La Stampa TuttoLibri 4.7.15
“Ho fatto bei sogni anche con Jung”
“Pubblicare il suo “Libro rosso” è stata l’emozione più grande” Il marchio compie 10 anni, 14 mila titoli, 140 milioni di copie
intervista di Mirella Serri
Ama andarsene a spasso in bicicletta ma ancor di più gli pace il footing mattutino: però, interruzioni a parte, Stefano Mauri, classe 1961, le sue 10 ore di lavoro quotidiano se le fa tutte e le trascorre in via Gherardini. In quella strada tranquilla del centro di Milano c’è la sede del gruppo che i concorrenti definiscono il terzo incomodo tra Mondadori e Rizzoli, ovvero la GeMS, il gran veliero Mauri-Spagnol che oggi tallona da vicino le corazzate dell’editoria (in attesa della fusione Rizzoli-Mondadori). Figlio d’arte di Giovanna e Luciano Mauri, patron delle Messaggerie italiane distributrici della carta stampata, Stefano è entrato 27 enne nella Longanesi di Mario Spagnol per dar vita all’ufficio marketing. Da quel momento non si è mai fermato e con lui la casa editrice che all’epoca deteneva una quota di mercato del 2 per cento: correndo, correndo, anche dal punto di vista del fatturato, con un altro avventuroso imprenditore, Luigi Spagnol, Mauri, ha dato vita alla GeMS. Il gruppo, oggi composto da 18 marchi, a ottobre festeggia i suoi primi dieci anni di vita durante i quali ha sfornato quasi 14 mila titoli, venduto 140 milioni di copie, due milioni circa di e-book e versato più di 150 milioni di diritti.
Mauri, in quanto presidente di GeMS, qual è il bilancio di questa decennale avventura?
«Sono stati anni di grandi cambiamenti del mercato e di conseguenza di grande fervore da parte nostra: basti pensare che abbiamo fondato Chiarelettere, ci siamo opposti con tutte le nostre forze a un disegno di legge sulle intercettazioni di stampo autoritario e illiberale, abbiamo fondato Edigita per aprire le porte alla richiesta di alternativa digitale, abbiamo inventato il torneo letterario “Io scrittore” per interagire con la domanda di democrazia che viene dalla rete. E poi abbiamo rilanciato l’editrice Bollati Boringhieri e incluso nel nostro progetto la Coccinella per il crescente peso del mercato dei ragazzi».
I vostri fiori all’occhiello, gli scoop del gruppo?
«La lista è lunga ma certamente Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi ha contribuito a cambiare il mondo e la Storia con la “S” maiuscola, in meglio direi, e il Vaticano ha reagito con una rivoluzione senza precedenti; Donato Carrisi ha reinventato il thriller in un momento di crisi del genere; Fai bei sogni di Massimo Gramellini è il romanzo più venduto da quando è uscito, e Avrò cura di te, scritto a quattro mani con Chiara Gamberale, è ancora in classifica a sette mesi dalla sua apparizione. Il libro rosso di Jung è il libro che più ci ha emozionato pubblicare».
Per rimanere ancora nella metafora vegetale: quale, invece, «il fiore che non colsi»? Ovvero le occasioni perdute dal punto di vista editoriale?
«A Francoforte avevamo fatto una offerta per Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, ma Marsilio in quella occasione ha offerto di più. Purtroppo Roberto Saviano e Paolo Giordano non ci sono stati proposti ma certamente saremmo stati orgogliosi di pubblicarli. A dire il vero la lista dei desideri, per qualsiasi editore, è molto lunga. Anche Mary Poppins, che completerebbe la backlist Salani di classici moderni ci piacerebbe».
A proposito di desideri: ha mai rubato un autore a un concorrente?
«Gli scrittori ci piace scoprirli e costruirli, ma, come per esempio con Vito Mancuso, siamo lieti di accogliere richieste di asilo. Pochissimi gli autori che negli ultimi dieci anni ci hanno lasciato, per poi vendere mediamente la metà. Soprattutto combattiamo con gli altri editori italiani per aggiudicarci nuove voci da tutto il mondo. E lì conta quanto si offre, quanto in fretta si offre e con quanta passione lo si fa. Certamente ogni mezzo è buono per aggiudicarsi il libro, tranne quello di violare un giusto accordo già intervenuto, sia esso un contratto già firmato o no. Ma è anche gratificante poter pubblicare ancora, dopo 35 anni, i bestseller di Wilbur Smith: proprio in questi giorni sto leggendo la sua ultima fatica, un felice ritorno alla saga dei Courtney. Ed è anche appagante e gratificante poter pubblicare il nuovo, fondamentale romanzo di Claudio Magris che, trent’anni dopo Danubio, coglie il senso più profondo, in un certo senso anche beffardo e maledetto, della vicenda umana. E’ atteso proprio a ottobre, quando cade il nostro decimo anniversario che festeggeremo insieme a Francoforte».
Come ci si prende cura di un narratore? E, viceversa, come ci si difende dai suoi capricci?
«A volte romanzieri e saggisti sono votati solo alla scrittura altre volte invece hanno un filo diretto con il proprio pubblico, spesso attraverso internet, e sanno meglio di noi come farsi capire. Dietro ai così detti capricci spesso c’è una solida motivazione anche se non ovvia. Gli scrittori vanno presi sul serio, sono i maggiori esperti del proprio percorso».
Negli ultimi anni vi siete avviati sulla strada della pubblicazione di esordienti anche Italiani: è una novità redditizia?
«Un tempo si guardava molto all’estero, invece da vari anni puntiamo anche sugli Italiani, che oggi in classifica pesano più degli stranieri, come il bravissimo e prolifico Andrea Vitali. Se non si scommette sul nuovo è inutile fare gli editori. Si sta affacciando una nuova generazione che soddisfa i lettori. Ne sono esempi Lorenzo Marone, il “Mordecai Richler de noantri”; Silvia Zucca, che incrocia con grande ironia i segni zodiacali con la ricerca dell’uomo giusto, una vera scoperta! Alice Basso, che rinnova un genere divertendo anche i palati più fini; Lavinia Petti, che stupisce per la giovane età e la capacità fantastica che le deriva dalla lettura dei grandi successi young adult degli ultimi anni, una giovane Zafon napoletana; Alice Ranucci che a 17 anni scrive un romanzo generazionale di straordinaria maturità. Molti di loro hanno già avuto enorme successo internazionale a Francoforte e a Londra ancor prima della loro pubblicazione in Italia».
Si sta avvicinando il momento dell’acquisizione della Rizzoli libri da parte della Mondadori: le vostre strategie per fronteggiare il nuovo Moloch?
«Hic sunt leones. Dipenderà da come si realizzerà la fusione, se si realizzerà e da come questa verrà governata. Non ha precedenti in Europa per la sua incidenza sul mercato nazionale. Perciò l’antitrust italiano avrà di fronte una situazione del tutto inedita. Noi usciamo da quattro anni di crisi del settore estremamente solidi e siamo pronti a reagire».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 4 luglio 2015
Corriere 4.7.15
I miei due padri. Una scelta impossibile
Uno è il papà biologico istituzionale, l’altro è lo zio omosessuale che il senso della famiglia ce l’ha nel dna
Non è facile crescere con una persona anaffettiva, soprattutto quando questa diovrebbe amarti per legge
Impari che nulla ti è dovuto e che tutto, anche gli amori apparentemente scontati, vanno guadagnati
Sto lì da una vita, sapendo in cuor mio di avere due padri, poi arriva un anno funesto che me li porta via tutti e due. Anche se il primo papà è ancora in vita ed il secondo non è che fosse proprio mio padre, ma mio zio. Insomma, il primo è il padre anagrafico, biologico, istituzionale; il secondo è quello che genitore ci è nato, nonostante, letteralmente, non lo sia mai stato. Ma la vita è strana, la mia famiglia pure e le due figure hanno finito presto per sovrapporsi l’una all’altra, spesso anche per opporsi. «Sono io tuo padre, ricordatelo», mi diceva sempre il papà numero uno, quello biologico. Ma se lo fosse stato veramente, non ci sarebbe stato bisogno di precisarlo. Perché tra un certificato dell’anagrafe da una parte, ed il senso di responsabilità e sentimento dall’altra, cosa scegli? Non c’è neanche da chiederlo. Così, se per un verso so perfettamente chi amo, per l’altro è con i miei sentimenti più bui che ho dovuto fare i conti.
Succede che un giorno sono lì che mi azzuffo con la mia vita, pensando al perché, al come e soprattutto al «ma che caspita» e il giorno dopo trovo mio padre che parla con i lampioni e discute con il frigorifero. Il nodo alla Regimental, appaiare i gemelli, allacciare le scarpe: diventa tutto impossibile. Un’altra femmina si è messa in mezzo, ma non una di quelle che in passato hanno quasi mandato ai matti mia madre. No, questa si chiama demenza ischemica e di seducente non ha proprio nulla. In compenso, risucchia tutto quello che è mio padre, come mai nessuna prima, lasciandomi solo un guscio vuoto, lo sguardo di chi guarda ma non vede. In quegli occhi vacui lo esamino, a lungo, cercando laggiù in fondo l’uomo che conoscevo, intrappolato ora in un corpo rinsecchito da cui non riesce più ad uscire. Ma non lo vedo mai. «È una conseguenza della malattia», dice il medico. Ma io lo so che non è vero: è la sua essenza che se n’è andata. Sfuggendo da me ancora una volta.
La casa di riposo che lo ospita attualmente ha chiesto di appendere una sua fotografia. Uno scatto che lo rappresenti, si è raccomandata l’infermiera. Ma dubito che una delle foto in cui sbadiglia durante la celebrazione del mio matrimonio farebbe una gran figura, e non mi è mai venuto in mente di ritrarlo mentre sacramenta contro chiunque. E dire che le occasioni non sono mancate. Non ricordo immagini di feste di compleanno, di abbracci sinceri. Non si può ricordare quello che non c’è mai stato. Ecco perché sulla porta della sua stanza campeggia solo il nome: Romeo.
Il rapporto con mio padre non è mai stato semplice, ovviamente. O forse lo è stato fin troppo e non voglio accettare che sia solo questo, che sia tutto qui. Non è facile crescere con una persona anaffettiva, soprattutto quando questa persona dovrebbe amarmi per legge, per tradizione, perché è nella natura delle cose. L’essere genitore è meno istintivo di quello che ci piace credere e l’evidenza ce l’abbiamo sotto gli occhi, tutti i giorni. E così si sono susseguiti anni di promesse mancate, attenzioni mai avute, gesti d’affetto mai nemmeno concepiti. Le troppe cose non dette, le mille urlate (anche se non veramente pensate) hanno fatto il resto. Fino ad oggi, quando la malattia ci ha tolto anche il litigio, unica forma di dialogo ormai possibile tra noi.
A voler guardare l’altra faccia della medaglia, quando cresci con un padre così, impari che nulla ti è dovuto e che tutto, anche gli amori apparentemente scontati, vanno guadagnati. E chi lo sa, magari è proprio a lui che devo il mio matrimonio felice: facendomi vedere i danni che sanno provocare le persone come lui, mi ha insegnato ad evitarle. Quando si dice essere un esempio per i figli.
Il secondo padre è stato mio zio, Pomeo. Una persona buona, nel senso più vero del termine. Un uomo che ha dato un significato più nuovo e profondo a parole come empatia, umanità, buon senso, dignità. Una persona elegante nell’animo, prima ancora che nei risvolti della giacca. Un gay. Che ha convissuto per anni con un altro uomo. A testa alta, senza vergognarsene mai, quando ancora non era di moda, quando non lo vedevamo in tv. Senza smancerie né esibizionismi, perché la verità non ha bisogno di essere ostentata, è così e basta, e solo così può essere accettata. Uno che il senso della famiglia ce l’aveva nel dna e lo sentivo a pelle, anche in quegli anni un po’ confusi tra Babbo Natale, la Befana e Topo Gigio, perché come deve essere un padre i bambini lo capiscono benissimo, d’istinto.
Se Romeo se l’è preso la demenza, lasciandogli solo la prostata a ricordargli che è vivo, Pomeo me l’ha portato via una di quelle malattie che non perdonano, come si dice. In realtà sono io che non ho perdonato la malattia, perché è arrivata come se niente fosse e si è presa una parte fondamentale di me, si è presa il cuore. E senza cuore come faccio? Rimangono i ricordi, mi sento ripetere. Ma l’amore e l’affetto si nutrono di presenza, quotidianità; il passato remoto non c’entra nulla con la vita.
A me rimangono più che altro delle domande: quale dei due era mio padre? Ancora oggi non lo so. Ma con entrambi c’era un legame. Lo stesso legame che oggi, venendo a mancare, mi impedisce di respirare.
Ora, ad un anno esatto dalla morte di Pomeo e dall’inizio della malattia che si è portata via Romeo, mi trovo sola con la mia rabbia, a cercare sfogo nelle lacrime per tutto quello che è stato con mio zio e per tutto quello che non potrà mai essere con mio padre. Perché certi dolori non conoscono parole, vanno pianti e basta.
I miei due padri. Una scelta impossibile
Uno è il papà biologico istituzionale, l’altro è lo zio omosessuale che il senso della famiglia ce l’ha nel dna
Non è facile crescere con una persona anaffettiva, soprattutto quando questa diovrebbe amarti per legge
Impari che nulla ti è dovuto e che tutto, anche gli amori apparentemente scontati, vanno guadagnati
Sto lì da una vita, sapendo in cuor mio di avere due padri, poi arriva un anno funesto che me li porta via tutti e due. Anche se il primo papà è ancora in vita ed il secondo non è che fosse proprio mio padre, ma mio zio. Insomma, il primo è il padre anagrafico, biologico, istituzionale; il secondo è quello che genitore ci è nato, nonostante, letteralmente, non lo sia mai stato. Ma la vita è strana, la mia famiglia pure e le due figure hanno finito presto per sovrapporsi l’una all’altra, spesso anche per opporsi. «Sono io tuo padre, ricordatelo», mi diceva sempre il papà numero uno, quello biologico. Ma se lo fosse stato veramente, non ci sarebbe stato bisogno di precisarlo. Perché tra un certificato dell’anagrafe da una parte, ed il senso di responsabilità e sentimento dall’altra, cosa scegli? Non c’è neanche da chiederlo. Così, se per un verso so perfettamente chi amo, per l’altro è con i miei sentimenti più bui che ho dovuto fare i conti.
Succede che un giorno sono lì che mi azzuffo con la mia vita, pensando al perché, al come e soprattutto al «ma che caspita» e il giorno dopo trovo mio padre che parla con i lampioni e discute con il frigorifero. Il nodo alla Regimental, appaiare i gemelli, allacciare le scarpe: diventa tutto impossibile. Un’altra femmina si è messa in mezzo, ma non una di quelle che in passato hanno quasi mandato ai matti mia madre. No, questa si chiama demenza ischemica e di seducente non ha proprio nulla. In compenso, risucchia tutto quello che è mio padre, come mai nessuna prima, lasciandomi solo un guscio vuoto, lo sguardo di chi guarda ma non vede. In quegli occhi vacui lo esamino, a lungo, cercando laggiù in fondo l’uomo che conoscevo, intrappolato ora in un corpo rinsecchito da cui non riesce più ad uscire. Ma non lo vedo mai. «È una conseguenza della malattia», dice il medico. Ma io lo so che non è vero: è la sua essenza che se n’è andata. Sfuggendo da me ancora una volta.
La casa di riposo che lo ospita attualmente ha chiesto di appendere una sua fotografia. Uno scatto che lo rappresenti, si è raccomandata l’infermiera. Ma dubito che una delle foto in cui sbadiglia durante la celebrazione del mio matrimonio farebbe una gran figura, e non mi è mai venuto in mente di ritrarlo mentre sacramenta contro chiunque. E dire che le occasioni non sono mancate. Non ricordo immagini di feste di compleanno, di abbracci sinceri. Non si può ricordare quello che non c’è mai stato. Ecco perché sulla porta della sua stanza campeggia solo il nome: Romeo.
Il rapporto con mio padre non è mai stato semplice, ovviamente. O forse lo è stato fin troppo e non voglio accettare che sia solo questo, che sia tutto qui. Non è facile crescere con una persona anaffettiva, soprattutto quando questa persona dovrebbe amarmi per legge, per tradizione, perché è nella natura delle cose. L’essere genitore è meno istintivo di quello che ci piace credere e l’evidenza ce l’abbiamo sotto gli occhi, tutti i giorni. E così si sono susseguiti anni di promesse mancate, attenzioni mai avute, gesti d’affetto mai nemmeno concepiti. Le troppe cose non dette, le mille urlate (anche se non veramente pensate) hanno fatto il resto. Fino ad oggi, quando la malattia ci ha tolto anche il litigio, unica forma di dialogo ormai possibile tra noi.
A voler guardare l’altra faccia della medaglia, quando cresci con un padre così, impari che nulla ti è dovuto e che tutto, anche gli amori apparentemente scontati, vanno guadagnati. E chi lo sa, magari è proprio a lui che devo il mio matrimonio felice: facendomi vedere i danni che sanno provocare le persone come lui, mi ha insegnato ad evitarle. Quando si dice essere un esempio per i figli.
Il secondo padre è stato mio zio, Pomeo. Una persona buona, nel senso più vero del termine. Un uomo che ha dato un significato più nuovo e profondo a parole come empatia, umanità, buon senso, dignità. Una persona elegante nell’animo, prima ancora che nei risvolti della giacca. Un gay. Che ha convissuto per anni con un altro uomo. A testa alta, senza vergognarsene mai, quando ancora non era di moda, quando non lo vedevamo in tv. Senza smancerie né esibizionismi, perché la verità non ha bisogno di essere ostentata, è così e basta, e solo così può essere accettata. Uno che il senso della famiglia ce l’aveva nel dna e lo sentivo a pelle, anche in quegli anni un po’ confusi tra Babbo Natale, la Befana e Topo Gigio, perché come deve essere un padre i bambini lo capiscono benissimo, d’istinto.
Se Romeo se l’è preso la demenza, lasciandogli solo la prostata a ricordargli che è vivo, Pomeo me l’ha portato via una di quelle malattie che non perdonano, come si dice. In realtà sono io che non ho perdonato la malattia, perché è arrivata come se niente fosse e si è presa una parte fondamentale di me, si è presa il cuore. E senza cuore come faccio? Rimangono i ricordi, mi sento ripetere. Ma l’amore e l’affetto si nutrono di presenza, quotidianità; il passato remoto non c’entra nulla con la vita.
A me rimangono più che altro delle domande: quale dei due era mio padre? Ancora oggi non lo so. Ma con entrambi c’era un legame. Lo stesso legame che oggi, venendo a mancare, mi impedisce di respirare.
Ora, ad un anno esatto dalla morte di Pomeo e dall’inizio della malattia che si è portata via Romeo, mi trovo sola con la mia rabbia, a cercare sfogo nelle lacrime per tutto quello che è stato con mio zio e per tutto quello che non potrà mai essere con mio padre. Perché certi dolori non conoscono parole, vanno pianti e basta.
Corriere 4.7.15
In cosa crediamo
Il 25 per cento dei Millennial ice che la religione non ha alcuna importanza nella vita
E si apre una nuova strada per capire chi siamo e verso dove stiamo camminando
di Daniela Monti
«Non ha nessuna importanza». In pochi si spingono fino a definirsi atei o agnostici (cosa che presuppone, per lo meno, l’essersi fatti delle domande e l’essersi dati delle risposte). Per gli altri, semplicemente, la religione «non ha nessuna importanza» nella loro vita. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o con Dio o senza Dio. C’è una terza opzione: puff, lasciare che tutto evapori, disinteressarsene. La questione, appunto, «non ha nessuna importanza».
Due nuovi studi arrivano alle stesse conclusioni. Il primo, pubblicato dalla rivista Plos One , prende in considerazione l’orientamento spirituale degli adolescenti americani nel periodo tra il 1966 e il 2014. Risultato: i Millennial (ovvero i nati dal 1980 in poi) sono i meno religiosi delle ultime sei decadi di storia. Rispetto agli Anni Settanta, che già non brillavano per mistica devozione, il doppio degli studenti universitari non partecipa ad alcuna funzione e il 75 per cento in più sostiene che Dio «non ha nessuna importanza» nella loro vita. Il secondo, del Pew Research Center, sostiene che il 25 per cento dei Millennial non crede in Dio, contro l’11 per cento dei Baby Boomer alla loro stessa età (i nati fra il 1946 e il 1964, adolescenti degli anni 1960 e 1970) e il 7 per cento della generazione dei nati fra il 1928 e il 1945. «L’ultima generazione religiosa», titolano i siti Usa, perché all’orizzonte non c’è alcuna inversione di tendenza e perché il meccanismo di trasmissione dei valori da una generazione all’altra rema decisamente contro: i figli di genitori non religiosi «hanno solo il 3 per cento di probabilità di abbracciare, da grandi, una fede».
Sì, certo, i Millennial sono ancora ragazzi. Cambieranno con l’età adulta, la nascita dei figli, l’incamminarsi verso la vecchiaia? La risposta è no. Per i ricercatori del Pew, il sentimento religioso si consolida intorno ai vent’anni. «Abbiamo perso la fede in un mondo buono dove nessuno sparisce ma i morti ci guardano dall’alto — scrive Elena Loewenthal (che Millennial non è) ne “Lo specchio coperto. Diario di un lutto” (Bompiani) —. Credo di aver capito che solo per questo sono nate le religioni: per guarirci dallo sgomento del niente, dopo. Non abbiamo ancora imparato a fare i conti con quel niente, in compenso abbiamo perso la fede. Sono disarmata». Non è la sola, i «disarmati» stanno prendendo il potere.
Il calo di interesse, stando ai due studi, si estende all’intera sfera della spiritualità. Coloro che, con un impronunciabile acronimo, avevamo imparato a chiamare Sbnr, «spiritual but not religious», sono figurine sbiadite: creativi della trascendenza, che scansano riti, preghiere e sacramenti conservando comunque un senso del sacro tagliato su misura come un abito di sartoria, pure loro sono ormai superati. «La ricerca di senso è nettamente diminuita dai Baby Boomer ai Millennial», sentenziano le due ricerche.
Ma se non siamo più cristiani che cosa siamo? Perché in qualche modo bisognerà pure definirci e la faccenda è tutt’altro che di nessuna importanza. «L’immigrazione ci pone di fronte alla questione della nostra identità», incalza il filosofo francese Alain Finkielkraut, che ha da poco pubblicato per Guanda «L’identità infelice».
I Millennial si sono guadagnati la medaglia di campioni del cambiamento. Nonostante, negli Usa, sia l’unica generazione che sostiene con maggioranza schiacciante il matrimonio gay e si schiera con decisione a favore della depenalizzazione della marijuana, «il denominatore comune — scrive il New York Times — non è la politica di sinistra, ma la politica dell’individualismo». «The Me Me Me generation», titolava una storica copertina di Time . «Nel futuro ci sarà solo un ismo: l’individualismo», era la sintesi. Questo livello di individualismo dei Millennial post-patriottico, post-familiare, post-religioso diventerà la cultura dominante?
Ma post-qualcosa è un modo un po’ debole per definirsi. Il filosofo Remo Bodei partecipa al gioco del post con una sua personale definizione: post moderni, cioè «identità di plastica, mobili, cancellabili, riciclabili. Liberamente fluttuanti». Perché c’è un altro elemento che i Millennial hanno relegato in un angolo, insieme a Dio: il passato. «Ci è concesso di congedare i nostri padri: abbiamo il diritto di essere storditi, incoerenti, discontinui, attirati da mille cose — riprende Finkielkraut —. Per la prima volta nella storia, le tre condizioni per il nostro colloquio con i morti — il silenzio, la solitudine, la lentezza — sono contemporaneamente sotto attacco. L’identità nazionale è dunque stritolata, come tutto ciò che dura, tra l’istantaneità e l’interattività dei nuovi media. Per decostruirla non c’è bisogno dei filosofi e degli storici. È sufficiente la tecnologia».
Se la religione, il passato, la storia sono argomenti spuntati, bisognerà far ricorso ad altro per capire chi siamo. E questa davvero è una sfida. Elias Khoury, libanese che in Italia ha pubblicato, fra gli altri, il libro «La porta del sole» (Feltrinelli), in epoca di fondamentalismi in competizione fra loro denuncia la «vergognosa morsa del confessionalismo» e ci conduce per mano verso una via d’uscita: lasciarsi alle spalle «l’incubo della domanda sull’identità religiosa, che prelude alla fine di tutte le domande. E quando finiscono le domande, niente ha più senso».
In cosa crediamo
Il 25 per cento dei Millennial ice che la religione non ha alcuna importanza nella vita
E si apre una nuova strada per capire chi siamo e verso dove stiamo camminando
di Daniela Monti
«Non ha nessuna importanza». In pochi si spingono fino a definirsi atei o agnostici (cosa che presuppone, per lo meno, l’essersi fatti delle domande e l’essersi dati delle risposte). Per gli altri, semplicemente, la religione «non ha nessuna importanza» nella loro vita. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o con Dio o senza Dio. C’è una terza opzione: puff, lasciare che tutto evapori, disinteressarsene. La questione, appunto, «non ha nessuna importanza».
Due nuovi studi arrivano alle stesse conclusioni. Il primo, pubblicato dalla rivista Plos One , prende in considerazione l’orientamento spirituale degli adolescenti americani nel periodo tra il 1966 e il 2014. Risultato: i Millennial (ovvero i nati dal 1980 in poi) sono i meno religiosi delle ultime sei decadi di storia. Rispetto agli Anni Settanta, che già non brillavano per mistica devozione, il doppio degli studenti universitari non partecipa ad alcuna funzione e il 75 per cento in più sostiene che Dio «non ha nessuna importanza» nella loro vita. Il secondo, del Pew Research Center, sostiene che il 25 per cento dei Millennial non crede in Dio, contro l’11 per cento dei Baby Boomer alla loro stessa età (i nati fra il 1946 e il 1964, adolescenti degli anni 1960 e 1970) e il 7 per cento della generazione dei nati fra il 1928 e il 1945. «L’ultima generazione religiosa», titolano i siti Usa, perché all’orizzonte non c’è alcuna inversione di tendenza e perché il meccanismo di trasmissione dei valori da una generazione all’altra rema decisamente contro: i figli di genitori non religiosi «hanno solo il 3 per cento di probabilità di abbracciare, da grandi, una fede».
Sì, certo, i Millennial sono ancora ragazzi. Cambieranno con l’età adulta, la nascita dei figli, l’incamminarsi verso la vecchiaia? La risposta è no. Per i ricercatori del Pew, il sentimento religioso si consolida intorno ai vent’anni. «Abbiamo perso la fede in un mondo buono dove nessuno sparisce ma i morti ci guardano dall’alto — scrive Elena Loewenthal (che Millennial non è) ne “Lo specchio coperto. Diario di un lutto” (Bompiani) —. Credo di aver capito che solo per questo sono nate le religioni: per guarirci dallo sgomento del niente, dopo. Non abbiamo ancora imparato a fare i conti con quel niente, in compenso abbiamo perso la fede. Sono disarmata». Non è la sola, i «disarmati» stanno prendendo il potere.
Il calo di interesse, stando ai due studi, si estende all’intera sfera della spiritualità. Coloro che, con un impronunciabile acronimo, avevamo imparato a chiamare Sbnr, «spiritual but not religious», sono figurine sbiadite: creativi della trascendenza, che scansano riti, preghiere e sacramenti conservando comunque un senso del sacro tagliato su misura come un abito di sartoria, pure loro sono ormai superati. «La ricerca di senso è nettamente diminuita dai Baby Boomer ai Millennial», sentenziano le due ricerche.
Ma se non siamo più cristiani che cosa siamo? Perché in qualche modo bisognerà pure definirci e la faccenda è tutt’altro che di nessuna importanza. «L’immigrazione ci pone di fronte alla questione della nostra identità», incalza il filosofo francese Alain Finkielkraut, che ha da poco pubblicato per Guanda «L’identità infelice».
I Millennial si sono guadagnati la medaglia di campioni del cambiamento. Nonostante, negli Usa, sia l’unica generazione che sostiene con maggioranza schiacciante il matrimonio gay e si schiera con decisione a favore della depenalizzazione della marijuana, «il denominatore comune — scrive il New York Times — non è la politica di sinistra, ma la politica dell’individualismo». «The Me Me Me generation», titolava una storica copertina di Time . «Nel futuro ci sarà solo un ismo: l’individualismo», era la sintesi. Questo livello di individualismo dei Millennial post-patriottico, post-familiare, post-religioso diventerà la cultura dominante?
Ma post-qualcosa è un modo un po’ debole per definirsi. Il filosofo Remo Bodei partecipa al gioco del post con una sua personale definizione: post moderni, cioè «identità di plastica, mobili, cancellabili, riciclabili. Liberamente fluttuanti». Perché c’è un altro elemento che i Millennial hanno relegato in un angolo, insieme a Dio: il passato. «Ci è concesso di congedare i nostri padri: abbiamo il diritto di essere storditi, incoerenti, discontinui, attirati da mille cose — riprende Finkielkraut —. Per la prima volta nella storia, le tre condizioni per il nostro colloquio con i morti — il silenzio, la solitudine, la lentezza — sono contemporaneamente sotto attacco. L’identità nazionale è dunque stritolata, come tutto ciò che dura, tra l’istantaneità e l’interattività dei nuovi media. Per decostruirla non c’è bisogno dei filosofi e degli storici. È sufficiente la tecnologia».
Se la religione, il passato, la storia sono argomenti spuntati, bisognerà far ricorso ad altro per capire chi siamo. E questa davvero è una sfida. Elias Khoury, libanese che in Italia ha pubblicato, fra gli altri, il libro «La porta del sole» (Feltrinelli), in epoca di fondamentalismi in competizione fra loro denuncia la «vergognosa morsa del confessionalismo» e ci conduce per mano verso una via d’uscita: lasciarsi alle spalle «l’incubo della domanda sull’identità religiosa, che prelude alla fine di tutte le domande. E quando finiscono le domande, niente ha più senso».
Corriere 4.7.15
Un grande poeta in manicomio Le avventure politiche di Ezra Pound
risponde Sergio Romano
Ho trovato un articolo che riprende e rinfresca la vicenda di Ezra Pound. L’adesione al fascismo gli costò, dopo la fine della guerra, una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente. Fu rinchiuso nell’ospedale criminale St. Elizabeth di Washington. I colleghi si divisero: Saul Bellow sostenne il giudizio, altri si adoperarono perché fosse liberato. So che fu anche candidato al premio Nobel per la letteratura che non ottenne in quanto ormai screditato. Ma era veramente schizofrenico o venne adottata una soluzione di compromesso tra quella che venne inferta a Brasillach e una dichiarazione di innocenza perché le idee non devono essere colpevolizzate? Potrebbe tracciare un profilo del personaggio?
Giovanni Allegri
Caro Allegri,
Dietro le simpatie di Pound per il fascismo non vi era soltanto la speranza, comune a molti intellettuali europei nel periodo fra le due guerre mondiali, che il regime di Mussolini avesse individuato una terza via fra capitalismo e comunismo. Vi erano anche appassionate ma fumose teorie sulla natura malefica del capitalismo americano e la ferma convinzione che l’intero sistema economico degli Stati Uniti fosse fondato sull’usura. Pound pensava che il maggiore responsabile fosse Franklin D. Roosevelt, presidente dal gennaio 1933 e autore di un piano economico (il New Deal) per il risanamento della economia e della finanza americana, dopo il collasso di Wall Street nel 1929. Furono queste le ragioni per cui Pound non esitò, negli anni del fascismo e dopo la creazione della Repubblica Sociale Italiana, a sostenerne pubblicamente, con molte conversazioni radiofoniche, il programma economico e sociale.
Per gli americani era un traditore e per molti di essi avrebbe meritato una condanna a morte, come quella che era stata inflitta dalla magistratura britannica a William Joyce, meglio noto come Lord Haw Haw: la voce di Radio Berlino che lanciava sarcastici messaggi dalla capitale del Reich contro l’Inghilterra. Ma Pound era un grande poeta, rispettato e amato dalla migliore intellighenzia europea e americana. Il processo, se fosse stato celebrato, avrebbe creato imbarazzo e proiettato un’ombra sulla giustizia degli Stati Uniti.
Fu scelta, come lei suggerisce nella sua lettera, caro Allegri, una via di mezzo. Anziché liberarlo o condannarlo, le autorità americane decisero di trattarlo come un matto. Niente di particolarmente nuovo. Era successo al Marchese de Sade, prima della Rivoluzione francese, e sarebbe successo, su scala maggiore, ai dissidenti sovietici di cui il regime voleva sbarazzarsi senza ricorrere a uno scomodo processo. Dopo la sua cattura a Rapallo (dove aveva stabilito la propria residenza italiana), Pound fu rinchiuso in una sorta di gabbia del campo di prigionia creato fra Pisa e Viareggio, e più tardi isolato in un ospedale psichiatrico americano a Washington.
Grazie a una campagna organizzata da alcuni fra i maggiori scrittori del tempo, fra cui Ernest Hemingway, e da un giovane editore italiano (Vanni Scheiwiller), Pound fu liberato nel 1958 e tornò in Italia dove visse a Venezia sino alla sua scomparsa nel 1972. È sepolto nell’isola di San Michele.
Un grande poeta in manicomio Le avventure politiche di Ezra Pound
risponde Sergio Romano
Ho trovato un articolo che riprende e rinfresca la vicenda di Ezra Pound. L’adesione al fascismo gli costò, dopo la fine della guerra, una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente. Fu rinchiuso nell’ospedale criminale St. Elizabeth di Washington. I colleghi si divisero: Saul Bellow sostenne il giudizio, altri si adoperarono perché fosse liberato. So che fu anche candidato al premio Nobel per la letteratura che non ottenne in quanto ormai screditato. Ma era veramente schizofrenico o venne adottata una soluzione di compromesso tra quella che venne inferta a Brasillach e una dichiarazione di innocenza perché le idee non devono essere colpevolizzate? Potrebbe tracciare un profilo del personaggio?
Giovanni Allegri
Caro Allegri,
Dietro le simpatie di Pound per il fascismo non vi era soltanto la speranza, comune a molti intellettuali europei nel periodo fra le due guerre mondiali, che il regime di Mussolini avesse individuato una terza via fra capitalismo e comunismo. Vi erano anche appassionate ma fumose teorie sulla natura malefica del capitalismo americano e la ferma convinzione che l’intero sistema economico degli Stati Uniti fosse fondato sull’usura. Pound pensava che il maggiore responsabile fosse Franklin D. Roosevelt, presidente dal gennaio 1933 e autore di un piano economico (il New Deal) per il risanamento della economia e della finanza americana, dopo il collasso di Wall Street nel 1929. Furono queste le ragioni per cui Pound non esitò, negli anni del fascismo e dopo la creazione della Repubblica Sociale Italiana, a sostenerne pubblicamente, con molte conversazioni radiofoniche, il programma economico e sociale.
Per gli americani era un traditore e per molti di essi avrebbe meritato una condanna a morte, come quella che era stata inflitta dalla magistratura britannica a William Joyce, meglio noto come Lord Haw Haw: la voce di Radio Berlino che lanciava sarcastici messaggi dalla capitale del Reich contro l’Inghilterra. Ma Pound era un grande poeta, rispettato e amato dalla migliore intellighenzia europea e americana. Il processo, se fosse stato celebrato, avrebbe creato imbarazzo e proiettato un’ombra sulla giustizia degli Stati Uniti.
Fu scelta, come lei suggerisce nella sua lettera, caro Allegri, una via di mezzo. Anziché liberarlo o condannarlo, le autorità americane decisero di trattarlo come un matto. Niente di particolarmente nuovo. Era successo al Marchese de Sade, prima della Rivoluzione francese, e sarebbe successo, su scala maggiore, ai dissidenti sovietici di cui il regime voleva sbarazzarsi senza ricorrere a uno scomodo processo. Dopo la sua cattura a Rapallo (dove aveva stabilito la propria residenza italiana), Pound fu rinchiuso in una sorta di gabbia del campo di prigionia creato fra Pisa e Viareggio, e più tardi isolato in un ospedale psichiatrico americano a Washington.
Grazie a una campagna organizzata da alcuni fra i maggiori scrittori del tempo, fra cui Ernest Hemingway, e da un giovane editore italiano (Vanni Scheiwiller), Pound fu liberato nel 1958 e tornò in Italia dove visse a Venezia sino alla sua scomparsa nel 1972. È sepolto nell’isola di San Michele.
La Stampa 4.7.15
Shanghai crolla, Pechino vieta di parlarne
di Ilaria Maria Sala
Continuano a perdere le Borse cinesi: ieri Shanghai ha fatto -5,8% dopo tre settimane in cui ha lasciato per strada il 30%. In forte rosso anche Shenzhen (-5,3%) e anche lì c’è una serie negativa. Il governo di Pechino non sa più che misure prendere – e ripiega per ora su quella più familiare: la censura. Una circolare è stata inviata a tutti i media nazionali con l’ordine di ignorare le “settimane nere” vissute dalle azioni a Shanghai, mentre sulla piattaforma Weibo (sorta di Twitter cinese) circolano voci che dietro il calo in Borsa ci siano non meglio identificati «speculatori stranieri». Che le bolle possano crearsi, ed esplodere, per ora non è concepibile né dagli operatori finanziari, né dal governo stesso. L’indice di Shanghai è più che raddoppiato in 12 mesi perché gli investitori erano persuasi che il governo sarebbe comunque intervenuto a impedire un crollo. In effetti Pechino si è messa a comprare azioni in modo massiccio, ma questo non sta fermando il crollo.
Shanghai crolla, Pechino vieta di parlarne
di Ilaria Maria Sala
Continuano a perdere le Borse cinesi: ieri Shanghai ha fatto -5,8% dopo tre settimane in cui ha lasciato per strada il 30%. In forte rosso anche Shenzhen (-5,3%) e anche lì c’è una serie negativa. Il governo di Pechino non sa più che misure prendere – e ripiega per ora su quella più familiare: la censura. Una circolare è stata inviata a tutti i media nazionali con l’ordine di ignorare le “settimane nere” vissute dalle azioni a Shanghai, mentre sulla piattaforma Weibo (sorta di Twitter cinese) circolano voci che dietro il calo in Borsa ci siano non meglio identificati «speculatori stranieri». Che le bolle possano crearsi, ed esplodere, per ora non è concepibile né dagli operatori finanziari, né dal governo stesso. L’indice di Shanghai è più che raddoppiato in 12 mesi perché gli investitori erano persuasi che il governo sarebbe comunque intervenuto a impedire un crollo. In effetti Pechino si è messa a comprare azioni in modo massiccio, ma questo non sta fermando il crollo.
La Stampa 4.7.15
Wallström, la ministra svedese che ha sfidato Israele e i sauditi
Dal riconoscimento della Palestina alle critiche a Riad per i diritti umani violati “Voglio che siano chiari i nostri valori: la politica estera è fondata sull’etica”
di Monica Perosino
In svedese c’è una parola praticamente intraducibile, «lagom», il cui significato si avvicina al «giusto mezzo», qualcosa di equilibrato, buono e sufficiente per tutti. Nulla a che fare con la mediocrità, anzi. «Lagom» è l’archetipo scandinavo della virtù.
Da quando la socialdemocratica Margot Wallström, 61 anni, è stata nominata ministro degli Esteri dal premier Stefan Löfven, lo scorso 4 ottobre, è diventato chiaro come anche la politica estera possa essere «lagom». Nonostante le apparenze.
In soli otto mesi tre potenze mondiali si sono sentite «offese» da Stoccolma, e per questo due hanno ritirato i propri ambasciatori, chiuso le sedi diplomatiche e, almeno in un caso, hanno minacciato di interrompere le relazioni. Alla fine, però, ha avuto ragione lei. Lei e il suo senso del «lagom».
Effetto a catena
Il primo atto di Margot Wallström, appena qualche settimana dopo l’insediamento, è stato quello di riconoscere la Palestina come Stato (il primo e l’unico Paese Ue). Ha poi criticato l’Arabia Saudita per le violazioni dei diritti umani e ha condannato l’assassinio di Boris Nemtsov come parte del «regno del terrore» di Putin. Wallström non ha avuto incertezze né tentennamenti, neanche di fronte alle reazioni indignate - e non solo - di Israele, Russia e Arabia Saudita.
Per molti le posizioni scelte dalla «piccola Svezia» erano avventate e il Paese scandinavo «ne avrebbe presto pagato le conseguenze», per altri con le sue azioni e prese di posizione Wallström avrebbe addirittura rotto le regole tradizionali della diplomazia. Ma ora anche i più critici si sono dovuti ricredere: le relazioni con Arabia Saudita, Russia e Israele sono tornate alla normalità, gli ambasciatori rientrati a Stoccolma. E la Svezia ha fatto da apripista per mettere sul tavolo questioni ancora solo sussurrate in Europa.
«Tutte le relazioni internazionali - dice la ministra - devono essere basate sul rispetto reciproco, sempre. Cerchiamo un dialogo franco e diretto, soprattutto quando in ballo ci sono i diritti umani». Wallström possiede una rara determinazione, tranquilla e leggera, ma inscalfibile. E non è per nulla intimorita da chi cerca di fare la voce grossa: «Le relazioni con l’Arabia Saudita sono da sempre state complicate», dice, e cita il caso del ministro della Difesa Sten Tolgfors (dei Moderati), costretto a dimettersi nel 2012 per un progetto segreto di una fabbrica d’armi in Arabia Saudita. «La Svezia non viola le regole della diplomazia, siamo solo chiari su quali siano i nostri valori. Non bisognerebbe guardare quello che facciamo noi, ma piuttosto le reazioni dei Paesi che si sentono offesi, sono molto più indicative».
Ipotizzare che un’istituzione svedese possa infrangere una regola, per di più diplomatica, questo sì, è offensivo: «Sapevamo che quando avessimo riconosciuto la Palestina, Israele avrebbe reagito. L’aveva fatto quando altri Stati hanno preso la stessa decisione. Stessa cosa per la questione saudita. Era prevedibile». Pragmatismo e schiettezza: «La politica estera è fondata sull’etica: sono convinta che tutti i Paesi Ue abbiano la stessa visione, gli stessi valori morali, inclusi democrazia e diritti umani».
Politica estera femminista
Appena insediata Wallström aveva promesso che avrebbe perseguito una «politica estera femminista». Ed erano arrivate le polemiche, sia interne che da chi sosteneva che sarebbe stata una «politica anti-uomini» e permeata da ideologia. Wallström sbuffa, leggermente infastidita: «È una visione così obsoleta... Ma se dà così fastidio parlare di femminismo allora parliamo di parità di genere». Di ideologico c’è poco, di pragmatismo molto: «Un grande numero di studi e analisi chiarisce che quando c’è parità c’è anche sicurezza. La parità di genere non è solo un obiettivo in sé, ma anche una precondizione per raggiungere situazioni interne e internazionali di stabilità e sicurezza».
Il modello
«Non so se la Svezia possa essere considerata un modello, lo spero. Ma con il riconoscimento della Palestina abbiamo aperto un dibattito in Europa, e altri Stati hanno iniziato un percorso simile. Ma se siamo un modello non siamo un modello isolato, apparteniamo all’Europa, siamo un membro attivo dell’Unione europea e dei suoi valori. È in Europa che si formano le nostre politiche». Wallström non fa un passo indietro sulle azioni che hanno creato «crisi» diplomatiche, in Arabia Saudita come altrove. E la sua voce schietta e diretta ribadisce: «La politica estera e l’etica coincidono, necessariamente».
Wallström, la ministra svedese che ha sfidato Israele e i sauditi
Dal riconoscimento della Palestina alle critiche a Riad per i diritti umani violati “Voglio che siano chiari i nostri valori: la politica estera è fondata sull’etica”
di Monica Perosino
In svedese c’è una parola praticamente intraducibile, «lagom», il cui significato si avvicina al «giusto mezzo», qualcosa di equilibrato, buono e sufficiente per tutti. Nulla a che fare con la mediocrità, anzi. «Lagom» è l’archetipo scandinavo della virtù.
Da quando la socialdemocratica Margot Wallström, 61 anni, è stata nominata ministro degli Esteri dal premier Stefan Löfven, lo scorso 4 ottobre, è diventato chiaro come anche la politica estera possa essere «lagom». Nonostante le apparenze.
In soli otto mesi tre potenze mondiali si sono sentite «offese» da Stoccolma, e per questo due hanno ritirato i propri ambasciatori, chiuso le sedi diplomatiche e, almeno in un caso, hanno minacciato di interrompere le relazioni. Alla fine, però, ha avuto ragione lei. Lei e il suo senso del «lagom».
Effetto a catena
Il primo atto di Margot Wallström, appena qualche settimana dopo l’insediamento, è stato quello di riconoscere la Palestina come Stato (il primo e l’unico Paese Ue). Ha poi criticato l’Arabia Saudita per le violazioni dei diritti umani e ha condannato l’assassinio di Boris Nemtsov come parte del «regno del terrore» di Putin. Wallström non ha avuto incertezze né tentennamenti, neanche di fronte alle reazioni indignate - e non solo - di Israele, Russia e Arabia Saudita.
Per molti le posizioni scelte dalla «piccola Svezia» erano avventate e il Paese scandinavo «ne avrebbe presto pagato le conseguenze», per altri con le sue azioni e prese di posizione Wallström avrebbe addirittura rotto le regole tradizionali della diplomazia. Ma ora anche i più critici si sono dovuti ricredere: le relazioni con Arabia Saudita, Russia e Israele sono tornate alla normalità, gli ambasciatori rientrati a Stoccolma. E la Svezia ha fatto da apripista per mettere sul tavolo questioni ancora solo sussurrate in Europa.
«Tutte le relazioni internazionali - dice la ministra - devono essere basate sul rispetto reciproco, sempre. Cerchiamo un dialogo franco e diretto, soprattutto quando in ballo ci sono i diritti umani». Wallström possiede una rara determinazione, tranquilla e leggera, ma inscalfibile. E non è per nulla intimorita da chi cerca di fare la voce grossa: «Le relazioni con l’Arabia Saudita sono da sempre state complicate», dice, e cita il caso del ministro della Difesa Sten Tolgfors (dei Moderati), costretto a dimettersi nel 2012 per un progetto segreto di una fabbrica d’armi in Arabia Saudita. «La Svezia non viola le regole della diplomazia, siamo solo chiari su quali siano i nostri valori. Non bisognerebbe guardare quello che facciamo noi, ma piuttosto le reazioni dei Paesi che si sentono offesi, sono molto più indicative».
Ipotizzare che un’istituzione svedese possa infrangere una regola, per di più diplomatica, questo sì, è offensivo: «Sapevamo che quando avessimo riconosciuto la Palestina, Israele avrebbe reagito. L’aveva fatto quando altri Stati hanno preso la stessa decisione. Stessa cosa per la questione saudita. Era prevedibile». Pragmatismo e schiettezza: «La politica estera è fondata sull’etica: sono convinta che tutti i Paesi Ue abbiano la stessa visione, gli stessi valori morali, inclusi democrazia e diritti umani».
Politica estera femminista
Appena insediata Wallström aveva promesso che avrebbe perseguito una «politica estera femminista». Ed erano arrivate le polemiche, sia interne che da chi sosteneva che sarebbe stata una «politica anti-uomini» e permeata da ideologia. Wallström sbuffa, leggermente infastidita: «È una visione così obsoleta... Ma se dà così fastidio parlare di femminismo allora parliamo di parità di genere». Di ideologico c’è poco, di pragmatismo molto: «Un grande numero di studi e analisi chiarisce che quando c’è parità c’è anche sicurezza. La parità di genere non è solo un obiettivo in sé, ma anche una precondizione per raggiungere situazioni interne e internazionali di stabilità e sicurezza».
Il modello
«Non so se la Svezia possa essere considerata un modello, lo spero. Ma con il riconoscimento della Palestina abbiamo aperto un dibattito in Europa, e altri Stati hanno iniziato un percorso simile. Ma se siamo un modello non siamo un modello isolato, apparteniamo all’Europa, siamo un membro attivo dell’Unione europea e dei suoi valori. È in Europa che si formano le nostre politiche». Wallström non fa un passo indietro sulle azioni che hanno creato «crisi» diplomatiche, in Arabia Saudita come altrove. E la sua voce schietta e diretta ribadisce: «La politica estera e l’etica coincidono, necessariamente».
La Stampa 4.7.15
Germania
Gli agenti sul treno per Monaco
“Capiamo l’Italia che non li ferma”
di Lisa Schnell
Alla stazione di Verona attendono africani, siriani, afgani, tutti ammassati sino alla fine della banchina. Tengono tra le gambe borse di plastica logore con dentro i vestiti, dell’acqua, un pezzo di pane. Appena arriva il treno si accalcano alle porte, inciampano, premono, si intrufolano attraverso il piccolo varco. Nel giro di pochi minuti ogni posto a sedere libero risulta occupato da un profugo.
Vista dall’alto è una marea nera con due o tre macchie bianche. Una delle quali è la permanente di una signora in vacanza. «Queste sono le nuove realtà», dice lei. Ci si sente «sconcertati» a viverla con mano. Non è come le immagini serali dei gommoni che si vedono nei notiziari. Le immagini non respirano, non hanno odore. È strano per lei stare improvvisamente seduta vicino ad uno di loro.
La scena si ripete ogni giorno sul treno da Verona a Monaco di Baviera. Nell’ultimo anno a Rosenheim da treni e autostrada sono stati recuperati 12.500 profughi. Quest’anno sono già 6.000 soltanto nei primi cinque mesi. Oltre il 60% di questi si sposta in treno. La maggior parte di coloro che fanno la tratta del Brennero arriva dall’Eritrea. Si tratta dell’ultima tappa del loro lungo viaggio dopo aver attraversato il deserto, essere stati in prigione, aver avuto la meglio sul mare a bordo di un gommone: adesso sono a neanche 200 chilometri dal loro obiettivo, la Germania. Gli unici a fare ancora da ostacolo sono i poliziotti italiani e austriaci: sulla base del trattato di Schengen è compito dei Paesi limitrofi fare in modo che il viaggio di andata verso la Germania non sia completamente privo di controlli.
Anche per questo le banchine della stazione di Bolzano sono spesso piene di profughi: è all’ultima stazione prima dell’Austria che gli italiani fanno i controlli.
«È facile andare in Germania», dice Josef, 21 anni. Seduto nello scompartimento della seconda classe. All’inizio del 2014 si è messo in marcia dall’Eritrea alla volta dell’Europa. La poliziotta 33enne è seduta al bar della carrozza, dopo aver appena terminato i controlli assieme ai colleghi italiani. «Grida, percosse, morsi» è il riassunto veloce della reazione di qualcuno, il cui viaggio termina giusto poco prima di arrivare alla meta. Non prova compassione? «È un lusso che non possiamo permetterci», risponde.
È una politica delle contraddizioni. Non ci devono essere morti nel Mediterraneo, ma neanche ingressi illegali verso l’Europa. È per questo che i controlli al confine tedesco vengono rafforzati. «È comprensibile che la polizia italiana non si faccia in quattro» per ostacolare gli espatri, dice Burkhard Kreutz, comandante della polizia regionale tirolese. Nel frattempo il treno è quasi arrivato a Innsbruck. Quelli che oggi vengono respinti, domani sono di nuovo seduti sul treno. Almeno 30 poliziotti tedeschi percorrono il corridoio. Lo chiamano «fare pulizia»: su ogni vagone lo stesso ritornello «Passaporto?», scuotimento di testa, «È illegale, devi andartene». Sulla banchina della stazione ecco di nuovo una lunghissima coda di profughi. Il reato di immigrazione clandestina viene quasi sempre lasciato decadere se presentano domanda di asilo. E allora perché tutta questa fatica? «Lo chieda ai politici», dice uno degli agenti.
Germania
Gli agenti sul treno per Monaco
“Capiamo l’Italia che non li ferma”
di Lisa Schnell
Alla stazione di Verona attendono africani, siriani, afgani, tutti ammassati sino alla fine della banchina. Tengono tra le gambe borse di plastica logore con dentro i vestiti, dell’acqua, un pezzo di pane. Appena arriva il treno si accalcano alle porte, inciampano, premono, si intrufolano attraverso il piccolo varco. Nel giro di pochi minuti ogni posto a sedere libero risulta occupato da un profugo.
Vista dall’alto è una marea nera con due o tre macchie bianche. Una delle quali è la permanente di una signora in vacanza. «Queste sono le nuove realtà», dice lei. Ci si sente «sconcertati» a viverla con mano. Non è come le immagini serali dei gommoni che si vedono nei notiziari. Le immagini non respirano, non hanno odore. È strano per lei stare improvvisamente seduta vicino ad uno di loro.
La scena si ripete ogni giorno sul treno da Verona a Monaco di Baviera. Nell’ultimo anno a Rosenheim da treni e autostrada sono stati recuperati 12.500 profughi. Quest’anno sono già 6.000 soltanto nei primi cinque mesi. Oltre il 60% di questi si sposta in treno. La maggior parte di coloro che fanno la tratta del Brennero arriva dall’Eritrea. Si tratta dell’ultima tappa del loro lungo viaggio dopo aver attraversato il deserto, essere stati in prigione, aver avuto la meglio sul mare a bordo di un gommone: adesso sono a neanche 200 chilometri dal loro obiettivo, la Germania. Gli unici a fare ancora da ostacolo sono i poliziotti italiani e austriaci: sulla base del trattato di Schengen è compito dei Paesi limitrofi fare in modo che il viaggio di andata verso la Germania non sia completamente privo di controlli.
Anche per questo le banchine della stazione di Bolzano sono spesso piene di profughi: è all’ultima stazione prima dell’Austria che gli italiani fanno i controlli.
«È facile andare in Germania», dice Josef, 21 anni. Seduto nello scompartimento della seconda classe. All’inizio del 2014 si è messo in marcia dall’Eritrea alla volta dell’Europa. La poliziotta 33enne è seduta al bar della carrozza, dopo aver appena terminato i controlli assieme ai colleghi italiani. «Grida, percosse, morsi» è il riassunto veloce della reazione di qualcuno, il cui viaggio termina giusto poco prima di arrivare alla meta. Non prova compassione? «È un lusso che non possiamo permetterci», risponde.
È una politica delle contraddizioni. Non ci devono essere morti nel Mediterraneo, ma neanche ingressi illegali verso l’Europa. È per questo che i controlli al confine tedesco vengono rafforzati. «È comprensibile che la polizia italiana non si faccia in quattro» per ostacolare gli espatri, dice Burkhard Kreutz, comandante della polizia regionale tirolese. Nel frattempo il treno è quasi arrivato a Innsbruck. Quelli che oggi vengono respinti, domani sono di nuovo seduti sul treno. Almeno 30 poliziotti tedeschi percorrono il corridoio. Lo chiamano «fare pulizia»: su ogni vagone lo stesso ritornello «Passaporto?», scuotimento di testa, «È illegale, devi andartene». Sulla banchina della stazione ecco di nuovo una lunghissima coda di profughi. Il reato di immigrazione clandestina viene quasi sempre lasciato decadere se presentano domanda di asilo. E allora perché tutta questa fatica? «Lo chieda ai politici», dice uno degli agenti.
La Stampa 4.7.15
Muri, divieti e pattugliamenti
Budapest si scopre xenofoba
Nel 2015 sono entrati nel Paese più di 61 mila immigrati Il 46% favorevole alla linea dura del premier Orbán
di Dan Nolan
In Ungheria la xenofobia è sempre più di casa. Gli oltre 61.000 immigrati arrivati nel Paese solo nel 2015 hanno ulteriormente aumentato i sentimenti discriminatori degli ungheresi nei loro confronti. Tanto da far balenare l’idea al primo ministro Viktor Orbán di costruire un muro di recinzione al confine con la Serbia per limitarne le entrate. Un sondaggio dello scorso aprile ha mostrato che il 46% degli ungheresi si definisce contrario agli immigrati, una cifra tre volte superiore rispetto all’inizio degli Anni 90. L’escalation xenofoba è anche coincisa con una campagna apertamente anti-immigrazione del partito al potere Fidesz, in netto calo di consensi a causa degli scandali sulla corruzione e all’aumento dei tassi di povertà nel Paese.
Secondo alcuni critici locali una mossa populista per provare a recuperare consensi.
Fidesz, che dall’autunno scorso ha perso terreno rispetto al partito di estrema destra Jobbik, sta tappezzando l’Ungheria con cartelli il cui spirito xenofobo è stato denunciato dalle Nazioni Unite. Alcuni recitano così: «Non dovete prendere il lavoro agli ungheresi».
Cartelloni razzisti
Il partito ha anche inviato agli elettori un questionario di «consultazione nazionale» in cui la migrazione è stata equiparata al terrorismo. L’iniziativa del governo Orbán è stata duramente criticata dal partito liberale attualmente non rappresentato in Parlamento, che in soli tre giorni ha raccolto 26 milioni di fiorini ungheresi per finanziare una controcampagna di affissioni.
Alcuni esponenti del partito hanno imbrattato sette cartelloni anti-immigranti a Szeged, una cittadina dell’Ungheria meridionale diventata zona di transito per molti migranti illegali. «Quando abbiamo iniziato a pitturare, gli automobilisti di passaggio hanno suonato il clacson per dimostrarci il loro sostegno – ha affermato uno di loro – il governo sta ingannando gli elettori con l’impiego di denaro pubblico».
Secondo Róbert László del think-tank Political Capital di Budapest, l’alta percentuale di contrari alle politiche d’accoglienza sarebbe in parte una conseguenza della retorica governativa. «I risultati di un sondaggio Eurobarometro del 2014 indicavano che solo il 3% degli ungheresi riteneva l’immigrazione uno dei due problemi principali del paese» - ha dichiarato László.
Xenofobia anche sul Web
L’intento di Orbán di portare la questione migratoria al centro del dibattito nazionale sembra aver sconfinato anche nel mondo virtuale. «L’1 aprile sui social media si registravano in totale sette commenti degli ungheresi sul fenomeno - ha affermato Daniel Fazekas di Bakamo Social, un’azienda di social media intelligence -. Il numero si è moltiplicato arrivando a 422 lo scorso giovedì». Una spirale che si sta diffondendo in tutti i settori. Nei giorni scorsi, infatti, l’Azienda ferroviaria ungherese (Mav) ha vietato ai rifugiati, la maggioranza dei quali sogna di raggiungere Germania o Austria, di passare la notte alla stazione di Szeged in attesa dei treni del mattino, adducendo il «rischio di infezione».
Nella stessa cittadina un gruppo di tifosi ultra-nazionalisti ha pubblicato online l’immagine dei propri «pattugliamenti in corso» sul confine ungaro-serbo. Il post, che ha ricevuto più di 1.000 «Mi piace» su Facebook, precisava che le ronde non avevano avvistato alcun migrante, anche se «molte recinzioni erano state danneggiate».
Nell’Ungheria sempre più xenofoba, tuttavia, resistono casi di cittadini che alla faccia di Orbán e dei sondaggi continuano a portare cibo e acqua ai rifugiati, principalmente giovani famiglie di afghani e siriani.
Muri, divieti e pattugliamenti
Budapest si scopre xenofoba
Nel 2015 sono entrati nel Paese più di 61 mila immigrati Il 46% favorevole alla linea dura del premier Orbán
di Dan Nolan
In Ungheria la xenofobia è sempre più di casa. Gli oltre 61.000 immigrati arrivati nel Paese solo nel 2015 hanno ulteriormente aumentato i sentimenti discriminatori degli ungheresi nei loro confronti. Tanto da far balenare l’idea al primo ministro Viktor Orbán di costruire un muro di recinzione al confine con la Serbia per limitarne le entrate. Un sondaggio dello scorso aprile ha mostrato che il 46% degli ungheresi si definisce contrario agli immigrati, una cifra tre volte superiore rispetto all’inizio degli Anni 90. L’escalation xenofoba è anche coincisa con una campagna apertamente anti-immigrazione del partito al potere Fidesz, in netto calo di consensi a causa degli scandali sulla corruzione e all’aumento dei tassi di povertà nel Paese.
Secondo alcuni critici locali una mossa populista per provare a recuperare consensi.
Fidesz, che dall’autunno scorso ha perso terreno rispetto al partito di estrema destra Jobbik, sta tappezzando l’Ungheria con cartelli il cui spirito xenofobo è stato denunciato dalle Nazioni Unite. Alcuni recitano così: «Non dovete prendere il lavoro agli ungheresi».
Cartelloni razzisti
Il partito ha anche inviato agli elettori un questionario di «consultazione nazionale» in cui la migrazione è stata equiparata al terrorismo. L’iniziativa del governo Orbán è stata duramente criticata dal partito liberale attualmente non rappresentato in Parlamento, che in soli tre giorni ha raccolto 26 milioni di fiorini ungheresi per finanziare una controcampagna di affissioni.
Alcuni esponenti del partito hanno imbrattato sette cartelloni anti-immigranti a Szeged, una cittadina dell’Ungheria meridionale diventata zona di transito per molti migranti illegali. «Quando abbiamo iniziato a pitturare, gli automobilisti di passaggio hanno suonato il clacson per dimostrarci il loro sostegno – ha affermato uno di loro – il governo sta ingannando gli elettori con l’impiego di denaro pubblico».
Secondo Róbert László del think-tank Political Capital di Budapest, l’alta percentuale di contrari alle politiche d’accoglienza sarebbe in parte una conseguenza della retorica governativa. «I risultati di un sondaggio Eurobarometro del 2014 indicavano che solo il 3% degli ungheresi riteneva l’immigrazione uno dei due problemi principali del paese» - ha dichiarato László.
Xenofobia anche sul Web
L’intento di Orbán di portare la questione migratoria al centro del dibattito nazionale sembra aver sconfinato anche nel mondo virtuale. «L’1 aprile sui social media si registravano in totale sette commenti degli ungheresi sul fenomeno - ha affermato Daniel Fazekas di Bakamo Social, un’azienda di social media intelligence -. Il numero si è moltiplicato arrivando a 422 lo scorso giovedì». Una spirale che si sta diffondendo in tutti i settori. Nei giorni scorsi, infatti, l’Azienda ferroviaria ungherese (Mav) ha vietato ai rifugiati, la maggioranza dei quali sogna di raggiungere Germania o Austria, di passare la notte alla stazione di Szeged in attesa dei treni del mattino, adducendo il «rischio di infezione».
Nella stessa cittadina un gruppo di tifosi ultra-nazionalisti ha pubblicato online l’immagine dei propri «pattugliamenti in corso» sul confine ungaro-serbo. Il post, che ha ricevuto più di 1.000 «Mi piace» su Facebook, precisava che le ronde non avevano avvistato alcun migrante, anche se «molte recinzioni erano state danneggiate».
Nell’Ungheria sempre più xenofoba, tuttavia, resistono casi di cittadini che alla faccia di Orbán e dei sondaggi continuano a portare cibo e acqua ai rifugiati, principalmente giovani famiglie di afghani e siriani.
La Stampa 4.7.15
Gli stranieri che servono anche a noi
di Gianni Riotta
Passa dai tg la lenta odissea degli emigranti nel Mediterraneo, il mare delle nostre vacanze tornato a essere lago di guerre, morte e dolore, e associamo alla figura dell’emigrato, volti smunti, occhi addolorati, vite disperate.
Sono anche loro l’emigrazione, ma se consideriamo con attenzione i flussi di umanità che attraversano il globo, scopriamo che non sono solo loro. E nel decidere le nuove politiche dell’emigrazione, se mai davvero l’Europa fosse in grado di darsene di comuni e raziocinanti al di là delle vacuità sulle quote e ringhi populisti, sarebbe ora che comprendessimo l’intero fenomeno migranti.
La Banca Mondiale calcola che oltre 250 milioni di persone vivano in un Paese in cui non sono nate, e nelle nazioni sviluppate dell’Ocse, dal 2000 a oggi, il numero degli emigranti è salito del 38%. La signora Le Pen, forse un giorno prima donna Presidente del Paese che ha concepito la triade libertà, uguaglianza, fratellanza, tutti li considera «racaille», canaglia, come ebbe a dire Nicholas Sarkozy degli algerini nati nelle banlieue. Ma non è così, ci sono tante migrazioni e tanti emigranti, e per non ricadere nel razzismo che ci accecò negli Anni Trenta dobbiamo ragionare con calma e in modo originale. Vediamo come i cervelli emigrati all’estero contribuiscono alla ricchezza della nuova patria, con le loro idee e il loro lavoro. Secondo dati del World Intellectual Property Organisation http://goo.gl/Lyt6bG tra il 2007 e il 2012, la diaspora degli scienziati e tecnologi cinesi all’estero ha registrato oltre 35.000 brevetti, i cui frutti economici e culturali vanno alla nuova nazione che li ospita. Gli indiani sono a quota 25.000, gli italiani che hanno lasciato il nostro Paese marciano verso i 10.000: brevetti, progetti, tecniche, invenzioni che nascono dalla nostra scuola pubblica, cultura e famiglie, a volte dalle nostre università, ma che arricchiscono chi ha avuto il merito di aprire i confini.
Per un ricercatore, un artista, uno chef, un informatico, un creativo, un tecnico, un Phd emigrare in Italia, ottenendo in tempi ragionevoli permesso di lavoro e soggiorno, finanziamenti e, in prospettiva, cittadinanza è Via Crucis. Spesso, dopo un periodo breve, li rimandiamo indietro, regalando il loro talento ad altri. Perfino per gli studenti delle più prestigiose università americane Ivy league trascorrere d’estate in Italia un periodo di stage richiede una lunga, kafkiana, trafila burocratica.
L’emigrazione del XXI secolo è fenomeno complesso e storico, dove povertà, cambi climatici, guerre sono fattori di partenza per tanti, ma per molti altri (tutti i giovani italiani che vanno all’estero, per esempio) è la voglia di crescere, non di sfamarsi, che fa fare le valigie. Se diciamo «emigrante» pensiamo, con preoccupazione o rancore, a un eritreo in fuga dalla dittatura, ma un brevetto su cinque registrato da uno scienziato o un tecnico britannico viene dal lavoro condotto lontano da Londra. Decine di migliaia di inglesi sono attivi all’estero, ma cosa facciamo per attrarne qualcuno da noi? Nei talk show la risposta è scontata, «Non abbiamo lavoro per i nostri e lo diamo ad altri?», come se il lavoro fosse un teatro dal numero di posti fissi, venduto l’ultimo biglietto Tutto Esaurito, e non invece una creazione viva, dove un team cosmopolita può generare migliaia di nuovi stipendi: un terzo delle aziende di Silicon Valley è stata fondata da un emigrante.
Se non attrarremo i cervelli dal mondo, perderemo i nostri, tra il 2009 e il 2013 5000 medici italiani, costati molto per la loro educazione al nostro bilancio, sono andati via. Non torneranno, l’emigrazione di qualità, conferma lo studioso Patrick Gaulé, compra il biglietto di sola andata, meno di uno scienziato cinese o indiano su cinque torna a casa http://goo.gl/k2MsYT .
Italiani ed europei discutono di come regolare la traversata biblica di milioni di esseri umani verso il nostro continente, ma dovremmo anche immaginare, con coraggio e generosità, come lanciare un’area di innovazione capace di attrarre quella che l’economista Moretti chiama «la nuova geografia del lavoro». Attraendo cervelli e talento da lontano, secondo uno dei paradossi della nuova economia che mai i populisti comprenderanno, difenderemmo i nostri cervelli e talenti, dando loro opportunità e occupazione, e incassando alla fine i dividendi dei brevetti che oggi disperdiamo lontano.
Gli stranieri che servono anche a noi
di Gianni Riotta
Passa dai tg la lenta odissea degli emigranti nel Mediterraneo, il mare delle nostre vacanze tornato a essere lago di guerre, morte e dolore, e associamo alla figura dell’emigrato, volti smunti, occhi addolorati, vite disperate.
Sono anche loro l’emigrazione, ma se consideriamo con attenzione i flussi di umanità che attraversano il globo, scopriamo che non sono solo loro. E nel decidere le nuove politiche dell’emigrazione, se mai davvero l’Europa fosse in grado di darsene di comuni e raziocinanti al di là delle vacuità sulle quote e ringhi populisti, sarebbe ora che comprendessimo l’intero fenomeno migranti.
La Banca Mondiale calcola che oltre 250 milioni di persone vivano in un Paese in cui non sono nate, e nelle nazioni sviluppate dell’Ocse, dal 2000 a oggi, il numero degli emigranti è salito del 38%. La signora Le Pen, forse un giorno prima donna Presidente del Paese che ha concepito la triade libertà, uguaglianza, fratellanza, tutti li considera «racaille», canaglia, come ebbe a dire Nicholas Sarkozy degli algerini nati nelle banlieue. Ma non è così, ci sono tante migrazioni e tanti emigranti, e per non ricadere nel razzismo che ci accecò negli Anni Trenta dobbiamo ragionare con calma e in modo originale. Vediamo come i cervelli emigrati all’estero contribuiscono alla ricchezza della nuova patria, con le loro idee e il loro lavoro. Secondo dati del World Intellectual Property Organisation http://goo.gl/Lyt6bG tra il 2007 e il 2012, la diaspora degli scienziati e tecnologi cinesi all’estero ha registrato oltre 35.000 brevetti, i cui frutti economici e culturali vanno alla nuova nazione che li ospita. Gli indiani sono a quota 25.000, gli italiani che hanno lasciato il nostro Paese marciano verso i 10.000: brevetti, progetti, tecniche, invenzioni che nascono dalla nostra scuola pubblica, cultura e famiglie, a volte dalle nostre università, ma che arricchiscono chi ha avuto il merito di aprire i confini.
Per un ricercatore, un artista, uno chef, un informatico, un creativo, un tecnico, un Phd emigrare in Italia, ottenendo in tempi ragionevoli permesso di lavoro e soggiorno, finanziamenti e, in prospettiva, cittadinanza è Via Crucis. Spesso, dopo un periodo breve, li rimandiamo indietro, regalando il loro talento ad altri. Perfino per gli studenti delle più prestigiose università americane Ivy league trascorrere d’estate in Italia un periodo di stage richiede una lunga, kafkiana, trafila burocratica.
L’emigrazione del XXI secolo è fenomeno complesso e storico, dove povertà, cambi climatici, guerre sono fattori di partenza per tanti, ma per molti altri (tutti i giovani italiani che vanno all’estero, per esempio) è la voglia di crescere, non di sfamarsi, che fa fare le valigie. Se diciamo «emigrante» pensiamo, con preoccupazione o rancore, a un eritreo in fuga dalla dittatura, ma un brevetto su cinque registrato da uno scienziato o un tecnico britannico viene dal lavoro condotto lontano da Londra. Decine di migliaia di inglesi sono attivi all’estero, ma cosa facciamo per attrarne qualcuno da noi? Nei talk show la risposta è scontata, «Non abbiamo lavoro per i nostri e lo diamo ad altri?», come se il lavoro fosse un teatro dal numero di posti fissi, venduto l’ultimo biglietto Tutto Esaurito, e non invece una creazione viva, dove un team cosmopolita può generare migliaia di nuovi stipendi: un terzo delle aziende di Silicon Valley è stata fondata da un emigrante.
Se non attrarremo i cervelli dal mondo, perderemo i nostri, tra il 2009 e il 2013 5000 medici italiani, costati molto per la loro educazione al nostro bilancio, sono andati via. Non torneranno, l’emigrazione di qualità, conferma lo studioso Patrick Gaulé, compra il biglietto di sola andata, meno di uno scienziato cinese o indiano su cinque torna a casa http://goo.gl/k2MsYT .
Italiani ed europei discutono di come regolare la traversata biblica di milioni di esseri umani verso il nostro continente, ma dovremmo anche immaginare, con coraggio e generosità, come lanciare un’area di innovazione capace di attrarre quella che l’economista Moretti chiama «la nuova geografia del lavoro». Attraendo cervelli e talento da lontano, secondo uno dei paradossi della nuova economia che mai i populisti comprenderanno, difenderemmo i nostri cervelli e talenti, dando loro opportunità e occupazione, e incassando alla fine i dividendi dei brevetti che oggi disperdiamo lontano.
La Stampa 4.7.15
Laura non deve morire
di Massimo Gramellini
Cara Laura, ragazza belga di 24 anni sprofondata fin dall’infanzia nel buco nero della depressione, ho letto che hai appena chiesto e ottenuto il via libera all’eutanasia, cioè la possibilità di morire per mano dello Stato. Sgombro subito il campo da un pregiudizio. I mali dell’anima sanno essere strazianti e talvolta irreversibili come quelli del corpo; il fatto che siano invisibili non significa che siano meno gravi. E do naturalmente per scontato che ogni tentativo di inocularti il desiderio di vivere sia stato esplorato senza risultati. Che nessuna pasticca di serotonina o assolo di chitarra degli U2 sia riuscito a riaccendere in te la scintilla vitale. La questione va allora spostata su un altro piano. Se sia giusto che lo Stato si sostituisca a te nel porre fine alla tua vita.
Per noi laici la vita è un dono, ma anche una responsabilità individuale. Ogni essere umano ha diritto di poter spegnere l’interruttore quando ritiene che le sofferenze fisiche e morali gli siano divenute insopportabili: lo scrivo con la consapevolezza dolorosa di chi in famiglia ha pagato l’esercizio di questa libertà. Però contesto che chi è giunto a tali drammatiche conclusioni possa delegare quel compito alla comunità. A meno che sia un malato terminale o in coma o molto anziano, e non sia quindi in grado di svolgerlo da solo. Ma i medici hanno certificato che tu sei cosciente, mobile, nel pieno possesso delle tue facoltà. E allora non tocca a noi darti il permesso o addirittura l’opportunità di morire. Solo tutto il nostro aiuto per vivere.
Laura non deve morire
di Massimo Gramellini
Cara Laura, ragazza belga di 24 anni sprofondata fin dall’infanzia nel buco nero della depressione, ho letto che hai appena chiesto e ottenuto il via libera all’eutanasia, cioè la possibilità di morire per mano dello Stato. Sgombro subito il campo da un pregiudizio. I mali dell’anima sanno essere strazianti e talvolta irreversibili come quelli del corpo; il fatto che siano invisibili non significa che siano meno gravi. E do naturalmente per scontato che ogni tentativo di inocularti il desiderio di vivere sia stato esplorato senza risultati. Che nessuna pasticca di serotonina o assolo di chitarra degli U2 sia riuscito a riaccendere in te la scintilla vitale. La questione va allora spostata su un altro piano. Se sia giusto che lo Stato si sostituisca a te nel porre fine alla tua vita.
Per noi laici la vita è un dono, ma anche una responsabilità individuale. Ogni essere umano ha diritto di poter spegnere l’interruttore quando ritiene che le sofferenze fisiche e morali gli siano divenute insopportabili: lo scrivo con la consapevolezza dolorosa di chi in famiglia ha pagato l’esercizio di questa libertà. Però contesto che chi è giunto a tali drammatiche conclusioni possa delegare quel compito alla comunità. A meno che sia un malato terminale o in coma o molto anziano, e non sia quindi in grado di svolgerlo da solo. Ma i medici hanno certificato che tu sei cosciente, mobile, nel pieno possesso delle tue facoltà. E allora non tocca a noi darti il permesso o addirittura l’opportunità di morire. Solo tutto il nostro aiuto per vivere.
Corriere 4.7.15
La metro C, i costi esplosi e l’appalto con 45 varianti
Cantone invia un dossier alla Corte dei conti
di Sergio Rizzo
Le premesse perché la faccenda della Metro C di Roma finisse alla procura della Corte dei conti c’erano tutte.
Non soltanto per una oggettiva questione di numeri: l’aumento dei costi di realizzazione, cresciuti di ben 692 milioni passando da 3 miliardi 47 milioni 424 mila a 3 miliardi 739 milioni 863 mila euro. Ma soprattutto per il modo in cui è successo. Progettazione carente: l’affidamento dei lavori è avvenuto sulla base della progettazione definitiva solo per le tratte più semplici, mentre per quelle del centro storico c’erano solo i progetti preliminari.
Soprattutto, indagini archeologiche assolutamente superficiali, che però non hanno impedito l’avvio di un appalto sempre più caro man mano che venivano a galla le sorprese. Quindi una cifra astronomica di varianti in corso d’opera (quarantacinque). Per non parlare di un contenzioso infernale. Questo è il referto finale, pubblicato ieri, dell’Autorità anticorruzione. Un documento tale da certificare anche il fallimento della legge obiettivo, che avrebbe dovuto garantire tempi e costi certi con la figura del general contractor.
E le premesse c’erano già dallo scorso novembre. Bastava leggere la prima delibera dell’authority presieduta da Raffaele Cantone, innescata dagli esposti del consigliere comunale di Roma Riccardo Magi e dell’ingegnere Antonio Tamburrino e da alcuni articoli, che aveva già spiattellato tutte le presunte magagne. Né le controdeduzioni presentate da Roma Metropolitane, la società del Comune che funge da stazione appaltante e dal consorzio Metro C che sta realizzando l’opera, hanno fatto evidentemente cambiare idea ai commissari dell’Anac. E le 44 pagine del loro rapporto hanno preso la via della Corte dei conti, dove il procuratore generale Salvatore Nottola le passerà ai raggi x.
Nel dossier firmato da Cantone si arriva perfino a esprimere perplessità sulla stessa continuità dell’appalto aggiudicato nel 2006 a un raggruppamento composto da Astaldi, Vianini del gruppo Caltagirone, il consorzio Cooperative costruzioni e l’Ansaldo Finmeccanica. Si capisce chiaramente dal richiamo ai «soggetti coinvolti ad assumere ponderate decisioni circa il prosieguo dell’opera, atteso che per la tratta T2 (quella che dovrebbe attraversare il centro storico di Roma, ndr ) allo stato di fatto sono ancora concretamente da valutare tempi e costi di esecuzione nonché la stessa possibilità di realizzazione». La consegna della tratta in questione, secondo il programma originario, era prevista per il 21 giugno 2015: due settimane fa.
Sapevano benissimo tutti quanti, sostiene l’authority, ciò a cui andavano incontro. Sapevano che i ritrovamenti archeologici non potevano essere considerati come eventi di forza maggiore, bensì «circostanze insite nelle attività rimesse al contraente generale», il consorzio Metro C. Ciò nonostante le indagini preventive sono state superficiali. «Appare del tutto evidente», dice il rapporto, «come ciò abbia determinato una notevole aleatorietà delle soluzioni progettuali e, ad appalto già in corso di esecuzione, rilevanti modifiche rispetto alle previsioni contrattuali». E pensare che la questione archeologica è assolutamente decisiva per l’attraversamento del centro storico, dov’è ora in discussione anche la realizzabilità delle uscite superstiti, dopo l’abolizione di quella di piazza Argentina mentre pure quella della Chiesa nuova è ormai data per defunta. Ed è chiaro che una metro senza stazioni non serve a nulla.
Ma nel dossier pubblicato ieri l’Anac tira in ballo anche i 65 milioni riconosciuti da Roma Metropolitane, al general contractor Metro C come «oneri inerenti» la stessa funzione di general contractor. Denari secondo l’authority già compresi contrattualmente, che sono però diventati ugualmente oggetto di uno sventurato arbitrato. Al termine del procedimento quegli oneri sono stati riconosciuti non soltanto per il passato, ma sorprendentemente anche per il futuro.
Il rapporto non risparmia neppure le modifiche contrattuali andate tutte a vantaggio del consorzio, al quale è stato concesso di ridurre dal 20 al 2 per cento gli oneri di prefinanziamento dell’opera. E non manca di sottolineare come le valutazioni dei soggetti deputati a esaminare fondatezza, ammissibilità e quantificazione economica delle riserve che hanno contribuito a far esplodere i costi non sempre siano state così attente e rigorose. Ma guarda un po’…
La metro C, i costi esplosi e l’appalto con 45 varianti
Cantone invia un dossier alla Corte dei conti
di Sergio Rizzo
Le premesse perché la faccenda della Metro C di Roma finisse alla procura della Corte dei conti c’erano tutte.
Non soltanto per una oggettiva questione di numeri: l’aumento dei costi di realizzazione, cresciuti di ben 692 milioni passando da 3 miliardi 47 milioni 424 mila a 3 miliardi 739 milioni 863 mila euro. Ma soprattutto per il modo in cui è successo. Progettazione carente: l’affidamento dei lavori è avvenuto sulla base della progettazione definitiva solo per le tratte più semplici, mentre per quelle del centro storico c’erano solo i progetti preliminari.
Soprattutto, indagini archeologiche assolutamente superficiali, che però non hanno impedito l’avvio di un appalto sempre più caro man mano che venivano a galla le sorprese. Quindi una cifra astronomica di varianti in corso d’opera (quarantacinque). Per non parlare di un contenzioso infernale. Questo è il referto finale, pubblicato ieri, dell’Autorità anticorruzione. Un documento tale da certificare anche il fallimento della legge obiettivo, che avrebbe dovuto garantire tempi e costi certi con la figura del general contractor.
E le premesse c’erano già dallo scorso novembre. Bastava leggere la prima delibera dell’authority presieduta da Raffaele Cantone, innescata dagli esposti del consigliere comunale di Roma Riccardo Magi e dell’ingegnere Antonio Tamburrino e da alcuni articoli, che aveva già spiattellato tutte le presunte magagne. Né le controdeduzioni presentate da Roma Metropolitane, la società del Comune che funge da stazione appaltante e dal consorzio Metro C che sta realizzando l’opera, hanno fatto evidentemente cambiare idea ai commissari dell’Anac. E le 44 pagine del loro rapporto hanno preso la via della Corte dei conti, dove il procuratore generale Salvatore Nottola le passerà ai raggi x.
Nel dossier firmato da Cantone si arriva perfino a esprimere perplessità sulla stessa continuità dell’appalto aggiudicato nel 2006 a un raggruppamento composto da Astaldi, Vianini del gruppo Caltagirone, il consorzio Cooperative costruzioni e l’Ansaldo Finmeccanica. Si capisce chiaramente dal richiamo ai «soggetti coinvolti ad assumere ponderate decisioni circa il prosieguo dell’opera, atteso che per la tratta T2 (quella che dovrebbe attraversare il centro storico di Roma, ndr ) allo stato di fatto sono ancora concretamente da valutare tempi e costi di esecuzione nonché la stessa possibilità di realizzazione». La consegna della tratta in questione, secondo il programma originario, era prevista per il 21 giugno 2015: due settimane fa.
Sapevano benissimo tutti quanti, sostiene l’authority, ciò a cui andavano incontro. Sapevano che i ritrovamenti archeologici non potevano essere considerati come eventi di forza maggiore, bensì «circostanze insite nelle attività rimesse al contraente generale», il consorzio Metro C. Ciò nonostante le indagini preventive sono state superficiali. «Appare del tutto evidente», dice il rapporto, «come ciò abbia determinato una notevole aleatorietà delle soluzioni progettuali e, ad appalto già in corso di esecuzione, rilevanti modifiche rispetto alle previsioni contrattuali». E pensare che la questione archeologica è assolutamente decisiva per l’attraversamento del centro storico, dov’è ora in discussione anche la realizzabilità delle uscite superstiti, dopo l’abolizione di quella di piazza Argentina mentre pure quella della Chiesa nuova è ormai data per defunta. Ed è chiaro che una metro senza stazioni non serve a nulla.
Ma nel dossier pubblicato ieri l’Anac tira in ballo anche i 65 milioni riconosciuti da Roma Metropolitane, al general contractor Metro C come «oneri inerenti» la stessa funzione di general contractor. Denari secondo l’authority già compresi contrattualmente, che sono però diventati ugualmente oggetto di uno sventurato arbitrato. Al termine del procedimento quegli oneri sono stati riconosciuti non soltanto per il passato, ma sorprendentemente anche per il futuro.
Il rapporto non risparmia neppure le modifiche contrattuali andate tutte a vantaggio del consorzio, al quale è stato concesso di ridurre dal 20 al 2 per cento gli oneri di prefinanziamento dell’opera. E non manca di sottolineare come le valutazioni dei soggetti deputati a esaminare fondatezza, ammissibilità e quantificazione economica delle riserve che hanno contribuito a far esplodere i costi non sempre siano state così attente e rigorose. Ma guarda un po’…
Corriere 4.7.15
Senato, più vicina l’intesa sull’elezione diretta
I vertici pd e la richiesta della minoranza: discutiamo senza pregiudizi
L’ipotesi di tempi più lunghi
di Monica Guerzoni
ROMA Magari il totem dell’intangibilità dell’articolo 2 non sarà abbattuto, ma l’accordo sulla riforma costituzionale appare a portata di mano. Da mesi la sinistra del Pd si sgola per chiedere che il potere di eleggere i senatori del futuro torni agli elettori, ipotesi che il governo aveva tassativamente escluso. Ma il clima nel partito è cambiato e un’intesa si va profilando.
«Discutiamo nel merito senza pregiudizi» si fa sapere da Palazzo Chigi. Il vicesegretario Lorenzo Guerini conferma l’obiettivo di approvare la riforma «nei tempi che ci siamo dati». Ma se il governo, con Maria Elena Boschi, spinge perché si chiuda entro l’8 agosto, tra i «dem» si fa largo il partito della prudenza. E chissà se è vero, come sospettano di dissidenti del Pd, che «Renzi procede con cautela perché spera che entrino i voti di Forza Italia o almeno quelli di Verdini».
I pontieri intanto lavorano sodo, con la speranza di chiudere un accordo nel Pd. «A me sembra che le posizioni siano vicine e che ci sia l’intenzione di tutti di arrivare alla riforma, perché serve all’Italia» conferma il momento positivo il vicepresidente del gruppo, Giorgio Tonini. E Maurizio Martina, che guida l’area di «Sinistra è cambiamento», si schiera con i mediatori: «È importante che il Pd avanzi unitariamente su una riforma decisiva come il superamento del bicameralismo perfetto». Il ministro dell’Agricoltura ritiene ci siano le condizioni per «comporre un nuovo punto di equilibrio e di unità». Al Pirellone di Milano, dove Martina ha riunito i suoi, si è fatto vedere anche il ministro Andrea Orlando. Segno che la minoranza dialogante nata dalla rottura con Roberto Speranza è sempre più vicina a quella dei «Giovani turchi» di Orfini, tanto che si comincia a parlare di fusione. Il nodo politico resta l’elezione diretta. Si era pensato di introdurla con una legge ordinaria, ma la soluzione è ritenuta troppo debole dalla sinistra. Miguel Gotor, Vannino Chiti e gli altri firmatari del «Documento dei 25» insistono perché venga modificato l’articolo 2. «Non vogliamo pastrocchi — ribadisce Gotor —. Vogliamo l’elezione diretta. Con l’Italicum hai una Camera di nominati e non puoi avere anche un Senato di secondo grado in cui, nel chiuso delle stanze, i consiglieri regionali si spartiscono le cariche e chi ha bisogno dell’immunità diventa senatore». La decisione spetta a Pietro Grasso. E Gotor, che pure non vuole «tirarlo per la giacchetta», insiste nel dire che un «favorevole clima politico» faciliterebbe la scelta del presidente. Il bersaniano contesta l’interpretazione secondo cui cambiare l’articolo 2 non sia possibile, perché essendo rimasto identico nel passaggio tra Senato e Camera toccherebbe azzerare tutto e ripartire da capo: «Identico non è. Anche se il cambiamento riguarda due preposizioni, “nei e dai”, quel cavillo è un cavallo di Troia lasciato lì apposta».
La presidente Finocchiaro teme invece che forzare i regolamenti possa aprire il «vaso di Pandora» delle richieste di modifica e lo farà capire martedì, nella relazione in commissione. Come uscirne, allora? L’intesa a cui si lavora prevede che l’elezione diretta possa essere introdotta nel passaggio della legge in cui si stabiliscono le competenze dei nuovi senatori: «Le leggi elettorali regionali prevedono forme di elezione diretta dei consiglieri che faranno anche i senatori...». Dopodiché toccherebbe alle Regioni decidere se serva o meno un listino a parte.
Senato, più vicina l’intesa sull’elezione diretta
I vertici pd e la richiesta della minoranza: discutiamo senza pregiudizi
L’ipotesi di tempi più lunghi
di Monica Guerzoni
ROMA Magari il totem dell’intangibilità dell’articolo 2 non sarà abbattuto, ma l’accordo sulla riforma costituzionale appare a portata di mano. Da mesi la sinistra del Pd si sgola per chiedere che il potere di eleggere i senatori del futuro torni agli elettori, ipotesi che il governo aveva tassativamente escluso. Ma il clima nel partito è cambiato e un’intesa si va profilando.
«Discutiamo nel merito senza pregiudizi» si fa sapere da Palazzo Chigi. Il vicesegretario Lorenzo Guerini conferma l’obiettivo di approvare la riforma «nei tempi che ci siamo dati». Ma se il governo, con Maria Elena Boschi, spinge perché si chiuda entro l’8 agosto, tra i «dem» si fa largo il partito della prudenza. E chissà se è vero, come sospettano di dissidenti del Pd, che «Renzi procede con cautela perché spera che entrino i voti di Forza Italia o almeno quelli di Verdini».
I pontieri intanto lavorano sodo, con la speranza di chiudere un accordo nel Pd. «A me sembra che le posizioni siano vicine e che ci sia l’intenzione di tutti di arrivare alla riforma, perché serve all’Italia» conferma il momento positivo il vicepresidente del gruppo, Giorgio Tonini. E Maurizio Martina, che guida l’area di «Sinistra è cambiamento», si schiera con i mediatori: «È importante che il Pd avanzi unitariamente su una riforma decisiva come il superamento del bicameralismo perfetto». Il ministro dell’Agricoltura ritiene ci siano le condizioni per «comporre un nuovo punto di equilibrio e di unità». Al Pirellone di Milano, dove Martina ha riunito i suoi, si è fatto vedere anche il ministro Andrea Orlando. Segno che la minoranza dialogante nata dalla rottura con Roberto Speranza è sempre più vicina a quella dei «Giovani turchi» di Orfini, tanto che si comincia a parlare di fusione. Il nodo politico resta l’elezione diretta. Si era pensato di introdurla con una legge ordinaria, ma la soluzione è ritenuta troppo debole dalla sinistra. Miguel Gotor, Vannino Chiti e gli altri firmatari del «Documento dei 25» insistono perché venga modificato l’articolo 2. «Non vogliamo pastrocchi — ribadisce Gotor —. Vogliamo l’elezione diretta. Con l’Italicum hai una Camera di nominati e non puoi avere anche un Senato di secondo grado in cui, nel chiuso delle stanze, i consiglieri regionali si spartiscono le cariche e chi ha bisogno dell’immunità diventa senatore». La decisione spetta a Pietro Grasso. E Gotor, che pure non vuole «tirarlo per la giacchetta», insiste nel dire che un «favorevole clima politico» faciliterebbe la scelta del presidente. Il bersaniano contesta l’interpretazione secondo cui cambiare l’articolo 2 non sia possibile, perché essendo rimasto identico nel passaggio tra Senato e Camera toccherebbe azzerare tutto e ripartire da capo: «Identico non è. Anche se il cambiamento riguarda due preposizioni, “nei e dai”, quel cavillo è un cavallo di Troia lasciato lì apposta».
La presidente Finocchiaro teme invece che forzare i regolamenti possa aprire il «vaso di Pandora» delle richieste di modifica e lo farà capire martedì, nella relazione in commissione. Come uscirne, allora? L’intesa a cui si lavora prevede che l’elezione diretta possa essere introdotta nel passaggio della legge in cui si stabiliscono le competenze dei nuovi senatori: «Le leggi elettorali regionali prevedono forme di elezione diretta dei consiglieri che faranno anche i senatori...». Dopodiché toccherebbe alle Regioni decidere se serva o meno un listino a parte.
Corriere 4.7.15
Il tentativo di recuperare lo schema Mattarella
di Massimo Franco
Il sogno sarebbe quello di replicare il capolavoro dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, stavolta attraverso la riforma del Senato; e cioè trovare un compromesso con la minoranza del Pd, ricompattare il partito e garantirsi un sostegno leale per il resto della legislatura: in Parlamento e fuori. Ma la realtà dei rapporti tra il governo di Matteo Renzi ed i suoi avversari per il momento è più prosaica. L’impressione è che dalla prossima settimana la maggioranza si troverà a maneggiare numeri precari; e a dover cercare consensi che per ora tendono ad assottigliarsi, non ad aumentare.
È possibile che Renzi non abbia ancora scelto la strategia da seguire. Ma i precedenti fanno temere ai suoi avversari che qualunque mediazione si riveli alla fine illusoria. La blindatura dell’ Italicum ufficializzata ieri dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, è stata vista come una conferma di questi sospetti. Si riteneva che, dopo le regionali ed i ballottaggi deludenti di fine maggio, Palazzo Chigi potesse ripensare un sistema elettorale dagli effetti potenzialmente perversi. Ma «una legge», ha spiegato Guerini, «non si modifica perché un turno elettorale non è andato bene».
Significa che nel Pd l’analisi del voto amministrativo diverge tra chi ci vede l’inizio di un pericoloso scollamento a sinistra; e chi invece ritiene che la direzione di marcia sia quella giusta. Si tratta di una strategia che punta tutto sul protagonismo del Pd e del suo leader; e sembra meno preoccupata dall’esigenza di creare una coalizione che scongiuri un asse trasversale contro il partito del presidente del Consiglio. Eppure, il problema esiste. E potrebbe rivelarsi alle elezioni comunali del 2016.
Ma già in Senato il governo rischia di mancare l’obiettivo dell’approvazione della riforma entro il 7 agosto; o di arrivarci in un clima conflittuale peggiore del passato. Il documento presentato da 25 senatori del Pd contro il testo attuale è indicativo. In teoria, si accarezza l’ipotesi di un’intesa con la minoranza del Pd, che partendo dal Senato archivi lo scontro degli ultimi sei mesi e garantisca Renzi per il resto della legislatura. È quanto lascia intendere il coordinatore del Ncd, Gaetano Quagliariello, chiedendo un testo «migliorato» e una maggioranza «ampliata».
Il problema è se davvero il vertice del Pd sia pronto a bilanciare il ridimensionamento del Senato con l’elezione diretta dei suoi membri. Per ora non sembra, nonostante le perplessità diffuse su un ramo del Parlamento eletto dai consigli regionali. «L’istituzione di una Camera dei debitori incalliti non dovrà avere influenza sul bilancio dello Stato», ha ammonito ieri Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro: al punto di augurarsi modifiche profonde per evitare che «la cronica irresponsabilità delle autonomie regionali e locali» si trasferisca nel Senato riformato.
Il tentativo di recuperare lo schema Mattarella
di Massimo Franco
Il sogno sarebbe quello di replicare il capolavoro dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, stavolta attraverso la riforma del Senato; e cioè trovare un compromesso con la minoranza del Pd, ricompattare il partito e garantirsi un sostegno leale per il resto della legislatura: in Parlamento e fuori. Ma la realtà dei rapporti tra il governo di Matteo Renzi ed i suoi avversari per il momento è più prosaica. L’impressione è che dalla prossima settimana la maggioranza si troverà a maneggiare numeri precari; e a dover cercare consensi che per ora tendono ad assottigliarsi, non ad aumentare.
È possibile che Renzi non abbia ancora scelto la strategia da seguire. Ma i precedenti fanno temere ai suoi avversari che qualunque mediazione si riveli alla fine illusoria. La blindatura dell’ Italicum ufficializzata ieri dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, è stata vista come una conferma di questi sospetti. Si riteneva che, dopo le regionali ed i ballottaggi deludenti di fine maggio, Palazzo Chigi potesse ripensare un sistema elettorale dagli effetti potenzialmente perversi. Ma «una legge», ha spiegato Guerini, «non si modifica perché un turno elettorale non è andato bene».
Significa che nel Pd l’analisi del voto amministrativo diverge tra chi ci vede l’inizio di un pericoloso scollamento a sinistra; e chi invece ritiene che la direzione di marcia sia quella giusta. Si tratta di una strategia che punta tutto sul protagonismo del Pd e del suo leader; e sembra meno preoccupata dall’esigenza di creare una coalizione che scongiuri un asse trasversale contro il partito del presidente del Consiglio. Eppure, il problema esiste. E potrebbe rivelarsi alle elezioni comunali del 2016.
Ma già in Senato il governo rischia di mancare l’obiettivo dell’approvazione della riforma entro il 7 agosto; o di arrivarci in un clima conflittuale peggiore del passato. Il documento presentato da 25 senatori del Pd contro il testo attuale è indicativo. In teoria, si accarezza l’ipotesi di un’intesa con la minoranza del Pd, che partendo dal Senato archivi lo scontro degli ultimi sei mesi e garantisca Renzi per il resto della legislatura. È quanto lascia intendere il coordinatore del Ncd, Gaetano Quagliariello, chiedendo un testo «migliorato» e una maggioranza «ampliata».
Il problema è se davvero il vertice del Pd sia pronto a bilanciare il ridimensionamento del Senato con l’elezione diretta dei suoi membri. Per ora non sembra, nonostante le perplessità diffuse su un ramo del Parlamento eletto dai consigli regionali. «L’istituzione di una Camera dei debitori incalliti non dovrà avere influenza sul bilancio dello Stato», ha ammonito ieri Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro: al punto di augurarsi modifiche profonde per evitare che «la cronica irresponsabilità delle autonomie regionali e locali» si trasferisca nel Senato riformato.
Corriere 4.7.15
La proposta di riforma costituzionale
La riforma che non va cancellata
di Sabino Cassese
Non bisogna far marcia indietro sulla proposta di riforma costituzionale. Questa prevede una forte riduzione del bicameralismo parlamentare e un modesto rafforzamento del governo. Il primo obiettivo è raggiunto svuotando di funzioni il Senato, riducendo il numero dei senatori e rendendone l’elezione indiretta. Il secondo obiettivo affidando solo alla Camera dei deputati il compito di dare la fiducia al governo e dando una corsia preferenziale alle proposte di legge del governo.
Ambedue questi obiettivi erano tra le proposte di coloro che prepararono la Costituzione del 1948. Questi sapevano bene che da quando Tocqueville, in Francia, nel 1848, si batteva per il bicameralismo le cose erano cambiate. Ad esempio, Massimo Severo Giannini, capo di gabinetto di Nenni al Ministero per la costituente e testa pensante del partito socialista, nell’aprile 1946, propose al congresso fiorentino del partito un sistema monocamerale, notando che «in tutti i casi in cui la seconda camera non è stata rappresentativa di determinati gruppi o interessi politici, regolarmente essa ha fatto fallimento». «D’altra parte, la funzione moderatrice che alcuni attribuiscono alla seconda camera, nella maggioranza dei casi, risponde più ad una affermazione che a una realtà; anzi, molto spesso è una deformazione ottica».
Oggi possiamo aggiungere che nel nostro sistema politico gli strumenti del pluralismo e gli istituti destinati a bilanciare i poteri, ad evitare l’eccessiva loro concentrazione in un solo organo, si sono moltiplicati.
Molti poteri sono stati deferiti all’Unione Europea e alle Regioni, che agiscono da contropoteri, condizionano e frenano l’azione del complesso Parlamento-governo. Che bisogno c’è dunque, dello sdoppiamento dell’assemblea legislativa in due camere con eguali poteri? Non si finisce così per frammentare eccessivamente l’azione di governo, e qualche volta per rendere i governi impotenti?
Anche il secondo obiettivo, quello di rafforzamento del governo, era tra le aspirazioni dei nostri costituenti. Piero Calamandrei osservò il 4 marzo 1947 all’Assemblea costituente: «Di questo, che è il fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo, nel progetto della Costituzione non c’è quasi nulla». Come lui, anche Mortati e Perassi, democristiani e repubblicani, non volevano un sistema parlamentare puro con governi instabili. Sapevano che il fascismo non era stato il prodotto di esecutivi forti, ma della debolezza dei governi precari e transeunti del periodo liberale.
Oggi di governi che abbiano una base meno fragile e maggiore durata, e che assicurino continuità alle politiche pubbliche c’è ancor più bisogno, se vogliamo partecipare a quel grande condominio che è l’Unione Europea, nel quale non ci possiamo permettere di mandare un ministro nuovo ogni anno, mentre le altre nazioni sono rappresentate dalla stessa persona almeno per la durata della legislatura, per cinque anni.
I politici attardati che vorrebbero fare marcia indietro sulla riforma costituzionale aspirano a togliere forza al potere della maggioranza, con la conseguenza che nessuno governa, mentre dovrebbero invece dare voce e potere alla minoranza, perché questa possa tenere sotto controllo la maggioranza, per poter poi aspirare a diventare essa stessa maggioranza.
Ripetono così lo storico errore di De Gasperi e di Togliatti, ciascuno timoroso della prevalenza dell’altro e quindi ambedue favorevoli a indebolire l’azione della maggioranza e del governo. Così venne creata una democrazia forte con maggioranze deboli, che finiscono per infiacchire la democrazia.
Dopo sessanta anni, finita la Guerra fredda e la divisione del mondo in due parti, dopo che si sono sviluppate le istituzioni del pluralismo ed è scomparso lo Stato monolite, la coscienza democratica dei cittadini è divenuta più matura, il dibattito pubblico più aperto, i mezzi di comunicazione più rapidi, la gestione pubblica più trasparente, il potere più decentrato, non bisogna buttare sabbia nelle ruote della maggioranza, ma invece consolidare il ruolo delle minoranze, dando loro uno statuto legale riconosciuto, rafforzare il compito di controllo della seconda camera, moltiplicare gli strumenti conoscitivi delle stesse minoranze non rappresentate in Parlamento.
Sabino Cassese
La proposta di riforma costituzionale
La riforma che non va cancellata
di Sabino Cassese
Non bisogna far marcia indietro sulla proposta di riforma costituzionale. Questa prevede una forte riduzione del bicameralismo parlamentare e un modesto rafforzamento del governo. Il primo obiettivo è raggiunto svuotando di funzioni il Senato, riducendo il numero dei senatori e rendendone l’elezione indiretta. Il secondo obiettivo affidando solo alla Camera dei deputati il compito di dare la fiducia al governo e dando una corsia preferenziale alle proposte di legge del governo.
Ambedue questi obiettivi erano tra le proposte di coloro che prepararono la Costituzione del 1948. Questi sapevano bene che da quando Tocqueville, in Francia, nel 1848, si batteva per il bicameralismo le cose erano cambiate. Ad esempio, Massimo Severo Giannini, capo di gabinetto di Nenni al Ministero per la costituente e testa pensante del partito socialista, nell’aprile 1946, propose al congresso fiorentino del partito un sistema monocamerale, notando che «in tutti i casi in cui la seconda camera non è stata rappresentativa di determinati gruppi o interessi politici, regolarmente essa ha fatto fallimento». «D’altra parte, la funzione moderatrice che alcuni attribuiscono alla seconda camera, nella maggioranza dei casi, risponde più ad una affermazione che a una realtà; anzi, molto spesso è una deformazione ottica».
Oggi possiamo aggiungere che nel nostro sistema politico gli strumenti del pluralismo e gli istituti destinati a bilanciare i poteri, ad evitare l’eccessiva loro concentrazione in un solo organo, si sono moltiplicati.
Molti poteri sono stati deferiti all’Unione Europea e alle Regioni, che agiscono da contropoteri, condizionano e frenano l’azione del complesso Parlamento-governo. Che bisogno c’è dunque, dello sdoppiamento dell’assemblea legislativa in due camere con eguali poteri? Non si finisce così per frammentare eccessivamente l’azione di governo, e qualche volta per rendere i governi impotenti?
Anche il secondo obiettivo, quello di rafforzamento del governo, era tra le aspirazioni dei nostri costituenti. Piero Calamandrei osservò il 4 marzo 1947 all’Assemblea costituente: «Di questo, che è il fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo, nel progetto della Costituzione non c’è quasi nulla». Come lui, anche Mortati e Perassi, democristiani e repubblicani, non volevano un sistema parlamentare puro con governi instabili. Sapevano che il fascismo non era stato il prodotto di esecutivi forti, ma della debolezza dei governi precari e transeunti del periodo liberale.
Oggi di governi che abbiano una base meno fragile e maggiore durata, e che assicurino continuità alle politiche pubbliche c’è ancor più bisogno, se vogliamo partecipare a quel grande condominio che è l’Unione Europea, nel quale non ci possiamo permettere di mandare un ministro nuovo ogni anno, mentre le altre nazioni sono rappresentate dalla stessa persona almeno per la durata della legislatura, per cinque anni.
I politici attardati che vorrebbero fare marcia indietro sulla riforma costituzionale aspirano a togliere forza al potere della maggioranza, con la conseguenza che nessuno governa, mentre dovrebbero invece dare voce e potere alla minoranza, perché questa possa tenere sotto controllo la maggioranza, per poter poi aspirare a diventare essa stessa maggioranza.
Ripetono così lo storico errore di De Gasperi e di Togliatti, ciascuno timoroso della prevalenza dell’altro e quindi ambedue favorevoli a indebolire l’azione della maggioranza e del governo. Così venne creata una democrazia forte con maggioranze deboli, che finiscono per infiacchire la democrazia.
Dopo sessanta anni, finita la Guerra fredda e la divisione del mondo in due parti, dopo che si sono sviluppate le istituzioni del pluralismo ed è scomparso lo Stato monolite, la coscienza democratica dei cittadini è divenuta più matura, il dibattito pubblico più aperto, i mezzi di comunicazione più rapidi, la gestione pubblica più trasparente, il potere più decentrato, non bisogna buttare sabbia nelle ruote della maggioranza, ma invece consolidare il ruolo delle minoranze, dando loro uno statuto legale riconosciuto, rafforzare il compito di controllo della seconda camera, moltiplicare gli strumenti conoscitivi delle stesse minoranze non rappresentate in Parlamento.
Sabino Cassese
La Stampa 4.7.15
Quelle voci in Parlamento sul cambio di governo
di Marcello Sorgi
L’allarme lo ha dato, come altre volte, Paolo Naccarato, il senatore che non smette di definirsi «cossighiano» e tesse da sempre la tela degli irregolari che hanno sostenuto il governo nei momenti difficili a Palazzo Madama, dove la maggioranza è ballerina e dalla fine del patto del Nazareno in poi i voti della minoranza Pd sono diventati decisivi. A un gruppetto di colleghi che entrando e uscendo dall’aula secondo calcoli strategici hanno consentito in questi mesi l’approvazione delle riforme, con numeri che sulla carta non c’erano, Naccarato ha detto di non condividere la fretta con cui Renzi s’è gettato nella sua campagna estiva, mirata a far passare prima della pausa d’agosto la riforma del Senato, quella della governance Rai e quella delle unioni civili, oltre a dare una scossa al provvedimento sulla prescrizione che galleggia da tempo in attesa di accordi.
Il premier pensa che non ci sia altro modo, se non questo del rilancio, per reagire alla sconfitta elettorale sui ballottaggi e uscire dal tran-tran del giorno dopo giorno, che tra emergenza immigrazione e allarme Grecia, tanti punti gli sta costando nei sondaggi. Ma chi gli ha dato una mano nell’ultimo anno considera ciascuna di queste riforme una potenziale trappola e un’occasione di logoramento per il governo, sia che passino, sia che vangano rinviate.
L’idea che sta prendendo piede a Palazzo Chigi di stringere un’intesa con la minoranza Pd, almeno sulla riforma del Senato, regge fino a un certo punto. Basta parlare con qualcuno dei 25 senatori, bersaniani e non, che hanno firmato il documento in cui chiedono sostanziali modifiche al testo del Senato riformato, per capire che il negoziato riguarda tutti gli argomenti in discussione, e che i timori di uno sbilanciamento in senso verticistico, o addirittura autoritario, del sistema, espressi sull’Italicum, sono uguali a quelli su una Rai potenzialmente più controllata dal governo che dal Parlamento. Inoltre, quanto più il premier manifesta l’intenzione di cercare una quadra con i suoi oppositori interni, tanto più si aprono crepe sul versante centrista della maggioranza: si veda al proposito la valanga di emendamenti sulle unioni civili, per non dire della già citata resistenza Ncd sull’abbreviamento delle prescrizioni. A favore di Renzi gioca il fatto che ogni singolo parlamentare vuole arrivare alla fine naturale della legislatura, nel 2018. Ma da qualche tempo - era ancora Naccarato a ricordarlo ai suoi amici - si sente dire più spesso che non è proprio detto che questo debba essere l’ultimo governo della legislatura.
Quelle voci in Parlamento sul cambio di governo
di Marcello Sorgi
L’allarme lo ha dato, come altre volte, Paolo Naccarato, il senatore che non smette di definirsi «cossighiano» e tesse da sempre la tela degli irregolari che hanno sostenuto il governo nei momenti difficili a Palazzo Madama, dove la maggioranza è ballerina e dalla fine del patto del Nazareno in poi i voti della minoranza Pd sono diventati decisivi. A un gruppetto di colleghi che entrando e uscendo dall’aula secondo calcoli strategici hanno consentito in questi mesi l’approvazione delle riforme, con numeri che sulla carta non c’erano, Naccarato ha detto di non condividere la fretta con cui Renzi s’è gettato nella sua campagna estiva, mirata a far passare prima della pausa d’agosto la riforma del Senato, quella della governance Rai e quella delle unioni civili, oltre a dare una scossa al provvedimento sulla prescrizione che galleggia da tempo in attesa di accordi.
Il premier pensa che non ci sia altro modo, se non questo del rilancio, per reagire alla sconfitta elettorale sui ballottaggi e uscire dal tran-tran del giorno dopo giorno, che tra emergenza immigrazione e allarme Grecia, tanti punti gli sta costando nei sondaggi. Ma chi gli ha dato una mano nell’ultimo anno considera ciascuna di queste riforme una potenziale trappola e un’occasione di logoramento per il governo, sia che passino, sia che vangano rinviate.
L’idea che sta prendendo piede a Palazzo Chigi di stringere un’intesa con la minoranza Pd, almeno sulla riforma del Senato, regge fino a un certo punto. Basta parlare con qualcuno dei 25 senatori, bersaniani e non, che hanno firmato il documento in cui chiedono sostanziali modifiche al testo del Senato riformato, per capire che il negoziato riguarda tutti gli argomenti in discussione, e che i timori di uno sbilanciamento in senso verticistico, o addirittura autoritario, del sistema, espressi sull’Italicum, sono uguali a quelli su una Rai potenzialmente più controllata dal governo che dal Parlamento. Inoltre, quanto più il premier manifesta l’intenzione di cercare una quadra con i suoi oppositori interni, tanto più si aprono crepe sul versante centrista della maggioranza: si veda al proposito la valanga di emendamenti sulle unioni civili, per non dire della già citata resistenza Ncd sull’abbreviamento delle prescrizioni. A favore di Renzi gioca il fatto che ogni singolo parlamentare vuole arrivare alla fine naturale della legislatura, nel 2018. Ma da qualche tempo - era ancora Naccarato a ricordarlo ai suoi amici - si sente dire più spesso che non è proprio detto che questo debba essere l’ultimo governo della legislatura.
La Stampa 4.7.15
Indagato Diana l’ex senatore Pd anti-camorra
di Guido Ruotolo
«Personalità doppiamente trasgressiva. L’indagato non solo non dimostra remore a commettere reati anche gravi, ma agisce sotto l’egida di un difensore della legalità». Lorenzo Diana arrivava sempre con la scorta. Quando si sparava a Gomorra, o venivano arrestati i boss, era un punto di riferimento per il mondo dell’informazione. Militante del Pci-Pds-Pd di uno dei paesi a più alto tasso camorristico, San Cipriano d’Aversa, è stato deputato e senatore.
Ora è indagato per concorso esterno in associazione camorristica ed ha avuto la misura del divieto di dimora in Campania per avere convinto un sostituto procuratore federale, Manolo Iengo, a procurare una falsa attestazione che il figlio Daniele Diana era stato dirigente o collaboratore di una squadra di calcio di serie D per poter consentire al ragazzo di accedere a corsi Figc per dirigente sportivo. Questo in cambio di consulenze legali. È Diana che ha garantito a un colosso delle cooperative rosse, Cpl Concordia, di ottenere i lavori di metanizzazione in sette comuni del Casertano. E un pezzo di gruppo dirigente della Concordia Cpl ora è finito in carcere accusato di aver favorito i Casalesi.
C’è una intercettazione tra Lorenzo Diana e l’ex presidente della Concordia, Roberto Casari, all’indomani (28 febbraio scorso) dell’avviso di garanzia notificato a Casari per concorso esterno in associazione camorristica, molto significativa. Casari ricorda i suoi dubbi ad imbarcarsi nell’appalto per la metanizzazione: «Ricordi? Quando ce l’hai chiesto noi ci siamo andati, abbiamo cercato di fare le cose fatte bene. Avevo delle preoccupazioni, delle perplessità, dopo fai lavorare la gente del posto e amen. Insomma mica non facciamo.. perché è un ambiente camorristico. Non so, hai capito?». Succede a Gomorra nel tempo in cui regnavano i Casalesi, che eserciti di imprenditori facevano la fila per farsi garantire dai boss. Ed è uno di questi imprenditori, Antonio Piccolo, espressione diretta di Michele Zagaria, alla fine degli anni Novanta, ad agganciare la coop modenese per spartirsi la torta. In realtà, secondo l’accusa, l’allora presidente della Concordia, Roberta Casari, era ben consapevole che i suoi interlocutori fossero i Casalesi.
Mette a verbale il pentito Antonio Iovine (che è il principale accusatore della coop concordia e di Lorenzo Diana) : «Tutto avvenne all’insegne e sulla base di un accordo e con una metodologia in cui non ci fu necessità né di violenza né di minacce, neppure indirette. Si trattò cioè di una intesa raggiunta attorno a una sorta di tavolo al quale si sedettero Concordia, Antonio Piccolo e la criminalità organizzata casalese». Conferma un dipendente della Coop rossa, Giulio Lancia: «Non sono stato io a sedermi al tavolo con Antonio Piccolo ma i vertici della Cpl. Piccolo conosceva bene il Casari».
Indagato Diana l’ex senatore Pd anti-camorra
di Guido Ruotolo
«Personalità doppiamente trasgressiva. L’indagato non solo non dimostra remore a commettere reati anche gravi, ma agisce sotto l’egida di un difensore della legalità». Lorenzo Diana arrivava sempre con la scorta. Quando si sparava a Gomorra, o venivano arrestati i boss, era un punto di riferimento per il mondo dell’informazione. Militante del Pci-Pds-Pd di uno dei paesi a più alto tasso camorristico, San Cipriano d’Aversa, è stato deputato e senatore.
Ora è indagato per concorso esterno in associazione camorristica ed ha avuto la misura del divieto di dimora in Campania per avere convinto un sostituto procuratore federale, Manolo Iengo, a procurare una falsa attestazione che il figlio Daniele Diana era stato dirigente o collaboratore di una squadra di calcio di serie D per poter consentire al ragazzo di accedere a corsi Figc per dirigente sportivo. Questo in cambio di consulenze legali. È Diana che ha garantito a un colosso delle cooperative rosse, Cpl Concordia, di ottenere i lavori di metanizzazione in sette comuni del Casertano. E un pezzo di gruppo dirigente della Concordia Cpl ora è finito in carcere accusato di aver favorito i Casalesi.
C’è una intercettazione tra Lorenzo Diana e l’ex presidente della Concordia, Roberto Casari, all’indomani (28 febbraio scorso) dell’avviso di garanzia notificato a Casari per concorso esterno in associazione camorristica, molto significativa. Casari ricorda i suoi dubbi ad imbarcarsi nell’appalto per la metanizzazione: «Ricordi? Quando ce l’hai chiesto noi ci siamo andati, abbiamo cercato di fare le cose fatte bene. Avevo delle preoccupazioni, delle perplessità, dopo fai lavorare la gente del posto e amen. Insomma mica non facciamo.. perché è un ambiente camorristico. Non so, hai capito?». Succede a Gomorra nel tempo in cui regnavano i Casalesi, che eserciti di imprenditori facevano la fila per farsi garantire dai boss. Ed è uno di questi imprenditori, Antonio Piccolo, espressione diretta di Michele Zagaria, alla fine degli anni Novanta, ad agganciare la coop modenese per spartirsi la torta. In realtà, secondo l’accusa, l’allora presidente della Concordia, Roberta Casari, era ben consapevole che i suoi interlocutori fossero i Casalesi.
Mette a verbale il pentito Antonio Iovine (che è il principale accusatore della coop concordia e di Lorenzo Diana) : «Tutto avvenne all’insegne e sulla base di un accordo e con una metodologia in cui non ci fu necessità né di violenza né di minacce, neppure indirette. Si trattò cioè di una intesa raggiunta attorno a una sorta di tavolo al quale si sedettero Concordia, Antonio Piccolo e la criminalità organizzata casalese». Conferma un dipendente della Coop rossa, Giulio Lancia: «Non sono stato io a sedermi al tavolo con Antonio Piccolo ma i vertici della Cpl. Piccolo conosceva bene il Casari».
Corriere 4.7.15
«Agevolò i clan». Accuse all’ex senatore pd
Diana, già membro dell’Antimafia, nell’inchiesta sui legami tra Cpl Concordia e casalesi. «È Scherzi a parte»
di F. B.
NAPOLI L’ex senatore pd ed ex componente della commissione parlamentare antimafia Lorenzo Diana è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti tra la cooperativa modenese Cpl Concordia, vincitrice dell’appalto per la metanizzazione in provincia di Caserta, e i clan della camorra casalese.
Secondo l’accusa Diana avrebbe sfruttato il suo ruolo di parlamentare per facilitare l’attività della Cpl nel Casertano. Sarebbe, cioè, intervenuto sulla prefettura di Caserta allo scopo di ottenere in quattro Comuni sciolti per infiltrazioni, e quindi commissariati, le delibere necessarie alla Cpl per accedere ai finanziamenti pubblici. E avrebbe agito sapendo dell’esistenza di un accordo tra la cooperativa e la camorra che prevedeva l’affidamento dei subappalti alle imprese indicate dai clan.
Diana, da sempre ritenuto in prima fila nella lotta contro la criminalità organizzata (ha vissuto sotto scorta, Roberto Saviano ne parla nel romanzo Gomorra e nel 2008 gli è stato anche assegnato il Premio Borsellino) respinge le accuse e dice: «Mi sembra di essere tra un sogno e Scherzi a parte ». Eppure contro di lui ci sono le deposizioni di molti pentiti, a cominciare da quelle di Antonio Iovine, uno dei capi storici della camorra casalese. È lui a sostenere che l’operazione Cpl fu gestita da Antonio Piccolo, esponente della fazione casalese che faceva capo a Michele Zagaria, che aveva il compito di indicare in ogni Comune le imprese che avrebbero dovuto ricevere il subappalto dalla cooperativa modenese. Ovunque tranne che a San Cipriano d’Aversa, il paese di Lorenzo Diana, dove il sindaco Angelo Reccia, vicinissimo a Diana e anche lui indagato, avrebbe ottenuto di indicare l’impresa subappaltante. Ma in questa diversità dagli altri paesi del Casertano, la magistratura non rileva una opposizione di Diana e Reccia alle imposizioni della camorra, quanto piuttosto una volontà di entrambi di gestire l’affare per interessi politici ed elettorali, garantendo comunque a Piccolo che l’imprenditore indicato sarebbe stato gradito anche ai casalesi. Lo conferma Iovine durante un interrogatorio di un anno fa: «Una situazione particolare si verificò per San Cipriano d’Aversa. Noi del clan sapevamo che in quella zona aveva un peso politico l’onorevole Lorenzo Diana e noi per evitare problemi “con la legge”, preferimmo non intervenire direttamente. Ebbene, la ditta che fece i lavori era comunque una ditta nostra e cioè quella dell’imprenditore Pietro Pirozzi». In una successiva deposizione il pentito aggiunge che comunque «io personalmente e lo Zagaria trovammo un’intesa con il Reccia e con il senatore Diana. Pirozzi riconobbe a me e a Zagaria una quota, mi pare, pari a 400.000 euro».
Nell’ambito delle indagini su Lorenzo Diana la Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, ha individuato anche altri vantaggi che l’ex senatore avrebbe ottenuto dall’interessamento nella vicenda della Concordia, come un incarico non ben definito, ma regolarmente retribuito, per suo figlio presso la coop modenese. Inoltre durante le investigazioni condotte dai carabinieri del Noe di Caserta, è emersa anche un’altra vicenda che vede coinvolto Lorenzo Diana: avrebbe ottenuto, tramite il sostituto procuratore della Federcalcio Manolo Iengo, false attestazioni a nome di suo figlio Daniele per consentirgli di raccogliere i titoli necessari per l’iscrizione a un master della Fifa. In cambio avrebbe affidato a Iengo incarichi stragiudiziali al Caan, il Centro Agroalimentare di Napoli, controllato dal Comune, di cui è presidente. Per questa vicenda nei confronti di Diana il gip ha emesso un divieto di dimora in Campania. Il sindaco de Magistris ne ha invece annunciato la sospensione.
«Agevolò i clan». Accuse all’ex senatore pd
Diana, già membro dell’Antimafia, nell’inchiesta sui legami tra Cpl Concordia e casalesi. «È Scherzi a parte»
di F. B.
NAPOLI L’ex senatore pd ed ex componente della commissione parlamentare antimafia Lorenzo Diana è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti tra la cooperativa modenese Cpl Concordia, vincitrice dell’appalto per la metanizzazione in provincia di Caserta, e i clan della camorra casalese.
Secondo l’accusa Diana avrebbe sfruttato il suo ruolo di parlamentare per facilitare l’attività della Cpl nel Casertano. Sarebbe, cioè, intervenuto sulla prefettura di Caserta allo scopo di ottenere in quattro Comuni sciolti per infiltrazioni, e quindi commissariati, le delibere necessarie alla Cpl per accedere ai finanziamenti pubblici. E avrebbe agito sapendo dell’esistenza di un accordo tra la cooperativa e la camorra che prevedeva l’affidamento dei subappalti alle imprese indicate dai clan.
Diana, da sempre ritenuto in prima fila nella lotta contro la criminalità organizzata (ha vissuto sotto scorta, Roberto Saviano ne parla nel romanzo Gomorra e nel 2008 gli è stato anche assegnato il Premio Borsellino) respinge le accuse e dice: «Mi sembra di essere tra un sogno e Scherzi a parte ». Eppure contro di lui ci sono le deposizioni di molti pentiti, a cominciare da quelle di Antonio Iovine, uno dei capi storici della camorra casalese. È lui a sostenere che l’operazione Cpl fu gestita da Antonio Piccolo, esponente della fazione casalese che faceva capo a Michele Zagaria, che aveva il compito di indicare in ogni Comune le imprese che avrebbero dovuto ricevere il subappalto dalla cooperativa modenese. Ovunque tranne che a San Cipriano d’Aversa, il paese di Lorenzo Diana, dove il sindaco Angelo Reccia, vicinissimo a Diana e anche lui indagato, avrebbe ottenuto di indicare l’impresa subappaltante. Ma in questa diversità dagli altri paesi del Casertano, la magistratura non rileva una opposizione di Diana e Reccia alle imposizioni della camorra, quanto piuttosto una volontà di entrambi di gestire l’affare per interessi politici ed elettorali, garantendo comunque a Piccolo che l’imprenditore indicato sarebbe stato gradito anche ai casalesi. Lo conferma Iovine durante un interrogatorio di un anno fa: «Una situazione particolare si verificò per San Cipriano d’Aversa. Noi del clan sapevamo che in quella zona aveva un peso politico l’onorevole Lorenzo Diana e noi per evitare problemi “con la legge”, preferimmo non intervenire direttamente. Ebbene, la ditta che fece i lavori era comunque una ditta nostra e cioè quella dell’imprenditore Pietro Pirozzi». In una successiva deposizione il pentito aggiunge che comunque «io personalmente e lo Zagaria trovammo un’intesa con il Reccia e con il senatore Diana. Pirozzi riconobbe a me e a Zagaria una quota, mi pare, pari a 400.000 euro».
Nell’ambito delle indagini su Lorenzo Diana la Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, ha individuato anche altri vantaggi che l’ex senatore avrebbe ottenuto dall’interessamento nella vicenda della Concordia, come un incarico non ben definito, ma regolarmente retribuito, per suo figlio presso la coop modenese. Inoltre durante le investigazioni condotte dai carabinieri del Noe di Caserta, è emersa anche un’altra vicenda che vede coinvolto Lorenzo Diana: avrebbe ottenuto, tramite il sostituto procuratore della Federcalcio Manolo Iengo, false attestazioni a nome di suo figlio Daniele per consentirgli di raccogliere i titoli necessari per l’iscrizione a un master della Fifa. In cambio avrebbe affidato a Iengo incarichi stragiudiziali al Caan, il Centro Agroalimentare di Napoli, controllato dal Comune, di cui è presidente. Per questa vicenda nei confronti di Diana il gip ha emesso un divieto di dimora in Campania. Il sindaco de Magistris ne ha invece annunciato la sospensione.
Corriere 4.7.15
Renzi e l’«alleanza» a trazione tedesca per frenare le forze antisistema
Tutti i timori di Palazzo Chigi. E il premier vuole superare l’austerity
di Francesco Verderami
Era di Tsipras, è diventato della Merkel, che sul referendum greco è come se avesse posto la fiducia ai partner europei.Così la cancelliera tedesca ha trasformato l’azzardo di Atene in una scommessa sul futuro dell’Unione, a cui nessun capo di Stato e di governo si è potuto sottrarre. Perché — come ha raccontato Renzi di ritorno da Berlino — «chiunque si fosse sfilato, avrebbe decretato la fine dell’Europa», e forse anche la propria fine. La sfida lanciata da Syriza, infatti, non si gioca nelle pieghe delle regole comunitarie o sui numeri del debito. È piuttosto una sfida politica che travalica i confini greci e rischia di provocare un effetto domino in tutto il Vecchio Continente. Perciò la Merkel si è impossessata del referendum e ha posto la fiducia, perciò nessuno si è «sfilato».
Dinnanzi al pericolo di una destabilizzazione dell’Europa, le forze di governo dell’Unione — di estrazione popolare e socialista — si sono quindi coalizzate, auspicando la vittoria del «sì» al referendum. La sconfitta di Tsipras si porterebbe appresso un ridimensionamento dei movimenti anti-euro, e si trasformerebbe in una sorta di messaggio preventivo rivolto a Podemos in Spagna, al Front National in Francia, alla Lega e al movimento Cinquestelle in Italia, che non a caso si sono schierate a fianco di Syriza per il «no».
Ad Atene si combatte lungo una frontiera che passa per Madrid, per Parigi, per Roma. Ma anche per Berlino. «Il referendum in Grecia — come ha detto ieri il titolare del Viminale in una pausa del Consiglio dei ministri — si va sempre più qualificando come una battaglia tra le forze di sistema e le forze anti-sistema in ogni singolo Paese e dunque in tutta Europa». Certo, con la moneta unica si è andata sempre più riducendo la sovranità degli Stati e il pericolo di un rigurgito dei nazionalismi è presente. Ma l’auspicio che accomuna la «coalizione degli europeisti» è che l’opinione pubblica sappia cogliere il messaggio proveniente da Atene.
Si spera cioè che le drammatiche immagini delle file ai bancomat, la foto del pensionato ritratto per terra in lacrime, quel clima da economia di guerra, servano a rovesciare l’idea che ha attecchito soprattutto nelle fasce di popolazione meno abbiente, dove i movimenti «anti-sistema» fanno incetta di consensi accusando l’Europa di affamare i popoli. «È il contrario», secondo Renzi: è rimanendo fuori dell’Europa che non c’è sviluppo nè benessere. Tuttavia il premier italiano ritiene che il «caso greco» debba servire nel prossimo futuro per «cambiare verso» a Bruxelles.
Confida che il referendum segni la vittoria del «sì», ma una volta superato questo scoglio «andrà aperto un confronto per il superamento delle politiche di austerità». Ha sollevato la questione durante il colloquio con la cancelliera tedesca e ne ha fatto cenno anche in conferenza stampa, quando — dopo aver annunciato la propria adesione alla «coalizione degli europeisti» — ha sottolineato che con la Merkel «non la pensiamo allo stesso modo su tutto». Fermare l’avanzata dei movimenti «anti-sistema» sarà forse possibile domani ad Atene, ma per quanto tempo ancora l’Europa reggerebbe?
L’esito della sfida referendaria, peraltro, è tutt’altro che scontato. E nelle cancellerie europee, alla vigilia, si avverte la stessa ansia che regna a via XX Settembre: al di là delle frasi di circostanza e rassicuranti pronunciate dal ministro Padoan, tutti sono infatti preoccupati che — in caso di vittoria del «no» — il contagio si propaghi nei Paesi dell’Unione. Il timore non è economico, è politico: se si affermasse il principio della «reversibilità» del progetto europeo, si aprirebbe un varco alle spinte speculative. Se non esiste un «piano B» è perché non può esistere. Nessuno può tracciare una rotta in un mare «ignoto».
Ecco il motivo per cui la Merkel ha deciso di strappare il referendum a Tsipras, sebbene la scommessa della cancelliera tedesca in fondo si equivalga all’azzardo del premier greco. «Ma non si poteva fare diversamente», spiegano esponenti del governo italiano, a meno di non voler lasciare campo aperto alle «forze anti-sistema». Argomento, questo, che da tempo impegna i vertici europei nelle discussioni «fuori agenda». Ce n’è traccia nei resoconti di una riunione a Bruxelles, durante la quale un ministro tedesco ha spiegato ai colleghi — senza giri di parole — che «dietro queste formazioni si scorge l’ombra dei finanziamenti russi. Per noi a Berlino è più che un sospetto».
Più o meno è lo stesso ragionamento che un autorevole dirigente del Pd giura di essersi sentito fare in questi giorni da un ambasciatore occidentale in Italia: «La Russia ha un ruolo nella vicenda greca», secondo il diplomatico. In ballo ci sarebbe anche la «questione dei gasdotti». Domani Atene aprirà le sue cabine elettorali, che saranno altrettanti confessionali: perché nessuno in Europa può dirsi senza colpa.
Francesco Verderami
Renzi e l’«alleanza» a trazione tedesca per frenare le forze antisistema
Tutti i timori di Palazzo Chigi. E il premier vuole superare l’austerity
di Francesco Verderami
Era di Tsipras, è diventato della Merkel, che sul referendum greco è come se avesse posto la fiducia ai partner europei.Così la cancelliera tedesca ha trasformato l’azzardo di Atene in una scommessa sul futuro dell’Unione, a cui nessun capo di Stato e di governo si è potuto sottrarre. Perché — come ha raccontato Renzi di ritorno da Berlino — «chiunque si fosse sfilato, avrebbe decretato la fine dell’Europa», e forse anche la propria fine. La sfida lanciata da Syriza, infatti, non si gioca nelle pieghe delle regole comunitarie o sui numeri del debito. È piuttosto una sfida politica che travalica i confini greci e rischia di provocare un effetto domino in tutto il Vecchio Continente. Perciò la Merkel si è impossessata del referendum e ha posto la fiducia, perciò nessuno si è «sfilato».
Dinnanzi al pericolo di una destabilizzazione dell’Europa, le forze di governo dell’Unione — di estrazione popolare e socialista — si sono quindi coalizzate, auspicando la vittoria del «sì» al referendum. La sconfitta di Tsipras si porterebbe appresso un ridimensionamento dei movimenti anti-euro, e si trasformerebbe in una sorta di messaggio preventivo rivolto a Podemos in Spagna, al Front National in Francia, alla Lega e al movimento Cinquestelle in Italia, che non a caso si sono schierate a fianco di Syriza per il «no».
Ad Atene si combatte lungo una frontiera che passa per Madrid, per Parigi, per Roma. Ma anche per Berlino. «Il referendum in Grecia — come ha detto ieri il titolare del Viminale in una pausa del Consiglio dei ministri — si va sempre più qualificando come una battaglia tra le forze di sistema e le forze anti-sistema in ogni singolo Paese e dunque in tutta Europa». Certo, con la moneta unica si è andata sempre più riducendo la sovranità degli Stati e il pericolo di un rigurgito dei nazionalismi è presente. Ma l’auspicio che accomuna la «coalizione degli europeisti» è che l’opinione pubblica sappia cogliere il messaggio proveniente da Atene.
Si spera cioè che le drammatiche immagini delle file ai bancomat, la foto del pensionato ritratto per terra in lacrime, quel clima da economia di guerra, servano a rovesciare l’idea che ha attecchito soprattutto nelle fasce di popolazione meno abbiente, dove i movimenti «anti-sistema» fanno incetta di consensi accusando l’Europa di affamare i popoli. «È il contrario», secondo Renzi: è rimanendo fuori dell’Europa che non c’è sviluppo nè benessere. Tuttavia il premier italiano ritiene che il «caso greco» debba servire nel prossimo futuro per «cambiare verso» a Bruxelles.
Confida che il referendum segni la vittoria del «sì», ma una volta superato questo scoglio «andrà aperto un confronto per il superamento delle politiche di austerità». Ha sollevato la questione durante il colloquio con la cancelliera tedesca e ne ha fatto cenno anche in conferenza stampa, quando — dopo aver annunciato la propria adesione alla «coalizione degli europeisti» — ha sottolineato che con la Merkel «non la pensiamo allo stesso modo su tutto». Fermare l’avanzata dei movimenti «anti-sistema» sarà forse possibile domani ad Atene, ma per quanto tempo ancora l’Europa reggerebbe?
L’esito della sfida referendaria, peraltro, è tutt’altro che scontato. E nelle cancellerie europee, alla vigilia, si avverte la stessa ansia che regna a via XX Settembre: al di là delle frasi di circostanza e rassicuranti pronunciate dal ministro Padoan, tutti sono infatti preoccupati che — in caso di vittoria del «no» — il contagio si propaghi nei Paesi dell’Unione. Il timore non è economico, è politico: se si affermasse il principio della «reversibilità» del progetto europeo, si aprirebbe un varco alle spinte speculative. Se non esiste un «piano B» è perché non può esistere. Nessuno può tracciare una rotta in un mare «ignoto».
Ecco il motivo per cui la Merkel ha deciso di strappare il referendum a Tsipras, sebbene la scommessa della cancelliera tedesca in fondo si equivalga all’azzardo del premier greco. «Ma non si poteva fare diversamente», spiegano esponenti del governo italiano, a meno di non voler lasciare campo aperto alle «forze anti-sistema». Argomento, questo, che da tempo impegna i vertici europei nelle discussioni «fuori agenda». Ce n’è traccia nei resoconti di una riunione a Bruxelles, durante la quale un ministro tedesco ha spiegato ai colleghi — senza giri di parole — che «dietro queste formazioni si scorge l’ombra dei finanziamenti russi. Per noi a Berlino è più che un sospetto».
Più o meno è lo stesso ragionamento che un autorevole dirigente del Pd giura di essersi sentito fare in questi giorni da un ambasciatore occidentale in Italia: «La Russia ha un ruolo nella vicenda greca», secondo il diplomatico. In ballo ci sarebbe anche la «questione dei gasdotti». Domani Atene aprirà le sue cabine elettorali, che saranno altrettanti confessionali: perché nessuno in Europa può dirsi senza colpa.
Francesco Verderami
Corriere 4.7.15
Il mito di Europa, o del nostro eterno amore per l’Ellade
di Eva Cantarella
Poco importa quali siano state le ragioni, quali e da quale parte stiano i torti che hanno portato a discutere di Grexit, bruttissima parola per una possibile, si spera ancora evitabile tragedia. In ogni caso l’ uscita della Grecia dall’Unione Europea non sarebbe solo una sconfitta, sarebbe la fine di una storia d’amore: quella tra il nostro continente e la Grecia. Una lunga storia iniziata quando, in un giorno senza tempo, come sempre nel tempo del mito, una ragazza di nome Europa si innamorò di un dio. Il solito Zeus che vedendo Europa, figlia del re fenicio Agenore, mentre giocava sulla spiaggia con le amiche, se ne innamorò. E per soddisfare il suo desiderio ricorse a una delle tante metamorfosi di cui usava servirsi. Nella specie, assunse l’aspetto di un toro bianco che andò a stendersi ai piedi di Europa. Affascinata, questa sedette sulla sua groppa, e a questo punto il toro si gettò in acqua, nuotando fino all’isola di Creta. Ma attenzione: la storia di Zeus e di Europa non è una delle tante violenze sessuali di cui la mitologia greca abbonda: i greci la vedevano come una storia d’amore. A dimostrarlo un vaso di straordinario valore simbolico firmato da Assteas (attivo a Paestum nel IV secolo a.C.) sul quale Europa, nel suo viaggio verso Creta, è circondata da una simbologia amorosa: un piccolo Eros, la dea dell’amore Afrodite, l’immagine di Pothos, il desiderio amoroso ricambiato… Il mito della ragazza Europa racconta, insomma, la storia d’amore tra il continente che da lei prese il nome e la Grecia. Una storia d’amore così forte che per lungo tempo ha portato a mitizzare le nostre origini. Basterà ricordare quello che scriveva Shelley nella Prefazione a Hellas: «Siamo tutti greci. Le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno le loro radici in Grecia. Se non fosse stato per la Grecia saremmo ancora selvaggi o idolatri». Era il 1821, si parlava del «miracolo greco»: la civiltà occidentale, si diceva, era nata lì. Oggi, e da tempo, sappiamo che alle spalle del cosiddetto miracolo stavano secoli e secoli di scambi anche culturali con l’Oriente che hanno influenzato la cultura greca e quindi la nostra. Ma questo non toglie che dimenticare i nostri debiti verso la Grecia vorrebbe dire cancellare un passato senza il quale non saremmo quello che siamo. Vorrebbe dire perdere la nostra identità. Oltre che sulle questioni economiche e le conseguenze politiche della Grexit dovremo riflettere anche su questo.
Il mito di Europa, o del nostro eterno amore per l’Ellade
di Eva Cantarella
Poco importa quali siano state le ragioni, quali e da quale parte stiano i torti che hanno portato a discutere di Grexit, bruttissima parola per una possibile, si spera ancora evitabile tragedia. In ogni caso l’ uscita della Grecia dall’Unione Europea non sarebbe solo una sconfitta, sarebbe la fine di una storia d’amore: quella tra il nostro continente e la Grecia. Una lunga storia iniziata quando, in un giorno senza tempo, come sempre nel tempo del mito, una ragazza di nome Europa si innamorò di un dio. Il solito Zeus che vedendo Europa, figlia del re fenicio Agenore, mentre giocava sulla spiaggia con le amiche, se ne innamorò. E per soddisfare il suo desiderio ricorse a una delle tante metamorfosi di cui usava servirsi. Nella specie, assunse l’aspetto di un toro bianco che andò a stendersi ai piedi di Europa. Affascinata, questa sedette sulla sua groppa, e a questo punto il toro si gettò in acqua, nuotando fino all’isola di Creta. Ma attenzione: la storia di Zeus e di Europa non è una delle tante violenze sessuali di cui la mitologia greca abbonda: i greci la vedevano come una storia d’amore. A dimostrarlo un vaso di straordinario valore simbolico firmato da Assteas (attivo a Paestum nel IV secolo a.C.) sul quale Europa, nel suo viaggio verso Creta, è circondata da una simbologia amorosa: un piccolo Eros, la dea dell’amore Afrodite, l’immagine di Pothos, il desiderio amoroso ricambiato… Il mito della ragazza Europa racconta, insomma, la storia d’amore tra il continente che da lei prese il nome e la Grecia. Una storia d’amore così forte che per lungo tempo ha portato a mitizzare le nostre origini. Basterà ricordare quello che scriveva Shelley nella Prefazione a Hellas: «Siamo tutti greci. Le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno le loro radici in Grecia. Se non fosse stato per la Grecia saremmo ancora selvaggi o idolatri». Era il 1821, si parlava del «miracolo greco»: la civiltà occidentale, si diceva, era nata lì. Oggi, e da tempo, sappiamo che alle spalle del cosiddetto miracolo stavano secoli e secoli di scambi anche culturali con l’Oriente che hanno influenzato la cultura greca e quindi la nostra. Ma questo non toglie che dimenticare i nostri debiti verso la Grecia vorrebbe dire cancellare un passato senza il quale non saremmo quello che siamo. Vorrebbe dire perdere la nostra identità. Oltre che sulle questioni economiche e le conseguenze politiche della Grexit dovremo riflettere anche su questo.
Corriere 4.7.15
Come Aristotele, si usi «intelligenza e molto cuore»
di Donatella Di Cesare
Sono gli ultimi giorni dell’Europa? Quale che sia lo sviluppo degli eventi, essere giunti sull’orlo dell’abisso è un trauma che non sarà privo di conseguenze. Forse cinque anni fa, quando sono cominciati i problemi della Grecia, la situazione economica era peggiore. Ma non c’era l’Isis, né il caos in Libia, né lo scontro fra Ucraina e Russia, e l’ondata migratoria non aveva le proporzioni attuali. Nel complesso scenario politico di oggi non si vede perché l’Europa dovrebbe privarsi della Grecia.Si dirà: «Non hanno pagato i debiti», «non hanno introdotto le riforme». Ma i debiti della Grecia sono numeri stratosferici. Chi può pensare che verranno ripagati? Non avrebbe dovuto essere allestito un piano europeo comune per far fronte all’indebitamento greco? Nel passato la Grecia ha fatto «carte false» per entrare in Europa; ma non si capisce perché chi è nato in questi ultimi anni dovrebbe pagare per tutta la vita.
Nella sua Politica Aristotele scrive: «I popoli che abitano nelle regioni fredde dell’Europa sono pieni di coraggio, ma difettano di intelligenza e di abilità nelle arti della politica». E aggiunge che chi voglia essere un bravo legislatore deve avere «intelligenza e cuore».
Questa Europa non ha né l’una né l’altro. E segue singolari criteri di democrazia, se può fare a meno di un Paese come la Grecia, e accettare invece l’Ungheria di Orbán, il cui regime ha ben poco di democratico.
Il grande problema dell’Europa sembra la Germania, desiderosa di assumere un ruolo-guida, e incapace di svolgerlo. Titubante, quanto rigida — soprattutto non all’altezza di quella «fiducia» nello «spirito europeo» a cui richiamava Hegel. «Debito» e «colpa» sono in tedesco una stessa parola: Schuld . Ma il debito non è una colpa. La Germania, con il suo ostinato moralismo, rischia di passare alla Storia come responsabile del naufragio europeo.
Ci dicono che Grexit non avrà per noi ripercussioni economiche. Se la Grecia, però, dovesse uscire dalla zona euro, quel mito tutto greco dell’Europa, si dileguerebbe per sempre in un’Europa mitica, sognata e non realizzata. Questo è il vero dramma. E per noi cambierà tutto.
Come Aristotele, si usi «intelligenza e molto cuore»
di Donatella Di Cesare
Sono gli ultimi giorni dell’Europa? Quale che sia lo sviluppo degli eventi, essere giunti sull’orlo dell’abisso è un trauma che non sarà privo di conseguenze. Forse cinque anni fa, quando sono cominciati i problemi della Grecia, la situazione economica era peggiore. Ma non c’era l’Isis, né il caos in Libia, né lo scontro fra Ucraina e Russia, e l’ondata migratoria non aveva le proporzioni attuali. Nel complesso scenario politico di oggi non si vede perché l’Europa dovrebbe privarsi della Grecia.Si dirà: «Non hanno pagato i debiti», «non hanno introdotto le riforme». Ma i debiti della Grecia sono numeri stratosferici. Chi può pensare che verranno ripagati? Non avrebbe dovuto essere allestito un piano europeo comune per far fronte all’indebitamento greco? Nel passato la Grecia ha fatto «carte false» per entrare in Europa; ma non si capisce perché chi è nato in questi ultimi anni dovrebbe pagare per tutta la vita.
Nella sua Politica Aristotele scrive: «I popoli che abitano nelle regioni fredde dell’Europa sono pieni di coraggio, ma difettano di intelligenza e di abilità nelle arti della politica». E aggiunge che chi voglia essere un bravo legislatore deve avere «intelligenza e cuore».
Questa Europa non ha né l’una né l’altro. E segue singolari criteri di democrazia, se può fare a meno di un Paese come la Grecia, e accettare invece l’Ungheria di Orbán, il cui regime ha ben poco di democratico.
Il grande problema dell’Europa sembra la Germania, desiderosa di assumere un ruolo-guida, e incapace di svolgerlo. Titubante, quanto rigida — soprattutto non all’altezza di quella «fiducia» nello «spirito europeo» a cui richiamava Hegel. «Debito» e «colpa» sono in tedesco una stessa parola: Schuld . Ma il debito non è una colpa. La Germania, con il suo ostinato moralismo, rischia di passare alla Storia come responsabile del naufragio europeo.
Ci dicono che Grexit non avrà per noi ripercussioni economiche. Se la Grecia, però, dovesse uscire dalla zona euro, quel mito tutto greco dell’Europa, si dileguerebbe per sempre in un’Europa mitica, sognata e non realizzata. Questo è il vero dramma. E per noi cambierà tutto.