il manifesto 12.2.16
La rivoluzione cristiana a Cuba
Il
Papa e il Patriarca. Il capo della Chiesa cattolica romana e quello
della Chiesa ortodossa russa in uno storico incontro oggi all’Avana,
luogo "neutro" scelto non certo a caso. Saranno loro due a salvare il
mondo da fondamentalismi e turbocapitalismi?
Preparativi per l'arrivo del Papa
di Franco Cardini
Diciamola
tutta: non è un annunzio di quelli che possono lasciare indifferenti.
Nel novembre 2014, conversando con i giornalisti in aereo durante il
viaggio di ritorno dalla Turchia, papa Francesco aveva risposto a un
giornalista che gli aveva domandato qualcosa a proposito di un probabile
incontro con il patriarca moscovita Kirill: «Gli ho detto: — Io vengo
dove tu vuoi. Tu mi chiami e io vengo -; e anche lui ha la stessa
volontà».
Ora, il capo della Chiesa cattolica romana e quello
della Chiesa ortodossa russa stanno per incontrarsi, oggi 12 febbraio,
molto lontano dalle loro rispettive sedi: all’aeroporto dell’Avana, in
Cuba, un luogo che papa Bergoglio già conosce per esservi stato
trionfalmente accolto pochissimo tempo fa; un’isola caraibica abitata da
discendenti di coloni spagnoli e di schiavi africani, un popolo che
parla il medesimo idioma della “sua” Argentina, nella “sua” diletta
America latina. Una periferia tra le periferie, di quelle che secondo il
pontefice sono particolarmente adatte a comprendere e a farci
comprendere il mondo nel quale viviamo.
Cuba ha conosciuto mezzo
millennio di dominazione spagnola e più di mezzo secolo di “libertà”
dominata in modo quasi coloniale dagli Stati Uniti, un triste periodo di
brutali dittature e di pesante corruzione che l’avevano trasformata
nella bisca e nel bordello dei Caraibi; quindi, l’oltre mezzo secolo di
austero e sotto molti aspetti eroico regime socialista insidiato da un
embargo disumano che non lasciava passare nemmeno le merci destinate a
scopi umanitari ma durante il quale – nonostante la limitazione di certe
libertà, la religiosa inclusa – l’isola è riuscita a porsi ad
avanguardia e ad esempio di sviluppo civile, culturale e sanitario.
Cuba
è povera: ha le sue piantagioni di canna da zucchero e il suo pregiato
rum, quelle di tabacco e i suoi celeberrimi sigari, un po’ di buon caffè
e un po’ di rame; e vuole restare sobriamente povera, autolimita lo
sviluppo industriale, ha espresso una saggissima legge che impedisce
l’inquinamento dei suoi fiumi dove la navigazione a motore è vietata e
che sono quindi dei veri e propri paradisi naturali. Ma produce una
ricchezza straordinaria, che in questi decenni ha esportato in tutta
l’America latina procurandosi in cambio il petrolio e altre merci
indispensabili: le sue università, di eccellente livello (è uno dei
paesi al mondo con la più forte densità di laureati) sfornano medici e
insegnanti che poi lavorano, stimati e apprezzati, nell’intero
continente. Un articolo di esportazione pregiatissimo.
Cuba è un
paese di gente onesta e ordinata, dignitosissima anche nei suoi pur
numerosi mendicanti che lo stato si sforza di reprimere con metodo e
rigore, ma senza usare violenza.
La migliore cucina russa
D’altra
parte, oltre mezzo secolo dopo la famosa crisi che per un pelo non fece
scoppiare la terza guerra mondiale, i cubani non hanno dimenticato
l’appoggio sovietico che per molto tempo ha consentito loro di far
fronte all’embargo. Forse non rimpiangono il sogno sinistro della
“cittadella” nucleare che avrebbe dovuto sorgere nell’estremo ovest
dell’isola, e il profilo degli scheletri delle cui spettrali cupole
abbandonate si nota ancora da lontano, circondato da un deserto di
abitazioni in cemento armato degno della periferia staliniana di Mosca.
Però ricordano con simpatìa, quasi con affetto, i loro vecchi alleati:
non è raro incontrare gente di mezza età che parla ancora un discreto
russo; e sul Malecón, il Lungomare che collega il centro della città
alla fortezza spagnola dominante il porto e che ora comincia a rifiorire
dopo il forzato abbandono di tanti begli edifici che l’embargo rendeva
impossibile restaurare, una grande bandiera rossa con tanto di falce e
martello svetta sul palazzo che ospita il «Restaurante sovietico» nel
quale si servono ancora i tipici piatti della migliore cucina russa.
A
Cuba, come in molte altre regioni latinoamericane, esiste una fiorente
comunità russo-ortodossa (non crediate che cose del genere siano
esclusive degli Stati Uniti, come abbiamo imparato dal Cacciatore di
Michael Cimino): proprio nel centro della città, accanto a una celebre
rivendita di rum, una chiesa ortodossa nuova di zecca con le mura
immacolate di calce e la cupola dorata reca ben in vista, sul frontone,
una lucente targa di rame nella quale si ringrazia il presidente
Vladimir Putin per un generoso finanziamento. Si sa per certo che nel
maggio scorso Raúl Castro, incontrando Putin e il patriarca Kirill a
Mosca, aveva esternato a entrambi – su richiesta di papa Francesco – il
desiderio del vescovo di Roma, cui egli deve tanto per il “disgelo” con
gli Usa, d’incontrarsi con il capo degli ortodossi russi; e che in
seguito, ospite del papa a Santa Marta, gliene aveva riferito.
Queste
prospettive diplomatiche, mentre a Cuba nel rinnovato clima di
collaborazione con il governo le autorità ecclesiastiche acquistano
sempre più peso, appaiono di speciale importanza alla vigilia delle
elezioni statunitensi del prossimo novembre.
Ted Cruz e Marco Rubio
Per
quanto ne appaia poco importante la vittoria, si profila una qualche
ipotesi che la Casa bianca – anziché dai due principali contendenti,
Trump e la Clinton – possa venir occupata da un cattolico d’origine
cubana figlio di rifugiati politici anticastristi. Se Ted Cruz o Marco
Rubio diventassero presidenti, che cosa prevarrebbe in loro, l’affetto
per la madrepatria d’origine oppure l’anticastrismo, probabilmente
forsennato, succhiato con il latte materno?
Tutto ciò potrebbe
influire in modo determinante sul carattere del “disgelo” tra Washington
e L’Avana: un disgelo che a Cuba è atteso con speranza e apprensione
poiché si teme che, insieme con l’acqua sporca del bagnetto, cioè quel
che resta del regime monopartitico, il «ritorno della libertà» faccia
sì, come accadde nell’Unione sovietica di un quarto di secolo fa, che si
getti via anche il bambino delle garanzie sociali di base come
l’istruzione e l’assistenza medica gratuite; e che si assista allo
squallido spettacolo dell’assalto liberista e delle privatizzazioni
selvagge con la conseguenza di un deciso ed esteso peggioramento delle
condizioni della popolazione e dell’avvìo di un processo di crescente
ingiustizia sociale.
Grazie a Dio, i «Chicago Boys» sono oggi solo un triste ricordo: e tuttavia…
L’isola di Castro e «della libertà»
È
comunque significativo che un influente personaggio del patriarcato
moscovita, il metropolita Hilarion Alfeyev, conversando con i
giornalisti russi, abbia detto a proposito dell’incontro fra i due capi
delle Chiese: «Abbiamo scelto l’isola della libertà». Una tale
definizione, che qualcuno ha trovato scandalosa e qualcun altro
straordinariamente significativa, ha un carattere fondamentale. Non è
facile credere casuale la scelta del territorio cubano – per definizione
“neutro” – come luogo dell’incontro. È vero: Kirill sarà già nell’isola
per la sua visita ufficiale a quel paese, Francesco anticiperà di
alcune ore la partenza per la sua visita pastorale in Messico e potrà
quindi rivedere, pochi mesi dopo gli incontri di Roma e dell’Avana, il
suo ormai «vecchio amico» Raúl Castro, il quale in queste ore è
comprensibilmente al settimo cielo per l’accresciuto prestigio
internazionale che l’evento gli sta procurando.
Ma Cuba non è
ancora uscita dal socialismo e rischia di diventar terreno di razzìa per
il turbocapitalismo. Questo è il punto. Il presente, lo conosciamo. E
il futuro?
Di che cosa dunque, parleranno, Francesco e Kirill? Si è
fortemente sottolineato che entrambi lanceranno un forte appello ai
popoli e ai governi affinché venga arrestata l’onda delle persecuzioni e
degli assassinii di cui sono vittime i membri delle comunità cristiane
ospiti di molti paesi musulmani dell’Asia e dell’Africa.
Intanto, a
Mosca si ripubblicano i testi di Soloviev e circola con insistenza la
sua profezia: l’alleanza tra il papa di Roma e la santa Russia salverà
il mondo. Da che cosa? Dal fondamentalismo islamico che brucia le chiese
e uccide i cristiani, commentano alcuni. Dall’arroganza
turbocapitalista che ha imposto quel sistema della «inequità» denunziato
dall’enciclica Laudato si’, replicano altri.
Dopo
l’Internazionale dei lavoratori di tutto il mondo uniti che non si è mia
avverata e quella dei capitalisti delle lobbies che si è avverata fin
troppo con aberranti e allarmanti risultati, quella dei cristiani uniti
nel segno della giustizia e della misericordia potrebbe sul serio essere
la Rivoluzione del XXI secolo.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 12 febbraio 2016
Corriere 12.2.16
La psicoterapia come espediente per raccontarsi
La pratica delle costellazioni familiari è originariamente una terapia di gruppo ideata dallo psicoterapeuta Bert Hellinger, in cui i partecipanti si prestano a interpretare a turno, in una messa in scena, i ruoli familiari del Padre, della Madre, del Figlio. Il soggetto che vuole raccontare i propri conflitti personali sceglie nel gruppo terapeutico, spesso raccolto in cerchio intorno a lui, coloro che «rappresenteranno» i genitori o altre figure familiari, li sistema in piedi davanti a sé, e poi dice loro — come direbbe ai genitori veri — ciò che prova, quali conflitti nutre, quali rimorsi o frustrazioni. E gli estranei chiamati a interpretare i ruoli materni o paterni, guidati dal terapeuta o «facilitatore», possono rispondere in modo quasi rituale, con abbracci, con sorrisi, con il perdono. Proprio in un gruppo del genere, ma in versione sfrenatamente New Age, in una palazzina sgangherata, con un «cerchio di sedie raccapezzate» e con un sedicente facilitatore fintamente esotico, va a infilarsi la protagonista del nuovo libro di Rosa Matteucci, Costellazione familiare , pubblicato da Adelphi. In questo romanzo di tono autobiografico, la protagonista, dopo aver ascoltato le goffe «costellazioni» degli altri convenuti, quand’è il suo turno mette in scena la storia della propria famiglia, e con questo espediente ce la racconta. La struttura «a cornice», che pare esile, grazie alla scrittura della Matteucci diventa una sponda poderosa che dà il ritmo — e concede qualche fia to — alla vicenda drammatica narrata, alternando la rappresentazione nel gruppo «terapeutico», giocata in toni schiettamente grotteschi («Era tutto un vorticare di sguardi estatici», «L’entropia toccava vette sideree»), alla storia della famiglia, che racconta la morte dei genitori e in particolare quella della madre. Qui la duttilità della scrittura attraversa uno spettro amplissimo di umori: la ferocia con cui è descritta l’infanzia a quattro zampe insieme ai numerosi cani della famiglia, veri coprotagonisti teneri e spassosi del libro («come i cani, se staccata dall’habitat familiare, mi bastano quarantott’ore per entrare in modalità selvatica»), la distante, ma accorata ironia sulla morte («solo mio padre perfezionò la possibilità di morire in un incidente sull’Autostrada del Sole»), e poi la paura, per l’apparizione improvvisa della malattia della madre («imboccavo le curve larghe, sbandavo, perché la Morte di mia madre era appena arrivata e dovevo scarrozzarla»). Le pagine più belle sono quelle in cui la prosa serratissima della Matteucci si allenta, sembra placarsi, si consente una maggiore vicinanza al dolore: verso la fine del romanzo, ormai i lettori condividono con la narratrice perfino il lessico familiare, così insolito, il vocabolario privato fatto di codici, di frasi chiave che hanno segnato episodi particolari della vicenda, e allora la scrittura può farsi più rarefatta, meno febbrilmente evocativa. La «rappresentazione» cade o si assottiglia, e come nel cerchio terapeutico le controfigure delle madri e dei padri sembrano incarnarsi davvero, così il dolore nel romanzo si fa vicinissimo, e il termine «madre» scivola dolcemente nella parola «mamma ».
Il libro : il romanzo «Costellazione familiare» di Rosa Matteucci, pubblicato da Adelphi (pagine 167, e 17) sarà presentato domani a Orvieto al Palazzo dei Sette (ore 17.30), e il 22 febbraio a Milano al Teatro Parenti, con letture dell’attrice Federica Fracassi (ore 18,30, e 3,50)
La psicoterapia come espediente per raccontarsi
La pratica delle costellazioni familiari è originariamente una terapia di gruppo ideata dallo psicoterapeuta Bert Hellinger, in cui i partecipanti si prestano a interpretare a turno, in una messa in scena, i ruoli familiari del Padre, della Madre, del Figlio. Il soggetto che vuole raccontare i propri conflitti personali sceglie nel gruppo terapeutico, spesso raccolto in cerchio intorno a lui, coloro che «rappresenteranno» i genitori o altre figure familiari, li sistema in piedi davanti a sé, e poi dice loro — come direbbe ai genitori veri — ciò che prova, quali conflitti nutre, quali rimorsi o frustrazioni. E gli estranei chiamati a interpretare i ruoli materni o paterni, guidati dal terapeuta o «facilitatore», possono rispondere in modo quasi rituale, con abbracci, con sorrisi, con il perdono. Proprio in un gruppo del genere, ma in versione sfrenatamente New Age, in una palazzina sgangherata, con un «cerchio di sedie raccapezzate» e con un sedicente facilitatore fintamente esotico, va a infilarsi la protagonista del nuovo libro di Rosa Matteucci, Costellazione familiare , pubblicato da Adelphi. In questo romanzo di tono autobiografico, la protagonista, dopo aver ascoltato le goffe «costellazioni» degli altri convenuti, quand’è il suo turno mette in scena la storia della propria famiglia, e con questo espediente ce la racconta. La struttura «a cornice», che pare esile, grazie alla scrittura della Matteucci diventa una sponda poderosa che dà il ritmo — e concede qualche fia to — alla vicenda drammatica narrata, alternando la rappresentazione nel gruppo «terapeutico», giocata in toni schiettamente grotteschi («Era tutto un vorticare di sguardi estatici», «L’entropia toccava vette sideree»), alla storia della famiglia, che racconta la morte dei genitori e in particolare quella della madre. Qui la duttilità della scrittura attraversa uno spettro amplissimo di umori: la ferocia con cui è descritta l’infanzia a quattro zampe insieme ai numerosi cani della famiglia, veri coprotagonisti teneri e spassosi del libro («come i cani, se staccata dall’habitat familiare, mi bastano quarantott’ore per entrare in modalità selvatica»), la distante, ma accorata ironia sulla morte («solo mio padre perfezionò la possibilità di morire in un incidente sull’Autostrada del Sole»), e poi la paura, per l’apparizione improvvisa della malattia della madre («imboccavo le curve larghe, sbandavo, perché la Morte di mia madre era appena arrivata e dovevo scarrozzarla»). Le pagine più belle sono quelle in cui la prosa serratissima della Matteucci si allenta, sembra placarsi, si consente una maggiore vicinanza al dolore: verso la fine del romanzo, ormai i lettori condividono con la narratrice perfino il lessico familiare, così insolito, il vocabolario privato fatto di codici, di frasi chiave che hanno segnato episodi particolari della vicenda, e allora la scrittura può farsi più rarefatta, meno febbrilmente evocativa. La «rappresentazione» cade o si assottiglia, e come nel cerchio terapeutico le controfigure delle madri e dei padri sembrano incarnarsi davvero, così il dolore nel romanzo si fa vicinissimo, e il termine «madre» scivola dolcemente nella parola «mamma ».
Il libro : il romanzo «Costellazione familiare» di Rosa Matteucci, pubblicato da Adelphi (pagine 167, e 17) sarà presentato domani a Orvieto al Palazzo dei Sette (ore 17.30), e il 22 febbraio a Milano al Teatro Parenti, con letture dell’attrice Federica Fracassi (ore 18,30, e 3,50)
Repubblica 12.2.16
Che fine ha fatto l’Antimafia
Nata con Dalla Chiesa, cresciuta con Falcone e Borsellino, oggi è travolta dagli scandali. E la denuncia arriva in libreria
di Attilio Bolzoni
Svergognata da approfittatori e mercenari, sorvegliata speciale da commissioni parlamentari, diventata nei casi più indecenti oggetto d’indagine giudiziaria, l’Antimafia dei pennacchi e delle bandiere si sta suicidando. Mancanze e silenzi l’hanno trascinata nelle sabbie mobili, convenienze e scandali l’hanno mandata sotto processo. Soffocata dalla retorica, in questo 2016 è precipitata nelle pagine dei libri. Sarà l’anno delle pubblicazioni contro coloro che dicono di stare
dall’altra parte, fondazioni, federazioni, associazioni, comitati e circoli — nei registri di Comuni e Regioni se ne registrano pressappoco duemila — una giungla di sigle e di acronimi dietro le quali spesso si nasconde solo la voglia di agguantare il finanziamento più ricco. Convegni, conferenze, progetti, carovane, girotondi. In tempi di scialo c’è chi ha lanciato sul mercato della legalità anche la «sciata antimafia».
La realtà riversa la sua materia nelle cronache e nei saggi, le ipocrisie e le doppiezze di un mondo che ha smarrito il suo spirito originario vengono riportate in tre testi — e sono solo quelli annunciati, nel frattempo un paio di case editrici hanno preso contatto con altri autori — che usciranno uno dopo l’altro in libreria.
Il primo è già in distribuzione per il 15 febbraio, Contro l’Antimafia (il Saggiatore), firmato dal giornalista Giacomo Di Girolamo. Seguirà Antimafia Spa (Chiarelettere), scritto dal redattore dell’Espresso Giovanni Tizian e dal suo collega del Fatto Quotidiano Nello Trocchia. Poi arriverà Le trappole dell’Antimafia (Laterza) di Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria, tutti e due di Repubblica. Molto è già rivelato nei titoli, il resto è denuncia e inchiesta intorno a un movimento che è sprofondato.
Nata ufficialmente una trentina di anni fa subito dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e riconosciuta come «forza» dopo le stragi Falcone e Borsellino del ’92, l’antimafia moderna — era antimafia anche quella dell’occupazione dei feudi ma non sapeva ancora di chiamarsi così — oggi in Italia sembra non rappresentare più un’altra voce. È compromessa, ammaestrata, consociativa, dipendente da generose e incontrollate elargizioni che le hanno messo il bavaglio. Fa sola la mossa. Urla nei cortei ma tace nei Palazzi. Tratta e sta zitta. Che fine ha fatto l’Antimafia guardiano del potere che, qui in Italia, con le mafie ha sempre stretto patti?
Negli ultimi mesi ha gettato la maschera. Le oscenità dei giudici siciliani che gestivano i beni confiscati come in un suq, l’arresto per tangenti del presidente della camera di commercio di Palermo Roberto Helg, la condanna per truffa all’icona delle «Donne di San Luca» Rosy Canale che con i contributi europei comprava abiti firmati e auto di lusso, il direttore del «Museo della ‘Ndrangheta » Claudio La Camera indagato per appropriazione indebita, l’ex senatore Lorenzo Diana della commissione parlamentare antimafia accusato di associazione camorristica, il catanese Domenico Costanzo — che si accreditava come il più illuminato e incorruttibile degli imprenditori — inghiottito negli appalti Anas. E poi Antonello Montante, il vice- presidente nazionale di Confindustria con delega alla legalità, sospettato di avere avuto un «rapporto continuativo» con Cosa Nostra da un quarto di secolo.
Un grande raggiro che oltrepassa la profezia di Leonardo Sciascia su I Professionisti dell’Antimafia, pubblicata sul Corriere nel gennaio 1987. Riflessione sincera con esempi sbagliati (il sindaco di Palermo Luca Orlando e il giudice Paolo Borsellino) e infelice nei tempi. Le parole dello scrittore furono il pretesto, nei mesi cruciali del maxi processo, per scatenare anche favoreggiatori e complici.
Ma cosa renderanno noto questi libri dedicati ai «paladini» di mestiere a gettone di presenza, ai protettori unici ed esclusivi della memoria di eroi caduti in terre di mafia? Di soldi, tanti. Quelli provenienti dai fondi del ministero dell’Interno e da quelli spartiti senza bando dall’Istruzione, denaro che esce dalle casse di amministrazioni pubbliche per saziare relatori, consulenti, esperti, consiglieri. Un assalto a incarichi — in fondazioni bancarie e regioni — con in prima linea anche i dirigenti delle associazioni più rappresentative.
Attrazioni fatali con i colossi delle cooperative, intimità fra antimafia di piazza e antimafia da salotto, relazioni morbose coltivate intorno ai soliti «protocolli di legalità», commistioni con cerchie ambientaliste sempre più spregiudicate. E poi la carica delle parti civili. Non c’è gruppo o gruppetto che non provi a costituirsi come «soggetto danneggiato » in un grande processo — da Mafia Capitale a quello sulla trattativa Stato-Mafia — aprendo sedi improvvisate nella città dove si celebra il dibattimento. È un baraccone itinerante, un circo. A volte, anche un trampolino per la politica. Nominati per virtù antimafiose. Scrive Di Girolamo: «L’Antimafia ha perso perché si è creato un circuito in cui tutti ci guadagnano..».
Ferma, in posa perenne, incapace di intercettare le nuove forme di criminalità, prigioniera di gesti e simboli ormai prosciugati di ogni significato, è sotto accusa dal basso e dall’alto. Il presidente del Senato Pietro Grasso l’ha richiamata «a guardarsi dentro e ad abbandonare ogni pretesa di primazìa». Il procuratore capo di Palermo ha puntato il dito contro «quella di facciata che serve solo per far carriera». Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini ha manifestato il suo «sconcerto» per la vicenda dei patrimoni sequestrati convertiti in commercio familiare. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha annunciato preoccupato la convocazione degli «Stati generali dell’Antimafia».
La prima però a intuire che c’erano delle storture — già un anno fa — è stata Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Ha aperto un’istruttoria, in molti hanno subito ironizzato sul paradosso: «l’antimafia che indaga sull’antimafia ». I fatti le hanno dato ragione. Qual è l’obiettivo della Bindi? Scoprire zone d’ombra e collusioni nel movimento, proteggere quel che di buono c’è — e non è poco — per «rilegittimarlo smascherando ambiguità che obiettivamente esistono». Ce la farà? Più piovono critiche e rimproveri e più alcune associazioni si blindano intorno alla loro (ormai molto presunta) purezza, titolari di verità assolute come nelle sette, ostili a ogni dialogo e astiose a ogni dissenso.
Questi tre libri accenderanno ancora di più una «discussione» che già unisce e divide. E non solo sulle esitazioni, i tornaconti di un’antimafia sociale che ha mutato il suo Dna. Ma anche sui travestimenti. «La mafia fa schifo» è uno slogan che ormai piace pure ai mafiosi. La mafia ha scoperto che l’antimafia è diventato un valore, un «capitale» per se stessa. È il luogo giusto per nascondersi. La mafia non è più quella che spara.
Che cos’è oggi la mafia? «Io non so più come raccontarla», dice Letizia Battaglia, la grande fotografa di Palermo. Fra gli anni ’80 e ’90 la ritraeva con i morti a terra o con i boss dietro le sbarre, oggi Letizia si aggira per la sua città senza trovarla più. È uno specchio. Con un’antimafia allo sbando che non riconosce più il proprio nemico. Cos’è oggi la mafia?
I LIBRI Sono in uscita nei prossimi giorni tre libri dedicati alle storie di chi sfrutta l’Antimafia: Contro l’Antimafia di Giacomo Di Girolamo ( il Saggiatore), Antimafia Spa, di Giovanni Tizian e Nello Trocchia ( Chiarelettere), e Le trappole dell’Antimafia,
di Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria ( Laterza)
Che fine ha fatto l’Antimafia
Nata con Dalla Chiesa, cresciuta con Falcone e Borsellino, oggi è travolta dagli scandali. E la denuncia arriva in libreria
di Attilio Bolzoni
Svergognata da approfittatori e mercenari, sorvegliata speciale da commissioni parlamentari, diventata nei casi più indecenti oggetto d’indagine giudiziaria, l’Antimafia dei pennacchi e delle bandiere si sta suicidando. Mancanze e silenzi l’hanno trascinata nelle sabbie mobili, convenienze e scandali l’hanno mandata sotto processo. Soffocata dalla retorica, in questo 2016 è precipitata nelle pagine dei libri. Sarà l’anno delle pubblicazioni contro coloro che dicono di stare
dall’altra parte, fondazioni, federazioni, associazioni, comitati e circoli — nei registri di Comuni e Regioni se ne registrano pressappoco duemila — una giungla di sigle e di acronimi dietro le quali spesso si nasconde solo la voglia di agguantare il finanziamento più ricco. Convegni, conferenze, progetti, carovane, girotondi. In tempi di scialo c’è chi ha lanciato sul mercato della legalità anche la «sciata antimafia».
La realtà riversa la sua materia nelle cronache e nei saggi, le ipocrisie e le doppiezze di un mondo che ha smarrito il suo spirito originario vengono riportate in tre testi — e sono solo quelli annunciati, nel frattempo un paio di case editrici hanno preso contatto con altri autori — che usciranno uno dopo l’altro in libreria.
Il primo è già in distribuzione per il 15 febbraio, Contro l’Antimafia (il Saggiatore), firmato dal giornalista Giacomo Di Girolamo. Seguirà Antimafia Spa (Chiarelettere), scritto dal redattore dell’Espresso Giovanni Tizian e dal suo collega del Fatto Quotidiano Nello Trocchia. Poi arriverà Le trappole dell’Antimafia (Laterza) di Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria, tutti e due di Repubblica. Molto è già rivelato nei titoli, il resto è denuncia e inchiesta intorno a un movimento che è sprofondato.
Nata ufficialmente una trentina di anni fa subito dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e riconosciuta come «forza» dopo le stragi Falcone e Borsellino del ’92, l’antimafia moderna — era antimafia anche quella dell’occupazione dei feudi ma non sapeva ancora di chiamarsi così — oggi in Italia sembra non rappresentare più un’altra voce. È compromessa, ammaestrata, consociativa, dipendente da generose e incontrollate elargizioni che le hanno messo il bavaglio. Fa sola la mossa. Urla nei cortei ma tace nei Palazzi. Tratta e sta zitta. Che fine ha fatto l’Antimafia guardiano del potere che, qui in Italia, con le mafie ha sempre stretto patti?
Negli ultimi mesi ha gettato la maschera. Le oscenità dei giudici siciliani che gestivano i beni confiscati come in un suq, l’arresto per tangenti del presidente della camera di commercio di Palermo Roberto Helg, la condanna per truffa all’icona delle «Donne di San Luca» Rosy Canale che con i contributi europei comprava abiti firmati e auto di lusso, il direttore del «Museo della ‘Ndrangheta » Claudio La Camera indagato per appropriazione indebita, l’ex senatore Lorenzo Diana della commissione parlamentare antimafia accusato di associazione camorristica, il catanese Domenico Costanzo — che si accreditava come il più illuminato e incorruttibile degli imprenditori — inghiottito negli appalti Anas. E poi Antonello Montante, il vice- presidente nazionale di Confindustria con delega alla legalità, sospettato di avere avuto un «rapporto continuativo» con Cosa Nostra da un quarto di secolo.
Un grande raggiro che oltrepassa la profezia di Leonardo Sciascia su I Professionisti dell’Antimafia, pubblicata sul Corriere nel gennaio 1987. Riflessione sincera con esempi sbagliati (il sindaco di Palermo Luca Orlando e il giudice Paolo Borsellino) e infelice nei tempi. Le parole dello scrittore furono il pretesto, nei mesi cruciali del maxi processo, per scatenare anche favoreggiatori e complici.
Ma cosa renderanno noto questi libri dedicati ai «paladini» di mestiere a gettone di presenza, ai protettori unici ed esclusivi della memoria di eroi caduti in terre di mafia? Di soldi, tanti. Quelli provenienti dai fondi del ministero dell’Interno e da quelli spartiti senza bando dall’Istruzione, denaro che esce dalle casse di amministrazioni pubbliche per saziare relatori, consulenti, esperti, consiglieri. Un assalto a incarichi — in fondazioni bancarie e regioni — con in prima linea anche i dirigenti delle associazioni più rappresentative.
Attrazioni fatali con i colossi delle cooperative, intimità fra antimafia di piazza e antimafia da salotto, relazioni morbose coltivate intorno ai soliti «protocolli di legalità», commistioni con cerchie ambientaliste sempre più spregiudicate. E poi la carica delle parti civili. Non c’è gruppo o gruppetto che non provi a costituirsi come «soggetto danneggiato » in un grande processo — da Mafia Capitale a quello sulla trattativa Stato-Mafia — aprendo sedi improvvisate nella città dove si celebra il dibattimento. È un baraccone itinerante, un circo. A volte, anche un trampolino per la politica. Nominati per virtù antimafiose. Scrive Di Girolamo: «L’Antimafia ha perso perché si è creato un circuito in cui tutti ci guadagnano..».
Ferma, in posa perenne, incapace di intercettare le nuove forme di criminalità, prigioniera di gesti e simboli ormai prosciugati di ogni significato, è sotto accusa dal basso e dall’alto. Il presidente del Senato Pietro Grasso l’ha richiamata «a guardarsi dentro e ad abbandonare ogni pretesa di primazìa». Il procuratore capo di Palermo ha puntato il dito contro «quella di facciata che serve solo per far carriera». Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini ha manifestato il suo «sconcerto» per la vicenda dei patrimoni sequestrati convertiti in commercio familiare. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha annunciato preoccupato la convocazione degli «Stati generali dell’Antimafia».
La prima però a intuire che c’erano delle storture — già un anno fa — è stata Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Ha aperto un’istruttoria, in molti hanno subito ironizzato sul paradosso: «l’antimafia che indaga sull’antimafia ». I fatti le hanno dato ragione. Qual è l’obiettivo della Bindi? Scoprire zone d’ombra e collusioni nel movimento, proteggere quel che di buono c’è — e non è poco — per «rilegittimarlo smascherando ambiguità che obiettivamente esistono». Ce la farà? Più piovono critiche e rimproveri e più alcune associazioni si blindano intorno alla loro (ormai molto presunta) purezza, titolari di verità assolute come nelle sette, ostili a ogni dialogo e astiose a ogni dissenso.
Questi tre libri accenderanno ancora di più una «discussione» che già unisce e divide. E non solo sulle esitazioni, i tornaconti di un’antimafia sociale che ha mutato il suo Dna. Ma anche sui travestimenti. «La mafia fa schifo» è uno slogan che ormai piace pure ai mafiosi. La mafia ha scoperto che l’antimafia è diventato un valore, un «capitale» per se stessa. È il luogo giusto per nascondersi. La mafia non è più quella che spara.
Che cos’è oggi la mafia? «Io non so più come raccontarla», dice Letizia Battaglia, la grande fotografa di Palermo. Fra gli anni ’80 e ’90 la ritraeva con i morti a terra o con i boss dietro le sbarre, oggi Letizia si aggira per la sua città senza trovarla più. È uno specchio. Con un’antimafia allo sbando che non riconosce più il proprio nemico. Cos’è oggi la mafia?
I LIBRI Sono in uscita nei prossimi giorni tre libri dedicati alle storie di chi sfrutta l’Antimafia: Contro l’Antimafia di Giacomo Di Girolamo ( il Saggiatore), Antimafia Spa, di Giovanni Tizian e Nello Trocchia ( Chiarelettere), e Le trappole dell’Antimafia,
di Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria ( Laterza)
Repubblica 12.2.16
Per battere fanatismo e terrorismo bisogna lavorare sulla conoscenza
di Edgar Morin
L’Unesco alla sua fondazione aveva sostenuto che la guerra si trova in primo luogo nella mente. Ed ha voluto promuovere un’educazione per la pace. Ma non può che essere banale insegnare che la pace è meglio della guerra, cosa evidente in tempo di pace. Il problema si pone quando lo spirito guerresco sommerge le mentalità. Educare alla pace significa quindi lottare per resistere allo spirito guerresco Detto questo, anche in tempo di pace si può sviluppare una forma estrema dello spirito guerresco: il fanatismo. Questo porta in sé la certezza della verità assoluta, la convinzione di agire per la più giusta causa e la volontà di distruggere come nemici coloro che gli si oppongono.
Nella storia delle società umane abbiamo avuto modo di osservare molte manifestazioni di fanatismo religioso, nazionalista, ideologico. Ogni volta si usa la parola “terrorismo” per denunciarne le azioni mortifere, ma è una parola che testimonia solo il nostro terrore e non spiega che cosa muova gli autori degli attentati. E soprattutto, per diverse che siano le cause a cui si votano i fanatici, il fanatismo ha sempre una struttura mentale comune.
Ecco perché da vent’anni raccomando che nelle nostre scuole venga introdotto l’insegnamento della conoscenza, cioè anche l’insegnamento di ciò che provoca i propri errori, le proprie illusioni e le proprie perversioni. Ora, come si diventa fanatici? Nessuno nasce fanatico. Lo si può diventare se ci si chiude in modalità di conoscenza perverse o illusorie. Ce ne sono tre che sono indispensabili alla formazione di ogni fanatismo: il riduzionismo, il manicheismo e la reificazione. E l’insegnamento deve agire senza posa per enunciarle, denunciarle e sradicarle: sradicare è un’attività preventiva mentre sradicalizzare è un’attività che arriva tardi, quando il fanatismo è consolidato.
Un ideale di consumi, di supermercati, di guadagni, di Pil, non può soddisfare le aspirazioni più profonde dell’essere umano, che sono di realizzarsi come persona all’interno di una comunità solidale.
Il manicheismo si propaga e si sviluppa nel solco del riduzionismo. Non c’è più nient’altro che la lotta del Bene assoluto contro il Male assoluto. La visione unilaterale del riduzionismo spinge all’assolutismo e diventa una visione del mondo in cui si cerca di colpire con ogni mezzo i servi del male, cosa che, peraltro, favorisce il manicheismo del nemico. Al nemico perciò serve che la nostra società sia la peggiore e che i suoi cittadini siano i peggiori, così da giustificare il suo desiderio di morte e distruzione.
Per arrivare al fanatismo ci vuole ancora un altro ingrediente prodotto dalla mente umana, un ingrediente che possiamo chiamare reificazione: la mente di una comunità produce ideologie o visioni del mondo, così come produce gli dei, che acquisiscono una realtà formidabile e superiore. L’ideologia o la credenza religiosa, mascherando il reale, per la mente fanatica diventa la vera realtà.
Tutto ciò si è manifestato incessantemente e non è una caratteristica originale dell’islam. Da qualche decennio, con il declino dei fanatismi rivoluzionari, l’islam ha trovato un terreno di sviluppo in un mondo passato da un’antica grandezza alla caduta e all’umiliazione. Ma l’esempio dei giovani francesi di origine cristiana passati all’islamismo mostra come il bisogno possa fissarsi su una fede portatrice della Verità assoluta.
Oggi ci sembra non solo necessario ma vitale che nel nostro insegnamento venga integrata la “conoscenza della conoscenza”, che permette di far individuare nell’età dell’adolescenza, quando si forma la mentalità, le perversioni e i rischi dell’illusione, e di opporre al riduzionismo, al manicheismo e alla reificazione una conoscenza capace di collegare tutti gli aspetti diversi, quando non antagonisti, di una stessa realtà, di riconoscere le complessità all’interno di una stessa persona e di una stessa società. In breve, il tallone d’Achille della nostra mente è ciò che crediamo di aver sviluppato meglio e che, in realtà, è più soggetto all’accecamento: la conoscenza. Riformando la conoscenza, ci diamo i mezzi per riconoscere gli accecamenti a cui conduce lo spirito guerresco e per prevenire in parte negli adolescenti i processi che conducono al fanatismo. A questo bisogna aggiungere l’insegnamento della comprensione altrui e l’insegnamento ad affrontare l’incertezza.
Traduzione di Elda Volterrani Copyright Le Monde
Per battere fanatismo e terrorismo bisogna lavorare sulla conoscenza
di Edgar Morin
L’Unesco alla sua fondazione aveva sostenuto che la guerra si trova in primo luogo nella mente. Ed ha voluto promuovere un’educazione per la pace. Ma non può che essere banale insegnare che la pace è meglio della guerra, cosa evidente in tempo di pace. Il problema si pone quando lo spirito guerresco sommerge le mentalità. Educare alla pace significa quindi lottare per resistere allo spirito guerresco Detto questo, anche in tempo di pace si può sviluppare una forma estrema dello spirito guerresco: il fanatismo. Questo porta in sé la certezza della verità assoluta, la convinzione di agire per la più giusta causa e la volontà di distruggere come nemici coloro che gli si oppongono.
Nella storia delle società umane abbiamo avuto modo di osservare molte manifestazioni di fanatismo religioso, nazionalista, ideologico. Ogni volta si usa la parola “terrorismo” per denunciarne le azioni mortifere, ma è una parola che testimonia solo il nostro terrore e non spiega che cosa muova gli autori degli attentati. E soprattutto, per diverse che siano le cause a cui si votano i fanatici, il fanatismo ha sempre una struttura mentale comune.
Ecco perché da vent’anni raccomando che nelle nostre scuole venga introdotto l’insegnamento della conoscenza, cioè anche l’insegnamento di ciò che provoca i propri errori, le proprie illusioni e le proprie perversioni. Ora, come si diventa fanatici? Nessuno nasce fanatico. Lo si può diventare se ci si chiude in modalità di conoscenza perverse o illusorie. Ce ne sono tre che sono indispensabili alla formazione di ogni fanatismo: il riduzionismo, il manicheismo e la reificazione. E l’insegnamento deve agire senza posa per enunciarle, denunciarle e sradicarle: sradicare è un’attività preventiva mentre sradicalizzare è un’attività che arriva tardi, quando il fanatismo è consolidato.
Un ideale di consumi, di supermercati, di guadagni, di Pil, non può soddisfare le aspirazioni più profonde dell’essere umano, che sono di realizzarsi come persona all’interno di una comunità solidale.
Il manicheismo si propaga e si sviluppa nel solco del riduzionismo. Non c’è più nient’altro che la lotta del Bene assoluto contro il Male assoluto. La visione unilaterale del riduzionismo spinge all’assolutismo e diventa una visione del mondo in cui si cerca di colpire con ogni mezzo i servi del male, cosa che, peraltro, favorisce il manicheismo del nemico. Al nemico perciò serve che la nostra società sia la peggiore e che i suoi cittadini siano i peggiori, così da giustificare il suo desiderio di morte e distruzione.
Per arrivare al fanatismo ci vuole ancora un altro ingrediente prodotto dalla mente umana, un ingrediente che possiamo chiamare reificazione: la mente di una comunità produce ideologie o visioni del mondo, così come produce gli dei, che acquisiscono una realtà formidabile e superiore. L’ideologia o la credenza religiosa, mascherando il reale, per la mente fanatica diventa la vera realtà.
Tutto ciò si è manifestato incessantemente e non è una caratteristica originale dell’islam. Da qualche decennio, con il declino dei fanatismi rivoluzionari, l’islam ha trovato un terreno di sviluppo in un mondo passato da un’antica grandezza alla caduta e all’umiliazione. Ma l’esempio dei giovani francesi di origine cristiana passati all’islamismo mostra come il bisogno possa fissarsi su una fede portatrice della Verità assoluta.
Oggi ci sembra non solo necessario ma vitale che nel nostro insegnamento venga integrata la “conoscenza della conoscenza”, che permette di far individuare nell’età dell’adolescenza, quando si forma la mentalità, le perversioni e i rischi dell’illusione, e di opporre al riduzionismo, al manicheismo e alla reificazione una conoscenza capace di collegare tutti gli aspetti diversi, quando non antagonisti, di una stessa realtà, di riconoscere le complessità all’interno di una stessa persona e di una stessa società. In breve, il tallone d’Achille della nostra mente è ciò che crediamo di aver sviluppato meglio e che, in realtà, è più soggetto all’accecamento: la conoscenza. Riformando la conoscenza, ci diamo i mezzi per riconoscere gli accecamenti a cui conduce lo spirito guerresco e per prevenire in parte negli adolescenti i processi che conducono al fanatismo. A questo bisogna aggiungere l’insegnamento della comprensione altrui e l’insegnamento ad affrontare l’incertezza.
Traduzione di Elda Volterrani Copyright Le Monde
Repubblica 12.2.16
Stato e tolleranza
A scuola di laicità
Il corso di “educazione morale e civica”, varato dopo “Charlie”, inizia dalla prima elementare
di Anais Ginori
“Prof, perché non si può scherzare su Maometto?” “Perché i musulmani sono così poco rispettati?” Viaggio in un liceo di Parigi che, dopo gli attentati, ha introdotto le lezioni su religione
PARIGI Quando deve spiegare ai suoi alunni cosa significa il termine “laïcité”, Anne Doustaly procede al contrario. «Non è una guerra dello Stato contro la religione, non è una forma di discriminazione dei credenti». L’insegnante di storia e geografia comincia con togliere benzina dal fuoco: il tema è ormai incandescente.
È martedì nel liceo Charlemagne, quartiere Marais. Al secondo piano, si fa lezione di laicità. La legge che stabilisce la separazione tra Stato e Chiesa risale a più di un secolo fa ma il dibattito è tornato acceso sui banchi di scuola. «Per molti ragazzi è un concetto ancora vago, spesso male interpretato. Mi stupisco di quanto sia necessario fare pedagogia su questo principio della République», racconta Doustaly.
Il corso di “educazione morale e civica” è stato varato dal governo socialista dopo gli attentati di Charlie Hebdo: un’ora a settimana dalla prima elementare fino al Baccalauréat. Anche se il programma dell’insegnamento è ampio - va dallo studio della Costituzione alla lotta contro il bullismo e le dipendenze - il governo ha chiesto di concentrare le lezioni sulla secolarizzazione, le ragioni storiche e le conseguenze nella società di oggi in un momento in cui c’è un forte ritorno della religione, non solo per via dell’estremismo islamico.
Secondo un sondaggio realizzato su un campione di alunni delle medie solo il 38,8 per cento dei giovani è ateo, mentre la maggioranza si definisce credente: 30,4 per cento cattolici, 25,5 musulmani, 1,7 protestanti e l’1,6 ebrei. Dal 2004, quando è stata approvata la legge per bandire il velo e altri simboli religiosi negli istituti, gli insegnanti si ritrovano sempre più spesso di fronte all’ostilità di alcuni alunni. La ministra dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha annunciato che nell’ultimo anno sono stati segnalati 150 incidenti legati al principio di laicità, in aumento del 10 per cento. Certo rimane una proporzione minima rispetto ai 12 milioni di alunni, ma è pur sempre una tendenza nuova con cui il governo deve fare i conti.
Gli episodi più famosi sono stati i ragazzi che non hanno voluto osservare il minuto di silenzio nel giorno di lutto nazionale dopo gli attentati di gennaio. Gli stessi giovani che hanno detto con orgoglio sui social network “ Je ne suis pas Charlie”, prendendo le distanze da una satira che non ha paura di essere blasfema.
Il liceo Charlemagne è nel cuore di Parigi e le tensioni sono minori che in alcune scuole di banlieue. Ma l’insegnante di storia ha aspettato lo stesso quindici giorni prima di fare un dibattito in classe sugli attacchi terroristici, una prudenza ripetuta anche dopo il 13 novembre. «Ho preferito lasciar decantare l’emozione». Per aprire la discussione, ha mostrato una vignetta di Plantu su Le Monde, poi dei ritagli di giornale. Anche Stephane Nissant, insegnante di storia e geografia alle medie, ha usato i quotidiani per suscitare il dibattito tra i ragazzi. La confusione tra religione, fanatismo e “neutralità” dello Stato è grande. «Il nostro ruolo – spiega Nissant – è dare ai giovani degli strumenti critici rispetto a quello che sentono e vedono». Mai come nel 2015 la laicità è stata criticata, strumentalizzata soprattutto all’estero, anche in Occidente, segno che si tratta di un concetto ancora molto francese. «Gli inglesi non hanno neppure la traduzione esatta del termine, esiste solo secolarizzazione » osserva Nissant.
Il problema di slegare l’identità dalla religione è un punto sensibile per gli adolescenti, continua l’insegnante. «Non è un compito facile» riconosce il professore anche se non vuole credere alle profezie dello scrittore Michel Houellebecq secondo cui la “laicità è morta” perché meno seducente e di facile consumo di un’idea sacra. «A noi spetta tenere questo principio repubblicano vivo» continua Nissant.
Sui banchi sono posati i manuali del corso che cominciano dalla Carta della laicità. Da due anni insegnanti e genitori devono sottoscrivere questo elenco di principi che garantiscono l’adesione a uno dei valori fondamentali della République. «È il modo di garantire l’eguaglianza e a libertà di espressione » dice un paragrafo della Carta. «Allora perché si può scherzare su Maometto e non sugli ebrei?» ribatte Mohammed facendo riferimento alle battute antisemite del comico Dieudonné. Anziché fornire subito una spiegazione, l’insegnante chiede agli altri alunni di rispondere. Camille prende la parola: «Sì, è così: i musulmani sono meno rispettati degli altri».
«Non è vero – ribatte Matthieu – Charlie Hebdo fa delle vignette anche sul Papa». L’insegnante lascia i ragazzi parlare senza dare la sua posizione. «Non è il mio ruolo e comunque è meglio lasciare una conclusione aperta in cui ognuno possa farsi la sua opinione».
La Storia spesso aiuta a capire. Non a caso sono gli insegnanti che hanno il compito di tramandare la memoria a dover condurre anche le lezioni di laicità, approdo della democrazia francese dopo secoli di guerre e conflitti. «La religione non è assolutamente tabù in classe » precisa Doustaly che insegna le date chiave della nascita del giudaismo, dell’Islam, la Riforma protestante.
Qualche settimana fa ha mostrato vecchi libri illustrati della vita del Profeta in cui c’erano disegni, a dimostrazione che non sempre è stato vietato fare ritratti di Maometto. Gli eventi a cavallo della Rivoluzione del 1789 e poi dell’approvazione francese della legge sulla laicità nel 1905 sono un riferimento storico che può permettere di capire cosa stia succedendo nel nostro tormentato presente. «Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, molti cattolici francesi si sentivano aggrediti, discriminati dallo Stato» ricorda Doustaly. La République allora era alle prese con la comunità cattolica. Ci furono scontri, conflitti e anni di tensione, eccessi da una parte e dall’altra. «Ora è una parte dei musulmani a trovarsi in questa situazione. È una fase di adattamento normale» osserva Doustaly. E per cercare di dare la migliore definizione possibile c’è l’aiuto dell’etimologia. Laicità viene dal greco, significa: «Popolo unito intorno a valori condivisi».
Stato e tolleranza
A scuola di laicità
Il corso di “educazione morale e civica”, varato dopo “Charlie”, inizia dalla prima elementare
di Anais Ginori
“Prof, perché non si può scherzare su Maometto?” “Perché i musulmani sono così poco rispettati?” Viaggio in un liceo di Parigi che, dopo gli attentati, ha introdotto le lezioni su religione
PARIGI Quando deve spiegare ai suoi alunni cosa significa il termine “laïcité”, Anne Doustaly procede al contrario. «Non è una guerra dello Stato contro la religione, non è una forma di discriminazione dei credenti». L’insegnante di storia e geografia comincia con togliere benzina dal fuoco: il tema è ormai incandescente.
È martedì nel liceo Charlemagne, quartiere Marais. Al secondo piano, si fa lezione di laicità. La legge che stabilisce la separazione tra Stato e Chiesa risale a più di un secolo fa ma il dibattito è tornato acceso sui banchi di scuola. «Per molti ragazzi è un concetto ancora vago, spesso male interpretato. Mi stupisco di quanto sia necessario fare pedagogia su questo principio della République», racconta Doustaly.
Il corso di “educazione morale e civica” è stato varato dal governo socialista dopo gli attentati di Charlie Hebdo: un’ora a settimana dalla prima elementare fino al Baccalauréat. Anche se il programma dell’insegnamento è ampio - va dallo studio della Costituzione alla lotta contro il bullismo e le dipendenze - il governo ha chiesto di concentrare le lezioni sulla secolarizzazione, le ragioni storiche e le conseguenze nella società di oggi in un momento in cui c’è un forte ritorno della religione, non solo per via dell’estremismo islamico.
Secondo un sondaggio realizzato su un campione di alunni delle medie solo il 38,8 per cento dei giovani è ateo, mentre la maggioranza si definisce credente: 30,4 per cento cattolici, 25,5 musulmani, 1,7 protestanti e l’1,6 ebrei. Dal 2004, quando è stata approvata la legge per bandire il velo e altri simboli religiosi negli istituti, gli insegnanti si ritrovano sempre più spesso di fronte all’ostilità di alcuni alunni. La ministra dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha annunciato che nell’ultimo anno sono stati segnalati 150 incidenti legati al principio di laicità, in aumento del 10 per cento. Certo rimane una proporzione minima rispetto ai 12 milioni di alunni, ma è pur sempre una tendenza nuova con cui il governo deve fare i conti.
Gli episodi più famosi sono stati i ragazzi che non hanno voluto osservare il minuto di silenzio nel giorno di lutto nazionale dopo gli attentati di gennaio. Gli stessi giovani che hanno detto con orgoglio sui social network “ Je ne suis pas Charlie”, prendendo le distanze da una satira che non ha paura di essere blasfema.
Il liceo Charlemagne è nel cuore di Parigi e le tensioni sono minori che in alcune scuole di banlieue. Ma l’insegnante di storia ha aspettato lo stesso quindici giorni prima di fare un dibattito in classe sugli attacchi terroristici, una prudenza ripetuta anche dopo il 13 novembre. «Ho preferito lasciar decantare l’emozione». Per aprire la discussione, ha mostrato una vignetta di Plantu su Le Monde, poi dei ritagli di giornale. Anche Stephane Nissant, insegnante di storia e geografia alle medie, ha usato i quotidiani per suscitare il dibattito tra i ragazzi. La confusione tra religione, fanatismo e “neutralità” dello Stato è grande. «Il nostro ruolo – spiega Nissant – è dare ai giovani degli strumenti critici rispetto a quello che sentono e vedono». Mai come nel 2015 la laicità è stata criticata, strumentalizzata soprattutto all’estero, anche in Occidente, segno che si tratta di un concetto ancora molto francese. «Gli inglesi non hanno neppure la traduzione esatta del termine, esiste solo secolarizzazione » osserva Nissant.
Il problema di slegare l’identità dalla religione è un punto sensibile per gli adolescenti, continua l’insegnante. «Non è un compito facile» riconosce il professore anche se non vuole credere alle profezie dello scrittore Michel Houellebecq secondo cui la “laicità è morta” perché meno seducente e di facile consumo di un’idea sacra. «A noi spetta tenere questo principio repubblicano vivo» continua Nissant.
Sui banchi sono posati i manuali del corso che cominciano dalla Carta della laicità. Da due anni insegnanti e genitori devono sottoscrivere questo elenco di principi che garantiscono l’adesione a uno dei valori fondamentali della République. «È il modo di garantire l’eguaglianza e a libertà di espressione » dice un paragrafo della Carta. «Allora perché si può scherzare su Maometto e non sugli ebrei?» ribatte Mohammed facendo riferimento alle battute antisemite del comico Dieudonné. Anziché fornire subito una spiegazione, l’insegnante chiede agli altri alunni di rispondere. Camille prende la parola: «Sì, è così: i musulmani sono meno rispettati degli altri».
«Non è vero – ribatte Matthieu – Charlie Hebdo fa delle vignette anche sul Papa». L’insegnante lascia i ragazzi parlare senza dare la sua posizione. «Non è il mio ruolo e comunque è meglio lasciare una conclusione aperta in cui ognuno possa farsi la sua opinione».
La Storia spesso aiuta a capire. Non a caso sono gli insegnanti che hanno il compito di tramandare la memoria a dover condurre anche le lezioni di laicità, approdo della democrazia francese dopo secoli di guerre e conflitti. «La religione non è assolutamente tabù in classe » precisa Doustaly che insegna le date chiave della nascita del giudaismo, dell’Islam, la Riforma protestante.
Qualche settimana fa ha mostrato vecchi libri illustrati della vita del Profeta in cui c’erano disegni, a dimostrazione che non sempre è stato vietato fare ritratti di Maometto. Gli eventi a cavallo della Rivoluzione del 1789 e poi dell’approvazione francese della legge sulla laicità nel 1905 sono un riferimento storico che può permettere di capire cosa stia succedendo nel nostro tormentato presente. «Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, molti cattolici francesi si sentivano aggrediti, discriminati dallo Stato» ricorda Doustaly. La République allora era alle prese con la comunità cattolica. Ci furono scontri, conflitti e anni di tensione, eccessi da una parte e dall’altra. «Ora è una parte dei musulmani a trovarsi in questa situazione. È una fase di adattamento normale» osserva Doustaly. E per cercare di dare la migliore definizione possibile c’è l’aiuto dell’etimologia. Laicità viene dal greco, significa: «Popolo unito intorno a valori condivisi».
Corriere 12.2.16
Croce : la libertà è lotta perenne
Testimone delle tragedie europee del Novecento, il filosofo non si arrese mai all’angoscia
Nel 1966 la ricorrenza del centenario crociano innescò discussioni aspre sulla sua opera La riflessione
Per lui il dramma non è la morte: sarebbe peggio restare chiusi nel carcere della vita
di Giuseppe Galasso
Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.
Nel caso di Benedetto Croce, i centocinquant’anni dalla sua nascita, il 25 febbraio 1866, ricorrono in modo evidentemente diverso che il centenario nel 1966. Allora nel ricordarlo risuonarono, anche più forti che lui vivo, le polemiche, le contrapposizioni, le riprovazioni che ne avevano accompagnato la lunga, centrale presenza nella vita civile e culturale italiana nella prima metà del Novecento, fino alla morte il 20 novembre 1952. Croce era stato, infatti, esaltato per sessant’anni come grande maestro e profondo rinnovatore della cultura e della vita morale italiana, oppure, all’inverso, dannato nella memoria come filosofo senza effettivo nerbo di pensiero, responsabile di un isolamento provinciale della cultura italiana e (addirittura!) di uno scarso sviluppo delle scienze in Italia, fiero conservatore fino a un equivoco rapporto col fascismo, sempre avverso alle più giovani e nuove correnti della vita nazionale. Oggi, per i centocinquant’anni dalla nascita, non si può dire altrettanto.
Le cose dette nel 1966 con un fortissimo animus polemico sono ripetute oggi, per così dire, a freddo, come frasi fatte di conformistici luoghi comuni. E allo stesso modo le cose dette allora col tono fervente di una perorazione non solo filosofica o teoretica sono dette oggi col tono di una distesa certezza non solo di ordine storico.
Che vuol dire? Croce è uscito dal panorama dell’attualità militante e urgente? Si è eclissata anche la proiezione della sua ombra postuma? Non è così. Non si tratta di sepoltura o epilogo, bensì, come per ogni altro grande nome, del passare dalla tumultuosa contingenza del tempo alla perennità dei classici, alla perenne attualità delle voci che di volta in volta percepiscono ed esprimono qualcosa di sempreverde e imperituro circa l’essenza e l’esperienza della storia, ossia del mondo e dell’uomo.
L’eredità del suo pensiero è, su questo piano, molteplice: irriducibile specificità della poesia, e suo valore anche conoscitivo; vari aspetti realistici della politica e del diritto; universale storicità del pensiero e della vita; modello etico-politico di un vivere civile che vada oltre la logica ferrea del mors tua, vita mea e si proponga livelli superiori di libertà e di dignità umana; concezione pragmatica della conoscenza e del lavoro scientifico con le loro mirabili scoperte e invenzioni; fecondità della distinzione fra momenti ed espressioni diverse dell’attività umana; eterna problematicità della vita e del mondo, che nulla, tuttavia, ha di misterioso o di paralizzante.
Sono punti di indiscutibile rilievo da più punti di vista. Non ci si fa, comunque, un’idea di lui adeguata a ciò che egli fu nella storia del suo tempo senza pensare alla progressiva drammatizzazione della vita che ne connotò il sentire e il pensiero. Giunse a scrivere che la civiltà è un fiore che nasce sulla nuda roccia e si radica in essa, ma che un evento improvviso può sradicare e disfare. Oppure che non è la morte, evento naturale, il dramma dell’uomo, e che vero dramma sarebbe, invece, il restare indefinitamente chiusi nel carcere della vita. Oppure che il motore della vita e della storia è in una spinta vitale, in una terribile forza egoistica senza ingombri di morale o di altro. E ciò a non parlare di tante e tante sue mirabili pagine di letteratura e di storia.
L’ humanitas della grande tradizione europea, in cui era interamente immerso, fu lo spirito reggente della ispirazione filosofica e morale di Benedetto Croce. In questo spirito fu un grande testimone della crisi europea del suo tempo. Non fu mai, però, un filosofo della crisi, del mistero, dell’angoscia, dello smarrimento esistenziale. Ricordava che le autentiche e profonde angosce della sua giovinezza lo avevano portato a convivere con l’angoscia, a renderla domestica e nota, e perciò a domarne la tirannia.
Non intendeva come sistema il suo pensiero, ma come una perenne sistemazione da offrire ad altri quale strumento di lavoro. Credeva nella positività della storia e della vita, e riteneva che la libertà ne fosse la vera cifra, sia quando trionfava, sia quando la si negava e opprimeva, senza poter, peraltro, impedire che rinascesse, perché la sua perennità storica non è quella di un pigro, ininterrotto vegetare, ma una drammatica, perenne lotta col suo opposto.
Era sempre, insomma, il filosofo che nel 1909 aveva scritto che «la verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la vita», la quale è essa «il vero mistero, non perché impenetrabile dal pensiero, ma perché il pensiero la penetra, con potenza pari alla sua, all’infinito».
Una profonda lezione che spiega il suo persistere, ormai poco discutibile, come grande classico del mondo moderno, al di là del caduco e del contingente che nelle sue pagine, come in quelle di ogni altro grande, si ritrova.
Croce : la libertà è lotta perenne
Testimone delle tragedie europee del Novecento, il filosofo non si arrese mai all’angoscia
Nel 1966 la ricorrenza del centenario crociano innescò discussioni aspre sulla sua opera La riflessione
Per lui il dramma non è la morte: sarebbe peggio restare chiusi nel carcere della vita
di Giuseppe Galasso
Le ricorrenze sono ingannevoli. Fanno credere che si celebrino o si ricordino sempre le stesse cose come immobilizzazioni della memoria, incrostazioni del passato. Ma non è così. Il lavoro ineludibile e inesorabile del tempo si esercita anche sul passato. Uno stesso passato vive quale apparve ai suoi tempi, poi quale appare al presente, e ancora vivrà quale apparirà nel futuro.
Nel caso di Benedetto Croce, i centocinquant’anni dalla sua nascita, il 25 febbraio 1866, ricorrono in modo evidentemente diverso che il centenario nel 1966. Allora nel ricordarlo risuonarono, anche più forti che lui vivo, le polemiche, le contrapposizioni, le riprovazioni che ne avevano accompagnato la lunga, centrale presenza nella vita civile e culturale italiana nella prima metà del Novecento, fino alla morte il 20 novembre 1952. Croce era stato, infatti, esaltato per sessant’anni come grande maestro e profondo rinnovatore della cultura e della vita morale italiana, oppure, all’inverso, dannato nella memoria come filosofo senza effettivo nerbo di pensiero, responsabile di un isolamento provinciale della cultura italiana e (addirittura!) di uno scarso sviluppo delle scienze in Italia, fiero conservatore fino a un equivoco rapporto col fascismo, sempre avverso alle più giovani e nuove correnti della vita nazionale. Oggi, per i centocinquant’anni dalla nascita, non si può dire altrettanto.
Le cose dette nel 1966 con un fortissimo animus polemico sono ripetute oggi, per così dire, a freddo, come frasi fatte di conformistici luoghi comuni. E allo stesso modo le cose dette allora col tono fervente di una perorazione non solo filosofica o teoretica sono dette oggi col tono di una distesa certezza non solo di ordine storico.
Che vuol dire? Croce è uscito dal panorama dell’attualità militante e urgente? Si è eclissata anche la proiezione della sua ombra postuma? Non è così. Non si tratta di sepoltura o epilogo, bensì, come per ogni altro grande nome, del passare dalla tumultuosa contingenza del tempo alla perennità dei classici, alla perenne attualità delle voci che di volta in volta percepiscono ed esprimono qualcosa di sempreverde e imperituro circa l’essenza e l’esperienza della storia, ossia del mondo e dell’uomo.
L’eredità del suo pensiero è, su questo piano, molteplice: irriducibile specificità della poesia, e suo valore anche conoscitivo; vari aspetti realistici della politica e del diritto; universale storicità del pensiero e della vita; modello etico-politico di un vivere civile che vada oltre la logica ferrea del mors tua, vita mea e si proponga livelli superiori di libertà e di dignità umana; concezione pragmatica della conoscenza e del lavoro scientifico con le loro mirabili scoperte e invenzioni; fecondità della distinzione fra momenti ed espressioni diverse dell’attività umana; eterna problematicità della vita e del mondo, che nulla, tuttavia, ha di misterioso o di paralizzante.
Sono punti di indiscutibile rilievo da più punti di vista. Non ci si fa, comunque, un’idea di lui adeguata a ciò che egli fu nella storia del suo tempo senza pensare alla progressiva drammatizzazione della vita che ne connotò il sentire e il pensiero. Giunse a scrivere che la civiltà è un fiore che nasce sulla nuda roccia e si radica in essa, ma che un evento improvviso può sradicare e disfare. Oppure che non è la morte, evento naturale, il dramma dell’uomo, e che vero dramma sarebbe, invece, il restare indefinitamente chiusi nel carcere della vita. Oppure che il motore della vita e della storia è in una spinta vitale, in una terribile forza egoistica senza ingombri di morale o di altro. E ciò a non parlare di tante e tante sue mirabili pagine di letteratura e di storia.
L’ humanitas della grande tradizione europea, in cui era interamente immerso, fu lo spirito reggente della ispirazione filosofica e morale di Benedetto Croce. In questo spirito fu un grande testimone della crisi europea del suo tempo. Non fu mai, però, un filosofo della crisi, del mistero, dell’angoscia, dello smarrimento esistenziale. Ricordava che le autentiche e profonde angosce della sua giovinezza lo avevano portato a convivere con l’angoscia, a renderla domestica e nota, e perciò a domarne la tirannia.
Non intendeva come sistema il suo pensiero, ma come una perenne sistemazione da offrire ad altri quale strumento di lavoro. Credeva nella positività della storia e della vita, e riteneva che la libertà ne fosse la vera cifra, sia quando trionfava, sia quando la si negava e opprimeva, senza poter, peraltro, impedire che rinascesse, perché la sua perennità storica non è quella di un pigro, ininterrotto vegetare, ma una drammatica, perenne lotta col suo opposto.
Era sempre, insomma, il filosofo che nel 1909 aveva scritto che «la verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la vita», la quale è essa «il vero mistero, non perché impenetrabile dal pensiero, ma perché il pensiero la penetra, con potenza pari alla sua, all’infinito».
Una profonda lezione che spiega il suo persistere, ormai poco discutibile, come grande classico del mondo moderno, al di là del caduco e del contingente che nelle sue pagine, come in quelle di ogni altro grande, si ritrova.
La Stampa 12.2.16
Ascoltare il brusio dell’universo
di Antonio Scurati
Fermatevi un istante. Silenziate quel cavolo di smartphone e mettetevi ad ascoltare. Usciamo dalle caverne e scopriamo la meraviglia.
Anche qui, nel fondo delle nostre metropoli assordate dai crolli di Borsa, dai proclami di politici garruli e dai romanzi d’appendice, perfino qui, sotto il sordo tran tran della vita tardo-moderna, quando la città dorme e gli uomini piangono, ci si può sintonizzare sulla frequenza di una stella morente, si può udire il brusio dell’universo. Arriva anche qui la musica delle sfere celesti.
Oggi, infatti, a cento anni esatti dal giorno in cui il genio di Albert Einstein ne dedusse la necessità per via teorica attraverso un calcolo matematico, e dopo numerose prove indirette, l’esistenza delle onde gravitazionali è stata provata. Quella sorta d’invisibile e inaudito tessuto cosmico che lega tra loro i corpi celesti nelle loro universali gravitazioni, che lega i destini della materia e dell’anti-materia, le sorti delle masse cieche inter-stellari, che stringe un nesso indissolubile tra il tempo e lo spazio, quel tessuto sottilissimo e ubiquo, più simile a un tappeto sonoro che a un substrato materiale, è stato per la prima volta ascoltato.
Da oggi, grazie a strumenti giganteschi e avveniristici che portano antichi e leggiadri epiteti e nomi di donna - Virgo, Lisa - potremo percepire il «sonoro» dell’universo, udire gli inauditi messaggi inviatici dai moti di massa in galassie remote. Oggi siamo ancora e di nuovo all’incrocio delle risonanze, oggi inizia una nuova era di ascolto dell’universo.
Percepisco un diverso tipo di brusio. Più acuto, più consueto, più metallico. Suona più o meno così: «Capirai che me ne frega a me! Io ci ho la bolletta da pagare e il reflusso gastrico». E subito il meraviglioso mormorio dell’universo notturno svanisce soffocato dalla diuturna querimonia terrestre, dal raglio d’asino del cantante a San Remo e dalla nota di basso continuo dei lamenti per la fine del mese. A chi può importare davvero che il tempo non sia una grandezza assoluta, che l’evento spazio-temporale si curvi come un foglio di gomma sotto il peso della materia, aggravata anche dalla minuscola macchia di sangue dei nostri corpi affannati, a chi può davvero importare del comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra, di buchi neri che si scontrano nel centro inimmaginabile della nostra galassia, a chi frega dello «orizzonte degli eventi», di quella zona di confine oltre la quale non ci sono più né lo spazio né il tempo? A noi che non abbiamo più né santi né eroi - nemmeno il progresso - quale sorpresa potrebbe riservare ancora l’universo?
«Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere … Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai». Attraverso questo memorabile incipit del suo miglior romanzo, Martin Amis ci introduce a quel mondo in cui gli uomini non alzano mai la testa verso il cielo - accanto a sé hanno solo donne che li fraintendono per l’ennesima volta prima di tornare a dormire, niente dietro e niente davanti, se non la scadenza del mutuo mensile - in cui gli eventi non accadono mai eppure schiantano perché non hanno orizzonte. E’ il nostro mondo, non c’è che dire, quello in cui lo spazio e il tempo non si curvano nemmeno a martellate e se per caso provi qualche volta a mettere la testa fuori dal guscio ti senti subito uno smarrito idiota del cosmo.
Eppure, a ben guardare, il grande romanziere e la grande scienza si accordano. Lo strano bipede che nel fondo delle città, a notte, piange nel sonno ripetendosi «niente, non è niente» entra a modo suo in risonanza con l’universo. E’ lo stesso animale che in un giorno glorioso riuscirà a captare le onde gravitazionali. Si estinguerebbe presto se non provasse ancora a cercare il proprio posto nel cosmo.
Ascoltare il brusio dell’universo
di Antonio Scurati
Fermatevi un istante. Silenziate quel cavolo di smartphone e mettetevi ad ascoltare. Usciamo dalle caverne e scopriamo la meraviglia.
Anche qui, nel fondo delle nostre metropoli assordate dai crolli di Borsa, dai proclami di politici garruli e dai romanzi d’appendice, perfino qui, sotto il sordo tran tran della vita tardo-moderna, quando la città dorme e gli uomini piangono, ci si può sintonizzare sulla frequenza di una stella morente, si può udire il brusio dell’universo. Arriva anche qui la musica delle sfere celesti.
Oggi, infatti, a cento anni esatti dal giorno in cui il genio di Albert Einstein ne dedusse la necessità per via teorica attraverso un calcolo matematico, e dopo numerose prove indirette, l’esistenza delle onde gravitazionali è stata provata. Quella sorta d’invisibile e inaudito tessuto cosmico che lega tra loro i corpi celesti nelle loro universali gravitazioni, che lega i destini della materia e dell’anti-materia, le sorti delle masse cieche inter-stellari, che stringe un nesso indissolubile tra il tempo e lo spazio, quel tessuto sottilissimo e ubiquo, più simile a un tappeto sonoro che a un substrato materiale, è stato per la prima volta ascoltato.
Da oggi, grazie a strumenti giganteschi e avveniristici che portano antichi e leggiadri epiteti e nomi di donna - Virgo, Lisa - potremo percepire il «sonoro» dell’universo, udire gli inauditi messaggi inviatici dai moti di massa in galassie remote. Oggi siamo ancora e di nuovo all’incrocio delle risonanze, oggi inizia una nuova era di ascolto dell’universo.
Percepisco un diverso tipo di brusio. Più acuto, più consueto, più metallico. Suona più o meno così: «Capirai che me ne frega a me! Io ci ho la bolletta da pagare e il reflusso gastrico». E subito il meraviglioso mormorio dell’universo notturno svanisce soffocato dalla diuturna querimonia terrestre, dal raglio d’asino del cantante a San Remo e dalla nota di basso continuo dei lamenti per la fine del mese. A chi può importare davvero che il tempo non sia una grandezza assoluta, che l’evento spazio-temporale si curvi come un foglio di gomma sotto il peso della materia, aggravata anche dalla minuscola macchia di sangue dei nostri corpi affannati, a chi può davvero importare del comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra, di buchi neri che si scontrano nel centro inimmaginabile della nostra galassia, a chi frega dello «orizzonte degli eventi», di quella zona di confine oltre la quale non ci sono più né lo spazio né il tempo? A noi che non abbiamo più né santi né eroi - nemmeno il progresso - quale sorpresa potrebbe riservare ancora l’universo?
«Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere … Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai». Attraverso questo memorabile incipit del suo miglior romanzo, Martin Amis ci introduce a quel mondo in cui gli uomini non alzano mai la testa verso il cielo - accanto a sé hanno solo donne che li fraintendono per l’ennesima volta prima di tornare a dormire, niente dietro e niente davanti, se non la scadenza del mutuo mensile - in cui gli eventi non accadono mai eppure schiantano perché non hanno orizzonte. E’ il nostro mondo, non c’è che dire, quello in cui lo spazio e il tempo non si curvano nemmeno a martellate e se per caso provi qualche volta a mettere la testa fuori dal guscio ti senti subito uno smarrito idiota del cosmo.
Eppure, a ben guardare, il grande romanziere e la grande scienza si accordano. Lo strano bipede che nel fondo delle città, a notte, piange nel sonno ripetendosi «niente, non è niente» entra a modo suo in risonanza con l’universo. E’ lo stesso animale che in un giorno glorioso riuscirà a captare le onde gravitazionali. Si estinguerebbe presto se non provasse ancora a cercare il proprio posto nel cosmo.
Repubblica 12.2.16
Materia oscura e gravità quantistica le prossime sfide
di Giovanni Amelino-Camelia
Dopo il bosone, ecco le onde gravitazionali: due scoperte che ci aiutano a capire le nostre leggi della natura. Questi ultimi anni sono stati molto fortunati per la fisica: se la particella di Higgs era uno dei tasselli mancanti del formidabile “modello standard” (che descrive le interazioni non gravitazionali tra particelle), queste onde erano, fino a ieri, il tassello mancante nella nostra descrizione dei fenomeni gravitazionali, che con Einstein abbiamo imparato a basare sulla relatività generale. Le aspettavamo da un secolo esatto: la loro esistenza era stata infatti una delle prime predizioni ottenute lavorando con la relatività generale. Einstein aveva completato la formulazione matematica della sua celebre teoria alla fine del 1915 e tra le ipotesi che ricavò pochi mesi dopo c’era già quella delle onde gravitazionali.
Per illustrare intuitivamente quanto è centrale il ruolo che hanno nella struttura logica della relatività generale uso un’analogia già proposta su queste pagine. Fino a quel 1915 lo spazio e il tempo erano visti come un’entità statica: con la relatività generale si capisce, invece, che lo spaziotempo ha una sua dinamica ed in particolare che la materia curva lo spaziotempo. Questo aspetto dei fenomeni gravitazionali è analogo al caso in cui si tiene ben teso un telo piuttosto grande e si gioca a piazzare delle sferette sul telo. Se si posizionano due sferette sul telo, una magari molto leggera, l’altra più pesante, si nota con facilità che quella più pesante curva il telo (in realtà anche quella meno pensante curva un pò il telo ma in maniera non apprezzabile). La sferetta meno pesante “cade” su quella più pesante proprio a causa di come quella pesante ha deformato il telo. Le onde gravitazionali hanno un ruolo centrale nel confermare la struttura matematica della relatività generale : se davvero lo spaziotempo è come un telo deformabile, allora, in determinate condizioni, si dovranno produrre delle onde di spaziotempo, proprio come giocando con un telo non è difficile produrre delle onde che lo attraversano. La sfida di verificare questa fondamentale predizione è stata la sfida più grande che la scienza abbia affrontato con successo, anche se ci ha impiegato un secolo. Ed è stata così ardua perché la “tensione del telo spaziotemporale” è elevatissima, molto più grande di quanto la nostra immaginazione possa contemplare. La matematica della relatività generale predice queste onde ma predice pure che la loro intensità sia bassissima, anche quando la materia che le produce è molto pesante ed in brusca evoluzione, come nel caso della furiosa danza finale che si verifica quando due buchi neri collassano l’uno sull’altro. Ce l’abbiamo fatta grazie alle migliori tecnologie finora disponibili, grazie a un apparato di misura che essenzialmente si sviluppa su due tubi, ciascuno lungo 4 chilometri, e grazie alla dedizione di un migliaio di fisici di tanti paesi, con un ruolo molto importante per quelli italiani.
La particella di Higgs e le onde gravitazionali sono due importantissime “scoperte attese”: non ci hanno sorpreso ma averle finalmente raggiunte ci rassicura che le teorie che stiamo utilizzando siano davvero un punto di partenza affidabile per le sfide future della fisica. Per rendere straordinario questo periodo ci vorrebbe adesso una “scoperta inattesa”, un nuovo fatto sperimentale che allo stesso tempo ci sorprenda e ci indichi la strada da seguire per andare oltre i modelli teorici che stiamo utilizzando. Qualcosa che ci avvicini alla risposta delle grandi questioni irrisolte, come la materia oscura e la gravità quantistica.
L’autore è un fisico. Insegna all’Università La Sapienza di Roma
Materia oscura e gravità quantistica le prossime sfide
di Giovanni Amelino-Camelia
Dopo il bosone, ecco le onde gravitazionali: due scoperte che ci aiutano a capire le nostre leggi della natura. Questi ultimi anni sono stati molto fortunati per la fisica: se la particella di Higgs era uno dei tasselli mancanti del formidabile “modello standard” (che descrive le interazioni non gravitazionali tra particelle), queste onde erano, fino a ieri, il tassello mancante nella nostra descrizione dei fenomeni gravitazionali, che con Einstein abbiamo imparato a basare sulla relatività generale. Le aspettavamo da un secolo esatto: la loro esistenza era stata infatti una delle prime predizioni ottenute lavorando con la relatività generale. Einstein aveva completato la formulazione matematica della sua celebre teoria alla fine del 1915 e tra le ipotesi che ricavò pochi mesi dopo c’era già quella delle onde gravitazionali.
Per illustrare intuitivamente quanto è centrale il ruolo che hanno nella struttura logica della relatività generale uso un’analogia già proposta su queste pagine. Fino a quel 1915 lo spazio e il tempo erano visti come un’entità statica: con la relatività generale si capisce, invece, che lo spaziotempo ha una sua dinamica ed in particolare che la materia curva lo spaziotempo. Questo aspetto dei fenomeni gravitazionali è analogo al caso in cui si tiene ben teso un telo piuttosto grande e si gioca a piazzare delle sferette sul telo. Se si posizionano due sferette sul telo, una magari molto leggera, l’altra più pesante, si nota con facilità che quella più pesante curva il telo (in realtà anche quella meno pensante curva un pò il telo ma in maniera non apprezzabile). La sferetta meno pesante “cade” su quella più pesante proprio a causa di come quella pesante ha deformato il telo. Le onde gravitazionali hanno un ruolo centrale nel confermare la struttura matematica della relatività generale : se davvero lo spaziotempo è come un telo deformabile, allora, in determinate condizioni, si dovranno produrre delle onde di spaziotempo, proprio come giocando con un telo non è difficile produrre delle onde che lo attraversano. La sfida di verificare questa fondamentale predizione è stata la sfida più grande che la scienza abbia affrontato con successo, anche se ci ha impiegato un secolo. Ed è stata così ardua perché la “tensione del telo spaziotemporale” è elevatissima, molto più grande di quanto la nostra immaginazione possa contemplare. La matematica della relatività generale predice queste onde ma predice pure che la loro intensità sia bassissima, anche quando la materia che le produce è molto pesante ed in brusca evoluzione, come nel caso della furiosa danza finale che si verifica quando due buchi neri collassano l’uno sull’altro. Ce l’abbiamo fatta grazie alle migliori tecnologie finora disponibili, grazie a un apparato di misura che essenzialmente si sviluppa su due tubi, ciascuno lungo 4 chilometri, e grazie alla dedizione di un migliaio di fisici di tanti paesi, con un ruolo molto importante per quelli italiani.
La particella di Higgs e le onde gravitazionali sono due importantissime “scoperte attese”: non ci hanno sorpreso ma averle finalmente raggiunte ci rassicura che le teorie che stiamo utilizzando siano davvero un punto di partenza affidabile per le sfide future della fisica. Per rendere straordinario questo periodo ci vorrebbe adesso una “scoperta inattesa”, un nuovo fatto sperimentale che allo stesso tempo ci sorprenda e ci indichi la strada da seguire per andare oltre i modelli teorici che stiamo utilizzando. Qualcosa che ci avvicini alla risposta delle grandi questioni irrisolte, come la materia oscura e la gravità quantistica.
L’autore è un fisico. Insegna all’Università La Sapienza di Roma
La Stampa 12.2.16
Ora nasce la Nuova Astronomia
“Sveleremo i misteri dei buchi neri”
di Barbara Gallavotti
Parlano due protagonisti: Angelo Scribano, «padre» dello European Gravitational Observatory che gestisce «Virgo», e Stefano Vitale dell’Università di Trento, coordinatore scientifico della missione «Lisa Pathfinder», che serve da apripista per il sofisticatissimo «eLisa», previsto in orbita intorno alla Terra dal 2034.
Che cosa sono le onde gravitazionali?
Scribano: «Sono deformazioni dello spazio-tempo che si producono come conseguenza del movimento accelerato di corpi dotati di massa. In genere si tratta di segnali debolissimi: solo se i corpi che li generano sono molto grandi possiamo rilevarli con i nostri strumenti. A seconda delle masse dei corpi e del tipo di movimento, le onde che ne derivano hanno caratteristiche diverse. Poiché, secondo Einstein, energia e massa si equivalgono, anche le grandi variazioni di energia possono generare onde gravitazionali e un giorno forse potremo addirittura misurare quelle prodotte nei primi istanti dopo il Big Bang».
La scoperta apre una nuova epoca?
Vitale: «Oggi, dopo un secolo d’attesa, si celebra finalmente il primo giorno di vita dell’astronomia gravitazionale: proprio attraverso lo studio approfondito delle onde gravitazionali d’ora in poi potremo indagare l’Universo come mai avremmo potuto prima. È come se, dopo aver esplorato una foresta con gli occhi, da oggi potessimo per la prima volta “mettere in funzione” le orecchie. Con “Virgo” e “Ligo” prima, e con “eLisa” poi, potremo ascoltare questo “sonoro” in sempre maggiore dettaglio e percepire il cosmo in modo completamente diverso».
Come cambia la nostra visione dell’Universo?
Scribano: «È una conferma importante, perché finora avevamo solo prove indirette della loro esistenza. Ora che sono state osservate non solo è stato verificato un aspetto cruciale della Relatività, ma possiamo avere più fiducia nell’esattezza dei calcoli che indicano in quali occasioni si producono le onde gravitazionali».
Quale sarà ora il prossimo passo?
Scribano: «Sia “Virgo” sia “Lisa” escono ora da lavori di miglioramento e quindi fin da subito conosceremo nuovi particolari dell’Universo. Credo che presto avremo informazioni interessanti sul comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra: un fenomeno che può produrre onde gravitazionali rilevabili per settimane».
Vitale: «Credo che non ci sia limite alle sorprese che può riservarci l’Universo. ora che possiamo esplorarlo con “un nuovo organo di senso”. Possiamo ipotizzare che ci siamo molti “corpi oscuri”, di cui ignoriamo l’esistenza, perché non emettono luce né radiazione. Ma d’ora in poi saranno individuabili perché producono onde gravitazionali».
Cambierà anche l’idea di gravità?
Vitale: «Potremo anche studiare situazioni in cui la gravità è estremamente forte e domina sulle altre forze, come avviene in prossimità dei giganteschi buchi neri al centro delle galassie. Queste condizioni ci sono particolarmente estranee, perché, contrariamente a quanto potremmo pensare, “nel nostro mondo” la forza di gravità è debolissima, molto più debole della forza elettromagnetica».
Le onde «illumineranno» i buchi neri?
Scribano: «Sicuramente sì. I buchi neri sono il perfetto esempio di oggetto che può essere studiato approfonditamente solo attraverso le onde gravitazionali che genera. E già questa scoperta riguarda proprio due buchi neri».
Vitale: «Quando “eLisa” sarà operativa, nel 2034, potremo capire se esiste il cosiddetto “orizzonte degli eventi”, la zona di confine oltre alla quale non ci sono più né lo spazio né il tempo, perché tutto è risucchiato dal buco nero. Lo capiremo perché potremo osservare come un piccolo buco nero viene inghiottito da un buco nero galattico e misurare il momento un cui persino le onde gravitazionali smettono di essere emesse».
Decifreremo misteri come materia ed energia?
Vitale: «Conosciamo appena il 5% di ciò che esiste nell’Universo ed è ciò che chiamiamo materia. Il restante 95% è rappresentato da materia oscura ed energia oscura. Almeno una parte di queste componenti misteriose potrebbe essere costituita da un qualcosa che, essendo dotato di massa, produce onde gravitazionali: in questo caso “eLisa” potrà individuarlo».
Ora nasce la Nuova Astronomia
“Sveleremo i misteri dei buchi neri”
di Barbara Gallavotti
Parlano due protagonisti: Angelo Scribano, «padre» dello European Gravitational Observatory che gestisce «Virgo», e Stefano Vitale dell’Università di Trento, coordinatore scientifico della missione «Lisa Pathfinder», che serve da apripista per il sofisticatissimo «eLisa», previsto in orbita intorno alla Terra dal 2034.
Che cosa sono le onde gravitazionali?
Scribano: «Sono deformazioni dello spazio-tempo che si producono come conseguenza del movimento accelerato di corpi dotati di massa. In genere si tratta di segnali debolissimi: solo se i corpi che li generano sono molto grandi possiamo rilevarli con i nostri strumenti. A seconda delle masse dei corpi e del tipo di movimento, le onde che ne derivano hanno caratteristiche diverse. Poiché, secondo Einstein, energia e massa si equivalgono, anche le grandi variazioni di energia possono generare onde gravitazionali e un giorno forse potremo addirittura misurare quelle prodotte nei primi istanti dopo il Big Bang».
La scoperta apre una nuova epoca?
Vitale: «Oggi, dopo un secolo d’attesa, si celebra finalmente il primo giorno di vita dell’astronomia gravitazionale: proprio attraverso lo studio approfondito delle onde gravitazionali d’ora in poi potremo indagare l’Universo come mai avremmo potuto prima. È come se, dopo aver esplorato una foresta con gli occhi, da oggi potessimo per la prima volta “mettere in funzione” le orecchie. Con “Virgo” e “Ligo” prima, e con “eLisa” poi, potremo ascoltare questo “sonoro” in sempre maggiore dettaglio e percepire il cosmo in modo completamente diverso».
Come cambia la nostra visione dell’Universo?
Scribano: «È una conferma importante, perché finora avevamo solo prove indirette della loro esistenza. Ora che sono state osservate non solo è stato verificato un aspetto cruciale della Relatività, ma possiamo avere più fiducia nell’esattezza dei calcoli che indicano in quali occasioni si producono le onde gravitazionali».
Quale sarà ora il prossimo passo?
Scribano: «Sia “Virgo” sia “Lisa” escono ora da lavori di miglioramento e quindi fin da subito conosceremo nuovi particolari dell’Universo. Credo che presto avremo informazioni interessanti sul comportamento di stelle binarie in procinto di collassare l’una sull’altra: un fenomeno che può produrre onde gravitazionali rilevabili per settimane».
Vitale: «Credo che non ci sia limite alle sorprese che può riservarci l’Universo. ora che possiamo esplorarlo con “un nuovo organo di senso”. Possiamo ipotizzare che ci siamo molti “corpi oscuri”, di cui ignoriamo l’esistenza, perché non emettono luce né radiazione. Ma d’ora in poi saranno individuabili perché producono onde gravitazionali».
Cambierà anche l’idea di gravità?
Vitale: «Potremo anche studiare situazioni in cui la gravità è estremamente forte e domina sulle altre forze, come avviene in prossimità dei giganteschi buchi neri al centro delle galassie. Queste condizioni ci sono particolarmente estranee, perché, contrariamente a quanto potremmo pensare, “nel nostro mondo” la forza di gravità è debolissima, molto più debole della forza elettromagnetica».
Le onde «illumineranno» i buchi neri?
Scribano: «Sicuramente sì. I buchi neri sono il perfetto esempio di oggetto che può essere studiato approfonditamente solo attraverso le onde gravitazionali che genera. E già questa scoperta riguarda proprio due buchi neri».
Vitale: «Quando “eLisa” sarà operativa, nel 2034, potremo capire se esiste il cosiddetto “orizzonte degli eventi”, la zona di confine oltre alla quale non ci sono più né lo spazio né il tempo, perché tutto è risucchiato dal buco nero. Lo capiremo perché potremo osservare come un piccolo buco nero viene inghiottito da un buco nero galattico e misurare il momento un cui persino le onde gravitazionali smettono di essere emesse».
Decifreremo misteri come materia ed energia?
Vitale: «Conosciamo appena il 5% di ciò che esiste nell’Universo ed è ciò che chiamiamo materia. Il restante 95% è rappresentato da materia oscura ed energia oscura. Almeno una parte di queste componenti misteriose potrebbe essere costituita da un qualcosa che, essendo dotato di massa, produce onde gravitazionali: in questo caso “eLisa” potrà individuarlo».
La Stampa 12.2.16
La gravità non fa quasi rumore
di Massimo Cerdonio
La gravitazione universale di Newton proponeva un’azione istantanea a distanza, che ha ben giustificato il moto dei pianeti così come il nostro peso sulla Terra. Ma il fatto che nulla potesse propagarsi più velocemente della luce ha reso necessaria una teoria che la superasse e il genio di Einsten l’ha proposta - superando la teoria di Newton, ma contenendola come prima approssimazione - e ci dice che l’azione gravitazionale si propaga a velocità della luce: onde gravitazionali devono propagarla fra masse in moto relativo accelerato (un po’ come le onde elettromagnetiche - la luce - propagano interazioni tra cariche elettriche).
La Relatività Generale è la teoria della gravitazione ed è entrata nella nostra quotidianità: il Gps non funzionerebbe se non fosse costruito secondo i suoi dettami. Su scala del cosmo la gravità è il vero motore: dall’espansione dell’Universo alla formazione delle galassie e all’evoluzione delle stelle, che porta alla formazione di pianeti come il nostro, e quindi al nostro essere qui, la gravità ha il ruolo determinate. Noi, finora, siamo stati sordi ai messaggi che i moti di massa nel cosmo ci inviano e non abbiamo potuto studiare i rivolgimenti in atto, altro che osservando gli effetti, per così dire secondari, trasmessi da onde elettromagnetiche, raggi gamma e raggi X, luce visibile, microonde, onde radio. Ma che esistano è cosa acquisita. Negli Anni 80 Hulse e Taylor - Nobel per questo - studiarono come «spiralizzavano» l’una sull’altra una coppia di stelle di neutroni (di cui una è una pulsar), raggiungendo la conclusione che perdevano energia a causa di un meccanismo che non poteva essere altro che l’emissione di onde gravitazionali.
Costruire strumenti che forniscano una rivelazione «diretta», nel senso che si possano studiare tante diverse sorgenti, cioè far nascere una nuova astronomia delle onde gravitazionali, è stato uno sforzo di creatività in fisica e tecnologia durato mezzo secolo. Restiamo alla sforzo più recente - sviluppatosi dagli Anni 90 - in quanto ha portato alla «prima rivelazione». L’idea è semplice, ma realizzarla è stato uno sforzo da giganti. L’onda gravitazionale è generata da movimenti di masse e quindi è intuitivo che, per converso, mette in movimento le masse che questa raggiunge. I moti indotti possono essere «letti» scambiando tra le masse di prova fasci di luce laser e portandoli ad interferire opportunamente, per poi rivelare il moto relativo. L’ampiezza dell’onda gravitazionale incidente è direttamente legata allo spostamento relativo percentuale tra le masse di prova.
Il problema è che perfino i movimenti di massa più violenti, come lo scontro di buchi neri e di stelle di neutroni e lo scoppio di supernovae, inducono su masse di laboratorio dei movimenti di ampiezza sub-atomica. In soldoni, per avere qualche possibiltà di rivelazione a Terra, bisogna misurare spostamenti relativi - vicini al limite quantico del principio di Heisenberg - tra specchi di qualche decina di kg, messi a distanza di qualche km.
Questa tecnologia è stata finora messa in atto in due fasi negli Usa e in Italia, con «Ligo» e «Virgo», realizzato dall’Infn con il Cnrs francese. Ma nel 2020, con una serie di nuove strutture, in Giappone e in India, avremo un osservatorio completo: un ulteriore passo per indagare le onde gravitazionali.
La gravità non fa quasi rumore
di Massimo Cerdonio
La gravitazione universale di Newton proponeva un’azione istantanea a distanza, che ha ben giustificato il moto dei pianeti così come il nostro peso sulla Terra. Ma il fatto che nulla potesse propagarsi più velocemente della luce ha reso necessaria una teoria che la superasse e il genio di Einsten l’ha proposta - superando la teoria di Newton, ma contenendola come prima approssimazione - e ci dice che l’azione gravitazionale si propaga a velocità della luce: onde gravitazionali devono propagarla fra masse in moto relativo accelerato (un po’ come le onde elettromagnetiche - la luce - propagano interazioni tra cariche elettriche).
La Relatività Generale è la teoria della gravitazione ed è entrata nella nostra quotidianità: il Gps non funzionerebbe se non fosse costruito secondo i suoi dettami. Su scala del cosmo la gravità è il vero motore: dall’espansione dell’Universo alla formazione delle galassie e all’evoluzione delle stelle, che porta alla formazione di pianeti come il nostro, e quindi al nostro essere qui, la gravità ha il ruolo determinate. Noi, finora, siamo stati sordi ai messaggi che i moti di massa nel cosmo ci inviano e non abbiamo potuto studiare i rivolgimenti in atto, altro che osservando gli effetti, per così dire secondari, trasmessi da onde elettromagnetiche, raggi gamma e raggi X, luce visibile, microonde, onde radio. Ma che esistano è cosa acquisita. Negli Anni 80 Hulse e Taylor - Nobel per questo - studiarono come «spiralizzavano» l’una sull’altra una coppia di stelle di neutroni (di cui una è una pulsar), raggiungendo la conclusione che perdevano energia a causa di un meccanismo che non poteva essere altro che l’emissione di onde gravitazionali.
Costruire strumenti che forniscano una rivelazione «diretta», nel senso che si possano studiare tante diverse sorgenti, cioè far nascere una nuova astronomia delle onde gravitazionali, è stato uno sforzo di creatività in fisica e tecnologia durato mezzo secolo. Restiamo alla sforzo più recente - sviluppatosi dagli Anni 90 - in quanto ha portato alla «prima rivelazione». L’idea è semplice, ma realizzarla è stato uno sforzo da giganti. L’onda gravitazionale è generata da movimenti di masse e quindi è intuitivo che, per converso, mette in movimento le masse che questa raggiunge. I moti indotti possono essere «letti» scambiando tra le masse di prova fasci di luce laser e portandoli ad interferire opportunamente, per poi rivelare il moto relativo. L’ampiezza dell’onda gravitazionale incidente è direttamente legata allo spostamento relativo percentuale tra le masse di prova.
Il problema è che perfino i movimenti di massa più violenti, come lo scontro di buchi neri e di stelle di neutroni e lo scoppio di supernovae, inducono su masse di laboratorio dei movimenti di ampiezza sub-atomica. In soldoni, per avere qualche possibiltà di rivelazione a Terra, bisogna misurare spostamenti relativi - vicini al limite quantico del principio di Heisenberg - tra specchi di qualche decina di kg, messi a distanza di qualche km.
Questa tecnologia è stata finora messa in atto in due fasi negli Usa e in Italia, con «Ligo» e «Virgo», realizzato dall’Infn con il Cnrs francese. Ma nel 2020, con una serie di nuove strutture, in Giappone e in India, avremo un osservatorio completo: un ulteriore passo per indagare le onde gravitazionali.
La Stampa 12.2.16
“Così ho decifrato il segnale che fa la storia”
Il ”cervello in fuga” Marco Drago ha creato l’algoritmo per misurare il fenomeno
di Emanuele Perugini
È un giovane italiano il ricercatore che per primo ha osservato le onde gravitazionali. Si chiama Marco Drago, ha 33 anni. Laurea a Padova, ora lavora al centro di calcolo «Atlas» del Max Planck Institute a Hannover: qui analizza alcuni dei dati in arrivo dalle due grandi antenne di «Ligo». È questo «cervello in fuga» che ha ricevuto, lo scorso 14 settembre, la mail d’«allerta» con i dati della scoperta destinata a diventare storica. «Era poco prima di pranzo, quando ho aperto la mail che il nostro sistema invia in automatico e ho visto subito che c’era qualcosa di particolarmente interessante», racconta. Era il segnale tanto atteso e adesso Drago è tra le centinaia di ricercatori che hanno firmato il fondamentale studio pubblicato ieri su «Physical Review Letters».
Quanto è emozionato? Si rende conto che con questa scoperta rischia di vincere il prossimo Nobel per la Fisica?
«Certo. Ma presumo che il Nobel andrà ai pionieri che hanno ideato gli interferometri e iniziato il progetto di costruzione».
Come si è sentito quando ha visto i dati che potevano rivelarsi decisivi?
«Non so dire se, in quel momento, fosse più forte l’entusiasmo per la scoperta o lo scetticismo. Appena ho aperto la mail ho chiamato il mio collega Gabriele Vedovato dell’Infn di Padova. Non sapevamo bene se essere felici o se essere scettici. L’unica certezza era che stavolta eravamo di fronte a qualcosa di particolare».
La caccia alle onde gravitazionali coinvolge migliaia di ricercatori nel mondo. È stato un caso se la mail è arrivata proprio a lei?
«No. E ci tengo a precisarlo. Sono stato io, con i miei colleghi di Padova, Trento e Florida, ad aver messo a punto l’algoritmo che valuta i dati raccolti dall’interferometro e decide di inviare la mail di “alert”. In altre parole siamo stati noi a creare il sistema di allarme automatico attraverso il quale l’esperimento comunica i dati che vengono registrati dagli strumenti in tempo reale».
Come funziona il sistema?
«È molto complesso e raccoglie le misurazioni effettuate dagli strumenti. Parliamo di variazioni davvero piccole, dell’ordine del milionesimo di millimetro. È per questo che dobbiamo essere estremamente precisi. Abbiamo disegnato un algoritmo in grado di rilevare segnali consistenti con possibili onde gravitazionali nel ciclo di queste misurazioni. In questo caso l’algoritmo attiva un sistema che invia in automatico una mail a un gruppo di persone: sono loro ad avere il compito di interpretare l’anomalia riscontrata dal sistema».
Allora perchè lei e il suo collega eravate scettici?
«Temevamo di essere davanti a un semplice test: sono quelli eseguiti abitualmente per verificare lo stato di efficienza degli strumenti. Ma per fortuna non era così».
E qual è stato il ruolo dell’altro esperimento, quello che si trova vicino a Pisa, vale a dire «Virgo»?
«Per essere super-precisi avremmo dovuto poter contare anche su “Virgo”, l’osservatorio pisano. Questo, però, è in fase di potenziamento e non è ancora attivo».
Ha confidato a qualcuno il segreto di questa scoperta prima dell’annuncio ufficiale?
«Non mi è stato possibile riferire nulla, perché prima della conferenza stampa ufficiale siamo stati costretti a non dire niente a nessuno. Per i miei genitori ho fatto però una piccola eccezione e, ovviamente, sono molto orgogliosi. Non so se, davvero, se ne rendano ancora conto del tutto».
Adesso che è diventato uno dei «cervelli in fuga» più famosi del mondo ritornerebbe in Italia?
«Io vorrei tornare in Italia. Sono partito all’estero un po’ per fare esperienza e un po’ perché in Italia non mi è stata data la possibilità di rimanere all’interno del campo delle onde gravitazionali. Ma mi piacerebbe ritornare nel mio Paese».
“Così ho decifrato il segnale che fa la storia”
Il ”cervello in fuga” Marco Drago ha creato l’algoritmo per misurare il fenomeno
di Emanuele Perugini
È un giovane italiano il ricercatore che per primo ha osservato le onde gravitazionali. Si chiama Marco Drago, ha 33 anni. Laurea a Padova, ora lavora al centro di calcolo «Atlas» del Max Planck Institute a Hannover: qui analizza alcuni dei dati in arrivo dalle due grandi antenne di «Ligo». È questo «cervello in fuga» che ha ricevuto, lo scorso 14 settembre, la mail d’«allerta» con i dati della scoperta destinata a diventare storica. «Era poco prima di pranzo, quando ho aperto la mail che il nostro sistema invia in automatico e ho visto subito che c’era qualcosa di particolarmente interessante», racconta. Era il segnale tanto atteso e adesso Drago è tra le centinaia di ricercatori che hanno firmato il fondamentale studio pubblicato ieri su «Physical Review Letters».
Quanto è emozionato? Si rende conto che con questa scoperta rischia di vincere il prossimo Nobel per la Fisica?
«Certo. Ma presumo che il Nobel andrà ai pionieri che hanno ideato gli interferometri e iniziato il progetto di costruzione».
Come si è sentito quando ha visto i dati che potevano rivelarsi decisivi?
«Non so dire se, in quel momento, fosse più forte l’entusiasmo per la scoperta o lo scetticismo. Appena ho aperto la mail ho chiamato il mio collega Gabriele Vedovato dell’Infn di Padova. Non sapevamo bene se essere felici o se essere scettici. L’unica certezza era che stavolta eravamo di fronte a qualcosa di particolare».
La caccia alle onde gravitazionali coinvolge migliaia di ricercatori nel mondo. È stato un caso se la mail è arrivata proprio a lei?
«No. E ci tengo a precisarlo. Sono stato io, con i miei colleghi di Padova, Trento e Florida, ad aver messo a punto l’algoritmo che valuta i dati raccolti dall’interferometro e decide di inviare la mail di “alert”. In altre parole siamo stati noi a creare il sistema di allarme automatico attraverso il quale l’esperimento comunica i dati che vengono registrati dagli strumenti in tempo reale».
Come funziona il sistema?
«È molto complesso e raccoglie le misurazioni effettuate dagli strumenti. Parliamo di variazioni davvero piccole, dell’ordine del milionesimo di millimetro. È per questo che dobbiamo essere estremamente precisi. Abbiamo disegnato un algoritmo in grado di rilevare segnali consistenti con possibili onde gravitazionali nel ciclo di queste misurazioni. In questo caso l’algoritmo attiva un sistema che invia in automatico una mail a un gruppo di persone: sono loro ad avere il compito di interpretare l’anomalia riscontrata dal sistema».
Allora perchè lei e il suo collega eravate scettici?
«Temevamo di essere davanti a un semplice test: sono quelli eseguiti abitualmente per verificare lo stato di efficienza degli strumenti. Ma per fortuna non era così».
E qual è stato il ruolo dell’altro esperimento, quello che si trova vicino a Pisa, vale a dire «Virgo»?
«Per essere super-precisi avremmo dovuto poter contare anche su “Virgo”, l’osservatorio pisano. Questo, però, è in fase di potenziamento e non è ancora attivo».
Ha confidato a qualcuno il segreto di questa scoperta prima dell’annuncio ufficiale?
«Non mi è stato possibile riferire nulla, perché prima della conferenza stampa ufficiale siamo stati costretti a non dire niente a nessuno. Per i miei genitori ho fatto però una piccola eccezione e, ovviamente, sono molto orgogliosi. Non so se, davvero, se ne rendano ancora conto del tutto».
Adesso che è diventato uno dei «cervelli in fuga» più famosi del mondo ritornerebbe in Italia?
«Io vorrei tornare in Italia. Sono partito all’estero un po’ per fare esperienza e un po’ perché in Italia non mi è stata data la possibilità di rimanere all’interno del campo delle onde gravitazionali. Ma mi piacerebbe ritornare nel mio Paese».
La Stampa 12.2.16
Il lampo potente come 62 Soli
che dà ragione a Einstein
Confermata la scoperta delle onde gravitazionali: l’Universo non sarà mai più lo stesso
di Gabriele Beccaria
«Finora eravamo abituati a osservare la struttura dello spazio-tempo come un oceano calmo. Adesso, invece, l’abbiamo visto in piena tempesta Per la prima volta».
Ieri, a Washington, Kip Thorne, il fisico diventato celebre come consulente del kolossal «Interstellar», era emozionato. E parlava a scatti. Spiegava che i «gossip» delle ultime settimane erano flash di verità: le onde gravitazionali esistono. E finalmente c’è la prova che il cosmo è percorso da elusive increspature generate dalla massa di corpi in accelerazione.
Il segnale è arrivato il 14 settembre scorso da una catastrofe cosmica, provocata dallo scontro di due oggetti che sono icone dei misteri racchiusi dall’Universo: due buchi neri, a un miliardo di anni luce da noi. Thorne ha provato a dare un’idea dell’evento - impossibile da immaginare per noi umani - con un’animazione 3D: vorticando su se stessi, i «black hole» si sono fusi in un’unica entità. E mentre divoravano materia, rallentavano il tempo, finché è scattata l’emissione decisiva, intercettata da una sofisticata macchina sulla Terra.
Lo strumento, noto come «Ligo», è un interferometro, una struttura composta da due bracci perpendicolari di 4 km ciascuno, in cui una serie di fasci laser va su e giù, finché - quando scatta il momento x, vale a dire arriva un’onda gravitazionale - si produce una variazione nella lunghezza dei bracci stessi. Piccolissima. Anche questa impensabile. Cento milioni di volte più piccola di un atomo. Eppure sufficiente a ottenere la prova che il fenomeno previsto da Einstein un secolo fa esiste davvero.
Mentre a Washington si spiegava e si applaudiva, un’altra conferenza stampa si svolgeva vicino a Pisa, a Cascina, dove è in funzione una struttura sorella di «Ligo», chiamata «Virgo», collaborazione italo-francese gestita dall’Infn, l’Istituto nazionale di fisica nucleare, e dal Cnrs francese. «L’onda è nata da un oggetto pari alla massa di 62 Soli», ha spiegato il portavoce del test Fulvio Ricci. Che, esaltando il lavoro in team di mille fisici e ingegneri in quattro continenti, ha contribuito all’euforia generale.
Da ieri è nata una Nuova Astronomia, non diversamente da come la scoperta del Bosone di Higgs, nel 2012, ha inaugurato una Nuova Fisica. E anche stavolta c’è molta Italia in questi studi estremi. A cominciare dal gruppo di Trento e Padova che ha elaborato l’algoritmo per leggere il segnale - il «pipeline» - e dal fisico, Marco Drago, che tre minuti dopo la mail decisiva inviata dai rilevatori ha identificato l’onda che ha fatto la storia. «Un’onda durata 20 millisecondi», ha sottolineato Thorne. Che ha concluso: «Ne cercheremo altre. Anche della durata di minuti, anni, miliardi di anni». E l’Universo non sarà più lo stesso.
Il lampo potente come 62 Soli
che dà ragione a Einstein
Confermata la scoperta delle onde gravitazionali: l’Universo non sarà mai più lo stesso
di Gabriele Beccaria
«Finora eravamo abituati a osservare la struttura dello spazio-tempo come un oceano calmo. Adesso, invece, l’abbiamo visto in piena tempesta Per la prima volta».
Ieri, a Washington, Kip Thorne, il fisico diventato celebre come consulente del kolossal «Interstellar», era emozionato. E parlava a scatti. Spiegava che i «gossip» delle ultime settimane erano flash di verità: le onde gravitazionali esistono. E finalmente c’è la prova che il cosmo è percorso da elusive increspature generate dalla massa di corpi in accelerazione.
Il segnale è arrivato il 14 settembre scorso da una catastrofe cosmica, provocata dallo scontro di due oggetti che sono icone dei misteri racchiusi dall’Universo: due buchi neri, a un miliardo di anni luce da noi. Thorne ha provato a dare un’idea dell’evento - impossibile da immaginare per noi umani - con un’animazione 3D: vorticando su se stessi, i «black hole» si sono fusi in un’unica entità. E mentre divoravano materia, rallentavano il tempo, finché è scattata l’emissione decisiva, intercettata da una sofisticata macchina sulla Terra.
Lo strumento, noto come «Ligo», è un interferometro, una struttura composta da due bracci perpendicolari di 4 km ciascuno, in cui una serie di fasci laser va su e giù, finché - quando scatta il momento x, vale a dire arriva un’onda gravitazionale - si produce una variazione nella lunghezza dei bracci stessi. Piccolissima. Anche questa impensabile. Cento milioni di volte più piccola di un atomo. Eppure sufficiente a ottenere la prova che il fenomeno previsto da Einstein un secolo fa esiste davvero.
Mentre a Washington si spiegava e si applaudiva, un’altra conferenza stampa si svolgeva vicino a Pisa, a Cascina, dove è in funzione una struttura sorella di «Ligo», chiamata «Virgo», collaborazione italo-francese gestita dall’Infn, l’Istituto nazionale di fisica nucleare, e dal Cnrs francese. «L’onda è nata da un oggetto pari alla massa di 62 Soli», ha spiegato il portavoce del test Fulvio Ricci. Che, esaltando il lavoro in team di mille fisici e ingegneri in quattro continenti, ha contribuito all’euforia generale.
Da ieri è nata una Nuova Astronomia, non diversamente da come la scoperta del Bosone di Higgs, nel 2012, ha inaugurato una Nuova Fisica. E anche stavolta c’è molta Italia in questi studi estremi. A cominciare dal gruppo di Trento e Padova che ha elaborato l’algoritmo per leggere il segnale - il «pipeline» - e dal fisico, Marco Drago, che tre minuti dopo la mail decisiva inviata dai rilevatori ha identificato l’onda che ha fatto la storia. «Un’onda durata 20 millisecondi», ha sottolineato Thorne. Che ha concluso: «Ne cercheremo altre. Anche della durata di minuti, anni, miliardi di anni». E l’Universo non sarà più lo stesso.
Repubblica 12.2.16
Einstein vince 100 anni dopo
di Giovanni Bignami
L’AFFASCINANTE paradosso dell’Universo è che è tenuto insieme, anzi dominato, dalla forza più debole che ci sia: la gravità.
È QUELLA che fa cadere i sassi, tiene legata la Luna alla Terra, fa girare le stelle nella Galassia e le galassie nell’Universo. È anche quella che ci fa soffiare quando portiamo il sacco in salita (e allora non ci sembra così debole…). Insomma, dai tempi di Newton pensavamo di conoscerla bene. Poi venne Einstein un secolo fa e cambiò tutto. Capì che il mondo in cui viviamo è un continuo spazio-temporale, dove il tempo è una dimensione come lo spazio. E la gravità influenza in modo palpabile il nostro mondo: stando in riva al mare vediamo salire la marea, cioè la prova che gli oggetti celesti si influenzano a vicenda attraverso la gravità.
Adesso abbiamo finalmente l’evidenza dello tsunami gravitazionale: quando in cielo avviene una perturbazione abbastanza forte dello spazio tempo, Einstein disse, partono delle onde, appunto di gravità, che si propagano alla velocità della luce e causano deformazioni misurabili (appena appena). Abbiamo aspettato un bel po’, ma il gruppo Usa (in realtà di 25 nazioni) di Ligo ieri ha annunciato di averle misurate. Complimenti, a loro e ad Einstein… Il punto centrale, adesso, è capire da dove provengono. Perché sono un fenomeno astronomico, prima di tutto. Secondo gli autori, gli oggetti responsabili erano due, diventati uno: due buchi neri pesanti circa 30 volte il Sole che si sono fusi in uno solo, stiracchiando in modo evidente lo spazio intorno a loro e poi via via fino a noi, alla velocità della luce.
A prima vista, ci vuole fortuna. Perché buchi neri di quella massa, nella storia della astronomia, non erano mai stati osservati. Né tantomeno un sistema binario di due buchi neri così, ancora più raro. Osservarlo poi proprio nel momento finale della sua vita, è ancora più raro. E che questo succeda appena hai acceso il tuo rivelatore nuovo di zecca… Ma la fortuna aiuta gli audaci, si sa, e quelli di Ligo sono proprio bravi e hanno lavorato bene. Hanno visto le onde gravitazionali, ma anche dimostrato l’esistenza di oggetti celesti sconosciuti.
La rivelazione apre una nuova astronomia, su un nuovo Universo, perché non è basata su onde elettromagnetiche (vedi la luce), come l’astronomia tradizionale. Proprio qui nascono le difficoltà. Le onde gravitazionali passano e non tornano più, sono come il gatto che sorride in Alice nel Paese delle Meraviglie. Per una conferma, che nella scienza non guasta mai, bisognerebbe trovare il gatto, o quel che ne resta, che pure deve essere nascosto da qualche parte. Ma il pezzo di cielo dal quale le onde sembrano provenire è enorme, e andrebbe scandagliato a fondo: un po’ come cercare un ago in un grosso pagliaio, guardandolo attraverso una cannuccia da bibite. Gli astronomi hanno una lunga esperienza di ricerche un po’ folli, e sono già al lavoro.
Eppure le onde gravitazionali avevano ereditato una enorme energia dall’abbraccio mortale dei due buchi neri: 50 volte quella di tutte le stelle dell’Universo, anche se solo per un cinquantesimo di secondo. Al loro arrivo sulla Terra, dopo un viaggio di più di un miliardo di anni, è bastata per deformare, anche se di pochissimo, i due rivelatori di Ligo, uno in Louisiana e una nello Stato di Washington. Tra l’altro, il tempo intercorso tra le due rivelazioni è giusto il tempo che ci vuole a traversare gli Usa alla velocità della luce.
Una nuova astronomia, dunque, nata anche grazie alla fortuna. Speriamo ci siano presto altre rivelazioni, che aiuterebbero molto a credere a fondo nella prima. A parte Ligo, altri rivelatori, in Italia (Virgo, in collaborazione con la Francia) come in Giappone e in Australia, saranno presto in azione, e poi l’Esa andrà a cercarle nello spazio, con la missione Lisa. Ieri abbiamo forse visto la decisione su un premio Nobel in diretta (sono stati attenti a dire che i padri della scoperta erano giusto tre…) e comunque abbiamo vissuto un momento storico per l’astronomia e per la scienza.
Presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica fino al 2015, è membro dell’Accademia dei Lincei. Il suo ultimo libro è “ Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte”, edito da Mondadori
Einstein vince 100 anni dopo
di Giovanni Bignami
L’AFFASCINANTE paradosso dell’Universo è che è tenuto insieme, anzi dominato, dalla forza più debole che ci sia: la gravità.
È QUELLA che fa cadere i sassi, tiene legata la Luna alla Terra, fa girare le stelle nella Galassia e le galassie nell’Universo. È anche quella che ci fa soffiare quando portiamo il sacco in salita (e allora non ci sembra così debole…). Insomma, dai tempi di Newton pensavamo di conoscerla bene. Poi venne Einstein un secolo fa e cambiò tutto. Capì che il mondo in cui viviamo è un continuo spazio-temporale, dove il tempo è una dimensione come lo spazio. E la gravità influenza in modo palpabile il nostro mondo: stando in riva al mare vediamo salire la marea, cioè la prova che gli oggetti celesti si influenzano a vicenda attraverso la gravità.
Adesso abbiamo finalmente l’evidenza dello tsunami gravitazionale: quando in cielo avviene una perturbazione abbastanza forte dello spazio tempo, Einstein disse, partono delle onde, appunto di gravità, che si propagano alla velocità della luce e causano deformazioni misurabili (appena appena). Abbiamo aspettato un bel po’, ma il gruppo Usa (in realtà di 25 nazioni) di Ligo ieri ha annunciato di averle misurate. Complimenti, a loro e ad Einstein… Il punto centrale, adesso, è capire da dove provengono. Perché sono un fenomeno astronomico, prima di tutto. Secondo gli autori, gli oggetti responsabili erano due, diventati uno: due buchi neri pesanti circa 30 volte il Sole che si sono fusi in uno solo, stiracchiando in modo evidente lo spazio intorno a loro e poi via via fino a noi, alla velocità della luce.
A prima vista, ci vuole fortuna. Perché buchi neri di quella massa, nella storia della astronomia, non erano mai stati osservati. Né tantomeno un sistema binario di due buchi neri così, ancora più raro. Osservarlo poi proprio nel momento finale della sua vita, è ancora più raro. E che questo succeda appena hai acceso il tuo rivelatore nuovo di zecca… Ma la fortuna aiuta gli audaci, si sa, e quelli di Ligo sono proprio bravi e hanno lavorato bene. Hanno visto le onde gravitazionali, ma anche dimostrato l’esistenza di oggetti celesti sconosciuti.
La rivelazione apre una nuova astronomia, su un nuovo Universo, perché non è basata su onde elettromagnetiche (vedi la luce), come l’astronomia tradizionale. Proprio qui nascono le difficoltà. Le onde gravitazionali passano e non tornano più, sono come il gatto che sorride in Alice nel Paese delle Meraviglie. Per una conferma, che nella scienza non guasta mai, bisognerebbe trovare il gatto, o quel che ne resta, che pure deve essere nascosto da qualche parte. Ma il pezzo di cielo dal quale le onde sembrano provenire è enorme, e andrebbe scandagliato a fondo: un po’ come cercare un ago in un grosso pagliaio, guardandolo attraverso una cannuccia da bibite. Gli astronomi hanno una lunga esperienza di ricerche un po’ folli, e sono già al lavoro.
Eppure le onde gravitazionali avevano ereditato una enorme energia dall’abbraccio mortale dei due buchi neri: 50 volte quella di tutte le stelle dell’Universo, anche se solo per un cinquantesimo di secondo. Al loro arrivo sulla Terra, dopo un viaggio di più di un miliardo di anni, è bastata per deformare, anche se di pochissimo, i due rivelatori di Ligo, uno in Louisiana e una nello Stato di Washington. Tra l’altro, il tempo intercorso tra le due rivelazioni è giusto il tempo che ci vuole a traversare gli Usa alla velocità della luce.
Una nuova astronomia, dunque, nata anche grazie alla fortuna. Speriamo ci siano presto altre rivelazioni, che aiuterebbero molto a credere a fondo nella prima. A parte Ligo, altri rivelatori, in Italia (Virgo, in collaborazione con la Francia) come in Giappone e in Australia, saranno presto in azione, e poi l’Esa andrà a cercarle nello spazio, con la missione Lisa. Ieri abbiamo forse visto la decisione su un premio Nobel in diretta (sono stati attenti a dire che i padri della scoperta erano giusto tre…) e comunque abbiamo vissuto un momento storico per l’astronomia e per la scienza.
Presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica fino al 2015, è membro dell’Accademia dei Lincei. Il suo ultimo libro è “ Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte”, edito da Mondadori
Corriere 12.2.16
L’America in medio oriente farà ancora da arbitro
Dopo l’accordo sul nucleare con l’Iran cambieranno i destini di quest’area infiammabile, segnata da antichi conflitti
Ma a prescindere dal nuovo presidente, gli Usa confermeranno il loro ruolo ormai consolidato di «riequilibratore esterno»
di Francesco Maria Greco
L’accordo sul nucleare iraniano, entrato nel vivo sul tema sanzioni qualche settimana fa, rappresenterà la cartina di tornasole della politica estera americana in Medio oriente e dei conseguenti assetti geopolitici.
Al cuore dell’accordo c’è una transazione fra una moratoria al programma nucleare di Teheran per 10-15 anni e la revoca delle sanzioni.
Cosa accadrà fra 15 anni è una totale incognita: si possono solo ipotizzare le mosse dell’Iran nell’immediato futuro per valutare se l’accordo creerà maggiore stabilità o instabilità in un’area sconvolta da conflitti senza fine. Un futuro che non sembra più giocarsi sulla questione palestinese ma sulla partita per la preminenza regionale fra Riad e Teheran, ammantata dalla narrativa dello scontro religioso-comunitario fra sunniti e sciiti.
L’Arabia Saudita, che già gridò al tradimento quando si scoprì che nel 2012 gli americani avevano avviato contatti segreti con Teheran, ha di fronte a sé diverse opzioni. A medio termine potrebbe avviare, con l’aiuto del Pakistan, un proprio programma nucleare entro gli stessi limiti previsti dall’accordo con l’Iran; nell’immediato potrebbe incrementare il sostegno a forze sunnite che combattono gli alleati dell’Iran e infine ricorrere a qualche gesto eclatante.
Quest’ultima ipotesi ha trovato conferma nell’esecuzione del carismatico leader sciita Al-Nimr proprio due settimane prima dello stop alle sanzioni: un chiaro segnale inviato anche a Washington. In questo senso i rivali di Obama affermano che l’America sta perdendo un alleato, il regno saudita, senza trovare un amico nel regime iraniano. E, in effetti, sarebbe illusorio pensare che Teheran apporti sostanziali modifiche alla sua politica estera: un riavvicinamento agli Stati Uniti o un atteggiamento più aperto verso Israele o l’abbandono della sua postura «rivoluzionaria» anti occidentale e anti sunnita sarebbero la negazione del Dna khomeinista post 1979.
Ma nulla fa presagire che l’accordo induca l’Iran ad una politica più aggressiva negli scacchieri in cui operano i suoi alleati sciiti: Iraq, Libano, Bahrain, Yemen, Siria; né appare probabile che si metta ad orchestrare attacchi contro Israele tramite Hamas, Hezbollah o Jihad Islamica Palestinese. Riad e i partner del Golfo temono che l’accordo 5+1 costituisca per gli Usa l’alibi per giustificare un drastico disimpegno dalla regione.
Come che sia Washington dovrà trovare in tempi brevi un modo per riequilibrare i suoi rapporti con il mondo sunnita: un meccanismo volto a gestire la rivalità irano-saudita per non vanificare i positivi effetti dall’accordo nucleare.
Nell’immaginario collettivo Riad ha preso il posto di un Iran che nel 2002 Bush annoverava nel trinitario Asse del male (con Corea del Nord e Iraq), ma non bisogna dimenticare che l’Arabia ha ai suoi confini Paesi dominati in tutto o in parte da regimi sciiti. Quanto al presunto disimpegno americano dalla regione, occorre riportare il quadro alla sua reale dimensione storica. Il coinvolgimento degli Stati Uniti fra il secondo dopoguerra e l’attacco alle Torri gemelle è stato quasi sempre indiretto: dall’indipendenza israeliana, a Suez, alle guerre dei sei giorni e del Kippur, al conflitto Iraq-Iran. La missione in Libano nel 1983 fallì rapidamente e la prima guerra del Golfo fu condotta alla guida di un’amplissima coalizione.
Il containment dell’Iran khomeinista fu poi affidato ai Sauditi e agli Stati del Golfo, ma negli ultimi dieci anni sono subentrati due fattori dirompenti: lo shale gas , che ha ridotto la dipendenza strategica dalla regione araba e un jihadismo fuori controllo sviluppatosi all’interno dell’Arabia Saudita e dei suoi vicini, Paesi sui quali, a differenza che in passato, le pressioni americane hanno avuto scarso successo.
I rispettivi interessi strategici ormai non coincidono più. Ove poi ci fosse un massiccio intervento americano sul terreno contro l’Isis, la quasi certa vittoria militare comporterebbe l’onere della successiva stabilizzazione e ricostruzione. È per questo che, quale che sia il vincitore alle prossime presidenziali, gli Usa non potranno che confermare il ritorno al normale ma insopprimibile ruolo di off shore balancer (riequilibratore «esterno») .
L’America in medio oriente farà ancora da arbitro
Dopo l’accordo sul nucleare con l’Iran cambieranno i destini di quest’area infiammabile, segnata da antichi conflitti
Ma a prescindere dal nuovo presidente, gli Usa confermeranno il loro ruolo ormai consolidato di «riequilibratore esterno»
di Francesco Maria Greco
L’accordo sul nucleare iraniano, entrato nel vivo sul tema sanzioni qualche settimana fa, rappresenterà la cartina di tornasole della politica estera americana in Medio oriente e dei conseguenti assetti geopolitici.
Al cuore dell’accordo c’è una transazione fra una moratoria al programma nucleare di Teheran per 10-15 anni e la revoca delle sanzioni.
Cosa accadrà fra 15 anni è una totale incognita: si possono solo ipotizzare le mosse dell’Iran nell’immediato futuro per valutare se l’accordo creerà maggiore stabilità o instabilità in un’area sconvolta da conflitti senza fine. Un futuro che non sembra più giocarsi sulla questione palestinese ma sulla partita per la preminenza regionale fra Riad e Teheran, ammantata dalla narrativa dello scontro religioso-comunitario fra sunniti e sciiti.
L’Arabia Saudita, che già gridò al tradimento quando si scoprì che nel 2012 gli americani avevano avviato contatti segreti con Teheran, ha di fronte a sé diverse opzioni. A medio termine potrebbe avviare, con l’aiuto del Pakistan, un proprio programma nucleare entro gli stessi limiti previsti dall’accordo con l’Iran; nell’immediato potrebbe incrementare il sostegno a forze sunnite che combattono gli alleati dell’Iran e infine ricorrere a qualche gesto eclatante.
Quest’ultima ipotesi ha trovato conferma nell’esecuzione del carismatico leader sciita Al-Nimr proprio due settimane prima dello stop alle sanzioni: un chiaro segnale inviato anche a Washington. In questo senso i rivali di Obama affermano che l’America sta perdendo un alleato, il regno saudita, senza trovare un amico nel regime iraniano. E, in effetti, sarebbe illusorio pensare che Teheran apporti sostanziali modifiche alla sua politica estera: un riavvicinamento agli Stati Uniti o un atteggiamento più aperto verso Israele o l’abbandono della sua postura «rivoluzionaria» anti occidentale e anti sunnita sarebbero la negazione del Dna khomeinista post 1979.
Ma nulla fa presagire che l’accordo induca l’Iran ad una politica più aggressiva negli scacchieri in cui operano i suoi alleati sciiti: Iraq, Libano, Bahrain, Yemen, Siria; né appare probabile che si metta ad orchestrare attacchi contro Israele tramite Hamas, Hezbollah o Jihad Islamica Palestinese. Riad e i partner del Golfo temono che l’accordo 5+1 costituisca per gli Usa l’alibi per giustificare un drastico disimpegno dalla regione.
Come che sia Washington dovrà trovare in tempi brevi un modo per riequilibrare i suoi rapporti con il mondo sunnita: un meccanismo volto a gestire la rivalità irano-saudita per non vanificare i positivi effetti dall’accordo nucleare.
Nell’immaginario collettivo Riad ha preso il posto di un Iran che nel 2002 Bush annoverava nel trinitario Asse del male (con Corea del Nord e Iraq), ma non bisogna dimenticare che l’Arabia ha ai suoi confini Paesi dominati in tutto o in parte da regimi sciiti. Quanto al presunto disimpegno americano dalla regione, occorre riportare il quadro alla sua reale dimensione storica. Il coinvolgimento degli Stati Uniti fra il secondo dopoguerra e l’attacco alle Torri gemelle è stato quasi sempre indiretto: dall’indipendenza israeliana, a Suez, alle guerre dei sei giorni e del Kippur, al conflitto Iraq-Iran. La missione in Libano nel 1983 fallì rapidamente e la prima guerra del Golfo fu condotta alla guida di un’amplissima coalizione.
Il containment dell’Iran khomeinista fu poi affidato ai Sauditi e agli Stati del Golfo, ma negli ultimi dieci anni sono subentrati due fattori dirompenti: lo shale gas , che ha ridotto la dipendenza strategica dalla regione araba e un jihadismo fuori controllo sviluppatosi all’interno dell’Arabia Saudita e dei suoi vicini, Paesi sui quali, a differenza che in passato, le pressioni americane hanno avuto scarso successo.
I rispettivi interessi strategici ormai non coincidono più. Ove poi ci fosse un massiccio intervento americano sul terreno contro l’Isis, la quasi certa vittoria militare comporterebbe l’onere della successiva stabilizzazione e ricostruzione. È per questo che, quale che sia il vincitore alle prossime presidenziali, gli Usa non potranno che confermare il ritorno al normale ma insopprimibile ruolo di off shore balancer (riequilibratore «esterno») .
La Stampa 12.2.16
Migranti, le due ragioni che rendono cruciale l’impegno Nato
di Stefano Stefanini
Rifugiati: entra in scena la Nato? Forse. Per il momento l’impegno è molto limitato: pattugliamento del Mar Egeo per contrastare trafficanti e criminalità organizzata che lucrano sul flusso dalla Turchia verso la Grecia. Non avrà il compito di «fermare o respingere» migranti, collaborerà strettamente con le guardie costiere nazionali e con l’agenzia dell’Ue, Frontex. Un’operazione di polizia marittima «in aiuto di Grecia e Turchia», limitata per mandato e area, lascia la Nato in un ruolo apparentemente molto secondario. E può darsi che resterà tale. Resta il fatto che è il primo intervento dell’Alleanza nella crisi migratoria che sta mettendo alle corde l’Europa.
Più che meravigliarsene c’è da domandarsi perché non vi si abbia pensato prima. O non vi si sia voluto pensarvi. La decisione, inattesa, è stata presa dai ministri della Difesa, su richiesta di Germania, Turchia e Grecia. Il giorno prima, come anticipato su queste colonne, il presidente Mattarella ne aveva avuto un’anticipazione positiva alla Casa Bianca. Per Ankara, Atene e Roma, è una boccata d’ossigeno logistico-navale, per Angela Merkel è un piccolo salvagente politico. La Cancelliera ha bisogno di vedere quante più risorse, e Paesi, possibili impegnate sul fronte migranti.
La crisi dei rifugiati, in aggiunta alla preesistente pressione migratoria, sta mettendo alla prova la tenuta interna dell’Unione Europea e di Schengen, i rapporti con la Turchia, il consenso delle opinioni pubbliche, i principi di solidarietà umanitaria e diritto all’asilo. Ha anche una dimensione di sicurezza dei Paesi europei appartenenti all’Alleanza Atlantica. E’ un problema della Turchia non meno che dell’Ue. Continuando ad ignorarlo la Nato verrebbe meno alla missione fondamentale di farsi carico della sicurezza dei Paesi membri.
A favore del coinvolgimento della Nato concorrono motivi pratici e politici. Pratici: efficienza, catena di comando e controllo, strutture collaudate, strumenti d’intelligence sofisticati, capacità logistiche. Il Consiglio Atlantico garantisce la direzione politica delle operazioni; i militari dei 28 Paesi membri (e, se necessario, dei partner) sono addestrati a lavorare insieme.
Perché la Nato e non l’Ue? L’Ue sta parlando di una «Guardia Costiera europea» da mesi. In ventiquattr’ore le prime tre navi dell’Alleanza saranno in azione. La Nato è stata inventata per rispondere alle emergenze in tempo reale; l’Ue no. Il Dna non s’improvvisa. Questo non smentisce in alcun modo le dichiarazioni Ue che l’iniziativa della Nato non fa che anticipare la futura forza europea. Né che due operazioni, Nato e Ue, potranno integrarsi e cooperare, come avvenuto contro la pirateria nell’Oceano Indiano. Ma, con la primavera in arrivo e l’ondata di civili disperati in fuga dall’assedio di Aleppo, non c’è molto tempo da perdere.
In secondo luogo, e qui passiamo al versante politico, nella Nato è presente anche Ankara. Finora, sui rifugiati, la Turchia è stata consultata, anche blandita da Ue (o da Germania), ma non coinvolta nella gestione, mai al tavolo delle decisioni; alla Nato, sia pure nel limitato ambito di questo intervento, Ankara è nella stanza dei bottoni. Nulla può essere fatto senza il consenso turco.
La valenza politica ha altri due risvolti: costringe gli americani ad occuparsi, sia pure marginalmente, di una questione che era stata interamente lasciata sulle spalle degli europei; mette l’Alleanza al servizio di una sfida alla sicurezza che viene dal Mediterraneo e da Sud.
Per l’Italia sono entrambi importanti. La Nato è giustamente impegnata nel rafforzare la deterrenza nei confronti della Russia. Questo rassicura gli alleati nordici e dell’Europa orientale. A loro volta i Paesi della fascia meridionale hanno bisogno di vedere l’utilità dell’Alleanza nel fronteggiare le minacce che li toccano da vicino. Altrimenti a cosa e a chi serve la Nato? Sicurezza e solidarietà sono un unicum indivisibile.
Migranti, le due ragioni che rendono cruciale l’impegno Nato
di Stefano Stefanini
Rifugiati: entra in scena la Nato? Forse. Per il momento l’impegno è molto limitato: pattugliamento del Mar Egeo per contrastare trafficanti e criminalità organizzata che lucrano sul flusso dalla Turchia verso la Grecia. Non avrà il compito di «fermare o respingere» migranti, collaborerà strettamente con le guardie costiere nazionali e con l’agenzia dell’Ue, Frontex. Un’operazione di polizia marittima «in aiuto di Grecia e Turchia», limitata per mandato e area, lascia la Nato in un ruolo apparentemente molto secondario. E può darsi che resterà tale. Resta il fatto che è il primo intervento dell’Alleanza nella crisi migratoria che sta mettendo alle corde l’Europa.
Più che meravigliarsene c’è da domandarsi perché non vi si abbia pensato prima. O non vi si sia voluto pensarvi. La decisione, inattesa, è stata presa dai ministri della Difesa, su richiesta di Germania, Turchia e Grecia. Il giorno prima, come anticipato su queste colonne, il presidente Mattarella ne aveva avuto un’anticipazione positiva alla Casa Bianca. Per Ankara, Atene e Roma, è una boccata d’ossigeno logistico-navale, per Angela Merkel è un piccolo salvagente politico. La Cancelliera ha bisogno di vedere quante più risorse, e Paesi, possibili impegnate sul fronte migranti.
La crisi dei rifugiati, in aggiunta alla preesistente pressione migratoria, sta mettendo alla prova la tenuta interna dell’Unione Europea e di Schengen, i rapporti con la Turchia, il consenso delle opinioni pubbliche, i principi di solidarietà umanitaria e diritto all’asilo. Ha anche una dimensione di sicurezza dei Paesi europei appartenenti all’Alleanza Atlantica. E’ un problema della Turchia non meno che dell’Ue. Continuando ad ignorarlo la Nato verrebbe meno alla missione fondamentale di farsi carico della sicurezza dei Paesi membri.
A favore del coinvolgimento della Nato concorrono motivi pratici e politici. Pratici: efficienza, catena di comando e controllo, strutture collaudate, strumenti d’intelligence sofisticati, capacità logistiche. Il Consiglio Atlantico garantisce la direzione politica delle operazioni; i militari dei 28 Paesi membri (e, se necessario, dei partner) sono addestrati a lavorare insieme.
Perché la Nato e non l’Ue? L’Ue sta parlando di una «Guardia Costiera europea» da mesi. In ventiquattr’ore le prime tre navi dell’Alleanza saranno in azione. La Nato è stata inventata per rispondere alle emergenze in tempo reale; l’Ue no. Il Dna non s’improvvisa. Questo non smentisce in alcun modo le dichiarazioni Ue che l’iniziativa della Nato non fa che anticipare la futura forza europea. Né che due operazioni, Nato e Ue, potranno integrarsi e cooperare, come avvenuto contro la pirateria nell’Oceano Indiano. Ma, con la primavera in arrivo e l’ondata di civili disperati in fuga dall’assedio di Aleppo, non c’è molto tempo da perdere.
In secondo luogo, e qui passiamo al versante politico, nella Nato è presente anche Ankara. Finora, sui rifugiati, la Turchia è stata consultata, anche blandita da Ue (o da Germania), ma non coinvolta nella gestione, mai al tavolo delle decisioni; alla Nato, sia pure nel limitato ambito di questo intervento, Ankara è nella stanza dei bottoni. Nulla può essere fatto senza il consenso turco.
La valenza politica ha altri due risvolti: costringe gli americani ad occuparsi, sia pure marginalmente, di una questione che era stata interamente lasciata sulle spalle degli europei; mette l’Alleanza al servizio di una sfida alla sicurezza che viene dal Mediterraneo e da Sud.
Per l’Italia sono entrambi importanti. La Nato è giustamente impegnata nel rafforzare la deterrenza nei confronti della Russia. Questo rassicura gli alleati nordici e dell’Europa orientale. A loro volta i Paesi della fascia meridionale hanno bisogno di vedere l’utilità dell’Alleanza nel fronteggiare le minacce che li toccano da vicino. Altrimenti a cosa e a chi serve la Nato? Sicurezza e solidarietà sono un unicum indivisibile.
Repubblica 12.2.16
Perché i muri sono inutili
risponde Corrado Augias
CARO dottor Augias, nel 1997 Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn intervistarono Marek Edelman, uno dei comandanti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia — aprile 1943. Nel libro, poi ripubblicato da Sellerio, Marek Edelman parla a pagina 175 dell’immigrazione in Europa, degli affamati dell’Africa. A metà degli anni 90 il fenomeno era appena cominciato. La sua previsione anticipa quanto è accaduto negli ultimi decenni e prosegue, come vediamo, con moto accelerato. Le trascrivo alcune righe di quella della “profezia”: «È assurdo pensare, come si fa in Occidente, che qui si possa mantenere a lungo un ghetto per i ricchi. Che i muri intorno all’Europa possano fermare gli affamati. La fame distrugge ogni muro. E gli affamati dell’Africa arriveranno da voi. Nessuna legge che limiti l’immigrazione vi proteggerà. Qui sorgerà una nuova cultura, un po’ europea, un po’ asiatica, un po’ araba e africana, frutto dell’immigrazione, che nessun cannone né confine fermerà. Nessuno ha mai vinto contro la gente affamata».
Avv. Guariente Guarienti — guariente.guarienti@libero.it
IL LIBRO che contiene l’intervista a Edelman è intitolato Il Guardiano. Marek Edelman racconta pubblicato per la prima volta nel 1998. Il nome di Edelman ebbe diffusione mondiale con il suo C’era l’amore nel ghetto, racconto di quanto accadeva all’interno del ghetto di Varsavia dove alcune centinaia di migliaia di persone hanno cercato di continuare a vivere normalmente. Insieme al capolavoro di Primo Levi è una delle più alte testimonianze sullo sterminio, proprio perché racconta una “normalità” in circostanze tragiche, consapevoli della fine imminente. Edelman, poco più che ventenne, era stato tra i capi della rivolta: con poche pistole e qualche chilo di esplosivo i resistenti avevano tenuto in scacco per quasi un mese le potenti truppe naziste. Dopo la guerra Edelman è stato cardiologo nell’ospedale di Lodz, vessato dal regime stalinista fino all’avvento liberatorio di Solidarnosc. È morto novantenne nel 2009. Il brano citato dall’avvocato Guarienti ci mette davanti una profezia sempre più vera. La storia dell’africano che ha fatto a piedi i cinquanta chilometri del tunnel sottomarino tra Francia e Inghilterra dice che quando la spinta è la sopravvivenza anche le persone normali diventano capaci di imprese che paiono inconcepibili. Non c’è sbarramento né muro, né legge, né tentativi di dissuasione che riusciranno ad arrestare la massa di persone disposte a qualunque prezzo e rischio per sfuggire alla guerra o al bisogno. I proclami e le dichiarazioni minacciose dei vari esponenti politici europei servono solo per prendere qualche voto nei comizi. Secondo le previsioni più responsabili siamo all’inizio di un fenomeno che andrà avanti a lungo e, col tempo, cambierà nel profondo le caratteristiche dell’Europa e della nostra convivenza. Se le dimensioni dell’esodo sono probabilmente senza precedenti, il fenomeno in sé non è nuovo. Al contrario, spostamenti di grandi masse di popolo ci sono sempre state; siamo noi stessi il prodotto di secolari rimescolamenti.
Perché i muri sono inutili
risponde Corrado Augias
CARO dottor Augias, nel 1997 Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn intervistarono Marek Edelman, uno dei comandanti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia — aprile 1943. Nel libro, poi ripubblicato da Sellerio, Marek Edelman parla a pagina 175 dell’immigrazione in Europa, degli affamati dell’Africa. A metà degli anni 90 il fenomeno era appena cominciato. La sua previsione anticipa quanto è accaduto negli ultimi decenni e prosegue, come vediamo, con moto accelerato. Le trascrivo alcune righe di quella della “profezia”: «È assurdo pensare, come si fa in Occidente, che qui si possa mantenere a lungo un ghetto per i ricchi. Che i muri intorno all’Europa possano fermare gli affamati. La fame distrugge ogni muro. E gli affamati dell’Africa arriveranno da voi. Nessuna legge che limiti l’immigrazione vi proteggerà. Qui sorgerà una nuova cultura, un po’ europea, un po’ asiatica, un po’ araba e africana, frutto dell’immigrazione, che nessun cannone né confine fermerà. Nessuno ha mai vinto contro la gente affamata».
Avv. Guariente Guarienti — guariente.guarienti@libero.it
IL LIBRO che contiene l’intervista a Edelman è intitolato Il Guardiano. Marek Edelman racconta pubblicato per la prima volta nel 1998. Il nome di Edelman ebbe diffusione mondiale con il suo C’era l’amore nel ghetto, racconto di quanto accadeva all’interno del ghetto di Varsavia dove alcune centinaia di migliaia di persone hanno cercato di continuare a vivere normalmente. Insieme al capolavoro di Primo Levi è una delle più alte testimonianze sullo sterminio, proprio perché racconta una “normalità” in circostanze tragiche, consapevoli della fine imminente. Edelman, poco più che ventenne, era stato tra i capi della rivolta: con poche pistole e qualche chilo di esplosivo i resistenti avevano tenuto in scacco per quasi un mese le potenti truppe naziste. Dopo la guerra Edelman è stato cardiologo nell’ospedale di Lodz, vessato dal regime stalinista fino all’avvento liberatorio di Solidarnosc. È morto novantenne nel 2009. Il brano citato dall’avvocato Guarienti ci mette davanti una profezia sempre più vera. La storia dell’africano che ha fatto a piedi i cinquanta chilometri del tunnel sottomarino tra Francia e Inghilterra dice che quando la spinta è la sopravvivenza anche le persone normali diventano capaci di imprese che paiono inconcepibili. Non c’è sbarramento né muro, né legge, né tentativi di dissuasione che riusciranno ad arrestare la massa di persone disposte a qualunque prezzo e rischio per sfuggire alla guerra o al bisogno. I proclami e le dichiarazioni minacciose dei vari esponenti politici europei servono solo per prendere qualche voto nei comizi. Secondo le previsioni più responsabili siamo all’inizio di un fenomeno che andrà avanti a lungo e, col tempo, cambierà nel profondo le caratteristiche dell’Europa e della nostra convivenza. Se le dimensioni dell’esodo sono probabilmente senza precedenti, il fenomeno in sé non è nuovo. Al contrario, spostamenti di grandi masse di popolo ci sono sempre state; siamo noi stessi il prodotto di secolari rimescolamenti.
La Stampa 12.2.16
Il guardiano di Auschwitz
di Niccolò Zancan
E poi, dopo aver ricordato quando i prigionieri chiedevano inutilmente di poter avere un bicchiere d’acqua, prima di incamminarsi inconsapevoli verso i forni crematori, il sopravvissuto Leon Schwarzbaum si è rivolto all’imputato con queste parole: «Abbiamo quasi la stessa età, presto ci ritroveremo entrambi davanti al giudice supremo. La prego di raccontarci la verità storica». Ma Reinhold Hanning, il guardiano di Auschwitz, 94 anni, accusato del concorso in omicidio di 170 mila persone, non ha detto neanche una parola.
Il guardiano di Auschwitz
di Niccolò Zancan
E poi, dopo aver ricordato quando i prigionieri chiedevano inutilmente di poter avere un bicchiere d’acqua, prima di incamminarsi inconsapevoli verso i forni crematori, il sopravvissuto Leon Schwarzbaum si è rivolto all’imputato con queste parole: «Abbiamo quasi la stessa età, presto ci ritroveremo entrambi davanti al giudice supremo. La prego di raccontarci la verità storica». Ma Reinhold Hanning, il guardiano di Auschwitz, 94 anni, accusato del concorso in omicidio di 170 mila persone, non ha detto neanche una parola.
Repubblica 12.2.16
Ta-Nehisi Coates
“Mio figlio mi ha convinto: scelgo Bernie”
intervista di Amy Goodman
Ta-Nehisi Coates, autore del libro cult Between the World and Me ha criticato duramente Bernie Sanders per aver detto, al Black and Brown Forum dell’Iowa, di non appoggiare gli indennizzi per la schiavitù, perché tema «troppo controverso».
Cosa pensa dei risultati di voto in New Hampshire?
«Non mi sarei mai aspettato che un socialista dichiarato potesse ottenere quei numeri ed entrare in lizza per la nomination del Partito Democratico. Sono impressionato. Perché il passato di Hillary Clinton mi preoccupa. Mi inquietano le posizioni che aveva negli Anni ’90, quando vennero fatte leggi disgustose in termini di giustizia penale. Mi preoccupa che si fa pagare 600mila dollari da Goldman Sachs per le conferenze. Così, potendo scegliere e visto che non deve essere un’incoronazione, penso che il risultato sia una buona cosa».
Lei ha criticato Sanders per la sua opposizione ai risarcimenti per la schiavitù, ma lui sostiene che i soldi alle comunità nere vanno dati, ma investendo sui posti di lavoro. Contro le disuguaglianze.
«Sono d’accordo che bisogna combattere le disparità economiche. Solo, la questione di classe, per gli afroamericani, si pone in maniera diversa rispetto alle altre comunità. Non si può fare un confronto diretto tra la classe media afroamericana e la classe media bianca, tra afroamericani ricchi e bianchi ricchi. La ricchezza dei neri è comunque sempre minore. I quartieri dei neri sono sempre peggiori. Come le istituzioni e i servizi a loro dedicati. Quindi è sbagliata l’idea che ci possa essere una politica onnicomprensiva, per risolvere cose in realtà molto specifiche».
Tornando a Sanders...
«Mi aspettavo di più. Ma come ho già detto mi entusiasma vedere che nel Partito Democratico c’è un’opzione radicale, inconfondibilmente di sinistra. Solo, noi che siamo di sinistra dobbiamo essere i primi ad accettare l’idea che i neri sono stati specificamente colpiti e ci devono essere dei rimedi specifici, altrimenti non ci sono più speranze. In questo senso, scusatemi, mi aspetto di più dal senatore Sanders che dalla senatrice Clinton».
Questo vuol dire che voterà per Sanders?
«Sì, lo voterò. Ho cercato finora di evitare questa domanda perché sono un giornalista e voglio tenere separato il mio ruolo dal mio essere anche un privato cittadino. Ma non credo serva a molto schivare la domanda. Sì, lo voterò. Mi ha convinto mio figlio».
Ta-Nehisi Coates
“Mio figlio mi ha convinto: scelgo Bernie”
intervista di Amy Goodman
Ta-Nehisi Coates, autore del libro cult Between the World and Me ha criticato duramente Bernie Sanders per aver detto, al Black and Brown Forum dell’Iowa, di non appoggiare gli indennizzi per la schiavitù, perché tema «troppo controverso».
Cosa pensa dei risultati di voto in New Hampshire?
«Non mi sarei mai aspettato che un socialista dichiarato potesse ottenere quei numeri ed entrare in lizza per la nomination del Partito Democratico. Sono impressionato. Perché il passato di Hillary Clinton mi preoccupa. Mi inquietano le posizioni che aveva negli Anni ’90, quando vennero fatte leggi disgustose in termini di giustizia penale. Mi preoccupa che si fa pagare 600mila dollari da Goldman Sachs per le conferenze. Così, potendo scegliere e visto che non deve essere un’incoronazione, penso che il risultato sia una buona cosa».
Lei ha criticato Sanders per la sua opposizione ai risarcimenti per la schiavitù, ma lui sostiene che i soldi alle comunità nere vanno dati, ma investendo sui posti di lavoro. Contro le disuguaglianze.
«Sono d’accordo che bisogna combattere le disparità economiche. Solo, la questione di classe, per gli afroamericani, si pone in maniera diversa rispetto alle altre comunità. Non si può fare un confronto diretto tra la classe media afroamericana e la classe media bianca, tra afroamericani ricchi e bianchi ricchi. La ricchezza dei neri è comunque sempre minore. I quartieri dei neri sono sempre peggiori. Come le istituzioni e i servizi a loro dedicati. Quindi è sbagliata l’idea che ci possa essere una politica onnicomprensiva, per risolvere cose in realtà molto specifiche».
Tornando a Sanders...
«Mi aspettavo di più. Ma come ho già detto mi entusiasma vedere che nel Partito Democratico c’è un’opzione radicale, inconfondibilmente di sinistra. Solo, noi che siamo di sinistra dobbiamo essere i primi ad accettare l’idea che i neri sono stati specificamente colpiti e ci devono essere dei rimedi specifici, altrimenti non ci sono più speranze. In questo senso, scusatemi, mi aspetto di più dal senatore Sanders che dalla senatrice Clinton».
Questo vuol dire che voterà per Sanders?
«Sì, lo voterò. Ho cercato finora di evitare questa domanda perché sono un giornalista e voglio tenere separato il mio ruolo dal mio essere anche un privato cittadino. Ma non credo serva a molto schivare la domanda. Sì, lo voterò. Mi ha convinto mio figlio».
Repubblica 12.2.16
Le primarie.
Hillary spera che il 37% della popolazione afro in South Carolina fermi l’ondata del rivale che è a caccia di appoggi: ha ottenuto quello del rapper Mike e di Cornel West
I sogni di Sanders nell’America dei neri la Clinton in difesa dei suoi voti black
di Vittorio Zucconi
WASHINGTON È AI FIGLI di Django, è agli eredi degli schiavi del Sud che Hillary Clinton chiede la liberazione dall’incubo della sconfitta. Nero è il colore della sua ultima speranza di vincere le elezioni e di respingere l’assalto del grande vecchio Bernie e della sua folla di giovani bianchi.
È in South Carolina, la terra degli schiavi, delle immense risaie coltivate dai deportati dall’Africa, del primo colpo sparato nel Forte di Sumter, a Charleston, che diede il via alla Secessione e alla Guerra, che la carovana della politica americana sta piantando i suoi tendoni e nessuno lo fa con tanta ansia quanto il “Clinton Travelling Circus”. Dopo gli antipasti dello Iowa e del New Hampshire, indigesti per lei e deliziosi per zio Bernie il populista, la South Carolina, con quel 37 per cento di popolazione di origine africana, deve essere la paratia stagna che fermi l’ondata di Sanders. O il suo avversario dilagherà dall’Atlantico verso il West e le Grandi Pianure, travolgendola.
Mentre i repubblicani affidano alla potente destra cristiana, alla enorme popolazione in uniforme, agli evangelici rinati in Cristo, l’ultima possibilità di fermare Donald Trump, il miliardario di New York che sembra incarnare tutto il secolarismo e l’esecrato libertinismo della “Sodoma sullo Hudson”, Hillary e Bernie si sono lanciati all’assalto di quel voto nero che alle Primarie democratiche produce oltre il 55% dei partecipanti. Per Sanders, che ha fatto la propria carriera politica sempre e soltanto nei ghetti bianchi del New England, dove la popolazione di colore non supera il 3 per cento, l’incontro con la Black America è la scoperta di un continente umano nuovo.
Diligentemente, il 60enne senatore ebreo venuto da Brooklyn sta facendo il giro delle sette chiese, simbolicamente e letteralmente. Ha incontrato uno dei predicatori e opinionisti più ascoltati nella comunità afro, il reverendo Al Sharpton ad Harlem, sperando in un’investitura pubblica che Sharpton ancora si riserva di dare. I suoi “surrogati”, e lui stesso, battono le chiese battiste della Carolina dove i Pastori, per fede e interesse, tradizionalmente appoggiano i democratici e compattano i loro greggi nei giorni delle votazioni. Ha raccolto l’appoggio di rapper, come killer Mike, e del politologo Cornel West, già sostenitore di Obama oggi deluso e tradito. E 10mila volontari di Sanders si stanno muovendo fra i 4 milioni e mezzo di abitanti dello Stato per bussare, pagati 5 dollari al giorno, alle porte delle chiese, delle case, dei saloon, delle fabbriche.
I sondaggi alla vigilia del sesto dibattito democratico dicono che zio Bernie è molto indietro, ma che anche nelle terre di Django il suo messaggio risuona. E se lui potrebbe essere sconfitto in South Carolina senza troppi danni, un’altra disfatta per Hillary e per la “Clinton Machine” di Billary qui potrebbe essere irrecuperabile. Lo sarebbe perché questo Stato da anni in transizione fra il passato ruspante di piantatori e cavalieri incappucciati del Klan e una comunità in continua crescita economica, culturale e demografica grazie a investimenti anche esteri lo ha reso meno scontato. Con 6,7 miliardi di dollari in fabbriche aperte da case automobilistiche, e lo stabilimento della Bmw che diventerà il primo nel mondo per la casa bavarese, la South Carolina è lo Stato americano che accoglie più investimenti stranieri in tutti gli Usa.
Ed è, dal 1992, Clinton Country, è riserva di caccia per il marchio lanciato dall’ex presidente, che fu definito dalla scrittrice Toni Morrison “il primo presidente nero della storia” e ora passato alla moglie. Anche nelle primarie del 2008, quando Obama comprensibilmente sconfisse Hillary, la signora raccolse più voti di quanti se ne aspettasse. Ma come ha scoperto dolorosamente nel New Hampshire, essere donna non garantisce affatto il voto della donne. Ed essere moglie “nera ad honorem” non assicura il sostegno della comunità afro. I maggiorenti della comunità di colore nazionale, il Black Caucus, il gruppo di deputati e senatori afro a Washington, la Naacp, la associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore, politici e pastori locali sono per Hillary, e con lei si faranno fotografare nei giorni che mancano al sabato del voto, il 27 febbraio, per quello che valgono. Molti degli elettori alle primarie — si calcola il 10 per cento — sono millennial, cresciuti attorno all’inizio del nuovo Millennio, ragazzi e ragazze di ogni carnagione che non hanno mai votato e che della storia d’amore con i Clinton nulla sanno e meno gli importa.
In un tempo che ha visto l’implicito razzismo delle polizie disinvolte nell’abbattere uomini con la pelle scura, in una nazione che, anche sotto la guida del “nero ad honorem” Clinton e del “quasi nero” Obama, accusato di essere africano di pelle, ma bianco di cuore, le promesse dell’establishment democratico potrebbero non convincere più. Sanders, l’anti-establishment, il nonno che tuona contro il carcere facile per i neri e per la giustizia ingiusta che risparmia i figli dei bianchi rinchiudendo invece un milione e mezzo di colored per gli stessi reati, tocca una corda profonda per chi crede che le vite dei “Black” debbano contare come quelle dei “White”. Se vuole vincere, Hillary dovrà raggiungere la mente toccando i cuori e convincere gli elettori del primo Stato del Sud chiamato al voto che lei non sarà come tutti i suoi predecessori: la piazzista di promesse, dimenticate il giorno dopo la vittoria.
Le primarie.
Hillary spera che il 37% della popolazione afro in South Carolina fermi l’ondata del rivale che è a caccia di appoggi: ha ottenuto quello del rapper Mike e di Cornel West
I sogni di Sanders nell’America dei neri la Clinton in difesa dei suoi voti black
di Vittorio Zucconi
WASHINGTON È AI FIGLI di Django, è agli eredi degli schiavi del Sud che Hillary Clinton chiede la liberazione dall’incubo della sconfitta. Nero è il colore della sua ultima speranza di vincere le elezioni e di respingere l’assalto del grande vecchio Bernie e della sua folla di giovani bianchi.
È in South Carolina, la terra degli schiavi, delle immense risaie coltivate dai deportati dall’Africa, del primo colpo sparato nel Forte di Sumter, a Charleston, che diede il via alla Secessione e alla Guerra, che la carovana della politica americana sta piantando i suoi tendoni e nessuno lo fa con tanta ansia quanto il “Clinton Travelling Circus”. Dopo gli antipasti dello Iowa e del New Hampshire, indigesti per lei e deliziosi per zio Bernie il populista, la South Carolina, con quel 37 per cento di popolazione di origine africana, deve essere la paratia stagna che fermi l’ondata di Sanders. O il suo avversario dilagherà dall’Atlantico verso il West e le Grandi Pianure, travolgendola.
Mentre i repubblicani affidano alla potente destra cristiana, alla enorme popolazione in uniforme, agli evangelici rinati in Cristo, l’ultima possibilità di fermare Donald Trump, il miliardario di New York che sembra incarnare tutto il secolarismo e l’esecrato libertinismo della “Sodoma sullo Hudson”, Hillary e Bernie si sono lanciati all’assalto di quel voto nero che alle Primarie democratiche produce oltre il 55% dei partecipanti. Per Sanders, che ha fatto la propria carriera politica sempre e soltanto nei ghetti bianchi del New England, dove la popolazione di colore non supera il 3 per cento, l’incontro con la Black America è la scoperta di un continente umano nuovo.
Diligentemente, il 60enne senatore ebreo venuto da Brooklyn sta facendo il giro delle sette chiese, simbolicamente e letteralmente. Ha incontrato uno dei predicatori e opinionisti più ascoltati nella comunità afro, il reverendo Al Sharpton ad Harlem, sperando in un’investitura pubblica che Sharpton ancora si riserva di dare. I suoi “surrogati”, e lui stesso, battono le chiese battiste della Carolina dove i Pastori, per fede e interesse, tradizionalmente appoggiano i democratici e compattano i loro greggi nei giorni delle votazioni. Ha raccolto l’appoggio di rapper, come killer Mike, e del politologo Cornel West, già sostenitore di Obama oggi deluso e tradito. E 10mila volontari di Sanders si stanno muovendo fra i 4 milioni e mezzo di abitanti dello Stato per bussare, pagati 5 dollari al giorno, alle porte delle chiese, delle case, dei saloon, delle fabbriche.
I sondaggi alla vigilia del sesto dibattito democratico dicono che zio Bernie è molto indietro, ma che anche nelle terre di Django il suo messaggio risuona. E se lui potrebbe essere sconfitto in South Carolina senza troppi danni, un’altra disfatta per Hillary e per la “Clinton Machine” di Billary qui potrebbe essere irrecuperabile. Lo sarebbe perché questo Stato da anni in transizione fra il passato ruspante di piantatori e cavalieri incappucciati del Klan e una comunità in continua crescita economica, culturale e demografica grazie a investimenti anche esteri lo ha reso meno scontato. Con 6,7 miliardi di dollari in fabbriche aperte da case automobilistiche, e lo stabilimento della Bmw che diventerà il primo nel mondo per la casa bavarese, la South Carolina è lo Stato americano che accoglie più investimenti stranieri in tutti gli Usa.
Ed è, dal 1992, Clinton Country, è riserva di caccia per il marchio lanciato dall’ex presidente, che fu definito dalla scrittrice Toni Morrison “il primo presidente nero della storia” e ora passato alla moglie. Anche nelle primarie del 2008, quando Obama comprensibilmente sconfisse Hillary, la signora raccolse più voti di quanti se ne aspettasse. Ma come ha scoperto dolorosamente nel New Hampshire, essere donna non garantisce affatto il voto della donne. Ed essere moglie “nera ad honorem” non assicura il sostegno della comunità afro. I maggiorenti della comunità di colore nazionale, il Black Caucus, il gruppo di deputati e senatori afro a Washington, la Naacp, la associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore, politici e pastori locali sono per Hillary, e con lei si faranno fotografare nei giorni che mancano al sabato del voto, il 27 febbraio, per quello che valgono. Molti degli elettori alle primarie — si calcola il 10 per cento — sono millennial, cresciuti attorno all’inizio del nuovo Millennio, ragazzi e ragazze di ogni carnagione che non hanno mai votato e che della storia d’amore con i Clinton nulla sanno e meno gli importa.
In un tempo che ha visto l’implicito razzismo delle polizie disinvolte nell’abbattere uomini con la pelle scura, in una nazione che, anche sotto la guida del “nero ad honorem” Clinton e del “quasi nero” Obama, accusato di essere africano di pelle, ma bianco di cuore, le promesse dell’establishment democratico potrebbero non convincere più. Sanders, l’anti-establishment, il nonno che tuona contro il carcere facile per i neri e per la giustizia ingiusta che risparmia i figli dei bianchi rinchiudendo invece un milione e mezzo di colored per gli stessi reati, tocca una corda profonda per chi crede che le vite dei “Black” debbano contare come quelle dei “White”. Se vuole vincere, Hillary dovrà raggiungere la mente toccando i cuori e convincere gli elettori del primo Stato del Sud chiamato al voto che lei non sarà come tutti i suoi predecessori: la piazzista di promesse, dimenticate il giorno dopo la vittoria.
Corriere 12.2.16
Il sogno di Chiara, autistica e candidata
di Ernesto Menicucci
ROMA E se prima erano in cinque alle primarie del Pd per il sindaco di Roma, adesso sono in sei. La new entry , fuori tempo massimo e fuori regolamento, è Chiara Ferraro, 24 anni, ragazza affetta da autismo, che già nel 2013 si candidò alle comunali della Capitale: era con la lista Marino e raccolse 487 preferenze. Ora Chiara ci riprova ma per competere con gli altri (Roberto Giachetti, Roberto Morassut, Stefano Pedica, Domenico Rossi e Gianfranco Mascia) non aveva le firme necessarie a «validare» la candidatura. Alla scadenza del termine, Chiara ne aveva raccolte appena mille, rispetto alle 2.500 che servivano. E così, ovviamente, in base al regolamento è stata esclusa. Se non che, in suo favore, è scattata la solidarietà del comitato Giachetti, guidato dalla parlamentare Ileana Argentin che ha avanzato la proposta: «Abbiamo raccolte più firme di quello che sarebbe necessario. Gliele cediamo noi». Procedura che, in verità, sarebbe irregolare: chi ha firmato per una persona ha sottoscritto quella candidatura, non altre. Ma di fronte al valore simbolico della scelta di Chiara, tutto il Pd ha deciso di fare uno «strappo». Il primo a parlare è stato Matteo Orfini, commissario romano del partito: «Se il comitato per le primarie e gli altri candidati sono d’accordo, per me non ci sono problemi». Ok anche dal generale Rossi, sottosegretario alla Difesa del governo («realizziamo la sua aspirazione»), e da Mascia, già leader del «popolo viola» («benvenuta Chiara»). Così, ieri, è arrivata la fumata bianca, senza nemmeno «cessione» delle firme mancanti: «La abbiamo ammessa — dice Fabio Melilli, segretario del Pd del Lazio — anche se non ci sono tutte le sottoscrizioni necessarie». Ferraro sarà con gli altri, oggi, alle presentazioni ufficiali. Il padre, Maurizio, commenta:«Mia figlia è una ragazza con una disabilità grave che non potrà mai guarire. Ma non per questo ci dobbiamo nascondere. E le istituzioni non ci possono rifiutare. Quello che è accaduto è un passaggio di grande civiltà, ero commosso. E lei si sente una principessa». In bocca al lupo Chiara.
Il sogno di Chiara, autistica e candidata
di Ernesto Menicucci
ROMA E se prima erano in cinque alle primarie del Pd per il sindaco di Roma, adesso sono in sei. La new entry , fuori tempo massimo e fuori regolamento, è Chiara Ferraro, 24 anni, ragazza affetta da autismo, che già nel 2013 si candidò alle comunali della Capitale: era con la lista Marino e raccolse 487 preferenze. Ora Chiara ci riprova ma per competere con gli altri (Roberto Giachetti, Roberto Morassut, Stefano Pedica, Domenico Rossi e Gianfranco Mascia) non aveva le firme necessarie a «validare» la candidatura. Alla scadenza del termine, Chiara ne aveva raccolte appena mille, rispetto alle 2.500 che servivano. E così, ovviamente, in base al regolamento è stata esclusa. Se non che, in suo favore, è scattata la solidarietà del comitato Giachetti, guidato dalla parlamentare Ileana Argentin che ha avanzato la proposta: «Abbiamo raccolte più firme di quello che sarebbe necessario. Gliele cediamo noi». Procedura che, in verità, sarebbe irregolare: chi ha firmato per una persona ha sottoscritto quella candidatura, non altre. Ma di fronte al valore simbolico della scelta di Chiara, tutto il Pd ha deciso di fare uno «strappo». Il primo a parlare è stato Matteo Orfini, commissario romano del partito: «Se il comitato per le primarie e gli altri candidati sono d’accordo, per me non ci sono problemi». Ok anche dal generale Rossi, sottosegretario alla Difesa del governo («realizziamo la sua aspirazione»), e da Mascia, già leader del «popolo viola» («benvenuta Chiara»). Così, ieri, è arrivata la fumata bianca, senza nemmeno «cessione» delle firme mancanti: «La abbiamo ammessa — dice Fabio Melilli, segretario del Pd del Lazio — anche se non ci sono tutte le sottoscrizioni necessarie». Ferraro sarà con gli altri, oggi, alle presentazioni ufficiali. Il padre, Maurizio, commenta:«Mia figlia è una ragazza con una disabilità grave che non potrà mai guarire. Ma non per questo ci dobbiamo nascondere. E le istituzioni non ci possono rifiutare. Quello che è accaduto è un passaggio di grande civiltà, ero commosso. E lei si sente una principessa». In bocca al lupo Chiara.