Il Sole 4.6.16
Il genocidio degli Armeni
Il Bundestag e il primato democratico sulla diplomazia
di Montesquieu
Il
voto del parlamento tedesco sul “genocidio” degli armeni suggerisce
alcune riflessioni di tipo istituzionale. La politica estera dei singoli
stati , e nel suo insieme la politica internazionale, propongono in
misura del tutto particolare il tema del rapporto tra principi ed
interessi , tra ideali e convenienze.
La prima riporta a un
aspetto fondamentale di tutte le democrazie di tipo parlamentare: quel
voto esalta in modo esemplare l’autonomia del parlamento tedesco
rispetto al governo, e anche la supremazia delle decisioni del potere
legislativo su quello governativo. E quindi attesta, in un ideale check
up democratico, la buona salute della separazione dei poteri in
quell’ordinamento. Se è vero che le decisioni di politica estera
spettano in via ordinaria ai governi, l’intervento delle camere delimita
in modo dirimente il campo d’azione dell’esecutivo . Per intenderci ,
oggi il governo federale tedesco non potrebbe pronunciarsi in termini
negativi rispetto all’ipotesi del “genocidio”, nemmeno per derubricarlo
al livello del meno insopportabile, per le stesse autorità turche,
concetto di “sterminio”. La differenza tra i due termini sta nella
finalità di cancellazione di un popolo, insita nell’idea di genocidio,
ma non necessariamente presente in quella di sterminio. La seconda
riflessione riguarda la difficile relazione tra princìpi e interessi,
tra ideali e convenienze: relazione spesso difficile, nei rapporti tra
stati, perché esposta a ritorsioni soprattutto di tipo economico. Non è
difficile attribuire alla totale assenza della cancelliera Merkel dal
dibattito parlamentare la volontà di salvaguardia dell’intreccio di
interessi politici ed economici che legano alla Turchia la Germania e
l’Unione europea, soprattutto in questo momento. Come dire: i genocìdi
non sono da condannarsi in sé , ma in relazione alla capacità ritorsiva
dello Stato responsabile. E , quanto a capacità di reazione, la Turchia
non ha davvero rivali. Nella seconda metà degli anni ’90 l’ambasciatore
turco a Roma fece due visite al segretario generale pro tempore della
camera: la prima per diffidare la camera stessa dall’ospitare una
delegazione del parlamento curdo in esilio, la seconda dal discutere una
mozione sul genocidio armeno, primo firmatario l’ex-ministro Pagliarini
. È immaginabile che, accanto alle minacce ritorsive ufficiali, in
tutti i Paesi che hanno affrontato questo tema intimidazioni
sottotraccia di questo tipo siano state largamente praticate. L’Italia
deve alla sensibilità democratica del presidente Mattarella il gesto
ulteriore di avere ricevuto in forma ufficiale – unica alta autorità
nazionale - il capo del governo armeno in visita nel nostro paese.
Si
può notare, in sintesi, che le ragioni dell’economia sempre più spesso
tendono a sopraffare i princìpi ai quali le istituzioni dovrebbero
attenersi. Soprattutto nelle crisi economico-sociali, sempre più
devastanti, spesso decisive anche per le sorti delle competizioni
politiche dei singoli paesi. E quindi non c’è da stupirsi per le
condotte spesso oscillanti e opache delle diplomazie, e della stessa
Unione europea: ma il limite del rispetto dei princìpi democratici non
dovrebbe mai essere oggetto di baratto. Soprattutto quello del rispetto
dei diritti individuali e delle basi dello Stato di diritto: ed è
davvero timida e tenue, e a volte inavvertibile, la reazione delle
grandi democrazie - e della più grande in particolare, quando si tratta
dello Stato turco -, a fronte dei giornalisti imprigionati e condannati,
delle testate soppresse, dei magistrati destituiti e sostituiti;di
intere comunità cristiane - ormai si definiscono “cripto cristiani”, ad
esempio quelli del Ponto - costrette a nascondere le propria fede e a
fingersi se non a diventare musulmani; di intere minoranze, come quella
curda - che sono colpite e inquadrate nel mucchio del giusto contrasto
alle condotte terroristiche dell’estremismo curdo. Anche in territori
stranieri . E tanto d’altro; per cui a volte, per avere ospitalità nella
comunità democratica, di altro non si viene richiesti se non della
forma embrionale delle democrazie, il voto popolare. Tanto sta
concedendo l’Unione europea, ad esempio, alla Turchia .
Ma
attenzione: c’è una differenza di fondo, tra economia e democrazia, tra
le molte altre: l’economia è la scie nza dei cicli, non c’è crisi
economica cui non segua una ripresa, e viceversa. La democrazia si perde
una volta sola, e non riparte da sé, se non al costo di prezzi
altissimi. Ben maggiori di quelli prodotti dalla più devastante
recessione o crisi economica.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 4 giugno 2016
La Stampa 4.6.16
Ankara abbassa i toni sul genocidio armeno
I media: lezione dai nipoti di Hitler. Il governo: sì al patto sui migranti
di Marta Ottaviani
Orgoglio e identità nazionale Nazionalisti turchi indossano abiti tradizionali ottomani e manifestano mostrando cartelli anti-tedeschi e svastiche davanti al consolato di Istanbul poche ore dopo il voto del Bundestag che ha definito come genocidio il massacro degli armeni dello scorso secolo
Il più cattivo è stato sicuramente il quotidiano Sozcu, che ha definito i parlamentari tedeschi «i nipoti di Hitler». La palma del più minaccioso va al giornale islamico Yeni Shafak che ha titolato «La Turchia non dimenticherà». Il foglio filogovernativo Star, poi, ha un’idea tutta sua e pensa che la decisione di riconoscere il genocidio armeno da parte del Bundestag sia «un favore fatto al Pkk».
Di certo, a quarantotto ore dalla votazione, la reazione inferocita della Mezzaluna è ben lungi dall’attenuarsi.
L’impressione, però, è che, al di là dei titoli e degli attacchi, Ankara non solo possa far ben poco, ma sia intenzionata, pur mantenendo un’irritazione esteriore, a non compromettere la situazione in modo irreparabile. Il primo ministro, Binali Yildirim, lo ha detto chiaramente: la Mezzaluna reagirà in modo forte alla scelta dei parlamentari tedeschi, ma l’accordo sottoscritto dalla Turchia con l’Unione europea sui migranti non verrà intaccato da questa crisi bilaterale fra i due Paesi. «Non facciamo ricatti – ha spiegato Yildirim -. Manteniamo fede ai nostri accordi e ci aspettiamo che l’Europa faccia altrettanto». Un riferimento fin troppo chiaro alla liberalizzazione dei visti, prevista per luglio, ma che, nelle parole dello stesso cancelliere tedesco, Angela Merkel, il mese scorso, potrebbe slittare.
Il nuovo ministro per i rapporti con la Ue, Omer Celik, poi, ha parlato di «decisione presa dopo aver sentito solo la versione armena» e di «serio danno alle relazioni fra Turchia e Germania, proprio in un momento in cui avrebbero dovuto evolversi», ma si è guardato bene dall’annunciare conseguenze irreparabili e, anzi, ha detto che la disponibilità a discutere tutti i temi resta invariata, aggiungendo che per Ankara la votazione del Bundestag non ha alcun valore.
Una Turchia arrabbiata, ma non a muso duro, quindi, dove il primo obiettivo resta portare a casa l’accordo, che garantirebbe anche aiuti per sei miliardi di euro, da impiegare nella gestione dell’emergenza migranti. Ma al primo posto restano i visti, e per due motivi. Il primo è il prestigio a livello interno che la loro liberalizzazione porterebbe senza dubbio al presidente Erdogan.
Il secondo, stando ad alcuni analisti, è l’impressione di un minore isolamento dalla comunità internazionale. Un aspetto che, in un periodo di rapporti freddi sia con la Russia, sia con gli Usa, non è affatto da sottovalutare. Mosca appena la settimana scorsa ha rispedito al mittente una proposta di normalizzazione dopo la crisi iniziata a novembre e Washington è sempre meno disposta ad accettare le posizioni autonome di Ankara nella politica mediterranea, soprattutto per quanto riguarda la crisi siriana.
Ankara abbassa i toni sul genocidio armeno
I media: lezione dai nipoti di Hitler. Il governo: sì al patto sui migranti
di Marta Ottaviani
Orgoglio e identità nazionale Nazionalisti turchi indossano abiti tradizionali ottomani e manifestano mostrando cartelli anti-tedeschi e svastiche davanti al consolato di Istanbul poche ore dopo il voto del Bundestag che ha definito come genocidio il massacro degli armeni dello scorso secolo
Il più cattivo è stato sicuramente il quotidiano Sozcu, che ha definito i parlamentari tedeschi «i nipoti di Hitler». La palma del più minaccioso va al giornale islamico Yeni Shafak che ha titolato «La Turchia non dimenticherà». Il foglio filogovernativo Star, poi, ha un’idea tutta sua e pensa che la decisione di riconoscere il genocidio armeno da parte del Bundestag sia «un favore fatto al Pkk».
Di certo, a quarantotto ore dalla votazione, la reazione inferocita della Mezzaluna è ben lungi dall’attenuarsi.
L’impressione, però, è che, al di là dei titoli e degli attacchi, Ankara non solo possa far ben poco, ma sia intenzionata, pur mantenendo un’irritazione esteriore, a non compromettere la situazione in modo irreparabile. Il primo ministro, Binali Yildirim, lo ha detto chiaramente: la Mezzaluna reagirà in modo forte alla scelta dei parlamentari tedeschi, ma l’accordo sottoscritto dalla Turchia con l’Unione europea sui migranti non verrà intaccato da questa crisi bilaterale fra i due Paesi. «Non facciamo ricatti – ha spiegato Yildirim -. Manteniamo fede ai nostri accordi e ci aspettiamo che l’Europa faccia altrettanto». Un riferimento fin troppo chiaro alla liberalizzazione dei visti, prevista per luglio, ma che, nelle parole dello stesso cancelliere tedesco, Angela Merkel, il mese scorso, potrebbe slittare.
Il nuovo ministro per i rapporti con la Ue, Omer Celik, poi, ha parlato di «decisione presa dopo aver sentito solo la versione armena» e di «serio danno alle relazioni fra Turchia e Germania, proprio in un momento in cui avrebbero dovuto evolversi», ma si è guardato bene dall’annunciare conseguenze irreparabili e, anzi, ha detto che la disponibilità a discutere tutti i temi resta invariata, aggiungendo che per Ankara la votazione del Bundestag non ha alcun valore.
Una Turchia arrabbiata, ma non a muso duro, quindi, dove il primo obiettivo resta portare a casa l’accordo, che garantirebbe anche aiuti per sei miliardi di euro, da impiegare nella gestione dell’emergenza migranti. Ma al primo posto restano i visti, e per due motivi. Il primo è il prestigio a livello interno che la loro liberalizzazione porterebbe senza dubbio al presidente Erdogan.
Il secondo, stando ad alcuni analisti, è l’impressione di un minore isolamento dalla comunità internazionale. Un aspetto che, in un periodo di rapporti freddi sia con la Russia, sia con gli Usa, non è affatto da sottovalutare. Mosca appena la settimana scorsa ha rispedito al mittente una proposta di normalizzazione dopo la crisi iniziata a novembre e Washington è sempre meno disposta ad accettare le posizioni autonome di Ankara nella politica mediterranea, soprattutto per quanto riguarda la crisi siriana.
Repubblica 4.6.16
La democrazia senza velo
di Paolo Flores d’Arcais
LA SOCIETÀ belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda.
Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione).
Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta. Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce.
Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale.
Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).
La democrazia per funzionare, infatti, e più che mai per uscire dalla sua devastante crisi attuale, ha bisogno di decretare l’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica. Valga il vero.
L’eguale sovranità non consiste nella mera conta delle volontà, ma nell’argomentazione reciproca con cui i cittadini mettono capo alla decisione della legge attraverso la scelta dei loro rappresentanti. Se la sfera pubblica si riduce alla semplice conta di volontà irrelate e non vincolate al dovere di “fornire ragioni”, il terreno è già fertile perché si passi dal “perché sì” del voto al “perché sì” del manganello. Un cittadino, e un politico, devono argomentare le proprie scelte, condizione pregiudiziale (benché non sufficiente) per essere tutti concittadini. Ma ogni argomento-Dio nega il dialogo, è autoreferenziale, ne esclude i non credenti o i diversamente credenti, ecco perché il ricorso alla fede non deve avere spazio nella sfera pubblica. Solo i fatti accertati, la logica, e i valori fondamentali della Costituzione (per la nostra, nata dalla Resistenza, suonano “giustizia e libertà”). Se invece si può “argomentare” perché “Dio vuole così” (lo hanno fatto fin troppi presidenti americani) siamo già alla sharia. Che non a caso, con la benedizione di governi “cristiani”, è ormai vigente in molti ghetti delle metropoli europee.
L’autore è direttore della rivista “ MicroMega”
La democrazia senza velo
di Paolo Flores d’Arcais
LA SOCIETÀ belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda.
Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione).
Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta. Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce.
Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale.
Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).
La democrazia per funzionare, infatti, e più che mai per uscire dalla sua devastante crisi attuale, ha bisogno di decretare l’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica. Valga il vero.
L’eguale sovranità non consiste nella mera conta delle volontà, ma nell’argomentazione reciproca con cui i cittadini mettono capo alla decisione della legge attraverso la scelta dei loro rappresentanti. Se la sfera pubblica si riduce alla semplice conta di volontà irrelate e non vincolate al dovere di “fornire ragioni”, il terreno è già fertile perché si passi dal “perché sì” del voto al “perché sì” del manganello. Un cittadino, e un politico, devono argomentare le proprie scelte, condizione pregiudiziale (benché non sufficiente) per essere tutti concittadini. Ma ogni argomento-Dio nega il dialogo, è autoreferenziale, ne esclude i non credenti o i diversamente credenti, ecco perché il ricorso alla fede non deve avere spazio nella sfera pubblica. Solo i fatti accertati, la logica, e i valori fondamentali della Costituzione (per la nostra, nata dalla Resistenza, suonano “giustizia e libertà”). Se invece si può “argomentare” perché “Dio vuole così” (lo hanno fatto fin troppi presidenti americani) siamo già alla sharia. Che non a caso, con la benedizione di governi “cristiani”, è ormai vigente in molti ghetti delle metropoli europee.
L’autore è direttore della rivista “ MicroMega”
La Stampa 4.6.16
I tre temi che decideranno il futuro dell’Ue
di Franco Bruni
L’incertezza e il disorientamento economico-politico sono la caratteristica del momento, nel mondo, nell’Ue, in Italia. Si chiede crescita, si raccomandano riforme, ma l’impatto della globalizzazione e della crisi non ha ancora dato luogo ad agende di discussione adeguate a far piani di lungo termine sostenuti da sufficiente consenso. Se guardiamo oltre il breve termine, quali sono i temi di fondo attorno ai quali organizzare le riflessioni, i dibattiti e le decisioni dei prossimi anni?
Una possibile classificazione fa emergere tre temi: la questione dei beni pubblici, la flessibilità nell’impiego delle risorse e la sovrannazionalità dei poteri di governo. Siamo al confine fra la politica economica e la politica tout court.
I beni pubblici sono quelli la cui produzione e il cui utilizzo arrecano beneficio alla collettività. In alcuni casi si tratta di beni indiscutibilmente pubblici, come la difesa, la giustizia, al punto di essere indivisibili, producibili solo dai governi, privi di un vero prezzo di mercato. Ma molti beni e servizi possono considerarsi più o meno pubblici a seconda di quale attenzione si presta al fatto che hanno conseguenze, più o meno positive, anche su chi non li produce né li consuma direttamente: l’istruzione, la salute, le regole di specifici settori di attività. Ma anche, che so, il «silenzio»: devo comprarmelo con una gita in montagna (bene privato) o lo ottengo dai vigili che multano le moto chiassose (bene pubblico)? E via dicendo.
Parte della confusione economica, politica, ideologica nella quale ci dibattiamo deriva dalla trasandatezza con cui discutiamo quali siano i beni pubblici e quanto lo siano. Anche l’appannato dibattito fra destra e sinistra dovrebbe organizzarsi in questo senso: l’etichetta di «sinistra» potrebbe averla chi dà grande importanza ai beni pubblici e pensa che molti beni siano molto pubblici. Anche perché la produzione di beni pubblici è di per sé redistributiva, attenua le diseguaglianze dei redditi e del benessere. D’altra parte per definire pubblico un bene non servono solo le preferenze politiche ma anche l’analisi oggettiva delle interdipendenze fra chi li produce e utilizza: se non tengo conto che una crisi dell’industria tedesca colpisce quella italiana, la stabilità economica non è un bene pubblico dell’Unione. Dopodiché si dovrà decidere chi produce i beni più o meno pubblici, e con quali regole, perché anche quelli molto pubblici, dal servizio sanitario alle infrastrutture di comunicazione, possono coinvolgere produttori privati.
Secondo tema: poiché cambiano continuamente i gusti, le tecnologie, le geografie politico-economico-culturali, il sistema dovrebbe essere pronto a cambiare spesso la sua organizzazione e le sue produzioni. Ma cambiare costa ed è spesso sgradito. Sicché occorre scegliere quanto flessibili, plasmabili vogliamo siano le collocazioni delle persone e dei capitali. Dobbiamo scegliere fra i benefici di rapidi cambiamenti, sopportandone i costi o, viceversa, pagare i costi di maggiori rigidità godendone i benefici. La complessità della scelta sta anche nel fatto che ci sono vie di mezzo, compresa molta flessibilità temperata da grande condivisione dei costi del cambiamento: se sei tu a dover cambiar lavoro, perché l’economia nazionale sia più competitiva, sono disposto a pagare anch’io i costi del tuo ricollocamento. C’è collegamento col tema dei beni pubblici: chi ne ha gran considerazione sarà disposto a consumar meno beni privati per finanziare questo misto di flessibilità e sicurezza.
Il terzo tema centra la questione dell’interdipendenza che riguarda anche i primi due: quanto potere vogliamo collocare in sedi sovrannazionali per poter governare l’internazionalizzazione dei nostri sistemi economico-sociali? Non è una scelta obbligata e ovvia: è legittimo voler rinunciare ai benefici dell’internazionalizzazione per evitarne i costi, compreso quello di cedere potere di decisione sulle caratteristiche delle convivenze nazionali. Ostacolando in varia forma le integrazioni internazionali si ridurranno anche i dilemmi dei temi precedenti perché ci saranno meno beni pubblici (quelli internazionali) e meno cambiamenti da affrontare (quelli provenienti da interazioni internazionali). Perciò si può decidere in vario modo: basta non voler godere delle opportunità globali mantenendo intatta la sovranità nazionale.
I politici di professione, anziché confonder le idee alla gente per conquistare brevi periodi di simil-potere, potrebbero aiutarci a incanalare i nostri dibattiti, le nostre divergenze e preferenze, con riguardo a scelte di fondo come quelle accennate. Può darsi che, esaminati bene i dati di fatto ed esperite discussioni in buona fede, emerga più consenso sul da farsi di quando si bisticcia per lo sforzo di formare a tutti i costi squadre politiche contrapposte.
Twitter @francobruni7
I tre temi che decideranno il futuro dell’Ue
di Franco Bruni
L’incertezza e il disorientamento economico-politico sono la caratteristica del momento, nel mondo, nell’Ue, in Italia. Si chiede crescita, si raccomandano riforme, ma l’impatto della globalizzazione e della crisi non ha ancora dato luogo ad agende di discussione adeguate a far piani di lungo termine sostenuti da sufficiente consenso. Se guardiamo oltre il breve termine, quali sono i temi di fondo attorno ai quali organizzare le riflessioni, i dibattiti e le decisioni dei prossimi anni?
Una possibile classificazione fa emergere tre temi: la questione dei beni pubblici, la flessibilità nell’impiego delle risorse e la sovrannazionalità dei poteri di governo. Siamo al confine fra la politica economica e la politica tout court.
I beni pubblici sono quelli la cui produzione e il cui utilizzo arrecano beneficio alla collettività. In alcuni casi si tratta di beni indiscutibilmente pubblici, come la difesa, la giustizia, al punto di essere indivisibili, producibili solo dai governi, privi di un vero prezzo di mercato. Ma molti beni e servizi possono considerarsi più o meno pubblici a seconda di quale attenzione si presta al fatto che hanno conseguenze, più o meno positive, anche su chi non li produce né li consuma direttamente: l’istruzione, la salute, le regole di specifici settori di attività. Ma anche, che so, il «silenzio»: devo comprarmelo con una gita in montagna (bene privato) o lo ottengo dai vigili che multano le moto chiassose (bene pubblico)? E via dicendo.
Parte della confusione economica, politica, ideologica nella quale ci dibattiamo deriva dalla trasandatezza con cui discutiamo quali siano i beni pubblici e quanto lo siano. Anche l’appannato dibattito fra destra e sinistra dovrebbe organizzarsi in questo senso: l’etichetta di «sinistra» potrebbe averla chi dà grande importanza ai beni pubblici e pensa che molti beni siano molto pubblici. Anche perché la produzione di beni pubblici è di per sé redistributiva, attenua le diseguaglianze dei redditi e del benessere. D’altra parte per definire pubblico un bene non servono solo le preferenze politiche ma anche l’analisi oggettiva delle interdipendenze fra chi li produce e utilizza: se non tengo conto che una crisi dell’industria tedesca colpisce quella italiana, la stabilità economica non è un bene pubblico dell’Unione. Dopodiché si dovrà decidere chi produce i beni più o meno pubblici, e con quali regole, perché anche quelli molto pubblici, dal servizio sanitario alle infrastrutture di comunicazione, possono coinvolgere produttori privati.
Secondo tema: poiché cambiano continuamente i gusti, le tecnologie, le geografie politico-economico-culturali, il sistema dovrebbe essere pronto a cambiare spesso la sua organizzazione e le sue produzioni. Ma cambiare costa ed è spesso sgradito. Sicché occorre scegliere quanto flessibili, plasmabili vogliamo siano le collocazioni delle persone e dei capitali. Dobbiamo scegliere fra i benefici di rapidi cambiamenti, sopportandone i costi o, viceversa, pagare i costi di maggiori rigidità godendone i benefici. La complessità della scelta sta anche nel fatto che ci sono vie di mezzo, compresa molta flessibilità temperata da grande condivisione dei costi del cambiamento: se sei tu a dover cambiar lavoro, perché l’economia nazionale sia più competitiva, sono disposto a pagare anch’io i costi del tuo ricollocamento. C’è collegamento col tema dei beni pubblici: chi ne ha gran considerazione sarà disposto a consumar meno beni privati per finanziare questo misto di flessibilità e sicurezza.
Il terzo tema centra la questione dell’interdipendenza che riguarda anche i primi due: quanto potere vogliamo collocare in sedi sovrannazionali per poter governare l’internazionalizzazione dei nostri sistemi economico-sociali? Non è una scelta obbligata e ovvia: è legittimo voler rinunciare ai benefici dell’internazionalizzazione per evitarne i costi, compreso quello di cedere potere di decisione sulle caratteristiche delle convivenze nazionali. Ostacolando in varia forma le integrazioni internazionali si ridurranno anche i dilemmi dei temi precedenti perché ci saranno meno beni pubblici (quelli internazionali) e meno cambiamenti da affrontare (quelli provenienti da interazioni internazionali). Perciò si può decidere in vario modo: basta non voler godere delle opportunità globali mantenendo intatta la sovranità nazionale.
I politici di professione, anziché confonder le idee alla gente per conquistare brevi periodi di simil-potere, potrebbero aiutarci a incanalare i nostri dibattiti, le nostre divergenze e preferenze, con riguardo a scelte di fondo come quelle accennate. Può darsi che, esaminati bene i dati di fatto ed esperite discussioni in buona fede, emerga più consenso sul da farsi di quando si bisticcia per lo sforzo di formare a tutti i costi squadre politiche contrapposte.
Twitter @francobruni7
Corriere 4.6.16
Le mostre senza opere un virus che si diffonde
di Vincenzo Trione
Si tratta di un pericoloso virus che si sta diffondendo anche in Italia. Ha un nome: le mostre senza opere. Dopo Milano, Torino è la sede di «Van Gogh 3D»; Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, accoglie «Caravaggio Experience»; mentre Palermo ospita, nell’Oratorio di San Lorenzo, la «Natività» di Caravaggio ancora in 3D. Senza dimenticare, nel 2014, la «Mostra impossibile» su Leonardo, Raffaello e Caravaggio a Napoli.
Molti puristi — forse a ragione — saluteranno in modo positivo questi «appuntamenti»:, che salvaguardano i quadri dai rischi legati ai continui viaggi cui sono sottoposti, per soddisfare richieste sempre più pressanti da parte di direttori di musei e di responsabili di società for profit. La strategia cui ci si affida è sempre la medesima. Non di rado disinvolti produttori privati si fanno affiancare da studiosi seri, che accettano di diventare complici di iniziative superficiali e kitsch (Ferdinando Bologna e Claudio Strinati sono i consulenti della «Mostra impossibile» e della «Caravaggio Experience»). Da questo incrocio di interessi nascono esposizioni nelle quali ci si affida ai nomi di artisti popolari e maledetti (Caravaggio e Van Gogh). Di queste «star» si scelgono alcuni dipinti, che vengono riprodotti fedelmente servendosi di sofisticate tecnologie. Nascono così cloni intorno ai quali si costruiscono effimere macchine spettacolari. Simulacri in alta definizione vengono ingigantiti e proiettati su schermi. Sovente si monumentalizzano dettagli.
Il fine nobile di questi show: farci precipitare dentro complesse drammaturgie di icone. Ma, in effetti, dietro questa maschera pedagogica, si nasconde solo furbizia commerciale. Ci imbattiamo, spesso, in messinscene che non sono in alcun modo supportate da studio rigoroso: video mapping che non ci fanno comprendere meglio gli artifici cui è ricorso un determinato artista. Dunque, trucchi orditi ai danni di ingenui spettatori. Ben realizzati, ma pur sempre trucchi.
Certo, anche in questo genere di eventi esistono le eccezioni. La Natività di Caravaggio, trafugata nel 1969 dalla mafia, che adesso, proprio grazie ad avanzati dispositivi, è ritornata — come copia — nell’Oratorio di San Lorenzo di Palermo: un gesto quasi politico. Ma sono solo eccezioni. L’Italia rischia di diventare la patria delle mostre senza opere?
Le mostre senza opere un virus che si diffonde
di Vincenzo Trione
Si tratta di un pericoloso virus che si sta diffondendo anche in Italia. Ha un nome: le mostre senza opere. Dopo Milano, Torino è la sede di «Van Gogh 3D»; Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, accoglie «Caravaggio Experience»; mentre Palermo ospita, nell’Oratorio di San Lorenzo, la «Natività» di Caravaggio ancora in 3D. Senza dimenticare, nel 2014, la «Mostra impossibile» su Leonardo, Raffaello e Caravaggio a Napoli.
Molti puristi — forse a ragione — saluteranno in modo positivo questi «appuntamenti»:, che salvaguardano i quadri dai rischi legati ai continui viaggi cui sono sottoposti, per soddisfare richieste sempre più pressanti da parte di direttori di musei e di responsabili di società for profit. La strategia cui ci si affida è sempre la medesima. Non di rado disinvolti produttori privati si fanno affiancare da studiosi seri, che accettano di diventare complici di iniziative superficiali e kitsch (Ferdinando Bologna e Claudio Strinati sono i consulenti della «Mostra impossibile» e della «Caravaggio Experience»). Da questo incrocio di interessi nascono esposizioni nelle quali ci si affida ai nomi di artisti popolari e maledetti (Caravaggio e Van Gogh). Di queste «star» si scelgono alcuni dipinti, che vengono riprodotti fedelmente servendosi di sofisticate tecnologie. Nascono così cloni intorno ai quali si costruiscono effimere macchine spettacolari. Simulacri in alta definizione vengono ingigantiti e proiettati su schermi. Sovente si monumentalizzano dettagli.
Il fine nobile di questi show: farci precipitare dentro complesse drammaturgie di icone. Ma, in effetti, dietro questa maschera pedagogica, si nasconde solo furbizia commerciale. Ci imbattiamo, spesso, in messinscene che non sono in alcun modo supportate da studio rigoroso: video mapping che non ci fanno comprendere meglio gli artifici cui è ricorso un determinato artista. Dunque, trucchi orditi ai danni di ingenui spettatori. Ben realizzati, ma pur sempre trucchi.
Certo, anche in questo genere di eventi esistono le eccezioni. La Natività di Caravaggio, trafugata nel 1969 dalla mafia, che adesso, proprio grazie ad avanzati dispositivi, è ritornata — come copia — nell’Oratorio di San Lorenzo di Palermo: un gesto quasi politico. Ma sono solo eccezioni. L’Italia rischia di diventare la patria delle mostre senza opere?
Corriere 4.6.16
Per rilanciare la scienza servono politiche mirate
di Massimo Sideri
Il basso livello di interesse in Italia per le questioni scientifiche non si evince solo dai casi degli scienziati costretti a fuggire, come quello di Ilaria Capua, ma anche dalla scarsa attenzione storica per i nostri meriti: l’esistenza scientifica del vuoto, negata fin da Aristotele, fu dimostrata nel 1644 da un allievo di Galileo Galilei, Evangelista Torricelli. Nel 1648 il filosofo Blaise Pascal non fece altro che ripetere quell’esperimento con il mercurio per diventare, su molti testi anche italiani, lo «scopritore del vuoto». Una sindrome di cui soffriamo ancora oggi: la Commissione Ue ha appena autorizzato la prima terapia genica ex vivo, cioè preparata fuori dal corpo umano, in Europa. Potremmo dire al mondo visto che anche negli Usa non era mai accaduto. Il farmaco Strimvelis per la Ada-Scid, più nota come sindrome dei «bimbi in bolla» per la quasi totale assenza di difese immunitarie, sarà prodotto dall’inglese Gsk. Ma se la manifattura sarà affidata a una delle big della farmaceutica — una dimensione che abbiamo perso ai tempi della Montedison con la vendita all’estero della Farmitalia-Carlo Erba — la terapia è integralmente made in Italy: nata nel Sr-Tiget (joint venture tra San Raffaele e Telethon diretta da Lugi Naldini) la cura è la diretta conseguenza di un altro primato dimenticato come quello del vuoto: l’utilizzo delle cellule staminali del sangue. Il numero di Nature del 9 aprile del ‘92 certificava il primo trattamento con cellule staminali su un bambino di 5 anni affetto da Ada ad opera dello staff di Claudio Bordignon. Lo scienziato del San Raffaele riprendeva il lavoro degli americani Michael Blaese e French Anderson ma, in più, introduceva quella che sta diventando la chiave delle cure geniche, la manipolazione delle cellule con un retrovirus. «Italians first to use stem cells» titolava la rivista scientifica. Fu, come ricordò il professore allora, non solo una vittoria scientifica, ma anche etica. Siamo stati pionieri e resilienti, per 24 anni. Per inciso, almeno per questa apertura verso la scienza di frontiera, la figura di Don Verzé dovrà forse essere recuperata (nella «basilica» del San Raffaele l’altare è ancora sovrastato da un’enorme, pendente, elica di Dna). L’Italia di oggi non ama la scienza, nonostante il grande lavoro di divulgazione che Piero Angela ha fatto con Quark su almeno un paio di generazioni di telespettatori, ma la scienza, nonostante tutto, sembra continuare ad amare l’Italia. Il successo su una delle malattie geniche più rare al mondo è stato ottenuto per una sommatoria di variabili non replicabili: la morte nel ’99 del diciottenne Jesse Gelsinger fu un duro colpo per le terapie geniche nel mondo. Ma grazie alla Fondazione Telethon — e, dunque, grazie alla generosità degli italiani — i test del San Raffaele non furono fermati. E, anzi, furono riconquistati cervelli in fuga come quello di Naldini, lo scienziato che ha «addomesticato» l’Hiv per trasformarlo in un potente veicolo di cura. Lo stesso Naldini con la start up biotech Genenta, fondata con Pierluigi Paracchi, vuole portare queste terapie fuori dal campo delle malattie rare per aggredire il cancro. Nonostante tutto l’Italia fatica però a trovare grandi finanziamenti e a trasmettere le proprie scoperte scientifiche all’industria. È sicuramente vero che non riusciremo mai a fondare la nuova Facebook. Ma invece di occuparci di questioni così «filosofiche» e anche un po’ deprimenti sarebbe più saggio pensare a delle politiche fiscali, come ha fatto Londra, per difendere un primato che potrebbe sfuggirci sotto le mani. In fondo, per disattenzione.
Per rilanciare la scienza servono politiche mirate
di Massimo Sideri
Il basso livello di interesse in Italia per le questioni scientifiche non si evince solo dai casi degli scienziati costretti a fuggire, come quello di Ilaria Capua, ma anche dalla scarsa attenzione storica per i nostri meriti: l’esistenza scientifica del vuoto, negata fin da Aristotele, fu dimostrata nel 1644 da un allievo di Galileo Galilei, Evangelista Torricelli. Nel 1648 il filosofo Blaise Pascal non fece altro che ripetere quell’esperimento con il mercurio per diventare, su molti testi anche italiani, lo «scopritore del vuoto». Una sindrome di cui soffriamo ancora oggi: la Commissione Ue ha appena autorizzato la prima terapia genica ex vivo, cioè preparata fuori dal corpo umano, in Europa. Potremmo dire al mondo visto che anche negli Usa non era mai accaduto. Il farmaco Strimvelis per la Ada-Scid, più nota come sindrome dei «bimbi in bolla» per la quasi totale assenza di difese immunitarie, sarà prodotto dall’inglese Gsk. Ma se la manifattura sarà affidata a una delle big della farmaceutica — una dimensione che abbiamo perso ai tempi della Montedison con la vendita all’estero della Farmitalia-Carlo Erba — la terapia è integralmente made in Italy: nata nel Sr-Tiget (joint venture tra San Raffaele e Telethon diretta da Lugi Naldini) la cura è la diretta conseguenza di un altro primato dimenticato come quello del vuoto: l’utilizzo delle cellule staminali del sangue. Il numero di Nature del 9 aprile del ‘92 certificava il primo trattamento con cellule staminali su un bambino di 5 anni affetto da Ada ad opera dello staff di Claudio Bordignon. Lo scienziato del San Raffaele riprendeva il lavoro degli americani Michael Blaese e French Anderson ma, in più, introduceva quella che sta diventando la chiave delle cure geniche, la manipolazione delle cellule con un retrovirus. «Italians first to use stem cells» titolava la rivista scientifica. Fu, come ricordò il professore allora, non solo una vittoria scientifica, ma anche etica. Siamo stati pionieri e resilienti, per 24 anni. Per inciso, almeno per questa apertura verso la scienza di frontiera, la figura di Don Verzé dovrà forse essere recuperata (nella «basilica» del San Raffaele l’altare è ancora sovrastato da un’enorme, pendente, elica di Dna). L’Italia di oggi non ama la scienza, nonostante il grande lavoro di divulgazione che Piero Angela ha fatto con Quark su almeno un paio di generazioni di telespettatori, ma la scienza, nonostante tutto, sembra continuare ad amare l’Italia. Il successo su una delle malattie geniche più rare al mondo è stato ottenuto per una sommatoria di variabili non replicabili: la morte nel ’99 del diciottenne Jesse Gelsinger fu un duro colpo per le terapie geniche nel mondo. Ma grazie alla Fondazione Telethon — e, dunque, grazie alla generosità degli italiani — i test del San Raffaele non furono fermati. E, anzi, furono riconquistati cervelli in fuga come quello di Naldini, lo scienziato che ha «addomesticato» l’Hiv per trasformarlo in un potente veicolo di cura. Lo stesso Naldini con la start up biotech Genenta, fondata con Pierluigi Paracchi, vuole portare queste terapie fuori dal campo delle malattie rare per aggredire il cancro. Nonostante tutto l’Italia fatica però a trovare grandi finanziamenti e a trasmettere le proprie scoperte scientifiche all’industria. È sicuramente vero che non riusciremo mai a fondare la nuova Facebook. Ma invece di occuparci di questioni così «filosofiche» e anche un po’ deprimenti sarebbe più saggio pensare a delle politiche fiscali, come ha fatto Londra, per difendere un primato che potrebbe sfuggirci sotto le mani. In fondo, per disattenzione.
Repubblica 4.6.16
Non perdoniamo più i nostri uomini cattivi
di Elena Stancanelli
SEMBRA che Sara lo avesse difeso. Di fronte alla madre, subito prima di essere ammazzata aveva detto che la rabbia di lui era conseguenza della sofferenza. Non è cattivo, sta male, l’ho lasciato, lo capisco. Come mai non si è accorta che quell’uomo era pericoloso, che qualunque fosse l’origine della sua rabbia, quella rabbia sarebbe diventata incontenibile, e poi mortale? Perché è difficile.
Complicatissimo passare da una condizione di intimità, e quindi di abbandono, a quella di allerta, razionalità. Una relazione, e non vorrei usare la parola amore perché qui l’amore non c’entra, è un contenitore, un ventre dentro il quale due persone si sistemano. Non si può forzare troppo, altrimenti quel contenitore si rompe. Dentro una relazione ognuno si contiene, perché si sente protetto, compreso. Quando quel contenitore si rompe, le due persone si separano e ognuna deve prendersi la responsabilità della sua vita. Si torna estranei, bisogna darsi un altro nome — amici, conoscenti, ex amanti — ed è qui che perdiamo lucidità. Quei segnali che agli altri, agli amici, ai genitori, sono evidenti, a noi sembrano trascurabili. O peggio ancora ci sembrano manifestazioni di un dolore che siamo pronti ancora ad accogliere, proteggere. Non ci fa paura, ci commuove, chiede il nostro perdono. Chi è capace in pochi giorni di cambiare del tutto opinione sulla persona con cui è stato? Chi sa dire: è vero, è un violento, un pazzo. Avete ragione voi, io ho sbagliato a giudicarlo, ad affidarmi a lui. È complicatissimo, a volte ci riusciamo ma ci mettiamo molto tempo. E qualche volta il tempo che ci serve a realizzare chi è quella persona, o almeno che cosa quella persona è diventata, è troppo. E mentre mettiamo a fuoco il mostro, quello si è già scatenato. Bisognerebbe parlare, raccontare tutto agli altri, gli amici, i genitori. Ogni minimo segnale, ogni gesto violento, ogni minaccia. Bisognerebbe stare attenti, non sentirci in colpa per esserci innamorati di qualcun altro, non pensare mai neanche per un istante di dover espiare la colpa di averlo lasciato. Bisognerebbe essere intelligenti, proprio nel momento in cui ci sente più deboli, stupidi, vulnerabili. È complicatissimo, ma una cosa semplice si può fare: allontanarsi. Evitare in tutti i modi di incontrare quella persona, non cedere alle richieste di incontri per avere chiarimenti. Non esiste nessun chiarimento di fronte alla certezza, al bisogno, di non voler più stare insieme. Tenersi fisicamente lontani, per un po’, per il tempo necessario a far raffreddare le emozioni. Proprio come se fosse un esercizio: separarsi davvero.
Non concedere all’altra persona, o a noi stessi, la possibilità di fare cose tremende. Per riuscirci basta pensare che non è per sempre, che quando la tempesta sarà passata forse si riuscirà a parlarsi di nuovo. Ma dopo, molto dopo. Bisognerebbe, quando ci separiamo da qualcuno, scomparire, non essere più niente per quella persona. Qualsiasi ossessione ha bisogno di alimentarsi, e un’assenza semplice, una serie ordinata di no, sono il modo migliore per depotenziarla, lentamente. Detto così sembra incredibile. Quello che pensiamo tutti è: un’ultima volta. Lo incontro un’ultima volta, così si tranquillizza. Se non mi faccio trovare, impazzisce.
E invece è vero il contrario. Perché l’ultima volta non esiste. Ce ne sarà sempre un’altra, e poi un’altra, in un crescendo demente fin quando potrebbe esserci quella fatale. Bisogna resistere. Non esserci, far passare il tempo. È nel tempo che le cose si sistemano, si annacquano, perdono intensità. E allora, solo allora, potremmo, eventualmente, tornare a volerci bene.
Non perdoniamo più i nostri uomini cattivi
di Elena Stancanelli
SEMBRA che Sara lo avesse difeso. Di fronte alla madre, subito prima di essere ammazzata aveva detto che la rabbia di lui era conseguenza della sofferenza. Non è cattivo, sta male, l’ho lasciato, lo capisco. Come mai non si è accorta che quell’uomo era pericoloso, che qualunque fosse l’origine della sua rabbia, quella rabbia sarebbe diventata incontenibile, e poi mortale? Perché è difficile.
Complicatissimo passare da una condizione di intimità, e quindi di abbandono, a quella di allerta, razionalità. Una relazione, e non vorrei usare la parola amore perché qui l’amore non c’entra, è un contenitore, un ventre dentro il quale due persone si sistemano. Non si può forzare troppo, altrimenti quel contenitore si rompe. Dentro una relazione ognuno si contiene, perché si sente protetto, compreso. Quando quel contenitore si rompe, le due persone si separano e ognuna deve prendersi la responsabilità della sua vita. Si torna estranei, bisogna darsi un altro nome — amici, conoscenti, ex amanti — ed è qui che perdiamo lucidità. Quei segnali che agli altri, agli amici, ai genitori, sono evidenti, a noi sembrano trascurabili. O peggio ancora ci sembrano manifestazioni di un dolore che siamo pronti ancora ad accogliere, proteggere. Non ci fa paura, ci commuove, chiede il nostro perdono. Chi è capace in pochi giorni di cambiare del tutto opinione sulla persona con cui è stato? Chi sa dire: è vero, è un violento, un pazzo. Avete ragione voi, io ho sbagliato a giudicarlo, ad affidarmi a lui. È complicatissimo, a volte ci riusciamo ma ci mettiamo molto tempo. E qualche volta il tempo che ci serve a realizzare chi è quella persona, o almeno che cosa quella persona è diventata, è troppo. E mentre mettiamo a fuoco il mostro, quello si è già scatenato. Bisognerebbe parlare, raccontare tutto agli altri, gli amici, i genitori. Ogni minimo segnale, ogni gesto violento, ogni minaccia. Bisognerebbe stare attenti, non sentirci in colpa per esserci innamorati di qualcun altro, non pensare mai neanche per un istante di dover espiare la colpa di averlo lasciato. Bisognerebbe essere intelligenti, proprio nel momento in cui ci sente più deboli, stupidi, vulnerabili. È complicatissimo, ma una cosa semplice si può fare: allontanarsi. Evitare in tutti i modi di incontrare quella persona, non cedere alle richieste di incontri per avere chiarimenti. Non esiste nessun chiarimento di fronte alla certezza, al bisogno, di non voler più stare insieme. Tenersi fisicamente lontani, per un po’, per il tempo necessario a far raffreddare le emozioni. Proprio come se fosse un esercizio: separarsi davvero.
Non concedere all’altra persona, o a noi stessi, la possibilità di fare cose tremende. Per riuscirci basta pensare che non è per sempre, che quando la tempesta sarà passata forse si riuscirà a parlarsi di nuovo. Ma dopo, molto dopo. Bisognerebbe, quando ci separiamo da qualcuno, scomparire, non essere più niente per quella persona. Qualsiasi ossessione ha bisogno di alimentarsi, e un’assenza semplice, una serie ordinata di no, sono il modo migliore per depotenziarla, lentamente. Detto così sembra incredibile. Quello che pensiamo tutti è: un’ultima volta. Lo incontro un’ultima volta, così si tranquillizza. Se non mi faccio trovare, impazzisce.
E invece è vero il contrario. Perché l’ultima volta non esiste. Ce ne sarà sempre un’altra, e poi un’altra, in un crescendo demente fin quando potrebbe esserci quella fatale. Bisogna resistere. Non esserci, far passare il tempo. È nel tempo che le cose si sistemano, si annacquano, perdono intensità. E allora, solo allora, potremmo, eventualmente, tornare a volerci bene.
Repubblica 4.6.16
La bimba contesa dalle due mamme gay
Quella biologica è fuggita con la figlia, l’ex compagna l’accusa di sottrazione di minore
di Valerio Varesi
BOLOGNA. Una bambina sottratta diventa un rompicapo giuridico per il Tribunale dei minori di Bologna, città dove la piccola è stata portata dalla madre. O meglio, da una delle madri, visto che è figlia di una coppia di lesbiche australiane. Le due donne, non vincolate da matrimonio, formavano infatti una “famiglia di fatto” nel loro Paese. A un certo punto della convivenza decidono di sperimentare la maternità e una, ricorrendo all’inseminazione artificiale, partorisce una bimba.
Ma l’unione tra la madre biologica e la convivente va in pezzi nel 2010. La coppia si rivolge al tribunale locale per dirimere la questione sull’affidamento della piccola e il giudice australiano attribuisce a entrambe il ruolo di genitori con relativa responsabilità. Sul finire dello scorso anno, la madre biologica decide di cambiare vita e si trasferisce a Bologna prendendo con sé la bambina. A questo punto, l’ex convivente, a tutti gli effetti anch’ella madre, sentendosi sottratta la figlia, chiede il ritorno di quest’ultima rivolgendosi alle autorità del suo Paese le quali girano la pratica al ministero di Giustizia italiano. Che, a sua volta, mobilita il Tribunale dei minori bolognese ordinando di rintracciare la piccola e identificare il luogo dove abita.
Detto fatto, ma il caso non è di semplice soluzione. Episodi di bimbi sottratti ne sono stati trattati a decine in Emilia, soprattutto figli di coppie di diversa nazionalità portati in Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, ma nella totalità dei casi si trattava di unioni eterosessuali.
Del tutto inedita la vicenda di una coppia di lesbiche che ora il tribunale bolognese, presieduto da Giuseppe Spadaro, dovrà districare incrociando il diritto del Paese d’origine delle due donne con quello italiano, al quale si è di recente aggiunta la legge sulle unioni civili. L’udienza è fissata entro 30 giorni. «Ogni procedimento giudiziario ha dietro una vicenda umana e in quanto tale è degno della massima considerazione » ha detto Spadaro. «Ancor più se riguarda un minore».
La bimba contesa dalle due mamme gay
Quella biologica è fuggita con la figlia, l’ex compagna l’accusa di sottrazione di minore
di Valerio Varesi
BOLOGNA. Una bambina sottratta diventa un rompicapo giuridico per il Tribunale dei minori di Bologna, città dove la piccola è stata portata dalla madre. O meglio, da una delle madri, visto che è figlia di una coppia di lesbiche australiane. Le due donne, non vincolate da matrimonio, formavano infatti una “famiglia di fatto” nel loro Paese. A un certo punto della convivenza decidono di sperimentare la maternità e una, ricorrendo all’inseminazione artificiale, partorisce una bimba.
Ma l’unione tra la madre biologica e la convivente va in pezzi nel 2010. La coppia si rivolge al tribunale locale per dirimere la questione sull’affidamento della piccola e il giudice australiano attribuisce a entrambe il ruolo di genitori con relativa responsabilità. Sul finire dello scorso anno, la madre biologica decide di cambiare vita e si trasferisce a Bologna prendendo con sé la bambina. A questo punto, l’ex convivente, a tutti gli effetti anch’ella madre, sentendosi sottratta la figlia, chiede il ritorno di quest’ultima rivolgendosi alle autorità del suo Paese le quali girano la pratica al ministero di Giustizia italiano. Che, a sua volta, mobilita il Tribunale dei minori bolognese ordinando di rintracciare la piccola e identificare il luogo dove abita.
Detto fatto, ma il caso non è di semplice soluzione. Episodi di bimbi sottratti ne sono stati trattati a decine in Emilia, soprattutto figli di coppie di diversa nazionalità portati in Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, ma nella totalità dei casi si trattava di unioni eterosessuali.
Del tutto inedita la vicenda di una coppia di lesbiche che ora il tribunale bolognese, presieduto da Giuseppe Spadaro, dovrà districare incrociando il diritto del Paese d’origine delle due donne con quello italiano, al quale si è di recente aggiunta la legge sulle unioni civili. L’udienza è fissata entro 30 giorni. «Ogni procedimento giudiziario ha dietro una vicenda umana e in quanto tale è degno della massima considerazione » ha detto Spadaro. «Ancor più se riguarda un minore».
Corriere 4.6.16
«Che orrore l’utero in affitto a Roma Sono schiavisti, ho chiamato i Nas»
La ministra Beatrice Lorenzin ha inviato i carabinieri del Nas agli incontri tra Mario Caballero, direttore dell’agenzia Extraordinary Conceptions, e le coppie intenzionate a ricorrere all’utero in affitto.
intervista di Fabrizio Caccia
ROMA Indignata è dire poco. La ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ieri mattina dopo aver letto il reportage di Monica Ricci Sargentini sul Corriere della Sera , ha chiamato subito i carabinieri del Nas. La storia di Mario Caballero, direttore dell’agenzia Extraordinary Conceptions , arrivato a Roma dalla California per incontrare in un albergo del Centro alcune coppie italiane intenzionate a ricorrere all’utero in affitto per avere figli, l’ha fatta inorridire. Poi è partita al contrattacco: «Credo ci sia la flagranza di reato — commenta al telefono —. Di sicuro è stata violata la legge 40 che da noi vieta anche solo di pubblicizzare la maternità surrogata. Quello che ho letto è una schifezza...».
La legge 40 parla chiaro: il colpevole è punibile con la reclusione fino a due anni. Quest’uomo va arrestato?
«Non sta a me dirlo. Se ne occuperà l’autorità preposta. So che i Nas, a cui ho segnalato la vicenda, si sono subito messi al lavoro. Credo che la Procura aprirà un’indagine. Certo, è impressionante. Ho letto che addirittura il signor Caballero è in tour in Italia: è stato a Roma, poi a Firenze, oggi e domani sarà a Milano (appuntamenti poi annullati in extremis, ndr ). Come un vero piazzista. Di donne e di bambini».
Lorenzin, tra l’altro, è mamma di due gemellini, Lavinia e Francesco, che il 7 giugno festeggeranno il loro primo compleanno. Ecco perché le parole del direttore di Extraordinary Conceptions , specie quando definisce la maternità «un business», l’hanno fatta infuriare: «Sono cose da schiavisti. Valore della maternità, zero», continua amara.
Caballero racconta una storia tristissima: dice che sua moglie si sottopose inutilmente a 13 fecondazioni in vitro prima di ricorrere alla madre surrogata...
«Ma è una falsa storia! Chi ricorre alla maternità surrogata dovrebbe essere affetto da sterilità totale. E non c’è bisogno di fare 13 Pma (procreazione medicalmente assistita, ndr ) per scoprirlo. Lo sai molto prima! Ecco perché dico che questo signore è un piazzista che gioca sulle paure e sui drammi delle persone. Eppoi il concetto di donna che emerge è aberrante...».
Quello della donna che affitta il suo utero?
«Sì, la donna fattrice, la donna-mucca che non può più cambiare idea. Trattata come una cosa, un oggetto. Parliamo tanto in questi giorni di violenza sulle donne. Ma in fondo, mi chiedo, il concetto che quest’uomo ha delle donne non è lo stesso di quelli che pensano: questa donna è una mia proprietà e io ne dispongo come voglio? Così ragiona anche Caballero: io ti pago e tu mi dai tuo figlio. E se il figlio — domando — nasce malato e la coppia per contratto non lo vuole più, cosa succede? Se ne occupa Caballero?».
Il mercato sarebbe in crescita. «Vogliamo espanderci nel vostro Paese», ha annunciato lui stesso l’altro ieri a Roma. E la California, intanto, è invasa dai cinesi che vogliono solo, rigorosamente, figli maschi.
«Ecco, appunto, siamo arrivati alla selezione della specie. E che succede? Se son femmine, le fanno abortire? Tutto ciò è mostruoso. Ecco perché bisogna reagire, mobilitarci».
In che modo?
«Per fortuna la battaglia è gia cominciata e si espande oltre l’Italia. C’è già un movimento trasversale rispetto alle appartenenze politiche, di donne cattoliche, laiche, liberali, democratiche, repubblicane, che è impegnato contro questa tratta. E l’unico modo è che l’utero in affitto venga riconosciuto reato universale. Come sono universali i diritti umani...».
Reato in tutto il mondo.
«Esatto. Perseguibile ovunque. Insomma, una cosa così non la puoi più fare. Non puoi più presentarti in un albergo con un catalogo per vendere bambini. I bambini non sono mica elettrodomestici!».
Alle coppie italiane Caballero consiglia di «sbrigarsi prima che entrino in vigore nuove leggi» e rivela che una donna sarebbe già tornata a Roma dall’America con due gemelli. Parla di tre avvocati italiani pronti a aiutare.
«I Nas indagheranno. Il Parlamento italiano intanto si è espresso già in modo chiaro dicendo “no” alla stepchild adoption per rendere automatica l’adottabilità. Noi, come Ncd, continueremo comunque a vigilare contro possibili nuovi sotterfugi legali. Se vai in America e torni con un bambino, questo bambino di chi è? Per questo bisognerà lavorare ancor di più sui controlli, raccordarci con le ambasciate. Chi compra un rene vi fa impressione? Chi prende in affitto un utero, secondo me, è anche peggio».
«Che orrore l’utero in affitto a Roma Sono schiavisti, ho chiamato i Nas»
La ministra Beatrice Lorenzin ha inviato i carabinieri del Nas agli incontri tra Mario Caballero, direttore dell’agenzia Extraordinary Conceptions, e le coppie intenzionate a ricorrere all’utero in affitto.
intervista di Fabrizio Caccia
ROMA Indignata è dire poco. La ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ieri mattina dopo aver letto il reportage di Monica Ricci Sargentini sul Corriere della Sera , ha chiamato subito i carabinieri del Nas. La storia di Mario Caballero, direttore dell’agenzia Extraordinary Conceptions , arrivato a Roma dalla California per incontrare in un albergo del Centro alcune coppie italiane intenzionate a ricorrere all’utero in affitto per avere figli, l’ha fatta inorridire. Poi è partita al contrattacco: «Credo ci sia la flagranza di reato — commenta al telefono —. Di sicuro è stata violata la legge 40 che da noi vieta anche solo di pubblicizzare la maternità surrogata. Quello che ho letto è una schifezza...».
La legge 40 parla chiaro: il colpevole è punibile con la reclusione fino a due anni. Quest’uomo va arrestato?
«Non sta a me dirlo. Se ne occuperà l’autorità preposta. So che i Nas, a cui ho segnalato la vicenda, si sono subito messi al lavoro. Credo che la Procura aprirà un’indagine. Certo, è impressionante. Ho letto che addirittura il signor Caballero è in tour in Italia: è stato a Roma, poi a Firenze, oggi e domani sarà a Milano (appuntamenti poi annullati in extremis, ndr ). Come un vero piazzista. Di donne e di bambini».
Lorenzin, tra l’altro, è mamma di due gemellini, Lavinia e Francesco, che il 7 giugno festeggeranno il loro primo compleanno. Ecco perché le parole del direttore di Extraordinary Conceptions , specie quando definisce la maternità «un business», l’hanno fatta infuriare: «Sono cose da schiavisti. Valore della maternità, zero», continua amara.
Caballero racconta una storia tristissima: dice che sua moglie si sottopose inutilmente a 13 fecondazioni in vitro prima di ricorrere alla madre surrogata...
«Ma è una falsa storia! Chi ricorre alla maternità surrogata dovrebbe essere affetto da sterilità totale. E non c’è bisogno di fare 13 Pma (procreazione medicalmente assistita, ndr ) per scoprirlo. Lo sai molto prima! Ecco perché dico che questo signore è un piazzista che gioca sulle paure e sui drammi delle persone. Eppoi il concetto di donna che emerge è aberrante...».
Quello della donna che affitta il suo utero?
«Sì, la donna fattrice, la donna-mucca che non può più cambiare idea. Trattata come una cosa, un oggetto. Parliamo tanto in questi giorni di violenza sulle donne. Ma in fondo, mi chiedo, il concetto che quest’uomo ha delle donne non è lo stesso di quelli che pensano: questa donna è una mia proprietà e io ne dispongo come voglio? Così ragiona anche Caballero: io ti pago e tu mi dai tuo figlio. E se il figlio — domando — nasce malato e la coppia per contratto non lo vuole più, cosa succede? Se ne occupa Caballero?».
Il mercato sarebbe in crescita. «Vogliamo espanderci nel vostro Paese», ha annunciato lui stesso l’altro ieri a Roma. E la California, intanto, è invasa dai cinesi che vogliono solo, rigorosamente, figli maschi.
«Ecco, appunto, siamo arrivati alla selezione della specie. E che succede? Se son femmine, le fanno abortire? Tutto ciò è mostruoso. Ecco perché bisogna reagire, mobilitarci».
In che modo?
«Per fortuna la battaglia è gia cominciata e si espande oltre l’Italia. C’è già un movimento trasversale rispetto alle appartenenze politiche, di donne cattoliche, laiche, liberali, democratiche, repubblicane, che è impegnato contro questa tratta. E l’unico modo è che l’utero in affitto venga riconosciuto reato universale. Come sono universali i diritti umani...».
Reato in tutto il mondo.
«Esatto. Perseguibile ovunque. Insomma, una cosa così non la puoi più fare. Non puoi più presentarti in un albergo con un catalogo per vendere bambini. I bambini non sono mica elettrodomestici!».
Alle coppie italiane Caballero consiglia di «sbrigarsi prima che entrino in vigore nuove leggi» e rivela che una donna sarebbe già tornata a Roma dall’America con due gemelli. Parla di tre avvocati italiani pronti a aiutare.
«I Nas indagheranno. Il Parlamento italiano intanto si è espresso già in modo chiaro dicendo “no” alla stepchild adoption per rendere automatica l’adottabilità. Noi, come Ncd, continueremo comunque a vigilare contro possibili nuovi sotterfugi legali. Se vai in America e torni con un bambino, questo bambino di chi è? Per questo bisognerà lavorare ancor di più sui controlli, raccordarci con le ambasciate. Chi compra un rene vi fa impressione? Chi prende in affitto un utero, secondo me, è anche peggio».
Il Sole 4.6.16
Comuni protagonisti sul fronte dei diritti
di Franca Deponti
Domani, domenica 5 giugno 2016, la legge sulle unioni civili e sulle convivenze registrate smetterà di essere una costruzione astratta oggetto di scontri al calor bianco e scenderà nella vita quotidiana dei cittadini italiani.
Ma se è cosa certa l’entrata in vigore, meno certo è che cosa faranno gli uffici dei Comuni che si trovino di fronte due persone dello stesso sesso che vogliano ufficializzare la loro relazione o una coppia di fatto che voglia registrarsi o, più difficile ancora, che voglia far annotare un “patto di convivenza”.
Mancano ancora una serie di decreti che il Governo è stato delegato a emanare per adeguare le norme preesistenti alla riforma Cirinnà, primo tra tutti l’ordinamento dello stato civile. E mancano così le direttive che spieghino che cosa e come fare non tanto agli interessati, quanto piuttosto ai funzionari dello stato civile e dell’anagrafe, assurti nel giro di un anno e mezzo a front-line delle famiglie arcobaleno. Anche se un primo passo avanti è stato fatto con la circolare del Viminale relativa, però, solo alle convivenze.
Le nuove competenze di celebrazione delle unioni civili e di registrazione delle convivenze si aggiungono infatti a quelle già affidate ai Comuni dalla legge 162 del 10 novembre 2014, che ha ha varato le procedure “smart” per separarsi e chiudere in modo consensuale i matrimoni fuori dalle aule di giustizia. Con esiti finora non proprio lusinghieri sia per l’ancora scarso utilizzo dell’istituto, sia per le file di attesa anche di sei mesi che si registrano nei grandi centri, come documentato dal Sole 24 Ore del 23 maggio scorso.
Con la riforma Cirinnà, ora al debutto con poche “istruzioni per l’uso”, il rischio che si moltiplichino gli intoppi e si allunghino i tempi è quasi una certezza. Perchè son sempre gli stessi uffici e (presumibilmente) le stesse persone a doversene far carico, tanto che l’allarme è già scattato tra gli ufficiali di stato civile.
Si sa che l’italica maniera di far partire le cose non è mai organizzare bene prima gli strumenti e le forze in campo quanto piuttosto buttare il bambino nell’acqua sperando che nuoti; e che di solito il bambino nuota o almeno non affoga.
Ma questa volta dietro il tempo che il Governo si prenderà per emanare decreti e istruzioni e oltre l’oggettiva difficoltà dei Comuni ad assorbire un impatto difficile anche solo da quantificare, si profila il riattivarsi del fronte del “no” alla legge. Persa la partita in Parlamento, gli irridicibili hanno già annunciato altre battaglie anche con armi quali l’«obiezione di coscienza». Quasi che le leggi potessero essere tutte ad assetto variabile.
A settant’anni dalla Repubblica e nel giorno di elezione dei Sindaci - fondamentali per la democrazia nei territori -occorre dunque che da un lato chi governa si impegni ad agevolare e sostenere i Comuni nei nuovi compiti. Dall’altro prosegua al più presto nel rendere agibili senza tentennamenti diritti civili attesi per tanto tempo.
Comuni protagonisti sul fronte dei diritti
di Franca Deponti
Domani, domenica 5 giugno 2016, la legge sulle unioni civili e sulle convivenze registrate smetterà di essere una costruzione astratta oggetto di scontri al calor bianco e scenderà nella vita quotidiana dei cittadini italiani.
Ma se è cosa certa l’entrata in vigore, meno certo è che cosa faranno gli uffici dei Comuni che si trovino di fronte due persone dello stesso sesso che vogliano ufficializzare la loro relazione o una coppia di fatto che voglia registrarsi o, più difficile ancora, che voglia far annotare un “patto di convivenza”.
Mancano ancora una serie di decreti che il Governo è stato delegato a emanare per adeguare le norme preesistenti alla riforma Cirinnà, primo tra tutti l’ordinamento dello stato civile. E mancano così le direttive che spieghino che cosa e come fare non tanto agli interessati, quanto piuttosto ai funzionari dello stato civile e dell’anagrafe, assurti nel giro di un anno e mezzo a front-line delle famiglie arcobaleno. Anche se un primo passo avanti è stato fatto con la circolare del Viminale relativa, però, solo alle convivenze.
Le nuove competenze di celebrazione delle unioni civili e di registrazione delle convivenze si aggiungono infatti a quelle già affidate ai Comuni dalla legge 162 del 10 novembre 2014, che ha ha varato le procedure “smart” per separarsi e chiudere in modo consensuale i matrimoni fuori dalle aule di giustizia. Con esiti finora non proprio lusinghieri sia per l’ancora scarso utilizzo dell’istituto, sia per le file di attesa anche di sei mesi che si registrano nei grandi centri, come documentato dal Sole 24 Ore del 23 maggio scorso.
Con la riforma Cirinnà, ora al debutto con poche “istruzioni per l’uso”, il rischio che si moltiplichino gli intoppi e si allunghino i tempi è quasi una certezza. Perchè son sempre gli stessi uffici e (presumibilmente) le stesse persone a doversene far carico, tanto che l’allarme è già scattato tra gli ufficiali di stato civile.
Si sa che l’italica maniera di far partire le cose non è mai organizzare bene prima gli strumenti e le forze in campo quanto piuttosto buttare il bambino nell’acqua sperando che nuoti; e che di solito il bambino nuota o almeno non affoga.
Ma questa volta dietro il tempo che il Governo si prenderà per emanare decreti e istruzioni e oltre l’oggettiva difficoltà dei Comuni ad assorbire un impatto difficile anche solo da quantificare, si profila il riattivarsi del fronte del “no” alla legge. Persa la partita in Parlamento, gli irridicibili hanno già annunciato altre battaglie anche con armi quali l’«obiezione di coscienza». Quasi che le leggi potessero essere tutte ad assetto variabile.
A settant’anni dalla Repubblica e nel giorno di elezione dei Sindaci - fondamentali per la democrazia nei territori -occorre dunque che da un lato chi governa si impegni ad agevolare e sostenere i Comuni nei nuovi compiti. Dall’altro prosegua al più presto nel rendere agibili senza tentennamenti diritti civili attesi per tanto tempo.
Il Sole 4.6.16
Unioni civili, partenza al rallentatore
Da domani in vigore la legge ma il decreto attuativo per renderla operativa è ancora in lavorazione
di Francesca Milano e Giovanni Parente
Non sarà una partenza sprint, almeno per le unioni civili. Alla legge Cirinnà in vigore da domani (anche se i primi effetti si “sentiranno” da lunedì alla riapertura degli uffici comunali) manca ancora una serie di tasselli per diventare pienamente operativa. A cominciare dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) che conterrà le istruzioni sulla tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile: servirà ancora qualche giorno. Dal ministero dell’Interno assicurano infatti che il decreto è già in stato di lavorazione e non si farà attendere troppo a lungo: la previsione è quella di trasmetterlo alla presidenza del Consiglio nei prossimi giorni.
Intanto, però, dal Viminale arriva il consiglio di aspettare: le coppie di omosessuali che vogliono sottoscrivere una unione civile sono invitate a non correre in Comune per la “celebrazione”. Monica Cirinnà, senatrice di cui la legge porta il nome, dà qualche indicazione in più: «Il decreto ha 30 giorni di tempo per essere emanato, dopodiché dovrà attendere i pareri della Corte dei conti e del Consiglio di Stato, che hanno altri 30 giorni per esprimersi. Confidiamo che entro fine agosto si potranno celebrare le prime unioni».
Le incertezze nei Comuni
Intanto, però, i municipi stanno già ricevendo alcune richieste: «Noi – spiega da Siracusa Pia Mantineo, funzionaria del Comune – abbiamo già ricevuto diverse domande di informazioni e dalla prossima settimana inizieremo a prendere gli appuntamenti perché, come per i matrimoni, bisogna programmare le “celebrazioni”, per le quali saranno necessari un ufficiale di stato civile edue testimoni». Alle coppie che da lunedì arriveranno per “fissare la data”, gli addetti probabilmente spiegheranno che è meglio non correre troppo perché, oltre alle istruzioni sulla registrazione dell’unione, manca anche la formula del “rito”.
C’è una «situazione di incertezza, in quanto - spiega Renzo Calvigioni dell’Anusca, l’associazione nazionale ufficiali di stato civile e d’anagrafe – da alcune parti si sostiene che la legge andrà in vigore pienamente il 6 giugno, mentre da altre parti si ritiene condizionante la mancanza del Dpcm, tanto da impedire la costituzione delle unioni civili fino a quando non verrà emanato». Qual è la conseguenza pratica? «Chi volesse procedere a ogni costo - prosegue Calvigioni - rischia di ottenere un atto privo di alcuni requisiti formali particolarmente rilevanti, il che potrebbe anche avere conseguenze sulla validità ed efficacia dell’istituto».
Tra le incognite che il Dpcm dovrà chiarire, c’è anche quella della scelta del cognome: la legge, infatti, concede alle coppie gay di scegliere un cognome comune: anche questa possibilità dovrà essere attuata tramite una dichiarazione da rendere all’ufficiale di stato civile, ma non si sa ancora come.
Se per le unioni civili bisognerà quindi attendere i provvedimenti attuativi, per le convivenze di fatto l’operatività dovrebbe scattare subito. Il condizionale è d’obbligo, perché anche in questo caso restano alcuni nodi da sciogliere. «Non esiste un registro in cui inserire le dichiarazioni di convivenza – spiega Tiziana Piola, responsabile dei servizi demografici del Comune di Savona – ma allo stesso tempo non possiamo rifiutarci di accettare tali dichiarazioni. Navighiamo a vista e, in assenza di istruzioni, abbiamo deciso di registrare queste coppie su un foglio excel». Secondo Liliana Palmieri, funzionario del Comune di Treia (Macerata), non è nemmeno chiaro quale sia il modello da utilizzare per presentare le istanze di convivenza: «Non esiste un modulo ad hoc – dice -, dovrebbe predisporlo il ministero dell’Interno».
La circolare dell’Interno
A preoccupare è soprattutto il contratto di convivenza, ossia l’atto redatto da un notaio o da un avvocato per disciplinare gli aspetti economici della vita della coppia. La legge prevede infatti la facoltà per i conviventi di sottoscrivere un contratto che regoli i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune. Nel contratto le parti possono inserire le modalità di contribuzione alle necessità della famiglia e il regime patrimoniale della comunione dei beni. Il professionista incaricato di redigere il contratto dovrà poi trasmetterlo al Comune di residenza della coppia entro dieci giorni e il Comune dovrà a sua volta registrarlo. A questo proposito, la circolare 7 datata 1° giugno del ministero dell’Interno detta le istruzioni che gli uffici anagrafici dovranno seguire: il contratto dovrà essere registrato sia nella scheda di famiglia dei conviventi sia nelle loro schede personali anagrafiche (si veda l’articolo in basso). Anche la successiva risoluzione del contratto dovrà essere registrata con l’indicazione della data e del luogo della risoluzione ma anche della causa e degli estremi della notifica.
Unioni civili, partenza al rallentatore
Da domani in vigore la legge ma il decreto attuativo per renderla operativa è ancora in lavorazione
di Francesca Milano e Giovanni Parente
Non sarà una partenza sprint, almeno per le unioni civili. Alla legge Cirinnà in vigore da domani (anche se i primi effetti si “sentiranno” da lunedì alla riapertura degli uffici comunali) manca ancora una serie di tasselli per diventare pienamente operativa. A cominciare dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) che conterrà le istruzioni sulla tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile: servirà ancora qualche giorno. Dal ministero dell’Interno assicurano infatti che il decreto è già in stato di lavorazione e non si farà attendere troppo a lungo: la previsione è quella di trasmetterlo alla presidenza del Consiglio nei prossimi giorni.
Intanto, però, dal Viminale arriva il consiglio di aspettare: le coppie di omosessuali che vogliono sottoscrivere una unione civile sono invitate a non correre in Comune per la “celebrazione”. Monica Cirinnà, senatrice di cui la legge porta il nome, dà qualche indicazione in più: «Il decreto ha 30 giorni di tempo per essere emanato, dopodiché dovrà attendere i pareri della Corte dei conti e del Consiglio di Stato, che hanno altri 30 giorni per esprimersi. Confidiamo che entro fine agosto si potranno celebrare le prime unioni».
Le incertezze nei Comuni
Intanto, però, i municipi stanno già ricevendo alcune richieste: «Noi – spiega da Siracusa Pia Mantineo, funzionaria del Comune – abbiamo già ricevuto diverse domande di informazioni e dalla prossima settimana inizieremo a prendere gli appuntamenti perché, come per i matrimoni, bisogna programmare le “celebrazioni”, per le quali saranno necessari un ufficiale di stato civile edue testimoni». Alle coppie che da lunedì arriveranno per “fissare la data”, gli addetti probabilmente spiegheranno che è meglio non correre troppo perché, oltre alle istruzioni sulla registrazione dell’unione, manca anche la formula del “rito”.
C’è una «situazione di incertezza, in quanto - spiega Renzo Calvigioni dell’Anusca, l’associazione nazionale ufficiali di stato civile e d’anagrafe – da alcune parti si sostiene che la legge andrà in vigore pienamente il 6 giugno, mentre da altre parti si ritiene condizionante la mancanza del Dpcm, tanto da impedire la costituzione delle unioni civili fino a quando non verrà emanato». Qual è la conseguenza pratica? «Chi volesse procedere a ogni costo - prosegue Calvigioni - rischia di ottenere un atto privo di alcuni requisiti formali particolarmente rilevanti, il che potrebbe anche avere conseguenze sulla validità ed efficacia dell’istituto».
Tra le incognite che il Dpcm dovrà chiarire, c’è anche quella della scelta del cognome: la legge, infatti, concede alle coppie gay di scegliere un cognome comune: anche questa possibilità dovrà essere attuata tramite una dichiarazione da rendere all’ufficiale di stato civile, ma non si sa ancora come.
Se per le unioni civili bisognerà quindi attendere i provvedimenti attuativi, per le convivenze di fatto l’operatività dovrebbe scattare subito. Il condizionale è d’obbligo, perché anche in questo caso restano alcuni nodi da sciogliere. «Non esiste un registro in cui inserire le dichiarazioni di convivenza – spiega Tiziana Piola, responsabile dei servizi demografici del Comune di Savona – ma allo stesso tempo non possiamo rifiutarci di accettare tali dichiarazioni. Navighiamo a vista e, in assenza di istruzioni, abbiamo deciso di registrare queste coppie su un foglio excel». Secondo Liliana Palmieri, funzionario del Comune di Treia (Macerata), non è nemmeno chiaro quale sia il modello da utilizzare per presentare le istanze di convivenza: «Non esiste un modulo ad hoc – dice -, dovrebbe predisporlo il ministero dell’Interno».
La circolare dell’Interno
A preoccupare è soprattutto il contratto di convivenza, ossia l’atto redatto da un notaio o da un avvocato per disciplinare gli aspetti economici della vita della coppia. La legge prevede infatti la facoltà per i conviventi di sottoscrivere un contratto che regoli i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune. Nel contratto le parti possono inserire le modalità di contribuzione alle necessità della famiglia e il regime patrimoniale della comunione dei beni. Il professionista incaricato di redigere il contratto dovrà poi trasmetterlo al Comune di residenza della coppia entro dieci giorni e il Comune dovrà a sua volta registrarlo. A questo proposito, la circolare 7 datata 1° giugno del ministero dell’Interno detta le istruzioni che gli uffici anagrafici dovranno seguire: il contratto dovrà essere registrato sia nella scheda di famiglia dei conviventi sia nelle loro schede personali anagrafiche (si veda l’articolo in basso). Anche la successiva risoluzione del contratto dovrà essere registrata con l’indicazione della data e del luogo della risoluzione ma anche della causa e degli estremi della notifica.
Repubblica 4.6.16
I partigiani del referendum e il diritto di Benigni
di Nadia Urbinati
RISPONDENDO alla domanda di Ezio Mauro se non avesse paura di passare per renziano confessando di votare Sì al referendum costituzionale, Roberto Benigni ha rivendicato il diritto di votare come pensa e non per conformarsi a chi non si conforma. E il diritto di votare implica il diritto di schierarsi: “Non voglio rimanere neutrale, lavarmene le mani dicendo che faccio l’artista, voglio essere libero. E la libertà non serve a nulla se non ti assumi la responsabilità di scegliere ciò che credi più giusto”. Risposta pertinente perché coerente ai due principi aurei della democrazia liberale e non plebiscitaria: votare con la propria testa e non con quella del leader, e rivendicare il valore del voto che è e non può che essere partigiano. Voto schierato non voto plebiscitario. È questa la distinzione che oggi è difficile fare e mantenere. All’origine della difficoltà vi è stata la decisione di Matteo Renzi di identificare il Sì con la sua persona e il suo governo, trasformando il No automaticamente in un giudizio sulla sua persona e in una causa di instabilità politica.
Questa trappola ci impedisce di battagliare da “partigiani amici”, come direbbe Machiavelli, e ci fa essere “partigiani nemici”. I primi sono quelli che si schierano nella libera competizione delle idee per favorire o contrastare un progetto politico. I secondi sono quelli che personalizzano la lotta politica mettendo nell’arena pubblica non le ragioni pro e contro un progetto, ma le rappresentazioni colorite delle tipologie di chi sta da una parte e dell’altra. I primi si rispettano come gli avversari di una battaglia legittima, i secondi si offendo e creano le condizioni per un risentimento che sarà difficile da dimenticare.
È da anni, da quando Silvio Berlusconi “scese in campo”, che la lotta politica ha preso la strada dello stile teatrale, della rappresentazione estetica — con forme mediatiche che hanno lo scopo di colpire le percezioni per mobilitare le emozioni e rendere la contesa radicale, non dialogica. Di creare identificazioni non forti nelle convinzioni ideali, ma forti nella vocalizzazione e nella pittorica rappresentazione. Come se ogni battaglia fosse l’ultima, come se la catastrofe e il diluvio seguissero ad una vittoria o ad una sconfitta. È questo stile populista del linguaggio estetico e tutto privato (ingiudicabile con la ragione pubblica) che ha corroso negli anni la nostra abitudine alla lotta partigiana, trasformandola in un Colosseo, uno spettacolo che vuol vedere il sangue che colora di rosso l’arena.
Le ragioni a favore o contro passano in secondo piano. Questo succede oggi. Per cui i blog e i social network assalgono chi si schiera con il Sì come fosse un rinnegato, e offendono gravemente chi vota No come fosse un nazi-fascista, un “falso” partigiano. A chi vota Sì è affibiato il titolo di lacché del potere, a chi vota No è appiccicata l’immagine della “palude”. Chi vota No sarebbe per la conservazione e chi vota Sì sarebbe per l’innovazione e intanto non si riesce a spiegare senza essere sbeffeggiati e sbeffeggiare che cosa si vuole preservare e che cosa di desidera innovare.
Siccome i sacerdoti del Sì non possono vantare, proprio come quelli del No, alcuna privilegiata saggezza, mettiamo sul tappeto le questioni reali implicate in questa battaglia sulla nostra Costituzione: parliamo del carattere di questa nuova versione della Costituzione e degli effetti che potrebbe generare, soprattutto se accoppiata con l’Italicum. Dicevano i teorici e i politici settecenteschi che hanno teorizzato e/o scritto le costituzioni che queste devono essere scritte per i demoni non per gli angeli. E come Peter sobrio che scrive le regole per Peter ubriaco, le carte di regole e di intenti servono proprio per esorcizzare e contenere il potere, in particolare quello istituzionalizzato, nell’eventuale occorrenza che venisse tenuto da mani sconsiderate. Come Benigni, anche altri sostenitori del Sì riconoscono che il nuovo Senato è pasticciato; diversi, anche nel Pd, si preoccupano degli effetti combinati della riforma con l’Italicum, che contrariamente a quanto succede per i sindaci premia non chi ha raggiunto il cinquanta per cento, ma il quaranta per cento. È legittimo farsi queste domande e voler discutere di queste questioni. È legittimo che i cittadini democratici si preoccupino di sapere quanto potere resterà a loro, quanta forza avrà la loro voce.
E invece il clima, già da quando la proposta di revisione costituzionale era ancora in Parlamento, è stato rabbuiato dalla retorica del plebiscito. Il manicheismo fa spettacolo ma non fa prendere decisioni sagge — la deliberazione democratica deve poter contare sul fatto che si entra in una discussione con un’idea e se ne può uscire con un’altra. Ma in questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione: ciascuno resta dell’idea che aveva all’inizio, mentre gli incerti e gli indifferenti saranno probabilmente più colpiti da una battaglia personalizzata che ragionata. Chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Per dirla con Benigni — ci facciamo tutti conformisti. A questo si giunge quando la Costituzione è fatta oggetto plebiscitario, o usata come un programma elettorale — per contare nemici e amici. Di costituzionale vi è davvero poco. Figuriamoci se questo fosse stato il clima dei Costituenti! Avremmo avuto la guerra civile non settant’anni di vita civile.
I partigiani del referendum e il diritto di Benigni
di Nadia Urbinati
RISPONDENDO alla domanda di Ezio Mauro se non avesse paura di passare per renziano confessando di votare Sì al referendum costituzionale, Roberto Benigni ha rivendicato il diritto di votare come pensa e non per conformarsi a chi non si conforma. E il diritto di votare implica il diritto di schierarsi: “Non voglio rimanere neutrale, lavarmene le mani dicendo che faccio l’artista, voglio essere libero. E la libertà non serve a nulla se non ti assumi la responsabilità di scegliere ciò che credi più giusto”. Risposta pertinente perché coerente ai due principi aurei della democrazia liberale e non plebiscitaria: votare con la propria testa e non con quella del leader, e rivendicare il valore del voto che è e non può che essere partigiano. Voto schierato non voto plebiscitario. È questa la distinzione che oggi è difficile fare e mantenere. All’origine della difficoltà vi è stata la decisione di Matteo Renzi di identificare il Sì con la sua persona e il suo governo, trasformando il No automaticamente in un giudizio sulla sua persona e in una causa di instabilità politica.
Questa trappola ci impedisce di battagliare da “partigiani amici”, come direbbe Machiavelli, e ci fa essere “partigiani nemici”. I primi sono quelli che si schierano nella libera competizione delle idee per favorire o contrastare un progetto politico. I secondi sono quelli che personalizzano la lotta politica mettendo nell’arena pubblica non le ragioni pro e contro un progetto, ma le rappresentazioni colorite delle tipologie di chi sta da una parte e dell’altra. I primi si rispettano come gli avversari di una battaglia legittima, i secondi si offendo e creano le condizioni per un risentimento che sarà difficile da dimenticare.
È da anni, da quando Silvio Berlusconi “scese in campo”, che la lotta politica ha preso la strada dello stile teatrale, della rappresentazione estetica — con forme mediatiche che hanno lo scopo di colpire le percezioni per mobilitare le emozioni e rendere la contesa radicale, non dialogica. Di creare identificazioni non forti nelle convinzioni ideali, ma forti nella vocalizzazione e nella pittorica rappresentazione. Come se ogni battaglia fosse l’ultima, come se la catastrofe e il diluvio seguissero ad una vittoria o ad una sconfitta. È questo stile populista del linguaggio estetico e tutto privato (ingiudicabile con la ragione pubblica) che ha corroso negli anni la nostra abitudine alla lotta partigiana, trasformandola in un Colosseo, uno spettacolo che vuol vedere il sangue che colora di rosso l’arena.
Le ragioni a favore o contro passano in secondo piano. Questo succede oggi. Per cui i blog e i social network assalgono chi si schiera con il Sì come fosse un rinnegato, e offendono gravemente chi vota No come fosse un nazi-fascista, un “falso” partigiano. A chi vota Sì è affibiato il titolo di lacché del potere, a chi vota No è appiccicata l’immagine della “palude”. Chi vota No sarebbe per la conservazione e chi vota Sì sarebbe per l’innovazione e intanto non si riesce a spiegare senza essere sbeffeggiati e sbeffeggiare che cosa si vuole preservare e che cosa di desidera innovare.
Siccome i sacerdoti del Sì non possono vantare, proprio come quelli del No, alcuna privilegiata saggezza, mettiamo sul tappeto le questioni reali implicate in questa battaglia sulla nostra Costituzione: parliamo del carattere di questa nuova versione della Costituzione e degli effetti che potrebbe generare, soprattutto se accoppiata con l’Italicum. Dicevano i teorici e i politici settecenteschi che hanno teorizzato e/o scritto le costituzioni che queste devono essere scritte per i demoni non per gli angeli. E come Peter sobrio che scrive le regole per Peter ubriaco, le carte di regole e di intenti servono proprio per esorcizzare e contenere il potere, in particolare quello istituzionalizzato, nell’eventuale occorrenza che venisse tenuto da mani sconsiderate. Come Benigni, anche altri sostenitori del Sì riconoscono che il nuovo Senato è pasticciato; diversi, anche nel Pd, si preoccupano degli effetti combinati della riforma con l’Italicum, che contrariamente a quanto succede per i sindaci premia non chi ha raggiunto il cinquanta per cento, ma il quaranta per cento. È legittimo farsi queste domande e voler discutere di queste questioni. È legittimo che i cittadini democratici si preoccupino di sapere quanto potere resterà a loro, quanta forza avrà la loro voce.
E invece il clima, già da quando la proposta di revisione costituzionale era ancora in Parlamento, è stato rabbuiato dalla retorica del plebiscito. Il manicheismo fa spettacolo ma non fa prendere decisioni sagge — la deliberazione democratica deve poter contare sul fatto che si entra in una discussione con un’idea e se ne può uscire con un’altra. Ma in questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione: ciascuno resta dell’idea che aveva all’inizio, mentre gli incerti e gli indifferenti saranno probabilmente più colpiti da una battaglia personalizzata che ragionata. Chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Per dirla con Benigni — ci facciamo tutti conformisti. A questo si giunge quando la Costituzione è fatta oggetto plebiscitario, o usata come un programma elettorale — per contare nemici e amici. Di costituzionale vi è davvero poco. Figuriamoci se questo fosse stato il clima dei Costituenti! Avremmo avuto la guerra civile non settant’anni di vita civile.
il manifesto 4.6.16
Referendum, la corsa passa dalla Cassazione
Le mosse di Renzi per anticipare alla prima domenica di ottobre la consultazione popolare sulla riforma costituzionale. Un percorso difficile che prevede la collaborazione degli ermellini. Ammesso che al governo non convenga aspettare il giudizio sull'Italicum
di Andrea Fabozzi
ROMA Napoli, Bologna, ma la vera chiusura della campagna elettorale Renzi la fa in televisione. Al Tg1 della sera, sfidando le norme della par condicio nonché le leggi della fisica sull’occupazione degli spazi. C’è ancora lui per cena, e parla ancora di referendum, anche se si vota domani nelle città. «La partita vera la giochiamo a ottobre», dice. E siccome non gli basta dettare tempi e regole del gioco, spaventa anche un po’: «Se non passa la riforma costituzionale perdiamo la flessibilità europea». Dunque, signori, in palio ci sono soldi.
Demagogica l’aveva annunciata, e demagogica la sta facendo la campagna elettorale sul referendum, il premier che non sa più come nascondere le urne amministrative. Sono nulla: «Per il governo e per il paese non cambia niente». A ottobre invece, a proposito di campagna «nel merito», se passa il Sì «un parlamentare su tre va via, torna a lavorare». L’antipolitica da palazzo Chigi.
Ma insieme alla propaganda, c’è la strategia. Ecco allora i ragionamenti sull’annuncio fatto dal presidente del Consiglio mercoledì, naturalmente in tv: «Spero che il referendum si possa fare il 2 ottobre», la festa dei nonni. Uscita che ha immediatamente portato a ragionare sull’incrocio con il 4 ottobre, il giorno in cui la Corte costituzionale prenderà in esame il primo (e unico) ricorso contro la legge elettorale, quello arrivato dal tribunale di Messina. Ricorso in realtà considerato abbastanza gracile, attorno al quale le previsioni dei giuristi non sono le migliori. Si immagina che la Consulta possa non accoglierlo. Fosse così, portare il popolo a votare sulla riforma costituzionale la settimana dopo, e non quella prima, della decisione sull’Italicum, potrebbe al contrario convenire a palazzo Chigi. Perché la bocciatura dei giudici delle leggi sarebbe a quel punto un buon viatico per il Sì.
Evidentemente, si consolano gli avversari dell’Italicum, se Renzi vuole anticipare il referendum significa che qualche preoccupazione sull’atteggiamento della Corte ce l’ha. Preferisce non rischiare: fosse azzoppato l’Italicum, anche la riforma costituzionale perderebbe l’equilibrio. Ma il calendario lo consente, può il governo anticipare alla prima domenica di ottobre il referendum costituzionale? Siamo proprio sul filo.
Spetta all’ufficio centrale della Cassazione decidere sulla legittimità delle richieste di referendum. Una, quella dei deputati della minoranza, è stata immediatamente accolta agli inizi di maggio, velocissima. Ma molte altre sono poi arrivate, e altre ancora si annunciano in extremis, per esempio dal Movimento 5 stelle. C’è tempo fino al 14 luglio (tre mesi: la riforma è stata pubblicata in Gazzetta il 15 aprile). Per il governo è importante che la Cassazione decida anche stavolta velocemente. In teoria ha un mese di tempo ma se lo usasse tutto andrebbe oltre la seconda settimana di agosto, termine massimo in cui può essere convocato il Consiglio dei ministri per indire il referendum il 2 ottobre. E la Cassazione cercherà di fare presto. Ma due richieste di referendum possono richiedere un esame più lungo. Quella dei radicali, che hanno proposto un quesito per parti separate e due quesiti parziali.Sarebbe un precedente importante, ma al quale gli ermellini potrebbero applicarsi solo nel caso in cui arrivasse l’appoggio indispensabile dei parlamentari. Poi ci sono le richieste sostenute dalle firme di 500mila cittadini. Anche Renzi ne ha lanciata una, di cittadini per il Sì, ma consapevole del rischio di allungare i tempi (le firme vanno controllate) ha deciso di portare tutto in Cassazione con sette giorni di anticipo, il 7 luglio. Poi c’è la raccolta del Comitato del No, che invece sfrutterà tutto il tempo a sua disposizione. Motivo in più per firmare quei moduli.
Referendum, la corsa passa dalla Cassazione
Le mosse di Renzi per anticipare alla prima domenica di ottobre la consultazione popolare sulla riforma costituzionale. Un percorso difficile che prevede la collaborazione degli ermellini. Ammesso che al governo non convenga aspettare il giudizio sull'Italicum
di Andrea Fabozzi
ROMA Napoli, Bologna, ma la vera chiusura della campagna elettorale Renzi la fa in televisione. Al Tg1 della sera, sfidando le norme della par condicio nonché le leggi della fisica sull’occupazione degli spazi. C’è ancora lui per cena, e parla ancora di referendum, anche se si vota domani nelle città. «La partita vera la giochiamo a ottobre», dice. E siccome non gli basta dettare tempi e regole del gioco, spaventa anche un po’: «Se non passa la riforma costituzionale perdiamo la flessibilità europea». Dunque, signori, in palio ci sono soldi.
Demagogica l’aveva annunciata, e demagogica la sta facendo la campagna elettorale sul referendum, il premier che non sa più come nascondere le urne amministrative. Sono nulla: «Per il governo e per il paese non cambia niente». A ottobre invece, a proposito di campagna «nel merito», se passa il Sì «un parlamentare su tre va via, torna a lavorare». L’antipolitica da palazzo Chigi.
Ma insieme alla propaganda, c’è la strategia. Ecco allora i ragionamenti sull’annuncio fatto dal presidente del Consiglio mercoledì, naturalmente in tv: «Spero che il referendum si possa fare il 2 ottobre», la festa dei nonni. Uscita che ha immediatamente portato a ragionare sull’incrocio con il 4 ottobre, il giorno in cui la Corte costituzionale prenderà in esame il primo (e unico) ricorso contro la legge elettorale, quello arrivato dal tribunale di Messina. Ricorso in realtà considerato abbastanza gracile, attorno al quale le previsioni dei giuristi non sono le migliori. Si immagina che la Consulta possa non accoglierlo. Fosse così, portare il popolo a votare sulla riforma costituzionale la settimana dopo, e non quella prima, della decisione sull’Italicum, potrebbe al contrario convenire a palazzo Chigi. Perché la bocciatura dei giudici delle leggi sarebbe a quel punto un buon viatico per il Sì.
Evidentemente, si consolano gli avversari dell’Italicum, se Renzi vuole anticipare il referendum significa che qualche preoccupazione sull’atteggiamento della Corte ce l’ha. Preferisce non rischiare: fosse azzoppato l’Italicum, anche la riforma costituzionale perderebbe l’equilibrio. Ma il calendario lo consente, può il governo anticipare alla prima domenica di ottobre il referendum costituzionale? Siamo proprio sul filo.
Spetta all’ufficio centrale della Cassazione decidere sulla legittimità delle richieste di referendum. Una, quella dei deputati della minoranza, è stata immediatamente accolta agli inizi di maggio, velocissima. Ma molte altre sono poi arrivate, e altre ancora si annunciano in extremis, per esempio dal Movimento 5 stelle. C’è tempo fino al 14 luglio (tre mesi: la riforma è stata pubblicata in Gazzetta il 15 aprile). Per il governo è importante che la Cassazione decida anche stavolta velocemente. In teoria ha un mese di tempo ma se lo usasse tutto andrebbe oltre la seconda settimana di agosto, termine massimo in cui può essere convocato il Consiglio dei ministri per indire il referendum il 2 ottobre. E la Cassazione cercherà di fare presto. Ma due richieste di referendum possono richiedere un esame più lungo. Quella dei radicali, che hanno proposto un quesito per parti separate e due quesiti parziali.Sarebbe un precedente importante, ma al quale gli ermellini potrebbero applicarsi solo nel caso in cui arrivasse l’appoggio indispensabile dei parlamentari. Poi ci sono le richieste sostenute dalle firme di 500mila cittadini. Anche Renzi ne ha lanciata una, di cittadini per il Sì, ma consapevole del rischio di allungare i tempi (le firme vanno controllate) ha deciso di portare tutto in Cassazione con sette giorni di anticipo, il 7 luglio. Poi c’è la raccolta del Comitato del No, che invece sfrutterà tutto il tempo a sua disposizione. Motivo in più per firmare quei moduli.
Il Sole 4.6.16
Renzi parla di referendum, Grillo non va in piazza: chi mette la faccia sul voto
Le facce «coperte» di chi vince e chi perde
di Lina Palmerini
La singolarità di questo voto è che i due principali sfidanti si tengono un passo indietro. Renzi dice che il test è sui sindaci, Grillo diserta le piazze. E allora chi metterà la faccia su vittorie o sconfitte? Il premier punta sul referendum ma per i 5 Stelle il tema di chi è responsabile dei risultati sarà il dilemma del dopo-urne.
Si deve credere fino a un certo punto a Matteo Renzi quando anche ieri diceva che le amministrative sono un’elezione locale, che riguarda i candidati-sindaci, non il Governo o la sua persona. Resta infatti difficile immaginare che il premier non si prenderà neanche un po' di merito da vittorie importanti – se ci saranno – a Roma o Milano. Sarebbe anche sbagliato non attribuirsi parte del successo soprattutto nelle città in cui le persone “in gara” sono state scelte da lui. Maliziosamente si è più portati a pensare che è alle sconfitte che il leader del Pd pensa, ed è quelle che coprirà rinviando l’appuntamento politico definitivo al referendum costituzionale come vero banco di prova per se stesso.
È vero che queste amministrative non saranno una svolta per il Governo, però saranno una tappa intermedia importante per – eventualmente – ricalibrare il tiro anche sulla campagna di ottobre. Saranno invece una svolta per i 5 Stelle. Perché accanto a Renzi che cerca di tenersi distante dall’esito delle amministrative, c’è anche il suo principale sfidante – Grillo – che in piazza non si è quasi fatto vedere. Renzi, gli ultimi giorni ha provato un rush finale a Roma e Milano, a Torino e Napoli, ieri a Bologna e Rimini, ma il guru del Movimento – invece – è stato assolutamente in disparte.
Ha lasciato che il direttorio si muovesse da solo, i vari leader si sono divisi i comizi e la campagna elettorale è rimasta senza la grande forza d’urto di quelle piazze che Grillo riempiva. Il “vaffa day”, lo “tsunami tour”, davano un titolo e un’immagine potente a ciò che il Movimento voleva rappresentare: la svolta radicale. Ieri a piazza del Popolo doveva esserci il guru ma ha inviato solo un video, Casaleggio è scomparso da poco e i grillini si sono trovati alla loro prima campagna elettorali a metterci solo le loro facce.
Però il tema è proprio questo. E certamente dilanierà i 5 Stelle soprattutto in caso di sconfitta. Cioè se verrà mancato il traguardo di Roma, se dovesse venire meno anche quello di Torino – le due città dove il Movimento è dato più forte – di chi sarà la responsabilità? Del direttorio tutto? Difficile perché come si sa tra i vari leader non c’è un clima di armonia. E dunque è immaginabile che si arriverà a un redde rationem, a una resa dei conti su chi comanda, chi decide, chi è più forte tra Di Maio, Fico e Di Battista.
Naturalmente la vittoria, soprattutto a Roma, avrà un effetto curativo su queste divisioni più o meno latenti. Il Movimento non si spaccherà in discussioni, tutto si svolgerà più sotto traccia, ma comunque il passaggio di queste amministrative non renderà rinviabile il tema della leadership.
Per il centrodestra, la faccia del perdente o del vincente si vedrà subito. E si vedrà a Roma. Perché queste amministrative non sono giocate in chiave anti-Renzi ma in chiave interna: Silvio Berlusconi conterà ancora? Naturalmente se Marchini non dovesse andare al ballottaggio ma dovesse farcela la Meloni, è chiaro che per il Cavaliere è finita. Ma se né l’uno né l’altro dovessero farcela, allora nelle mani dell’anziano leader resterà un potere d’interdizione e dunque di comando. Che sarebbe molto più forte se passasse Marchini al ballottaggio – naturalmente – mentre su Milano la gara interna è silenziata dal candidato che raccoglie tutto il centrodestra.
Alla fine per nessuno dei leader questa sarà la partita politica decisiva, ma una tappa intermedia – sostanziale - per affrontare i grandi dilemmi interni.
Renzi parla di referendum, Grillo non va in piazza: chi mette la faccia sul voto
Le facce «coperte» di chi vince e chi perde
di Lina Palmerini
La singolarità di questo voto è che i due principali sfidanti si tengono un passo indietro. Renzi dice che il test è sui sindaci, Grillo diserta le piazze. E allora chi metterà la faccia su vittorie o sconfitte? Il premier punta sul referendum ma per i 5 Stelle il tema di chi è responsabile dei risultati sarà il dilemma del dopo-urne.
Si deve credere fino a un certo punto a Matteo Renzi quando anche ieri diceva che le amministrative sono un’elezione locale, che riguarda i candidati-sindaci, non il Governo o la sua persona. Resta infatti difficile immaginare che il premier non si prenderà neanche un po' di merito da vittorie importanti – se ci saranno – a Roma o Milano. Sarebbe anche sbagliato non attribuirsi parte del successo soprattutto nelle città in cui le persone “in gara” sono state scelte da lui. Maliziosamente si è più portati a pensare che è alle sconfitte che il leader del Pd pensa, ed è quelle che coprirà rinviando l’appuntamento politico definitivo al referendum costituzionale come vero banco di prova per se stesso.
È vero che queste amministrative non saranno una svolta per il Governo, però saranno una tappa intermedia importante per – eventualmente – ricalibrare il tiro anche sulla campagna di ottobre. Saranno invece una svolta per i 5 Stelle. Perché accanto a Renzi che cerca di tenersi distante dall’esito delle amministrative, c’è anche il suo principale sfidante – Grillo – che in piazza non si è quasi fatto vedere. Renzi, gli ultimi giorni ha provato un rush finale a Roma e Milano, a Torino e Napoli, ieri a Bologna e Rimini, ma il guru del Movimento – invece – è stato assolutamente in disparte.
Ha lasciato che il direttorio si muovesse da solo, i vari leader si sono divisi i comizi e la campagna elettorale è rimasta senza la grande forza d’urto di quelle piazze che Grillo riempiva. Il “vaffa day”, lo “tsunami tour”, davano un titolo e un’immagine potente a ciò che il Movimento voleva rappresentare: la svolta radicale. Ieri a piazza del Popolo doveva esserci il guru ma ha inviato solo un video, Casaleggio è scomparso da poco e i grillini si sono trovati alla loro prima campagna elettorali a metterci solo le loro facce.
Però il tema è proprio questo. E certamente dilanierà i 5 Stelle soprattutto in caso di sconfitta. Cioè se verrà mancato il traguardo di Roma, se dovesse venire meno anche quello di Torino – le due città dove il Movimento è dato più forte – di chi sarà la responsabilità? Del direttorio tutto? Difficile perché come si sa tra i vari leader non c’è un clima di armonia. E dunque è immaginabile che si arriverà a un redde rationem, a una resa dei conti su chi comanda, chi decide, chi è più forte tra Di Maio, Fico e Di Battista.
Naturalmente la vittoria, soprattutto a Roma, avrà un effetto curativo su queste divisioni più o meno latenti. Il Movimento non si spaccherà in discussioni, tutto si svolgerà più sotto traccia, ma comunque il passaggio di queste amministrative non renderà rinviabile il tema della leadership.
Per il centrodestra, la faccia del perdente o del vincente si vedrà subito. E si vedrà a Roma. Perché queste amministrative non sono giocate in chiave anti-Renzi ma in chiave interna: Silvio Berlusconi conterà ancora? Naturalmente se Marchini non dovesse andare al ballottaggio ma dovesse farcela la Meloni, è chiaro che per il Cavaliere è finita. Ma se né l’uno né l’altro dovessero farcela, allora nelle mani dell’anziano leader resterà un potere d’interdizione e dunque di comando. Che sarebbe molto più forte se passasse Marchini al ballottaggio – naturalmente – mentre su Milano la gara interna è silenziata dal candidato che raccoglie tutto il centrodestra.
Alla fine per nessuno dei leader questa sarà la partita politica decisiva, ma una tappa intermedia – sostanziale - per affrontare i grandi dilemmi interni.
Corriere 4.6.16
Perché è finita la stagione dei grandi sindaci
di Massimo Franco
L’ aspetto più vistoso del voto amministrativo di domani è lo squilibrio tra uno scontro ad altissima tensione tra i partiti, e la freddezza che si avverte nell’elettorato.
Non significa automaticamente che ci sarà un massiccio astensionismo, sebbene il pericolo sia reale. È che in realtà si è parlato poco delle grandi città da governare: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, per citarne alcune. La dimensione nazionale ha schiacciato quella locale. La stessa scelta dei candidati a sindaco ha seguito in prevalenza, almeno, dinamiche «romane» più che cittadine. I profili degli aspiranti «primi cittadini» e «prime cittadine» riflettono e esasperano la fine del ciclo dei «grandi sindaci».
Probabilmente era finito da tempo, come la Seconda Repubblica. Nel 1993, lo scontro per il Campidoglio tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini fu il laboratorio e la vetrina di una fase che sarebbe durata oltre un quindicennio. Segnata dal sistema maggioritario; dall’elezione diretta; e da un meccanismo di selezione della nomenklatura politica che portava poi naturalmente quei candidati ad affacciarsi legittimamente sul palcoscenico della politica nazionale: com’è accaduto per Rutelli e Fini, al pari di Leoluca Orlando dopo la sua prima giunta a Palermo, o a Massimo Cacciari a Venezia, o ancora Enzo Bianco a Catania; o lo stesso Antonio Bassolino a Napoli.
Oggi, invece, si fatica a vedere negli enti locali un piedistallo, tranne in alcuni casi: ad esempio in quello di Luigi de Magistris, sindaco uscente di Napoli, che vuole usare una rielezione per guidare la sinistra antirenziana. Forse perché con la crisi economica sono diventati centri di spesa così voraci e spreconi che alla fine hanno subito tagli di fondi consistenti. Da trampolini per il «salto» verso il Parlamento nazionale e i posti di governo, sono diventati retrovie di una classe politica incapace di evitare un gioco al ribasso; e trincee di prima linea dove si misurano tutti i rischi di quella che è stata chiamata «democrazia senza popolo»: la deriva verso percentuali di votanti che si assottigliano progressivamente e in maniera inesorabile, indebolendo l’investitura di chi viene eletto.
Il fatto che nella riforma del Senato sottoposta a referendum confermativo in ottobre il ruolo di alcuni di loro sarà quello di «parlamentari», anche se non eletti direttamente, non cambia la sostanza. Anzi, sull’onda montante della contestazione al sistema dei partiti viene insinuato il dubbio che la loro scelta servirà solo a proteggerli dalle inchieste della magistratura: accusa sbrigativa e strumentale, che finisce tuttavia per additare un problema reale di competenza e di trasparenza nella gestione dei Comuni e delle Regioni.
D’altronde, ci sarà una ragione se rispetto al passato le forze politiche hanno faticato a trovare candidature di vero richiamo. Un tempo, l’ambizione di diventare sindaci di una grande città spingeva donne e uomini del potere nazionale a rinunciare a posti di ministro e sottosegretario; o anche a prestigiose posizioni accademiche o nell’industria. I vertici dei partiti si sono dovuti inchinare ai «no» di chi non voleva correre per quegli incarichi, convinto che non ne valesse la pena. A ben vedere, anche chi ha accettato di farlo in alcune realtà, si è tenuto stretto il posto di deputato o di deputata: un paracadute contro la bocciatura.
A spaventare non sono soltanto le indagini, che hanno rivelato il saccheggio di Roma in modo eclatante, e mostrato realtà degradate un po’ dovunque, finendo per accreditare il malaffare come cifra della politica a livello locale. L’altro fenomeno è un trasformismo che irrita l’elettorato quasi quanto la corruzione, perché è vissuto come tradimento del mandato popolare. E soprattutto, al fondo si indovina la crisi dell’istituzione locale in quanto tale, segnata dagli scandali e dalla cattiva amministrazione. Insomma, se va registrato un cambio di passo, è in una direzione assai controversa, e tutta da decifrare nei suoi sviluppi.
Il connotato più vistoso di quella che semplicisticamente viene chiamata Terza Repubblica è la frammentazione. Significa una scomposizione progressiva dei vecchi gusci partitici e degli interessi che li amalgamavano; mancanza di una visione unificante del Paese; conflittualità generalizzata ma senza sbocchi; e fuga verso microidentità che impediscono di guardare al bene comune. Di questa involuzione, le Amministrative sono uno specchio fedele, perché riflettono quanto succede al «piano terra» della politica e della vita quotidiana.
Benché rassicurante, sarebbe miope pensare a una società civile virtuosa, contrapposta a partiti «brutti e sporchi». Piaccia o no, le nomenklature partitiche sono proiezioni di pezzi consistenti della realtà sociale, soprattutto nei difetti. Dunque, si va verso scelte a bassissima intensità, quasi per autodifesa rispetto ai toni inutilmente esasperati della politica. Eppure si tratta di scelte che pesano, da
Perché è finita la stagione dei grandi sindaci
di Massimo Franco
L’ aspetto più vistoso del voto amministrativo di domani è lo squilibrio tra uno scontro ad altissima tensione tra i partiti, e la freddezza che si avverte nell’elettorato.
Non significa automaticamente che ci sarà un massiccio astensionismo, sebbene il pericolo sia reale. È che in realtà si è parlato poco delle grandi città da governare: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, per citarne alcune. La dimensione nazionale ha schiacciato quella locale. La stessa scelta dei candidati a sindaco ha seguito in prevalenza, almeno, dinamiche «romane» più che cittadine. I profili degli aspiranti «primi cittadini» e «prime cittadine» riflettono e esasperano la fine del ciclo dei «grandi sindaci».
Probabilmente era finito da tempo, come la Seconda Repubblica. Nel 1993, lo scontro per il Campidoglio tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini fu il laboratorio e la vetrina di una fase che sarebbe durata oltre un quindicennio. Segnata dal sistema maggioritario; dall’elezione diretta; e da un meccanismo di selezione della nomenklatura politica che portava poi naturalmente quei candidati ad affacciarsi legittimamente sul palcoscenico della politica nazionale: com’è accaduto per Rutelli e Fini, al pari di Leoluca Orlando dopo la sua prima giunta a Palermo, o a Massimo Cacciari a Venezia, o ancora Enzo Bianco a Catania; o lo stesso Antonio Bassolino a Napoli.
Oggi, invece, si fatica a vedere negli enti locali un piedistallo, tranne in alcuni casi: ad esempio in quello di Luigi de Magistris, sindaco uscente di Napoli, che vuole usare una rielezione per guidare la sinistra antirenziana. Forse perché con la crisi economica sono diventati centri di spesa così voraci e spreconi che alla fine hanno subito tagli di fondi consistenti. Da trampolini per il «salto» verso il Parlamento nazionale e i posti di governo, sono diventati retrovie di una classe politica incapace di evitare un gioco al ribasso; e trincee di prima linea dove si misurano tutti i rischi di quella che è stata chiamata «democrazia senza popolo»: la deriva verso percentuali di votanti che si assottigliano progressivamente e in maniera inesorabile, indebolendo l’investitura di chi viene eletto.
Il fatto che nella riforma del Senato sottoposta a referendum confermativo in ottobre il ruolo di alcuni di loro sarà quello di «parlamentari», anche se non eletti direttamente, non cambia la sostanza. Anzi, sull’onda montante della contestazione al sistema dei partiti viene insinuato il dubbio che la loro scelta servirà solo a proteggerli dalle inchieste della magistratura: accusa sbrigativa e strumentale, che finisce tuttavia per additare un problema reale di competenza e di trasparenza nella gestione dei Comuni e delle Regioni.
D’altronde, ci sarà una ragione se rispetto al passato le forze politiche hanno faticato a trovare candidature di vero richiamo. Un tempo, l’ambizione di diventare sindaci di una grande città spingeva donne e uomini del potere nazionale a rinunciare a posti di ministro e sottosegretario; o anche a prestigiose posizioni accademiche o nell’industria. I vertici dei partiti si sono dovuti inchinare ai «no» di chi non voleva correre per quegli incarichi, convinto che non ne valesse la pena. A ben vedere, anche chi ha accettato di farlo in alcune realtà, si è tenuto stretto il posto di deputato o di deputata: un paracadute contro la bocciatura.
A spaventare non sono soltanto le indagini, che hanno rivelato il saccheggio di Roma in modo eclatante, e mostrato realtà degradate un po’ dovunque, finendo per accreditare il malaffare come cifra della politica a livello locale. L’altro fenomeno è un trasformismo che irrita l’elettorato quasi quanto la corruzione, perché è vissuto come tradimento del mandato popolare. E soprattutto, al fondo si indovina la crisi dell’istituzione locale in quanto tale, segnata dagli scandali e dalla cattiva amministrazione. Insomma, se va registrato un cambio di passo, è in una direzione assai controversa, e tutta da decifrare nei suoi sviluppi.
Il connotato più vistoso di quella che semplicisticamente viene chiamata Terza Repubblica è la frammentazione. Significa una scomposizione progressiva dei vecchi gusci partitici e degli interessi che li amalgamavano; mancanza di una visione unificante del Paese; conflittualità generalizzata ma senza sbocchi; e fuga verso microidentità che impediscono di guardare al bene comune. Di questa involuzione, le Amministrative sono uno specchio fedele, perché riflettono quanto succede al «piano terra» della politica e della vita quotidiana.
Benché rassicurante, sarebbe miope pensare a una società civile virtuosa, contrapposta a partiti «brutti e sporchi». Piaccia o no, le nomenklature partitiche sono proiezioni di pezzi consistenti della realtà sociale, soprattutto nei difetti. Dunque, si va verso scelte a bassissima intensità, quasi per autodifesa rispetto ai toni inutilmente esasperati della politica. Eppure si tratta di scelte che pesano, da
Repubblica 4.6.16
Quei camaleonti che ammiccano all’anti-politica
Così si replicano i trucchi della vecchia classe dirigente
Le liste civiche sono il segno di un sistema che ha paura di se stesso e tenta di mimetizzarsi La storia insegna che cancellare le proprie radici non sempre porta fortuna
di Stefano Folli
IN ATTESA di capire se queste amministrative batteranno il record dell’astensionismo, c’è un altro primato che è già crollato. Mai nella storia elettorale dell’Italia repubblicana era stato presentato un numero così alto di liste civiche, in teoria sganciate dai partiti tradizionali ed espressione di movimenti locali, spontanei. Ma è bene intendersi subito: questa definizione è pura accademia. Le liste civiche del 2016 sono camaleontiche, servono a nascondere le vecchie sigle che dietro il fragile schermo continuano a prosperare e ad agire esattamente come prima.
Ci sono le eccezioni, è ovvio: vere liste civiche, soprattutto nei piccoli centri, che hanno poco da spartire con i partiti di cui rappresentano semmai la crisi. Ma basta guardare le cifre per capire invece che il fenomeno delle liste-camaleonte è imponente e rappresenta il segno di un sistema politico che ha paura di se stesso e tenta di mimetizzarsi con qualche goffaggine. Un semplice confronto: nel 1997 in 1418 comuni si presentarono davanti agli elettori 2117 liste civiche. Oggi in 1342 comuni le civiche sono circa il doppio di diciannove anni fa: 3910. E ancora: nel ‘97 in 458 comuni c’erano in campo solo liste civiche (quindi nessuna sigla partitica nazionale): la percentuale era pari al 32,3 per cento del totale. Oggi sono 875 i comuni dove si voterà solo per le civiche: il 67,2 per cento del numero totale.
Se fosse un fenomeno genuino, sarebbe quasi una rivoluzione. Ma la realtà è un po’ diversa. Tranne in casi specifici, i simboli partitici sbianchettati non bastano per concludere che i cittadini si siano riappropriati della loro rappresentanza. Significa invece che è in atto un fenomeno di trasformismo, con il tentativo di confondere le acque e di ammiccare ai sentimenti anti-politici più ovvii dell’elettorato. E allora più che di liste civiche si deve davvero parlare di liste-camaleonte. Chi è scettico può osservare un altro dato: Forza Italia è presente con il suo simbolo solo nel 6,7 per cento dei comuni in cui si vota; il Pd lo è nel 11,6 per cento. È come se ci si vergognasse della propria storia e della propria identità. E se questo è forse comprensibile per il partito di Berlusconi, la cui vicenda più che ventennale sembra volgere al termine, almeno nella forma vista fin qui, lo è assai meno per il Pd, il partito di Renzi.
Il premier usa spesso argomenti mutuati dal lessico dei “grillini” (specie in relazione alla cosiddetta “casta”) per tagliare l’erba sotto i piedi del M5S. Con quale successo, lo vedremo nello scrutinio fra domenica e lunedì. Ma la storia insegna che cancellare le proprie radici, in nome di una generica nuova “verginità” politica, non sempre porta fortuna.
Le liste-camaleonte sotto questo aspetto - ed escludendo quelle che lo sono realmente - coincidono soprattutto con un gesto che denota inquietudine, un pizzico di codardia e scarsa fiducia in se stessi, sia che si tratti di iniziative nate a destra sia che l’operazione venga da sinistra. Se poi la ragione è un’altra, ossia la necessità di combattere l’astensionismo offrendo all’elettore una novità sia pure fittizia, il rimedio potrebbe essere peggiore del male. Al termine di una campagna inutile e noiosa, molto al di sotto degli standard minimi soprattutto nella Capitale, ma anche altrove, la presenza di esponenti politici di primo piano, ben collaudati, avrebbe mobilitato l’opinione pubblica e magari risvegliato un pizzico di passione politica. Viceversa nulla o quasi ha increspato la superficie dello stagno.
È qui che l’astensionismo trae il proprio nutrimento: dall’irrilevanza di una politica spesso lontana dal cittadino. Una politica che si scaglia contro il populismo, ma poi lo imita nei comportamenti pratici, con risultati abnormi. Le finte liste civiche richiamano le peggiori manovre di palazzo e quel che è peggio il trucco si vede subito. È amaro concludere la campagna elettorale con queste considerazioni. Ma è il segno che non c’è molto altro da raccontare.
Quei camaleonti che ammiccano all’anti-politica
Così si replicano i trucchi della vecchia classe dirigente
Le liste civiche sono il segno di un sistema che ha paura di se stesso e tenta di mimetizzarsi La storia insegna che cancellare le proprie radici non sempre porta fortuna
di Stefano Folli
IN ATTESA di capire se queste amministrative batteranno il record dell’astensionismo, c’è un altro primato che è già crollato. Mai nella storia elettorale dell’Italia repubblicana era stato presentato un numero così alto di liste civiche, in teoria sganciate dai partiti tradizionali ed espressione di movimenti locali, spontanei. Ma è bene intendersi subito: questa definizione è pura accademia. Le liste civiche del 2016 sono camaleontiche, servono a nascondere le vecchie sigle che dietro il fragile schermo continuano a prosperare e ad agire esattamente come prima.
Ci sono le eccezioni, è ovvio: vere liste civiche, soprattutto nei piccoli centri, che hanno poco da spartire con i partiti di cui rappresentano semmai la crisi. Ma basta guardare le cifre per capire invece che il fenomeno delle liste-camaleonte è imponente e rappresenta il segno di un sistema politico che ha paura di se stesso e tenta di mimetizzarsi con qualche goffaggine. Un semplice confronto: nel 1997 in 1418 comuni si presentarono davanti agli elettori 2117 liste civiche. Oggi in 1342 comuni le civiche sono circa il doppio di diciannove anni fa: 3910. E ancora: nel ‘97 in 458 comuni c’erano in campo solo liste civiche (quindi nessuna sigla partitica nazionale): la percentuale era pari al 32,3 per cento del totale. Oggi sono 875 i comuni dove si voterà solo per le civiche: il 67,2 per cento del numero totale.
Se fosse un fenomeno genuino, sarebbe quasi una rivoluzione. Ma la realtà è un po’ diversa. Tranne in casi specifici, i simboli partitici sbianchettati non bastano per concludere che i cittadini si siano riappropriati della loro rappresentanza. Significa invece che è in atto un fenomeno di trasformismo, con il tentativo di confondere le acque e di ammiccare ai sentimenti anti-politici più ovvii dell’elettorato. E allora più che di liste civiche si deve davvero parlare di liste-camaleonte. Chi è scettico può osservare un altro dato: Forza Italia è presente con il suo simbolo solo nel 6,7 per cento dei comuni in cui si vota; il Pd lo è nel 11,6 per cento. È come se ci si vergognasse della propria storia e della propria identità. E se questo è forse comprensibile per il partito di Berlusconi, la cui vicenda più che ventennale sembra volgere al termine, almeno nella forma vista fin qui, lo è assai meno per il Pd, il partito di Renzi.
Il premier usa spesso argomenti mutuati dal lessico dei “grillini” (specie in relazione alla cosiddetta “casta”) per tagliare l’erba sotto i piedi del M5S. Con quale successo, lo vedremo nello scrutinio fra domenica e lunedì. Ma la storia insegna che cancellare le proprie radici, in nome di una generica nuova “verginità” politica, non sempre porta fortuna.
Le liste-camaleonte sotto questo aspetto - ed escludendo quelle che lo sono realmente - coincidono soprattutto con un gesto che denota inquietudine, un pizzico di codardia e scarsa fiducia in se stessi, sia che si tratti di iniziative nate a destra sia che l’operazione venga da sinistra. Se poi la ragione è un’altra, ossia la necessità di combattere l’astensionismo offrendo all’elettore una novità sia pure fittizia, il rimedio potrebbe essere peggiore del male. Al termine di una campagna inutile e noiosa, molto al di sotto degli standard minimi soprattutto nella Capitale, ma anche altrove, la presenza di esponenti politici di primo piano, ben collaudati, avrebbe mobilitato l’opinione pubblica e magari risvegliato un pizzico di passione politica. Viceversa nulla o quasi ha increspato la superficie dello stagno.
È qui che l’astensionismo trae il proprio nutrimento: dall’irrilevanza di una politica spesso lontana dal cittadino. Una politica che si scaglia contro il populismo, ma poi lo imita nei comportamenti pratici, con risultati abnormi. Le finte liste civiche richiamano le peggiori manovre di palazzo e quel che è peggio il trucco si vede subito. È amaro concludere la campagna elettorale con queste considerazioni. Ma è il segno che non c’è molto altro da raccontare.
Repubblica 4.6.16
L’eclissi dei simboli dei partiti spariti in due Comuni su tre
Rispetto al 1997 i simboli locali sono raddoppiati. Il Pd si presenta con le sue insegne nell’11,6% dei casi, Forza Italia nel 6,7%, i Cinque Stelle nel 18,7%
di Tommaso Ciriaco
ROMA. Indebolita dall’antipolitica, mimetizzata in mille liste civiche e soffocata dalla crisi della militanza: ecco dov’è finita la Repubblica dei partiti. Rintracciare un simbolo tradizionale nelle liste è ormai un’impresa, mentre il grafico degli ultimi vent’anni mostra l’impetuosa ascesa di contenitori cittadini che nascono e muoiono nello spazio di un’elezione. Certo, il meccanismo elettorale per i comuni con meno di 15 mila abitanti rende le civiche “convenienti”. Un tempo, però, anche le piccole forze erano radicate a tal punto che preferivano contarsi. E nelle grandi città c’era spazio solo per il logo di partito. Siamo di fronte a un declino inesorabile? Basta comparare le comunali del 1997 con quelle del 2016: parlano i numeri.
RADDOPPIANO LE CIVICHE
Nel 1997 si votò ad aprile, poi ancora a novembre. In tutto 1418 comuni con 2117 liste civiche: 1,49 per ogni città. Vent’anni dopo, amministrative del giugno 2016, si contano 3910 civiche in 1342 comuni: stavolta la media è 2,91. Il doppio.
NIENTE SIMBOLI IN 2 COMUNI SU 3
Molti di coloro che si recheranno domani alle urne non troveranno sulla scheda un simbolo di partito, perché nel 65,2% delle città correranno solo liste civiche. E nel 1997? Allora soltanto il 32,3% dei comuni si trovava in questa condizione. Che è poi, secondo l’Antimafia, lo schema peggiore perché rischia di favorire l’infiltrazione criminale nelle amministrazioni.
NIENTE M5S IN 8 COMUNI SU 10
Sarà che sbocciano ovunque liste cittadine, o forse è colpa di organizzazioni molto meno “militari” di un tempo, fatto sta che i partiti non presentano il proprio simbolo in moltissime realtà. Il 5 giugno il Movimento cinque stelle correrà nel 18,7% dei comuni. Non ci sarà, insomma, in 8 città su 10.
POCO PD SULLE LISTE
Il logo del Pd è visibile solo nell’11,6% dei comuni, anche se in parecchie realtà è mimetizzato proprio nelle civiche.
FORZA ITALIA NON C’È PIÙ
Arranca ancora di più il partito di Silvio Berlusconi, che lancia liste solamente nel 6,7% delle città al voto: una vera e propria miseria.
CALABRIA, IN 20 ANNI IL BOOM
Il caso calabrese è emblematico. Nel 1997 i comuni in cui si potevano votare solo liste civiche erano il 42%. Nel 2016 la cifra è più che raddoppiata: 91,7%. Significa che in nove città su dieci i simboli di partito sono letteralmente scomparsi.
LA CONTA DEL DECLINO
Non c’è solo la Calabria. I comuni “civici al 100%” sono passati dal 54,3 all’89% in Sardegna, dal 30,8 all’84,8% in Molise, dal 36,6 all’81,9% in Abruzzo. E ancora, sempre nella parte alta della classifica: dal 40 al 79,6% in Liguria, dal 37 al 78,3% in Piemonte.
LA CAMPANIA TRIPLICA
Dal 1997 triplicano le civiche in Campania, passando dal 27,1% al 75%. E volano anche nel Lazio: dal 37,2% al 71,6%.
PIÙ MOVIMENTO AL SUD
I cinquestelle mostrano un buon radicamento nel Mezzogiorno. In Puglia lanciano il simbolo nel 52,5% delle città chiamate alle urne. E anche in Sicilia vanno forte: 51,7%. Tanto grillismo anche in Umbria (36,4%), Toscana (34,6%), Veneto (30,5%) ed Emilia (28). Quasi non si vedono, invece, in Calabria (5,9%), Molise (6,1%), Liguria (6,7%) e Sardegna (9%).
PD A TRAZIONE APPENNINICA
Sopra la propria media nazionale la presenza del simbolo dem in Toscana (19,2%), Umbria (18%) ed Emilia (18%). Forte la presenza in Sicilia (41,4%) e Puglia (27,1%). Male invece Molise e Abruzzo: entrambe si fermano sotto il 5%.
GLI 0% DI FORZA ITALIA
La migliore performance di FI è in Umbria, dove presenta il logo nel 18,2% delle città. Poi quasi nulla: 9,2% nel Lazio, 6,7% in Lombardia, 5,1% in Piemonte, 3,4% in Sicilia. Zero, nel senso di 0%, in Liguria e Basilicata.
L’eclissi dei simboli dei partiti spariti in due Comuni su tre
Rispetto al 1997 i simboli locali sono raddoppiati. Il Pd si presenta con le sue insegne nell’11,6% dei casi, Forza Italia nel 6,7%, i Cinque Stelle nel 18,7%
di Tommaso Ciriaco
ROMA. Indebolita dall’antipolitica, mimetizzata in mille liste civiche e soffocata dalla crisi della militanza: ecco dov’è finita la Repubblica dei partiti. Rintracciare un simbolo tradizionale nelle liste è ormai un’impresa, mentre il grafico degli ultimi vent’anni mostra l’impetuosa ascesa di contenitori cittadini che nascono e muoiono nello spazio di un’elezione. Certo, il meccanismo elettorale per i comuni con meno di 15 mila abitanti rende le civiche “convenienti”. Un tempo, però, anche le piccole forze erano radicate a tal punto che preferivano contarsi. E nelle grandi città c’era spazio solo per il logo di partito. Siamo di fronte a un declino inesorabile? Basta comparare le comunali del 1997 con quelle del 2016: parlano i numeri.
RADDOPPIANO LE CIVICHE
Nel 1997 si votò ad aprile, poi ancora a novembre. In tutto 1418 comuni con 2117 liste civiche: 1,49 per ogni città. Vent’anni dopo, amministrative del giugno 2016, si contano 3910 civiche in 1342 comuni: stavolta la media è 2,91. Il doppio.
NIENTE SIMBOLI IN 2 COMUNI SU 3
Molti di coloro che si recheranno domani alle urne non troveranno sulla scheda un simbolo di partito, perché nel 65,2% delle città correranno solo liste civiche. E nel 1997? Allora soltanto il 32,3% dei comuni si trovava in questa condizione. Che è poi, secondo l’Antimafia, lo schema peggiore perché rischia di favorire l’infiltrazione criminale nelle amministrazioni.
NIENTE M5S IN 8 COMUNI SU 10
Sarà che sbocciano ovunque liste cittadine, o forse è colpa di organizzazioni molto meno “militari” di un tempo, fatto sta che i partiti non presentano il proprio simbolo in moltissime realtà. Il 5 giugno il Movimento cinque stelle correrà nel 18,7% dei comuni. Non ci sarà, insomma, in 8 città su 10.
POCO PD SULLE LISTE
Il logo del Pd è visibile solo nell’11,6% dei comuni, anche se in parecchie realtà è mimetizzato proprio nelle civiche.
FORZA ITALIA NON C’È PIÙ
Arranca ancora di più il partito di Silvio Berlusconi, che lancia liste solamente nel 6,7% delle città al voto: una vera e propria miseria.
CALABRIA, IN 20 ANNI IL BOOM
Il caso calabrese è emblematico. Nel 1997 i comuni in cui si potevano votare solo liste civiche erano il 42%. Nel 2016 la cifra è più che raddoppiata: 91,7%. Significa che in nove città su dieci i simboli di partito sono letteralmente scomparsi.
LA CONTA DEL DECLINO
Non c’è solo la Calabria. I comuni “civici al 100%” sono passati dal 54,3 all’89% in Sardegna, dal 30,8 all’84,8% in Molise, dal 36,6 all’81,9% in Abruzzo. E ancora, sempre nella parte alta della classifica: dal 40 al 79,6% in Liguria, dal 37 al 78,3% in Piemonte.
LA CAMPANIA TRIPLICA
Dal 1997 triplicano le civiche in Campania, passando dal 27,1% al 75%. E volano anche nel Lazio: dal 37,2% al 71,6%.
PIÙ MOVIMENTO AL SUD
I cinquestelle mostrano un buon radicamento nel Mezzogiorno. In Puglia lanciano il simbolo nel 52,5% delle città chiamate alle urne. E anche in Sicilia vanno forte: 51,7%. Tanto grillismo anche in Umbria (36,4%), Toscana (34,6%), Veneto (30,5%) ed Emilia (28). Quasi non si vedono, invece, in Calabria (5,9%), Molise (6,1%), Liguria (6,7%) e Sardegna (9%).
PD A TRAZIONE APPENNINICA
Sopra la propria media nazionale la presenza del simbolo dem in Toscana (19,2%), Umbria (18%) ed Emilia (18%). Forte la presenza in Sicilia (41,4%) e Puglia (27,1%). Male invece Molise e Abruzzo: entrambe si fermano sotto il 5%.
GLI 0% DI FORZA ITALIA
La migliore performance di FI è in Umbria, dove presenta il logo nel 18,2% delle città. Poi quasi nulla: 9,2% nel Lazio, 6,7% in Lombardia, 5,1% in Piemonte, 3,4% in Sicilia. Zero, nel senso di 0%, in Liguria e Basilicata.
Repubblica 4.6.16
Saviano denuncia: “Le liste civiche sono la sconfitta delle istituzioni”
Lo scrittore a dieci anni dallo shock di “Gomorra”. “Ci sono stati tanti arresti di camorristi, ma al Sud non è nata una classe dirigente alternativa. Lo Stato non ha fatto ancora abbastanza”
di Carmelo Lopapa
ROMA. «La politica ha abbandonato interi pezzi del Paese. Il proliferare di liste civiche ne è la testimonianza». E’ l’analisi spietata che Roberto Saviano fa dialogando con il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, nella prima giornata della “Repubblica delle Idee”.
L’accusa dell’autore di “Gomorra” è netta. A poche ore dal voto nelle principali città del Paese, avverte: «Si consente così a figure e settori della criminalità di partecipare direttamente al voto senza che i partiti se ne facciano carico». Il direttore Calabresi snocciola gli indizi del boom. «Forza Italia si presenta solo nel 7 per cento dei comuni in cui si vota, il Pd nel 12-13 per cento, in tutti gli altri comuni campo libero alle liste civiche». La lettura che dà Saviano ha le tinte fosche dell’infiltrazione criminale: «E’ il chiaro segnale dello Stato che molla, quasi terrorizzato. E’ uno schermo che viene regalato alla “chiavica”, agli affari, al voto di scambio. Quando un consigliere o un amministratore verrà incastrato per corruzione o proprio per voto di scambio, i partiti non se ne faranno carico ». Le liste civiche, insoma, costituiscono le “porte d’accesso” del malaffare, quando non delle cosche, soprattutto al Sud ma non solo. «E’ la fuga della politica e al contempo la paura di metterci la faccia», conclude Calabresi. Ed è proprio la denuncia fatta in questi giorni dalla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi.
Dieci anni di guerra alla Camorra, dieci anni che hanno generato un’inedita consapevolezza dell’Italia “criminale” che occupa un pezzo di Paese, dei suoi rapporti con l’imprenditoria e il suo farsi politica. Frutto e merito anche di “Gomorra” e del suo successo planetario. «Ma al Sud - è il monito dello scrittore - non è nata una classe dirigente alternativa, una nuova generazione di imprenditori puliti, lo Stato non ha fatto abbastanza ». Il bilancio che Saviano traccia alla “Repubblica delle Idee”, che ha preso il via ieri sera a Roma nel complesso del Maxxi, dopo questi dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, è fatto in chiaro scuro. Ecco, è un’Italia, oltre che una Campania, migliore o peggiore, chiede Calabresi. «Tanto è stato fatto, si pensi solo alle centinaia di arresti di questi anni, sembrava d’improvviso guardando i tg che si arrestassero solo casalesi, ma quanti erano? In alcuni casi sono state cancellate intere generazioni di imprenditori collusi, legati alle realtà criminale. Altri giovani però andavano aiutati, avrebbero meritato la fiducia delle banche per potersi fare avanti e costruire qualcosa di pulito. Così non è stato», ammette lo scrittore.
Alla vigilia delle amministrative che coinvolgono tredici milioni di elettori, quindi, Saviano accende ancora una volta il suo faro. E lo concentra, appunto sulle liste civiche. Mai come questa volta i simboli dei partiti, anche quelli tradizionali, si sono rarefatti nei comuni. In particolare in quelli più piccoli. E l’assenza dei partiti favorisce la presenza del malaffare e della deresponsabilizzazione della politica.
Il confronto sui dieci anni da “Gomorra” fa presto a virare dal libro da dieci milioni di copie e traduzione in 52 paesi al successo della serie tv con la scia di polemiche di questi giorni. E il dibattito che proprio su
Repubblica ha trovato spazio, da Ilda Boccassini a Raffaele Cantone tra gli altri, sul male che sembra trionfare, unico motore e unico fine. «Il male crea sempre un suo fascino - spiega Saviano - Ma attenzione: se tu decidi di fare il criminale dopo aver visto Gomorra è perché vivi in un contesto criminale e quella rappresentazione ti identifica. Io molto semplicemente non mi pongo la questione, non mi importa che non ci sia un giusto e che la polizia appaia solo marginalmente. Il mio problema è stato solo costringere il lettore a guardare il mondo con gli occhi di questi criminali, dal loro punto di vista. Dimostrare quanto la loro vita faccia schifo, come ad arricchirsi sia solo il “sistema” e non loro perché la loro vita è breve, finiscono sempre male. Per me raccontare il male non è diffondere il male. La polemica mi ricorda quella esplosa dopo il successo di Goethe e del suo “I dolori del giovane Werther”. Lo accusarano di aver incrementato i suicidi, quando lui invece aveva denunciato un disagio e un malessere vero e diffuso tra i giovani del suo tempo. Mi posso far carico di una responsabilità artistica, non certo etica».
Saviano denuncia: “Le liste civiche sono la sconfitta delle istituzioni”
Lo scrittore a dieci anni dallo shock di “Gomorra”. “Ci sono stati tanti arresti di camorristi, ma al Sud non è nata una classe dirigente alternativa. Lo Stato non ha fatto ancora abbastanza”
di Carmelo Lopapa
ROMA. «La politica ha abbandonato interi pezzi del Paese. Il proliferare di liste civiche ne è la testimonianza». E’ l’analisi spietata che Roberto Saviano fa dialogando con il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, nella prima giornata della “Repubblica delle Idee”.
L’accusa dell’autore di “Gomorra” è netta. A poche ore dal voto nelle principali città del Paese, avverte: «Si consente così a figure e settori della criminalità di partecipare direttamente al voto senza che i partiti se ne facciano carico». Il direttore Calabresi snocciola gli indizi del boom. «Forza Italia si presenta solo nel 7 per cento dei comuni in cui si vota, il Pd nel 12-13 per cento, in tutti gli altri comuni campo libero alle liste civiche». La lettura che dà Saviano ha le tinte fosche dell’infiltrazione criminale: «E’ il chiaro segnale dello Stato che molla, quasi terrorizzato. E’ uno schermo che viene regalato alla “chiavica”, agli affari, al voto di scambio. Quando un consigliere o un amministratore verrà incastrato per corruzione o proprio per voto di scambio, i partiti non se ne faranno carico ». Le liste civiche, insoma, costituiscono le “porte d’accesso” del malaffare, quando non delle cosche, soprattutto al Sud ma non solo. «E’ la fuga della politica e al contempo la paura di metterci la faccia», conclude Calabresi. Ed è proprio la denuncia fatta in questi giorni dalla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi.
Dieci anni di guerra alla Camorra, dieci anni che hanno generato un’inedita consapevolezza dell’Italia “criminale” che occupa un pezzo di Paese, dei suoi rapporti con l’imprenditoria e il suo farsi politica. Frutto e merito anche di “Gomorra” e del suo successo planetario. «Ma al Sud - è il monito dello scrittore - non è nata una classe dirigente alternativa, una nuova generazione di imprenditori puliti, lo Stato non ha fatto abbastanza ». Il bilancio che Saviano traccia alla “Repubblica delle Idee”, che ha preso il via ieri sera a Roma nel complesso del Maxxi, dopo questi dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, è fatto in chiaro scuro. Ecco, è un’Italia, oltre che una Campania, migliore o peggiore, chiede Calabresi. «Tanto è stato fatto, si pensi solo alle centinaia di arresti di questi anni, sembrava d’improvviso guardando i tg che si arrestassero solo casalesi, ma quanti erano? In alcuni casi sono state cancellate intere generazioni di imprenditori collusi, legati alle realtà criminale. Altri giovani però andavano aiutati, avrebbero meritato la fiducia delle banche per potersi fare avanti e costruire qualcosa di pulito. Così non è stato», ammette lo scrittore.
Alla vigilia delle amministrative che coinvolgono tredici milioni di elettori, quindi, Saviano accende ancora una volta il suo faro. E lo concentra, appunto sulle liste civiche. Mai come questa volta i simboli dei partiti, anche quelli tradizionali, si sono rarefatti nei comuni. In particolare in quelli più piccoli. E l’assenza dei partiti favorisce la presenza del malaffare e della deresponsabilizzazione della politica.
Il confronto sui dieci anni da “Gomorra” fa presto a virare dal libro da dieci milioni di copie e traduzione in 52 paesi al successo della serie tv con la scia di polemiche di questi giorni. E il dibattito che proprio su
Repubblica ha trovato spazio, da Ilda Boccassini a Raffaele Cantone tra gli altri, sul male che sembra trionfare, unico motore e unico fine. «Il male crea sempre un suo fascino - spiega Saviano - Ma attenzione: se tu decidi di fare il criminale dopo aver visto Gomorra è perché vivi in un contesto criminale e quella rappresentazione ti identifica. Io molto semplicemente non mi pongo la questione, non mi importa che non ci sia un giusto e che la polizia appaia solo marginalmente. Il mio problema è stato solo costringere il lettore a guardare il mondo con gli occhi di questi criminali, dal loro punto di vista. Dimostrare quanto la loro vita faccia schifo, come ad arricchirsi sia solo il “sistema” e non loro perché la loro vita è breve, finiscono sempre male. Per me raccontare il male non è diffondere il male. La polemica mi ricorda quella esplosa dopo il successo di Goethe e del suo “I dolori del giovane Werther”. Lo accusarano di aver incrementato i suicidi, quando lui invece aveva denunciato un disagio e un malessere vero e diffuso tra i giovani del suo tempo. Mi posso far carico di una responsabilità artistica, non certo etica».
Corriere 4.6.16
Il grande incantesimo di de Magistris, sindaco zapatista
La scommessa del primo cittadino di Napoli si collega al futuro di quella sinistra italiana che vede in Renzi il proprio nemico
di Goffredo Buccini
Traffico, immondizia, degrado: e molto di più. Ogni voto amministrativo, in un Paese poco pragmatico come il nostro, ha sempre - anche - un contenuto ulteriore, politico quando non ideologico. E, se è pressoché dichiarata la partita di prospettiva nazionale che i Cinque Stelle sperano di giocare su Roma, è forse ancora più vistosa (benché non del tutto esplicita) la scommessa di Luigi de Magistris su Napoli: e pone in questione il futuro della sinistra italiana, quella che oggi vede in Renzi il proprio babau.
Se i sondaggi non mentono troppo, il sindaco uscente pare abbia realizzato un vero incantesimo napoletano, convincendo i suoi concittadini di essere appena sceso da un pullman di zapatisti a Mergellina anziché aver governato la terza città italiana per cinque anni filati con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Salito sul palco della vittoria a giugno 2011 (« avimmo scassato !») con promesse irrealizzabili come una raccolta differenziata al 70 per cento, de Magistris era precipitato dal cuore dei napoletani in modo così verticale da riaprire ogni tipo di manovra su Palazzo San Giacomo ad appena metà mandato. E’ probabile soffrisse il ruolo istituzionale (e la concretezza relativa) - il suo tratto tribunizio sposandosi assai meglio con la bandana arancione che con la fascia tricolore.
Forse la sua fortuna è stata, per paradosso, l’inciampo giudiziario di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio (poi ribaltata dall’assoluzione in appello) che l’ha fatto incorrere - temporaneamente - negli strali della legge Severino e l’ha trasformato da primo cittadino in «sindaco di strada», da uomo delle istituzioni per forza in agitatore per vocazione e per sospensione ope legis . Fuori da Palazzo San Giacomo il sindaco-non sindaco ha sparato su norme e magistrati (lui, ex magistrato), ritrovando la sua scapigliata ispirazione di guevarista del Vomero. Ed è stato capace di sintonizzarsi - gli va dato atto - con le pulsioni più profonde d’una città dove la plebe non s’è mai trasformata compiutamente in popolo, dove la lotta sociale si fonde col sanfedismo da oltre due secoli. Diffidando di quasi tutti (tranne che del fratello Claudio, suo uomo-ombra e «precario» con zero euro di reddito dichiarato), Giggino ha risalito la china e, guardandosi attorno, ha capito dove si trovasse lo spazio per crescere ancora.
Se a ottobre 2015, dopo l’assoluzione che l’ha restituito alla pienezza delle funzioni amministrative, aveva colpito un attento osservatore della politica napoletana come Marco Demarco per la sua pacatezza - «misura le parole, non insulta...» - nel volgere di qualche settimana ha rovesciato il copione. Con un mantra a presa rapida: siamo accerchiati, noi napoletani soli contro tutti (ovvero: contro Regione, governo, Unione Europea). E con l’idea di tenere assieme una coalizione che va da Sinistra italiana fino al Partito del Sud e ai neoborbonici, venata da suggestioni di secessionismo finanziario (vecchia fisima bossiana) e da pulsioni pre-unitarie cui ammiccano persino i centri sociali . Il suo programma avventuroso - che include il reddito di cittadinanza alla faccia delle coperture d’un bilancio da anni sul crinale del default, raffiche di assunzioni e nuove case popolari a Scampia - si coniuga col richiamo continuo al Che e al subcomandante Marcos e a una «rivoluzione» partenopea ormai in marcia, con inviti reiterati alla «battaglia» (Dio non voglia che qualche anima semplice lo prenda alla lettera). Dunque è in campo un intero armamentario antagonista, tradottosi nella rottura con Renzi su Bagnoli (con toni incendiari cui sono seguiti scontri all’arrivo del premier) ed enfatizzato nell’ormai famoso show al Palapartenope («Renzi, devi avere paura, ti devi cag... sotto!») che ha spinto il candidato di centrodestra Gianni Lettieri a chiedere l’antidoping per Giggino .
Sbaglia Lettieri. Come sbaglieremmo noi nel derubricare a follia ciò che è metodo, e metodo di successo, in un Paese malato di alzheimer politico e sempre sedotto dai prestigiatori talentuosi. Di fatto de Magistris assorbe l’elettorato grillino (infatti i Cinque Stelle gli oppongono un non-avversario che pare uscito dalla fantasia di Stefano Benni, l’ottimo ingegner Brambilla, monzese juventino sulle pendici vesuviane). Ed eccita talmente le paure del Pd da spingere ieri la candidata Valeria Valente a spendere nove decimi del suo comizio di chiusura per parlar male di lui anziché bene di se stessa. Il modello Po demos è assai più vicino a Giggino che all’esangue traduzione dell’onesto Pippo Civati («Possibile»). E il tesoretto della sinistra antirenziana, da Fassina a Roma ad Airaudo a Torino, calcolato attorno a un 7 per cento, potrebbe diventare ben più cospicuo se rimpinguato dal casatiello masaniellista in cottura nel rovente forno napoletano. Qua e là, a mezza bocca, l’ha ammesso de Magistris, che gli piacerebbe sfidare Renzi alle politiche nel 2018, certo da campione della sinistra. Vincesse adesso, e magari al primo turno, il grande sogno sarebbe a un passo: gli resterebbero solo da sfangare altri due anni di fastidiosa realtà alla guida della città più difficile d’Italia. In fondo, quisquilie.
Il grande incantesimo di de Magistris, sindaco zapatista
La scommessa del primo cittadino di Napoli si collega al futuro di quella sinistra italiana che vede in Renzi il proprio nemico
di Goffredo Buccini
Traffico, immondizia, degrado: e molto di più. Ogni voto amministrativo, in un Paese poco pragmatico come il nostro, ha sempre - anche - un contenuto ulteriore, politico quando non ideologico. E, se è pressoché dichiarata la partita di prospettiva nazionale che i Cinque Stelle sperano di giocare su Roma, è forse ancora più vistosa (benché non del tutto esplicita) la scommessa di Luigi de Magistris su Napoli: e pone in questione il futuro della sinistra italiana, quella che oggi vede in Renzi il proprio babau.
Se i sondaggi non mentono troppo, il sindaco uscente pare abbia realizzato un vero incantesimo napoletano, convincendo i suoi concittadini di essere appena sceso da un pullman di zapatisti a Mergellina anziché aver governato la terza città italiana per cinque anni filati con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Salito sul palco della vittoria a giugno 2011 (« avimmo scassato !») con promesse irrealizzabili come una raccolta differenziata al 70 per cento, de Magistris era precipitato dal cuore dei napoletani in modo così verticale da riaprire ogni tipo di manovra su Palazzo San Giacomo ad appena metà mandato. E’ probabile soffrisse il ruolo istituzionale (e la concretezza relativa) - il suo tratto tribunizio sposandosi assai meglio con la bandana arancione che con la fascia tricolore.
Forse la sua fortuna è stata, per paradosso, l’inciampo giudiziario di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio (poi ribaltata dall’assoluzione in appello) che l’ha fatto incorrere - temporaneamente - negli strali della legge Severino e l’ha trasformato da primo cittadino in «sindaco di strada», da uomo delle istituzioni per forza in agitatore per vocazione e per sospensione ope legis . Fuori da Palazzo San Giacomo il sindaco-non sindaco ha sparato su norme e magistrati (lui, ex magistrato), ritrovando la sua scapigliata ispirazione di guevarista del Vomero. Ed è stato capace di sintonizzarsi - gli va dato atto - con le pulsioni più profonde d’una città dove la plebe non s’è mai trasformata compiutamente in popolo, dove la lotta sociale si fonde col sanfedismo da oltre due secoli. Diffidando di quasi tutti (tranne che del fratello Claudio, suo uomo-ombra e «precario» con zero euro di reddito dichiarato), Giggino ha risalito la china e, guardandosi attorno, ha capito dove si trovasse lo spazio per crescere ancora.
Se a ottobre 2015, dopo l’assoluzione che l’ha restituito alla pienezza delle funzioni amministrative, aveva colpito un attento osservatore della politica napoletana come Marco Demarco per la sua pacatezza - «misura le parole, non insulta...» - nel volgere di qualche settimana ha rovesciato il copione. Con un mantra a presa rapida: siamo accerchiati, noi napoletani soli contro tutti (ovvero: contro Regione, governo, Unione Europea). E con l’idea di tenere assieme una coalizione che va da Sinistra italiana fino al Partito del Sud e ai neoborbonici, venata da suggestioni di secessionismo finanziario (vecchia fisima bossiana) e da pulsioni pre-unitarie cui ammiccano persino i centri sociali . Il suo programma avventuroso - che include il reddito di cittadinanza alla faccia delle coperture d’un bilancio da anni sul crinale del default, raffiche di assunzioni e nuove case popolari a Scampia - si coniuga col richiamo continuo al Che e al subcomandante Marcos e a una «rivoluzione» partenopea ormai in marcia, con inviti reiterati alla «battaglia» (Dio non voglia che qualche anima semplice lo prenda alla lettera). Dunque è in campo un intero armamentario antagonista, tradottosi nella rottura con Renzi su Bagnoli (con toni incendiari cui sono seguiti scontri all’arrivo del premier) ed enfatizzato nell’ormai famoso show al Palapartenope («Renzi, devi avere paura, ti devi cag... sotto!») che ha spinto il candidato di centrodestra Gianni Lettieri a chiedere l’antidoping per Giggino .
Sbaglia Lettieri. Come sbaglieremmo noi nel derubricare a follia ciò che è metodo, e metodo di successo, in un Paese malato di alzheimer politico e sempre sedotto dai prestigiatori talentuosi. Di fatto de Magistris assorbe l’elettorato grillino (infatti i Cinque Stelle gli oppongono un non-avversario che pare uscito dalla fantasia di Stefano Benni, l’ottimo ingegner Brambilla, monzese juventino sulle pendici vesuviane). Ed eccita talmente le paure del Pd da spingere ieri la candidata Valeria Valente a spendere nove decimi del suo comizio di chiusura per parlar male di lui anziché bene di se stessa. Il modello Po demos è assai più vicino a Giggino che all’esangue traduzione dell’onesto Pippo Civati («Possibile»). E il tesoretto della sinistra antirenziana, da Fassina a Roma ad Airaudo a Torino, calcolato attorno a un 7 per cento, potrebbe diventare ben più cospicuo se rimpinguato dal casatiello masaniellista in cottura nel rovente forno napoletano. Qua e là, a mezza bocca, l’ha ammesso de Magistris, che gli piacerebbe sfidare Renzi alle politiche nel 2018, certo da campione della sinistra. Vincesse adesso, e magari al primo turno, il grande sogno sarebbe a un passo: gli resterebbero solo da sfangare altri due anni di fastidiosa realtà alla guida della città più difficile d’Italia. In fondo, quisquilie.
La Stampa 4.6.16
Di Maio choc: Berlusconi non fingeva, Renzi sì
di Jacopo Iacoboni
Tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio degli Anni Duemila Silvio Berlusconi era un mito, nel Napoletano. Ci sono ormai saggi, su questo. Ragazzine come Noemi Letizia saranno il fenomeno più superficiale di questa idolatria collettiva che vedeva nel Cavaliere uno dei modelli neanche inconfessabili di tanta gioventù delle periferie campane. Di Silvio piaceva, più che la politica, l’idea che si fosse fatto da sé, che non fosse un politico, che fosse ricco, avesse delle tv - e quindi potesse dare o togliere fama e notorietà -, una squadra di calcio, e soprattutto i soldi. Una culla dell’antipolitica, quella vera.
Colpisce che Luigi Di Maio, cresciuto in una di quelle periferie, con un padre che ha definito a Vanity Fair molto rigido, ed era molto di destra - dica ora, in un’intervista in uscita oggi su Micromega, che Berlusconi era meglio di Renzi: il premier, sostiene Di Maio, «è più subdolo di Berlusconi: arrivano ambedue alle stesse conclusioni ma almeno l’ex Cavaliere non fingeva». Per Di Maio il Cavaliere era sincero, mostrava chiaramente le sue idee, per esempio l’avversione ai magistrati: «C’è una sostanziale differenza fra i due: Berlusconi non ha mai nascosto la sua “allergia” nei confronti della magistratura, non s’è mai nascosto». Renzi invece, secondo l’aspirante leader Cinque stelle, è un bugiardo.
Non è la prima volta che in questi mesi il Movimento ammicca al mondo di centrodestra, arrivando infine a questa specie di revisionismo sul Cavaliere di Arcore. Dagli immigrati al dietrofront sulle unioni civili, all’abbandono di qualunque vocazione no euro, Di Maio è sempre stato presente in tutte queste svolte: o come fedele esecutore di cose decise a Milano, o pian piano come coautore di quelle svolte (per esempio sulla legge Cirinnà, o sull’euro). Nel frattempo a Torino Appendino flirtava con i moderati, e a Roma Raggi aveva il problema di far dimenticare la sua frequentazione, attestata, coi mondi previtiani.
Non leggetela solo lungo lo schema Movimento-che-va-a-destra: la spiegazione di questi echi linguistici post-berlusconiani è meno schematica, prepolitica. Il Movimento nasce anzi proprio sul tema della legalità - secondo molti elettori delusi, tema dimenticato dalla sinistra; ma Di Maio declina quel tema a modo suo. Divide il mondo in «sfigati e vincenti». Pianifica un’ascesa a colpi di interviste ai tg (è in un’intervista al Tg1 che si autonomina leader). Arriva infine a parlare di sesso ed ex fidanzate a Vanity Fair. Oggettivamente, il berlusconismo, più che un nemico, come un punto d’arrivo, il successo da emulare partendo da molto più in basso. Come tutto questo possa far presa nel confuso elettorato di sinistra deluso resta il mistero di queste elezioni.
Di Maio choc: Berlusconi non fingeva, Renzi sì
di Jacopo Iacoboni
Tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio degli Anni Duemila Silvio Berlusconi era un mito, nel Napoletano. Ci sono ormai saggi, su questo. Ragazzine come Noemi Letizia saranno il fenomeno più superficiale di questa idolatria collettiva che vedeva nel Cavaliere uno dei modelli neanche inconfessabili di tanta gioventù delle periferie campane. Di Silvio piaceva, più che la politica, l’idea che si fosse fatto da sé, che non fosse un politico, che fosse ricco, avesse delle tv - e quindi potesse dare o togliere fama e notorietà -, una squadra di calcio, e soprattutto i soldi. Una culla dell’antipolitica, quella vera.
Colpisce che Luigi Di Maio, cresciuto in una di quelle periferie, con un padre che ha definito a Vanity Fair molto rigido, ed era molto di destra - dica ora, in un’intervista in uscita oggi su Micromega, che Berlusconi era meglio di Renzi: il premier, sostiene Di Maio, «è più subdolo di Berlusconi: arrivano ambedue alle stesse conclusioni ma almeno l’ex Cavaliere non fingeva». Per Di Maio il Cavaliere era sincero, mostrava chiaramente le sue idee, per esempio l’avversione ai magistrati: «C’è una sostanziale differenza fra i due: Berlusconi non ha mai nascosto la sua “allergia” nei confronti della magistratura, non s’è mai nascosto». Renzi invece, secondo l’aspirante leader Cinque stelle, è un bugiardo.
Non è la prima volta che in questi mesi il Movimento ammicca al mondo di centrodestra, arrivando infine a questa specie di revisionismo sul Cavaliere di Arcore. Dagli immigrati al dietrofront sulle unioni civili, all’abbandono di qualunque vocazione no euro, Di Maio è sempre stato presente in tutte queste svolte: o come fedele esecutore di cose decise a Milano, o pian piano come coautore di quelle svolte (per esempio sulla legge Cirinnà, o sull’euro). Nel frattempo a Torino Appendino flirtava con i moderati, e a Roma Raggi aveva il problema di far dimenticare la sua frequentazione, attestata, coi mondi previtiani.
Non leggetela solo lungo lo schema Movimento-che-va-a-destra: la spiegazione di questi echi linguistici post-berlusconiani è meno schematica, prepolitica. Il Movimento nasce anzi proprio sul tema della legalità - secondo molti elettori delusi, tema dimenticato dalla sinistra; ma Di Maio declina quel tema a modo suo. Divide il mondo in «sfigati e vincenti». Pianifica un’ascesa a colpi di interviste ai tg (è in un’intervista al Tg1 che si autonomina leader). Arriva infine a parlare di sesso ed ex fidanzate a Vanity Fair. Oggettivamente, il berlusconismo, più che un nemico, come un punto d’arrivo, il successo da emulare partendo da molto più in basso. Come tutto questo possa far presa nel confuso elettorato di sinistra deluso resta il mistero di queste elezioni.