Repubblica 9.4.16
Le nozze Mediaset-Vivendi che fanno paura alla Rai
di Ettore Livini
MEDIASET
va a nozze con Vivendi e diventa azionista indiretta — un vecchio sogno
di Silvio Berlusconi — di Telecom Italia. Sky riunisce tutte le sue
piattaforme europee in un unico contenitore per respingere l’assalto di
Netflix mentre Bolloré e Murdoch — a caccia di contenuti — studiano lo
shopping tra le case di produzione tricolori. Il riassetto dell’etere
nazionale è ripartito all’improvviso e con il botto, mischiando le carte
del vecchio duopolio e lasciando (in apparenza) inchiodato ai blocchi
di partenza uno dei suoi protagonisti principali: la Rai.
Viale
Mazzini, ha detto il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto, deve
avere «l’ambizione di esondare oltre la tv». I soldi per pensare in
grande, in teoria, non mancherebbero, visto che l’inserimento del canone
nella bolletta elettrica dovrebbe portare in dote 200 milioni di
entrate in più. Al momento però la televisione pubblica pare costretta a
fare da spettatore alle grandi manovre dei concorrenti, impegnati in un
valzer di alleanze che rischiano di relegarla a un ruolo di
comprimaria.
L’asse tra Arcore e Parigi, ad esempio, complica i
giochi della Rai su almeno due fronti. Il primo è la ricerca di nuove
piattaforme distributive. Nei mesi scorsi i vertici della controllata
del Tesoro hanno rinnovato l’accordo per veicolare parte dei loro
prodotti su Timvision, la internet tv di Telecom che in linea teorica
potrebbe diventare pure la base per lanciare un’offerta pay. E con Tim
esistevano già degli accordi sui programmi on demand. Cosa succederà ora
che Mediaset, il suo principale concorrente, ha firmato un’alleanza di
ferro con il primo azionista dell’ex monopolio delle telecomunicazioni?
Stesso
discorso vale per le torri di Rai Way. Lo scorso anno Ei Towers (la
controllata delle antenne Mediaset) aveva proposto un’inedita alleanza a
due con il rivale. La proposta però è stata respinta al mittente e
adesso il Biscione punta su Inwit, le infrastrutture di Telecom. Un
corteggiamento serrato con tanto di Opa che — visti i chiari di luna —
ha ottime possibilità di andare in porto, creando un polo nazionale da
cui le infrastrutture pubbliche rischiano di rimanere fuori. Fino a poco
tempo fa la presenza ingombrante di Silvio Berlusconi (leader di uno
dei maggiori partiti d’opposizione) in queste partite decisive per il
futuro dell’etere tricolore avrebbe scatenato una bufera, sufficiente
per mettere al riparo la Rai da sorprese sgradite. Oggi il clima è
cambiato: la stella politica dell’ex Cavaliere è appannata, il governo
non pare disposto ad alzare barricate contro le mosse di Mediaset. E
l’aggancio virtuale di Arcore a Telecom rischia di mettere in seria
difficoltà la controllata del Tesoro.
Viale Mazzini, ovviamente,
non sta con le mani in mano. In questi mesi ha introdotto la direzione
creativa e quella digitale, ha nominato Carlo Verdelli direttore
editoriale, ha messo un po’ d’ordine nella giungla dei 250 siti di
gruppo e rivisto contenuti e presenza di spot. Obiettivo, nobilissimo,
riconquistare il ruolo di servizio pubblico e — se possibile —
spettatori tra i giovani. L’agenda, insomma, è piena. Il rischio però è
che la Rai — impegnata doverosamente a rimettere ordine in casa propria —
perda il treno delle trasformazioni di un settore che con l’arrivo di
Netflix e il boom di tablet e smartphone sta ridisegnando la sua mappa
in una partita dove in campo ci sono i big delle tlc, i grandi network e
i produttori di contenuti. I concorrenti, più ricchi e disinvolti,
l’hanno capito e stanno tentando di sfruttare l’occasione. Il nuovo
Eldorado della tv, è il mantra di oggi, sono i contenuti. E tanto Sky
come Vivendi stanno lavorando dietro le quinte in queste ore per cercare
accordi con i principali protagonisti di casa nostra: Cattleya,
Lucisano, Wildside, Palomar, Lucky Red e Indiana production. Campo
Dall’Orto lo sa. E i prossimi mesi ci diranno se e come la Rai sceglierà
di ballare nel valzer di alleanze da cui nascerà la tv del futuro.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 9 aprile 2016
La Stampa 9.4.16
Urbano Cairo
“Ho già dimostrato di essere capace di risanare e far crescere i giornali”
Il presidente del Torino: il Corsera manterrà la sua indipendenza
di Giuseppe Bottero
«In questi anni abbiamo dimostrato di avere la capacità di risanare le aziende in situazioni difficili ma anche di sviluppare nuovi progetti, come i periodici. Sono convinto che Rcs sia un gruppo con grandi potenzialità». Sono le nove di sera quando, a Borsa chiusa, dopo una giornata che ha visto volare il titolo della Rizzoli di oltre l’11 per cento, le agenzie di stampa battono la notizia: Urbano Cairo rompe gli indugi e va alla conquista del Corriere della Sera. Il presidente del Torino, con i collaboratori più stretti, fa filtrare ottimismo e si dice fiducioso su un’offerta che, spiega, «non è stata concordata con gli altri azionisti». Però si tratta «di un’operazione amichevole, fatta per il bene della società». Tre anni fa, affacciandosi in Rcs Mediagroup con una quota del 2,8% e un investimento di poco inferiore ai 15 milioni di euro, Cairo aveva annunciato: «Entro in punta di piedi. È solo un piccolo contributo da editore puro. Sono molto legato a Rcs, 18 anni fa cominciai questo mestiere prendendo in concessione la raccolta pubblicitaria di Io Donna e Tv7».
Oggi invece, dopo le battaglie sulla vendita delle sedi di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport e sulla cessione di Rcs Libri, Cairo è pronto a rilanciare con una strategia che, ai suoi occhi, appare chiarissima: «Il Corriere della Sera è un giornale di grandissima qualità, il più importante d’Italia. Vogliamo mantenere la tradizione e la linea di assoluta indipendenza, che deve continuare». Per garantirla, è però necessario creare un grande gruppo multimediale, con una leadership stabile, «e più forte sotto il profilo economico-finanziario».
Con l’operazione La7 Cairo s’è dimostrato un implacabile risanatore di conti. Il gruppo, sotto la proprietà di Telecom Italia, perdeva 100 milioni di euro l’anno, otto mesi dopo l’acquisto - rivendicava con orgoglio lo stesso Cairo - «era quasi in pareggio». Possibile replicare un risultato del genere con la corazzata Rizzoli? Per l’imprenditore milanese sì, facendo leva sulla lunga esperienza nella raccolta pubblicitaria e nella capacità di crescita nel settore dei periodici popolari - da Diva & Donna a Dipiù - che gli hanno consentito di fare profitti anche in un momento complicato dell’editoria. La ricetta? «Riduzione dei costi e aumenti dei ricavi», senza toccare «le qualità dei prodotti editoriali».
La possibile Rcs targata Cairo - che nell’operazione è stato assistito da Imi, la banca d’affari di Intesa SanPaolo - prevede che l’azienda resti quotata a Piazza Affari, che si doti di una struttura societaria e organizzativa molto più snella, con un management in grado di «sviluppare i ricavi sviluppando le potenzialità della Rizzoli e di ristabilire l’equilibrio economico del gruppo».
Assieme alla Cairo Communication nascerebbe «un gruppo diversificato, in grado - e il presidente ne è convinto - di diventare un riferimento» anche nelle nuove tecnologie. Secondo il lungo documento con cui Cairo ha presentato l’offerta, infatti, la strategia non può fare a meno dello «sviluppo di prodotti digitali». Per chi conosce Urbano Cairo, e la diffidenza nei confronti del web, è quasi una sorpresa.
Urbano Cairo
“Ho già dimostrato di essere capace di risanare e far crescere i giornali”
Il presidente del Torino: il Corsera manterrà la sua indipendenza
di Giuseppe Bottero
«In questi anni abbiamo dimostrato di avere la capacità di risanare le aziende in situazioni difficili ma anche di sviluppare nuovi progetti, come i periodici. Sono convinto che Rcs sia un gruppo con grandi potenzialità». Sono le nove di sera quando, a Borsa chiusa, dopo una giornata che ha visto volare il titolo della Rizzoli di oltre l’11 per cento, le agenzie di stampa battono la notizia: Urbano Cairo rompe gli indugi e va alla conquista del Corriere della Sera. Il presidente del Torino, con i collaboratori più stretti, fa filtrare ottimismo e si dice fiducioso su un’offerta che, spiega, «non è stata concordata con gli altri azionisti». Però si tratta «di un’operazione amichevole, fatta per il bene della società». Tre anni fa, affacciandosi in Rcs Mediagroup con una quota del 2,8% e un investimento di poco inferiore ai 15 milioni di euro, Cairo aveva annunciato: «Entro in punta di piedi. È solo un piccolo contributo da editore puro. Sono molto legato a Rcs, 18 anni fa cominciai questo mestiere prendendo in concessione la raccolta pubblicitaria di Io Donna e Tv7».
Oggi invece, dopo le battaglie sulla vendita delle sedi di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport e sulla cessione di Rcs Libri, Cairo è pronto a rilanciare con una strategia che, ai suoi occhi, appare chiarissima: «Il Corriere della Sera è un giornale di grandissima qualità, il più importante d’Italia. Vogliamo mantenere la tradizione e la linea di assoluta indipendenza, che deve continuare». Per garantirla, è però necessario creare un grande gruppo multimediale, con una leadership stabile, «e più forte sotto il profilo economico-finanziario».
Con l’operazione La7 Cairo s’è dimostrato un implacabile risanatore di conti. Il gruppo, sotto la proprietà di Telecom Italia, perdeva 100 milioni di euro l’anno, otto mesi dopo l’acquisto - rivendicava con orgoglio lo stesso Cairo - «era quasi in pareggio». Possibile replicare un risultato del genere con la corazzata Rizzoli? Per l’imprenditore milanese sì, facendo leva sulla lunga esperienza nella raccolta pubblicitaria e nella capacità di crescita nel settore dei periodici popolari - da Diva & Donna a Dipiù - che gli hanno consentito di fare profitti anche in un momento complicato dell’editoria. La ricetta? «Riduzione dei costi e aumenti dei ricavi», senza toccare «le qualità dei prodotti editoriali».
La possibile Rcs targata Cairo - che nell’operazione è stato assistito da Imi, la banca d’affari di Intesa SanPaolo - prevede che l’azienda resti quotata a Piazza Affari, che si doti di una struttura societaria e organizzativa molto più snella, con un management in grado di «sviluppare i ricavi sviluppando le potenzialità della Rizzoli e di ristabilire l’equilibrio economico del gruppo».
Assieme alla Cairo Communication nascerebbe «un gruppo diversificato, in grado - e il presidente ne è convinto - di diventare un riferimento» anche nelle nuove tecnologie. Secondo il lungo documento con cui Cairo ha presentato l’offerta, infatti, la strategia non può fare a meno dello «sviluppo di prodotti digitali». Per chi conosce Urbano Cairo, e la diffidenza nei confronti del web, è quasi una sorpresa.
Corriere 9.4.16
Cairo lancia l’offerta per Rcs
di Paola Pica
Urbano Cairo, già azionista di Rcs, lancia un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni del gruppo che pubblica il Corriere della Sera . La proposta aperta a tutti i soci Rcs che, a sua volta, apre il capitale della società di carta stampata e tv, in primis La7, prevede lo scambio di azioni tra i gruppi senza esborso di denaro. L’offerta è di 0,12 titoli Cairo Communications per ogni azione Rcs MediaGroup. Quest’ultima, spiega il gruppo Cairo, viene così valutata 0,551 euro per azione. Il titolo Rcs ha chiuso ieri a 0,455 euro. L’offerta, spiega Cairo, prefigura «un piano di imprenditoria editoriale».
MILANO L’editore Urbano Cairo, già azionista di Rcs Mediagroup, si fa avanti con un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni del gruppo che pubblica il «Corriere della Sera» con l’obiettivo di creare «una grande realtà multimediale dotata di una leadership stabile e indipendente, valorizzare i marchi storici, rafforzare il profilo economico finanziario della Rizzoli accelerandone la ristrutturazione e il rilancio».
La proposta aperta a tutti i soci Rcs che, a sua volta, apre il capitale della società di carta stampata e tv, in primis La7, prevede lo scambio di azioni senza esborso di denaro e l’offerta è di 0,12 titoli Cairo Communication per ciascuna Rcs MediaGroup. Questa ultima, si legge in una nota, viene così valutata 0,551 euro per azione (280 milioni in tutto contro una capitalizzazione di 220) dalla chiusura di 0,455 euro di ieri in Piazza Affari.
L’offerta non concordata preventivamente con gli altri azionisti di Rcs è condizionata al raggiungimento del 50% più una azione ordinaria e prevede tutta una serie di impegni delle banche creditrici. Da ieri sera alle 21, ora in cui è stata annunciata l’offerta di scambio (Ops), è scattata per gli azionisti la cosiddetta passivity rule , la regola che vieta agli amministratori di promuovere azioni straordinarie. L’operazione avviene a poche settimane dall’annuncio da parte di Fca di un accordo per l’ingresso nell’azionario de L’Espresso e la progressiva uscita dalla stessa Rcs.
«Considero Rcs una grande società italiana con una presenza internazionale», ha affermato Cairo. Per l’imprenditore nato 58 anni fa in provincia di Alessandria «si può fare un ottimo lavoro, in prospettiva anche in sinergia con la stessa Cairo Communication». Rcs e Cairo resteranno società distinte sotto il controllo di un’unica holding. L’offerta non è finalizzata alla revoca dei titoli Rcs dalla Borsa italiana. Le credenziali, ha detto ancora Cairo, stanno tutte nel lavoro degli ultimi vent’anni, «l’esperienza che ho maturato come editore di periodici e di tv e come risanatore». Il caso di ristrutturazione più noto è quello di La7 acquisita nel 2013 con perdite di circa 100 milioni all’anno, mentre la raccolta pubblicitaria è stata la sua prima iniziativa imprenditoriale. «Credo molto in questa operazione. In Rcs ci sono testate molto importanti — ha detto ancora Cairo — con un forte potenziale inespresso e un patrimonio di competenze giornalistiche notevolissimo».
Ma qual è il progetto? In una nota si legge che «il management di Cairo si attende di realizzare significative efficienze nella gestione dei costi operativi, anche attraverso una semplificazione della struttura societaria, organizzativa e dei processi aziendali», ricondurre le attività «alla propria profittabilità caratteristica, liberando le risorse necessarie per riequilibrare la situazione finanziaria e realizzare gli investimenti necessari al consolidamento strategico».
Il progetto industriale è articolato «in un incisivo piano di rilancio, nella massimizzazione della potenzialità dei prodotti editoriali anche tramite lo sviluppo di prodotti digitali e nel rafforzamento dell’offerta nelle attività non editoriali altamente distintive, come ad esempio gli eventi sportivi».
Secondo le condizioni di efficacia previste, le banche finanziatrici si dovranno impegnare a rinunciare alla facoltà di chiedere il rimborso anticipato del debito in ragione del cambio di controllo. Non dovrà poi essere chiesto fino a fine 2017 a Rcs alcun rimborso in linea capitale, salvo il rimborso anticipato parziale con l’incasso dalla cessione di Rcs Libri. Tra le condizioni indicate per il buon esito dell’Ops, le banche non si potranno avvalere del recesso dei finanziamenti e non potranno chiedere procedure concorsuali per Rcs e dovranno mantenere le linee di finanziamento in essere. Il calendario prevede 20 giorni per la pubblicazione del prospetto informativo con il quale la società dovrà dettagliare i termini dell’operazione, più altri 30 giorni a disposizione della Consob per l’approvazione. Cairo, assistito da Equita e Banca Imi come advisor finanziari e da BonelliErede come consulente legale, ha convocato l’assemblea straordinaria chiamata decidere sull’aumento di capitale il prossimo 12 maggio.
Paola Pica
Cairo lancia l’offerta per Rcs
di Paola Pica
Urbano Cairo, già azionista di Rcs, lancia un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni del gruppo che pubblica il Corriere della Sera . La proposta aperta a tutti i soci Rcs che, a sua volta, apre il capitale della società di carta stampata e tv, in primis La7, prevede lo scambio di azioni tra i gruppi senza esborso di denaro. L’offerta è di 0,12 titoli Cairo Communications per ogni azione Rcs MediaGroup. Quest’ultima, spiega il gruppo Cairo, viene così valutata 0,551 euro per azione. Il titolo Rcs ha chiuso ieri a 0,455 euro. L’offerta, spiega Cairo, prefigura «un piano di imprenditoria editoriale».
MILANO L’editore Urbano Cairo, già azionista di Rcs Mediagroup, si fa avanti con un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni del gruppo che pubblica il «Corriere della Sera» con l’obiettivo di creare «una grande realtà multimediale dotata di una leadership stabile e indipendente, valorizzare i marchi storici, rafforzare il profilo economico finanziario della Rizzoli accelerandone la ristrutturazione e il rilancio».
La proposta aperta a tutti i soci Rcs che, a sua volta, apre il capitale della società di carta stampata e tv, in primis La7, prevede lo scambio di azioni senza esborso di denaro e l’offerta è di 0,12 titoli Cairo Communication per ciascuna Rcs MediaGroup. Questa ultima, si legge in una nota, viene così valutata 0,551 euro per azione (280 milioni in tutto contro una capitalizzazione di 220) dalla chiusura di 0,455 euro di ieri in Piazza Affari.
L’offerta non concordata preventivamente con gli altri azionisti di Rcs è condizionata al raggiungimento del 50% più una azione ordinaria e prevede tutta una serie di impegni delle banche creditrici. Da ieri sera alle 21, ora in cui è stata annunciata l’offerta di scambio (Ops), è scattata per gli azionisti la cosiddetta passivity rule , la regola che vieta agli amministratori di promuovere azioni straordinarie. L’operazione avviene a poche settimane dall’annuncio da parte di Fca di un accordo per l’ingresso nell’azionario de L’Espresso e la progressiva uscita dalla stessa Rcs.
«Considero Rcs una grande società italiana con una presenza internazionale», ha affermato Cairo. Per l’imprenditore nato 58 anni fa in provincia di Alessandria «si può fare un ottimo lavoro, in prospettiva anche in sinergia con la stessa Cairo Communication». Rcs e Cairo resteranno società distinte sotto il controllo di un’unica holding. L’offerta non è finalizzata alla revoca dei titoli Rcs dalla Borsa italiana. Le credenziali, ha detto ancora Cairo, stanno tutte nel lavoro degli ultimi vent’anni, «l’esperienza che ho maturato come editore di periodici e di tv e come risanatore». Il caso di ristrutturazione più noto è quello di La7 acquisita nel 2013 con perdite di circa 100 milioni all’anno, mentre la raccolta pubblicitaria è stata la sua prima iniziativa imprenditoriale. «Credo molto in questa operazione. In Rcs ci sono testate molto importanti — ha detto ancora Cairo — con un forte potenziale inespresso e un patrimonio di competenze giornalistiche notevolissimo».
Ma qual è il progetto? In una nota si legge che «il management di Cairo si attende di realizzare significative efficienze nella gestione dei costi operativi, anche attraverso una semplificazione della struttura societaria, organizzativa e dei processi aziendali», ricondurre le attività «alla propria profittabilità caratteristica, liberando le risorse necessarie per riequilibrare la situazione finanziaria e realizzare gli investimenti necessari al consolidamento strategico».
Il progetto industriale è articolato «in un incisivo piano di rilancio, nella massimizzazione della potenzialità dei prodotti editoriali anche tramite lo sviluppo di prodotti digitali e nel rafforzamento dell’offerta nelle attività non editoriali altamente distintive, come ad esempio gli eventi sportivi».
Secondo le condizioni di efficacia previste, le banche finanziatrici si dovranno impegnare a rinunciare alla facoltà di chiedere il rimborso anticipato del debito in ragione del cambio di controllo. Non dovrà poi essere chiesto fino a fine 2017 a Rcs alcun rimborso in linea capitale, salvo il rimborso anticipato parziale con l’incasso dalla cessione di Rcs Libri. Tra le condizioni indicate per il buon esito dell’Ops, le banche non si potranno avvalere del recesso dei finanziamenti e non potranno chiedere procedure concorsuali per Rcs e dovranno mantenere le linee di finanziamento in essere. Il calendario prevede 20 giorni per la pubblicazione del prospetto informativo con il quale la società dovrà dettagliare i termini dell’operazione, più altri 30 giorni a disposizione della Consob per l’approvazione. Cairo, assistito da Equita e Banca Imi come advisor finanziari e da BonelliErede come consulente legale, ha convocato l’assemblea straordinaria chiamata decidere sull’aumento di capitale il prossimo 12 maggio.
Paola Pica
La Stampa 9.4.16
Cairo alla conquista del Corriere
Obiettivo: maggioranza assoluta
Offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Rcs
di Francesco Spini
Colpo di scena a Rcs. Urbano Cairo ci mette il carico da undici e tenta di «mangiarsi» il gruppo del Corriere della Sera. Ieri sera ha presentato un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Via Rizzoli che offre in corrispettivo di 0,12 azioni Cairo Communication per ciascun titolo Rcs. In sostanza consegnerà 8,333 azioni Rcs ogni titolo Cairo, valorizzando così le azioni Rcs 0,551 euro per azione (livello abbandonato a inizio marzo), che scende a 0,527 euro se si tiene conto del pagamento del dividendo di Cairo che, assemblea permettendo, dovrebbe essere pari a 0,20 euro per azione. Ieri il titolo ha chiuso a 0,455 euro, in rialzo dell’11,52%.
Con tale mossa Cairo, azionista di via Rizzoli col 4,616%, vuole creare tra la propria società e Rcs, si legge nella nota diffusa in serata, «un grande gruppo editoriale multimediale» e «rafforzare il profilo economico-finanziario di Rcs, accelerandone il processo di ristrutturazione e rilancio», risulta comunque condizionata ad adesioni che permettano all’offerente di avere azioni pari ad almeno il 50% più una azione ordinaria. Un’altra condizione è legata direttamente alle banche che devono impegnarsi a «rinunciare incondizionatamente a qualsivoglia facoltà di richiedere il rimborso anticipato del debito» per il cambio di controllo della società. E, cosa ancora più impegnativa, non dovranno chiedere o esigere «il rimborso di alcun importo dovuto da Rcs in linea di capitale ai sensi dei finanziamenti» fino a quando non sarà approvato il bilancio del 2017. Questo ad eccezione del «rimborso anticipato parziale» eseguito con l’incasso per la vendita di Rcs Libri. In linea di massima, l’idea di Cairo non è quella di togliere il gruppo dalla Borsa.
Rispetto alla chiusura del 7 aprile il premio è del 26,8% senza dividendo, che diventa del 32,6% se non si considera lo stacco della cedola. Rispetto al prezzo medio in Borsa degli ultimi tre mesi (0,549), il premio riconosciuto si abbassa allo 0,5%, che a valle del pagamento del dividendo diventa uno sconto del 3,9%. La maggior parte degli azionisti ha il titolo a carichi ben superiori: fino a gennaio 2013 il titolo era sopra i 4 euro. Dunque per molti significherebbe cristallizzare una dolorosa perdita. Già nella serata di ieri i contatti tra i soci (alcuni all’oscura della manovra di Cairo) sono stati febbrili. Il primo azionista, per il momento, è ancora, per poco, Fca col 16,734%. Ma all’assemblea degli azionisti in programma venerdì prossimo ad Amsterdam verrà stabilita la distribuzione di tali titoli ai soci - Exor avrà il 5%, che ha già dichiarato di voler cedere in maniera frazionata - che decideranno il da farsi. Ma di fronte a una scelta ci sono anche due banche-socie storiche quali Mediobanca (9,93%) e Intesa Sanpaolo (4,176%). Proprio la sua banca d’affari Banca Imi è tra i consulenti dell’operazione, tra cui c’è anche Equita Sim. Sul fronte legale, invece, Cairo si avvale dello studio Bonelli Erede, storico rappresentante di un altro socio di peso di Rcs come Diego Della Valle (7,32%).
Sul fronte interno, per l’operazione Cairo Communication il 12 maggio terrà l’assemblea straordinaria per l’aumento di capitale da massime 62,6 milioni di azioni Cairo a servizio dell’operazione che segna la prima reazione alla fine dell’equilibrio azionario che negli ultimi anni ha retto l’ex salotto buono dell’editoria.
Cairo alla conquista del Corriere
Obiettivo: maggioranza assoluta
Offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Rcs
di Francesco Spini
Colpo di scena a Rcs. Urbano Cairo ci mette il carico da undici e tenta di «mangiarsi» il gruppo del Corriere della Sera. Ieri sera ha presentato un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Via Rizzoli che offre in corrispettivo di 0,12 azioni Cairo Communication per ciascun titolo Rcs. In sostanza consegnerà 8,333 azioni Rcs ogni titolo Cairo, valorizzando così le azioni Rcs 0,551 euro per azione (livello abbandonato a inizio marzo), che scende a 0,527 euro se si tiene conto del pagamento del dividendo di Cairo che, assemblea permettendo, dovrebbe essere pari a 0,20 euro per azione. Ieri il titolo ha chiuso a 0,455 euro, in rialzo dell’11,52%.
Con tale mossa Cairo, azionista di via Rizzoli col 4,616%, vuole creare tra la propria società e Rcs, si legge nella nota diffusa in serata, «un grande gruppo editoriale multimediale» e «rafforzare il profilo economico-finanziario di Rcs, accelerandone il processo di ristrutturazione e rilancio», risulta comunque condizionata ad adesioni che permettano all’offerente di avere azioni pari ad almeno il 50% più una azione ordinaria. Un’altra condizione è legata direttamente alle banche che devono impegnarsi a «rinunciare incondizionatamente a qualsivoglia facoltà di richiedere il rimborso anticipato del debito» per il cambio di controllo della società. E, cosa ancora più impegnativa, non dovranno chiedere o esigere «il rimborso di alcun importo dovuto da Rcs in linea di capitale ai sensi dei finanziamenti» fino a quando non sarà approvato il bilancio del 2017. Questo ad eccezione del «rimborso anticipato parziale» eseguito con l’incasso per la vendita di Rcs Libri. In linea di massima, l’idea di Cairo non è quella di togliere il gruppo dalla Borsa.
Rispetto alla chiusura del 7 aprile il premio è del 26,8% senza dividendo, che diventa del 32,6% se non si considera lo stacco della cedola. Rispetto al prezzo medio in Borsa degli ultimi tre mesi (0,549), il premio riconosciuto si abbassa allo 0,5%, che a valle del pagamento del dividendo diventa uno sconto del 3,9%. La maggior parte degli azionisti ha il titolo a carichi ben superiori: fino a gennaio 2013 il titolo era sopra i 4 euro. Dunque per molti significherebbe cristallizzare una dolorosa perdita. Già nella serata di ieri i contatti tra i soci (alcuni all’oscura della manovra di Cairo) sono stati febbrili. Il primo azionista, per il momento, è ancora, per poco, Fca col 16,734%. Ma all’assemblea degli azionisti in programma venerdì prossimo ad Amsterdam verrà stabilita la distribuzione di tali titoli ai soci - Exor avrà il 5%, che ha già dichiarato di voler cedere in maniera frazionata - che decideranno il da farsi. Ma di fronte a una scelta ci sono anche due banche-socie storiche quali Mediobanca (9,93%) e Intesa Sanpaolo (4,176%). Proprio la sua banca d’affari Banca Imi è tra i consulenti dell’operazione, tra cui c’è anche Equita Sim. Sul fronte legale, invece, Cairo si avvale dello studio Bonelli Erede, storico rappresentante di un altro socio di peso di Rcs come Diego Della Valle (7,32%).
Sul fronte interno, per l’operazione Cairo Communication il 12 maggio terrà l’assemblea straordinaria per l’aumento di capitale da massime 62,6 milioni di azioni Cairo a servizio dell’operazione che segna la prima reazione alla fine dell’equilibrio azionario che negli ultimi anni ha retto l’ex salotto buono dell’editoria.
Repubblica 9.4.16
Katainen: “L’Italia ha già molta flessibilità non crescerà spendendo di più”
intervista di Ferdinando Giugliano
CERNOBBIO. Dopo un inizio di 2016 turbolento, che ha costretto il governo italiano a ridurre drasticamente le sue stime di crescita per quest’anno, è tornata sul tavolo l’idea di un piano coordinato di investimenti pubblici per rilanciare l’economia globale. Ma per Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Europea e ospite del Forum Ambrosetti a Cernobbio, gli investimenti nell’eurozona dovranno venire principalmente dal privato, anche grazie al cosiddetto “piano Juncker” di cui è responsabile. In un’intervista a Repubblica,
Katainen parla anche della necessità di nuove regole per frenare la crescita del debito pubblico, attraverso un meccanismo di ristrutturazione e limiti agli acquisti dei titoli di Stato da parte delle banche.
Nei giorni scorsi è stato annunciato che il piano Juncker ha mobilizzato 76 miliardi di euro per finanziare investimenti. Soldi veri o solo annunciati?
«C’è stata in passato una percezione sbagliata fra alcuni politici, che pensavano che il piano Juncker avrebbe previsto una grande quantità di soldi pubblici. Ma quella è una strategia che non abbiamo voluto seguire per non far salire i debiti pubblici. L’80% di questi 76 miliardi verranno dal settore privato. Sono soldi che riposavano serenamente nei conti correnti delle aziende e che ora invece saranno utilizzati per finanziare investimenti».
Le nuove regole della Commissione Ue prevedono che si possa chiedere flessibilità per gli investimenti pubblici. E’ possibile chiederla per più anni di fila?
«Non c’è una regola chiara in proposito, ma la flessibilità non va intesa come un modo per aggirare la necessità di mantenere le finanze pubbliche in ordine. Se si usa la flessibilità e la situazione economica non migliora, allora è chiaro che il problema è altrove. L’Italia è il Paese che ha più beneficiato in Europa della flessibilità, senza però migliorare la sua economia: deve contare su un altro modo per crescere».
Crede che i governi europei abbiano capito lo spirito di queste nuove norme?
«Molti Paesi lo hanno capito e sanno quanto sia importante mantenere le finanze pubbliche in ordine. Se c’è una mancanza di competitività, è quello il problema da risolvere. Alcuni Stati membri invece cercano sempre di prendersi un po’ di spazio, ma l’aiuto temporaneo non può essere un modo di agire permanente» ».
Cosa pensa della proposta del governo italiano sull’integrazione economica europea, con il meccanismo comune di sussidi di disoccupazione?
«Dobbiamo avere un’eurozona più integrata e può darsi che dobbiamo anche aumentare la condivisione degli oneri che i Paesi si trovano ad affrontare insieme alla convergenza fra le economie. Sono aperto a proposte diverse, ma dobbiamo evitare che si creino maggiori squilibri economici. Se vogliamo degli stabilizzatori automatici a livello europeo, dobbiamo anche rendere più difficile per gli Stati indebitarsi».
A cosa pensa?
«Per esempio, un argomento cruciale è limitare la quota di obbligazioni sovrane che le banche hanno sui propri bilanci. Per rompere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario ci vorrà tempo, ma è importante farlo anche perché obbligherebbe gli Stati a vendere più debito sui mercati internazionali, rafforzando la disciplina da parte degli investitori».
Cosa pensa dell’idea di un meccanismo che ristrutturi automaticamente il debito pubblico di un Paese quando supera una certa soglia?
«E’ un argomento interessante. Dovremmo avere un meccanismo ordinato che ci dica in anticipo cosa fare se ci sono questo tipo di problemi».
L’eurozona ha ancora una disoccupazione molto elevata. Non sarebbe meglio escludere dal computo del deficit gli investimenti pubblici in infrastrutture?
«Capisco le ragioni di regole come queste, ma sono contrario. Quest’idea vorrebbe dire escludere grosse porzioni di spesa pubblica dal computo del deficit: l’istruzione, la ricerca, magari anche la sanità. Piuttosto, bisogna fare in modo che la spesa pubblica vada in maniera prioritaria a questo tipo di investimenti».
Katainen: “L’Italia ha già molta flessibilità non crescerà spendendo di più”
intervista di Ferdinando Giugliano
CERNOBBIO. Dopo un inizio di 2016 turbolento, che ha costretto il governo italiano a ridurre drasticamente le sue stime di crescita per quest’anno, è tornata sul tavolo l’idea di un piano coordinato di investimenti pubblici per rilanciare l’economia globale. Ma per Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Europea e ospite del Forum Ambrosetti a Cernobbio, gli investimenti nell’eurozona dovranno venire principalmente dal privato, anche grazie al cosiddetto “piano Juncker” di cui è responsabile. In un’intervista a Repubblica,
Katainen parla anche della necessità di nuove regole per frenare la crescita del debito pubblico, attraverso un meccanismo di ristrutturazione e limiti agli acquisti dei titoli di Stato da parte delle banche.
Nei giorni scorsi è stato annunciato che il piano Juncker ha mobilizzato 76 miliardi di euro per finanziare investimenti. Soldi veri o solo annunciati?
«C’è stata in passato una percezione sbagliata fra alcuni politici, che pensavano che il piano Juncker avrebbe previsto una grande quantità di soldi pubblici. Ma quella è una strategia che non abbiamo voluto seguire per non far salire i debiti pubblici. L’80% di questi 76 miliardi verranno dal settore privato. Sono soldi che riposavano serenamente nei conti correnti delle aziende e che ora invece saranno utilizzati per finanziare investimenti».
Le nuove regole della Commissione Ue prevedono che si possa chiedere flessibilità per gli investimenti pubblici. E’ possibile chiederla per più anni di fila?
«Non c’è una regola chiara in proposito, ma la flessibilità non va intesa come un modo per aggirare la necessità di mantenere le finanze pubbliche in ordine. Se si usa la flessibilità e la situazione economica non migliora, allora è chiaro che il problema è altrove. L’Italia è il Paese che ha più beneficiato in Europa della flessibilità, senza però migliorare la sua economia: deve contare su un altro modo per crescere».
Crede che i governi europei abbiano capito lo spirito di queste nuove norme?
«Molti Paesi lo hanno capito e sanno quanto sia importante mantenere le finanze pubbliche in ordine. Se c’è una mancanza di competitività, è quello il problema da risolvere. Alcuni Stati membri invece cercano sempre di prendersi un po’ di spazio, ma l’aiuto temporaneo non può essere un modo di agire permanente» ».
Cosa pensa della proposta del governo italiano sull’integrazione economica europea, con il meccanismo comune di sussidi di disoccupazione?
«Dobbiamo avere un’eurozona più integrata e può darsi che dobbiamo anche aumentare la condivisione degli oneri che i Paesi si trovano ad affrontare insieme alla convergenza fra le economie. Sono aperto a proposte diverse, ma dobbiamo evitare che si creino maggiori squilibri economici. Se vogliamo degli stabilizzatori automatici a livello europeo, dobbiamo anche rendere più difficile per gli Stati indebitarsi».
A cosa pensa?
«Per esempio, un argomento cruciale è limitare la quota di obbligazioni sovrane che le banche hanno sui propri bilanci. Per rompere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario ci vorrà tempo, ma è importante farlo anche perché obbligherebbe gli Stati a vendere più debito sui mercati internazionali, rafforzando la disciplina da parte degli investitori».
Cosa pensa dell’idea di un meccanismo che ristrutturi automaticamente il debito pubblico di un Paese quando supera una certa soglia?
«E’ un argomento interessante. Dovremmo avere un meccanismo ordinato che ci dica in anticipo cosa fare se ci sono questo tipo di problemi».
L’eurozona ha ancora una disoccupazione molto elevata. Non sarebbe meglio escludere dal computo del deficit gli investimenti pubblici in infrastrutture?
«Capisco le ragioni di regole come queste, ma sono contrario. Quest’idea vorrebbe dire escludere grosse porzioni di spesa pubblica dal computo del deficit: l’istruzione, la ricerca, magari anche la sanità. Piuttosto, bisogna fare in modo che la spesa pubblica vada in maniera prioritaria a questo tipo di investimenti».
Corriere 9.4.16
Donne & potere
di Maria Laura Rodotà
Il caso Guidi, sei consigli semiseri sulle cose da non fare mai
Non fiori ma emendamenti e il dualismo colf-imprenditrici
Data la presunzione d’innocenza; data la sensazione che Federica Guidi dia troppa carta bianca sia al suo pingue ingegnere ora indagato, sia al suo parrucchiere. Data l’empatia che in molte suscita (su Twitter, sei il caso del giorno se l’account Donnadimezzo si ribattezza evocandoti; si chiama La Pora Guidi, ora). Data la curiosità morbosa per una bega personal-politico-penale da classe dirigente eticamente disattenta, dedita alla guerriglia per bande e magari poco interessata al bene pubblico. Dato tutto questo, il caso Guidi è un manuale alla rovescia. Di tutto quello che non si deve fare nella vita pubblica e privata (a partire dalla prima regola: non mescolarle). Degli errori tipici delle donne con una carriera, e anche senza. Della mancanza di senso di sé, delle ansie da prestazione tradizionale di molte italiane. Per le femmine interessate a uscire dal tunnel (e a non andare in galera) ecco qualche riflessione, anzi qualche consiglio.
50 sfumature di Guidi
Non c’era Christian Grey ma Gianluca Gemelli, non un bel riccone, un rampante pasticcione; eppure, si lamenta Guidi, si comporta «come un sultano», tra prima moglie, compagna importante e chissà chi. Chiede favori alla compagna e al governo italiano, esige norme ad hoc, nomine, appalti, camicie stirate. Al netto delle indagini, una storia tipica da donna arrivata, colpevolizzata anzitutto da se stessa perché potente e pure ricca. E perciò tendente al contrappasso masochista nella vita privata. E forse il caso Guidi, le intercettazioni avvilenti, faranno del bene. Alcune ricorderanno passate miserie; si chiederanno «siamo donne o moquettes?». E cambieranno linea.
Latina a casa, luterana in piazza
Le leggi anticorruzione tutelano i partner incauti, o almeno dovrebbero. Le nebulose trattative di sottogoverno e i fidanzati insistenti possono indurre a dimenticarle. Le donne eccellenti — specie se ministre della Repubblica — dovrebbero rendersi conto che rassicurare su un emendamento non porterà convincenti conferme della loro femminilità. Meglio andare tra ministre a vedere uno strip, casomai.
Gli emendamenti son come le rose
Se una donna saggia va a cena la prima volta con un uomo, e arriva un venditore di rose, e l’uomo, neanche la prima sera, le regala una rosa, la saggia lo classificherà tra i pidocchi senza speranza e non cenerà con lui mai più. Gli emendamenti sono le nuove rose, al contrario: se l’uomo chiede di un emendamento che fa i suoi interessi, meglio dirgli addio mandandogli un bouquet.
La verità sulle sguattere guatemalteche
La frase «mi tratti come una sguattera guatemalteca» è infelice. Il dato è purtroppo corretto: molte donne venute dal machista Centro-Sudamerica per lavorare si fanno trattare malissimo. Visto il terreno comune, servirebbero gruppi di autocoscienza e supporto formati da colf straniere e imprenditrici emiliane. Le seconde potrebbero trovare la forza di cacciare i partner pessimi. Le prime potrebbero bruciargli col ferro l’ultima camicia che chiederanno da far stirare. E altro.
L’anonimo donatore meglio del noto faccendiere
Da anni, italiane singole e coppie lesbiche vanno a far figli in Paesi normali dove possono ricorrere alla fecondazione assistita. Concepiscono bambini mezzi spagnoli a Valencia, biondi a Copenaghen, e così via. A molti di questi bimbi fanno da papà dei nonni dilaganti; anche Guidalberto Guidi, l’industrialone padre di Federica, pare sia pazzo del nipotino quattrenne e guardi Peppa Pig; il papà , pare, latita (la spinta familiare a fornire nipotini va spesso arginata, però, attenzione).
Henry James non è un buon consulente
Né lui, né gli altri scrittori che hanno raccontato donne vittime di cacciatori di dote. Il Ritratto di Signora con Quartierino dipinto in questi giorni — sempre al netto delle indagini — non rende giustizia a Guidi, che nella vita ha lavorato parecchio (la migliore vendetta sarebbe tornare a far bene l’imprenditrice e nel tempo libero ostentare un toy boy guatemalteco; poi chissà).
Donne & potere
di Maria Laura Rodotà
Il caso Guidi, sei consigli semiseri sulle cose da non fare mai
Non fiori ma emendamenti e il dualismo colf-imprenditrici
Data la presunzione d’innocenza; data la sensazione che Federica Guidi dia troppa carta bianca sia al suo pingue ingegnere ora indagato, sia al suo parrucchiere. Data l’empatia che in molte suscita (su Twitter, sei il caso del giorno se l’account Donnadimezzo si ribattezza evocandoti; si chiama La Pora Guidi, ora). Data la curiosità morbosa per una bega personal-politico-penale da classe dirigente eticamente disattenta, dedita alla guerriglia per bande e magari poco interessata al bene pubblico. Dato tutto questo, il caso Guidi è un manuale alla rovescia. Di tutto quello che non si deve fare nella vita pubblica e privata (a partire dalla prima regola: non mescolarle). Degli errori tipici delle donne con una carriera, e anche senza. Della mancanza di senso di sé, delle ansie da prestazione tradizionale di molte italiane. Per le femmine interessate a uscire dal tunnel (e a non andare in galera) ecco qualche riflessione, anzi qualche consiglio.
50 sfumature di Guidi
Non c’era Christian Grey ma Gianluca Gemelli, non un bel riccone, un rampante pasticcione; eppure, si lamenta Guidi, si comporta «come un sultano», tra prima moglie, compagna importante e chissà chi. Chiede favori alla compagna e al governo italiano, esige norme ad hoc, nomine, appalti, camicie stirate. Al netto delle indagini, una storia tipica da donna arrivata, colpevolizzata anzitutto da se stessa perché potente e pure ricca. E perciò tendente al contrappasso masochista nella vita privata. E forse il caso Guidi, le intercettazioni avvilenti, faranno del bene. Alcune ricorderanno passate miserie; si chiederanno «siamo donne o moquettes?». E cambieranno linea.
Latina a casa, luterana in piazza
Le leggi anticorruzione tutelano i partner incauti, o almeno dovrebbero. Le nebulose trattative di sottogoverno e i fidanzati insistenti possono indurre a dimenticarle. Le donne eccellenti — specie se ministre della Repubblica — dovrebbero rendersi conto che rassicurare su un emendamento non porterà convincenti conferme della loro femminilità. Meglio andare tra ministre a vedere uno strip, casomai.
Gli emendamenti son come le rose
Se una donna saggia va a cena la prima volta con un uomo, e arriva un venditore di rose, e l’uomo, neanche la prima sera, le regala una rosa, la saggia lo classificherà tra i pidocchi senza speranza e non cenerà con lui mai più. Gli emendamenti sono le nuove rose, al contrario: se l’uomo chiede di un emendamento che fa i suoi interessi, meglio dirgli addio mandandogli un bouquet.
La verità sulle sguattere guatemalteche
La frase «mi tratti come una sguattera guatemalteca» è infelice. Il dato è purtroppo corretto: molte donne venute dal machista Centro-Sudamerica per lavorare si fanno trattare malissimo. Visto il terreno comune, servirebbero gruppi di autocoscienza e supporto formati da colf straniere e imprenditrici emiliane. Le seconde potrebbero trovare la forza di cacciare i partner pessimi. Le prime potrebbero bruciargli col ferro l’ultima camicia che chiederanno da far stirare. E altro.
L’anonimo donatore meglio del noto faccendiere
Da anni, italiane singole e coppie lesbiche vanno a far figli in Paesi normali dove possono ricorrere alla fecondazione assistita. Concepiscono bambini mezzi spagnoli a Valencia, biondi a Copenaghen, e così via. A molti di questi bimbi fanno da papà dei nonni dilaganti; anche Guidalberto Guidi, l’industrialone padre di Federica, pare sia pazzo del nipotino quattrenne e guardi Peppa Pig; il papà , pare, latita (la spinta familiare a fornire nipotini va spesso arginata, però, attenzione).
Henry James non è un buon consulente
Né lui, né gli altri scrittori che hanno raccontato donne vittime di cacciatori di dote. Il Ritratto di Signora con Quartierino dipinto in questi giorni — sempre al netto delle indagini — non rende giustizia a Guidi, che nella vita ha lavorato parecchio (la migliore vendetta sarebbe tornare a far bene l’imprenditrice e nel tempo libero ostentare un toy boy guatemalteco; poi chissà).
La Stampa 9.4.16
Cene, agganci politici, nomine
La ragnatela del “clan” Gemelli
Dall’ammiraglio al monsignore: ecco come manovrava il gruppo di potere
di Francesco Grignetti
Una grande ragnatela, dove il «clan del quartierino» si muoveva a destra e sinistra per le sue scorribande, ecco che cos’è la politica vista dal retrobottega.
Operazione Capitanerie
Il lobbista Nicola Colicchi, caro al Capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, si dà un gran daffare, sia per la Legge Navale, che per una leggina auspicata dall’ammiraglio: lo scioglimento delle Capitanerie di Porto. Il 13 gennaio 2015, l’ammiraglio informa il lobbista che stanno per nominare capo di Gabinetto alla Difesa l’ammiraglio Girardelli. De Giorgi: «L’ho messo sul piatto d’argento... diventa Capo di stato maggiore della Marina dopo di me... non ci piove». «Colicchi risponde - si legge nelle carte - che sarà utile per tutto (compreso le Capitanerie), che è comunque una persona sveglia ed è comunque uno dei suoi».
Il tema delle Capitanerie è in cima all’agenda dell’ammiraglio. Due giorni dopo, ancora De Giorgi: «Per quanto riguarda Lupi (all’epoca ministro alle Infrastrutture, ndr) ottime notizie, nel senso che Lupi è sempre più infastidito da Angrisano (comandante delle Capitanerie di porto, ndr)... ecco, quindi, se riusciamo a vederci con lui, qualunque modo, anche di sabato...».
Si arriva al 13 aprile, al ministero ora c’è Graziano Delrio. Colicchi: «Lo Bello deve vedere Delrio... lo va a trovare per il tema dell’autorità portuale di Augusta... L’omino del gabinetto delle Capitanerie di porto ha mandato avanti una cosa, dicendo... (le autorità portuali, ndr) vanno date alle Capitanerie di porto, perché così... c’è una gestione uniforme... Delrio di questa roba qua non sa un cazzo...».
È qui che salta fuori la riforma Madia della Pa. De Giorgi propone delle cene informali: «Rosato era a favore dell’accorpamento delle Capitanerie... quando gli avevo detto “è il caso di parlarne con Delrio?”, lui mi ha suggerito di no. Dice: “Aspettare all’ultimo minuto e poi... perché se no altrimenti salta...”». L’ammiraglio punta tutto sul ddl Madia, «come mi aveva promesso la Boschi, ha detto che si doveva rivedere anche la questione del mare... e io a questo punto starei buono per evitare... Con Delrio io farei un’operazione diversa, quella della cena, dell’incontro conviviale... dove si rompe il ghiaccio». Già, le cene. Colicchi ne organizza una per l’ammiraglio con Raffaele Tiscar, vicesegretario di palazzo Chigi e Carlo Pelanda. In un’altra cena, Colicchi a tavola aveva Ivan Lo Bello, monsignor Guido Paglia e il senatore Roberto Cociancich, Pd. Per la cronaca, a luglio un emendamento del dem Ernesto Carbone, relatore alla legge Madia, prevede la decapitazione delle Capitanerie di porto. Non se ne farà nulla per la contrarietà proprio di Delrio.
Operazione Pinotti
Negli stessi giorni, De Giorgi si muove con il clan per far deragliare il Libro bianco della ministra Roberta Pinotti. Sempre l'ammiraglio, il 14 maggio: «Allora l’audizione (
di Pinotti, ndr) mi hanno detto che non è andata come ha voluto lei.. è andata lì e non hanno detto: benissimo, procediamo, che bello, eh... è stato detto, anche da Napolitano stesso, è stato detto che si dovranno fare tutti i passaggi parlamentari del caso... Quindi praticamente adesso Latorre (il sen. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa, ndr
) mi ha detto che lui la linea che sta portando avanti è proprio quella, cioè di, come dire, depotenziare il documento... in modo tale che sia sempre più chiaro che si tratta di un documento di massima, e che poi si dovrà andare via via sui vari...».
Il Libro bianco è osteggiato dall’ammiraglio De Giorgi, che vede malissimo l’accentramento di poteri allo Stato maggiore Difesa a scapito delle singole forze armate. Con Colicchi perciò passa in rassegna le forze parlamentari su cui premere per bloccare la riforma. Colicchi: «Libro bianco: con la Uil stiamo interessando amici parlamentari del Pd renziani: l’on. Maria Cecilia Guerra, Finanze tesoro e politiche europee. L’on. Andrea Manciulli presidente della delegazione parlamentare Nato commissione affari esteri e comunitari». De Giorgi: «Anche 5S». Colicchi: «5S posso arrivare anche a Di Battista». De Giorgi: «Parliamone». Ma si attiva l’intero clan. Pastena dice a Gemelli: «Io lo aiuto in Parlamento a Giuseppe (De Giorgi, ndr) tramite Paolo (Quinto, ndr)».
De Giorgi è davvero preoccupato. A Colicchi dice che bisogna porre «rapidamente» un argine all’attivismo del generale Claudio Graziano, Capo di stato maggiore della Difesa, e dice che «avrebbe voluto chiedere aiuto anche a Sant’Egidio, ciò con riferimento all’opportunità di far chiamare la ministra».
Operazione Delrio
De Giorgi però non perde di vista il problema di Augusta, dove Gianluca Gemelli ha interessi fin troppo concreti, nell’ambito di un torbido scambio tra Legge Navale e depositi di carburante. Tutto ruota attorno alla presidenza dell’autorità portuale di Augusta, che dipende dal ministero delle Infrastrutture. Dice a Colicchi: «Cominciamo a stringere i rapporti con Delrio, nel senso che senza parlargli di uno specifico evento... siccome mi sembra che l’uomo sia molto diffidente...». Il clan è preoccupato per la mancata conferma del commissario Alberto Cozzo. C’è in pista la nomina di un ufficiale delle Capitanerie, Macauda. Ma va avanti Ivan Lo Bello e la vicenda termina con un successo per il clan, ossia la conferma per altri sei mesi di Cozzo da parte di Delrio. «Avrebbe addirittura dato indicazioni al vice capo di Gabinetto di strappare un decreto già predisposto - lo stesso decreto, probabilmente, cui facevano cenno Cozzo e Gemelli nel corso delle prime conversazioni».
Cene, agganci politici, nomine
La ragnatela del “clan” Gemelli
Dall’ammiraglio al monsignore: ecco come manovrava il gruppo di potere
di Francesco Grignetti
Una grande ragnatela, dove il «clan del quartierino» si muoveva a destra e sinistra per le sue scorribande, ecco che cos’è la politica vista dal retrobottega.
Operazione Capitanerie
Il lobbista Nicola Colicchi, caro al Capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, si dà un gran daffare, sia per la Legge Navale, che per una leggina auspicata dall’ammiraglio: lo scioglimento delle Capitanerie di Porto. Il 13 gennaio 2015, l’ammiraglio informa il lobbista che stanno per nominare capo di Gabinetto alla Difesa l’ammiraglio Girardelli. De Giorgi: «L’ho messo sul piatto d’argento... diventa Capo di stato maggiore della Marina dopo di me... non ci piove». «Colicchi risponde - si legge nelle carte - che sarà utile per tutto (compreso le Capitanerie), che è comunque una persona sveglia ed è comunque uno dei suoi».
Il tema delle Capitanerie è in cima all’agenda dell’ammiraglio. Due giorni dopo, ancora De Giorgi: «Per quanto riguarda Lupi (all’epoca ministro alle Infrastrutture, ndr) ottime notizie, nel senso che Lupi è sempre più infastidito da Angrisano (comandante delle Capitanerie di porto, ndr)... ecco, quindi, se riusciamo a vederci con lui, qualunque modo, anche di sabato...».
Si arriva al 13 aprile, al ministero ora c’è Graziano Delrio. Colicchi: «Lo Bello deve vedere Delrio... lo va a trovare per il tema dell’autorità portuale di Augusta... L’omino del gabinetto delle Capitanerie di porto ha mandato avanti una cosa, dicendo... (le autorità portuali, ndr) vanno date alle Capitanerie di porto, perché così... c’è una gestione uniforme... Delrio di questa roba qua non sa un cazzo...».
È qui che salta fuori la riforma Madia della Pa. De Giorgi propone delle cene informali: «Rosato era a favore dell’accorpamento delle Capitanerie... quando gli avevo detto “è il caso di parlarne con Delrio?”, lui mi ha suggerito di no. Dice: “Aspettare all’ultimo minuto e poi... perché se no altrimenti salta...”». L’ammiraglio punta tutto sul ddl Madia, «come mi aveva promesso la Boschi, ha detto che si doveva rivedere anche la questione del mare... e io a questo punto starei buono per evitare... Con Delrio io farei un’operazione diversa, quella della cena, dell’incontro conviviale... dove si rompe il ghiaccio». Già, le cene. Colicchi ne organizza una per l’ammiraglio con Raffaele Tiscar, vicesegretario di palazzo Chigi e Carlo Pelanda. In un’altra cena, Colicchi a tavola aveva Ivan Lo Bello, monsignor Guido Paglia e il senatore Roberto Cociancich, Pd. Per la cronaca, a luglio un emendamento del dem Ernesto Carbone, relatore alla legge Madia, prevede la decapitazione delle Capitanerie di porto. Non se ne farà nulla per la contrarietà proprio di Delrio.
Operazione Pinotti
Negli stessi giorni, De Giorgi si muove con il clan per far deragliare il Libro bianco della ministra Roberta Pinotti. Sempre l'ammiraglio, il 14 maggio: «Allora l’audizione (
di Pinotti, ndr) mi hanno detto che non è andata come ha voluto lei.. è andata lì e non hanno detto: benissimo, procediamo, che bello, eh... è stato detto, anche da Napolitano stesso, è stato detto che si dovranno fare tutti i passaggi parlamentari del caso... Quindi praticamente adesso Latorre (il sen. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa, ndr
) mi ha detto che lui la linea che sta portando avanti è proprio quella, cioè di, come dire, depotenziare il documento... in modo tale che sia sempre più chiaro che si tratta di un documento di massima, e che poi si dovrà andare via via sui vari...».
Il Libro bianco è osteggiato dall’ammiraglio De Giorgi, che vede malissimo l’accentramento di poteri allo Stato maggiore Difesa a scapito delle singole forze armate. Con Colicchi perciò passa in rassegna le forze parlamentari su cui premere per bloccare la riforma. Colicchi: «Libro bianco: con la Uil stiamo interessando amici parlamentari del Pd renziani: l’on. Maria Cecilia Guerra, Finanze tesoro e politiche europee. L’on. Andrea Manciulli presidente della delegazione parlamentare Nato commissione affari esteri e comunitari». De Giorgi: «Anche 5S». Colicchi: «5S posso arrivare anche a Di Battista». De Giorgi: «Parliamone». Ma si attiva l’intero clan. Pastena dice a Gemelli: «Io lo aiuto in Parlamento a Giuseppe (De Giorgi, ndr) tramite Paolo (Quinto, ndr)».
De Giorgi è davvero preoccupato. A Colicchi dice che bisogna porre «rapidamente» un argine all’attivismo del generale Claudio Graziano, Capo di stato maggiore della Difesa, e dice che «avrebbe voluto chiedere aiuto anche a Sant’Egidio, ciò con riferimento all’opportunità di far chiamare la ministra».
Operazione Delrio
De Giorgi però non perde di vista il problema di Augusta, dove Gianluca Gemelli ha interessi fin troppo concreti, nell’ambito di un torbido scambio tra Legge Navale e depositi di carburante. Tutto ruota attorno alla presidenza dell’autorità portuale di Augusta, che dipende dal ministero delle Infrastrutture. Dice a Colicchi: «Cominciamo a stringere i rapporti con Delrio, nel senso che senza parlargli di uno specifico evento... siccome mi sembra che l’uomo sia molto diffidente...». Il clan è preoccupato per la mancata conferma del commissario Alberto Cozzo. C’è in pista la nomina di un ufficiale delle Capitanerie, Macauda. Ma va avanti Ivan Lo Bello e la vicenda termina con un successo per il clan, ossia la conferma per altri sei mesi di Cozzo da parte di Delrio. «Avrebbe addirittura dato indicazioni al vice capo di Gabinetto di strappare un decreto già predisposto - lo stesso decreto, probabilmente, cui facevano cenno Cozzo e Gemelli nel corso delle prime conversazioni».
La Stampa 9.4.16
La sindaca grillina
“Delrio getta solo fango. Votai contro quei piani”
Di Pietro: “Io sponsor di Cozzo? Falso Vogliono scipparci l’Autorità portuale”
intervista di Guido Ruotolo
«Scandalizzata? Sì. Questa è l’ennesima storia di un comitato d’affari. Se il ministro Delrio pensa di trascinarmi nel fango sbaglia di grosso. Io al tavolo del Comitato portuale di Augusta ho sempre votato contro o mi sono astenuta sulle proroghe di concessioni o sui nuovi piani regolatori portuali. Hanno tentato di farmi approvare la cementificazione di una vecchia salina per costruire un nuovo pontile. Mi sono opposta».
Sindaco Cettina Di Pietro, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio sostiene che fu lei a sponsorizzare la proroga del commissario straordinario dell’Autorità portuale di Augusta, Alberto Cozzo.
«Ricorda male. Il ministro si presta ad alimentare la macchina del fango contro noi Cinque Stelle. Siamo in campagna elettorale. Ma dietro questo fango c’è anche il tentativo di scippare ad Augusta la sede dell’Autorità del sistema portuale, per fare un favore al sindaco Pd di Catania, Enzo Bianco».
Lei è sindaca dal giugno scorso, eletta con il 75% dei voti. Chi ha sponsorizzato la conferma di Cozzo all’Autorità portuale?
«Io no. Il ministro delle Infrastrutture venne ad Augusta, nel giugno scorso, un paio di giorni dopo il mio insediamento. Ad ottobre ottenni un incontro a Roma con Delrio per discutere il nuovo assetto dell’Autorità di sistema portuale. E a quell’incontro non ero da sola. Mai ho parlato di Cozzo. E poi Delrio dice che non lo stimava, ma nello stesso tempo lo ha prorogato. Vai a capire il perché».
Lei conosce Gianluca Gemelli, il faccendiere di Augusta compagno dell’ex ministra Guidi?
«Siamo quasi coetanei, ma devo dire che non l’ho mai incontrato. So che era il leader dei giovani industriali, che l’ex moglie era figlia di un ufficiale della Marina. E adesso leggo dalle cronache giudiziarie quello che avrebbe fatto».
A leggere i giornali, appunto, viene fuori che il porto di Augusta era un oggetto del desiderio di un gruppo di imprenditori, faccendieri, affaristi, militari.
«Siamo abituati agli scandali. Purtroppo non ne sono sconvolta né come cittadina né da sindaco. Sono stata eletta dopo due anni di commissariamento perché il Comune era stato sciolto per mafia».
Il porto d’Augusta risponde oggi a diverse vocazioni: porto commerciale, militare, banchina per lo sbarco dei migranti, porto petrolifero.
«Leggo che fu l’ammiraglio De Giorgi, coinvolto nell’inchiesta di Potenza, a creare Mare Nostrum, a scegliere Augusta come uno dei porti principali per lo sbarco degli immigrati. Addirittura abbiamo scongiurato il tentativo di far aprire qui un hotspot, un centro di identificazione. Non ho centri di prima accoglienza e non so come posso occuparmi di centinaia di minori che mi vengono assegnati».
Nove mesi sulla poltrona da sindaco. Si è mai accorta che qualcosa non funzionava per il verso giusto, al Porto?
«Le ho già detto delle prese di posizione nette su iniziative speculative o sbagliate. Posso dire che sono d’accordo con il ministro Delrio quando dice che il futuro dei porti dipende dalle scelte di alta professionalità dei manager portuali. Fino ad oggi sono prevalse altre logiche».
La sindaca grillina
“Delrio getta solo fango. Votai contro quei piani”
Di Pietro: “Io sponsor di Cozzo? Falso Vogliono scipparci l’Autorità portuale”
intervista di Guido Ruotolo
«Scandalizzata? Sì. Questa è l’ennesima storia di un comitato d’affari. Se il ministro Delrio pensa di trascinarmi nel fango sbaglia di grosso. Io al tavolo del Comitato portuale di Augusta ho sempre votato contro o mi sono astenuta sulle proroghe di concessioni o sui nuovi piani regolatori portuali. Hanno tentato di farmi approvare la cementificazione di una vecchia salina per costruire un nuovo pontile. Mi sono opposta».
Sindaco Cettina Di Pietro, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio sostiene che fu lei a sponsorizzare la proroga del commissario straordinario dell’Autorità portuale di Augusta, Alberto Cozzo.
«Ricorda male. Il ministro si presta ad alimentare la macchina del fango contro noi Cinque Stelle. Siamo in campagna elettorale. Ma dietro questo fango c’è anche il tentativo di scippare ad Augusta la sede dell’Autorità del sistema portuale, per fare un favore al sindaco Pd di Catania, Enzo Bianco».
Lei è sindaca dal giugno scorso, eletta con il 75% dei voti. Chi ha sponsorizzato la conferma di Cozzo all’Autorità portuale?
«Io no. Il ministro delle Infrastrutture venne ad Augusta, nel giugno scorso, un paio di giorni dopo il mio insediamento. Ad ottobre ottenni un incontro a Roma con Delrio per discutere il nuovo assetto dell’Autorità di sistema portuale. E a quell’incontro non ero da sola. Mai ho parlato di Cozzo. E poi Delrio dice che non lo stimava, ma nello stesso tempo lo ha prorogato. Vai a capire il perché».
Lei conosce Gianluca Gemelli, il faccendiere di Augusta compagno dell’ex ministra Guidi?
«Siamo quasi coetanei, ma devo dire che non l’ho mai incontrato. So che era il leader dei giovani industriali, che l’ex moglie era figlia di un ufficiale della Marina. E adesso leggo dalle cronache giudiziarie quello che avrebbe fatto».
A leggere i giornali, appunto, viene fuori che il porto di Augusta era un oggetto del desiderio di un gruppo di imprenditori, faccendieri, affaristi, militari.
«Siamo abituati agli scandali. Purtroppo non ne sono sconvolta né come cittadina né da sindaco. Sono stata eletta dopo due anni di commissariamento perché il Comune era stato sciolto per mafia».
Il porto d’Augusta risponde oggi a diverse vocazioni: porto commerciale, militare, banchina per lo sbarco dei migranti, porto petrolifero.
«Leggo che fu l’ammiraglio De Giorgi, coinvolto nell’inchiesta di Potenza, a creare Mare Nostrum, a scegliere Augusta come uno dei porti principali per lo sbarco degli immigrati. Addirittura abbiamo scongiurato il tentativo di far aprire qui un hotspot, un centro di identificazione. Non ho centri di prima accoglienza e non so come posso occuparmi di centinaia di minori che mi vengono assegnati».
Nove mesi sulla poltrona da sindaco. Si è mai accorta che qualcosa non funzionava per il verso giusto, al Porto?
«Le ho già detto delle prese di posizione nette su iniziative speculative o sbagliate. Posso dire che sono d’accordo con il ministro Delrio quando dice che il futuro dei porti dipende dalle scelte di alta professionalità dei manager portuali. Fino ad oggi sono prevalse altre logiche».
Corriere 9.4.16
Lotta ai corrotti non al mercato
di Antonio Polito
A leggerli così, mescolati in quella secrezione delle nostre vite che sono le nostre peggiori telefonate (tanto quelle belle, corrette, trasparenti, nel faldone di un’inchiesta non ci arrivano, e dunque nessuno le conoscerà mai) viene da pensare che gli affari siano sempre affarismo. Non è vero. E dovremmo dirlo, perché già viviamo in un Paese pieno di pregiudizi contro il business. Già sembriamo una repubblica di Banana (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything) ostile a ogni calcestruzzo, in cui la produzione di qualsiasi forma di energia, dal nucleare alle pale eoliche, dal gas agli inceneritori, solleva proteste e veti ecologisti. E invece tutte quelle parole che ci fanno sobbalzare nelle intercettazioni, contratto, gara, appalto, soldi, non sono lo sterco del demonio, non sono sinonimi di imbroglio e truffa. Gli affari fanno girare il mondo, o non lo fanno girare. Quando a fine anno piangiamo per lo scarso Pil o la forte disoccupazione, quando ci lamentiamo perché il Sud è vent’anni indietro, non facciamo altro che tirare le somme di troppi pochi affari, transazioni, vendite, acquisti, opere pubbliche e private. Per questo è difficile dare torto a Renzi quando rivendica al governo, con quell’aria di sfida ai magistrati di Potenza, la responsabilità politica di sbloccare gli investimenti, accelerarne l’iter, produrre lavoro. La corruzione va combattuta senza quartiere e senza riguardi, perché è distruttiva del mercato. Ma guai se pensassimo di stroncarla stroncando gli affari. La qualità della nostra vita e il nostro stesso reddito dipendono dal livello di sviluppo e di tecnologia del Paese in cui viviamo.
N on diamo alibi a chi sogna di sostituire il mito del regresso a quello del progresso. Però proprio un governo che vuole finalmente rompere il tabù degli affari deve cercare antidoti più forti all’affarismo. Non basta la giustificazione del «fare» per esorcizzarlo. L’inchiesta di Potenza, facendoci guardare dal buco della serratura nelle stanze dove si decide, demolisce l’idea che centralizzare e personalizzare il potere possa tagliare le unghie all’affarismo.
Se mai c’è stata, l’illusione dell’uomo solo al comando della nave si è dimostrata incapace di eliminare il caotico affollarsi degli interessi giù nella sala macchine, dove ministri, sottosegretari e capi di gabinetto restano esposti, e forse anche più esposti quanto minore è la loro personalità e il loro peso nella collegialità del governo, alla pressione delle lobby. E così finiscono per combattersi, rubarsi competenze, costruire cordate, perfino in un governo del premier, virtualmente monocolore, come è quello Renzi.
C’è poi una seconda lezione da apprendere. La riduzione del Parlamento a votificio non semplifica le cose. Tutti gli emendamenti, ad progettum, aziendam o personam, cercano disperatamente un treno legislativo su cui saltare, e di solito finiscono per trovarlo nel maxi emendamento alla legge di Stabilità, patchwork che la maggioranza deve approvare in pochi minuti, in piena notte e a occhi chiusi. È vero che le Camere sono un ricettacolo di clientele, e l’assalto alla diligenza di un tempo non era preferibile, ma il Parlamento è anche un filtro degli interessi. Sempre meglio farli passare allo scrutinio di una commissione, che trovarseli riversati sul tavolo di un ministero, dove si decide certamente con maggiore opacità e discrezionalità, e dove il potere di un funzionario vale più dell’opinione di un deputato eletto dal popolo.
Infine bisogna regolamentare il lavoro dei gruppi di pressione. Questo Gemelli era un lobbista? Allora doveva essere iscritto a un registro della professione, dichiarare i propri interessi, e il ministro con cui conviveva doveva a sua volta dichiarare il legame al momento di assumere un incarico nel governo, e il presidente del Consiglio doveva sapere che il suo ministro dello Sviluppo economico aveva questo ulteriore interesse, diciamo così, familiare.
L’esito più infausto del clamore di questa storia, insomma, sarebbe un ritorno al passato, quando non si combinava niente e si corrompeva anche di più.
Ma per evitarlo non ci sono scorciatoie autoritarie o dirigiste, bisogna seguire la strada maestra di una democrazia funzionante, fatta di pesi e contrappesi, check and balance; e adeguarsi così, un po’ alla volta, agli standard etici dei Paesi puritani.
Lotta ai corrotti non al mercato
di Antonio Polito
A leggerli così, mescolati in quella secrezione delle nostre vite che sono le nostre peggiori telefonate (tanto quelle belle, corrette, trasparenti, nel faldone di un’inchiesta non ci arrivano, e dunque nessuno le conoscerà mai) viene da pensare che gli affari siano sempre affarismo. Non è vero. E dovremmo dirlo, perché già viviamo in un Paese pieno di pregiudizi contro il business. Già sembriamo una repubblica di Banana (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything) ostile a ogni calcestruzzo, in cui la produzione di qualsiasi forma di energia, dal nucleare alle pale eoliche, dal gas agli inceneritori, solleva proteste e veti ecologisti. E invece tutte quelle parole che ci fanno sobbalzare nelle intercettazioni, contratto, gara, appalto, soldi, non sono lo sterco del demonio, non sono sinonimi di imbroglio e truffa. Gli affari fanno girare il mondo, o non lo fanno girare. Quando a fine anno piangiamo per lo scarso Pil o la forte disoccupazione, quando ci lamentiamo perché il Sud è vent’anni indietro, non facciamo altro che tirare le somme di troppi pochi affari, transazioni, vendite, acquisti, opere pubbliche e private. Per questo è difficile dare torto a Renzi quando rivendica al governo, con quell’aria di sfida ai magistrati di Potenza, la responsabilità politica di sbloccare gli investimenti, accelerarne l’iter, produrre lavoro. La corruzione va combattuta senza quartiere e senza riguardi, perché è distruttiva del mercato. Ma guai se pensassimo di stroncarla stroncando gli affari. La qualità della nostra vita e il nostro stesso reddito dipendono dal livello di sviluppo e di tecnologia del Paese in cui viviamo.
N on diamo alibi a chi sogna di sostituire il mito del regresso a quello del progresso. Però proprio un governo che vuole finalmente rompere il tabù degli affari deve cercare antidoti più forti all’affarismo. Non basta la giustificazione del «fare» per esorcizzarlo. L’inchiesta di Potenza, facendoci guardare dal buco della serratura nelle stanze dove si decide, demolisce l’idea che centralizzare e personalizzare il potere possa tagliare le unghie all’affarismo.
Se mai c’è stata, l’illusione dell’uomo solo al comando della nave si è dimostrata incapace di eliminare il caotico affollarsi degli interessi giù nella sala macchine, dove ministri, sottosegretari e capi di gabinetto restano esposti, e forse anche più esposti quanto minore è la loro personalità e il loro peso nella collegialità del governo, alla pressione delle lobby. E così finiscono per combattersi, rubarsi competenze, costruire cordate, perfino in un governo del premier, virtualmente monocolore, come è quello Renzi.
C’è poi una seconda lezione da apprendere. La riduzione del Parlamento a votificio non semplifica le cose. Tutti gli emendamenti, ad progettum, aziendam o personam, cercano disperatamente un treno legislativo su cui saltare, e di solito finiscono per trovarlo nel maxi emendamento alla legge di Stabilità, patchwork che la maggioranza deve approvare in pochi minuti, in piena notte e a occhi chiusi. È vero che le Camere sono un ricettacolo di clientele, e l’assalto alla diligenza di un tempo non era preferibile, ma il Parlamento è anche un filtro degli interessi. Sempre meglio farli passare allo scrutinio di una commissione, che trovarseli riversati sul tavolo di un ministero, dove si decide certamente con maggiore opacità e discrezionalità, e dove il potere di un funzionario vale più dell’opinione di un deputato eletto dal popolo.
Infine bisogna regolamentare il lavoro dei gruppi di pressione. Questo Gemelli era un lobbista? Allora doveva essere iscritto a un registro della professione, dichiarare i propri interessi, e il ministro con cui conviveva doveva a sua volta dichiarare il legame al momento di assumere un incarico nel governo, e il presidente del Consiglio doveva sapere che il suo ministro dello Sviluppo economico aveva questo ulteriore interesse, diciamo così, familiare.
L’esito più infausto del clamore di questa storia, insomma, sarebbe un ritorno al passato, quando non si combinava niente e si corrompeva anche di più.
Ma per evitarlo non ci sono scorciatoie autoritarie o dirigiste, bisogna seguire la strada maestra di una democrazia funzionante, fatta di pesi e contrappesi, check and balance; e adeguarsi così, un po’ alla volta, agli standard etici dei Paesi puritani.
Repubblica 9.4.16
La polemica.
Nella fase più difficile dell’esecutivo i distinguo e i bilanci di imprenditori, politici e intellettuali vicini al renzismo
I fan della Leopolda avvisano “Il governo logora chi ce l’ha lui non può fare tutto da solo”
di Carmelo Lopapa
ROMA. Di tagliandi al suo governo il presidente del Consiglio non vuole sentir parlare. Lui corre, zero tempo per le soste. Ma dopo due anni a Palazzo Chigi, cosa ne è del governo Renzi? Sta andando incontro a un progressivo logoramento, come gli avversari sostengono? Lo slalom è ad alta pericolosità tra riforme ancora aperte, contiguità politica con Verdini, una vicenda petroli appena sbocciata e un caso Banca Etruria che fa fatica a chiudersi. In Parlamento i numeri dicono che certo non rischia, ma fuori dal Palazzo?
I tre banchi di prova decisivi sono imminenti. Il primo già la settimana prossima: il referendum sulle trivelle. E poi nel giro di poche settimane le amministrative e la consultazione costituzionale (in autunno) in cui il leader si gioca tutto. I primi dubbi, i primi distinguo, qualche perplessità emergono già in quegli osservatori esterni alla politica considerati pure di area o al più “diversamente renziani”, come qualcuno è stato definito. Il governo - è l’impressione diffusa - finisce col logorare chi ce l’ha. Sembrano già lontani i toni e i trionfalismi delle prime edizioni della Leopolda. Le critiche erano emerse in maniera esplicita e con qualche illustre defezione già all’ultima edizione fiorentina di dicembre.
Preoccupazione di fondo è che anche questo leader sia affetto dal vizio di chi lo ha preceduto (e non solo in Italia): che non stia dando vita cioè a una nuova classe dirigente, al netto di giovani ministri e ministre. E che dopo la rottamazione servano “nuovi contenuti”.
Parla dalla trincea dei comuni un renziano della prima ora come Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo. «Non sempre lo sforzo del governo è andato pienamente a segno, ma la produttività di governo e Parlamento negli ultimi due anni è nettamente cresciuta, è stato un cammino obiettivamente faticoso: in questi 24 mesi sono emerse nuove difficoltà », è il bilancio che tira il fondatore di Magnolia, ex direttore di Canale5 e Italia1. Il governo non lo definirebbe logoro, «però è importante che a questo punto venga fatta emergere una vera nuova classe dirigente. Renzi a tratti appare troppo solo. Per portare l’Italia fuori dal guado ha bisogno di tutte le energie e delle persone capaci che ci sono in circolazione. Riuscire a coinvolgerle e a motivarle è la vera scommessa che lo attende». Ce la farà?
Siamo e restiamo in crisi, ricorda dall’alto dei suoi 83 anni Paolo Fresco, presidente nella Fiat post Romiti fino al 2003, che pure di Renzi è stato big sponsor negli anni della “rottamazione”. Convinto «che Matteo abbia portato un nuovo spirito positivo di rinnovamento », ma ammette anche che «ha un compito titanico: siamo ancora un paese gestito da una burocrazia autoreferente e autoalimentante. Ci vorrà una generazione per cambiare questo stato di cose. Renzi è sulla strada buona, anche se non c’è dubbio che siamo in crisi, come tutto il mondo occidentale».
Il think tank “Volta” è un progetto al quale il premier-segretario tiene parecchio, studiato e adesso lanciato (mercoledì scorso a Roma, un mese fa a Bruxelles) per “generare idee e progetti”, perché su quelli è evidente che bisognerà lavorare parecchio. Renzi ha affidato la presidenza del board al quarantenne e fidatissimo Giuliano da Empoli, economista, saggista. «Credo che l’effetto principale di due anni di governo Renzi sia stato quello di aprire spazi che prima non c’erano», racconta. «Sono crollati dei tabù che prima sembravano eterni, ora però bisogna proseguire, gli spazi creati dal disboscamento vanno riempiti di contenuti nuovi, altrimenti prima o poi tornano a galla quelli vecchi». La preoccupazione dell’eterno ritorno di chi non si rassegna resta uno spettro assai temuto dall’entourage renziano. «Adesso che un po’ di spazio in più c’è - conclude il capo di “Volta” - bisogna capire se ci siano soggetti nuovi in grado di occuparlo, portando qualità». Riempire i vuoti e riempirli di contenuti, dunque.
Poi c’è chi, come il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, dell’attuale premier è stato uno dei baluardi, oltre che coscienza critica, fino a prenderne progressivamente le distanze. Un bilancio dei due anni di governo non vuole nemmeno farlo, il presidente. «Sono molto concentrato sulle questioni regionali - taglia corto - su quelle nazionali quel che che avevo da dire e da fare l’ho fatto dimettendomi da presidente delle Regioni, ora preferisco seguire, riflettere, lavorare ». Dimissioni, si ricorderà, in aperta polemica con le strategie economiche dell’esecutivo. Da allora, ponti saltati. Chi, nonostante tutto e pur definendosi “non tifoso”, mantiene una valutazione positiva è il fondatore di Eataly Oscar Farinetti. Renzi lo stima e lo considera comunque «la persona migliore per guidare l’Italia», abbattere il governo «sarebbe una follia». Un consiglio però all’amico lo rivolge: «Ascoltare di più le opposizioni, interna e esterna al Pd, perchè possono arrivare giuste indicazioni».
La polemica.
Nella fase più difficile dell’esecutivo i distinguo e i bilanci di imprenditori, politici e intellettuali vicini al renzismo
I fan della Leopolda avvisano “Il governo logora chi ce l’ha lui non può fare tutto da solo”
di Carmelo Lopapa
ROMA. Di tagliandi al suo governo il presidente del Consiglio non vuole sentir parlare. Lui corre, zero tempo per le soste. Ma dopo due anni a Palazzo Chigi, cosa ne è del governo Renzi? Sta andando incontro a un progressivo logoramento, come gli avversari sostengono? Lo slalom è ad alta pericolosità tra riforme ancora aperte, contiguità politica con Verdini, una vicenda petroli appena sbocciata e un caso Banca Etruria che fa fatica a chiudersi. In Parlamento i numeri dicono che certo non rischia, ma fuori dal Palazzo?
I tre banchi di prova decisivi sono imminenti. Il primo già la settimana prossima: il referendum sulle trivelle. E poi nel giro di poche settimane le amministrative e la consultazione costituzionale (in autunno) in cui il leader si gioca tutto. I primi dubbi, i primi distinguo, qualche perplessità emergono già in quegli osservatori esterni alla politica considerati pure di area o al più “diversamente renziani”, come qualcuno è stato definito. Il governo - è l’impressione diffusa - finisce col logorare chi ce l’ha. Sembrano già lontani i toni e i trionfalismi delle prime edizioni della Leopolda. Le critiche erano emerse in maniera esplicita e con qualche illustre defezione già all’ultima edizione fiorentina di dicembre.
Preoccupazione di fondo è che anche questo leader sia affetto dal vizio di chi lo ha preceduto (e non solo in Italia): che non stia dando vita cioè a una nuova classe dirigente, al netto di giovani ministri e ministre. E che dopo la rottamazione servano “nuovi contenuti”.
Parla dalla trincea dei comuni un renziano della prima ora come Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo. «Non sempre lo sforzo del governo è andato pienamente a segno, ma la produttività di governo e Parlamento negli ultimi due anni è nettamente cresciuta, è stato un cammino obiettivamente faticoso: in questi 24 mesi sono emerse nuove difficoltà », è il bilancio che tira il fondatore di Magnolia, ex direttore di Canale5 e Italia1. Il governo non lo definirebbe logoro, «però è importante che a questo punto venga fatta emergere una vera nuova classe dirigente. Renzi a tratti appare troppo solo. Per portare l’Italia fuori dal guado ha bisogno di tutte le energie e delle persone capaci che ci sono in circolazione. Riuscire a coinvolgerle e a motivarle è la vera scommessa che lo attende». Ce la farà?
Siamo e restiamo in crisi, ricorda dall’alto dei suoi 83 anni Paolo Fresco, presidente nella Fiat post Romiti fino al 2003, che pure di Renzi è stato big sponsor negli anni della “rottamazione”. Convinto «che Matteo abbia portato un nuovo spirito positivo di rinnovamento », ma ammette anche che «ha un compito titanico: siamo ancora un paese gestito da una burocrazia autoreferente e autoalimentante. Ci vorrà una generazione per cambiare questo stato di cose. Renzi è sulla strada buona, anche se non c’è dubbio che siamo in crisi, come tutto il mondo occidentale».
Il think tank “Volta” è un progetto al quale il premier-segretario tiene parecchio, studiato e adesso lanciato (mercoledì scorso a Roma, un mese fa a Bruxelles) per “generare idee e progetti”, perché su quelli è evidente che bisognerà lavorare parecchio. Renzi ha affidato la presidenza del board al quarantenne e fidatissimo Giuliano da Empoli, economista, saggista. «Credo che l’effetto principale di due anni di governo Renzi sia stato quello di aprire spazi che prima non c’erano», racconta. «Sono crollati dei tabù che prima sembravano eterni, ora però bisogna proseguire, gli spazi creati dal disboscamento vanno riempiti di contenuti nuovi, altrimenti prima o poi tornano a galla quelli vecchi». La preoccupazione dell’eterno ritorno di chi non si rassegna resta uno spettro assai temuto dall’entourage renziano. «Adesso che un po’ di spazio in più c’è - conclude il capo di “Volta” - bisogna capire se ci siano soggetti nuovi in grado di occuparlo, portando qualità». Riempire i vuoti e riempirli di contenuti, dunque.
Poi c’è chi, come il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, dell’attuale premier è stato uno dei baluardi, oltre che coscienza critica, fino a prenderne progressivamente le distanze. Un bilancio dei due anni di governo non vuole nemmeno farlo, il presidente. «Sono molto concentrato sulle questioni regionali - taglia corto - su quelle nazionali quel che che avevo da dire e da fare l’ho fatto dimettendomi da presidente delle Regioni, ora preferisco seguire, riflettere, lavorare ». Dimissioni, si ricorderà, in aperta polemica con le strategie economiche dell’esecutivo. Da allora, ponti saltati. Chi, nonostante tutto e pur definendosi “non tifoso”, mantiene una valutazione positiva è il fondatore di Eataly Oscar Farinetti. Renzi lo stima e lo considera comunque «la persona migliore per guidare l’Italia», abbattere il governo «sarebbe una follia». Un consiglio però all’amico lo rivolge: «Ascoltare di più le opposizioni, interna e esterna al Pd, perchè possono arrivare giuste indicazioni».
Repubblica 9.4.16
Emanuele Macaluso, ex direttore dell’Unità
“Si è circondato soprattutto di fedelissimi, e ora è privo di una classe dirigente all’altezza”
“La svolta non c’è stata, ma Matteo resta senza rivali”
L’ex parlamentare Pci vede il governo in difficoltà: “Ma i Cinque Stelle non finiranno a Palazzo Chigi”
intervista di Concetto Vecchio
ROMA. Emanuele Macaluso, Matteo Renzi è in difficoltà?
«È evidente. Vedo due motivi. In primo luogo è che ha messo troppa carne al fuoco, e ora questa carne o si è bruciacchiata o è rimasta cruda. In secondo luogo sta emergendo la pochezza della classe dirigente di cui si è circondato».
Si riferisce al caso Guidi?
«È stata nominata ministra solo per garantirsi il consenso della Confindustria, senza valutare bene se davvero aveva la personalità giusta per reggere l’incarico».
Cosa rivela sul governo lo scandalo di Potenza?
«Temo che Gianluca Gemelli non sia un incidente di percorso, ma la spia di un sistema. L’assenza di un partito strutturato alla lunga favorisce la scalata degli arrampicatori ».
Renzi le metterebbe in fila tutte le riforme approvate. Non ha ragione?
«Gliele riconosco. Ci ha messo molta energia. Era giusto scuotere il Paese, però noto che ora è soprattutto la parte dell’opinione pubblica che aveva sostenuto questo sforzo ad essere più delusa. Una vera svolta nei fatti non c’è stata. Prenda la storia del consulente del ministero Pastena che si vanta con Gemelli di poter ricattare Delrio con le foto dei mafiosi: tramanda l’immagine di un sottobosco più vivo che mai».
Quindi il premier rischia un logoramento irreversibile?
«No, può invertire la rotta. Penso che lo farà. Non c’è in nuce, né dentro il Pd, né fuori, una reale alternativa. Non ha rivali ».
I Cinque Stelle non sono rivali temibili?
«Ma nessuno può davvero pensare che siano in grado di governare l’Italia».
Di Maio non potrebbe essere l’anti-Renzi?
«No, non ne ha la statura».
Che consigli darebbe a Renzi su come uscirne?
«Lui non accetta consigli da nessuno, figuriamoci da me».
E allora come se ne esce?
«Il presidente del Consiglio è ancora convinto che la sua leadership sia sufficiente per mantenere il consenso elettorale, prescindendo dalle reali capacità dei suoi collaboratori».
D’accordo, ma cosa deve fare?
« Fare squadra. Ricostruire il partito. Dotarsi di una classe dirigente competente. Riallacciare un rapporto con la cultura. Riavviare un dialogo con il sindacato. Basta con quelli che dicono sempre sì, scelti in base alla fedeltà».
Non sono tutte ricette novecentesche?
«Guardi, io penso che la continua polemica con il sindacato alla fine abbia alienato le simpatie di un vasto mondo del lavoro che pure aveva salutato la sua ascesa con simpatia. Un conto è essere critici, un altro è usare l’elogio a Sergio Marchionne per delegittimare i sindacati tout court».
I guai della ministra Boschi possono rappresentare il prossimo problema?
«No, fintanto che non sarà dimostrato che ha operato concretamente per garantire il padre».
Emanuele Macaluso, ex direttore dell’Unità
“Si è circondato soprattutto di fedelissimi, e ora è privo di una classe dirigente all’altezza”
“La svolta non c’è stata, ma Matteo resta senza rivali”
L’ex parlamentare Pci vede il governo in difficoltà: “Ma i Cinque Stelle non finiranno a Palazzo Chigi”
intervista di Concetto Vecchio
ROMA. Emanuele Macaluso, Matteo Renzi è in difficoltà?
«È evidente. Vedo due motivi. In primo luogo è che ha messo troppa carne al fuoco, e ora questa carne o si è bruciacchiata o è rimasta cruda. In secondo luogo sta emergendo la pochezza della classe dirigente di cui si è circondato».
Si riferisce al caso Guidi?
«È stata nominata ministra solo per garantirsi il consenso della Confindustria, senza valutare bene se davvero aveva la personalità giusta per reggere l’incarico».
Cosa rivela sul governo lo scandalo di Potenza?
«Temo che Gianluca Gemelli non sia un incidente di percorso, ma la spia di un sistema. L’assenza di un partito strutturato alla lunga favorisce la scalata degli arrampicatori ».
Renzi le metterebbe in fila tutte le riforme approvate. Non ha ragione?
«Gliele riconosco. Ci ha messo molta energia. Era giusto scuotere il Paese, però noto che ora è soprattutto la parte dell’opinione pubblica che aveva sostenuto questo sforzo ad essere più delusa. Una vera svolta nei fatti non c’è stata. Prenda la storia del consulente del ministero Pastena che si vanta con Gemelli di poter ricattare Delrio con le foto dei mafiosi: tramanda l’immagine di un sottobosco più vivo che mai».
Quindi il premier rischia un logoramento irreversibile?
«No, può invertire la rotta. Penso che lo farà. Non c’è in nuce, né dentro il Pd, né fuori, una reale alternativa. Non ha rivali ».
I Cinque Stelle non sono rivali temibili?
«Ma nessuno può davvero pensare che siano in grado di governare l’Italia».
Di Maio non potrebbe essere l’anti-Renzi?
«No, non ne ha la statura».
Che consigli darebbe a Renzi su come uscirne?
«Lui non accetta consigli da nessuno, figuriamoci da me».
E allora come se ne esce?
«Il presidente del Consiglio è ancora convinto che la sua leadership sia sufficiente per mantenere il consenso elettorale, prescindendo dalle reali capacità dei suoi collaboratori».
D’accordo, ma cosa deve fare?
« Fare squadra. Ricostruire il partito. Dotarsi di una classe dirigente competente. Riallacciare un rapporto con la cultura. Riavviare un dialogo con il sindacato. Basta con quelli che dicono sempre sì, scelti in base alla fedeltà».
Non sono tutte ricette novecentesche?
«Guardi, io penso che la continua polemica con il sindacato alla fine abbia alienato le simpatie di un vasto mondo del lavoro che pure aveva salutato la sua ascesa con simpatia. Un conto è essere critici, un altro è usare l’elogio a Sergio Marchionne per delegittimare i sindacati tout court».
I guai della ministra Boschi possono rappresentare il prossimo problema?
«No, fintanto che non sarà dimostrato che ha operato concretamente per garantire il padre».
La Stampa 9.4.16
Il momento cruciale del premier
Si gioca la scommessa-modernità
Il premier ha tutto l’interesse a mostrarsi tranquillo e pure un po’ spavaldo, com’è nel suo Dna. Vuole che la situazione appaia sotto controllo. Eppure, troppo sereno Renzi non può essere: al posto suo nessuno lo sarebbe, visto cosa sta venendo a galla.
di Ugo Magri
L’inchiesta di Potenza è un giacimento da dove ogni giorno vengono estratti, invece che gas o petrolio, personaggi del sottobosco o di governo.
E per quanto la consistenza dei sospetti sia ancora tutta da dimostrare, l’intreccio di lobbismo e affari rischia di avere un impatto serio sui sentimenti della gente. Potrebbe dare munizioni a chi cavalca cinicamente la protesta. Il voto sulle trivelle, tra otto giorni, sarà un termometro degli umori collettivi. Proprio per questo, non è detto che aver rinviato al 19 aprile il dibattito sulla sfiducia sia stata una brillante idea. La tribuna del Parlamento avrebbe fornito a Renzi la possibilità di parlare solennemente all’Italia, di rivolgersi già prima del referendum a quella parte del Paese che condivide il suo progetto (o non vede alternative rassicuranti) ma è dubbiosa e inquieta. Che condivide l’importanza di competere, approva le grandi opere strategiche e sottoscrive l’impegno anche personale del premier, dall’energia alle infrastrutture. Ma si domanda come sarà possibile evitare in futuro che la politica sia preda delle lobby, vittima di altri scandali, di nuovi cortocircuiti tra affari e potere, col risultato che poi toccherebbe alla magistratura entrare a gamba tesa nel solito discusso ruolo di supplenza. Siamo in un passaggio politicamente delicato non solo per i contraccolpi imprevedibili delle inchieste, ma perché in gioco c’è il progetto di modernità che Renzi considera il suo tratto vincente.
Di quanto sia decisivo raccogliere questa sfida il premier, a quanto si sa, è pienamente consapevole. Non solo lui. La delicatezza del momento è presente a tutti i livelli. Prova ne sia la visita di Renzi al Colle, giovedì scorso. Per quanto poco pubblicizzato, quel colloquio è la spia che siamo a un passaggio politico niente affatto banale, e che il raccordo istituzionale avrà un peso importante. Oggetto della riflessione tra Sergio Mattarella e il capo del governo non può essere stata soltanto una rassegna notarile dei possibili candidati alla poltrona dello Sviluppo, dopo le dimissioni di Federica Guidi. Il discorso è volato più alto. Renzi sa di avere nel Presidente un interlocutore che in tutti i suoi discorsi pubblici e privati colloca sempre al primo posto la stabilità politica. Che considera senza alternative affrontare i prossimi mesi con enorme prudenza, visto che l’Europa precipiterà in un mare di incertezza. Francia e Germania si troveranno in campagna elettorale, il Regno Unito sarà alle prese con la Brexit e la Spagna è un punto interrogativo. Guai se l’Italia si facesse trascinare nel gorgo.
Il momento cruciale del premier
Si gioca la scommessa-modernità
Il premier ha tutto l’interesse a mostrarsi tranquillo e pure un po’ spavaldo, com’è nel suo Dna. Vuole che la situazione appaia sotto controllo. Eppure, troppo sereno Renzi non può essere: al posto suo nessuno lo sarebbe, visto cosa sta venendo a galla.
di Ugo Magri
L’inchiesta di Potenza è un giacimento da dove ogni giorno vengono estratti, invece che gas o petrolio, personaggi del sottobosco o di governo.
E per quanto la consistenza dei sospetti sia ancora tutta da dimostrare, l’intreccio di lobbismo e affari rischia di avere un impatto serio sui sentimenti della gente. Potrebbe dare munizioni a chi cavalca cinicamente la protesta. Il voto sulle trivelle, tra otto giorni, sarà un termometro degli umori collettivi. Proprio per questo, non è detto che aver rinviato al 19 aprile il dibattito sulla sfiducia sia stata una brillante idea. La tribuna del Parlamento avrebbe fornito a Renzi la possibilità di parlare solennemente all’Italia, di rivolgersi già prima del referendum a quella parte del Paese che condivide il suo progetto (o non vede alternative rassicuranti) ma è dubbiosa e inquieta. Che condivide l’importanza di competere, approva le grandi opere strategiche e sottoscrive l’impegno anche personale del premier, dall’energia alle infrastrutture. Ma si domanda come sarà possibile evitare in futuro che la politica sia preda delle lobby, vittima di altri scandali, di nuovi cortocircuiti tra affari e potere, col risultato che poi toccherebbe alla magistratura entrare a gamba tesa nel solito discusso ruolo di supplenza. Siamo in un passaggio politicamente delicato non solo per i contraccolpi imprevedibili delle inchieste, ma perché in gioco c’è il progetto di modernità che Renzi considera il suo tratto vincente.
Di quanto sia decisivo raccogliere questa sfida il premier, a quanto si sa, è pienamente consapevole. Non solo lui. La delicatezza del momento è presente a tutti i livelli. Prova ne sia la visita di Renzi al Colle, giovedì scorso. Per quanto poco pubblicizzato, quel colloquio è la spia che siamo a un passaggio politico niente affatto banale, e che il raccordo istituzionale avrà un peso importante. Oggetto della riflessione tra Sergio Mattarella e il capo del governo non può essere stata soltanto una rassegna notarile dei possibili candidati alla poltrona dello Sviluppo, dopo le dimissioni di Federica Guidi. Il discorso è volato più alto. Renzi sa di avere nel Presidente un interlocutore che in tutti i suoi discorsi pubblici e privati colloca sempre al primo posto la stabilità politica. Che considera senza alternative affrontare i prossimi mesi con enorme prudenza, visto che l’Europa precipiterà in un mare di incertezza. Francia e Germania si troveranno in campagna elettorale, il Regno Unito sarà alle prese con la Brexit e la Spagna è un punto interrogativo. Guai se l’Italia si facesse trascinare nel gorgo.
Repubblica 9.4.16
Pd, il fronte anti-premier assedia Palazzo Chigi “Serve un tagliando”
Asse Prodi-Bersani sulle trivelle: andiamo a votare no
Offensiva anche su amministrative e riforme
Matteo Renzi è stato attaccato dalla minoranza del Pd nell’ultima Direzione del partito lunedì scorso dove è stato presentato un ordine del giorno contro la linea dell’astensione sulle trivelle
di Goffredo De Marchis
ROMA. Il fronte anti-Renzi definisce gli obiettivi e prepara la vera partita dentro il Pd da giocare tra le amministrative e il referendum costituzionale di ottobre. Siccome il Pd e il governo, nell’interpretazione di Renzi sono la stessa cosa, è chiaro che l’assedio è contro Palazzo Chigi. Nella squadra ci sono Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo. Un po’ dentro e un po’ fuori, ne fa parte anche Romano Prodi. Più distante ma pronto a rientrare si intravede Enrico Letta. «C’è anche lui certamente — afferma Miguel Gotor — . Resta un punto di riferimento del riformismo italiano».
Il percorso di “guerra” passa dal referendum antitrivelle di domenica 17. Bersani vota No ma va alle urne, lo stesso farà Prodi, Speranza e Cuperlo stanno con il Sì. Tutti comunque condannano la scelta dell’astensionismo. Ma poi si individuano altre due tappe fondamentali: le comunali del 5 giugno e la consultazione sulla riforma costituzionale che Matteo Renzi considera la battaglia principale per la sua sopravvivenza e lo dimostra il fatto che interverrà in aula la prossima settimana in occasione del voto finale in Parlamento. Sarà l’avvio della sua campagna referendaria. Per questo Cuperlo sa che non va abbassata la tensione, che il suo attacco in direzione non può essere lasciato cadere e rilancia: «Dopo gli sviluppi dell’indagine di Potenza, è sempre più necessario un tagliando per il governo».
In un’intervista al Corriere Bersani mette molte dita nella piaga. Dice che al posto della Boschi si sarebbe dimesso, contesta l’isolamento di Renzi e del suo cerchio magico, giudica Giachetti un candidato debole per Roma e pone delle condizioni per il sì della minoranza al referendum costituzionale. Sul Giornale il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini torna al suo mestiere di giornalista e mette insieme i malumori dei verdiniani e dei dissidenti dem per ritrarre un premier sotto scacco, ormai vicino a ricevere una spallata.
La verità è che il fronte anti- Renzi ha ancora bisogno di tempo per preparare il terreno e attende alcuni passaggi. Il referendum sul petrolio è il primo, anche se quello con minori possibilità di successo. Speranza ha organizzato un concertohappening a Potenza per discutere con i cittadini del quesito e dell’inchiesta sul caso Tempa Rossa. «C’è una rabbia senza precedenti. Alfano e Renzi hanno cancellato le visite in questa regione. Ma il Pd non deve nascondersi, ecco perché è una follia la scelta dell’astensione». La decisione di Renzi rischia, secondo Speranza, di creare una nuova frattura in vista del referendum. «Se prendi le distanze così, gli amministratori del Pd, quando ci sarà il referendum costituzionale che toglie altri poteri al territorio, ti si rivolteranno contro».
Si torna dunque al vero banco di prova dell’assedio contro il premier che punta indebolirlo prima della scadenza di ottobre. Maurizio Migliacca, bersaniano, dice al Giornale: «Come voteremo? Lo decidiamo dopo le amministrative». La minoranza chiede a Renzi chiarezza sull’elettività dei senatori, l’abolizione dei capilista bloccati dall’Italicum («cadrebbero quasi tutte le obiezioni alla riforma della Boschi», dice Federico Fornaro) e soprattutto un chiarimento politico e pubblico.
«Con il quesito Renzi cerca un plebiscito su di sè e il nucleo di un nuovo partito, del partito della Nazione?» si chiede Bersani. Se è così, la minoranza è pronta alle barricate. Anche se c’è in gioco la vita del governo. O forse proprio per questo.
In verità, per la sinistra sarà difficile sfilarsi. Ma dal presidente del Consiglio si attende un cambio di atteggiamento completo. «Un’altra grammatica, un altro linguaggio», dice Speranza. «Un’apertura del Pd anche ai comitati del no perché la Costituzione è di tutti», rilancia Gotor. Paletti, condizioni, ultimatum. Questo è il menù che la minoranza sta confezionando per il premier. Obiettivo finale: il referendum di ottobre. Che succederà se Prodi dovesse annunciare il suo no? O se lo facesse Letta?
Adesso la squadra dei nemici di Renzi è a caccia di visibilità, di successi anche parziali. Un’offensiva favorita dalle inchieste giudiziarie, dalle fratture dentro l’esecutivo e dall’economia che stenta. «Sta venendo al pettine il nodo. Se il Pd è il capo che parla in tv e i comitati elettorali sul territorio, salta tutto».
Pd, il fronte anti-premier assedia Palazzo Chigi “Serve un tagliando”
Asse Prodi-Bersani sulle trivelle: andiamo a votare no
Offensiva anche su amministrative e riforme
Matteo Renzi è stato attaccato dalla minoranza del Pd nell’ultima Direzione del partito lunedì scorso dove è stato presentato un ordine del giorno contro la linea dell’astensione sulle trivelle
di Goffredo De Marchis
ROMA. Il fronte anti-Renzi definisce gli obiettivi e prepara la vera partita dentro il Pd da giocare tra le amministrative e il referendum costituzionale di ottobre. Siccome il Pd e il governo, nell’interpretazione di Renzi sono la stessa cosa, è chiaro che l’assedio è contro Palazzo Chigi. Nella squadra ci sono Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo. Un po’ dentro e un po’ fuori, ne fa parte anche Romano Prodi. Più distante ma pronto a rientrare si intravede Enrico Letta. «C’è anche lui certamente — afferma Miguel Gotor — . Resta un punto di riferimento del riformismo italiano».
Il percorso di “guerra” passa dal referendum antitrivelle di domenica 17. Bersani vota No ma va alle urne, lo stesso farà Prodi, Speranza e Cuperlo stanno con il Sì. Tutti comunque condannano la scelta dell’astensionismo. Ma poi si individuano altre due tappe fondamentali: le comunali del 5 giugno e la consultazione sulla riforma costituzionale che Matteo Renzi considera la battaglia principale per la sua sopravvivenza e lo dimostra il fatto che interverrà in aula la prossima settimana in occasione del voto finale in Parlamento. Sarà l’avvio della sua campagna referendaria. Per questo Cuperlo sa che non va abbassata la tensione, che il suo attacco in direzione non può essere lasciato cadere e rilancia: «Dopo gli sviluppi dell’indagine di Potenza, è sempre più necessario un tagliando per il governo».
In un’intervista al Corriere Bersani mette molte dita nella piaga. Dice che al posto della Boschi si sarebbe dimesso, contesta l’isolamento di Renzi e del suo cerchio magico, giudica Giachetti un candidato debole per Roma e pone delle condizioni per il sì della minoranza al referendum costituzionale. Sul Giornale il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini torna al suo mestiere di giornalista e mette insieme i malumori dei verdiniani e dei dissidenti dem per ritrarre un premier sotto scacco, ormai vicino a ricevere una spallata.
La verità è che il fronte anti- Renzi ha ancora bisogno di tempo per preparare il terreno e attende alcuni passaggi. Il referendum sul petrolio è il primo, anche se quello con minori possibilità di successo. Speranza ha organizzato un concertohappening a Potenza per discutere con i cittadini del quesito e dell’inchiesta sul caso Tempa Rossa. «C’è una rabbia senza precedenti. Alfano e Renzi hanno cancellato le visite in questa regione. Ma il Pd non deve nascondersi, ecco perché è una follia la scelta dell’astensione». La decisione di Renzi rischia, secondo Speranza, di creare una nuova frattura in vista del referendum. «Se prendi le distanze così, gli amministratori del Pd, quando ci sarà il referendum costituzionale che toglie altri poteri al territorio, ti si rivolteranno contro».
Si torna dunque al vero banco di prova dell’assedio contro il premier che punta indebolirlo prima della scadenza di ottobre. Maurizio Migliacca, bersaniano, dice al Giornale: «Come voteremo? Lo decidiamo dopo le amministrative». La minoranza chiede a Renzi chiarezza sull’elettività dei senatori, l’abolizione dei capilista bloccati dall’Italicum («cadrebbero quasi tutte le obiezioni alla riforma della Boschi», dice Federico Fornaro) e soprattutto un chiarimento politico e pubblico.
«Con il quesito Renzi cerca un plebiscito su di sè e il nucleo di un nuovo partito, del partito della Nazione?» si chiede Bersani. Se è così, la minoranza è pronta alle barricate. Anche se c’è in gioco la vita del governo. O forse proprio per questo.
In verità, per la sinistra sarà difficile sfilarsi. Ma dal presidente del Consiglio si attende un cambio di atteggiamento completo. «Un’altra grammatica, un altro linguaggio», dice Speranza. «Un’apertura del Pd anche ai comitati del no perché la Costituzione è di tutti», rilancia Gotor. Paletti, condizioni, ultimatum. Questo è il menù che la minoranza sta confezionando per il premier. Obiettivo finale: il referendum di ottobre. Che succederà se Prodi dovesse annunciare il suo no? O se lo facesse Letta?
Adesso la squadra dei nemici di Renzi è a caccia di visibilità, di successi anche parziali. Un’offensiva favorita dalle inchieste giudiziarie, dalle fratture dentro l’esecutivo e dall’economia che stenta. «Sta venendo al pettine il nodo. Se il Pd è il capo che parla in tv e i comitati elettorali sul territorio, salta tutto».
La Stampa 9.4.16
L’affare-Guidi
Renzi e il cortocircuito inchiesta-media
“Così si colpiscono i posti di lavoro”
Cdm bollente. E ai giornalisti semiserio: pensate se registrassero le vostre telefonate
di Fabio Martini
Per una settimana intera, da quando è scoppiato l’affare-Guidi, il presidente del Consiglio in pubblico è restato quello di sempre, a vantaggio di telecamere: sorridente e sferzante. Ma nelle segrete stanze un Matteo Renzi più inquieto del solito ha cercato in tutti i modi di capire se lo scandalo stesse crescendo sulla spinta di “mani forti”. Ha cercato di capire se esistesse un disegno per tarpare le ali a chi, come lui, ritiene di fare di tutto per liberare l’Italia da lacci e lacciuoli. E l’ inquietudine che per una settimana ha attraversato Matteo Renzi è affiorata nell’incontro col Capo dello Stato di due giorni fa al Quirinale, ma soprattutto nel consiglio dei ministri di ieri sera. Senza preavvisi e senza che il tema fosse all’ordine del giorno, Renzi è uscito allo scoperto, con parole pesantissime, prendendo di mira il metodo, più che il merito, delle indagini in corso a Potenza e soprattutto l’intreccio con i media: «Non si attacca mai la magistratura, ma la deposizione del ministro delle Riforme» può anche essere letto come un tentativo di frenare le riforme stesse. Certe inchieste mettono in pericolo posti di lavoro e, riferendosi anche allo stillicidio delle notizie che escono ogni giorno, il premier avrebbe usato nel dopo-Consiglio, questa espressione: «Così si colpisce l’occupazione!».
E poi, in conferenza stampa, Renzi si è rivolto ai giornalisti con tono semiserio, non intimidatorio ma, forse, allusivo: «Le frasi più o meno educate, eleganti sono sicuramente qualcosa che colpisce l’opinione pubblica: vi dico che se mettessero sotto controllo per un anno i telefoni delle vostre redazioni potrebbe accadere che qualche collega rileggendo ciò che dice quello della scrivania accanto non sarebbe entusiasta».
Giorni difficili quelli appena trascorsi, eppure, dopo una settimana di “passione”, il capo del governo è convinto che in termini di immagine, il peggio sia alle spalle. Certo, si è oramai dissolta l’oleografia del governo nel quale il presidente e i suoi ministri si chiamano per nome, ma per Renzi contano due cose: l’”affaire” non è diventato un vero e proprio scandalo. E soprattutto, almeno per ora, sembra fugato un link tra l’affare-Guidi e il referendum sulle trivelle. In altre parole, per qualche giorno, il timore (inconfessabile) di Renzi è stato che il Lucania-gate potesse far impennare la partecipazione al referendum sulle trivelle fissato il 17 aprile. Nelle settimane scorse Renzi aveva puntato sull’astensionismo, ma subito dopo l’esplosione delll’”affaire”, un dubbio aveva cominciato a serpeggiare: non partirà mica da Potenza la “slavina” che porterà milioni di italiani alle urne? Soltanto martedì Renzi potrà leggere gli ultimi sondaggi, ma le prime anticipazioni sono eloquenti: nel grosso dell’opinione pubblica non è affiorato un nesso tra le vicende lucane e il referendum del 17 aprile. Certo, la partecipazione è destinata decisamente a crescere rispetto alle stime di 15 giorni fa, ma non oltre il 35-40%, Dunque, per ora, al di sotto del quorum del 50% , che è necessario superare per rendere valida la consultazione. Renzi, come il Craxi del 1991, ha deciso di giocarsi tutto sulla ruota dell’astensione, ma sa che molto potrebbe cambiare negli ultimi giorni. Ecco perché, anche ieri, ha preferito posizionarsi sul tema referendum con un profilo basso. Nella sua Enews ha dedicato al tema poche parole. Con una rivendicazione concettuale della legittimità dell’astensione; «Un referendum abrogativo in cui la Costituzione prevede un quorum, chi è d’accordo col referendum va a votare e vota sì. Chi non è d’accordo col referendum può votare, ma solitamente evita di andare a votare per evitare che il quorum si raggiunga. È dunque una posizione costituzionalmente garantita».
L’affare-Guidi
Renzi e il cortocircuito inchiesta-media
“Così si colpiscono i posti di lavoro”
Cdm bollente. E ai giornalisti semiserio: pensate se registrassero le vostre telefonate
di Fabio Martini
Per una settimana intera, da quando è scoppiato l’affare-Guidi, il presidente del Consiglio in pubblico è restato quello di sempre, a vantaggio di telecamere: sorridente e sferzante. Ma nelle segrete stanze un Matteo Renzi più inquieto del solito ha cercato in tutti i modi di capire se lo scandalo stesse crescendo sulla spinta di “mani forti”. Ha cercato di capire se esistesse un disegno per tarpare le ali a chi, come lui, ritiene di fare di tutto per liberare l’Italia da lacci e lacciuoli. E l’ inquietudine che per una settimana ha attraversato Matteo Renzi è affiorata nell’incontro col Capo dello Stato di due giorni fa al Quirinale, ma soprattutto nel consiglio dei ministri di ieri sera. Senza preavvisi e senza che il tema fosse all’ordine del giorno, Renzi è uscito allo scoperto, con parole pesantissime, prendendo di mira il metodo, più che il merito, delle indagini in corso a Potenza e soprattutto l’intreccio con i media: «Non si attacca mai la magistratura, ma la deposizione del ministro delle Riforme» può anche essere letto come un tentativo di frenare le riforme stesse. Certe inchieste mettono in pericolo posti di lavoro e, riferendosi anche allo stillicidio delle notizie che escono ogni giorno, il premier avrebbe usato nel dopo-Consiglio, questa espressione: «Così si colpisce l’occupazione!».
E poi, in conferenza stampa, Renzi si è rivolto ai giornalisti con tono semiserio, non intimidatorio ma, forse, allusivo: «Le frasi più o meno educate, eleganti sono sicuramente qualcosa che colpisce l’opinione pubblica: vi dico che se mettessero sotto controllo per un anno i telefoni delle vostre redazioni potrebbe accadere che qualche collega rileggendo ciò che dice quello della scrivania accanto non sarebbe entusiasta».
Giorni difficili quelli appena trascorsi, eppure, dopo una settimana di “passione”, il capo del governo è convinto che in termini di immagine, il peggio sia alle spalle. Certo, si è oramai dissolta l’oleografia del governo nel quale il presidente e i suoi ministri si chiamano per nome, ma per Renzi contano due cose: l’”affaire” non è diventato un vero e proprio scandalo. E soprattutto, almeno per ora, sembra fugato un link tra l’affare-Guidi e il referendum sulle trivelle. In altre parole, per qualche giorno, il timore (inconfessabile) di Renzi è stato che il Lucania-gate potesse far impennare la partecipazione al referendum sulle trivelle fissato il 17 aprile. Nelle settimane scorse Renzi aveva puntato sull’astensionismo, ma subito dopo l’esplosione delll’”affaire”, un dubbio aveva cominciato a serpeggiare: non partirà mica da Potenza la “slavina” che porterà milioni di italiani alle urne? Soltanto martedì Renzi potrà leggere gli ultimi sondaggi, ma le prime anticipazioni sono eloquenti: nel grosso dell’opinione pubblica non è affiorato un nesso tra le vicende lucane e il referendum del 17 aprile. Certo, la partecipazione è destinata decisamente a crescere rispetto alle stime di 15 giorni fa, ma non oltre il 35-40%, Dunque, per ora, al di sotto del quorum del 50% , che è necessario superare per rendere valida la consultazione. Renzi, come il Craxi del 1991, ha deciso di giocarsi tutto sulla ruota dell’astensione, ma sa che molto potrebbe cambiare negli ultimi giorni. Ecco perché, anche ieri, ha preferito posizionarsi sul tema referendum con un profilo basso. Nella sua Enews ha dedicato al tema poche parole. Con una rivendicazione concettuale della legittimità dell’astensione; «Un referendum abrogativo in cui la Costituzione prevede un quorum, chi è d’accordo col referendum va a votare e vota sì. Chi non è d’accordo col referendum può votare, ma solitamente evita di andare a votare per evitare che il quorum si raggiunga. È dunque una posizione costituzionalmente garantita».
Repubblica 9.4.16
L’attacco di Renzi ai pm “Stop alle intercettazioni serve una nuova legge”
Il premier: “Inaccettabile per la sicurezza che si intercetti il capo della Marina militare”
Duro sfogo del premier in consiglio dei ministri sulle toghe di Potenza. Orlando: subito il testo del Senato
di Goffredo De Marchis e Emanuele Lauria
ROMA. Adesso è tutto più chiaro. Matteo Renzi Renzi gioca a carte scoperte e l’irritazione manifesta dei primi giorni si trasforma in un duro sfogo contro la magistratura o meglio contro la Procura di Potenza. L’occasione è il consiglio dei ministri convocato per approvare il Def. Nel mirino ci sono le intercettazioni sul caso Tempa Rossa, «una vicenda condotta in modo incredibile con pezzi dell’inchiesta fatti filtrare un po’ alla volta». E l’audizione dei pm con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. «Un attacco a tutto il Parlamento. Due testimoni interrogati prima degli arrestati, una cosa assurda. Non è accettabile che i magistrati convochino un ministro esercitando una sorta di sindacato sull’azione legislativa».
Il nervo è scoperto. Lo si era ben capito nei passaggi precedenti, con attacchi e retromarcia. Ora tutto è più illuminato nella sala di Palazzo Chigi dove Renzi prende la parola per primo. «Non si può più andare avanti così. Ci sono elementi di inopportunità politica e istituzionale. E ci sono intercettazioni che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta». Attacca a testa bassa, consapevole che l’inchiesta di Potenza è stata un colpo pesante per il governo e rappresenta una delle fasi più delicate del suo mandato. L’indagine lucana viene demolita, quasi pezzo per pezzo. «Intercettare il capo della Marina rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Non solo. Diffondere quelle conversazioni nel bel mezzo di una crisi internazionale peggiora la situazione». I ministri ascoltano. Renzi li invita a tenere il profilo basso, di non alzare i toni con la magistratura. Ma lui non segue il consiglio. Chiede una reazione: «Ora le cose devono cambiare », dice concludendo lo sfogo.
Sono parole che chiamano in causa il Guardasigilli Andrea Orlando. Il ministro della Giustizia condivide, occorre accelerare. Spiega anche che questo sarebbe il momento migliore per farlo. «Tante procure hanno adottato un codice di autodisciplina sulle intercettazioni. Lo ha fatto Spataro, lo ha fatto Pignatone...». Due magistrati tra i più conosciuti a capo di procure importanti come Torino e Roma. Insomma, spiega Orlando, questa è l’occasione per una riforma condivisa, senza strappi con la magistratura. Però non basta. Non basta lamentarsi che «scappano conversazioni private da tutte le parti mentre la riforma è ferma al Senato da otto mesi. Non basta dire che i processi devono essere più veloci quando il processo breve è bloccato a Palazzo Madama sempre da otto mesi». È un richiamo, quello del Guardasigilli, anche agli equilibri del governo, al veto dell’Ncd sulla prescrizione.
Ma la revisione di un sistema non argina quello che emerge da Potenza e gli effetti sul governo. «Trovo gravissimo anche il dossieraggio contro Delrio», dice Renzi che ha ben chiari i rischi che sta correndo l’esecutivo con gli atti dei pm lucani: ministri contro, fazioni, liti. Anche per questo bisogna andare cauti con alcune nomine sollecitate dai dicasteri. La ministra della Difesa Pinotti vorrebbe sostituire subito l’ammiraglio De Giorgi e avviare così il risiko delle nomine nelle poltrone della sicurezza. Ma Renzi difende pubblicamente il capo della Marina e sembra deciso ad attendere.
La polemica, intorno alle indagini su affari e petrolio, comunque non si arresta e in Parlamento raggiunge toni mai così aspri. I 5stelle chiedono le dimissioni dell’intero governo additando «una nuova Tangentopoli» e scrivono a Mattarella chiedendo di essere ricevuti con urgenza. La speranza è dare un colpo prima del referendum sulle trivelle. Il Pd passa alle vie giudiziarie e denuncia per diffamazione Carlo Sibilia, membro del direttorio pentastellato, «per le gravissime dichiarazioni rilasciate nei confronti di chi riveste ruoli istituzionali ». Il riferimento è alla frase di Sibilia: «Nessuna differenza fra ministri e camorristi».
Chiede di essere sentito dai pubblici ministeri il Capo di stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi. Lo stesso fa Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi. Ma le parole di Gemelli «sull’Antimafia che fa schifo» e sulla Borsellino «da eliminare» hanno suscitato sdegno. La figlia di Paolo Borsellino, il giudice ucciso dalla mafia nel 1992, dice di non volere commentare «parole meschine» ma a chi le sta vicino racconta tutta la sua insofferenza: «Non capisco perché mi continuino a mettere in mezzo».
L’attacco di Renzi ai pm “Stop alle intercettazioni serve una nuova legge”
Il premier: “Inaccettabile per la sicurezza che si intercetti il capo della Marina militare”
Duro sfogo del premier in consiglio dei ministri sulle toghe di Potenza. Orlando: subito il testo del Senato
di Goffredo De Marchis e Emanuele Lauria
ROMA. Adesso è tutto più chiaro. Matteo Renzi Renzi gioca a carte scoperte e l’irritazione manifesta dei primi giorni si trasforma in un duro sfogo contro la magistratura o meglio contro la Procura di Potenza. L’occasione è il consiglio dei ministri convocato per approvare il Def. Nel mirino ci sono le intercettazioni sul caso Tempa Rossa, «una vicenda condotta in modo incredibile con pezzi dell’inchiesta fatti filtrare un po’ alla volta». E l’audizione dei pm con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. «Un attacco a tutto il Parlamento. Due testimoni interrogati prima degli arrestati, una cosa assurda. Non è accettabile che i magistrati convochino un ministro esercitando una sorta di sindacato sull’azione legislativa».
Il nervo è scoperto. Lo si era ben capito nei passaggi precedenti, con attacchi e retromarcia. Ora tutto è più illuminato nella sala di Palazzo Chigi dove Renzi prende la parola per primo. «Non si può più andare avanti così. Ci sono elementi di inopportunità politica e istituzionale. E ci sono intercettazioni che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta». Attacca a testa bassa, consapevole che l’inchiesta di Potenza è stata un colpo pesante per il governo e rappresenta una delle fasi più delicate del suo mandato. L’indagine lucana viene demolita, quasi pezzo per pezzo. «Intercettare il capo della Marina rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Non solo. Diffondere quelle conversazioni nel bel mezzo di una crisi internazionale peggiora la situazione». I ministri ascoltano. Renzi li invita a tenere il profilo basso, di non alzare i toni con la magistratura. Ma lui non segue il consiglio. Chiede una reazione: «Ora le cose devono cambiare », dice concludendo lo sfogo.
Sono parole che chiamano in causa il Guardasigilli Andrea Orlando. Il ministro della Giustizia condivide, occorre accelerare. Spiega anche che questo sarebbe il momento migliore per farlo. «Tante procure hanno adottato un codice di autodisciplina sulle intercettazioni. Lo ha fatto Spataro, lo ha fatto Pignatone...». Due magistrati tra i più conosciuti a capo di procure importanti come Torino e Roma. Insomma, spiega Orlando, questa è l’occasione per una riforma condivisa, senza strappi con la magistratura. Però non basta. Non basta lamentarsi che «scappano conversazioni private da tutte le parti mentre la riforma è ferma al Senato da otto mesi. Non basta dire che i processi devono essere più veloci quando il processo breve è bloccato a Palazzo Madama sempre da otto mesi». È un richiamo, quello del Guardasigilli, anche agli equilibri del governo, al veto dell’Ncd sulla prescrizione.
Ma la revisione di un sistema non argina quello che emerge da Potenza e gli effetti sul governo. «Trovo gravissimo anche il dossieraggio contro Delrio», dice Renzi che ha ben chiari i rischi che sta correndo l’esecutivo con gli atti dei pm lucani: ministri contro, fazioni, liti. Anche per questo bisogna andare cauti con alcune nomine sollecitate dai dicasteri. La ministra della Difesa Pinotti vorrebbe sostituire subito l’ammiraglio De Giorgi e avviare così il risiko delle nomine nelle poltrone della sicurezza. Ma Renzi difende pubblicamente il capo della Marina e sembra deciso ad attendere.
La polemica, intorno alle indagini su affari e petrolio, comunque non si arresta e in Parlamento raggiunge toni mai così aspri. I 5stelle chiedono le dimissioni dell’intero governo additando «una nuova Tangentopoli» e scrivono a Mattarella chiedendo di essere ricevuti con urgenza. La speranza è dare un colpo prima del referendum sulle trivelle. Il Pd passa alle vie giudiziarie e denuncia per diffamazione Carlo Sibilia, membro del direttorio pentastellato, «per le gravissime dichiarazioni rilasciate nei confronti di chi riveste ruoli istituzionali ». Il riferimento è alla frase di Sibilia: «Nessuna differenza fra ministri e camorristi».
Chiede di essere sentito dai pubblici ministeri il Capo di stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi. Lo stesso fa Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi. Ma le parole di Gemelli «sull’Antimafia che fa schifo» e sulla Borsellino «da eliminare» hanno suscitato sdegno. La figlia di Paolo Borsellino, il giudice ucciso dalla mafia nel 1992, dice di non volere commentare «parole meschine» ma a chi le sta vicino racconta tutta la sua insofferenza: «Non capisco perché mi continuino a mettere in mezzo».
La Stampa 9.4.16
“Il regime del generale Al Sisi è costruito su abusi e violenza”
Nato per combattere i terroristi, ha spogliato il Paese dei diritti
di Mohammed Soliman
Nel 2010 il ministero della sicurezza egiziano guidato da Habib al Adly strinse la morsa su tutte le classi sociali. Fino a quel momento la borghesia egiziana era stata convinta che le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza riguardassero solo le classi povere ritenute minacciose dai benestanti. Tutto crollò quando nel 2010 la sicurezza uccise uno di loro, l’alessandrino Khaled Said: allora i borghesi s’identificarono con lui. La sua morte rappresentò la prova di come la violenza del regime non si limitasse ai più miseri. Fu l’esecuzione brutale di Khaled Said a convincere la borghesia a partecipare alle attività rivoluzionarie contro il regime. Passarono i giorni e l’11 febbraio 2011 il popolo depose Mubarak.
Il 3 luglio 2013 i militari egiziani rimossero l’ex presidente islamista Mohammed Morsi, dopo i cortei oceanici guidati dalla classe media che ne chiedeva le dimissioni. L’ex ministro della Difesa e attuale presidente Abd El-Fattah Al-Sisi aveva chiesto agli egiziani di autorizzare l’esercito a combattere «possibili» terroristi: la risposta fu una massiccia mobilitazione a sostegno del suo intervento necessario. È così che il nuovo regime ha costruito la sua legittimità sul fascismo. Questa fase fascista unica nella storia egiziana ha inaugurato un sistema di abusi che non ha precedenti. L’esercito ha spogliato l’Egitto dei partiti, delle ong, dei politici e degli attivisti.
Il feroce assassinio del ricercatore di Cambridge Giulio Regeni non è ovviamente l’unico incidente in questo contesto. Che si accendessero i riflettori sulla sua morte era inevitabile non tanto perché occidentale e legato all’università di Cambridge quanto perché il regime di al Sisi ha raggiunto l’apice delle violazioni dei diritti umani: 41 mila attivisti sono stati incarcerati, centinaia risultano spariti forzatamente ormai da anni, gli abusi da parte della sicurezza sono routine al Cairo. Il giro di vite di al Sisi colpisce tutte le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali che denunciano il suo regime.
Giulio Regeni era venuto al Cairo per studiare la società civile e in particolare i sindacati indipendenti che tanto disturbano il regime. Regeni era venuto al Cairo mentre al Sisi manteneva relazioni solide con il mondo occidentale e godeva di sostegno illimitato da parte del Golfo. La morte di Giulio ha smascherato le bugie del governo egiziano che nega ci siano prigionieri politici e attivisti scomparsi forzatamente. La morte di Giulio ha anche svelato che al Sisi si sta servendo della magistratura egiziana per gli interessi del suo regime. La morte di Giulio ha spinto la sicurezza egiziana a fabbricare la storia della banda dei cinque balordi specializzati nell’ammazzare gli stranieri. Questi cinque presunti criminali sono stati uccisi a sangue freddo. E’ venuto fuori poi che si trattava di egiziani innocenti utilizzati come capro espiatorio per coprire la responsabilità di al Sisi nell’assassinio di Giulio.
La morte di Giulio deve spingere l’Europa a riconsiderare le sue relazioni con il regime egiziano. Al Sisi è riuscito a ottenere armi dalla Germania e dalla Francia nonostante le violazioni dei diritti umani abbiano oltrepassato ogni livello.
La morte di Giulio collega la dimensione locale e quella globale del regno di al Sisi: mette insieme l’indignazione che la storia di Khaled Said aveva diffuso tra la classe media egiziana, quella delle classi più umili per esecuzione dei cinque poveri egiziani innocenti sacrificati per coprire il crimine della sicurezza e quella internazionale per le brutali torture costate la vita al ricercatore italiano.
Non so se la morte di Giulio farà crollare il regime di al Sisi come quella di Khaled Said fece con Mubarak. Non so neppure se al Sisi farà marcia indietro sui diritti umani e rilascerà i prigionieri politici. Ma sono certo che la morte di Giulio e quella dei cinque egiziani innocenti mobiliteranno ancora una volta la società egiziana contro la tirannia di al Sisi.
(Testo raccolto da Francesca Paci)
“Il regime del generale Al Sisi è costruito su abusi e violenza”
Nato per combattere i terroristi, ha spogliato il Paese dei diritti
di Mohammed Soliman
Nel 2010 il ministero della sicurezza egiziano guidato da Habib al Adly strinse la morsa su tutte le classi sociali. Fino a quel momento la borghesia egiziana era stata convinta che le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza riguardassero solo le classi povere ritenute minacciose dai benestanti. Tutto crollò quando nel 2010 la sicurezza uccise uno di loro, l’alessandrino Khaled Said: allora i borghesi s’identificarono con lui. La sua morte rappresentò la prova di come la violenza del regime non si limitasse ai più miseri. Fu l’esecuzione brutale di Khaled Said a convincere la borghesia a partecipare alle attività rivoluzionarie contro il regime. Passarono i giorni e l’11 febbraio 2011 il popolo depose Mubarak.
Il 3 luglio 2013 i militari egiziani rimossero l’ex presidente islamista Mohammed Morsi, dopo i cortei oceanici guidati dalla classe media che ne chiedeva le dimissioni. L’ex ministro della Difesa e attuale presidente Abd El-Fattah Al-Sisi aveva chiesto agli egiziani di autorizzare l’esercito a combattere «possibili» terroristi: la risposta fu una massiccia mobilitazione a sostegno del suo intervento necessario. È così che il nuovo regime ha costruito la sua legittimità sul fascismo. Questa fase fascista unica nella storia egiziana ha inaugurato un sistema di abusi che non ha precedenti. L’esercito ha spogliato l’Egitto dei partiti, delle ong, dei politici e degli attivisti.
Il feroce assassinio del ricercatore di Cambridge Giulio Regeni non è ovviamente l’unico incidente in questo contesto. Che si accendessero i riflettori sulla sua morte era inevitabile non tanto perché occidentale e legato all’università di Cambridge quanto perché il regime di al Sisi ha raggiunto l’apice delle violazioni dei diritti umani: 41 mila attivisti sono stati incarcerati, centinaia risultano spariti forzatamente ormai da anni, gli abusi da parte della sicurezza sono routine al Cairo. Il giro di vite di al Sisi colpisce tutte le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali che denunciano il suo regime.
Giulio Regeni era venuto al Cairo per studiare la società civile e in particolare i sindacati indipendenti che tanto disturbano il regime. Regeni era venuto al Cairo mentre al Sisi manteneva relazioni solide con il mondo occidentale e godeva di sostegno illimitato da parte del Golfo. La morte di Giulio ha smascherato le bugie del governo egiziano che nega ci siano prigionieri politici e attivisti scomparsi forzatamente. La morte di Giulio ha anche svelato che al Sisi si sta servendo della magistratura egiziana per gli interessi del suo regime. La morte di Giulio ha spinto la sicurezza egiziana a fabbricare la storia della banda dei cinque balordi specializzati nell’ammazzare gli stranieri. Questi cinque presunti criminali sono stati uccisi a sangue freddo. E’ venuto fuori poi che si trattava di egiziani innocenti utilizzati come capro espiatorio per coprire la responsabilità di al Sisi nell’assassinio di Giulio.
La morte di Giulio deve spingere l’Europa a riconsiderare le sue relazioni con il regime egiziano. Al Sisi è riuscito a ottenere armi dalla Germania e dalla Francia nonostante le violazioni dei diritti umani abbiano oltrepassato ogni livello.
La morte di Giulio collega la dimensione locale e quella globale del regno di al Sisi: mette insieme l’indignazione che la storia di Khaled Said aveva diffuso tra la classe media egiziana, quella delle classi più umili per esecuzione dei cinque poveri egiziani innocenti sacrificati per coprire il crimine della sicurezza e quella internazionale per le brutali torture costate la vita al ricercatore italiano.
Non so se la morte di Giulio farà crollare il regime di al Sisi come quella di Khaled Said fece con Mubarak. Non so neppure se al Sisi farà marcia indietro sui diritti umani e rilascerà i prigionieri politici. Ma sono certo che la morte di Giulio e quella dei cinque egiziani innocenti mobiliteranno ancora una volta la società egiziana contro la tirannia di al Sisi.
(Testo raccolto da Francesca Paci)
il manifesto 9.4.16
Manconi: «Ora il goveno agisca con più determinazione sul caso Regeni»
Il presidente della commissione Diritti umani: «Irrinunciabile ora - e di certo efficace - dichiarare l’Egitto Paese non sicuro. Il premier eserciti la pressione politica ed economica»
intervista di Eleonora Martini
Senatore Luigi Manconi, da presidente della commissione Diritti umani, lei ha seguito fin da subito, e a stretto contatto con la famiglia, il caso Regeni. E aveva anche previsto il sostanziale fallimento del vertice tra investigatori, ultima chance della linea attendista del governo Renzi.
Mai come in questo caso aver indovinato una previsione mi lascia un senso tragico di frustrazione. Aver immaginato questo esito non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, e mi fa sentire ancora più drammatico il tanto tempo perduto e l’impotenza che in questi due mesi abbiamo dovuto registrare. Non sto accusando alcuno, perché il comportamento del ministro degli Esteri è stato prudente – personalmente l’ho considerato troppo prudente – e tuttavia Gentiloni è stato molto attivo, generoso e costantemente concentrato sulla ricerca di un esito positivo.
Si è scommesso sulla trattativa attraverso canali riservati. Che cosa non ha funzionato?
Chiariamo una volta per tutte: una trattativa bilaterale che ruota intorno ad un orribile caso di tortura e omicidio comporta necessariamente il ricorso a canali riservati, a pressioni non pubbliche, a negoziati e a mediazioni continue. Ciò che penso è che questa via obbligata non sia stata finora accompagnata da un adeguato ricorso della forza democratica di cui il nostro Paese dispone. E della pressione politica ed economica che avrebbe potuto, e che ora più che mai deve, esercitare. Mi sembra di aver colto in sostanza, pur all’interno di una strategia razionale quale quella del ministro Gentiloni, qualcosa di simile a un complesso di inferiorità. Quasi che non fossimo noi, in questa circostanza, a trovarci in una posizione di forza.
In ballo ci sono gli interessi economici delle nostre imprese.
Lo ripeto: l’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti egiziani, lo sfruttamento del giacimento di gas Zhor interessa il nostro Paese ma altrettanto o ancora di più l’Egitto, e il pil egiziano per il 12,8% è dato dal turismo. Tre strumenti formidabili, democratici e non bellici, e tre leve che avrebbero dovuto essere utilizzate e che mi aspetto vengano messe in moto a partire da oggi.
Ma anche l’idea che Al Sisi sia una pedina fondamentale nella guerra contro il terrorismo islamico ha avuto il suo peso.
Non c’è alcun motivo perché si rinunci a quel ruolo che l’Egitto può giocare, ma mi rifiuto di accettare la falsa alternativa tra tutela dei diritti umani e le necessarie relazioni geo-politico-militari. Dunque, il richiamo dell’ambasciatore – richiamo e non ritiro – era ed è l’elementare premessa.
Se è una premessa, quali mosse si possono prevedere adesso?
Il richiamo dell’ambasciatore non significa rompere le relazioni ma condurle con maggiore determinazione e con quel tanto di asprezza indispensabile. Ad esempio, dichiarare l’Egitto Paese non sicuro perché non ha offerto garanzie a Giulio Regeni, non le offre a migliaia di anonimi egiziani e stranieri che vivono lì, e non può offrirle a tanti nostri connazionali e a tanti europei che vorrebbero visitare l’Egitto, è una conseguenza irrinunciabile e che può rivelarsi assai efficace.
Perché non è bastata l’autorevolezza del premier italiano che peraltro Al Sisi considera suo «amico»?
Perché evidentemente in quell’omicidio emerge la compromissione di segmenti degli apparati statali, e non solo di bassa forza, ai quali Al Sisi non può rinunciare. E dei quali non può liberarsi. In qualunque caso: sia che lo stesso al Sisi conoscesse in anticipo, o che avesse appreso in seguito, quanto accaduto al nostro connazionale.
Il premier italiano non poteva immaginare un simile epilogo?
Matteo Renzi è stato vittima ancora una volta, diciamo così, del suo giovanile ottimismo.
La barra dritta l’ha tenuta il procuratore capo di Roma. Qual è il ruolo di Giuseppe Pignatone?
Pignatone aveva fatto intendere sin dal primo momento che il suo ruolo era quello del fedele servitore dello Stato, che metteva a disposizione le sue grandi doti anche se in un quadro che riteneva compromesso. Si è comportato così perché gli è stato chiesto dal governo e per carità di patria. Ha resistito fino ad oggi per il suo modo coerentissimo di intendere il proprio dovere. Poi c’è un momento in cui anche il più freddo uomo delle istituzioni perde la pazienza.
Manconi: «Ora il goveno agisca con più determinazione sul caso Regeni»
Il presidente della commissione Diritti umani: «Irrinunciabile ora - e di certo efficace - dichiarare l’Egitto Paese non sicuro. Il premier eserciti la pressione politica ed economica»
intervista di Eleonora Martini
Senatore Luigi Manconi, da presidente della commissione Diritti umani, lei ha seguito fin da subito, e a stretto contatto con la famiglia, il caso Regeni. E aveva anche previsto il sostanziale fallimento del vertice tra investigatori, ultima chance della linea attendista del governo Renzi.
Mai come in questo caso aver indovinato una previsione mi lascia un senso tragico di frustrazione. Aver immaginato questo esito non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, e mi fa sentire ancora più drammatico il tanto tempo perduto e l’impotenza che in questi due mesi abbiamo dovuto registrare. Non sto accusando alcuno, perché il comportamento del ministro degli Esteri è stato prudente – personalmente l’ho considerato troppo prudente – e tuttavia Gentiloni è stato molto attivo, generoso e costantemente concentrato sulla ricerca di un esito positivo.
Si è scommesso sulla trattativa attraverso canali riservati. Che cosa non ha funzionato?
Chiariamo una volta per tutte: una trattativa bilaterale che ruota intorno ad un orribile caso di tortura e omicidio comporta necessariamente il ricorso a canali riservati, a pressioni non pubbliche, a negoziati e a mediazioni continue. Ciò che penso è che questa via obbligata non sia stata finora accompagnata da un adeguato ricorso della forza democratica di cui il nostro Paese dispone. E della pressione politica ed economica che avrebbe potuto, e che ora più che mai deve, esercitare. Mi sembra di aver colto in sostanza, pur all’interno di una strategia razionale quale quella del ministro Gentiloni, qualcosa di simile a un complesso di inferiorità. Quasi che non fossimo noi, in questa circostanza, a trovarci in una posizione di forza.
In ballo ci sono gli interessi economici delle nostre imprese.
Lo ripeto: l’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti egiziani, lo sfruttamento del giacimento di gas Zhor interessa il nostro Paese ma altrettanto o ancora di più l’Egitto, e il pil egiziano per il 12,8% è dato dal turismo. Tre strumenti formidabili, democratici e non bellici, e tre leve che avrebbero dovuto essere utilizzate e che mi aspetto vengano messe in moto a partire da oggi.
Ma anche l’idea che Al Sisi sia una pedina fondamentale nella guerra contro il terrorismo islamico ha avuto il suo peso.
Non c’è alcun motivo perché si rinunci a quel ruolo che l’Egitto può giocare, ma mi rifiuto di accettare la falsa alternativa tra tutela dei diritti umani e le necessarie relazioni geo-politico-militari. Dunque, il richiamo dell’ambasciatore – richiamo e non ritiro – era ed è l’elementare premessa.
Se è una premessa, quali mosse si possono prevedere adesso?
Il richiamo dell’ambasciatore non significa rompere le relazioni ma condurle con maggiore determinazione e con quel tanto di asprezza indispensabile. Ad esempio, dichiarare l’Egitto Paese non sicuro perché non ha offerto garanzie a Giulio Regeni, non le offre a migliaia di anonimi egiziani e stranieri che vivono lì, e non può offrirle a tanti nostri connazionali e a tanti europei che vorrebbero visitare l’Egitto, è una conseguenza irrinunciabile e che può rivelarsi assai efficace.
Perché non è bastata l’autorevolezza del premier italiano che peraltro Al Sisi considera suo «amico»?
Perché evidentemente in quell’omicidio emerge la compromissione di segmenti degli apparati statali, e non solo di bassa forza, ai quali Al Sisi non può rinunciare. E dei quali non può liberarsi. In qualunque caso: sia che lo stesso al Sisi conoscesse in anticipo, o che avesse appreso in seguito, quanto accaduto al nostro connazionale.
Il premier italiano non poteva immaginare un simile epilogo?
Matteo Renzi è stato vittima ancora una volta, diciamo così, del suo giovanile ottimismo.
La barra dritta l’ha tenuta il procuratore capo di Roma. Qual è il ruolo di Giuseppe Pignatone?
Pignatone aveva fatto intendere sin dal primo momento che il suo ruolo era quello del fedele servitore dello Stato, che metteva a disposizione le sue grandi doti anche se in un quadro che riteneva compromesso. Si è comportato così perché gli è stato chiesto dal governo e per carità di patria. Ha resistito fino ad oggi per il suo modo coerentissimo di intendere il proprio dovere. Poi c’è un momento in cui anche il più freddo uomo delle istituzioni perde la pazienza.
Repubblica 9.4.16
I passi da compiere
di Roberto Toscano
L’autore è diplomatico e scrittore già ambasciatore in Iran e India
DOPO l’ennesima presa in giro da parte delle autorità egiziane, l’Italia dimostra di volere manifestare concretamente non solo la propria insoddisfazione, ma la propria indignazione, per il comportamento egiziano sul caso Regeni. Un comportamento che senza esagerazioni si può definire provocatorio e offensivo, dal susseguirsi di grotteschi tentativi di depistaggio alla riunione di Roma, dove la delegazione di giudici e poliziotti egiziani non solo non ha consegnato gli elementi più essenziali per un’indagine (a partire dai tabulati telefonici), ma ha avuto la sfacciataggine di auspicare «che la parte italiana si mostri comprensiva circa le procedure dell’indagine ».
Ritirando l’ambasciatore per consultazioni il ministro Gentiloni segnala che l’Italia non ha alcuna intenzione di essere «comprensiva», e invece esige, pretende.
SEGUE A PAGINA 32
SI È parlato molto, da quando è stato ritrovato il corpo martoriato del nostro giovane connazionale, dell’amicizia fra i due Paesi e degli interessi economici che rendono l’Egitto importante per le nostre imprese — come se quell’amicizia e quegli interessi dovessero indurci a parlare sottovoce, ad accettare verità di facciata clamorosamente in contrasto con i fatti. L’amicizia non è un dogma o un feticcio, ma deve essere dimostrata con i comportamenti, e inoltre è per definizione bilaterale, dato che impone doveri reciproci. Per quanto riguarda gli interessi, non andrebbe mai dimenticato che i Paesi che non si rassegnano a ruoli marginali hanno sì grandi interessi, ma anche grandi valori, e inoltre che se si perdono dignità e credibilità diventa difficile anche perseguire con successo i propri interessi economici. Noi italiani amiamo essere amati (da tutti, se possibile), ma ci sono momenti e circostanze in cui si dovrebbe mettere l’accento sull’importanza di essere rispettati.
Il caso Regeni, poi, non si presta di certo a una trattazione fredda fatta di mediazioni e compromessi. Non siamo di fronte a una controversia qualsiasi, ma a una vera e propria atrocità alla quale sarebbe giusto reagire anche se la vittima non fosse un connazionale. Si tratta di una questione che riguarda il più fondamentale dei diritti umani, quello alla vita, e per di più in presenza di un’indicibile e sistematica ferocia. L’Italia, che ha da tempo assunto un ruolo di punta nella lotta alla pena di morte, non può certo essere tiepida di fronte a un’esecuzione extragiudiziale accompagnata da quel crimine contro l’umanità che è la tortura.
E adesso? Il ritiro dell’ambasciatore Massari non è la rottura dei rapporti diplomatici, un passo che non è prevedibile e nemmeno consigliabile, dato che le ambasciate servono a difendere gli interessi nazionali anche nelle situazioni più difficili e con i governi più indecenti e ostili. Ma si possono immaginare altre misure, ad esempio dichiarare l’Egitto come Paese non sicuro, dove ai nostri connazionali viene sconsigliato di recarsi. Più che di una rappresaglia si tratterebbe di una constatazione: se non ci sono garanzie per un nostro ricercatore, se le autorità non garantiscono che i responsabili di quell’omicidio siano individuati e puniti, diventa normale avvisare sia i nostri turisti che i nostri operatori economici che in Egitto ci vanno a proprio rischio e pericolo — molto rischio e molto pericolo.
Dobbiamo quindi manifestare pieno consenso con la linea del Ministro Gentiloni, nella speranza che si tratti di una linea coerente e soprattutto che venga sostenuta nei prossimi giorni e prossime settimane.
Ma non si può fare a meno, a questo punto, di chiederci quali saranno i prossimi passi da parte del regime egiziano. Che si tratti di un regime non dovrebbero esserci dubbi. Fra l’altro il povero Giulio non è stato il solo ad essere stato fatto sparire o ad essere ucciso — da parte di criminali, certamente, ma non criminali comuni. Cercando di penetrare la cortina fumogena di menzogne e depistaggi ci sia permesso, nell’attesa di una ricostruzione basata su fatti dimostrati, di formulare un’ipotesi di fondo, che è quella del coinvolgimento di elementi che operano nel quadro del variegato panorama delle strutture repressive del regime egiziano. Che cinque delinquenti siano stati uccisi in un presunto scontro a fuoco (uno, a quanto hanno detto i parenti, con una sola pallottola in testa) e poi accusati di essere i responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni appare un’involontaria confessione, se si pensa che il regime egiziano usa notoriamente gruppi di delinquenti comuni per i lavori più sporchi.
Se è vero però che il delitto è maturato nell’ambito del regime il punto non è tanto individuare i manovali dello “squadrone della morte”, ma i mandanti. E qui sorge un problema serio per al Sisi — un problema che minaccia anche di tradursi in difficoltà nel raggiungere finalmente una credibile soluzione del caso. Se a monte di questo delitto, come ormai sembra probabile, troviamo un alto ufficiale, come quel generale Shalaby di cui si è ultimamente parlato, non sarà facile per al Sisi — che forse a questo punto non chiederebbe di meglio che togliere di mezzo questo per lui fastidioso problema — dare un suo non secondario collaboratore in pasto alla giustizia.
Certo, al Sisi è un dittatore, ma non lo è in quanto personaggio carismatico. Non è né un Führer né un Duce, ma rappresenta piuttosto l’attuale vertice di un “dittatore collettivo”: quelle Forze armate egiziane e quegli organismi di sicurezza che nella sostanza detengono tutto il potere dal momento dalla caduta di re Farouk all’inizio degli anni 50 — un potere collettivo, una corporazione, che prevedibilmente intende difendersi anche contro la volontà di al Sisi. Siamo ben oltre il caso giudiziario, e anche oltre la questione dei rapporti con l’Italia.
Non sarà facile, per il regime egiziano, rispondere agli interrogativi non solo criminali sollevati dal martoriato corpo di Giulio Regeni.
I passi da compiere
di Roberto Toscano
L’autore è diplomatico e scrittore già ambasciatore in Iran e India
DOPO l’ennesima presa in giro da parte delle autorità egiziane, l’Italia dimostra di volere manifestare concretamente non solo la propria insoddisfazione, ma la propria indignazione, per il comportamento egiziano sul caso Regeni. Un comportamento che senza esagerazioni si può definire provocatorio e offensivo, dal susseguirsi di grotteschi tentativi di depistaggio alla riunione di Roma, dove la delegazione di giudici e poliziotti egiziani non solo non ha consegnato gli elementi più essenziali per un’indagine (a partire dai tabulati telefonici), ma ha avuto la sfacciataggine di auspicare «che la parte italiana si mostri comprensiva circa le procedure dell’indagine ».
Ritirando l’ambasciatore per consultazioni il ministro Gentiloni segnala che l’Italia non ha alcuna intenzione di essere «comprensiva», e invece esige, pretende.
SEGUE A PAGINA 32
SI È parlato molto, da quando è stato ritrovato il corpo martoriato del nostro giovane connazionale, dell’amicizia fra i due Paesi e degli interessi economici che rendono l’Egitto importante per le nostre imprese — come se quell’amicizia e quegli interessi dovessero indurci a parlare sottovoce, ad accettare verità di facciata clamorosamente in contrasto con i fatti. L’amicizia non è un dogma o un feticcio, ma deve essere dimostrata con i comportamenti, e inoltre è per definizione bilaterale, dato che impone doveri reciproci. Per quanto riguarda gli interessi, non andrebbe mai dimenticato che i Paesi che non si rassegnano a ruoli marginali hanno sì grandi interessi, ma anche grandi valori, e inoltre che se si perdono dignità e credibilità diventa difficile anche perseguire con successo i propri interessi economici. Noi italiani amiamo essere amati (da tutti, se possibile), ma ci sono momenti e circostanze in cui si dovrebbe mettere l’accento sull’importanza di essere rispettati.
Il caso Regeni, poi, non si presta di certo a una trattazione fredda fatta di mediazioni e compromessi. Non siamo di fronte a una controversia qualsiasi, ma a una vera e propria atrocità alla quale sarebbe giusto reagire anche se la vittima non fosse un connazionale. Si tratta di una questione che riguarda il più fondamentale dei diritti umani, quello alla vita, e per di più in presenza di un’indicibile e sistematica ferocia. L’Italia, che ha da tempo assunto un ruolo di punta nella lotta alla pena di morte, non può certo essere tiepida di fronte a un’esecuzione extragiudiziale accompagnata da quel crimine contro l’umanità che è la tortura.
E adesso? Il ritiro dell’ambasciatore Massari non è la rottura dei rapporti diplomatici, un passo che non è prevedibile e nemmeno consigliabile, dato che le ambasciate servono a difendere gli interessi nazionali anche nelle situazioni più difficili e con i governi più indecenti e ostili. Ma si possono immaginare altre misure, ad esempio dichiarare l’Egitto come Paese non sicuro, dove ai nostri connazionali viene sconsigliato di recarsi. Più che di una rappresaglia si tratterebbe di una constatazione: se non ci sono garanzie per un nostro ricercatore, se le autorità non garantiscono che i responsabili di quell’omicidio siano individuati e puniti, diventa normale avvisare sia i nostri turisti che i nostri operatori economici che in Egitto ci vanno a proprio rischio e pericolo — molto rischio e molto pericolo.
Dobbiamo quindi manifestare pieno consenso con la linea del Ministro Gentiloni, nella speranza che si tratti di una linea coerente e soprattutto che venga sostenuta nei prossimi giorni e prossime settimane.
Ma non si può fare a meno, a questo punto, di chiederci quali saranno i prossimi passi da parte del regime egiziano. Che si tratti di un regime non dovrebbero esserci dubbi. Fra l’altro il povero Giulio non è stato il solo ad essere stato fatto sparire o ad essere ucciso — da parte di criminali, certamente, ma non criminali comuni. Cercando di penetrare la cortina fumogena di menzogne e depistaggi ci sia permesso, nell’attesa di una ricostruzione basata su fatti dimostrati, di formulare un’ipotesi di fondo, che è quella del coinvolgimento di elementi che operano nel quadro del variegato panorama delle strutture repressive del regime egiziano. Che cinque delinquenti siano stati uccisi in un presunto scontro a fuoco (uno, a quanto hanno detto i parenti, con una sola pallottola in testa) e poi accusati di essere i responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni appare un’involontaria confessione, se si pensa che il regime egiziano usa notoriamente gruppi di delinquenti comuni per i lavori più sporchi.
Se è vero però che il delitto è maturato nell’ambito del regime il punto non è tanto individuare i manovali dello “squadrone della morte”, ma i mandanti. E qui sorge un problema serio per al Sisi — un problema che minaccia anche di tradursi in difficoltà nel raggiungere finalmente una credibile soluzione del caso. Se a monte di questo delitto, come ormai sembra probabile, troviamo un alto ufficiale, come quel generale Shalaby di cui si è ultimamente parlato, non sarà facile per al Sisi — che forse a questo punto non chiederebbe di meglio che togliere di mezzo questo per lui fastidioso problema — dare un suo non secondario collaboratore in pasto alla giustizia.
Certo, al Sisi è un dittatore, ma non lo è in quanto personaggio carismatico. Non è né un Führer né un Duce, ma rappresenta piuttosto l’attuale vertice di un “dittatore collettivo”: quelle Forze armate egiziane e quegli organismi di sicurezza che nella sostanza detengono tutto il potere dal momento dalla caduta di re Farouk all’inizio degli anni 50 — un potere collettivo, una corporazione, che prevedibilmente intende difendersi anche contro la volontà di al Sisi. Siamo ben oltre il caso giudiziario, e anche oltre la questione dei rapporti con l’Italia.
Non sarà facile, per il regime egiziano, rispondere agli interrogativi non solo criminali sollevati dal martoriato corpo di Giulio Regeni.
Il Sole 9.4.16
Reazione doverosa davanti all’ennesimo bluff egiziano
di Alberto Negri
Alla Scuola di Polizia, in un angolo del quartiere Flaminio dove De Sica girò “Ladri di biciclette”, gli egiziani hanno messo in scena l’ennesimo maldestro bluff sul caso di Giulio Regeni. E come nel capolavoro del neorealismo ieri scendeva un tramonto amaro sulle aspettative che i poco credibili poliziotti egiziani portassero qualche esile elemento di verità per illuminare l'assassinio del giovane ricercatore.
Il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari dal Cairo è un atto doveroso, tanto più significativo perché è un gesto inusuale della nostra diplomazia, incline in genere a tenere saggiamente sempre aperti i canali di dialogo anche nelle situazioni più scabrose.
Gli egiziani non hanno lasciato scelta alle autorità italiane perché non dimostrano, come era prevedibile, nessuna intenzione di collaborare. Promettevano di venire carichi di faldoni ma la nutrita squadra di traduttori dall’arabo si è trovata davanti a uno striminzito dossier di cose già note.
Gli egiziani, forse per le loro difficoltà interne, hanno inscenato una presa in giro. Soprattutto non hanno prodotto l’elemento ritenuto fondamentale per la procura di Roma: i tabulati di tutti i telefoni del quartiere di Doki, dove il 25 gennaio è scomparso Regeni, e dove è poi stato ritrovato cadavere, sulla superstrada Cairo-Alessandria il 3 febbraio. L’analisi di questi dati è determinante per capire quali telefoni fossero presenti nella zona quando è sparito. Incrociandoli con quelli della zona del ritrovamento, gli investigatori non escludono di individuare la pista giusta per arrivare ai torturatori e agli assassini del ricercatore.
Peggio ancora. Gli egiziani insistono sulla tesi del coinvolgimento della criminalità comune che sembrava accantonata e puzzava da lontano di depistaggio. Si tratta della vicenda dei documenti di Giulio Regeni, “riemersi” dopo due mesi a casa della sorella del presunto capo di una banda di sequestratori implicata nella scomparsa dell'italiano. Banda che non può più difendersi dalle accuse poiché tutti i componenti sono stati “provvidenzialmente” uccisi in uno scontro a fuoco con le forze di polizia.
In realtà gli uomini mandati dal presidente-generale Al Sisi vogliono soltanto prendere tempo e sperano che questa storia ignobile finisca inabissata nel dimenticatoio. Ma gli italiani per il momento non possono rinunciare alla verità perché questo governo lo ha promesso alla famiglia e al Paese, sottolineando che è in gioco l’onore e la dignità dell’Italia. Per ora questo rimane uno scontro bilaterale tra Roma e il Cairo ma non è escluso che possa diventare una vicenda internazionale: Regeni aveva un incarico per un’Università britannica, altri ricercatori italiani e stranieri continuano a studiare sul campo, in Egitto, le stesse tematiche. Un aspetto da non sottovalutare. Forse il generale Al Sisi si è spinto un po’ troppo in là anche per i nostri cosiddetti alleati europei e occidentali, di solito assai restii a darci una mano.
Anche se già si sentono voci discordanti su questa vicenda. Qualcuno ha cominciato a osservare che il generale mantiene l’”ordine”, che senza il suo colpo di stato un Paese chiave negli equilibri regionali sarebbe precipitato nel caos, che gran parte della popolazione è dalla sua parte, anche se molti non la pensano per niente così e si contano migliaia di scomparsi e di casi di tortura. Gli egiziani chiedono agli italiani di essere “comprensivi” e in maniera informale fanno correre voci di complotti sulle rive del Nilo ai danni del generale e di lotte intestine tra servizi segreti concorrenti. Ma non si può essere troppo comprensivi con chi dimostra di mentire spudoratamente: Regeni, nella loro prima versione, doveva essere morto travolto in un incidente stradale.
Non illudiamoci però di avere troppo leve per ottenere la verità. L’Italia ha scambi economici rilevanti ma non tali da stritolare l’Egitto in una morsa soffocante e il famoso contratto Eni sui giacimenti di Zhor probabilmente non verrà toccato. Il caso Regeni deve però far riflettere il governo italiano che l’anno scorso “sdoganò” Al Sisi e ora si prepara a firmare importanti contratti con l’Iran: la politica viene prima degli affari anche nelle relazioni internazionali e per avere buoni affari serve una buona politica. Se si cede sul caso Regeni lo standard del Paese affonda e avremo anche cattivi affari.
Reazione doverosa davanti all’ennesimo bluff egiziano
di Alberto Negri
Alla Scuola di Polizia, in un angolo del quartiere Flaminio dove De Sica girò “Ladri di biciclette”, gli egiziani hanno messo in scena l’ennesimo maldestro bluff sul caso di Giulio Regeni. E come nel capolavoro del neorealismo ieri scendeva un tramonto amaro sulle aspettative che i poco credibili poliziotti egiziani portassero qualche esile elemento di verità per illuminare l'assassinio del giovane ricercatore.
Il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari dal Cairo è un atto doveroso, tanto più significativo perché è un gesto inusuale della nostra diplomazia, incline in genere a tenere saggiamente sempre aperti i canali di dialogo anche nelle situazioni più scabrose.
Gli egiziani non hanno lasciato scelta alle autorità italiane perché non dimostrano, come era prevedibile, nessuna intenzione di collaborare. Promettevano di venire carichi di faldoni ma la nutrita squadra di traduttori dall’arabo si è trovata davanti a uno striminzito dossier di cose già note.
Gli egiziani, forse per le loro difficoltà interne, hanno inscenato una presa in giro. Soprattutto non hanno prodotto l’elemento ritenuto fondamentale per la procura di Roma: i tabulati di tutti i telefoni del quartiere di Doki, dove il 25 gennaio è scomparso Regeni, e dove è poi stato ritrovato cadavere, sulla superstrada Cairo-Alessandria il 3 febbraio. L’analisi di questi dati è determinante per capire quali telefoni fossero presenti nella zona quando è sparito. Incrociandoli con quelli della zona del ritrovamento, gli investigatori non escludono di individuare la pista giusta per arrivare ai torturatori e agli assassini del ricercatore.
Peggio ancora. Gli egiziani insistono sulla tesi del coinvolgimento della criminalità comune che sembrava accantonata e puzzava da lontano di depistaggio. Si tratta della vicenda dei documenti di Giulio Regeni, “riemersi” dopo due mesi a casa della sorella del presunto capo di una banda di sequestratori implicata nella scomparsa dell'italiano. Banda che non può più difendersi dalle accuse poiché tutti i componenti sono stati “provvidenzialmente” uccisi in uno scontro a fuoco con le forze di polizia.
In realtà gli uomini mandati dal presidente-generale Al Sisi vogliono soltanto prendere tempo e sperano che questa storia ignobile finisca inabissata nel dimenticatoio. Ma gli italiani per il momento non possono rinunciare alla verità perché questo governo lo ha promesso alla famiglia e al Paese, sottolineando che è in gioco l’onore e la dignità dell’Italia. Per ora questo rimane uno scontro bilaterale tra Roma e il Cairo ma non è escluso che possa diventare una vicenda internazionale: Regeni aveva un incarico per un’Università britannica, altri ricercatori italiani e stranieri continuano a studiare sul campo, in Egitto, le stesse tematiche. Un aspetto da non sottovalutare. Forse il generale Al Sisi si è spinto un po’ troppo in là anche per i nostri cosiddetti alleati europei e occidentali, di solito assai restii a darci una mano.
Anche se già si sentono voci discordanti su questa vicenda. Qualcuno ha cominciato a osservare che il generale mantiene l’”ordine”, che senza il suo colpo di stato un Paese chiave negli equilibri regionali sarebbe precipitato nel caos, che gran parte della popolazione è dalla sua parte, anche se molti non la pensano per niente così e si contano migliaia di scomparsi e di casi di tortura. Gli egiziani chiedono agli italiani di essere “comprensivi” e in maniera informale fanno correre voci di complotti sulle rive del Nilo ai danni del generale e di lotte intestine tra servizi segreti concorrenti. Ma non si può essere troppo comprensivi con chi dimostra di mentire spudoratamente: Regeni, nella loro prima versione, doveva essere morto travolto in un incidente stradale.
Non illudiamoci però di avere troppo leve per ottenere la verità. L’Italia ha scambi economici rilevanti ma non tali da stritolare l’Egitto in una morsa soffocante e il famoso contratto Eni sui giacimenti di Zhor probabilmente non verrà toccato. Il caso Regeni deve però far riflettere il governo italiano che l’anno scorso “sdoganò” Al Sisi e ora si prepara a firmare importanti contratti con l’Iran: la politica viene prima degli affari anche nelle relazioni internazionali e per avere buoni affari serve una buona politica. Se si cede sul caso Regeni lo standard del Paese affonda e avremo anche cattivi affari.
La Stampa 9.4.16
Il governo richiama l’ambasciatore e pensa alle prossime mosse
Il rientro di Massari non è una rottura ma un gesto altamente simbolico
Nel mirino cultura e turismo
Ora Roma potrebbe congelare scambi culturali e sconsigliare viaggi in Egitto
di Francesca Schianchi
L’insoddisfazione era nell’aria già da giovedì, al termine della prima giornata di incontri. Ieri, subito dopo la fine dei colloqui, Farnesina e Palazzo Chigi sono stati avvertiti dagli inquirenti italiani: dal Cairo non sono arrivate le informazioni richieste, niente traffico delle celle telefoniche, niente video della metropolitana.
Non c’è stato, insomma, quel «cambio di marcia» nella collaborazione alle indagini richiesto alla vigilia dell’arrivo nella capitale della delegazione di magistrati egiziani.
Così, la decisione che già si era pensato di assumere in caso di fallimento dell’incontro, presa in filo diretto tra Roma (dov’era il premier Renzi) e Tokyo (dove si trova il ministro degli Esteri Gentiloni, impegnato nel G7) è stata immediatamente comunicata: il nostro ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, è stato richiamato in Italia per consultazioni.
Un provvedimento temporaneo che non segna la rottura dei rapporti con l’Egitto, ma comunque ad alto contenuto simbolico nel linguaggio della diplomazia. L’ambasciatore partirà alla volta di Roma tra domani e dopodomani e resterà qualche settimana. Il tempo di discutere altre misure «proporzionate» da adottare, come le aveva definite il ministro Gentiloni martedì scorso in Parlamento: in base agli sviluppi della vicenda, si legge nel comunicato pubblicato sul sito dal ministero degli Esteri, «si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni». Verità che giurano di voler agguantare Renzi e Gentiloni («vogliamo una sola cosa: la verità su Giulio», twitta il ministro); verità richiesta a gran voce dai familiari del ricercatore friulano, che attraverso il loro avvocato esprimono «soddisfazione» per il richiamo dell’ambasciatore a Roma.
È ampio il ventaglio delle possibilità diplomatiche per fare pressione sugli egiziani. Il primo intervento potrebbe essere sugli scambi culturali: ad esempio, sconsigliare studenti e ricercatori che, come Giulio, intendano trascorrere un periodo di approfondimento in Egitto dal farlo. Oppure, sospendere temporaneamente programmi bilaterali nel settore della cultura e dell’Università. Una certa incidenza potrebbe averla anche l’eventuale decisione della Farnesina di dichiarare l’Egitto Paese «non sicuro», scoraggiando viaggi e vacanze tra Cairo piramidi e Mar Rosso. Su un altro livello, si potrebbe agire raffreddando le relazioni politiche, abbassando ad esempio il livello dei contatti (non sarebbero più nostri ministri a partecipare a eventuali incontri nel Paese, ma figure non apicali) o impedendo di viaggiare in Italia a personalità politiche egiziane. Quel che appare certo, a oggi, è che non si terrà il vertice intergovernativo tra Italia ed Egitto che pure era previsto. Appare invece più improbabile al momento il ricorso a misure commerciali come le sanzioni, che pure è un’ipotesi circolata nei giorni scorsi.
Come andare avanti per riportare sui giusti binari la collaborazione se ne discuterà nei giorni in cui l’ambasciatore Massari sarà in Italia. A meno che già il suo richiamo non convinca gli egiziani a una maggiore collaborazione. La prima reazione, ieri sera, è stata quasi piccata: «Il ministero degli Affari Esteri finora non è stato informato ufficialmente» della scelta italiana, diceva un comunicato e «delle ragioni di questo richiamo, tanto più che non c’è stato un comunicato sui risultati delle riunioni delle squadre d’inchiesta egiziana e italiana».
Il governo richiama l’ambasciatore e pensa alle prossime mosse
Il rientro di Massari non è una rottura ma un gesto altamente simbolico
Nel mirino cultura e turismo
Ora Roma potrebbe congelare scambi culturali e sconsigliare viaggi in Egitto
di Francesca Schianchi
L’insoddisfazione era nell’aria già da giovedì, al termine della prima giornata di incontri. Ieri, subito dopo la fine dei colloqui, Farnesina e Palazzo Chigi sono stati avvertiti dagli inquirenti italiani: dal Cairo non sono arrivate le informazioni richieste, niente traffico delle celle telefoniche, niente video della metropolitana.
Non c’è stato, insomma, quel «cambio di marcia» nella collaborazione alle indagini richiesto alla vigilia dell’arrivo nella capitale della delegazione di magistrati egiziani.
Così, la decisione che già si era pensato di assumere in caso di fallimento dell’incontro, presa in filo diretto tra Roma (dov’era il premier Renzi) e Tokyo (dove si trova il ministro degli Esteri Gentiloni, impegnato nel G7) è stata immediatamente comunicata: il nostro ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, è stato richiamato in Italia per consultazioni.
Un provvedimento temporaneo che non segna la rottura dei rapporti con l’Egitto, ma comunque ad alto contenuto simbolico nel linguaggio della diplomazia. L’ambasciatore partirà alla volta di Roma tra domani e dopodomani e resterà qualche settimana. Il tempo di discutere altre misure «proporzionate» da adottare, come le aveva definite il ministro Gentiloni martedì scorso in Parlamento: in base agli sviluppi della vicenda, si legge nel comunicato pubblicato sul sito dal ministero degli Esteri, «si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni». Verità che giurano di voler agguantare Renzi e Gentiloni («vogliamo una sola cosa: la verità su Giulio», twitta il ministro); verità richiesta a gran voce dai familiari del ricercatore friulano, che attraverso il loro avvocato esprimono «soddisfazione» per il richiamo dell’ambasciatore a Roma.
È ampio il ventaglio delle possibilità diplomatiche per fare pressione sugli egiziani. Il primo intervento potrebbe essere sugli scambi culturali: ad esempio, sconsigliare studenti e ricercatori che, come Giulio, intendano trascorrere un periodo di approfondimento in Egitto dal farlo. Oppure, sospendere temporaneamente programmi bilaterali nel settore della cultura e dell’Università. Una certa incidenza potrebbe averla anche l’eventuale decisione della Farnesina di dichiarare l’Egitto Paese «non sicuro», scoraggiando viaggi e vacanze tra Cairo piramidi e Mar Rosso. Su un altro livello, si potrebbe agire raffreddando le relazioni politiche, abbassando ad esempio il livello dei contatti (non sarebbero più nostri ministri a partecipare a eventuali incontri nel Paese, ma figure non apicali) o impedendo di viaggiare in Italia a personalità politiche egiziane. Quel che appare certo, a oggi, è che non si terrà il vertice intergovernativo tra Italia ed Egitto che pure era previsto. Appare invece più improbabile al momento il ricorso a misure commerciali come le sanzioni, che pure è un’ipotesi circolata nei giorni scorsi.
Come andare avanti per riportare sui giusti binari la collaborazione se ne discuterà nei giorni in cui l’ambasciatore Massari sarà in Italia. A meno che già il suo richiamo non convinca gli egiziani a una maggiore collaborazione. La prima reazione, ieri sera, è stata quasi piccata: «Il ministero degli Affari Esteri finora non è stato informato ufficialmente» della scelta italiana, diceva un comunicato e «delle ragioni di questo richiamo, tanto più che non c’è stato un comunicato sui risultati delle riunioni delle squadre d’inchiesta egiziana e italiana».