giovedì 24 dicembre 2015

il manifesto 24.12.15
La legge dei 500 euro di Renzi non vale per tutti
Legge di stabilità. Dalla mancia di 500 euro sono stati esclusi i 18enni nati in Italia da genitori stranieri. La discriminazione di stato spinge qualcuno nel Pd a chiedere l'estensione del bonus con il milleproroghe. Gli 80 euro destinati alle forze dell'ordine sono una tantum: non contano per la pensione, nè per la liquidazione. E dureranno per un anno
di Roberto Ciccarelli

ROMA La legge dei 500 euro non vale per i ragazzi e le ragazze nati in Italia da genitori stranieri che compiranno 18 anni nel 2016. La legge di stabilità approvata martedì conferma la discriminazione di stato compiuta dal governo Renzi. La «social card» da usare nei musei, teatri e cinema, per attività sportive e culturali sarà valida per i 18enni nati da genitori italiani. Un’esclusione particolarmente odiosa che conferma i i dubbi sulla mancia inventata da Renzi all’indomani degli attentanti di Parigi: ad ogni euro investito in sicurezza — disse il presidente del Consiglio — deve corrispondere un euro investito nella cultura.
Questo «investimento» singolare è un’«una tantum» erogata nei mesi precedenti alle elezioni amministrative, quando diverse centinaia di migliaia di giovani si recheranno per la prima volta alle urne. I giovani nati da genitori stranieri, e non comunitari, non votano. Contro questa esclusione ieri si è appellata anche l’Inca. E qualcuno si è mosso nel Pd. Se il presidente della commissione Bilancio alla Camera Francesco Boccia ha ammesso l’errore, ma ha escluso per il momento un intervento, ieri il deputato pd Umberto D’Ottavio ha ipotizzato che nel milleproroghe potrebbe esserci una norma per permettere a tutti i 18enni residenti in Italia di «beneficiare del bonus cultura». Al momento in cui scriviamo non abbiamo avuto conferme.
La politica delle mance di Renzi ha trovato un altro mercato da finanziare: quello dell’intrattenimento. Invece di garantire ai 18enni un reddito individuale di formazione, da usare come sostegno alle proprie esigenze di vita, il governo gli ha messo in mano una «card» vincolata alla spesa.
Nella partita dei bonus ci sono anche le forze dell’ordine. Il governo ha esteso anche a loro gli 80 euro di bonus Irpef (960 euro all’anno). Ieri i sindacati di polizia Sap, Coisp, Consap, Sappe per la penitenziaria, Sapaf per i forestali, il Conapo per i vigili del fuoco hanno rivelato che gli 80 euro sono «una tantum»: valgono solo per il 2016, ma non per la pensione, nè per la liquidazione. Servono per rimediare ai sei anni di blocco del contratto nazionale. Lo stesso è accaduto per i docenti a scuola: 500 euro, ma senza aumenti significativi al contratto.
La Stampa 24.12.15
Le “incompiute” di Renzi
Il dubbio sulle unioni civili
E poi cittadinanza, decreti sulla Pa, prescrizione: a gennaio ci riproverà
di Francesca Schianchi


Era esattamente un anno fa, dicembre del 2014, quando in un video registrato a Palazzo Chigi, rivolto ai genitori di un ragazzo falciato e ucciso in motorino da un uomo ubriaco e positivo alla cannabis, il premier Renzi prometteva che «il 2015 sarà l’anno in cui interverremo sull’omicidio stradale». Promessa mancata: tra maldipancia e contrarietà, soprattutto al Senato, non ce l’ha fatta la maggioranza a rendere realtà quelle parole di Renzi – «vi garantisco che il 2015 sarà l’anno in cui le cose avranno finalmente compimento dal punto di vista normativo». Dovrebbero farcela a gennaio, o almeno così ha assicurato la ministra Boschi a esponenti delle associazioni familiari delle vittime della strada che l’hanno incontrata un paio di settimane fa: alla Camera, l’ok definitivo dovrebbe essere calendarizzato tra le prime cose da fare al rientro dalle vacanze. Subito dopo il via libera alla riforma costituzionale, già previsto per l’11 gennaio: per cambiare il Senato, mancherà poi l’ultima doppia lettura e il referendum confermativo in autunno, qualche mese più in là del previsto («nel 2015 porteremo a termine l’iter parlamentare delle riforme costituzionali», scriveva ottimista Renzi a gennaio, rivolto agli iscritti Pd).
La riforma della Rai, che il premier-segretario avrebbe tanto voluto vedere approvata entro luglio scorso (per evitare di dover fare le nomine del Cda con la legge Gasparri), ha tardato ma ce l’ha fatta in corner ad arrivare entro fine anno: fresca fresca di approvazione, martedì per alzata di mano, nell’Aula del Senato. Quel che invece Palazzo Madama da tempo rinvia, ed è ancora lontanissima dall’approvazione, è la legge sulle unioni civili. E dire che a luglio Renzi auspicava l’approvazione entro l’anno e il sottosegretario Scalfarotto, grande sostenitore della legge, convinto dalla risolutezza del premier, aveva pure interrotto uno sciopero della fame iniziato per protesta. Da allora, però, poco è cambiato: tra le critiche di Ncd e i dubbi anche di un pezzo di Pd, la discussione del provvedimento in Aula inizierà solo con l’anno nuovo; e chissà se sarà, come direbbe Renzi, la volta buona.
Slittano a gennaio anche i decreti della Pubblica amministrazione, quelli che attuano la legge passata ad agosto, così come si riparlerà nel 2016 della legge sulla prescrizione: nel Pd ci lavorano da tempo, la Camera l’ha approvata, ma restano perplessità degli alleati di Ncd sul maxi allungamento dei termini di prescrizione (fino a 21 anni per la corruzione). Uno stallo nella maggioranza che ha interrotto a lungo l’iter della legge al Senato: ora, rassicurano i dem, si è trovato però un accordo, nel 2016 dovrebbe riprendere - e concludere - il suo viaggio al Senato. Lì dove l’anno ricomincerà con la discussione del codice degli appalti, in terza lettura, e la riforma del Terzo settore. E poi dovrà arrivare «un nostro preciso impegno davanti agli elettori», come lo definì Renzi, da mantenere nel 2016: la riforma della cittadinanza.
il manifesto 24.12.15
Mattarella, una grazia a stelle e strisce
Caso Abu Omar. Il presidente della Repubblica ha concesso la grazia a Betnie Medero e a Robert Seldon Lady, due agenti della Cia che parteciparono al sequestro dell'ex imam della maschea milanese di viale Jenner avvenuto il 17 febbraio 2003. Si tratterebbe di un atto simbolico per sottolineare il riconoscimento del "nuovo corso" dell'amministrazione Obama che non ricorrerebbe più ai "sequestri preventivi"
di Luca Fazio


Clemenza simbolica, ma a stelle e strisce. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri ha firmato tre decreti di concessione di grazia ai sensi di quanto previsto dall’articolo 87 comma 11 della Costituzione. I graziati sono Massimo Romani, Betnie Medero e Robert Seldon Lady. Del primo diremo solo che si tratta di un uomo condannato a 40 anni di reclusione in Thailandia (è già stato trasferito in Italia) per detenzione di stupefacenti. In questo caso il capo dello Stato ha considerato che la pena inflitta in Italia per fatti analoghi è inferiore, e ha tenuto conto del buon comportamento del detenuto che ha scontato quasi otto anni di carcere.
Molto diverso, invece, è il caso degli altri due condannati graziati da Sergio Mattarella e viene da chiedersi quale considerazione abbia spinto il presidente a cancellare la pena a Betnie Medero e Seldon Lady, non proprio due condannati qualsiasi visto che si tratta di due agenti della Cia implicati in un clamoroso rapimento avvenuto di fronte alla moschea milanese di viale Jenner il 17 febbraio 2003. Azione illegale, compiuta in un paese straniero, che ha visto la partecipazione di altre ventiquattro persone. Il rapito, l’ormai celebre imam Abu Omar, era sospettato di attività terroristica e trascorse alcuni anni di prigione in Egitto, dove fu ripetutamente torturato. Il caso internazionale ha impegnato per anni la procura di Milano e ha coinvolto anche i vertici del Sismi mettendo in imbarazzo tutti i governi italiani che hanno sempre opposto il segreto di Stato per non ammettere il proprio coinvolgimento nella vicenda (e per non infastidire l’ingombrante amico americano). Quasi inutile aggiungere che i due agenti degli Usa non hanno mai più messo piede in Italia. E dire che quello fu l’unico clamoroso reato commesso nei pressi di quella che un tempo veniva dipinta come una moschea-covo di pericolosi terroristi musulmani (erano gli anni della “guerra globale al terrore” di Bush).
Betnie Medero, si legge nella valutazione della domanda di grazia, non dovrà più scontare la pena di tre anni di reclusione e potrà anche tornare a svolgere i suoi pubblici uffici. Nel caso di Seldon Lady, numero due della Cia in Italia e considerato la mente del rapimento dell’imam — è stato condannato a nove anni di reclusione — la grazia è stata parziale, cioè di soli due anni. Quindi l’agente dovrà (dovrebbe) scontare ancora sette anni in un carcere italiano. Inutile aggiungere che la decisione del presidente della Repubblica italiana non avrà alcun effetto pratico, perché nessun presidente degli Stati Uniti permetterà mai a un altro stato di giudicare e condannare un suo “soldato”. Figuriamoci gli “amici” italiani.
Allora che senso ha questo atto di clemenza? La decisione del Quirinale, stando alle voci che circolano nei corridoi del parlamento, ha un valore puramente simbolico e servirebbe a sottolineare il riconoscimento del “nuovo corso” della politica americana, in considerazione del fatto che il presidente Obama da tempo ha promesso di non ricorrere più ai sequestri preventivi per “motivi di sicurezza”. Una pratica che è in palese violazione con le più elementari regole di uno stato di diritto. Va anche aggiunto che nel processo per il sequestro di Abu Omar erano stati condannati solo gli agenti americani in quanto gli 007 nostrani si sono sempre potuti avvalere del segreto di stato concesso dai governi di centrosinistra e centrodestra. Del resto non è la prima volta che vengono graziati i protagonisti del clamoroso rapimento di viale Jenner: già nel 2013 l’ex presidente Giorgio Napolitano concesse la grazia a Joseph Romano, un colonnello americano coinvolto nella stessa vicenda.
Quanto a Robert Seldon Lady, nonostante la grazia solo parziale concessa da Mattarella, potrà dormire sonni tranquilli. Il suo governo sa essere molto protettivo nei suoi confronti e glielo ha dimostrato più di una volta. Come quando due anni fa è stato arrestato a Panama proprio in seguito al mandato di cattura internazionale per il sequestro Abu Omar: nel giro di pochi giorni è stato riaccompagnato con tante scuse negli Stati Uniti. Sembra che il servizievole governo panamense abbia ritenuto “insufficiente” la documentazione inviata dalle autorità italiane.
La Stampa 24.12.15
Blindati, cannoni ed elicotteri anti-kamikaze
Così sarà il fortino italiano alla diga di Mosul
di Francesco Grignetti


È terminato il primo sopralluogo dei nostri militari alla diga di Mosul, in Iraq, dove una ditta italiana è in procinto di vincere un appalto miliardario per la manutenzione dell’impianto e dove saranno le forze armate a garantire la sicurezza di chi vi lavorerà. Altri sopralluoghi seguiranno. E colloqui politico-diplomatici con le autorità centrali irachene per definire il quadro legale entro cui far muovere i nostri soldati. Una cosa però è emersa subito: non sarà un’operazione facile.
Molto probabilmente saranno mobilitati anche più dei 450 soldati annunciati nei giorni scorsi. Per difendere adeguatamente il sito, e approvvigionarlo di tutto, oltre agli operativi sarà necessario infatti anche un adeguato apparato logistico. E di conseguenza cresceranno i numeri dei militari coinvolti.
La missione alla diga di Mosul - che proprio ieri è stata evocata nel corso di una telefonata tra la ministra Roberta Pinotti e il collega statunitense Ash Carter, che ha ringraziato l’Italia per «la recente decisione di dislocare truppe addizionali in Iraq» - comincia intanto a prendere forma.
Gli Stati maggiori sono al lavoro per definire i rischi della missione e le contromisure. Appare chiaro che il cantiere diventerà una sorta di Fort Apache super-blindato considerando che la linea del fronte tra Califfato e forze lealiste corre a poche decine di chilometri dalla diga. Sono già stati ripartiti i compiti: ai peshmerga curdi, che saranno rinforzati con armi pesanti e truppe speciali Usa, l’onere di tenere lontani i jihadisti e di garantire la sicurezza sul territorio; agli italiani, la difesa interna del cantiere e la tranquillità dei tecnici provenienti dall’Italia.
In verità i jihadisti, che sono dentro la città di Mosul, e che avevano occupato la diga stessa nell’agosto del 2014, provano spesso a rompere il fronte o anche ad aggirarlo. La diga, che garantisce acqua ed elettricità a una larga parte dell’Iraq, resta un obiettivo ambitissimo. Per evitare guai, quindi, il contingente italiano, che sarà imperniato sui paracadutisti della brigata Folgore, sarà rinforzato da artiglieria pesante, dai blindati Centauro, fors’anche da qualche carro armato Ariete e quasi sicuramente da elicotteri d’attacco Mangusta. Il pericolo maggiore di questa missione, infatti, sono i cosiddetti blindati-bomba: una micidiale tecnica di guerra messa a punto dai jihadisti che inzeppano di esplosivi e munizioni un’autoblindo rubata all’esercito e con un martire alla guida la usano come torpedine contro le difese del nemico. Quelli del Califfato, quando attaccano caserme, compound o check point delle forze regolari, lanciano addirittura ondate di blindati-bomba.
Obici da 155 millimetri
Sarà imperativo impedire a mezzi del genere di avvicinarsi al cantiere. La base dovrà essere inavvicinabile e inespugnabile. Difese passive, garitte, cemento armato, campi minati: sarà fatto di tutto per prevenire l’arrivo e fermare la corsa a eventuali mezzi sospetti che dovessero avvicinarsi con intenzioni ostili. I droni, allora, oltre al collegamento organico con i peshmerga, saranno utilissimi per monitorare il territorio circostante il cantiere. E gli elicotteri d’attacco avranno missili in grado di arrestare la corsa a qualsiasi automezzo, e da una distanza di sicurezza.
Secondo quanto scrive il portale specializzato Rivista Italiana Difesa, «avere la potenza di fuoco delle Centauro o degli Ariete, o disporre di “nidi” con sistemi controcarro ai gate di accesso, contribuirebbe notevolmente a neutralizzare una minaccia altrimenti devastante. Probabilmente si dovranno dispiegare anche elicotteri d’attacco Mangusta dotati di razzi e missili controcarro Spike, che potrebbero tornare utili contro colonne di pick-up, e vedremo se si deciderà di portare anche obici da 155 mm al cui impiego il reggimento di artiglieria della Folgore è addestrato».

mercoledì 23 dicembre 2015

Repubblica 23.12.15
Kundera
“La mia Praga e i russi che ora non odio più”
Un dialogo con lo scrittore ceco che racconta i suoi esordi, le curiosità e l’eredità del comunismo
di Massimo Rizzante


“Lo scherzo” è stato immediatamente accolto in Occidente quasi come un modello della letteratura anticomunista o, come si diceva allora, dissidente. Eppure il romanzo fu pubblicato del tutto legalmente nella Cecoslovacchia comunista un anno prima della celebre Primavera di Praga, esattamente nella primavera del 1967...
«Ho cominciato a scrivere “Lo scherzo” verso il 1961, più o meno sicuro che sarebbe stato pubblicato. Durante gli anni sessanta, molto tempo prima della Primavera di Praga, il realismo socialista e tutta l’ideologia ufficiale erano
già morti, avevano ormai solo una funzione di facciata che nessuno prendeva più sul serio. Terminato nel dicembre del 1965, il manoscritto rimase circa un anno negli uffici della censura che, alla fine, non pretese nessun cambiamento. Il romanzo fu pubblicato nella primavera del 1967 ed ebbe in rapida successione tre edizioni che raggiunsero globalmente una tiratura di 117.000 copie. Nella primavera del 1968 il libro ottenne il premio dell’Unione degli scrittori cecoslovacchi. Dal romanzo ricavai in seguito una sceneggiatura per il mio amico Jaromil Jireš, il quale ne fece un film che non ho mai smesso d’amare. La critica letteraria si occupò poco dell’aspetto politico del libro, mettendo in evidenza invece la sua matrice esistenziale (…). Come vedi, agli inizi del mio percorso di romanziere mi sono sentito perfettamente compreso in patria. Ma fu un momento di breve durata. Un anno dopo, nel 1968, l’invasione russa instaurò di nuovo uno stalinismo antidiluviano e intellettualmente oppressivo. Fu allora che Lo scherzo sparì dalle librerie e dalle biblioteche».
E fu allora che l’avventura internazionale del tuo romanzo ebbe inizio...
«Nel 1967, subito dopo la pubblicazione del romanzo, la mia casa editrice praghese, euforica per il successo del libro, propose il romanzo a Gallimard. Qui il manoscritto fu consegnato, come di regola, a un lettore, un ceco che viveva a Parigi. Questi trovò il romanzo privo di ogni interesse e la faccenda finì lì. Il caso volle che un intellettuale praghese, Antonín Liehm, una sorta di emissario dell’arte non ufficiale ceca all’estero, parlasse del romanzo ad Aragon che, a quell’epoca, mostrava una grande solidarietà nei confronti degli intellettuali dei paesi comunisti che si opponevano ai loro regimi (questo ruolo di Aragon è stato dimenticato, e io sono sempre felice di ricordarlo). Senza neppure conoscere il testo ceco, egli lo raccomandò a Claude Gallimard, il quale decise di pubblicarlo. A questo punto il caso intervenne di nuovo: Lo scherzo uscì i primi giorni di settembre del 1968, cioè esattamente tre settimane dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia! Fu sotto lo choc provocato da quell’avvenimento che Aragon, probabilmente di getto e all’ultimo momento, scrisse la sua prefazione al romanzo, diventata poi celebre».
In Francia l’accoglienza del libro fu straordinaria. Il momento di grande comprensione che avevi vissuto l’anno prima a Praga si rinnovò, quindi, anche a Parigi?
«Mia moglie mi prende spesso in giro: “Tu sei arrivato a Parigi come un vincitore sui carri armati russi”. In quelle settimane di settembre del 1968 i giornali, in effetti, non parlavano d’altro che dei carri armati russi a Praga e il romanzo di un ceco attirò automaticamente la simpatia dei lettori e delle grandi firme della critica. Per tutti io ero soprattutto un soldato giunto a bordo di un carro armato e tutti elogiavano il coraggio con il quale avevo lottato contro il totalitarismo. Ma quando stavo scrivendo Lo scherzo io non mi sono mai sentito particolarmente coraggioso. La mia sfida non era politica, ma esclusivamente estetica.
Che genere di sfida ti eri ripromesso?
«Cogliere il contenuto esistenziale inedito di una situazione storica inedita. (…)
Una volta sbarcato in Francia, hai cominciato a scrivere in francese i tuoi saggi per diverse riviste, saggi che poi in parte sono confluiti nel 1986 nell’”Arte del romanzo”, nel 1993 nei “Testamenti traditi”, nel 2005 nel “Sipario” e nel 2009 in “Un incontro”. Nel 1995 hai scritto in francese il tuo primo romanzo. Ma il ceco e il francese non sono solo due lingue, sono anche due esperienze, due modi di esprimere le proprie radici. Abbandonare una lingua per un’altra non significa forse rompere definitivamente con il proprio passato?
«Si pensa sempre che un romanziere abbia le proprie radici in un paese. Non è così. Come romanziere egli affonda le proprie radici in alcuni temi esistenziali che lo affascinano e sui quali ha qualcosa da dire. Al di fuori del cerchio magico dei suoi temi, perde tutta la sua forza. Immagina per un momento che Kafka fosse stato costretto a scrivere una saga famigliare o un romanzo storico su Maria Teresa: come un qualunque cattivo scolaro, non avrebbe affatto superato l’esame».
D’accordo. Ma ti chiedo: questo cerchio magico di temi esistenziali non è forse legato a un paese, a una lingua, a una precisa esperienza storica?
«Certo. Lo choc della rivoluzione comunista ha risvegliato in me una curiosità esistenziale: ero spinto ad approfondire la strana situazione in cui io e le persone che mi stavano attorno ci trovavamo. Senza questa esperienza legata al mio paese natale, non sarei mai diventato romanziere. Ma i temi esistenziali non conoscono frontiere. L’atteggiamento lirico, che io ho visto in tutta la sua mostruosità nella Cecoslovacchia comunista, è presente nella vita umana di tutti i tempi, e il caro Vincent, uno dei personaggi della Lentezza (1995) è il cugino francese di Jaromil, il poeta ceco della Vita è altrove (1969)». (...)
Tu hai fama di essere piuttosto allergico ai russi. Con tutto quello che hai scritto sull’Europa centrale hai mostrato la profonda differenza tra le piccole nazioni dell’Europa centrale e la Russia...
«La Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia sono state trasformate dopo la seconda guerra mondiale in satelliti della Russia. Questa è stata la loro disgrazia comune. Tuttavia, la storia dei rapporti di ogni singola nazione con la Russia è diversa. I polacchi non potevano che detestare i russi, i quali, dalla fine del XVIII secolo non avevano fatto altro che incorporare il territorio polacco al loro impero. Gli ungheresi erano stati alleati dei tedeschi durante la prima e la seconda guerra mondiale. Così nel 1945 l’esercito russo vittorioso non fu troppo gentile con loro. I cechi, invece, erano da sempre russofili. Quando nel 1945 i russi hanno liberato la Cecoslovacchia, sono stati accolti con amore. Questo amore per i russi rese molto potente il Partito comunista ceco e fece sì che la sua opposizione al regime stalinista fosse un po’ meno dura di quella in Polonia e in Ungheria. È stato soltanto dopo l’invasione del 1968 che i cechi, come gli altri popoli dell’Europa centrale, hanno cominciato a odiare i russi».
E tu li odi ancora?
«No, per niente. Ma ci siamo allontanati dal tema del nostro dialogo...».
IL LIBRO Il colloquio con Milan Kundera è in Un dialogo infinito di Massimo Rizzante ( Effigie, pagg. 258, euro 19)
La Stampa TuttoScienze 23.12.15
La nuova fisica
La particella X che cambierà tutto
di Gabriele Beccaria


Sarà un anno vissuto intensamente, il 2016, al Cern. L’anno della Scoperta o dell’Intermezzo. Dipende se si porterà alla luce o no una particella capace di spingerci in un territorio mai visto. Quello della Nuova Fisica. In poche parole di rivoluzionare le idee che hanno finora governato la concezione della natura e dell’Universo.
La particella per ora è un fantasma e come tutti gli spettri ha fatto una fugace - e controversa - apparizione, ma sufficiente ad accendere gli animi e a eccitare i cervelli. È successo al seminario di fine anno del Cern. Nell’Auditorium, più affollato del solito, quando sono stati presentati i dati raccolti da due esperimenti dell’acceleratore Lhc, chiamati Atlas e Cms, sono emerse anomalie simili: un eccesso di fotoni che potrebbe indicare la disintegrazione di un tipo di particelle mai osservate prima.
«Al momento - spiega Marco Delmastro, fisico di Atlas - non siamo in grado di dire se si tratti di un segnale o di una fluttuazione statistica. Qui non c’è bianco o nero. Siamo in una situazione grigia». E sottolinea Marcella Diemoz di Cms: «L’attesa al Cern era giustificata dal fatto di avere raggiunto nell’acceleratore energie molto alte, pari a 13 TeV, 13 mila miliardi di elettronvolt, nonostante i dati statistici restino limitati. La piccola deviazione in quella che chiamiamo “distribuzione della massa invariante” può avvenire senza essere di per sé significativa». E a svelarlo è la statistica.
«È nell’ordine dell’1% che si tratti di una coincidenza di fluttuazioni casuali tra i test. Ma lei prenderebbe un aereo che ha l’1% di probabilità di precipitare? Certo che no. Voliamo perché le probabilità sono di 1 su decine di milioni», dice Diemoz. La scommessa, quindi, resta aperta, anche se è evidente che nessuno si azzarderebbe ad annunciare una scoperta con un tasso d’incertezza così alto.
Delmastro spiega che i fisici si trovano bloccati in questo territorio «grigio» e lo paragona a un luogo di mezzo, in cui si gioca a dadi: «Se supponiamo di averne 10 mila, lanciati contemporaneamente per 10 volte di fila, quante sono le possibilità che da almeno un dado si ottenga il numero 6 per 10 volte di fila? Se sapessimo quale dado controllare, l’evento si rivelerebbe molto improbabile, ma, dato che lo sguardo si perde nella quantità, la possibilità di osservare una fluttuazione statistica che assomiglia a un evento improbabile non è poi così improbabile. L’unica opportunità per capire, quindi, è continuare a lanciare i dadi».
Sembra uno scioglilingua, ma è il cuore della sfida. Che - spiega Diemoz - «riprenderà in primavera, quando le collisioni ricominceranno». E non saranno solo tra fasci di protoni. Ma tra fisici sperimentali e fisici teorici. L’ulteriore difficoltà, infatti, è nella curiosa inversione dei ruoli. Alla vigilia della scoperta del Bosone di Higgs la teoria che ne prevedeva l’esistenza era solida abbastanza da guidare i test. Oggi la situazione è capovolta: i test sembrano andare oltre, mentre i teorici si affannano a elaborare ipotesi al di là del Modello Standard. Il quale funziona, sebbene non spieghi enigmi tipo la materia e l’energia oscura o la prevalenza della materia sull’antimateria o, ancora, la natura della gravità.
Così lo «zoo delle particelle» - come lo chiamano i fisici - resta caotico e c’è chi immagina axioni, gravitoni o un nuovo Higgs. L’unica certezza è l’energia nell’anello di Lhc: «Ogni protone si scontra a 6,5 TeV - osserva Diemoz -, toccando i 13 nel centro di massa della collisione». Che, per miliardi di particelle, significa l’equivalente di un Tgv a 150 all’ora, anche se ognuna racchiude il fruscio delicato di una zanzara in volo.
Corriere 23.12.15
La bambina rubata in nome della razza


A undici anni Ingrid von Oelhafen scoprì che il suo vero nome era Erika Matko. Non era figlia dei genitori tedeschi che l’avevano allevata. Era nata in Slovenia, nei pressi di Celje, dove i nazisti l’avevano sottratta alla famiglia d’origine, quando aveva soltanto nove mesi, per via delle sue caratteristiche esteriori spiccatamente «ariane»: capelli biondi, occhi azzurri e così via. Suo malgrado Ingrid (o Erika) era parte del sinistro progetto denominato Lebensborn («fonte di vita»), un’iniziativa eugenetica avviata dalle SS per creare una stirpe munita di tratti razziali consoni agli ideali del Terzo Reich. Numerosi bambini nati nei territori occupati dalla Wehrmacht erano stati esaminati come animali di allevamento allo scopo di dare in adozione i più «dotati» a coppie tedesche. Nel libro I figli segreti di Hitler (traduzione di Giulio Lupieri. Newton Compton, pp. 250, € 9,90), scritto con il giornalista Tim Tate, la signora von Oelhafen racconta la sua odissea nel labirinto della documentazione nazista alla ricerca delle proprie radici e denuncia la sostanziale impunità di coloro che realizzarono il programma Lebensborn , derubricato dai giudici di Norimberga a semplice «organizzazione assistenziale».
Repubblica 23.12.15
Il traffico-lumaca contro lo zar Putin la rivolta dei camion blocca la Russia
I Tir intasano le strade per dire no a un’imposta di circolazione diventata il simbolo di un Paese autoritario
di Masha Gessen


Negli Urali la protesta delle strisce pedonali: su e giù a piedi per fermare il traffico La gente porta cibo e nafta ai dimostranti accampati alla periferia della capitale
Giornalista e scrittrice, Masha Gessen è l’autrice di “Putin l’uomo senza volto”. Accanto, uno dei manifestanti

MOSCA I camionisti russi sono protagonisti di proteste dalla metà del mese scorso: chiedono l’abrogazione di una nuova tassa di circolazione entrata in vigore il 15 novembre. La tassa, stabilita per risarcire lo Stato dei danni causati alle strade dai veicoli pesanti, è di 1,53 rubli (meno di 3 centesimi) per chilometro fino al primo marzo, per passare poi a 3,06 rubli (quasi 5 centesimi). Al tasso di cambio attuale, da marzo andare da Mosca a Novosibirsk costerebbe circa 150 dollari in tasse, più o meno quanto viene pagato un camionista per la stessa distanza.
Per aggiungere la beffa al danno, i proprietari di camion devono installare un sistema di tracciamento per elaborare la somma da pagare, prodotto da una società che appartiene a Igor Rotenberg, figlio di un vecchio amico del presidente Vladimir Putin.
La nuova tassa è generalmente percepita come uno strumento di corruzione. In questo Paese dove le distanze sono enormi e l’economia dipende dalle importazioni, ci sono circa due milioni di camion. I camionisti e gli operatori del settore hanno il potere e gli strumenti per far rallentare l’economia russa e bloccare il traffico.
Il mese scorso, i camionisti hanno cominciato a fare manifestazioni e hanno organizzato proteste. La più popolare è diventata nota come ulitka, “la lumaca”: alcuni camionisti hanno messo i loro mezzi in tutte le corsie di una strada e poi hanno cominciato ad avanzare a passo d’uomo, costringendo il traffico a tornare indietro. Un’altra forma di protesta, messa in atto a Chelyabinsk, negli Urali, ha costretto il traffico a fermarsi per un gruppo di persone che faceva costantemente avanti e indietro su un passaggio pedonale.
C’è un motivo per cui alcuni camionisti hanno scelto di protestare a piedi piuttosto che con il loro camion, un motivo che rimanda a una difficoltà fondamentale di queste proteste. Ancor più di molti dei loro connazionali, i camionisti sono in balìa della burocrazia russa: hanno patenti di guida e permessi che possono essere revocati. Un vigile urbano può togliere a un camionista i suoi mezzi di sostentamento.
Se i camionisti avessero la certezza che tutti i loro colleghi si assumessero gli stessi rischi, potrebbero ignorare il problema della polizia stradale. Ma qui ci sono tutti i classici problemi di comunicazione e di fiducia. I sindacati russi sono deboli e spesso cooptati. La maggior parte dei media sono sotto il controllo statale. I forum online sono praticamente l’unico strumento di organizzazione e di comunicazione su cui i camionisti possono contare.
In un primo momento, i camionisti avevano minacciato di mettere in atto una protesta-lumaca sulla tangenziale che circonda Mosca il 30 novembre. Poi avevano deciso di aspettare fino al 3 dicembre, giorno in cui Putin avrebbe rivolto il suo discorso annuale al Parlamento. Gli hanno scritto, sperando che avrebbe citato la questione nel suo discorso, ma Putin non ha menzionato i camionisti.
Quella notte, i camion hanno cominciato a riunirsi al di fuori della tangenziale di Mosca. Pochi giorni dopo, i media indipendenti hanno dato la notizia che i camionisti avevano iniziato la protesta ulitka sulla strada. Subito la mappa del traffico lo ha confermato: verso le 4 del pomeriggio, la corsia esterna della circonvallazione sul lato nord della città era bloccata. Poi la polizia stradale ha annunciato di aver chiuso la strada, senza motivo. L’effetto sul traffico era lo stesso della manifestazione, ma tecnicamente l’avrebbe impedita. Allo stesso tempo, il Parlamento ha approvato un provvedimento per diminuire drasticamente la sanzione per il mancato pagamento della nuova tassa ma non ha ridotto la tassa stessa. Basterà questa piccola concessione a fermare la protesta? Se non dovesse bastare, la polizia stradale sembra avere praticamente chiuso la zona di Mosca agli autocarri. Durante il fine settimana, 15 camion si sono accampati in un parcheggio Ikea a circa 10 chilometri a nord di Mosca. Altri si sono temporaneamente stabiliti a circa 70 chilometri più a sud. La polizia impedisce agli altri colleghi di unirsi a loro ed essi stessi non possono muoversi: se escono dal parcheggio per comprare da mangiare o mettere benzina non li fanno rientrare. I moscoviti gli hanno portato cibo e nafta per poter tenere accesi i motori e scaldarsi.
Con la tangenziale chiusa per loro, i camionisti potrebbero ancora bloccare Mosca. Hanno i numeri per farlo. Ma potrebbero essere privi dell’organizzazione e della fiducia necessarie per realizzare una protesta così complessa. Anche se superassero questi ostacoli, i media di Stato continueranno ad ignorarli, permettendo a Putin di continuare a ignorarli anche lui. E se la televisione non la trasmette, la protesta non sarà una rivoluzione.
© 2015 The New York Times-La Repubblica. Traduzione di Luis E. Moriones
Corriere 23.12.15
I regimi arabi visti da noi. Due pesi e due misure
risponde Sergio Romano


Mi saprebbe dire quali sono le vere colpe di Bashar al-Assad? Dall’alto delle nostre pregiudiziali democratiche, molti occidentali lo ritengono il responsabile di quanto sta avvenendo in Siria. Inclusa la presenza e la diffusione di quel «male assoluto» qual è il Daesh. Ma è davvero così? L’essere divenuto accidentalmente il successore del padre (suo fratello maggiore morì in un incidente) ne ha davvero fatto un criminale? Non essere riuscito a cambiare un regime dittatoriale in qualcosa di simile a una democrazia lo rende impresentabile? Non ne prendo le difese, ma perché Assad sembra essere diventato l’erede criminale di Saddam e di Gheddafi? I suoi 15 anni trascorsi al comando di uno «Stato canaglia» non credo proprio siano stati oggettivamente facili.
Mario Taliani

Caro Taliani,
Il regime della famiglia Assad in Siria non è molto diverso da quello che fu creato da Nasser in Egitto, Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia. I fattori e la sequenza degli eventi sono quasi sempre gli stessi. La prima classe dirigente post-coloniale è spesso inetta, mal servita da una pubblica amministrazione mediocre, incapace di affrontare il problema israeliano e quelli da cui dipende lo sviluppo del Paese. La generazione successiva comincia a dare segni di impazienza. I giovani che hanno scelto la carriera militare, e possono contare sull’obbedienza dei loro soldati, organizzano un colpo di Stato, si sbarazzano delle vecchie oligarchie e scoprono molto rapidamente che la democrazia parlamentare è difficilmente realizzabile in Paesi dove le lealtà tribali e religiose sono più importanti di quelle dovute allo Stato e alle sue istituzioni.
Dopo avere conquistato il potere, desiderano soprattutto conservarlo. Esiliano o mettono in carcere i critici e gli oppositori. Si circondano di uomini appartenenti alla loro famiglia allargata e preparano i figli alla successione. Non sono privi di aspirazioni riformatrici e hanno ambiziosi progetti per un futuro modellato sulle società occidentali, ma si scontrano con gruppi religiosi, fra cui la Fratellanza musulmana, che li accusano di tradire così la Sharia e la lettera del Corano. Con questi, in particolare, sono durissimi. Nasser condannò a morte il loro leader; Hafez Al Assad, padre di Bashar, ne fece uccidere parecchie migliaia a Hama, una città fra Damasco e Aleppo, nel 1982; Gheddafi li perseguitò in Cirenaica.
Le potenze occidentali stanno a guardare e i criteri a cui si attengono sono, grosso modo, questi. Se un regime arabo è disposto a forme di collaborazione politico-militare, possiede risorse utili all’economia di mercato o è nemico di uno Stato che l’Occidente considera peggiore, l’Europa e gli Stati Uniti chiudono un occhio e si astengono da qualsiasi interferenza. Se il regime persegue politiche giudicate pericolose per gli equilibri della regione o (come nel caso della Siria) stringe rapporti di forte collaborazione con uno Stato che molti in Occidente considerano potenzialmente nemico, le democrazie occidentali salgono in cattedra e pretendono il rispetto dei valori e dei diritti che sarebbero patrimonio delle società avanzate.
Mi sembra, caro Taliani, che il caso della Siria rientri in questa categoria. Bashar Al-Assad è probabilmente un riformatore fallito, incapace di strappare la rete degli interessi familiari e clientelari che hanno governato il Paese per molti anni. Ma non è certo peggiore del padre Hafez e ha avuto il grande merito di avere tutelato, durante la sua presidenza, la libertà di culto di tutte le chiese cristiane presenti in Siria da molti secoli.
il manifesto 23.12.15
Sbagliato archiviare il terremoto francese
Europa. Dalla Francia emerge il rischio di estinzione della sinistra politica
E se in Italia, con il M5S, è meno forte il pericolo di una destra lepenista e vincente, il deficit di rappresentanza è persino peggiore
di Alberto Burgio


Le elezioni in Spagna rappresentano una grande novità sullo scenario europeo per l’implosione del bipolarismo e l’ottimo risultato ottenuto da Podemos. Sarebbe tuttavia erroneo, nel discuterne, archiviare il recente voto regionale francese, ignorando la svolta che esso ha rappresentato. Nelle regionali d’oltralpe si è manifestato un moto tellurico di enormi proporzioni, ricco di insegnamenti anche per il nostro paese. I risultati del ballottaggio e ancor più quelli del primo turno sono lo specchio della crisi storica della sinistra politica: l’indizio del rischio che essa si estingua nel quadro della transizione postdemocratica del continente.
In Francia la scomparsa della sinistra è stata resa esplicita dalla decisione dei socialisti di non presentarsi al secondo turno dove non avevano chances di vittoria. Contro la vandea neofascista la desistenza frontista è più che motivata. Ma c’è anche del simbolico in questa decisione che ha detto due cose importanti: che il Fn occupa ormai metà del cielo della politica; e che tra socialisti e neo-gollisti non c’è gran differenza: non li accomuna soltanto l’ostilità verso la destra estrema, ma anche l’opzione per forme di governo oligarchiche e autoritarie e una cultura politica fatta di centralità del mercato, avversione per il ruolo del pubblico in economia, indifferenza (o favore) per le sperequazioni.
Va da sé che tra questi elementi sussistono connessioni importanti e che la somiglianza tra sinistra e destra è in larga misura la causa del dilagare del populismo neofascista.
Non l’unica causa: influiscono anche fattori esterni, a cominciare dai flussi migratori che una destra xenofoba, razzista e nazionalista può agevolmente strumentalizzare in chiave securitaria e identitaria. Ma lo scivolamento della principale forza della sinistra su posizioni conservatrici è la causa determinante del trionfo dell’estrema destra perché – come dimostra il crollo socialista nelle roccaforti operaie – provoca sfiducia e risentimento in quella che fu storicamente la base sociale della sinistra, ritrovatasi priva di rappresentanza.
Di qui anche il macroscopico astensionismo che si è potuto ancora in parte recuperare in una chiamata alle armi come quella del ballottaggio del 13 dicembre ma che da anni aumenta modificando irreversibilmente, a vantaggio della destra, i rapporti di forza tra i partiti politici.
In che misura il voto francese parla anche dell’Italia? Per quanto concerne il pericolo rappresentato dalle forze populiste, da noi lo scenario è diverso. Difficilmente la forza più vicina al Fn (la Lega nord) diventerà il primo partito del paese, per quanto lo sforzo di Salvini di nazionalizzarla mieta successi grazie anche all’alleanza con i fascisti della Meloni (e di Casa Pound) e, soprattutto, allo sfarinamento dell’alleato berlusconiano. In Italia buona parte del voto di protesta è intercettata dal M5S, che non ha un analogo in Francia e che soltanto in parte (benché in buona parte) è riconducibile alla destra.
Per quanto la non irrealizzabile eventualità di un successo grillino nella competizione per il governo nazionale non sia precisamente una fonte di serenità, da questo punto di vista il quadro è dunque meno allarmante che oltralpe (anche se l’alleanza tra Lega e Forza Italia ci priva della possibilità di ricorrere, all’occorrenza, al paracadute di un «fronte repubblicano»). Per ciò che riguarda invece la crisi della rappresentanza (cioè della democrazia), la situazione italiana è simile a quella francese e persino peggiore.
Anche in Italia la cosiddetta sinistra moderata è una forza centrista con inclinazioni destrorse. Non è un caso che il Pd governi con l’Ncd e gli ex-montiani e conti sull’appoggio di Verdini dopo essersi a lungo avvalso del patto del Nazareno. Rispetto alla Francia siamo messi peggio perché la fusione di Margherita e Ds da cui nel 2007 nacque il Pd prodiano e veltroniano ha sancito anche formalmente l’eclisse di una sinistra socialista autonoma.
Ma il dato più macroscopico – che peraltro accomuna l’Italia a buona parte della Ue – è l’assenza di forze politiche nazionali che rappresentino gli interessi del lavoro dipendente e ne difendano con efficacia diritti e conquiste.
Anche se ci siamo ormai assuefatti a questo stato di cose, si tratta di un fatto dirompente in una fase storica caratterizzata dal dilagare dell’ansia per effetto della precarietà delle condizioni economiche e sociali, acuita dalla gestione recessiva della crisi, e del terremoto migratorio, strumentalmente connesso allo spettro del terrorismo.
Se si considerano tutte le articolazioni del mondo del lavoro dipendente (salariato, autonomo eterodiretto, sommerso; e ancora i pensionati, i disoccupati e gli inoccupati) appare che in gran parte dell’Europa (fatta eccezione per Grecia, Portogallo e Spagna) la componente sociale maggioritaria è sostanzialmente priva di rappresentanza politica e per ciò costretta ad astenersi o ad affidarsi a forze avverse.
Di qui l’enfatizzarsi del ruolo della propaganda, una contromossa “sovrastrutturale” che, oltre ad avvelenare la democrazia con l’occupazione militare della sfera pubblica, procura benefici effimeri, poiché le narrazioni menzognere sono destinate a sbugiardarsi da sole lasciando dietro di sé rancore e disorientamento.
In Italia, come in larga parte d’Europa, il ceto politico vive ormai fuori dal tempo, prigioniero dei propri privilegi, mentre i corpi sociali debbono ogni giorno fare i conti con una dura transizione che minaccia di preparare un futuro da incubo. Ciò che in conseguenza di questa divaricazione il dramma elettorale francese rivela è il rinnovato rischio dell’instaurarsi di regimi reazionari capaci, se non altro, di rassicurare la massa dei lavoratori «della nazione».
Il sopravvento della destra estrema sarebbe tragico, ma non se ne potrebbe certo attribuire la principale responsabilità a quanti per anni hanno incassato soltanto danni e inganni da parte di chi avrebbe dovuto rappresentare i loro interessi.
Repubblica 23.12.15
Il futuro dell’Europa
di Timothy Garton Ash


ESTRATTO dal volume della collana Oxford History of Modern Europe pubblicato nel 2045: «I primi mesi del 2005 si possono considerare l’apogeo del cosiddetto progetto europeo. Nella primavera precedente dieci Stati dell’Europa centrale e orientale aderirono all’Unione Europea, dando vita al più ampio commonwealth di democrazie liberali della storia d’Europa. L’Unione propose un trattato costituzionale, noto come Costituzione europea. La moneta unica, l’euro, pareva valida e Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia ebbero l’impressione di entrare in sinergia con il nucleo storico dell’Europa unita, attorno a Germania, Francia, Belgio e Olanda. Molti europei erano pervasi da una sensazione di ottimismo, vedevano nell’Ue un faro di progresso, come sistema di ordine internazionale regolamentato e come modello sociale. Lo scoppio della “rivoluzione arancione” pro europea in Ucraina convinse il presidente russo Putin che l’Ue, all’apparenza inoffensiva, costituiva una minaccia al suo potere. Persino lo scettico Tony Judt, nella sua storia dell’Europa post-45 pubblicata nel 2005 scrisse che “il XXI secolo potrebbe appartenere ancora all’Europa”.
Il decennio successivo tuttavia dimostrò del tutto illusorie queste ipotesi grandiose. Le crisi che seguirono, a partire dalla bocciatura della costituzione europea nei referendum in Francia e Olanda, per passare alla crisi decennale di un’eurozona mal congegnata, l’annessione da parte russa di alcune aree dell’Ucraina, gli attacchi terroristici islamisti, il referendum britannico sull’uscita dall’Ue, milioni di profughi in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa, nonché la crescita dei partiti euroscettici e xenofobi portarono i leader europei a vacillare storditi, come il pugile ucraino Klitschko sotto i colpi del suo sfidante britannico Fury.
Purtroppo i leader europei riuniti a Bruxelles nel dicembre 2015 per uno dei soliti interminabili vertici non seppero rendersi conto di quanto fosse profonda la crisi esistenziale dell’Unione. L’Unione Europea non crollò all’improvviso, alla maniera dell’Impero romano, come ebbe a dire uno storico, con orde di barbari a occupare i palazzi della burocrazia di Bruxelles. Ebbe un declino più simile a quello del Sacro romano impero: i trattati, il cerimoniale e le istituzioni restarono formalmente in vita, ma sempre più svuotati del loro significato. Così la decisione di sciogliere formalmente l’Unione europea nel 2043 non fu altro che la tardiva presa di coscienza di una realtà politica preesistente».
Nessuno conosce il futuro. Nulla di quanto sopra descritto è inevitabile. Ma è uno scenario plausibile per il futuro dell’Ue. Dovremmo però fare il possibile per scongiurarlo. Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate nel tempo. L’Europa in cui viviamo è l’Europa peggiore possibile, eccezion fatta per tutte le altre Europe sperimentate fin qui. Nessuna alleanza è durata per sempre, ma dovremmo augurarci che l’Europa duri il più a lungo possibile.
L’élite europea criticherà questo mio approccio come troppo pessimista, addirittura disfattista. Mi accuseranno di esprimere un “punto di vista britannico”, incarnando inconsapevolmente proprio quel genere di pregiudizio nazionale che sostengono di voler sconfiggere. In realtà questo mio realismo pessimista costituisce una base ben più solida su cui ricostruire il traballante progetto europeo di quanto non lo sia l’interpretazione Whig della storia come continuo progresso, una pia illusione che caratterizza larga parte dell’euro-dibattito. L’Europa è conciata male: il primo passo verso la guarigione sta nell’ammettere la gravità della malattia, non certo nel negarla. Siamo di fronte a tante problematiche: profughi, xenofobia, Eurozona, Ucraina, la Brexit — per molti dei quali non esistono soluzioni totali, ma solo parziali, che ci permettano di andare avanti. Non è il momento di grandi disegni. Molti colleghi europei stanno tornando all’idea di un’Europa a più velocità, con un nucleo centrale in testa e il resto che segue, pena l’emarginazione. Questa non è e non sarà la realtà.
Rifiutare la retorica dei grandi disegni progressisti non significa semplicemente ricadere nel pragmatismo disorganico, quello che Der Spiegel ha definito die Philosophie des Durchmuddelns (la filosofia del tirare a campare). Due fili cuciono insieme i diversi pezzi di stoffa di questo patchwork: un nuovo futuro e il possibile ritorno di un triste passato.
Di fronte a potenze emergenti come Cina, India, Brasile, non solo l’Europa ma l’Occidente non dettano più le regole. In questo mondo di giganti i Paesi europei hanno bisogno di una dimensione che solo la loro Unione può dare. È una tesi interessante, ma poco allettante, soprattutto agli occhi dei giovani spagnoli disoccupati o dei francesi che non riconoscono più il loro Paese. Il secondo filo è il passato europeo che potrebbe tornare nel nostro futuro. Abbiamo assistito a flashback della barbarie che ha caratterizzato il XX secolo in Europa. Guerra in Ucraina. Professionisti della classe media costretti a fare la coda alle mense dei poveri ad Atene. Terrore nelle strade di Parigi. Il cadavere del bimbo profugo restituito dal mare su una spiaggia del Mediterraneo. Antisemitismo, razzismo e espressioni di becero pregiudizio contro i musulmani. In qualche modo continuiamo a considerarle eccezioni, ma se diventassero la regola?
Il progetto della comunità politica europea è insolito in quanto il suo avversario, “l’altro” che ne definisce l’identità è il suo stesso passato. Per tre generazioni, le memorie individuali della guerra, dell’occupazione, dell’Olocausto, delle dittature fascista e comunista sono state la motivazione più forte e profonda a favore dell’integrazione europea. Dato che la maggioranza dei giovani europei non ha più queste memorie individuali, abbiamo più che mai bisogno della memoria collettiva che chiamiamo storia. Per evitare un brutto futuro dobbiamo far sì che le nuove generazioni non dimentichino il nostro triste passato che potrebbe oggi ritornare in forme nuove e vecchie. Come scrisse Bertolt Brecht: «L’utero da cui è sgusciato fuori è ancora fertile».
Ancora non è troppo tardi per riscrivere il volume del 2045 della Oxford History of Modern Europe, ma non abbiamo tempo fino al 2045 per farlo.
Traduzione di Emilia Benghi
Repubblica 23.12.15
Il male dei partiti e il populismo
di Piero Ignazi


I PAESAGGI politici europei sono sferzati da venti di cambiamento. Ultimo in ordine di tempo quello che ha ridisegnato il sistema partitico iberico, con due nuovi partiti nazionali (Podemos e Ciudadanos) e una miriade di micropartiti autonomisti. Quanto è accaduto domenica scorsa in Spagna non è che l’ultima conferma della crisi di rappresentanza e perdita di legittimità dei partiti, e del partito in quanto tale. I partiti non sanno più interpretare le domande dei cittadini. Sono diventati sordi e autoreferenziali, accusati di pensare solo a loro stessi, per accumulare potere e salvare le poltrone. Non per nulla la fiducia nei loro confronti è precipitata. C’è una sorta di ritiro della delega in giro per l’Europa. I destini collettivi non vengono più affidati a loro. Perché non ci si fida più, evidentemente.
La crisi viene da lontano. Sta scoppiando ora con sempre maggiore evidenza ma maturava da più di un ventennio. Già negli anni Novanta, in tutte le democrazie avanzate, serpeggiava nelle opinioni pubbliche la disaffezione nei confronti dei partiti. In Germania venne persino coniato un nuovo termine per indicare questo sentimento:
Parteiverdossenheit. Cosa stava succedendo? Venivano a maturazione le difficoltà di un modello organizzativo e di una modalità di rapporto con la società ancora tutti dentro la storia del Novecento. Il partito di massa, benché già criticato e sottoposto a revisione alla fine degli anni Sessanta, rimaneva l’impianto principe su cui si fondavano i partiti. L’unico attacco, teorico e politico, a quel modello venne dalle formazioni ecologiste alla fine degli anni Ottanta. Un successo di nicchia, in realtà, con l’unica, corposa, eccezione della Germania dove i Grünen riuscirono ad essere una presenza politica rilevante, e ad indicare un nuovo modo di far politica. I Grünen si connotarono come una struttura de-burocratizzata, de-professionalizzata, egualitaria nel genere, iperdemocratica nel processo decisionale. Tutti cambiamenti profondi nel modo di far politica. E tutti indirizzati a poter mantenersi in presa diretta con la base. Di quella ventata, però, non è rimasto molto sia perché la democrazia di base è diventata virtuale e internettiana, sia perché anche i partiti verdi hanno subìto, chi più chi meno, la legge ferrea dell’oligarchia, con la creazione di una élite di politici professionali. E sono entrati in un cono d’ombra.
I nuovi partiti che sono emersi negli ultimi anni, come il M5S e Podemos, seguono una traiettoria diversa. (Syriza è un’altra cosa in quanto non nasce dal nulla bensì ha dietro di sé strutture consolidate, seppur minoritarie, e classi politiche in buona parte rodate). La loro novità e freschezza è appealing per opinioni pubbliche scontente e frustrate. Il loro richiamo ad un politica alternativa rispetto a quella degli “altri”, ingolfata di compromessi, succube dei “poteri forti”, corrotta e corruttrice, convince scettici e delusi, una moltitudine di cittadini che ha perso fiducia nella politica dei partiti tradizionali e crede, vuole credere, che esista una alternativa pura e pulita. Anche dall’altra parte dello schieramento politico, i partiti popu-listi, che incarnano una estrema destra post-industriale, godono di credito. Sono loro, solo loro, gridano nelle piazze riprendendo l’antico slogan di Le Pen padre, a dire a voce alta quello che tutti pensano e mormorano sottovoce. Sono loro, solo loro, a prendersi cura della gente comune, dimenticata dalle élite ricche e potenti, mediatizzate e intellettualistiche. Sono loro, solo loro, a difendere la nazione minacciata dall’invasione degli stranieri e dalle autorità sovranazionali, Unione Europea in testa.
Da destra e da sinistra vengono offerte parole che leniscono quel senso di abbandono e di estraneità che, per motivi diversi — economici, culturali, politici — attanaglia parte dell’elettorato. Queste parole attraggono sempre di più, anche se il loro richiamo rimane confinato in dimensioni contenute. I partiti tradizionali faticano a prendere le misure di questa offensiva perché sono diventati strutture che sfruttano le risorse pubbliche per la loro sopravvivenza, perché hanno “allevato” classi dirigenti voraci e corrotte (soprattutto a livello locale), perché promuovono i fedeli più che i meritevoli, perché vivono in mondo chiuso, autoreferenziale. I partiti tradizionali sono sempre alla rincorsa delle nuove formazioni. A volte ne scimmiottano le modalità, altre volte inseguono le loro proposte, come è successo in Francia dopo i fatti del 13 novembre, senza capire che in questo modo spianano loro la strada. Per sconfiggere l’assalto dei populisti e degli estremisti non resta che uscire dai palazzi, piccoli e grandi, reali e virtuali, e ritornare a far politica tra la gente dimostrando che serietà, onestà e parsimonia sono ancora monete di buon conio per la politica contemporanea.
Corriere 2 3.12.15
Non chiamiamo più populista chi è deluso dall’Europa
di Massimo Nava


Molti storcono il naso se si dice che Front National, Podemos, 5 Stelle, Tzipras, Lega Nord e altri movimenti che avanzano nella vecchia Europa si assomigliano. Ha senso confondere orde xenofobe e antieuropee con nobili rivolte, ammantate di slogan di «sinistra»? Cosa hanno in comune l’estrema «destra» lepenista con la sollevazione civica e mediatica di un Grillo o di un Iglesias? Se ci si ferma al ritratto dei leader e alle radici, la risposta è ovvia. Ma se osserviamo da vicino l’elettorato, domande e bisogni che i movimenti esprimono, le cose stanno diversamente. Tanto più che i primi ad accumunare il «nemico» sono i partiti tradizionali e le ricorrenti analisi inclini a un giudizio sintetico e sprezzante : «populismo». Come se il populismo fosse il contrario della democrazia o sinonimo di demagogia. Ma così non si giudicano i leader, bensì l’elettorato che li esprime, senza affrontare cause del fenomeno e risposte possibili.
La prima considerazione dovrebbe essere il fatto che il «populismo» é la sola espressione che avanza in Europa, nonostante fenomeni di assenteismo elettorale e rigetto generalizzato della élites di governo. Se il consenso cresce bisognerà trovare la medicina adatta, ammesso che si tratti di malattia e non di proposte alternative.
La seconda è che l’erosione di voti danneggia più i partiti di sinistra che di destra. Sono giovani, operai, impiegati, disoccupati, pensionati, che guardano al «populismo» con motivazioni condivise : impoverimento, domande di sicurezza materiale e fisica, crisi del welfare, ripiegamento identitario che si traduce in bisogno di confini, regionali o nazionali, di frontiere invalicabili in stridente contraddizione con un mondo globalizzato.
La terza é che terrorismo, proliferazione dell’islamismo interno all’Europa e ondate migratorie sono problemi percepiti come un’unica minaccia, per quanto diverse siano le origini dei fenomeni.
Il linguaggio immediato della comunicazione non prevede memoria storica, così come i tempi lunghi dei meccanismi decisionali a livello nazionale e europeo non sono compresi da chi pretende risposte per la vita quotidiana : vissuta con difficoltà, diversa da come intere generazioni hanno sognato che fosse, illuse da un’idea di progresso inarrestabile, da ideali europei sempre meno raggiungibili, da un welfare incompatibile con le risorse pubbliche.
L’elettorato «populista» cresce perché ha deciso di non subire più il paradosso dell’ultimo decennio : l’Europa, l’area più progredita e più ricca del mondo, ma sempre più lontana dai bisogni dei cittadini, i quali non vorrebbero aggirarsi come i personaggi di Cechov, in un giardino dei ciliegi appassiti. L’elettorato «populista» cresce perché bombardato dal mantra dello «spread», percepito come indice dell’infelicità più che come regola dei conti pubblici, raramente come criterio di risanamento di privilegi e corruzione.
L’assenza di memoria storica accentua percezione negativa della realtà e ripiegamento di fronte alle minacce esterne, dal terrorismo, all’immigrazione, dai cambiamenti climatici al dumping commerciale.
Si può concludere che questo sia la conseguenza di settant’anni di pace e prosperità, di disabitudine al sacrificio, di rassicuranti negazioni dell’imprevisto, una guerra o una catastrofe naturale. Ma non basta ad arginare i fenomeni, né a costruire una nuova politica.
Di questo passo, come dimostrano le ultime elezioni, l’Europa è seriamente a rischio d’implosione. Fra i segnali più evidenti, l’ ostilità verso la Germania, depositaria del dogma dell’austerità, cresciuta dopo la sciagurata gestione della crisi greca. Prossimo appuntamento il referendum in Gran Bretagna. «Populisti» anche gli inglesi?
La Stampa 23.12.15
Voglia di governo e spina Podemos
I socialisti corteggiati da Rajoy
Il premier convoca Sánchez e gli offre la presidenza del Congresso


Nel grande giorno del sorteggio della lotteria di Natale, il Paese si è letteralmente fermato, i socialisti sembrano aver preso il biglietto sbagliato. La tenaglia è talmente opprimente che nella Calle Ferraz, la storica sede del Psoe, circola una battuta: «Tutto sommato era meglio perdere davvero». Un paradosso, ma fino a un certo punto, perché il magro risultato elettorale di domenica scorsa (22% dei voti, 90 seggi) mette Pedro Sánchez in una condizione difficile, tra le pressioni per arrivare a un accordo con il Pp in nome della stabilità, sirene in questo senso già cominciano ad arrivare da Bruxelles, e la spinta dei militanti, che preferiscono sedersi a un tavolo di sinistra, con Podemos. Oggi a mezzogiorno il leader socialista è stato convocato alla Moncloa. Il premier starebbe per offrirgli la presidenza del Congresso e la riforma della Costituzione in cambio di quell’astensione decisiva per un suo secondo mandato. La terza via sarebbe un ritorno alle urne, un salto nel buio che non può che far paura.
Resistenza andalusa
In questa partita complicatissima, il segretario deve cercare di tenere il partito dietro di sé e non è semplice. A insidiarlo in modo sempre meno coperto, c’è la potente leader andalusa Susana Díaz, che, forte del (relativo) successo nella sua regione, comincia a dettare la linea a Madrid: «Né opportunismo, né avventure», ha detto ieri a Siviglia. La traduzione è semplice: niente larghe intese con la destra, «un rotondo no a Rajoy», ma nemmeno un accordo con Podemos e con i suo misto di «populismo e nazionalismo». La Díaz con gli ex indignados ha un conto aperto, dalle sue parti lo scontro è durissimo e non è un segreto che quando il Psoe ha negoziato con Pablo Iglesias a livello locale, la leader andalusa si sia messa di traverso.
«La posizione di Susana è la nostra - dice alla Stampa, María González Veracruz, deputata e portavoce del comitato elettorale del Psoe -, siamo stati chiari, ora tocca a Rajoy provare a formare un governo. Noi non lo appoggeremo in nessun modo. Se dovesse fallire si apre un’altra partita». Ma la pressione è tanta e non solo interna. Un aneddoto lo rivela: il governo tedesco voleva congratularsi con il vincitore delle elezioni, come da prassi, ma non ha saputo a chi indirizzare gli auguri. Un imbarazzo dal quale si è usciti con un’acrobazia diplomatica: «Complimenti al popolo spagnolo per l’alta affluenza alle urne».
«L’incertezza è generale - ammette la González Veracruz - capisco che abbiamo su di noi gli sguardi rivolti dall’estero, ma i mercati devono rispettare la democrazia». I rapporti con Podemos sono pessimi: «Hanno fatto una campagna elettorale contro di noi - prosegue la deputata - hanno usato tutti gli strumenti della vecchia politica, ora dicono che la condizione per poter trovare un accordo è un referendum in Catalogna, una cosa che chiaramente non possiamo accettare».
Pablo Iglesias ha alzato la posta, rendendo quasi impossibile un dialogo con i socialisti, «ogni accordo passa per il referendum sull’indipendenza in Catalogna», continua a ripetere da domenica notte. Una condizione che sembra messa lì per farsi dire di no da un partito Socialista sempre più a trazione meridionale (quasi un deputato su quattro è andaluso), con una rappresentanza in territori, nei quali le concessioni ai catalani non sarebbero gradite. Susana Díaz se n’è fatta interprete: «Podemos non vuole più il café para todos (la formula costituzionale di uguaglianza delle regioni spagnole ndr), ma solo per il sindaco di Barcellona, Ada Colau. Non si può barattare l’unità di Spagna per un pugno di voti». La campagna elettorale, forse, non era finita venerdì scorso.
il manifesto 23.12.15
Parlamentari Pd e Sel in Palestina, situazione disperata spinge a gesti estremi
La conferenza stampa. Tidei: Questione israelo-palestinese riesca dall'oblio
Interrogazione su missione italiana ad Hebron
di Livia Parisi


“Crediamo che sulla questione israeliano-palestinese vada riacceso un faro. Deve risalire nell’agenda politica internazionale e uscire dall’oblio. E, in un contesto di povertà, disperazione e negazione di diritti non è escluso si intrufolino messaggi terroristici”. Così Marietta Tidei (Pd) nel corso della conferenza stampa tenutasi oggi alla Camera al ritorno dal viaggio di conoscenza in Palestina e Israele che ha visto protagonisti otto deputati del Pd e di Sel. Viaggio che ha spinto i parlamentari a presentare un’interrogazione al Governo per sapere cosa riportano i report della missione italiana ad Hebron, città della Cisgiordania nota per l’alto livello di tensione tra coloni israeliani e palestinesi. “Ci interessa sapere cosa dicono rispetto a ciò che accade in quella città e quali iniziative propone il Governo”, chiedono i deputati.
Nel corso del viaggio, accompagnati da Lusia Morgantini, presidente di Assopace Palestina, già vicepresidente del Parlamento europeo e attivista per i diritti umani, la delegazione di parlamentari ha incontrato palestinesi e israeliani, tra cui politici di diversi schieramenti, professori, universitari e medici. “Quello a cui da anni si assiste — sottolinea Tidei — è un lento e costante e deterioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese. Il nostro invito è a riprendere il processo di pace. Non si può parlare di questo problema solo nel momento in cui ci sono bombardamenti”. Dal 1993, anno della sigla degli accordi di Oslo, prosegue, “sono triplicati gli insediamenti illegali di coloni israeliani in Cisgiordania, che soffocano e tolgono ogni prospettiva economica e politica ai cittadini palestinesi. In queste condizioni, il conflitto si può riaccendere in ogni momento”.
Le fa eco il collega Franco Bordo (Sel). “Siamo tornati a distanza di un anno e mezzo e abbiamo trovato i palestinesi in un profondo stato di abbandono e isolamento rispetto al quadro della comunità internazionale”. A colpire è la mancanza di ipotesi di soluzione da parte della politica israeliana. “Negli incontri avuti alla Knesset, da parte delle organizzazioni democratiche e progressiste — spiega — abbiamo rilevato la mancanza totale di una prospettiva politica per venire fuori da questa situazione. L’assenza di una proposta anche da parte dei laburisti, mi ha lasciato disarmato”.
A fare il punto sulla violazione dei diritti dell’uomo, che non viene denunciata solo dai palestinesi  ma anche da un organismi come la corte penale internazionale è stato Renzo Carella (Pd). “I bambini uccisi non fanno più notizia perché il baricentro dell’attenzione si è spostato sulla vicenda Isis. E Israele se ne sta approfittando, sta conquistando posizioni. Abbiamo delegato in passato gli Usa della risoluzione del problema. L’Europa debba assumere un ruolo diverso. Ma dobbiamo agire subito, perché questi ragazzi si trovano di fronte a un futuro buio e le trattative con Israele sono a un punto morto. Il rischio è delegittimare le istituzioni palestinesi presenti e allontanare sempre di più la pace”.
Tra i punti toccati anche il tema caldo degli accoltellamenti verificatisi negli ultimi mesi ai danni di cittadini israeliani.“Non c’è connessione alcuna con terrorismo”, sottolinea Filippo Fossati (Pd) ricordando il contesto in cui maturano.“C’è un governo di destra in Israele — spiega — che dal suo insediamento rispetta la promessa elettorale, quella di aumentare gli insediamenti nei territori occupati, che significa togliere fonti di sostentamento al popolo palestinese. La conseguenza è che da settembre ad oggi si contano ben 135 morti palestinesi, uccisi nel corso di demolizioni di case, scontri a fuoco, rastrellamenti, manifestazioni. La situazione è talmente disperata che spinge a gesti estremi”.
Ad esser negato è “persino il diritto alla salute e alla cura per persone che hanno subìto atti di violenza”, spiega Elena Carnevali (Pd). “Abbiamo visitato ospedale di Makassed, 250 posti letto, che è stato teatro di vere e proprie incursioni da parte dell’esercito israeliano, con tanto di bombe lacrimogeni nei reparti, persino nel reparto di terapie intensiva,per sospetti presenti terroristi. Ma ci sono anche persone infartuate che hanno perso la vita per aver aspettato ore preziose davanti a un check point che i soldati controllassero i loro documenti”.
“In queste condizioni – afferma Michele Piras (Sel) — l’odio si sedimenta quotidianamente e la possibilità di qualsiasi soluzione pacifica diminuisce ogni giorno che passa”. Per questo, aggiunge, è “da condanna per l’inaccettabile inerzia con cui la comunità internazionale tratta la questione palestinese”. Nel corso degli anni, ricorda Giuditta Pini, “ci sono stati accordi siglati e mai rispettati, ma nessuno ne ha mai dato conto. La politica internazionale — conclude — deve tornare a far rispettare i patti e denunciare violazioni”. Ma la richiesta, da parte di tutti i deputati della delegazione, è anche al Governo Italiano, “affinché riconosca lo stato di Palestina, così come tanti altri Paesi europei hanno già fatto”.
il manifesto 23.12.15
Nuovo attacco dei coloni contro una casa palestinese
Cisgiordania. Lanciati candelotti lacrimogeni all'interno dell'abitazione dove dormiva anche un bimbo di nove mesi
L'intervento dei vicini ha evitato una tragedia come quella di Kfar Douma, in cui fu ucciso Ali Dawabsha, 18 mesi
Gli assassini del piccolo palestinese non ancora rinviati a giudizio e ora denunciano abusi da parte dei servizi di sicurezza
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Minacciano di nuovo il pugno di ferro i ministri del governo Netanyahu contro il «terrore ebraico» che colpisce i palestinesi. Persino Naftali Bennett, leader di “Casa ebraica”, il partito dei coloni israeliani, è sceso in campo invocando l’uso della forza contro gli estremisti ebrei. «Abbiamo di fronte un terrorismo condotto da persone che nemmeno riconoscono lo Stato di Israele, che vogliono innescare un conflitto apocalittico», ha tuonato. Sino ad oggi però si sono visti ben pochi fatti oltre alle parole. I quattro sospettati dell’assassinio di Ali Dawabsha, 18 mesi, e dei suoi genitori la scorsa estate a Kfar Douma, restano detenuti ma non sono ancora stati rinviati a giudizio. E lunedì notte altri estremisti israeliani, con ogni probabilità coloni, hanno rischiato di provocare una nuova strage di civili innocenti lanciando candelotti lacrimogeni dentro una casa del villaggio palestinese di Beitilu, vicino Ramallah, in Cisgiordania.
All’interno dell’abitazione c’era Hussein Najjar assieme alla moglie e al figlioletto Karam, di nove mesi. Si sono salvati per miracolo. L’attacco è avvenuto verso le 3 di mattina, quando la famiglia Najjar era immersa nel sonno. «Siamo riusciti a metterci in salvo grazie all’intervento dei vicini che hanno spaccato i vetri dell’abitazione lasciando uscire il gas. Siamo stati fortunati», ha raccontato Hussein Najjar ai giornalisti. Suo figlio Karam ha rischiato di rimanere soffocato. La stessa polizia israeliana ha definito l’attacco un «crimine nazionalistico ebraico». D’altronde gli attentatori hanno lasciato la loro firma, inequivocabile. Su un muro esterno è stata trovata una scritta in ebraico, “Vendetta. Saluti dai Prigionieri di Sion”, in evidente riferimento ai loro compagni detenuti perchè coinvolti nell’attacco omicida a Kfar Duma in cui morirono Saad e Reham Dawabsha e il piccolo Ali. Il bimbo bruciò vivo nelle fiamme che avvolsero in pochi attimi la sua abitazione dopo il lancio di almeno due bottiglie incendiarie. I genitori morirono nelle settimane successive a causa di ustioni gravissime. Della famiglia sterminata resta in vita solo l’altro figlio, Ahmad, 4 anni, che porterà per tutta la vita su gran parte del corpo i segni lasciati dal fuoco.
A distanza di cinque mesi da quel rogo, il ministro della difesa Moshe Yaalon e quello della sicurezza interna Gilad Erdan, continuano a sostenere la tesi della mancanza di prove schiaccianti nei confronti di quattro giovani estremisti di destra. Confermano così l’ambiguità del governo Netanyahu: implacabile nei confronti dell’Intifada palestinese, morbido verso i coloni. Negli ultimi giorni i gruppi di estrema destra sono stati protagonisti di dimostrazioni violente anche a Gerusalemme e hanno persino cercato di dare l’assalto alla casa di Yoram Cohen, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, che accusano di aver abusato dei quattro sospettati di Kfar Douma, tutti in possesso della doppia cittadinanza. Itamar Ben-Gvir, l’avvocato della destra radicale, ieri ha denunciato presunte molestie e violenze sessuali a danno dei quattro sospettati durante gli interrogatori. Sostiene inoltre che le confessioni fatte dai quattro estremisti detenuti sarebbero state estorte con la forza durante gli interrogatori. «Mi vergogno dello Stato di Israele che accetta il comportamento degli agenti di sicurezza», ha commentato l’avvocato durante una conferenza stampa. Da anni i palestinesi denunciano gli stessi abusi ma l’avvocato Ben Gvir non ha mai aperto bocca per difendere i loro diritti violati
il manifesto 23.12.15
Droghe, l’Onu è ancora in mezzo al guado
di Marco Perduca


Dall’otto all’undici dicembre s’è tenuta nella sede dell’Onu di Vienna l’ultima sessione della Cnd («Commission on Narcotic Drugs») del 2015 dedicata alla preparazione della sessione speciale dell’Assemblea generale (Ungass 2016), che dal 19 al 21 aprile prossimi si terrà a New York per affrontare il tema del controllo mondiale delle droghe.
Il fronte conservatore del modello proibizionista comprende i paesi che fanno parte della Conferenza islamica, gli stati asiatici e la Russia: questi ritengono che Ungass 2016 debba semplicemente ratificare i documenti in fase di definizione a Vienna che, sostanzialmente, riaffermano gli obiettivi tradizionali presenti nella dichiarazione politica del 2009: la riduzione, fino all’eliminazione, dell’offerta e della domanda di droga attraverso la repressione penale e la lotta al narcotraffico.
Il fronte aperturista, che raccoglie la stragrande maggioranza dei paesi latino-americani e, in teoria, gli europei, vuole invece che il dibattito di New York sia vero, aperto, e che includa punti di vista e riflessioni anche di altre agenzie dell’Onu: in questa luce, i documenti finali dovrebbero essere messi a punto all’Assemblea per riflettere le conclusioni del dibattito al Palazzo di Vetro.
E’ previsto che il dibattito affronti cinque temi chiave, dai diritti umani, agli aspetti socio-sanitari, allo sviluppo alternativo nei paesi produttori.
La Cnd ha una presidenza che varia ogni dodici mesi, dopo la Tailandia toccherà alla Repubblica Ceca, e le sessioni dedicate alla definizione dell’agenda dell’Ungass sono state affidate a una giunta coordinata dall’ambasciatore egiziano, che non sempre aiuta l’emergere di compromessi al rialzo. Comunque sia siamo anni luce avanti rispetto all’Ungass del 1998.
Dall’Oms, all’Undp ( programma Onu per lo sviluppo), da Unaids all’Alto Commissario per i diritti umani, passando per tutti gli speciali Rapporteur, si sono consolidate posizioni che pongono al centro il rispetto dei diritti umani e le ripercussioni negative dell’aver affidato al diritto penale il governo del fenomeno della circolazione e del consumo delle sostanze contenute nelle tre Convenzioni. Rispetto al passato, si arriva a riconoscere un «margine di manovra» interpretativo delle tre Convenzioni sulle droghe: la Convenzione del 1961 afferma infatti che «il possesso personale può esser considerato come reato» e non «deve» e che comunque ciò verrà stabilito dal singolo stato sulla base della propria Costituzione, delle caratteristiche del sistema penale nazionale, rispettando i principi basilari secondo cui non può esserci reato senza vittima e la pena deve essere proporzionale alla gravità del reato.
Se all’Unodc, l’ufficio per le droghe e il crimine, esiste un dibattito in merito alle priorità e agli approcci da perseguire, lo Incb, l’organismo di controllo sull’applicazione delle Convenzioni, resta sostanzialmente ancorato a posizioni di retroguardia, da depositario unico dell’interpretazione autentica delle Convenzioni che non riconosce alcun approccio alternativo a quello proibizionista.
Da notare che il sistema creato con le Convenzioni del 1961, 1971 e 1988 non prevede un regime sanzionatorio in caso lo Incb ritenga che non siano rispettati gli obblighi assunti al momento della ratifica.
A gennaio e febbraio prossimi ci saranno ulteriori incontri informali per la definizione dell’agenda. La prossima riunione della Cnd si terrà dal 14 al 22 marzo e solo allora si capirà se il Palazzo di Vetro sarà solo un palcoscenico per interventi rituali dei governi o se si potrà davvero discutere nel merito: per prefigurare un futuro in discontinuità piuttosto che riaffermare le fallimentari ricette del passato.
Repubblica 23.12.15
Vendola sogna Podemos “Morta la vecchia sinistra” Ma la nuova resta divisa
A febbraio la convention per un soggetto unitario tra i distinguo delle varie anime. Il nodo del leader
intervista di Tommaso Ciriaco


ROMA E adesso, Podemos anche in Italia? «Sì - riflette Nichi Vendola - ci interessa come Iglesias rifonda la sinistra. Non possiamo riesumare la salma di quella novecentesca, dobbiamo metterci in gioco». Per adesso si moltiplicano soltanto le sigle. E si litiga: Sinistra italiana contro la Coalizione sociale di Landini, Possibile contro Sel. Avanti da separati in casa, per non parlare del leader: ancora non c’è, sceglierlo assomiglia a un rebus. Il risultato? La costituente di sinistra perde pezzi e alle amministrative correranno divisi. Senza contare la spietata concorrenza dei grillini, insuperabili sul terreno dell’antipolitica: «In Italia c’è il Movimento che assorbe una fetta importante dell’indignazione - ammette Pippo Civati - e complica i nostri progetti».
C’è un paradosso che a sinistra manda in tilt le analisi del giorno dopo. Iglesias ha costruito Podemos mettendo nel mirino il Psoe, ma ha pure scongelato cinque milioni di voti in una notte, aprendo all’accordo con i socialisti. «E noi invece alle comunali di primavera cosa facciamo? Non ci alleiamo con il Pd - si sgola da tempo Dario Stefàno - E completiamo la nostra mutazione genetica». Rompere o trattare con Renzi, questo è il problema. Sono in parecchi a considerare il premier l’avversario tra gli avversari: «Vogliamo costruire una storia nuova - è netto Vendola - che ci liberi da quella doppia condanna per cui la sinistra o muore di potere o muore di impotenza».
L’idea era coinvolgere la galassia alla sinistra del Pd in un’impresa unitaria. Con Maurizio Landini e la sua Coalizione sociale, innanzitutto, con quell’ibrido fatto di sindacalismo, reti civiche, lotte sociali e politiche. Un po’ come gli Indignados, prima di trasformarsi in Podemos. Niente da fare, almeno per adesso: «Io non sto costruendo un partito - assicura il leader Fiom - mi sto occupando del contratto dei metalmeccanici. Certo, se guardo a Madrid, al Portogallo e alla Grecia, vedo la crisi della socialdemocrazia e osservo soggetti sociali nuovi che recuperano consenso». Non è tempo del gran salto, comunque: «Andiamo avanti costruendo centri anti-usura e facendo rete per aprire scuole e ambulatori».
No, poco o nulla fila liscio da queste parti. Come detto ci sarebbe il cantiere lanciato da Sel. Quando Vendola ha proposto a tutte le sigle di sciogliersi per ripartire, il tavolo unitario è saltato e sono rimasti solo gli ex Pd Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre e Sergio Cofferati, più qualche associazione. Chi ci sta, ci sta: «Abbiamo faticato a trovare il binario giusto - tiene il punto l’ex governatore pugliese - e non vogliamo un treno che ci riporti indietro». Si incontreranno dal 19 al 21 febbraio, poi in autunno nascerà qualcosa di più grande chiamata sempre Sinistra italiana, oppure “Partito della Sinistra”. Senza Rifondazione comunista, senza Landini, senza Civati: «Non vado con loro non perché mi stanno antipatici ma perché penso che siano lì solo a presidiare il 5% - picchia duro il capo di Possibile - La mia idea è l’Ulivos, con la radicalità spagnola e la prospettiva di governo dell’Ulivo».
Replicare Podemos è un obiettivo ambizioso. Scalare quelle vette di consenso quasi un’impresa. Eppure a sinistra la speranza si chiama proprio Madrid: «Anche noi possiamo rompere il bipolarismo Grillo-Pd - ragiona il capogruppo vendoliano Arturo Scotto - Iglesias, tra l’altro, fa politiche socialdemocratiche, mica propone la rivoluzione...». Il dibattito prosegue, asprissimo. «Smettiamola di scimmiottare prima Syriza e ora Podemos - si arrabbia il deputato di SI Stefano Quaranta - Noi non siamo quella cosa lì. Se incarniamo l’anticasta come i grillini, rischiamo la fine di Izquierda unida». Cioé dei cugini spagnoli di sinistra, divorati proprio da Podemos.
il manifesto 23.12.15
Legge elettorale
La gabbia del sistema
di Massimo Villone


Il Renzi-pensiero sul voto in Spagna è lapidario: benedetto sia l’Italicum. Perché in Italia la sera del voto «ci sarà un vincitore chiaro. E una maggioranza in grado di governare. Stabilità, buon senso, certezze. Punto». Il sistema elettorale spagnolo era celebrato — in specie grazie all’articolazione in piccoli collegi — per il favor verso i partiti maggiori, con l’effetto conseguente di comprimere il pluralismo politico e spingere verso il bipolarismo e l’alternanza. Proprio il sogno di tanti nostri riformatori. Il modello era ben presente nel dibattito poi tradotto nella proposta governativa e nell’Italicum. E già da anni una certa sinistra lo caldeggiava. Ricordate il «Vassallum»?
La Spagna dimostra, invece, come nessun sistema elettorale possa di per sé garantire che il voto produca in tempo reale un vincitore certo, in grado di governare per la durata del mandato con il sostegno di una sua maggioranza. Obiettivo fallito da sistemi anche molto diversi, in Gran Bretagna come in Grecia, in Germania come in Spagna. Crisi economiche, terrorismi, paure, bisogni vecchi e nuovi hanno frantumato antichi bipolarismi. Si sono formati governi di coalizione di varia caratura. Nessuno ne ha fatto un dramma. Non così in Italia.
Come può Renzi benedire nell’Italicum la pozione che farà cadere la febbre del sistema politico? La parola magica è: ballottaggio senza soglia e con premio di maggioranza. Ecco la carta vincente. Non c’è dubbio che uno di due contendenti avrà più voti, e quindi il premio in seggi. Ed è anche chiaro che in un contesto bipolare il ballottaggio può essere disegnato in modo tale da misurare la forza relativa di due schieramenti contrapposti con sufficiente linearità, selezionando quello vincente senza distorsioni gravissime nel rapporto tra seggi acquisiti e consensi reali. Ma in un sistema politico multipolare fondato su tre o più soggetti di forza tendenzialmente equivalente chiunque vinca è fatalmente una minoranza — anche piccola in termini assoluti — che conquista una maggioranza di seggi solo al prezzo di una grave lesione della rappresentatività. Ancor più se, come nell’Italicum, al ballottaggio si accede senza soglia, mentre sono precluse le coalizioni e gli apparentamenti tra primo e secondo turno. Ne viene una forza fatta di numeri posticci, lontani o lontanissimi dai consensi reali dati dagli elettori.
In Italia, con il non-voto tra il 30 e il 40%, e tre soggetti politici — destra, Pd e M5S — attestati intorno al 30%, al governo vincente mancherebbe il consenso di tre elettori su quattro. La forza numerica nell’assemblea elettiva diventa a quel punto una mera rappresentazione teatrale. Il ballottaggio è un trucco volgare che non rende quella finzione una realtà. Benedicendo l’Italicum Renzi vede in quel trucco l’elemento oggi essenziale del sistema, a scapito della rappresentatività. E non ci sorprende che in tal modo mostri una programmatica incuranza per i principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza 1/2014, che anche per la lesione della rappresentatività ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum.
L’uscita dalla crisi è lenta e incerta. La povertà attanaglia molti milioni di famiglie, e il Mezzogiorno è in coma profondo. I grandi servizi pubblici, dalla scuola alla sanità, sono in sofferenza. La coesione sociale è precaria, e i giovani non ritrovano la speranza. Cresce l’allarme per la sicurezza. In passato, la ricostruzione post-bellica e gli anni del terrorismo videro prove terribili, e tuttavia seppero produrre vero cambiamento e progresso. Oggi, si gabellano per riforme le politiche regressive e il servile ossequio di governo al pensiero unico dominante. Non basta a fare un vero indirizzo politico qualche mancia di sapore elettoralistico e l’inossidabile ottimismo da hashtag di Renzi. Né l’evanescente partito personale che il premier ha costruito intorno a sé è in grado di costruire un effettivo consenso sulle scelte di governo.
È questa la condizione che oggi viviamo, e che l’Italicum va a consolidare. Ma le turbolenze sociali e politiche che hanno frantumato il già precario bipolarismo italiano rimarranno, e troveranno comunque il modo di manifestarsi. L’Italicum potrebbe essere non una benedizione, ma una trappola pericolosa per il paese. Per questo è necessario mettere in campo ogni iniziativa, dall’impugnativa in Corte costituzionale al referendum abrogativo, per emendarne i tratti peggiori. Non ci si può certo aspettare che un provvido legislatore intervenga opportunamente.
Quanto a Renzi, che passi dal punto alla virgola, al punto e virgola, o magari al trattino, anticipatore di un pensiero più complesso di quello consentito dai tweet. Può risultargli difficile, ma è tuttavia necessario.
Repubblica 23.12.15
Arturo Parisi
“Sì, l’Italicum è da cambiare ma vanno eliminati solo i nominati”
intervista di Giovanna Casadio


Arturo Parisi, tra i fondatori dell’Ulivo ed ex ministro della Difesa

ROMA «L’Italicum è una benedizione? Garantisce la governabilità ma non altrettanto la rappresentatività. E quello che è sicuro è che non possiamo arrenderci all’Italicum per quanto riguarda la scelta dei parlamentari, perché riesce a sommare i difetti delle preferenze e quelli delle nomine». Parla Arturo Parisi, fondatore dell’Ulivo e del Pd, ex ministro della Difesa: «Torniamoci sopra e rimettiamoci mano».
Professor Parisi, lei è un esperto di sistemi elettorali… «Siamo in tanti esperti, persino in troppi, e ognuno segue alcune sue priorità, allo stesso tempo ripercorrendo la propria esperienza».
Secondo la sua esperienza quindi, Renzi ha ragione a ritenere l’Italicum – che dal luglio prossimo sarà la nuova legge elettorale italiana una benedizione che ci mette al riparo dal caos spagnolo?
«L’Italicum ha alcuni aspetti positivi, che sono quelli a cui ha fatto riferimento Renzi benedicendolo. Primo tra tutti la competizione tra liste, invece che tra coalizioni, è un passo avanti e lo dico a partire dall’esperienza fatta con le coalizioni. Noi fummo la coalizione dell’Ulivo, ancorché una coalizione resa densa dalla necessità di riconoscersi collegio per collegio in un candidato unico chiamato a essere riferimento e garante della nostra unità. E con tutto ciò proponemmo una sfida con il referendum del 1999 per abolire la quota proporzionale».
Referendum che però non raggiunse il quorum.
«Anche se il referendum raccolse il 91% a favore del Si, purtroppo per via del gonfiamento delle liste elettorali degli italiani all’estero, per soli 100 mila votanti non fu raggiunto il quorum».
Torniamo all’Italicum. Ha dei punti di forza?
«Assicura la governabilità grazie a due elementi. Uno è la competizione tra liste, e sottolineo liste, nel senso che a sua volta possono essere la proiezione elettorale di un solo partito o il risultato di un accordo pluripartitico. Ma questa alleanza sarà comunque stretta davanti agli elettori prima del voto. L’altro è il doppio turno. Renzi fa riferimento a questo. Non sarà possibile un risultato nullo, come quello sperimentato in Italia alle politiche del 2013 o che si prospetta ora in Spagna».
Cosa è invece per lei inaccettabile?
«La modalità con cui il Parlamento viene composto perché eredita dal Porcellum il meccanismo delle nomine rompendo il nesso di rappresentanza tra eletti e elettori assicurato prima dal collegio uninominale. È un tratto sciagurato, che non può essere accettato».
Quindi ci si deve rimettere mano?
«Mi auguro che grazie alla modifica sul referendum introdotta nella riforma costituzionale sia possibile tornarci sopra eliminando sia la nomina dei capilista che le candidature multiple. Oppure introducendo una regolamentazione pubblica delle primarie per i capilista di collegio».
Bersani invece maledice l’Italicum?
«Devo ricordare a Bersani quello che non ha fatto contro il Porcellum? Forse l’Italicum può non essere benedetto del tutto. Ma il Porcellum non sarà mai maledetto abbastanza. Se la Consulta avesse ammesso il referendum contro il Porcellum sul quale raccogliemmo un milione 500 mila firme, la storia sarebbe stata diversa».
In Spagna emergono i partiti anti sistema. In Italia i 5Stelle potrebbero andare al ballottaggio?
«Nessuno lo può escludere. Ma quel rischio si chiama democrazia. Però eviterei paragoni, nella politica tra Spagna e Italia c’è una grande differenza».