Repubblica 24.3.16
Uno studio svela come l’evoluzione è tutta scritta sulle nostre facce
La storia dell’uomo si nasconde dietro barba e baffi
I cambiamenti delle mode e i costumi religiosi esprimono la mutevolezza della mascolinità
di Siegmund Ginzberg
Cos’è
più “naturale”, farsi crescere barba e baffi, o radersi? Posta così, la
domanda potrebbe far ridere. Eppure è una faccenda tremendamente seria,
su cui ne può andare della testa. Lo zar Pietro il Grande voleva
modernizzare la Russia tagliando le barbe. Chi rifiutava veniva mandato
al patibolo. Fino al 1917, il diritto canonico cattolico scomunicava i
preti che si facessero crescere la barba e i monaci che rifiutassero
la
tonsura. I taliban prescrivevano, con pari severità, burqa per le donne
e barba per gli uomini. I governi dell’Iraq del dopo Saddam avevano
bandito barba e baffi nelle forze armate e di polizia, suscitando forti
risentimenti tra le reclute. E su questo risentimento aveva fatto leva
l’Is, incoraggiando barbe incolte anche più lunghe di quelle già in voga
nei raggruppamenti islamici concorrenti. Nell’Egitto di Mubarak era
vietata la barba agli uomini in divisa. Ma ora si può finire in galera,
essere torturati e uccisi se una barba lunga conduce al sospetto di
simpatie islamiste.
Paese o epoca che vai, problemi di pelo
facciale che ti ritrovi. Per la mia generazione la barba alla Che
Guevara era un segno di anticonformismo. Ora è tornata, ma per
tutt’altre ragioni: non c’è modello in posa su carta patinata o manager
rampante che non sfoggi un accenno di barba come moda comanda. La Corte
suprema Usa consente ai datori di lavoro di decidere se i propri
dipendenti possono farsi crescere barba e baffi, o meno. Ma i marines,
ai quali era sinora proibito, ora aprono alla barba, alle chiome e ai
turbanti dei sikh, e forse anche ai riccioli degli ebrei ortodossi e
alle barbe islamiche. L’Inghilterra ha inventato gli skinhead, ma anche
il Movember (Mustache- November), il fenomeno di massa per cui ci si fa
crescere i baffi più bizzarri per sostenere cause benefiche.
La
casistica è infinita. Così come infinita è la discussione
sull’argomento. Se proprio volete leggere tutto quello che avete sempre
voluto sapere (e non vi è passato per la mente di chiedere) su barba e
baffi, potete rivolgervi all’ultimo libro di Christopher Oldstone-Moore,
Of Beards and Men: The Revealing History of Facial Hair (University of
Chicago Press). Si fonda sull’assunto che «la storia dell’umanità è
letteralmente scritta sulla faccia degli uomini», che le mutazioni del
pelo facciale esprimono «la mutabilità e varietà dell’idea di
mascolinità in un determinato periodo e nel corso del tempo». Diventa
questione politica quando questo attributo maschile viene caricato di
significati morali e religiosi che non hanno più nulla a che fare con la
moda o col gusto personale. L’unica cosa certa è che la “natura”
c’entra poco.
Non è affatto il primo studio di questa ampiezza
sull’argomento, ed è improbabile che sia quello definitivo. Spazia dalla
biologia evolutiva (ma perché mai i maschi della specie homo sapiens
hanno la barba e le femmi- ne no?) all’antropologia, dalla storia antica
alla cronaca, con dovizia di riferimenti, curiosità, discussioni dotte e
aneddoti. Il primo trattato dedicato al pelo facciale fu l’Apologia de
Barbis del duecentesco abate Burcardo di Bellevaux, per il quale la
barba era una “tentazione di vanità” in questo mondo, ma avrebbe
accomunato tutti, chierici tonsi e laici intonsi, nell’aldilà. La sua
contemporanea Ildegarda di Bingen spiegava che gli uomini sono più
pelosi perché formati dalla terra e le donne meno perché formate dalla
costola dell’uomo. Bisognava arrivare al 1967 perché il fondamentalista
marocchino Muhammad al Zamzami pubblicasse un opuscolo intitolato:
Chiara evidenza del fatto che coloro che si radono sono maledetti, e le
loro preghiere sono prive di efficacia.
Nelle miniature del
Trecento i buoni sono in genere sbarbati e i cattivi barbuti. Ma poi si
alternano, anche a pochi decenni di distanza, momenti in cui sfoggiare
la barba è segno di progresso, o al contrario di bieco oscurantismo.
My
hair like Jesus wore it suona la canzone del musical del 1967 che fece
furore per molti decenni. Ma le rappresentazioni di Gesù lo mostrano con
la barba solo dal VI secolo. Da qualche secolo i papi si radono, i
patriarchi ortodossi hanno immancabilmente una lunga barba. Il culto
della barba accomuna ebrei ortodossi e musulmani ultrà. Nella Turchia
dove sono nato i papà ritratti nei miei libri di scuola avevano
immancabilmente i baffi, e io ero un po’ a disagio perché mio padre
invece non li portava. In quella di Erdogan si può scandire slogan
islamisti allo stadio anche a viso glabro. Capita che ci sia una
divisione animata, anche in una stessa epoca e in uno stesso milieu tra
chi si rade e chi no. Capita anche che si passi da un campo all’altro.
Perché aiuta a nascondere faccione o doppio mento. O per pigrizia. O
perché ogni tanto diventa impellente il bisogno di cambiare faccia,
l’immagine riflessa dallo specchio.
L’Ottocento progressista era
barbuto, come Marx e Darwin. Il Novecento, specie dopo che il signor
Gillette aveva brevettato la sua invenzione (1904), preferiva i baffi.
Famosi, quelli di Clark Gable ed Einstein. Ancora più famosi i baffi di
Stalin e di Hitler. Un’ipotesi è che i due dittatori fossero accomunati
dal desiderio di rendersi imperscrutabili. Pare che il Führer avesse
sperimentato diverse acconciature facciali prima di decidersi per quella
che aveva effetto. James Abbe, il primo fotografo non tedesco che ebbe
accesso a Hitler, raccontò del disagio per quei baffetti che impedivano
all’obiettivo della macchina fotografica di scrutare la personalità
dietro la maschera. Lo stesso Abbe aveva fotografato un altro
personaggio che sfoggiava sullo schermo identici baffetti, Charlie
Chaplin, e aveva ottenuto che posasse per lui senza baffi. Ma nel caso
di Hitler il personaggio si identificava con la propria maschera.
La
somiglianza tra i baffetti di Charlot e quelli di Hitler è alla base
del bellissimo film Il grande dittatore, in cui Chaplin si sdoppia nel
ringhioso Hynkel e nel suo sosia per caso, un gentile barbiere ebreo.
Gli fu rimproverato che, ridicolizzando Hitler, aveva favorito una
sottovalutazione della tragedia che si stava profilando.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
giovedì 24 marzo 2016
La Stampa 24.3.16
“Antigiudaismo, la base del pensiero occidentale”
Arriva in Italia il saggio di David Nirenberg che ha acceso il dibattito storiografico anglosassone
di Serena Di Nepi
È da poco uscito in traduzione italiana, con il titolo L’antigiudaismo. La tradizione occidentale (Viella, pp. 442, € 39) il volume di David Nirenberg che tanta attenzione ha suscitato nel dibattito storiografico anglosassone sin dalla prima edizione americana del 2013. La tesi centrale sviluppata nelle dense pagine del volume, e sostenuta da un ricco apparato di note e bibliografia sulla materia, insiste sull’«idea che l’antigiudaismo non deve essere inteso come un ripostiglio arcaico e irrazionale nel vasto edificio del pensiero occidentale: di fatto è uno degli strumenti fondamentali con cui quell’edificio è stato costruito».
In questa definizione sta la novità dell’interpretazione proposta, che svincola la storia dell’ostilità anti-ebraica dai suoi più tradizionali paradigmi: pregiudizio, discriminazione e persecuzione vengono slegati dalle radici cristiane e esaminati al di là dei contesti sociali di riferimento. Gli ebrei in carne e ossa sono fantasmi, la cui presenza aleggia nell’analisi ma viene intenzionalmente trascurata.
La definizione di antigiudaismo come pilastro attorno al quale si sviluppa l’autodefinizione dell’Occidente (incluso il pensiero islamico) come differenziazione da ciò che è giudaico permette alla ricostruzione di superare la discussione sulle radici cristiane dell’antisemitismo contemporaneo. Il libro è un viaggio lungo tre millenni, che parte dall’Egitto dei faraoni, attraversa la penisola arabica dell’epoca di Maometto, si sofferma lungamente sull’Europa del Medioevo e dell’Età moderna, per poi approdare alla Shoah e ai suoi interrogativi.
Nirenberg elabora un’interpretazione di largo respiro, che ha molti pregi e qualche punto di debolezza e che, come sempre in questi casi, è destinata a far discutere gli specialisti anche in Italia. La terminologia scelta dallo studioso americano, su cui i traduttori si soffermano con una nota che spiega l’uso delle parole «ebreo» e «giudeo», risulta, infatti, in qualche modo ambigua proprio per il dibattito italiano, che molto ha lavorato sulle diverse definizioni dell’odio antiebraico.
Questa edizione, scorrevole e piacevole nonostante le grandi difficoltà del testo originale, riporta all’attenzione del pubblico di casa nostra un argomento difficile e importante. In un’opera dal titolo molto simile uscita qualche anno fa - e che, senza dubbio, costituisce un punto dal quale ripartire - Pietro Stefani (L’antigiudaismo. Storia di un’idea, Laterza, 2004) aveva illustrato il nodo teologico dell’antigiudaismo cristiano, di cui aveva ripercorso l’evoluzione ideologica e le pratiche sociali fino al Concilio Vaticano II e alle rotture che questo ha inaugurato. In anni recenti si è, in qualche modo, arrivati a distinguere, pur con molti disaccordi sui legami diretti tra il primo e il secondo, tra l’antigiudaismo, inteso come espressione di avversità teologica cristiana, e l’antisemitismo di stampo biologico e razziale.
Con l’affacciarsi di Nirenberg, la riflessione è destinata a riaccendersi, e sarà interessante vedere come, nell’anno del cinquecentenario dall’istituzione del ghetto di Venezia, verranno letti il passato (e il presente) del paradigma antiebraico, con l’augurio, se libro avrà il successo che merita, di vederne gli esiti più stimolanti ripercorsi in una nota introduttiva alla seconda ristampa.
“Antigiudaismo, la base del pensiero occidentale”
Arriva in Italia il saggio di David Nirenberg che ha acceso il dibattito storiografico anglosassone
di Serena Di Nepi
È da poco uscito in traduzione italiana, con il titolo L’antigiudaismo. La tradizione occidentale (Viella, pp. 442, € 39) il volume di David Nirenberg che tanta attenzione ha suscitato nel dibattito storiografico anglosassone sin dalla prima edizione americana del 2013. La tesi centrale sviluppata nelle dense pagine del volume, e sostenuta da un ricco apparato di note e bibliografia sulla materia, insiste sull’«idea che l’antigiudaismo non deve essere inteso come un ripostiglio arcaico e irrazionale nel vasto edificio del pensiero occidentale: di fatto è uno degli strumenti fondamentali con cui quell’edificio è stato costruito».
In questa definizione sta la novità dell’interpretazione proposta, che svincola la storia dell’ostilità anti-ebraica dai suoi più tradizionali paradigmi: pregiudizio, discriminazione e persecuzione vengono slegati dalle radici cristiane e esaminati al di là dei contesti sociali di riferimento. Gli ebrei in carne e ossa sono fantasmi, la cui presenza aleggia nell’analisi ma viene intenzionalmente trascurata.
La definizione di antigiudaismo come pilastro attorno al quale si sviluppa l’autodefinizione dell’Occidente (incluso il pensiero islamico) come differenziazione da ciò che è giudaico permette alla ricostruzione di superare la discussione sulle radici cristiane dell’antisemitismo contemporaneo. Il libro è un viaggio lungo tre millenni, che parte dall’Egitto dei faraoni, attraversa la penisola arabica dell’epoca di Maometto, si sofferma lungamente sull’Europa del Medioevo e dell’Età moderna, per poi approdare alla Shoah e ai suoi interrogativi.
Nirenberg elabora un’interpretazione di largo respiro, che ha molti pregi e qualche punto di debolezza e che, come sempre in questi casi, è destinata a far discutere gli specialisti anche in Italia. La terminologia scelta dallo studioso americano, su cui i traduttori si soffermano con una nota che spiega l’uso delle parole «ebreo» e «giudeo», risulta, infatti, in qualche modo ambigua proprio per il dibattito italiano, che molto ha lavorato sulle diverse definizioni dell’odio antiebraico.
Questa edizione, scorrevole e piacevole nonostante le grandi difficoltà del testo originale, riporta all’attenzione del pubblico di casa nostra un argomento difficile e importante. In un’opera dal titolo molto simile uscita qualche anno fa - e che, senza dubbio, costituisce un punto dal quale ripartire - Pietro Stefani (L’antigiudaismo. Storia di un’idea, Laterza, 2004) aveva illustrato il nodo teologico dell’antigiudaismo cristiano, di cui aveva ripercorso l’evoluzione ideologica e le pratiche sociali fino al Concilio Vaticano II e alle rotture che questo ha inaugurato. In anni recenti si è, in qualche modo, arrivati a distinguere, pur con molti disaccordi sui legami diretti tra il primo e il secondo, tra l’antigiudaismo, inteso come espressione di avversità teologica cristiana, e l’antisemitismo di stampo biologico e razziale.
Con l’affacciarsi di Nirenberg, la riflessione è destinata a riaccendersi, e sarà interessante vedere come, nell’anno del cinquecentenario dall’istituzione del ghetto di Venezia, verranno letti il passato (e il presente) del paradigma antiebraico, con l’augurio, se libro avrà il successo che merita, di vederne gli esiti più stimolanti ripercorsi in una nota introduttiva alla seconda ristampa.
Repubblica 24.3.16
Abbiamo ancora bisogno della filosofia
Perché la crisi di inizio Millennio si sconfigge col pensiero critico. Il nuovo libro di Roberto Esposito
di Antonio Gnoli
Il nuovo libro di Roberto Esposito (che esce dall’editore Einaudi) ha come oggetto l’Europa: com’era e com’è. Già il titolo “Da fuori” sembra richiamare forze sociali e culturali imprevedibili che stanno trasformando l’immagine del vecchio continente. Oggi in crisi, come lo fu negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo. “Da fuori” ha un sottotitolo: “Una filosofia per l’Europa”. Ma può l’Europa essere salvata dalla filosofia? Non c’è riuscita la politica; e neppure l’economia; perché mai il sapere che fu di Platone e Aristotele dovrebbe avere qualche chance di successo? Perché una disciplina instabile, contraddittoria, a volte rissosa, dovrebbe partorire dal suo ventre le giuste risposte? «Forse perché — risponde Esposito — è proprio l’inquietudine della filosofia, la sua mobilità,
a consentirle di seguire e talvolta di anticipare le trasformazioni repentine del mondo contemporaneo meglio di saperi più statici e piantati sulle loro radici».
La filosofia già in passato, con Husserl e Heidegger, in particolare, aveva affrontato la crisi europea riconducendola al grande tema del nichilismo: «Con l’espressione nichilismo, quei pensatori intendevano dirci che la civiltà occidentale era esausta e che il solo modo di ritrovare l’egemonia perduta era risalire alle radici greche. Il riferimento costante dell’Europa di Heidegger e di Husserl — malgrado la loro diversità profonda — è tornare al proprio “centro”, ossia all’origine».
Nel mondo greco, sostenevano i nostri autorevoli filosofi, c’erano le risposte giuste. Bastava cercarle. Bastava calarsi nel grande pozzo che nel frattempo l’Occidente aveva scavato e riemergerne con la verità tra le mani. «Fu un terribile fraintendimento, pensare che la crisi dell’identità europea fosse risolvibile con l’appello ai presocratici e ai valori della Grecia antica. La filosofia era troppo concentrata su di sé, troppo autoreferenziale perché potesse davvero cogliere quello che avveniva al suo esterno. La sua miopia fu, in altri termini, non essersi accorta che lì, in quella manciata di anni aveva inizio la fine irrimediabile della centralità dell’Europa».
Non solo Heidegger e Husserl, ma anche Valéry, Benda e Ortega sostarono sui bordi di quella crisi immaginando che la soluzione fosse tutta interna al pensiero e che bastasse l’appello allo spirito greco e ai suoi valori per poter ridare smalto al vecchio continente. «Ma la partita giocata tutta dentro il linguaggio filosofico non era sufficiente. Già per Hegel l’oggetto della filosofia non era la propria storia interna, ma il mondo con le sue contraddizioni. E quanto sta accadendo in questi anni recenti lo dimostra con assoluta evidenza. Nella nostra epoca di globalizzazione, non esiste più un luogo che non sia penetrato e modificato dal suo “fuori”».
Nella nuova consapevolezza che l’attuale scenario ha creato viene a maturazione un fatto di cui già un poeta della statura di Hölderlin ebbe modo di accertare, ossia che lo spirito dei greci non era imitabile. «Lo stesso Nietzsche, dice Esposito, aveva acutamente visto che quello che per Hölderlin era una frattura aperta tra modernità e classicità, diventava in lui un abisso senza fondo in cui precipitavano tutti i valori europei».
L’idea della “morte di Dio” tra le tante possibili declinazioni indicava per Nietzsche l’impossibilità di tornare a una origine autentica, di cui la metafisica fosse la garante assoluta. È di questo che le filosofie della fine del Ventesimo secolo si rendono conto? Da Foucault a Derrida, da Adorno a Habermas — in tempi differenti e con problematiche diverse — si prende atto che il compito della filosofia non è più eseguibile all’interno del proprio sapere. Il richiamo alla biopolitica (Foucault), alla scrittura e violenza (Derrida), alla dialettica negativa (Adorno), al patriottismo costituzionale (Habermas), non è altro che il modo con cui, osserva Esposito, «il reale gioca la sua nuova partita con il pensiero, includendo così ciò che sta fuori dei suoi confini».
La parola confine sembra quella oggi più confusa e inadatta a garantire un certo tasso di sovranità: «Temo che il confine oggi svolga una funzione drammaticamente biopolitica. Ciò significa che il rapporto tra potere e vita si svolge sempre più lungo e dentro faglie territoriali, sociali e mentali che separano piuttosto che unire». Come dovremmo comportarci davanti alle scene che ogni giorno reportage di immagini ci sbattono sotto gli occhi? «Io credo che il confine resti una linea da cui bisogna passare. Non possiamo abolirlo, ma non possiamo neppure concepirlo come luoghi di operazioni poliziesche. Occorre ripensarlo come spazio politico».
La filosofia può aiutare in questo compito che oggi ci appare difficilissimo? «Il problema è che il confine non può essere solo una soglia di esclusione, ma ciò che articola e integra esperienze, culture, mondi diversi. Sono sempre più gli esseri umani che vivono, lavorano, soffrono ai confini di città e paesi».
Tutto quanto sta accadendo oggi era impensabile fino a una quindicina di anni fa. Il risveglio dei nazionalismi da un lato e del populismo dall’altro hanno scosso l’idea stessa di Europa e messo in crisi la categoria di sovranità. Costruire un mondo nuovo con dei “pezzi importanti” del mondo lasciato in frantumi non è semplice. Non lo è soprattutto se si pensa al dilagare di un neo-localismo volto a proteggere con miopia le proprie ragioni nazionali. Occorrerebbe che la filosofia, osserva Esposito, si traducesse in “grande politica”. Ma come? «Comprendendo anzitutto che nel mondo contemporaneo non è più possibile conservare gli attuali rapporti di forza tra paesi ricchi e paesi poverissimi. Si tratta di un equilibrio che ormai non tiene più e rischia di saltare tragicamente».
La partita filosofica secondo Esposito si gioca oggi nel lasciare aperto il discorso sulla civiltà senza tuttavia rinunciare alla forza. Secondo l’esempio di Machiavelli e Vico, si tratta di trovare un equilibrio tra le due componenti, evitando che una prenda il sopravvento sull’altra.
Ci si può chiedere in conclusione se l’idea d’Europa che avevano sognato i nostri padri abbia ancora un senso o non sia piuttosto tramontata. È probabile che quel nobile progetto oggi sia inadatto a risolvere le attuali contraddizioni. Forse un popolo europeo potrà nascere non in virtù dei trattati e delle convenzioni, ma da spinte che provengono dal basso: «Da questo sostrato salgono a volte umori e impulsi dissolutivi. Ma lì, io credo, è depositata anche l’energia costituente, senza la quale le élites rischiano di perdere i contatti con la vita reale. Il destino del nostro continente è sospeso a tale consapevolezza e alla risolutezza con cui saprà darle espressione».
IL SAGGIO Da fuori, di Roberto Esposito (Einaudi pagg. 256, euro 22)
Abbiamo ancora bisogno della filosofia
Perché la crisi di inizio Millennio si sconfigge col pensiero critico. Il nuovo libro di Roberto Esposito
di Antonio Gnoli
Il nuovo libro di Roberto Esposito (che esce dall’editore Einaudi) ha come oggetto l’Europa: com’era e com’è. Già il titolo “Da fuori” sembra richiamare forze sociali e culturali imprevedibili che stanno trasformando l’immagine del vecchio continente. Oggi in crisi, come lo fu negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo. “Da fuori” ha un sottotitolo: “Una filosofia per l’Europa”. Ma può l’Europa essere salvata dalla filosofia? Non c’è riuscita la politica; e neppure l’economia; perché mai il sapere che fu di Platone e Aristotele dovrebbe avere qualche chance di successo? Perché una disciplina instabile, contraddittoria, a volte rissosa, dovrebbe partorire dal suo ventre le giuste risposte? «Forse perché — risponde Esposito — è proprio l’inquietudine della filosofia, la sua mobilità,
a consentirle di seguire e talvolta di anticipare le trasformazioni repentine del mondo contemporaneo meglio di saperi più statici e piantati sulle loro radici».
La filosofia già in passato, con Husserl e Heidegger, in particolare, aveva affrontato la crisi europea riconducendola al grande tema del nichilismo: «Con l’espressione nichilismo, quei pensatori intendevano dirci che la civiltà occidentale era esausta e che il solo modo di ritrovare l’egemonia perduta era risalire alle radici greche. Il riferimento costante dell’Europa di Heidegger e di Husserl — malgrado la loro diversità profonda — è tornare al proprio “centro”, ossia all’origine».
Nel mondo greco, sostenevano i nostri autorevoli filosofi, c’erano le risposte giuste. Bastava cercarle. Bastava calarsi nel grande pozzo che nel frattempo l’Occidente aveva scavato e riemergerne con la verità tra le mani. «Fu un terribile fraintendimento, pensare che la crisi dell’identità europea fosse risolvibile con l’appello ai presocratici e ai valori della Grecia antica. La filosofia era troppo concentrata su di sé, troppo autoreferenziale perché potesse davvero cogliere quello che avveniva al suo esterno. La sua miopia fu, in altri termini, non essersi accorta che lì, in quella manciata di anni aveva inizio la fine irrimediabile della centralità dell’Europa».
Non solo Heidegger e Husserl, ma anche Valéry, Benda e Ortega sostarono sui bordi di quella crisi immaginando che la soluzione fosse tutta interna al pensiero e che bastasse l’appello allo spirito greco e ai suoi valori per poter ridare smalto al vecchio continente. «Ma la partita giocata tutta dentro il linguaggio filosofico non era sufficiente. Già per Hegel l’oggetto della filosofia non era la propria storia interna, ma il mondo con le sue contraddizioni. E quanto sta accadendo in questi anni recenti lo dimostra con assoluta evidenza. Nella nostra epoca di globalizzazione, non esiste più un luogo che non sia penetrato e modificato dal suo “fuori”».
Nella nuova consapevolezza che l’attuale scenario ha creato viene a maturazione un fatto di cui già un poeta della statura di Hölderlin ebbe modo di accertare, ossia che lo spirito dei greci non era imitabile. «Lo stesso Nietzsche, dice Esposito, aveva acutamente visto che quello che per Hölderlin era una frattura aperta tra modernità e classicità, diventava in lui un abisso senza fondo in cui precipitavano tutti i valori europei».
L’idea della “morte di Dio” tra le tante possibili declinazioni indicava per Nietzsche l’impossibilità di tornare a una origine autentica, di cui la metafisica fosse la garante assoluta. È di questo che le filosofie della fine del Ventesimo secolo si rendono conto? Da Foucault a Derrida, da Adorno a Habermas — in tempi differenti e con problematiche diverse — si prende atto che il compito della filosofia non è più eseguibile all’interno del proprio sapere. Il richiamo alla biopolitica (Foucault), alla scrittura e violenza (Derrida), alla dialettica negativa (Adorno), al patriottismo costituzionale (Habermas), non è altro che il modo con cui, osserva Esposito, «il reale gioca la sua nuova partita con il pensiero, includendo così ciò che sta fuori dei suoi confini».
La parola confine sembra quella oggi più confusa e inadatta a garantire un certo tasso di sovranità: «Temo che il confine oggi svolga una funzione drammaticamente biopolitica. Ciò significa che il rapporto tra potere e vita si svolge sempre più lungo e dentro faglie territoriali, sociali e mentali che separano piuttosto che unire». Come dovremmo comportarci davanti alle scene che ogni giorno reportage di immagini ci sbattono sotto gli occhi? «Io credo che il confine resti una linea da cui bisogna passare. Non possiamo abolirlo, ma non possiamo neppure concepirlo come luoghi di operazioni poliziesche. Occorre ripensarlo come spazio politico».
La filosofia può aiutare in questo compito che oggi ci appare difficilissimo? «Il problema è che il confine non può essere solo una soglia di esclusione, ma ciò che articola e integra esperienze, culture, mondi diversi. Sono sempre più gli esseri umani che vivono, lavorano, soffrono ai confini di città e paesi».
Tutto quanto sta accadendo oggi era impensabile fino a una quindicina di anni fa. Il risveglio dei nazionalismi da un lato e del populismo dall’altro hanno scosso l’idea stessa di Europa e messo in crisi la categoria di sovranità. Costruire un mondo nuovo con dei “pezzi importanti” del mondo lasciato in frantumi non è semplice. Non lo è soprattutto se si pensa al dilagare di un neo-localismo volto a proteggere con miopia le proprie ragioni nazionali. Occorrerebbe che la filosofia, osserva Esposito, si traducesse in “grande politica”. Ma come? «Comprendendo anzitutto che nel mondo contemporaneo non è più possibile conservare gli attuali rapporti di forza tra paesi ricchi e paesi poverissimi. Si tratta di un equilibrio che ormai non tiene più e rischia di saltare tragicamente».
La partita filosofica secondo Esposito si gioca oggi nel lasciare aperto il discorso sulla civiltà senza tuttavia rinunciare alla forza. Secondo l’esempio di Machiavelli e Vico, si tratta di trovare un equilibrio tra le due componenti, evitando che una prenda il sopravvento sull’altra.
Ci si può chiedere in conclusione se l’idea d’Europa che avevano sognato i nostri padri abbia ancora un senso o non sia piuttosto tramontata. È probabile che quel nobile progetto oggi sia inadatto a risolvere le attuali contraddizioni. Forse un popolo europeo potrà nascere non in virtù dei trattati e delle convenzioni, ma da spinte che provengono dal basso: «Da questo sostrato salgono a volte umori e impulsi dissolutivi. Ma lì, io credo, è depositata anche l’energia costituente, senza la quale le élites rischiano di perdere i contatti con la vita reale. Il destino del nostro continente è sospeso a tale consapevolezza e alla risolutezza con cui saprà darle espressione».
IL SAGGIO Da fuori, di Roberto Esposito (Einaudi pagg. 256, euro 22)
Repubblica 24.3.16
Obama sta facendo davvero la cosa giusta?
Il suo obiettivo sembra essere ridurre il coinvolgimento in Medio Oriente
Sulla carta suona bene, fino al prossimo attentato
di Thomas L. Friedman
COME si legge nella recente intervista che ha rilasciato alla rivista The Atlantic, il presidente americano Obama biasima pressoché tutti i leader mediorientali, compresi quelli di Turchia, Iraq, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Iran e palestinesi. Sembra quasi che il suo obiettivo fondamentale sia portare a termine il mandato ed essere in grado di dire che ha ridotto il coinvolgimento dell’America in Iraq e in Afghanistan, scongiurato un coinvolgimento in Siria e in Libia, insegnato agli americani i limiti della nostra capacità di sistemare le cose che non capiamo in Paesi delle cui leadership diffidiamo e i cui destini non hanno più lo stesso impatto di un tempo su di noi.
Dopo tutto, ha fatto sapere il presidente, ogni anno muoiono più americani scivolando nella vasca da bagno o scontrandosi in automobile con un cervo di quanti ne muoiano per mano dei terroristi. Di conseguenza, dobbiamo smetterla di farci prendere dalla voglia di invadere il Medio Oriente in risposta a ogni minaccia. Sulla carta tutto ciò suona bene, almeno fino a quando un attentato terroristico come quello di martedì a Bruxelles non capita sul nostro territorio. Il presidente Obama sta facendo davvero la cosa giusta?
In visita qui nell’Iraq settentrionale, in Kurdistan, ho chiacchierato con molti iracheni ricavando l’impressione che Obama non abbia del tutto torto. Durante un gruppo di discussione presso l’università di Sulaimaniya, in Iraq, ho osservato i leader iracheni litigare e puntarsi il dito contro l’un l’altro e non mi è rimasta granché voglia di comprare azioni dell’Isx, la Borsa irachena. A colpirmi, in particolare, è stato lo sceicco Abdullah Humedi Ajeel al Yawar, capo della tribù Shammar originaria di Mosul, oggi occupata dall’Is, quando si è alzato in piedi con i suoi abiti eleganti e ha chiesto al ministro del petrolio dell’Iraq: «Che ne è stato dei 700 miliardi di dollari [i proventi delle vendite del petrolio] arrivati in Iraq? Non è stato eretto neppure un ponte! Che fine hanno fatto quei 700 miliardi? Lo chiedo col cuore». Le sue parole sono state accolte dall’applauso più fragoroso della giornata. Non potremo stabilizzare l’Iraq o la Siria se i loro leader non condivideranno il potere e non smetteranno di dedicarsi a un saccheggio sistematico.
Starsene seduti lì, però, induce anche a chiedersi se Obama non sia ormai a tal punto ossessionato dalla difesa dell’approccio “giù le mani” che ha nei confronti della Siria da sottovalutare i rischi della sua inazione e l’opportunità per la potenza americana di far pendere questa regione dalla nostra parte, senza dover invadere alcun territorio. In un primo tempo ho pensato che Obama avesse fatto la scelta giusta sulla Siria. Oggi, però, milioni di rifugiati in fuga dalla Siria stanno destabilizzando l’Unione europea insieme ai migranti che per questioni economiche vi si riversano dalle coste dell’Africa attraverso la Libia dopo la malaparata dell’abborracciata operazione voluta dalla Nato e da Obama.
L’Ue è il partner economico e strategico più importante dell’America, ed è l’altro grande centro del capitalismo democratico nel mondo. L’Ue amplifica il potere statunitense e, qualora si trovasse ad arrancare, saremmo noi a doverci adoperare molto di più da soli in difesa del mondo libero. Insieme, noi e l’Ue dovremmo invece pensare a come creare sicurezza in territorio libico e siriano per rallentare l’ondata dei rifugiati prima che essa si riversi sull’Europa travolgendola. La Storia non sarà clemente con Obama se si asterrà dal farlo.
Nel contempo, Obama ha davanti a sé un’occasione che nessun altro presidente degli Stati Uniti ha mai avuto: in Medio Oriente si sono affermate “da sole” due giovani democrazie. La prima è in Tunisia: i leader della società civile sono stati insigniti del Nobel per la Pace per aver scritto la Costituzione più democratica mai redatta da quelle parti. Oggi, però, l’esperimento tunisino è a rischio di destabilizzazione a causa delle armi, dei rifugiati e dei terroristi islamici in arrivo dalla Libia ai quali abbiamo dato irresponsabilmente la stura. L’Occidente dovrebbe essere presente in Tunisia e fornire assistenza economica, tecnica e militare. «La Tunisia è una democrazia start-up», mi ha detto il suo ex primo ministro Mehdi Jomaa. «Sarà anche piccola, ma ha un potere di leva enorme per il futuro della regione. Non riesco a immaginare stabilità nell’area se la Tunisia non avrà successo».
L’altro esperimento democratico fiorito da solo è nel Kurdistan iracheno, dove i curdi hanno voluto costruire un’università in stile americano a Sulaimaniya, perché vogliono emulare le nostre arti liberali, e hanno appena inaugurato un secondo centro universitario americano a Dohuk. Il piccolo Kurdistan, però, oggi ospita 1,8 milioni di rifugiati provenienti da altre zone dell’Iraq e della Siria, e con i prezzi del petrolio ai minimi storici è quasi sull’orlo della bancarotta. Il governo curdo, che aveva permesso a un forte partito di opposizione di emergere e non aveva ostacolato la libertà di stampa, ora è in procinto di fare marcia indietro: il suo presidente Masoud Barzani non pare intenzionato a lasciare il potere allo scadere del mandato, e la puzza della corruzione dilaga ovunque. L’esperimento democratico curdo è appeso a un filo. Più aiuti concessi dagli Stati Uniti a patto di un immediato ritorno del Kurdistan sulla strada della vera democrazia consentirebbero di compiere più passi avanti duraturi. «È in corso una battaglia per la sopravvivenza», ha detto Dlawer Ala’Aldeen, presidente del Middle East Research Institute del Kurdistan. «L’America deve coinvolgere i curdi, offrire loro aiuto incondizionato, renderli i partner che l’America merita. Qui tutti ascoltano e amano l’America. Il popolo curdo vuole che l’America lo difenda dall’Iran e dalla Turchia».
Kurdistan e Tunisia sono proprio ciò che sognavamo: democrazie sbocciate da sole e che potrebbero essere prese a modello da altri Paesi e popoli nella regione. Ma hanno bisogno di aiuto. Purtroppo, Obama sembra essere a tal punto ossessionato dall’idea di non essere George W. Bush in Medio Oriente da aver smesso di pensare che è Barack Obama e a quello che è giusto fare per lasciare dietro di sé qualcosa di unico, garantendo una testa di ponte per la democrazia senza bisogno di invadere alcun territorio.
(Traduzione di Anna Bissanti) © 2016 New York Times News Service
Obama sta facendo davvero la cosa giusta?
Il suo obiettivo sembra essere ridurre il coinvolgimento in Medio Oriente
Sulla carta suona bene, fino al prossimo attentato
di Thomas L. Friedman
COME si legge nella recente intervista che ha rilasciato alla rivista The Atlantic, il presidente americano Obama biasima pressoché tutti i leader mediorientali, compresi quelli di Turchia, Iraq, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Iran e palestinesi. Sembra quasi che il suo obiettivo fondamentale sia portare a termine il mandato ed essere in grado di dire che ha ridotto il coinvolgimento dell’America in Iraq e in Afghanistan, scongiurato un coinvolgimento in Siria e in Libia, insegnato agli americani i limiti della nostra capacità di sistemare le cose che non capiamo in Paesi delle cui leadership diffidiamo e i cui destini non hanno più lo stesso impatto di un tempo su di noi.
Dopo tutto, ha fatto sapere il presidente, ogni anno muoiono più americani scivolando nella vasca da bagno o scontrandosi in automobile con un cervo di quanti ne muoiano per mano dei terroristi. Di conseguenza, dobbiamo smetterla di farci prendere dalla voglia di invadere il Medio Oriente in risposta a ogni minaccia. Sulla carta tutto ciò suona bene, almeno fino a quando un attentato terroristico come quello di martedì a Bruxelles non capita sul nostro territorio. Il presidente Obama sta facendo davvero la cosa giusta?
In visita qui nell’Iraq settentrionale, in Kurdistan, ho chiacchierato con molti iracheni ricavando l’impressione che Obama non abbia del tutto torto. Durante un gruppo di discussione presso l’università di Sulaimaniya, in Iraq, ho osservato i leader iracheni litigare e puntarsi il dito contro l’un l’altro e non mi è rimasta granché voglia di comprare azioni dell’Isx, la Borsa irachena. A colpirmi, in particolare, è stato lo sceicco Abdullah Humedi Ajeel al Yawar, capo della tribù Shammar originaria di Mosul, oggi occupata dall’Is, quando si è alzato in piedi con i suoi abiti eleganti e ha chiesto al ministro del petrolio dell’Iraq: «Che ne è stato dei 700 miliardi di dollari [i proventi delle vendite del petrolio] arrivati in Iraq? Non è stato eretto neppure un ponte! Che fine hanno fatto quei 700 miliardi? Lo chiedo col cuore». Le sue parole sono state accolte dall’applauso più fragoroso della giornata. Non potremo stabilizzare l’Iraq o la Siria se i loro leader non condivideranno il potere e non smetteranno di dedicarsi a un saccheggio sistematico.
Starsene seduti lì, però, induce anche a chiedersi se Obama non sia ormai a tal punto ossessionato dalla difesa dell’approccio “giù le mani” che ha nei confronti della Siria da sottovalutare i rischi della sua inazione e l’opportunità per la potenza americana di far pendere questa regione dalla nostra parte, senza dover invadere alcun territorio. In un primo tempo ho pensato che Obama avesse fatto la scelta giusta sulla Siria. Oggi, però, milioni di rifugiati in fuga dalla Siria stanno destabilizzando l’Unione europea insieme ai migranti che per questioni economiche vi si riversano dalle coste dell’Africa attraverso la Libia dopo la malaparata dell’abborracciata operazione voluta dalla Nato e da Obama.
L’Ue è il partner economico e strategico più importante dell’America, ed è l’altro grande centro del capitalismo democratico nel mondo. L’Ue amplifica il potere statunitense e, qualora si trovasse ad arrancare, saremmo noi a doverci adoperare molto di più da soli in difesa del mondo libero. Insieme, noi e l’Ue dovremmo invece pensare a come creare sicurezza in territorio libico e siriano per rallentare l’ondata dei rifugiati prima che essa si riversi sull’Europa travolgendola. La Storia non sarà clemente con Obama se si asterrà dal farlo.
Nel contempo, Obama ha davanti a sé un’occasione che nessun altro presidente degli Stati Uniti ha mai avuto: in Medio Oriente si sono affermate “da sole” due giovani democrazie. La prima è in Tunisia: i leader della società civile sono stati insigniti del Nobel per la Pace per aver scritto la Costituzione più democratica mai redatta da quelle parti. Oggi, però, l’esperimento tunisino è a rischio di destabilizzazione a causa delle armi, dei rifugiati e dei terroristi islamici in arrivo dalla Libia ai quali abbiamo dato irresponsabilmente la stura. L’Occidente dovrebbe essere presente in Tunisia e fornire assistenza economica, tecnica e militare. «La Tunisia è una democrazia start-up», mi ha detto il suo ex primo ministro Mehdi Jomaa. «Sarà anche piccola, ma ha un potere di leva enorme per il futuro della regione. Non riesco a immaginare stabilità nell’area se la Tunisia non avrà successo».
L’altro esperimento democratico fiorito da solo è nel Kurdistan iracheno, dove i curdi hanno voluto costruire un’università in stile americano a Sulaimaniya, perché vogliono emulare le nostre arti liberali, e hanno appena inaugurato un secondo centro universitario americano a Dohuk. Il piccolo Kurdistan, però, oggi ospita 1,8 milioni di rifugiati provenienti da altre zone dell’Iraq e della Siria, e con i prezzi del petrolio ai minimi storici è quasi sull’orlo della bancarotta. Il governo curdo, che aveva permesso a un forte partito di opposizione di emergere e non aveva ostacolato la libertà di stampa, ora è in procinto di fare marcia indietro: il suo presidente Masoud Barzani non pare intenzionato a lasciare il potere allo scadere del mandato, e la puzza della corruzione dilaga ovunque. L’esperimento democratico curdo è appeso a un filo. Più aiuti concessi dagli Stati Uniti a patto di un immediato ritorno del Kurdistan sulla strada della vera democrazia consentirebbero di compiere più passi avanti duraturi. «È in corso una battaglia per la sopravvivenza», ha detto Dlawer Ala’Aldeen, presidente del Middle East Research Institute del Kurdistan. «L’America deve coinvolgere i curdi, offrire loro aiuto incondizionato, renderli i partner che l’America merita. Qui tutti ascoltano e amano l’America. Il popolo curdo vuole che l’America lo difenda dall’Iran e dalla Turchia».
Kurdistan e Tunisia sono proprio ciò che sognavamo: democrazie sbocciate da sole e che potrebbero essere prese a modello da altri Paesi e popoli nella regione. Ma hanno bisogno di aiuto. Purtroppo, Obama sembra essere a tal punto ossessionato dall’idea di non essere George W. Bush in Medio Oriente da aver smesso di pensare che è Barack Obama e a quello che è giusto fare per lasciare dietro di sé qualcosa di unico, garantendo una testa di ponte per la democrazia senza bisogno di invadere alcun territorio.
(Traduzione di Anna Bissanti) © 2016 New York Times News Service
Corriere 24.3.16
Obama
E all’Argentina promette di pubblicare i file sui generali
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è giunto martedì notte a Buenos Aires da dove oggi si trasferirà per qualche ora a Bariloche, in Patagonia, per poi rientrare a Washington. La visita si è svolta tra strettissime misure di sicurezza, soprattutto nella quartiere di Palermo, dove si trova il «Palazzo Bosch», sede dell’ambasciata statunitense. Il primo appuntamento ufficiale è stato alla Casa Rosada, dove Obama è stato ricevuto da Mauricio Macri: i due presidenti hanno avuto un primo colloquio, che poi si è allargato a un gruppo di ministri per la firma di una serie di accordi. Il viaggio coincide con le commemorazioni in programma per il 40esimo anniversario del golpe militare del 24 marzo del 1976 guidato dal generale Videla. Proprio in occasione della visita, fonti Usa hanno reso noto la decisione da parte di Washington di declassificare documenti finora segreti relativi proprio al periodo della dittatura argentina (1976-83). Nonostante tale annuncio, organismi dei diritti umani hanno criticato la visita di Obama in coincidenza con la data, sottolineando il ruolo avuto negli anni 70 da Washington nel sostegno ai militari e ai diversi colpi di Stato.
Obama
E all’Argentina promette di pubblicare i file sui generali
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è giunto martedì notte a Buenos Aires da dove oggi si trasferirà per qualche ora a Bariloche, in Patagonia, per poi rientrare a Washington. La visita si è svolta tra strettissime misure di sicurezza, soprattutto nella quartiere di Palermo, dove si trova il «Palazzo Bosch», sede dell’ambasciata statunitense. Il primo appuntamento ufficiale è stato alla Casa Rosada, dove Obama è stato ricevuto da Mauricio Macri: i due presidenti hanno avuto un primo colloquio, che poi si è allargato a un gruppo di ministri per la firma di una serie di accordi. Il viaggio coincide con le commemorazioni in programma per il 40esimo anniversario del golpe militare del 24 marzo del 1976 guidato dal generale Videla. Proprio in occasione della visita, fonti Usa hanno reso noto la decisione da parte di Washington di declassificare documenti finora segreti relativi proprio al periodo della dittatura argentina (1976-83). Nonostante tale annuncio, organismi dei diritti umani hanno criticato la visita di Obama in coincidenza con la data, sottolineando il ruolo avuto negli anni 70 da Washington nel sostegno ai militari e ai diversi colpi di Stato.
La Stampa 24.3.16
“Sapevamo delle torture ma il popolo argentino era dalla nostra parte”
Il racconto del colonnello Nani a 40 anni dal golpe. Obama vede Macri: apriremo gli archivi sulla dittatura
di Filippo Fiorini
Scrosciano gli applausi alla Casa Rosada quando il presidente americano, Barack Obama, conferma la decisione di aprire gli archivi segreti sulla dittatura militare argentina. Lì, in quello stesso palazzo di governo in cui quarant’anni fa il generale Jorge Rafael Videla lesse il «Comunicato N°1» e annunciò che il Paese si trovava «sotto il controllo operativo delle Forze Armate», i tempi sembrano essere veramente cambiati e un presidente di destra, Mauricio Macri, che si pronuncia in un’esplicita condanna di quanto accaduto all’epoca, arriva a confermarlo.
Fuori, però, dove si estende il resto della nazione, la vicenda è tutt’altro che chiusa. Buona parte della società appoggia le organizzazioni per la ricerca dei «desaparecidos», come le Madri o le Nonne di Plaza de Mayo, che ancora reclamano giustizia contro coloro che hanno commesso crimini di lesa umanità.
D’altronde, i soldati che vissero in prima persona gli Anni 70 argentini raccontano una storia diversa. Dicono che l’esercito fu chiamato a muoversi in difesa della pace e che, dopo aver ripulito il Paese dal terrorismo rosso, fu tradito più di 2 mila volte. Una per ognuna delle sentenze che i tribunali hanno comminato contro le gerarchie di regime, durante i tre governi di Nestor e Cristina Kirchner.
Il colonnello Emilio Nani ha sei schegge di una bomba inglese in una coscia, un proiettile gli ha attraversato un polpaccio perdendosi nei prati delle Falklands e il colpo di fucile di un guerrigliero gli ha portato via mezza faccia. Nulla di tutto questo, però, è riuscito a cavargli dalla testa certe idee che gli costano continue accuse di esaltare la dittatura.
Il 24 marzo del ’76 era un ufficiale trentenne in servizio a un reggimento d’artiglieria. Fu mandato in strada col compito di contenere eventuali disordini, ma giura che «le uniche manifestazioni sono state di giubilo». Eppure, quella stessa notte iniziarono gli arresti sommari, gli interrogatori con la corrente elettrica e l’occultamento dei cadaveri dei prigionieri morti.
Che ne pensa? «Grazie a Dio non ho mai dovuto assistere a nulla di tutto ciò - dice -. La tortura è una pratica aberrante. In guerra, però, c’è sempre stata e sarebbe ipocrita negarlo». D’altra parte, ammette che questi metodi «erano noti a tutti» e che nei sette anni di governo militare, «ci fu un’escalation di violenza».
«Gli argentini si sentivano minacciati come accade oggi all’Europa col terrorismo islamico. Eravamo in guerra. Che differenza c’è tra la Francia che reagisce a un attentato con un bombardamento e quello che abbiamo fatto noi qui?», chiede. Ma allora, perché non agirono legalmente? Non sarebbe bastato registrare gli arresti, presentare prove e, in extrema ratio, condannare a morte i colpevoli? «Ci è mancato il coraggio di agire in modo trasparente», riconosce e poi precisa: «È facile parlare adesso. Le sparizioni forzate, l’adozione illegale dei bambini nati in carcere, sono delitti e vanno puniti. Ma oggi sembra che i terroristi fossero tutti innocenti».
Qualcuno dei prigionieri doveva esserlo per forza. Sono stati rapiti e uccisi preti e suore, anziani, addirittura dei neonati: che colpe potevano avere? «Erano sotto la responsabilità dei loro parenti, non dell’esercito», replica Nani, che, in quanto agli innocenti, ricorda le vittime degli attentati perpetrati dai ribelli. Davvero non è convinto che la reazione delle Forze Armate sia stata sproporzionata? «I sovversivi erano pazzi. Hanno sfidato Golia senza possibilità di vincere. Si assumano le loro responsabilità», risponde.
“Sapevamo delle torture ma il popolo argentino era dalla nostra parte”
Il racconto del colonnello Nani a 40 anni dal golpe. Obama vede Macri: apriremo gli archivi sulla dittatura
di Filippo Fiorini
Scrosciano gli applausi alla Casa Rosada quando il presidente americano, Barack Obama, conferma la decisione di aprire gli archivi segreti sulla dittatura militare argentina. Lì, in quello stesso palazzo di governo in cui quarant’anni fa il generale Jorge Rafael Videla lesse il «Comunicato N°1» e annunciò che il Paese si trovava «sotto il controllo operativo delle Forze Armate», i tempi sembrano essere veramente cambiati e un presidente di destra, Mauricio Macri, che si pronuncia in un’esplicita condanna di quanto accaduto all’epoca, arriva a confermarlo.
Fuori, però, dove si estende il resto della nazione, la vicenda è tutt’altro che chiusa. Buona parte della società appoggia le organizzazioni per la ricerca dei «desaparecidos», come le Madri o le Nonne di Plaza de Mayo, che ancora reclamano giustizia contro coloro che hanno commesso crimini di lesa umanità.
D’altronde, i soldati che vissero in prima persona gli Anni 70 argentini raccontano una storia diversa. Dicono che l’esercito fu chiamato a muoversi in difesa della pace e che, dopo aver ripulito il Paese dal terrorismo rosso, fu tradito più di 2 mila volte. Una per ognuna delle sentenze che i tribunali hanno comminato contro le gerarchie di regime, durante i tre governi di Nestor e Cristina Kirchner.
Il colonnello Emilio Nani ha sei schegge di una bomba inglese in una coscia, un proiettile gli ha attraversato un polpaccio perdendosi nei prati delle Falklands e il colpo di fucile di un guerrigliero gli ha portato via mezza faccia. Nulla di tutto questo, però, è riuscito a cavargli dalla testa certe idee che gli costano continue accuse di esaltare la dittatura.
Il 24 marzo del ’76 era un ufficiale trentenne in servizio a un reggimento d’artiglieria. Fu mandato in strada col compito di contenere eventuali disordini, ma giura che «le uniche manifestazioni sono state di giubilo». Eppure, quella stessa notte iniziarono gli arresti sommari, gli interrogatori con la corrente elettrica e l’occultamento dei cadaveri dei prigionieri morti.
Che ne pensa? «Grazie a Dio non ho mai dovuto assistere a nulla di tutto ciò - dice -. La tortura è una pratica aberrante. In guerra, però, c’è sempre stata e sarebbe ipocrita negarlo». D’altra parte, ammette che questi metodi «erano noti a tutti» e che nei sette anni di governo militare, «ci fu un’escalation di violenza».
«Gli argentini si sentivano minacciati come accade oggi all’Europa col terrorismo islamico. Eravamo in guerra. Che differenza c’è tra la Francia che reagisce a un attentato con un bombardamento e quello che abbiamo fatto noi qui?», chiede. Ma allora, perché non agirono legalmente? Non sarebbe bastato registrare gli arresti, presentare prove e, in extrema ratio, condannare a morte i colpevoli? «Ci è mancato il coraggio di agire in modo trasparente», riconosce e poi precisa: «È facile parlare adesso. Le sparizioni forzate, l’adozione illegale dei bambini nati in carcere, sono delitti e vanno puniti. Ma oggi sembra che i terroristi fossero tutti innocenti».
Qualcuno dei prigionieri doveva esserlo per forza. Sono stati rapiti e uccisi preti e suore, anziani, addirittura dei neonati: che colpe potevano avere? «Erano sotto la responsabilità dei loro parenti, non dell’esercito», replica Nani, che, in quanto agli innocenti, ricorda le vittime degli attentati perpetrati dai ribelli. Davvero non è convinto che la reazione delle Forze Armate sia stata sproporzionata? «I sovversivi erano pazzi. Hanno sfidato Golia senza possibilità di vincere. Si assumano le loro responsabilità», risponde.
Corriere 24.3.16
Baseball e diplomazia
La partita di Obama per conquistare i cuori dei «nemici» cubani
Il match assieme a Raúl Castro e i suoi significati politici
di Matteo Persivale
Perché proprio una partita di baseball? E perché portare con sé all’Avana, sull’Air Force One, la vedova e la figlia di un grande campione del passato? Barack Obama ha scelto lo sport per festeggiare la sua storica visita a Cuba: una partita, martedì pomeriggio, allo stadio Latinoamericano, tra la nazionale cubana e i Tampa Bay Rays. Con il presidente, la vedova e la figlia di Jackie Robinson (1919-1972), il primo nero a giocare (1947) nel campionato di baseball fino a quel momento riservato ai soli bianchi.
Thomas Zeiler, docente di Diplomazia dello sport all’università del Colorado, autore di un libro su Robinson e direttore esecutivo della rivista accademica Diplomatic History di Oxford, spiega che «lo sport è da moltissimi anni, fin dall’Ottocento, una parte importantissima della diplomazia — anche culturale — degli Stati Uniti, peccato che gli storici non abbiano mai analizzato questo fenomeno fino a dieci o quindici anni fa. È parte del soft power americano: la selezione americana alle Olimpiadi, ma anche squadre di baseball o basket, o singoli atleti hanno portato all’estero un messaggio americano. Nel caso di Obama, una partita di baseball è perfetta per indicare ciò che unisce Cuba e Stati Uniti — la passione per lo sport — anche se ancora molto ci divide su economia, libertà di parola e altro. Ma come dicevo succede da moltissimi anni: penso agli anni 30, e al match di boxe tra Joe Louis e il tedesco Max Schmeling».
La scelta di Obama di portare con sé Rachel Robinson si spiega, secondo Zeiler, con il prestigio globale di Robinson, non soltanto tra gli appassionati di baseball: «Jackie Robinson ha cambiato lo sport americano, portando l’integrazione razziale quando ancora nelle forze armate c’era la segregazione. Jackie Robinson è un simbolo di dignità e coraggio, discrezione e classe: è il più famoso afroamericano ad aver mai giocato a baseball, e a Cuba, come in tutta l’America Latina, sono tantissimi i giocatori di baseball neri — nella Mlb, il campionato americano, sono più i giocatori neri latinoamericani dei neri americani».
Il viaggio di Obama, disgelo politico a parte, potrebbe secondo il professore avere conseguenze sportive enormi: «Vedremo certamente più giocatori cubani arruolati dalle squadre del Major League Baseball. E magari vedremo anche qualche club del campionato americano nascere in America Latina, penso al Messico, al Venezuela, alla Repubblica Dominicana e ovviamente a Cuba. Paesi dove il baseball è uno sport nazionale. Sono sicuro che gli investitori si troverebbero, sarebbe un’enorme espansione geografica del campionato in un bacino d’utenza straordinario. Sarebbe complicato far viaggiare i giocatori? No, ci si mette più tempo a volare da New York a Seattle che da New York all’Avana».
La diplomazia del baseball di Obama ha riscosso l’approvazione anche dello scrittore e commentatore capo della Nbc Joe Posnanski, uno dei più influenti giornalisti sportivi americani, autore di una bella biografia di Robinson: «Qui in America abbiamo visto di frequente che è stato proprio lo sport ad aprire strade nuove in materia di progresso sociale. Lo sport unisce gli americani — divisi da molte altre cose — in un modo speciale, è la sua forza, unisce tutti, al di là delle diverse culture. Tutti restiamo affascinati allo stesso modo quando vediamo Usain Bolt correre, Lionel Messi seminare i difensori, Steph Curry andare a canestro. È un cliché? Sì, ma è anche la verità». È stata una bella idea quella di portare da Raúl Castro la vedova di Robinson «perché suo marito ha combattuto per i diritti dei neri ancora prima che lo facessero Martin Luther King e Rosa Parks, è il nostro più grande eroe sportivo, di lui è orgoglioso ogni americano, è il nostro atleta simbolo. Ora io sono solo un umile giornalista sportivo, non un politico, ma non posso che prendere atto che alcuni dei giocatori più amati della storia della Major League del mio Paese erano cubani — da Tony Perez a Tony Oliva, da Minnie Minoso a Luis Tiant. Ci sono tanti atleti cubani che potrebbero competere benissimo nel nostro campionato: non vedo perché, ora che le cose sono cambiate tra i nostri Paesi, non rendere più semplice il loro ingaggio da parte delle squadre statunitensi».
Baseball e diplomazia
La partita di Obama per conquistare i cuori dei «nemici» cubani
Il match assieme a Raúl Castro e i suoi significati politici
di Matteo Persivale
Perché proprio una partita di baseball? E perché portare con sé all’Avana, sull’Air Force One, la vedova e la figlia di un grande campione del passato? Barack Obama ha scelto lo sport per festeggiare la sua storica visita a Cuba: una partita, martedì pomeriggio, allo stadio Latinoamericano, tra la nazionale cubana e i Tampa Bay Rays. Con il presidente, la vedova e la figlia di Jackie Robinson (1919-1972), il primo nero a giocare (1947) nel campionato di baseball fino a quel momento riservato ai soli bianchi.
Thomas Zeiler, docente di Diplomazia dello sport all’università del Colorado, autore di un libro su Robinson e direttore esecutivo della rivista accademica Diplomatic History di Oxford, spiega che «lo sport è da moltissimi anni, fin dall’Ottocento, una parte importantissima della diplomazia — anche culturale — degli Stati Uniti, peccato che gli storici non abbiano mai analizzato questo fenomeno fino a dieci o quindici anni fa. È parte del soft power americano: la selezione americana alle Olimpiadi, ma anche squadre di baseball o basket, o singoli atleti hanno portato all’estero un messaggio americano. Nel caso di Obama, una partita di baseball è perfetta per indicare ciò che unisce Cuba e Stati Uniti — la passione per lo sport — anche se ancora molto ci divide su economia, libertà di parola e altro. Ma come dicevo succede da moltissimi anni: penso agli anni 30, e al match di boxe tra Joe Louis e il tedesco Max Schmeling».
La scelta di Obama di portare con sé Rachel Robinson si spiega, secondo Zeiler, con il prestigio globale di Robinson, non soltanto tra gli appassionati di baseball: «Jackie Robinson ha cambiato lo sport americano, portando l’integrazione razziale quando ancora nelle forze armate c’era la segregazione. Jackie Robinson è un simbolo di dignità e coraggio, discrezione e classe: è il più famoso afroamericano ad aver mai giocato a baseball, e a Cuba, come in tutta l’America Latina, sono tantissimi i giocatori di baseball neri — nella Mlb, il campionato americano, sono più i giocatori neri latinoamericani dei neri americani».
Il viaggio di Obama, disgelo politico a parte, potrebbe secondo il professore avere conseguenze sportive enormi: «Vedremo certamente più giocatori cubani arruolati dalle squadre del Major League Baseball. E magari vedremo anche qualche club del campionato americano nascere in America Latina, penso al Messico, al Venezuela, alla Repubblica Dominicana e ovviamente a Cuba. Paesi dove il baseball è uno sport nazionale. Sono sicuro che gli investitori si troverebbero, sarebbe un’enorme espansione geografica del campionato in un bacino d’utenza straordinario. Sarebbe complicato far viaggiare i giocatori? No, ci si mette più tempo a volare da New York a Seattle che da New York all’Avana».
La diplomazia del baseball di Obama ha riscosso l’approvazione anche dello scrittore e commentatore capo della Nbc Joe Posnanski, uno dei più influenti giornalisti sportivi americani, autore di una bella biografia di Robinson: «Qui in America abbiamo visto di frequente che è stato proprio lo sport ad aprire strade nuove in materia di progresso sociale. Lo sport unisce gli americani — divisi da molte altre cose — in un modo speciale, è la sua forza, unisce tutti, al di là delle diverse culture. Tutti restiamo affascinati allo stesso modo quando vediamo Usain Bolt correre, Lionel Messi seminare i difensori, Steph Curry andare a canestro. È un cliché? Sì, ma è anche la verità». È stata una bella idea quella di portare da Raúl Castro la vedova di Robinson «perché suo marito ha combattuto per i diritti dei neri ancora prima che lo facessero Martin Luther King e Rosa Parks, è il nostro più grande eroe sportivo, di lui è orgoglioso ogni americano, è il nostro atleta simbolo. Ora io sono solo un umile giornalista sportivo, non un politico, ma non posso che prendere atto che alcuni dei giocatori più amati della storia della Major League del mio Paese erano cubani — da Tony Perez a Tony Oliva, da Minnie Minoso a Luis Tiant. Ci sono tanti atleti cubani che potrebbero competere benissimo nel nostro campionato: non vedo perché, ora che le cose sono cambiate tra i nostri Paesi, non rendere più semplice il loro ingaggio da parte delle squadre statunitensi».
Corriere 24.3.16
Vent’anni dopo la fine della guerra
L’Aja come Norimberga giudica il mandante delle stragi in Bosnia: Karadzic a processo per genocidio
Sarà la prima condanna per crimini di guerra mai pronunciata nei confronti di un ex leader politico europeo: lo psichiatra serbo teorizzò la pulizia etnica, massacrò 12mila sarajevesi e permise lo sterminio di Srebrenica
di Francesco Battistini
E’ l’ora del giudizio. Il Signore della Vita e della Morte, come lo chiamavano le sue vittime durante l’assedio di Sarajevo, giovedì saprà che ne sarà della sua vita carcerata, della sua morte civile, dell’aldiquà che a 70 anni l’aspetta in attesa di passare all’Aldilà. Imputato Karadzic, alzatevi. In nome del popolo bosniaco e di tutte le Nazioni unite, con vent’anni di ritardo e fra mille lacune processuali, quando il giudizio storico è scritto da un pezzo, finalmente c’è un giudice all’Aja. E il 24 marzo — cosa che non accadeva dal processo di Norimberga — ci sarà la prima condanna per genocidio e crimini di guerra mai pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo.
Tra le vittime anche 5 mila bambini
La evitò l’ideologo del nazionalismo serbo, Slobodan Milosevic, morendo nel carcere di Scheveningen. Preferendo restare in cella, eviterà forse d’ascoltarla il dottor Radovan Karadzic, psichiatra e poeta dilettante con la disordinata pettina da «Beatles in pensione» (definizione di Montanelli) che tradusse in psicodramma le idee di Milosevic. E che da presidente della microscopica Repubblica serba di Pale teorizzò la pulizia etnica, terrorizzò la Bosnia, massacrò 12mila sarajevesi, ammazzò 1.500 bambini, permise lo sterminio degli ottomila musulmani di Srebrenica, lasciò campo libero alle Tigri stupratrici di Arkan, sfidò la Nato, riportò in Europa orrori che si credevano sepolti col nazifascismo e con lo stalinismo (nella foto Reuters, una donna musulmana piange sulle tombe di Srebrenica, delle atrocità e della strage è ritenuto responsabile l’ex presidente serbo Radovan Karadzic).
Probabile l’ergastolo chiesto dal Pm
E’ la Storia che fa i conti. Male, tardi, in parte. Arriverà l’ergastolo, più che probabilmente: l’ha chiesto il pubblico ministero Alan Tieger nella sua requisitoria, lo scorso ottobre, consapevole del fatto che sarà comunque una giustizia per difetto e che le accuse a Karadzic erano troppe. Il processo è durato sei anni e mezzo, 600 testimoni, 11mila reperti e decine di migliaia di documenti: ci si è concentrati sulle fosse comuni di Srebrenica, sui cecchini che per 43 mesi bersagliarono Sarajevo e fecero 12mila morti, sulle atrocità in sette villaggi bosniaci, sui crimini dalle prove inconfutabili.
Non uccise di persona ma è comunque responsabile
«Meglio tardi che mai», dice il procuratore dell’Aja, Serge Brammertz. Alla fine è importante condannare un politico che di persona non s’è macchiato le mani di sangue, ma non per questo è meno responsabile del genocidio. Un precedente unico, osserva Brammertz: «Qui sono state pronunciate sentenze fondamentali, però quella contro Karadzic sarà una pietra miliare nella storia della giustizia penale internazionale». Kada Hotic, madre di Srebrenica sopravvissuta all’esecuzione di marito e figli, è stata una testimone chiave e ha parole definitive: «Questa sentenza dev’essere un monito per chiunque creda, ovunque nel mondo, di poter commettere qualunque cosa. Deve dimostrare che tanta malvagità viene punita non solo dalla storia, ma anche dagli uomini» (nella foto Reuters, seduta sotto i rityratti delle vittime di Srebrenica, una donna mususlmana segue il processo de l’Aja a Karadzic).
Dal 1992 alla conquista militare
Non è una storia sepolta. Fu Karadzic a fondare la Repubblica serba di Bosnia nel 1992, quando bosgnacchi e croati votarono l’indipendenza dalla Serbia jugoslava. E se oggi è fallito il suo sogno di dominio militare, di quando Milosevic l’aiutò a conquistare fino al 70 per cento della Bosnia, il progetto politico è ancora lì: «Nelle scuole della Federazione si studiano ancora oggi su tre testi di storia diversi per serbi, bosniaci e croati — dice Brammertz — e le divergenze non sono solo sulla guerra: sono sugli ultimi 200 anni». Gli eredi politici di Karadzic minacciano ogni anno la secessione della Republika Srpska da Sarajevo e i loro confini, il loro nome, il loro radicalismo, i loro simboli sono gli stessi d’allora.
I gatti serbi e i gatti musulmani
«A un certo punto mi resi conto che neanche i gatti dei serbi andavano d’accordo coi gatti dei musulmani», confidò il presidente-poeta-psichiatra al giornalista Marzio G. Mian che lo seguì settimane per le valli balcaniche e fu tra i primi a ritrarlo in un libro, pubblicandone le incendiarie sestine che cantavano la distruzione di Sarajevo: le invettive contro una raffinata società multiculturale che aveva osato tenere l’oscuro medico montenegrino ai margini e rifiutare la cattedra alla moglie neuropsichiatra e condannare lui per truffa ai danni d’un ospedale. A Belgrado, molti non hanno mai smesso di considerare Karadzic più sacro di un’icona ortodossa: sul passeggio principale, si comprano ancora le t-shirt col ritratto e la scritta «Radovan Serbian Hero» in esergo. (nella foto Ap, Karadzic con Mladic nel 1995, durante la guerra serbo-bosniaca)
«Tredici anni di latitanza, colpa anche della Nato»
Durante il processo, s’è sentito un ex ministro rivolgersi deferente al criminale, chiamandolo «signor presidente». O l’attuale leader dei serbo-bosniaci, Milorad Dodik, ricordare i premi letterari vinti dall’imputato. O Sonja Karadzic, la figlia vicepresidente del Parlamento, avvertire i giudici che «un verdetto di colpevolezza potrebbe mettere in pericolo le istituzioni dell’area». «Non so quante volte mi sono scontrata col muro di complicità e d’omissioni che ha circondato i suoi 13 anni di latitanza», ci dice al telefono l’ex procuratrice Carla Del Ponte, la più odiata dai criminali di guerra di mezzo mondo, la ticinese di ferro che allo psichiatra folle ha dato una lunga caccia per conto dell’Onu: «Certo, anch’io aspetto questa sentenza come un sollievo. Non so se potrò seguirla in collegamento tv, ma dico: finalmente! C’è voluto tanto per averla. E’ stato un inseguimento così lungo che quasi non me lo ricordo più. Riuscivamo sempre a localizzarlo, due volte ci siamo andati vicinissimi, ma poi c’era sempre qualcosa che lo allontanava. Perfino la Nato, un giorno che avevamo saputo dove si nascondeva in Bosnia, ci rispose di non poterlo andare a prendere. E sa perché? Perché nevicava troppo!». La lotta infinita con Karadzic e col macellaio tascabile di cui si serviva, Ratko Mladic, la signora Del Ponte l’ha raccontata nell’autobiografia «La caccia» (nella foto Ap, manifesti con la taglia promessa di 5 milioni di dollari per la cattura dei criminali di guerra Mladic e Karadzic).
Il lasciapassare degli americani
S’è sempre sussurrato d’un lasciapassare segreto che gli americani, durante i negoziati di Dayton, avrebbero concesso all’imprendibile Radovan? La Del Ponte ha descritto gli ambigui atteggiamenti della Cia che lo braccava, a parole, offrendo una taglia di 5 milioni di dollari e mettendolo nella lista dei latitanti pericolosi, quasi quanto Bin Laden. «Ridarei la caccia a Karadzic esattamente come feci», rievoca oggi l’ex procuratrice, nonostante si dedichi ormai ad altro, prima da ambasciatrice svizzera in Argentina e ora da investigatrice sui crimini in Siria: «Non l’arrestai io, furono i serbi a consegnarcelo. Ma la mia strategia si dimostrò giusta: Belgrado voleva entrare nell’Ue e noi riuscimmo a convincere tutte le capitali europee che bisognava premere lì, insistere per mettere i serbi con le spalle al muro». Lo trovarono, nemmeno troppo nascosto, nel 2008. In Serbia, da dove non s’era quasi mai allontanato nella lunga latitanza, se non per qualche gita a Venezia o per vedere la sua Inter a San Siro». S’era fatto crescere la barba da guru ed esercitava a Belgrado da medico alternativo.
«Dovrei essere premiato, anziché processato»
Una volta alla sbarra, Karadzic s’è rasato e ha tentato di ripulirsi l’immagine: «Dovrei essere premiato, anziché processato». E poi, in un crescendo che il blog «Le più grandi stronzate di Radovan» non s’è mai stancato di censire con cura («La mia cella? Ho visto posti peggiori»; «Sono stati i musulmani a uccidere tutti quei bosniaci»; «Non ho mai tenuto Sarajevo sotto assedio»; «Ho la coscienza pulita e il cuore appesantito, perché la guerra non era quel che volevo»…), bontà sua, è arrivato almeno ad ammettere che certi crimini furono «terribili» pur non avendone lui, ovvio, alcuna responsabilità…
I grossi cani di Seselj battezzati come i nemici
Come spesso accade nelle gang criminali, i suoi complici sono stati i più lesti a mollarlo. Vojislav Seselj, che si specializzò nel perseguitare i croati e a sua volta aspetta il verdetto del Tribunale penale internazionale per il 31 marzo, s’è dato malato e alla macchia: sta a Belgrado in compagnia di due cagnoni rabbiosi che ha chiamato come i suoi nemici politici, se verrà condannato ha già detto di non volersi consegnare, a costo di rovinare i ritrovati rapporti fra l’Ue e i nuovi-vecchi leader serbi.
Il tradimento di Mladic
E Mladic? Il boia di Srebrenica, disprezzato perfino dalla figlia che per la vergogna dei suoi crimini si suicidò, attende ancora il suo ergastolo e due anni fa è ricomparso per la prima volta in pubblico accanto a Karadzic. Ratko doveva testimoniare a favore del suo ex capo. Ma quando questi l’ha implorato — «Per favore, dillo, se mi hai mai informato che i prigionieri di Srebrenica erano stati uccisi o lo sarebbero stati!...» —, Mladic ha pensato che a tutto ci fosse un limite. S’è voltato dall’altra parte. Ha taciuto. E uscendo non ha provato nemmeno a guardarlo negli occhi: «Izvini Radovane, ne mogu…», gli ha sussurrato solamente. Scusa Radovan, non posso.
Vent’anni dopo la fine della guerra
L’Aja come Norimberga giudica il mandante delle stragi in Bosnia: Karadzic a processo per genocidio
Sarà la prima condanna per crimini di guerra mai pronunciata nei confronti di un ex leader politico europeo: lo psichiatra serbo teorizzò la pulizia etnica, massacrò 12mila sarajevesi e permise lo sterminio di Srebrenica
di Francesco Battistini
E’ l’ora del giudizio. Il Signore della Vita e della Morte, come lo chiamavano le sue vittime durante l’assedio di Sarajevo, giovedì saprà che ne sarà della sua vita carcerata, della sua morte civile, dell’aldiquà che a 70 anni l’aspetta in attesa di passare all’Aldilà. Imputato Karadzic, alzatevi. In nome del popolo bosniaco e di tutte le Nazioni unite, con vent’anni di ritardo e fra mille lacune processuali, quando il giudizio storico è scritto da un pezzo, finalmente c’è un giudice all’Aja. E il 24 marzo — cosa che non accadeva dal processo di Norimberga — ci sarà la prima condanna per genocidio e crimini di guerra mai pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo.
Tra le vittime anche 5 mila bambini
La evitò l’ideologo del nazionalismo serbo, Slobodan Milosevic, morendo nel carcere di Scheveningen. Preferendo restare in cella, eviterà forse d’ascoltarla il dottor Radovan Karadzic, psichiatra e poeta dilettante con la disordinata pettina da «Beatles in pensione» (definizione di Montanelli) che tradusse in psicodramma le idee di Milosevic. E che da presidente della microscopica Repubblica serba di Pale teorizzò la pulizia etnica, terrorizzò la Bosnia, massacrò 12mila sarajevesi, ammazzò 1.500 bambini, permise lo sterminio degli ottomila musulmani di Srebrenica, lasciò campo libero alle Tigri stupratrici di Arkan, sfidò la Nato, riportò in Europa orrori che si credevano sepolti col nazifascismo e con lo stalinismo (nella foto Reuters, una donna musulmana piange sulle tombe di Srebrenica, delle atrocità e della strage è ritenuto responsabile l’ex presidente serbo Radovan Karadzic).
Probabile l’ergastolo chiesto dal Pm
E’ la Storia che fa i conti. Male, tardi, in parte. Arriverà l’ergastolo, più che probabilmente: l’ha chiesto il pubblico ministero Alan Tieger nella sua requisitoria, lo scorso ottobre, consapevole del fatto che sarà comunque una giustizia per difetto e che le accuse a Karadzic erano troppe. Il processo è durato sei anni e mezzo, 600 testimoni, 11mila reperti e decine di migliaia di documenti: ci si è concentrati sulle fosse comuni di Srebrenica, sui cecchini che per 43 mesi bersagliarono Sarajevo e fecero 12mila morti, sulle atrocità in sette villaggi bosniaci, sui crimini dalle prove inconfutabili.
Non uccise di persona ma è comunque responsabile
«Meglio tardi che mai», dice il procuratore dell’Aja, Serge Brammertz. Alla fine è importante condannare un politico che di persona non s’è macchiato le mani di sangue, ma non per questo è meno responsabile del genocidio. Un precedente unico, osserva Brammertz: «Qui sono state pronunciate sentenze fondamentali, però quella contro Karadzic sarà una pietra miliare nella storia della giustizia penale internazionale». Kada Hotic, madre di Srebrenica sopravvissuta all’esecuzione di marito e figli, è stata una testimone chiave e ha parole definitive: «Questa sentenza dev’essere un monito per chiunque creda, ovunque nel mondo, di poter commettere qualunque cosa. Deve dimostrare che tanta malvagità viene punita non solo dalla storia, ma anche dagli uomini» (nella foto Reuters, seduta sotto i rityratti delle vittime di Srebrenica, una donna mususlmana segue il processo de l’Aja a Karadzic).
Dal 1992 alla conquista militare
Non è una storia sepolta. Fu Karadzic a fondare la Repubblica serba di Bosnia nel 1992, quando bosgnacchi e croati votarono l’indipendenza dalla Serbia jugoslava. E se oggi è fallito il suo sogno di dominio militare, di quando Milosevic l’aiutò a conquistare fino al 70 per cento della Bosnia, il progetto politico è ancora lì: «Nelle scuole della Federazione si studiano ancora oggi su tre testi di storia diversi per serbi, bosniaci e croati — dice Brammertz — e le divergenze non sono solo sulla guerra: sono sugli ultimi 200 anni». Gli eredi politici di Karadzic minacciano ogni anno la secessione della Republika Srpska da Sarajevo e i loro confini, il loro nome, il loro radicalismo, i loro simboli sono gli stessi d’allora.
I gatti serbi e i gatti musulmani
«A un certo punto mi resi conto che neanche i gatti dei serbi andavano d’accordo coi gatti dei musulmani», confidò il presidente-poeta-psichiatra al giornalista Marzio G. Mian che lo seguì settimane per le valli balcaniche e fu tra i primi a ritrarlo in un libro, pubblicandone le incendiarie sestine che cantavano la distruzione di Sarajevo: le invettive contro una raffinata società multiculturale che aveva osato tenere l’oscuro medico montenegrino ai margini e rifiutare la cattedra alla moglie neuropsichiatra e condannare lui per truffa ai danni d’un ospedale. A Belgrado, molti non hanno mai smesso di considerare Karadzic più sacro di un’icona ortodossa: sul passeggio principale, si comprano ancora le t-shirt col ritratto e la scritta «Radovan Serbian Hero» in esergo. (nella foto Ap, Karadzic con Mladic nel 1995, durante la guerra serbo-bosniaca)
«Tredici anni di latitanza, colpa anche della Nato»
Durante il processo, s’è sentito un ex ministro rivolgersi deferente al criminale, chiamandolo «signor presidente». O l’attuale leader dei serbo-bosniaci, Milorad Dodik, ricordare i premi letterari vinti dall’imputato. O Sonja Karadzic, la figlia vicepresidente del Parlamento, avvertire i giudici che «un verdetto di colpevolezza potrebbe mettere in pericolo le istituzioni dell’area». «Non so quante volte mi sono scontrata col muro di complicità e d’omissioni che ha circondato i suoi 13 anni di latitanza», ci dice al telefono l’ex procuratrice Carla Del Ponte, la più odiata dai criminali di guerra di mezzo mondo, la ticinese di ferro che allo psichiatra folle ha dato una lunga caccia per conto dell’Onu: «Certo, anch’io aspetto questa sentenza come un sollievo. Non so se potrò seguirla in collegamento tv, ma dico: finalmente! C’è voluto tanto per averla. E’ stato un inseguimento così lungo che quasi non me lo ricordo più. Riuscivamo sempre a localizzarlo, due volte ci siamo andati vicinissimi, ma poi c’era sempre qualcosa che lo allontanava. Perfino la Nato, un giorno che avevamo saputo dove si nascondeva in Bosnia, ci rispose di non poterlo andare a prendere. E sa perché? Perché nevicava troppo!». La lotta infinita con Karadzic e col macellaio tascabile di cui si serviva, Ratko Mladic, la signora Del Ponte l’ha raccontata nell’autobiografia «La caccia» (nella foto Ap, manifesti con la taglia promessa di 5 milioni di dollari per la cattura dei criminali di guerra Mladic e Karadzic).
Il lasciapassare degli americani
S’è sempre sussurrato d’un lasciapassare segreto che gli americani, durante i negoziati di Dayton, avrebbero concesso all’imprendibile Radovan? La Del Ponte ha descritto gli ambigui atteggiamenti della Cia che lo braccava, a parole, offrendo una taglia di 5 milioni di dollari e mettendolo nella lista dei latitanti pericolosi, quasi quanto Bin Laden. «Ridarei la caccia a Karadzic esattamente come feci», rievoca oggi l’ex procuratrice, nonostante si dedichi ormai ad altro, prima da ambasciatrice svizzera in Argentina e ora da investigatrice sui crimini in Siria: «Non l’arrestai io, furono i serbi a consegnarcelo. Ma la mia strategia si dimostrò giusta: Belgrado voleva entrare nell’Ue e noi riuscimmo a convincere tutte le capitali europee che bisognava premere lì, insistere per mettere i serbi con le spalle al muro». Lo trovarono, nemmeno troppo nascosto, nel 2008. In Serbia, da dove non s’era quasi mai allontanato nella lunga latitanza, se non per qualche gita a Venezia o per vedere la sua Inter a San Siro». S’era fatto crescere la barba da guru ed esercitava a Belgrado da medico alternativo.
«Dovrei essere premiato, anziché processato»
Una volta alla sbarra, Karadzic s’è rasato e ha tentato di ripulirsi l’immagine: «Dovrei essere premiato, anziché processato». E poi, in un crescendo che il blog «Le più grandi stronzate di Radovan» non s’è mai stancato di censire con cura («La mia cella? Ho visto posti peggiori»; «Sono stati i musulmani a uccidere tutti quei bosniaci»; «Non ho mai tenuto Sarajevo sotto assedio»; «Ho la coscienza pulita e il cuore appesantito, perché la guerra non era quel che volevo»…), bontà sua, è arrivato almeno ad ammettere che certi crimini furono «terribili» pur non avendone lui, ovvio, alcuna responsabilità…
I grossi cani di Seselj battezzati come i nemici
Come spesso accade nelle gang criminali, i suoi complici sono stati i più lesti a mollarlo. Vojislav Seselj, che si specializzò nel perseguitare i croati e a sua volta aspetta il verdetto del Tribunale penale internazionale per il 31 marzo, s’è dato malato e alla macchia: sta a Belgrado in compagnia di due cagnoni rabbiosi che ha chiamato come i suoi nemici politici, se verrà condannato ha già detto di non volersi consegnare, a costo di rovinare i ritrovati rapporti fra l’Ue e i nuovi-vecchi leader serbi.
Il tradimento di Mladic
E Mladic? Il boia di Srebrenica, disprezzato perfino dalla figlia che per la vergogna dei suoi crimini si suicidò, attende ancora il suo ergastolo e due anni fa è ricomparso per la prima volta in pubblico accanto a Karadzic. Ratko doveva testimoniare a favore del suo ex capo. Ma quando questi l’ha implorato — «Per favore, dillo, se mi hai mai informato che i prigionieri di Srebrenica erano stati uccisi o lo sarebbero stati!...» —, Mladic ha pensato che a tutto ci fosse un limite. S’è voltato dall’altra parte. Ha taciuto. E uscendo non ha provato nemmeno a guardarlo negli occhi: «Izvini Radovane, ne mogu…», gli ha sussurrato solamente. Scusa Radovan, non posso.
Repubblica 24.3.16
L’Europa, il potere della politica
di Nadia Urbinati
«UCCIDETELI ovunque li troviate » , si dice in uno dei vari video targati Is (Stato Islamico) con i quali sono stati rivendicati gli ultimi attentati, da Parigi a Bruxelles, e che usano, manipolati, versetti del Corano. Il progetto è politico, anche se pensato e reso in una forma e una visione della politica che è incommensurabile rispetto a ciò che nella tradizione occidentale chiamiamo politica. Nulla a che fare con il terrorismo a noi noto, quello brigatista, che si rifaceva a idee ben impiantate nella cultura politica degli Stati che attaccava. Ma in questo caso nulla ci unisce ai progetti e alle visioni nel nome dei quali vengono lanciati attacchi terroristici. Il messaggio è politico, tuttavia, in quanto vuole molto probabilmente non solo colpire il cuore dell’Europa, ma farlo per uno scopo che sta oltre l’atto terroristico e che, come si legge su Limes, consiste nel provare a portare l’Is nel cuore dell’Europa, fuori dai Paesi dove è nato, l’Iraq e la Siria. E farlo proprio a partire dall’anello più debole, da quel Paese debole che si è rivelato essere il Belgio. Debole e sede di un’entità strutturalmente debole, l’Unione Europea. L’Europa ha bisogno di un governo europeo che sappia coordinare le polizie e le intelligence nazionali. Che conquisti legittimità dimostrando ai cittadini di essere urgentemente necessario e strategicamente capace. La forza della necessità impone un’Europa non debole. Ma “ forza” è qui da intendere con dovuto giudizio. Scrive Lucia Annunziata su Huffington Post che il Belgio si è dimostrato uno Stato fallito nonostante abbia per mesi tenuto le sue città come in un permanente stato di polizia: la militarizzazione non ha scalfito la capacità operativa dei terroristi dell’Is. Ma forza non è neppure quella che si manifesta nel modo di trattare i rifugiati che vengono dalla Siria, fermati con il filo spinato, costretti ad accamparsi a migliaia alle frontiere dei Paesi dell’Est Europa, sottomessi a un regime inumano di disperazione, fame e malattie. Piuttosto che un segno di forza questa è, non meno della precedente, un segno di grande debolezza, che alimenta risentimento e odio, che prepara forse il terreno fertile a chi si fa nemico totale dell’Europa.
La forza della necessità che impone un’Europa unita nei progetti di difesa è la forza che deve affermare il potere della politica. Che sa distinguere tra che cosa poter e che cosa non poter tollerare. Il nemico della forma politica di vita — quella fatta di società aperta e di unità di diversi sotto il governo della legge — è chi non conosce che un linguaggio: quello dell’intolleranza assoluta. L’Is è un progetto politico che, se realizzato, sradicherebbe ogni forma di vita civile e politica. È per questa ragione che non vi è posto per la tolleranza. Non si possono tollerare gli intolleranti, scriveva Karl Popper. Norbero Bobbio, quando lanciò ai comunisti italiani la sfida a discutere per dimostrare di accettare le regole del gioco democratico, si disse disposto a discutere con gli intolleranti, e anzi difese la società fondata sul diritto e i diritti proprio nel nome della tolleranza di chi non condivideva i principi liberali. Ma sapeva bene di star parlando con politici e cittadini che erano parte della sua stessa cultura politica, che contestavano il modo di praticare la libertà, non la libertà. Pensava che con quel tipo di intolleranti valesse comunque l’arma del dialogo, del discorso, della disputa.
Il progetto politico di fronte al quale ci si trova ora è fuori dalla possibilità stessa del comprendere, chiuso ad ogni tentativo di dialettica. Esso è per questo un nemico in senso classico, che non conosce che il confronto violento. Ecco perché questi intolleranti non possono essere tollerati. Ripensare radicalmente i concetti di immigrazione, integrazione e convivenza è allora necessario. Rivedere una forma di integrazione che fa affidamento essenzialmente sul permesso di lavoro e si cura troppo poco di formare una cultura politica, di innervare di cultura politica le comunità immigrate, di rivalutare la cittadinanza rispetto a ogni altra appartenenza, di rilanciare infine le scuole pubbliche e l’educazione civica. Se le politiche di integrazione falliscono esse possono produrre ciò che temiamo e perfino allevare i seguaci del Califfato islamico in terra europea.
L’Europa, il potere della politica
di Nadia Urbinati
«UCCIDETELI ovunque li troviate » , si dice in uno dei vari video targati Is (Stato Islamico) con i quali sono stati rivendicati gli ultimi attentati, da Parigi a Bruxelles, e che usano, manipolati, versetti del Corano. Il progetto è politico, anche se pensato e reso in una forma e una visione della politica che è incommensurabile rispetto a ciò che nella tradizione occidentale chiamiamo politica. Nulla a che fare con il terrorismo a noi noto, quello brigatista, che si rifaceva a idee ben impiantate nella cultura politica degli Stati che attaccava. Ma in questo caso nulla ci unisce ai progetti e alle visioni nel nome dei quali vengono lanciati attacchi terroristici. Il messaggio è politico, tuttavia, in quanto vuole molto probabilmente non solo colpire il cuore dell’Europa, ma farlo per uno scopo che sta oltre l’atto terroristico e che, come si legge su Limes, consiste nel provare a portare l’Is nel cuore dell’Europa, fuori dai Paesi dove è nato, l’Iraq e la Siria. E farlo proprio a partire dall’anello più debole, da quel Paese debole che si è rivelato essere il Belgio. Debole e sede di un’entità strutturalmente debole, l’Unione Europea. L’Europa ha bisogno di un governo europeo che sappia coordinare le polizie e le intelligence nazionali. Che conquisti legittimità dimostrando ai cittadini di essere urgentemente necessario e strategicamente capace. La forza della necessità impone un’Europa non debole. Ma “ forza” è qui da intendere con dovuto giudizio. Scrive Lucia Annunziata su Huffington Post che il Belgio si è dimostrato uno Stato fallito nonostante abbia per mesi tenuto le sue città come in un permanente stato di polizia: la militarizzazione non ha scalfito la capacità operativa dei terroristi dell’Is. Ma forza non è neppure quella che si manifesta nel modo di trattare i rifugiati che vengono dalla Siria, fermati con il filo spinato, costretti ad accamparsi a migliaia alle frontiere dei Paesi dell’Est Europa, sottomessi a un regime inumano di disperazione, fame e malattie. Piuttosto che un segno di forza questa è, non meno della precedente, un segno di grande debolezza, che alimenta risentimento e odio, che prepara forse il terreno fertile a chi si fa nemico totale dell’Europa.
La forza della necessità che impone un’Europa unita nei progetti di difesa è la forza che deve affermare il potere della politica. Che sa distinguere tra che cosa poter e che cosa non poter tollerare. Il nemico della forma politica di vita — quella fatta di società aperta e di unità di diversi sotto il governo della legge — è chi non conosce che un linguaggio: quello dell’intolleranza assoluta. L’Is è un progetto politico che, se realizzato, sradicherebbe ogni forma di vita civile e politica. È per questa ragione che non vi è posto per la tolleranza. Non si possono tollerare gli intolleranti, scriveva Karl Popper. Norbero Bobbio, quando lanciò ai comunisti italiani la sfida a discutere per dimostrare di accettare le regole del gioco democratico, si disse disposto a discutere con gli intolleranti, e anzi difese la società fondata sul diritto e i diritti proprio nel nome della tolleranza di chi non condivideva i principi liberali. Ma sapeva bene di star parlando con politici e cittadini che erano parte della sua stessa cultura politica, che contestavano il modo di praticare la libertà, non la libertà. Pensava che con quel tipo di intolleranti valesse comunque l’arma del dialogo, del discorso, della disputa.
Il progetto politico di fronte al quale ci si trova ora è fuori dalla possibilità stessa del comprendere, chiuso ad ogni tentativo di dialettica. Esso è per questo un nemico in senso classico, che non conosce che il confronto violento. Ecco perché questi intolleranti non possono essere tollerati. Ripensare radicalmente i concetti di immigrazione, integrazione e convivenza è allora necessario. Rivedere una forma di integrazione che fa affidamento essenzialmente sul permesso di lavoro e si cura troppo poco di formare una cultura politica, di innervare di cultura politica le comunità immigrate, di rivalutare la cittadinanza rispetto a ogni altra appartenenza, di rilanciare infine le scuole pubbliche e l’educazione civica. Se le politiche di integrazione falliscono esse possono produrre ciò che temiamo e perfino allevare i seguaci del Califfato islamico in terra europea.
Repubblica 24.3.16
I kamikaze di Bruxelles e le radici del male
di Tahar Ben Jelloun
GLI ATTENTATI di Bruxelles sono la conseguenza logica e quasi attesa di quanto è accaduto il 13 novembre 2015 a Parigi. Ad animare questi figli europei dell’immigrazione magrebina è la stessa rabbia, lo stesso odio sconfinato per l’Occidente. Perché tanta crudeltà? Perché questi omicidi ciechi? Come si diventa un mostro che sacrifica la propria vita per uccidere il maggior numero di persone intorno a sé?
Molti elementi e fattori diversi contribuiscono a fabbricare un mostro, vale a dire qualcuno che rinnega la propria umanità e porta la sventura.
La maggior parte dei terroristi che hanno commesso attentati in Europa sono figli di immigrati magrebini. È un dato di fatto. Questi individui non hanno mai ricevuto o non hanno mai assorbito i valori della civiltà da cui provengono i loro genitori. Questi ultimi hanno la loro parte di responsabilità per quello che succede, anche se sono prevalentemente da compiangere.
Ma l’immigrazione è una lacerazione; è come un albero sradicato e piantato in un’altra terra, che a stento si regge in piedi, è come un innesto, le radici non si trapiantano facilmente fuori dalla terra di origine. La cultura che si portano dietro nella terra straniera è molto povera e la stessa religione si riassume in pochi riti che si confondono con gli usi e le tradizioni. Quando non si può trasmettere alla propria progenie una cultura viva e serena, ci si accontenta di quel che ne resta. Si è presi dallo scoramento e poco per volta si rinuncia a trasmettere ai propri figli un’educazione solida. Si lascia fare alla strada, al caso, al destino. È così che i figli dell’immigrazione — non tutti, per fortuna, ma alcuni di loro — si trovano a corto di cultura e di valori che li rassicurino e diano loro una sicurezza ontologica, vale a dire del proprio essere e della propria identità.
L’ontologia è quello che costituisce il nostro essere, quello che siamo. La nostra identità è ciò che ci determina: un nome, un cognome, una famiglia, un paese, una nazionalità, riferimenti culturali e religiosi o l’assenza di riferimenti che indichino la strada da percorrere. Se il nostro essere non sa chi è, da dove viene e a quale cultura appartiene, perde l’equilibrio e diventa disponibile a riempire questa casella con quanto gli verrà proposto.
In Francia, l’immigrazione è una delle conseguenze della colonizzazione. È stato detto e ripetuto molte volte: la popolazione immigrata non ha beneficiato della riconoscenza né di molte attenzioni da parte del paese di accoglienza. Il razzismo si è sviluppato in proporzioni enormi, soprattutto durante e dopo la guerra di Algeria (1954-1962). I rimpatriati dall’Algeria hanno sofferto per la perdita di quello che consideravano il loro paese. Le cattive condizioni del loro doloroso ritorno in Francia sono state accompagnate da un senso di ingiustizia e di risentimento. Gli immigrati, nonostante il lavoro che svolgono, non hanno ricevuto un trattamento corretto e dignitoso. E sono stati zitti. I padri non sono stati degli eroi e hanno trasmesso ai loro figli un’immagine di disfatta e di impotenza. Alcuni dei figli, consapevolmente o inconsapevolmente, hanno voluto “vendicare” i genitori portando caos e sofferenza nelle famiglie europee con gli attentati, uccidendo degli innocenti. Non sono neanche sicuro che sappiano quello che fanno. Non appartengono più a loro stessi: sono entrati in un delirio che si adatta perfettamente al loro stato d’animo pieno di buchi.
La maggior parte dei figli di immigrati soffrono di insicurezza ontologica e tuttavia non prendono le armi per uccidere degli innocenti. È qui che interviene lo “Stato islamico” con la sua propaganda diabolica. Nei suoi discorsi parla di vendetta e di morte. Promette un avvenire radioso a quei figli abbandonati dall’Europa, offre loro una via di uscita, un progetto con un senso. Dice loro: voi non avete trovato un senso alla vostra vita ma io vi propongo di dare un senso alla vostra morte lottando sulla “Via di Dio” ( Fi sabilillah) che porta al paradiso. Presenta l’Occidente come un paese esclusivamente materialista, senza alcuna spiritualità, senza i valori divini che sono la fine e il principio dell’umanità. Questo discorso, certi figli dell’immigrazione lo sentono e lo seguono. Erano disponibili a crederci e a passare all’azione, ubbidendo agli ordini di un’organizzazione strutturata che porta avanti le sue promesse fino in fondo.
Traduzione di Elda Volterrani
I kamikaze di Bruxelles e le radici del male
di Tahar Ben Jelloun
GLI ATTENTATI di Bruxelles sono la conseguenza logica e quasi attesa di quanto è accaduto il 13 novembre 2015 a Parigi. Ad animare questi figli europei dell’immigrazione magrebina è la stessa rabbia, lo stesso odio sconfinato per l’Occidente. Perché tanta crudeltà? Perché questi omicidi ciechi? Come si diventa un mostro che sacrifica la propria vita per uccidere il maggior numero di persone intorno a sé?
Molti elementi e fattori diversi contribuiscono a fabbricare un mostro, vale a dire qualcuno che rinnega la propria umanità e porta la sventura.
La maggior parte dei terroristi che hanno commesso attentati in Europa sono figli di immigrati magrebini. È un dato di fatto. Questi individui non hanno mai ricevuto o non hanno mai assorbito i valori della civiltà da cui provengono i loro genitori. Questi ultimi hanno la loro parte di responsabilità per quello che succede, anche se sono prevalentemente da compiangere.
Ma l’immigrazione è una lacerazione; è come un albero sradicato e piantato in un’altra terra, che a stento si regge in piedi, è come un innesto, le radici non si trapiantano facilmente fuori dalla terra di origine. La cultura che si portano dietro nella terra straniera è molto povera e la stessa religione si riassume in pochi riti che si confondono con gli usi e le tradizioni. Quando non si può trasmettere alla propria progenie una cultura viva e serena, ci si accontenta di quel che ne resta. Si è presi dallo scoramento e poco per volta si rinuncia a trasmettere ai propri figli un’educazione solida. Si lascia fare alla strada, al caso, al destino. È così che i figli dell’immigrazione — non tutti, per fortuna, ma alcuni di loro — si trovano a corto di cultura e di valori che li rassicurino e diano loro una sicurezza ontologica, vale a dire del proprio essere e della propria identità.
L’ontologia è quello che costituisce il nostro essere, quello che siamo. La nostra identità è ciò che ci determina: un nome, un cognome, una famiglia, un paese, una nazionalità, riferimenti culturali e religiosi o l’assenza di riferimenti che indichino la strada da percorrere. Se il nostro essere non sa chi è, da dove viene e a quale cultura appartiene, perde l’equilibrio e diventa disponibile a riempire questa casella con quanto gli verrà proposto.
In Francia, l’immigrazione è una delle conseguenze della colonizzazione. È stato detto e ripetuto molte volte: la popolazione immigrata non ha beneficiato della riconoscenza né di molte attenzioni da parte del paese di accoglienza. Il razzismo si è sviluppato in proporzioni enormi, soprattutto durante e dopo la guerra di Algeria (1954-1962). I rimpatriati dall’Algeria hanno sofferto per la perdita di quello che consideravano il loro paese. Le cattive condizioni del loro doloroso ritorno in Francia sono state accompagnate da un senso di ingiustizia e di risentimento. Gli immigrati, nonostante il lavoro che svolgono, non hanno ricevuto un trattamento corretto e dignitoso. E sono stati zitti. I padri non sono stati degli eroi e hanno trasmesso ai loro figli un’immagine di disfatta e di impotenza. Alcuni dei figli, consapevolmente o inconsapevolmente, hanno voluto “vendicare” i genitori portando caos e sofferenza nelle famiglie europee con gli attentati, uccidendo degli innocenti. Non sono neanche sicuro che sappiano quello che fanno. Non appartengono più a loro stessi: sono entrati in un delirio che si adatta perfettamente al loro stato d’animo pieno di buchi.
La maggior parte dei figli di immigrati soffrono di insicurezza ontologica e tuttavia non prendono le armi per uccidere degli innocenti. È qui che interviene lo “Stato islamico” con la sua propaganda diabolica. Nei suoi discorsi parla di vendetta e di morte. Promette un avvenire radioso a quei figli abbandonati dall’Europa, offre loro una via di uscita, un progetto con un senso. Dice loro: voi non avete trovato un senso alla vostra vita ma io vi propongo di dare un senso alla vostra morte lottando sulla “Via di Dio” ( Fi sabilillah) che porta al paradiso. Presenta l’Occidente come un paese esclusivamente materialista, senza alcuna spiritualità, senza i valori divini che sono la fine e il principio dell’umanità. Questo discorso, certi figli dell’immigrazione lo sentono e lo seguono. Erano disponibili a crederci e a passare all’azione, ubbidendo agli ordini di un’organizzazione strutturata che porta avanti le sue promesse fino in fondo.
Traduzione di Elda Volterrani
Corriere 24.3.16
I rischi multiculturali e la critica della xenofobia
risponde Sergio Romano
Ritengo che il professor Giovanni Sartori sia uno studioso non xenofobo; eppure nel 2000 ha pubblicato un saggio intitolato Pluralismo, multiculturalismo e estranei dove critica chi confonde il multiculturalismo con il multietnico. Anche lei l’8 settembre 2011 scriveva che «un certo multiculturalismo è certamente fallito». Ora scrive che «xenofobia e islamofobia con il loro linguaggio razzista, sono patologie europee». Ha cambiato idea o si è adattato al
prevalere degli articolisti «politicamente corretti»?
Vito Barboni
Caro Barboni,
Nonn credo di avere cambiato opinione. Sono sempre stato convinto che nel multiculturalismo vi fosse una minaccia per lo Stato liberale. Se riteniamo che una minoranza etnico-religiosa sia titolare di diritti in quanto «comunità», noi finiamo inevitabilmente per conferire un potere a coloro che riescono ad assumerne la rappresentanza. Sono spesso persone animate dalle migliori intenzioni. Ma saranno, anche se in misura diversa a seconda della loro personale formazione, gelosi custodi delle tradizioni culturali e religiose del piccolo popolo di cui sono diventati i leader; e saranno sempre interessati a impedire che il loro gregge si disperda all’interno della società occidentale. Quanto più i loro «sudditi» etnici e religiosi saranno attratti dai costumi e dalle credenze del Paese in cui vivono, tanto minore diverrà il loro potere di rappresentanza. Quando il Regno di Sardegna, nel 1848, abolì le interdizioni israelitiche che avevano limitato sino ad allora le libertà degli ebrei, fra coloro che accolsero il provvedimento con diffidenza e ostilità vi furono i rabbini delle piccole comunità ebraiche disseminate nel territorio piemontese per cui la chiusura del ghetto era sinonimo di assimilazione.
Negli ultimi decenni, grazie alle dimensioni delle ondate migratorie provenienti dal mondo arabo musulmano, il fenomeno è stato paradossalmente incoraggiato dai governi occidentali. Sapevano che l’influenza di alcuni imam, soprattutto se aiutati finanziariamente dalle correnti religiose più radicali del Golfo, poteva essere perniciosa, ma ritenevano che fosse utile allo Stato disporre di interlocutori con cui affrontare problemi urgenti di convivenza e sicurezza. Siamo diventati prigionieri di un sistema che non contribuisce a trasformare l’immigrato nel libero cittadino di una società liberale.
Non credo che vi sia contraddizione, tuttavia, tra questa critica del multiculturalismo e la denuncia di fenomeni europei come la xenofobia e l’islamofobia. Non è necessario essere multiculturalisti per considerarli patologie. Basta essere liberali .
I rischi multiculturali e la critica della xenofobia
risponde Sergio Romano
Ritengo che il professor Giovanni Sartori sia uno studioso non xenofobo; eppure nel 2000 ha pubblicato un saggio intitolato Pluralismo, multiculturalismo e estranei dove critica chi confonde il multiculturalismo con il multietnico. Anche lei l’8 settembre 2011 scriveva che «un certo multiculturalismo è certamente fallito». Ora scrive che «xenofobia e islamofobia con il loro linguaggio razzista, sono patologie europee». Ha cambiato idea o si è adattato al
prevalere degli articolisti «politicamente corretti»?
Vito Barboni
Caro Barboni,
Nonn credo di avere cambiato opinione. Sono sempre stato convinto che nel multiculturalismo vi fosse una minaccia per lo Stato liberale. Se riteniamo che una minoranza etnico-religiosa sia titolare di diritti in quanto «comunità», noi finiamo inevitabilmente per conferire un potere a coloro che riescono ad assumerne la rappresentanza. Sono spesso persone animate dalle migliori intenzioni. Ma saranno, anche se in misura diversa a seconda della loro personale formazione, gelosi custodi delle tradizioni culturali e religiose del piccolo popolo di cui sono diventati i leader; e saranno sempre interessati a impedire che il loro gregge si disperda all’interno della società occidentale. Quanto più i loro «sudditi» etnici e religiosi saranno attratti dai costumi e dalle credenze del Paese in cui vivono, tanto minore diverrà il loro potere di rappresentanza. Quando il Regno di Sardegna, nel 1848, abolì le interdizioni israelitiche che avevano limitato sino ad allora le libertà degli ebrei, fra coloro che accolsero il provvedimento con diffidenza e ostilità vi furono i rabbini delle piccole comunità ebraiche disseminate nel territorio piemontese per cui la chiusura del ghetto era sinonimo di assimilazione.
Negli ultimi decenni, grazie alle dimensioni delle ondate migratorie provenienti dal mondo arabo musulmano, il fenomeno è stato paradossalmente incoraggiato dai governi occidentali. Sapevano che l’influenza di alcuni imam, soprattutto se aiutati finanziariamente dalle correnti religiose più radicali del Golfo, poteva essere perniciosa, ma ritenevano che fosse utile allo Stato disporre di interlocutori con cui affrontare problemi urgenti di convivenza e sicurezza. Siamo diventati prigionieri di un sistema che non contribuisce a trasformare l’immigrato nel libero cittadino di una società liberale.
Non credo che vi sia contraddizione, tuttavia, tra questa critica del multiculturalismo e la denuncia di fenomeni europei come la xenofobia e l’islamofobia. Non è necessario essere multiculturalisti per considerarli patologie. Basta essere liberali .
Corriere 24.3.16
Tony Blair
«Stiamo concedendo troppo la tolleranza finisce se toccano i nostri valori»
intervista di Paolo Valentino
«Concediamo troppo, non possiamo farci intimidire», dice Tony Blair. Al telefono da New York, l’ex primo ministro britannico, il leader politico che a cavallo del millennio traghettò la sinistra europea verso i porti del centrismo, difende la società multiculturale, ma denuncia la debolezza politicamente corretta di chi rinuncia a proteggere i valori di base e l’identità culturale europea, di fronte alle forze dell’intolleranza e dell’estremismo.
Mr Blair siamo in guerra?
«Sì. I gruppi terroristi che condividono questa ideologia di morte vogliono causare il massimo di distruzione alle nostre popolazioni e al nostro modo di vivere. Su questo non c’è dubbio, gli attentati di Bruxelles suonano solo come una ulteriore conferma, perché è un impegno che perseguono da molti anni».
Lei sostiene la necessità di «rispondere con forza alla sfida del terrorismo». Cosa significa concretamente?
«Io credo che ci siano quattro cose importanti da fare. Nell’immediato, dobbiamo migliorare radicalmente lo scambio di informazioni tra le intelligence europee, che oggi non funziona come dovrebbe e in alcuni casi non funziona affatto. La situazione è talmente grave che i servizi di alcuni Paesi sono sovrastati dal compito immane che si trovano davanti ed è quindi fondamentale che tutta l’Europa lavori insieme. La seconda cosa è cercare di risolvere i conflitti che sono all’origine del fenomeno terrorista: dobbiamo combattere Daesh ovunque si manifesti, in Siria, in Iraq o in Libia, esser preparati a compiere le azioni necessarie per sconfiggerli, anche costruendo, ed è il terzo punto, le giuste alleanze dentro il mondo islamico con coloro che lo vogliono e hanno una visione aperta e tollerante. Daesh può essere combattuto solo insieme a chi è determinato a salvare l’Islam da questo scempio della fede musulmana. Infine, dobbiamo lanciare quella che io chiamo un’azione globale sull’educazione, in cui tutti i Paesi si impegnino a orientare i loro sistemi scolastici per promuovere la tolleranza, eliminare il pregiudizio religioso e la cultura dell’odio per chi è diverso. Oggi l’istruzione è anche una questione di sicurezza e ci sono milioni di giovani educati con una falsa idea della religione e una angusta visione del mondo. Deve diventare un obbligo per tutti riformare i sistemi educativi formali ed informali, perché l’estremismo comincia nelle aule scolastiche».
Quando parla di azioni necessarie per sconfiggere lo Stato Islamico, vuol dire che non ci sarà vittoria possibile in Siria o Libia senza «boots on the ground», senza cioè impegnare truppe di terra?
«Sicuramente non possiamo sconfiggerli senza stivali sul terreno. La domanda è con gli stivali di chi? A mio avviso non dobbiamo essere coinvolti in ogni situazione, ma dove c’è la necessità di impiegare alcune delle nostre capacità sul terreno dovremmo essere pronti a farlo. Gli americani lo stanno già facendo sia pure in modo limitato. Ma l’importante è combattere Daesh ovunque è presente. E qui penso che ci sia una sfida di lungo periodo per l’Europa, quella di dotarsi di piena capacità su questo terreno. Non parlo di un esercito europeo, ma del modo in cui sapremo costruire una vera cooperazione militare tra le nostre nazioni in modo da essere in grado di agire contro questi gruppi».
L’immigrazione è oggi il cavallo di troia del terrorismo in Europa?
«Il problema che abbiamo oggi con l’immigrazione è che non controlliamo con buona approssimazione tutti coloro che entrano in Europa, il che ne fa automaticamente anche una questione di sicurezza. Ecco perché la gente è ansiosa, preoccupata e noi abbiamo il dovere di capirla e farci carico di quelle ansie. Dobbiamo essere molto chiari e decisi nel controllare e identificare chi arriva nell’Unione Europea. Ma in ogni caso non risolveremo il problema dei rifugiati a meno di non lavorare per risolvere le cause, cioè i conflitti in Siria, in Libia, le crisi dell’Africa subsahariana».
Lei pensa che l’accordo della Ue con la Turchia, a cui di fatto è stata subappaltata la gestione dei rifugiati, possa funzionare ed essere un modello?
«È chiaro che sarà necessario molto lavoro per farlo funzionare. In linea di principio è saggio avere i rifugiati ospitati e assistiti nella regione, cioè non lontano da casa loro, ma non può essere per sempre e si torna sempre all’urgenza di risolvere il conflitto siriano. Dico da anni che il rischio è la disintegrazione del Paese e l’impatto devastante che produrrà in Europa. Ciò che comincia nel Medio Oriente non rimane mai in Medio Oriente. È vero in Siria ed è vero in Libia».
Resta il fatto che l’ondata di rifugiati e migranti economici pone oggi una concreta minaccia alla stabilità e alla stessa sopravvivenza dell’Unione Europea. Lei si definisce sostenitore del multiculturalismo, a condizione che non venga abusato. Cosa vuol dire? Esiste oggi un modello praticabile di integrazione, al di là degli slogan della destra populista che dice: via l’islam dall’Europa?
«È importante definire cosa sia e cosa non sia il multiculturalismo. Penso che le persone debbano essere libere di praticare la loro fede e seguire il Dio che hanno scelto. Questo è un diritto umano fondamentale, la libertà di culto è alla base delle nostre società, dove persone di fede diversa possono coesistere in pace. Ma il multiculturalismo può funzionare solo se si accetta che esista anche uno spazio comune dove certi valori, i valori europei, siano accettati e rispettati da tutti. Democrazia, stato di diritto, parità di diritti e di opportunità per le donne. Nessuno ha il diritto di arrivare in un Paese e sfidare quello spazio comune. Chi crede nelle società aperte e tolleranti dev’essere rigoroso nella difesa di questi valori».
È questa la sua critica al cosiddetto «flabby liberalism», il liberalismo molle, non abbastanza rigoroso?
«Certo. Non bisogna confondere il multiculturalismo con il permesso a chiunque di rifiutare i nostri valori di base. I confini della tolleranza finiscono quando si mettono in discussione quei valori. C’è questa tendenza a concedere troppo, l’idea ridicola che sei parte di una élite se pensi solo in termini di rispettosa tolleranza verso altre persone. Uno dei problemi dell’Occidente è che riesce costantemente a sentirsi colpevole, quasi a vergognarsi di se stesso. Ora non dico che noi occidentali non abbiamo cose da rimproverarci, ma non dovremmo farci intimidire da nessuno e costringerci a pensare che non ci sono valori per i quali invece dobbiamo lottare. Io lo chiamo centrismo muscolare. E come dicevo prima, tutto comincia dall’educazione».
Guardando retrospettivamente il Medio Oriente e gli eventi degli ultimi 13 anni, il fallimento delle primavere arabe, l’Isis, le crisi irrisolte, fu l’intervento in Iraq la madre di tutti gli errori?
«Io dico due cose. Primo non saremmo oggi in una situazione migliore, se accanto all’incubo siriano avessimo Saddam Hussein ancora al potere in Iraq. Secondo, le primavere arabe ci dimostrano come tutti questi regimi, dove piccole minoranze si tenevano stretto il potere contro il volere della maggioranza, fossero in ogni caso insostenibili. Sarebbe meglio oggi avere ancora alcuni di quei dittatori in carica? Si può discutere. Ma le popolazioni non lo avrebbero tollerato. Non fummo noi la causa. Noi fummo coinvolti. Le cause affondano a molto tempo prima, probabilmente a 50 anni fa».
Tony Blair
«Stiamo concedendo troppo la tolleranza finisce se toccano i nostri valori»
intervista di Paolo Valentino
«Concediamo troppo, non possiamo farci intimidire», dice Tony Blair. Al telefono da New York, l’ex primo ministro britannico, il leader politico che a cavallo del millennio traghettò la sinistra europea verso i porti del centrismo, difende la società multiculturale, ma denuncia la debolezza politicamente corretta di chi rinuncia a proteggere i valori di base e l’identità culturale europea, di fronte alle forze dell’intolleranza e dell’estremismo.
Mr Blair siamo in guerra?
«Sì. I gruppi terroristi che condividono questa ideologia di morte vogliono causare il massimo di distruzione alle nostre popolazioni e al nostro modo di vivere. Su questo non c’è dubbio, gli attentati di Bruxelles suonano solo come una ulteriore conferma, perché è un impegno che perseguono da molti anni».
Lei sostiene la necessità di «rispondere con forza alla sfida del terrorismo». Cosa significa concretamente?
«Io credo che ci siano quattro cose importanti da fare. Nell’immediato, dobbiamo migliorare radicalmente lo scambio di informazioni tra le intelligence europee, che oggi non funziona come dovrebbe e in alcuni casi non funziona affatto. La situazione è talmente grave che i servizi di alcuni Paesi sono sovrastati dal compito immane che si trovano davanti ed è quindi fondamentale che tutta l’Europa lavori insieme. La seconda cosa è cercare di risolvere i conflitti che sono all’origine del fenomeno terrorista: dobbiamo combattere Daesh ovunque si manifesti, in Siria, in Iraq o in Libia, esser preparati a compiere le azioni necessarie per sconfiggerli, anche costruendo, ed è il terzo punto, le giuste alleanze dentro il mondo islamico con coloro che lo vogliono e hanno una visione aperta e tollerante. Daesh può essere combattuto solo insieme a chi è determinato a salvare l’Islam da questo scempio della fede musulmana. Infine, dobbiamo lanciare quella che io chiamo un’azione globale sull’educazione, in cui tutti i Paesi si impegnino a orientare i loro sistemi scolastici per promuovere la tolleranza, eliminare il pregiudizio religioso e la cultura dell’odio per chi è diverso. Oggi l’istruzione è anche una questione di sicurezza e ci sono milioni di giovani educati con una falsa idea della religione e una angusta visione del mondo. Deve diventare un obbligo per tutti riformare i sistemi educativi formali ed informali, perché l’estremismo comincia nelle aule scolastiche».
Quando parla di azioni necessarie per sconfiggere lo Stato Islamico, vuol dire che non ci sarà vittoria possibile in Siria o Libia senza «boots on the ground», senza cioè impegnare truppe di terra?
«Sicuramente non possiamo sconfiggerli senza stivali sul terreno. La domanda è con gli stivali di chi? A mio avviso non dobbiamo essere coinvolti in ogni situazione, ma dove c’è la necessità di impiegare alcune delle nostre capacità sul terreno dovremmo essere pronti a farlo. Gli americani lo stanno già facendo sia pure in modo limitato. Ma l’importante è combattere Daesh ovunque è presente. E qui penso che ci sia una sfida di lungo periodo per l’Europa, quella di dotarsi di piena capacità su questo terreno. Non parlo di un esercito europeo, ma del modo in cui sapremo costruire una vera cooperazione militare tra le nostre nazioni in modo da essere in grado di agire contro questi gruppi».
L’immigrazione è oggi il cavallo di troia del terrorismo in Europa?
«Il problema che abbiamo oggi con l’immigrazione è che non controlliamo con buona approssimazione tutti coloro che entrano in Europa, il che ne fa automaticamente anche una questione di sicurezza. Ecco perché la gente è ansiosa, preoccupata e noi abbiamo il dovere di capirla e farci carico di quelle ansie. Dobbiamo essere molto chiari e decisi nel controllare e identificare chi arriva nell’Unione Europea. Ma in ogni caso non risolveremo il problema dei rifugiati a meno di non lavorare per risolvere le cause, cioè i conflitti in Siria, in Libia, le crisi dell’Africa subsahariana».
Lei pensa che l’accordo della Ue con la Turchia, a cui di fatto è stata subappaltata la gestione dei rifugiati, possa funzionare ed essere un modello?
«È chiaro che sarà necessario molto lavoro per farlo funzionare. In linea di principio è saggio avere i rifugiati ospitati e assistiti nella regione, cioè non lontano da casa loro, ma non può essere per sempre e si torna sempre all’urgenza di risolvere il conflitto siriano. Dico da anni che il rischio è la disintegrazione del Paese e l’impatto devastante che produrrà in Europa. Ciò che comincia nel Medio Oriente non rimane mai in Medio Oriente. È vero in Siria ed è vero in Libia».
Resta il fatto che l’ondata di rifugiati e migranti economici pone oggi una concreta minaccia alla stabilità e alla stessa sopravvivenza dell’Unione Europea. Lei si definisce sostenitore del multiculturalismo, a condizione che non venga abusato. Cosa vuol dire? Esiste oggi un modello praticabile di integrazione, al di là degli slogan della destra populista che dice: via l’islam dall’Europa?
«È importante definire cosa sia e cosa non sia il multiculturalismo. Penso che le persone debbano essere libere di praticare la loro fede e seguire il Dio che hanno scelto. Questo è un diritto umano fondamentale, la libertà di culto è alla base delle nostre società, dove persone di fede diversa possono coesistere in pace. Ma il multiculturalismo può funzionare solo se si accetta che esista anche uno spazio comune dove certi valori, i valori europei, siano accettati e rispettati da tutti. Democrazia, stato di diritto, parità di diritti e di opportunità per le donne. Nessuno ha il diritto di arrivare in un Paese e sfidare quello spazio comune. Chi crede nelle società aperte e tolleranti dev’essere rigoroso nella difesa di questi valori».
È questa la sua critica al cosiddetto «flabby liberalism», il liberalismo molle, non abbastanza rigoroso?
«Certo. Non bisogna confondere il multiculturalismo con il permesso a chiunque di rifiutare i nostri valori di base. I confini della tolleranza finiscono quando si mettono in discussione quei valori. C’è questa tendenza a concedere troppo, l’idea ridicola che sei parte di una élite se pensi solo in termini di rispettosa tolleranza verso altre persone. Uno dei problemi dell’Occidente è che riesce costantemente a sentirsi colpevole, quasi a vergognarsi di se stesso. Ora non dico che noi occidentali non abbiamo cose da rimproverarci, ma non dovremmo farci intimidire da nessuno e costringerci a pensare che non ci sono valori per i quali invece dobbiamo lottare. Io lo chiamo centrismo muscolare. E come dicevo prima, tutto comincia dall’educazione».
Guardando retrospettivamente il Medio Oriente e gli eventi degli ultimi 13 anni, il fallimento delle primavere arabe, l’Isis, le crisi irrisolte, fu l’intervento in Iraq la madre di tutti gli errori?
«Io dico due cose. Primo non saremmo oggi in una situazione migliore, se accanto all’incubo siriano avessimo Saddam Hussein ancora al potere in Iraq. Secondo, le primavere arabe ci dimostrano come tutti questi regimi, dove piccole minoranze si tenevano stretto il potere contro il volere della maggioranza, fossero in ogni caso insostenibili. Sarebbe meglio oggi avere ancora alcuni di quei dittatori in carica? Si può discutere. Ma le popolazioni non lo avrebbero tollerato. Non fummo noi la causa. Noi fummo coinvolti. Le cause affondano a molto tempo prima, probabilmente a 50 anni fa».
Corriere 24.3.16
Il filosofo Michael Walzer
«Ora il rischio è l’ascesa della destra demagogica»
intervista di Massimo Gaggi
«Lo Stato Islamico mette in pericolo la nostra sicurezza ma è anche, e forse soprattutto, una minaccia per le democrazie dell’Occidente che rischiano grosso in un clima di emergenza estrema». Il filosofo Michael Walzer, docente di Princeton e teorico della «guerra giusta», è intervenuto spesso sulla necessità di reagire con forza all’attacco del terrorismo in Europa, soprattutto dopo le stragi di Parigi. Oggi, però, dopo Bruxelles, guarda allarmato agli Stati Uniti, oltre che al nostro continente.
«Mi preoccupo ogni volta che i miei nipoti partono per Parigi e Bruxelles», confessa. «Ma adesso mi spaventa ancora di più quello che potrebbe accadere in ottobre, alla vigilia del voto per la Casa Bianca: un’ondata di attentati, magari anche qui, negli Stati Uniti. E Donald Trump che vince le elezioni».
A mali estremi, estremi rimedi, sostiene il candidato repubblicano per il quale la ferocia dei terroristi giustifica metodi di lotta più duri del «waterboarding» negli interrogatori dei prigionieri. Mette nel mirino anche le famiglie dei terroristi. Qualche pacifista sostiene che lei, dando una giustificazione morale alla «guerra giusta», dà un alibi a chi vuole cambiare le regole e passare a metodi sbrigativi.
«Assolutamente no. La guerra contro il terrorismo va vinta ma deve essere chiaro che quello che può essere accettabile in un’offensiva militare in Siria, non lo è nelle operazioni di polizia condotte nei Paesi occidentali. Bisogna assolutamente evitare gesti che possano favorire il reclutamento di altri jihadisti. E bisogna stare attenti a non indebolire le nostre democrazie giustificando le brutalità. Per questo oggi, più ancora dei danni immediati degli attacchi, mi preoccupano gli spazi che il terrorismo apre a una destra radicale, demagogica e antidemoratica».
Lei parla comunque di guerra, a proposito dell’Isis. Non si rischia di dare la dignità di quasi-Stato a quella che Barack Obama, temendo «conflitti di civiltà», liquida come una banda di volgari assassini?
«Il conflitto non è tra civilità diverse, ma all’interno di ogni religione: in ognuna sono spuntati gruppi radicali pronti a tutto. Ci sono nell’Islam, ma anche tra i cristiani, ci sono gli estremisti buddisti in Birmania, ci sono i nazionalisti induisti e i sionisti messianici in Israele. Il fanatismo religioso c’è in ogni civiltà: è quello che va combattuto».
La guerra all’Isis fin qui non ha dato i risultati sperati. Perché?
«Troppi pochi mezzi usati nelle offensive sul campo nei territori controllati dall’Isis mentre nelle strade d’Europa sono stati fatti molti errori. Lo stato d’emergenza è necessario, ma le brutalità a volte sono gratuite, dovute a carenze d’addestramento. È un po’ quello che è accaduto negli Usa con “Black Lives Matter”: un movimento che spinge le polizie a prepararsi meglio, ad affrontare le crisi nei ghetti i modo più professionale».
Intanto lo Stato Islamico si espande verso la Libia. Che fare?
«In Siria sinceramente non so. È una situazione incancrenita. Forse si può solo aiutare chi cerca una soluzione politica e tagliare ovunque possibile i canali di finanziamento dell’Isis sperando che alla fine l’incendio si spenga. In Libia, invece, è necessario un intervento della Ue a fianco di un governo che ridia un minimo di stabilità al Paese. In Siria è difficile andare oltre un’azione di contenimento, ma bisogna assolutamente evitare che l’Isis si espanda altrove».
Anche alleandosi con la Russia e chiudendo un occhio su quanto accade in Ucraina?
«Anche con la Russia, nonostante quei misfatti. La politica è l’arte di fare distinzioni. Si può cooperare in Medio Oriente con chi è un nemico in Europa. E a Damasco bisogna cambiare regime lasciando il Paese nell’orbita russa, alla quale la Siria appartiene da tempo».
Il filosofo Michael Walzer
«Ora il rischio è l’ascesa della destra demagogica»
intervista di Massimo Gaggi
«Lo Stato Islamico mette in pericolo la nostra sicurezza ma è anche, e forse soprattutto, una minaccia per le democrazie dell’Occidente che rischiano grosso in un clima di emergenza estrema». Il filosofo Michael Walzer, docente di Princeton e teorico della «guerra giusta», è intervenuto spesso sulla necessità di reagire con forza all’attacco del terrorismo in Europa, soprattutto dopo le stragi di Parigi. Oggi, però, dopo Bruxelles, guarda allarmato agli Stati Uniti, oltre che al nostro continente.
«Mi preoccupo ogni volta che i miei nipoti partono per Parigi e Bruxelles», confessa. «Ma adesso mi spaventa ancora di più quello che potrebbe accadere in ottobre, alla vigilia del voto per la Casa Bianca: un’ondata di attentati, magari anche qui, negli Stati Uniti. E Donald Trump che vince le elezioni».
A mali estremi, estremi rimedi, sostiene il candidato repubblicano per il quale la ferocia dei terroristi giustifica metodi di lotta più duri del «waterboarding» negli interrogatori dei prigionieri. Mette nel mirino anche le famiglie dei terroristi. Qualche pacifista sostiene che lei, dando una giustificazione morale alla «guerra giusta», dà un alibi a chi vuole cambiare le regole e passare a metodi sbrigativi.
«Assolutamente no. La guerra contro il terrorismo va vinta ma deve essere chiaro che quello che può essere accettabile in un’offensiva militare in Siria, non lo è nelle operazioni di polizia condotte nei Paesi occidentali. Bisogna assolutamente evitare gesti che possano favorire il reclutamento di altri jihadisti. E bisogna stare attenti a non indebolire le nostre democrazie giustificando le brutalità. Per questo oggi, più ancora dei danni immediati degli attacchi, mi preoccupano gli spazi che il terrorismo apre a una destra radicale, demagogica e antidemoratica».
Lei parla comunque di guerra, a proposito dell’Isis. Non si rischia di dare la dignità di quasi-Stato a quella che Barack Obama, temendo «conflitti di civiltà», liquida come una banda di volgari assassini?
«Il conflitto non è tra civilità diverse, ma all’interno di ogni religione: in ognuna sono spuntati gruppi radicali pronti a tutto. Ci sono nell’Islam, ma anche tra i cristiani, ci sono gli estremisti buddisti in Birmania, ci sono i nazionalisti induisti e i sionisti messianici in Israele. Il fanatismo religioso c’è in ogni civiltà: è quello che va combattuto».
La guerra all’Isis fin qui non ha dato i risultati sperati. Perché?
«Troppi pochi mezzi usati nelle offensive sul campo nei territori controllati dall’Isis mentre nelle strade d’Europa sono stati fatti molti errori. Lo stato d’emergenza è necessario, ma le brutalità a volte sono gratuite, dovute a carenze d’addestramento. È un po’ quello che è accaduto negli Usa con “Black Lives Matter”: un movimento che spinge le polizie a prepararsi meglio, ad affrontare le crisi nei ghetti i modo più professionale».
Intanto lo Stato Islamico si espande verso la Libia. Che fare?
«In Siria sinceramente non so. È una situazione incancrenita. Forse si può solo aiutare chi cerca una soluzione politica e tagliare ovunque possibile i canali di finanziamento dell’Isis sperando che alla fine l’incendio si spenga. In Libia, invece, è necessario un intervento della Ue a fianco di un governo che ridia un minimo di stabilità al Paese. In Siria è difficile andare oltre un’azione di contenimento, ma bisogna assolutamente evitare che l’Isis si espanda altrove».
Anche alleandosi con la Russia e chiudendo un occhio su quanto accade in Ucraina?
«Anche con la Russia, nonostante quei misfatti. La politica è l’arte di fare distinzioni. Si può cooperare in Medio Oriente con chi è un nemico in Europa. E a Damasco bisogna cambiare regime lasciando il Paese nell’orbita russa, alla quale la Siria appartiene da tempo».
Corriere 24.3.16
«Il radicalismo nichilista che nasce in famiglia»
di Lorenzo Cremonesi
«Anche questa volta abbiamo una coppia di fratelli tra i terroristi. Oggi Khalid e Ibrahim el Bakraoui, come ieri Salah Abdeslam e suo fratello Brahim. Oppure i due fratelli Kouachi nel caso del massacro a Charlie Hebdo . Si ripete lo stesso modello di radicalismo famigliare, molto intimo, ristretto a piccoli circoli di persone connesse con legami di sangue che si conoscono sin da bambini. È parte integrante di questo nuovo nichilismo che islamizza la radicalizzazione originaria dei suoi adepti». Olivier Roy commenta per il Corriere le informazioni che giungono da Bruxelles sull’identità dei terroristi. Professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, orientalista e politologo di origine francese, da tempo Roy esamina la crescita di quelli che definisce «nuovi nichilisti» nelle nostre città.
Dunque la cellula belga non è molto diversa da quelle che hanno colpito in Francia?
«Fanno parte dello stesso fenomeno. Sono nichilisti puri. Non cercano di costruire nulla. Non scappano in Siria a combattere. Non hanno un loro circolo, neppure cercano di fare proseliti. Vogliono semplicemente uccidere il massimo numero di persone con la massima pubblicità possibile. Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione. A un certo punto si sono radicalizzati in modo estremamente rapido. Dallo spaccio di droga e i piccoli crimini comuni sono passati ad ammirare Isis. Per loro l’ideologia e la pratica della violenza jihadista sono stati un modo per affrancarsi da una vita di marginalizzazione. Non contavano assolutamente nulla e improvvisamente sono diventati importanti, il mondo intero parla di loro».
Un familismo radicale?
«È un fenomeno generazionale, ma non popolare e non sociale. La radicalizzazione avviene tra gruppi minuscoli. Tra fratelli, appunto, ed eventualmente nel circolo degli amici più intimi. Rifiutano il modello offerto dai loro genitori, rifiutano la religione della moschea dove sono cresciuti. Quando scoprono Isis vorrebbero forse spiegarlo ai loro genitori, ma falliscono e si chiudono ancor più dal resto del mondo».
Sono popolari?
«Niente affatto. E a loro non interessa esserlo, si situano ai margini delle loro comunità».
Però abbiamo visto i ragazzini di Molenbeek tirare pietre contro polizia e giornalisti.
«La popolazione di quei quartieri semplicemente è stanca di intrusioni esterne. Praticamente però nessuno accetta il terrorismo di Isis. Tutt’altro. A tirare pietre sono ragazzini di 14 e 15 anni, o poco più. Ma non si tratta di un fenomeno di massa come a Belfast tre decenni fa. È tipico dei giovanissimi in questo tipo di quartieri. Lo fanno ora, ma lo facevano anche dieci anni fa, ben prima di Isis. I giornalisti ne parlano perché lo scoprono adesso».
È rilevante il fatto che le loro famiglie siano originarie del Maghreb?
«Certamente. In genere il problema degli immigrati maghrebini, specie di seconda o terza generazione, è che sono vittime della massima perdita di identità culturale. Sono sradicati totali e dunque più proni ad aprirsi alle ideologie più estremiste».
Può spiegare?
«In grande maggioranza turchi, siriani, egiziani e tanti immigrati provenienti dal mondo islamico tendono a mantenere legami forti con i Paesi di origine. Molti vanno nelle loro moschee, guardano i telegiornali dei loro Paesi, ogni tanto tornano per trovare parenti rimasti e amici. Ma nel caso del Maghreb tutto questo non vale, o vale molto meno. In genere le nuove generazioni non parlano più la lingua dei padri, più facilmente di altri perdono l’abitudine delle preghiere o di recarsi alla moschea. Insomma sono deculturalizzati al massimo. E proprio questa totale perdita dell’identità originaria culturale, linguistica, comunitaria e religiosa, li spinge più facilmente di altri a cercare risposte radicali e violente».
«Il radicalismo nichilista che nasce in famiglia»
di Lorenzo Cremonesi
«Anche questa volta abbiamo una coppia di fratelli tra i terroristi. Oggi Khalid e Ibrahim el Bakraoui, come ieri Salah Abdeslam e suo fratello Brahim. Oppure i due fratelli Kouachi nel caso del massacro a Charlie Hebdo . Si ripete lo stesso modello di radicalismo famigliare, molto intimo, ristretto a piccoli circoli di persone connesse con legami di sangue che si conoscono sin da bambini. È parte integrante di questo nuovo nichilismo che islamizza la radicalizzazione originaria dei suoi adepti». Olivier Roy commenta per il Corriere le informazioni che giungono da Bruxelles sull’identità dei terroristi. Professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, orientalista e politologo di origine francese, da tempo Roy esamina la crescita di quelli che definisce «nuovi nichilisti» nelle nostre città.
Dunque la cellula belga non è molto diversa da quelle che hanno colpito in Francia?
«Fanno parte dello stesso fenomeno. Sono nichilisti puri. Non cercano di costruire nulla. Non scappano in Siria a combattere. Non hanno un loro circolo, neppure cercano di fare proseliti. Vogliono semplicemente uccidere il massimo numero di persone con la massima pubblicità possibile. Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione. A un certo punto si sono radicalizzati in modo estremamente rapido. Dallo spaccio di droga e i piccoli crimini comuni sono passati ad ammirare Isis. Per loro l’ideologia e la pratica della violenza jihadista sono stati un modo per affrancarsi da una vita di marginalizzazione. Non contavano assolutamente nulla e improvvisamente sono diventati importanti, il mondo intero parla di loro».
Un familismo radicale?
«È un fenomeno generazionale, ma non popolare e non sociale. La radicalizzazione avviene tra gruppi minuscoli. Tra fratelli, appunto, ed eventualmente nel circolo degli amici più intimi. Rifiutano il modello offerto dai loro genitori, rifiutano la religione della moschea dove sono cresciuti. Quando scoprono Isis vorrebbero forse spiegarlo ai loro genitori, ma falliscono e si chiudono ancor più dal resto del mondo».
Sono popolari?
«Niente affatto. E a loro non interessa esserlo, si situano ai margini delle loro comunità».
Però abbiamo visto i ragazzini di Molenbeek tirare pietre contro polizia e giornalisti.
«La popolazione di quei quartieri semplicemente è stanca di intrusioni esterne. Praticamente però nessuno accetta il terrorismo di Isis. Tutt’altro. A tirare pietre sono ragazzini di 14 e 15 anni, o poco più. Ma non si tratta di un fenomeno di massa come a Belfast tre decenni fa. È tipico dei giovanissimi in questo tipo di quartieri. Lo fanno ora, ma lo facevano anche dieci anni fa, ben prima di Isis. I giornalisti ne parlano perché lo scoprono adesso».
È rilevante il fatto che le loro famiglie siano originarie del Maghreb?
«Certamente. In genere il problema degli immigrati maghrebini, specie di seconda o terza generazione, è che sono vittime della massima perdita di identità culturale. Sono sradicati totali e dunque più proni ad aprirsi alle ideologie più estremiste».
Può spiegare?
«In grande maggioranza turchi, siriani, egiziani e tanti immigrati provenienti dal mondo islamico tendono a mantenere legami forti con i Paesi di origine. Molti vanno nelle loro moschee, guardano i telegiornali dei loro Paesi, ogni tanto tornano per trovare parenti rimasti e amici. Ma nel caso del Maghreb tutto questo non vale, o vale molto meno. In genere le nuove generazioni non parlano più la lingua dei padri, più facilmente di altri perdono l’abitudine delle preghiere o di recarsi alla moschea. Insomma sono deculturalizzati al massimo. E proprio questa totale perdita dell’identità originaria culturale, linguistica, comunitaria e religiosa, li spinge più facilmente di altri a cercare risposte radicali e violente».
La Stampa 24.3.16
Quando le coppie di fratelli seminano il terrore
di Leonardo Martinelli
Ibrahim, 29 anni, kamikaze all’aeroporto, e Khalid, 27, stesso destino alla stazione della metropolitana di Maelbeek: erano i fratelli El Bakraoui. Gli ennesimi, stretti in una fedeltà d’acciaio, della galassia jihadista: come Salah e Brahim Abdeslam, pure loro di Bruxelles. O Chérif e Saïd Kouachi, che a Parigi gettarono la morte nella redazione di Charlie Hebdo. E ancora Mohammed Merah, antesignano nel 2012 di questo tipo di stragi in Francia, e il fratello Abdelkader, suo complice, oggi sotto processo. Fino a Dzochar e Tamerlan Tsarnaev, autori dell’attentato a Boston nel 2013.
Il background familiare
«Già nella vita normale l’associazione di due fratelli è cosa comune, per creare un’impresa o una band musicale – sottolinea Claude Halmos, psicanalista francese -. Ma nel caso dello jihadismo, esiste spesso una situazione familiare difficile: genitori con una storia personale pesante, l’impossibilità di dare dei riferimenti ai figli, condizioni di vita difficili». I Kouachi erano orfani (e la madre, negli ultimi anni di vita, si prostituiva), mentre il padre dei Merah era uno spacciatore.
Un passaggio nella piccola delinquenza è un’altra tappa obbligata per quasi tutti questi fratelli. Gli El Bakraoui erano nel mirino della polizia belga per «banditismo». Ovviamente, esiste pure qualche eccezione: i genitori degli Abdeslam, ad esempio, non hanno problemi apparenti: lui conducente della metropolitana di Bruxelles in pensione e la madre, casalinga, sono descritti come «adorabili» dai loro vicini a Molenbeek. I fratelli Belhoucine, francesi, accompagnarono la fidanzata di Amedy Coulibaly nella sua fuga in Siria (sono poi morti lì). Ebbene, Mohamed Belhoucine era stato addirittura studente di una prestigiosa scuola d’ingegneria, le Mines di Albi. Anche se proprio le sue difficoltà d’integrazione in quell’istituzione d’élite lo avevano avvicinato allo jihadismo.
Clan quasi incestuosi. «In genere la radicalizzazione non si fa contro ma per la famiglia» osserva Serge Hefez, psichiatra e psicanalista all’ospedale della Pitié Salpêtrière di Parigi -: nella sua logica, il giovane vuole riportare i propri cari alla tradizione e all’Islam delle origini. Si considera un salvatore». Mohammed Merah spinse addirittura la madre, che si era separata dal padre, a sposarsi con quello di Sabri Essid, altro jihadista di Tolosa, suo amico. «Creano legami di tipo clanico – conclude Halmos -, da famiglia allargata. E con rapporti a carattere incestuoso, anche se non reali».
Quando le coppie di fratelli seminano il terrore
di Leonardo Martinelli
Ibrahim, 29 anni, kamikaze all’aeroporto, e Khalid, 27, stesso destino alla stazione della metropolitana di Maelbeek: erano i fratelli El Bakraoui. Gli ennesimi, stretti in una fedeltà d’acciaio, della galassia jihadista: come Salah e Brahim Abdeslam, pure loro di Bruxelles. O Chérif e Saïd Kouachi, che a Parigi gettarono la morte nella redazione di Charlie Hebdo. E ancora Mohammed Merah, antesignano nel 2012 di questo tipo di stragi in Francia, e il fratello Abdelkader, suo complice, oggi sotto processo. Fino a Dzochar e Tamerlan Tsarnaev, autori dell’attentato a Boston nel 2013.
Il background familiare
«Già nella vita normale l’associazione di due fratelli è cosa comune, per creare un’impresa o una band musicale – sottolinea Claude Halmos, psicanalista francese -. Ma nel caso dello jihadismo, esiste spesso una situazione familiare difficile: genitori con una storia personale pesante, l’impossibilità di dare dei riferimenti ai figli, condizioni di vita difficili». I Kouachi erano orfani (e la madre, negli ultimi anni di vita, si prostituiva), mentre il padre dei Merah era uno spacciatore.
Un passaggio nella piccola delinquenza è un’altra tappa obbligata per quasi tutti questi fratelli. Gli El Bakraoui erano nel mirino della polizia belga per «banditismo». Ovviamente, esiste pure qualche eccezione: i genitori degli Abdeslam, ad esempio, non hanno problemi apparenti: lui conducente della metropolitana di Bruxelles in pensione e la madre, casalinga, sono descritti come «adorabili» dai loro vicini a Molenbeek. I fratelli Belhoucine, francesi, accompagnarono la fidanzata di Amedy Coulibaly nella sua fuga in Siria (sono poi morti lì). Ebbene, Mohamed Belhoucine era stato addirittura studente di una prestigiosa scuola d’ingegneria, le Mines di Albi. Anche se proprio le sue difficoltà d’integrazione in quell’istituzione d’élite lo avevano avvicinato allo jihadismo.
Clan quasi incestuosi. «In genere la radicalizzazione non si fa contro ma per la famiglia» osserva Serge Hefez, psichiatra e psicanalista all’ospedale della Pitié Salpêtrière di Parigi -: nella sua logica, il giovane vuole riportare i propri cari alla tradizione e all’Islam delle origini. Si considera un salvatore». Mohammed Merah spinse addirittura la madre, che si era separata dal padre, a sposarsi con quello di Sabri Essid, altro jihadista di Tolosa, suo amico. «Creano legami di tipo clanico – conclude Halmos -, da famiglia allargata. E con rapporti a carattere incestuoso, anche se non reali».
La Stampa 24.3.16
Distruggiamo la credibilità del Califfato
di Bill Emmott
Dopo atrocità terroristiche come quelle di martedì a Bruxelles o a Parigi a gennaio e novembre dello scorso anno, la pressione politica a reagire, agire, contrattaccare è sempre intensa. Ci impegniamo a non cedere al terrore, dicono tutti, però dobbiamo combattere. Ma come?
La risposta è: con la pazienza, con la determinazione e con la collaborazione.
La pazienza è al contempo la parte più difficile e la più importante.
Eppure l’esperienza tratta da ogni atto di terrorismo che si è verificato in Europa, in passato, sia in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Germania o Spagna, è che i peggiori errori sono stati commessi grazie a reazioni dure e frettolose che servono solo ad aiutare i terroristi a reclutare più sostenitori. La cosa giusta da fare è cercare di immaginare che cosa davvero potrebbe servire agli attentatori, allo Stato islamico, e quindi evitare di farlo. Sarebbero aiutati da misure dirette a emarginare la comunità musulmana locale o da ritorsioni arbitrarie e mal congegnate.
Come l’Esercito repubblicano irlandese nel mio Paese durante gli Anni 70 e 80, ciò che lo Stato islamico più desidera vedere sono i musulmani, i loro potenziali sostenitori, in Belgio o in Francia o altrove, arrestati e imprigionati senza processo, o deportati in base a un semplice sospetto. Nulla sarebbe loro più utile per creare la prossima serie di kamikaze.
I valori europei hanno bisogno di essere difesi, non sospesi e sovvertiti. Parte di questa difesa dev’essere una reale attenzione ai motivi di alienazione in una prospettiva di lungo termine. In primo luogo la crisi economica e con essa la mancanza di lavoro e di opportunità, un risentimento condiviso con il resto della popolazione in molti Paesi della zona euro.
Questo, però, non è un problema risolvibile nell’immediato, per quanto importante. Il problema più a breve termine che i governi europei possono e devono affrontare con determinazione e spirito di collaborazione è l’ascendente dello Stato islamico nel presentarsi come causa da seguire e per cui lottare.
Negli ultimi due-tre anni lo Stato islamico e il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, sono riusciti a rendersi credibili come potenza, e in particolare come una forza con la possibilità di affermarsi come uno Stato vero e proprio, che governa il territorio in Siria, Iraq e, forse, Libia. Il suo successo nel catturare le città di Mosul in Iraq e Raqqa, in Siria, in particolare, ha agito come fonte di ispirazione per molti musulmani, in Medio Oriente, come in Africa o in Europa.
Questo troppo spesso viene trascurato. Lo Stato islamico non è solo, o anche soprattutto, attraente per la sua ideologia o per la religione. Lo è per la sua credibilità. In effetti, sta facendo in Siria e in Iraq quello che la creazione di Israele, e poi la sua agguerrita difesa, hanno fatto in Palestina per gli ebrei.
La capacità di sferrare attacchi terroristici nelle città europee è parte di questa credibilità, ma non la più importante. Questo genere di attacchi, dopo tutto, sono stati messi a segno in precedenza da altri gruppi, tra cui Al Qaeda di Osama bin Laden, e da cani sciolti. La parte veramente significativa della credibilità dello Stato islamico sta nel suo nome: il suo successo nell’annettersi territorio e la creazione di uno Stato embrionale.
Quindi, dopo gli attacchi di Bruxelles, i governi europei hanno bisogno di concentrarsi su come intaccare e alla fine distruggere tale credibilità. Scongiurare ulteriori attacchi terroristici nelle loro città è un obiettivo comprensibile - e certamente per questo occorre un miglior lavoro di intelligence - ma in ultima analisi un obiettivo che non potrà mai essere pienamente raggiunto. Cambiare l’immagine dello Stato islamico in Siria, Iraq e Libia è qualcosa che è possibile, e può essere fatto.
Non è facile, altrimenti sarebbe già stato fatto. E non sarà ottenuto con sporadici bombardamenti su obiettivi dello Stato islamico da parte delle forze aeree britanniche, francesi, americane o russe. Ma potrebbe essere raggiunto se i governi europei mostrassero un’autentica determinazione e se lavorassero sodo per convincere l’amministrazione Obama che l’assunzione di un ruolo serio in un’azione militare durante il suo ultimo anno in carica è un rischio che vale la pena correre.
Il piano di inviare forze in Libia, sotto la guida italiana è una parte importante di questo scenario. Ma se dev’essere fatto, allora dev’essere fatto con un maggior numero di truppe e mezzi militari rispetto a quelle previste. Poi, i governi europei dovrebbero prendere in seria considerazione l’ipotesi di unire le forze con la Turchia, gli Stati arabi sunniti e il governo iracheno per cacciare lo Stato Islamico da Mosul.
L’obiettivo è semplice: si deve dimostrare che lo Stato islamico è perdente, una forza in declino e sostanzialmente senza speranza. Il calo dei prezzi del petrolio ha già ridotto il suo reddito. Le sconfitte militari, una dopo l’altra, lo renderebbero meno attraente come entità per cui combattere, sia in Medio Oriente o nelle città europee. Ciò può essere ottenuto solo con l’invio di vere truppe, in accordo con le nazioni arabe, per mettere a segno quelle sconfitte.
Non è una bella prospettiva. Ma l’alternativa è un continuo flusso di attacchi terroristici nelle città europee.
traduzione di Carla Reschia
Distruggiamo la credibilità del Califfato
di Bill Emmott
Dopo atrocità terroristiche come quelle di martedì a Bruxelles o a Parigi a gennaio e novembre dello scorso anno, la pressione politica a reagire, agire, contrattaccare è sempre intensa. Ci impegniamo a non cedere al terrore, dicono tutti, però dobbiamo combattere. Ma come?
La risposta è: con la pazienza, con la determinazione e con la collaborazione.
La pazienza è al contempo la parte più difficile e la più importante.
Eppure l’esperienza tratta da ogni atto di terrorismo che si è verificato in Europa, in passato, sia in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Germania o Spagna, è che i peggiori errori sono stati commessi grazie a reazioni dure e frettolose che servono solo ad aiutare i terroristi a reclutare più sostenitori. La cosa giusta da fare è cercare di immaginare che cosa davvero potrebbe servire agli attentatori, allo Stato islamico, e quindi evitare di farlo. Sarebbero aiutati da misure dirette a emarginare la comunità musulmana locale o da ritorsioni arbitrarie e mal congegnate.
Come l’Esercito repubblicano irlandese nel mio Paese durante gli Anni 70 e 80, ciò che lo Stato islamico più desidera vedere sono i musulmani, i loro potenziali sostenitori, in Belgio o in Francia o altrove, arrestati e imprigionati senza processo, o deportati in base a un semplice sospetto. Nulla sarebbe loro più utile per creare la prossima serie di kamikaze.
I valori europei hanno bisogno di essere difesi, non sospesi e sovvertiti. Parte di questa difesa dev’essere una reale attenzione ai motivi di alienazione in una prospettiva di lungo termine. In primo luogo la crisi economica e con essa la mancanza di lavoro e di opportunità, un risentimento condiviso con il resto della popolazione in molti Paesi della zona euro.
Questo, però, non è un problema risolvibile nell’immediato, per quanto importante. Il problema più a breve termine che i governi europei possono e devono affrontare con determinazione e spirito di collaborazione è l’ascendente dello Stato islamico nel presentarsi come causa da seguire e per cui lottare.
Negli ultimi due-tre anni lo Stato islamico e il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, sono riusciti a rendersi credibili come potenza, e in particolare come una forza con la possibilità di affermarsi come uno Stato vero e proprio, che governa il territorio in Siria, Iraq e, forse, Libia. Il suo successo nel catturare le città di Mosul in Iraq e Raqqa, in Siria, in particolare, ha agito come fonte di ispirazione per molti musulmani, in Medio Oriente, come in Africa o in Europa.
Questo troppo spesso viene trascurato. Lo Stato islamico non è solo, o anche soprattutto, attraente per la sua ideologia o per la religione. Lo è per la sua credibilità. In effetti, sta facendo in Siria e in Iraq quello che la creazione di Israele, e poi la sua agguerrita difesa, hanno fatto in Palestina per gli ebrei.
La capacità di sferrare attacchi terroristici nelle città europee è parte di questa credibilità, ma non la più importante. Questo genere di attacchi, dopo tutto, sono stati messi a segno in precedenza da altri gruppi, tra cui Al Qaeda di Osama bin Laden, e da cani sciolti. La parte veramente significativa della credibilità dello Stato islamico sta nel suo nome: il suo successo nell’annettersi territorio e la creazione di uno Stato embrionale.
Quindi, dopo gli attacchi di Bruxelles, i governi europei hanno bisogno di concentrarsi su come intaccare e alla fine distruggere tale credibilità. Scongiurare ulteriori attacchi terroristici nelle loro città è un obiettivo comprensibile - e certamente per questo occorre un miglior lavoro di intelligence - ma in ultima analisi un obiettivo che non potrà mai essere pienamente raggiunto. Cambiare l’immagine dello Stato islamico in Siria, Iraq e Libia è qualcosa che è possibile, e può essere fatto.
Non è facile, altrimenti sarebbe già stato fatto. E non sarà ottenuto con sporadici bombardamenti su obiettivi dello Stato islamico da parte delle forze aeree britanniche, francesi, americane o russe. Ma potrebbe essere raggiunto se i governi europei mostrassero un’autentica determinazione e se lavorassero sodo per convincere l’amministrazione Obama che l’assunzione di un ruolo serio in un’azione militare durante il suo ultimo anno in carica è un rischio che vale la pena correre.
Il piano di inviare forze in Libia, sotto la guida italiana è una parte importante di questo scenario. Ma se dev’essere fatto, allora dev’essere fatto con un maggior numero di truppe e mezzi militari rispetto a quelle previste. Poi, i governi europei dovrebbero prendere in seria considerazione l’ipotesi di unire le forze con la Turchia, gli Stati arabi sunniti e il governo iracheno per cacciare lo Stato Islamico da Mosul.
L’obiettivo è semplice: si deve dimostrare che lo Stato islamico è perdente, una forza in declino e sostanzialmente senza speranza. Il calo dei prezzi del petrolio ha già ridotto il suo reddito. Le sconfitte militari, una dopo l’altra, lo renderebbero meno attraente come entità per cui combattere, sia in Medio Oriente o nelle città europee. Ciò può essere ottenuto solo con l’invio di vere truppe, in accordo con le nazioni arabe, per mettere a segno quelle sconfitte.
Non è una bella prospettiva. Ma l’alternativa è un continuo flusso di attacchi terroristici nelle città europee.
traduzione di Carla Reschia
Il Sole 24.3.16
Il Maghreb dietro la Grand Place
A Bruxelles uno stretto canale separa due mondi. Divide le lacrime di chi commemora le vittime dalla paura di chi teme di subire ancor più discriminazioni. È la paura di chi vive a Molenbeek
di Roberto Bongiorni
Le lacrime e il dolore di chi accende candele e canta slogan contro l'estremismo islamico, la paura di chi teme di subire ancor più discriminazioni di quante già si lamenta di subirne. A Molenbeek nei giovani la paura non di rado si trasforma in una tangibile diffidenza. A volte rasenta il rancore.
Il giorno dopo la strage di Bruxelles, sul grande quartiere battezzato la “roccaforte del jihadismo europeo” grava una cappa pesante. È strano percorrere 15 minuti a piedi dalla Grand Place e dai suoi lussuosi negozi e ritrovarsi in questo angolo in cui tutto ricorda il Maghreb e dove, al di là di qualche giornalista straniera, vedere una donna senza l’hijab (il velo islamico) è piuttosto raro. Se non fosse per i tipici edifici fiamminghi in mattoni rossi, sembrerebbe di ritrovarsi in una città del Nord Africa. Dove tutto ha il sapore dell’Islam. Dagli odori che si sprigionano dai ristoranti, alle musiche, fino ai narghilè.
Qui Chokry Akbar passa inosservato. La sua lunga e candida barba islamica, la bianca veste musulmana che lo ricopre fino ai piedi, cinti dai sandali, tutto ciò attirerebbe l’attenzione dei passanti nelle città italiane. Pakistano, 66 anni, pensionato, Chokry pare il paradigma della divisione generazionale tra la vecchia immigrazione e la quarta generazione. «Abito qui da 34 anni. Non ho paura ma i giovani mi preoccupano. In moschea ormai siamo quasi solo anziani. Capisco che la disoccupazione generi rabbia, ma la rabbia non porta a niente. Questi estremisti non hanno compreso l’Islam. Non sono musulmani. Io trascorro la mia vita tra la casa e la moschea». Chokry è loquace, ma la maggior parte dei passanti si rifiuta di parlare.
A Molenbeek vivono 95mila persone, di cui 40mila di origine marocchina. La percentuale di musulmani è del 45% ma in alcune aree si arriva all’80. Il tasso di chi non ha un lavoro o è inattivo è altissimo, addirittura del 60% tra i giovani musulmani.
Eppure questo distretto, il secondo più povero delle 19 municipalità di Bruxelles (ognuna con un proprio sindaco), era un tempo una fiorente città industriale, dove le fonderie davano lavoro a migliaia di persone. Tanto da meritarsi l’appellativo di piccola Manchester. Poi gli anni di crisi. E l’atteggiamento delle autorità di “delegare” ai leader della comunità musulmana compiti che dovevano essere gestiti quantomeno congiuntamente.
Molenbeek è grande; sei chilometri quadrati che si addossano al centro città come una propaggine disordinata. È facile nascondersi. Chi accetta di parlare spesso nega che il jihadismo abbia trovato un terreno fertile. Fatima, nata in Belgio, ma originaria di Tangeri, arriva a una conclusione che suona paradossale: «Qui non esiste l’estremismo islamico. Molenbeek è tranquilla. Io penso che sia una complotto straniero o dei servizi segreti per colpire l’Islam».
E i numerosi foreign fighters partiti da questo quartiere per unirsi all’Isis in Siria e in Iraq? «Sono stati reclutati da estremisti siriani, che hanno sfruttato la loro rabbia», irrompe la sua amica che si allontana subito, irritata.
Eppure siamo ancora sulla piazza del Municipio. E se da un lato c’è il municipio presidiato da mezzi dell’esercito e difeso da barriere, giusto sul lato opposto si trova un edificio bianco dove ha vissuto fino all’anno scorso un certo Salah Abdelslam, vale a dire il terrorista fantasma ricercato per la strage del 13 novembre a Parigi e catturato sabato scorso a pochi chilometri da qui.
Sono troppi i precedenti per parlare di caso fortuito. A Molenbeek, una cellula qaedista aveva organizzato l’assassinio del leggendario comandante afghano Shah Massoud, nemico dei talebani, il 9 settembre 2011. Sempre qui è stata pianificata la strage alla stazione ferroviaria di Madrid del 2004. E tra le case in mattoni di questo quartiere ha vissuto per mesi anche uno dei due fratelli Kouachi, gli autori della carneficina nella redazione parigina di Charlie Hebdo. Sempre a Molenbeek aveva trovato ospitalità per mesi Mehedi Nemmouche, l’autore dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles nel maggio 2014, costato la vita a quattro persone. E ancora qui ha vissuto Ayoub el-Khazani, il terrorista che l’estate scorsa aveva cercato di aprire il fuoco a bordo del treno Amsterdam-Thalys diretto a Parigi. Molenbeek. Sempre Molenbeek. Dove è cresciuto Abdelhamid Abaaoud, la presunta mente degli attentati di Parigi, ucciso in novembre dalle forze speciali francesi.Sempre in questo quartiere, dove trovare un’arma non è un’impresa, sono state comprate la piccola mitragliatrice e la pistola utilizzate nell’attentato nel negozio kasher a Parigi. Ed è stata noleggiata la Volkswagen Polo nera usata dal “commando del Bataclan”.
Il problema esiste, è evidente. Qualcuno che fiancheggia i terroristi ci deve pur essere. Ma chi accetta di conversare apertamente preferisce parlare dei fattori che, a suo avviso, avvicinano i giovani all’Islam radicale. «Quando sento parlare di musulmani moderati mi monta il sangue alla testa. Tutti i musulmani sono moderati, l’estremismo non appartiene all’Islam. Io un lavoro ce l’ho, e posso mantenere la famiglia. Ma vi assicuro che la radicalizzazione è figlia della disoccupazione e dell’emarginazione», precisa Salim, marocchino, tre figli. «È stata una strage terribile. Noi musulmani siamo molto addolorati. Ma siamo anche le prime vittime di questo estremismo. La gente a Molenbeek non vuole la criminalità, ripudia l’estremismo. Siamo 700mila musulmani in Belgio. I terroristi saranno qualche decina. Al massimo».
Nella piazza da cui parte la Rue Ribacourt i bar ricordano quelli di Fez. E la clientela sono soprattutto giovani seduti all’esterno, lo sguardo perso nel vuoto.Quando cerchiamo di filmare l’interno del pittoresco locale uno di loro si alza, urla, vuole il telefonino per controllare che non siano state scattate foto. Non demorde. Minaccia. «Non siete i benvenuti», ci urla contro fino a invitarci ad andarcene via. Ma c’è anche una diversa Molenbeek. Quella di giovani aperti e integrati, che ripetono incessantemente: «La soluzione vincente è l’integrazione. Il peggior nemico del radicalismo».
Il Maghreb dietro la Grand Place
A Bruxelles uno stretto canale separa due mondi. Divide le lacrime di chi commemora le vittime dalla paura di chi teme di subire ancor più discriminazioni. È la paura di chi vive a Molenbeek
di Roberto Bongiorni
Le lacrime e il dolore di chi accende candele e canta slogan contro l'estremismo islamico, la paura di chi teme di subire ancor più discriminazioni di quante già si lamenta di subirne. A Molenbeek nei giovani la paura non di rado si trasforma in una tangibile diffidenza. A volte rasenta il rancore.
Il giorno dopo la strage di Bruxelles, sul grande quartiere battezzato la “roccaforte del jihadismo europeo” grava una cappa pesante. È strano percorrere 15 minuti a piedi dalla Grand Place e dai suoi lussuosi negozi e ritrovarsi in questo angolo in cui tutto ricorda il Maghreb e dove, al di là di qualche giornalista straniera, vedere una donna senza l’hijab (il velo islamico) è piuttosto raro. Se non fosse per i tipici edifici fiamminghi in mattoni rossi, sembrerebbe di ritrovarsi in una città del Nord Africa. Dove tutto ha il sapore dell’Islam. Dagli odori che si sprigionano dai ristoranti, alle musiche, fino ai narghilè.
Qui Chokry Akbar passa inosservato. La sua lunga e candida barba islamica, la bianca veste musulmana che lo ricopre fino ai piedi, cinti dai sandali, tutto ciò attirerebbe l’attenzione dei passanti nelle città italiane. Pakistano, 66 anni, pensionato, Chokry pare il paradigma della divisione generazionale tra la vecchia immigrazione e la quarta generazione. «Abito qui da 34 anni. Non ho paura ma i giovani mi preoccupano. In moschea ormai siamo quasi solo anziani. Capisco che la disoccupazione generi rabbia, ma la rabbia non porta a niente. Questi estremisti non hanno compreso l’Islam. Non sono musulmani. Io trascorro la mia vita tra la casa e la moschea». Chokry è loquace, ma la maggior parte dei passanti si rifiuta di parlare.
A Molenbeek vivono 95mila persone, di cui 40mila di origine marocchina. La percentuale di musulmani è del 45% ma in alcune aree si arriva all’80. Il tasso di chi non ha un lavoro o è inattivo è altissimo, addirittura del 60% tra i giovani musulmani.
Eppure questo distretto, il secondo più povero delle 19 municipalità di Bruxelles (ognuna con un proprio sindaco), era un tempo una fiorente città industriale, dove le fonderie davano lavoro a migliaia di persone. Tanto da meritarsi l’appellativo di piccola Manchester. Poi gli anni di crisi. E l’atteggiamento delle autorità di “delegare” ai leader della comunità musulmana compiti che dovevano essere gestiti quantomeno congiuntamente.
Molenbeek è grande; sei chilometri quadrati che si addossano al centro città come una propaggine disordinata. È facile nascondersi. Chi accetta di parlare spesso nega che il jihadismo abbia trovato un terreno fertile. Fatima, nata in Belgio, ma originaria di Tangeri, arriva a una conclusione che suona paradossale: «Qui non esiste l’estremismo islamico. Molenbeek è tranquilla. Io penso che sia una complotto straniero o dei servizi segreti per colpire l’Islam».
E i numerosi foreign fighters partiti da questo quartiere per unirsi all’Isis in Siria e in Iraq? «Sono stati reclutati da estremisti siriani, che hanno sfruttato la loro rabbia», irrompe la sua amica che si allontana subito, irritata.
Eppure siamo ancora sulla piazza del Municipio. E se da un lato c’è il municipio presidiato da mezzi dell’esercito e difeso da barriere, giusto sul lato opposto si trova un edificio bianco dove ha vissuto fino all’anno scorso un certo Salah Abdelslam, vale a dire il terrorista fantasma ricercato per la strage del 13 novembre a Parigi e catturato sabato scorso a pochi chilometri da qui.
Sono troppi i precedenti per parlare di caso fortuito. A Molenbeek, una cellula qaedista aveva organizzato l’assassinio del leggendario comandante afghano Shah Massoud, nemico dei talebani, il 9 settembre 2011. Sempre qui è stata pianificata la strage alla stazione ferroviaria di Madrid del 2004. E tra le case in mattoni di questo quartiere ha vissuto per mesi anche uno dei due fratelli Kouachi, gli autori della carneficina nella redazione parigina di Charlie Hebdo. Sempre a Molenbeek aveva trovato ospitalità per mesi Mehedi Nemmouche, l’autore dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles nel maggio 2014, costato la vita a quattro persone. E ancora qui ha vissuto Ayoub el-Khazani, il terrorista che l’estate scorsa aveva cercato di aprire il fuoco a bordo del treno Amsterdam-Thalys diretto a Parigi. Molenbeek. Sempre Molenbeek. Dove è cresciuto Abdelhamid Abaaoud, la presunta mente degli attentati di Parigi, ucciso in novembre dalle forze speciali francesi.Sempre in questo quartiere, dove trovare un’arma non è un’impresa, sono state comprate la piccola mitragliatrice e la pistola utilizzate nell’attentato nel negozio kasher a Parigi. Ed è stata noleggiata la Volkswagen Polo nera usata dal “commando del Bataclan”.
Il problema esiste, è evidente. Qualcuno che fiancheggia i terroristi ci deve pur essere. Ma chi accetta di conversare apertamente preferisce parlare dei fattori che, a suo avviso, avvicinano i giovani all’Islam radicale. «Quando sento parlare di musulmani moderati mi monta il sangue alla testa. Tutti i musulmani sono moderati, l’estremismo non appartiene all’Islam. Io un lavoro ce l’ho, e posso mantenere la famiglia. Ma vi assicuro che la radicalizzazione è figlia della disoccupazione e dell’emarginazione», precisa Salim, marocchino, tre figli. «È stata una strage terribile. Noi musulmani siamo molto addolorati. Ma siamo anche le prime vittime di questo estremismo. La gente a Molenbeek non vuole la criminalità, ripudia l’estremismo. Siamo 700mila musulmani in Belgio. I terroristi saranno qualche decina. Al massimo».
Nella piazza da cui parte la Rue Ribacourt i bar ricordano quelli di Fez. E la clientela sono soprattutto giovani seduti all’esterno, lo sguardo perso nel vuoto.Quando cerchiamo di filmare l’interno del pittoresco locale uno di loro si alza, urla, vuole il telefonino per controllare che non siano state scattate foto. Non demorde. Minaccia. «Non siete i benvenuti», ci urla contro fino a invitarci ad andarcene via. Ma c’è anche una diversa Molenbeek. Quella di giovani aperti e integrati, che ripetono incessantemente: «La soluzione vincente è l’integrazione. Il peggior nemico del radicalismo».
il manifesto 24.3.16
Israele
È questa l’«unica democrazia» del Medio Oriente
Le accuse di spionaggio al gruppo di militari di «Rompere il silenzio» che testimoniano i crimini contro i palestinesi, rivela l’alleanza nazional-fondamentalista che, intorno a Netanyahu, oggi governa a Tel Aviv
di Zvi Schuldiner
Mi ha telefonato un’attivista del gruppo Machsom Watch, che non sapeva quando sarebbe rientrata a casa perché era stata «trattenuta» dalla polizia, non arrestata, tanto però da impedirle di muoversi per tre ore…perché? Le attiviste del Machsom Watch si recano con regolarità al posto di blocco di Calandia e con la loro presenza cercano di aiutare i palestinesi a passare, documentando gli abusi compiuti dall’esercito e dalla polizia.
Non c’è stato un comunicato sulle ragioni del fermo dell’attivista, ma l’episodio è una dimostrazione evidente dell’ambiente ostile e delle direttive problematiche emanate da tutti gli organismi di sicurezza in Israele. Il governo lancia costantemente un messaggio ben preciso a quegli israeliani che cercano di difendere i diritti più elementari della popolazione palestinese sotto occupazione. Nel caso di cui sopra, le persone trattenute sono poi state lasciate andare, ma ci sarà un’inchiesta per aver «disturbato l’attività di polizia»!
Una «nuova» trappola
Non c’è nulla di sorprendente. L’ultradestra ha appena «festeggiato» una nuova trappola ideata da un gruppo le cui origini e forme di finanziamento sono tuttora oscure. Si chiama «Finora» e il suo obiettivo è difendere il buon nome del paese, macchiato «da ogni sorta di organizzazioni che si dicono paladine dei diritti umani ma sono finanziate da paesi stranieri per diffamare Israele». Un «agente» del gruppo si è infiltrato in Shobrim Shtika (Rompere il silenzio) ed è stato segretamente filmato mentre in un incontro con uno degli attivisti del gruppo cerca di convincerlo che ha informazioni di prima mano a proposito di fatti che accadono alla frontiera con la Siria. L’attivista gli risponde che Shobrim Shtika si occupa solo dei territori occupati in Cisgiordania e dei fatti occorsi durante la guerra contro Gaza. L’agente di Finora insiste.
Alla fine dell’incontro l’attivista gli dice che appunto la questione è chiusa, ma che è disposto ad ascoltare, ma che le parole che seguiranno non saranno registrate da Shobrim Shtika e non faranno parte delle campagne del gruppo. Tuttavia, tanto basta a far passare il video a Canal 2, il più seguito in Israele.
La cosa viene messa in questi termini. Succedono cose gravi: Shobrim Shtika raccoglie segreti di Stato da diffondere poi a livello mondiale. Tutti reagiscono come ci si aspetta: il primo ministro Netanyahu e il ministro della difesa Yaalon dispongono un’inchiesta sul gruppo per decidere se non debba essere dichiarato illegale. Spionaggio! Tradimento! Metteteli in galera! Rendeteli illegali! Sono pagati dai paesi europei! In poche ore sono fioccate condanne, denunce e un’alluvione di patriottismo, anche da parte del «centro» e della «sinistra moderata».
Alle elezioni del 2013 Yair Lapid, noto commentatore televisivo, dal discorso sempre moderato e sempre sprovvisto di contenuti reali, aveva saputo usare il malcontento delle manifestazioni popolari del 2011 e l’antipatia rispetto alle forze clericali ed era apparso come la grande promessa del centro moderato. Dopo la sconfitta alle ultime elezioni del 2015, egli cerca di accreditarsi come patriota responsabile, prega e si rende simpatico ai partiti religiosi, usa la peggior retorica della destra per guadagnare voti.
È l’opportunismo di chi capisce bene che in questo periodo di grande tensione e attacchi terroristi nel mondo è meglio presentarsi come fascisti piuttosto che come pacifisti. Anche nel partito laburista si levano le voci delle «persone responsabili»: della serie…siamo oppositori di Netanyahu però…l’esercito, la patria…lo spionaggio…le leggi da rispettare..!
Il gruppo «Finora» è avvolto nell’oscurità e non è dato sapere chi lo finanzi. Né si sa se abbia connessioni con elementi dei servizi segreti. Comunque oggi in Israele è facile trasformare una evidentissima provocazione in un caso di patriottismo, evocando il tradimento alla patria, lo spionaggio. Sono stati in pochi davvero a dire che si è trattato di una farsa. Niente da fare: condannare Shobrim Shtika è chic.
Negli ultimi sei mesi è diventato chiaro il nesso fra l’impasse provocata dagli attacchi di bambini e giovani palestinesi e la politica del governo israeliano. Il premier Netanyahu e i suoi alleati si sono imbarcati in un duplice progetto: da una parte rendere impossibile il processo di pace – creando la disperazione che poi porta tanti giovani palestinesi agli attacchi suicidi – e dall’altra usare la paura per distruggere man mano gli elementi che ancora rimangono di una società democratica.
Etnocrazia, demagogia e menzogna
Democrazia è qualcosa di molto diverso da etnocrazia, cioè democrazia per gli ebrei mentre i cittadini palestinesi israeliani e ovviamente i palestinesi dei territori occupati sono ormai solo un ostacolo per i disegni dell’alleanza nazional-fondamentalista che oggi regna in Israele. La demagogia e la menzogna regnano e il degrado delle istituzioni non ha soste. Dopo gli attacchi dei palestinesi costati la vita a 35 israeliani, sono stati uccisi fra 200 e 220 palestinesi: non solo quelli che avevano preso parte agli attacchi, ma anche chi era sospettato di aver partecipato, o persone che qualche patriota israeliano ha considerato sospette in quanto arabe. La paura alimenta il grande appoggio alla politica demenziale della destra israeliana e tutto è giustificabile. Un linciaggio? Beh, ci voleva uccidere. Uso di armi da fuoco davanti a bambini? Stavano per lanciare pietre o peggio.
Attacco a Istanbul. Tre israeliani uccisi. Grande sfoggio di retorica da parte del nostro egregio premier il quale dichiara: «Il terrorismo semina morte nel mondo. Israele è schierata sul fronte della guerra contro il terrorismo globale. Questa è prima di tutto una battaglia militare, ma anche morale. La chiave per la guerra morale contro il terrorismo è mettere in chiaro che il terrorismo, l’assassinio di innocenti non è giustificato in nessun luogo, a Istanbul come in Costa d’Avorio o a Gerusalemme».
Per qualche ragione, Netanyahu dimentica che nell’ultima guerra a Gaza le forze israeliane hanno assassinato più di 2.300 palestinesi…e se anche mille fossero stati «terroristi di Hamas», anche a quel contesto si sarebbe dovuta applicare la teoria del primo ministro contro il terrorismo, nella forma del terrorismo di Stato.
In un’intervista a una televisione europea, il famoso scrittore David Grossman ha riassunto la terribile situazione nella quale si trova il paese, sotto l’egida del fanatismo nazional-fondamentalista. E quando gli è stata rivolta una domanda circa la proposta avanzata dalla ministra della cultura, di introdurre la questione della lealtà (alla patria, all’ideale sionista) come criterio per il sostegno finanziario ad attività culturali, Grossman ha tagliato corto affermando che l’idea del controllo della lealtà «è fascista».
Israele
È questa l’«unica democrazia» del Medio Oriente
Le accuse di spionaggio al gruppo di militari di «Rompere il silenzio» che testimoniano i crimini contro i palestinesi, rivela l’alleanza nazional-fondamentalista che, intorno a Netanyahu, oggi governa a Tel Aviv
di Zvi Schuldiner
Mi ha telefonato un’attivista del gruppo Machsom Watch, che non sapeva quando sarebbe rientrata a casa perché era stata «trattenuta» dalla polizia, non arrestata, tanto però da impedirle di muoversi per tre ore…perché? Le attiviste del Machsom Watch si recano con regolarità al posto di blocco di Calandia e con la loro presenza cercano di aiutare i palestinesi a passare, documentando gli abusi compiuti dall’esercito e dalla polizia.
Non c’è stato un comunicato sulle ragioni del fermo dell’attivista, ma l’episodio è una dimostrazione evidente dell’ambiente ostile e delle direttive problematiche emanate da tutti gli organismi di sicurezza in Israele. Il governo lancia costantemente un messaggio ben preciso a quegli israeliani che cercano di difendere i diritti più elementari della popolazione palestinese sotto occupazione. Nel caso di cui sopra, le persone trattenute sono poi state lasciate andare, ma ci sarà un’inchiesta per aver «disturbato l’attività di polizia»!
Una «nuova» trappola
Non c’è nulla di sorprendente. L’ultradestra ha appena «festeggiato» una nuova trappola ideata da un gruppo le cui origini e forme di finanziamento sono tuttora oscure. Si chiama «Finora» e il suo obiettivo è difendere il buon nome del paese, macchiato «da ogni sorta di organizzazioni che si dicono paladine dei diritti umani ma sono finanziate da paesi stranieri per diffamare Israele». Un «agente» del gruppo si è infiltrato in Shobrim Shtika (Rompere il silenzio) ed è stato segretamente filmato mentre in un incontro con uno degli attivisti del gruppo cerca di convincerlo che ha informazioni di prima mano a proposito di fatti che accadono alla frontiera con la Siria. L’attivista gli risponde che Shobrim Shtika si occupa solo dei territori occupati in Cisgiordania e dei fatti occorsi durante la guerra contro Gaza. L’agente di Finora insiste.
Alla fine dell’incontro l’attivista gli dice che appunto la questione è chiusa, ma che è disposto ad ascoltare, ma che le parole che seguiranno non saranno registrate da Shobrim Shtika e non faranno parte delle campagne del gruppo. Tuttavia, tanto basta a far passare il video a Canal 2, il più seguito in Israele.
La cosa viene messa in questi termini. Succedono cose gravi: Shobrim Shtika raccoglie segreti di Stato da diffondere poi a livello mondiale. Tutti reagiscono come ci si aspetta: il primo ministro Netanyahu e il ministro della difesa Yaalon dispongono un’inchiesta sul gruppo per decidere se non debba essere dichiarato illegale. Spionaggio! Tradimento! Metteteli in galera! Rendeteli illegali! Sono pagati dai paesi europei! In poche ore sono fioccate condanne, denunce e un’alluvione di patriottismo, anche da parte del «centro» e della «sinistra moderata».
Alle elezioni del 2013 Yair Lapid, noto commentatore televisivo, dal discorso sempre moderato e sempre sprovvisto di contenuti reali, aveva saputo usare il malcontento delle manifestazioni popolari del 2011 e l’antipatia rispetto alle forze clericali ed era apparso come la grande promessa del centro moderato. Dopo la sconfitta alle ultime elezioni del 2015, egli cerca di accreditarsi come patriota responsabile, prega e si rende simpatico ai partiti religiosi, usa la peggior retorica della destra per guadagnare voti.
È l’opportunismo di chi capisce bene che in questo periodo di grande tensione e attacchi terroristi nel mondo è meglio presentarsi come fascisti piuttosto che come pacifisti. Anche nel partito laburista si levano le voci delle «persone responsabili»: della serie…siamo oppositori di Netanyahu però…l’esercito, la patria…lo spionaggio…le leggi da rispettare..!
Il gruppo «Finora» è avvolto nell’oscurità e non è dato sapere chi lo finanzi. Né si sa se abbia connessioni con elementi dei servizi segreti. Comunque oggi in Israele è facile trasformare una evidentissima provocazione in un caso di patriottismo, evocando il tradimento alla patria, lo spionaggio. Sono stati in pochi davvero a dire che si è trattato di una farsa. Niente da fare: condannare Shobrim Shtika è chic.
Negli ultimi sei mesi è diventato chiaro il nesso fra l’impasse provocata dagli attacchi di bambini e giovani palestinesi e la politica del governo israeliano. Il premier Netanyahu e i suoi alleati si sono imbarcati in un duplice progetto: da una parte rendere impossibile il processo di pace – creando la disperazione che poi porta tanti giovani palestinesi agli attacchi suicidi – e dall’altra usare la paura per distruggere man mano gli elementi che ancora rimangono di una società democratica.
Etnocrazia, demagogia e menzogna
Democrazia è qualcosa di molto diverso da etnocrazia, cioè democrazia per gli ebrei mentre i cittadini palestinesi israeliani e ovviamente i palestinesi dei territori occupati sono ormai solo un ostacolo per i disegni dell’alleanza nazional-fondamentalista che oggi regna in Israele. La demagogia e la menzogna regnano e il degrado delle istituzioni non ha soste. Dopo gli attacchi dei palestinesi costati la vita a 35 israeliani, sono stati uccisi fra 200 e 220 palestinesi: non solo quelli che avevano preso parte agli attacchi, ma anche chi era sospettato di aver partecipato, o persone che qualche patriota israeliano ha considerato sospette in quanto arabe. La paura alimenta il grande appoggio alla politica demenziale della destra israeliana e tutto è giustificabile. Un linciaggio? Beh, ci voleva uccidere. Uso di armi da fuoco davanti a bambini? Stavano per lanciare pietre o peggio.
Attacco a Istanbul. Tre israeliani uccisi. Grande sfoggio di retorica da parte del nostro egregio premier il quale dichiara: «Il terrorismo semina morte nel mondo. Israele è schierata sul fronte della guerra contro il terrorismo globale. Questa è prima di tutto una battaglia militare, ma anche morale. La chiave per la guerra morale contro il terrorismo è mettere in chiaro che il terrorismo, l’assassinio di innocenti non è giustificato in nessun luogo, a Istanbul come in Costa d’Avorio o a Gerusalemme».
Per qualche ragione, Netanyahu dimentica che nell’ultima guerra a Gaza le forze israeliane hanno assassinato più di 2.300 palestinesi…e se anche mille fossero stati «terroristi di Hamas», anche a quel contesto si sarebbe dovuta applicare la teoria del primo ministro contro il terrorismo, nella forma del terrorismo di Stato.
In un’intervista a una televisione europea, il famoso scrittore David Grossman ha riassunto la terribile situazione nella quale si trova il paese, sotto l’egida del fanatismo nazional-fondamentalista. E quando gli è stata rivolta una domanda circa la proposta avanzata dalla ministra della cultura, di introdurre la questione della lealtà (alla patria, all’ideale sionista) come criterio per il sostegno finanziario ad attività culturali, Grossman ha tagliato corto affermando che l’idea del controllo della lealtà «è fascista».
Il Sole 24.3.16
Berlino aumenta la spesa pubblica
Il budget 2017. Un incremento di 31 miliardi nei prossimi quattro anni
L’impegno di Schäuble: bilancio sempre in pareggio
Le risorse serviranno soprattutto a finanziare il piano di accoglienza dei rifugiati
In aumento del 6,8% anche la spesa per la difesa.
di Alessandro Merli
Francoforte Il Governo tedesco ha confermato ieri di voler mantenere il bilancio in pareggio fino al 2020, un proposito immediatamente criticato dalle istituzioni europee, dagli osservatori di mercato e da parte della stessa coalizione di maggioranza come non sufficientemente espansivo, soprattutto nel promuovere gli investimenti pubblici.
Dopo aver ottenuto il pareggio di bilancio nel 2014, il cosiddetto “schwarze Null”, o zero nero, per la prima volta dal 1969, e averlo confermato negli anni successivi, il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha annunciato ieri nel progetto di legge finanziaria per il 2017 di voler chiudere ancora una volta i conti senza l’assunzione di nuovo debito netto l’anno prossimo e negli anni successivi fino al 2020. «Manteniamo la parola», ha dichiarato Schaeuble, per cui il bilancio in pareggio è diventato secondo alcuni, compreso qualcuno dei suoi alleati socialdemocratici, “un feticcio”, secondo altri l’elemento decisivo per consegnare alla storia il suo mandato di responsabile delle finanze federali.
L’ottimo andamento del mercato del lavoro e dei consumi interni, che genera un aumento delle entrate tributarie, consente a Berlino di mantenere i conti in pareggio pur aumentando la spesa pubblica, che passerà da 316,9 miliardi di euro nel 2016 a 325,5 miliardi nel 2017, un incremento per la verità relativamente modesto del 2,7%. Entro il 2020, la spesa crescerà di 31 miliardi di euro rispetto a quest’anno.
Una voce importante è l’incremento della spesa per l’accoglienza dei rifugiati. Questa aumenterà da 8 miliardi di euro quest’anno a 10 miliardi il prossimo, anche se si prevede che il numero scenderà da oltre un milione lo scorso anno a 800mila nel 2016 e 600mila nel 2017. Nel 2018, Schaeuble ritiene di dover tagliare altre spese per 6,7 miliardi di euro per compensare la spesa per i rifugiati e mantenere comunque il bilancio in pareggio. Secondo lo stime dei cosiddetti “saggi”, gli economisti consulenti del Governo, solo 360mila rifugiati, a causa della lentezza delle procedure di asilo, si affacceranno al mercato del lavoro tedesco entro la fine del 2017, ma inizialmente 250mila andranno a ingrossare le fila dei disoccupati e solo 110mila troveranno lavoro, per la maggioranza in occupazioni non qualificate. La disoccupazione è quindi destinata a crescere dal 6,4%, il minimo dalla riunificazione della Germania nei primi anni 90, al 6,7% l’anno prossimo.
Il costo dell’accoglienza ai rifugiati è stato indicato da alcuni osservatori come una delle cause della reazione populista alle politiche di apertura del cancelliere Angela Merkel e del successo di Alternative fuer Deutschland, il partito anti-immigrati, nelle elezioni regionali di due settimane fa in tre Laender. Anche per questo, i socialdemocratici della Spd, il partner minore della grande coalizione di Governo, avevano insistito per un aumento della spesa per il welfare per il resto della popolazione. Le loro richieste sono state solo in parte accolte dalla politica del rigore di Schaeuble, ma la spesa per il welfare, comprese le pensioni, è stata comunque aumentata del 6,8% e continuerà a salire, come percentuale del prodotto interno lordo, fino al 2020.
Il ministro ha anche sostenuto che il Governo continuerà a investire in infrastrutture, educazione e ricerca: 3 miliardi di euro addizionali sono stati assegnati a strade, ferrovie e telecomunicazioni a banda larga nel 2017 e nel 2018, ma questa spesa verrà poi ridimensionata negli anni successivi. In una prima risposta alla proposta di bilancio della Germania, il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha osservato che «la necessità di stimolare l’investimento potrà essere ancora fra le raccomandazioni» che la Commissione formulerà a maggio, un modo per dire che l’annuncio del Governo è insufficiente. Di questo avviso anche diversi centri studi tedeschi e osservatori di mercato. Secondo Jessica Hinds, di Capital Economics, l’intransigenza fiscale di Berlino contrasta con le «buone ragioni per allentare i cordoni della borsa»: la crescita modesta e destinata a rallentare (i “saggi” hanno tagliato le previsioni per il 2016 da 1,6 a 1,5% e la crescita dovrebbe restare attorno a questi livelli fino al 2020); l’investimento pubblico basso rispetto alle altre grandi economie europee e «ce n’è un disperato bisogno»; il costo del denaro ai minimi storici, che fa sì che questo sia il momento migliore per indebitarsi per investire per il futuro. I piani di bilancio costituiscono un «piccolo programma di stimolo», ha detto Holger Schmieding, della banca d’investimento Berenberg.
Berlino aumenta la spesa pubblica
Il budget 2017. Un incremento di 31 miliardi nei prossimi quattro anni
L’impegno di Schäuble: bilancio sempre in pareggio
Le risorse serviranno soprattutto a finanziare il piano di accoglienza dei rifugiati
In aumento del 6,8% anche la spesa per la difesa.
di Alessandro Merli
Francoforte Il Governo tedesco ha confermato ieri di voler mantenere il bilancio in pareggio fino al 2020, un proposito immediatamente criticato dalle istituzioni europee, dagli osservatori di mercato e da parte della stessa coalizione di maggioranza come non sufficientemente espansivo, soprattutto nel promuovere gli investimenti pubblici.
Dopo aver ottenuto il pareggio di bilancio nel 2014, il cosiddetto “schwarze Null”, o zero nero, per la prima volta dal 1969, e averlo confermato negli anni successivi, il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha annunciato ieri nel progetto di legge finanziaria per il 2017 di voler chiudere ancora una volta i conti senza l’assunzione di nuovo debito netto l’anno prossimo e negli anni successivi fino al 2020. «Manteniamo la parola», ha dichiarato Schaeuble, per cui il bilancio in pareggio è diventato secondo alcuni, compreso qualcuno dei suoi alleati socialdemocratici, “un feticcio”, secondo altri l’elemento decisivo per consegnare alla storia il suo mandato di responsabile delle finanze federali.
L’ottimo andamento del mercato del lavoro e dei consumi interni, che genera un aumento delle entrate tributarie, consente a Berlino di mantenere i conti in pareggio pur aumentando la spesa pubblica, che passerà da 316,9 miliardi di euro nel 2016 a 325,5 miliardi nel 2017, un incremento per la verità relativamente modesto del 2,7%. Entro il 2020, la spesa crescerà di 31 miliardi di euro rispetto a quest’anno.
Una voce importante è l’incremento della spesa per l’accoglienza dei rifugiati. Questa aumenterà da 8 miliardi di euro quest’anno a 10 miliardi il prossimo, anche se si prevede che il numero scenderà da oltre un milione lo scorso anno a 800mila nel 2016 e 600mila nel 2017. Nel 2018, Schaeuble ritiene di dover tagliare altre spese per 6,7 miliardi di euro per compensare la spesa per i rifugiati e mantenere comunque il bilancio in pareggio. Secondo lo stime dei cosiddetti “saggi”, gli economisti consulenti del Governo, solo 360mila rifugiati, a causa della lentezza delle procedure di asilo, si affacceranno al mercato del lavoro tedesco entro la fine del 2017, ma inizialmente 250mila andranno a ingrossare le fila dei disoccupati e solo 110mila troveranno lavoro, per la maggioranza in occupazioni non qualificate. La disoccupazione è quindi destinata a crescere dal 6,4%, il minimo dalla riunificazione della Germania nei primi anni 90, al 6,7% l’anno prossimo.
Il costo dell’accoglienza ai rifugiati è stato indicato da alcuni osservatori come una delle cause della reazione populista alle politiche di apertura del cancelliere Angela Merkel e del successo di Alternative fuer Deutschland, il partito anti-immigrati, nelle elezioni regionali di due settimane fa in tre Laender. Anche per questo, i socialdemocratici della Spd, il partner minore della grande coalizione di Governo, avevano insistito per un aumento della spesa per il welfare per il resto della popolazione. Le loro richieste sono state solo in parte accolte dalla politica del rigore di Schaeuble, ma la spesa per il welfare, comprese le pensioni, è stata comunque aumentata del 6,8% e continuerà a salire, come percentuale del prodotto interno lordo, fino al 2020.
Il ministro ha anche sostenuto che il Governo continuerà a investire in infrastrutture, educazione e ricerca: 3 miliardi di euro addizionali sono stati assegnati a strade, ferrovie e telecomunicazioni a banda larga nel 2017 e nel 2018, ma questa spesa verrà poi ridimensionata negli anni successivi. In una prima risposta alla proposta di bilancio della Germania, il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha osservato che «la necessità di stimolare l’investimento potrà essere ancora fra le raccomandazioni» che la Commissione formulerà a maggio, un modo per dire che l’annuncio del Governo è insufficiente. Di questo avviso anche diversi centri studi tedeschi e osservatori di mercato. Secondo Jessica Hinds, di Capital Economics, l’intransigenza fiscale di Berlino contrasta con le «buone ragioni per allentare i cordoni della borsa»: la crescita modesta e destinata a rallentare (i “saggi” hanno tagliato le previsioni per il 2016 da 1,6 a 1,5% e la crescita dovrebbe restare attorno a questi livelli fino al 2020); l’investimento pubblico basso rispetto alle altre grandi economie europee e «ce n’è un disperato bisogno»; il costo del denaro ai minimi storici, che fa sì che questo sia il momento migliore per indebitarsi per investire per il futuro. I piani di bilancio costituiscono un «piccolo programma di stimolo», ha detto Holger Schmieding, della banca d’investimento Berenberg.
Repubblica 24.3.16
Archeologia nasce l’istituto fantasma
Dario Franceschini ha varato un decreto che istituisce l’Istituto centrale per l’Archeologia
di Francesco Erbani
Varato il decreto, ma senza annunci ufficiali del ministro Lo guiderà un soprintendente
Avvolto da una certa vaghezza, è stato partorito l’Istituto centrale per l’archeologia. Un po’ in sordina, per la verità, rispetto agli annunci del ministro Dario Franceschini, il quale contava di attenuare così le critiche che gli archeologi avevano lanciato contro la riorganizzazione del ministero e la soppressione di soprintendenze archeologiche e direzione generale delle antichità.
Un decreto è stato varato nella serata di lunedì scorso. Ma tuttora sul sito del ministero compare solo una riga con poche informazioni rimandando le altre a dopo che il decreto sarà registrato dalla Corte dei Conti. Unico dettaglio: l’istituto non sarà guidato da un dirigente di prima fascia, bensì di seconda. Quindi un soprintendente, non un direttore generale oppure, se verrà dall’esterno, non un professore ordinario. Al ministero spiegano che seguirà un secondo decreto che fisserà compiti e competenze (al momento, però, tutte da scoprire).
Ma perché tanto low profile?
Se lo chiedono in molti al ministero e anche nella direzione generale per l’educazione e la ricerca presso la quale l’istituto è stato alloggiato. E dove non erano al corrente che il decreto fosse in arrivo. Fatto sta che il malumore non si è placato. Anzi. Appena una decina di giorni fa il ministro aveva fornito a una delegazione di archeologi l’assicurazione che la nascita dell’istituto sarebbe stata preceduta da una consultazione. Che, a detta di molti, non c’è stata.
La notizia del decreto è trapelata ieri durante un incontro promosso dal Comitato per la bellezza, dall’associazione Bianchi Bandinelli e dall’Assotecnici. Tema: la riforma Franceschini. Sulla quale sono piovute le critiche di Vittorio Emiliani, Pier Giovanni Guzzo, Maria Vittoria Clarelli, Paolo Liverani e Paolo Berdini. E di Antonio Paolucci, ora direttore dei Musei Vaticani, già ministro dei Beni culturali e per molti decenni dirigente del ministero.
L’incontro faceva seguito a un’assemblea promossa da Guzzo alla quale hanno partecipato oltre duecento fra archeologi, storici dell’arte e architetti provenienti dal ministero e dalle università. Nel documento finale si contesta il varo dell’Istituto centrale di archeologia e si chiede al ministro di sospendere l’attuazione della riforma.
Archeologia nasce l’istituto fantasma
Dario Franceschini ha varato un decreto che istituisce l’Istituto centrale per l’Archeologia
di Francesco Erbani
Varato il decreto, ma senza annunci ufficiali del ministro Lo guiderà un soprintendente
Avvolto da una certa vaghezza, è stato partorito l’Istituto centrale per l’archeologia. Un po’ in sordina, per la verità, rispetto agli annunci del ministro Dario Franceschini, il quale contava di attenuare così le critiche che gli archeologi avevano lanciato contro la riorganizzazione del ministero e la soppressione di soprintendenze archeologiche e direzione generale delle antichità.
Un decreto è stato varato nella serata di lunedì scorso. Ma tuttora sul sito del ministero compare solo una riga con poche informazioni rimandando le altre a dopo che il decreto sarà registrato dalla Corte dei Conti. Unico dettaglio: l’istituto non sarà guidato da un dirigente di prima fascia, bensì di seconda. Quindi un soprintendente, non un direttore generale oppure, se verrà dall’esterno, non un professore ordinario. Al ministero spiegano che seguirà un secondo decreto che fisserà compiti e competenze (al momento, però, tutte da scoprire).
Ma perché tanto low profile?
Se lo chiedono in molti al ministero e anche nella direzione generale per l’educazione e la ricerca presso la quale l’istituto è stato alloggiato. E dove non erano al corrente che il decreto fosse in arrivo. Fatto sta che il malumore non si è placato. Anzi. Appena una decina di giorni fa il ministro aveva fornito a una delegazione di archeologi l’assicurazione che la nascita dell’istituto sarebbe stata preceduta da una consultazione. Che, a detta di molti, non c’è stata.
La notizia del decreto è trapelata ieri durante un incontro promosso dal Comitato per la bellezza, dall’associazione Bianchi Bandinelli e dall’Assotecnici. Tema: la riforma Franceschini. Sulla quale sono piovute le critiche di Vittorio Emiliani, Pier Giovanni Guzzo, Maria Vittoria Clarelli, Paolo Liverani e Paolo Berdini. E di Antonio Paolucci, ora direttore dei Musei Vaticani, già ministro dei Beni culturali e per molti decenni dirigente del ministero.
L’incontro faceva seguito a un’assemblea promossa da Guzzo alla quale hanno partecipato oltre duecento fra archeologi, storici dell’arte e architetti provenienti dal ministero e dalle università. Nel documento finale si contesta il varo dell’Istituto centrale di archeologia e si chiede al ministro di sospendere l’attuazione della riforma.