saturo globalizzato.
Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. I diritti umani sono una realtà per chi sta sopra, e il contrario per chi sta sotto. Lo stesso, per la dignità. Per chi sta sopra, le rivendicazioni di chi sta sotto e chiede di emergere all’onor del mondo sono attentati allo standard di vita “dignitoso” di chi sta sopra. Quando si chiede lo sgombero dei migranti che intasano le stazioni, dormono nei parchi pubblici e puzzano, non si dice forse che danno uno spettacolo non dignitoso? Ma, dignità secondo chi? Non secondo i migranti, che della dignità non sanno che farsene, ma secondo noi che da lontano li guardiamo.
Ci sono parole, dunque, che non valgono nello stesso modo per i divites e gli inanes. Si dovrebbe procedere da questa constatazione per un onesto discorso realistico e riconoscere che le parole che hanno valore politico non sono neutre. Servono, non significano; sono strumenti e il loro significato cambia a seconda del punto di vista di chi le usa; a seconda, cioè, che siano pronunciate da chi sta (o si mette) in basso o da chi sta (o si mette) in alto nella piramide sociale. Occorre, perciò, diffidare delle parole e dei concetti politici astratti. Assunti come assoluti e universali, producono coscienze false e ingenue, se non anche insincere e corrotte.
Potremmo esemplificare questa legge del discorso politico parlando di democrazia, governo, “governabilità”, libertà, uguaglianza, integrazione, ecc. e di diritti e dignità. Si prenda “democrazia”: per coloro che stanno sopra e hanno vinto una competizione elettorale, significa autorizzazione a fare quello che vogliono; per coloro che stanno sotto e sono stati vinti, significa pretesa di rispetto e di riconoscimento: fare e non fare; prepotenza e resistenza. Oppure “politica”: forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come quando la si usa in espressioni come “politica di espansione”, “politica coloniale”, “politica razziale”, “politica demografica”; oppure, esperienza di convivenza, coinvolgimento e inclusione sociale. Oppure ancora: la (ricerca della) “felicità”.
Oggi, sono i potenti che rivendicano la propria felicità come diritto, la praticano e la esibiscono come stile di vita, quasi sempre osceno e offensivo. Ma non sentiremo un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un genitore abbandonato a se stesso con un figlio disabile, un migrante senza dimora, un individuo oppresso dai debiti e strangolato dagli strozzini, uno sfrattato che non ha pietra su cui posare il ca- po, una madre che vede il suo bambino senza nome morire di fame: non li sentiremmo rivendicare un loro diritto alla “felicità”. Sarebbe grottesco. Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia.
Ma, anche la parola giustizia non sfugge alla legge dell’ambiguità. Giustizia rispetto a che cosa? Ai bisogni minimi vitali, come chiederebbero i senza nome e i senza terra; oppure ai meriti, come sostengono i vincenti nella partita della vita? La giustizia degli uni è ingiustizia per gli altri. Si comprende, allora, una verità tanto banale quanto ignorata, nei discorsi politici e dei politici: se si trascura il punto di vista dal quale si guardano i problemi di cui ci siamo occupati e si parla genericamente di libertà, diritti, dignità, uguaglianza, giustizia, ecc., si pronunciano parole vuote che producono false coscienze, finiscono per abbellire le pretese dei più forti e vanificano il significato che avrebbero sulla bocca dei più deboli.
Onde, la conclusione potrebbe essere questa: queste belle parole non si prestano a diventare stendardi che mobilitano le coscienze in un moto e in una lotta comuni contro i mali del mondo, per la semplice ragione che ciò che è male per gli uni è bene per gli altri. La vera questione è la divisione tra potenti e impotenti. Tanto più le distanze diminuissero, tanto più l’ambiguità delle parole che usiamo diminuirebbe. Ma, è chiaro, qui il discorso deve finire, perché si deve uscire all’aperto, dove non bastano le parole ma occorrono le azioni.
L’insostenibile ambiguità nelle parole della politica
Giustizia e democrazia in un mondo diviso fra potenti e impotenti
di Gustavo Zagrebelsky
Quello che qui pubblichiamo è un estratto dell’intervento dell’autore al Festival del diritto, organizzato e diretto da Stefano Rodotà e in programma fino a domani a Piacenza Quest’anno il tema su cui studiosi di varie discipline si stanno confrontando è quello della dignità Per informazioni www.festivaldeldiritto.it
C’È UNA piccola frase, apparentemente alquanto banale, in La sera del dì di festa di Giacomo Leopardi che dice «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Desidero richiamare l’attenzione su quel “quasi”. Certo, la vita e le nostre opere sono effimere, ma non del tutto. C’è un residuo, il “quasi”, che resta, che si accumula e che forma ciò che chiamiamo umanità, un termine che può tradursi in cultura: il deposito delle esperienze che vengono da lontano e preparano il futuro, un deposito al quale tutti noi, in misura più o meno grande, partecipiamo. O, meglio: dobbiamo poter partecipare. Altrimenti, siamo fuori della umanità. Per questo, troviamo qui il primo, il primordiale diritto, che condiziona tutti gli altri. La violazione di questo diritto equivale all’annientamento del valore della persona, alla sua riduzione a zero, a insignificanza.
Eppure, viviamo in un mondo nel quale non è nemmeno possibile stabilire con precisione quanti sono gli esseri umani che non conoscono questo elementare diritto che possiamo chiamare “diritto al segno” o, leopardianamente, “diritto all’orma”.Si misurano a milioni, cioè a numeri approssimativi, senza che — ovviamente — a questi numeri possano associarsi nomi. Milioni di anonimi, che giungono a noi come fantasmi, mentre le loro sono esistenze concrete, anche se durano spesso lo spazio d’un mattino o di pochi mattini, consumandosi in fretta in condizioni disumane, in luoghi dove la lotta per la mera sopravvivenza
materiale sopravanza qualunque possibilità di relazioni, dove i neonati vengono al mondo sotto la maledizione di leggi statistiche che li condannano alla sparizione entro pochi giorni o settimane di vita.
Ciò che ci interpella inderogabilmente è che non possiamo dire, come forse si sarebbe potuto un tempo, nel mondo diviso per aree, storie, politiche separate e indipendenti le une dalle altre: sono fatti loro, loro è la responsabilità, il nostro mondo non è il loro, ognuno pensi per sé alle proprie tragedie. Non possiamo dirlo, perché il mondo, come ci ripetiamo tutti i momenti, è diventato uno solo, grande, globale. Noi, in un tale mondo, osiamo parlare kantianamente, senza arrossire, di “dignità” come universale diritto al rispetto. Il “diritto all’orma” detto sopra è legato a tutti gli altri diritti come loro premessa e condizione: è davvero quello che è stato definito da Hannah Arendt, con una formula che ha avuto successo (Rodotà), il “diritto di avere diritti”.
C’è un diritto che potremmo dire essere un altro modo d’indicare il diritto di avere diritti, ed è il diritto al nome: un diritto al quale i trattati di diritto costituzionale, se non l’ignorano, dedicano poche righe. La nostra Costituzione, all’art. 22, tra i diritti umani fondamentali stabilisce che nessuno può essere privato del suo nome perché i Costituenti sapevano il valore di quel che dicevano. “Nominando” si specifica, si riconosce, si creano le premesse per creare un rapporto.
Questo non accade, oggi, alle centinaia di migliaia e, in prospettiva, dei milioni di migranti che sono, per noi, milioni non solo di senza nome, ma anche di senza terra. «Quel che è senza precedenti — scriveva Arendt con riguardo alla tragedia del suo popolo negli anni ’30 e ’40 del Novecento — non è la perdita della patria, ma l’impossibilità di trovarne una nuova». Tale impossibilità, allora, era determinata dalle politiche razziali e colpiva comunità umane determinate. Oggi, deriva dalla condizione generale del mondo saturo globalizzato.
Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. I diritti umani sono una realtà per chi sta sopra, e il contrario per chi sta sotto. Lo stesso, per la dignità. Per chi sta sopra, le rivendicazioni di chi sta sotto e chiede di emergere all’onor del mondo sono attentati allo standard di vita “dignitoso” di chi sta sopra. Quando si chiede lo sgombero dei migranti che intasano le stazioni, dormono nei parchi pubblici e puzzano, non si dice forse che danno uno spettacolo non dignitoso? Ma, dignità secondo chi? Non secondo i migranti, che della dignità non sanno che farsene, ma secondo noi che da lontano li guardiamo.
Ci sono parole, dunque, che non valgono nello stesso modo per i divites e gli inanes. Si dovrebbe procedere da questa constatazione per un onesto discorso realistico e riconoscere che le parole che hanno valore politico non sono neutre. Servono, non significano; sono strumenti e il loro significato cambia a seconda del punto di vista di chi le usa; a seconda, cioè, che siano pronunciate da chi sta (o si mette) in basso o da chi sta (o si mette) in alto nella piramide sociale. Occorre, perciò, diffidare delle parole e dei concetti politici astratti. Assunti come assoluti e universali, producono coscienze false e ingenue, se non anche insincere e corrotte.
Potremmo esemplificare questa legge del discorso politico parlando di democrazia, governo, “governabilità”, libertà, uguaglianza, integrazione, ecc. e di diritti e dignità. Si prenda “democrazia”: per coloro che stanno sopra e hanno vinto una competizione elettorale, significa autorizzazione a fare quello che vogliono; per coloro che stanno sotto e sono stati vinti, significa pretesa di rispetto e di riconoscimento: fare e non fare; prepotenza e resistenza. Oppure “politica”: forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come quando la si usa in espressioni come “politica di espansione”, “politica coloniale”, “politica razziale”, “politica demografica”; oppure, esperienza di convivenza, coinvolgimento e inclusione sociale. Oppure ancora: la (ricerca della) “felicità”.
Oggi, sono i potenti che rivendicano la propria felicità come diritto, la praticano e la esibiscono come stile di vita, quasi sempre osceno e offensivo. Ma non sentiremo un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un genitore abbandonato a se stesso con un figlio disabile, un migrante senza dimora, un individuo oppresso dai debiti e strangolato dagli strozzini, uno sfrattato che non ha pietra su cui posare il ca- po, una madre che vede il suo bambino senza nome morire di fame: non li sentiremmo rivendicare un loro diritto alla “felicità”. Sarebbe grottesco. Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia.
Ma, anche la parola giustizia non sfugge alla legge dell’ambiguità. Giustizia rispetto a che cosa? Ai bisogni minimi vitali, come chiederebbero i senza nome e i senza terra; oppure ai meriti, come sostengono i vincenti nella partita della vita? La giustizia degli uni è ingiustizia per gli altri. Si comprende, allora, una verità tanto banale quanto ignorata, nei discorsi politici e dei politici: se si trascura il punto di vista dal quale si guardano i problemi di cui ci siamo occupati e si parla genericamente di libertà, diritti, dignità, uguaglianza, giustizia, ecc., si pronunciano parole vuote che producono false coscienze, finiscono per abbellire le pretese dei più forti e vanificano il significato che avrebbero sulla bocca dei più deboli.
Onde, la conclusione potrebbe essere questa: queste belle parole non si prestano a diventare stendardi che mobilitano le coscienze in un moto e in una lotta comuni contro i mali del mondo, per la semplice ragione che ciò che è male per gli uni è bene per gli altri. La vera questione è la divisione tra potenti e impotenti. Tanto più le distanze diminuissero, tanto più l’ambiguità delle parole che usiamo diminuirebbe. Ma, è chiaro, qui il discorso deve finire, perché si deve uscire all’aperto, dove non bastano le parole ma occorrono le azioni.
venerdì 23 settembre 2016
Repubblica 23.9.16
L’amaca
di ichele Serra
GLI intellettuali tutti a Torino, i mercanti tutti a Milano? Clima einaudiano lungo il Po, mondadoriano sui Navigli? Il ministro della Cultura che inaugura Torino, il presidente di Confcommercio che taglia il nastro a Milano? Le prof di sinistra e le madamine socialmente impegnate tutte a Torino a sentire don Ciotti e la Maraini, le olgettine in tubino nero tutte a Milano al firma- copie della Canalis? E come ci si veste, come ci si veste, giacca stazzonata e occhialini alla Gramsci a Torino, Armani e Rayban a Milano? Ti faranno entrare, a Torino con il tubino e a Milano vestito alla mano? E gli scrittori, con che faccia diranno sì a uno e no a quell’altro? Fortunata Elena Ferrante, che nessuno sa chi è e dunque potrà girare tranquillissima/ o sia a Milano sia a Torino (o starsene a casa sua). Lo scisma dell’editoria italiana, nato come goffo errore di un settore assediato dalla crisi, sta diventando spassoso. Il Salone di Torino, che pure non è mai stato un cenacolo ma una fierona con code per gli autografi e caciare di bambini, minaccia di passarsela come nuova Bloomsbury. Milano, che sarà una sfilata di stand e dibattiti esattamente com’è da trent’anni Torino, rischia di nascere con le stimmate del bazar pacchiano, una cosa volgare dove si parla solo di quattrini. Il tempio da una parte, i mercanti dall’altra: con questi chiari di luna?
L’amaca
di ichele Serra
GLI intellettuali tutti a Torino, i mercanti tutti a Milano? Clima einaudiano lungo il Po, mondadoriano sui Navigli? Il ministro della Cultura che inaugura Torino, il presidente di Confcommercio che taglia il nastro a Milano? Le prof di sinistra e le madamine socialmente impegnate tutte a Torino a sentire don Ciotti e la Maraini, le olgettine in tubino nero tutte a Milano al firma- copie della Canalis? E come ci si veste, come ci si veste, giacca stazzonata e occhialini alla Gramsci a Torino, Armani e Rayban a Milano? Ti faranno entrare, a Torino con il tubino e a Milano vestito alla mano? E gli scrittori, con che faccia diranno sì a uno e no a quell’altro? Fortunata Elena Ferrante, che nessuno sa chi è e dunque potrà girare tranquillissima/ o sia a Milano sia a Torino (o starsene a casa sua). Lo scisma dell’editoria italiana, nato come goffo errore di un settore assediato dalla crisi, sta diventando spassoso. Il Salone di Torino, che pure non è mai stato un cenacolo ma una fierona con code per gli autografi e caciare di bambini, minaccia di passarsela come nuova Bloomsbury. Milano, che sarà una sfilata di stand e dibattiti esattamente com’è da trent’anni Torino, rischia di nascere con le stimmate del bazar pacchiano, una cosa volgare dove si parla solo di quattrini. Il tempio da una parte, i mercanti dall’altra: con questi chiari di luna?