sabato 16 gennaio 2016

Repubblica 16.1.16
Stefano, il killer della classe accanto
Colto ma senza un lavoro, alle spalle anni di tossicodipendenza: viveva con la mamma
di Massimo Pisa

BREBBIA ( VARESE). Ai fari d’auto accesi all’alba non sono abituati qui alla Brüghera, corte di villette tirate su in cima a un viottolo dove un tempo c’erano i bachi da seta. Ci sono gli investigatori della Squadra mobile, adesso, su in casa e davanti al cancelletto dei Binda. Al signor Mauro, che li aveva visti anche a settembre e che sta andando a lavorare, dicono che sono solo «accertamenti giudiziari». Il vicino intuisce: «Sapevo che erano per Stefano. E per la storia di quella ragazza. In paese lo dicevamo da allora che qualcosa di storto c’era». Un presunto assassino, portato in carcere diecimilaseicento giorni dopo l’omicidio del Sass Pinin. In casa rimangono mamma Mariuccia, vedova da quel 1987 che si portò via il marito Piero costruttore di camini, e la sorella maggiore Patrizia che col suo impiego alle Generali porta l’unico stipendio in casa. Tapparelle socchiuse, voci dall’interno, citofono muto per tutto il giorno. «Povera donna, che strazio — sospira l’anziana madre del signor Mauro mentre rientra in casa — ma chi ha fatto male si aspetti male». Non si vedevano mai in cortile, nemmeno per le feste e gli aperitivi estivi.
Stefano Binda è andato a letto presto in questi 29 anni. «Non ha una famiglia propria, non ha figli minori, non ha un’attività lavorativa avviata», lo incornicia il gip Anna Giorgetti quando sottolinea le probabilità di una sua fuga. Passava da qualche anno le giornate nei bar di Brebbia, chiacchieroni finché non si presenta un forestiero. Al Relax, al Manzoni, all’albergo, fumava e chiacchierava, sempre gentile, «la persona più buona del mondo. Poi in parrocchia e coi ragazzi di Magre Sponde, associazione culturale di paese. All’epoca dell’omicidio Macchi non andavano nemmeno alle elementari. Ora scuotono la testa, ripetono che è impossibile: «Una personalità complessa — lo ritraggono — con tanti aspetti ma non farebbe male a nessuno ed è un uomo molto colto: ha un PhD, oltre alla laurea in Filosofia». Per loro curava «Camera scura», la rassegna cinematografica del Festival di fine estate di Brebbia. «E parlavamo di tutto, anche dei problemi e degli errori del passato».
L’antica fascinazione per l’eroina la mise a verbale lo stesso Stefano Binda, lo scorso 7 agosto, e risale alla fine del 1984. Lo aveva iniziato il suo amico Fulvio, che poi morirà nell’88 fulminato da un’overdose. Lo sapeva Giuseppe, che oggi fa il prete ma nel febbraio dell’87 provò a fornire un alibi (poi smentito da altri testimoni) a Binda, quando nemmeno era sospettato: disse che era in gita con un gruppo di Gioventù Studentesca, a Pragelato, fino al 6 gennaio, per poi cambiare versione quattro giorni dopo. L’aveva intuito, quel legame con la droga, Patrizia. Oggi professoressa, allora infatuata, poi solo amica: «Ne ammiravo cuore, anima e intelligenza — confidò agli investigatori — ma si è sempre dichiarato misogino, una volta mi ha baciata ma poi si è pentito di essersi lasciato andare». È lei il perno della nuova inchiesta. Va una prima volta alla Mobile di Varese dopo aver visto uno speciale di Quarto Grado su Lidia: dice che al Sass Pinin, quella boscaglia piena di siringhe dove l’amica fu massacrata, aveva visto Fulvio e Stefano bucarsi; e poi che quei versi di Cesare Pavese («Verrà la morte e avrà i tuoi occhi») trovati nella borsa di Lidia, erano un cavallo di battaglia di Stefano. A metà 2015, dopo aver visto su un quotidiano la grafia della lettera anonima «In morte di un’amica», arrivata alla famiglia Macchi nel giorno dei funerali della vittima, porta alla Mobile le cartoline speditele da Binda, con i quali i grafologi lo inchiodano.
Ma lo sapeva, doveva saperlo anche Lidia, del vizio di Stefano. Quello che lo portò in comunità dal ‘93 al ‘95, e la signora Mariuccia giù in paese a dire di avere un figlio al militare, poi obiettore, pietosa bugia. E ancora pizzicato da una pattuglia per guida sotto l’effetto dell’eroina nel 2010. A Natale 1986 la giovane aveva comprato libri sulle tossicodipendenze. Si erano conosciuti al Liceo Cairoli, poi Binda era andato a studiare ad Arona ma era rimasto sempre in giro, tra scout e Cl. E poi a casa di Lidia, ben accolto dai genitori, tanto che oggi la signora Paola, madre della ragazza, sospira: «Fosse così sarebbe ancora più triste, era uno di casa. Nicoletta, Fabrizio, Francesco, Giovanna, don Fabio, il gruppo di allora riascoltato dagli investigatori, lo tratteggiavano come «ironico», «affabulatore», «intellettualone, «baudeleriano», «una sorta di capoclasse». Per il gip, una personalità tormentata da fede, sentimento ed eroina. Capace ancora di conservare a casa una vecchia foto di Lidia e le agende del 1987, con le pagine strappate tra il 4 e l’8 gennaio. Qualche giorno dopo annotava: «Distrutto tutto. Giuro».
Repubblica 16.1.16
Sit-in a Brenta contro il sindaco Pd indagato

VARESE. Alcuni parlamenti del Movimento 5 Stelle (nella foto il deputato Danilo Toninelli) e i consiglieri regionali grillini in Lombardia hanno manifestato ieri mattina davanti al municipio di Brenta, in provincia di Varese, per chiedere le dimissioni del sindaco Gianpietro Ballardin, «iscritto al Pd - si legge sul blog di Beppe Grillo - ed eletto con una lista civica vicina al centrosinistra e attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di falso commesso da pubblico ufficiale». Dopo il caso di Quarto e l’espulsione del sindaco cinquestelle Rosa Capuozzo, è iniziata così la controffensiva pentastellata contro gli «ottantatre indagati Pd che ancora siedono sulle loro comode poltrone»
Corriere 16.1.16
Condannato per tangenti Galan si tiene lo stipendio da parlamentare
I 5 Stelle: Pd complice
di Virginia Piccolillo

ROMA «No, no. Non posso parlare di nulla». È cortese, ma determinato, Giancarlo Galan. E, al telefono, dribbla le domande su quell’assegno da onorevole che continua a percepire, malgrado la condanna a due anni e 10 mesi, da lui stesso patteggiata dopo 78 giorni di carcere per le tangenti da 4 milioni di euro sul Mose, la diga mobile di Venezia. Agli arresti domiciliari Galan non può svolgere la sua attività parlamentare. Ma l’entità della pena è troppo lieve per perdere il diritto al vitalizio. Quanto allo stipendio, il presidente della commissione Cultura della Camera dei Deputati, continuerà a incassarlo fino a che non verrà dichiarato decaduto. Dalla prossima settimana inizierà l’iter per la decadenza, ha garantito il capogruppo del Pd in Giunta, Giuseppe Lauricella, minimizzando le accuse dei Cinquestelle al partito di Matteo Renzi, ovvero di aver fatto da stampella all’ex presidente della Regione Veneto, disertando la riunione in Giunta di giovedì scorso. Quella che avrebbe potuto porre fine al mandato di Giancarlo Galan, a tre mesi dalla sua condanna. «La diserzione di massa del primo partito del Parlamento non può essere casuale», ha gridato il M5S dopo la riunione, sospettando un ordine di scuderia, mirato a far percepire soldi pubblici a Galan «per più tempo possibile». «È inaccettabile» ha rincarato ieri Ignazio Messina (Idv).
Corriere 16.1.16
Vertice da Casaleggio: il Pd la pagherà cara
L’ira del guru: solo fango. E parte l’offensiva sugli amministratori dem indagati. Grillo: hanno paura di noi
di Emanuele Buzzi

MILANO Un corpo a corpo. Il Movimento si prepara allo scontro (politico) con i dem e affila le armi. Ieri giornata di vertici alla Casaleggio Associati. Il fondatore dei Cinque Stelle, Gianroberto Casaleggio, avrebbe esortato i suoi: «Buttano fango su di noi, ma la pagheranno cara», invitando a tenere le distanze, anche in Aula, dai democratici. Il Movimento in Parlamento non si scosterà dal suo solco: voterà i provvedimenti giudicati validi, anche a costo di fare da stampella al governo. Qualche parlamentare avrebbe voluto adottare un profilo più opportunistico — «Nessun favore, nemmeno indiretto», dice uno dei falchi — ma per il momento la linea a Roma resterà quella di sempre.
Diverso, invece, il discorso extraparlamentare. L’idea è quella di replicare agli affondi dem con una controffensiva capillare. «Il Pd ha paura del M5S? Sì, questo è evidente», scrive Beppe Grillo sul blog. «Se ci attaccano in un comune noi andremo in tutti i loro comuni dove hanno dei problemi», teorizzano i fedelissimi. E infatti, ieri una delegazione (con i deputati Giorgio Sorial, Danilo Toninelli, Cosimo Petraroli, Manlio Di Stefano e i candidati sindaco del M5S di Milano Patrizia Bedori e di Varese Alberto Staidl) si è presentata a Brenta sotto la casa del sindaco Gianpietro Ballardin, finito nei giorni scorsi ai domiciliari con l’accusa di falso commesso da pubblico ufficiale. Non solo sit-in, ma anche e soprattutto tv. I Cinque Stelle in commissione di Vigilanza Rai hanno annunciato il deposito di un’interrogazione all’azienda a prima firma Dalila Nesci. «Denotiamo un silenzio assordante da parte dell’informazione Rai sui numerosi casi di realtà amministrate da Pd e Forza Italia toccate da indagini: esattamente l’opposto di quanto accaduto per il caso Quarto», scrivono i pentastellati.
E il duello con il Pd rischia di sfociare proprio sul piccolo schermo: Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno invocato un confronto con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (e proprio al ministro sarebbe stato rivolto un invito in tal senso da un programma Rai). «Di Maio il confronto dovrebbe farlo con la sua coscienza... e già che c’è dia un’occhiata a Pomezia, così magari evita altre figuracce», scrive su twitter il presidente del Pd Matteo Orfini. Il riferimento è ad appalti che sarebbero stati affidati dal sindaco M5S alla coop vicina a Salvatore Buzzi. «La cooperativa legata a Buzzi è stata estromessa dal consorzio Formula Ambiente, a cui il comune di Pomezia ha appaltato il servizio di gestione rifiuti e pulizia urbana, il 15 dicembre 2014, immediatamente dopo i primi arresti», replica il primo cittadino Fabio Fucci.
Oltre alle polemiche, il M5S pensa anche alle prossime Amministrative. Al via una stretta sui candidati per evitare un nuovo caso Quarto e la querelle di Pomezia: a chi corre alle primarie per Roma sarà chiesto di dichiarare se ha lavorato in cooperative o aziende coinvolte direttamente o indirettamente con Mafia Capitale .
Repubblica 16.1.16
Quel video troppo artigianale brutta copia degli spot Usa
di Antonio Dipollina

Il video: un terzo dello schermo a sinistra è Roberto Giachetti, i due terzi, forse di più, a destra sono Roma, quella da cartolina e Grande Bellezza citata in un minuto quasi da non pensarci più. Il neo candidato alle primarie sceglie via Facebook e Youtube l’approccio alla buona: i modelli di riferimento sono pesantissimi, per queste cose, nel bene e nel male. Hillary o Obama lanciano campagne costruendo brevi video pieni di gente comune, buoni propositi e budget altissimi, con registi professionisti e il montaggio di fino.
Giachetti se la sbriga con due minuti e trentasei di carica del telefono. Anche lontano da esperienze recenti non proprio solide, vedi l’attivismo video di Ale Moretti quando si candidò per il Veneto: arriva Renzi, salgono entrambi in auto, lei dice “Su, c’è da guidare il Veneto” e immediatamente parte Ligabue.
La fine è nota. E siccome è impossibile non rifarsi a dove tutto incominciò, scatta l’analisi: quanto siamo lontani da quel giorno di Berlusconi e della calza?
Prima che fuggano tutti spaventati dal compito (l’analisi in questione) Giachetti si permette – a occhio non è una citazione voluta – la frase “Il Gianicolo è il quartiere dove sono nato e vissuto”. Non è proprio l’Italia è il paese che amo, ma l’eco c’è. Il resto lo fanno i social: Twitter impazzisce, la sua parte. Lo esaltano, qualcuno, lo dileggiano, altri: in quel panorama da spettacolo che si prende i due terzi dello schermo in basso c’è Regina Coeli e quel Belvedere sta nella leggenda come il posto dei richiami a piena voce dei parenti dei carcerati. A decine ci inzuppano già il pane in questa cosa, ma sono i rischi-social inevitabili, così come la solita caccia ad arrivare primi sulla spiritosaggine (“Farà fare lo sciopero della fame anche ai romani”). Si parte così, appunto alla buona, sperando che faccia colpo soprattutto Roma sul lato destro e che quel signore che se ne sta buono nell’angolo a sinistra ispiri da subito un po’ di simpatia.
Repubblica 16.1.16
La sfida radicale di Giachetti risuscitare il Pd dal disastro Roma
Cresciuto con Pannella, da cui ha ereditato la pratica di digiuni e bavagli. Poi braccio destro di Rutelli e ora renziano. Il vicepresidente della Camera annuncia su Facebook il suo sì alle primarie per il sindaco. “Impegno gravoso, ho un pizzico di paura”
Fuori dai dem ha buoni rapporti con Di Maio e la Meloni
di Filippo Ceccarelli

IL primo partito non si scorda mai. Se poi, come nel caso di Roberto Giachetti, si tratta dei radicali l’imprinting spiega anche troppo del candidato sindaco del Pd, fantasista renziano per certi versi buttato e per altri buttatosi nel pantano capitolino comunque con slancio fin troppo temerario, spes contra spem, come direbbe Pannella con linguaggio biblico intendendo la più disperata delle speranze, quella di conquistare il Campidoglio.
Così i processi di apprendimento biologico di quel mondo divenuto ormai antico – militanza ai limiti dell’eroismo, povertà diffusa, promiscuità sentimentale pure, sedi tanto buie quanto ravvivate da intrattabili e leggendari personaggi, «pazzi poeti e poeti pazzi» secondo il suggestivo canone pannelliano – rivivono dentro il video girato nella zona più garibaldina della capitale, ma in fondo anche nel cip- cip- cip degli uccellini che accompagnano le parole di Giachetti, giovanissimo redattore di Radio radicale a Montecitorio, fine anni 80, e in seguito ambientalista «disseminato» d’autorità fra i Verdi, a loro volta poi trasfiguratisi in Arcobaleno.
Da queste parti si colloca e certamente fruttifica il legame con Francesco Rutelli, allora non esattamente un eretico radicale, ma dopo la conversione sì. Con lui Giachetti ha scalato il Campidoglio (1993), è stato prima capo della segreteria del «sindaco col motorino, poi capo di gabinetto del sindaco del Giubileo (2000). Come tale ha conosciuto il potere dal di dentro, imparandone l’indispensabile spregiudicatezza e la facoltativa discrezione. Ma è rimasto sempre molto laico, diciamo pure - per quanto vale l’antica espressione - anticlericale.
In compagnia di altre figure a quel tempo vietamente rubricate come «Rutelli boys» e oggi assimilate al nucleo di cristallo del renzismo (Sensi, Gentiloni, Anzaldi), per vie traverse e tortuose scorciatoie Giachetti ha quindi messo il know-how della scuola radicale al servizio della Margherita, effimera e misteriosa entità post-democristoide scioltasi nel felliniano Teatro 5 di Cinecittà .
Gusto della provocazione, abilità comunicativa, uso spettacolare del corpo a costo zero; ed ecco che contro il berlusconismo , divenuto parlamentare, ha accumulato espulsioni per imbavagliamenti e semi-spogliarelli in aula, mentre sulla piazza, per attirare attenzione sulla mancanza di plenum della Consulta, ha fatto anche l’uomo- statua (2002).
Ma la sua specialità sono stati gli scioperi della fame, spesso accompagnati e documentati, alla maniera radicale, con terrificanti bollettini medici e foto (poi video). Si è battuto allo stremo contro il Porcellum (meno 18 chili), pure con paradossale distribuzione di porchetta da Eataly; ma ha pure digiunato per favorire la nascita del Pd (2007) e poi l’esecuzione delle primarie (2008). Sconfitto, cioè ignorato, si è dimesso dal Pd, ma non dal gruppo. Alle ultime elezioni gli uomini di Bersani volevano toglierselo di torno, ma su una scena sempre più densa di spettacoli, le generose e acrobatiche battaglie da one man show hanno salvato il posto a Giachetti più di quanto potesse l’adesione al renzismo, allora minoritario.
Vicepresidente della Camera senza cravatta. Svelto, affabile, ironico, iper-cinetico e abbastanza apprensivo. Amico dei giornalisti, di Luigi Di Maio e di Giorgia Meloni (una cena fra carissimi avversari l’8 marzo di qualche anno fa); valente cuoco, ha ammesso di essere «sbroccato» per una concorrente del Grande Fratello e come motto personale, oltre all’oraziano Carpe diem, ha posto su qualche social net, di cui è assiduo frequentatore e mega animatore, un impegnativo e lievemente criptico precetto di Elias Canetti: «Riguadagnare se stessi quando si è così perduti».
Potrebbe tornargli utile nell’imminente e prossoché impossibile battaglia di Roma. Ieri ha ammesso che si tratta di un «impegno gravoso» e che l’affronta «con un pizzico di paura». La speranza è che il cip- cip- cip degli uccellini nel video sia autentico.
Corriere 16.1.16
Giachetti in video: ho paura, ma corro

Un videomessaggio, dal Gianicolo, con la Grande Bellezza sullo sfondo. Si candida così alle primarie a sindaco di Roma, Roberto Giachetti, dopo settimane di titubanza. Causata, ammette, anche da «un pizzico di paura». «Partirò dalle periferie», spiega, riecheggiando un sindaco storico di sinistra, Luigi Petroselli. Sfida difficile, considerando le macerie che trova nel Pd e nella città, dopo la giunta Marino. Nei sondaggi salgono 5 Stelle e Lega, mentre cala la fiducia dei romani. Per riconquistarla, Giachetti si rivolge direttamente ai cittadini: «Vi chiedo di darmi una mano, scrivetemi per darmi consigli e idee per il futuro di Roma».
Repubblica 16.1.16
Dall’eutanasia al gender le prove dei cattolici per il partito trasversale
di Goffredo De Marchis

ROMA. L’idea di un raccordo, di un coordinamento, di una regia unica, senza scomodare la definizione di partito o di nuova Dc, viene coltivata da qualche cattolico. Dentro e fuori il Pd. Avanzano infatti una serie di nodi sui temi etici, le coppie gay e le adozioni sono solo il primo di una serie. Poi arriverà l’eutanasia (a marzo in Parlamento), l’utero in affito, la teoria gender. «Crimini contro l’umanità» secondo la visione del cattolico dem Beppe Fioroni. «E non dobbiamo ricostruire nessun collegamento con la Chiesa perchè non ci siamo mai scollegati», aggiunge.
Il dibattito sulle unioni civili si svolge quasi tutto dentro al Partito democratico. Per la prima volta nell’era renziana, il confronto è svincolato da correnti e da simpatie o meno per il capo. Ma è possibile che nell’aula del Senato assisteremo all’”unità dei cattolici”, vecchio ritornello dell’epoca di Camillo Ruini. Il no all’adozione dei figliastri è trasversale. Va dal Pd (28 senatori firmeranno l’emendamento per l’affido rafforzato) agli alfaniani, a Forza Italia, alla Lega e persino ai 5stelle. Può essere l’occasione per un ritorno al passato, nella fantasia di alcuni. Se lo augura Maurizio Sacconi, senatore Ncd, laico di cultura cristiana, conservatore. «Ci si deve ritrovare creando un coordinamento unico a prescindere dai partiti. Per contrastare la deriva nichilista», dice.
In questa fase, i cattolici del Pd, sebbene sfavorevoli alla stepchild adoption, sono stati molto attenti a non mischiarsi con i colleghi di altre sigle. «Mi avevano invitato i popolari di Dellai racconta Ernesto Preziosi -, ho detto cortesemente di no». Anche il manifesto valoriale dei 37 deputati promosso da Alfredo Bazoli e Ernesto Preziosi non ha cercato adesioni fuori dal perimetro dem. Al Family day però la fotografia sarà quella di politici schierati uno contro l’altro su tutto il resto, eccetto che sulle materie etiche. Fioroni ci sarà e Gasparri pure, per dire. E i cattolici in cammino, come dice Bersani? «Non credo che Bersani sia un teologo. Io resto nel magistero di Francesco: accoglienza per il peccatore, intransigenza per il peccato», risponde Fioroni. E il 90 per cento dei cattolici italiani la pensa come lui, assicura.
Ma l’epoca Ruini è finita, dice Bazoli. «Le parole di Galantino, segretario della Cei, sono sagge equilibrate e rispettose dell’autonomia del legislatore», sottolinea. Meglio così, aggiunge Preziosi, già vicepresidente dell’Azione cattolica, forse il più vicino alle gerarchie della Chiesa: «Il dirigismo di prima non ha pagato. Comunque oggi non sarebbe riproponibile. Dopo Ruini c’è stata una sfaldatura tale da ecludere una linea univoca della Chiesa».
Quindi liberi tutti, altro che unità? A Bazoli va bene così, un’altra cattolica come Flavia Nardelli che ha rifiutato la firma al “manifesto” pure. Ognuno vive la fede con la sua coscienza anche in politica. Ma Preziosi non esclude una regia, anch per le prossime battaglie. «Dobbiamo andare verso questa soluzione, ma senza coinvolgere le gerarchie. Lo possiamo fare nel Pd attirando culture diverse». Facendone davvero un partito plurale. «Non come la Dc, ma come l’Ulivo», sentenzia Preziosi.
Repubblica 16.1.16
Il premier spinge la legge “Decide il voto segreto” Offensiva Family day
Gandolfini: “Il 30 gennaio in piazza saremo 500 mila” La Pascale spacca FI: “Darete l’olio di ricino ai gay?”
di Carmelo Lopapa

ROMA. È una legge sulla quale non c’è altro tempo da perdere, sulla quale il Paese è indietro da decenni e che col voto segreto sarà condotta in porto in tempi rapidi. Il premier Matteo Renzi interviene sul dibattito interno al suo Pd (e non solo) sulle unioni civili, per avvertire che «nel giro di qualche settimana sarà legge» in nome del «buon senso». Basta «scontri ideologici è il monito che viene rilanciato attraverso la E-news settimanale del presidente del Consiglio, che ammette: «La questione non è semplice e mentre su molti punti l’accordo mi sembra solido, ci sono questioni su cui ancora le distanze sono ampie. E forse lo resteranno al punto che sarà il voto segreto, tipico in discussioni sui diritti e sui valori, a definire le scelte». Per Renzi insomma il discorso è aperto sì, ma si chiuderà rimettendo tutto al voto del Senato di fine gennaio.
Su questo punto il governo, fatta eccezione per Alfano e i pochi centristi, è piuttosto compatto. Perché «siamo tra i pochissimi in Europa a non avere ancora una legge - scrive su Facebook il ministro Politiche agricole Maurizio Martina - La società e i cittadini sono più avanti». Il dibattito è dentro ma ormai anche fuori il Parlamento. Al Family Day del 30 gennaio a Roma, annuncia il presidente del Comitato “Difendiamo i nostri figli” Massimo Gandolfini, «saremo oltre mezzo milione di persone. In piazza ma «senza simboli di partito», è la parola d’ordine. I parlamentari dell’ala destra e ormai ex Ncd, da Giovanardi a Quagliariello ad Augello, ci saranno, Paola Binetti (Area popolare, maggioranza) è tornata alla grinta del primo Family day: «Non tollereremo intimidazioni». Giorgia Meloni porta l’adesione dei Fdi «per dire no alla legalizzazione dell’utero in affitto». E poi i democratici: Giuseppe Fioroni e i firmatari del documento Cattodem presentato da 37 deputati».
Ma il colpo di scena della giornata si è consumato dentro Forza Italia. Trascorse 36 ore dall’indicazione di voto data da Silvio Berlusconi a tutti i 91 parlamentari riuniti («Voteremo no al ddl Cirinnà»), interviene via Instagram la sua compagna Francesca Pascale, sponsor da sempre delle unioni. E lo fa attaccando con asprezza la deputata e responsabile giovani Annagrazia Calabria (in attesa di un figlio) la quale nei giorni scorsi aveva bocciato il ddl Cirinnà col quale «si scambiano desideri degli adulti con diritti dei bambini». La Pascale è tranchant come mai finora: «Cara onorevole, il diritto di un bambino non lo decide il sesso di una coppia - scrive - Questa legge è sbagliata, vero, ma noi liberali di Fi che vi abbiamo votato per stare al nostro servizio pretendiamo che facciate ciò che siete chiamati a fare, le vostre idee non ci riguardano». Per concludere così: «Se tuo figlio nasce gay, che fai, gli dai olio ricino?» Nel partito di Berlusconi è calato il gelo, zero commenti, il leader silente.
La Stampa 16.1.16
Quel feeling che si è rotto con Mogherini
di F. M.

A Palazzo Chigi l’allarme rosso era scattato da ormai quattro ore, ma nel suo studio Matteo Renzi continuava ad essere di umor nero, ancora incerto su come calibrare la sua reazione all’intemerata di Jean-Claude Juncker: in questo agitato contesto un collaboratore ha segnalato al capo del governo la dichiarazione di Federica Mogherini, Alto rappresentante europeo per la politica estera. Renzi ha iniziato a leggere le parole della Mogherini: «È stupido creare divisioni in seno all’Europa. In Europa abbiamo bisogno di essere uniti di fronte alle tante crisi». Renzi, con uno sguardo nel quale lo stupore è stato soppiantato dalla rabbia, ha continuato la lettura: «In Europa c’è tanto che possiamo fare soltanto se siamo uniti. L’Italia è un grande paese europeo. L’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Italia».
Il presidente del Consiglio, diffidente di natura, non ha avuto più dubbi, scorrendo una dichiarazione subito bollata come pilatesca: «Ma con chi sta Federica? Invece di avvisarci su quel che si muove in Commissione, sui principali dossier fa queste dichiarazioni!». Renzi è un fiume in piena e la “schiuma” polemica si muove tutta attorno allo stesso concetto: nel momento in cui il governo avrebbe bisogno di un pubblico sostegno, la rappresentante italiana in Commissione si defila. L’analisi che a caldo facevano a palazzo Chigi è inesprimibile in pubblico: davanti ad un conflitto così aspro e personale tra il capo della Commissione europea e il capo di uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, Federica Mogherini si è lasciata “assorbire” dagli euro-leader, Juncker in testa, tralasciando di curare gli interessi dell’Italia. Come dimostra la storia dell’Ue: i commissari di tutti i Paesi svolgono un mandato europeo, ma senza mai perdere di vista gli interessi nazionali. L’irritazione di Renzi è moltiplicata dal fatto che, ai tempi delle nomine europee, è stato lui a volere Federica Mogherini e a battersi perché la spuntasse. Ma oramai da mesi il feeling si è rotto e, a parte le occasioni pubbliche, i due non si parlano a tu per tu da quasi un anno.
[f. m.]
La Stampa 16.1.16
Le regole della partita europea
di Marta Dassù

Il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, è chiaramente in difficoltà. Il suo famoso piano di investimenti è rimasto in larga parte sulla carta; le misure enunciate in materia di immigrazione hanno trovato forti ostacoli nelle divergenze fra Stati nazionali; il sistema di Schengen perde pezzi. La realtà, insomma, è che il perno del sistema decisionale europeo si è ormai spostato verso il Consiglio, dove siedono gli Stati nazionali. La Commissione decide poco, conta meno di prima e sta vivendo una crisi. Il nervosismo di Juncker lo conferma, inclusa la sua discutibile decisione di attaccare in modo così esplicito il premier di uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, che dal 1994 è anche uno dei principali contribuenti al bilancio comunitario.
Si dirà che la carica polemica di Matteo Renzi nei confronti di Bruxelles (utilizzata anche per le ragioni di politica interna già illustrate da questo giornale) è stata parte del problema. D’accordo: ma la reazione di Juncker non è certo parte della soluzione. Anche perché il presidente della Commissione europea sembra dimenticare un dato essenziale: la Commissione non è più l’organo tecnico e neutrale degli esordi della costruzione europea. E non è più percepita così.
Con le ultime elezioni europee – attraverso il meccanismo della «pre-indicazione» del proprio Presidente da parte di ciascuno dei grandi gruppi politici – la Commissione si è di fatto politicizzata, mentre sono aumentati i poteri del Parlamento europeo. Gli scambi polemici con Bruxelles riflettono anche questa nuova realtà, confermando i dubbi di chi riteneva che non fosse una buona idea indebolire la «neutralità» (vera o presunta) della Commissione europea.
In ogni caso: un presidente scelto nel modo in cui lo è stato Juncker non può pretendere di essere al riparo da attacchi politici. Mentre il governo di Roma deve seriamente chiedersi fino a che punto questa escalation di toni risponda ai propri interessi.
Quali interessi? L’approccio europeo di Matteo Renzi si basa sul superamento della vecchia teoria del «vincolo esterno»: la convinzione di larga parte dell’élite politica italiana (dagli Anni 50 fino all’euro) che solo in nome (e per conto) dell’Europa sarebbe stato possibile introdurre riforme serie in Italia. Per il premier italiano sembra valere una regola quasi opposta: è interesse nazionale dell’Italia che l’Unione europea cambi radicalmente, dal momento che il «vincolo esterno», da incentivo positivo alle riforme, si è ormai trasformato in ostacolo negativo. Il dibattito austerità versus flessibilità – per quanto forzato da entrambe le parti – rispecchia questa tensione; così come le polemiche di Roma sui doppi standard a favore di un’Europa baltica che penalizza in vari campi (migrazioni, energia) l’Europa mediterranea. A differenza dell’europeismo tradizionale, Renzi sottolinea così che l’integrazione non elimina la competizione accesa e continua fra interessi nazionali. A differenza delle posizioni euro-scettiche, il premier è consapevole che, marginalizzandosi dall’Unione europea, l’Italia sarebbe penalizzata prima di tutto dai mercati, più che da Bruxelles.
Se l’impostazione mi pare essere questa, giocare sul tavolo europeo una partita seria richiede tre condizioni. La prima è che il governo definisca in modo più preciso e complessivo gli interessi italiani in Europa, con i relativi trade-off. Ad esempio, sulla questione del raddoppio del gasdotto Nord Stream la posizione italiana appare oscillante; e non è così chiara sul Fondo da destinare alla Turchia in materia di rifugiati.
Si tratta di due dossier cruciali per Angela Merkel: la seconda condizione, infatti, è che l’Italia riesca a giocare la sua partita europea con i paesi che contano piuttosto che contro. Dalla Germania, Roma vuole e deve soprattutto ottenere progressi sulle politiche economiche. In materia di immigrazione, può compiere degli sforzi in più per aiutare la Cancelliera, dopo Colonia, a non indebolirsi troppo sul piano interno. Vedremo se Renzi giocherà questa mano nella visita a Berlino di fine gennaio. Con la Francia conviene ancora seguire, io credo, la vecchia regola aurea: di fronte a lacerazioni nell’euro-zona, Parigi penderà sempre verso Berlino. E sarà più vicina a Londra, che a Roma, nel Mediterraneo. Infine, l’Italia ha interesse a consolidare la propria posizione contrattuale, fra i Paesi dell’euro, aiutando la Gran Bretagna (Roma lo sta del resto facendo) a rinegoziare la propria posizione in Europa.
Una terza condizione importante è di non pregiudicare risultati parziali (i margini di flessibilità concordati in vista della legge di Stabilità) per la fretta di rilanciare ogni volta - anche se l’Europa di oggi è certamente un caso di «too little, too late».
L’Italia ha bisogno di riforme in Italia (e qui è un problema soprattutto nostro). Ha bisogno altrettanto di riforme in Europa (e qui contano anzitutto i rapporti di fiducia fra le principali capitali). Se Matteo Renzi vuole vincere la partita che ha dichiarato, deve giocarsela fino in fondo sia in casa che a Bruxelles. Mantenendo, sui due tavoli, uguale credibilità. Un’Italia marginale in Europa avrebbe tutto da perdere. Ma esercitare una vera influenza nell’Ue di oggi - allargata e divisa - è più difficile di quanto sia mai stato in passato. Esserne consci è il primo passo necessario per non varcare una linea sottile: quella che separa questo giusto obiettivo dall’illusione che basti poco per conseguirlo davvero.
Repubblica 16.1.16
Deficit, banche, Ilva nella sfida Italia-Ue due idee di Europa
Per una volta la diplomazia tra Roma e Bruxelles non ha funzionato e i toni si sono accesi. Ma Renzi e Juncker saranno costretti a trovare un accordo
di Andrea Bonanni

BRUXELLES. L’«amarezza» di Jean-Claude Juncker e le sue critiche pubbliche a Matteo Renzi segnano il punto più basso mai raggiunto nella storia dei rapporti formali tra Roma e Bruxelles, che pure hanno raramente registrato picchi elevati. Neppure ai tempi di Berlusconi lo scontro, nella sostanza assai più duro di quello attuale, aveva assunto toni così plateali. La lista delle questioni in sospeso tra il governo italiano e la Commissione è in effetti lunga. Sul piano della politica economica c’è la mancata approvazione della nostra legge di bilancio, su cui Bruxelles si pronuncerà solo a primavera. La Commissione ritiene che l’Italia abbia cercato di spingere i margini di flessibilità sul deficit oltre il limite ragionevole per un Paese indebitato come il nostro. Nel merito, inoltre, non ha apprezzato il taglio dell’Imu, contrario alle raccomandazioni comunitarie.
C’è poi la questione della “bad bank”, il sistema di garanzie pubbliche offerte a chi acquisterà i crediti in sofferenza delle banche italiane. Bruxelles le considera un aiuto di Stato, e vuole vietarle. L’Italia ribatte che, in passato, tutti i governi europei hanno pagato le ricapitalizzazioni bancarie con valanghe di soldi pubblici senza che la Commissione si opponesse. Anche sulla procedura aperta dall’antitrust europeo per i finanziamenti alla ristrutturazione dell’Ilva di Taranto, la reazione italiana è stata di indignata sorpresa. Ci sentiamo vittime di un trattamento discriminatorio, come ha rivelato Renzi chiedendo perché la Commissione non abbia bloccato il raddoppio del gasdotto russo-tedesco, Nord Stream, dopo aver bocciato South Stream, che avrebbe portato il gas russo in Italia.
In campo extra-economico, è la questione dei profughi ad alimentare i malumori tra Roma e Bruxelles. L’Italia si è sentita offesa per la procedura aperta dalla Commissione sulla mancata registrazione degli immigrati irregolari, soprattutto perché, nel frattempo, Juncker non è riuscito a far decollare il promesso piano per il ricollocamento dei rifugiati ospitati nel nostro Paese. Risultato: il governo italiano sta bloccando la decisione di versare tre miliardi per aiutare i profughi siriani in Turchia. Un veto che Juncker ha definito «incomprensibile. Di carne al fuoco dunque ce n’è parecchia. Ma in passato i contenziosi aperti tra l’Italia e l’Europa sono stati spesso anche più ampi e più profondi. La differenza, questa volta, è che il governo Renzi, invece di cercare di risolvere le divergenze per via diplomatica, come è d’uso nella Ue, ha fatto di ciascuno di questi problemi un caso politico. Alzando il livello dello scontro e trasportando la normale dialettica governi-Commissione sul piano di un confronto tra due pretese idee di Europa: quella italiana e quella tedesca. Può sembrare paradossale, ma la Commissione, in questo suo primo anno di vita, si è trovata più spesso a condividere la visione italiana dell’Europa che quella tedesca. È stato così quando Juncker è riuscito a ritagliare margini di flessibilità sulle politiche di bilancio, contro il volere di Berlino. È stato ancora così quando ha cercato di europeizzare la questione dei migranti, contro la posizione della Francia e, in un primo tempo, anche della Germania. È ancora così quando la Commissione spinge, come sta facendo, per varare la garanzia europea sulle banche, contrastata dai tedeschi e dagli olandesi. Sono stati, e sono, contrasti duri, profondi, essenziali. Ma che non hanno mai portato i governi della Germania o della Francia a criticare pubblicamente Bruxelles con la durezza usata da Renzi.
È proprio questo che ha determinato, ieri, la reazione del presidente della Commissione. Più che un dissenso sui contenuti, quella tra Renzi e Juncker è una divergenza di prospettive. Renzi ha trattato la Commissione come un organo burocratico al servizio della Merkel. Juncker si è sentito tradito e ha espresso la sua «amarezza» in termini politici, gettando anche lui alle ortiche gli scrupoli protocollari. Sullo sfondo, il convitato di pietra ha le fattezze della cancelliera tedesca, a sua volta molto più europeista della maggioranza politica che l’ha espressa. Ma questa guerra di due potenziali alleati, sul baratro di un’Europa che rischia di essere inghiottita dallo tsunami del populismo dilagante, non ha alcun senso. Renzi e Juncker possono bisticciare quanto vogliono. Ma se, come dicono, vogliono salvare quel che resta del sogno europeo, prima o poi sono condannati ad intendersi.
Corriere 16.1.16
Un duro altolà che riflette l’inquietudine della Germania
di Massimo Franco

L’attacco era previsto: forse non da Matteo Renzi, ma certamente da alcune cancellerie europee. Da giorni, il malumore nei confronti del premier italiano rimbalzava dopo le critiche espresse durante l’ultimo Consiglio dell’Ue . Un’irritazione tesa a raffigurarlo «isolato», «rumoroso», inutilmente «teatrale»; e tentato di usare i contrasti con l’Europa a scopi di politica interna. Le parole ruvide usate ieri dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker contro il capo del governo sono la rivelazione di uno scontro lievitato per settimane; e arrivato adesso ad un punto cruciale. Renzi risponde: «Non ci faremo intimidire. L’Italia merita rispetto». Eppure, la sensazione è che a Bruxelles abbiano deciso un altolà corale, insidioso per Palazzo Chigi.
Non è pensabile, infatti, che Juncker si muova da solo quando invita Renzi a «non vilipendere la Commissione», e gli rinfaccia di «profittare di tutte le flessibilità previste». Dietro si intravede la sagoma di una Germania che ha sempre appoggiato e sostenuto il premier italiano; di più, ha scommesso su di lui come unico argine contro la marea populista nel nostro Paese, e continua a ritenerlo senza alternative. Ma comincia ad essere preoccupata dalla piega che sta prendendo la politica estera dell’Italia: una perplessità condivisa da altre nazioni europee. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ha cercato di ridurre la portata delle parole di Juncker, e di negare qualunque conflitto tra Roma e Bruxelles.
Purtroppo, però, il numero uno della Commissione lo afferma esplicitamente: «I rapporti non sono i migliori al momento». E aggiunge che dovrà venire in Italia perché si deve «occupare di questo problema». Viene da chiedersi da che cosa nasca un atteggiamento così duro. Soprattutto, come si concili con una narrativa che tende a esaltare il nuovo peso del nostro Paese sullo scenario internazionale. Il Renzi che chiede rispetto per l’Italia rischia di evocare il Silvio Berlusconi del 2011. Allora, l’isolamento nell’Ue del premier del centrodestra portò al governo dei tecnici di Mario Monti. Stavolta, un’ipotesi del genere non esiste, perché la situazione economica è migliore; e perché Renzi continua ad essere considerato l’unica carta spendibile per riformare il Paese e tenerlo agganciato al resto d’Europa. In realtà, a spaventare Juncker non è tanto la riapparizione di una «sindrome Berlusconi». La novità è che le critiche di Renzi alle istituzioni dell’Unione si inseriscono su uno sfondo di offensiva generale contro Bruxelles: in particolare dal fronte dei Paesi orientali, passati dall’euroentusiasmo all’euroscetticismo. La Commissione non può permettersi il lusso che il presidente del Consiglio di una delle nazioni fondatrici cerchi di «sminuire ad ogni occasione» l’Ue: ancora parole di Juncker.
Magari è una considerazione troppo maliziosa, ma viene il sospetto che Renzi sia stato scelto come capro espiatorio di un’inquietudine diffusa tra tutte le 28 nazioni dell’Unione. La bacchettata, inedita, dolorosa, e imprevista, non sembra rivolta solo a lui ma a quanti hanno criticato o si preparano a contestare la strategia delle istituzioni sovranazionali: una tentazione acuita dalla crisi dei flussi migratori e da difficoltà economiche persistenti. Insomma, si vuole far sapere che i giochi sono finiti: per tutti. Scegliere l’Italia come bersaglio, però, significa individuarla come anello importante e insieme debole: il Paese contro il quale alzare la voce. Chiedere di essere rispettati è sacrosanto. Chiedersi perché non avviene, forse, sarebbe altrettanto utile.
Repubblica 16.1.16
Ma l’ostilità alla Merkel comporta molti rischi
La solitudine di Roma e il tornaconto elettorale
di Stefano Folli

Quanto rende sul piano elettorale una linea anti- europea, ostile in modo esplicito alla Germania egemone e di sfida verso la Commissione? Sulla carta il dividendo è alto perché l’Unione si avvita da tempo in una crescente impopolarità, persino in un Paese come l’Italia storicamente legato agli ideali comunitari. Ma un calcolo fondato solo sulla convenienza elettorale rischia di rivelarsi una scommessa troppo azzardata anche per un politico abile e spregiudicato come Matteo Renzi.
Costi e benefici del gioco sono in queste ore al centro della riflessione a Palazzo Chigi non meno che in altri palazzi romani. Dove i più conoscono la tradizione politica del centrosinistra: una tradizione che ha sempre dato priorità alla costruzione dell’Europa e, in tale cornice, al rapporto con Germania e Francia. Quando Berlusconi, nei suoi anni di governo, tentò di allontanarsi da questo sentiero intavolando una relazione privilegiata con la Gran Bretagna di Tony Blair, sullo sfondo della comune amicizia con George W. Bush, la scelta fece scalpore. Con i governi successivi di Monti ed Enrico Letta si tornò nell’alveo mittel- europeo, come l’unico in grado di garantire gli interessi italiani. Oggi Renzi è tentato di percorrere l’altra strada. Giudica in passivo la sua agenda europea, pur avendo valide ragioni su alcuni punti: dai problemi bancari irrisolti al nodo della flessibilità, dalla politica verso i migranti con la gestione delle frontiere al gasdotto del Nord. Ritiene che per ottenere qualcosa si debba scuotere l’albero, salvo poi assicurare che «noi non siamo degli sfasciacarrozze». Ma è un terreno finora poco esplorato, che ha prodotto fin qui lo scontro forse senza precedenti con il presidente della Commissione.
Se l’obiettivo immediato del premier è raccogliere voti per poi presentarsi al tavolo di Bruxelles più forte, è chiaro che i tempi non gli sono favorevoli. Amministrative a parte, il 2016 è un anno di passaggio il cui appuntamento più importante resta il referendum di autunno sulla riforma costituzionale. E non è credibile che alla lunga campagna per il “sì” alla riforma si voglia mescolare un “battage” volto di fatto a delegittimare le istituzioni europee e alcuni personaggi che le rappresentano. Anche perché la linea anti-tedesca (e anti-Commissione) contiene un pericolo: quello di accreditare, anziché svuotare, le posizioni più radicali contro l’Europa rappresentate dalla Lega, dai Cinque Stelle, dai Fratelli d’Italia. Tra il figlio di una tradizione comunque europeista, quale Renzi è, e i guerrieri no-euro e no-Bruxelles, c’è il caso che siano questi ultimi a guadagnare consenso con l’argomento: «Vedete? L’Europa ha tradito pure lui che si illudeva di cambiarla». Certo, anche in passato ci sono stati forti contrasti fra Roma e l’Unione o fra Roma e qualche cancelleria. Ma i conflitti restavano nella penombra, affidati a funzionari efficienti e capaci di negoziare. Raramente emergevano in piena luce perché avrebbero avuto effetti destabilizzanti, dannosi per tutti. Non è un caso che il presidente emerito Giorgio Napolitano suggerisca prudenza nell’intervista di ieri alla Stampa.
Prudenza che non significa inerzia, ma solo attenzione nel misurare i passi e le parole, badando alle conseguenze.
È evidente infatti che la polemica in atto spinge l’Italia lungo una china nazionalista, magari involontaria, in un momento in cui tali pulsioni serpeggiano da Est a Ovest e la Germania si va indebolendo. In via ufficiale si afferma che Roma vuole solo dare un «contributo costruttivo» a edificare un’Europa diversa. Ma nella sostanza i contorni di questa nuova Europa non s’intravedono, mentre invece l’Italia si trova isolata nella sua sfida. Lo stesso ruvido attacco di Juncker si spiega con la solitudine di Roma che ne fa un bersaglio poco impegnativo. Ora rammendare la tela strappata è interesse comune, come nota Federica Mogherini. Ma chi deve fare il primo passo è il governo italiano. Non accadrà subito.
Corriere 16.1.16
Il voto anticipato e i sospetti europei sulle mosse italiane
Un sospetto si aggira per l’Europa: e se Renzi avesse deciso di attaccare l’Unione pensando di anticipare il voto nel 2017, e usando toni che attecchiscono sull’elettorato?
di Francesco Verderami

Un sospetto si aggira per l’Europa: e se Renzi avesse deciso di attaccare l’Unione pensando di anticipare il voto nel 2017, e usando toni che attecchiscono sull’elettorato? Il sospetto ha preso corpo a Berlino, sta dentro una domanda: «Warum?». «Perché?», si chiede Manfred Weber.
«Perché il vostro presidente del Consiglio ha assunto questo atteggiamento?». Così esordisce da giorni il capogruppo del Ppe con i suoi interlocutori italiani. E nei conversari riservati non è sfuggito il modo in cui il falco tedesco ha coniugato i verbi: ha usato il singolare per confidare di essere rimasto «spiazzato» dalle mosse di Renzi; è passato al plurale per aggiungere che «non ce lo aspettavamo».
Weber è considerato la sentinella di Angela Merkel nelle istituzioni europee, oltre che grande elettore di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione. Per quanto conosca la politica per averla praticata nella Csu bavarese prima che a Strasburgo, fatica a districarsi nelle dinamiche machiavelliche, distanti dalla linearità teutonica: «Non capisco. Davvero, sono incomprensibili queste ripetute dichiarazioni fortemente critiche del vostro capo di governo, a fronte dell’atteggiamento positivo della Commissione».
È una questione di punti di vista, e non c’è dubbio che l’ottica di Renzi sia diversa, quando lamenta la gestione di Bruxelles sui dossier cari all’Italia, a partire dal nodo irrisolto dell’immigrazione e dalle concessioni in tema di economia «che abbiamo faticato ad ottenere». Weber parte invece dal presupposto che «concessioni al governo italiano ne sono state fatte». Arriva a dire che «in varie occasioni è stata dimostrata grande disponibilità, anche per contrastare il pericolo dei partiti populisti in Europa».
È un punto delicato quello che tocca il capogruppo del Ppe, perché rivendica alla Commissione e all’Europarlamento il merito di voler salvaguardare l’Italia da un fenomeno già presente in altri Paesi. «Noi stiamo dando una mano. Siamo tutti aperti. E comunque Renzi deve capire che non può pensare di risolvere i problemi italiani con la flessibilità in Europa. Invece che fa? Attacca Juncker e Merkel. È inconcepibile».
«Warum?», si chiede allora Weber. «Perché?», va chiedendo nei suoi colloqui, così da farsi un’idea sulle reali intenzioni del premier italiano. E c’è un motivo se nelle conversazioni evoca il rischio che Roma finisca per restare isolata nel consesso europeo. Il politico tedesco l’ha fatto sempre in modo indiretto, senza mai esporsi. L’altro giorno ha citato l’intervista concessa alla Stampa dal commissario Ue all’Economia, Pierre Moscovici, che sulla flessibilità ha invitato l’Italia a «rispettare le regole»: «Avete letto cosa ha detto? E lui è un socialista, proprio come Renzi».
«Non capisco. Siamo preoccupati per l’Italia». Il passaggio al plurale nell’uso dei verbi non sembra mai casuale, almeno questa è la sensazione e l’interpretazione di quanti parlano con Weber. Lo scontro di ieri tra Renzi e Juncker non sembrerebbe un buon viatico per l’incontro del presidente del Consiglio italiano con la Cancelliera tedesca, e i timori degli uomini di Renzi — a Roma come a Bruxelles — superano il muro della riservatezza: quanto a lungo si può reggere un simile braccio di ferro? Quanto c’è da guadagnare e quanto da perdere? L’esortazione del premier è di «finirla con i complessi di inferiorità»: lui si sente «in sintonia con il Paese».
Se così stanno le cose, se per il leader del Pd è l’Europa — non Grillo nè Salvini — la sua vera opposizione, lo stress-test con Bruxelles potrebbe arrivare a un punto di rottura. «Questo non è il modo di comportarsi», ripete Weber cercando una password per comprendere la vera strategia di Renzi. Nel gioco costi-benefici c’è un evidente squilibrio per l’Italia. Nel 2017, peraltro, andranno a scadenza cambiali europee molto pesanti, con le clausole di salvaguardia che somigliano ad altrettante spade di Damocle, con l’obbligo di realizzare una crescita straordinaria per evitare una pesante manovra correttiva.
«A meno che...». Ecco come il sospetto prende corpo. «A meno che» Renzi non pensi di andare alle elezioni anticipate proprio nel 2017, sull’onda della vittoria al referendum costituzionale. Il premier italiano ha sempre smentito questa ipotesi, e Weber non può che prendere per buone le sue dichiarazioni, anche se finora non ha trovato risposte valide ai suoi «Warum?». Introducendo questa variabile, invece, «allora capirei». Andando alle urne con l’Europa come opposizione, il segretario del Pd toglierebbe benzina alla campagna elettorale dei suoi avversari.
«Ma certe cose possono farle piccoli leader di piccoli Paesi», aggiunge di scatto il capogruppo del Ppe, come a volersi destare da un incubo, come a voler allontanare da sé quel sospetto: «Il vostro presidente del Consiglio guida uno dei Paesi fondatori dell’Unione ed è anche il leader della maggiore forza politica del Partito socialista europeo. Se anche lui si mette a usare toni populisti...». Weber finora non ha trovato risposte ai suoi «Warum?». Gli resta un dubbio.
Francesco Verderami

venerdì 15 gennaio 2016

La Stampa 15.1.16
Cina economia di mercato?
L’Europa divisa non sa decidere
di Marco Zatterin

L’intesa non è vicina. «Ne riparleremo», ha tagliato corto mercoledì il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, al termine del «dibattito di orientamento» avuto dall’esecutivo comunitario sulla possibilità di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. Il verdetto europeo deve essere preso entro l’anno e l’annuncio è nei fatti un rinvio per una questione spinosa, visto che un semaforo verde renderebbe impossibile l’utilizzo di numerosi strumenti di protezione dei settori economici Ue dal dumping del colosso asiatico.
La commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, ed il vicepresidente, Jyrki Katainen, spingevano per avanzare rapidamente, sulla base di un rapporto interno dei servizi giuridici secondo cui il via libera alla Cina è un obbligo già scontato. La linea è stata contestata e nel Team Junker non c’è accordo. Dunque meglio prendere tempo.
Italia contraria
L'industria europea, in particolare la siderurgia, e molti europarlamentari, tra cui quelli italiani, sono contrari. Spaccati anche i Paesi europei: favorevoli solo Regno Unito, Olanda e nordici. In mezzo c’è la Germania, dove Angela Merkel è tentata di aprire a Pechino, ma è anche preoccupata di abbandonare la propria industria alle minacce della concorrenza sleale.
A 15 anni dall'ingresso nell'organizzazione mondiale del commercio la Repubblica popolare dà per scontato il «sì» dell’Europa. Oltre che economica, la questione è politica: non si spiegherebbe altrimenti l'assegnazione dell'etichetta alla Russia già nel 2002. Secondo molti la decisione potrebbe mettere a rischio tra gli 1,7 e i 3,5 milioni di posti di lavoro nell'Ue. Una think thank statunitense ritiene che nei primi tre anni l'Europa si troverebbe invasa di merci cinesi: un valore di 142,5 miliardi di euro, che equivarrebbero a bruciare il 2% del Pil. Nel 2014, l’Unione ha esportato verso Pechino merce per 164,8 miliardi.
Pericolo «dumping»
C'è poi la questione del dumping e la volontà di Pechino di essere sempre più coinvolta in progetti europei. Lo illustra anche l'importanza crescente dell'Asian Infrastructure Investment Bank e la partecipazione cinese nella European Bank of Reconstruction and Development. Pechino ha fretta. Ma è probabile che l’Ue decida di aspettare sino all’ultimo istante, cioè sino alla fine dell’anno.
il manifesto 15.1.16
L’ordine politico dei grandi spazi
Una nuova edizione di alcuni testi del filosofo e giurista tedesco Carl Schmitt nel volume Adelphi «Stato, Grande Spazio, Nomos»
Saggi che mantengono inalterata una funzione di antidoto all’estremismo dell’universalismo liberale
di Carlo Galli

Stato, Grande Spazio, Nomos (Adelphi, pp. 528, euro 60)  raccoglie, selezionati e tradotti da Giovanni Gurisatti, alcuni importanti saggi che Carl Schmitt pubblicò dal 1927 al 1978, precedentemente accolti in due importanti antologie tedesche — una del 1996, l’altra del 2005. Vi compaiono alcuni dei lavori più celebri del giurista: tra gli altri, la prima versione di Il concetto di «politico» (quella in cui il «politico», il rapporto amico/nemico, è interpretato come un ambito specifico, mentre di lì a poco diventerà, ancora più radicalmente, il grado estremo d’intensità del conflitto); la quarta edizione, del 1941, dell’opuscolo su L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale (in cui venne aggiunto, tra l’altro, un capitolo contenente una polemica anti-ebraica contro Kelsen; per questo libro Schmitt corse il rischio di finire imputato a Norimberga come complice della guerra d’aggressione nazista verso l’Urss); il densissimo saggio del 1943 sul Mutamento di struttura del diritto internazionale (1943), che anticipa il grande libro del 1950 su Il Nomos della Terra; il testo del 1952 su L’Unità del mondo, in cui la guerra fredda è interpretata non come scontro duale fra Usa e Urss ma come una tensione interna ad un unico campo teorico e pratico, cioè la Terra dominata dalla tecnica; un’originale interpretazione di Clausewitz come pensatore politico (1967); e infine il canto del cigno di Schmitt, La rivoluzione legale mondiale (1978), un articolo che si conclude con un dittatore che in punto di morte, invitato dal sacerdote a perdonare i nemici, risponde «non ne ho: li ho ammazzati tutti» (ed è, per Schmitt, la metafora dei poteri che utilizzano il loro monopolio del diritto per spazzare via legalmente il nemico politico come criminale e nemico dell’umanità).
Un successo globale
Molti di questi testi sono già noti al lettore italiano, ma spesso in traduzioni parziali e incomplete, oppure molto datate (degli anni del fascismo), oppure ancora collocati in sedi raggiungibili solo dagli specialisti; da oggi, invece, sono disponibili a un pubblico più vasto, per un supplemento d’informazione e di riflessione sul lascito intellettuale, sempre sconcertante, di uno studioso, Carl Schmitt, la cui fama continua a dilagare nel mondo: dall’originaria singolare fortuna italiana degli anni Settanta e Ottanta (tuttora fortissima) alla consistente attenzione francese, spagnola e sudamericana (sempre crescente), alla consacrazione nella sua patria tedesca (che, dapprima incredula e riluttante, lo ha poi legittimato inserendolo dagli anni Novanta nella potente macchina accademica delle dissertazioni dottorali), all’inondazione del mercato filosofico anglo-americano, fino all’elevazione, nella Cina comunista, a filosofo politico di regime (con particolare riguardo alla sua produzione autoritaria di epoca nazista; qualcosa di simile era già successo nella Corea del Sud).
Tutti (a destra e a sinistra) ormai vedono tutto, in Schmitt – con maggiore o minore fondatezza e acribia filologica, s’intende. Autore della decostruzione e della teologia politica, dell’autorità e della ribellione partigiana, della decisione e della costituzione, dello Stato e del suo superamento, dell’ordine e del conflitto, Schmitt esibisce tanto una camaleontica versatilità spinta ben oltre i limiti dell’opportunismo (la sua adesione al nazismo fa scorrere fiumi d’inchiostro, ma non lo condanna alla infamia e alla damnatio memoriae come vorrebbero alcuni critici) quanto una ricchezza e molteplicità di pensiero che lo ha reso ormai un classico della politica, i cui libri sono imprescindibili come quelli, ad esempio, di Max Weber – benché il pensiero di Schmitt sia, ancor più di quello weberiano, coinvolto profondamente nella politica (di lui si diceva che, ascoltandolo, non si capiva se si dovesse invadere la Francia o darsi allo studio approfondito dello jus publicum europaeum).
Le aporie della modernità
Una parte di questa fortuna nasce dall’idea che Schmitt abbia la capacità di fornire chiavi interpretative del mondo contemporaneo, sia perché l’emergenza sarebbe il modo normale con cui funziona il sistema politico nel mondo neoliberista, sia perché il suo realismo politico sarebbe assai indicato a decifrare i limiti e le intrinseche contraddizioni dell’ideologia universalistica della globalizzazione anglosassone.
In realtà le cose sono più complesse. Schmitt è stato un formidabile pensatore novecentesco, impigliato esistenzialmente nella decostruzione delle aporie della modernità al tramonto, piuttosto che un autore post-moderno appaesato nel XXI secolo. E ciò proprio per il dato strutturale della onnipervasività dell’odierna economia capitalistica, e quindi del mutato ruolo dello Stato, che moltiplica sì le eccezioni, le forzature extraistituzionali, ma che al contempo rende difficile ipotizzare oggi una significativa vigenza della grande decisione sovrana. Certo, la critica schmittiana del potenziale discriminatorio implicito nell’universalismo ideologico che sorregge la politica internazionale – che non riconosce nemici politici ma solo «criminali», «pirati», nemici dell’umanità – è convincente e appropriata; ma la sua teoria dei Grandi Spazi, pensata sia come superamento della forma-Stato sia come antidoto all’astrattezza e all’estremismo dell’universalismo, non solo si scontrò a suo tempo con la dottrina nazista dello Spazio vitale (anch’esso illimitato e discriminatorio, e quindi lontano dalla concretezza a cui aspirava Schmitt), ma è resa oggi quanto meno dubbia dal prevalere della potenza di sradicamento del capitalismo rispetto a ogni politica di fissazione dell’ordinamento sul suolo, e di chiusura ordinativa dello spazio. Non a caso Schmitt è, come Heidegger, concentrato sulla critica della tecnica (marina, contrapposta alla terrestrità dello Stato e anche del partigiano) molto più che sulla critica dell’economia.
La potenza dell’etere
La verità è che Schmitt è ancora giurista, e quindi legato a quello Stato di cui pure attua la radicale destrutturazione, ovvero è orientato all’ordine – benché sia al contempo tragicamente consapevole della sua interna contradditorietà e abissale infondatezza. La sua capacità critica e analitica è grande, ma non va al di là dello svelamento e della decostruzione dei meccanismi con cui lo Stato nasce, agisce, crea il sistema mondiale degli Stati, e agonizza; oltre lo Stato – di cui ha lucidamente colto la contingenza storica – Schmitt sa bene che si deve andare, ma non sa come (soprattutto quando, nel dopoguerra, il pensiero dei Grandi Spazi non fu più immediatamente proponibile). La sua teoria del nomos (dell’ordine internazionale orientato) funziona retroattivamente, per spiegare (benché parzialmente) con potenti campiture splendori e miserie dell’età moderna e dello jus publicum europaeum; ma applicata al presente assume un ambiguo significato mitico, o nostalgico di perduti radicamenti.
Com’è giusto, Schmitt, il quale si è spinto fino a presagire la nuova rivoluzione spaziale, quella del web (da lui intravista nel trionfo del nuovo elemento, l’aria – come prevalenza del potere aereo, ma potremmo dire come potenza dell’etere, dello spazio virtuale –, che prende il sopravvento sulla terra e sul mare, protagonisti della modernità), non può pensare per noi. Proprio da chi ha sostenuto che la verità è vera una volta sola, all’interno di determinate configurazioni di potere, viene l’invito a noi, perché pensiamo la verità, l’ordine e il disordine, del nostro tempo. Congedandoci, per quanto possiamo, dal lungo congedo schmittiano dalla modernità. Procedendo con Schmitt oltre Schmitt.
Il Sole 15.1.16
L’assalto alla democrazia
di Ugo Tramballi

Volendo accontentarsi, questo terrorismo così planetario ha una caratteristica consolatoria: colpisce con “equanimità”. I francesi e i loro rivali di sempre, i belgi; la solare California e la gelida Boston.
Destabilizza i paesi alle frontiere del grande caos, come Tunisia, Turchia, Libano, Giordania, Kuwait; e quelli molto più distanti come l’Indonesia, in un altro contesto geopolitico ed economico, radicalmente diverso. Di ogni attacco e per ciascun luogo, si possono dare spiegazioni tecnicamente razionali. L’Indonesia è per popolazione il più grande paese musulmano. Ma dei suoi 250 milioni di abitanti, solo il 73% sono islamici. Ci sono anche cristiani, hindu, buddhisti e confuciani. Dopo decenni di dittatura, ha conquistato una democrazia la cui liberalità religiosa dimostra di avere assimilato la tradizionale tolleranza indiana e il laicismo mercantile cinese. Un modello che non è stato intaccato dalla presenza autoctona di uno dei peggiori movimenti terroristici religiosi: la Jemaah Islamiyah che ha già compiuto numerosi attentati in Indonesia e in altri paesi dell’Estremo Oriente. L’Indonesia è anche uno dei migliori casi mondiali e regionali di crescita economica. Questa e la sua democrazia - alle ultime elezioni i partiti religiosi estremi sono stati pesantemente sconfitti - dimostrano che non c’è incompatibilità fra Islam, sviluppo economico e democrazia. Lo conferma anche la vicina Malaysia. Il problema è forse più l’incapacità araba di saper creare un modello statale moderno e funzionale. In questo caso contano più il tribalismo e la corruzione, che la fede.
Tuttavia, interessano queste considerazioni ai terroristi che ieri mattina hanno scatenato una piccola guerra a Giacarta? Volevano specificatamente colpire la democrazia, la tolleranza religiosa, il successo economico dell’Indonesia? A Hurgada miravano all’economia egiziana fondata come quella tunisina sul turismo? E in Francia alla qualità della vita e alla felicità intrinseca dei giovani parigini? Probabilmente a niente di tutto questo e a tutto. È ciò che terrorizza la popolazione di mezzo mondo. Ma sfortunatamente il terrorismo non è una grande novità. C’è stato quello nero e quello rosso. I milanesi con qualche anno di età ricordano nitidamente la paura e lo smarrimento il 12 dicembre del 1969, quando esplose la bomba in piazza Fontana. Come i bolognesi la strage alla stazione, il 2 agosto 1980. C’è stato il terrorismo palestinese, disperato ma non meno folle: il suo autolesionismo ricorda quello del Pkk curdo che ieri in Turchia è tornato a colpire nel momento e nei modi più sbagliati. Restando alla matrice islamista, già negli anni Novanta i terroristi algerini del Gia avevano colpito la metropolitana di Parigi. Nel decennio successivo, dopo l’11 Settembre, ci sono stati gli attentati alla stazione di Madrid e alla metropolitana di Londra. Anche quando l’Isis sarà sconfitta militarmente sul campo in Siria e Iraq - non sappiamo quando ma prima o poi accadrà - il terrorismo non cesserà. Indipendentemente dalla soluzione o dall’aggravarsi dello scontro di civiltà, delle ingiustizie economiche, dell’integrazione, ci saranno sempre “motivi” per colpire la corrente maggioritaria di ogni società civile e gruppi pronti a uccidere comunque.
Le metodologie dell’Isis sono più palesemente sanguinarie ma sostanzialmente ortodosse: bombe, morte, individui o piccoli gruppi suicidi. La novità, la sua forza principale, non è tanto quella di essersi data una dimensione territoriale, ma di sapersi vendere: il web, più della presenza quasi statale, fisica di un califfato. È la pubblicità, la cura dell’immagine oltre il messaggio, che gli ha permesso, come una multinazionale, di assorbire, conglomerare e alleare prima al Qaeda e poi le altre organizzazioni locali. Di avere alla fine un brand globale che nessun altro terrorismo ha avuto.
Il Sole 15.1.16
«Una foto sbiadita piuttosto che una scelta per innovare il Paese»
Squinzi: proposta già superata dai contratti di categoria

ROMA Una proposta «superata», che non serve ad innovare il Paese. Giorgio Squinzi commenta il documento sulla riforma della contrattazione che Cgil, Cisl e Uil hanno formalizzato ieri. «Da quello che si legge appare che i sindacati si stiano muovendo col passo del gambero. La loro proposta è già superata dai contratti di categoria che si sono chiusi in questo periodo e dalle nostre proposte per i contratti in fase di rinnovo, anni luce più innovative rispetto alla piattaforma di Cgil, Cisl e Uil», sono state le parole del presidente degli industriali.
Il tema dei contratti è sempre stato al centro dell’azione di Confindustria. Già nel maggio 2014 era stata formalizzata la proposta su mercato del lavoro e contrattazione. E l’anno scorso, prima nell’assemblea privata e poi in quella pubblica, tenutasi all’Expo a maggio, Squinzi aveva rilanciato con forza l’esigenza di cambiare radicalmente le regole della contrattazione collettiva, con un appello ai sindacati a rinnovare insieme il modello contrattuale, come nuovo terreno di sfida per le parti sociali. Un dialogo che, dopo diversi contatti, di fatto non è mai partito, con Cgil e Uil che non si sono presentate al tavolo al momento di dare il via in concreto alla trattativa, alla fine di settembre.
«Sono stati buttati sei mesi da quando li avevo invitati al tavolo e i risultati che presentano oggi (ieri, ndr) se confermati sembrano più una foto sbiadita che non una scelta per innovare il Paese», ha continuato Squinzi.
Nel frattempo, da ottobre, è stato chiuso il contratto dei chimici, è partita la trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici (prossimo appuntamento il 21 gennaio), si è avviata, anche se ora si è appena interrotta, quella dell’industria alimentare, su basi e contenuti ben più avanzati rispetto al documento presentato ieri dai sindacati.
«Dobbiamo recuperare competitività e la contrattazione collettiva deve sostenere gli sforzi che si compiono in questa direzione», ha detto più volte il presidente di Confindustria negli ultimi mesi, sottolineando come «i legami tra dinamica dei salari e miglioramento della produttività devono essere resi più forti e stringenti». Punti già messi nero su bianco nella proposta di Confindustria del 2014. L’obiettivo è spostare il peso sulla contrattazione aziendale, per collegare aumenti salariali e produttività, a vantaggio della competitività delle imprese e del Paese. E il contratto nazionale deve accompagnare questo processo evitando che le imprese siano costrette a pagare i costi di due livelli di contrattazione. Sono i numeri a dettare queste necessità: rispetto alla Germania il nostro Paese ha un gap di produttività che è oltre 20 punti, a danno della crescita. Su questo percorso resta sullo sfondo l’ipotesi dell’intervento legislativo da parte del governo, come ha ripetuto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi: «O le parti sociali fanno gli accordi, o ci pensiamo noi».
Il Sole 15.1.16
«Salario minimo contrattuale»
Cgil, Cisl e Uil ufficializzano la proposta unitaria di riforma dei contratti
di Giorgio Pogliotti

Roma Gli esecutivi unitari di Cgil, Cisl e Uil ieri hanno approvato all’unanimità la proposta sul nuovo sistema di relazioni industriali che i sindacati porteranno ai tavoli di confronto con le associazioni datoriali per cercare un’intesa complessiva che scongiuri l’annunciato intervento del governo sul salario minimo legale.
I sindacati propongono l’estensione erga omnes dei minimi salariali contrattuali, attraverso un intervento legislativo di sostegno che dia attuazione all’articolo 39 della Costituzione, come alternativa al salario minimo legale, che suona alle orecchie dei sindacati come un attacco alla contrattazione e che rischierebbe di produrre un abbassamento generalizzato dei salari. Al contrario, per Cgil, Cisl e Uil il contratto nazionale «deve uscire dalla sola logica della salvaguardia del potere d’acquisto» con aumenti determinati in base a dinamiche macroeconomiche, indicatori di crescita, andamenti settoriali. «Dall’attuale contesto economico - ha spiegato il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni - caratterizzato da un’inflazione prossima allo zero, nasce la nostra proposta sul salario per uscire dal vincolo esclusivo del riferimento all’inflazione. Aver ancorato la dinamica salariale all’evoluzione degli indicatori macroeconomici significa che il salario può andare oltre l’inflazione».
Alla contrattazione di secondo livello (aziendale o territoriale) viene trasferita la gestione negoziale delle variabili organizzative che concorrono alla crescita della produttività (orari di lavoro, inquadramenti, sicurezza), da distribuire con il salario aggiuntivo di produttività. La partecipazione alla governance aziendale (nelle imprese che hanno adottato il modello duale), organizzativa o economico-finanziaria è un altro punto della proposta che punta a ricondurre alla contrattazione le nuove procedure sui licenziamenti economici collettivi e disciplinari.
Il confronto tra le parti sociali non si preannuncia facile, almeno a giudicare dalle prime reazioni che arrivano dalle imprese. Secondo il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la proposta sindacale è già superata dai contratti di categoria (si veda l’articolo a fianco). Respinge le critiche la leader della Cgil, Susanna Camusso sostenendo che «è una cosa vecchia pensare che si può continuare a proporre a questo Paese la ricetta della competizione al ribasso senza cogliere che si vuole aprire una stagione nuova». Nell’annunciare che il confronto sarà esteso a tutte le associazioni datoriali, Camusso ha aggiunto: «Non si fanno piattaforme per fare accordi a prescindere, si fanno accordi se si trova punto di mediazione».
Sulla stessa lunghezza d’onda il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo, che si rivolge così a Confindustria: «Se c’è qualcuno in ritardo sul confronto sono loro, se vogliamo seriamente confrontarci sul nostro modello di riforma si facciano avanti».
Il leader della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, ha evidenziato alcune criticità della proposta, pur avendo votato a favore: «È contraddittorio caricare di ulteriore ruolo salariale il Ccnl e puntare sulla contrattazione decentrata - ha detto -. La deflazione deve essere un’occasione per sviluppare la contrattazione decentrata, non per rendere ancora più difficile il rinnovo dei contratti nazionali. L’aumento dei salari reali può avvenire solo liberando appieno la contrattazione decentrata». Il leader delle tute blu della Cisl ha lanciato un monito: «L’unità ritrovata non deve riaprire una stagione di sole piattaforme, che non avviano neanche negoziati - ha concluso -. Non dobbiamo preoccuparci degli attacchi esterni, ma del rischio di inconcludenza e irrilevanza della nostra azione».